ILDEGARDE

Anche l'Ildegardeè una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione, quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano le felici ispirazioni della gioventù.

Pars bona mulier bona.(Eccle.c. 26, 3.)

—Perchè alle torri del superbo IrnandoSempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo?—Sposa, io molto l'amava; e in questi giorniDi nevose bufère, ognor la dolceNostra infanzia mi torna alla memoria,Quando, arridenti il padre suo ed il mio,O di soppiatto noi dalle castellaUsciti, incontravamci appo la rivaCongelata del Pellice, e lung'oraQua e là sdrucciolon ci vibravamoRidendo e punzecchiandoci e luttando,E sul ghiaccio cadendo, e (bozzolutaIndi spesso la fronte o insanguinata)Tornando a casa lieti e tracotanti.Allora il padre suo, se all'un di noiVedea della caduta in fronte il segno,Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il feritoGridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchioLo prendea fra le braccia e lo baciava,L'amor lodando de' perigli e il gaioScherno d'un mal, che sol le carni impiaga,E nulla può sull'anima del forte.Un dì, com'or, fioccava a larghe faldeDi dicembre la neve, ed ambo agli occhiDe' parenti sottrattici e de' serviDiscendemmo ciascun nostra pendice,E ai cari ghiacci convenimmo. AssaiSdrucciolammo e ruzzammo, e le condensePallottole durissime a diversaMeta lontana, in alto o pe' dirupi,Scagliammo a gara, acute urla di gioiaRipercosse da acuti echi levando.Men da stanchezza mossi che da fameCi abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppiAnelante alla cena. A quando a quandoCi volgevam guardandoci, ed alloraChe, già molto remoti, un veder l'altroPiù non potea, salutavamci ancoraCon prolungati affettüosi strilli;E questi udìansi dalle due castella,E mia madre s'alzava, e tremebondaAl balcon della torre s'affacciava,Incerta se di gioco o di doloreVoci eran quelle. Ah! in voci di doloreOdo mutarsi quella sera infattiLe grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!»Ripeteva egli disperato. Io sudoDi spavento, ciò udito, e immaginandoDi quel caro il periglio. I clivi scendoNovamente precipite: il ghiacciatoPellice varco, e per gli opposti greppiAffannato m'arrampico ed appello:«Irnando mio! Irnando mio!» SalitoEgli era sovra un olmo. Eccol veloceScendere a me. Ma il lupo allontanatoRitorce il passo, e verso noi s'avventa.Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettïLunghissim'ora ivi restiam; chè intornoIncessante giravasi la fiera.Oh come su quell'olmo il dolce amicoTeneramente mi stringea al suo seno,Il mio ardir rampognandomi! Ei diceaAver alto gridato «Al lupo! al lupo!»Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi,E tristo incontro pari al suo scansassi.«E tu invece, oh insensato! ei ripeteaVanamente arrischiasti i cari giorniPer aïtar l'amico, o coll'amicoPreda morir di quelle orrende zanne!»Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangevaSuoi cari lacrimosi occhi baciando,E tal commozïone era profonda,Delizïosa per entrambe! oh comeSentivamo d'amarci! oh quanto vereSonavan le proteste, asseverandoChe l'un per l'altro volontier la vitaDonata avrìa!—Dall'olmo alfin veggiamoScender di qua e di là dalle pendiciFiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padreEd il mio che venìan, co' loro servi,Degli smarriti figliuoletti in cerca.Sgombrava il lupo a quella vista; e noiDall'arbore ospital lieti calammo,E saltellanti sulla neve, incontroMovemmo ai genitor, con infinitoCinguettìo raccontando, io la pauraCh'ebbi di perder l'adorato amico,Egli la mia temerità e la provaChe in questa aveavi di gagliardo amore.Oh qual sera di gaudio! oh quanta lodeAl fratellevol nostro affetto i duoParenti davan! Come altero IrnandoMostravasi di me! Com'io di lui!—Di nostra püerizia i dolci giorniDa mille vicenduole ivan cosparsi,Che all'uno e all'altro certa fean la mutuaE generosa fede! E così strettoVincol di due schiettissim'alme… il tempoDovea spezzarlo!In questa guisa gemeIl cavalier Camillo. Ed IldegardeDalle corvine chiome e dalla svelta,Maestosa statura:—O sposo amato,Perdona, prego, al mio pensier; non colpaFu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passoNobilmente tentato al benedettoDagli Angioli e da Dio pacificarvi?—Di nostre nozze intera anco non volgeLa luna, o mia diletta, e mal conosciDel tuo Camillo il cor. Non di rossorePerciò si tinga il tuo bel volto, o donna:Garrir, no, non ti voglio: impareraiCol tempo qual possanza in questo coreAbbian gli affetti. Se tentai? Se dieciVolte l'orgoglio mio non s'immolavaPer racquistarmi quell'amico? IndarnoEi più non è quello di pria: uno spirtoDi maligna superbia il signoreggia:Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!)Ei mi dispregia!—L'arrossita dianziIldegarde a tai detti impallidiva,Mostrüoso sembrandole il destarsiDispregio in chi che sia verso un mortaleSì per cavallereschi atti famoso,Qual era il pio Camillo. E l'abbracciavaVibrando sguardi or con gentil disdegnoAlla torre d'Irnando, or con desìoPassïonato al caro sposo. E sguardiTai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce,La stima ten compensi in ch'io ti tengo.»Qual della inimistà la cagion fosseDe' duo generosissimi, in diversiInni diversamente i trovadoriCantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando,Che, ito in Lamagna giovinetto, ad unoDe' contendenti re sacrò il suo ferro;Altri a Camillo applaudon, che s'accesePel secondo aspirante al real trono,Ma aspirante illegittimo. SperaroCamillo e Irnando un l'altro süadersiAll'abbracciata parte. E l'un de' duo,Non si sa qual, trascorse a villanìa.Furor di fazïon trasse dapprimaQuesto e quello davvero a stimar vileIl già sì caro amico. Assai paleseDelle avversarie crude ire sembravaL'iniquità ad Irnando: ei non poteaCreder che onesto intento in alcun fosse,Il qual per esse parteggiasse. Al pariA Camillo parea dell'altra causaEvidente l'infamia essere al mondo.In qualunque dei duo fallisse primoLa carità di confratello, e germeAltro o no di rancor vi si aggiungesse,Furon veduti inferocir nel campoCome leoni. Ma l'atroce guerraE l'alterna fortuna delle insegneLoco porgean a esercitar da entrambeParti eccelse virtù. Cento fïateCamillo e Irnando, ad ammirarsi astretti,Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio,Sebben malvagio, egli è un eroe pursempre!»Già quegli anni di sangue or son passati;Già molte spente sono illusïoniNelle agitate lor menti guerriere,Benchè in età ancor verde. Eppur concordiaLor generose palme, ahi! non rinserra.Beato d'una sposa era anche Irnando,E questa il dolce avea nome d'Elina,E di più figli era già madre. Il cieloDato le ha cor fervente, ed intellettoGentil, ma entusïastico. NatìeLe pedemontanine aure in che viveA lei non son; romano è sangue; e il padreD'Elina, de' ribelli ognor nemico,Morì con gloria in campo. Ella supporreNon potria mai che Irnando ingiustamenteOdio porti a Camillo. A lei CamilloNoto non è, ma sel figura indegno,Irreconcilïabile, covanteSempre perfidie. E motto mai non dicePer calmare il marito allor che l'odeFremer contra il vicin.Folli stranezzeDel core umano! Irnando, ancorchè fieroPiù di Camillo, e a malignar proclive,Più bei momenti non avea di quelli,In che, pensando alla sua dolce infanzia,Questo o quel nobil detto o nobil attoDel caro, oggi abborrito, ei ricordava.In quei momenti (e rivenian di spesso)L'alma gli sorrideva, immaginandoQuando ad entrambo tornerìa dolcezzaEsser amici ancor: ma appena accortoDi questo desiderio, ei ripigliavaA esacerbarsi, a biasimar sè stessoDi soverchia indulgenza, ed intimarsiPerseveranza d'astio e di disprezzo.Vedute in tanti cavalieri aveaMutazïoni di principii abbiette!Gli uni servi al buon prence, indi congiuntiPerfidamente all'avversario suo;Gli altri farsi un Iddio del tracotanteContenditore al trono, e poi, cadutaLa sua potenza, irriderlo. E di taliApostasie si repetea soventeLa turpe inverecondia. E le più altereAlme se ne sdegnavano, e temendoApostate parer, persistean truciNe' giurati decreti, ove decretiSconsigliati pur fossero. Ogni voltaChe Irnando dalle sue balze rimiraIl castel di Camillo, e rivolgendoVa quanto spesso col diletto amicoIn quelle sale, a quel verron, su quelleMura, per quel pendìo, sovra quell'ertoCiglione, in quella valle, avea di santiAffanni e santi gaudii conversato,Di repente corrucciasi, e la fronteColla palma fregando, a sè ridice:«Via quelle stolte rimembranze! obbrobrioL'onorar d'un sospiro i dì bugiardi,Che amabil tanto mi pingean quel tristo!»Men concitato da alterigia, aveaCamillo a dame ed a baroni ufficioPacifero richiesto. E quelle e questiSordo trovaro a lor parole Irnando.Ma alla dolce Ildegarde or molto incresceQuesta fera discordia; ognor paventaChe i fremebondi prorompano a guerra.—Freddi interceditori, o sposo mio,Forse fur quelle dame e que' baroniDi cui mi narri. Di te degno oh comeStato sarebbe il presentar te stessoCon amabil fidanza e quell'iroso!—Che parli, o donna? Io, non colpevol, ioCodardamente supplice a' suoi piedi!—Codardìa consigliarti, o mio diletto,Potrebbe mai la sposa tua? DinanziA lui, supplice no, ma con onestaSecurtà mosso io ti vorrei. Da quantoPinger mi suoli di quel prode offeso,Incapace ci sarìa di fare ingiuriaA chi chiedesse entro sue torri ospizio.—Se il pio consiglio accolga, esita alcuniGiorni Camillo; indi alla sposa:—O amica,A tanto, no, non posso umilïarmi;Ma non perciò mi ristarò da spemeDi pacificamento. Un messaggeroMai non mandai direttamente ancoraCon parole d'onore all'orgoglioso.Forse gli estranei intercessori sdegna,Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero,E amici detti per mia parte udendo,Commoverassi, e non vorrà esser menoGeneroso di me.—Compie CamilloLa divisata prova. Indi attendeaIl ritorno del messo, e d'una salaPassava in altra irrequïeto, e indugioSoverchio gli sembrava.—Il furibondoSdegnasse dare all'invïato ascolto?O frodoloso intento, o vil lusingaD'animo impaurito ei sospettasse,E rispondesse coll'atroce insultoDi vïolar con carcere o con morteLa sacra testa dell'araldo mio?Fellon! Guai se ciò fosse! A molta sceseMansuëtudin questo cor; ma un cenno,E rïascender lo vedresti ad odioMaggior del tuo, più spaventoso, eterno!Che dico? Bassa villania in quell'almaInebbrïata da gigante orgoglioNon può capir. Abbietto spirto io sonoChe immaginar sì turpe fatto ardisco.Intenerito si sarà; lung'oraColmerà di dolcissime domandeE d'onoranza il mio scudier; seguirloQui vorrà forse, o rattenuto or fiaDa momentanee cure. A mezzo soloEsser seppi magnanimo. Io medesmo,Come la donna mia mi consigliavaIo, non un messo, a lui mover dovea.Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certoStato non foran più parole; in braccioGettato a me sariasi, e senza vaneSpiegazïoni, e dolorose, entramboRïappellati ci saremmo amici.Così tra sè il bramoso. Ed evitava,Per nasconderle il suo perturbamento,Della diletta sposa il dolce incontro.Ei cammina a gran passi; o nella sediaBreve momento s'agita, e risorgeTosto con ansia ad amor mista e ad ira,Or all'una effacciandosi, or all'altraDelle fenestre, or fuor della ferrataNegra sua porta uscendo, e non badandoAl can che gli si appressa, e rispettosoScuote la coda, e abbassa il ceffo, e speraDalla man signorile esser palpato.Dai merli del terrazzo alfin gli sembraLo scudier ravvisare. È desso, è desso.Al cavalier rimescolasi il sangue,E contener non puossi. Il ponte varca,Discende in fretta la pendice; incontroAl vegnente lo stimola sfrenataSmania d'udir.—Perchè sì tardo movi?Gridagli.—I passi addoppia il fido, e parla:—Signor del tuo nemico entro la sogliaAppena addotto io fui…Camillo udendoSuo nemico nomarlo, impallidisce:E l'altro segue:—Appena addotto io fui,I sensi tuoi gli esposi.—In quali accenti?—Quali a me li dettasti.Oh cavaliero!Dissigli,il signor mio, dopo ondeggianteCon sè stesso luttar, cede al bisognoDi ricordarti sua amistà, di sciorre,Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicendeFrapposto aveano fra il suo core e il tuo.Io proseguir volea. Rise il superboAmaramente, ed esclamò:Non gelo,Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!—Proseguii nondimen, tuoi decorosiSensi esponendo. A' primi istanti vintoDa prepotente anelito parea,Sebbene al riso s'atteggiasse ognora,Ed ostentasse di vibrarmi i guardiDella minaccia e del dispregio. Ei dettiDi maggiore umiltà dal labbro mioCerto aspettava. Non trascesi: umìle,Ma dignitosa serbai fronte e voce;Ed ei sognò ch'io lo schernissi.AudaciSon tue pupille, o giovine!proruppe;Abbassale!—Non già! Timor non sente,Risposi,di Camillo un messaggero.—Mandotti il temerario ad insultarmi?Riprese urlando,a far vigliacca provaDella mia pazïenza? A tentar s'ioContaminar vo' mia illibata fama,Tua vil pelle col mio ferro toccando,O alle fruste segnandola? Va, stoltoIncettator di vituperi e busse;Riporta al signor tuo, ch'uom che si penteDe' tradimenti suoi, ch'uom che desìaL'amistà racquistar d'un generoso,Con ambagi non parla, e schiettamenteDice: Il cammin ch'io tenni era turpezza.A sì indegne parole arsi di sdegnoPer l'onor tuo.Via di turpezza maiNon calcherà, mai non calcò il mio sire!Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiumeDi fulminea infrenabile eloquenza,Tutta rammemorò la sciagurataStoria del trono combattuto. E questaFu una trama, al dir suo, d'illustri iniquiStriscianti a piè del volgo, e lordamenteConvenuti d'illuderlo e spogliarlo.E tu…. fremo in ridirlo.—Io? Segui.—Un vilePatteggiator di condivisa infamia,E condivisi lucri.—Ei ciò non disse!Ei ciò non disse!—Il giuro.—E non troncastiLa scellerata voce entro sua gola?—La troncai svergognandolo. E costrettoFu ad arrossire e replicar:Non dicoCh'ei fosse, ma parea di condivisiLucri patteggiatore, e per lavarsiDi macchia tal non bastano le ambagi.Solennemente si ricreda, e proviChe insensato, ma mondo era il suo core;Provi ch'egli esecrato ha le perfidieDe' nemici del re; ch'egli esecratoHa l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!Viltà sembrato mi sarìa modestiAccenti opporre ad arroganza tanta.Tel confesso, signor: ciò che gli dissiAppena il so. Non l'insultai, ma coseDi foco, certo, mi piovean dal labbroContro a' denigratori; e di te laudeTal gli tessei, che fu colpito e plause.Va, buon servo, mi disse;amo il tuo ardire,ma non del tuo signor la ipocrisia.—Oh ciel! diss'egli ipocrisia? IngannatoNon t'han le orecchie tue?—Disselo, il giuro.—A queste voci il cavalier si torseRabbïoso le mani, e con un mistoDi voluttà e di fremito, in più pezziFranse un anel, che dono era d'Irnando,Ed a' caduti pezzi impallidendoIl piede impose, e li calcò nel fango.—È finito! proruppe.—Ed iracondoLagrimava, nè udia del messaggeroParola più, nè rispondeagli.A guerraPrecipitato contra Irnando ei fora;Ma nol permise il ciel. D'una sorellaAlla difesa mover dee Camillo,La qual di Monferrato all'erme balzeCo' pargoletti suoi vedova geme,Da illustri masnadieri assedïata.Solinga intanto ecco Ildegarde. E votiPer la salute dello sposo alzando,E per la sua vittoria, e pel ritorno,Pur trema che allorquando ei dalle pugneRieda di Monferrato, incontro al sireDel vicino castel rompa la guerra.Un dì mirando quel castel, le cadeNell'animo un pensiero;—E s'io medesmaColà traessi, e mia nobil fidanzaVincesse il cor della romana alteraE del truce baron?—V'ha certi mitiSenni, e tal era d'Ildegarde il senno,Che pur sono arditissimi, e formatoGentil proposto, se pur arduo ei paia,Tentennan poco, ed oprano. TranquillaIl seguente mattin, poichè alla messaNel delubro domestico ha innalzatoIl femminil suo spirto appo lo SpirtoChe regge i mondi e agli atomi dà forza,Ildegarde s'avvia sovra il suo biancoPalafreno seduta. A lei corteggioSono una damigella e due famigli.Quand'ella giunse a' piè dell'alte muraDel castello d'Irnando, un momentaneoPalpitamento presela, e memoriaDi perfidie tornolle, ahi troppo alloraFrequenti fra baroni! e pensò qualeDisperato dolor fora a Camillo,Se il visitato sire oggi smentisse,Brïaco d'odio, il vanto invïolatoChe di leal s'ebbe sinora! Il guardoVolse alla damigella; e impalliditaEra al par d'essa. Il guardo volse ai duoFamigli, e impalliditi erano, e osaroInterroganti dir:—Retrocediamo?—Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi.Intanto del castello in ampia salaLa romana bellissima traeaDalla ricca di gemme ed indorataConocchia il molle lino, e fra le punteDi due candide dita lo umidiva;Indi con grazia angelica all'eburneoFuso il pizzico dava, e con accento,Che a labbra subalpine il ciel ricusa,Cavalleresche melodie cantava.Belli come la madre accanto a ElinaSedeano un bimbo ed una bimba, a leiInnamoratamente le pupille,Da negre e lunghe palpebre ombreggiate,Alzando vispe, e ogni ultima parolaDella strofa materna ripetendoCon cantilena armonïosa d'eco.Ed a quest'eco s'aggiungea la graveVoce del padre lor, che per la cacciaUn arco preparava, e spesso l'arcoPonea in obblìo, l'affascinante donnaMirando e i figli, ed i lor canti udendo.Portavan l'aure il suon del fervid'innoD'Ildegarde all'orecchio. Ella scendeaDell'arcione, ed a' paggi sorridente,Ma con trepido cor, dicea il suo nome.Qual fu d'Irnando la sorpresa! AscoltoE onore a dama diniegò egli mai?Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontroCon reverente cortesìa, e l'adduceInnanzi a Elina. Alzasi questa, e posaL'aurea conocchia, e di seder le accenna.—Vicina mia gentil (prende IldegardeCosì a parlar), da lungo tempo agognoVeder tuo dolce volto, e palesartiUn mio desìo.—Qual? le dimanda Elina.—D'ottener tua amistà, di consolarmiTeco de' miei dolori.—E che? InfeliceSei tu? Come?…E nel troppo acceleratoImmaginar, già Elina e il cavalieroPresumon ch'ella fugga il ritornanteCamillo forse, ch'a lor occhi un mostroVerso tant'altri, un mostro esser dee pureVerso la sciagurata a lui consorte.Ad Ildegarde appressansi amendue,Ed Irnando le dice:—Il ferro mioNon fallirà, s'hai di mestier difesa.Ma oh stupor! La soave, in altro modoChe non credean, prosegue:—Il sol non vedeDonna di me più dal suo sposo amata,O buona Elina, e anch'io, quando al castelloÈ il mio signore, ed io filo cantando,Spesso il miro al mio fianco, ed accompagnaLa mia colla sua voce; e molte volteAbbaian nel cortile i guinzagliatiCani pronti alla caccia, ed alla cacciaPropizio è l'aer di levi nubi sparso,Ed ei pur meco stassi, ed al cignaleFino al seguente dì tregua consente.Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colseAlcuna volta, mai non fu quand'unoAll'altro amato cor battea vicino.Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostraSolinga vila crescerà l'incanto,Allor che a noi (se il ciel pietoso arridaAlla dolce speranza!) uno o più figli,Siccome questi, fioriranno a lato!S'interrompe Ildegarde, e per gentileImpeto d'amorosa alma commossa,O per arte gentile, o per un mistoD'impeto ed arte, i due bambin si prende,Uno a destra uno a manca, e li accarezzaCon baci alterni e voluttà di madre,Sì che la madre vera e il genitoreInteneriti esultano, e amicatiTanto per lei vieppiù si senton, quantoA' pargoletti lor vieppiù è cortese.—Oh come a te in bellezza, o mia vicina,Questa bimba somiglia!E ciò IldegardeDicendo, preme lungamente il labbroSovra la rosea guancia paffutellaDella cara angioletta, e la baciucchia.Poscia gitta la mano amabilmenteSulle ricciute chiome del fanciullo,E qua e là le palpa, indi pel ciuffoA sè lo trae, e, baciatolo, gli dice:—Sai tu che appunto sei, qual mi fu pintoDa fedel dipintore, il padre tuoNe' suoi giorni d'infanzia? InanellatoIl fulvo crin, larga la fronte, arditiE amorevoli gli occhi…E questi dettiPronunciando Ildegarde, involontariaO accorta, alzava paventoso un guardoSul cavaliero. Ed ei si perturbavaRicordando Camillo. Allor la piaAmbagi più non volve; e con candoreDice quanta cagion siale di tristoRincrescimento il dissentir d'IrnandoE di Camillo.—O degna Elina! ov'ancoD'uno dei duo per indomato orgoglioQuella discordia non cessasse, amicheEsser non possiam noi? CommiserarciNon possiam noi di questa ria fortuna,Ed amar nostri sposi, e niun furoreLor condivider che sia oltraggio al dritto?Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe,E si stringono al seno.Irnando balzaRapito a quella vista, a quegli accenti,E vorrìa discolparsi; ad IldegardeVorrìa provar nessuna esso aver colpaNell'odio sorto fra Camillo e lui.Strano mortal! mentr'ei d'inenarratiSpregi e d'ingratitudine a CamilloAccusa vibra, il corruccioso lagnoCon cui ne parla, non par quel dell'odio,Ma d'un amor geloso. Ei non perdonaAll'uom ch'ei tanto amava, essersi fattoUn idol d'altra gente! aver potutoPer nemici obblïar sì svisceratoFratel, qual gli era dall'infanzia Irnando.Ciò non isfugge all'ospite avveduta,E con lenta eloquenza insinüante,Che più e più le udenti anime scuote,Pinge in Camillo a que' trascorsi tempiUn fautor generoso (errante forse,Ma generoso) d'abbagliante insegna,E che a virtù immolar tutto credea,Fin le dolcezze d'amistà più care.E come pur tal amistà in CamilloVivesse, ella soggiugne, e come i giorniSospirass'egli della pace, in cui,Placato Irnando, il rïamasse ancora.Dice inoltre com'ei, reduce all'ondeDel Pellice natìo, concilïarsiCon Irnando agognava, e si valeaD'intercessori invan; come ad IrnandoMandò il proprio scudiero, e fu respinto.Dice gli sguardi mesti e affascinatiDi Camillo al castel del primo amico,E a quell'arbore e a questa, e a quel valloneEd a quel poggio, e del torrente ai fluttiOve insieme natavano, ed ai ghiacciOve lungh'ore sdrucciolon vibravansi,Ridendo e punzecchiandosi e luttando,E sui ghiacci cadendo, e (bozzolutaIndi spesso la fronte o insanguinata)Tornando a casa lieti e tracotanti.—Oh che facesti, sposo mio? prorompeLa fervida Romana; un altro, un altroT'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure,Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostroChe innanzi agli alterati occhi ci stava,No, non era quel pio, cui sì diletteSon dell'infanzia le memorie tutte,Cui tu sempre sei caro, e che sì caroAd Ildegarde non sarìa, se iniquo.—Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglioGli si rïempie di söave pianto.Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffeA me mandò que' freddi intercessoriChe sì mal peroravano, e quel troppoZelante messagger che m'inasprivaCol suo ardimento? E ch'altro volli io maiCh'esser amato da colui ch'io amava?D'odiarlo io giurava, e non potea!Ma e se la tua benignità, Ildegarde,Ti traesse in error! S'ei mentre alcunaRammemoranza di me pia conserva,E quasi m'ama nel passato ancora,Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmiCollegato di vili anco s'ardisse?Se sconsigliati egli dicesse i passiChe al mio castello hai mossi, e dall'iratoCor prorompesse: «Amar non posso, Irnando!Amarlo più non posso!»I dolorosiDubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri,Col ricordar sull'amicizia anticaQuesto o quel detto di Camillo.—Io dunqueEra il superbo! esclama il cavaliero:Espïar debbo mia ingiustizia. In guerraLunge da me l'amico mio periglia;Ad aïtarlo di mie lance io volo.E i suoi fidi raguna, ed abbracciateLa palpitante Elina ed IldegardeE i pargoletti, in sella monta e parte.Per molti dì le due vicine a garaSi consolavan, si pascean di speme,E alterne visitavansi, aspettandoDe' baroni il ritorno, o messaggeroChe di lor favellasse. Ascondon ambeIl lor perturbamento, e sol ciascuna,Quando al proprio castel siede romita,Numera i giorni ed angosciata piange.Quella dicendo: «Oh non avess'io maiConosciuto Ildegarde! Ella funestaForse è cagion che il mio signore è spento!»L'altra a Dio ripetendo: «Il mio CamilloSalva, e s'a me rapirlo è tuo decreto,Deh ch'io presto lo segua, e per mia causaVedova Elina ed orfani i suoi figliAh no, non restin!»Cede alla possanzaDel suo rammarco alfin l'inconsolataMoglie d'Irnando, ed una sera ascesoIl solito cíglion con Ildegarde,Donde vedeasi per più lunga trattaLa polverosa via, nè comparendoI cavalieri, o messo alcun, prorompeAbbracciando i figliuoli in disperatoPianto, e respinge dell'amica il bacio.—Va, sciagurata, lasciami; a' miei figliRapisti il genitore! A me rapistiColui che tutto era al cor mio! Colui,Pel qual degli avi miei la dolce terraSenza cordoglio abbandonata avea!Viver senz'esso non poss'io: qual sorteA queste derelitte creatureVerrà serbata, dacchè al padre i ferriTolgon la vita, ed alla madre il lutto?Voler, voler del cielo era d'IrnandoL'inimistà pel tuo fatal consorte!Maledetto l'istante in che, ispirataDa infernal consiglier, lieta moveviA mia ruina! Maledetto il nomeDi suora che ti diedi!—Al furibondoGrido geme Ildegarde, e invan desìaTrovar parole per placar l'afflitta;Invan gli amplessi iterar tenta. OgnoraPiù duramente rigettata e carcaDi rimbrotti amarissimi, il cordoglioRispetta dell'amica, e ridiscendeDietro a lei mestamente la collina,D'ancella a guisa che garrita piange,E risponder non osa. A quando a quandoSi sofferma Ildegarde, e confidataTende l'orecchio e nella valle mira,Che voci udir le sembra; e quelle voci,Ahi! manda il villanel, che dagli aratiCampi co' buoi ritorna, ed a lui caraSon compagnia l'antica madre, curvaSotto il fascio dell'erbe, e la robustaMoglie, peso maggior di rudi sterpiCon elegante alacrità portando.Ne' dì seguenti, al consüeto poggioLe due donne riedean, ma fremebondaSempre era Elina, e, tramontato il sole,Moveva a casa delirante d'iraE di dolore; ognor vituperataMa affettüosa la seguìa Ildegarde.Odon lontane grida, e nella valle,Come all'usato i guardi avidamenteCon palpiti d'amor gettano entrambeE di speranza e di paura. Il caneDrizza i villosi orecchi, ed un acutoInsolito latrato alza, e si scagliaGiù per la praterìa precipitoso,Folte siepi saltando ed ardui fossiE scoscesi macigni. E ad intervalliSparisce e ricompare, e tace, e abbaia,Nè mai s'arresta.—E sarà ver? Son dessi,Son dessi certo! Esclamano a vicendaCon ebbrezza febbril le desïose.Ma se alle lance reduci or mancasseUno de' capitani, od ambo forse?Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate!Chi ne assecura?Sì dicendo, il passoRaddoppiano affannate. Al piano giunte,Odon le scalpitanti ugne velociD'uno o duo corridori: ah fosser duo!Fosser de' duo baroni i corridori!Scerner gli oggetti mal lasciava un densoNembo di polve. Ah sì! Lor lance appuntoCamillo e Irnando precedean, con ansiaDi riveder le dolci spose. Oh gioia!Oh certezza felice! Il lor salutoSuona per l'aer, ben son lor voci queste.Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi!Oh istante indescrittibile! E il consorte,Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assaiL'ha coperto di lagrime e di baci,Ciascuna dell'amica infra le bracciaGittasi giubilando.—Il dolor mioAspra mi fea: perdonami Ildegarde.E Ildegarde alla suora il detto tronca,Ponendo bocca sovra bocca, ed ambePur di lagrime bagnansi. I fanciulliPreso frattanto ha fra le braccia Irnando,E accarezzato li accarezza, e godePorgendoli a Camillo, e di CamilloLa nova tenerezza rimirando.Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio,Un esclamar, un alternarsi accentiDi cortesìa e d'amore, un romper folleIn pianto e in riso, un mescolar dimandeE risposte e racconti, e i cominciatiDetti obblïar per detti altri frapporre,Che niun di lor cosa veruna intende.Nel castello d'Irnando entrano. E assisiNella gran sala—e da donzelle e fantiPortate l'ampie coppe—e zampillatoFuor de' fiaschi ospitali il ribollenteDal roseo spumeggiar bel nibbïolo—E del giocondo brindisi i sonantiTocchi osservati—e roborato il core—Allor le maschie voci alzano a garaI baroni, e ripigliano il raccontoIn più seguìta, intelligibil foggia:—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde,Te in così tempestiva ora spingendoA rannodar fra Irnando e me l'amatoVincol che stoltamente io franto avea!—Così Camillo, e l'interrompe l'altro:Io lo stolto! Io il feroce!—E quei la manoSovra il labbro gli pon rïassumendo:—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde!Perduto er'io, se redentrice possaD'amistà non venìa. L'assedïanteLadron dapprima sbaragliai, ma il tristoNovella frotta ragunò. Me chiusoNel castel della suora, egli ogni giornoSchernìa e sfidava. Io sul fellone indarnoProrompeva ogni giorno: ahimè! gli sforziDel valor mio nulla potean su tantoNover crescente di nemici. A noiGià le biade fallìan, già fallìan l'armi,E già il cessar d'ogni speranza e il cruccioRabido della fame a' guerrier nostriConsigliavan rivolta ed abbandono.Universal divenne voce alfine:«Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadieroPromettea vita a ognun fuorchè a mia suoraE a' suoi figliuoli e a me. Tra minacciosoE supplicante, io i perfidi arringava,Che della rocca aprir volean le porte:—«Sino a dimane il tradimento, o iniqui,Sino a dimane sospendete!» Un restoDi pietà e di rispetto, al grido mio,Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane!Sclamarono, e se Dio pria dell'auroraPortenti oprato non avrà a tuo scampo,Lo scampo nostro procacciar n'è forza.»Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore!Oh come orrenda cosa eraci il suonoDel bronzo che segnavale! Oh angosciatoAppressarsi dell'alba! Oh sbigottitiMuti sembianti della mia sorellaE de' suoi pargoletti! Oh contrastanteDignità di parole in prepararciA' vicini supplizi! Ed oh com'ioTra me dicea: «Deh! che non seppi amicoTutta la vita conservarmi Irnando?—Improvviso frastuono udiam levarsiFuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio!Una pugna! E con chi?—«La man di Dio!La man di Dio!» gridan mie turbe: a terraMi si prostran pentite, il giuramentoDi fedeltà rinnovano; a gagliardaSortita le süado, ed infinitoMacel lung'ora de' nemici è fatto.Qui il narrar di Camillo Irnando tronca:—Ah! s'impeto cotanto, e se cotantaProdezza ad ammirar non m'astringevi,Me gli assaliti sconfiggeano! In fugaEran molti de' miei, già in fuga io stessoOmai volgeami disperato: i colpiTuoi scomposer l'esercito inimico,E di salvezza io debitor t'andai!—S'avvicendan la lode i cavalieri,L'uno dell'altro memorando i fatti.Alfine Elina sclama:—Ad IldegardeSpettan tutte le lodi! Innanzi a leiProstratevi, e la sua destra baciate.—E i cavalieri prostratisi, e la destraBaciano d'Ildegarde, e penitenzaLe chieggon del furente odio passato;Ed ella in penitenza un'annua festaIntima in questo e in quel castel, chefestaDell'amistàsi chiami, e dove uficioDe' vati sia cantar quanti sospettiCalunnïosi partorisce l'ira,E quanto l'ira accrescano le ambagiDe' falsi intercessori, e quanto egregiaSappia interceditrice esser la donna.—E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoiPenitenza? soggiugne in umil attoPalma a palma accostando, ed il ginocchioPiegando Elina.—Ed Ildegarde:—Il primoFiglio, o diletta, che ti nasca, il nomePorti del mio Camillo; e mi sia dato,Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina.

Cantica.

L'amore che porto a Saluzzo, mia città nativa, m'ha indotto a cantare un fatto luttuosissimo, che trovasi ne' suoi annali, al secolo XIV. Il Marchesato di Saluzzo era di qualche importanza a quei tempi, e la vicenda di cui parlo si collegava colle passioni che ferveano per tutta Italia.

Nel 1336 Tommaso II succedette al padre nella signorìa di Saluzzo, ma gli fu contrastato il seggio da Manfredo suo zio. Tommaso avea per moglie Riccarda Visconti di Milano, ed era quindi uno de' Principi ghibellini, ai quali i Visconti erano capo, tutte le speranze della parte ghibellina appoggiandosi a quel tempo sovra Azzo fratello di Riccarda di Saluzzo, e poscia sovra Luchino Visconti, loro zio.

Manfredo si professò guelfo per avere la protezione del potentissimo capo de' guelfi, Roberto Re di Napoli, della casa d'Angiò. Era questi un ragguardevole monarca per ingegno e per possedimenti. Oltre al suo regno ed alla contea di Provenza, suo avito dominio, gli appartenevano, per diritti veri o dubbii, parecchie signorìe qua a là in tutta la lunghezza della penisola. Roma e Firenze lo riconoscevano per protettore. Sventolava la sua bandiera sopra molte castella delle terre Lombarde, Monferrine, Astigiane, Piemontesi. A lui obbedivano Savigliano, Fossano, Cuneo ec. Non conduceva eserciti egli medesimo, e teneva, tutti quei disseminati dominii con masnade Provenzali, Napoletane o d'altre razze, sotto al comando di valorosi baroni, i quali, governando ciascuno a modo suo, mal sapeano affezionare le genti al loro sovrano. Voleva Roberto far cadere la potenza ghibellina de' Visconti, e domare tutti gli Stati Italiani; ma non essendo egli d'indole guerriera, operava con lentezza, e non conseguì mai l'ardito proposto. Guelfi e ghibellini si vantavano a vicenda d'essere i veri amanti della nazione, i veri fautori della civiltà, della giustizia, della causa di Dio; ed intanto mal si sarebbe distinto da qual lato fossero più errori e più colpe, benchè in tali tenebre pur lampeggiassero alcune alte virtù. L'età era cavalieresca e religiosa, con elementi di gelosie repubblicane. Tutto ciò è sommamente poetico.

A que' giorni viveano con immensa fama di dottrina Petrarca e Boccaccio, ed altri uomini sommi; ed il re Roberto ed i Visconti si gloriavano d'averli ad amici. Siccome il Marchesato di Saluzzo attraeva gli occhi della corte di Napoli, non è maraviglia che il Boccaccio abbia dato luogo fra le sue più nobili novelle alla Saluzzese Griselda.

Mentre quella splendida corte era modello di gentilezza, le schiere di Roberto, capitanate dal siniscalco Bertrando del Balzo, provenzale, e congiunte con altre armi, proruppero ne' nostri paesi per sostenere i pretesi diritti di Manfredo, empierono di rubamenti e di carnificine la contrada, espugnarono ed incendiarono Saluzzo, presero prigione il marchese Tommaso co' suoi figliuoli, gareggiarono con Manfredo a commettere ogni barbarie, e così in breve disingannarono coloro fra i prodi Saluzzesi che avevano sognato in Roberto un semidio, e ne' suoi guelfi altri semidei, chiamati ad abolire le antiche ingiustizie, ed a stabilire in Italia il secolo della sapienza e della rettitudine.

Ottenne Tommaso per riscatto la libertà, e trovando che Manfredo e tutti i guelfi erano esecrati, si volse ad adunare nuova oste di ghibellini, v'aggiunse uno stuolo assoldato di lance straniere, ma ben disciplinate, guerreggiò e vinse. Il tiranno Manfredo e i suoi alleati furono espulsi.

Questi avvenimenti di Saluzzo sono il soggetto della mia Cantica. Tratta di essi con assai numero di rilevanti particolarità la storia di Saluzzo di Delfino Muletti, e di Carlo suo figlio; ed ivi leggesi pubblicato la prima volta da esso Carlo uno scritto, in cui il cominciamento di quella guerra e delle crudeltà di Manfredo è dipinto con forza da autore di quel secolo, stato anzi egli medesimo testimonio della distruzione del luogo nativo. Quello scritto intitolatoCalamitas calamitatum, Commentariolum Iohannis Iacobi de Fia, rivela nell'uomo che lo dettava una mente colta e generosa. Ei dimandava al cielo, e presagiva la caduta degl'invasori.—(Ploremus ergo coram Deo, poeniteat nos iniquitatum nostrarum, et a praesenti calamitate calamitatum maxima liberi facti erimus).

La cacciata degli stranieri diede novella virtù ai Saluzzesi; le discordie civili scemarono, e s'estinse a que' giorni con Roberto la gloria della fatale casa d'Angiò, che aveva cotanto illuso ed insanguinato l'Italia. Carlo, figlio di Roberto, era premorto al padre, e lo scettro passò nelle mani di Giovanna, figlia di Carlo, la quale, rea dell'uccisione d'un marito, patì infiniti guai, ed infine dal vendicatore del primo marito fu data a morte.

Odium suscitat rixas, et universadelicta operit charitas.(Prov. 10. 12).

Dolce Saluzzo mia! terra d'anticheNobili pugne, e d'alternate sortiProspere e infelicissime, e d'ingegniChe t'onoràr con gravi magisteri,O con bell'arti, o con sincere istorie,O coll'affettüoso estro che splendeIn ognun che ti canta, e vieppiù splende.Sovra l'arpa gentil di Dëodata[1],Tua prediletta figlia! Io ti saluto,O terra de' miei padri, e dall'affettoChe ti porto, m'ispiro oggi cantandoUn tuo illustre dolor d'anni lontani,Che fu dolor da forti alme compianto,E da forti alme sopportato e mistoAhi troppo! a colpe, ma pur misto a esempiDi patrio amor, di lealtà e di senno.O fantasia, sulle tue magich'aliToglimi a' dì presenti, e con gagliardoVol ritocchiamo il secolo guerrieroDi Tommaso e Manfredo; il secol pienoDi guelfe e ghibelline ire, che servoParve e non fu dell'ultimo Angioìno;Il pöetico secol, che dall'ombraGigantesca di Dante e dalle pureArmonìe di Petrarca, e più dal lumeD'ammirabili Santi, era di moltiOlocausti di sangue consolato.Fra gl'Itali dominii, ecco SaluzzoNon ultima in possanza: eccola alteraDi lunga tratta di montagne e valliE feconde pianure, e di castellaGovernate da prodi: eccola alteraDe' prenci suoi. La marchional coronaFregia Tommaso, affratellato ai grandiGhibellini Visconti, onde RobertoAngiöin dalla sua NapoletanaSplendida reggia freme, e agguati ordisce,Impor bramando con novello prenceA' Saluzzesi il guelfo suo stendardo.Volgea quella stagion, quando SaluzzoVede scemar pe' campi suoi le nevi,E ogni dì s'avvicendano i gelatiEstremi soffi dell'inverno, e l'aureChe già vorrebbe intepidir l'amicaPossa del Sol che a ricrëarci torna.E volgeva una sera, ed a tard'oraEntro alla cara sua celletta pronoStava orando il canuto Ugo, dolenteChe involontaria a' preghi si mescesseNel suo intelletto or questa cura or quellaDi Staffarda pel chiostro, onde ei cingeaL'infula veneranda. E benchè anticoNelle salde virtù di pazïenzaE d'umiltà, pur non potea ne' preghiTrovar facìl quïete, anco ove mitiTalor del monaster fosser gli affanni,Perocch'ei molte conoscea secreteD'alti alberghi sfortune e di tugurii,E d'innocenti peregrini oppressi;E la mente magnanima del vecchioCompatìa in tutti i cuori illustri o bassiDelle colpe gli strazi e quei del pianto.Or mentre inginocchiato ei le divineGrazie per tutti invoca, ode la squillaChe a notte suona il vïator venutoAlla porta ospital. Sospeso alloraIl conversar con Dio, s'alza ed appellaUn de' laici fratelli, e—Va, gli dice;Provvedi tu che all'arrivante abbondiDi carità dolcissima il conforto,Chiunque ei sia.Quindi, umilmente curvaLa nivea fronte, eccol di nuovo a' piediDel Crocefisso, e nell'orar diceva:—Or chi sarà questo ramingo? Oh fosseTal di que' mesti a cui giovar potessi!D'accelerati e poderosi passiD'un cavalier sonar sembran le volte;Poscia addotto dal laico entro la cellaViene… Eleardo.—Oh amato zio!—Nepote,Onde tu di Staffarda alla Badìa?Il laico si ritrasse. I duo congiuntiSi strinsero le destre, e il giovin prodeSovra la scarna destra del canutoLe labbra pose, ed ambe allor le bracciaAperse questi, e al sen paternamenteIl figlio accolse dell'estinta suora.Così il giovin comincia:—Alto misteroSon chiamato a svelarti.—In me fiduciaSai qual tua madre avesse; abbila pari.—Dacchè in Saluzzo reduce son ioDalla corte di Napoli e dal Tebro,Poche fïate al fianco tuo m'assisi,E assai pensieri d'Eleardo ignori.—E l'ignorarli mi mettea paure,Che forse sgombrerai.—Padre, mentitaÈ la fama che sparsa han da MilanoI perfidi Visconti incontro al veroProteggitor d'Italia tutta e nostro.In benefizi alto, fedel, possenteÈ il regio cor del Provenzal Roberto:Ei la Chiesa vuol grande: ci de' tiranniFlagello fia; de' buoni prenci scampo.

—Bada, o giovin bollente, omai tremendaSplender la luce di quel re stranieroChe di Napoli al serto altre aggiungendoMinori signorìe, stende sue lanceDi castello in castel, di villa in villa,Fra' Romani, fra' Toschi e fra' Lombardi,E feudi suoi non pochi ha in MonferratoE in Piemontesi sponde. A molti egregiDubbia pietà è la sua sulle miserieDelle irate, cozzanti, Itale stirpi.—Dubbia fu dianzi, or più non è. Sol unaAppalesasi speme, un sol desìoIn re Roberto e nel Pastor del mondo:Concordia vonno e giuste leggi, e frenoAd eresìe, a tirannidi, a macelli:Collegare in un patto a comun gloriaVonno e prenci e repubbliche e baroni.—Del supremo Pastor ferve nel pettoAnsïetà pe' figli suoi sublime;Il so: ma in petto di Roberto fervePericolosa ambizïon.—Tal gridaDel ghibellin Visconte la calunnia,Ma smascherato è l'impostor. Lui reggeEd ognor resse ambizïon! Lui premeSete d'oro e di sangue! In LombardiaEi d'un mortal più non possede il core:Sospiran ivi tutti i buoni o il braccioLiberator dell'Alemanno Augusto,O della serpe Viscontèa sul capoLa folgor pontificia, e i benedettiBrandi del re. Quanto i Lombardi omaiDa quella fatal serpe avviluppati,Contaminati, laceri, schernitiNon ci vediam noi Saluzzesi forse,Dacchè sposa al Marchese incantatriceVenne Riccarda, e tracotante stormoD'Insubri cortegiani accompagnolla?

—Figlio, ricorda ch'altre volte io seppiQuell'ira tua sedar. Ragioni milleDi Saluzzo il dominio alla fortunaStringono di Milano.—Oggi discioltaÈ l'infernal necessità.—Che intendi?—Svelta alfin oggi dall'ignobil crineDel marchese Tommaso è la corona.—Oh ciel! che parli? Come?—Oggi SaluzzoE delle valli sue tutti i baroniMutan sommo signor: nel seggio ascendeDel marchesato…—Chi?—Manfredo.—Un sogno,Un sogno è il tuo: Manfredo osò la manoStendere al serto del nepote un giorno,Ma pochi il secondaro, e giurò pace.—Fur vïolati da Tommaso i sacriVincoli della pace, e l'insultatoManfredo sorge con diritto, e pugna.—Foggiati insulti! Agli occhi miei rifulgeDi Tommaso la fede.—Or cessa, o zio,Di compianger l'iniquo, e sostenerlo.A quest'ora medesma in ch'io ti parlo,Invitte squadre ascosamente tratteSon da più lati del Piemonte, l'uneDa Savigliano e circostanti borghiObbedïenti al re, l'altre portandoLa Taurinense e la Sabauda insegna;Ed a lor si congiunge Asti, ed il nerboDe' Monferrini guelfi; e, pria che albeggi,Saluzzo investiranno, e di SaluzzoDa interni guelfi s'apriran le porte.

—Perfidia tanta ah! non permetta il cielo!—Manfredo, signor nostro, a te m'invia,A te ch'egli ama e venera, e possenteCrede appo Dio.—Che vuol da me il fellone?—T'acqueta.—Che vuol ei?—Rende onoranzaA quella fama tua che in parte celiPer umiltade, e forse in parte ignori,Ma che sul volgo e sui baroni è immensa.Il vigor de' Profeti, è nel tuo sguardo,Nella parola tua, nell'inclit'opre!Nè fur poste in obblìo le ardimentoseVerità che portate hai cento volteIn nome dell'Eterno a' piè de' forti.Banditor oggi te desìa, te vuoleDi verità terribili Manfredo:Vieni i Visconti a maledir nel campo,Vieni in Saluzzo a maledirli; vieniTommaso a maledir, che a' ghibelliniFatto s'era mancipio; e il tuo ispiratoIngegno volgi a secondar gl'intentiDi chi protegge i popoli e il diritto.Balza a tai detti dal suo antico seggioIl sacro vecchio, e grida:—Oh sconsigliati!Oh foss'io in tempo! Oh, me vestisse IddioDel vigor de' Profeti un giorno solo!Ov'è Manfredo?—Il menan le notturneOmbre colla invadente oste a lui fida.—Mi si bardi il corsier, prorompe l'altro.E mentre il laico diligente moveAd obbedir, l'illustre coppia ancoraEntro la cella si sofferma, e scambiaDell'agitato alterno animo i sensi.—Figlio, sedotto sei. Più che a te notiDi Roberto e Manfredo i cor mi sono.Ottimo è il re, ma in Napoli, ove lietoDi splendid'arti e cortesìa sfavilla:Lunge di là, malefico è il suo genio,Però che illude cavalieri e volgo,Con brame empie di guerra e di rivolta.E mentre a chi gli sta vicino ei mostraAmabili virtù, sparge per tutteLe vie della penisola protettaSuperbi capitani a intimar pace,Depredando, uccidendo e soggiogando.Tal è il vantato amico re. Gli giovaScemar la possa de' Visconti, a noiUnici grandi appoggi; ed a quel fineOggi stromento egli Manfredo elegge.—A Manfredo parlando e a' regii duci,Dissiperassi il tuo terror. BranditeFuron le generose armi con alto,Solenne giuro d'elevar gli oppressi,Ed atterrar chi leggi ed are spregia.—Di chi s'avventa a qual sia guerra, è il giuro.—Vedrai di stirpe Saluzzese egregiBaroni alzar la Manfredesca insegna.—So che vedrovvi tra i cospicui illusiQuell'Arrigo Elïon che ti governa,Sua figlia promettendoti. Arrossisci?Pur troppo non errai.—Più che gli affetti,Seguir ragione e coscïenza intendo.Bardato del canuto è il palafreno,E accanto ad esso scalpita il corsieroDel giovin cavalier. Brevi l'abateLascia a' monaci suoi caute parole;Di sua man l'acqua santa a lor comparte,Li benedice, ed eccolo salitoGuerrescamente sull'arcion, siccomeUom, che pria della tonaca ha vestitoCorazza e maglia, e nome ebbe di prode.

Stride sui ferrei cardini la portaDel monastero, e si spalanca. EntramboEscon gl'illustri, e su minor cavalliDuo servïenti; e soffermato restaIn sulla soglia il monacal drappello,Cui s'abboccò l'abate alla partita.—Che fia? Si dicon con alterno sguardoPaventando sciagure, ed ignorandoLe sovrastanti stragi. Intanto s'odeLa campanella de' notturni salmi,E vien chiusa la porta, e traversatoL'ampio cortil, tutta la pia famigliaEntra nel tempio e tragge al coro, e canta.

[1] La Contessa DEODATA ROERO DI REVELLO,nataSALUZZO.

All'ombra delle chiese oh fortunataPace, in secoli d'odii e tradimenti!Ivi mentre ne' campi arse taloraVenìan le messi, e al villanello afflittoIl guerriero aggiugnea scherni e percosse,E mentre in borghi ed in città i fratelliTrucidavan fratelli, e mentre notoAndava questo e quel castel per nappiDi velen ministrati, e per pugnaliVibrati nelle tenebre, e per donne,Che il geloso, implacabile baroneSeppellìa vive delle torri in fondo,Il monaco espïava or sue passateColpe, or le colpe delle stirpi inique:E non di rado quelle sacre laneCoprìano ingegni sapïenti e miti,Stranieri al secol lor, com'è stranieroFra malefici sterpi il fior gentile,E fra cocenti arene il zampillìoOspital d'una fonte, e fra selvaggeMasnade un cor che sopra i vinti gema.Intanto che a Staffarda i coccollatiSalmeggiavano in coro, e che l'anticoUgo sul palafreno i pantanosiSentieri e le boscaglie attraversava,Mossa da Moncalier, tragge a SaluzzoMoltitudine varia e spaventosa:Di regie insegne e d'alleati, e insiemeCo' guerrieri diversi orrende bandeDi comprati ladroni. Il sommo duceÈ Bertrando del Balzo, altero e prodeSiniscalco del rege, e di BertrandoPrimo seguace è il traditor Manfredo,Ch'entrambe i suoi fratelli sconsigliatiSeco strascina alla malvagia impresa.

Giunger vonno di notte appo le muraInsidïate, e lor sorride spemeCh'a suon di trombe s'apra ivi la porta.Ma precorsa è la fama, e quando arrivaL'oste a' piè di Saluzzo, e dagli araldiSi suonano le trombe, al suono audaceInterna intelligenza non risponde,E nessun ponte levatoio scendeDegl'invasori al passo. Irte le muraStan di lance fedeli, scintillantiAl raggio della luna, e dal lor gremboPiovon sull'oste urli di rabbia e dardi;Ed a quegli urli universal succedeIl grido popolar:—«Viva Tommaso!».Sì che Manfredo per livor si mordeAmbe le labbra, e al baldanzoso volgoGiura dar pena d'infinite stragi.Il Provenzal Bertrando, alma beffardaDell'amistà del rege insuperbita,Quasi rege teneasi, e agevolmenteSovr'ogn'italo sir vibrava scherni.Prorompe ei quindi in tracotante riso,E voltosi a Manfredo:—Ecco, gli dice,Quel che ne promettesti universaleAmor per te de' Saluzzesi spirti!

Poi dopo il riso atteggiasi a disdegno:—Tutti siete così! Promesse, vanti,Folli speranze! ed ardui indi i perigli,Lunghe le imprese, ed il mio re frattantoPer vantaggi non suoi perde i suoi prodi!—T'acqueta, dice con infinta calmaIl fremente Manfredo; oltre poch'oreNon dureran gl'inciampi: un solo bastaGagliardo assalto, e il disporrem veloci.Mentre a dispor l'assalto ardimentosiCoopran gl'intelletti de' supremiE l'obbedir delle volgari turbe,Congegnando, apprestando armi, brocchieri,Ferrate travi e macchine scaglianti,E tutta la pianura è voce e motoE cigolìo di carri, e picchiamentoDi mannaie che atterrano le piante,E stridere di pietre agglomerate,E in mezzo alle fatiche or la bestemmiaE l'impudente ghigno, ed ora il canto—Dentro Saluzzo non minor s'avvivaIl poter delle menti e delle bracciaPer la sacra difesa. Ignoti e pochiSono gl'interni traditori, e a milleArdono i cuori allo stendardo unitiDel marchese Tommaso. Ei di que' prenciMagnanimi era, ch'ove rischio appaia,Brillan di nova luce, e più sublimeHan la parola, e più sublime il guardo,E quasi per magìa destan ne' pettiDella poc'anzi malignante plebeAmor, concordia, ambizïon gentile.Pressochè in tutte l'alme ivi obblïatoÈ questo o quell'error che, apposto o vero,Jer gran macchia parea sovra Tommaso:Più non vedesi in lui che un assalitoPosseditore di paterni dritti,Un amato signor, una man piaChe premiava e puniva e sorreggeva,E ch'uopo è conservar. Sì che la stessaBellissima Riccarda, onde cotantoA' Saluzzesi dispiacea la stirpe,Più d'abborrita origine non sembra,Or che il popol la vede paventosa,Ma non già vil, dividere i perigliE le cure del sir. La sua bellezzaMolce i fedeli armati; il suo linguaggioPiù non suona stranier, benchè lombardo.E quand'ella e Tommaso, a destra, a manca,Parlan di speme nell'accorrer prontoDell'armi de' Visconti a lor salvezza,Esultan gli ascoltanti e mandan plauso.Al declinar di quell'orribil notteUgo nella invadente oste arrivavaCon Eleardo, e trassero al cospettoDel regio siniscalco e di Manfredo.Alzò Manfredo un grido di contentoAll'apparir del vecchio, ed a BertrandoLo presentò dicendo:—O sir del Balzo,Eccoti di Staffarda il presul santo,Colui, che per bell'opre onnipossenteFama sul popol di Saluzzo ottenne!Il cor certo gli splende a questa auroraD'un avvenir pe' nostri patrii lidiPiù glorïoso e fortunato e giusto.Avvicinossi ad Ugo il siniscalco,E celando nell'alma dispettosaIl disamore e il tedio, un reverenteFoggiò sorriso, e disse:—Anco il monarcaSerba di te memoria, o illustre padre,E qui trionfo, non dall'arme tanto,Che ben darglielo ponno, egli desìa,Quanto dall'opra del tuo amico senno.Indi Manfredo ripigliò i motiviA spiegar della guerra, annoverandoFrodi e stoltezze e ineluttabili onteSul nome di Tommaso accumulate,Perchè ligio all'astuta Insubre possa,Ed uopi urgenti di riparo, e proveChe il maggior uopo a' Saluzzesi fosseE a tutta Italia l'unità d'omaggioDi quanti erano feudi al re Roberto.Ed Ugo ai cavalieri:—Il mio suffragioCerto sarìa per la comun concordiaSotto uno scettro o ghibellino o guelfo,Ma non basta d'afflitti animi il votoPerchè cessi il poter dell'ire anticheIn un popol di stirpi concitateAd aneliti varii e a varii lucri;E ragioni si schierano possentiAl mio intelletto, sì ch'io neghi al regnoD'uno straniero in Puglia incoronatoIl giunger con sua fama e co' suoi brandiA collegarci a reverenza e pace.—Pensa, o canuto, ch'alto assunto è il nostro:Degna è di te l'aïta.—Aïta bramoRecarvi, sì: guisa sol una io scorgo.—Qual?—Del popolo agli occhi e degli armatiIntercessor presenterommi a voi,E per relïgione ambi e clemenzaSospenderete le battaglie, e intantoA Napoli n'andrò. Placherò, spero,L'augusto re; lo distorrò da impresaOnde gli torneria danno ed obbrobrio;E se leso alcun dritto era a Manfredo,Per saldi patti ei risarcito andranne.—Proporne indugio alle battaglie è vano:Impermutabil di Roberto è il cenno;E mal vai profetando obbrobrio e dannoA chi certezza piena ha di vittoria.Solo uno sguardo a nostre schiere volgi,E vedrai che Saluzzo oggi s'espugna.—Espugnarla potrete, ed il ricovroForse tor del castello al vinto sire,E prigion trascinarlo, e dalle chiomeL'avito serto marchional strappargli,E tu, Manfredo, ornartene la fronte.Io non ciò vi contendo; io, per l'anticoConoscimento mio di questa terraE degli animi suoi, sol vi dichiaro,Che al crollar di Tommaso, ardua e non fermaVittoria avreste. In cor de' più, gagliardeSon le eredate ghibelline fiamme,Gagliarda quindi l'amistà a' Visconti,Gagliardo l'odio per le guelfe insegne.Picciol popolo siam, ma ci dan forzaE l'arme de' Visconti e il nostro ardire,E l'indol Saluzzese, aspra, selvaggia,Che paure non piegan ne' supplizi.—Obblii ch'io pur son Saluzzese, e maiNon mi piegan paure.—In te, Manfredo,Splenda il miglior degli ardimenti: quelloD'anteporre alle gioie empie del brandoUna gloria più pia, l'amabil gloriaD'allontanar dalle tue patrie riveUna guerra funesta!—Altra favella,Assumi, o vecchio. Se t'è caro ufizioScemar l'orror d'inevitata guerra,Sposa il vessillo mio, movi alle muraAssedïate, i cittadini arringa,Traggili a sottopormisi.—Non posso!Nol debbo! Ufizio mio giovevol soloEsser ponno le supplici parole,E l'aprirvi, quai Dio me li palesa,I forti avvisi. Trattenete i brandi,E se ingiustizia fu in Tommaso, al drittoBasteran le ragioni a richiamarlo,Ed indi a pochi dì voi satisfattiE glorïosi e senza ira di sangue,Benedetti dai popoli e dal cielo,Trarrete a vostre sedi. Ove sospintoDa ambizïone e da rancori antichiTu inesorabilmente alla coronaDi Saluzzo, o Manfredo, oggi agognassi,E afferrarla potessi, in odio foraIl nome tuo a' soggetti, e, pur volendo,Felici farli non potresti. IniquaNecessità di gelosie e vendetteNasce da civil guerra, e l'usurpanteNon si sostien fuorchè a perpetuo pattoDi timori e carnefici. E si pongaChe dianzi mal reggesse il prence vinto,L'esser vinto o fuggiasco ovver sotterraAmicherà al suo nome i cuori moltiChe offeso avrai; s'obblïeranno i tortiDel perduto signor; s'abbellirannoLe ricordate sue virtù. Lui spento,Sorgeran prenci astuti o generosiPer vendicarlo, e s'anco astuti ed empiFossero in cor, venereralli il volgo,Giocondo sempre d'abborrire un forte,Che per ingegno e vïolenza regni.E a cotal colleganza d'assalentiQuai son le forze che opporrìa Manfredo?—Le regie forze! esclama furibondoIl Provenzal barone.—In molte guerreIl vostro re s'avvolge, Ugo ripiglia,E ove sia con gagliarde armi assalitoPer altri lidi, a propugnarli io veggoReceder queste schiere, e te, Manfredo,Veggo fremente e povero d'acciari,E tradito da' tuoi!…Qui del profetaInterrompon la voce i capitani.Egli alza il Crocefisso, ed umilmentePrega i superbi, e pregali pel nomeDel Redentor. Respinto viene, e sorgePiù d'un ferro dell'oste a minacciarlo.Scudo al monaco feansi alcuni prodi,E fra questi Eleardo. Il santo vecchioDi scherni non tremò, nè di minacce,E più fïate ripetè ai felloni:—L'impresa vostra maledice Iddio!

Di te, Religïon, nobile è ufficio,L'affrontare imperterrita coll'armeDelle temute verità i superbi,Pur con periglio d'onta e di martirio!E quell'uficio, oh quante volte i veriSacerdoti di Dio forti adempièro!Talor sotto l'acciar de' vïolentiPerìan que' venerandi, e talor rottiE insanguinati, e carichi di ferroVenìan sepolti in erma, orrida torre:Nè dai tremendi esempi sbigottitoEra il cor d'altri santi. E se la voceD'un'alma pura e consecrata all'areDa iniqui prodi spesso iva schernita,Pur non inutil pienamente ell'era:Schernita andava, ma ponea ne' pettiDi que' feroci inverecondi un germeChe forse un dì fruttava; ed era un germeReligïoso di terrore. E in mezzoA tai feroci petti, alcun pur sempreVe n'avea di men guasto, a cui l'arditaSacerdotal, magnanima parolaOr di cospicui presuli, or d'umiliFraticelli o romiti in patrocinioDegl'innocenti, era parola invittaChe con pronti rimorsi il tormentava,Sì che riedesse a carità ed onore.Compagno fessi al vecchio Ugo per moltiPassi Eleardo oltre al terren copertoDa quelle schiere di crudeli armati,Indi, con grave d'ambidue cordoglio,Il nipote strappossi dalle invanoTenaci braccia dell'amato antico.Ahi! senza pro sclamava questi:—Oh figlio!Qui non m'abbandonar! Più fra quell'empieInsegne che il Signore ha maledettePel labbro mio, deh non ritrarre il piede!Te ne scongiuro per la sacra polveDella mia suora, a te sì dolce madre!Te ne scongiuro per la polve illustreDel tuo buon genitore e de' nostr'avi,Che fidi cavalieri ed incolpatiFuron sostegni tutti a chi in SaluzzoStringea con dritto il signorile acciaro!Esci dal laccio che al tuo core han tesoI rapaci stranieri! A me, alla patria,Al tuo prence ritorna. Infamia e luttoSta con Manfredo, con Tommaso il cielo!


Back to IndexNext