Et induxit eos in montemsanctificationis suae.(Ps.77).
Infelice colui che ignobilmenteMira natura e le bell'opre umane,Ed allor più s'estima alto-veggenteChe più freddo e schernevol si rimane!Quant'evvi di sublime e d'innocenteGli par macchiato di bruttezze strane:Per le spine la rosa gli par truce,E, perchè il Sole avvampa, odia la luce.
No, non è tal la verità, ma ad ontaDelle sue spine amabile è la rosa,E l'alma luce immense gioie impronta,Benchè talor dardeggi anco dannosa;E il passegger che faticando monta,Pago sovra le balze indi si posa;E benchè abbondin gli empi in sulla terra,Frode non è per ogni dove o guerra.
L'ipocrita, ahi! s'accosta anco all'altare,Ma i non infinti quell'altar migliora:Ogni spirito umano, alto o volgare,Pervertesi dal dì che più non òra;Ed in ogni uso della Chiesa appareCeleste senso che a virtute incuora.Chi d'amor sante preci insania crede,Quai vuol foggiarle, e non quai son, le vede.
Voi pur, voi pur siete di scherno oggetto,Famosi Santuarii, ove i credentiPeregrinando anelan con diletto,Sebben plebee taluni abbian le menti.Menti han plebee, ma candido l'affetto,E l'esempio commun li fa più ardenti.O Santuarii, abbiatevi il mio canto:Io ne' delùbri di Varallo ho pianto!
Tutelare di Sesia Angiol gentile,Come nobile e vaga è tua vallea!Qual v'ha Meandro all'acque tue simile?Qual altra auretta i cor tanto ricrea?E come, fuor del consüeto stile,Qui il villanel di belle arti si bea!Qui leggiadri pittori ebbero cuna,E lor opre Varallo in copia aduna.
Ma più di tutti i Varallensi egregioDi virtù per la forte orma stampataFu il buon Caüno ch'or sull'are ha pregio,Ei che alla valle nova gloria ha data,Ei che v'aggiunse così fregio a fregio,Che da' secoli andasse indi ammirata.Umil cappuccio lo coprìa, ma ardenteD'alti pensier gli rifulgea la mente.
Caïmo giovin mosse in Terra Santa,Poi tornò pien di rimembranze il core,Ed ambìa che sua terra tutta quantaInnalzasse le brame al Crëatore;Ed era di color, cui non va infrantaLa volontà da inciampi o da timore.Ardüissima cosa immaginossi,La predicò, la volle, e gridò: «Puossi!»
»Puossi, gridò, glorificare Iddio,»A questi lochi eccelso lustro dando.»Ergasi un Santuario in un sì pio,»E sì per inclit'opere ammirando,»Che inviti pure il miscredente e il rio,»I quai vengan da pria maravigliando,»Poscia vinti si sentan dall'incanto»Del Bel, del Ver, del sommamente Santo.
»Puossi! e tristo colui che m'opporrebbe»Che opulenta non è questa convalle!»Dal voler forte ognor la forza crebbe,»E le ben chieste grazie il Signor dàlle.»Più costante di noi popol non v'ebbe,»Zelo non fia ch'indi all'impresa falle:»Diam chi l'or, chi le braccia, e chi lo ingegno,»E di Dio monumento alzerem degno».
In tal guisa ispirato predicavaIl reduce da' liti Palestini,E col robusto dir comunicavaNegli altrui cor suoi palpiti divini.Universale un plauso s'elevavaPrimamente da' borghi più vicini,Poi rapido quel plauso si diffondePur tra fedeli di lontane sponde.
E quasi per prodigio ecco tant'oro,E tanti chiari spirti, e tante bracciaMoltiplicarsi e gareggiar fra loroSì che novo Sïonne ivi si faccia.Non manca all'alta impresa alcun decoro;L'aspra montagna trasmutato ha faccia;Magnifico cammin fra ombrose pianteGuida a esimii delùbri il vïandante.
Ascendendo quell'erta, evvi un misteroTal nel loco e nell'aer, che pria che giungaA' consecrati muri il passeggero,Forz'è che preghi, ed ami, e si compunga.Vista non v'ha che noi ritragga al vero,Che dal mondo fallace nol disgiunga,Tanto, dovunque ei volga la pupilla,Del Crëator la mãestà gli brilla.
Quanto più progredisci alla salita,Tanto più ti stupiscon da ogni parteQuel bosco là della vallea romita:Là le fumanti capannette sparte;Là un torrente fra scogli che s'irrìta,E mormorando e spumeggiando parte;E colà un altro che sue rapid'ondeRotola verso il piano, e in lui s'infonde.
Qui il ciel sovente è limpido zaffiro,E spande fulgidissima la luce,Poscia improvvisa là sui gioghi io miroNube che tuoni e fulmini conduce,E ne' rami degli alberi uno spiroFreme di vento, or lusingante, or truce,E in tutte quelle cose è un'armoniaChe scuote l'alma ed al Signor l'avvia.
Venìa meco Tancredi, ed ammutitiOr contemplando questo, or quell'obbietto,Più gioïvam perchè fra noi partitiSensi cotanti d'intimo dilettoScorger ne fean quanto da Dio fornitiD'unanime eravam mente ed affetto:Tacean le lingue, ma l'alterno sguardoIl söave dicea sentir gagliardo.
Più oltre i passi producemmo, e alfineI delùbri toccammo desïati:Su ciascun di essi vaghe ombre son chineD'olmi vetusti, sotto a cui posatiGià si son peregrini e peregrine,Ora in polve dispersi ed ignorati.Quanti, com'io, veduto han queste rive!Tutti son morti, e quella ombra sorvive!
Il pio silenzio di tai sedi appellaA veridici e gravi pensamenti.Scende sul cor rimorso, e lo flagella,Ma speme santa mitiga i tormenti.Scerne l'uom ch'ogni vita si scancella,Quasi che gli anni suoi fosser momenti,E invaso allor da salutar terrore,S'umilia, e invoca, e trova il Redentore.
Oh! chi d'uopo non ha di chi il redima?Qual adulto vivente è immacolato?Chi non desìa tornar ciò che fu prima,Quando non era ad empietà varcato?E chi fia mai che irreverente imprimaIn Santuario i piedi, ove adoratoMirasi quanto, sceso in terra Iddio,Per redimerci tutti, oprò e patìo?
No, qui nulla è volgar, nulla è concettoDi scempi ingegni! tutto è sapïenza!Rider vorrìa l'incredulo intelletto,E falla qui a lui stesso la impudenza:Qui riconoscer debbe ei con dispettoEsservi un Bel che sforza a reverenza:Istorïate scene del VangeloHan qui una voce che rammenta il Cielo.
Di Varallo i sacelli adorni sonoDi cento effigie di gentil lavoro:Ed una v'ha che par d'angioli un dono,Cotanto pinge di Maria il martoro!Di Maria, che in orribile abbandonoIndicibil, divin serba decoro,Di Maria che, abbracciando il morto Figlio,Frena le amare lagrime in sul ciglio!
Fra gli sparsi tempietti si divelle,Qual tra la prole sua la genitrice,Qual magnifica luna infra le stelle,Sommo Tempio che al loco appien s'addice.Egli è sacro a Maria, che fra le belleSchiere de' cherubin sorge felice,E dir sembra a' mortali:—«Oh figli miei!Meco voi tutti alzare in ciel vorrei!»
Non fulge dì, non fulge ora del giorno,Che sul monte preganti alme non meni.Sono pii villanelli del contornoChe invocan messi a' patrii lor terreni;Sono un padre sanato, e a lui d'intornoI figli suoi di gratitudin pieni;Son donne antiche e vergini montaneVestite a fogge in un leggiadre e strane.
E queste e quelli, a varii gruppi onesti,Van ramingando qua e là pel monte.Mormoran preci, e i rai tengon modesti,Ed in ogni sacel chinan la fronte,E più si ferman dolcemente mestiDove San Carlo ha sue pedate impronte;E sotto voce ai figli il genitoreLe virtù narra di quel gran Pastore.
Poscia ciascun pur là s'arresta molto,Dove il fulcro d'un letto anco si vede:Il letto fu di Carlo! Ivi quel voltoDormì e vegliò quando a lodar la fedeDe' Varallensi a lor si fu rivoltoDalla Lombarda glorïosa sede.Oh reliquia onorata! oh quanti ispiraDi pietà desiderii in chi la mira!
E colà presso, d'un più antico SantoVenerevole avanzo è custodito:Un teschio egli è! Chi di facondia incantoEffuse da quel teschio ora ammutito?E chi da quelle or vote occhiaie ha pianto?Chi cogli sguardi i cuori indi ha colpito?Caïmo fu! quel forte che volea,Ed all'opre ardüissime impellea!
Adorator de' secoli vetustiNo, non son io: so che barbarie assaiContro a' fiacchi porgeva arme agl'ingiusti,E alle vendette succedean più guai:Ma sfavillar pur si vedean tai giusti,Che d'obblio non saran preda giammai:Del secol lor vinceano il genio tristo,L'alme träendo a caritate e a Cristo.
Onore a nostra età per fatti egregi,Ma non per la calunnia e pel sogghigno,Con che vorriansi vilipesi i pregiDi chi fra rozzi oprò saggio e benigno!Ogni secolo ha menti onde si fregi;Ogni secolo impulsi ha dal maligno:Ah! in ogni età da' cuori ingentilitiAbbiansi laude gli atti a Dio graditi!
A Dio graditi certo erano e sonoD'alta religïon que' monumenti,Ov'ansio d'impetrar pace e perdonoTutti elèva il mortal suoi sentimenti;Ove chi più fu sotto i vizi prono,Talor più sorge, e move a' begli intenti;Ove color che già inimici furo,Si rïabbraccian con fraterno giuro.
Ah! tutto ciò che alle passato sortiDe' natii ne congiunge amati liti,È quasi suon di glorïosi morti,Che di virtù civil ne drizza inviti;E ben di patrio amor vincoli fortiSon quindi i Templi e i Santuarii avìti;Ed ogni buon là grandi lumi scerne,Pregando ove pregàr l'alme paterne.
Gustate et videte quoniam suavisest Dominus.(Ps.39. 9).
Dov'è mia gioventù? Dove i bëatiAnni d'amor, del Rodano appo l'onde?Dove il ritorno a' miei dolci penati,E mia stanza alle Insùbri aure giocondeDove in Milano i glorïosi vatiChe mi cingean dell'apollinea fronde?Dove mia gloria alle applaudite scene?E poi dove il decennio infra catene?
Io di carcere usciva egro, e piangendoIl mio buon Federico e gli altri cari,Cui dato ancor da quel recinto orrendoRieder non era ai desïati lari:Poscia esultava, Italia rivedendo,Ed alfin temperando i giorni amariFra gli amplessi de' miei sacri canuti,Per me sì lungamente in duol vissuti.
E omai da un lustro tutto ciò trascorse!E nuovi plausi a me la patria diede,E di nuovi Aristarchi ira mi morse,E dì nuovi propizi ebbe la fede,E nuova infanzia a me d'intorno sorse,E di morte vid'io novelle prede,E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo,E separarmen voglio—ed ancor l'amo!
L'amo perch'alme vi trovai fraterne,Che all'alma mia s'avvinser dolcemente,E diviser mie gioie, e nell'alternePene collacrimàr sinceramente:E v'ha tali amistà che fièno eterne,Benchè tessute in questa ombra fuggente,Benchè tessute ov'ogni nobil coreS'apre appena a virtù, lampeggia e muore.
Degg'io, poss'io da tutte cose amateDivellere una volta il mio pensiero?Io, le cui sorti furono esaltateDa tanto lutto e tanto gaudio vero!Io, le cui rimembranze innamorateHan su mia fantasia cotanto impero!Io, cui balzar fa sin talora il pettoVista di leve, inanimato oggetto!
Reduce a' lidi miei, dopo che giacquiSepolto vivo per sì cupe notti,Agli affetti più teneri compiacquiChe la sventura non avea interrotti;Nè agli estinti carissimi pur tacquiCulto di preci e di sospir dirotti;Indi a rivisitar presi le antichePagine ch'ebbi a dolce veglia amiche.
E sovente su libri polverosiLa man vo riponendo tremebonda,Ed apro, e parmi a' giorni studïosiTornar di giovinezza, e il pianto gronda!E trovo i segni che ne' libri io posi,Ove con mente mi fermai profonda,Ove ad alti pensier d'amato autoreCommento fei di verità o d'errore.
Pur con sensi diversi or vi rimiro,O libri tanto amati a' dì primieri:Vate son io, ma spento è in me il desiroDi prostrarmi idolatra anzi agli Omeri.Se volgendo lor carte ancor sospiro,Magìa non è de' grandi lor pensieri:Più d'un libro m'è caro, e pure in essoDi rado cerco lui; cerco me stesso.
E non sol me vi cerco: alla memoriaDel me passato aggiugnesi indivisaDi palpiti d'amor söave istoria,Quando un'egregia m'infiammava in guisa,Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria,Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa,Che d'un sorriso suo per farmi degno,Sempre agognava ingentilir lo ingegno!
E se pio talor fui, pregio egli è statoDi quella generosa animatrice:Era ad essa straniero il forsennatoFoco d'amor che mi rendea infelice;Ma compatìa mie pene, ed elevatoVolea il mio spirto, e lo volea felice,Ed allor che più insano io le parea,S'affannava, e garrivami, e piangea.
Quella donna, onde il bel, nobile visoPolvere è da molt'anni, e l'alma in Dio,Non disamai, benchè da lei diviso,E onorerolla tutto il viver mio:Ma nuovi poscia affetti han me conquiso,E quel primiero ardor s'intiepidìo:Quel ch'era in me un incendio, è una favillaChe come lampa ad un sepolcro brilla.
Senza obblïar la già cotanto amata,Altra ammirai ch'or dipartita è anch'essa;E in me virtù credendo io sublimataPer averla a sì bello angiol commessa,L'anima mia da orgoglio inebbrïataVana si fea di lungo ben promessa:Giorni d'alto dolor mi mosser guerra,E a lei pur venni tolto, ed è sotterra!
Sete d'amor, sete di studi, e seteD'innalzar sopra il volgo il nome mio,Gran tempo mi rapìan sonno e quiete,Nè scerno se ammendato oggi son io:Tu che del cor le làtebre secreteSolo ravvisi e mondar puoi, gran Dio,Pietà di me che tanto sempre amai,E sino a te l'amor non sollevai!
Tante cose sfumarono al mio sguardo,E tutto giorno sfumar altre io miro!Valga d'esperïenza il raggio tardo,In che forzatamente oggi m'aggiro,Ad oprar alfin sì, che più gagliardoA tua bellezza s'erga il mio desiro,E nulla tanto da' mortali io brami,Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami!
La legge tua non è d'irto rigore,Sol le idolatre passïoni abborri:Lunge che a te dispiaccia amante cuore,Ad un cuor fatto gel più non accorri.Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardoreCosì soccorra, come a me soccorri:Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta,Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta.
Tu doni a' figli tuoi mente e parola,Non perchè il dono tuo venga sepolto;Tu non imprechi investigante scuolaSu non vietato ver fra l'ombre avvolto:In odio a te l'indagin empia è solaChe contra il cenno tuo l'ardire ha volto:Tu gl'ignari del mal chiami felici,Ma il veggente non reo pur benedici.
Tu che sei tutto amor, la sacra stampaDella natura tua nell'uomo imprimi:Gagliardo sprone e inestinguibil lampaTu sei di tutti aneliti sublimi.Tu godi quindi se il mio spirto avvampaPer que' tuoi fidi che in virtù son primi:Tu godi se fra lor taluni eleggo,E nel lor santo oprar meglio ti veggo.
A me tu dato hai queste fiamme ardenti,Con cui desìo de' petti amici il bene,E con cui studïando i tuoi portentiTraggo esultanza, e di capirti ho spene:Così caldo sentir più non diventiEsca giammai di vanità terrene:Mie passïoni in guisa tal governa,Che lode sièno a tua saggezza eterna.
Sempre le temo, e sempre sento ancoraChe in amar altre cose io troppo m'amo:Cieca errò mia bollente alma sinora,E presa fu di sua superbia all'amo.Distruggi il suo sentire, o lei migliora;O vil torpore, od amor santo io bramo:Ah no, non vil torpor, dammi amor santo,Tu che le tue fatture ami cotanto!
Militia est vita hominis super terram.(Job.7).
Vidi un'età delle sue forze altera,E questa rifulgea dal greco lido:Superava i famosiSecoli che brillàr per altre sponde;Ed oltre ad immortal virtù guerriera,Sparsa per Asia d'Alessandro al grido,La irruzïon de' ladri generosiImpromettea alle genti fremebondeSotto a' vincenti brandiNovi di civiltà raggi ammirandi.
Voce per ogni parte era d'Achivi:«Noi chiama Giove a illuminar la terra!Al nostro Omer, ch'è lucePrima alle menti, succedean tai vati,Onde a fiotti emanàr del bello i rivi;E, perchè il sommo Bel tutti rinserraSensi gentili e sapïenza adduce,Gli Apelle e i Fidia in queste aure son nati,E Plato e gli altri mille,Che poste ne' misteri han le pupille».
~~~~~~~~~~
Gloria, sì, coronò le Achee pendici;Ma del grande Alessandro il trono cadde,E le barbare gentiContro il superbo eroe mosse a disdegnoDell'alto crollo si stimàr felici;Poi d'arti e di saver Grecia decadde,Sì ch'alle scuole sue contraddicentiChi recava di lumi avido ingegno,Sol v'imparava comeDarsi del ver possa a menzogna il nome.
Vidi un'età delle sue forze altera,E sfavillava questa in Campidoglio;Scherniva i precedutiSecoli, che dall'uom sommi fur detti.Tutto cedeva all'aquila guerrieraChe ad ogni eccelsa meta ergea l'orgoglio.Sul Tebro convenìan co' lor tributiDella terra i più splendidi intelletti,Ogni altro core umanoDovea spezzarsi o diventar Romano.
~~~~~~~~~~
Latina voce in tutte aure s'udìa:«Noi siam chiamati a spegner l'ignoranzaChe dagli antichi tempiLe varie schiatte de' parlanti regge;Noi soli alzar possiam tal monarchìaChe abbracci il mondo e il forzi a fratellanza,Che per ogni contrada atterri gli empi,Che in loco di furor ponga la legge;Filosofia fanciullaVagì sinor, noi la traggiam di culla».
Gloria brillò sul Tebro incomparata;Ma i gagliardi imperanti all'universoD'onor si dispogliaro,E dier lo scettro a destre parricide:La immensa monarchia fu lacerata,E da' suoi prodi eserciti conversoContro agli Augusti suoi venne l'acciaro,E più stolto di pria l'orbe si vide:Gara di colti e rozziFuron morte, perfidia e gaudii sozzi.
~~~~~~~~~~
Vidi un'età delle sue forze altera,E dava di sè mostra in varie sedi:I popoli che oppressiAvea di Roma il gigantesco ardire,Veggendo vacillar l'alta guerriera,Di sue virtù si dissero gli eredi:Fiato alle trombe in venti regni diessi,E tutti ardendo di terribili ireGiuràr pei nobili aviChe a Roma guasta non sarìano schiavi.
Voce sonò di barbare coorti:«Noi chiama il cielo a restaurar giustizia,Chè ne mentì il RomanoImpromettendo civiltà e diritti;De' mortali tradite eran le sortiPer satollar di pochi l'avarizia;Tutti scettri afferrar non de' una mano;Tutti i popoli denno essere invitti!Oggi infiacchisce Roma,Si punisca, a lei spetta oggi esser doma!»
~~~~~~~~~~
Gloria sorrise a' Vandali ed a' Goti,Ma fu gloria di spirti usi a furore:Distrussero un ImperoChe ad un sol giogo i popoli astringea,E ferrei gioghi imposero a' nepoti:De' vizi inorridirono al fetore,Onde il Tebro appestava il mondo intero;Ma gentilezza insiem credetter rea,E contro a lei pugnandoDisonoràr l'insuperato brando.
Vidi un'età delle sue forze altera,E diè prima in Sïonne il maggior raggio:Fu virtù combattutaSotto Romani e Barbari, e s'estese,Non per astuzia o gagliardìa guerriera,Ma per novo in patir, santo coraggio.Fra dileggi e patiboli cresciuta,Perdonando a' carnefici, li prese:Scandalezzava in pria,Poi volgari ed eccelse alme rapìa.
~~~~~~~~~~
Voce allor di Cristiani empì le terre:«Noi Dio sospinge a debellar gli errori!Finor saggezza umanaTentò regger le sorti, e fu delirio:L'uom dalle colpe è dissennato, e scerreNon può di verità gli alti splendori,Se da superbia il cor non allontana,Se nol consacra ad umiltà e martirio.Or che la Croce splende,A vera civiltà l'uomo trascende».
Gloria inaudita a' battezzati fulse,E perocchè d'Iddio quest'era l'opra,Se fidi al suo VangeloFosser vissuti i popoli redenti,State sarian tutte ingiustizie espulse.Sàtana accinto a volger sottossopraLa indestruttibil via che guida al cielo,Seminò scismi ed odio infra i credenti;Onta il fellon ne colse,Ma pure in novi lutti il mondo avvolse.
~~~~~~~~~~
Vidi un'età delle sue forze altera:Il successor di Piero e Carlo MagnoDestra si dier fraterna,Come agli antichi dì Mosè ed Aronne,Sì che il Monarca a sua virtù guerrieraVisibilmente avesse Iddio compagno:Così doppiata la possanza alterna,Frenaro il vizio e umanità esultonne:Parea che mai contesaPiù nascer non potrìa fra Trono e Chiesa.
Voce allor si levò d'Itali e Franchi:«L'atterrata da' barbari è risortaImperïal tutela,Ed or che dagli altari è benedetta,Fia che i mortali a civiltà n'affranchi.Or ogni studio a sapïenza è scorta,Tutti or nobilitar la legge anela,Bandire anela schiavitù e vendetta:La prima volta è questaChe il trionfo del ver più non s'arresta!»
~~~~~~~~~~
Gloria abbellì di Carlo Magno i fatti,Ma sceso nel sepolcro, ebbe seguaciDi men gagliardo ingegno:Trono e Chiesa s'urtàr, si combattero,E da scandalo uscìr follie e misfatti:Nocquero a verità studi fallaci,Città e castella fur nemiche al regno;Libero sir divenne il masnadiero;E, franti i gioghi spesso,Piansene il popol da licenza oppresso.
Vidi un'età delle sue forze altera,Allorchè il Saracin recò dispregiSu tutti d'Asia i liti,E destò in Occidente ira e temenza.Ecco tacer le gare, ecco guerrieraFraternità fra i battezzati Regi:Ecco d'Europa i volghi rïuniti:Ecco mille poteri una potenzaScuote, strascina, incanta:Tutti soldati son di Roma santa.
~~~~~~~~~~
Voce s'alzò di folte osti crociate:«Ciò che saputo oprar non avean gli avi,Compiere è dato a noi!L'alme cristiane da concordia alfineA magnanima impresa suscitatePiù ludibrio non son d'affetti pravi.Cristo ne scelse per campioni suoi,E rimerto n'avrem palme divine:Da noi frattanto il mondoD'ogni impulso a giustizia andrà giocondo».
Gloria i pro' cavalieri ebber traendoLa tomba del Signor da giogo infame,E grazie a' loro acciariNon invase anch'Europa il Mussulmano;Ma in vile obblìo religïon ponendo,Aprirò il core ad esecrande brame,In rapina emulàr gli Arabi avari:Volsero a lacerarsi invida mano:Colpì i Crociati Iddio,E in Asia lor possente orma sparìo.
~~~~~~~~~~
Vidi un'età delle sue forze altera,E nell'Italo suol fulse più bella:Non già poter di brandiSorse a magnificar la sua fortuna,Sebbene ovunque ardesse ira guerriera:Fu suo splendido pregio una novellaAmbizïon di studii venerandi:Parve Italia con Dante uscir di cuna,Indi Petrarca venne,E la corona in Campidoglio ottenne.
Voce di qua dall'Alpe inclita alzossi:«Di civiltà sepolta era la luce;Ed or novellamenteSulla terra la spargono le Muse:L'idïoma oggi vivo affratellossiAgl'idïomi antichi, e si fa duceAnco agl'infimi spiriti possente,Sì ch'al ver tutte vie sono dischiuse;Gli studii più non reggeIdolatrìa, ma del Vangel la legge».
~~~~~~~~~~
Gloria il novo Parnaso ornò stupenda,Nè più tutta disparve a' dì futuri;Ma non per ciò le vieDa' sommi ingegni al ver furono aperte:In cor del volgo non oprossi ammenda;Spirti v'ebbe più colti e più spergiuri:Sul Parnaso salite anco le arpìeSpesso di plauso e fiori andàr coverte,E con immonda cetraD'influssi rei contaminaron l'etra.
Vidi un'età delle sue forze altera,E fra le sue venture una fu taleChe nulla mai sì grandeNon pareva la terra aver lucrato,Sebben non per real possa guerriera:Tre savi industri (ond'un con infernalePatto a scïenze occulte, abbominande,Esser dicea la turba inizïato)L'arte inventaron, dondeRatto il pensier si stampa e si diffonde.
~~~~~~~~~~
Voce sonò per l'Europee contrade:«Incivilir mai non potean le gentiFinchè sì nobil arteNon rapivano al cielo od all'infernoI tre veggenti della nostra etade:Or moltiplici fien tutti eccellentiFrutti di verità, sì ch'ogni parteProsperi della terra, al cibo eterno;Chè, s'error nasce ancora,Tosto convien che vilipeso mora».
Gloria sorrise all'immortal portento,Onde crebbe ogni scritto a mille a mille;Non più temuto dannoFu il perir de' giovanti, aurei volumi:Ma con sacre faville indi incrementoTrasser tante malefiche faville,Che se qui il ver, là incensi ebbe l'ingannoE fur cäosse ancor tenebre e lumi:Dei tre veggenti forseAll'ombre irate il fatal don rimorse.
~~~~~~~~~~
Vidi un'età delle sue forze altera,E l'uom che in lei saldissim'orma impresse,Fu il Ligure che volseSu novello emisfer l'armi e la frodeDell'ingorda europea stirpe guerriera:Chiese ad Italia che colà il träessePromettendole un mondo, e spregi colse;Mosse ad Ispania, e prore ottenne e lode;Trovò i promessi regni,E n'ebbe in guiderdon vincoli indegni.
Voce sublime alzàr d'Europa i liti:«Questo fra tutti eventi è il benedetto,Onde ignoranza cessaNella sparsa d'Adam grande famiglia!Ambo emisferi dal battesmo unitiScola esser denno a incivilir perfetto:Chè se per or la nova gente è oppressaDall'invasor che a dirozzarla piglia,Succederà al conflittoIl trionfo dell'ara e del diritto».
~~~~~~~~~~
Gloria brillò sugli arbitri dell'acque;Ma l'assalita rozza gente, inveceD'aver tutela amataNegli ospiti arricchiti in quel terreno,Parte ad orrenda tirannia soggiacque,Parte in pugne e miserie si disfece:Invidi per la terra conquistataI vincitori si squarciare il seno:Il novo mondo e il vecchioFur di colpe e sciagure alterno specchio.
Vidi un'età delle sue forze altera,E il decimo Leon ne andò festoso,Intorno ad esso egregiCotanti fur di civiltà i cultori.Oltremonti ferveano ira guerrieraE furibondo zel religïoso,Sì che Roma schernìan popoli e regi;Ma ad onta delle guerre o degli errori,Di belle arti reìnaAnzi al mondo brillò Roma divina.
~~~~~~~~~~
Voce tonò fra i nobili intelletti:«Questo è il secol fecondo, in cui gagliardeE fantasìa e ragioneLe lor potenze spiegano a vicenda;Destano, è ver, gli spirti maledettiNuove eresìe, ma vieppiù fervid'ardeZelo di verità nella tenzone,E fia che pel Concilio indi più splenda:Per queste grandi lutteLe insorte larve sperderansi tutte».
Gloria su quell'età fulse immortale;Ma nè per la gentil magìa de' carmi,Nè pei dipinti insigni,Nè per più gravi studi, e nè pel forteDato da' santi di virtù segnale,Non s'antepose caritade all'armi,Non s'ambiron costumi alti e benigni;Chè di superbia sempre le ritorteScevràr dai pochi buoniLa turba degli stolti e de' ladroni.
~~~~~~~~~~
Vidi un'età delle sue forze altera,Che di filosofia luce si disse:Garrì coi re, coll'are,Supplizi eresse, e libertate offrìo;Indi men rea si fece, e più guerriera,Ed adorò il mortal che più l'afflisse;Poi veggendo crollato il Luminare,A somme altre fortune alzò il desìo;Sempre mutava insegna,Giurando inalberar la più condegna.
Voce sonava in gallica favella,E le favelle tutte eco le fero:«Squarciato il velo abbiamo,Che per gran tempo de' cristiani al ciglioCelò del ver la salutar facella!Ripigliam de' pagani il bel sentiero;Forza, piacere, astuzia idolatriamo;Sia vilipeso di pietà il consiglio;Così l'umana polveSostien suoi dritti, e da viltà si svolve».
~~~~~~~~~~
Gloria di brandi e di scïenze e d'artiCinse allor la fatal razza europea,Ma non s'udì che i pettiFosser men crudi che all'età trascorse:Vivi lampi emanàr da tutte parti,E folta nebbia pur vi si mescea;E spesso i furti eccelse opre fur detti,E il parricida a mieter laudi sorse;E senza amici il giustoVivea schernito, e di calunnie onusto.
Io vidi i tempi, e mesto allor sorrisiDell'uman replicato, allegro vanto,Che ai posteri s'apprestiCarco minor di guerra e di perfidia:Dacchè del sangue del fratello intrisiI passi di Cäin furo e di pianto,La famiglia mortal sempre funestiNutre germogli di fraterna invidia:Mutan le usanze, e ognoraConvien che Abel gema, perdoni e mora.
~~~~~~~~~~
Orrenda è storia, e sarà sempre orrendaQuesta milizia della umana vita,Tal che lo stesso IddioFattosi a noi fratel, fu strazïato!Inorridiam, ma non viltà ci prenda:Possente è umanità, benchè punita;La regge quel Divin che a lei s'unìo!Il figlio della creta è al duol dannato,Ma la terribil prova,S'egli ambisce il trionfo, a dargliel giova.
Non qui, non qui il trionfo inter!—ma pureQui già comincia lo splendor de' giusti!Patiscon danni e morte,E il maligno sprezzarli indi s'infinge.Ei chiama lor virtù volgari e scure;Vorrìa che i rei fosser di laudi onusti;Ma tutte coscïenze un grido forteSon costrette ad alzar (Dio le costringe):«Falsa è, Cäin, tua gloria,Il grande è Abel, d'Abello è la vittoria!»
Erat vir ille simplex et rectus,et timens Deum.(Job.I. 1).
Europa e il mondo onor ti rende, o Volta,Per l'altissimo ingegno ond'hai naturaScrutata, e in gravi magisterii svolta.
E fin che indagin glorïosa duraDi scïenze tra i figli della terra,Il nome tuo d'obblio non fia pastura.
Ma non sol perchè piacque a te far guerraDe' fisici misteri all'ignoranza,Giusta laude il cor mio qui ti disserra.
Vidi altro merto ch'ogni merto avanzaSplender nella tua grande anima, ardenteD'ogni santa e magnanima speranza.
In tua vecchiezza, a me giovin dementeT'avvicinava il caso…. ah! non il caso,Ma la bontà del senno onnipotente!
E ti vidi anelar, perch'io süasoDai falsi lumi d'empietà non gissi,Ma dal lume del ver crescessi invaso.
Un dì, seduto appo quel Sommo, io dissiQuai m'affliggesser dubbii sciaguratiSovra i destini a umanità prefissi;
E gli narrai quai mi tendesse aguatiMia fantasia superba, investiganteSupremi arcani, a noi da Dio negati.
«O tu, gli dissi, che vedesti avantePiù di molti mortali entro a' secreti,Fra cui traluce il sempiterno Amante,
Dimmi in qual foggia in mezzo a tante retiDi volgari credenze e d'incertezza,Circa la fede il tuo pensiero acqueti».
Il buon vegliardo a me con pia dolcezza:«Figlio, anch'io lungo tempo esaminando,Tenni la mente a dubitanze avvezza;
E a' giovani anni mi turbava, quandoMi parea che del secolo i primaiDi Fè il giogo scotesser venerando,
E s'infingesser di scïenza a' raiScoperto aver ch'Ara, Vangelo e Dio,Fuor ch'esca a plebe, altro non fosser mai.
Temea non forse alfin dovessi anch'ioDa' miei studi esser tratto a dir:—La scuola,Che mi parlò d'un Crëator, mentìo.
Ma benchè ardito e avverso ad ogni fola,E benchè in secol tristo in ch'ebbe regnoQuella filosofia che più sconsola,
E benchè procacciassi alzar lo ingegno,Sì che a Natura io lacerassi il velo,Sempre d'Iddio vidi innegabil segno».
Così Volta parlava, ergendo al cieloLa cerulea pupilla generosa,Poi seguitava con paterno zelo:
«Degli audaci all'imper resister osa,Che da lor alta fama insuperbitiNoman religïone abbietta cosa!
Mal per dottrina ostentansi investitiDi maggior luce che non dan gli altari:Io negli studi ho i passi lor seguiti,
Nè scorto ho mai ch'uom veramente impariSaldo argomento a diniegar quel Nume,Che splende nel creato anco agl'ignari.
E se d'umano spinto all'acumeDiniegare è impossibile l'Eterno,Lui trovo pur di coscïenza al lume».
«Lui troviam tutti! dissi; e mai governoDel mio cor non faranno atee dottrine,Ma fuor del tempio assai dëisti io scerno.
E tu forse a costor più t'avvicine,Che non a quei che dall'Uom-Dio portateEstiman del Vangel le discipline».
«T'inganni, o giovin! replicò (e sdegnateSfavillaron le ciglia del vegliardo,Poi su me si rivolsero ammansate).
T'inganni, o giovin! Nel Vangel lo sguardoFiggo come ne' cieli, ed in lui sentoTutto il poter di verità gagliardo.
Sento che negli umani un vïolentoS'oprò disordin per peccato antico,E che vizio e virtù son mio tormento,
Sento che il Crëator rimase amicoDe' puniti mortali; e, a noi discesoPer esserne modello, il benedico.
Sento che siccom'Egli uomo s'è reso,Divino debbo farmi, e tutto giornoViver per lui d'amor sublime acceso.
Sento che puote ingegno essere adornoDi ricco intendimento e di scïenza,Della Croce adorando il santo scorno;
E m'umilio con gioia e reverenzaCol cattolico volgo a questa Croce,E in lei sola di scampo ho confidenza».
Eloquente dal cor rompea la voceDel buon canuto, come a tal, cui forteDell'error d'un amato angoscia cuoce.
«Tu mi garrisci e in un mi riconforte,Dissi, e poichè alla Chiesa un Volta crede,Spezzar de' dubbii spero le ritorte».
«Le spezzerai! quegli gridò con fede;Vedrai che bella fra' più colti ingegniAnco religïosa anima incede!
Nè immaginar che lungo tempo regniLa gloria de' filosofi or vantati,Che fur di scherno e di superbia pregni:
Pochi anni ti prenunzio, e smascheratiVedrai que' mille turpi falsamenti,Con che in lor carte i fatti han travisati.
Il più splendido autor di que' furenti,Che tutto diffamò col vil sogghigno,E con tai grazie che parean portenti,
Malgrado i pregi del suo stil vòlpigno,E il suo belLusignanoe suaZaìra,Detto sarà filosofo maligno.
Ei tutti i dì già meno ossequio ispira,E Francia, ond'ei sembrò tanto dottore,Già del mentir di lui parla, e s'adira.
Ed al crollar del gran profanatoreLa ciurma crollerà dei men famosi,Che volean Dio strappar dall'uman core».
Io di Volta ridire i luminosiSensi mal so, ma dell'egregio vecchioAmor mi prese, e più a lui mente posi.
Più fïate percossero il mio orecchioI suoi santi dettami, e più fïateDivisai farli di mia vita specchio.
Io meditando tue parole amate,O incomparabil uom, più non gustavaDegli audaci le carte avvelenate.
Ancor pur troppo da te lungi errava,Ma pur m'innamoravan que' volumiChe il dolce genio tuo mi commendava.
Io debol era, ma ogni dì i costumiDel mondo a me tornavan più molesti:Chè li scernea della tua fede ai lumi.
Sovente i giorni miei trascorrean mesti,Perocchè i tuoi consigli io non seguìa,Mentre pur mi fulgean veri e celesti.
Varie sorti e distanze a quella miaTenerezza per te scemàr vantaggio,E poco al tuo savere io mi nodrìa.
Vedendoti di rado, il mio coraggioAppo la Croce non durò abbastanza,E a follìe tributai novello omaggio.
Ahi! diè l'Onnipossente a mia incostanzaCastigo di sventura e di catena,E lurid'antro a me divenne stanza!
Tu, certo, benchè allor pensieri e lenaTi s'infiacchisser per decrepiti anni,Raccapricciasti di mia orribil pena,
E con secreti gemiti ed affanniPer me a' pie' del Signore hai dimandatoSollievo e forza, ed alti disinganni.
Ei t'esaudiva, e il creder tuo stampatoCosì alfine in quest'alma addentro venne,Che più da dubbii non andò crollato.
E gaudio e libertà poscia m'avvenne,E rividi la madre e il genitoreDopo la sanguinosa ansia decenne.
Ma ne' giorni del mio lungo doloreMolte vite finìan la mortal traccia,E di batter cessò tuo nobil core.
Duolmi che più non posso infra tue bracciaGettarmi alcun momento, e alzare il ciglioIn tua paterna, veneranda faccia.
In tutti i dì del mio terreno esiglioPregherò Dio che schiuda a te sua reggia,Se mai fuor ti legasse aspro vinciglio.
Ma te già spero nell'eletta greggia!Di là mi vedi, e preghi impietositoChe in tua pace per sempre io ti riveggia.
Perdonami se tardi io t'ho obbedito!A tua amistà m'affido, e affido pureQuel diletto mio Porro, a te gradito!
Impetra il fin dell'alte sue sciagure;Impetra ch'io con esso e gli altri amiciTroviam nel divo Amor gioie secure,
Sì che n'abbian giovato i dì infelici!
Claritas….omnia sperat.(I. Cor.13.7).
Ugo conobbi, e qual fratel l'amai,Chè l'alma avea per me piena d'amore:Dolcissimi al suo fianco anni passai,E ad alti sensi ei m'elevava il core.Scender nol vidi ad artifizi mai,E viltà gli mettea cruccio ed orrore:Vate era sommo, ed avea cinto l'armi,E alteri come il brando eran suoi carmi.
Tu fosti, o mio Luigi [1], il caro pettoChe, allorch'io dalle Franche aure tornava,Me a quell'insigne amico tuo dilettoLegasti d'amistà che non crollava:Oh quanto è salutare a giovinetto,Perchè avvolgersi sdegni in turba ignava,Lo stringer mente a mente e palma a palmaCon celebre, gentil, fortissim'alma!
Ma, sventura, sventura! Uom così degnoD'amar colla sua grande anima Iddio,In fresca età l'ardimentoso ingegnoAd infelici dubitanze aprìo:Che di natura l'ammirabil regnoOpra di cieche sorti or gli apparìo,Or de' mondi il Signor gli tralucea,Ma incurante d'umani atti il credea.
Nondimen fra' suoi dubbii sfortunati,Ugo abborrìa l'inverecondo zeloDi que' superbi, che, di fè scevrati,Fremono ch'altri innalzin voti al cielo;E talor mesto invidïava i fatiDel pio, cui divin raggio è l'Evangelo;E spesso entrava in solitario tempio,Come non v'entra il baldanzoso e l'empio.
E mi dicea che que' silenzi santiDella casa di Dio nella tard'ora,Quando qua e là da pochi meditantiSovra i proprii dolor si geme ed òra,Ovvero i dolci vespertini cantiSacri alla Vergin ch'è del ciel Signora,Nell'alma gl'infondean pace profonda,O d'alta poesia la fean gioconda.
Sempre onoranza fra i più cari amiciRese al canuto Giovio venerando,E sue parole di virtù motriciCon benevol desio stava ascoltando,E a lui diceva:—«Anch'io giorni feliciHo sulla terra assaporati, quandoInnamorata ancor la mia pupillaVedea quel Nume che a' tuoi rai sfavilla».
E Giovio protendendo a lui la mano,Paternamente gli diceva:—«Io spero,Io per te spero assai, perocchè umanoE magnanimo ferve il tuo pensiero!Invan t'ostini fra dubbiezze, invanoDella grazia ricàlcitri all'impero:Iddio t'ama, ti vuol, nè ti dà pace,Sinchè d'amor non ardi alla sua face».
Tai detti al cor scendean del generosoChe il bel profondamente ne sentiva;E al vecchio amico rispondea:—«Non osoSperar che in mar cotanto io giunga a riva;Ma vero è ben che più non ho riposo,Dacch'egli è forza che dubbiando io viva,E un dì tua sicuranza acquistar bramo,E il mister della Croce onoro ed amo».
E siccome al buon Giovio sorrideaCon ossequio amantissimo di figlio,Così sul mio Manzoni Ugo volgeaQuasi paterno, glorïante ciglio:In esso egli ammirava e prediceaDi fantasìa grandezza e di consiglio,Forte garrendo, se taluno ardìaDi Manzoni schernir l'anima pia.
Tal eri, o mio sincero Ugo; e più volteIo pure udii tuoi gemiti secreti,Qualor non prevedute eransi accolteSu te cause di giorni irrequïeti.La guancia t'aspergean lagrime folteRicordando i fuggiti anni tuoi lieti:—«Percuotenti, sclamavi, un Dio tremendo,Che offender non vorrei, ma certo offendo!»
Allora a dimostrar che titubanteMal tuo grado bolliva il tuo intelletto,Ed odio non portavi all'are sante,E di sete del ver t'ardeva il petto,Meco avvertivi nella Bibbia quanteSplendesser tracce del divino affetto,E confessavi, in tue mestissim'oreSol raddolcirti quel gran libro il core.
Un dì col genitor del mio BorsieriIo passeggiava al bosco suburbano,E tu ch'ivi leggendo sedut'eri,Ci vedesti, e gridasti da lontano:«Ecco il volume degli eterni veri!»Corsi, e il volume presi io da tua mano:Lessi: Evangelio! E—«Bacialo! dicesti;Gl'insegnamenti d'un Iddio son questi!»
Ah, sebbene quell'Ugo ottenebratoMal sapesse scevrar natura e Dio,E talor supponesse annichilatoNella tomba il mortal che i dì compio;D'altro dopo l'esequie eccelso fatoNodrìa talor vivissimo desìo,E dir l'intesi:—«No, quest'alma forteMai non potrà vil pasto esser di morte!»
E ben più udii dal labbro tuo eloquente,Quando insiem leggevam famose carte,Ove un illustre ingegno miscredenteRampogne avea contro alla Chiesa sparte:Dal seggio allor balzasti impazïente,E ti vidi magnanimo scagliarteA sostener con voci alte e robuste,Che le accuse ivi mosse erano ingiuste.
E quantunque a' Pontefici severoSi volgesse il tuo spirto e a' Sacerdoti,Ammiravi la cattedra di PieroNe' giorni di sua possa più remoti;E di gentil nell'arti magisteroDatrice l'appellavi a' pronepoti;E sovra ognun che fu decoro all'areLiberal laude ti piacea innalzare.
Se in alcuna tua carta eco facestiD'animi non cristiani alla favella;Se di soverchio duol semi funestiSparsi hai ne' cuor che passïon flagella;Se del secolo errante in cui nascesti,Bench'alta, l'alma tua rimase ancella,Opra fu di fralezza e di prestigio,Non mai di petto a mire inique ligio.
E il tuo libro d'amore isconsolato,Benchè riscosso immensi plausi avesse,Benchè da te qual prima gloria amato,Bench'opra non indegna a te paresse,Talor gemer ti fea, ch'avvelenatoUn sorso gioventù quivi beesseD'ira selvaggia contra i fati umani,Ed idolo Ortis fosse a ingegni insani.
Biasmo gagliardo quindi al giovin daviChe ti dicea suoi forsennati amori;E l'atterrarsi, codardìa nomavi,Sotto qual siasi incarco di dolori;E sua vita serbar gli comandaviPer la pietà dovuta a' genitori,Pel dovuto anelar d'ogni vivente,Sì che sacri a virtù sien braccio e mente.
Di molti io memor son tuoi forti dettiDa core usciti di giustizia acceso,E a tue nascose carità assistetti,E al tuo perdon ver chi t'aveva offeso;E pochi vidi sì söavi pettiPortar costanti il proprio e l'altrui peso,E quel pianto trovar, quella parola,Che gli afflitti commove, alza e consola.
Memor di tanto, io spero, e spero assai,Che, sebben conscio non ne andasse il mondo,Sul letto almen della tua morte avraiSentito del Signor desìo profondo:Spero che l'Angiol degli eterni guai,Già di predar tua grande alma giocondo,L'avrà fremendo vista all'ultim'ora,Spiccato un volo al ciel, fuggirgli ancora.
E mia speranza addoppiasi pensandoChe alla tua madre fosti figlio amante:Quella vedova pia vivea pregandoChe tu riedessi alle dottrine sante:Di buoni genitor sacro è il dimando,E sul cuor dell'Eterno è trionfante,Nè da parenti assunti in ParadisoFiglio che amolli, no, non fia diviso.
L'inferma, antica genitrice ognoraBenediceva a te con grande affetto,Perchè al minor fratello ed alla suoraD'alta amicizia andar godevi stretto:Furono a Giulio giovincello ancoraQuai di padre tue cure e il tuo precetto,Ed amai Giulio perocch'ei t'amava,E l'alma tua del nostro amor brillava.
Ah! tanto spero io più la tua salvezza,Che sventurato fosti in sulla terra!Or tuoi difetti, or tua leale asprezzaTi suscitàr di mille irati guerra:E di profughi dì lunga amarezza,E povertà t'accompagnàr sotterra:Nè lieve a te fu duol che dolci amiciFossero al pari, o più di te infelici.
Le lagrime vegg'io che certo hai spantoQuando l'annuncio orribil ti giungeaChe, tronco della vita a me ogn'incanto,Per anni ed anni in ceppi esser dovea:Il Cielo sa se in mia prigion t'ho pianto,E quai voti il cor mio per te porgea!Sempre io chiesi per te l'inclita luceChe di tutto consola, e a Dio conduce.
Dolce mi fu dopo decenne penaRiedere alla paterna amata riva;Ma allo spezzarsi della mia catenaD'immenso gaudio l'alma mia fu priva;Chè di tue rimembranze era ripiena,E già in Britannia il cener tuo dormiva!E seppi tue sciagure, e niun mi disseSe, morendo, il tuo core a Dio s'aprisse!
Di tua vita furenti indagatori,Per laudare o schernir la tua memoria,Di te narraro i deplorandi erroriQuasi parte maggior della tua gloria:Falsato indegnamente hanno i colori!Del tuo core ignorato hanno l'istoria!Ugo conobbi, o ingiurïanti infidi,E tra' suoi falli alta virtude io vidi!
E tu, schietta e magnanima Quirina,Che appien di lui pur conoscesti il core,Meco ogni dì il rammenti alla divina,Infinita pietà del Salvatore:Come la mia, tua dolce alma s'inchinaCon invitta fiducia e con fervoreA pro del nostro amato, onde con essoVeder per sempre Iddio ne sia concesso.
Appagar te non ponno, e me neppure,Nessun ponno appagar su caro estintoFunebri canti o funebri scolture,Da cui pari ad eroe venga dipinto:Uopo han di Dio le amanti creature!A fede e speme han l'intelletto avvinto!Noi non chiamiamo eroe l'amico andato:Amiam, preghiam ch'ei sia con noi salvato!
Noi d'Ugo abbiamo un giudice pietoso,E tu sei quello, onniveggente Iddio:Non un de' suoi sospir ti fu nascoso;Anzi a te ogni sua giusta opra salìo.Che festi d'un mortal sì generoso?Dimmi se il perdonavi e a te s'unìo!Ah, se ancor di sue piaghe afflitto langue,Appien le asterga, o buon Gesù, il tuo sangue!
[1] Mio fratello primogenito.
Non obliviscaris amici tui in animo tuo.(Eccli.37. 6).
Dacchè miei ceppi hai franto, e il subalpinoAere di novo, o sommo Iddio, respiro,Piena d'incanti è al guardo mio Taurino;Ma un caro ch'io v'avea cerco e sospiro.
Qui Lodovico nacque, e parte visseDe' diletti suoi giorni, e qui patìo,E presso a morte qui le ciglia affisseL'ultima volta sul sembiante mio.
E m'indicò le vie dov'ei soleaTrar verso sera i solitarii passi,E il loco della chiesa ov'ei porgeaPreci, me lunge, perchè a lui tornassi.
Si ch'ogni giorno or qua or là lo veggioSmorto ed infermo, e pien di lena sempre,Ed in ispirto al fianco suo passeggio,E parmi che sua voce il cor mi tempre.
Negli estremi suoi dì quanto, o Signore,Altamente parlommi ei del Vangelo!Come esclamò che il rimordeano l'oreA gioie, a larve, e non sacrate al cielo!
Ah, que' detti m'affidano, e m'affidaLa tua clemenza, e lui beato io spero!Ma se ancor dolorasse, odi mie grida,Aprigli i gaudii del tuo santo impero.
Debitor fui di molto a Lodovico:Sprone agli studii miei si fea novello;Ai dolci amici suoi mi volle amico,E più al suo prediletto Emmanuello[1].
Ma in ver di Ludovico io l'amiciziaIngratamente troppo rimertai,Fera in quegli anni m'opprimea mestizia,Nè a lui la vita abbellir seppi io mai.
Con indulgenza infaticata il pondoEi reggea di mia trista alma inquïeta,E spesse volte da dolor profondoA sorriso traeami e ad alta meta.
Per forte impulso de' suoi cari accentiEnergìa forse conseguii più bella:Quell'energìa perch'uomo infra i tormentiSoffoca i lagni, e indomito s'appella.
La facondia, l'amor, la pöesiaPerscrutante e gentil de' suoi pensieriLuce nova sovente all'alma miaDavan cercando i sempiterni veri.
Quante fïate a' gravi dubbii mieiMosse amichevol, generosa guerra,E me dai libri tracotanti e reiSvelse di lor, cui senza Dio è la terra!
Se arditi di sua mente erano i voliQuando la mente ei di Platon seguiva,Pur temev'anco di ragione i dòli,Ed a' piè dell'altar si rifuggiva.
Te sorpreso di morte sì precoce,Deh! amico, non avesse il fero artiglio!Più fido mi vedresti ora alla Croce,Più concorde or sarìa nostro consiglio.
E tu stesso maestri avendo gli anni,Con più sicura man rigetterestiDel secol nostro gli abbaglianti inganni,E tutti i lumi tuoi foran celesti.
Ma fu per te misericordia certo,Che tu morissi pria dell'ora, in cuiTrassi prigione in bolgie, ove desertoIn grandi strazi per due lustri io fui.
Le ambasce mie, le ambasce d'altri amiciTroppo avrian tua pietosa alma squarciata:Chi vive sulla terra a' dì infelici,Troppo ne' danni i soli danni guata.
Invece, assunto, come spero, al locoOve in tutte sue parti il ver risplende,Veduto avrai che di sventura il focoTalor sana gli spirti a cui s'apprende.
Veduto avrai siccome io, debol tantoQuando i miei dì fulgean più dilettosi,Nel supremo dolor contenni il pianto,E mia fiducia nell'Eterno posi.
Veduto avrai siccome, fatto io predaDi lunghe dubitanze sciagurate,Solo in carcer la diva afferrai teda,Che mie maggiori tenebre ha sgombrate.
Veduto avrai, dentr'anime più pure,Che non era la mia, nel duol costrette,Stimol gagliardo farsi le sciagureA volontà più fervide e più elette.
Commiserato avrai noi doloranti,E reso grazie a Dio, tutti scernendoDell'oprar suo sublime i fini santi,Pur quando sovra l'uom tuona tremendo.
Tu mel dicevi un giorno, ed io superboCrederlo non potea! Tu mel dicevi:«Dio non si mostra a sua fattura acerbo,Se non perchè l'amata a lui s'elèvi».
Non tutte sue fatture hann'uopo egualeDi venir da procella aspra battute,Ma tai ve n'ha che senza orrendo straleIn fiacca letargìa sarian cadute.
Nondimen di mia forza ancor non posso,No, glorïarmi, e spesse volte ancoraSon da tristezza e da pietà commosso,E con suoi lumi Iddio non mi ristora.
In quell'ore fantastiche di penaGodo passar dinanzi alle tue porte,E il core allor secreto pianto sfrena,Inconsolabil di tua infausta morte.
Ma poi le tue sentenze generoseMi tornan nella mente, e il tuo sorriso;E m'inondano il sen dolcezze ascose,Ed anelo abbracciarti in Paradiso.
Prego che tu vi sia! prego che appressoAl nostro Volta, ad ambiduo sì caro,Con lui mi guardi, e m'impetriate accessoLaddove col desìo già mi riparo!
Dio, salvator di molti amici miei,Ch'a te in vita e più in morte alzaro il core,Di te indegno e di loro io mi rendei;A farmi degno, ti domando amore!
[1] Il Principe Emmanuele della Cisterna.