NOTE.

[1]Giobbe.

[1]

Giobbe.

Tu la prima onda porgi....

Tu la prima onda porgi....

Tu la prima onda porgi....

Il Po scaturisce dal Monviso nel marchesato di Saluzzo. In questa apostrofe sembra comprendersi tutto ciò che or forma il Piemonte, o gran parte.

Stava a Lemna natio....

Stava a Lemna natio....

Stava a Lemna natio....

Lemina, o Lemna, è un torrente presso Pinerolo.

S'era con altri prodi a fratellanzaReligïosa....

S'era con altri prodi a fratellanzaReligïosa....

S'era con altri prodi a fratellanza

Religïosa....

Nel medio evo il bisogno di difendersi contro gli abusi d'ogni specie fece sorgere molte confraternite benemerite della società. Gli aggregati rimanevano laici, e il loro ufficio non era che l'adempimento di qualche penoso dovere: proteggere i viaggiatori, assistere i feriti, gl'infermi, ec. Così i vincoli della grande fratellanza umana stati spezzati dalla barbarie si andavano con vincoli parziali riannodando. Ma il fervore si cangiò ne' secoli seguenti in manìa: da tutte parti s'elevarono confraternite che invece di beneficare l'umanità l'infettavano di superstizioni; tali furono ibeguini, i fratelli e sorelle dello Spirito Santo, i flagellanti, ecc.

.... Il fero OtluscoCo' suoi prodi vaganti Ungari....

.... Il fero OtluscoCo' suoi prodi vaganti Ungari....

.... Il fero Otlusco

Co' suoi prodi vaganti Ungari....

Molte orde di Ungari scesero in Italia nel principio del secolo X; ciò fa congetturare che la storia di Rosilde appartenga a quel tempo. Esse furono prima respinte dall'imperatore Berengario, ma poi egli stesso le chiamò per far fronte a Rodolfo, re della Borgogna transjurana, e se ne pentì. Invece di obbedirgli, si sbandarono per tutta la Lombardia, devastando campagne e città; da queste orde allora Pavia fu saccheggiata e incendiata.

.... Ma i dì passan talvoltaEd umana figura egli non vede....

.... Ma i dì passan talvoltaEd umana figura egli non vede....

.... Ma i dì passan talvolta

Ed umana figura egli non vede....

Vedi l'Ecclesiaste che forse commisera particolarmente la prostrazione dello spirito:Væ soli! quia cum ceciderit non habet sublevantem se!

A talune, o pittor.

A talune, o pittor.

A talune, o pittor.

Questo cenno d'un pittore potrebbe sorprenderechi si ricorda d'aver letto che il Cimabue fu il primo, dopo la barbarie de' mezzi tempi, a ristabilire la pittura in Italia. Ma vedasi il Tiraboschi il quale prova con molti esempii che anche ne' secoli anteriori l'Italia non mancò mai di pittori: essi erano in gran parte Greci, ma molti pure nazionali.—Siccome il poeta non nomina il suo pittore, forse si trattava di uno o più quadri allora famosi, alla cognizione de' quali bastasse l'indicarli; o forse null'altro volle il trovatore che esprimere quel suo sentimento, non doversi dall'artista mai togliere alla donna—nè anche quando è tratta da dolore o virtù a qualche grande atto di coraggio—il bello ideale della donna che è la dolcezza. Pare che per quanto il comportava il soggetto ei non si sia dipartito da questo sentimento anche nel dipingere una amazone, una selvaggia, laTancreda: in più d'un passo di quel poema cerca d'attenuare ciò che ha di forte il carattere della guerriera. Chi conosce il teatro sarà dell'opinione del trovatore: avrà veduto che un'attrice per quanto sia valente, s'ella crede di dover dare alle eroine i tratti degli eroi, essa può far raccapricciare, ma non mai commuovere; se invece l'attrice non è che eroina, cioèdonnanel suo più nobile significato, allora le sue lagrime ne strappano molte.

A eterna gloriaIn mezzo al foro.

A eterna gloriaIn mezzo al foro.

A eterna gloria

In mezzo al foro.

Ciò non regge colla chiusa. Ma il trovatore parlava dell'intenzione di chi eresse il monumento. Non è egli così di lutto ciò che si fa per la ricordanza de' posteri? Si suppone sempre l'infinità dei secoli: e un furore popolare, un terremoto, cento cause possono distruggere oggi ciò che jeri si credeva eterno.

Più non rinvenni che un'infranta pietra....

Più non rinvenni che un'infranta pietra....

Più non rinvenni che un'infranta pietra....

Piacenza fu, tra le altre città lombarde, spesse volte desolata dalle accanite guerre tra nobili e popolo, e il partito vincente distruggeva non di rado ciò che era stato onorato dal vinto.

Vil giullare cantando....

Vil giullare cantando....

Vil giullare cantando....

I trovatori di genere elevato chiamavanogiullarii poeti vili e buffoni: e questi non erano già gli adulatori soltanto del volgo. Trattandosi qui d'una storia molto anteriore alla poesia a noi nota de' trovatori, parrebbe che la vocegiullare, fosse un anacronismo. Ma è certo che in tutti i tempi vi furono poeti, e particolarmente poeti vili e buffoni: nè a qualunque età questi appartengano, sconviene loro la vocegiullare, che significagiocoliere,ciarlatano.

E gli fea cerchioCon ghigni infami la plaudente plebe!

E gli fea cerchioCon ghigni infami la plaudente plebe!

E gli fea cerchio

Con ghigni infami la plaudente plebe!

Questa pittura d'anime abbiette profananti un monumento eroico induce a credere, che ciò fosse in un tempo d'anarchia.

Questa cantica è divisa in tre parti. La prima si riferisce ai tempi di Berengario I, negli ultimi anni del suo regno, e ai tempi del breve regno di Rudolfo in Italia: la seconda verte sulla prima impresa d'Adello, regnante in Italia Ugo di Provenza succeduto a Rudolfo: la terza scorre sovra alcuni tratti della vita di Adello, che possono riferirsi ai tempi di Ugo, e d'alcuni fra i successori di questo, cioè Lotario suo figlio, Berengario II marchese d'Ivrea, Ottone I, ecc.; giacchè è detto che Adello morì vecchio.

Questa cantica è divisa in tre parti. La prima si riferisce ai tempi di Berengario I, negli ultimi anni del suo regno, e ai tempi del breve regno di Rudolfo in Italia: la seconda verte sulla prima impresa d'Adello, regnante in Italia Ugo di Provenza succeduto a Rudolfo: la terza scorre sovra alcuni tratti della vita di Adello, che possono riferirsi ai tempi di Ugo, e d'alcuni fra i successori di questo, cioè Lotario suo figlio, Berengario II marchese d'Ivrea, Ottone I, ecc.; giacchè è detto che Adello morì vecchio.

Quando oltre l'Alpi il giovinetto AdelloDal povero movea tetto paterno,Pria di varcarle, un guardo all'orizzonteNatìo rivolse e pianse: e rammentandoDe' genitori la virtù e l'affettoRipetè il pronunciato innanzi a loroFervido giuramento.—«Ah, no, al tuo nome,Patria degli avi miei, nè al vostro, o santiParenti alcun disdor l'opre d'AdelloNon recheranno mai! Verrà in ItaliaIl cortese straniero, e dirà—Pace,O terra, di gentili alme nutrice!Poi la via proseguì.—Scudiero al vecchioSuo consanguineo ei già che, di possanzaRicco e di fama, appo Lïon, sui colliDella Sonna fioriti e sulla RoccaIncisa dominava. Al giovinettoAccoglienza amorevole il canutoGiorgio far si degnò. Molto gli parlaDe' cari genitori, e si compiace,Perocchè del garzon commossa uscìaDal cor la voce, e gli soggiunge—«Il cieloNon prosperò del padre tuo i destini,Ma un ospite leal diegli, un amicoChe a lui la destra, e a chi da lui ne vengaA stender pronto è ognor.»Quell'onorataDestra baciava Adello, e umile e fidaServitù prometteva al suo signore.Degli antichi scudieri e famigliariGià l'ossequio acquistossi il verecondoItalo garzoncello: e i cavalieriCol sir congratulavansi e le damePer l'onestà del nuovo alunno: e lietoQuesti fra sè dicea: «Giungervi possaAutori de' miei dì, quanto il lontanoVostro figliuol dagli stranieri è amato!»Ma di Giorgio crescea la bionda figliaE di beltà un miracolo e d'amoreE di grazia era, e di virtù, Eloisa:Ambìan la mano sua molti di FranciaIllustri cavalieri, e al prode ArnaldoIl padre la destina. Era negli occhiDella fanciulla e sulle labbra un prontoDi cortesìa e candor nobil sorriso,Ch'ove volgeasi consolava: e quandoElla uscìa del castel, gl'infimi serviE il passeggiar mendico avidamenteA mirarla si feano, e ognun tornavaPiù sereno al suo ufficio e a' suoi dolori.Ma quel tenue sorriso era qual pioRaggio di luna che ricrea il ramingo,Eppur misterioso un sentimentoMove che non è gioja—e più soave—Della gioja fors'è, ma dolce ispiraDi meditar vaghezza e di silenzio:Tal la sera in un tempio è melodiaDi giocondo ma augusto organo—ascoltaDelizïando l'anima pensosa.Quella tinta lievissima, quell'auraChe alla beltà del timido sembianteBeltà diresti aggiunga, e par sia nube—Non nube di dolor, ma di gentileMalinconia, e pietosa indole un cenno—Quell'è l'incanto irresistibil dondeSì affettuosi a lei volgonsi i guardi.Nel tetto suo, dalle verginee stanzeFuori di rado appar: ma dagli aereiPassi se il fievol suon per le echeggiantiSale s'annunzia—o al genitor si rechi,O a visitar famiglio infermo—e AdelloSulla sua via si trovi, oppur da lungiTrasvolar l'abbia vista, ei di sè ignaroPalpita, e quasi un angiolo trascorsoIvi fosse e beato abbia quell'aere,Ei le sale ricalca ove EloisaPassò e santificar sentesi il core.Ai conviti paterni, infra le anticheSue dame e il padre assisa—o accanto ad essiPasseggiando tra i fiori—o nella barcaChe a' giorni estivi a tarda ora per l'ondeVa qua e là gli zefiri cercando,Della donzella i saggi detti ammiraIl giovine scudier: ma pochi sempreS'udian, nè quel silenzio era quel veloO infecondo o superbo; era quel veloOnde beltà pudica asconder credeI suoi tesori, e più pregiati e certiL'altrui commossa fantasia li adora.No, all'intelletto uman, o esterno mondo,Non sei bastante; esprimer tutto, indarnoAgogneresti, i sensi percotendoCo' tuoi colori e suoni: egli in su portaPiù grande un mondo—l'ineffabil regnoDi quel principio che in noi pensa e scerneL'alta armonia delle create cose.In quel regno mental l'uomo adorandoContempla il bello, e più e più il vagheggiaQui, perchè in tutto il suo fulgor qui splende!Perciò di caste immagini è silenzioQuell'arcana vaghezza, onde men caraÈ talor la parola.—Oh, che mai sonoLe scritte bende, onde il pennel presunseDella madre di Dio dirti l'amore?Non le ingegnose bende, il sacro voltoDica al Figliuolo «Io t'amo:» ivi un indizioL'immaginante spettatore, e tuttaTroverà in sè di quell'amor la istoria.Ma quella possa, ohimè! ch'hanno le mentiDi penetrarsi una nell'altra, ad ontaChe di mister si cingano, scovertoA Eloisa e Adello ha la vicendaDel lor misero affetto. Ambi più volteGuardandosi arrossiro: e—inosservato—Talora Adel della fanciulla il voltoAtteggiarsi a mestizia ed a profondaEstasi vide, e impallidir se udìaReduce dalla caccia il giovin prenceCh'esser le dee consorte, e più se udìaDi costui rammentarsi i genitoriChe dal Reno s'aspettano, e allorquandoGiunti essi fien, si compieran le nozze.Nè lieto ad Eloisa è più il festivoGiorno del padre suo? l'inclito giornoSacro al santo de' prodi, al generosoDi Cappadocia cavaliere?[2]Ah! tuttoL'affettuoso adopra onde il serenoRitrovar de' passati anni, e compiutaFar l'allegrezza del buon sir.—GioivaQuesti alle danze e al canto de' vassalli,Ma più d'ogni altro è a lui grato l'omaggioDella tenera figlia e dell'amatoItalo suo scudiero.Essa dell'armiLe glorie ignora, e sol del padre cantaI pacifici giorni, e la clemenzaVerso i nemici, e il benedir concordeDe' felici suoi servi, e il dolce ospizioChe appo il suo focolar trova l'illustrePellegrino e l'oscuro, ed il credenteE l'infedel—ed ogni strofa chiudeIntercalando un giubilo d'amore:«Ah sì, tal d'Eloisa è il genitore!»Ond'è che men degli altri anni giocondaComparia la donzella, e più dilettoPur la sua voce trasfondea ne' cuori?Ah, dovunque la tua fiamma s'apprende,Ivi, o Amor, è una vita, ivi un incantoChe tutte le gentili arti sublima!Universal lode era, e d'AdelloNon pur motto s'udìa: ma il guardo a casoSovra lui pon la giovin dama, e il guardoInnamorato incontra—e, oh, d'ogni lodeBen più le parve!Il mutuo turbamentoPerocchè romoroso era l'applauso,Null'uom vide o capì.—Si ricomponeAdel: sulla infiorata arpa coll'agiliDita preludo, e l'armonia celesteGli versa in cor de' mali suoi l'obblio.Son guerrieri i suoi carmi. Ei di san GiorgioDice l'eroico spirto—E della figliaDi quel re dice il pianto e le sciagureChe divorata esser dovea dal drago,Quando il cappadocèo redentor venneDella beltà e dell'innocenza. IgnudaLa vergine regale al drago espostaPinger non osa Adel: cinta d'un velo,Il sembiante ei le dona d'Eloisa,E il biondo crine ed il ceruleo sguardoE sì amabil ne trae quadro pietosoChe a tutti molce gli ascoltanti il petto.L'arrivo ei dice del campione e l'iraContro a' codardi cavalier che il brandoNon consacrano a' deboli, e a quel sessoIn che onorar dobbiam Maria: e descriveLa terribil battaglia; e la sconfittaDel mostro immane; e il giubbilo e il trionfoChe la turba apparecchia; e la modestiaDel vincitor che involasi, e a novellePer la terra trascorre inclite imprese.Oh, allor d'Adel, nell'inno suo di fuoco,Tutto il cavalleresco animo splende!I bei fatti lo esaltano; una vivaSete di gloria lo divora: in vagoDisordin, nella mente i grandi esempiGli si confondon del guerrier ch'è in cieloE quelli del suo sir, e a entrambi aitaChiede e virtù perchè lor orme ei prema.Quell'affanno, quel nobile desìo,Più che le lodi avutene commoveIl magnanimo vecchio:«Eccoti, o figlio,L'onorato mio ferro; i dì verrannoCh'io giacerò cogli avi, e questo ferroMieterà ancor per mano tua gli allori!»Al valente cantor doni gentiliPorgean le dame, e il sir dicea: «Tu sola,Figlia, sconosci la virtù e le nieghiL'amabil guiderdone?»—Alla paternaDolce rampogna ella sorride, e tosto,Vergognando, discignesi dal pettoCandida sottil zona, e sovra l'arpaLeggiadramente del cantor la posa.Oh che son gli altri fregi? Il tempo forsePotrà la rimembranza o scancellarneO almen scemar; ma questa zona!—«Il senoD'Eloisa cingevi! e tu sentitoHai di quel seno i palpiti! e sentitoForse li hai raddoppiarsi (ahimè, pur troppoEll'è certezza!) allor che o la mia voceUdia da lunge o i guardi miei trovavaE mie pene leggeavi!» Ah, da quell'oraCosì delira Adel!Spesso un tintinnoD'arpa s'ode la notte entro il castello:Egli è il misero amante che riposoSul letto non rinvenne, e con dimessoSuon quelle melodie va ricordandoChe più son care ad Eloisa—e il biancoLin che dal musical legno discende.Sopra il volto li ondeggia e sopra il core,E reverenti baci egli v'imprime,E gli parla e il ribacia, e talor forseD'una lagrima il bagna.Il destin moveUn dì la giovin dama a errar solingaTra le rose dell'orto, ed ivi il caroDe' suoi pensier segreti idolo incontra.Ambi treman, ritrarsi ambi vorriano:Ma, perch'egli era mesto, una soaveParola essa gli volse—«Adello, udisteFavellar d'uno spirto che ogni notteGià da alcun tempo bea il castel di quetiArmonici sospir?»«A quello spirto,O cortese mia donna, era speranzaChe i suoi sommessi asconditi sospiriIgnorati sarien: s'alcun li udiva,Uopo è ben che nemico abbiasi il sonno—Ea quello spirto assai dorria se il sonnoMancasse ad altri come a lui.»Nullo eraIn se quel dir; d'eluderlo v'aveaPur mill'arti o troncarlo: ahimè, quell'artiAd Eloisa non sovvengon! PochiConfusi detti replicò, e que' dettiMolta pietà spiravano. Ah, d'ossequioSol parlò Adel, ma questa voce uscìaSì tenera e tremante, che simileEra alla voce «amore!» Ed ei soggiunseSì meste cose di quei dì in che priviSaranno questi fiori e quel castelloDi chi li fea sinor giocondi—e, spessoInterrotto, pur dice anco di fioriA cui del sol manca la luce, e a terraAllor chinan la testa... e più non sorge!«Oh Adel, t'intesi! il tuo proposto è orrendo:Tu vagheggi la morte!»«Oh donna! Il giornoChe tanto audace io fui d'innalzar gli occhiSovra cosa divina, era decretaLa morte mia dal ciel quel giorno.»Il piantoSgorga a forza dagli occhi d'Eloisa;Ma dignitosa ell'è tutt'ora, e graviI modi e le parole. Un lampo d'iraLe balenò piangendo e dir parca:Così m'astringi ad avvilirmi?—Ei mutoAngosciato abbassava le pupillePiù che mai reverenti onde la donna,Lagrimando non vista, il duro pesoDella vergogna non sentisse. E il pioRiguardo ella scerneva, e in petto quindiPietà maggior la inteneria.——Tal'eraDi que' semplici eventi la catenaChe (impreveduta) avea le due inesperteAlme condotto alla fidente e vanaCompassïon del vicendevol duolo.Ma oh come quelle bell'alme, incapaciPur d'un pensier che da virtù non tragga,Accusansi ciascuna in sè medesmaDel biasmevol colloquio!È questa adunque,Pensava Adel, la mercè ingrata è questaCh'io rendo al mio signore? a lui che tantiSu me profuse beneficii e pegniD'amistà nobilissima ed esempiAlti d'onor? Così rammento i cenniDe' genitori miei, la venerandaStoria de' lor martirii e come in ventiBen più gravi sciagure immolàr tuttoFuor che lor fede a' cari prenci e al dritto?In chi di giusti nacque, è onnipossenteLa rimembranza de' dettami austeriNell'infanzia bevuti e il sacro accentoCon che amando addolcianli e padre e madre.Disonorar con vili atti egli temeL'immacolata lor canizie, e questoGentil timor, ne' gran cimenti—alloraChe virtù langue—di virtù lien loco.«Ahi, che feci, Eloisa? Ove trascorseL'incauto labbro! Oh, un infelice obbliaChe ardì il tuo sdegno provocar! L'insaniaOnde vittima gemo, ancor la voceDel dover mio non soffocava appieno.Che insano fui—non vil—tel dirà il prontoMio abbandonar questo adorato albergoOnde più mai non rivederti. Un altoDelitto le contrade itale afflisseE vendetta domanda: io la grand'ombraDi Berengario a vendicar mi reco.Cadrò nel campo dell'onore: udraiForse in breve il mio nome e dirai «BassoFu il viver suo, ma egli moria da forte.»Ma non men che in Adel s'avviva in pettoAd Eloisa di virtù il bel raggio:E ipocrisia sdegnando e vano orgoglio,Qual sorella gli parla e con decoroQuasi di madre e di regina—eppureSol favellar così potea un'amante.Un celeste idïoma era, onde i pochiPredestinati cuori han conoscenzaChe amaron come Adello, e un'EloisaSulla terra trovarono, e una voltaPiansero insieme, e da quel dì miglioriSi sentir—benchè forse, ahi, più infelici!Ella accenna infrangibil l'imeneoChe del suo padre la saggezza ha fermo,E dice sacro quel dover che leggeA entrambi lor fa il separarsi e paceRicercar nell'assenza: e poi soggiungeCon enfasi gentil quanto l'uom possaSublime farsi nel dolor, se invittoAi colpi di fortuna animo opponga,E più, se nel dolore ei sempre aneliA far sì, che ad un lito (ond'esul mosse)Spesso la fama sua giunga e tai fattiNarri di lui, che ognun qui dire ambisca:Io lo vidi, io 'l conobbi, ei mi fu caro!Con più tenera voce indi EloisaIl rampogna che morte ei nelle primePugne minacci d'incontrar; gl'intimaDi viver—«Donna, ah da te lunge?—«ViviAlla patria, a' parenti... ed al confortoPur d'Eloisa!»Questo detto ha fissoDel futur campion l'alto destino!

Quando oltre l'Alpi il giovinetto AdelloDal povero movea tetto paterno,Pria di varcarle, un guardo all'orizzonteNatìo rivolse e pianse: e rammentandoDe' genitori la virtù e l'affettoRipetè il pronunciato innanzi a loroFervido giuramento.—«Ah, no, al tuo nome,Patria degli avi miei, nè al vostro, o santiParenti alcun disdor l'opre d'AdelloNon recheranno mai! Verrà in ItaliaIl cortese straniero, e dirà—Pace,O terra, di gentili alme nutrice!Poi la via proseguì.—Scudiero al vecchioSuo consanguineo ei già che, di possanzaRicco e di fama, appo Lïon, sui colliDella Sonna fioriti e sulla RoccaIncisa dominava. Al giovinettoAccoglienza amorevole il canutoGiorgio far si degnò. Molto gli parlaDe' cari genitori, e si compiace,Perocchè del garzon commossa uscìaDal cor la voce, e gli soggiunge—«Il cieloNon prosperò del padre tuo i destini,Ma un ospite leal diegli, un amicoChe a lui la destra, e a chi da lui ne vengaA stender pronto è ognor.»Quell'onorataDestra baciava Adello, e umile e fidaServitù prometteva al suo signore.Degli antichi scudieri e famigliariGià l'ossequio acquistossi il verecondoItalo garzoncello: e i cavalieriCol sir congratulavansi e le damePer l'onestà del nuovo alunno: e lietoQuesti fra sè dicea: «Giungervi possaAutori de' miei dì, quanto il lontanoVostro figliuol dagli stranieri è amato!»Ma di Giorgio crescea la bionda figliaE di beltà un miracolo e d'amoreE di grazia era, e di virtù, Eloisa:Ambìan la mano sua molti di FranciaIllustri cavalieri, e al prode ArnaldoIl padre la destina. Era negli occhiDella fanciulla e sulle labbra un prontoDi cortesìa e candor nobil sorriso,Ch'ove volgeasi consolava: e quandoElla uscìa del castel, gl'infimi serviE il passeggiar mendico avidamenteA mirarla si feano, e ognun tornavaPiù sereno al suo ufficio e a' suoi dolori.Ma quel tenue sorriso era qual pioRaggio di luna che ricrea il ramingo,Eppur misterioso un sentimentoMove che non è gioja—e più soave—Della gioja fors'è, ma dolce ispiraDi meditar vaghezza e di silenzio:Tal la sera in un tempio è melodiaDi giocondo ma augusto organo—ascoltaDelizïando l'anima pensosa.Quella tinta lievissima, quell'auraChe alla beltà del timido sembianteBeltà diresti aggiunga, e par sia nube—Non nube di dolor, ma di gentileMalinconia, e pietosa indole un cenno—Quell'è l'incanto irresistibil dondeSì affettuosi a lei volgonsi i guardi.Nel tetto suo, dalle verginee stanzeFuori di rado appar: ma dagli aereiPassi se il fievol suon per le echeggiantiSale s'annunzia—o al genitor si rechi,O a visitar famiglio infermo—e AdelloSulla sua via si trovi, oppur da lungiTrasvolar l'abbia vista, ei di sè ignaroPalpita, e quasi un angiolo trascorsoIvi fosse e beato abbia quell'aere,Ei le sale ricalca ove EloisaPassò e santificar sentesi il core.Ai conviti paterni, infra le anticheSue dame e il padre assisa—o accanto ad essiPasseggiando tra i fiori—o nella barcaChe a' giorni estivi a tarda ora per l'ondeVa qua e là gli zefiri cercando,Della donzella i saggi detti ammiraIl giovine scudier: ma pochi sempreS'udian, nè quel silenzio era quel veloO infecondo o superbo; era quel veloOnde beltà pudica asconder credeI suoi tesori, e più pregiati e certiL'altrui commossa fantasia li adora.No, all'intelletto uman, o esterno mondo,Non sei bastante; esprimer tutto, indarnoAgogneresti, i sensi percotendoCo' tuoi colori e suoni: egli in su portaPiù grande un mondo—l'ineffabil regnoDi quel principio che in noi pensa e scerneL'alta armonia delle create cose.In quel regno mental l'uomo adorandoContempla il bello, e più e più il vagheggiaQui, perchè in tutto il suo fulgor qui splende!Perciò di caste immagini è silenzioQuell'arcana vaghezza, onde men caraÈ talor la parola.—Oh, che mai sonoLe scritte bende, onde il pennel presunseDella madre di Dio dirti l'amore?Non le ingegnose bende, il sacro voltoDica al Figliuolo «Io t'amo:» ivi un indizioL'immaginante spettatore, e tuttaTroverà in sè di quell'amor la istoria.Ma quella possa, ohimè! ch'hanno le mentiDi penetrarsi una nell'altra, ad ontaChe di mister si cingano, scovertoA Eloisa e Adello ha la vicendaDel lor misero affetto. Ambi più volteGuardandosi arrossiro: e—inosservato—Talora Adel della fanciulla il voltoAtteggiarsi a mestizia ed a profondaEstasi vide, e impallidir se udìaReduce dalla caccia il giovin prenceCh'esser le dee consorte, e più se udìaDi costui rammentarsi i genitoriChe dal Reno s'aspettano, e allorquandoGiunti essi fien, si compieran le nozze.Nè lieto ad Eloisa è più il festivoGiorno del padre suo? l'inclito giornoSacro al santo de' prodi, al generosoDi Cappadocia cavaliere?[2]Ah! tuttoL'affettuoso adopra onde il serenoRitrovar de' passati anni, e compiutaFar l'allegrezza del buon sir.—GioivaQuesti alle danze e al canto de' vassalli,Ma più d'ogni altro è a lui grato l'omaggioDella tenera figlia e dell'amatoItalo suo scudiero.Essa dell'armiLe glorie ignora, e sol del padre cantaI pacifici giorni, e la clemenzaVerso i nemici, e il benedir concordeDe' felici suoi servi, e il dolce ospizioChe appo il suo focolar trova l'illustrePellegrino e l'oscuro, ed il credenteE l'infedel—ed ogni strofa chiudeIntercalando un giubilo d'amore:«Ah sì, tal d'Eloisa è il genitore!»Ond'è che men degli altri anni giocondaComparia la donzella, e più dilettoPur la sua voce trasfondea ne' cuori?Ah, dovunque la tua fiamma s'apprende,Ivi, o Amor, è una vita, ivi un incantoChe tutte le gentili arti sublima!Universal lode era, e d'AdelloNon pur motto s'udìa: ma il guardo a casoSovra lui pon la giovin dama, e il guardoInnamorato incontra—e, oh, d'ogni lodeBen più le parve!Il mutuo turbamentoPerocchè romoroso era l'applauso,Null'uom vide o capì.—Si ricomponeAdel: sulla infiorata arpa coll'agiliDita preludo, e l'armonia celesteGli versa in cor de' mali suoi l'obblio.Son guerrieri i suoi carmi. Ei di san GiorgioDice l'eroico spirto—E della figliaDi quel re dice il pianto e le sciagureChe divorata esser dovea dal drago,Quando il cappadocèo redentor venneDella beltà e dell'innocenza. IgnudaLa vergine regale al drago espostaPinger non osa Adel: cinta d'un velo,Il sembiante ei le dona d'Eloisa,E il biondo crine ed il ceruleo sguardoE sì amabil ne trae quadro pietosoChe a tutti molce gli ascoltanti il petto.L'arrivo ei dice del campione e l'iraContro a' codardi cavalier che il brandoNon consacrano a' deboli, e a quel sessoIn che onorar dobbiam Maria: e descriveLa terribil battaglia; e la sconfittaDel mostro immane; e il giubbilo e il trionfoChe la turba apparecchia; e la modestiaDel vincitor che involasi, e a novellePer la terra trascorre inclite imprese.Oh, allor d'Adel, nell'inno suo di fuoco,Tutto il cavalleresco animo splende!I bei fatti lo esaltano; una vivaSete di gloria lo divora: in vagoDisordin, nella mente i grandi esempiGli si confondon del guerrier ch'è in cieloE quelli del suo sir, e a entrambi aitaChiede e virtù perchè lor orme ei prema.Quell'affanno, quel nobile desìo,Più che le lodi avutene commoveIl magnanimo vecchio:«Eccoti, o figlio,L'onorato mio ferro; i dì verrannoCh'io giacerò cogli avi, e questo ferroMieterà ancor per mano tua gli allori!»Al valente cantor doni gentiliPorgean le dame, e il sir dicea: «Tu sola,Figlia, sconosci la virtù e le nieghiL'amabil guiderdone?»—Alla paternaDolce rampogna ella sorride, e tosto,Vergognando, discignesi dal pettoCandida sottil zona, e sovra l'arpaLeggiadramente del cantor la posa.Oh che son gli altri fregi? Il tempo forsePotrà la rimembranza o scancellarneO almen scemar; ma questa zona!—«Il senoD'Eloisa cingevi! e tu sentitoHai di quel seno i palpiti! e sentitoForse li hai raddoppiarsi (ahimè, pur troppoEll'è certezza!) allor che o la mia voceUdia da lunge o i guardi miei trovavaE mie pene leggeavi!» Ah, da quell'oraCosì delira Adel!Spesso un tintinnoD'arpa s'ode la notte entro il castello:Egli è il misero amante che riposoSul letto non rinvenne, e con dimessoSuon quelle melodie va ricordandoChe più son care ad Eloisa—e il biancoLin che dal musical legno discende.Sopra il volto li ondeggia e sopra il core,E reverenti baci egli v'imprime,E gli parla e il ribacia, e talor forseD'una lagrima il bagna.Il destin moveUn dì la giovin dama a errar solingaTra le rose dell'orto, ed ivi il caroDe' suoi pensier segreti idolo incontra.Ambi treman, ritrarsi ambi vorriano:Ma, perch'egli era mesto, una soaveParola essa gli volse—«Adello, udisteFavellar d'uno spirto che ogni notteGià da alcun tempo bea il castel di quetiArmonici sospir?»«A quello spirto,O cortese mia donna, era speranzaChe i suoi sommessi asconditi sospiriIgnorati sarien: s'alcun li udiva,Uopo è ben che nemico abbiasi il sonno—Ea quello spirto assai dorria se il sonnoMancasse ad altri come a lui.»Nullo eraIn se quel dir; d'eluderlo v'aveaPur mill'arti o troncarlo: ahimè, quell'artiAd Eloisa non sovvengon! PochiConfusi detti replicò, e que' dettiMolta pietà spiravano. Ah, d'ossequioSol parlò Adel, ma questa voce uscìaSì tenera e tremante, che simileEra alla voce «amore!» Ed ei soggiunseSì meste cose di quei dì in che priviSaranno questi fiori e quel castelloDi chi li fea sinor giocondi—e, spessoInterrotto, pur dice anco di fioriA cui del sol manca la luce, e a terraAllor chinan la testa... e più non sorge!«Oh Adel, t'intesi! il tuo proposto è orrendo:Tu vagheggi la morte!»«Oh donna! Il giornoChe tanto audace io fui d'innalzar gli occhiSovra cosa divina, era decretaLa morte mia dal ciel quel giorno.»Il piantoSgorga a forza dagli occhi d'Eloisa;Ma dignitosa ell'è tutt'ora, e graviI modi e le parole. Un lampo d'iraLe balenò piangendo e dir parca:Così m'astringi ad avvilirmi?—Ei mutoAngosciato abbassava le pupillePiù che mai reverenti onde la donna,Lagrimando non vista, il duro pesoDella vergogna non sentisse. E il pioRiguardo ella scerneva, e in petto quindiPietà maggior la inteneria.——Tal'eraDi que' semplici eventi la catenaChe (impreveduta) avea le due inesperteAlme condotto alla fidente e vanaCompassïon del vicendevol duolo.Ma oh come quelle bell'alme, incapaciPur d'un pensier che da virtù non tragga,Accusansi ciascuna in sè medesmaDel biasmevol colloquio!È questa adunque,Pensava Adel, la mercè ingrata è questaCh'io rendo al mio signore? a lui che tantiSu me profuse beneficii e pegniD'amistà nobilissima ed esempiAlti d'onor? Così rammento i cenniDe' genitori miei, la venerandaStoria de' lor martirii e come in ventiBen più gravi sciagure immolàr tuttoFuor che lor fede a' cari prenci e al dritto?In chi di giusti nacque, è onnipossenteLa rimembranza de' dettami austeriNell'infanzia bevuti e il sacro accentoCon che amando addolcianli e padre e madre.Disonorar con vili atti egli temeL'immacolata lor canizie, e questoGentil timor, ne' gran cimenti—alloraChe virtù langue—di virtù lien loco.«Ahi, che feci, Eloisa? Ove trascorseL'incauto labbro! Oh, un infelice obbliaChe ardì il tuo sdegno provocar! L'insaniaOnde vittima gemo, ancor la voceDel dover mio non soffocava appieno.Che insano fui—non vil—tel dirà il prontoMio abbandonar questo adorato albergoOnde più mai non rivederti. Un altoDelitto le contrade itale afflisseE vendetta domanda: io la grand'ombraDi Berengario a vendicar mi reco.Cadrò nel campo dell'onore: udraiForse in breve il mio nome e dirai «BassoFu il viver suo, ma egli moria da forte.»Ma non men che in Adel s'avviva in pettoAd Eloisa di virtù il bel raggio:E ipocrisia sdegnando e vano orgoglio,Qual sorella gli parla e con decoroQuasi di madre e di regina—eppureSol favellar così potea un'amante.Un celeste idïoma era, onde i pochiPredestinati cuori han conoscenzaChe amaron come Adello, e un'EloisaSulla terra trovarono, e una voltaPiansero insieme, e da quel dì miglioriSi sentir—benchè forse, ahi, più infelici!Ella accenna infrangibil l'imeneoChe del suo padre la saggezza ha fermo,E dice sacro quel dover che leggeA entrambi lor fa il separarsi e paceRicercar nell'assenza: e poi soggiungeCon enfasi gentil quanto l'uom possaSublime farsi nel dolor, se invittoAi colpi di fortuna animo opponga,E più, se nel dolore ei sempre aneliA far sì, che ad un lito (ond'esul mosse)Spesso la fama sua giunga e tai fattiNarri di lui, che ognun qui dire ambisca:Io lo vidi, io 'l conobbi, ei mi fu caro!Con più tenera voce indi EloisaIl rampogna che morte ei nelle primePugne minacci d'incontrar; gl'intimaDi viver—«Donna, ah da te lunge?—«ViviAlla patria, a' parenti... ed al confortoPur d'Eloisa!»Questo detto ha fissoDel futur campion l'alto destino!

Quando oltre l'Alpi il giovinetto Adello

Dal povero movea tetto paterno,

Pria di varcarle, un guardo all'orizzonte

Natìo rivolse e pianse: e rammentando

De' genitori la virtù e l'affetto

Ripetè il pronunciato innanzi a loro

Fervido giuramento.—

«Ah, no, al tuo nome,

Patria degli avi miei, nè al vostro, o santi

Parenti alcun disdor l'opre d'Adello

Non recheranno mai! Verrà in Italia

Il cortese straniero, e dirà—Pace,

O terra, di gentili alme nutrice!

Poi la via proseguì.—Scudiero al vecchio

Suo consanguineo ei già che, di possanza

Ricco e di fama, appo Lïon, sui colli

Della Sonna fioriti e sulla Rocca

Incisa dominava. Al giovinetto

Accoglienza amorevole il canuto

Giorgio far si degnò. Molto gli parla

De' cari genitori, e si compiace,

Perocchè del garzon commossa uscìa

Dal cor la voce, e gli soggiunge—«Il cielo

Non prosperò del padre tuo i destini,

Ma un ospite leal diegli, un amico

Che a lui la destra, e a chi da lui ne venga

A stender pronto è ognor.»

Quell'onorata

Destra baciava Adello, e umile e fida

Servitù prometteva al suo signore.

Degli antichi scudieri e famigliari

Già l'ossequio acquistossi il verecondo

Italo garzoncello: e i cavalieri

Col sir congratulavansi e le dame

Per l'onestà del nuovo alunno: e lieto

Questi fra sè dicea: «Giungervi possa

Autori de' miei dì, quanto il lontano

Vostro figliuol dagli stranieri è amato!»

Ma di Giorgio crescea la bionda figlia

E di beltà un miracolo e d'amore

E di grazia era, e di virtù, Eloisa:

Ambìan la mano sua molti di Francia

Illustri cavalieri, e al prode Arnaldo

Il padre la destina. Era negli occhi

Della fanciulla e sulle labbra un pronto

Di cortesìa e candor nobil sorriso,

Ch'ove volgeasi consolava: e quando

Ella uscìa del castel, gl'infimi servi

E il passeggiar mendico avidamente

A mirarla si feano, e ognun tornava

Più sereno al suo ufficio e a' suoi dolori.

Ma quel tenue sorriso era qual pio

Raggio di luna che ricrea il ramingo,

Eppur misterioso un sentimento

Move che non è gioja—e più soave—

Della gioja fors'è, ma dolce ispira

Di meditar vaghezza e di silenzio:

Tal la sera in un tempio è melodia

Di giocondo ma augusto organo—ascolta

Delizïando l'anima pensosa.

Quella tinta lievissima, quell'aura

Che alla beltà del timido sembiante

Beltà diresti aggiunga, e par sia nube—

Non nube di dolor, ma di gentile

Malinconia, e pietosa indole un cenno—

Quell'è l'incanto irresistibil donde

Sì affettuosi a lei volgonsi i guardi.

Nel tetto suo, dalle verginee stanze

Fuori di rado appar: ma dagli aerei

Passi se il fievol suon per le echeggianti

Sale s'annunzia—o al genitor si rechi,

O a visitar famiglio infermo—e Adello

Sulla sua via si trovi, oppur da lungi

Trasvolar l'abbia vista, ei di sè ignaro

Palpita, e quasi un angiolo trascorso

Ivi fosse e beato abbia quell'aere,

Ei le sale ricalca ove Eloisa

Passò e santificar sentesi il core.

Ai conviti paterni, infra le antiche

Sue dame e il padre assisa—o accanto ad essi

Passeggiando tra i fiori—o nella barca

Che a' giorni estivi a tarda ora per l'onde

Va qua e là gli zefiri cercando,

Della donzella i saggi detti ammira

Il giovine scudier: ma pochi sempre

S'udian, nè quel silenzio era quel velo

O infecondo o superbo; era quel velo

Onde beltà pudica asconder crede

I suoi tesori, e più pregiati e certi

L'altrui commossa fantasia li adora.

No, all'intelletto uman, o esterno mondo,

Non sei bastante; esprimer tutto, indarno

Agogneresti, i sensi percotendo

Co' tuoi colori e suoni: egli in su porta

Più grande un mondo—l'ineffabil regno

Di quel principio che in noi pensa e scerne

L'alta armonia delle create cose.

In quel regno mental l'uomo adorando

Contempla il bello, e più e più il vagheggia

Qui, perchè in tutto il suo fulgor qui splende!

Perciò di caste immagini è silenzio

Quell'arcana vaghezza, onde men cara

È talor la parola.—Oh, che mai sono

Le scritte bende, onde il pennel presunse

Della madre di Dio dirti l'amore?

Non le ingegnose bende, il sacro volto

Dica al Figliuolo «Io t'amo:» ivi un indizio

L'immaginante spettatore, e tutta

Troverà in sè di quell'amor la istoria.

Ma quella possa, ohimè! ch'hanno le menti

Di penetrarsi una nell'altra, ad onta

Che di mister si cingano, scoverto

A Eloisa e Adello ha la vicenda

Del lor misero affetto. Ambi più volte

Guardandosi arrossiro: e—inosservato—

Talora Adel della fanciulla il volto

Atteggiarsi a mestizia ed a profonda

Estasi vide, e impallidir se udìa

Reduce dalla caccia il giovin prence

Ch'esser le dee consorte, e più se udìa

Di costui rammentarsi i genitori

Che dal Reno s'aspettano, e allorquando

Giunti essi fien, si compieran le nozze.

Nè lieto ad Eloisa è più il festivo

Giorno del padre suo? l'inclito giorno

Sacro al santo de' prodi, al generoso

Di Cappadocia cavaliere?[2]Ah! tutto

L'affettuoso adopra onde il sereno

Ritrovar de' passati anni, e compiuta

Far l'allegrezza del buon sir.—Gioiva

Questi alle danze e al canto de' vassalli,

Ma più d'ogni altro è a lui grato l'omaggio

Della tenera figlia e dell'amato

Italo suo scudiero.

Essa dell'armi

Le glorie ignora, e sol del padre canta

I pacifici giorni, e la clemenza

Verso i nemici, e il benedir concorde

De' felici suoi servi, e il dolce ospizio

Che appo il suo focolar trova l'illustre

Pellegrino e l'oscuro, ed il credente

E l'infedel—ed ogni strofa chiude

Intercalando un giubilo d'amore:

«Ah sì, tal d'Eloisa è il genitore!»

Ond'è che men degli altri anni gioconda

Comparia la donzella, e più diletto

Pur la sua voce trasfondea ne' cuori?

Ah, dovunque la tua fiamma s'apprende,

Ivi, o Amor, è una vita, ivi un incanto

Che tutte le gentili arti sublima!

Universal lode era, e d'Adello

Non pur motto s'udìa: ma il guardo a caso

Sovra lui pon la giovin dama, e il guardo

Innamorato incontra—e, oh, d'ogni lode

Ben più le parve!

Il mutuo turbamento

Perocchè romoroso era l'applauso,

Null'uom vide o capì.—Si ricompone

Adel: sulla infiorata arpa coll'agili

Dita preludo, e l'armonia celeste

Gli versa in cor de' mali suoi l'obblio.

Son guerrieri i suoi carmi. Ei di san Giorgio

Dice l'eroico spirto—E della figlia

Di quel re dice il pianto e le sciagure

Che divorata esser dovea dal drago,

Quando il cappadocèo redentor venne

Della beltà e dell'innocenza. Ignuda

La vergine regale al drago esposta

Pinger non osa Adel: cinta d'un velo,

Il sembiante ei le dona d'Eloisa,

E il biondo crine ed il ceruleo sguardo

E sì amabil ne trae quadro pietoso

Che a tutti molce gli ascoltanti il petto.

L'arrivo ei dice del campione e l'ira

Contro a' codardi cavalier che il brando

Non consacrano a' deboli, e a quel sesso

In che onorar dobbiam Maria: e descrive

La terribil battaglia; e la sconfitta

Del mostro immane; e il giubbilo e il trionfo

Che la turba apparecchia; e la modestia

Del vincitor che involasi, e a novelle

Per la terra trascorre inclite imprese.

Oh, allor d'Adel, nell'inno suo di fuoco,

Tutto il cavalleresco animo splende!

I bei fatti lo esaltano; una viva

Sete di gloria lo divora: in vago

Disordin, nella mente i grandi esempi

Gli si confondon del guerrier ch'è in cielo

E quelli del suo sir, e a entrambi aita

Chiede e virtù perchè lor orme ei prema.

Quell'affanno, quel nobile desìo,

Più che le lodi avutene commove

Il magnanimo vecchio:

«Eccoti, o figlio,

L'onorato mio ferro; i dì verranno

Ch'io giacerò cogli avi, e questo ferro

Mieterà ancor per mano tua gli allori!»

Al valente cantor doni gentili

Porgean le dame, e il sir dicea: «Tu sola,

Figlia, sconosci la virtù e le nieghi

L'amabil guiderdone?»—Alla paterna

Dolce rampogna ella sorride, e tosto,

Vergognando, discignesi dal petto

Candida sottil zona, e sovra l'arpa

Leggiadramente del cantor la posa.

Oh che son gli altri fregi? Il tempo forse

Potrà la rimembranza o scancellarne

O almen scemar; ma questa zona!—

«Il seno

D'Eloisa cingevi! e tu sentito

Hai di quel seno i palpiti! e sentito

Forse li hai raddoppiarsi (ahimè, pur troppo

Ell'è certezza!) allor che o la mia voce

Udia da lunge o i guardi miei trovava

E mie pene leggeavi!» Ah, da quell'ora

Così delira Adel!

Spesso un tintinno

D'arpa s'ode la notte entro il castello:

Egli è il misero amante che riposo

Sul letto non rinvenne, e con dimesso

Suon quelle melodie va ricordando

Che più son care ad Eloisa—e il bianco

Lin che dal musical legno discende.

Sopra il volto li ondeggia e sopra il core,

E reverenti baci egli v'imprime,

E gli parla e il ribacia, e talor forse

D'una lagrima il bagna.

Il destin move

Un dì la giovin dama a errar solinga

Tra le rose dell'orto, ed ivi il caro

De' suoi pensier segreti idolo incontra.

Ambi treman, ritrarsi ambi vorriano:

Ma, perch'egli era mesto, una soave

Parola essa gli volse—«Adello, udiste

Favellar d'uno spirto che ogni notte

Già da alcun tempo bea il castel di queti

Armonici sospir?»

«A quello spirto,

O cortese mia donna, era speranza

Che i suoi sommessi asconditi sospiri

Ignorati sarien: s'alcun li udiva,

Uopo è ben che nemico abbiasi il sonno—E

a quello spirto assai dorria se il sonno

Mancasse ad altri come a lui.»

Nullo era

In se quel dir; d'eluderlo v'avea

Pur mill'arti o troncarlo: ahimè, quell'arti

Ad Eloisa non sovvengon! Pochi

Confusi detti replicò, e que' detti

Molta pietà spiravano. Ah, d'ossequio

Sol parlò Adel, ma questa voce uscìa

Sì tenera e tremante, che simile

Era alla voce «amore!» Ed ei soggiunse

Sì meste cose di quei dì in che privi

Saranno questi fiori e quel castello

Di chi li fea sinor giocondi—e, spesso

Interrotto, pur dice anco di fiori

A cui del sol manca la luce, e a terra

Allor chinan la testa... e più non sorge!

«Oh Adel, t'intesi! il tuo proposto è orrendo:

Tu vagheggi la morte!»

«Oh donna! Il giorno

Che tanto audace io fui d'innalzar gli occhi

Sovra cosa divina, era decreta

La morte mia dal ciel quel giorno.»

Il pianto

Sgorga a forza dagli occhi d'Eloisa;

Ma dignitosa ell'è tutt'ora, e gravi

I modi e le parole. Un lampo d'ira

Le balenò piangendo e dir parca:

Così m'astringi ad avvilirmi?—Ei muto

Angosciato abbassava le pupille

Più che mai reverenti onde la donna,

Lagrimando non vista, il duro peso

Della vergogna non sentisse. E il pio

Riguardo ella scerneva, e in petto quindi

Pietà maggior la inteneria.—

—Tal'era

Di que' semplici eventi la catena

Che (impreveduta) avea le due inesperte

Alme condotto alla fidente e vana

Compassïon del vicendevol duolo.

Ma oh come quelle bell'alme, incapaci

Pur d'un pensier che da virtù non tragga,

Accusansi ciascuna in sè medesma

Del biasmevol colloquio!

È questa adunque,

Pensava Adel, la mercè ingrata è questa

Ch'io rendo al mio signore? a lui che tanti

Su me profuse beneficii e pegni

D'amistà nobilissima ed esempi

Alti d'onor? Così rammento i cenni

De' genitori miei, la veneranda

Storia de' lor martirii e come in venti

Ben più gravi sciagure immolàr tutto

Fuor che lor fede a' cari prenci e al dritto?

In chi di giusti nacque, è onnipossente

La rimembranza de' dettami austeri

Nell'infanzia bevuti e il sacro accento

Con che amando addolcianli e padre e madre.

Disonorar con vili atti egli teme

L'immacolata lor canizie, e questo

Gentil timor, ne' gran cimenti—allora

Che virtù langue—di virtù lien loco.

«Ahi, che feci, Eloisa? Ove trascorse

L'incauto labbro! Oh, un infelice obblia

Che ardì il tuo sdegno provocar! L'insania

Onde vittima gemo, ancor la voce

Del dover mio non soffocava appieno.

Che insano fui—non vil—tel dirà il pronto

Mio abbandonar questo adorato albergo

Onde più mai non rivederti. Un alto

Delitto le contrade itale afflisse

E vendetta domanda: io la grand'ombra

Di Berengario a vendicar mi reco.

Cadrò nel campo dell'onore: udrai

Forse in breve il mio nome e dirai «Basso

Fu il viver suo, ma egli moria da forte.»

Ma non men che in Adel s'avviva in petto

Ad Eloisa di virtù il bel raggio:

E ipocrisia sdegnando e vano orgoglio,

Qual sorella gli parla e con decoro

Quasi di madre e di regina—eppure

Sol favellar così potea un'amante.

Un celeste idïoma era, onde i pochi

Predestinati cuori han conoscenza

Che amaron come Adello, e un'Eloisa

Sulla terra trovarono, e una volta

Piansero insieme, e da quel dì migliori

Si sentir—benchè forse, ahi, più infelici!

Ella accenna infrangibil l'imeneo

Che del suo padre la saggezza ha fermo,

E dice sacro quel dover che legge

A entrambi lor fa il separarsi e pace

Ricercar nell'assenza: e poi soggiunge

Con enfasi gentil quanto l'uom possa

Sublime farsi nel dolor, se invitto

Ai colpi di fortuna animo opponga,

E più, se nel dolore ei sempre aneli

A far sì, che ad un lito (ond'esul mosse)

Spesso la fama sua giunga e tai fatti

Narri di lui, che ognun qui dire ambisca:

Io lo vidi, io 'l conobbi, ei mi fu caro!

Con più tenera voce indi Eloisa

Il rampogna che morte ei nelle prime

Pugne minacci d'incontrar; gl'intima

Di viver—

«Donna, ah da te lunge?—

«Vivi

Alla patria, a' parenti... ed al conforto

Pur d'Eloisa!»

Questo detto ha fisso

Del futur campion l'alto destino!

[2]San Giorgio, principe di Cappadocia.

[2]

San Giorgio, principe di Cappadocia.

«Ben t'avvenga, o stranier, che non disdegniDel proscritto la stanza! Oh, il curïosoMio desir non t'offenda: avresti il suoloDi Verona toccato? o nulla almenoDell'infelice mia patria t'è noto?»«Verona tua, gran Valafrido, ancoraNon visitai, ma qui di Francia io movoPer quella volta.»Adel così dicendo,Una scritta porgeva: e con ossequio(Mentre quei legge) osserva le sembianzeDell'eroe cui per molte cicatriciBeltà non scema: è in Valafrido un mistoTal di guerriera cortesìa e fierezzaChe affetto ispira e in un tema e stupore.«Che? Tu del sir di Rocca Incisa alunno,Di lui ch'a Eligi mio chiuse le ciglia?—E dal felice tetto del vegliardoL'ardente febbre involati de' prodi,Il bisogno di gloria? Oh, dritto ei parla,Con paterna amarezza lamentandoGiorgio il tuo dipartir!Ne' generosiV'è un impulso di Dio che li sospinge:Uopo è onorarlo, anche se il cor ne pianga.»Adel s'inteneria rammemorandoDel suo signor l'affettuoso sdegno,Quando i suoi preghi a forza il combattutoCongedo ottenner. Poi dalle ospitaliAccoglienze animato—«O Valafrido,Guida mi sieno i tuoi consigli: accesoDall'alta istoria di tua eroica fedePel trucidato nostro italo Augusto,Al sitibondo mio ferro ho la morteDel traditor giurata.»«O giovinetto,il cor mi brilla udendoti. PerdutaTutta de' giusti ancor dunque la stirpeNon è in Italia? I giusti—oh, ma son rareStille che pure cadono dal cieloIn torbido ocean, che inosservateNelle giganti sue schiume le ingoja!T'arrida un giorno la fortuna: or tempoÈ di sostar: te perderesti indarnoE del trafitto Cesare quel sacroUnico avanzo su cui pende il brandoDell'assassin.»«Ciò che a salvar la figliaDi Berengario lungamente opraviNoto m'è o Valafrido...»«E non t'è notoChe al novo italo sire Ugo negandoChinar l'insegna mia, se dalle maniDell'assassin Rasperto ei non toglieaLa donzella regal, meco possenteEsercito ebbi che d'onore al sacroNome parea tutto avvampar? L'infidoUgo mi trae ne' lacci suoi chiedendoA me di pace il parlamento: i drittiSon vïolati delle genti: in ferriTratto mi veggio. Ov'eran le promesseDell'esercito mio? dove la seteDi giustizia e vendetta? Oh vitupero!I creduti leoni eran conigliChe un fischio sperde. Alla prigion m'involo,A mie castella mi ricovro, ai serviDo franchigia e virtù: la fede e il gratoAnimo in prodi trasmutò gli abbietti:Pugnar, morirò al fianco mio. Ma invanoSperai che gara in petti altri e gentilePudor si ridestasse. Il soverchianteNumero mi sconfigge: Ugo e RaspertoAl suoi adeguan le mie rocche, e a stento—Ramingo, insidiato, egro—l'afflittaTesta posar m'è in questi monti dato.»«Signor, tu il sai, soccombe il retto, e vanaPerò non è la sua caduta: è crolloChe desta le sopite alme e del rettoA compir le sublimi opre le incalza.»«Adel, m'ascolta: speme una accarezzo,Sol una.»«Qual?»«La grande alma d'Ottone.Io in Lamagna trarrò, moverò l'iraDel generoso: il vindice d'ItaliaE del tradito imperador fia Ottone.»Al quarto dì si separar gli eroi:Valafrido oltre l'Alpi, e Adello mosseAlla città infelice ove vassalloDel re malvagio domina nel sangueIl feroce Rasperto. Avea costuiFolto stuol di satelliti, raccoltiTutti d'infra le truci orde venuteDi stranie terre alla rapina.—Adello,Onde vie meglio ascondere che in pettoLombarde cure ci prema, avventuriereNatìo di Francia fingesi, cui sorte,O errori giovanili, o irrequïetaBrama d'eventi fuor di patria spinse.Tacitamente a lungo ogni suo passoEsplorato venìa. Seco si stringeUn burgundo guerrier: cieca fidanzaMostragli Adel, sognati casi narra,Forte invaghito del mestier dell'armiDicesi, e a poco a poco ode gli offertiPatti, e ingaggiarsi appo Rasperto assente.L'avvenenza d'Adel, la signorileSua destrezza nell'armi attirò in breveDel tiranno gli sguardi, e di sua corteAgli ufficii l'assunse.Adel fremeaNell'incurvar l'altera alma alle biecheNon imparate ancor del debole arti:Ma incurvarla era forza, o prorompendoMal augurata far l'impresa. È lieve,Di Berengario sulla tomba il mostroStrascinar per le chiome e trucidarlo;Ma di Rasperto riman poscia il crudoNipote Euger, che in sua balia rinchiusaTien nella torre Sigismonda e il sangueVersar della infelice orfana puote.Pria che vendetta dell'estinto or vuolsiDell'oppressa innocenza oprar lo scampo.Cauto osservar gli spiriti, una tela,Se arride il tempo, ir preparando, e il cennoDi Valafrido attendere—tal eraLo spettante ad Adello inteso incarco.Ma più lune trascorsero, e l'eroeDi Lamagna non torna, e orrende nozze(Onde gli ambiziosi emuli troncheSien le speranze) intimansi alla figliaDi Berengario coll'infame Eugero.Repente sulle piazze alla sommossaChiamar la turba? Ed a qual pro? Non altriTentaron questa via? Tosto immolati.Dalla viltà del volgo,—od a ritrarsiCostretti si vedeano, onde il tirannoNon estinguesse del lor re la figlia.Dar l'assalto alla torre? e con quai brandi?Ah, in molti petti è l'ira, il desio in tuttiDella vendetta, la virtù—in nessuno!O almeno Adel non la scoverse.—Un fidoServo, che collattaneo era del vecchioPadre d'Adello, e indivisibil sempre,Fin dal natal del giovin sir gli stette,De' suoi segreti è il sol custode: oh, gli anniLa destra aggravan d'Almadeo; compagnoFora mal certo nel ferir!«Buon padre,Urge il tempo, ho deciso: ad ogni rischioSol rimango io, ma Sigismonda è salva.»«Che dici o mio signor?»«Sotto l'ammantoD'altra grave cagion, rapido cocchioE destrieri apparecchiansi: al tramontoPortator de' messaggi io di RasperloAl re m'invio—ciò crederassi—il cocchioTu guiderai; più prezïoso un pegnoIn mio loco ivi fia. Non della corteD'Ugo il cammin, ma di Vinegia prendi:Sino al mar non ristarti: un agil legnoSenza indugio v'accolga, ed al suo illustreProscritto zio la vergine conduci.»«Deh, l'arcano mi spiega!«Odi: tu saiChe alla prigion della regal donzella,Fuorch'a entrambi i tiranni e alle lor guardie,Ad uom recarsi non è dato. AppenaDue antiche ancelle—e l'una a SigismondaNutrice fu—ponno ogni dì all'afflittaDi compianto e amistà porger ristoro.Ad esse favellai. Della nutriceLe spoglie io vesto, all'altra m'accompagno,In carcer resto, e assuntesi le spoglieDella nutrice, Sigismonda fugge.Ir non può in fallo il colpo: occhio severoSu queste donne non s'estende. InfermaDa lungo è quella onde la voce io tolgo:Muta sol ivi penetrar, ravvoltaIn ampio velo: al scender della torreAl lor umile tetto uom non le segue.Buje or sono le notti: al destro latoDel vicin tempio le fuggiasche trovi.Salgano il carro immantinente: sferzaSenza posa i cavalli.»«O signor mio,Che fai? tua vita perdi: a' genitoriPensa.»«Agli esempii lor penso: la vitaPosposer sempre al maggior ben—l'onore!»«Del tinto personaggio a me la curaDona, all'illustre zio tu stesso adduciLa salvata donzella.»«Oh, ben da tantoM'estimo io sì! nè a tue virtù, la gloriaDi morir per sì giusto atto, minoreCerto sarìa! Ma di soverchia moleÈ, Almadeo, tua presenza: in guisa niunaDal travestir s'illuderian gli sgherri:Me affida inoltre il valor mio: l'acciaroDel padre d'Eloisa io sotto ai liniDonneschi porto, e allor che s'avvedranno(Dopo molte ore, deh, ciò sia!) le guardieDell'inganno sofferto, io d'atterrarleE scampar non dispero; e piena l'opraForse eseguir che il morto re domanda.»Resistenza e preghiere e ammonimentiRipetè invan l'antico.—I fatti egregiPensa anche il vil talvolta: il sol gagliardoLi pensa e compie—e tra il pensiero e il fattoÈ una ferrea catena, e niuna scossaQuella catena fa ondeggiar.Le donneAlla torre presentansi. Il guardiano—«Dio ti ridoni la salute o inferma!»E la sana risponde: «Oggi l'affannoPiù dell'usato la meschina opprime,Nè a veglia quindi appo la dama a lungoStarci forse potremo.» E ciò dicendo,Al saluto venal porgea corteseQualche mercede.Inesplorate i neriAvvolgimenti della torre ascendono,E lor la trista cella si disserraDi Sigismonda; indi il guardian sen parte.Tutto in breve ode la fanciulla. InvasaDa sorpresa e rossor, confusi, incertiDetti favella. Il giovin cavalieroE la vecchia fedel con premuroseIstanze le fan forza. Ah, d'involarsiDall'infame imeneo trattasi, i dubbiStolti, funesta ogni esitanza fora!Della nutrice a Sigismonda i veliS'appongono.—L'inferma appo la damaLunga dimora far non può: al suo lettoGià si ritira. In fondo era alla cellaAdel quando il guardian chiuse, e le donneFuor della torre addusse; ed osservatoPerciò non venne.Poich'è sol, del mantoChe il cingea si discioglie, e il suo guerrieroAspetto ripigliando, avido tendeE inquïeto l'orecchio. Ei di sventuraTrema—non già per sè: sull'elsa ha il pugno:I perigli ricorda in cui quel brandoConquistò a Giorgio la vittoria: strettaSi tien sul cor la zona d'Eloisa—E sovrumana forza alla sua destraTal s'infonde, che intrepido i suoi giorniVenderia e cari a folta schiera innanzi,Ma alla fuggiasca pensa e per lei trema.«Che direbbero Italia e Valafrido,E i miei parenti e un dì Eloisa, ov'ioCon improvvida audacia a morte spintaAvessi Sigismonda? Eppur la sceltaDi più partiti io non avea, e il peggioreEra l'indugio. Strepito non odo:Oh cielo, arriso avresti? Ale ai corsieriPresta, lor tracce agli inseguenti ascondi!Propizii sovra il mar spira i tuoi venti!In porto adduci l'innocente afflitta,E ch'io pera, se il vuoi, ma ingloriosoNon sia il mio fato!»Secoli son l'ore,Ma pur segue una l'altra, ed ogni istanteReca in Adel nova speranza e gioja.Verso il mattin—prostratto era ei davantiA un crocefisso, e per la patria orava,E per tutti i mortali, e più pei cuoriChe sono al suo più strettamente avvinti—Quando un suono di passi e di parolePei rimbombanti angusti anditi giungeAl prigioniero. Stridono le chiaviE gli orrendi cancelli. In piedi ei balza:Ascolta—e i ghigni scellerati scerneDell'impudente Euger. Venìa il malvagioAd annunciar, che irrevocabil cennoDell'empio sir, ferme ha in quel dì le nozze.Ma la porta dischiudesi—oh sorpresaSpaventevole al reo, d'imbelle donnaIn loco all'affacciarglisi improvvisoIncalzante guerrier! Pongon la manoAlle spade i satelliti e il lor duce,Urla mettono orrende, orrendi colpiMetton, ma invan: già steso è al suolo Eugero,Già spiccia il sangue da più petti: in cercaD'aita e in fuga altri si volge: umanaOpra questa non credon, ma prodigioInvincibil del cielo. Adel si slanciaCon volo irrefrenabile atterrandoTutti gl'inciampi, e della torre è uscito.Al popol corre, con possente voceIncita a compier l'alta impresa: ei narraDell'involata all'esecrande nozzeFiglia di Berengario.«Avventuriero,Qual credeste, io non son, d'estrania terra!De' Saluzzesi monti, italo io sono,Figlio del sire Adel, che antico servoFu dell'ucciso imperador! VendettaL'adirata onoranda ombra a me chiese,A voi tutti la chiede. Oggi la tacciaSi lavi che (già omai volge il terz'anno)Vi disonora e dican la fraterneEd emule città—Giacea nel fangoPer rio destin, non per viltà, Verona!»Il suo apparir maraviglioso, i caldiAccenti del guerrier, la reverenzaE la pietà che spiran le feriteOnde il volto gronda—e par ch'ei soloConscio non siane—un inatteso effettoProducon nella turba. Al denso stuoloDelle feroci mercenarie lance,Che con Rasperto irrompono, non cedeCome altre volte il volgo: aspra battagliaLe vie e le piazze insanguina: le opposteIre in eroi trasmuta anco i più vili.Adel s'azzuffa col tiranno. Ivi era,Ivi a mirarsi spaventevol cosaIl furor de' gagliardi, il mortal odio,E di disperazion l'ultima prova!Lunga è la lotta, dubbia è la vittoria:Si soffermano il popolo e i guerrieri,E alterno è il plauso ed il terror. Ma alfinePrecipita il tiranno: a quella vistaSgomentati si sperdono gli sgherri:Grida di gioja il popolo manda—e AdelloTrionfator, ma semivivo, cadeDe' suoi compagni d'arme infra le braccia.Dio quella vita ad altre angosce ed altreGlorie serbava: ma all'esauste veneDel campion di Verona a grave stentoRiedè salute.Un dì, al suo letto ei vedeInoltrarsi due duci. Uno ei ravvisa:È Valafrido. Di Lamagna i prenciQuesti trovato avea sì nelle interneDiscordie avvolti, che niun d'essi curaPrender potea dell'itale fortune.Oh come Valafrido i dolci amplessiRende al ferito eroe! come gentileDal labbro suo suona la lode al forteFatto d'Adel! Nè men commosso e onestoFavellando applaudìa l'altro guerriero.Il magnanimo zio di SigismondaQuegli è che ad onorar venne l'ignotoDella nipote redentor:—Più giorniCon delicata indagine il vegliardoSpiò se in cor d'Adel fiamma d'amore,Eccitatrice d'alte gesta, ardessePer l'augusta donzella, e dagli accortiE amici detti un raggio tralucea,Qual di desio che Adello osi a tai nozzeElevar sue speranze.Il perspicaceGarzon di quel linguaggio i sensi intende:Ma cortesìa vuol che li ignori, e apertoScansi rifiuto. Quindi uopo tingendoD'amichevol conforto e di fidanzaA sollevar del mesto animo il pondo,Con fil e candor narra al buon vecchioL'umile istoria de' suoi giovani anni,E il foco inestinguibile che incesoLe virtù d'Eloisa e la bellezzaHan nel suo petto, e tutto dice—tranneChe riamato ei sia.—Ben gli era notaLa sfolgorante venustà e la dolceAlma di Sigismonda, e come i prenciSi contendan sua destra e quella destraPorti forse venture alte di regno;Ma più che ogni tesoro e più che i troniÈ a lui la sua Eloisa—oh dolorosoSovvenir d'un bel sogno! inutil culto!Inutil no, giacchè sublima il core!

«Ben t'avvenga, o stranier, che non disdegniDel proscritto la stanza! Oh, il curïosoMio desir non t'offenda: avresti il suoloDi Verona toccato? o nulla almenoDell'infelice mia patria t'è noto?»«Verona tua, gran Valafrido, ancoraNon visitai, ma qui di Francia io movoPer quella volta.»Adel così dicendo,Una scritta porgeva: e con ossequio(Mentre quei legge) osserva le sembianzeDell'eroe cui per molte cicatriciBeltà non scema: è in Valafrido un mistoTal di guerriera cortesìa e fierezzaChe affetto ispira e in un tema e stupore.«Che? Tu del sir di Rocca Incisa alunno,Di lui ch'a Eligi mio chiuse le ciglia?—E dal felice tetto del vegliardoL'ardente febbre involati de' prodi,Il bisogno di gloria? Oh, dritto ei parla,Con paterna amarezza lamentandoGiorgio il tuo dipartir!Ne' generosiV'è un impulso di Dio che li sospinge:Uopo è onorarlo, anche se il cor ne pianga.»Adel s'inteneria rammemorandoDel suo signor l'affettuoso sdegno,Quando i suoi preghi a forza il combattutoCongedo ottenner. Poi dalle ospitaliAccoglienze animato—«O Valafrido,Guida mi sieno i tuoi consigli: accesoDall'alta istoria di tua eroica fedePel trucidato nostro italo Augusto,Al sitibondo mio ferro ho la morteDel traditor giurata.»«O giovinetto,il cor mi brilla udendoti. PerdutaTutta de' giusti ancor dunque la stirpeNon è in Italia? I giusti—oh, ma son rareStille che pure cadono dal cieloIn torbido ocean, che inosservateNelle giganti sue schiume le ingoja!T'arrida un giorno la fortuna: or tempoÈ di sostar: te perderesti indarnoE del trafitto Cesare quel sacroUnico avanzo su cui pende il brandoDell'assassin.»«Ciò che a salvar la figliaDi Berengario lungamente opraviNoto m'è o Valafrido...»«E non t'è notoChe al novo italo sire Ugo negandoChinar l'insegna mia, se dalle maniDell'assassin Rasperto ei non toglieaLa donzella regal, meco possenteEsercito ebbi che d'onore al sacroNome parea tutto avvampar? L'infidoUgo mi trae ne' lacci suoi chiedendoA me di pace il parlamento: i drittiSon vïolati delle genti: in ferriTratto mi veggio. Ov'eran le promesseDell'esercito mio? dove la seteDi giustizia e vendetta? Oh vitupero!I creduti leoni eran conigliChe un fischio sperde. Alla prigion m'involo,A mie castella mi ricovro, ai serviDo franchigia e virtù: la fede e il gratoAnimo in prodi trasmutò gli abbietti:Pugnar, morirò al fianco mio. Ma invanoSperai che gara in petti altri e gentilePudor si ridestasse. Il soverchianteNumero mi sconfigge: Ugo e RaspertoAl suoi adeguan le mie rocche, e a stento—Ramingo, insidiato, egro—l'afflittaTesta posar m'è in questi monti dato.»«Signor, tu il sai, soccombe il retto, e vanaPerò non è la sua caduta: è crolloChe desta le sopite alme e del rettoA compir le sublimi opre le incalza.»«Adel, m'ascolta: speme una accarezzo,Sol una.»«Qual?»«La grande alma d'Ottone.Io in Lamagna trarrò, moverò l'iraDel generoso: il vindice d'ItaliaE del tradito imperador fia Ottone.»Al quarto dì si separar gli eroi:Valafrido oltre l'Alpi, e Adello mosseAlla città infelice ove vassalloDel re malvagio domina nel sangueIl feroce Rasperto. Avea costuiFolto stuol di satelliti, raccoltiTutti d'infra le truci orde venuteDi stranie terre alla rapina.—Adello,Onde vie meglio ascondere che in pettoLombarde cure ci prema, avventuriereNatìo di Francia fingesi, cui sorte,O errori giovanili, o irrequïetaBrama d'eventi fuor di patria spinse.Tacitamente a lungo ogni suo passoEsplorato venìa. Seco si stringeUn burgundo guerrier: cieca fidanzaMostragli Adel, sognati casi narra,Forte invaghito del mestier dell'armiDicesi, e a poco a poco ode gli offertiPatti, e ingaggiarsi appo Rasperto assente.L'avvenenza d'Adel, la signorileSua destrezza nell'armi attirò in breveDel tiranno gli sguardi, e di sua corteAgli ufficii l'assunse.Adel fremeaNell'incurvar l'altera alma alle biecheNon imparate ancor del debole arti:Ma incurvarla era forza, o prorompendoMal augurata far l'impresa. È lieve,Di Berengario sulla tomba il mostroStrascinar per le chiome e trucidarlo;Ma di Rasperto riman poscia il crudoNipote Euger, che in sua balia rinchiusaTien nella torre Sigismonda e il sangueVersar della infelice orfana puote.Pria che vendetta dell'estinto or vuolsiDell'oppressa innocenza oprar lo scampo.Cauto osservar gli spiriti, una tela,Se arride il tempo, ir preparando, e il cennoDi Valafrido attendere—tal eraLo spettante ad Adello inteso incarco.Ma più lune trascorsero, e l'eroeDi Lamagna non torna, e orrende nozze(Onde gli ambiziosi emuli troncheSien le speranze) intimansi alla figliaDi Berengario coll'infame Eugero.Repente sulle piazze alla sommossaChiamar la turba? Ed a qual pro? Non altriTentaron questa via? Tosto immolati.Dalla viltà del volgo,—od a ritrarsiCostretti si vedeano, onde il tirannoNon estinguesse del lor re la figlia.Dar l'assalto alla torre? e con quai brandi?Ah, in molti petti è l'ira, il desio in tuttiDella vendetta, la virtù—in nessuno!O almeno Adel non la scoverse.—Un fidoServo, che collattaneo era del vecchioPadre d'Adello, e indivisibil sempre,Fin dal natal del giovin sir gli stette,De' suoi segreti è il sol custode: oh, gli anniLa destra aggravan d'Almadeo; compagnoFora mal certo nel ferir!«Buon padre,Urge il tempo, ho deciso: ad ogni rischioSol rimango io, ma Sigismonda è salva.»«Che dici o mio signor?»«Sotto l'ammantoD'altra grave cagion, rapido cocchioE destrieri apparecchiansi: al tramontoPortator de' messaggi io di RasperloAl re m'invio—ciò crederassi—il cocchioTu guiderai; più prezïoso un pegnoIn mio loco ivi fia. Non della corteD'Ugo il cammin, ma di Vinegia prendi:Sino al mar non ristarti: un agil legnoSenza indugio v'accolga, ed al suo illustreProscritto zio la vergine conduci.»«Deh, l'arcano mi spiega!«Odi: tu saiChe alla prigion della regal donzella,Fuorch'a entrambi i tiranni e alle lor guardie,Ad uom recarsi non è dato. AppenaDue antiche ancelle—e l'una a SigismondaNutrice fu—ponno ogni dì all'afflittaDi compianto e amistà porger ristoro.Ad esse favellai. Della nutriceLe spoglie io vesto, all'altra m'accompagno,In carcer resto, e assuntesi le spoglieDella nutrice, Sigismonda fugge.Ir non può in fallo il colpo: occhio severoSu queste donne non s'estende. InfermaDa lungo è quella onde la voce io tolgo:Muta sol ivi penetrar, ravvoltaIn ampio velo: al scender della torreAl lor umile tetto uom non le segue.Buje or sono le notti: al destro latoDel vicin tempio le fuggiasche trovi.Salgano il carro immantinente: sferzaSenza posa i cavalli.»«O signor mio,Che fai? tua vita perdi: a' genitoriPensa.»«Agli esempii lor penso: la vitaPosposer sempre al maggior ben—l'onore!»«Del tinto personaggio a me la curaDona, all'illustre zio tu stesso adduciLa salvata donzella.»«Oh, ben da tantoM'estimo io sì! nè a tue virtù, la gloriaDi morir per sì giusto atto, minoreCerto sarìa! Ma di soverchia moleÈ, Almadeo, tua presenza: in guisa niunaDal travestir s'illuderian gli sgherri:Me affida inoltre il valor mio: l'acciaroDel padre d'Eloisa io sotto ai liniDonneschi porto, e allor che s'avvedranno(Dopo molte ore, deh, ciò sia!) le guardieDell'inganno sofferto, io d'atterrarleE scampar non dispero; e piena l'opraForse eseguir che il morto re domanda.»Resistenza e preghiere e ammonimentiRipetè invan l'antico.—I fatti egregiPensa anche il vil talvolta: il sol gagliardoLi pensa e compie—e tra il pensiero e il fattoÈ una ferrea catena, e niuna scossaQuella catena fa ondeggiar.Le donneAlla torre presentansi. Il guardiano—«Dio ti ridoni la salute o inferma!»E la sana risponde: «Oggi l'affannoPiù dell'usato la meschina opprime,Nè a veglia quindi appo la dama a lungoStarci forse potremo.» E ciò dicendo,Al saluto venal porgea corteseQualche mercede.Inesplorate i neriAvvolgimenti della torre ascendono,E lor la trista cella si disserraDi Sigismonda; indi il guardian sen parte.Tutto in breve ode la fanciulla. InvasaDa sorpresa e rossor, confusi, incertiDetti favella. Il giovin cavalieroE la vecchia fedel con premuroseIstanze le fan forza. Ah, d'involarsiDall'infame imeneo trattasi, i dubbiStolti, funesta ogni esitanza fora!Della nutrice a Sigismonda i veliS'appongono.—L'inferma appo la damaLunga dimora far non può: al suo lettoGià si ritira. In fondo era alla cellaAdel quando il guardian chiuse, e le donneFuor della torre addusse; ed osservatoPerciò non venne.Poich'è sol, del mantoChe il cingea si discioglie, e il suo guerrieroAspetto ripigliando, avido tendeE inquïeto l'orecchio. Ei di sventuraTrema—non già per sè: sull'elsa ha il pugno:I perigli ricorda in cui quel brandoConquistò a Giorgio la vittoria: strettaSi tien sul cor la zona d'Eloisa—E sovrumana forza alla sua destraTal s'infonde, che intrepido i suoi giorniVenderia e cari a folta schiera innanzi,Ma alla fuggiasca pensa e per lei trema.«Che direbbero Italia e Valafrido,E i miei parenti e un dì Eloisa, ov'ioCon improvvida audacia a morte spintaAvessi Sigismonda? Eppur la sceltaDi più partiti io non avea, e il peggioreEra l'indugio. Strepito non odo:Oh cielo, arriso avresti? Ale ai corsieriPresta, lor tracce agli inseguenti ascondi!Propizii sovra il mar spira i tuoi venti!In porto adduci l'innocente afflitta,E ch'io pera, se il vuoi, ma ingloriosoNon sia il mio fato!»Secoli son l'ore,Ma pur segue una l'altra, ed ogni istanteReca in Adel nova speranza e gioja.Verso il mattin—prostratto era ei davantiA un crocefisso, e per la patria orava,E per tutti i mortali, e più pei cuoriChe sono al suo più strettamente avvinti—Quando un suono di passi e di parolePei rimbombanti angusti anditi giungeAl prigioniero. Stridono le chiaviE gli orrendi cancelli. In piedi ei balza:Ascolta—e i ghigni scellerati scerneDell'impudente Euger. Venìa il malvagioAd annunciar, che irrevocabil cennoDell'empio sir, ferme ha in quel dì le nozze.Ma la porta dischiudesi—oh sorpresaSpaventevole al reo, d'imbelle donnaIn loco all'affacciarglisi improvvisoIncalzante guerrier! Pongon la manoAlle spade i satelliti e il lor duce,Urla mettono orrende, orrendi colpiMetton, ma invan: già steso è al suolo Eugero,Già spiccia il sangue da più petti: in cercaD'aita e in fuga altri si volge: umanaOpra questa non credon, ma prodigioInvincibil del cielo. Adel si slanciaCon volo irrefrenabile atterrandoTutti gl'inciampi, e della torre è uscito.Al popol corre, con possente voceIncita a compier l'alta impresa: ei narraDell'involata all'esecrande nozzeFiglia di Berengario.«Avventuriero,Qual credeste, io non son, d'estrania terra!De' Saluzzesi monti, italo io sono,Figlio del sire Adel, che antico servoFu dell'ucciso imperador! VendettaL'adirata onoranda ombra a me chiese,A voi tutti la chiede. Oggi la tacciaSi lavi che (già omai volge il terz'anno)Vi disonora e dican la fraterneEd emule città—Giacea nel fangoPer rio destin, non per viltà, Verona!»Il suo apparir maraviglioso, i caldiAccenti del guerrier, la reverenzaE la pietà che spiran le feriteOnde il volto gronda—e par ch'ei soloConscio non siane—un inatteso effettoProducon nella turba. Al denso stuoloDelle feroci mercenarie lance,Che con Rasperto irrompono, non cedeCome altre volte il volgo: aspra battagliaLe vie e le piazze insanguina: le opposteIre in eroi trasmuta anco i più vili.Adel s'azzuffa col tiranno. Ivi era,Ivi a mirarsi spaventevol cosaIl furor de' gagliardi, il mortal odio,E di disperazion l'ultima prova!Lunga è la lotta, dubbia è la vittoria:Si soffermano il popolo e i guerrieri,E alterno è il plauso ed il terror. Ma alfinePrecipita il tiranno: a quella vistaSgomentati si sperdono gli sgherri:Grida di gioja il popolo manda—e AdelloTrionfator, ma semivivo, cadeDe' suoi compagni d'arme infra le braccia.Dio quella vita ad altre angosce ed altreGlorie serbava: ma all'esauste veneDel campion di Verona a grave stentoRiedè salute.Un dì, al suo letto ei vedeInoltrarsi due duci. Uno ei ravvisa:È Valafrido. Di Lamagna i prenciQuesti trovato avea sì nelle interneDiscordie avvolti, che niun d'essi curaPrender potea dell'itale fortune.Oh come Valafrido i dolci amplessiRende al ferito eroe! come gentileDal labbro suo suona la lode al forteFatto d'Adel! Nè men commosso e onestoFavellando applaudìa l'altro guerriero.Il magnanimo zio di SigismondaQuegli è che ad onorar venne l'ignotoDella nipote redentor:—Più giorniCon delicata indagine il vegliardoSpiò se in cor d'Adel fiamma d'amore,Eccitatrice d'alte gesta, ardessePer l'augusta donzella, e dagli accortiE amici detti un raggio tralucea,Qual di desio che Adello osi a tai nozzeElevar sue speranze.Il perspicaceGarzon di quel linguaggio i sensi intende:Ma cortesìa vuol che li ignori, e apertoScansi rifiuto. Quindi uopo tingendoD'amichevol conforto e di fidanzaA sollevar del mesto animo il pondo,Con fil e candor narra al buon vecchioL'umile istoria de' suoi giovani anni,E il foco inestinguibile che incesoLe virtù d'Eloisa e la bellezzaHan nel suo petto, e tutto dice—tranneChe riamato ei sia.—Ben gli era notaLa sfolgorante venustà e la dolceAlma di Sigismonda, e come i prenciSi contendan sua destra e quella destraPorti forse venture alte di regno;Ma più che ogni tesoro e più che i troniÈ a lui la sua Eloisa—oh dolorosoSovvenir d'un bel sogno! inutil culto!Inutil no, giacchè sublima il core!

«Ben t'avvenga, o stranier, che non disdegni

Del proscritto la stanza! Oh, il curïoso

Mio desir non t'offenda: avresti il suolo

Di Verona toccato? o nulla almeno

Dell'infelice mia patria t'è noto?»

«Verona tua, gran Valafrido, ancora

Non visitai, ma qui di Francia io movo

Per quella volta.»

Adel così dicendo,

Una scritta porgeva: e con ossequio

(Mentre quei legge) osserva le sembianze

Dell'eroe cui per molte cicatrici

Beltà non scema: è in Valafrido un misto

Tal di guerriera cortesìa e fierezza

Che affetto ispira e in un tema e stupore.

«Che? Tu del sir di Rocca Incisa alunno,

Di lui ch'a Eligi mio chiuse le ciglia?—

E dal felice tetto del vegliardo

L'ardente febbre involati de' prodi,

Il bisogno di gloria? Oh, dritto ei parla,

Con paterna amarezza lamentando

Giorgio il tuo dipartir!Ne' generosi

V'è un impulso di Dio che li sospinge:

Uopo è onorarlo, anche se il cor ne pianga.»

Adel s'inteneria rammemorando

Del suo signor l'affettuoso sdegno,

Quando i suoi preghi a forza il combattuto

Congedo ottenner. Poi dalle ospitali

Accoglienze animato—«O Valafrido,

Guida mi sieno i tuoi consigli: acceso

Dall'alta istoria di tua eroica fede

Pel trucidato nostro italo Augusto,

Al sitibondo mio ferro ho la morte

Del traditor giurata.»

«O giovinetto,

il cor mi brilla udendoti. Perduta

Tutta de' giusti ancor dunque la stirpe

Non è in Italia? I giusti—oh, ma son rare

Stille che pure cadono dal cielo

In torbido ocean, che inosservate

Nelle giganti sue schiume le ingoja!

T'arrida un giorno la fortuna: or tempo

È di sostar: te perderesti indarno

E del trafitto Cesare quel sacro

Unico avanzo su cui pende il brando

Dell'assassin.»

«Ciò che a salvar la figlia

Di Berengario lungamente opravi

Noto m'è o Valafrido...»

«E non t'è noto

Che al novo italo sire Ugo negando

Chinar l'insegna mia, se dalle mani

Dell'assassin Rasperto ei non togliea

La donzella regal, meco possente

Esercito ebbi che d'onore al sacro

Nome parea tutto avvampar? L'infido

Ugo mi trae ne' lacci suoi chiedendo

A me di pace il parlamento: i dritti

Son vïolati delle genti: in ferri

Tratto mi veggio. Ov'eran le promesse

Dell'esercito mio? dove la sete

Di giustizia e vendetta? Oh vitupero!

I creduti leoni eran conigli

Che un fischio sperde. Alla prigion m'involo,

A mie castella mi ricovro, ai servi

Do franchigia e virtù: la fede e il grato

Animo in prodi trasmutò gli abbietti:

Pugnar, morirò al fianco mio. Ma invano

Sperai che gara in petti altri e gentile

Pudor si ridestasse. Il soverchiante

Numero mi sconfigge: Ugo e Rasperto

Al suoi adeguan le mie rocche, e a stento—

Ramingo, insidiato, egro—l'afflitta

Testa posar m'è in questi monti dato.»

«Signor, tu il sai, soccombe il retto, e vana

Però non è la sua caduta: è crollo

Che desta le sopite alme e del retto

A compir le sublimi opre le incalza.»

«Adel, m'ascolta: speme una accarezzo,

Sol una.»

«Qual?»

«La grande alma d'Ottone.

Io in Lamagna trarrò, moverò l'ira

Del generoso: il vindice d'Italia

E del tradito imperador fia Ottone.»

Al quarto dì si separar gli eroi:

Valafrido oltre l'Alpi, e Adello mosse

Alla città infelice ove vassallo

Del re malvagio domina nel sangue

Il feroce Rasperto. Avea costui

Folto stuol di satelliti, raccolti

Tutti d'infra le truci orde venute

Di stranie terre alla rapina.—Adello,

Onde vie meglio ascondere che in petto

Lombarde cure ci prema, avventuriere

Natìo di Francia fingesi, cui sorte,

O errori giovanili, o irrequïeta

Brama d'eventi fuor di patria spinse.

Tacitamente a lungo ogni suo passo

Esplorato venìa. Seco si stringe

Un burgundo guerrier: cieca fidanza

Mostragli Adel, sognati casi narra,

Forte invaghito del mestier dell'armi

Dicesi, e a poco a poco ode gli offerti

Patti, e ingaggiarsi appo Rasperto assente.

L'avvenenza d'Adel, la signorile

Sua destrezza nell'armi attirò in breve

Del tiranno gli sguardi, e di sua corte

Agli ufficii l'assunse.

Adel fremea

Nell'incurvar l'altera alma alle bieche

Non imparate ancor del debole arti:

Ma incurvarla era forza, o prorompendo

Mal augurata far l'impresa. È lieve,

Di Berengario sulla tomba il mostro

Strascinar per le chiome e trucidarlo;

Ma di Rasperto riman poscia il crudo

Nipote Euger, che in sua balia rinchiusa

Tien nella torre Sigismonda e il sangue

Versar della infelice orfana puote.

Pria che vendetta dell'estinto or vuolsi

Dell'oppressa innocenza oprar lo scampo.

Cauto osservar gli spiriti, una tela,

Se arride il tempo, ir preparando, e il cenno

Di Valafrido attendere—tal era

Lo spettante ad Adello inteso incarco.

Ma più lune trascorsero, e l'eroe

Di Lamagna non torna, e orrende nozze

(Onde gli ambiziosi emuli tronche

Sien le speranze) intimansi alla figlia

Di Berengario coll'infame Eugero.

Repente sulle piazze alla sommossa

Chiamar la turba? Ed a qual pro? Non altri

Tentaron questa via? Tosto immolati.

Dalla viltà del volgo,—od a ritrarsi

Costretti si vedeano, onde il tiranno

Non estinguesse del lor re la figlia.

Dar l'assalto alla torre? e con quai brandi?

Ah, in molti petti è l'ira, il desio in tutti

Della vendetta, la virtù—in nessuno!

O almeno Adel non la scoverse.—Un fido

Servo, che collattaneo era del vecchio

Padre d'Adello, e indivisibil sempre,

Fin dal natal del giovin sir gli stette,

De' suoi segreti è il sol custode: oh, gli anni

La destra aggravan d'Almadeo; compagno

Fora mal certo nel ferir!

«Buon padre,

Urge il tempo, ho deciso: ad ogni rischio

Sol rimango io, ma Sigismonda è salva.»

«Che dici o mio signor?»

«Sotto l'ammanto

D'altra grave cagion, rapido cocchio

E destrieri apparecchiansi: al tramonto

Portator de' messaggi io di Rasperlo

Al re m'invio—ciò crederassi—il cocchio

Tu guiderai; più prezïoso un pegno

In mio loco ivi fia. Non della corte

D'Ugo il cammin, ma di Vinegia prendi:

Sino al mar non ristarti: un agil legno

Senza indugio v'accolga, ed al suo illustre

Proscritto zio la vergine conduci.»

«Deh, l'arcano mi spiega!

«Odi: tu sai

Che alla prigion della regal donzella,

Fuorch'a entrambi i tiranni e alle lor guardie,

Ad uom recarsi non è dato. Appena

Due antiche ancelle—e l'una a Sigismonda

Nutrice fu—ponno ogni dì all'afflitta

Di compianto e amistà porger ristoro.

Ad esse favellai. Della nutrice

Le spoglie io vesto, all'altra m'accompagno,

In carcer resto, e assuntesi le spoglie

Della nutrice, Sigismonda fugge.

Ir non può in fallo il colpo: occhio severo

Su queste donne non s'estende. Inferma

Da lungo è quella onde la voce io tolgo:

Muta sol ivi penetrar, ravvolta

In ampio velo: al scender della torre

Al lor umile tetto uom non le segue.

Buje or sono le notti: al destro lato

Del vicin tempio le fuggiasche trovi.

Salgano il carro immantinente: sferza

Senza posa i cavalli.»

«O signor mio,

Che fai? tua vita perdi: a' genitori

Pensa.»

«Agli esempii lor penso: la vita

Posposer sempre al maggior ben—l'onore!»

«Del tinto personaggio a me la cura

Dona, all'illustre zio tu stesso adduci

La salvata donzella.»

«Oh, ben da tanto

M'estimo io sì! nè a tue virtù, la gloria

Di morir per sì giusto atto, minore

Certo sarìa! Ma di soverchia mole

È, Almadeo, tua presenza: in guisa niuna

Dal travestir s'illuderian gli sgherri:

Me affida inoltre il valor mio: l'acciaro

Del padre d'Eloisa io sotto ai lini

Donneschi porto, e allor che s'avvedranno

(Dopo molte ore, deh, ciò sia!) le guardie

Dell'inganno sofferto, io d'atterrarle

E scampar non dispero; e piena l'opra

Forse eseguir che il morto re domanda.»

Resistenza e preghiere e ammonimenti

Ripetè invan l'antico.—I fatti egregi

Pensa anche il vil talvolta: il sol gagliardo

Li pensa e compie—e tra il pensiero e il fatto

È una ferrea catena, e niuna scossa

Quella catena fa ondeggiar.

Le donne

Alla torre presentansi. Il guardiano—

«Dio ti ridoni la salute o inferma!»

E la sana risponde: «Oggi l'affanno

Più dell'usato la meschina opprime,

Nè a veglia quindi appo la dama a lungo

Starci forse potremo.» E ciò dicendo,

Al saluto venal porgea cortese

Qualche mercede.

Inesplorate i neri

Avvolgimenti della torre ascendono,

E lor la trista cella si disserra

Di Sigismonda; indi il guardian sen parte.

Tutto in breve ode la fanciulla. Invasa

Da sorpresa e rossor, confusi, incerti

Detti favella. Il giovin cavaliero

E la vecchia fedel con premurose

Istanze le fan forza. Ah, d'involarsi

Dall'infame imeneo trattasi, i dubbi

Stolti, funesta ogni esitanza fora!

Della nutrice a Sigismonda i veli

S'appongono.—L'inferma appo la dama

Lunga dimora far non può: al suo letto

Già si ritira. In fondo era alla cella

Adel quando il guardian chiuse, e le donne

Fuor della torre addusse; ed osservato

Perciò non venne.

Poich'è sol, del manto

Che il cingea si discioglie, e il suo guerriero

Aspetto ripigliando, avido tende

E inquïeto l'orecchio. Ei di sventura

Trema—non già per sè: sull'elsa ha il pugno:

I perigli ricorda in cui quel brando

Conquistò a Giorgio la vittoria: stretta

Si tien sul cor la zona d'Eloisa—

E sovrumana forza alla sua destra

Tal s'infonde, che intrepido i suoi giorni

Venderia e cari a folta schiera innanzi,

Ma alla fuggiasca pensa e per lei trema.

«Che direbbero Italia e Valafrido,

E i miei parenti e un dì Eloisa, ov'io

Con improvvida audacia a morte spinta

Avessi Sigismonda? Eppur la scelta

Di più partiti io non avea, e il peggiore

Era l'indugio. Strepito non odo:

Oh cielo, arriso avresti? Ale ai corsieri

Presta, lor tracce agli inseguenti ascondi!

Propizii sovra il mar spira i tuoi venti!

In porto adduci l'innocente afflitta,

E ch'io pera, se il vuoi, ma inglorioso

Non sia il mio fato!»

Secoli son l'ore,

Ma pur segue una l'altra, ed ogni istante

Reca in Adel nova speranza e gioja.

Verso il mattin—prostratto era ei davanti

A un crocefisso, e per la patria orava,

E per tutti i mortali, e più pei cuori

Che sono al suo più strettamente avvinti—

Quando un suono di passi e di parole

Pei rimbombanti angusti anditi giunge

Al prigioniero. Stridono le chiavi

E gli orrendi cancelli. In piedi ei balza:

Ascolta—e i ghigni scellerati scerne

Dell'impudente Euger. Venìa il malvagio

Ad annunciar, che irrevocabil cenno

Dell'empio sir, ferme ha in quel dì le nozze.

Ma la porta dischiudesi—oh sorpresa

Spaventevole al reo, d'imbelle donna

In loco all'affacciarglisi improvviso

Incalzante guerrier! Pongon la mano

Alle spade i satelliti e il lor duce,

Urla mettono orrende, orrendi colpi

Metton, ma invan: già steso è al suolo Eugero,

Già spiccia il sangue da più petti: in cerca

D'aita e in fuga altri si volge: umana

Opra questa non credon, ma prodigio

Invincibil del cielo. Adel si slancia

Con volo irrefrenabile atterrando

Tutti gl'inciampi, e della torre è uscito.

Al popol corre, con possente voce

Incita a compier l'alta impresa: ei narra

Dell'involata all'esecrande nozze

Figlia di Berengario.

«Avventuriero,

Qual credeste, io non son, d'estrania terra!

De' Saluzzesi monti, italo io sono,

Figlio del sire Adel, che antico servo

Fu dell'ucciso imperador! Vendetta

L'adirata onoranda ombra a me chiese,

A voi tutti la chiede. Oggi la taccia

Si lavi che (già omai volge il terz'anno)

Vi disonora e dican la fraterne

Ed emule città—Giacea nel fango

Per rio destin, non per viltà, Verona!»

Il suo apparir maraviglioso, i caldi

Accenti del guerrier, la reverenza

E la pietà che spiran le ferite

Onde il volto gronda—e par ch'ei solo

Conscio non siane—un inatteso effetto

Producon nella turba. Al denso stuolo

Delle feroci mercenarie lance,

Che con Rasperto irrompono, non cede

Come altre volte il volgo: aspra battaglia

Le vie e le piazze insanguina: le opposte

Ire in eroi trasmuta anco i più vili.

Adel s'azzuffa col tiranno. Ivi era,

Ivi a mirarsi spaventevol cosa

Il furor de' gagliardi, il mortal odio,

E di disperazion l'ultima prova!

Lunga è la lotta, dubbia è la vittoria:

Si soffermano il popolo e i guerrieri,

E alterno è il plauso ed il terror. Ma alfine

Precipita il tiranno: a quella vista

Sgomentati si sperdono gli sgherri:

Grida di gioja il popolo manda—e Adello

Trionfator, ma semivivo, cade

De' suoi compagni d'arme infra le braccia.

Dio quella vita ad altre angosce ed altre

Glorie serbava: ma all'esauste vene

Del campion di Verona a grave stento

Riedè salute.

Un dì, al suo letto ei vede

Inoltrarsi due duci. Uno ei ravvisa:

È Valafrido. Di Lamagna i prenci

Questi trovato avea sì nelle interne

Discordie avvolti, che niun d'essi cura

Prender potea dell'itale fortune.

Oh come Valafrido i dolci amplessi

Rende al ferito eroe! come gentile

Dal labbro suo suona la lode al forte

Fatto d'Adel! Nè men commosso e onesto

Favellando applaudìa l'altro guerriero.

Il magnanimo zio di Sigismonda

Quegli è che ad onorar venne l'ignoto

Della nipote redentor:—Più giorni

Con delicata indagine il vegliardo

Spiò se in cor d'Adel fiamma d'amore,

Eccitatrice d'alte gesta, ardesse

Per l'augusta donzella, e dagli accorti

E amici detti un raggio tralucea,

Qual di desio che Adello osi a tai nozze

Elevar sue speranze.

Il perspicace

Garzon di quel linguaggio i sensi intende:

Ma cortesìa vuol che li ignori, e aperto

Scansi rifiuto. Quindi uopo tingendo

D'amichevol conforto e di fidanza

A sollevar del mesto animo il pondo,

Con fil e candor narra al buon vecchio

L'umile istoria de' suoi giovani anni,

E il foco inestinguibile che inceso

Le virtù d'Eloisa e la bellezza

Han nel suo petto, e tutto dice—tranne

Che riamato ei sia.—Ben gli era nota

La sfolgorante venustà e la dolce

Alma di Sigismonda, e come i prenci

Si contendan sua destra e quella destra

Porti forse venture alte di regno;

Ma più che ogni tesoro e più che i troni

È a lui la sua Eloisa—oh doloroso

Sovvenir d'un bel sogno! inutil culto!

Inutil no, giacchè sublima il core!


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