LA PATRIA.

In Deo faciemus virtutem(Ps.107. 14).

Oh dolce patria! oh comeBalza de' forti il core al tuo bel nome!Stimolo a generosi atti è desìoCh'ella in senno e virtù splenda felice:La voce che nel dice,Voce è di carità, voce è d'Iddio!

Ma tu che in fondo al coreTutti gli arcani miei leggi, o Signore,Tu sai che l'amor patrio, onde mi vanto,Non è superba frenesìa di guerra,Perchè di sangue e pianto,A nome d'equità, grondi la terra.

Neppure a' dì lontaniQuando me travolvean disegni insani,Quando far forza ai casi ambito avrei,Sì che a' brandi stranieri onta tornasse,Con chi gli altari odiasseAffratellato io mai non mi sarei.

Veggio con ira e sprezzoColor che tutto giorno osan, dal lezzoDel vizio che li ammorba, alzar la destra,E, brandendo il pugnal del masnadiero,Chiamar cittadin veroChi a lor perfida scuola s'ammaestra.

Del santo patrio affettoGl'ipocriti son dessi! In uman petto,Ove sì di pietà luce s'abbui,Non arde fiamma di virtù sublime:Son desse l'alme primeChe, s'uom pagarle vuol, vendono altrui.

Amara esperïenzaMostrommi ch'ove somma è vïolenzaDi feroce linguaggio, ivi s'ascondeMal fermo spirto, prono a codardìa:Sol l'alme verecondeSpiegan ne' buoni intenti alta energìa.

Fida a virtù la menteColui perchè terrìa che Iddio non sente?Anco in età pagane i veri forti,Che opraron per la patria atti mirandi,Chiedeano al ciel le sorti,E per religïon divenian grandi.

Ad onorar l'avitaTerra chi meglio di Gesù ne invita?Di Gesù che ne impon fraterno amore!Che ne impon di giustizia ardente zelo!Che accenna premio il cieloA chi pel comun ben respira e muore!

Gagliarda ira tremendaSerbiam pel dì che a provocarne scendaLa burbanzosa avidità straniera:Del Prence e della Patria allora a scampo,Precipitiamo in campoCol grido invitto:—«Si trionfi o pera!»

Accostin core a coreIntanto pace, e begli studi, e amore!Chè troppo già da fazïoni stolte,Di perpetua ingiustizia eccitatrici,Fur l'Itale pendiciIn lutto e sangue ed ignominia avvolte.

L'estera invidia, quandoNostre glorie natìe vien visitando,Gli odii scorge, ed applaude alla malignaFraterna gara, promettendo aiuti;E poi quando abbattutiSiam da discordia, ci disprezza e ghigna.

Non c'illudiam fra sogni,Onde lo spirto desto indi vergogni:Ma ai circondanti popoli mostriamo,Che in tutte fasi di grandezze umaneGrandezza in noi rimane,Dacchè al vero ed al bel sempre aspiriamo.

Al vero e al bello sempreAspiri chi sortiva itale tempre!Splendidissima a noi traccia segnaroQue' glorïosi, onde la sacra polveTutte le glebe involveDi questo suolo, al cielo e a noi sì caro!

Penisola gentile,Che sovra il mondo pria la signorileSpada gran tempo trionfando alzasti,E sebben misto a lutti inevitati,Sui barbari domatiAmpio tesor di civiltà versasti!

Penisola stupenda,Non nelle gioie sol, ma in sorte orrenda,Poichè per le tue colpe un dì prorottiVenti concordi popoli a vendetta,Da te fra lacci strettaFuro a degne arti, e al vero Dio condotti!

Penisola divina,Che dell'antico imper dalla rovinaCosì sorgesti, come pronto sorgeSopraffatto da pargoli un adulto,Che, ad onta dell'insulto,Maestra mano ai dissennati porge!

Penisola, ove siedeInconcussa da turbini la fede,Sì che per quanto annoveriamo estesiDella redenta umana stirpe i regni,Ognor ne' retti ingegniDa te i lumi del ver tornaro accesi!

Sembra per te il SignorePiù che per altre terre arder d'amore!Sembra nelle tue dolci aure più vagoEmanar de' suoi cieli il bel sorriso;Sembra del ParadisoVolerti Iddio sovra quest'orbe imago!

Sugli emuli tranquillaRivolgi pur la tua regal pupilla.Or quel popolo or questo andare alteroPuò primeggiando in forza d'auro o ferri:Pur non ve n'ha che atterriIl tuo sublime sulle menti impero.

Se altrove è maledettaL'alma che striscia come serpe abbietta,L'alma che sorda a' grandi esempli aviti,Incurante di senno e di decoro,Serva si fa a coloroChe a sedurre e predar vengon suoi liti;

Quanto più reo non foraChi, aperti gli occhi sotto Itala aurora,A patria di magnanimi cotantaNon sacrasse altamente opra e desìo!Il popol siam di Dio;Stampiam nostr'orme nella via più santa!

Et sit splendor Domini Dei nostrisuper nos.(Ps.89. 17).

Oh di Saluzzo antiche, amate mura!Oh città, dove a riso apersi io primaIl core e a lutto e a speme ed a paura!

Oh dolci colli! Oh mäestosa cimaDel monte Viso, cui da lungo ammiraLa subalpina, immensa valle opima!

Oh come nuovamente or su te giraLieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio,E sacri affetti l'äer tuo m'ispira!

Nelle sembianze del terren natìoV'è un potere indicibil che raccendeOgni ricordo, ogni desir più pio.

So che spiagge, quai siansi, inclite rendePiù d'un merto söave a chi vi nacque,E bella è patria pur fra balze orrende;

Ma nessuna di grazia armonìa tacque,O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline,E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque.

Ogni spirto gentil che peregrineA piè di queste nostre Alpi si senteLetizïar da fantasie divine.

Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente[1],Che pii vergaron le memorie avite,Spanda grazia immortal l'Onnipossente!

Dolce è saper, che di non pigre viteProgenie siamo, e qui tenzone e regnoFu d'alme da amor patrio ingentilite.

Più d'un estero suol di canti degnoPorse a mie luci attonite dolcezza,E alti pensieri mi parlò all'ingegno:

Ma tu mi parli al cor con tenerezza,Qual madre che portommi infra sue braccia,E sul cui sen dormito ho in fanciullezza.

Ben è ver che stampata ho breve tracciaTeco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciaiA noi già lontanissimo s'affaccia.

Pargoletto ancor m'era, e mi strappaiNon senza ambascia da tue dolci sponde,E, diviso da te, più t'apprezzai.

Perocchè più la lontananza ascondeD'amata cosa i men leggiadri aspetti,E più forte magìa sul bello infonde.

Felice terra a me parea d'elettiLa terra di mio Padre, e mi pareaAltrove meno amanti essere i petti.

E mi sovvien ch'io mai non m'assideaSui ginocchi paterni così pago,Come quando tuoi vanti ei mi dicea.

In me ingrandiasi ogni tua bella imago;Del nome saluzzese io insuperbiva;Di portarlo con laude io crescea vago.

E degl'illustri ingegni tuoi gioiva,E numerarli mi piacea, pensandoChe in me d'onor tu non andresti priva.

Vennemi quel pensiero accompagnandoOltre i giorni infantili, allor che trassiAl di là delle care Alpi angosciando.

Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passiAll'Itale contrade io riportava,Benchè in tue mura il capo io non posassi.

Chè il bacio de' parenti m'aspettavaNella città ch'è in Lombardia regina,E colà con anelito io volava.

E colà vissi, e colsi la divinaFronde al suon di quel plauso generoso,Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina.

Oh Saluzzo! al mio giubilo orgogliosoPe' coronati miei tragici versi,Tua memoria aggiungea gaudio nascoso.

Oh quante volte allor che in me conversiFulser gli occhi indulgenti del Lombardo,E spirti egregi ad onorarmi fersi,

Ridissi a me con palpito gagliardoLa saluzzese cuna, e mi ridissiChe grata a me rivolto avresti il guardo!

E poi che in ogni Itala riva udissiMentovar la mia scena innamorata,Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi,

L'aura vana, che fama era nomata,Pareami gran tesor, ma vieppiù belloPerchè a te gioia ne sarìa tornata.

Mie mille ardenti vanità un flagelloOrribile di Dio ratto deluse,E negra carcer mi divenne ostello.

Non più sorriso d'immortali Muse!Non più suono di plausi! e tutte vieA crescente rinomo indi precluse!

Ma conforti reconditi alle mieTristezze pur il Ciel mescolar volle,E il cor balzommi a rimembranze pie.

Del captivo l'afflitta alma s'estolleA vita di pensier, che in qualche guisaIl compensa di quanto uomo gli tolle.

E quella vita di pensier, divisaFra le non molte più dilette cose,Ora è tormento ed ora imparadisa.

Io fra tai mura tetre e dolorosePregava, e amava, e sentìa desto il raggioDel pöetar, che il cielo entro me pose.

Miei carmi erano amor, prece, e coraggio;E fra le brame ch'esprimeano, v'eraCh'essi alla cuna mia fossero omaggio.

Io alla rozza, ma buona alma stranieraDel carcerier pingea miei patrii monti,E allor sua faccia apparìa men severa.

E m'esultava il sen, quando con prontiImpeti d'amistà quel torvo sgherroCommosso si mostrava a' miei racconti.

Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferroUmanità serbava! A lui di certoDebbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro.

Morto o insanito io fora in quel deserto,Se confortato non m'avesse un coreNato di donna, e a caritade aperto.

Scevra quasi or mia vita è di dolore,Ad Italia renduto e a' natii poggi,Ov'alte m'attendean prove d'amore.

Benedetti color, che dolci appoggiMi fur nell'infortunio, e benedettiColor, che mia letizia addoppian oggi!

E benedetta l'ora in che sedetti,Saluzzo mia, di novo entro tue sale,E strinsi a me concittadini petti!

Non vana mai su te protenda l'aleQuell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise,Sì che nobil sia cosa in te il mortale!

L'alme de' figli tuoi non sien diviseDa fraterna discordia, e mai le peneDell'infelice qui non sien derise!

Le città circondanti ergan sereneLor pupille su te, siccome a suoraCh'orme incolpate a lor dinanzi tiene.

E le lontane madri amin che nuoraVergin ne venga di Saluzzo, e questaAbbian figliuola reverente ognora;

E la straniera vergin, che fu chiestaDa garzon saluzzese, in cor sorridaCome a lampo di grazia manifesta!

Pera ogni spirto vil, se in te s'annida!Vi regni indol pietosa ed elegante,E magnanimo ardire, e amistà fida!

Mai non cessino in te fantasìe sante,Che in dottrina gareggino, e sien luceA chi del bello, a chi del vero è amante;

E del saver tra' figli tuoi sia duceNon maligna arroganza, invereconda,Ma quella fè che ad ogni bene induce;

Quella fede che agli uomini fecondaLe mentali potenze, a lor dicendo,Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda.

Ma può farsi divin, virtù seguendo!Ma dee farsi divino, o di viltateL'involve eterno sentimento orrendo!

Tai son le preci che per te innalzateDa me son oggi, e sempre, o suol nativo:Breve soggiorno or fo in tue mura amate,

Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo!

[1] Carlo Muletti, e Delfino suo padre, Storici di Saluzzo.—Io m'onoro dell'amicizia di Carlo, e parimente di quella del Maggiore Felice, suo fratello.

Et stare fecit cantores contra altare.(Eccli. 47. 11).

Perchè data m'hai questa ineffabileSete di canto?Perchè poni tu in me questi palpitiRicchi d'amor?—Questi doni a te fo perchè bassoNon t'alletti nocevole incanto;Perchè vago del bello più santo,A tal bello tu spinga altri cor.

—Io t'ammiro, ed ahi! quelle mi mancanoVoci stupende,Che dir ponno quai movi nell'animaAlti desir.—Non ambir le pompose loquele,Che la turba volgar non intende:Il Vangel che rapisce ed accende,Par d'ingenuo fanciullo il sospir.

—Del possente Manzoni l'energicoInno a te vola:Io versar solo gemiti e lagrimePosso a' tuoi piè.—L'alto carme ispirai d'Isaia,Ma pur d'Amos la rozza parolaOgni labbro sublima, consola,Se gli umani richiama ver me.

—Il tuo nome cantando alla patria,Quali degg'ioFra tue grazie e bellezze moltipliciPiù memorar?—Dille ch'io per amor la fei bella,Dille ch'amo, ed affetti desìo:S'invaghisca del grande amor mio;Mia beltà, mia natura è d'amar!

—Ma non denno terribili fremereGl'incliti vati,Imprecando, schernendo degl'improbiOpre e pensier?—Rei pensieri e mal opre dannando,Sieno i carmi a speranza temprati:Sii pietoso anco a' petti ingannati:Col furor non si suscita il ver.

—Da più secoli squarciano ItaliaParti luttanti;Fa ch'io retto impostori e magnanimiScerna fra lor.—Del Vangel l'amantissimo spirtoLuce sia a tua ragione, a' tuoi canti:Spirar dèi l'amor patrio de' Santi,Ch'è bontà, sacrificio ed onor.

Tuus sum ego!(Ps. 118. 94).

Amore è sospiroD'un core gemente,Che solo si sente,Che brama pietà:Dolore è sospiroD'un cor senz'aìta,Per cui più la vitaIncanto non ha.

Speranza è sospiroD'un core, se agogna,Se mira, se sognaRidente balen:Timore è sospiroD'un core abbattuto,Che forse ha perdutoUn'ombra di ben.

Timore, speranza,Dolore ed amoreDel leve uman coreSon vario sospir:Sospiro son breveLa gioia, il martire,Son breve sospiroLa vita, il morir.

E pure in sì breveSospiro, o mio Dio,M'hai dato il desìoD'accoglierti in me!M'hai dato una luceChe diva si sente,M'hai dato una menteCh'elevasi a te.

Conjungere Deo et sustine.(Eccli. 2. 3).

E che importa ovunque gemaQuesta salma sciagurata,S'altra possa Iddio m'ha dataChe null'uom può vincolar?Della creta dagl'inciampiEsce rapida la mente:Più d'un tempo è a lei presente,Cielo abbraccia e terra, e mar.

Io non son quest'egre membraDi poc'alito captive;Io son alma che in Dio vive,Io son libero pensier.Io son ente, che, securoCome l'aquila sul monte,Mira intorno, e l'ali ha pronteOgni loco a posseder.

Invisibile discendoOr a questi, or a quei lari;Bevo l'aura de' miei cari,Piango e rido in mezzo a lor.De' lontani veggio i guardi,De' lontani ascolto i detti:Mille gaudii d'altrui pettiMi riverberan nel cor.

Essi pur, benchè da loroLunge sia mio seno oppresso,San che li amo, san che spessoA lor palpito vicin:San che sol la minor parteDi me preda è degli affanni;San che l'alma ha forti vanni,Che il suo vol non ha confin.

Lode eterna al Re de' CieliChe m'ha dato questa mente,Che lo immagina, che il sente,Che parlargli e udirlo può!Morte, invan brandisci il ferroDi che mai tremar degg'io?Sono spirto, e spirto è Dio;Nel suo sen mi salverò.

In eo enim in quo passus est ipse et tentatus,potens est et eis qui tentantur auxiliari.(Ep. ad Hebr. 2. 18).

Ah, nell'uom non v'è possa costante!E quell'io che poc'anzi era forte;Di repente in mestizia di morteSento l'alma di novo languir!Grave incarco per me stessoPortar so di giorni amari,Ma pacato de' miei cariRicordar non so il martìr.

Questa almen, questa grazia dimandoNell'affanno che oppresso mi tiene,Che del mio Federico alle peneTalor possa conforto versar:Ch'io tal volta ridir possaA quel mesto amico mio,Che per lui non cesso a DioPreci e gemiti alternar.

Ma nessuno a mia brama risponde!Passan gli anni, e chi sa se frattantoQuell'amato i suoi giorni di piantoSulla terra strascini tuttor?Alto duol pensarlo estinto,Alto duol pensarlo in vita!Gronda sangue la feritaPiù profonda del mio cor.

A te volgo i miei lai, Divin Figlio,Che, sospeso in patibolo atroce,Una lagrima giù dalla croceSulla Madre lasciavi cader.Pe' dolori tuoi mortali,Di tua Madre pe' dolori,Ah ti degna i nostri cuoriNell'angoscia sostener!

Dalla croce una lagrima pureSull'eletto Giovanni spargevi:Ogni dolce pietà conoscevi,Benedetta è da te l'amistà.Benedici ogni memoriaChe m'avvince a Federico:Voti innalzo per l'amico,Per me voti innalzerà!

E se avvien che il dovuto propostoDi non mai querelarci obblïamo,Ti sovvenga che debili siamo,E che i forti anche ponno languir.Ti sovvenga che tu pureD'uman frale andasti cinto,Che tristezza allor t'ha vinto,Ch'eri stanco di patir.

Lux justorum laetificat.(Prov. 13. 9)

No, pia, no, gentile,Per me non sei morta!Ti veggio, simìleAd angiolo sorta,Su sposo e fratelliE amici vegliar.Dal ciel mi risuonaTua dolce parola.Che spiriti innalza,Che petti consola:Così già soleviDi Dio favellar.

Se il cor mi si turbaIn me rivolgendoChe i giorni tuoi santiS'estinser, gemendo;Che giovin peristiIn lungo patir;Io scerno che il piantoMi tergi e sorridi!Io scerno che al cieloNe inviti, ne guidi!Io t'odo che appelliFelice il martìr!

Ell'era di quelleSerafiche menti,Vissute nel mondoSublimi, innocenti,Amando, pregando,Chiamando a virtù.Doloran pei cari,Doloran per Dio,Lor merto arrichisceChi in avanti fallìLor vita è Calvario,Lor norma è Gesù!

Ti piansi, ti piansiCon alto rammarco,Per me, pel tuo sposoD'angosce sì carco!Ma udii la tua voceParlarmi nel cor.«Le fere sventureSon date a' mortali,Perchè dalla terraDispieghino l'ali,Cogliendo le palmeChe colse il Signor».

No, pia, no, gentile,Per me non sei morta!Ti veggio, simìleAd angiolo sorta,Il vedovo amico.E me sostener.Ti veggio splendenteDi gioie supreme;Ti veggio accennanteLe sedi, ove insiemeLa pace de' fortiDovrem possedor!

(Parla quiMARIA VALPERGA DI MASINOalla ContessaEUFRASIAsua madre).

Quonium pius e misericors est Deus.(Eccli. 2)

Piangimi, o dolce Genitrice: a DioNo, non è oltraggio il tuo materno pianto.Della tua mente ogni pensier vegg'io,Leggo le pene onde il tuo core è infranto,Scerno fra cotai pene un gioìr pio,Me figurando al Re de' Cieli accanto;Scerno che tu il maggior de' sacrificiRinnovelli ogni giorno e benedici.

Ma affinchè le tue lagrime pietoseGrondino più soävi, o madre amata,Io ti paleserò cagioni ascose,Per cui sì tosto al ciel venni chiamata:Non fu olocausto sol che Iddio t'imposePer affinar l'anima tua elevata:Di me compassïone alta lo prese,E me sottrarre a sommi affanni intese.

La tempra ch'Egli al fianco tuo mi dava,Era tutta d'affetto e d'innocenza:Io caldamente i genitori amava,Io gioconda sentìami in lor presenta:Il caro guardo tuo mi confortava,Qual guardo di superna intelligenza:Io d'uopo ognor avea di starti unita,Tu della vita mia eri la vita.

Di congiunti e d'amici altr'alme belle:Dopo il padre e la madre eranmi care:Tanto v'amava, e tanto amava io quelle,Che più tesori io non sapea bramare.Il pensier che sorride alle donzelleDi rosei serti e nuzïale altare,A me non sorridea, temendo ognoraChe a te vivrei meno vicina allora.

Dato m'avresti, è ver, degno consorte,E quindi io molto esso pregiato avrei;E d'esser madre avuto avrei la sorte,E rapita m'avriano i figli miei;Ma come inevitabili di morteSon su questo o su quello i dardi rei,Avrei veduto chi sa quali amatiAnzi a me infelicissima atterrati!

Ah! s'io perduto avessi alcun di loro,E te precipuamente, o madre mia,Sì acerbo fora stato il mio martoro,Che capir mente d'uom non lo potria!Commosso fu quell'Ottimo che adoroDai dolci sensi ch'egli in me nodrìa,E perchè strazi io non avessi atroci,Una invece mi diè di molte croci.

Quest'una era il lasciarvi, o miei diletti,E più, madre, il lasciar te sì dogliosa:Pesante croce fu! la ricevettiCome don dell'Eterno ond'era io sposa:Premendola al mio sen, piansi e gemetti,Ma investimmi Ei di grazia generosa:Pesante croce! ma in serrarla al coreSentii che al cor serrava il mio Signore!

Sai tu perchè negli ultimi momentiIo, nel parlar delle mie nozze eterne,Volsi ancora su te sguardi ridenti,Come talun che liete cose scerne?Dalle lor salme l'anime innocentiDivelte son con voluttadi interne:Perde per esse il pungol suo più forteLa regnante sul mondo ira di morte.

Già pria di separarmi dalla spogliaDotata fui di vista celestiale:Schiusa a me ravvisai l'eterea soglia,Vestita mi sentii d'angelich'ale:Tutto mi s'abbellì, fin la tua doglia,Cui di rado la terra ebbe l'eguale:Divina luce a me svelava il mertoDel materno dolore a Gesù offerto.

E vidi allora, o madre mia, che il mondoDe' rammarichi nostri non è degno:Vidi che frode e malignar profondoHan tal perpetuo fra' viventi regno,Che spirto ivi non puote andar giocondo,Benchè di virtù segua il santo segno:Compiangendo chi resta in tanta guerra,Io mi strappai contenta dalla terra.

E contenta vieppiù me ne strappai,Perchè i tuoi sensi mi fur noti appieno:Seppi che da tal madre io germogliai,In cui fortezza mai non verrà meno:Seppi che a dritto il caro padre amai,E ch'ambo in ciel ristringerovvi al seno;Seppi ch'io, precedendovi, ottenutoAvrei per voi d'eccelse grazie ajuto.

Piangimi, o dolce genitrice: a DioNo, non è oltraggio il tuo materno pianto;Ma pensa che felice or qui son io,Che degli sposi mi toccò il più santo;Che siccome eri tu l'angiolo mio,Angiolo or son che aleggio a te d'accanto,E, qual tu provvedevi a' gaudii miei,Così di me perenne cura or sei.

Duo carissimi spiriti celestiMeco sempre su te stanno vegliando,Cui pochi giorni tu per prole avesti,Poi ratti a Dio volaron giubilando:Nostra gara è scostare i dì funestiDal tuo materno aspetto venerando:Una di nostre gioie è sul tuo visoCerto mirar suggel di Paradiso.

Possederti vorremmo in ciel sin d'ora,Ma carità ciò chieder non consente:Tale offri degno esempio a chi dolora,Tal sei provvida madre all'indigente;Se tarda viene a te la suprem'ora,Maggior gloria n'avrà l'Onnipotente,E, al suo cenno, da noi tua fronte amataFia di più chiare stelle incoronata.

(La MarchesaCLEMENTINA GUASCO,natadella Rovere),

Et sic semper cum Domino erimus.(Ep. ad Thess. II, c.4).

Sposo, sorella, figlia, e voi, per cuiData, o fratelli, avrei pur la mia vita,Amiamci in Dio! Per meglio amarvi in luiIo son partita.

Soffersi in vita, in agonia soffersi,Ma ne' dolori mi sostenne un Dio:Non ne gemete, que' dolor gli offersi,E a' suoi li unìo.

E s'ebbi in terra alcuni giorni amari,L'affetto vostro li abbellì cotanto,Che pur tai giorni a me tornaron cariStandovi accanto.

Svelar non debbo s'io già son felice,Ovver se il prego vostro ancor mi giova:Amo quel prego: Iddio ven benediceCon grazia nova.

Amo quel prego ed ogni dolce segnoDi pia memoria che il mio nome onora;Ma il duol frenate: nell'eterno regnoVedremci ancora.

Il duolo frena, o generoso Carlo:Sol del mio aspetto nostra figlia è priva:A lei nel cor sempre del padre io parlo,In lei son viva.

Per quell'amor ch'ella a suo padre porta,Un dì fia moglie ad uom che t'assomigli,Ed alta gioia splenderà, risortaDi lei tra' figli.

Ed ecco un angiol pur che ti consola,Ecco una madre che alla figlia resta:Tal è mia suora; ogni atto, ogni parolaDi lei l'attesta.

E Clementina pur, benchè offuscati,Sien vostri sguardi, presso a voi rimane:L'alme, che han vita in Dio, dai loro amatiNon son lontane.

Fra le mie braccia siete ad ogni istante,E bacio vostre lagrime pietose,E forte amor v'ispiro a tutte santeBellezze ascose.

Fuggon siccome rapid'ombra gli anni,Comun palestra a carità e dolore:Me troverete dopo brevi, affanniAppo il Signore!

Resistite fortes in fide. (Petri Ep. I.5.9).

Ov'è amistà? Chi cento volte e centoSotto le spoglie d'amistà non videNei men turpi adulante approvamento,Che merca dono o laude, e ascoso ride,Negli altri la calunnia, il tradimento,La nera ingratitudine che intrideLa man nel sangue e i benefizi sprazza,E non può cancellarli e più ne impazza?

Ove son leggi d'equità? Il selvaggioChe, simile a Caïno, erra per balze,Libero è appena: ogni città è servaggioSia che regnante scure un solo innalze,Sia che, brandita in man di molti, il raggioVieppiù vario ed orrendo intorno balze;E chi succede ad atterrata possa,Ladro è che l'arme d'altro ladro indossa.

Ov'è religïon? Di sangue umanoFumar fu vista di più Numi l'ara;E veggio pur sotto mantel cristianoEgöismo; e viltà celarsi a gara:L'uom per natura ha ingegno empio e profano,Loda il Vangelo, e da lui nulla impara;Vuol carità, ma in altri sol la vuole,E tesse a proprio, lucro atti e parole.

Non v'inganni, o mortali un dispettosoFilosofar che tutte cose annera:Sdegno pur troppo ci sembra generosoAlla infelice de' maligni schiera:Giustificar così cercar l'ascosoSenso d'iniquità che li dispera,O pur malignan perchè infermi sono,E mertan, non già plauso ma perdono.

Ogni nobile petto ebbe un amico,O più d'un n'ebbe, e alcun ne serba ancora,E se perseguitato anco e mendicoVisse fra indegni e fra più indegni mora,Ei si rammenta qualche amato antico,E alle umane virtù crede e le onora,E, morendo, ci consolasi al pensieroChe in cielo ei rivedrà quel cor sincero.

Ogni nobile petto ha reverenzaDi giuste leggi, ed egualmente abborreLa non volgare e la volgar licenza,Che dritto vanta, e ad ingiustizia corre:Ei sa, che se perfetta sapïenzaGiammai non puossi a leggi umane, imporre,Pur son tal ordin, senza cui la terraSarìa di tigri sanguinosa guerra.

Ogni nobile petto ama, ed è amato:Ogni nobile petto il giusto vede:Ogni nobile petto un deturpato.Culto deplora, e al vero culto crede;Dai lumi della grazia irradïatoRagiona, e a sua ragion guida è la fede;Sprezza le vanità, ma gli uomini ama,E a sublime sentier seco li chiama.

Che fate, o sciagurati, in sì ria valle,Stima alterna sognando, e alterno amore?Volgete ad ogni mira alta le spalle,Scambiatevi dispregio, odio, livore:Segua ognun della vita il mesto calleFin che sotto a' suoi piè cresce alcun fiore,Poi, dacchè a tutti ei far non puossi boia,Si squarci il seno, e disperato muoia!

Che fate in questa valle, o sciagurati,Necessario sognando alterno sdegno?I mali suoi dall'uom sono addoppiati,Se di superba intolleranza è pregno:A dolor, sì, ma pure a gioia nati,Da mutua avrete carità sostegno;Forza non siede in vile ira feroce,Ma in portar con serena alma la croce.E forza siede in perdonar soventeAlle stolide colpe de' fratelli;In confessar che d'uom cieca la menteSempre inciampa, se in Dio non si puntelli;In riedere ogni dì gagliardamenteRischi ed affanni a sostener novelli;In memorar, d'ogni fralezza ad onta,Che nel mortal v'è del Signor l'impronta.

Se tanto eccelsa, filosofich'iraNon arde in voi da pugnalarvi il seno,Vivete almen com'alto eroe che miraTutto con ciglio di minaccia pieno;Dite che a voi sommo dispregio ispiraChi non è pronto a usar brando o veleno;Libri dettate in bile e sangue scritti,Per insegnar a umanità suoi dritti.E s'uomo studia e suscita incrementoDi lumi e di virtù senza pugnali;S'ei non porge a plebee rabbie fomento,Perchè s'alzino a dar leggi a' mortali;S'ei non crede esser merto o tradimentoL'avere o non aver grandi natali;S'egli ama il pio, sotto qual sia cappello,Dite ch'ei degli stolti è nel drappello.

Compiangete la stizza de' volgari,Che cieca sempre qua e là si scaglia;Filosofia seguite appo gli altari;Di calunnie e d'ingiurie non vi caglia;Sorridete ad ogn'uom che insegni e impariQuanto amore e indulgenza al mondo vaglia;De' frementi nè il plauso nè gli scherniNorma non sian che il vostro oprar governi.

Libri dettate a sollevar gli umaniDai lacci delle ignobili dottrine;Siate pensanti, ma non irti e strani,Non consiglier di scandali e rapine;Ponete mente che gl'ingegni saniInvocano edifizi e non ruine:Bando al Sofismo! egli è quel genio truce,Che al suo fango infernal l'alme conduce.È desso, è desso l'avversario antico,Che, d'angiol luminoso assunto il velo,Sempre de' vizi s'ostentò nemico,Vituperando umana razza e cielo;Ei trasse Giuda al maladetto fico;Esca egli fu del farisaico zelo;Ei repubbliche e regni urta, dissolve,Ed erge invece putridume e polve.

Sursum corda!(Praef.)

Eleviam fra le lagrime i cuori,Sosteniamo gli scossi intelletti!Siam colpiti, ma non maladetti,Man paterna è la man del Signor.Per provarci con prova più forte,Per destarci a più nobil costanza,Egli ha detto ad un angiol di morte:—Tue saette raddoppia su lor.

Invisibil quell'angiolo armatoScorre l'aer, e su' lidi ove passaPianti ed urli e cadaveri lassa,E prosegue il mortifero vol.Del disordin la turba seguaceCade prima nell'orrido scempio,Ma co' rei più d'un giusto soggiace,Sì ch'avvolta è la patria nel duol.

Se non che negli estremi perigliSi rinforzan gli spirti più degni:La sventura, spavento de' regni,Pur de' regni salute esser può.Lor salute esser può se di DioMeglio i cenni seguire han prefisso,Se rivolgon ogni opra e desìoAlla meta per cui li creò.

Debit'è che luttiamo incessantiDella patria a impedir maggior danno,Che tentiam con magnanimo affannoDa sterminio i fratelli strappar;Che accorriamo a' languenti, a' morenti,Che obblïato il mendico non pera,Che al drappel de' pupilli innocentiCi affrettiam pane e lagrime a dar.

Debit'è doloroso, tremendo!Ma gagliarda è la mente dell'uomo:S'è con Dio, da che mai sarà domo?Patirà, ma con forza immortal.Ei con Dio? Chi di noi fia con esso?Tutti il siam, sebben consci di colpe;Se il piè nostro da lor retrocesso,Oggi a vie di giustizia risal;

Se d'aïta siam prodighi a tutti,S'alto amore in nostr'alme ragiona,Se il nemico al nemico perdona,Se discordia civil più non v'è;Se, coll'opre le preci alternando,Più null'uom d'esser pio si vergogna,Se sparisce lo scherno nefandoChe alla croce vii guerra già fe'!

Eleviam fra le lagrime i cuori,Sosteniamo gli scossi intelletti:Siam colpiti, ma non maladetti;Man paterna è la man del Signor.Noi felici, ove questa procellaDa colpevol letargo ci desti!Noi felici, ove gli animi impellaA bei fatti, a sublime fervor!

Dopo noi sorgerà dignitosaIn Piemonte di forti una schiatta,Che a benefiche gare fia trattaDall'esempio che i padri lor dier:Ed allora a que' nobili figliCon amor dalle stelle arridendo,I lor genii sarem ne' perigli,Sarem luce a' lor santi voler!

Cumque quaesieris ibi Dominum Deumtuum, invenies cum, si tamen totocorde quaesieris, et tota tribulationeanimae tuae.(Deut. 4. 29).

Crëato spirto che al mio fral sei vita,Potenze tutte onde m'esulta il core,Alziamo, alziam di gaudio inteneritaVoce al Signore!

Dal ciel suoi doni sulla terra effuse,Noi li obblïammo, e ripetè i suoi doni:Ci flagellò, ma ne' flagelli incluseGrazie e perdoni.Egli è colui che i doloranti sana;Che dalla morte, ch'all'uom rugge intorno,Sotto il suo scudo amico lo allontanaDi giorno in giorno.

Poi quando a molte umane brame arrise,Toglie quell'ente che vivendo amollo;Ma questo debol ente ei non uccise,Sugli astri alzollo.

Egli è colui che ai sopportanti oltraggioIn guiderdone offre onoranza eterna;Colui che i fati del mortal lignaggioE il ciel governa.

Misericordia ed equità lo guida,Se crea, se cangia, se mantien, se spezza:Amico all'uomo, ei vuol che l'uom dividaSua tenerezza.

Un giorno scese dall'eccelsa sferaPer esser uomo e allevïarci il duolo;Calice orrendo, affinchè l'uom non pera,Tracannò solo.

Ci favellò non più come in OrebbeCon formidabil, mistica favella,Ma qual mortal che della donna crebbeAlla mammella.

E quella Madre ch'egli amò cotantoDiede alle donne qual modello e amica,Qual Madre a ognun ch'a lei con dolor santoSue pene dica.

Le nostre pene, ah sì! dalle TaurineSponde alla Madre del Signor dicemmo,E le pupille sue sovra noi chineBrillar vedemmo.

L'indica lue nostr'aure appena attinse,Ci risovvenne la pietà degli avi,E quella Madre col sospir respinseGl'influssi pravi.

Andò assalendo il morbo alcune vite,Ma più rifulse indi il recato scampo:A gare insiem di carità squisiteS'aperse un campo.

Anco una Forte del più debol sessoAccorse agli egri, sorbì l'aer funesto,E consolò con dolci cure e amplessoL'orfano mesto.

E visti fur della città i MaggioriTrar di Maria Consolatrice al piede,E in voto stringer tutti i nostri cuoriA salda fede.

E visti furo i cittadin più cultiColl'umil volgo unirsi, in Dio sperando,Nè de' beffardi paventar gl'insultiMaria invocando.

Piace al Signor che la sua Vergin MadreNe incori e affidi col suo bel sorriso,Sì ch'aspiriam con opre alte e leggiadreAl Paradiso.

Vera religïon, ch'è tutta bella,Gaudio ne pinge in Dio, non vil cipiglio,Se lo onoriam ne' Santi, e vieppiù in Quella,Cui nacque Figlio.

Guasta dall'uom, religïon ne pingeNon so qual Dio alterissimo, cui duole,Se a quella Madre che al suo sen lo stringeDrizziam parole.

Fede in te sempre avremo, o GenitriceDell'umanato, ver Lume divino!Tu sei potente in ciel, tu salvatriceSei di Taurino!

Deinde dicit discipulo: «Ecce mater tua».(Ioh. 19. 27).

Serpeggiava il malefico elementoCui dal Gange svolgea l'ira divina,E, recato per l'aer morte e spavento,Pur la dolce assalìa sponda Taurina:Dalla nostra città s'alzò un lamentoAlla Vergin, cui terra e ciel s'inchina;E come gli avi già correano ad essa,Corremmo a lei colla fidanza istessa.Sciolto è il voto, innalzata è la Colonna,Che, or volge un anno, il cittadin fervoreImprometteva alla superna Donna,Deprecando l'orribile malore:Speranza in lei vieppiù di noi s'indonna,Dacchè prova ci diè somma d'amore:Venne l'indica lue, tremenda apparve,Ma al cenno di Maria sedossi e sparve.

Ah! questo monumento una incessanteSarà preghiera delle nostre schiatte!Ei rammenterà sempre al vïandanteL'inclite grazie che a Taurin son fatte.Ve' l'immagin di Lei col Figlio amante,Ch'orgoglio umano ed uman'ira abbatte!Deh! nessun passi mai per questa viaChe il cor non alzi ver Gesù e Maria!

O Regina del Ciel, non è sgombrataLa fera lue da tutti i nostri lidi!Piange al flagel Dertona sconsolata,E d'altre sponde a te s'elevan gridi:Pietà di loro! e sia Taurin salvata!Chiedi al Signor che a lui viviam più fidi;Digli che il vuoi; le menti in noi migliora,E il figlio tuo benediranne allora!Deh, ci ottieni ogni don, ma più virtuteDi fraterna concordia e d'intelletto!Qui l'alme vili sien di gloria mute,Qui del bello e del ver splenda l'affetto!Qui insidie di stranier non sien tessute,Qui sia armonia di Prence e di soggetto!Qui in pace o in guerra, in giubilo od in piantoStiane Maria sospitatrice accanto!

Tu, dopo il Dio che s'umano in tuo seno,Sei l'Ente più benefico del mondo;La nobil Eva in cui non fu veleno;La vincitrice dello spirto immondo;L'umano cor che al divin Rege appienoGradì, perchè in amar fu il più profondo:Tu sei la donna in sua perfetta altezza;Degli Angioli e di Dio sei l'allegrezza!

Invan sonò in più secoli, ed invanoSonerà ancor di cieche menti il riso,Che il bel culto a Maria chiamano insano:Noi la Donna onoriam del Paradiso;Noi giubiliam che il Reggitor sovranoVolgane, in braccio a lei, clemente viso;Noi sentiamo l'incanto celestialeD'aver madre una madre al Dio immortale!Quindi risponderemo all'infeliceChe corruccioso ti sogguarda e ghigna:«Degli avi nostri fu consolatrice,E nostr'umile pianto udì benigna!Divine cose il nome suo ne dice;Per esso in noi più cavitarie alligna!Non sappiamo amar Dio fuorchè con Quella,Che per noi l'ha nodrito a sua mammella!»

Che sono i monumenti? Iddio non chiedeStatue e colonne, ma infiammati cuori.È ver, ma i sacri segni alzan la fede;Gridan d'età in etade: «Il Ciel s'onori!»Nobilitan le vie dov'hanno sede;Collegano i nepoti a' lor maggiori;Son degl'ingegni sconfortati al guardo,Qual movente a bell'opre, alto stendardo.

Or questo novo segno al vicin tempioAppellerà ogni giorno i passeggieri:Quivi la maestà, quivi l'esempioDegl'incessanti aneliti sinceri,Ad ossequio talor costringon l'empio,L'invaghiscon talor de' pii misteri;E s'egli te, Madre d'afflitti, implora,Il miri, il tocchi,—ed è tuo figlio ancora!

Monstra te esse matrem!(Av. m. st.).

O Vergin santa, che il Signore elessePer nascer dal tuo sen Uom de' dolori,Uom che modello a tutti noi splendesse!

Tu, benchè pura, non respingi i cuoriChe a te sorgon macchiati, e come il FiglioBrami scampo e non lutto ai peccatori.

Deh, volgi anco su me quel divin ciglioChe sempre da clemenza è inteneritoVerso chi prega dal suo tristo esiglio!

Io t'amai da fanciullo, indi partitoDa te sembrai, ma spesso a te pensando,De' lunghi errori miei gemea pentito;

Ed in que' giorni di dubbiezza, quandoDella fallacia dell'orgoglio mioPur meco stesso mi venia crucciando,

Un bisogno invincibile d'IddioTalvolta m'assaliva e mi pareaChe a speranza da te mosso foss'io.

E se in un tempio allor mi ritraea,Cercava la tua immagine, e in quel visoVirgineo e celestial fede io ponea.

E gioiva al pensar che in paradiso,Appo il fulgor dell'eternal bellezza,Brillasse d'una femmina il sorriso!

Il sorriso di madre a pietà avvezza,Ed al desìo che in virtù crescan lietiQuei cari figli ch'ella tanto apprezza.

Non badar, no, se troppo a' consüetiSentier d'infedeltà raddotto m'hannoMiei giovenili affetti irrequïeti,

Più fermo or t'amerò, più non trarrannoLunge i miei passi da tua dolce via:Fuor d'essa tutto vidi essere inganno.

Degna di te non è l'anima mia,Ma pensa ch'opra è pur del BenedettoChe da te nacque, e che per me patìa.

Riconduci quest'alma al tuo Diletto;Digli che sempre in esso e in te sperava.Digli che tu di confidar m'hai detto!

Digli che il danno mio t'addolorava,Digli che l'amor tuo salvo mi vuole,Digli che a te dal Golgota ei mi dava!

Tai dalla madre udendo alte paroleArriderà, siccome ai sapïentiTuoi desiderii tutti arrider suole.

Se gli spiacquero in me cuore ed accenti,Cuore ed accenti mi darà novelli,Sì che più caro a dritto, io gli diventi.

Santificata l'arpa mia più belli,Più fervid'inni eleverà, dicendoCome gli afflitti dal periglio svelli.

E forse allor più d'un che va fuggendoSdegnosamente la tua pia chiamata,Te d'illusi ignoranti idol credendo,

Fermerà il passo perch'io t'ho cantata,E ridirà:—Ma chi è mai costei,Che pur da quell'altero è commendata?

Alzando gli occhi imparerà chi sei;Stupirà, t'amerà, nobil rossoreAvrà, qual ebbi degl'indugi rei.

Ma, deh! ti mostra madre al peccatorePur se debole ei resta, e se talvoltaInchinato a viltà gli scerni il core.

Poca mia possa, ma tua possa è molta;Per balze, per fiumane or tremo, or cado,Ma, qual ch'io sia, tu le mie grida ascolta.

Spesse fiate in malagevol guadoMi porgesti la mano, e uscii dell'onde;M'alzi tua dolce man di grado in grado

Da questi rischi alle celesti sponde!

Astitit Regina a dextris tuis.(Ps. 44).

Umile sì, ma ardimentoso il coreSorga dal fango e si sollevi a Dio:Cinto d'argilla, ma di te, Signore,Figlio son io!

Bella è la terra, e i favillanti straliDel nobil astro che il suo sen feconda,E il dì e la notte, e i fiori e gli animali,E l'aere e l'onda.

Bello è l'imper dell'uom su gli elementi:Ei gioia cerca, e gioia sogna o trova;Ma sete sempre han suoi desiri ardentiDi gioia nuova.

A me non bastan tue bellezze, o terra;Le indagai tutte, le ammirai, le ammiro;Ombre son vaghe, e morte a lor fa guerra:Io il ver sospiro.

Ed in te solo è il vero, o impermutatoBello ineffabil che allumasti il sole,Ed a' tuoi figli nella polve hai datoVita e parole.

Chi sei? nol so. Chi son? nol so. Ma pureTraluci a me, benchè ti copra un velo;In mille voci annuncian tue fattureIl Re del Cielo.

Ma delle tue fatture la più bella,Quella che più di grazia è portatrice,Quella che più ti rappresenta, quellaChe al cor più dice,

Ell'è Maria, la Vergine, la FigliaDell'Uomo, in Ciel fatta a' fratei reina!La femminil pietà che s'assomigliaAlla divina!

Lex lux.(Prov. 6. 23).

Dopo indefessi studii,Sopra vantate carteGiustin vedea non fulgereFuorchè bugiarda un'arteCon cui l'audacia illudereDel fervido mortal,E il ver col falso mescere,E la virtù col mal.

A nobil ira il mosseroIl vil, cinico riso,L'epicurea mollizie,Il duro stoico viso;In tutte scuole un'invidaDi laudi fame e d'or;Sul labbro la giustizia,L'iniquità nel cor.

E si squarciò dagli omeriNel suo corruccio il manto;Gettò i volumi turgidi,Scevri per lui d'incanto,E con profondo-gemitoDisse:—«Non v'è quaggiùLuce che guidi i miseriA verità e virtù!».—-

«Evvi!» gli grida un provvidoVecchio che i lagni udìa.Giustin lo mira attonito,Poi dice: «No! follìa!»—«Follìe ti svolser, gli uomini(L'altro risponde allor);Leggi quest'alte pagine!»—«Chi le dettò?»—«Il Signor!»

Tra speranzoso e increduloGiustin quel libro afferra:Le carte eran profeticheChe a tutti error fan guerra,Che svelan ne' primordiiD'umanità il fallir,Poi l'empio Giuda e il Gòlgota,E d'un Iddio il patir.

Gli sconosciuti oracoliIl dubitante aperse,E d'Isaia nel canticoLo spirito sommerse.Legge:—Ascoltate, o popoli,D'ira divina il suon:Io Re del Ciel, di vittimeInfastidito io son.

Incensi ed inni perfidiIl mio intelletto abborre:Premio di voti ipocritiNon mai sperate côrre;Sangue le mani grondano,E voi le alzate a me?Tergetele, o miei fulminiDiran che Dio ancor è!

Pur se le destre s'ergonoSincere a me tuttora,Se rei pensier non serbanoPiù in vostro cor dimora,Se torna altrui beneficoDe' figli miei l'oprar,Credete voi ch'io sappiaMiei figli sterminar?

Oh! se a pupilli e vedoveEsser vi veggio scampo,Venite a me: le folgoriNon seguiranno il lampo:E fosser come porporaSanguigne l'alme pur,Al par di neve candideLe rivedrà il futur!

Quelle or minaci or tenereParole d'un IddioScosser Giustino, ed avidoLe carte allor seguìo;E giorno e notte al misticoLibro lungh'ore ei diè:Novi conobbe gaudii;Amò, sperò, credè.

A mastri e condiscepoliDe' suoi passati errori,Move, ed in pria l'accolgonoCon risi e con furori:Stupiscon poi del placidoSuo forte ragionar;Miransi, e forse pensano:«Filosofo ancor par».

Ed ei coll'invincibilePossa del dir veraceEccita santi anelitiDi carità e di pace:Più d'un mortal da glorieSuperbe visto fuTrar con Giustino all'umileScïenza di Gesù.

Invano, invan rammentanoVigliacchi amici al forte,Che della Croce ai nunziiLeggi minaccian morte:Invano a lui, se i viziiS'ostina a maledir,Tremanti vaticinanoScherno, prigion, martir.

—«Oh mal pietosi e timidi!Risponde al caro stuolo,Sappiate che un orribileMartirio esecro solo,Quel che patii nel miseroMio giovanile error,Quando tra fedi varieMi vacillava il cor.

«Al vero nata l'animaNel dubitar si snerva;Quindi a sospetti ignobiliFatta ogni dì più serva,Discrede l'amicizia,Discrede ogni virtù;Nessun eccelso palpitoSuoi giorni abbella più.

«Ma, dacchè i vili dubbiiCacciai dall'intelletto,E potei diva accogliereFilosofia nel petto,Dacchè imparai qual abbiaLa vita alto valor,E affratellato agli uominiConobbi il Redentor;

«Io da quel dì mi pascoloDi forza e di speranza,E questa è gioia intrinsecaChe tutte gioie avanza:Il vivere emmi grazia,Grazia mi fia il morir;Uom mi potrebbe estinguere.Ei non può Dio rapir!»

Il predicar fulmineo,I trionfanti scrittiPrima fur detti insania,Poi detti fur delitti;Ed ecco il pio filosofoIn ceppi rei giacer:Eccol d'iniquo giudiceGl'insulti sostener.

—«Che ti giovar gli stolidiDel Nazareo costumi?Se brami scampo, ossequioPresta ad Augusto e a' numi:Mira per quei che agl'idoliIncenso negan dar,Mira i parati eculei,Mira i flagei d'acciar».

Non si smentì nell'ansiaDella terribil ora;Mostrò come un ApostoloOpri, patisca e mora:Al giudice, a' carneficiPerdono oppose e amor,Ed il sublime esempioNobilitò altri cor.

Venner con lui dal carcereAi barbari suppliciIntemerata vergineE cinque eletti amici:La giovin fra gli straziiUn gemito mandò;Giustin mirolla, e impavidaGli strazii sopportò [1].

[1] Con S. Giustino furono martirizzati cinque suoi amici ed una fanciulla per nome Caritana.


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