LE PROCESSIONI.

Piansi più cuori amati onde me privoGli strali avean d'inesorata morte,E più d'un ch'io lasciato avea captivo!

Allegrar mi volea della mia sorte,Ma spesso in cupo involontario duoloMie deboli potenze ivano assorte.

Ciò ch'io patissi, Iddio conosce solo,La mente rivolgendo a tanti cariDel cui lungo martir non mi consolo!

Il mondo mi dicea! «Se ancora impariAd ambir le mie feste e i miei sorrisi,Sollevati saran tuoi giorni amari».

Ma indarno sovra lui le ciglia affisi:Ei più non mi rendea que' dì lontaniCh'io con altre dolci alme avea divisi!

Gratitudin destavanmi gli umaniChe generosi mi plaudeano intorno,Ma i plausi lor pur rïuscianmi vani.

In sì frequente di dolor ritorno,Il loco ove ogni dì forza racquistoÈ quel dove le sante are han soggiorno:

Ogni mattin là prono a' piè di CristoBreve, benefic'ora io volger amo,Ed esco allor più dolcemente tristo,

E conformarmi al divin cenno io bramo.

«Entro i templi, pari al volgo,Di prostrarti non vergogni?Lascia, stolto, i vieti sogni:Sol ne' sensi è verità.Pari a noi, sii glorïosaDel tuo secolo facella:Al pensar de' forti appellaLa crescente umanità».

«Al pensare de' forti l'appello;Forti son que' che regge l'Eterno:Molti errori nel volgo discerno,Ma non quando umil viene all'altar;Ma non quando suoi falli ripensa;Ma non quando li lava col pianto;Ma non quando de' Santi nel SantoAlza i lumi, e lo vuol seguitar».

«D'un Iddio pur si favelli;Ma di templi, ma di riti,Ma di spiriti contritiFastidito è il pensator.Basta a gloria delle gentiPredicar virtù civile,Maledir ogni opra vile,Intimar fraterno amor».

«Ch'altro grida la voce dell'Ara,Che civili, fraterne virtuti?Fiacchi sono del senno gli aiuti,Se l'Eterno virtù non impon.D'uomo il senno ch'a Dio non s'elevaCon qual dritto imporrà sacrifici?Senza Dio l'uom ne' giorni infeliciRuba, insidia, trucida a ragion».

«Se adorar si vuole un Nume,Sieno semplici omai l'are;Vane pompe ad esecrareNe consiglia l'Evangel:Volgi l'alma a culto novo;Il vetusto s'abbandoni:Non più incensi, effigie, suoni;Ma qui l'uom, là il Re del ciel».

«Sventurati! v'abbagliano l'ire;Gl'intelletti ad amore schiudete,E virtù e verità scorgereteNelle pompe che innalzano il cor:Non son vane se non pel frementeChe lor sacra potenza dileggia,Che il suo rigido spirto vagheggiaNon il bel, non Iddio, non l'amor!»

«Chi son quegl'iniquiChe parlan di Dio?Chi sei che linguaggioUsurpi d'uom pio?Dai ceppi in che fostiSol frode provien.Da noi t'allontanaCh'a Dio, a SacerdotiVivemmo fedeliDagli anni remoti,Mentr'empie covaviDubbianze nel sen!»

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«Felici voi che al lume eterno ingratiNon foste mai, siccome questo insano!Ma nulla tolgo a voi, se ardisco alzatiTener gli affetti al Salvator Sovrano.I templi non a soli intemeratiS'apron, ma accolgon pure il pubblicano:Di voi, di me pietà prenda il Signore,Ed in noi colla fede istilli amore!»

Vexilla Regis prodeunt.(Eccl. hymn.).

Dolce è l'aspettoDe' templi santi,Dove tra faciSfolgoreggianti,Dove tra incensi,Dove tra cantiDi Dio grandeggiaLa maestà;

Dove al mortaleLe sacre muraTolgono il restoDella natura,Dove ogni oggettoCh'ei raffiguraGli dice: «Adora,L'Eterno è là!»

Nondimeno allorquando dal tempioUscir vedesi l'Onnipotente,Tra le mani d'un debil vivente,Pe' sentieri che tutti calchiam,Pare a noi che vieppiù ci sorrida,Che vieppiù ci si faccia fratello:Per pregarlo un impulso novello,Una nova speranza sentiam.

Egli è il Re che diffondersi brama,Che pacifico vien dalla reggia,Che fra i sudditi amati passeggia,Che lor volge parole d'amor:Egli è il padre che visita i figli,Che s'appressa a ciascun de' lor petti,Che lor mostra quant'ei si dilettiDi cercarli, di starsi fra lor.

Oh nel moltiplicar tuoi benefici,Ricca d'industrie amabili e sublimi,Religïon che a' tuoi sinceri amiciCon sì söavi grazie amore esprimi!Religïon, che pur ne' tuoi nemiciA lor dispetto meraviglia imprimi!Religïon d'imperscrutati veri,Bella in tuoi grandi lampi e in tuoi misteri!

Splendono innumerati i santi modiCon che rammenti agli uomini il Signore,Con che il Signor medesmo offerir godiAlla vista de' popoli ed al core;A te non basta in mezzo a preci e lodiSull'ara alzar la diva Ostia d'amore;Fuor de' delubri, tu la traggi, e in pieFeste l'elèvi per le dense vie.

Perchè iroso talun le venerandeProcessioni con ribrezzo guata?Perchè immagina ei tutta in miserandeCure avvolta la turba ivi adunata?In ogni loco, ottusa al Bello, al GrandeLangue, è ver, più d'un'alma sciagurata,Ma gente è pur che il Grande, il Bello ancoraSente con forza, e, quando sente, adora.Alme sono, in cui ragioneEd amante fantasiaTal serbarono armoniaChe abbellisce ogni pensier:Chi ragion vuol tutta geloSenza slanci, senza affetto,Tarpa l'ali all'intelletto,Non s'innalza fino al ver.

Tutto Ciò che santo brilla,Che divelle dalla creta,Che solleva ad alta meta,Dobbiam credere ed amar:D'infelici sprezzatoriNon confondaci lo scherno:Vile sforzo è dell'infernoogni cosa dissacrar.

Quali volge a noi la ChiesaRimembranze in tutti riti?Son materni, dolci invitiA speranza ed a fervor.Il Signor quando discende,Quando incede in mezzo a noi,Chiede amore a' figli suoi,Chiede e in un largisce amor.

Indelebil mi sei, giorno lontanoAllor che in giovenili anni a me stanzaEra söave lido oltramontano:

Cessava la sacrilega burbanzaDalla falsa republica ostentataContro la dolce degli altar possanza;

E l'ardito mortal che, rovesciataLa licenza volgar, lo scettro prese,Volle che laude fosse a Dio ridata.

Da lungo tempo augusta dalle chiesePompa uscita non era d'alternantiSupplici turbe a fervid'inni intese,

Ricordavano solo alcuni santiVecchi le amate feste, ove il SignorePasseggiava cogli uomini preganti.

Di repente riviver lo splendoreEcco di quelle feste a' Franchi lidi,Ad un cenno del Corso Imperadore.

E con gara magnifica allor vidiIl popolo esultar, che finalmenteFosser compressi di bestemmia i gridi:E la città del Rodano opulenteSfoggiò tappeti e drappi ed archi e troniAl quaggiù ridisceso Onnipotente.

Gioiva la caterva udendo i buoniRacconti de' vegliardi, ed esclamava:«Di novo esser del ciel vogliam campioni!»

Intanto ognun con dignità n'andavaQua e là per le strade brulicando,O a' pensili balconi susurrava,

Lo spettacol santissimo aspettando.

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Del cannone il fragor nuncio prorompe,E da ogni parte ecco seguir silenzio;La procedente pompa in quell'istantePrese le mosse avea del tempio. E oh qualeIn tutta quella turba apparìa sensoMisto di gaudio, di stupor, d'ossequio,Di terror sacro! E nel quadrivio tuttiProtendeano la testa, impazïentiD'appagar le pupille in quel sublimeIntervenir del Re dell'universoTra le infelici vie che de' mortaliCingon le case!

Il cinguettìo s'andavaA poco a poco intorno rïalzando,Sin che ad un capo della via rifulseLa prima Croce, e la seguia drappelloDi devoti cantanti. Allor di novoRegnò silenzio. A quella prima CroceEd al suo stuolo, stuoli altri seguìro,Con altre Croci ed elevate insegne,E varii ammanti, onde scerneansi varieAffratellanze di civili ufficiE di sacerdotali. IntenerivaQuell'ineffabil mistica armoniaDegli aspetti, moltiplici, e dell'innoDa tante bocche e tanti cuor sonante,E del brillar dell'infinite faci,Il pio simboleggianti amor ridesto.

Bello il mirar là sovra antiche goteLagrime di piacer! Là, sovra goteDi dolci verginelle e di lor madriLagrime d'agitate alme, ferventiDi carità reciproca e di gioia!E là l'ansante genitrice in altoIl suo bimbo elevar, sì ch'egli scorgaLa maestà del rito, ed insegnargliA riportar la tenera maninaSulla fronte e sul petto e sulle spalle,Balbettando la trina alma parola,Che de' cattolici è gloria e salute!

Poi tragittate le abbondanti schiereChe annunciavan l'Altissimo, ecco un nemboDi timïàmi, e fra quel nembo priaVago drappello d'angioli incensanti,E fiori per la sacra aura spargenti;Indi—oh spavento! oh amore!—indi ColuiChe la terra creò, che creò i cieli,Che l'uom creò, che all'uom s'unì, e divisaDell'uom l'ambascia, il consolò e redense!

A cotal vista l'adorante follaGenuflessa cadeva, ed i singhiozziUdii di molti che dicean: «Signore,»Pietà di me che te cotanto offesi,Ed ammenda desìo!»

—Stava fra i milleColà prostrato un giovane infelice,Ch'empio non era stato, e sempre in coreD'amor favilla avea per Dio nodrita,Ma pur sovente dal demòn superboDelle dubbiezze invaso avea lo spirto.E certo le dubbiezze eran flagelloDa Dio permesso, perchè umìl non eraDi quel giovin lo spirto, e si credeaD'altissima natura, atto all'acquistoD'ogni saper cui non s'aderge il volgo;E lungh'ore ogni dì sedea solingoFra libri ottimi e pessimi, e scrutavaLa verità—dimenticando spessoD'invocarla dal ciel. Ma in quel gran giornoDell'adorabil pompa, in quel momentoChe a mille a mille si prostràr gli astanti,Ed anch'egli prostrassi; il giovin, pienoPoco prima di tenebre, una luceVide novella, e umilïò l'alteroIntelletto con gioia, e senza orgoglioFu per più giorni e immacolato e forte.

E quando quell'audace irrequïetoTornava a' suoi deliri, investigandoCon indagin profana alti misteri,Scontento si sentiva e sen dolea;Ed in sè di quel giorno LugdunenseLa ricordanza ridestava, in cuiS'era con fede innanzi a Dio gettato;E tale avventurosa ricordanzaLui consolava, e gli rendea sovente,Od accresceagli della fede il raggio!

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V'amo, o Processïoni! e v'amo tutte,Pubbliche preci dalla Chiesa alzateAd inforzarci in perigliose lutte!

Io son quell'un, che da dubbiezze ingrateAfflitto in gioventù, pur vi cercai,Ed hovvi schiettamente indi onorate.

E non sol nelle feste, ove, i suoi raiNascondendo, intervien l'Ostia divina,D'indicibil dolcezza io m'esaltai;

Ch'ovunque l'uom pregando pellegrinaAffratellato al suo simìle e canta,Sento un poter che a Dio mi ravvicina.

Quant'amo l'adunanza umile e santaDe' confidenti nell'amor di QuelloChe di bei fiori le convalli ammanta!

Congregati alle miti aure d'un belloMattin di maggio, in copia anzi la chiesaEcco stan villanel con villanello.Ed ecco, il piede innoltran per la scesaGiovani donne, e nel tugurio restaL'avola antica alle faccende intesa.

Ed il sacro Pastor move la festa,Guidando i parrocchiani in mezzo ai prati,E in mezzo a' campi e in mezzo alla foresta.

Mirano con dolcezza i germogliatiFrutti di quel terreno, e pel ricoltoLitanïando invocano i Bëati;

E il passegger da lunge dando ascoltoAlla rustica prece, si commove,Ed anch'egli a pregar sentesi volto,

E forse da mal opra indi si move.

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Udran certo la prece devotaI Bëati che sono appo Dio;L'udrà l'Angel del bosco e del rio,L'udrà l'Angel del monte e del pian;E le debili umane paroleCommutando in concento divino,Le alzeran fino all'Unico-Trino,E felice la messe otterran.

Ma se pur le parole dell'uomoIn concento divin commutateAl Signor non salissero grate,E vibrasse tremendo flagel,La preghiera che alzaro i credentiInfeconda giammai non si fora,Sempre i cor la preghiera migliora,Sempre l'uom riconcilia col ciel.

E dopo l'anno in cui sole o procellaDi frutti la campagna han desertato,Riedono i contadini in la novellaStagion di maggio al supplicare usato.Di sue peccata ognun castigo appellaL'arsura o i nembi del trist'anno andato;Ognun con penitenza più sinceraDa Dio depreca tai sciagure, e spera.

Venga a que' giorni il vate ed il pittoreSulla bella collina d'Eridàno,E contempli quel quadro incantatoreCui son limite l'alpi da lontano.Di bellezza uno spirito e d'amoreDiffuso è là sui monti, e là sul piano,E qui sui poggi, e sui due fiumi, dondeAccarezzan Taurin le amabil onde.

Il vate ed il pittor vedrà un incanto;A sì bel quadro unirsi novo ancora:Escon le forosette in bianco ammantoDa diversi tuguri anzi all'aurora,Ed affrettano il passo al loco santo,Ove la campanetta suona l'or;Passar indi tra questo albero e quelloVedesi colla Croce il pio drappello.

Pingetemi raggiante dall'EmpiroDegli Angiol la Regina che sorride:Dicesi che talor nel sacro giroDelle Rogazïoni alcun lei vide;Dicesi che commossa dal sospiroDi quell'anime semplici a lei fide,Col divin Figlio i campi benedisse,Nè gragnuola per molti anni li afflisse.

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E belle son le suppliciPompe di penitenza in alto lutto,Quando da morbo orribileA gran terrore un popolo è condutto.

Per alcun tempo attonitePortano le cittadi il flagel rio,Indi, poichè ogni provvidaArte inutile appar, volgonsi a Dio.

Ed allor sorgon uominiPer eloquenza e santo cor sublimi,E con ardir magnanimoRinfacciano lor colpe ai grandi e agl'imi.

Della rampogna ridereVorrìa il perverso, e già il malor lo afferra:Jeri con vil tripudioOpprimea l'innocenza, oggi è sotterra.

Prendon la Croce gli umili,E più d'un già superbo anche la prende,E il penitente canticoDa migliaia di cuori al cielo ascende.

Religïon fortificaGli animi che depressi avea paura,E quindi all'aer maleficoPiù robusta resiste anco natura.

Religïon le torbideCoscïenze deterge, indi le calma,E più efficaci i farmachiOpran nell'uom, qualor pacata è l'alma.

Accumular prodigiiPotria certo il Signor, ma senza questiPur con sue leggi soliteSana e protegge chi a ben far si desti.

Il penitente popoloDopo le preci meno ismorto riede,E più costante esercitaSua carità, perchè doppiata ha fede.

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Ed allor men sovente abbandonatiVan gli egri da' famigli e da congiunti;E più d'un egro che di duol peritoFora per l'abbandon, s'altri l'aiuta,Forze ritrova, e più del morbo i dardiA lui non son mortiferi. In tal guisaScema la strage a poco a poco, e cessa.

Ah! in questi miseri anni Europa invasaDall'indica per l'aer corrente lue,Quanta per ogni loco alzar dee lodeA te, Religion! Dove i più ardentiSoccorritori delle inferme turbe?Eran color che a beneficio spintiVenìan da fede! Eran le pie fanciulleVincolate da voto a farsi ovunqueAncelle de' languenti! Eran dell'areDegni ministri! Erano illustri o scuriConcittadini che schernir soleaLa vigliacca empietà, perchè prostesiSovente all'are onde traean virtude!E te fra tanti ardimentosi egregi,Ottogenario Vescovo, annovravaLa nostra Cuneo dianzi, a' più tremendiLunghi giorni di morte e di spavento!

Te col drappello de' tuoi forti amiciCingeano indarno gli ululi codardi,E i turpi esempli di color che aïtaNegavano a' giacenti! Impallidìa,Ma per alta pietà, non per pauraLa vostra fronte, ed al pallor gentileSuccedea sulle guance il nobil focoDella vergogna per l'altrui fiacchezza.

E quando truce cova, e già scoppiandoVa in queste Taurinensi aure la lue,Chi a' bisogni provvede e rischi affronta,E sprona, e gare generose incìta?Alme prodi son desse, a cui ben notaReligion senno e costanza infonde!E fra tali, io con giubilo un amicoVidi primo scagliarsi all'ardue cureChe salvaron la patria; e fra i gagliardiChe il seguitavan, godo altri a me cariScorgere e benedire, e vieppiù amarli!

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Ma il dolor pur rammentiamoD'altre turbe supplicanti:Stirpe misera d'Adamo,Numerar chi può tuoi pianti?

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Più d'una voltaFuron veduteDisperar quasiDella saluteAssedïateDegne città.

L'oste che i muriIvi circonda;Desolò questaE quella sponda;Scevra si vantaD'ogni pietà.

Pubbliche preciLa Chiesa intima,Anzi agli altariCiascun s'adìma,Indi procedeIgnudo il piè.La mescolanzaDel lor dolore,Del loro gridoAl Salvatore,In tutti i pettiCresce la fè.

Dopo la pompaIl capitanoRipon sull'elsaL'ardita mano,Ed ispiratoSnuda l'acciar,«Chi di voi sente»Iddio con noi?»—Tutti il sentiamo!»Sclaman gli eroi.Apron le porte,Vanno a pugnar.

Scossa, atterritaL'oste nemica,A ripulsarliMal s'affatica;Già si scompiglia,Si dà a fuggir.Mai non è, vintoChi vincer crede:Negl'irrompenti,Opra la fede:Salva è la patriaPresso a perir!

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Chi son que' ferociChe d'Asia partiti,Di tutto OccidentePercorrono i liti?Rapinan, devastanoCampagne e città.Il lor capitanoÈ demone od uomo?Da niuna possanzaGiammai non fu domo.Flagello di DioNomar ei si fa.

Le Slaviche terre,Le terre TedescheSopportan sue stragi,Sue luride tresche;Le Gallie lo veggonoSovr'esse piombar.Ma il barbaro in mezzoAl sangue, alle predeNon gode, se RomaIn polve non vede;Ed eccol dall'AlpiFurente calar.

Qual possa di braccioAvria soffermatoChi tanto al suo ferroGià, avea soggiogato?Qual gente dal TevereIncontro gli vien?Un duce canuto,Magnanimo, forte,Non forte di schiereDatrici di morte;La sola sua fedeIl guïda, il sostien.

Quel duce vestivaD'Apostolo il manto;Portava in sue maniIl Re sempre Santo;E folto seguialoPregante drappel.Ed Attila, feroFlagello di Dio,Innanzi agl'inermiTremò, impallidìo,E disse: «Non voglio«Pugnar contro il Ciel!»

Perchè retrocesseCon tanto spavento?Vid'ei nelle nubiUn vero portento,O tutto il prodigioOproglisi in cor?Dicevano gli UnniCon rabida voce:«Per quale incantesmo»Ci vinse la Croce?»Ed Attila urlava:«Fuggiamo il Signor!»

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Ah! dolce siami ricordarmi ancoraProcessïoni d'altri cuori amanti,Volte a far sì ch'uom santamente mora;

Allorquando a' fratelli dolorantiSovra il letto di morte vien portatoQuel Dio che si commove a' nostri pianti.

Brama la Chiesa intorno a sè adunatoStuolo di figli allora, ed indulgenzaMaterna a chi v'accorra ha pronunciato.

Per le vie con sollecita frequenzaSuona la nota squilla annunziatriceDi quel mister d'amore e sapienza.

E già la donnicciuola, osservatriceDe' pii dettami, il suo lavor sospende,E prega per l'incognito infelice,

E lascia l'officina, e il passo tendeCon altri umili artieri al loco santo,E il cereo appo l'altar ciascuno accende.

Ivi ad artieri e a donnicciuole accantoS'inginocchiano tai, che più corteseHanno il contegno e le sembianze e il manto.

Il vario grado qui sparisce; inteseTutte quell'almo al Re del Ciel si stannoChe in man dell'uom dalla sua gloria scese.

Sostegno quattro fidi ecco si fannoAl padiglion, sotto cui l'Ostia vieneRiparatrice dell'eterno danno

Escon del tempio, e in meste cantileneSalmeggiano il bel carme in che il ProfetaReo si chiamava, ed estollea sua spene.

All'ansio mover della schiera è metaIl tetto di fratello o di sorella,Cui forse morte è già da Dio decreta.

E talor quell'afflitta anima in bellaGiace magion, che al volgo ivi stupitoRammemoranza d'alte gioie appella.

Allor più d'un fra gl'infimi è colpitoDal sentir ch'è pur cosa egra e mortaleUomo a sorti sì splendide nodrito.

E tra sè dice: «Ai fortunati oh quale»Stolta invidia portai, se tutti dee»Involver duolo ed esterminio eguale!»

E mentre le atterrite alme plebeeIl vil livor depongono, e commossePregan per lui che l'ultim'aure bee,

Con dolcezza rammentan com'ei fosseModesto in sua possanza, e come pureL'altrui miseria a pietà sempre il mosse.

Ovver tristi rammentan le pressureCh'oprate lunghi giorni ha il vïolento,Insultando degl'imi alle sventure.

Lagrime versa quei di pentimento,E scorge di perdon raggio feliceEntro al cor ricevendo il Sacramento:

E a sè d'intorno mira e benediceLa carità di quella pia congrèga,Che i torti obblìa dell'alma peccatrice,

E pel suo scampo sempiterno prega.

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Chi sì fredda laudar mente potrìaSì del bello avversaria e del sublime,Che la potenza non ammiri ed amiDel gran mister? Mentre all'infermo è dataPer patire o morir forza oltr'umana,Uno spirto di serii pensamentiE di mutua pietà gli astanti afferra;E ciascun dal palagio ov'oggi han regnoLe dolorose infermità e la morte,Riede a sue ricche sale, o al suo tugurio,Più memore del cielo e più benigno.Nè spettacol men alto è quando traggeIl Pan celeste al miserando lettoDell'indigenza. Fra lo stuol seguaceDell'adorabil visita divina,Donna s'annovra illustre e generosa,Ben conscia già di luride scaleeE di covili ov'han mendici albergo.Ed ella dietro al Salvatore ascendeAlla povera stanza; e gentilmenteDel suo splendido stato si vergogna,Ed aïtar tutti vorria gli afflitti.Egra giace una vedova, ed intornoLagrimosi le stanno i figliuolettiDella fame dimentici, e accoratiSol perchè temon pe' materni giorni.Della Comunïon pur non vorrebbeQuesta mirarli nel solenne istante;Pensar vorrebbe solo a Dio; ma gli occhi,Pensando a Dio, ricadon sovra i figli,E s'empiono di pianto.—«Oh figli miei!«All'infrenabil mio materno lutto»Deh non badate, e voi consoli Iddio!»A lui vi raccomando: ei padre ognora»Fu de' pupilli derelitti; piena»Fiducia abbiate in lui!» Così l'infermaGeme ed abbraccia ad uno ad uno i cari;Poi, vinta dall'angoscia, obblia di nuovoLa voluta fiducia, e per delirio.Lamentosa prorompe: «Oh delle mieViscere amati frutti! ov'è chi prendaCura di voi, quand'io sarò sotterra?—Per mezzo mio li aiuterà il Signore!»Dice l'illustre donna ivi prostrata;E s'alza, ed alla vedova giacenteLe braccia stende, e al sen la stringe; e questaEffonde il core in voci alte di gioia,Dicendo: «Io moro consolata! a' figli«Che in terra lascio, resterà una madre!»Io vidi, io stesso un giorno in mezzo a' campiAvvïarsi la visita d'IddioA povera magion. Seguii la turba,Per l'infermo pregando, e quell'infermoCanuto essere intesi agricoltorePresso al centesim'anno. Ove giaceaL'onorato vegliardo? In una stalla!A manca erano i buoi; spazio bastanteLibero stava a destra, e un letticciuoloIvi il padre capìa della famiglia.E in quella stalla il Creator del mondoEntra a soccorrer l'uomo! ad onorarlo!A nutrirlo di sè! tanto è il prodigioDell'umiltà divina, o tanto agli occhiDel Crëator sublime cosa è l'uomo!Ah! ben desso è quel Dio che in una stallaNascer degnava, e palesar che in pregioGli era il mortal, non per potenza ed oro,Ma per l'umana sua nobil natura!Oh mirabile vista quel languenteChe dal guancial la testa sollalzava,Bella per bianche chiome, e pel sorrisoDella pace di Dio! mirabil vistaL'atto in cui della debil creaturaCibo si fa il Signor! Chi non di dolceStilla bagnate aver potea le ciglia,Ripetendo le preci?—E la pietosa,Ond'or parlai, che della vedov'egraL'oppresso spirto avea racconsolato,Non è del vate invenzion. Mi stavaQuell'angelica donna appunto a fiancoOr nella stalla del canuto. E quandoIl Sacerdote retrocesse, alloraSorse l'egregia, e avvicinossi al letto,E favellò non so quai detti al vecchio,E nelle antiche palpebre io vedevaGratitudin rifulgere e contento.

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Ma non così pacificheSempre si volgon l'oreAl figlio della polvere,Quando patisce e muore.

Colui tre volte miseroChe in suoi peccati è spento,Di cui la gente mormora:«Non ebbe il Sacramento!»

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Assai meno, assai meno infeliceDi chi muor senza luce d'ammendaÈ colui che da legge tremendaVien dannato a precoce morir!Fur gravissimi forse i delittiChe macchiaron la vita del tristo;Ma piangendoli a' piedi di Cristo,Spera in ciel perdonato salir.

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Ed anco a tal dannato a fera morteReligïon moltiplica sua cura:Ella sola al gran passo il rende forte,Che vinta da terror fora natura.Arrivato d'un tempio appo le portePerchè il fermano? Oh ciel! che raffigura?Dall'altar mossa l'Ostia avvivatrice,Conforta ancor la vittima infelice.

E la vittima piange benedettaL'ultima volta dal Signore in terra,E con più vigoroso animo accettaLa fune onde il carnefice la serra:Che è mai la morte al misero che aspettaGrazia colà, dove non è più guerra?Ch'è mai la morte all'uom quaggiù imprecato,Se Iddio gli dice in cor: «T'ho perdonato!»

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Le varie pompe tutteUopo non è che annovri il verso mio,Onde sovente addutteL'anime sono a rammentarsi Iddio,E onde abbelliti vannoDi vita il corso ed il postremo affanno.

Io tutte v'amo, quanteIstitüì la provvidente ChiesaProcessïoni sante!Sol per la mente a basse cose intesa,Il senno dell'altareNon benefizio, ma stoltezza appare.

Io v'amo, o pompe! ed amoPur la più mesta; quella in cui giacenteNel fèretro seguiamoIl simil nostro, che di nobil enteSulla terra mutossiIn carne data a' vermi e in poveri ossi.

Oh commovente garaIl congregarsi ad onorar per viaLa sventurata bara!L'alzare ancora in fùnebre armoniaUn voto pel fratello,Di cui le spoglie inghiottir dee l'avello.

Soleasi a' dì lontani,Che barbari a ragion forse son detti,Ed in cui pur gli umaniPortavan reverenza a' begli affetti,Soleasi da' congiuntiPianto sacrar, solenne a' lor defunti!

Mutò la degna usanza,E quando un genitor serrato ha il ciglio,Più intorno non gli avanzaNè la consorte, nè un diletto figlio:Decenza impone a questiSgombrar lochi per morte oggi funesti.

Ah! ben più venerandoEra a' tempi de' barbari il compiantoDelle famiglie, quandoI figliuoli mescean lagrime e canto,Venendo primi dietroAll'orribile e in un caro ferètro!

Fretta mi par non piaIl fuggire un amato, appena e' muore;Il non voler qual siaProva a lui dar di pubblico dolore:Ma ben è ver, che ascosoPur gronda il pianto—e spesso è più doglioso!

Se quei che vincolatiSon per sangue col morto, alla gementePompa non son restati,Folta dietro la bara è pur la gente:Misto al terror, v'è un forteAmor nell'uom per l'alta idea di morte.

Chi vive puro, i grandiProponimenti inforza a quella vista,E chi traea nefandiI giorni suoi, sogguarda e si contrista:D'ognuno a tal pensieroScossa è la mente e richiamata al vero!

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Ma poichè il più giulivo e il più dolenteFra quanti riti a noi la Chiesa espone,Ha in sè di grazia spirto onnipossente,Che al cor favella ed a virtù dispone,Star giammai non si vegga ivi il credenteCol vil sorriso che a bestemmia è sprone:Ne' templi e fuor de' templi ogni atto pioPuote e debbe nostr'alme alzare a Dio.

V'amo, o pompe divine! e prego il CieloCh'io mora in patria ove sien usi santi,Ove alla tomba il mio corporeo veloDato non sia da ignoti o da sprezzanti,Ma pochi amici con pietoso zeloSeguano la mia bara salmeggianti,E valga sì de' lor sospiri il merto,Che tosto siami il sommo regno aperto!

Deus enim honoravit patrem in filiis(_Eccli. c.3, v._ 3)

Inno di gratitudine e d'amoreAl Creator de' nostri cuori amanti,Di tutte meraviglie Creatore!

Dacchè pel fallo prisco dolorantiAlla luce veniam, qual dolci aïtaNe' genitorï è data a' nostri pianti!

In ogni coppia umana, onde la vitaD'altri umani si svolge, ecco una divaPe' figiuoletti carità infinita.

Vedi la vergin titubante e privaD'ogni ardimento, simile a cervettaChe intorno guata, e de' perigli è schiva.

Chi nella fievol, timida animettaOpra mutazione inaspettata,Quand'è fra il coro delle madri eletta?

Di progenie d'Adamo al ciel chiamata,Grave è il sen della dianzi paventosa,E il pondo regge da dolor cruciata.

Ed il porta con forza generosa!E dopo un figlio compro a tanto prezzoD'orrende angosce, altri portar pur osa!

Oh di strazii mirabile disprezzoIn creatura sì gentil, che soloParea nata de' fiori al molle olezzo,

Onde bëasse a lei d'intorno il suoloE le dolci aure col suo bel sorriso,E morisse alla prima ombra di duolo,

Per destarsi felice in Paradiso.

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Vedi la donna col suo piccol nato,Che suggendole il seno a lei sorride:Sebben abbiale tanto egli costato,La madre da lui mai non si divide.Insazïata il guarda, insazïatoÈ il provveder ch'ei non s'affanni e gride:Animo lieto o da timore oppressoNella veglia o nel sonno ha ognor per esso.

Lo sposo benchè a lei caro cotanto,È più caro perch'ei pur ride al figlio;Sovente, favellando a lei d'accanto,S'avvede ch'ella e core e mente e ciglioTien sovra il pargol con sì forte incanto,Che non ha udito il marital consiglio:Allora ei tace e mira, e con dolcezzaIl lattante e la madre egli accarezza.

Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quandoGiace nella sua cuna egro il bambino,E la giovine madre sospirandoAd ogn'istante riede a lui vicino,E invan teneri detti prodigandoTien sulle amate labbra il petto chino,Ma l'offerta mammella ei bacia appena,E non la sugge, ed a vagir si sfrena!

Oh con qual lutto miserando alloraLa spaventata si rivolge a Dio!Oh come al dubbio che il figliuol le moraTrema se in lei fu reo qualche desìo,E perdono dimanda, e s'infervora,Promettendo al Signor viver più pio!I soli Angioli ponno anzi all'EternoSì ardente prego alzar, qual è il materno.

Giorno di liete voci, ora felice,Quando sceman del pargolo i vagiti!Quand'ei cerca la dolce genitriceCon isguardi dal riso ingentiliti!Quand'ei di novo il caro latte elice,E scherzoso riprende i suoi garriti!Tai porge allor la madre inni d'amore,Quai mandar può de' Serafini il core!

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Ov'alti rischi fervono,Vieppiù la madre arditaPel frutto di sue viscerePronta è a donar la vita.

Ella, se fera scoppïaDivoratrice vampa,Verso la cuna avventasi,E il pargoletto scampa.

Se il picciol piede illuseroDi cupo rio le sponde,La madre piomba rapida,E il tragge, o muor nell'onde.

Ella, se il figlio palpitaTra infetto aere tremendo,Tenta i suoi dì redimere,Le piaghe a lui lambendo.

Se patria e tetto invadonoEmpie, omicide squadre,Stringe i suoi figli, e impavidaPugna per lor la madre.

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Tal è la nobil donna ingigantitaDalla materna celestial possanza,Che a tutte generose opre la invita.

Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza,Ed è in lei quell'assidua ed operosaSulla cara progenie vigilanza.

Alma di buona madre più non posaFinchè non ha ne' figli suoi destataDi virtù la favilla glorïosa.

Nè puote alma di figlio esser pacataFra inique gioie, se ha una madre ancoraChe i vestigi di lui tremando guata,

E occultamente prega, e s'addolora.

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Negli anni primieriDel forte maschietto,V'è mente selvaggia,V'è indocile affetto,Par ch'indi s'annunciFutur masnadier.La picciola belvaSe alcun la minaccia,Vieppiù baldanzosaInnalza la faccia;Di colpi, di rischiNon prende pensier.Qual è quello sguardo,Qual è quella voceChe frena l'audaciaDel picciol feroce?Incanto sì dolceLa donna sol ha.Ed ella ripete,Ripete l'incanto,Frammesce sorriso,Disdegno, compianto,E amore gl'infonde,Gl'infonde pietà.

Non bada la saggiaSe petti inumaniDiran che a domarloSuoi studi son vani;In cor d'una madreSperanza non muor.E quei che pareaFutur masnadiero,S'infiamma del bello,S'infiamma del vero,Divien della patriaGentile decor.

La madre è il primo dell'infanzia amore!Poi di ragione al dolce lampo i teneriFanciulli aman la madre e il Crëatore!Sõave affetto sentonoPel padre, pe' fratelli e per le suore,Ma il lor pensier più consolante ed ìntimoE quello ognor: la madre e il Crëatore!

E tutti quasi del Vangelo i forti,Che con grand'opre od immortali paginePiù ricchi di virtù sono al ciel sorti,Dal sen materno attinseroL'amor, l'ingegno e i nobili trasporti,E della madre caramente memori,Iddio amando, con lei sono al ciel sorti.

Quale stupor, se pienamente spantaD'un diletto figliuolo entro lo spiritoAlta fiamma si sia di madre santa?D'uomini gravi assiduaCura in noi del sapere i germi pianta,Ma niuna cura è guida al cor del giovineCome riso gentil di madre santa.

In quello sguardo che posò primieroSovra i nostri dolori e i nostri giubili,È un poter che strascina a pio sentiero.Mille congiuran fàsciniA pervertir di gioventù il pensiero,Ma in lagrime di madre, o nel suo tumuloÈ un poter che ritragge a pio sentiero.

Agostin dagli errori avvincolato,Udendo della madre i sacri gemiti,Bramava consolar quel core amato;Nel rimirarla, a palpitiReligïosi si sentìa spronato;Doppiò il desìo del ver, doppiò le indagini,E terse il pianto di quel core amato.

Ne' giovani anni del Salesio santo,La madre, che il dovea da sè dividere,Un giorno mosse a lui solinga accanto:Sotto vetusta rovereIn cima a giogo alpin fermata alquanto,L'opre di Dio mirando, esclamò: «Figlio!Pensa che quel gran Dio t'è sempre accanto!»

E gli parlò sì calde e generoseRicordanze dell'alta, unica gloria,Che Dio per meta all'uman viver pose,Che il giovin cor rifulgereVide al suo sguardo le celesti cose,E il dir materno in lui restò indelebile,E saldo il piè pel cammin arduo pose.

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Ma di veri ed opposti elementiVien temprata dell'uom la saggezza:Ei bisogno ha di freno e dolcezza,Ei bisogno ha di forza e d'ardir.Troppo i figli addolcir prolungataIndulgenza di madre potrìa;Ne' lor cuori animosa energìaOgni padre è chiamato a nodrir.

Della madre il söave sembianteIl bambino con gioia mirandoBrameria riprodurre quel blandoElegante sentir femminil.Ed insiem nel mirar si compiacePiù severi del padre gli sguardi;In sè brama gli spirti gagliardiChe più bella fan l'indol viril.

Grazie, amabile Ingegno divino,Che, in donarci i duo cari parenti,Vuoi che sorga gentil nelle mentiArmonia di contrarie virtù!Tutti grazie a te rendano i figliChe gustàr de' parenti l'amore!Ed ai mesti orfanelli, o Signore,Notte e dì padre e madre sii tu!

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Quanta in un padre e in una madre splendeLuce emanata dall'Eterno Iddio!D'affetto pari al lor niun cor s'accende.

A' genitori miei come poss'ioRender le gioie prodigate e il pianto,E gli esempi, e i consigli, e il pregar pio?

Troppo sovente immemor fui del santoSenno che ad essi per me il Ciel largiva,E baldanzoso i lor dettami ho franto.

Ma se per vie superbe io mi smarriva,Cercando il ben dove il Signor nol pose,E di mondani sapïenza ambiva,

Quai salutari spine a me le cosePur rimanean, cui già m'aveano impresseL'anime de' parenti generose;

E contento io non era nelle stessePiù inebbrïanti glorie che il mio orgoglioE l'altrui vanità crëato avesse.

Inestirpabil resta il buon germoglioA que' dolci, infantili anni piantato,In cui d'alta malizia il cuore è spoglio.

Io m'avvolgea tra dubbi, e innamoratoPur mi sentìa secretamente ognoraDi quell'Iddio ne' primi dì invocato.

E quando il Sol gli oggetti ricolora,Ed ammirandol poscia al suo tramonto,E nottetempo udendo batter l'ora,

E in mille di que' casi in cui più prontoFassi a grave sentir l'intendimento,Sì che in lui nasce d'alte idee confronto,

Mi sovvenìa con dolce incantamentoLa carità del padre, e di coleiDal cui seno ebbi vita ed alimento;E allor tornava sovra i labbri mieiIrresistibil uopo di preghiera,E i miei delirii m'appariano rei.

Nel ricordar la madre, un fascino eraChe quasi mal mio grado m'attraeaAlla credenza e all'amistà primiera,

E della madre ai templi indi io riedea!

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O padri! o genitrici! il più efficaceV'è dato minister sovra la terra:Da voi pende de' figli la veraceIntima calma, o la perpetua guerra.

Sentir non basta natural dolcezzaA' cari vezzi di crescente prole;Non basta ch'uomo obblii truce fierezza,Come nel suo deserto il leon suoleQuando sul leoncel ch'egli accarezzaSpiegar le insanguinate ugne non vuole;Non basta ch'uom de' figli suoi le stridaTolleri, aïzzi, e i giochi lor divida.

Non basta ch'ei, mentre con essi scherza,Pur li brami al suo cenno obbedienti,E talor pigli l'esecrata sferzaA domar le più irose audaci menti.

Uop'è che padri e madri abbian sublimeConoscimento dell'ufficio loro,E le impronte, che i figli accolgon prime,Sien d'amor, d'innocenza e di decoro.Uop'è che i genitor la prole estime,Perchè non da piaceri o sete d'oroO bassa invidia spinti unqua li miri,Ma da pii, generosi, alti desiri.

Gemer che val che nostra età sia guasta?Che abbondin tradimenti e fratricidii?Che del dubbiar l'orribile cerastaStrazii le menti e tragga a' suicidii?

Al torrente de' vizi argin chi pone,Se mal la patria a' figli suoi provvede?Se de' fanciulli il cor non si disponeDa' genitori ad alti sensi e fede?Se il giovine schernir religïone,O simularla da' canuti vede?Perchè t'onorerà, padre, il tuo figlio,Se in te virtù mai non brillò al suo ciglio?

Sia maledetta la progenie ingrataCh'alza sul genitor risa di scherno!Mal s'affanni di giubilo assetata,E nell'alma sua vil regni l'inferno!

Ma al par de' figli iniqui e irreverenti,Voi sommamente sciagurati e abbietti,Che versate negli animi innocentiMortifero velen con opre e detti!Vita lor deste, e por li avete spenti!Da Dio li avete, e contro a Dio concetti!Prodotto avete per l'età future!Germi rei di più ree progeniture!

Bella è di colta civiltà la luce,Che assai chimere d'ignoranza espelle!Ma se spoglia è di fè, non altro adduceCh'arti affinate in basse anime felle.

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Altera iva, già tempo, i suoi tesoriDi ricchezza e di fama e di possanzaRoma pregiando, e sebben tocche avesseL'ignee quadrella di sventura, e sommoPiù sulla terra il cenno suo non fosse,Ancor a sè dicea: «La invitta io sono!»L'accenditrice della sacra fiamma»Del saper nelle genti! e indarno lutta»Contra il mio genio di barbarie il genio!»Ma venne il dì che la città del mondoFremebonda languendo in crudo assedio,Prevedea suo sterminio ed il trionfoDella barbarie propugnata e sparsaDal valente Alarico.Una SibillaNel roman Foro passeggiava irata,Cinta da cittadini; e se speranzaFosse di gloria le chiedean coloro,E richiedeano con affanno.—Ed ellaCon disprezzo miravali, e taceva,E passeggiava irata, e i dardeggiantiSguardi della divina alto terroreNella plebe infondeano. E poichè sempreInsisteano le turbe a interrogarlaSovra i destini della patria, il risoAmaro del disprezzo in furor santoVolse; e, strappato dalle grigie chiomeIl vel, la fronte colla destra palmaSi percosse tre volte, e a' suoi pensieri«Uscite!» disse,—e uscirono tremendi!«Vaticinio d'obbrobrio e di morte»All'iniqua Regina del mondo!»Sette giorni; e poi veggo giocondo»Qui sue fiamme Alarico gettar!»In tre parti ecco Roma divisa:»Un'intera, altra mezzo abbattuta;»La maggiore ecco fumiga muta»Sovra l'ossa che un dì l'abitàr».

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Dell'antica Sibilla al disperanteGrido colpiti di spavento, alzaroMiserevol lagnanza i cittadini,E a lei diceano, e al cielo: «Onde su noi,»Onde su figli così orrendo fato?»Guardolli la inspirata, e lungamenteTacque fremendo, indi il silenzio ruppe:

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«Onde mova sì fera condanna,»O perversa d'eroi discendenza!»Più da voi di virtù la credenza»A' figliuoli trasmessa non fu!»Non v'è popol che piombi in rovina,»Se non dove s'innalzi tal prole»Che non sa, che non può, che non vuole»Fuorchè oltraggio ed obblio di virtù!»

E vinse Alarico,E in fiamme andò Roma,E tutti la stirpeLatina fu doma!E invan quegli oppressiDell'Itala terraDicean: «Fummo grandi»In pace ed in guerra!»Disgiunte da forzaDi mente e di cor,Le voci orgoglioseSchernìa il vincitor.

E fama narra che la pia SibillaPer le italiche sponde ramingando,Molle sovente avesse la pupillaSui rei trionfi dell'estranio brando:Chiesta venìa talor se una favillaPrevedesse di scampo, e come, e quando;Ed allor rispondea più corrucciata:«Stirpe forse vegg'io dal fango alzata?»

Inteneriasi poscia, ed agli afflitti«Luce, dicea, non fulge or di speranza!»Ma da viltà cessate e da delitti,»E crescete ad onor la figliuolanza.»A nulla giova favellar di dritti,»E gli avi rammentar con gran burbanza:»D'ammendati parenti all'opre sole»Puote ribenedetta andar la prole».

Ma i più ascoltavan, e movean la testa,E tenean la fatidica per pazza;E lungh'anni durò la ria tempestaDegl'invasori sull'iniqua razza.Tutta convenne tracannar la infestaDi servitù e d'obbrobrio amara tazza;Sepolta andonne civiltà, e con penaDopo secoli ancor ripigliò lena.

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Manda, o Signor, lo spiro tuo possenteNe' padri che al mio tempo han la tutelaDella patria speranza adolescente!

Quanto sia gran tesoro ad essi svelaUn'affidata nova alma immortale,Cui tanti move assalti corruttela.

In padri e genitrici un'ansia egualeDesta sì, che ne' figli i pensier santiLa possa degli esempi non affrale!

La madre allor ne' dolci cuori piantiProfonda e pia di bell'amor semenzaPer tutte l'opre ad alta fè guidanti;

E il genitor protegga, la innocenza,E la scorti, e la eserciti, e la inforziContr'ogni non vitale, empia, scienza.

Caldo zelo ad estinguer non si sforziLa nobil vigoria de' giovani anni,Ma pïamente il fidar troppo ammorzi,

Sì che delle inesperte anime i vanniLuce, lontan dal vero Sol, cercando,Non si perdan nel vuoto e negl'inganni.

A due falli i parenti omai dian bando:Uno è il vano agognar che tutto a' figliNell'odïerna età paja esecrando.

I sempre spaventosi, irti consigliIspiran diffidenza, e ciechi alloraVieppiù s'avventan quelli entro a' perigli.

E l'altro fallo è più funesto ancora:Quello di chi, spregiando i tempi andati,Del novo senno tutti i vanti adora,

E dall'are tue sante illuminatiNon gli cale, o Signor, che i figli sieno,Ma li spera da orgoglio sublimati.

Lode a filosofia, ma quando in senoPorta umiltà ed amor; quando a' suoi voliTuo infallibil Vangelo è guida e freno!

Altro lume non fia che mai consoli,Ed appuri, ed innalzi umani cuori,E per cui nelle vie de' lor figliuoli

Gloria acquistino e pace i genitori!

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Non v'è patria felice, se a DioConsecrate non son le famiglie;A' parenti, a' garzoni ed a figlieSolo vincolo egregio è la Fè.Dove cresce magnanima stirpe,Talor anco sventura la preme,Ma non pere, non crolla, non temeIl Signor della forza ha con sè!


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