Anche l'Ildegardeè una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione, quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano le felici ispirazioni della gioventù.
Anche l'Ildegardeè una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione, quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano le felici ispirazioni della gioventù.
Pars bona mulier bona.(Eccle. c. 26, 3.)
Pars bona mulier bona.
(Eccle. c. 26, 3.)
—Perchè alle torri del superbo IrnandoSempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo?—Sposa, io molto l'amava; e in questi giorniDi nevose bufère, ognor la dolceNostra infanzia mi torna alla memoria,Quando, arridenti il padre suo ed il mio,O di soppiatto noi dalle castellaUsciti, incontravamci appo la rivaCongelata del Pellice, e lung'oraQua e là sdrucciolon ci vibravamoRidendo e punzecchiandoci e luttando,E sul ghiaccio cadendo, e (bozzolutaIndi spesso la fronte o insanguinata)Tornando a casa lieti e tracotanti.Allora il padre suo, se all'un di noiVedea della caduta in fronte il segno,Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il feritoGridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchioLo prendea fra le braccia e lo baciava,L'amor lodando de' perigli e il gaioScherno d'un mal, che sol le carni impiaga,E nulla può sull'anima del forte.Un dì, com'or, fioccava a larghe faldeDi dicembre la neve, ed ambo agli occhiDe' parenti sottrattici e de' serviDiscendemmo ciascun nostra pendice,E ai cari ghiacci convenimmo. AssaiSdrucciolammo e ruzzammo, e le condensePallottole durissime a diversaMeta lontana, in alto o pe' dirupi,Scagliammo a gara, acute urla di gioiaRipercosse da acuti echi levando.Men da stanchezza mossi che da fameCi abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppiAnelante alla cena. A quando a quandoCi volgevam guardandoci, ed alloraChe, già molto remoti, un veder l'altroPiù non potea, salutavamci ancoraCon prolungati affettüosi strilli;E questi udìansi dalle due castella,E mia madre s'alzava, e tremebondaAl balcon della torre s'affacciava,Incerta se di gioco o di doloreVoci eran quelle. Ah! in voci di doloreOdo mutarsi quella sera infattiLe grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!»Ripeteva egli disperato. Io sudoDi spavento, ciò udito, e immaginandoDi quel caro il periglio. I clivi scendoNovamente precipite: il ghiacciatoPellice varco, e per gli opposti greppiAffannato m'arrampico ed appello:«Irnando mio! Irnando mio!» SalitoEgli era sovra un olmo. Eccol veloceScendere a me. Ma il lupo allontanatoRitorce il passo, e verso noi s'avventa.Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettïLunghissim'ora ivi restiam; chè intornoIncessante giravasi la fiera.Oh come su quell'olmo il dolce amicoTeneramente mi stringea al suo seno,Il mio ardir rampognandomi! Ei diceaAver alto gridato «Al lupo! al lupo!»Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi,E tristo incontro pari al suo scansassi.«E tu invece, oh insensato! ei ripeteaVanamente arrischiasti i cari giorniPer aïtar l'amico, o coll'amicoPreda morir di quelle orrende zanne!»Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangevaSuoi cari lacrimosi occhi baciando,E tal commozïone era profonda,Delizïosa per entrambe! oh comeSentivamo d'amarci! oh quanto vereSonavan le proteste, asseverandoChe l'un per l'altro volontier la vitaDonata avrìa!—Dall'olmo alfin veggiamoScender di qua e di là dalle pendiciFiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padreEd il mio che venìan, co' loro servi,Degli smarriti figliuoletti in cerca.Sgombrava il lupo a quella vista; e noiDall'arbore ospital lieti calammo,E saltellanti sulla neve, incontroMovemmo ai genitor, con infinitoCinguettìo raccontando, io la pauraCh'ebbi di perder l'adorato amico,Egli la mia temerità e la provaChe in questa aveavi di gagliardo amore.Oh qual sera di gaudio! oh quanta lodeAl fratellevol nostro affetto i duoParenti davan! Come altero IrnandoMostravasi di me! Com'io di lui!—Di nostra püerizia i dolci giorniDa mille vicenduole ivan cosparsi,Che all'uno e all'altro certa fean la mutuaE generosa fede! E così strettoVincol di due schiettissim'alme... il tempoDovea spezzarlo!In questa guisa gemeIl cavalier Camillo. Ed IldegardeDalle corvine chiome e dalla svelta,Maestosa statura:—O sposo amato,Perdona, prego, al mio pensier; non colpaFu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passoNobilmente tentato al benedettoDagli Angioli e da Dio pacificarvi?—Di nostre nozze intera anco non volgeLa luna, o mia diletta, e mal conosciDel tuo Camillo il cor. Non di rossorePerciò si tinga il tuo bel volto, o donna:Garrir, no, non ti voglio: impareraiCol tempo qual possanza in questo coreAbbian gli affetti. Se tentai? Se dieciVolte l'orgoglio mio non s'immolavaPer racquistarmi quell'amico? IndarnoEi più non è quello di pria: uno spirtoDi maligna superbia il signoreggia:Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!)Ei mi dispregia!—L'arrossita dianziIldegarde a tai detti impallidiva,Mostrüoso sembrandole il destarsiDispregio in chi che sia verso un mortaleSì per cavallereschi atti famoso,Qual era il pio Camillo. E l'abbracciavaVibrando sguardi or con gentil disdegnoAlla torre d'Irnando, or con desìoPassïonato al caro sposo. E sguardiTai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce,La stima ten compensi in ch'io ti tengo.»Qual della inimistà la cagion fosseDe' duo generosissimi, in diversiInni diversamente i trovadoriCantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando,Che, ito in Lamagna giovinetto, ad unoDe' contendenti re sacrò il suo ferro;Altri a Camillo applaudon, che s'accesePel secondo aspirante al real trono,Ma aspirante illegittimo. SperaroCamillo e Irnando un l'altro süadersiAll'abbracciata parte. E l'un de' duo,Non si sa qual, trascorse a villanìa.Furor di fazïon trasse dapprimaQuesto e quello davvero a stimar vileIl già sì caro amico. Assai paleseDelle avversarie crude ire sembravaL'iniquità ad Irnando: ei non poteaCreder che onesto intento in alcun fosse,Il qual per esse parteggiasse. Al pariA Camillo parea dell'altra causaEvidente l'infamia essere al mondo.In qualunque dei duo fallisse primoLa carità di confratello, e germeAltro o no di rancor vi si aggiungesse,Furon veduti inferocir nel campoCome leoni. Ma l'atroce guerraE l'alterna fortuna delle insegneLoco porgean a esercitar da entrambeParti eccelse virtù. Cento fïateCamillo e Irnando, ad ammirarsi astretti,Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio,Sebben malvagio, egli è un eroe pursempre!»Già quegli anni di sangue or son passati;Già molte spente sono illusïoniNelle agitate lor menti guerriere,Benchè in età ancor verde. Eppur concordiaLor generose palme, ahi! non rinserra.Beato d'una sposa era anche Irnando,E questa il dolce avea nome d'Elina,E di più figli era già madre. Il cieloDato le ha cor fervente, ed intellettoGentil, ma entusïastico. NatìeLe pedemontanine aure in che viveA lei non son; romano è sangue; e il padreD'Elina, de' ribelli ognor nemico,Morì con gloria in campo. Ella supporreNon potria mai che Irnando ingiustamenteOdio porti a Camillo. A lei CamilloNoto non è, ma sel figura indegno,Irreconcilïabile, covanteSempre perfidie. E motto mai non dicePer calmare il marito allor che l'odeFremer contra il vicin.Folli stranezzeDel core umano! Irnando, ancorchè fieroPiù di Camillo, e a malignar proclive,Più bei momenti non avea di quelli,In che, pensando alla sua dolce infanzia,Questo o quel nobil detto o nobil attoDel caro, oggi abborrito, ei ricordava.In quei momenti (e rivenian di spesso)L'alma gli sorrideva, immaginandoQuando ad entrambo tornerìa dolcezzaEsser amici ancor: ma appena accortoDi questo desiderio, ei ripigliavaA esacerbarsi, a biasimar sè stessoDi soverchia indulgenza, ed intimarsiPerseveranza d'astio e di disprezzo.Vedute in tanti cavalieri aveaMutazïoni di principii abbiette!Gli uni servi al buon prence, indi congiuntiPerfidamente all'avversario suo;Gli altri farsi un Iddio del tracotanteContenditore al trono, e poi, cadutaLa sua potenza, irriderlo. E di taliApostasie si repetea soventeLa turpe inverecondia. E le più altereAlme se ne sdegnavano, e temendoApostate parer, persistean truciNe' giurati decreti, ove decretiSconsigliati pur fossero. Ogni voltaChe Irnando dalle sue balze rimiraIl castel di Camillo, e rivolgendoVa quanto spesso col diletto amicoIn quelle sale, a quel verron, su quelleMura, per quel pendìo, sovra quell'ertoCiglione, in quella valle, avea di santiAffanni e santi gaudii conversato,Di repente corrucciasi, e la fronteColla palma fregando, a sè ridice:«Via quelle stolte rimembranze! obbrobrioL'onorar d'un sospiro i dì bugiardi,Che amabil tanto mi pingean quel tristo!»Men concitato da alterigia, aveaCamillo a dame ed a baroni ufficioPacifero richiesto. E quelle e questiSordo trovaro a lor parole Irnando.Ma alla dolce Ildegarde or molto incresceQuesta fera discordia; ognor paventaChe i fremebondi prorompano a guerra.—Freddi interceditori, o sposo mio,Forse fur quelle dame e que' baroniDi cui mi narri. Di te degno oh comeStato sarebbe il presentar te stessoCon amabil fidanza e quell'iroso!—Che parli, o donna? Io, non colpevol, ioCodardamente supplice a' suoi piedi!—Codardìa consigliarti, o mio diletto,Potrebbe mai la sposa tua? DinanziA lui, supplice no, ma con onestaSecurtà mosso io ti vorrei. Da quantoPinger mi suoli di quel prode offeso,Incapace ci sarìa di fare ingiuriaA chi chiedesse entro sue torri ospizio.—Se il pio consiglio accolga, esita alcuniGiorni Camillo; indi alla sposa:—O amica,A tanto, no, non posso umilïarmi;Ma non perciò mi ristarò da spemeDi pacificamento. Un messaggeroMai non mandai direttamente ancoraCon parole d'onore all'orgoglioso.Forse gli estranei intercessori sdegna,Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero,E amici detti per mia parte udendo,Commoverassi, e non vorrà esser menoGeneroso di me.—Compie CamilloLa divisata prova. Indi attendeaIl ritorno del messo, e d'una salaPassava in altra irrequïeto, e indugioSoverchio gli sembrava.—Il furibondoSdegnasse dare all'invïato ascolto?O frodoloso intento, o vil lusingaD'animo impaurito ei sospettasse,E rispondesse coll'atroce insultoDi vïolar con carcere o con morteLa sacra testa dell'araldo mio?Fellon! Guai se ciò fosse! A molta sceseMansuëtudin questo cor; ma un cenno,E rïascender lo vedresti ad odioMaggior del tuo, più spaventoso, eterno!Che dico? Bassa villania in quell'almaInebbrïata da gigante orgoglioNon può capir. Abbietto spirto io sonoChe immaginar sì turpe fatto ardisco.Intenerito si sarà; lung'oraColmerà di dolcissime domandeE d'onoranza il mio scudier; seguirloQui vorrà forse, o rattenuto or fiaDa momentanee cure. A mezzo soloEsser seppi magnanimo. Io medesmo,Come la donna mia mi consigliavaIo, non un messo, a lui mover dovea.Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certoStato non foran più parole; in braccioGettato a me sariasi, e senza vaneSpiegazïoni, e dolorose, entramboRïappellati ci saremmo amici.Così tra sè il bramoso. Ed evitava,Per nasconderle il suo perturbamento,Della diletta sposa il dolce incontro.Ei cammina a gran passi; o nella sediaBreve momento s'agita, e risorgeTosto con ansia ad amor mista e ad ira,Or all'una effacciandosi, or all'altraDelle fenestre, or fuor della ferrataNegra sua porta uscendo, e non badandoAl can che gli si appressa, e rispettosoScuote la coda, e abbassa il ceffo, e speraDalla man signorile esser palpato.Dai merli del terrazzo alfin gli sembraLo scudier ravvisare. È desso, è desso.Al cavalier rimescolasi il sangue,E contener non puossi. Il ponte varca,Discende in fretta la pendice; incontroAl vegnente lo stimola sfrenataSmania d'udir.—Perchè sì tardo movi?Gridagli.—I passi addoppia il fido, e parla:—Signor del tuo nemico entro la sogliaAppena addotto io fui...Camillo udendoSuo nemico nomarlo, impallidisce:E l'altro segue:—Appena addotto io fui,I sensi tuoi gli esposi.—In quali accenti?—Quali a me li dettasti.Oh cavaliero!Dissigli,il signor mio, dopo ondeggianteCon sè stesso luttar, cede al bisognoDi ricordarti sua amistà, di sciorre,Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicendeFrapposto aveano fra il suo core e il tuo.Io proseguir volea. Rise il superboAmaramente, ed esclamò:Non gelo,Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!—Proseguii nondimen, tuoi decorosiSensi esponendo. A' primi istanti vintoDa prepotente anelito parea,Sebbene al riso s'atteggiasse ognora,Ed ostentasse di vibrarmi i guardiDella minaccia e del dispregio. Ei dettiDi maggiore umiltà dal labbro mioCerto aspettava. Non trascesi: umìle,Ma dignitosa serbai fronte e voce;Ed ei sognò ch'io lo schernissi.AudaciSon tue pupille, o giovine!proruppe;Abbassale!—Non già! Timor non sente,Risposi,di Camillo un messaggero.—Mandotti il temerario ad insultarmi?Riprese urlando,a far vigliacca provaDella mia pazïenza? A tentar s'ioContaminar vo' mia illibata fama,Tua vil pelle col mio ferro toccando,O alle fruste segnandola? Va, stoltoIncettator di vituperi e busse;Riporta al signor tuo, ch'uom che si penteDe' tradimenti suoi, ch'uom che desìaL'amistà racquistar d'un generoso,Con ambagi non parla, e schiettamenteDice: Il cammin ch'io tenni era turpezza.A sì indegne parole arsi di sdegnoPer l'onor tuo.Via di turpezza maiNon calcherà, mai non calcò il mio sire!Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiumeDi fulminea infrenabile eloquenza,Tutta rammemorò la sciagurataStoria del trono combattuto. E questaFu una trama, al dir suo, d'illustri iniquiStriscianti a piè del volgo, e lordamenteConvenuti d'illuderlo e spogliarlo.E tu.... fremo in ridirlo.—Io? Segui.—Un vilePatteggiator di condivisa infamia,E condivisi lucri.—Ei ciò non disse!Ei ciò non disse!—Il giuro.—E non troncastiLa scellerata voce entro sua gola?—La troncai svergognandolo. E costrettoFu ad arrossire e replicar:Non dicoCh'ei fosse, ma parea di condivisiLucri patteggiatore, e per lavarsiDi macchia tal non bastano le ambagi.Solennemente si ricreda, e proviChe insensato, ma mondo era il suo core;Provi ch'egli esecrato ha le perfidieDe' nemici del re; ch'egli esecratoHa l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!Viltà sembrato mi sarìa modestiAccenti opporre ad arroganza tanta.Tel confesso, signor: ciò che gli dissiAppena il so. Non l'insultai, ma coseDi foco, certo, mi piovean dal labbroContro a' denigratori; e di te laudeTal gli tessei, che fu colpito e plause.Va, buon servo, mi disse;amo il tuo ardire,ma non del tuo signor la ipocrisia.—Oh ciel! diss'egli ipocrisia? IngannatoNon t'han le orecchie tue?Disselo, il giuro.—A queste voci il cavalier si torseRabbïoso le mani, e con un mistoDi voluttà e di fremito, in più pezziFranse un anel, che dono era d'Irnando,Ed a' caduti pezzi impallidendoIl piede impose, e li calcò nel fango.—È finito! proruppe.—Ed iracondoLagrimava, nè udia del messaggeroParola più, nè rispondeagli.A guerraPrecipitato contra Irnando ei fora;Ma nol permise il ciel. D'una sorellaAlla difesa mover dee Camillo,La qual di Monferrato all'erme balzeCo' pargoletti suoi vedova geme,Da illustri masnadieri assedïata.Solinga intanto ecco Ildegarde. E votiPer la salute dello sposo alzando,E per la sua vittoria, e pel ritorno,Pur trema che allorquando ei dalle pugneRieda di Monferrato, incontro al sireDel vicino castel rompa la guerra.Un dì mirando quel castel, le cadeNell'animo un pensiero;—E s'io medesmaColà traessi, e mia nobil fidanzaVincesse il cor della romana alteraE del truce baron?—V'ha certi mitiSenni, e tal era d'Ildegarde il senno,Che pur sono arditissimi, e formatoGentil proposto, se pur arduo ei paia,Tentennan poco, ed oprano. TranquillaIl seguente mattin, poichè alla messaNel delubro domestico ha innalzatoIl femminil suo spirto appo lo SpirtoChe regge i mondi e agli atomi dà forza,Ildegarde s'avvia sovra il suo biancoPalafreno seduta. A lei corteggioSono una damigella e due famigli.Quand'ella giunse a' piè dell'alte muraDel castello d'Irnando, un momentaneoPalpitamento presela, e memoriaDi perfidie tornolle, ahi troppo alloraFrequenti fra baroni! e pensò qualeDisperato dolor fora a Camillo,Se il visitato sire oggi smentisse,Brïaco d'odio, il vanto invïolatoChe di leal s'ebbe sinora! Il guardoVolse alla damigella; e impalliditaEra al par d'essa. Il guardo volse ai duoFamigli, e impalliditi erano, e osaroInterroganti dir:—Retrocediamo?—Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi.Intanto del castello in ampia salaLa romana bellissima traeaDalla ricca di gemme ed indorataConocchia il molle lino, e fra le punteDi due candide dita lo umidiva;Indi con grazia angelica all'eburneoFuso il pizzico dava, e con accento,Che a labbra subalpine il ciel ricusa,Cavalleresche melodie cantava.Belli come la madre accanto a ElinaSedeano un bimbo ed una bimba, a leiInnamoratamente le pupille,Da negre e lunghe palpebre ombreggiate,Alzando vispe, e ogni ultima parolaDella strofa materna ripetendoCon cantilena armonïosa d'eco.Ed a quest'eco s'aggiungea la graveVoce del padre lor, che per la cacciaUn arco preparava, e spesso l'arcoPonea in obblìo, l'affascinante donnaMirando e i figli, ed i lor canti udendo.Portavan l'aure il suon del fervid'innoD'Ildegarde all'orecchio. Ella scendeaDell'arcione, ed a' paggi sorridente,Ma con trepido cor, dicea il suo nome.Qual fu d'Irnando la sorpresa! AscoltoE onore a dama diniegò egli mai?Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontroCon reverente cortesìa, e l'adduceInnanzi a Elina. Alzasi questa, e posaL'aurea conocchia, e di seder le accenna.—Vicina mia gentil (prende IldegardeCosì a parlar), da lungo tempo agognoVeder tuo dolce volto, e palesartiUn mio desìo.—Qual? le dimanda Elina.—D'ottener tua amistà, di consolarmiTeco de' miei dolori.—E che? InfeliceSei tu? Come?...E nel troppo acceleratoImmaginar, già Elina e il cavalieroPresumon ch'ella fugga il ritornanteCamillo forse, ch'a lor occhi un mostroVerso tant'altri, un mostro esser dee pureVerso la sciagurata a lui consorte.Ad Ildegarde appressansi amendue,Ed Irnando le dice:—Il ferro mioNon fallirà, s'hai di mestier difesa.Ma oh stupor! La soave, in altro modoChe non credean, prosegue:—Il sol non vedeDonna di me più dal suo sposo amata,O buona Elina, e anch'io, quando al castelloÈ il mio signore, ed io filo cantando,Spesso il miro al mio fianco, ed accompagnaLa mia colla sua voce; e molte volteAbbaian nel cortile i guinzagliatiCani pronti alla caccia, ed alla cacciaPropizio è l'aer di levi nubi sparso,Ed ei pur meco stassi, ed al cignaleFino al seguente dì tregua consente.Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colseAlcuna volta, mai non fu quand'unoAll'altro amato cor battea vicino.Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostraSolinga vila crescerà l'incanto,Allor che a noi (se il ciel pietoso arridaAlla dolce speranza!) uno o più figli,Siccome questi, fioriranno a lato!S'interrompe Ildegarde, e per gentileImpeto d'amorosa alma commossa,O per arte gentile, o per un mistoD'impeto ed arte, i due bambin si prende,Uno a destra uno a manca, e li accarezzaCon baci alterni e voluttà di madre,Sì che la madre vera e il genitoreInteneriti esultano, e amicatiTanto per lei vieppiù si senton, quantoA' pargoletti lor vieppiù è cortese.—Oh come a te in bellezza, o mia vicina,Questa bimba somiglia!E ciò IldegardeDicendo, preme lungamente il labbroSovra la rosea guancia paffutellaDella cara angioletta, e la baciucchia.Poscia gitta la mano amabilmenteSulle ricciute chiome del fanciullo,E qua e là le palpa, indi pel ciuffoA sè lo trae, e, baciatolo, gli dice:—Sai tu che appunto sei, qual mi fu pintoDa fedel dipintore, il padre tuoNe' suoi giorni d'infanzia? InanellatoIl fulvo crin, larga la fronte, arditiE amorevoli gli occhi...E questi dettiPronunciando Ildegarde, involontariaO accorta, alzava paventoso un guardoSul cavaliero. Ed ei si perturbavaRicordando Camillo. Allor la piaAmbagi più non volve; e con candoreDice quanta cagion siale di tristoRincrescimento il dissentir d'IrnandoE di Camillo.—O degna Elina! ov'ancoD'uno dei duo per indomato orgoglioQuella discordia non cessasse, amicheEsser non possiam noi? CommiserarciNon possiam noi di questa ria fortuna,Ed amar nostri sposi, e niun furoreLor condivider che sia oltraggio al dritto?Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe,E si stringono al seno.Irnando balzaRapito a quella vista, a quegli accenti,E vorrìa discolparsi; ad IldegardeVorrìa provar nessuna esso aver colpaNell'odio sorto fra Camillo e lui.Strano mortal! mentr'ei d'inenarratiSpregi e d'ingratitudine a CamilloAccusa vibra, il corruccioso lagnoCon cui ne parla, non par quel dell'odio,Ma d'un amor geloso. Ei non perdonaAll'uom ch'ei tanto amava, essersi fattoUn idol d'altra gente! aver potutoPer nemici obblïar sì svisceratoFratel, qual gli era dall'infanzia Irnando.Ciò non isfugge all'ospite avveduta,E con lenta eloquenza insinüante,Che più e più le udenti anime scuote,Pinge in Camillo a que' trascorsi tempiUn fautor generoso (errante forse,Ma generoso) d'abbagliante insegna,E che a virtù immolar tutto credea,Fin le dolcezze d'amistà più care.E come pur tal amistà in CamilloVivesse, ella soggiugne, e come i giorniSospirass'egli della pace, in cui,Placato Irnando, il rïamasse ancora.Dice inoltre com'ei, reduce all'ondeDel Pellice natìo, concilïarsiCon Irnando agognava, e si valeaD'intercessori invan; come ad IrnandoMandò il proprio scudiero, e fu respinto.Dice gli sguardi mesti e affascinatiDi Camillo al castel del primo amico,E a quell'arbore e a questa, e a quel valloneEd a quel poggio, e del torrente ai fluttiOve insieme natavano, ed ai ghiacciOve lungh'ore sdrucciolon vibravansi,Ridendo e punzecchiandosi e luttando,E sui ghiacci cadendo, e (bozzolutaIndi spesso la fronte o insanguinata)Tornando a casa lieti e tracotanti.—Oh che facesti, sposo mio? prorompeLa fervida Romana; un altro, un altroT'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure,Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostroChe innanzi agli alterati occhi ci stava,No, non era quel pio, cui sì diletteSon dell'infanzia le memorie tutte,Cui tu sempre sei caro, e che sì caroAd Ildegarde non sarìa, se iniquo.—Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglioGli si rïempie di söave pianto.Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffeA me mandò que' freddi intercessoriChe sì mal peroravano, e quel troppoZelante messagger che m'inasprivaCol suo ardimento? E ch'altro volli io maiCh'esser amato da colui ch'io amava?D'odiarlo io giurava, e non potea!Ma e se la tua benignità, Ildegarde,Ti traesse in error! S'ei mentre alcunaRammemoranza di me pia conserva,E quasi m'ama nel passato ancora,Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmiCollegato di vili anco s'ardisse?Se sconsigliati egli dicesse i passiChe al mio castello hai mossi, e dall'iratoCor prorompesse: «Amar non posso, Irnando!Amarlo più non posso!»I dolorosiDubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri,Col ricordar sull'amicizia anticaQuesto o quel detto di Camillo.—Io dunqueEra il superbo! esclama il cavaliero:Espïar debbo mia ingiustizia. In guerraLunge da me l'amico mio periglia;Ad aïtarlo di mie lance io volo.E i suoi fidi raguna, ed abbracciateLa palpitante Elina ed IldegardeE i pargoletti, in sella monta e parte.Per molti dì le due vicine a garaSi consolavan, si pascean di speme,E alterne visitavansi, aspettandoDe' baroni il ritorno, o messaggeroChe di lor favellasse. Ascondon ambeIl lor perturbamento, e sol ciascuna,Quando al proprio castel siede romita,Numera i giorni ed angosciata piange.Quella dicendo: «Oh non avess'io maiConosciuto Ildegarde! Ella funestaForse è cagion che il mio signore è spento!»L'altra a Dio ripetendo: «Il mio CamilloSalva, e s'a me rapirlo è tuo decreto,Deh ch'io presto lo segua, e per mia causaVedova Elina ed orfani i suoi figliAh no, non restin!»Cede alla possanzaDel suo rammarco alfin l'inconsolataMoglie d'Irnando, ed una sera ascesoIl solito cíglion con Ildegarde,Donde vedeasi per più lunga trattaLa polverosa via, nè comparendoI cavalieri, o messo alcun, prorompeAbbracciando i figliuoli in disperatoPianto, e respinge dell'amica il bacio.—Va, sciagurata, lasciami; a' miei figliRapisti il genitore! A me rapistiColui che tutto era al cor mio! Colui,Pel qual degli avi miei la dolce terraSenza cordoglio abbandonata avea!Viver senz'esso non poss'io: qual sorteA queste derelitte creatureVerrà serbata, dacchè al padre i ferriTolgon la vita, ed alla madre il lutto?Voler, voler del cielo era d'IrnandoL'inimistà pel tuo fatal consorte!Maledetto l'istante in che, ispirataDa infernal consiglier, lieta moveviA mia ruina! Maledetto il nomeDi suora che ti diedi!—Al furibondoGrido geme Ildegarde, e invan desìaTrovar parole per placar l'afflitta;Invan gli amplessi iterar tenta. OgnoraPiù duramente rigettata e carcaDi rimbrotti amarissimi, il cordoglioRispetta dell'amica, e ridiscendeDietro a lei mestamente la collina,D'ancella a guisa che garrita piange,E risponder non osa. A quando a quandoSi sofferma Ildegarde, e confidataTende l'orecchio e nella valle mira,Che voci udir le sembra; e quelle voci,Ahi! manda il villanel, che dagli aratiCampi co' buoi ritorna, ed a lui caraSon compagnia l'antica madre, curvaSotto il fascio dell'erbe, e la robustaMoglie, peso maggior di rudi sterpiCon elegante alacrità portando.Ne' dì seguenti, al consüeto poggioLe due donne riedean, ma fremebondaSempre era Elina, e, tramontato il sole,Moveva a casa delirante d'iraE di dolore; ognor vituperataMa affettüosa la seguìa Ildegarde.Odon lontane grida, e nella valle,Come all'usato i guardi avidamenteCon palpiti d'amor gettano entrambeE di speranza e di paura. Il caneDrizza i villosi orecchi, ed un acutoInsolito latrato alza, e si scagliaGiù per la praterìa precipitoso,Folte siepi saltando ed ardui fossiE scoscesi macigni. E ad intervalliSparisce e ricompare, e tace, e abbaia,Nè mai s'arresta.—E sarà ver? Son dessi,Son dessi certo! Esclamano a vicendaCon ebbrezza febbril le desïose.Ma se alle lance reduci or mancasseUno de' capitani, od ambo forse?Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate!Chi ne assecura?Sì dicendo, il passoRaddoppiano affannate. Al piano giunte,Odon le scalpitanti ugne velociD'uno o duo corridori: ah fosser duo!Fosser de' duo baroni i corridori!Scerner gli oggetti mal lasciava un densoNembo di polve. Ah sì! Lor lance appuntoCamillo e Irnando precedean, con ansiaDi riveder le dolci spose. Oh gioia!Oh certezza felice! Il lor salutoSuona per l'aer, ben son lor voci queste.Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi!Oh istante indescrittibile! E il consorte,Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assaiL'ha coperto di lagrime e di baci,Ciascuna dell'amica infra le bracciaGittasi giubilando.—Il dolor mioAspra mi fea: perdonami Ildegarde.E Ildegarde alla suora il detto tronca,Ponendo bocca sovra bocca, ed ambePur di lagrime bagnansi. I fanciulliPreso frattanto ha fra le braccia Irnando,E accarezzato li accarezza, e godePorgendoli a Camillo, e di CamilloLa nova tenerezza rimirando.Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio,Un esclamar, un alternarsi accentiDi cortesìa e d'amore, un romper folleIn pianto e in riso, un mescolar dimandeE risposte e racconti, e i cominciatiDetti obblïar per detti altri frapporre,Che niun di lor cosa veruna intende.Nel castello d'Irnando entrano. E assisiNella gran sala—e da donzelle e fantiPortate l'ampie coppe—e zampillatoFuor de' fiaschi ospitali il ribollenteDal roseo spumeggiar bel nibbïolo—E del giocondo brindisi i sonantiTocchi osservati—e roborato il core—Allor le maschie voci alzano a garaI baroni, e ripigliano il raccontoIn più seguìta, intelligibil foggia:—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde,Te in così tempestiva ora spingendoA rannodar fra Irnando e me l'amatoVincol che stoltamente io franto avea!—Così Camillo, e l'interrompe l'altro:Io lo stolto! Io il feroce!—E quei la manoSovra il labbro gli pon rïassumendo:—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde!Perduto er'io, se redentrice possaD'amistà non venìa. L'assedïanteLadron dapprima sbaragliai, ma il tristoNovella frotta ragunò. Me chiusoNel castel della suora, egli ogni giornoSchernìa e sfidava. Io sul fellone indarnoProrompeva ogni giorno: ahimè! gli sforziDel valor mio nulla potean su tantoNover crescente di nemici. A noiGià le biade fallìan, già fallìan l'armi,E già il cessar d'ogni speranza e il cruccioRabido della fame a' guerrier nostriConsigliavan rivolta ed abbandono.Universal divenne voce alfine:«Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadieroPromettea vita a ognun fuorchè a mia suoraE a' suoi figliuoli e a me. Tra minacciosoE supplicante, io i perfidi arringava,Che della rocca aprir volean le porte:—«Sino a dimane il tradimento, o iniqui,Sino a dimane sospendete!» Un restoDi pietà e di rispetto, al grido mio,Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane!Sclamarono, e se Dio pria dell'auroraPortenti oprato non avrà a tuo scampo,Lo scampo nostro procacciar n'è forza.»Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore!Oh come orrenda cosa eraci il suonoDel bronzo che segnavale! Oh angosciatoAppressarsi dell'alba! Oh sbigottitiMuti sembianti della mia sorellaE de' suoi pargoletti! Oh contrastanteDignità di parole in prepararciA' vicini supplizi! Ed oh com'ioTra me dicea: «Deh! che non seppi amicoTutta la vita conservarmi Irnando?—Improvviso frastuono udiam levarsiFuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio!Una pugna! E con chi?—«La man di Dio!La man di Dio!» gridan mie turbe: a terraMi si prostran pentite, il giuramentoDi fedeltà rinnovano; a gagliardaSortita le süado, ed infinitoMacel lung'ora de' nemici è fatto.Qui il narrar di Camillo Irnando tronca:—Ah! s'impeto cotanto, e se cotantaProdezza ad ammirar non m'astringevi,Me gli assaliti sconfiggeano! In fugaEran molti de' miei, già in fuga io stessoOmai volgeami disperato: i colpiTuoi scomposer l'esercito inimico,E di salvezza io debitor t'andai!—S'avvicendan la lode i cavalieri,L'uno dell'altro memorando i fatti.Alfine Elina sclama:—Ad IldegardeSpettan tutte le lodi! Innanzi a leiProstratevi, e la sua destra baciate.—E i cavalieri prostratisi, e la destraBaciano d'Ildegarde, e penitenzaLe chieggon del furente odio passato;Ed ella in penitenza un'annua festaIntima in questo e in quel castel, che festaDell'amistà si chiami, e dove uficioDe' vati sia cantar quanti sospettiCalunnïosi partorisce l'ira,E quanto l'ira accrescano le ambagiDe' falsi intercessori, e quanto egregiaSappia interceditrice esser la donna.—E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoiPenitenza? soggiugne in umil attoPalma a palma accostando, ed il ginocchioPiegando Elina.—Ed Ildegarde:—Il primoFiglio, o diletta, che ti nasca, il nomePorti del mio Camillo; e mi sia dato,Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina.
—Perchè alle torri del superbo IrnandoSempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo?—Sposa, io molto l'amava; e in questi giorniDi nevose bufère, ognor la dolceNostra infanzia mi torna alla memoria,Quando, arridenti il padre suo ed il mio,O di soppiatto noi dalle castellaUsciti, incontravamci appo la rivaCongelata del Pellice, e lung'oraQua e là sdrucciolon ci vibravamoRidendo e punzecchiandoci e luttando,E sul ghiaccio cadendo, e (bozzolutaIndi spesso la fronte o insanguinata)Tornando a casa lieti e tracotanti.Allora il padre suo, se all'un di noiVedea della caduta in fronte il segno,Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il feritoGridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchioLo prendea fra le braccia e lo baciava,L'amor lodando de' perigli e il gaioScherno d'un mal, che sol le carni impiaga,E nulla può sull'anima del forte.Un dì, com'or, fioccava a larghe faldeDi dicembre la neve, ed ambo agli occhiDe' parenti sottrattici e de' serviDiscendemmo ciascun nostra pendice,E ai cari ghiacci convenimmo. AssaiSdrucciolammo e ruzzammo, e le condensePallottole durissime a diversaMeta lontana, in alto o pe' dirupi,Scagliammo a gara, acute urla di gioiaRipercosse da acuti echi levando.Men da stanchezza mossi che da fameCi abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppiAnelante alla cena. A quando a quandoCi volgevam guardandoci, ed alloraChe, già molto remoti, un veder l'altroPiù non potea, salutavamci ancoraCon prolungati affettüosi strilli;E questi udìansi dalle due castella,E mia madre s'alzava, e tremebondaAl balcon della torre s'affacciava,Incerta se di gioco o di doloreVoci eran quelle. Ah! in voci di doloreOdo mutarsi quella sera infattiLe grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!»Ripeteva egli disperato. Io sudoDi spavento, ciò udito, e immaginandoDi quel caro il periglio. I clivi scendoNovamente precipite: il ghiacciatoPellice varco, e per gli opposti greppiAffannato m'arrampico ed appello:«Irnando mio! Irnando mio!» SalitoEgli era sovra un olmo. Eccol veloceScendere a me. Ma il lupo allontanatoRitorce il passo, e verso noi s'avventa.Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettïLunghissim'ora ivi restiam; chè intornoIncessante giravasi la fiera.Oh come su quell'olmo il dolce amicoTeneramente mi stringea al suo seno,Il mio ardir rampognandomi! Ei diceaAver alto gridato «Al lupo! al lupo!»Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi,E tristo incontro pari al suo scansassi.«E tu invece, oh insensato! ei ripeteaVanamente arrischiasti i cari giorniPer aïtar l'amico, o coll'amicoPreda morir di quelle orrende zanne!»Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangevaSuoi cari lacrimosi occhi baciando,E tal commozïone era profonda,Delizïosa per entrambe! oh comeSentivamo d'amarci! oh quanto vereSonavan le proteste, asseverandoChe l'un per l'altro volontier la vitaDonata avrìa!—Dall'olmo alfin veggiamoScender di qua e di là dalle pendiciFiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padreEd il mio che venìan, co' loro servi,Degli smarriti figliuoletti in cerca.Sgombrava il lupo a quella vista; e noiDall'arbore ospital lieti calammo,E saltellanti sulla neve, incontroMovemmo ai genitor, con infinitoCinguettìo raccontando, io la pauraCh'ebbi di perder l'adorato amico,Egli la mia temerità e la provaChe in questa aveavi di gagliardo amore.Oh qual sera di gaudio! oh quanta lodeAl fratellevol nostro affetto i duoParenti davan! Come altero IrnandoMostravasi di me! Com'io di lui!—Di nostra püerizia i dolci giorniDa mille vicenduole ivan cosparsi,Che all'uno e all'altro certa fean la mutuaE generosa fede! E così strettoVincol di due schiettissim'alme... il tempoDovea spezzarlo!In questa guisa gemeIl cavalier Camillo. Ed IldegardeDalle corvine chiome e dalla svelta,Maestosa statura:—O sposo amato,Perdona, prego, al mio pensier; non colpaFu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passoNobilmente tentato al benedettoDagli Angioli e da Dio pacificarvi?—Di nostre nozze intera anco non volgeLa luna, o mia diletta, e mal conosciDel tuo Camillo il cor. Non di rossorePerciò si tinga il tuo bel volto, o donna:Garrir, no, non ti voglio: impareraiCol tempo qual possanza in questo coreAbbian gli affetti. Se tentai? Se dieciVolte l'orgoglio mio non s'immolavaPer racquistarmi quell'amico? IndarnoEi più non è quello di pria: uno spirtoDi maligna superbia il signoreggia:Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!)Ei mi dispregia!—L'arrossita dianziIldegarde a tai detti impallidiva,Mostrüoso sembrandole il destarsiDispregio in chi che sia verso un mortaleSì per cavallereschi atti famoso,Qual era il pio Camillo. E l'abbracciavaVibrando sguardi or con gentil disdegnoAlla torre d'Irnando, or con desìoPassïonato al caro sposo. E sguardiTai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce,La stima ten compensi in ch'io ti tengo.»Qual della inimistà la cagion fosseDe' duo generosissimi, in diversiInni diversamente i trovadoriCantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando,Che, ito in Lamagna giovinetto, ad unoDe' contendenti re sacrò il suo ferro;Altri a Camillo applaudon, che s'accesePel secondo aspirante al real trono,Ma aspirante illegittimo. SperaroCamillo e Irnando un l'altro süadersiAll'abbracciata parte. E l'un de' duo,Non si sa qual, trascorse a villanìa.Furor di fazïon trasse dapprimaQuesto e quello davvero a stimar vileIl già sì caro amico. Assai paleseDelle avversarie crude ire sembravaL'iniquità ad Irnando: ei non poteaCreder che onesto intento in alcun fosse,Il qual per esse parteggiasse. Al pariA Camillo parea dell'altra causaEvidente l'infamia essere al mondo.In qualunque dei duo fallisse primoLa carità di confratello, e germeAltro o no di rancor vi si aggiungesse,Furon veduti inferocir nel campoCome leoni. Ma l'atroce guerraE l'alterna fortuna delle insegneLoco porgean a esercitar da entrambeParti eccelse virtù. Cento fïateCamillo e Irnando, ad ammirarsi astretti,Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio,Sebben malvagio, egli è un eroe pursempre!»Già quegli anni di sangue or son passati;Già molte spente sono illusïoniNelle agitate lor menti guerriere,Benchè in età ancor verde. Eppur concordiaLor generose palme, ahi! non rinserra.Beato d'una sposa era anche Irnando,E questa il dolce avea nome d'Elina,E di più figli era già madre. Il cieloDato le ha cor fervente, ed intellettoGentil, ma entusïastico. NatìeLe pedemontanine aure in che viveA lei non son; romano è sangue; e il padreD'Elina, de' ribelli ognor nemico,Morì con gloria in campo. Ella supporreNon potria mai che Irnando ingiustamenteOdio porti a Camillo. A lei CamilloNoto non è, ma sel figura indegno,Irreconcilïabile, covanteSempre perfidie. E motto mai non dicePer calmare il marito allor che l'odeFremer contra il vicin.Folli stranezzeDel core umano! Irnando, ancorchè fieroPiù di Camillo, e a malignar proclive,Più bei momenti non avea di quelli,In che, pensando alla sua dolce infanzia,Questo o quel nobil detto o nobil attoDel caro, oggi abborrito, ei ricordava.In quei momenti (e rivenian di spesso)L'alma gli sorrideva, immaginandoQuando ad entrambo tornerìa dolcezzaEsser amici ancor: ma appena accortoDi questo desiderio, ei ripigliavaA esacerbarsi, a biasimar sè stessoDi soverchia indulgenza, ed intimarsiPerseveranza d'astio e di disprezzo.Vedute in tanti cavalieri aveaMutazïoni di principii abbiette!Gli uni servi al buon prence, indi congiuntiPerfidamente all'avversario suo;Gli altri farsi un Iddio del tracotanteContenditore al trono, e poi, cadutaLa sua potenza, irriderlo. E di taliApostasie si repetea soventeLa turpe inverecondia. E le più altereAlme se ne sdegnavano, e temendoApostate parer, persistean truciNe' giurati decreti, ove decretiSconsigliati pur fossero. Ogni voltaChe Irnando dalle sue balze rimiraIl castel di Camillo, e rivolgendoVa quanto spesso col diletto amicoIn quelle sale, a quel verron, su quelleMura, per quel pendìo, sovra quell'ertoCiglione, in quella valle, avea di santiAffanni e santi gaudii conversato,Di repente corrucciasi, e la fronteColla palma fregando, a sè ridice:«Via quelle stolte rimembranze! obbrobrioL'onorar d'un sospiro i dì bugiardi,Che amabil tanto mi pingean quel tristo!»Men concitato da alterigia, aveaCamillo a dame ed a baroni ufficioPacifero richiesto. E quelle e questiSordo trovaro a lor parole Irnando.Ma alla dolce Ildegarde or molto incresceQuesta fera discordia; ognor paventaChe i fremebondi prorompano a guerra.—Freddi interceditori, o sposo mio,Forse fur quelle dame e que' baroniDi cui mi narri. Di te degno oh comeStato sarebbe il presentar te stessoCon amabil fidanza e quell'iroso!—Che parli, o donna? Io, non colpevol, ioCodardamente supplice a' suoi piedi!—Codardìa consigliarti, o mio diletto,Potrebbe mai la sposa tua? DinanziA lui, supplice no, ma con onestaSecurtà mosso io ti vorrei. Da quantoPinger mi suoli di quel prode offeso,Incapace ci sarìa di fare ingiuriaA chi chiedesse entro sue torri ospizio.—Se il pio consiglio accolga, esita alcuniGiorni Camillo; indi alla sposa:—O amica,A tanto, no, non posso umilïarmi;Ma non perciò mi ristarò da spemeDi pacificamento. Un messaggeroMai non mandai direttamente ancoraCon parole d'onore all'orgoglioso.Forse gli estranei intercessori sdegna,Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero,E amici detti per mia parte udendo,Commoverassi, e non vorrà esser menoGeneroso di me.—Compie CamilloLa divisata prova. Indi attendeaIl ritorno del messo, e d'una salaPassava in altra irrequïeto, e indugioSoverchio gli sembrava.—Il furibondoSdegnasse dare all'invïato ascolto?O frodoloso intento, o vil lusingaD'animo impaurito ei sospettasse,E rispondesse coll'atroce insultoDi vïolar con carcere o con morteLa sacra testa dell'araldo mio?Fellon! Guai se ciò fosse! A molta sceseMansuëtudin questo cor; ma un cenno,E rïascender lo vedresti ad odioMaggior del tuo, più spaventoso, eterno!Che dico? Bassa villania in quell'almaInebbrïata da gigante orgoglioNon può capir. Abbietto spirto io sonoChe immaginar sì turpe fatto ardisco.Intenerito si sarà; lung'oraColmerà di dolcissime domandeE d'onoranza il mio scudier; seguirloQui vorrà forse, o rattenuto or fiaDa momentanee cure. A mezzo soloEsser seppi magnanimo. Io medesmo,Come la donna mia mi consigliavaIo, non un messo, a lui mover dovea.Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certoStato non foran più parole; in braccioGettato a me sariasi, e senza vaneSpiegazïoni, e dolorose, entramboRïappellati ci saremmo amici.Così tra sè il bramoso. Ed evitava,Per nasconderle il suo perturbamento,Della diletta sposa il dolce incontro.Ei cammina a gran passi; o nella sediaBreve momento s'agita, e risorgeTosto con ansia ad amor mista e ad ira,Or all'una effacciandosi, or all'altraDelle fenestre, or fuor della ferrataNegra sua porta uscendo, e non badandoAl can che gli si appressa, e rispettosoScuote la coda, e abbassa il ceffo, e speraDalla man signorile esser palpato.Dai merli del terrazzo alfin gli sembraLo scudier ravvisare. È desso, è desso.Al cavalier rimescolasi il sangue,E contener non puossi. Il ponte varca,Discende in fretta la pendice; incontroAl vegnente lo stimola sfrenataSmania d'udir.—Perchè sì tardo movi?Gridagli.—I passi addoppia il fido, e parla:—Signor del tuo nemico entro la sogliaAppena addotto io fui...Camillo udendoSuo nemico nomarlo, impallidisce:E l'altro segue:—Appena addotto io fui,I sensi tuoi gli esposi.—In quali accenti?—Quali a me li dettasti.Oh cavaliero!Dissigli,il signor mio, dopo ondeggianteCon sè stesso luttar, cede al bisognoDi ricordarti sua amistà, di sciorre,Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicendeFrapposto aveano fra il suo core e il tuo.Io proseguir volea. Rise il superboAmaramente, ed esclamò:Non gelo,Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!—Proseguii nondimen, tuoi decorosiSensi esponendo. A' primi istanti vintoDa prepotente anelito parea,Sebbene al riso s'atteggiasse ognora,Ed ostentasse di vibrarmi i guardiDella minaccia e del dispregio. Ei dettiDi maggiore umiltà dal labbro mioCerto aspettava. Non trascesi: umìle,Ma dignitosa serbai fronte e voce;Ed ei sognò ch'io lo schernissi.AudaciSon tue pupille, o giovine!proruppe;Abbassale!—Non già! Timor non sente,Risposi,di Camillo un messaggero.—Mandotti il temerario ad insultarmi?Riprese urlando,a far vigliacca provaDella mia pazïenza? A tentar s'ioContaminar vo' mia illibata fama,Tua vil pelle col mio ferro toccando,O alle fruste segnandola? Va, stoltoIncettator di vituperi e busse;Riporta al signor tuo, ch'uom che si penteDe' tradimenti suoi, ch'uom che desìaL'amistà racquistar d'un generoso,Con ambagi non parla, e schiettamenteDice: Il cammin ch'io tenni era turpezza.A sì indegne parole arsi di sdegnoPer l'onor tuo.Via di turpezza maiNon calcherà, mai non calcò il mio sire!Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiumeDi fulminea infrenabile eloquenza,Tutta rammemorò la sciagurataStoria del trono combattuto. E questaFu una trama, al dir suo, d'illustri iniquiStriscianti a piè del volgo, e lordamenteConvenuti d'illuderlo e spogliarlo.E tu.... fremo in ridirlo.—Io? Segui.—Un vilePatteggiator di condivisa infamia,E condivisi lucri.—Ei ciò non disse!Ei ciò non disse!—Il giuro.—E non troncastiLa scellerata voce entro sua gola?—La troncai svergognandolo. E costrettoFu ad arrossire e replicar:Non dicoCh'ei fosse, ma parea di condivisiLucri patteggiatore, e per lavarsiDi macchia tal non bastano le ambagi.Solennemente si ricreda, e proviChe insensato, ma mondo era il suo core;Provi ch'egli esecrato ha le perfidieDe' nemici del re; ch'egli esecratoHa l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!Viltà sembrato mi sarìa modestiAccenti opporre ad arroganza tanta.Tel confesso, signor: ciò che gli dissiAppena il so. Non l'insultai, ma coseDi foco, certo, mi piovean dal labbroContro a' denigratori; e di te laudeTal gli tessei, che fu colpito e plause.Va, buon servo, mi disse;amo il tuo ardire,ma non del tuo signor la ipocrisia.—Oh ciel! diss'egli ipocrisia? IngannatoNon t'han le orecchie tue?Disselo, il giuro.—A queste voci il cavalier si torseRabbïoso le mani, e con un mistoDi voluttà e di fremito, in più pezziFranse un anel, che dono era d'Irnando,Ed a' caduti pezzi impallidendoIl piede impose, e li calcò nel fango.—È finito! proruppe.—Ed iracondoLagrimava, nè udia del messaggeroParola più, nè rispondeagli.A guerraPrecipitato contra Irnando ei fora;Ma nol permise il ciel. D'una sorellaAlla difesa mover dee Camillo,La qual di Monferrato all'erme balzeCo' pargoletti suoi vedova geme,Da illustri masnadieri assedïata.Solinga intanto ecco Ildegarde. E votiPer la salute dello sposo alzando,E per la sua vittoria, e pel ritorno,Pur trema che allorquando ei dalle pugneRieda di Monferrato, incontro al sireDel vicino castel rompa la guerra.Un dì mirando quel castel, le cadeNell'animo un pensiero;—E s'io medesmaColà traessi, e mia nobil fidanzaVincesse il cor della romana alteraE del truce baron?—V'ha certi mitiSenni, e tal era d'Ildegarde il senno,Che pur sono arditissimi, e formatoGentil proposto, se pur arduo ei paia,Tentennan poco, ed oprano. TranquillaIl seguente mattin, poichè alla messaNel delubro domestico ha innalzatoIl femminil suo spirto appo lo SpirtoChe regge i mondi e agli atomi dà forza,Ildegarde s'avvia sovra il suo biancoPalafreno seduta. A lei corteggioSono una damigella e due famigli.Quand'ella giunse a' piè dell'alte muraDel castello d'Irnando, un momentaneoPalpitamento presela, e memoriaDi perfidie tornolle, ahi troppo alloraFrequenti fra baroni! e pensò qualeDisperato dolor fora a Camillo,Se il visitato sire oggi smentisse,Brïaco d'odio, il vanto invïolatoChe di leal s'ebbe sinora! Il guardoVolse alla damigella; e impalliditaEra al par d'essa. Il guardo volse ai duoFamigli, e impalliditi erano, e osaroInterroganti dir:—Retrocediamo?—Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi.Intanto del castello in ampia salaLa romana bellissima traeaDalla ricca di gemme ed indorataConocchia il molle lino, e fra le punteDi due candide dita lo umidiva;Indi con grazia angelica all'eburneoFuso il pizzico dava, e con accento,Che a labbra subalpine il ciel ricusa,Cavalleresche melodie cantava.Belli come la madre accanto a ElinaSedeano un bimbo ed una bimba, a leiInnamoratamente le pupille,Da negre e lunghe palpebre ombreggiate,Alzando vispe, e ogni ultima parolaDella strofa materna ripetendoCon cantilena armonïosa d'eco.Ed a quest'eco s'aggiungea la graveVoce del padre lor, che per la cacciaUn arco preparava, e spesso l'arcoPonea in obblìo, l'affascinante donnaMirando e i figli, ed i lor canti udendo.Portavan l'aure il suon del fervid'innoD'Ildegarde all'orecchio. Ella scendeaDell'arcione, ed a' paggi sorridente,Ma con trepido cor, dicea il suo nome.Qual fu d'Irnando la sorpresa! AscoltoE onore a dama diniegò egli mai?Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontroCon reverente cortesìa, e l'adduceInnanzi a Elina. Alzasi questa, e posaL'aurea conocchia, e di seder le accenna.—Vicina mia gentil (prende IldegardeCosì a parlar), da lungo tempo agognoVeder tuo dolce volto, e palesartiUn mio desìo.—Qual? le dimanda Elina.—D'ottener tua amistà, di consolarmiTeco de' miei dolori.—E che? InfeliceSei tu? Come?...E nel troppo acceleratoImmaginar, già Elina e il cavalieroPresumon ch'ella fugga il ritornanteCamillo forse, ch'a lor occhi un mostroVerso tant'altri, un mostro esser dee pureVerso la sciagurata a lui consorte.Ad Ildegarde appressansi amendue,Ed Irnando le dice:—Il ferro mioNon fallirà, s'hai di mestier difesa.Ma oh stupor! La soave, in altro modoChe non credean, prosegue:—Il sol non vedeDonna di me più dal suo sposo amata,O buona Elina, e anch'io, quando al castelloÈ il mio signore, ed io filo cantando,Spesso il miro al mio fianco, ed accompagnaLa mia colla sua voce; e molte volteAbbaian nel cortile i guinzagliatiCani pronti alla caccia, ed alla cacciaPropizio è l'aer di levi nubi sparso,Ed ei pur meco stassi, ed al cignaleFino al seguente dì tregua consente.Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colseAlcuna volta, mai non fu quand'unoAll'altro amato cor battea vicino.Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostraSolinga vila crescerà l'incanto,Allor che a noi (se il ciel pietoso arridaAlla dolce speranza!) uno o più figli,Siccome questi, fioriranno a lato!S'interrompe Ildegarde, e per gentileImpeto d'amorosa alma commossa,O per arte gentile, o per un mistoD'impeto ed arte, i due bambin si prende,Uno a destra uno a manca, e li accarezzaCon baci alterni e voluttà di madre,Sì che la madre vera e il genitoreInteneriti esultano, e amicatiTanto per lei vieppiù si senton, quantoA' pargoletti lor vieppiù è cortese.—Oh come a te in bellezza, o mia vicina,Questa bimba somiglia!E ciò IldegardeDicendo, preme lungamente il labbroSovra la rosea guancia paffutellaDella cara angioletta, e la baciucchia.Poscia gitta la mano amabilmenteSulle ricciute chiome del fanciullo,E qua e là le palpa, indi pel ciuffoA sè lo trae, e, baciatolo, gli dice:—Sai tu che appunto sei, qual mi fu pintoDa fedel dipintore, il padre tuoNe' suoi giorni d'infanzia? InanellatoIl fulvo crin, larga la fronte, arditiE amorevoli gli occhi...E questi dettiPronunciando Ildegarde, involontariaO accorta, alzava paventoso un guardoSul cavaliero. Ed ei si perturbavaRicordando Camillo. Allor la piaAmbagi più non volve; e con candoreDice quanta cagion siale di tristoRincrescimento il dissentir d'IrnandoE di Camillo.—O degna Elina! ov'ancoD'uno dei duo per indomato orgoglioQuella discordia non cessasse, amicheEsser non possiam noi? CommiserarciNon possiam noi di questa ria fortuna,Ed amar nostri sposi, e niun furoreLor condivider che sia oltraggio al dritto?Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe,E si stringono al seno.Irnando balzaRapito a quella vista, a quegli accenti,E vorrìa discolparsi; ad IldegardeVorrìa provar nessuna esso aver colpaNell'odio sorto fra Camillo e lui.Strano mortal! mentr'ei d'inenarratiSpregi e d'ingratitudine a CamilloAccusa vibra, il corruccioso lagnoCon cui ne parla, non par quel dell'odio,Ma d'un amor geloso. Ei non perdonaAll'uom ch'ei tanto amava, essersi fattoUn idol d'altra gente! aver potutoPer nemici obblïar sì svisceratoFratel, qual gli era dall'infanzia Irnando.Ciò non isfugge all'ospite avveduta,E con lenta eloquenza insinüante,Che più e più le udenti anime scuote,Pinge in Camillo a que' trascorsi tempiUn fautor generoso (errante forse,Ma generoso) d'abbagliante insegna,E che a virtù immolar tutto credea,Fin le dolcezze d'amistà più care.E come pur tal amistà in CamilloVivesse, ella soggiugne, e come i giorniSospirass'egli della pace, in cui,Placato Irnando, il rïamasse ancora.Dice inoltre com'ei, reduce all'ondeDel Pellice natìo, concilïarsiCon Irnando agognava, e si valeaD'intercessori invan; come ad IrnandoMandò il proprio scudiero, e fu respinto.Dice gli sguardi mesti e affascinatiDi Camillo al castel del primo amico,E a quell'arbore e a questa, e a quel valloneEd a quel poggio, e del torrente ai fluttiOve insieme natavano, ed ai ghiacciOve lungh'ore sdrucciolon vibravansi,Ridendo e punzecchiandosi e luttando,E sui ghiacci cadendo, e (bozzolutaIndi spesso la fronte o insanguinata)Tornando a casa lieti e tracotanti.—Oh che facesti, sposo mio? prorompeLa fervida Romana; un altro, un altroT'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure,Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostroChe innanzi agli alterati occhi ci stava,No, non era quel pio, cui sì diletteSon dell'infanzia le memorie tutte,Cui tu sempre sei caro, e che sì caroAd Ildegarde non sarìa, se iniquo.—Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglioGli si rïempie di söave pianto.Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffeA me mandò que' freddi intercessoriChe sì mal peroravano, e quel troppoZelante messagger che m'inasprivaCol suo ardimento? E ch'altro volli io maiCh'esser amato da colui ch'io amava?D'odiarlo io giurava, e non potea!Ma e se la tua benignità, Ildegarde,Ti traesse in error! S'ei mentre alcunaRammemoranza di me pia conserva,E quasi m'ama nel passato ancora,Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmiCollegato di vili anco s'ardisse?Se sconsigliati egli dicesse i passiChe al mio castello hai mossi, e dall'iratoCor prorompesse: «Amar non posso, Irnando!Amarlo più non posso!»I dolorosiDubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri,Col ricordar sull'amicizia anticaQuesto o quel detto di Camillo.—Io dunqueEra il superbo! esclama il cavaliero:Espïar debbo mia ingiustizia. In guerraLunge da me l'amico mio periglia;Ad aïtarlo di mie lance io volo.E i suoi fidi raguna, ed abbracciateLa palpitante Elina ed IldegardeE i pargoletti, in sella monta e parte.Per molti dì le due vicine a garaSi consolavan, si pascean di speme,E alterne visitavansi, aspettandoDe' baroni il ritorno, o messaggeroChe di lor favellasse. Ascondon ambeIl lor perturbamento, e sol ciascuna,Quando al proprio castel siede romita,Numera i giorni ed angosciata piange.Quella dicendo: «Oh non avess'io maiConosciuto Ildegarde! Ella funestaForse è cagion che il mio signore è spento!»L'altra a Dio ripetendo: «Il mio CamilloSalva, e s'a me rapirlo è tuo decreto,Deh ch'io presto lo segua, e per mia causaVedova Elina ed orfani i suoi figliAh no, non restin!»Cede alla possanzaDel suo rammarco alfin l'inconsolataMoglie d'Irnando, ed una sera ascesoIl solito cíglion con Ildegarde,Donde vedeasi per più lunga trattaLa polverosa via, nè comparendoI cavalieri, o messo alcun, prorompeAbbracciando i figliuoli in disperatoPianto, e respinge dell'amica il bacio.—Va, sciagurata, lasciami; a' miei figliRapisti il genitore! A me rapistiColui che tutto era al cor mio! Colui,Pel qual degli avi miei la dolce terraSenza cordoglio abbandonata avea!Viver senz'esso non poss'io: qual sorteA queste derelitte creatureVerrà serbata, dacchè al padre i ferriTolgon la vita, ed alla madre il lutto?Voler, voler del cielo era d'IrnandoL'inimistà pel tuo fatal consorte!Maledetto l'istante in che, ispirataDa infernal consiglier, lieta moveviA mia ruina! Maledetto il nomeDi suora che ti diedi!—Al furibondoGrido geme Ildegarde, e invan desìaTrovar parole per placar l'afflitta;Invan gli amplessi iterar tenta. OgnoraPiù duramente rigettata e carcaDi rimbrotti amarissimi, il cordoglioRispetta dell'amica, e ridiscendeDietro a lei mestamente la collina,D'ancella a guisa che garrita piange,E risponder non osa. A quando a quandoSi sofferma Ildegarde, e confidataTende l'orecchio e nella valle mira,Che voci udir le sembra; e quelle voci,Ahi! manda il villanel, che dagli aratiCampi co' buoi ritorna, ed a lui caraSon compagnia l'antica madre, curvaSotto il fascio dell'erbe, e la robustaMoglie, peso maggior di rudi sterpiCon elegante alacrità portando.Ne' dì seguenti, al consüeto poggioLe due donne riedean, ma fremebondaSempre era Elina, e, tramontato il sole,Moveva a casa delirante d'iraE di dolore; ognor vituperataMa affettüosa la seguìa Ildegarde.Odon lontane grida, e nella valle,Come all'usato i guardi avidamenteCon palpiti d'amor gettano entrambeE di speranza e di paura. Il caneDrizza i villosi orecchi, ed un acutoInsolito latrato alza, e si scagliaGiù per la praterìa precipitoso,Folte siepi saltando ed ardui fossiE scoscesi macigni. E ad intervalliSparisce e ricompare, e tace, e abbaia,Nè mai s'arresta.—E sarà ver? Son dessi,Son dessi certo! Esclamano a vicendaCon ebbrezza febbril le desïose.Ma se alle lance reduci or mancasseUno de' capitani, od ambo forse?Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate!Chi ne assecura?Sì dicendo, il passoRaddoppiano affannate. Al piano giunte,Odon le scalpitanti ugne velociD'uno o duo corridori: ah fosser duo!Fosser de' duo baroni i corridori!Scerner gli oggetti mal lasciava un densoNembo di polve. Ah sì! Lor lance appuntoCamillo e Irnando precedean, con ansiaDi riveder le dolci spose. Oh gioia!Oh certezza felice! Il lor salutoSuona per l'aer, ben son lor voci queste.Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi!Oh istante indescrittibile! E il consorte,Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assaiL'ha coperto di lagrime e di baci,Ciascuna dell'amica infra le bracciaGittasi giubilando.—Il dolor mioAspra mi fea: perdonami Ildegarde.E Ildegarde alla suora il detto tronca,Ponendo bocca sovra bocca, ed ambePur di lagrime bagnansi. I fanciulliPreso frattanto ha fra le braccia Irnando,E accarezzato li accarezza, e godePorgendoli a Camillo, e di CamilloLa nova tenerezza rimirando.Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio,Un esclamar, un alternarsi accentiDi cortesìa e d'amore, un romper folleIn pianto e in riso, un mescolar dimandeE risposte e racconti, e i cominciatiDetti obblïar per detti altri frapporre,Che niun di lor cosa veruna intende.Nel castello d'Irnando entrano. E assisiNella gran sala—e da donzelle e fantiPortate l'ampie coppe—e zampillatoFuor de' fiaschi ospitali il ribollenteDal roseo spumeggiar bel nibbïolo—E del giocondo brindisi i sonantiTocchi osservati—e roborato il core—Allor le maschie voci alzano a garaI baroni, e ripigliano il raccontoIn più seguìta, intelligibil foggia:—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde,Te in così tempestiva ora spingendoA rannodar fra Irnando e me l'amatoVincol che stoltamente io franto avea!—Così Camillo, e l'interrompe l'altro:Io lo stolto! Io il feroce!—E quei la manoSovra il labbro gli pon rïassumendo:—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde!Perduto er'io, se redentrice possaD'amistà non venìa. L'assedïanteLadron dapprima sbaragliai, ma il tristoNovella frotta ragunò. Me chiusoNel castel della suora, egli ogni giornoSchernìa e sfidava. Io sul fellone indarnoProrompeva ogni giorno: ahimè! gli sforziDel valor mio nulla potean su tantoNover crescente di nemici. A noiGià le biade fallìan, già fallìan l'armi,E già il cessar d'ogni speranza e il cruccioRabido della fame a' guerrier nostriConsigliavan rivolta ed abbandono.Universal divenne voce alfine:«Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadieroPromettea vita a ognun fuorchè a mia suoraE a' suoi figliuoli e a me. Tra minacciosoE supplicante, io i perfidi arringava,Che della rocca aprir volean le porte:—«Sino a dimane il tradimento, o iniqui,Sino a dimane sospendete!» Un restoDi pietà e di rispetto, al grido mio,Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane!Sclamarono, e se Dio pria dell'auroraPortenti oprato non avrà a tuo scampo,Lo scampo nostro procacciar n'è forza.»Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore!Oh come orrenda cosa eraci il suonoDel bronzo che segnavale! Oh angosciatoAppressarsi dell'alba! Oh sbigottitiMuti sembianti della mia sorellaE de' suoi pargoletti! Oh contrastanteDignità di parole in prepararciA' vicini supplizi! Ed oh com'ioTra me dicea: «Deh! che non seppi amicoTutta la vita conservarmi Irnando?—Improvviso frastuono udiam levarsiFuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio!Una pugna! E con chi?—«La man di Dio!La man di Dio!» gridan mie turbe: a terraMi si prostran pentite, il giuramentoDi fedeltà rinnovano; a gagliardaSortita le süado, ed infinitoMacel lung'ora de' nemici è fatto.Qui il narrar di Camillo Irnando tronca:—Ah! s'impeto cotanto, e se cotantaProdezza ad ammirar non m'astringevi,Me gli assaliti sconfiggeano! In fugaEran molti de' miei, già in fuga io stessoOmai volgeami disperato: i colpiTuoi scomposer l'esercito inimico,E di salvezza io debitor t'andai!—S'avvicendan la lode i cavalieri,L'uno dell'altro memorando i fatti.Alfine Elina sclama:—Ad IldegardeSpettan tutte le lodi! Innanzi a leiProstratevi, e la sua destra baciate.—E i cavalieri prostratisi, e la destraBaciano d'Ildegarde, e penitenzaLe chieggon del furente odio passato;Ed ella in penitenza un'annua festaIntima in questo e in quel castel, che festaDell'amistà si chiami, e dove uficioDe' vati sia cantar quanti sospettiCalunnïosi partorisce l'ira,E quanto l'ira accrescano le ambagiDe' falsi intercessori, e quanto egregiaSappia interceditrice esser la donna.—E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoiPenitenza? soggiugne in umil attoPalma a palma accostando, ed il ginocchioPiegando Elina.—Ed Ildegarde:—Il primoFiglio, o diletta, che ti nasca, il nomePorti del mio Camillo; e mi sia dato,Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina.
—Perchè alle torri del superbo Irnando
Sempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo?
—Sposa, io molto l'amava; e in questi giorni
Di nevose bufère, ognor la dolce
Nostra infanzia mi torna alla memoria,
Quando, arridenti il padre suo ed il mio,
O di soppiatto noi dalle castella
Usciti, incontravamci appo la riva
Congelata del Pellice, e lung'ora
Qua e là sdrucciolon ci vibravamo
Ridendo e punzecchiandoci e luttando,
E sul ghiaccio cadendo, e (bozzoluta
Indi spesso la fronte o insanguinata)
Tornando a casa lieti e tracotanti.
Allora il padre suo, se all'un di noi
Vedea della caduta in fronte il segno,
Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il ferito
Gridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchio
Lo prendea fra le braccia e lo baciava,
L'amor lodando de' perigli e il gaio
Scherno d'un mal, che sol le carni impiaga,
E nulla può sull'anima del forte.
Un dì, com'or, fioccava a larghe falde
Di dicembre la neve, ed ambo agli occhi
De' parenti sottrattici e de' servi
Discendemmo ciascun nostra pendice,
E ai cari ghiacci convenimmo. Assai
Sdrucciolammo e ruzzammo, e le condense
Pallottole durissime a diversa
Meta lontana, in alto o pe' dirupi,
Scagliammo a gara, acute urla di gioia
Ripercosse da acuti echi levando.
Men da stanchezza mossi che da fame
Ci abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppi
Anelante alla cena. A quando a quando
Ci volgevam guardandoci, ed allora
Che, già molto remoti, un veder l'altro
Più non potea, salutavamci ancora
Con prolungati affettüosi strilli;
E questi udìansi dalle due castella,
E mia madre s'alzava, e tremebonda
Al balcon della torre s'affacciava,
Incerta se di gioco o di dolore
Voci eran quelle. Ah! in voci di dolore
Odo mutarsi quella sera infatti
Le grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!»
Ripeteva egli disperato. Io sudo
Di spavento, ciò udito, e immaginando
Di quel caro il periglio. I clivi scendo
Novamente precipite: il ghiacciato
Pellice varco, e per gli opposti greppi
Affannato m'arrampico ed appello:
«Irnando mio! Irnando mio!» Salito
Egli era sovra un olmo. Eccol veloce
Scendere a me. Ma il lupo allontanato
Ritorce il passo, e verso noi s'avventa.
Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettï
Lunghissim'ora ivi restiam; chè intorno
Incessante giravasi la fiera.
Oh come su quell'olmo il dolce amico
Teneramente mi stringea al suo seno,
Il mio ardir rampognandomi! Ei dicea
Aver alto gridato «Al lupo! al lupo!»
Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi,
E tristo incontro pari al suo scansassi.
«E tu invece, oh insensato! ei ripetea
Vanamente arrischiasti i cari giorni
Per aïtar l'amico, o coll'amico
Preda morir di quelle orrende zanne!»
Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangeva
Suoi cari lacrimosi occhi baciando,
E tal commozïone era profonda,
Delizïosa per entrambe! oh come
Sentivamo d'amarci! oh quanto vere
Sonavan le proteste, asseverando
Che l'un per l'altro volontier la vita
Donata avrìa!—Dall'olmo alfin veggiamo
Scender di qua e di là dalle pendici
Fiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padre
Ed il mio che venìan, co' loro servi,
Degli smarriti figliuoletti in cerca.
Sgombrava il lupo a quella vista; e noi
Dall'arbore ospital lieti calammo,
E saltellanti sulla neve, incontro
Movemmo ai genitor, con infinito
Cinguettìo raccontando, io la paura
Ch'ebbi di perder l'adorato amico,
Egli la mia temerità e la prova
Che in questa aveavi di gagliardo amore.
Oh qual sera di gaudio! oh quanta lode
Al fratellevol nostro affetto i duo
Parenti davan! Come altero Irnando
Mostravasi di me! Com'io di lui!—
Di nostra püerizia i dolci giorni
Da mille vicenduole ivan cosparsi,
Che all'uno e all'altro certa fean la mutua
E generosa fede! E così stretto
Vincol di due schiettissim'alme... il tempo
Dovea spezzarlo!
In questa guisa geme
Il cavalier Camillo. Ed Ildegarde
Dalle corvine chiome e dalla svelta,
Maestosa statura:—O sposo amato,
Perdona, prego, al mio pensier; non colpa
Fu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passo
Nobilmente tentato al benedetto
Dagli Angioli e da Dio pacificarvi?
—Di nostre nozze intera anco non volge
La luna, o mia diletta, e mal conosci
Del tuo Camillo il cor. Non di rossore
Perciò si tinga il tuo bel volto, o donna:
Garrir, no, non ti voglio: imparerai
Col tempo qual possanza in questo core
Abbian gli affetti. Se tentai? Se dieci
Volte l'orgoglio mio non s'immolava
Per racquistarmi quell'amico? Indarno
Ei più non è quello di pria: uno spirto
Di maligna superbia il signoreggia:
Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!)
Ei mi dispregia!—
L'arrossita dianzi
Ildegarde a tai detti impallidiva,
Mostrüoso sembrandole il destarsi
Dispregio in chi che sia verso un mortale
Sì per cavallereschi atti famoso,
Qual era il pio Camillo. E l'abbracciava
Vibrando sguardi or con gentil disdegno
Alla torre d'Irnando, or con desìo
Passïonato al caro sposo. E sguardi
Tai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce,
La stima ten compensi in ch'io ti tengo.»
Qual della inimistà la cagion fosse
De' duo generosissimi, in diversi
Inni diversamente i trovadori
Cantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando,
Che, ito in Lamagna giovinetto, ad uno
De' contendenti re sacrò il suo ferro;
Altri a Camillo applaudon, che s'accese
Pel secondo aspirante al real trono,
Ma aspirante illegittimo. Speraro
Camillo e Irnando un l'altro süadersi
All'abbracciata parte. E l'un de' duo,
Non si sa qual, trascorse a villanìa.
Furor di fazïon trasse dapprima
Questo e quello davvero a stimar vile
Il già sì caro amico. Assai palese
Delle avversarie crude ire sembrava
L'iniquità ad Irnando: ei non potea
Creder che onesto intento in alcun fosse,
Il qual per esse parteggiasse. Al pari
A Camillo parea dell'altra causa
Evidente l'infamia essere al mondo.
In qualunque dei duo fallisse primo
La carità di confratello, e germe
Altro o no di rancor vi si aggiungesse,
Furon veduti inferocir nel campo
Come leoni. Ma l'atroce guerra
E l'alterna fortuna delle insegne
Loco porgean a esercitar da entrambe
Parti eccelse virtù. Cento fïate
Camillo e Irnando, ad ammirarsi astretti,
Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio,
Sebben malvagio, egli è un eroe pur
sempre!»
Già quegli anni di sangue or son passati;
Già molte spente sono illusïoni
Nelle agitate lor menti guerriere,
Benchè in età ancor verde. Eppur concordia
Lor generose palme, ahi! non rinserra.
Beato d'una sposa era anche Irnando,
E questa il dolce avea nome d'Elina,
E di più figli era già madre. Il cielo
Dato le ha cor fervente, ed intelletto
Gentil, ma entusïastico. Natìe
Le pedemontanine aure in che vive
A lei non son; romano è sangue; e il padre
D'Elina, de' ribelli ognor nemico,
Morì con gloria in campo. Ella supporre
Non potria mai che Irnando ingiustamente
Odio porti a Camillo. A lei Camillo
Noto non è, ma sel figura indegno,
Irreconcilïabile, covante
Sempre perfidie. E motto mai non dice
Per calmare il marito allor che l'ode
Fremer contra il vicin.
Folli stranezze
Del core umano! Irnando, ancorchè fiero
Più di Camillo, e a malignar proclive,
Più bei momenti non avea di quelli,
In che, pensando alla sua dolce infanzia,
Questo o quel nobil detto o nobil atto
Del caro, oggi abborrito, ei ricordava.
In quei momenti (e rivenian di spesso)
L'alma gli sorrideva, immaginando
Quando ad entrambo tornerìa dolcezza
Esser amici ancor: ma appena accorto
Di questo desiderio, ei ripigliava
A esacerbarsi, a biasimar sè stesso
Di soverchia indulgenza, ed intimarsi
Perseveranza d'astio e di disprezzo.
Vedute in tanti cavalieri avea
Mutazïoni di principii abbiette!
Gli uni servi al buon prence, indi congiunti
Perfidamente all'avversario suo;
Gli altri farsi un Iddio del tracotante
Contenditore al trono, e poi, caduta
La sua potenza, irriderlo. E di tali
Apostasie si repetea sovente
La turpe inverecondia. E le più altere
Alme se ne sdegnavano, e temendo
Apostate parer, persistean truci
Ne' giurati decreti, ove decreti
Sconsigliati pur fossero. Ogni volta
Che Irnando dalle sue balze rimira
Il castel di Camillo, e rivolgendo
Va quanto spesso col diletto amico
In quelle sale, a quel verron, su quelle
Mura, per quel pendìo, sovra quell'erto
Ciglione, in quella valle, avea di santi
Affanni e santi gaudii conversato,
Di repente corrucciasi, e la fronte
Colla palma fregando, a sè ridice:
«Via quelle stolte rimembranze! obbrobrio
L'onorar d'un sospiro i dì bugiardi,
Che amabil tanto mi pingean quel tristo!»
Men concitato da alterigia, avea
Camillo a dame ed a baroni ufficio
Pacifero richiesto. E quelle e questi
Sordo trovaro a lor parole Irnando.
Ma alla dolce Ildegarde or molto incresce
Questa fera discordia; ognor paventa
Che i fremebondi prorompano a guerra.
—Freddi interceditori, o sposo mio,
Forse fur quelle dame e que' baroni
Di cui mi narri. Di te degno oh come
Stato sarebbe il presentar te stesso
Con amabil fidanza e quell'iroso!
—Che parli, o donna? Io, non colpevol, io
Codardamente supplice a' suoi piedi!
—Codardìa consigliarti, o mio diletto,
Potrebbe mai la sposa tua? Dinanzi
A lui, supplice no, ma con onesta
Securtà mosso io ti vorrei. Da quanto
Pinger mi suoli di quel prode offeso,
Incapace ci sarìa di fare ingiuria
A chi chiedesse entro sue torri ospizio.—
Se il pio consiglio accolga, esita alcuni
Giorni Camillo; indi alla sposa:—O amica,
A tanto, no, non posso umilïarmi;
Ma non perciò mi ristarò da speme
Di pacificamento. Un messaggero
Mai non mandai direttamente ancora
Con parole d'onore all'orgoglioso.
Forse gli estranei intercessori sdegna,
Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero,
E amici detti per mia parte udendo,
Commoverassi, e non vorrà esser meno
Generoso di me.—
Compie Camillo
La divisata prova. Indi attendea
Il ritorno del messo, e d'una sala
Passava in altra irrequïeto, e indugio
Soverchio gli sembrava.
—Il furibondo
Sdegnasse dare all'invïato ascolto?
O frodoloso intento, o vil lusinga
D'animo impaurito ei sospettasse,
E rispondesse coll'atroce insulto
Di vïolar con carcere o con morte
La sacra testa dell'araldo mio?
Fellon! Guai se ciò fosse! A molta scese
Mansuëtudin questo cor; ma un cenno,
E rïascender lo vedresti ad odio
Maggior del tuo, più spaventoso, eterno!
Che dico? Bassa villania in quell'alma
Inebbrïata da gigante orgoglio
Non può capir. Abbietto spirto io sono
Che immaginar sì turpe fatto ardisco.
Intenerito si sarà; lung'ora
Colmerà di dolcissime domande
E d'onoranza il mio scudier; seguirlo
Qui vorrà forse, o rattenuto or fia
Da momentanee cure. A mezzo solo
Esser seppi magnanimo. Io medesmo,
Come la donna mia mi consigliava
Io, non un messo, a lui mover dovea.
Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certo
Stato non foran più parole; in braccio
Gettato a me sariasi, e senza vane
Spiegazïoni, e dolorose, entrambo
Rïappellati ci saremmo amici.
Così tra sè il bramoso. Ed evitava,
Per nasconderle il suo perturbamento,
Della diletta sposa il dolce incontro.
Ei cammina a gran passi; o nella sedia
Breve momento s'agita, e risorge
Tosto con ansia ad amor mista e ad ira,
Or all'una effacciandosi, or all'altra
Delle fenestre, or fuor della ferrata
Negra sua porta uscendo, e non badando
Al can che gli si appressa, e rispettoso
Scuote la coda, e abbassa il ceffo, e spera
Dalla man signorile esser palpato.
Dai merli del terrazzo alfin gli sembra
Lo scudier ravvisare. È desso, è desso.
Al cavalier rimescolasi il sangue,
E contener non puossi. Il ponte varca,
Discende in fretta la pendice; incontro
Al vegnente lo stimola sfrenata
Smania d'udir.
—Perchè sì tardo movi?
Gridagli.—
I passi addoppia il fido, e parla:
—Signor del tuo nemico entro la soglia
Appena addotto io fui...
Camillo udendo
Suo nemico nomarlo, impallidisce:
E l'altro segue:
—Appena addotto io fui,
I sensi tuoi gli esposi.
—In quali accenti?
—Quali a me li dettasti.Oh cavaliero!
Dissigli,il signor mio, dopo ondeggiante
Con sè stesso luttar, cede al bisogno
Di ricordarti sua amistà, di sciorre,
Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicende
Frapposto aveano fra il suo core e il tuo.
Io proseguir volea. Rise il superbo
Amaramente, ed esclamò:Non gelo,
Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!—
Proseguii nondimen, tuoi decorosi
Sensi esponendo. A' primi istanti vinto
Da prepotente anelito parea,
Sebbene al riso s'atteggiasse ognora,
Ed ostentasse di vibrarmi i guardi
Della minaccia e del dispregio. Ei detti
Di maggiore umiltà dal labbro mio
Certo aspettava. Non trascesi: umìle,
Ma dignitosa serbai fronte e voce;
Ed ei sognò ch'io lo schernissi.Audaci
Son tue pupille, o giovine!proruppe;
Abbassale!—Non già! Timor non sente,
Risposi,di Camillo un messaggero.
—Mandotti il temerario ad insultarmi?
Riprese urlando,a far vigliacca prova
Della mia pazïenza? A tentar s'io
Contaminar vo' mia illibata fama,
Tua vil pelle col mio ferro toccando,
O alle fruste segnandola? Va, stolto
Incettator di vituperi e busse;
Riporta al signor tuo, ch'uom che si pente
De' tradimenti suoi, ch'uom che desìa
L'amistà racquistar d'un generoso,
Con ambagi non parla, e schiettamente
Dice: Il cammin ch'io tenni era turpezza.
A sì indegne parole arsi di sdegno
Per l'onor tuo.Via di turpezza mai
Non calcherà, mai non calcò il mio sire!
Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiume
Di fulminea infrenabile eloquenza,
Tutta rammemorò la sciagurata
Storia del trono combattuto. E questa
Fu una trama, al dir suo, d'illustri iniqui
Striscianti a piè del volgo, e lordamente
Convenuti d'illuderlo e spogliarlo.
E tu.... fremo in ridirlo.
—Io? Segui.
—Un vile
Patteggiator di condivisa infamia,
E condivisi lucri.
—Ei ciò non disse!
Ei ciò non disse!
—Il giuro.
—E non troncasti
La scellerata voce entro sua gola?
—La troncai svergognandolo. E costretto
Fu ad arrossire e replicar:Non dico
Ch'ei fosse, ma parea di condivisi
Lucri patteggiatore, e per lavarsi
Di macchia tal non bastano le ambagi.
Solennemente si ricreda, e provi
Che insensato, ma mondo era il suo core;
Provi ch'egli esecrato ha le perfidie
De' nemici del re; ch'egli esecrato
Ha l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!
Viltà sembrato mi sarìa modesti
Accenti opporre ad arroganza tanta.
Tel confesso, signor: ciò che gli dissi
Appena il so. Non l'insultai, ma cose
Di foco, certo, mi piovean dal labbro
Contro a' denigratori; e di te laude
Tal gli tessei, che fu colpito e plause.
Va, buon servo, mi disse;amo il tuo ardire,
ma non del tuo signor la ipocrisia.
—Oh ciel! diss'egli ipocrisia? Ingannato
Non t'han le orecchie tue?
Disselo, il giuro.—
A queste voci il cavalier si torse
Rabbïoso le mani, e con un misto
Di voluttà e di fremito, in più pezzi
Franse un anel, che dono era d'Irnando,
Ed a' caduti pezzi impallidendo
Il piede impose, e li calcò nel fango.
—È finito! proruppe.—Ed iracondo
Lagrimava, nè udia del messaggero
Parola più, nè rispondeagli.
A guerra
Precipitato contra Irnando ei fora;
Ma nol permise il ciel. D'una sorella
Alla difesa mover dee Camillo,
La qual di Monferrato all'erme balze
Co' pargoletti suoi vedova geme,
Da illustri masnadieri assedïata.
Solinga intanto ecco Ildegarde. E voti
Per la salute dello sposo alzando,
E per la sua vittoria, e pel ritorno,
Pur trema che allorquando ei dalle pugne
Rieda di Monferrato, incontro al sire
Del vicino castel rompa la guerra.
Un dì mirando quel castel, le cade
Nell'animo un pensiero;—E s'io medesma
Colà traessi, e mia nobil fidanza
Vincesse il cor della romana altera
E del truce baron?—
V'ha certi miti
Senni, e tal era d'Ildegarde il senno,
Che pur sono arditissimi, e formato
Gentil proposto, se pur arduo ei paia,
Tentennan poco, ed oprano. Tranquilla
Il seguente mattin, poichè alla messa
Nel delubro domestico ha innalzato
Il femminil suo spirto appo lo Spirto
Che regge i mondi e agli atomi dà forza,
Ildegarde s'avvia sovra il suo bianco
Palafreno seduta. A lei corteggio
Sono una damigella e due famigli.
Quand'ella giunse a' piè dell'alte mura
Del castello d'Irnando, un momentaneo
Palpitamento presela, e memoria
Di perfidie tornolle, ahi troppo allora
Frequenti fra baroni! e pensò quale
Disperato dolor fora a Camillo,
Se il visitato sire oggi smentisse,
Brïaco d'odio, il vanto invïolato
Che di leal s'ebbe sinora! Il guardo
Volse alla damigella; e impallidita
Era al par d'essa. Il guardo volse ai duo
Famigli, e impalliditi erano, e osaro
Interroganti dir:—Retrocediamo?
—Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi.
Intanto del castello in ampia sala
La romana bellissima traea
Dalla ricca di gemme ed indorata
Conocchia il molle lino, e fra le punte
Di due candide dita lo umidiva;
Indi con grazia angelica all'eburneo
Fuso il pizzico dava, e con accento,
Che a labbra subalpine il ciel ricusa,
Cavalleresche melodie cantava.
Belli come la madre accanto a Elina
Sedeano un bimbo ed una bimba, a lei
Innamoratamente le pupille,
Da negre e lunghe palpebre ombreggiate,
Alzando vispe, e ogni ultima parola
Della strofa materna ripetendo
Con cantilena armonïosa d'eco.
Ed a quest'eco s'aggiungea la grave
Voce del padre lor, che per la caccia
Un arco preparava, e spesso l'arco
Ponea in obblìo, l'affascinante donna
Mirando e i figli, ed i lor canti udendo.
Portavan l'aure il suon del fervid'inno
D'Ildegarde all'orecchio. Ella scendea
Dell'arcione, ed a' paggi sorridente,
Ma con trepido cor, dicea il suo nome.
Qual fu d'Irnando la sorpresa! Ascolto
E onore a dama diniegò egli mai?
Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontro
Con reverente cortesìa, e l'adduce
Innanzi a Elina. Alzasi questa, e posa
L'aurea conocchia, e di seder le accenna.
—Vicina mia gentil (prende Ildegarde
Così a parlar), da lungo tempo agogno
Veder tuo dolce volto, e palesarti
Un mio desìo.
—Qual? le dimanda Elina.
—D'ottener tua amistà, di consolarmi
Teco de' miei dolori.
—E che? Infelice
Sei tu? Come?...
E nel troppo accelerato
Immaginar, già Elina e il cavaliero
Presumon ch'ella fugga il ritornante
Camillo forse, ch'a lor occhi un mostro
Verso tant'altri, un mostro esser dee pure
Verso la sciagurata a lui consorte.
Ad Ildegarde appressansi amendue,
Ed Irnando le dice:—Il ferro mio
Non fallirà, s'hai di mestier difesa.
Ma oh stupor! La soave, in altro modo
Che non credean, prosegue:
—Il sol non vede
Donna di me più dal suo sposo amata,
O buona Elina, e anch'io, quando al castello
È il mio signore, ed io filo cantando,
Spesso il miro al mio fianco, ed accompagna
La mia colla sua voce; e molte volte
Abbaian nel cortile i guinzagliati
Cani pronti alla caccia, ed alla caccia
Propizio è l'aer di levi nubi sparso,
Ed ei pur meco stassi, ed al cignale
Fino al seguente dì tregua consente.
Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colse
Alcuna volta, mai non fu quand'uno
All'altro amato cor battea vicino.
Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostra
Solinga vila crescerà l'incanto,
Allor che a noi (se il ciel pietoso arrida
Alla dolce speranza!) uno o più figli,
Siccome questi, fioriranno a lato!
S'interrompe Ildegarde, e per gentile
Impeto d'amorosa alma commossa,
O per arte gentile, o per un misto
D'impeto ed arte, i due bambin si prende,
Uno a destra uno a manca, e li accarezza
Con baci alterni e voluttà di madre,
Sì che la madre vera e il genitore
Inteneriti esultano, e amicati
Tanto per lei vieppiù si senton, quanto
A' pargoletti lor vieppiù è cortese.
—Oh come a te in bellezza, o mia vicina,
Questa bimba somiglia!
E ciò Ildegarde
Dicendo, preme lungamente il labbro
Sovra la rosea guancia paffutella
Della cara angioletta, e la baciucchia.
Poscia gitta la mano amabilmente
Sulle ricciute chiome del fanciullo,
E qua e là le palpa, indi pel ciuffo
A sè lo trae, e, baciatolo, gli dice:
—Sai tu che appunto sei, qual mi fu pinto
Da fedel dipintore, il padre tuo
Ne' suoi giorni d'infanzia? Inanellato
Il fulvo crin, larga la fronte, arditi
E amorevoli gli occhi...
E questi detti
Pronunciando Ildegarde, involontaria
O accorta, alzava paventoso un guardo
Sul cavaliero. Ed ei si perturbava
Ricordando Camillo. Allor la pia
Ambagi più non volve; e con candore
Dice quanta cagion siale di tristo
Rincrescimento il dissentir d'Irnando
E di Camillo.
—O degna Elina! ov'anco
D'uno dei duo per indomato orgoglio
Quella discordia non cessasse, amiche
Esser non possiam noi? Commiserarci
Non possiam noi di questa ria fortuna,
Ed amar nostri sposi, e niun furore
Lor condivider che sia oltraggio al dritto?
Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe,
E si stringono al seno.
Irnando balza
Rapito a quella vista, a quegli accenti,
E vorrìa discolparsi; ad Ildegarde
Vorrìa provar nessuna esso aver colpa
Nell'odio sorto fra Camillo e lui.
Strano mortal! mentr'ei d'inenarrati
Spregi e d'ingratitudine a Camillo
Accusa vibra, il corruccioso lagno
Con cui ne parla, non par quel dell'odio,
Ma d'un amor geloso. Ei non perdona
All'uom ch'ei tanto amava, essersi fatto
Un idol d'altra gente! aver potuto
Per nemici obblïar sì sviscerato
Fratel, qual gli era dall'infanzia Irnando.
Ciò non isfugge all'ospite avveduta,
E con lenta eloquenza insinüante,
Che più e più le udenti anime scuote,
Pinge in Camillo a que' trascorsi tempi
Un fautor generoso (errante forse,
Ma generoso) d'abbagliante insegna,
E che a virtù immolar tutto credea,
Fin le dolcezze d'amistà più care.
E come pur tal amistà in Camillo
Vivesse, ella soggiugne, e come i giorni
Sospirass'egli della pace, in cui,
Placato Irnando, il rïamasse ancora.
Dice inoltre com'ei, reduce all'onde
Del Pellice natìo, concilïarsi
Con Irnando agognava, e si valea
D'intercessori invan; come ad Irnando
Mandò il proprio scudiero, e fu respinto.
Dice gli sguardi mesti e affascinati
Di Camillo al castel del primo amico,
E a quell'arbore e a questa, e a quel vallone
Ed a quel poggio, e del torrente ai flutti
Ove insieme natavano, ed ai ghiacci
Ove lungh'ore sdrucciolon vibravansi,
Ridendo e punzecchiandosi e luttando,
E sui ghiacci cadendo, e (bozzoluta
Indi spesso la fronte o insanguinata)
Tornando a casa lieti e tracotanti.
—Oh che facesti, sposo mio? prorompe
La fervida Romana; un altro, un altro
T'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure,
Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostro
Che innanzi agli alterati occhi ci stava,
No, non era quel pio, cui sì dilette
Son dell'infanzia le memorie tutte,
Cui tu sempre sei caro, e che sì caro
Ad Ildegarde non sarìa, se iniquo.
—Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglio
Gli si rïempie di söave pianto.
Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffe
A me mandò que' freddi intercessori
Che sì mal peroravano, e quel troppo
Zelante messagger che m'inaspriva
Col suo ardimento? E ch'altro volli io mai
Ch'esser amato da colui ch'io amava?
D'odiarlo io giurava, e non potea!
Ma e se la tua benignità, Ildegarde,
Ti traesse in error! S'ei mentre alcuna
Rammemoranza di me pia conserva,
E quasi m'ama nel passato ancora,
Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmi
Collegato di vili anco s'ardisse?
Se sconsigliati egli dicesse i passi
Che al mio castello hai mossi, e dall'irato
Cor prorompesse: «Amar non posso, Irnando!
Amarlo più non posso!»
I dolorosi
Dubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri,
Col ricordar sull'amicizia antica
Questo o quel detto di Camillo.
—Io dunque
Era il superbo! esclama il cavaliero:
Espïar debbo mia ingiustizia. In guerra
Lunge da me l'amico mio periglia;
Ad aïtarlo di mie lance io volo.
E i suoi fidi raguna, ed abbracciate
La palpitante Elina ed Ildegarde
E i pargoletti, in sella monta e parte.
Per molti dì le due vicine a gara
Si consolavan, si pascean di speme,
E alterne visitavansi, aspettando
De' baroni il ritorno, o messaggero
Che di lor favellasse. Ascondon ambe
Il lor perturbamento, e sol ciascuna,
Quando al proprio castel siede romita,
Numera i giorni ed angosciata piange.
Quella dicendo: «Oh non avess'io mai
Conosciuto Ildegarde! Ella funesta
Forse è cagion che il mio signore è spento!»
L'altra a Dio ripetendo: «Il mio Camillo
Salva, e s'a me rapirlo è tuo decreto,
Deh ch'io presto lo segua, e per mia causa
Vedova Elina ed orfani i suoi figli
Ah no, non restin!»
Cede alla possanza
Del suo rammarco alfin l'inconsolata
Moglie d'Irnando, ed una sera asceso
Il solito cíglion con Ildegarde,
Donde vedeasi per più lunga tratta
La polverosa via, nè comparendo
I cavalieri, o messo alcun, prorompe
Abbracciando i figliuoli in disperato
Pianto, e respinge dell'amica il bacio.
—Va, sciagurata, lasciami; a' miei figli
Rapisti il genitore! A me rapisti
Colui che tutto era al cor mio! Colui,
Pel qual degli avi miei la dolce terra
Senza cordoglio abbandonata avea!
Viver senz'esso non poss'io: qual sorte
A queste derelitte creature
Verrà serbata, dacchè al padre i ferri
Tolgon la vita, ed alla madre il lutto?
Voler, voler del cielo era d'Irnando
L'inimistà pel tuo fatal consorte!
Maledetto l'istante in che, ispirata
Da infernal consiglier, lieta movevi
A mia ruina! Maledetto il nome
Di suora che ti diedi!—
Al furibondo
Grido geme Ildegarde, e invan desìa
Trovar parole per placar l'afflitta;
Invan gli amplessi iterar tenta. Ognora
Più duramente rigettata e carca
Di rimbrotti amarissimi, il cordoglio
Rispetta dell'amica, e ridiscende
Dietro a lei mestamente la collina,
D'ancella a guisa che garrita piange,
E risponder non osa. A quando a quando
Si sofferma Ildegarde, e confidata
Tende l'orecchio e nella valle mira,
Che voci udir le sembra; e quelle voci,
Ahi! manda il villanel, che dagli arati
Campi co' buoi ritorna, ed a lui cara
Son compagnia l'antica madre, curva
Sotto il fascio dell'erbe, e la robusta
Moglie, peso maggior di rudi sterpi
Con elegante alacrità portando.
Ne' dì seguenti, al consüeto poggio
Le due donne riedean, ma fremebonda
Sempre era Elina, e, tramontato il sole,
Moveva a casa delirante d'ira
E di dolore; ognor vituperata
Ma affettüosa la seguìa Ildegarde.
Odon lontane grida, e nella valle,
Come all'usato i guardi avidamente
Con palpiti d'amor gettano entrambe
E di speranza e di paura. Il cane
Drizza i villosi orecchi, ed un acuto
Insolito latrato alza, e si scaglia
Giù per la praterìa precipitoso,
Folte siepi saltando ed ardui fossi
E scoscesi macigni. E ad intervalli
Sparisce e ricompare, e tace, e abbaia,
Nè mai s'arresta.
—E sarà ver? Son dessi,
Son dessi certo! Esclamano a vicenda
Con ebbrezza febbril le desïose.
Ma se alle lance reduci or mancasse
Uno de' capitani, od ambo forse?
Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate!
Chi ne assecura?
Sì dicendo, il passo
Raddoppiano affannate. Al piano giunte,
Odon le scalpitanti ugne veloci
D'uno o duo corridori: ah fosser duo!
Fosser de' duo baroni i corridori!
Scerner gli oggetti mal lasciava un denso
Nembo di polve. Ah sì! Lor lance appunto
Camillo e Irnando precedean, con ansia
Di riveder le dolci spose. Oh gioia!
Oh certezza felice! Il lor saluto
Suona per l'aer, ben son lor voci queste.
Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi!
Oh istante indescrittibile! E il consorte,
Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assai
L'ha coperto di lagrime e di baci,
Ciascuna dell'amica infra le braccia
Gittasi giubilando.
—Il dolor mio
Aspra mi fea: perdonami Ildegarde.
E Ildegarde alla suora il detto tronca,
Ponendo bocca sovra bocca, ed ambe
Pur di lagrime bagnansi. I fanciulli
Preso frattanto ha fra le braccia Irnando,
E accarezzato li accarezza, e gode
Porgendoli a Camillo, e di Camillo
La nova tenerezza rimirando.
Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio,
Un esclamar, un alternarsi accenti
Di cortesìa e d'amore, un romper folle
In pianto e in riso, un mescolar dimande
E risposte e racconti, e i cominciati
Detti obblïar per detti altri frapporre,
Che niun di lor cosa veruna intende.
Nel castello d'Irnando entrano. E assisi
Nella gran sala—e da donzelle e fanti
Portate l'ampie coppe—e zampillato
Fuor de' fiaschi ospitali il ribollente
Dal roseo spumeggiar bel nibbïolo—
E del giocondo brindisi i sonanti
Tocchi osservati—e roborato il core—
Allor le maschie voci alzano a gara
I baroni, e ripigliano il racconto
In più seguìta, intelligibil foggia:
—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde,
Te in così tempestiva ora spingendo
A rannodar fra Irnando e me l'amato
Vincol che stoltamente io franto avea!—
Così Camillo, e l'interrompe l'altro:
Io lo stolto! Io il feroce!—
E quei la mano
Sovra il labbro gli pon rïassumendo:
—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde!
Perduto er'io, se redentrice possa
D'amistà non venìa. L'assedïante
Ladron dapprima sbaragliai, ma il tristo
Novella frotta ragunò. Me chiuso
Nel castel della suora, egli ogni giorno
Schernìa e sfidava. Io sul fellone indarno
Prorompeva ogni giorno: ahimè! gli sforzi
Del valor mio nulla potean su tanto
Nover crescente di nemici. A noi
Già le biade fallìan, già fallìan l'armi,
E già il cessar d'ogni speranza e il cruccio
Rabido della fame a' guerrier nostri
Consigliavan rivolta ed abbandono.
Universal divenne voce alfine:
«Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadiero
Promettea vita a ognun fuorchè a mia suora
E a' suoi figliuoli e a me. Tra minaccioso
E supplicante, io i perfidi arringava,
Che della rocca aprir volean le porte:
—«Sino a dimane il tradimento, o iniqui,
Sino a dimane sospendete!» Un resto
Di pietà e di rispetto, al grido mio,
Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane!
Sclamarono, e se Dio pria dell'aurora
Portenti oprato non avrà a tuo scampo,
Lo scampo nostro procacciar n'è forza.»
Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore!
Oh come orrenda cosa eraci il suono
Del bronzo che segnavale! Oh angosciato
Appressarsi dell'alba! Oh sbigottiti
Muti sembianti della mia sorella
E de' suoi pargoletti! Oh contrastante
Dignità di parole in prepararci
A' vicini supplizi! Ed oh com'io
Tra me dicea: «Deh! che non seppi amico
Tutta la vita conservarmi Irnando?—
Improvviso frastuono udiam levarsi
Fuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio!
Una pugna! E con chi?—«La man di Dio!
La man di Dio!» gridan mie turbe: a terra
Mi si prostran pentite, il giuramento
Di fedeltà rinnovano; a gagliarda
Sortita le süado, ed infinito
Macel lung'ora de' nemici è fatto.
Qui il narrar di Camillo Irnando tronca:
—Ah! s'impeto cotanto, e se cotanta
Prodezza ad ammirar non m'astringevi,
Me gli assaliti sconfiggeano! In fuga
Eran molti de' miei, già in fuga io stesso
Omai volgeami disperato: i colpi
Tuoi scomposer l'esercito inimico,
E di salvezza io debitor t'andai!—
S'avvicendan la lode i cavalieri,
L'uno dell'altro memorando i fatti.
Alfine Elina sclama:—Ad Ildegarde
Spettan tutte le lodi! Innanzi a lei
Prostratevi, e la sua destra baciate.—
E i cavalieri prostratisi, e la destra
Baciano d'Ildegarde, e penitenza
Le chieggon del furente odio passato;
Ed ella in penitenza un'annua festa
Intima in questo e in quel castel, che festa
Dell'amistà si chiami, e dove uficio
De' vati sia cantar quanti sospetti
Calunnïosi partorisce l'ira,
E quanto l'ira accrescano le ambagi
De' falsi intercessori, e quanto egregia
Sappia interceditrice esser la donna.
—E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoi
Penitenza? soggiugne in umil atto
Palma a palma accostando, ed il ginocchio
Piegando Elina.—
Ed Ildegarde:—Il primo
Figlio, o diletta, che ti nasca, il nome
Porti del mio Camillo; e mi sia dato,
Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina.