NOTE.

Nell'arduo calle della gloria i primiCantai passi d'Adello: or trasvolandoSull'ali rapidissime del tempo,Additerò sol come lampi i lunghiPatimenti e le gesta onde l'eroeGli anni suoi segnalava.Ugo, insultandoDelle città, de' vescovi e de' fortiItali castellani a' privilegiE schernendo i trattati ed impunitaLa libidin lasciando e la rapaciaDe' suoi baroni, acceso avea nel regnoDi civil guerra la esecranda face.Dal furor della plebe i regii messiLacerati venian: le inesorateLance del sire offeso alla vendettaTrucemente scagliavansi. AmmucchiatiI cadaveri ingombrano le strade,Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrinoRiede al natio villaggio, e indizio appenaDel loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsiRottami delle pietre e pochi teschi—Forsedel padre e dei fratelli i teschi!Tal de' Lombardi era lo stato. AdelloDe' depredati borghi e monasteriIn difesa accorrea: di lui, nemicoPiù formidabil non avea il tiranno.Ma in breve queste guerre han tratto all'imoD'ogni miseria la contrada: il meseDella messe venia, ma il sol versataLa sua virtù feconda avea ne' semiDell'ortica e del cardo; e da lontanoIl fuggiasco villan piangea sul brandoChe a' dì più lieti gli falciava i campi.Ride Burgundia. «Or tempo è di riporreI nostri ferri agl'Itali divisi!»E già possente esercito calavaA sicura vittoria. Allora AdelloVede la gran rovina: ad impedirlaNon v'è che la concordia, e alla concordiaCittà rivali stringer sol può un scettro.Del nome suo l'autorità sopisceGli odii: ei radduce le cosparse insegneAppo la regia insegna. Or la saluteDell'itala corona oprisi, e il guardoSulle colpe ond'è tinta uom non sollevi.L'impulso dell'eroe quasi un novelloSpirto ne' pria diversi animi ha infuso.Ugo, con maraviglia, in sua difesaColor vede morir cui dianzi ha rasoLe castella o i tugurii: il crudo pettoA forza inteneriasi: ambir la gloriaParve di scancellar co' benefiziiE con la giusta signoria le ciecheIre sue prime. Adello, e altri guerrieriD'onesta fama, sedi ebbero sommeNel consiglio del re—ma quando pienaFu de' Burgundi la sconfitta e saldoNovellamente il trono, ecco, al tirannoOmbra fa il nome del suo prode, e al drittoFavellar suo magnanimo la tacciaDassi ben tosto di ribelle orgoglio.Dicon vetuste cantiche il giudizioScellerato ch'espulso ha dalla patriaChi la patria avea salva.Andò il ramingoDel veneto leone agli stendardiE lor sacrò la spada sua.—I superbiIsolani, già tempo, avean le spiaggeDi Dalmazia predate e con la frodeTolto di là tal venerando oggettoChe da secoli e secoli a fraternoPellegrinaggio i Dalmati adunavaE fea d'un ricco monister la gloria:Era la lancia d'un antico eroeChe dal giogo pagano in molte pugneSottratto avea le natie valli. Il gridoDegli eccelsi miracoli, operatiDalla reliquia di quel santo, al furtoI mal devoti veneti sospinse.Ma intanto rotte più fiate, e sempreRinascenti nell'ira e più tremende,Di padre in figlio le tribù selvaggeCon giuramento avvinconsi al racquistoDell'onorata lancia o a eterna guerra.Un feroce lor capo, Adeoniro,Col manto di pio zelo, infesta il mareD'incessanti, audacissime, inauditePiraterie. Sui piccioli sui legni,Di ladroni invincibili una turbaEi radunò che d'uom, fuorchè l'aspettoNull'altro serban; fama appo i lontaniSparse ch'uomin non erano, ma mostriProdotti dai nefandi abbracciamentiDelle dalmate streghe e de' demoni.Niuna legge li stringe altra che un voto—Pronunciato col rito abbominandoDi libare in un calice una stillaDi caldo ancor veneto sangue—e il votoÈ d'assalir qualsiasi veleggiantePin di San Marco, o scompagnato corraO a torme, o debol sembri o poderoso,E dalla pugna non ristar ch'o estintiO vincitori. A queste anime atrociOgni pietà verso i nemici è ignota,Ma tra loro mirabile è una garaD'assistenza e giustizia e comunanzaDi beni e mali. Adeonir divideIl bottin, nè maggior parte a sè donaChe al più abbietto compagno. In gozzoviglieE in limosine sprecan, non curantiTutti del pari, ogni tesor soverchio,Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figliE alle donne e a' feriti han provveduto.Tal delle imprese loro è la ventura,E con tali atti di barbarie han tintoDi stragi l'onde, che il nocchier più arditoNell'adriaca laguna inoperoseTien le sue sarte, e unanime la voceDell'atterrito popolo s'innalzaPerchè il furto s'espii ch'a furor trattoHa de' Dalmati il santo, e a' loro altariCon doni la fatale asta si renda.Il senato assentì: ma col ritornoDella reliquia, pur mutar naturaNon potè l'indomato avido spirtoDe' bugiardi pirati: e con più angosciaPianse Vinegia le nuove onte, e mosseCon alte navi e prodi capitaniAd estirpar di que' malnati il seme.Ahimè, che de' suoi prodi il morir forteNon giovò alla repubblica! In tai giorniDi lutto universale, uno stranieroSorge e il linguaggio degli eroi parlando,Radduce nelle curve alme il coraggio.Quello stranier pugnato avea sui piniDella sconfitta armata, e al valor suoDe' pochi avanzi si dovea lo scampo.Era Adello! Il magnanimo senatoPlaude all'ardir del cavaliero; un novoArmamento decreta: Adel le proreCapitanando, alla vittoria corre,E sepolcro i pirati ebber nell'onde.Favorita canzon del marinaroDivenne questa istoria, e tutti i litiD'Italia l'impararono, e ne' gioghiPiù segregati d'Apennino—alloraChe un sir bandisce all'ospite il festino—Dice al suo vate: cantaci il bel nomeDel vincitor de' dalmati pirati.Memoria non restò delle sciagureO degli affronti perchè Adel partissiDalle bandiere del leone. AmalfiDiede ospizio e onoranza al capitano,E per lui prosperò; la terra e l'acque,Più d'una volta, del suo sangue intrise,Ma invitto il vider sempre e più tremendo.Tacerò quelle pugne e dirò il giornoChe—tempo era di pace e vincolatoD'Amalfi all'armi il brando ei non tenea—Adel coll'oro suo recossi ai MoriChe in Tunisi avean sede, e quanti schiaviPotè redense. Il sacrificio ei compieD'ogni suo aver, perocchè morti entrambiSon gli adorati genitori, e il pioFiglio all'anime lor schiudere il cieloSpera con opre che al Signor sien grate.Un dì, secondi egli aspettava i ventiPer la reddìta, ed ecco entra nel portoCon festive urla un predator; parecchieSbarca gementi vittime, e fra quelle—Ohsorpresa! oh sciagura! Adel ravvisaUn cavalier troppo a lui noto, è desso,D'Eloisa lo sposo!Ai primi amplessi(Ed oh quanti dolori in quegli amplessiSquarcian d'Adello il nobil cor! qual mistoD'antica gelosia, di riverenzaPer le virtù del sir, di generosaCompassïon, d'affanno immaginandoLe pene d'Eloisa in udir predaAi scellerati masnadier lo sposo!)Ai primi sfoghi di pietà, succedeL'interrogar sollecito dell'unoE il racconto dell'altro.«Oh Adel compiutaÈ la sventura mia! Tu vedi il figlioDel felice Usignan, già di castellaSì ricco e d'armi, cui possenti trameDi perfidi congiunti han da sei luneRapito ogni dominio. I figli mieiE lor misera madre (ah, poich'al duoloIl tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!)In salvo a Nizza appo mia suora addussi.Ivi una notte una masnada irrompeDi Saracini. Io d'Eloisa, e quantiDolci pegni m'avanzano, la fugaCombattendo proteggo: oh, almen per loroM'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato,Carco di ferri io vengo. Anzi il mattinoSalpan le collegate arabe navi:Quai di Spagna eran, quai del Sardo e qualiDi quest'africo lito; a me la sommaLontananza toccò!»Frenava ArnaldoCon viril forza il pianto: Adel, compresoDa tanta folla d'infelici e cariPensieri, il volto si copria e lasciavaAlle lagrime sue libero sfogo.«E anche il mio antico sire è nel sepolcro!Sì lunghi anni di gloria, e poi nel luttoMorir miseramente! ecco, empia terra,Il guiderdon che alla virtù largisci!—Ma no, delle onorate opre la metaNon è il sorrider di mortal fortuna:Amaro a' giusti è il vivere, e beatoSolo quel dì che al mondo vil ti toglie!»Così esclamava Adel, sazio de' giorniGlorïosi, ma sterili di giojaCh'ei tratto avea, da quando allontanatoErasi da Eloisa. E or par che tuttaDa mal estinte ceneri risorgaLa giovenil sua fiamma: i detti, il voltoD'Arnaldo lo riportano ai remotiTempi del suo delirio. Ei vede i colliDella Sonna fioriti—il santuarioOve la pia fanciulla iva soventeA lagrimar sulla materna tomba—L'inghirlandata barca ove ella, assisaSulle ginocchia di suo padre, al cantoTalor sciogliea la voce; e talor l'innoEra d'Adello; e allor della donzellaPiù timido era il canto e più pietoso!Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campiE le rocche d'Arnaldo andrai col brandoA racquistar pe' figli suoi? ma in ceppiEi qui rimansi: squallido, languenteÈ il suo sembiante: il duol forse e la duraServitù in breve troncheranno il filoDi quella vita... Libera Eloisa?Oh pensiero infernal! Ma nella menteAnche de' giusti sfolgora i suoi foschiLampi l'inferno—e più son giusti appuntoPerchè talvolta eguali a' rei son quasi,Ed allor non soccombono, e con arduoSforzo sopra il mortal fango s'innalzano.D'altri schiavi al riscatto ogni tesoroGià avea consunto Adello: al predatoreD'Arnaldo in cambio, egli offresi. AccettatoVenne il partito, perocch'egro il primoSchiavo parea, e salute e forza spiraDel novel la persona. Il sir franceseQueste mosse ignorava, e i suoi voraciCrucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppoDegli affetti d'Adello. Alta è la stimaChe la virtù dell'Italo gli desta;Ma pur già scorge nel futuro, accantoAlla donna (e ancor bella era Eloisa)Il rival cavaliere, e quella stessaVirtù che in esso ammira è il suo spavento.Ma oh come in sè medesmo ei si vergognaDi sì bassi concetti, allor che tolteVede a sè le catene, ed alle bracciaPoste d'Adel!«Che fia? Non mai! SublimeInsania, Adel, ma insania è questa! infermiGiorni redimer di chi tutte ha troncheLe vie di rimertarti e così all'imoCadde che d'ogni grande atto la spemeDa fortuna gli è tolta—e invece i giorniPreziosi immolar di chi secondeTutte ha le sorti e per la gloria vive!»«Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommoTi fer sempre a' miei guardi; or sol rammentoQuanta importanza i giorni han di chi i sacriTitoli vesta di marito e padre:Appo tal, nulla è la deserta vitaDi chi solingo passeggia la terra(E tal son io), di chi, s'allegri o gema,Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.»Volea soggiunger l'altro. Adel temendoD'aver con triste voci inteneritoIl suo rivale e forse appalesatoDella stanca dolente alma il segreto,Apre un gentil sorriso—Va', gli dice,A consolar la tua dolce famiglia;Cura nostra primiera esser de' questa:Indi per me non t'affannar: lontaneNon son l'itale sponde, e ivi sì egregiCuori mi fean di loro amistà dono,Che in me certezza è la lor gara al prontoRiscatto mio.«So, generoso Adello,Che in sue nuove tempeste Ugo invocavaIl braccio tuo; so che anelò VinegiaDi ritorti ad Amalfi, e che in ciascunaItala signoria ferve la bramaDi possederti a suo campion: ma esportiDi fortuna a' capricci, ah no, non posso!Sol crederei, se in mia balìa fosse indiIl tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissiLa mia piena miseria!»Uopo ad ArnaldoIl ceder fu. Partì sulla primieraCristiana prora: agl'Itali l'annunzioEsso, con altri dall'eroe redenti,Portar di questo fatto. Onor pareaStringer più d'una terra alla salvezzaDel guerriero in catene: il sir franceseNon osò dubitarne; Adello stesso,Benchè scevro d'orgoglio, aver sul gratoAnimo altrui credea qualche dritto—Tutti obbliaro il misero! quattr'anniLe afriche solitudini l'han visto,Con abbietti compagni ad opre abbietteSotto varii tiranni i suoi sudoriSpargere oscuramente—ed eroe ancoraEsser per gl'infelici, o alleviando,Con gravarne sè stesso, i lor dolori,O al rassegnato suo religïosoSenso le svigorite alme estollendo.Chi ai Saracini il tardo inaspettatoPrezzo portò del cavaliero? Un messoChe dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sireFedeli colleganze e alto valoreRicondotto hanno a' suoi dominii e a tuttaLa paterna sua gloria.Adello è ascesoSull'ospital naviglio: al marsigliesePorto ei veleggia. Oh come dir la gioja,La gratitudin che il bel cuore inonda?Come i diversi palpiti, approdando?Poi, sul corsier veloce alle castellaDel suo benefattore e d'EloisaSenza posa traendo?«Ei giunge: incontroMoveangli il sire ed Eloisa e i figli(Figli di quell'imen; pur cari all'almaGentil d'Adello!) Mutui i commoventiDetti suonano e i teneri singhiozziE la sincera nobil lode. Un risoDel ciel parea per que' mortali elettiAver portato sulla terra il gaudioChe dal suo trono Iddìo raggia ai beati!Ma quel foco di vita che nel ciglioBrillava ad Eloisa, insolito era.Da lungo tempo in essa è illanguiditoIl fior della salute. Adel s'accorseCh'ella reggeasi con fatica; e intendeChe nella notte in che da Nizza a fugaElla errava co' figli, un dardo colseLeggermente un di questi: ahi, velenatoFors'era il dardo! Il bambinel da orrendaCrescente piaga si struggea: la madreQuella piaga lambendo al figliuol suoCrede render la vita e, ohimè, s'illuse!Sotterra è il pargoletto, e da quel tempoA stento l'arte di Salerno e i votiAppesi sugli altari e i benedettiMaravigliosi farmachi al dolenteSen dell'eroica madre addur novelloSembran vigor.Ben tosto Adel conobbeChe sol gli affetti subitanei un brevePonean rossor su quelle guance. Il dolceSoggiorno alcuni mesi ei protraèaAppo gli ospiti amati, e con ArnaldoIl timore alternava e la speranzaPer l'egra donna—Ahi lasso! inferocisceRapidamente il morbo!—Adel sul lettoDi morte la mirò. Tutta obblïavaEi sua virtù: chiedea ragione al cieloDei mali onde a gran fiotti il mondo inondaCh'egli ha creato, e in quegli orrendi fiottiIndistinto sobbissa e il buono e il reo.«Oh Adel (rispose la morente—e furoQuesti gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggiLa insensata parola! È il duol cimentoOve Dio prova degli umani il core.Te a egregi fatti i lunghi sacrificiPortaron: nè t'incresca! e parver lunghi;Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombraCh'uom vita appella e salda cosa estima!Nè infelice è chi muor, ma chi morendoGuarda gli anni volati ed alcun'ormaDa lui lasciata di virtù non trova!»Voce a Eloisa allor mancò: sorrise,Strinse al seno i figliuoli, all'onoratoSposo si volse—e dir parea «Co' figli,Adel ti raccomando»—e più non era.Così passò la santa.Incerte storieNarrano d'un Adel ch'appo i Toscani,Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse:Fors'era il nostro eroe; forse in più gestaAncor brillò la gloria sua. Ma il vateChe del sepolcro suo cantò, non diceSe non che vecchio Adel morì e mendico,Perdonando agl'ingrati, e ripetendoQue' detti d'Eloisa: «È il duol cimentoOve Dio prova degli umani il core;Nè infelice è chi muor, ma chi morendoGuarda gli anni volati ed alcun'ormaDa lui lasciata di virtù non trova!»

Nell'arduo calle della gloria i primiCantai passi d'Adello: or trasvolandoSull'ali rapidissime del tempo,Additerò sol come lampi i lunghiPatimenti e le gesta onde l'eroeGli anni suoi segnalava.Ugo, insultandoDelle città, de' vescovi e de' fortiItali castellani a' privilegiE schernendo i trattati ed impunitaLa libidin lasciando e la rapaciaDe' suoi baroni, acceso avea nel regnoDi civil guerra la esecranda face.Dal furor della plebe i regii messiLacerati venian: le inesorateLance del sire offeso alla vendettaTrucemente scagliavansi. AmmucchiatiI cadaveri ingombrano le strade,Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrinoRiede al natio villaggio, e indizio appenaDel loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsiRottami delle pietre e pochi teschi—Forsedel padre e dei fratelli i teschi!Tal de' Lombardi era lo stato. AdelloDe' depredati borghi e monasteriIn difesa accorrea: di lui, nemicoPiù formidabil non avea il tiranno.Ma in breve queste guerre han tratto all'imoD'ogni miseria la contrada: il meseDella messe venia, ma il sol versataLa sua virtù feconda avea ne' semiDell'ortica e del cardo; e da lontanoIl fuggiasco villan piangea sul brandoChe a' dì più lieti gli falciava i campi.Ride Burgundia. «Or tempo è di riporreI nostri ferri agl'Itali divisi!»E già possente esercito calavaA sicura vittoria. Allora AdelloVede la gran rovina: ad impedirlaNon v'è che la concordia, e alla concordiaCittà rivali stringer sol può un scettro.Del nome suo l'autorità sopisceGli odii: ei radduce le cosparse insegneAppo la regia insegna. Or la saluteDell'itala corona oprisi, e il guardoSulle colpe ond'è tinta uom non sollevi.L'impulso dell'eroe quasi un novelloSpirto ne' pria diversi animi ha infuso.Ugo, con maraviglia, in sua difesaColor vede morir cui dianzi ha rasoLe castella o i tugurii: il crudo pettoA forza inteneriasi: ambir la gloriaParve di scancellar co' benefiziiE con la giusta signoria le ciecheIre sue prime. Adello, e altri guerrieriD'onesta fama, sedi ebbero sommeNel consiglio del re—ma quando pienaFu de' Burgundi la sconfitta e saldoNovellamente il trono, ecco, al tirannoOmbra fa il nome del suo prode, e al drittoFavellar suo magnanimo la tacciaDassi ben tosto di ribelle orgoglio.Dicon vetuste cantiche il giudizioScellerato ch'espulso ha dalla patriaChi la patria avea salva.Andò il ramingoDel veneto leone agli stendardiE lor sacrò la spada sua.—I superbiIsolani, già tempo, avean le spiaggeDi Dalmazia predate e con la frodeTolto di là tal venerando oggettoChe da secoli e secoli a fraternoPellegrinaggio i Dalmati adunavaE fea d'un ricco monister la gloria:Era la lancia d'un antico eroeChe dal giogo pagano in molte pugneSottratto avea le natie valli. Il gridoDegli eccelsi miracoli, operatiDalla reliquia di quel santo, al furtoI mal devoti veneti sospinse.Ma intanto rotte più fiate, e sempreRinascenti nell'ira e più tremende,Di padre in figlio le tribù selvaggeCon giuramento avvinconsi al racquistoDell'onorata lancia o a eterna guerra.Un feroce lor capo, Adeoniro,Col manto di pio zelo, infesta il mareD'incessanti, audacissime, inauditePiraterie. Sui piccioli sui legni,Di ladroni invincibili una turbaEi radunò che d'uom, fuorchè l'aspettoNull'altro serban; fama appo i lontaniSparse ch'uomin non erano, ma mostriProdotti dai nefandi abbracciamentiDelle dalmate streghe e de' demoni.Niuna legge li stringe altra che un voto—Pronunciato col rito abbominandoDi libare in un calice una stillaDi caldo ancor veneto sangue—e il votoÈ d'assalir qualsiasi veleggiantePin di San Marco, o scompagnato corraO a torme, o debol sembri o poderoso,E dalla pugna non ristar ch'o estintiO vincitori. A queste anime atrociOgni pietà verso i nemici è ignota,Ma tra loro mirabile è una garaD'assistenza e giustizia e comunanzaDi beni e mali. Adeonir divideIl bottin, nè maggior parte a sè donaChe al più abbietto compagno. In gozzoviglieE in limosine sprecan, non curantiTutti del pari, ogni tesor soverchio,Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figliE alle donne e a' feriti han provveduto.Tal delle imprese loro è la ventura,E con tali atti di barbarie han tintoDi stragi l'onde, che il nocchier più arditoNell'adriaca laguna inoperoseTien le sue sarte, e unanime la voceDell'atterrito popolo s'innalzaPerchè il furto s'espii ch'a furor trattoHa de' Dalmati il santo, e a' loro altariCon doni la fatale asta si renda.Il senato assentì: ma col ritornoDella reliquia, pur mutar naturaNon potè l'indomato avido spirtoDe' bugiardi pirati: e con più angosciaPianse Vinegia le nuove onte, e mosseCon alte navi e prodi capitaniAd estirpar di que' malnati il seme.Ahimè, che de' suoi prodi il morir forteNon giovò alla repubblica! In tai giorniDi lutto universale, uno stranieroSorge e il linguaggio degli eroi parlando,Radduce nelle curve alme il coraggio.Quello stranier pugnato avea sui piniDella sconfitta armata, e al valor suoDe' pochi avanzi si dovea lo scampo.Era Adello! Il magnanimo senatoPlaude all'ardir del cavaliero; un novoArmamento decreta: Adel le proreCapitanando, alla vittoria corre,E sepolcro i pirati ebber nell'onde.Favorita canzon del marinaroDivenne questa istoria, e tutti i litiD'Italia l'impararono, e ne' gioghiPiù segregati d'Apennino—alloraChe un sir bandisce all'ospite il festino—Dice al suo vate: cantaci il bel nomeDel vincitor de' dalmati pirati.Memoria non restò delle sciagureO degli affronti perchè Adel partissiDalle bandiere del leone. AmalfiDiede ospizio e onoranza al capitano,E per lui prosperò; la terra e l'acque,Più d'una volta, del suo sangue intrise,Ma invitto il vider sempre e più tremendo.Tacerò quelle pugne e dirò il giornoChe—tempo era di pace e vincolatoD'Amalfi all'armi il brando ei non tenea—Adel coll'oro suo recossi ai MoriChe in Tunisi avean sede, e quanti schiaviPotè redense. Il sacrificio ei compieD'ogni suo aver, perocchè morti entrambiSon gli adorati genitori, e il pioFiglio all'anime lor schiudere il cieloSpera con opre che al Signor sien grate.Un dì, secondi egli aspettava i ventiPer la reddìta, ed ecco entra nel portoCon festive urla un predator; parecchieSbarca gementi vittime, e fra quelle—Ohsorpresa! oh sciagura! Adel ravvisaUn cavalier troppo a lui noto, è desso,D'Eloisa lo sposo!Ai primi amplessi(Ed oh quanti dolori in quegli amplessiSquarcian d'Adello il nobil cor! qual mistoD'antica gelosia, di riverenzaPer le virtù del sir, di generosaCompassïon, d'affanno immaginandoLe pene d'Eloisa in udir predaAi scellerati masnadier lo sposo!)Ai primi sfoghi di pietà, succedeL'interrogar sollecito dell'unoE il racconto dell'altro.«Oh Adel compiutaÈ la sventura mia! Tu vedi il figlioDel felice Usignan, già di castellaSì ricco e d'armi, cui possenti trameDi perfidi congiunti han da sei luneRapito ogni dominio. I figli mieiE lor misera madre (ah, poich'al duoloIl tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!)In salvo a Nizza appo mia suora addussi.Ivi una notte una masnada irrompeDi Saracini. Io d'Eloisa, e quantiDolci pegni m'avanzano, la fugaCombattendo proteggo: oh, almen per loroM'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato,Carco di ferri io vengo. Anzi il mattinoSalpan le collegate arabe navi:Quai di Spagna eran, quai del Sardo e qualiDi quest'africo lito; a me la sommaLontananza toccò!»Frenava ArnaldoCon viril forza il pianto: Adel, compresoDa tanta folla d'infelici e cariPensieri, il volto si copria e lasciavaAlle lagrime sue libero sfogo.«E anche il mio antico sire è nel sepolcro!Sì lunghi anni di gloria, e poi nel luttoMorir miseramente! ecco, empia terra,Il guiderdon che alla virtù largisci!—Ma no, delle onorate opre la metaNon è il sorrider di mortal fortuna:Amaro a' giusti è il vivere, e beatoSolo quel dì che al mondo vil ti toglie!»Così esclamava Adel, sazio de' giorniGlorïosi, ma sterili di giojaCh'ei tratto avea, da quando allontanatoErasi da Eloisa. E or par che tuttaDa mal estinte ceneri risorgaLa giovenil sua fiamma: i detti, il voltoD'Arnaldo lo riportano ai remotiTempi del suo delirio. Ei vede i colliDella Sonna fioriti—il santuarioOve la pia fanciulla iva soventeA lagrimar sulla materna tomba—L'inghirlandata barca ove ella, assisaSulle ginocchia di suo padre, al cantoTalor sciogliea la voce; e talor l'innoEra d'Adello; e allor della donzellaPiù timido era il canto e più pietoso!Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campiE le rocche d'Arnaldo andrai col brandoA racquistar pe' figli suoi? ma in ceppiEi qui rimansi: squallido, languenteÈ il suo sembiante: il duol forse e la duraServitù in breve troncheranno il filoDi quella vita... Libera Eloisa?Oh pensiero infernal! Ma nella menteAnche de' giusti sfolgora i suoi foschiLampi l'inferno—e più son giusti appuntoPerchè talvolta eguali a' rei son quasi,Ed allor non soccombono, e con arduoSforzo sopra il mortal fango s'innalzano.D'altri schiavi al riscatto ogni tesoroGià avea consunto Adello: al predatoreD'Arnaldo in cambio, egli offresi. AccettatoVenne il partito, perocch'egro il primoSchiavo parea, e salute e forza spiraDel novel la persona. Il sir franceseQueste mosse ignorava, e i suoi voraciCrucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppoDegli affetti d'Adello. Alta è la stimaChe la virtù dell'Italo gli desta;Ma pur già scorge nel futuro, accantoAlla donna (e ancor bella era Eloisa)Il rival cavaliere, e quella stessaVirtù che in esso ammira è il suo spavento.Ma oh come in sè medesmo ei si vergognaDi sì bassi concetti, allor che tolteVede a sè le catene, ed alle bracciaPoste d'Adel!«Che fia? Non mai! SublimeInsania, Adel, ma insania è questa! infermiGiorni redimer di chi tutte ha troncheLe vie di rimertarti e così all'imoCadde che d'ogni grande atto la spemeDa fortuna gli è tolta—e invece i giorniPreziosi immolar di chi secondeTutte ha le sorti e per la gloria vive!»«Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommoTi fer sempre a' miei guardi; or sol rammentoQuanta importanza i giorni han di chi i sacriTitoli vesta di marito e padre:Appo tal, nulla è la deserta vitaDi chi solingo passeggia la terra(E tal son io), di chi, s'allegri o gema,Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.»Volea soggiunger l'altro. Adel temendoD'aver con triste voci inteneritoIl suo rivale e forse appalesatoDella stanca dolente alma il segreto,Apre un gentil sorriso—Va', gli dice,A consolar la tua dolce famiglia;Cura nostra primiera esser de' questa:Indi per me non t'affannar: lontaneNon son l'itale sponde, e ivi sì egregiCuori mi fean di loro amistà dono,Che in me certezza è la lor gara al prontoRiscatto mio.«So, generoso Adello,Che in sue nuove tempeste Ugo invocavaIl braccio tuo; so che anelò VinegiaDi ritorti ad Amalfi, e che in ciascunaItala signoria ferve la bramaDi possederti a suo campion: ma esportiDi fortuna a' capricci, ah no, non posso!Sol crederei, se in mia balìa fosse indiIl tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissiLa mia piena miseria!»Uopo ad ArnaldoIl ceder fu. Partì sulla primieraCristiana prora: agl'Itali l'annunzioEsso, con altri dall'eroe redenti,Portar di questo fatto. Onor pareaStringer più d'una terra alla salvezzaDel guerriero in catene: il sir franceseNon osò dubitarne; Adello stesso,Benchè scevro d'orgoglio, aver sul gratoAnimo altrui credea qualche dritto—Tutti obbliaro il misero! quattr'anniLe afriche solitudini l'han visto,Con abbietti compagni ad opre abbietteSotto varii tiranni i suoi sudoriSpargere oscuramente—ed eroe ancoraEsser per gl'infelici, o alleviando,Con gravarne sè stesso, i lor dolori,O al rassegnato suo religïosoSenso le svigorite alme estollendo.Chi ai Saracini il tardo inaspettatoPrezzo portò del cavaliero? Un messoChe dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sireFedeli colleganze e alto valoreRicondotto hanno a' suoi dominii e a tuttaLa paterna sua gloria.Adello è ascesoSull'ospital naviglio: al marsigliesePorto ei veleggia. Oh come dir la gioja,La gratitudin che il bel cuore inonda?Come i diversi palpiti, approdando?Poi, sul corsier veloce alle castellaDel suo benefattore e d'EloisaSenza posa traendo?«Ei giunge: incontroMoveangli il sire ed Eloisa e i figli(Figli di quell'imen; pur cari all'almaGentil d'Adello!) Mutui i commoventiDetti suonano e i teneri singhiozziE la sincera nobil lode. Un risoDel ciel parea per que' mortali elettiAver portato sulla terra il gaudioChe dal suo trono Iddìo raggia ai beati!Ma quel foco di vita che nel ciglioBrillava ad Eloisa, insolito era.Da lungo tempo in essa è illanguiditoIl fior della salute. Adel s'accorseCh'ella reggeasi con fatica; e intendeChe nella notte in che da Nizza a fugaElla errava co' figli, un dardo colseLeggermente un di questi: ahi, velenatoFors'era il dardo! Il bambinel da orrendaCrescente piaga si struggea: la madreQuella piaga lambendo al figliuol suoCrede render la vita e, ohimè, s'illuse!Sotterra è il pargoletto, e da quel tempoA stento l'arte di Salerno e i votiAppesi sugli altari e i benedettiMaravigliosi farmachi al dolenteSen dell'eroica madre addur novelloSembran vigor.Ben tosto Adel conobbeChe sol gli affetti subitanei un brevePonean rossor su quelle guance. Il dolceSoggiorno alcuni mesi ei protraèaAppo gli ospiti amati, e con ArnaldoIl timore alternava e la speranzaPer l'egra donna—Ahi lasso! inferocisceRapidamente il morbo!—Adel sul lettoDi morte la mirò. Tutta obblïavaEi sua virtù: chiedea ragione al cieloDei mali onde a gran fiotti il mondo inondaCh'egli ha creato, e in quegli orrendi fiottiIndistinto sobbissa e il buono e il reo.«Oh Adel (rispose la morente—e furoQuesti gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggiLa insensata parola! È il duol cimentoOve Dio prova degli umani il core.Te a egregi fatti i lunghi sacrificiPortaron: nè t'incresca! e parver lunghi;Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombraCh'uom vita appella e salda cosa estima!Nè infelice è chi muor, ma chi morendoGuarda gli anni volati ed alcun'ormaDa lui lasciata di virtù non trova!»Voce a Eloisa allor mancò: sorrise,Strinse al seno i figliuoli, all'onoratoSposo si volse—e dir parea «Co' figli,Adel ti raccomando»—e più non era.Così passò la santa.Incerte storieNarrano d'un Adel ch'appo i Toscani,Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse:Fors'era il nostro eroe; forse in più gestaAncor brillò la gloria sua. Ma il vateChe del sepolcro suo cantò, non diceSe non che vecchio Adel morì e mendico,Perdonando agl'ingrati, e ripetendoQue' detti d'Eloisa: «È il duol cimentoOve Dio prova degli umani il core;Nè infelice è chi muor, ma chi morendoGuarda gli anni volati ed alcun'ormaDa lui lasciata di virtù non trova!»

Nell'arduo calle della gloria i primi

Cantai passi d'Adello: or trasvolando

Sull'ali rapidissime del tempo,

Additerò sol come lampi i lunghi

Patimenti e le gesta onde l'eroe

Gli anni suoi segnalava.

Ugo, insultando

Delle città, de' vescovi e de' forti

Itali castellani a' privilegi

E schernendo i trattati ed impunita

La libidin lasciando e la rapacia

De' suoi baroni, acceso avea nel regno

Di civil guerra la esecranda face.

Dal furor della plebe i regii messi

Lacerati venian: le inesorate

Lance del sire offeso alla vendetta

Trucemente scagliavansi. Ammucchiati

I cadaveri ingombrano le strade,

Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrino

Riede al natio villaggio, e indizio appena

Del loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsi

Rottami delle pietre e pochi teschi—Forse

del padre e dei fratelli i teschi!

Tal de' Lombardi era lo stato. Adello

De' depredati borghi e monasteri

In difesa accorrea: di lui, nemico

Più formidabil non avea il tiranno.

Ma in breve queste guerre han tratto all'imo

D'ogni miseria la contrada: il mese

Della messe venia, ma il sol versata

La sua virtù feconda avea ne' semi

Dell'ortica e del cardo; e da lontano

Il fuggiasco villan piangea sul brando

Che a' dì più lieti gli falciava i campi.

Ride Burgundia. «Or tempo è di riporre

I nostri ferri agl'Itali divisi!»

E già possente esercito calava

A sicura vittoria. Allora Adello

Vede la gran rovina: ad impedirla

Non v'è che la concordia, e alla concordia

Città rivali stringer sol può un scettro.

Del nome suo l'autorità sopisce

Gli odii: ei radduce le cosparse insegne

Appo la regia insegna. Or la salute

Dell'itala corona oprisi, e il guardo

Sulle colpe ond'è tinta uom non sollevi.

L'impulso dell'eroe quasi un novello

Spirto ne' pria diversi animi ha infuso.

Ugo, con maraviglia, in sua difesa

Color vede morir cui dianzi ha raso

Le castella o i tugurii: il crudo petto

A forza inteneriasi: ambir la gloria

Parve di scancellar co' benefizii

E con la giusta signoria le cieche

Ire sue prime. Adello, e altri guerrieri

D'onesta fama, sedi ebbero somme

Nel consiglio del re—ma quando piena

Fu de' Burgundi la sconfitta e saldo

Novellamente il trono, ecco, al tiranno

Ombra fa il nome del suo prode, e al dritto

Favellar suo magnanimo la taccia

Dassi ben tosto di ribelle orgoglio.

Dicon vetuste cantiche il giudizio

Scellerato ch'espulso ha dalla patria

Chi la patria avea salva.

Andò il ramingo

Del veneto leone agli stendardi

E lor sacrò la spada sua.—I superbi

Isolani, già tempo, avean le spiagge

Di Dalmazia predate e con la frode

Tolto di là tal venerando oggetto

Che da secoli e secoli a fraterno

Pellegrinaggio i Dalmati adunava

E fea d'un ricco monister la gloria:

Era la lancia d'un antico eroe

Che dal giogo pagano in molte pugne

Sottratto avea le natie valli. Il grido

Degli eccelsi miracoli, operati

Dalla reliquia di quel santo, al furto

I mal devoti veneti sospinse.

Ma intanto rotte più fiate, e sempre

Rinascenti nell'ira e più tremende,

Di padre in figlio le tribù selvagge

Con giuramento avvinconsi al racquisto

Dell'onorata lancia o a eterna guerra.

Un feroce lor capo, Adeoniro,

Col manto di pio zelo, infesta il mare

D'incessanti, audacissime, inaudite

Piraterie. Sui piccioli sui legni,

Di ladroni invincibili una turba

Ei radunò che d'uom, fuorchè l'aspetto

Null'altro serban; fama appo i lontani

Sparse ch'uomin non erano, ma mostri

Prodotti dai nefandi abbracciamenti

Delle dalmate streghe e de' demoni.

Niuna legge li stringe altra che un voto—

Pronunciato col rito abbominando

Di libare in un calice una stilla

Di caldo ancor veneto sangue—e il voto

È d'assalir qualsiasi veleggiante

Pin di San Marco, o scompagnato corra

O a torme, o debol sembri o poderoso,

E dalla pugna non ristar ch'o estinti

O vincitori. A queste anime atroci

Ogni pietà verso i nemici è ignota,

Ma tra loro mirabile è una gara

D'assistenza e giustizia e comunanza

Di beni e mali. Adeonir divide

Il bottin, nè maggior parte a sè dona

Che al più abbietto compagno. In gozzoviglie

E in limosine sprecan, non curanti

Tutti del pari, ogni tesor soverchio,

Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figli

E alle donne e a' feriti han provveduto.

Tal delle imprese loro è la ventura,

E con tali atti di barbarie han tinto

Di stragi l'onde, che il nocchier più ardito

Nell'adriaca laguna inoperose

Tien le sue sarte, e unanime la voce

Dell'atterrito popolo s'innalza

Perchè il furto s'espii ch'a furor tratto

Ha de' Dalmati il santo, e a' loro altari

Con doni la fatale asta si renda.

Il senato assentì: ma col ritorno

Della reliquia, pur mutar natura

Non potè l'indomato avido spirto

De' bugiardi pirati: e con più angoscia

Pianse Vinegia le nuove onte, e mosse

Con alte navi e prodi capitani

Ad estirpar di que' malnati il seme.

Ahimè, che de' suoi prodi il morir forte

Non giovò alla repubblica! In tai giorni

Di lutto universale, uno straniero

Sorge e il linguaggio degli eroi parlando,

Radduce nelle curve alme il coraggio.

Quello stranier pugnato avea sui pini

Della sconfitta armata, e al valor suo

De' pochi avanzi si dovea lo scampo.

Era Adello! Il magnanimo senato

Plaude all'ardir del cavaliero; un novo

Armamento decreta: Adel le prore

Capitanando, alla vittoria corre,

E sepolcro i pirati ebber nell'onde.

Favorita canzon del marinaro

Divenne questa istoria, e tutti i liti

D'Italia l'impararono, e ne' gioghi

Più segregati d'Apennino—allora

Che un sir bandisce all'ospite il festino—

Dice al suo vate: cantaci il bel nome

Del vincitor de' dalmati pirati.

Memoria non restò delle sciagure

O degli affronti perchè Adel partissi

Dalle bandiere del leone. Amalfi

Diede ospizio e onoranza al capitano,

E per lui prosperò; la terra e l'acque,

Più d'una volta, del suo sangue intrise,

Ma invitto il vider sempre e più tremendo.

Tacerò quelle pugne e dirò il giorno

Che—tempo era di pace e vincolato

D'Amalfi all'armi il brando ei non tenea—

Adel coll'oro suo recossi ai Mori

Che in Tunisi avean sede, e quanti schiavi

Potè redense. Il sacrificio ei compie

D'ogni suo aver, perocchè morti entrambi

Son gli adorati genitori, e il pio

Figlio all'anime lor schiudere il cielo

Spera con opre che al Signor sien grate.

Un dì, secondi egli aspettava i venti

Per la reddìta, ed ecco entra nel porto

Con festive urla un predator; parecchie

Sbarca gementi vittime, e fra quelle—Oh

sorpresa! oh sciagura! Adel ravvisa

Un cavalier troppo a lui noto, è desso,

D'Eloisa lo sposo!

Ai primi amplessi

(Ed oh quanti dolori in quegli amplessi

Squarcian d'Adello il nobil cor! qual misto

D'antica gelosia, di riverenza

Per le virtù del sir, di generosa

Compassïon, d'affanno immaginando

Le pene d'Eloisa in udir preda

Ai scellerati masnadier lo sposo!)

Ai primi sfoghi di pietà, succede

L'interrogar sollecito dell'uno

E il racconto dell'altro.

«Oh Adel compiuta

È la sventura mia! Tu vedi il figlio

Del felice Usignan, già di castella

Sì ricco e d'armi, cui possenti trame

Di perfidi congiunti han da sei lune

Rapito ogni dominio. I figli miei

E lor misera madre (ah, poich'al duolo

Il tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!)

In salvo a Nizza appo mia suora addussi.

Ivi una notte una masnada irrompe

Di Saracini. Io d'Eloisa, e quanti

Dolci pegni m'avanzano, la fuga

Combattendo proteggo: oh, almen per loro

M'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato,

Carco di ferri io vengo. Anzi il mattino

Salpan le collegate arabe navi:

Quai di Spagna eran, quai del Sardo e quali

Di quest'africo lito; a me la somma

Lontananza toccò!»

Frenava Arnaldo

Con viril forza il pianto: Adel, compreso

Da tanta folla d'infelici e cari

Pensieri, il volto si copria e lasciava

Alle lagrime sue libero sfogo.

«E anche il mio antico sire è nel sepolcro!

Sì lunghi anni di gloria, e poi nel lutto

Morir miseramente! ecco, empia terra,

Il guiderdon che alla virtù largisci!—

Ma no, delle onorate opre la meta

Non è il sorrider di mortal fortuna:

Amaro a' giusti è il vivere, e beato

Solo quel dì che al mondo vil ti toglie!»

Così esclamava Adel, sazio de' giorni

Glorïosi, ma sterili di gioja

Ch'ei tratto avea, da quando allontanato

Erasi da Eloisa. E or par che tutta

Da mal estinte ceneri risorga

La giovenil sua fiamma: i detti, il volto

D'Arnaldo lo riportano ai remoti

Tempi del suo delirio. Ei vede i colli

Della Sonna fioriti—il santuario

Ove la pia fanciulla iva sovente

A lagrimar sulla materna tomba—

L'inghirlandata barca ove ella, assisa

Sulle ginocchia di suo padre, al canto

Talor sciogliea la voce; e talor l'inno

Era d'Adello; e allor della donzella

Più timido era il canto e più pietoso!

Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campi

E le rocche d'Arnaldo andrai col brando

A racquistar pe' figli suoi? ma in ceppi

Ei qui rimansi: squallido, languente

È il suo sembiante: il duol forse e la dura

Servitù in breve troncheranno il filo

Di quella vita... Libera Eloisa?

Oh pensiero infernal! Ma nella mente

Anche de' giusti sfolgora i suoi foschi

Lampi l'inferno—e più son giusti appunto

Perchè talvolta eguali a' rei son quasi,

Ed allor non soccombono, e con arduo

Sforzo sopra il mortal fango s'innalzano.

D'altri schiavi al riscatto ogni tesoro

Già avea consunto Adello: al predatore

D'Arnaldo in cambio, egli offresi. Accettato

Venne il partito, perocch'egro il primo

Schiavo parea, e salute e forza spira

Del novel la persona. Il sir francese

Queste mosse ignorava, e i suoi voraci

Crucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppo

Degli affetti d'Adello. Alta è la stima

Che la virtù dell'Italo gli desta;

Ma pur già scorge nel futuro, accanto

Alla donna (e ancor bella era Eloisa)

Il rival cavaliere, e quella stessa

Virtù che in esso ammira è il suo spavento.

Ma oh come in sè medesmo ei si vergogna

Di sì bassi concetti, allor che tolte

Vede a sè le catene, ed alle braccia

Poste d'Adel!

«Che fia? Non mai! Sublime

Insania, Adel, ma insania è questa! infermi

Giorni redimer di chi tutte ha tronche

Le vie di rimertarti e così all'imo

Cadde che d'ogni grande atto la speme

Da fortuna gli è tolta—e invece i giorni

Preziosi immolar di chi seconde

Tutte ha le sorti e per la gloria vive!»

«Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommo

Ti fer sempre a' miei guardi; or sol rammento

Quanta importanza i giorni han di chi i sacri

Titoli vesta di marito e padre:

Appo tal, nulla è la deserta vita

Di chi solingo passeggia la terra

(E tal son io), di chi, s'allegri o gema,

Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.»

Volea soggiunger l'altro. Adel temendo

D'aver con triste voci intenerito

Il suo rivale e forse appalesato

Della stanca dolente alma il segreto,

Apre un gentil sorriso—Va', gli dice,

A consolar la tua dolce famiglia;

Cura nostra primiera esser de' questa:

Indi per me non t'affannar: lontane

Non son l'itale sponde, e ivi sì egregi

Cuori mi fean di loro amistà dono,

Che in me certezza è la lor gara al pronto

Riscatto mio.

«So, generoso Adello,

Che in sue nuove tempeste Ugo invocava

Il braccio tuo; so che anelò Vinegia

Di ritorti ad Amalfi, e che in ciascuna

Itala signoria ferve la brama

Di possederti a suo campion: ma esporti

Di fortuna a' capricci, ah no, non posso!

Sol crederei, se in mia balìa fosse indi

Il tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissi

La mia piena miseria!»

Uopo ad Arnaldo

Il ceder fu. Partì sulla primiera

Cristiana prora: agl'Itali l'annunzio

Esso, con altri dall'eroe redenti,

Portar di questo fatto. Onor parea

Stringer più d'una terra alla salvezza

Del guerriero in catene: il sir francese

Non osò dubitarne; Adello stesso,

Benchè scevro d'orgoglio, aver sul grato

Animo altrui credea qualche dritto—

Tutti obbliaro il misero! quattr'anni

Le afriche solitudini l'han visto,

Con abbietti compagni ad opre abbiette

Sotto varii tiranni i suoi sudori

Spargere oscuramente—ed eroe ancora

Esser per gl'infelici, o alleviando,

Con gravarne sè stesso, i lor dolori,

O al rassegnato suo religïoso

Senso le svigorite alme estollendo.

Chi ai Saracini il tardo inaspettato

Prezzo portò del cavaliero? Un messo

Che dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sire

Fedeli colleganze e alto valore

Ricondotto hanno a' suoi dominii e a tutta

La paterna sua gloria.

Adello è asceso

Sull'ospital naviglio: al marsigliese

Porto ei veleggia. Oh come dir la gioja,

La gratitudin che il bel cuore inonda?

Come i diversi palpiti, approdando?

Poi, sul corsier veloce alle castella

Del suo benefattore e d'Eloisa

Senza posa traendo?

«Ei giunge: incontro

Moveangli il sire ed Eloisa e i figli

(Figli di quell'imen; pur cari all'alma

Gentil d'Adello!) Mutui i commoventi

Detti suonano e i teneri singhiozzi

E la sincera nobil lode. Un riso

Del ciel parea per que' mortali eletti

Aver portato sulla terra il gaudio

Che dal suo trono Iddìo raggia ai beati!

Ma quel foco di vita che nel ciglio

Brillava ad Eloisa, insolito era.

Da lungo tempo in essa è illanguidito

Il fior della salute. Adel s'accorse

Ch'ella reggeasi con fatica; e intende

Che nella notte in che da Nizza a fuga

Ella errava co' figli, un dardo colse

Leggermente un di questi: ahi, velenato

Fors'era il dardo! Il bambinel da orrenda

Crescente piaga si struggea: la madre

Quella piaga lambendo al figliuol suo

Crede render la vita e, ohimè, s'illuse!

Sotterra è il pargoletto, e da quel tempo

A stento l'arte di Salerno e i voti

Appesi sugli altari e i benedetti

Maravigliosi farmachi al dolente

Sen dell'eroica madre addur novello

Sembran vigor.

Ben tosto Adel conobbe

Che sol gli affetti subitanei un breve

Ponean rossor su quelle guance. Il dolce

Soggiorno alcuni mesi ei protraèa

Appo gli ospiti amati, e con Arnaldo

Il timore alternava e la speranza

Per l'egra donna—Ahi lasso! inferocisce

Rapidamente il morbo!—Adel sul letto

Di morte la mirò. Tutta obblïava

Ei sua virtù: chiedea ragione al cielo

Dei mali onde a gran fiotti il mondo inonda

Ch'egli ha creato, e in quegli orrendi fiotti

Indistinto sobbissa e il buono e il reo.

«Oh Adel (rispose la morente—e furo

Questi gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggi

La insensata parola! È il duol cimento

Ove Dio prova degli umani il core.

Te a egregi fatti i lunghi sacrifici

Portaron: nè t'incresca! e parver lunghi;

Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombra

Ch'uom vita appella e salda cosa estima!

Nè infelice è chi muor, ma chi morendo

Guarda gli anni volati ed alcun'orma

Da lui lasciata di virtù non trova!»

Voce a Eloisa allor mancò: sorrise,

Strinse al seno i figliuoli, all'onorato

Sposo si volse—e dir parea «Co' figli,

Adel ti raccomando»—e più non era.

Così passò la santa.

Incerte storie

Narrano d'un Adel ch'appo i Toscani,

Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse:

Fors'era il nostro eroe; forse in più gesta

Ancor brillò la gloria sua. Ma il vate

Che del sepolcro suo cantò, non dice

Se non che vecchio Adel morì e mendico,

Perdonando agl'ingrati, e ripetendo

Que' detti d'Eloisa: «È il duol cimento

Ove Dio prova degli umani il core;

Nè infelice è chi muor, ma chi morendo

Guarda gli anni volati ed alcun'orma

Da lui lasciata di virtù non trova!»

.... Sui colliDella Sonna fioriti e sulla RoccaInvisa dominava.

.... Sui colliDella Sonna fioriti e sulla RoccaInvisa dominava.

.... Sui colli

Della Sonna fioriti e sulla Rocca

Invisa dominava.

V'è presso Lione, sulle rive dellaSaône, una rupe che ritiene il nome diPierre-Encise.

In chi di giusti nacque è onnipossente....

In chi di giusti nacque è onnipossente....

In chi di giusti nacque è onnipossente....

Tutta la cantica sembra avere per iscopo morale queste verità:—che uno de' più grandi stimoli alla virtù si è l'esempio di parenti irreprensibili, e quindi il desiderio di consolare con bei fatti la loro vecchiaja—che nelle passioni in lotta col dovere, quanto più il sacrificarle a questo è doloroso, tanto più l'uomo che compie questo sacrificio ha luogo in appresso di congratularsene, trovandosi nobilitato ai proprii sguardi e più capace di grandi azioni—che finalmente se sulla terra il premio della virtù è spesso l'ingratitudine degli uomini e la sventura, al giusto sono abbondante compenso la sua fama, il testimonio della buona coscienza, e la pace e le speranze con cui egli solo può scendere nella tomba.

.... Io la grand'ombraDi Berengario a vendicar mi reco.

.... Io la grand'ombraDi Berengario a vendicar mi reco.

.... Io la grand'ombra

Di Berengario a vendicar mi reco.

Berengario I, dopo gli infelici successi della sua guerra con Rudolfo, fu assassinato a Verona da alcuni congiurati, capo de' quali era Flamberto. Tre giorni dopo Milone guerriero fedele all'infelice imperatore ne fece la vendetta, vincendo i colpevoli e condannandoli al supplizio: così le cronache. Ma secondo questa cantica uno d'essi congiurati, Rasperto, riacquistò potere in Verona, ed ebbe in seguito il favore del re Ugo, che gli lasciò il governo di quella città.

Che al novo italo sire, Ugo....

Che al novo italo sire, Ugo....

Che al novo italo sire, Ugo....

Rudolfo tenne poco tempo il regno d'Italia: ei dovette cederlo ad Ugo, duca di Provenza, che segnalò il suo dominio con le crudeltà e la perfidia.

.... La grande alma d'Otone....

.... La grande alma d'Otone....

.... La grande alma d'Otone....

Pare che debba essere Ottone di Sassonia, il quale circa 14 anni dopo quest'epoca conquistò l'Italia.

Tolto di là tal venerando oggetto.

Tolto di là tal venerando oggetto.

Tolto di là tal venerando oggetto.

Leggasi la storia de' bassi tempi e si vedrà quanto fossero frequenti i furti delle reliquie. Un popolo credeva d'appropriarsi la prosperitàdell'altro, togliendogli o il corpo o qualsiasi altra reliquia del santo protettore del luogo.

.... Che il nocchier più arditoNell'adriatica laguna inoperoseTien le sue sarte.

.... Che il nocchier più arditoNell'adriatica laguna inoperoseTien le sue sarte.

.... Che il nocchier più ardito

Nell'adriatica laguna inoperose

Tien le sue sarte.

Che un piccol numero di pirati sparga tanto spavento parrebbe un'esagerazione, se la storia non dicesse come nel secolo XVII i filibustieri, ammasso di pochi audacissimi ladroni, divennero il terrore dei navigatori europei, a segno dì tener talvolta interrotta la comunicazione della Spagna colle colonie americane.

A stento l'arte di Salerno...,

A stento l'arte di Salerno...,

A stento l'arte di Salerno...,

Nel secolo X Salerno era già famosa per la sua scuola di medicina. (V. il Tiraboschi.)

L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza dell'immolato Ebelino.

L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza dell'immolato Ebelino.

Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!JOB. 2, 10.

Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!

JOB. 2, 10.

Inno d'amore e di compianto al giusto,Al giusto denigrato! Ebelin, fidoCampion del magno Ottone e consigliero,Colui che al generoso ImperadoreVerità generose favellava,E i biasimati torti indi con mentePronta e amorevol correggea e sagace;Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,Spesso invece del sir ponea la destraAl timon dell'impero, e lo volgeaDel sir con tanta gloria e securanza,Che questi, anco in cimento arduo serrandoLe auguste ciglia al sonno, a lui dicea:«Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacroCener del magno Otton, d'Otton novelloFu parimente lunghi anni sostegnoDi giustizia nel calle, e guida e sprone;Sì che a nessun parea che dilettosoNe' poveri tuguri e nelle saleFervesse crocchio, ove lodato il nomeNon fosse d'Ebelin,—quell'EbelinoMorì esecrato, ed era giusto! AmoreE compianto agli oppressi!Un dì l'Eterno,Come a' giorni di Giobbe, al suo cospettoAvea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:—Onde vieni?E il maligno:—Ho circuitaDell'uom la terra, e non rinvenni un santo.Ed il Signore:—O di calunnie padre,Non vedestù l'amico mio Ebelino,Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondoTanta in prosperi dì serba innocenza?E l'angiol di menzogna ambe le labbraSi morse, e crollò il capo, e disdegnosoDisse:—Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'amaPerchè di beni è colmo. Il braccio or alza,Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.Ed il Signor:—Giorni di prova a' rettiForse non io so stabilir? Va; pongoEntro a tue mani dispietate or quantoAgli occhi della terra Ebelin porta,Fuorchè la vita.L'avversario alloraAvventossi precipite dal gremboDella nembosa nube, onde i mortaliAtterria lampeggiando; ed in un puntoFu su roccia dell'alpi. Ivi giganteSi soffermò, e da questo lato i campiDella lieta penisola mirando,E dall'altro le selve popoloseDe' boreali, l'una all'altra palmaBattè plaudendo al sovrastante luttoD'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!La più squisita voluttà del malePensò un momento qual si fosse, e al giustoFermò ignominia cagionar per mano...Di chi?—D'amico traditore! Il colpoPiù doloroso e a dementar più adattoChi molto amando irreprensibil visse!—Un Giuda voglio! Il dèmone ruggiaGiù dall'alpe scagliandosi e correndoPe' teutonici boschi, e visitandoCon infernal, veloce accorgimentoCittà e castella.Iva ei cercando l'uomo,In cui scernesse il dolce volto, e i dolciAtti, e l'irrequïeto occhio gelosoDel venditor di Cristo; e non volgareMente si fosse, ma gentil, ma caldaDi lodevoli brame, ed inscia quasiDi sè si pervertisse, e vaneggiasseD'amor per tutte le virtù, e seguirleTutte paresse, e infedel fosse a tutte.Tale, od un vero giusto esser doveaChi affascinasse d'Ebelino il core;E Sàtan nol trovava, e con dispregioMaledicea la lealtà nativaDe' figli del Trïon, popol rapaceNelle battaglie, e in sue pareti onesto.Ma quando già il crudel quasi dispera,Ecco s'incontra in uomo onde il sembianteTosto il colpisce; e fra sè dice:—«È desso!»Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.Quel benedetto dall'orribil genioEra un prode straniero, e fama taceDi qual progenie, e nome avea Guelardo.Sul suo destrier peregrinava, e ladriOr assaliva, degli oppressi a scampo,Or dispogliava ei stesso i passeggeri,Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglioPur quelli avrìa, se a povertà costrettoNon l'avesse un fratel, che del paternoRetaggio spossessollo.A che di boscoIn bosco errasse, ei non sapea. SperavaDal caso alte venture, e perchè tardeErano al suo desìo, volgea frequenteIl pensier di distruggersi; e più volteDall'altissime balze misuravaColl'occhio i precipizi, e mestamenteRideagli il core, e si sarìa slanciatoNelle cupe voragini, se voce,O aspetto di mortali, o speranze altreNon l'avesser ritratto.—O cavaliere,Salve.—Scòstati, scòstati, o romito;Oro non tengo.—Ed oro a te non chieggo;Ben d'acquistarne santa via t'accenno.Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sortiOcculta sapïenza ha rivelate:Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:Grazia agli occhi di lui, grazia otterraiA' clementi occhi del regnante istesso.Così Satan, e sparve.Incerto è quegliSe fu delirio o visïone. Al cieloVolge supplice il viso: in cor gl'irrompeDe' suoi misfatti alta vergogna; aspiraA cancellarli, e quindi in poi di tutteVirtù di cavaliere andare ornato.In quel fervor del pentimento, incontraUn mendico, e su lui getta il mantello,E sen compiace, e dice:—Uom non m'avanzaIn carità e giustizia.E Sàtan rise,E non veduto gli baciò la fronte.Alla real Bamberga andò Guelardo,Mosse alle auguste soglie, ad EbelinoSupplice presentossi, e pïamenteDa quella bella e grande alma si videAscoltato, compianto, e di non tardaAïta lieto. Un fascino infernaleSovra la fronte di Guelardo impostoHa del demone il bacio. Allo stranieroConglutinossi d'Ebelino il coreIn breve tempo; e nella reggia e in campoQuei Gionata parea, questi Davidde.Mirabile brillava ad ogni ciglioQuella forte amistà: Saran fremevaCh'ella durasse, e il volgersi degli anniAffrettar non potea. Nè ratto varcoSperabil era tra i pensieri onestiChe Guelardo nodriva e la sua infamia,Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolceNella virtù emularlo, e il desiderioScellerato di spegnerlo. Ma il tristoAngiol si confortava misurandoL'immortal suo avvenire. Appo sì lunghiSecoli, breve istante eran poch'anni.Ed intanto ci godeva, a quell'imagoChe tigre, sebben avida di sangue,Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzoTragge di quella contemplando i motiE l'amabil fidanza, ed assaporaPiù lentamente la decreta strage.Dopo tanto aspettar, s'appressa il giornoSospirato dall'invido. Al novelloOtton contrarie qua e là in ItaliaEran le menti di non pochi, e spemeVivea secreta ch'italo EbelinoSecretamente lor plaudesse. Il coreDi molti era per esso, e nelle arditeCongrèghe entro a' castelli, ed appo il volgoSusurravan, più splendido rinomoNon avervi del suo; null'uom più votiA suo pro riunir; doversi acciaroDittatorio offerirgli, o regio scettro.L'augusto sir dalla germana sedeContezza ebbe di fremiti e lamentiNell'alme de' Lombardi esasperate,Ed a sedarle con prudenza invìaEbelino e Guelardo.Alla venutaDi questi sommi giù dall'alpe, e al gridoChe fama addoppia de' lor alti pregi,E più de' pregi di colui, che sembraD'onnipotenza quasi insignorito,Ferve ognor più l'insana speme, e tuttaIn congressi pacifici prorompe,Ove i duo messi imperïali invanoSenno indiceano e obbedïenza.—O prodi!Così Ebelin risponde al temerarioDe' corrucciosi invito; io condottieroMai contr'Otton non moverò, chè avvintoGli son da conoscente animo e onore,E il portai fra mie braccia. E quando insiemeDel moribondo padre suo le coltriInondavam di pianto, il sacro vecchioNostre mani congiunse, e disse:—Un figlio,O Ebelino, ti lascio;—ed a te lascio,O figlio, un padre in Ebelino!—Ed eraIn tai detti spirato. Allora il figlioGettommi al collo ambe le braccia, e moltoPianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi,E il chiamai figlio. Ove pur reo di pattiViolati con voi fosse il mio sire,Biasmo sincer da mie labbra paterneAvriane, sì; retti n'avrìa consigli,Ma non odio, non guerra, non perfidia!—Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,Ov'è causa di popoli. Ed ignotaMal tu presumi essere a noi l'ingrataAlma d'Ottone anco ver te, che drittiTanti acquistasti a guiderdone e lode.Ombra a lui fa la tua virtù: onorartiFinge, ma stolta è finzione omaiOnd'ogni cor magnanimo s'adira.Possente sei, ma più non sei quel dessoChe ne' duo regni un dì tutto volvea.Tëofanìa il governa, e da BisanzioSul germanico seggio ov'ei l'assunseRecò le greche astuzie, e lo circondaDi greci consiglieri. Essi con leiVan macchinando contro te ogni giorno;Che se finor cadute anco non sonoLe podestà che a te largì il monarca,Della tua rinomanza egli è prodigio,E nel tiranno è di pudor reliquia.Bada a' perigli, a tua salvezza bada:D'Otton l'iniquità rotto ha i legamiD'ogni giusto con esso.Un de' maggioriCosì parlò fra gli adunati audaci.Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsaLa parola di sdegno e di sospettoCirca l'imperadrice e i cortegianiCh'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.Ma la candida e ferma alma del pioEbelin s'adirò. L'imperadriceE Otton con nobil gagliardìa difese,E de' Greci sorrise. Ei sì facondoFavellava, e amichevole e verace,Che i più irati l'udìan con reverenza:Con tenerezza quasi, ancor che invittiNel feroce astio e nell'ardente brama.Di Guelardo lo spirto a quel congressoFunestamente s'esaltò. Il dilettoEbelino ei vedea, nella commossaFantasia, re, suscitator di gloriaAd un popol redento. Il vedea belloGiganteggiare in immortali istorie,Com'un di que' supremi, onde la terraLunghi secoli è priva; e sè medesmoSocio vedea di quel supremo, e a luiSuccessor forse, e... Che non sogna audaceAmbizïon, se raggio ha di speranza?Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisseLe voci insieme intese, e commentolleColl'insistenza del favore; e aggiunseMaligno esame de' pensier, degli attiD'Ottone, e della Greca in trono assisa,E degli astuti amici ond'ella è cinta.Quasi certezza accolse i più irritantiDubbi e i minimi indizi di periglio,E gridò ingratitudine, e dirittoAlla rivolta. E a grado a grado questaEi necessaria osò chiamare, e il pioEbelin concitarvi. Lo interruppeFinalmente Ebelin; duplice telaCome già svolto aveva agli adunati,Svolse di novo al tentatore amico:Qua la turpezza del tradir, là i vaniSforzi a potenza e gloria, ove bruttataÈ nazïon da lunghi odii fraterni.Negli aneliti suoi s'ostinò il coreDi Guelardo in quel giorno, e seguì posciaA ridir con sofistica, inesaustaFacondia per più dì l'empie sue brame;Sì che non poche volte il generosoEbelino in resistergli, dal miteConsiderare e dai soavi dettiPassò a dogliosa maraviglia e sdegno.Turbossene colui, ma il turbamentoAscose e il disamore, e da quel tempoCrescente invidia in sen covò tremenda.Novi succedon fortunati eventi,Ch'ognuno attesta glorïosi al sennoDell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,Come negli anni primi, or della gloriaDel suo benefattor non va giocondo.Ei con geloso sospettante ciglioMira la sua grandezza, e superarlaVorria e non puote; e detestando, sognaDall'amico esser detestate; e pargli,Laddove pria si belle in EbelinoVirtù vedea, più non veder che scaltraIpocrisia. De' pervertiti è proprioNon credere a virtù; d'ogni più certoGeneroso atto dubitar motiviTurpi, ed asseverarli: in ogni etadeCosì abborriti fur dal mondo i santi.Da quello stato di rancor, di menteOgnor proclive a gettar fango ascosoSovra l'opre del giusto, è breve il passoAd assoluto di giustizia scherno.In Lamagna Guelardo ad altri uffiziDi grande onor da Ottone è richiamato,Mentre Ebelin nell'itale contradeResta moderator. L'ingrato amicoSospetta ch'Ebelino abbia con arteTal partenza promosso, a fin di trarsiUom dal cospetto che in secreto esècri.Del congedo gli amplessi ei rende a quello,Ma senza avvicendar come altre voltePalpiti dolci di desìo e di pena.Infinto ei crede ogni atto ed ogni accentoDel più sincero degli umani, e parteCoi fremiti dell'odio, e maturandoDi non avute offese alta vendetta.—Cieco tanto io sarò che vero estimiSuo rifiuto ai ribelli? Or che si vasteSon le congiure? Or che da lunghe e infausteGuerre è stanco l'impero? Or che d'illustreNome a capitanarla, e di null'altro,La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiataDalla superba, greca, invida nuoraÈ quell'antica d'Ebelin fautrice,La vantata Adelaide, che alle umìliOmbre de' chiostri dalla reggia mosse?Or che Tëofania palesementeLacci a lui tende e sua rovina agogna?Il menzogner di me diffida: i viliDiffidan sempre! Allontanarmi volleNon senza mira ostil: me di qui togliePer regnar sol, per non aver chi forseSua sapïenza e sue prodezze oscuri.All'amico ei rinuncia; ei nelle schiereDel suo tradito Imperador mi brama,Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'astaScaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,Che nè lo sdegno mio, nè la sagaciaNon teme, nè il valor! Perfido! io maiStato non fora a tua amicizia ingrato;Alla mia ingrato ardisci farti: trema!Valor non manca al vilipeso e sennoDa smascherar tua ipocrisia. LudibrioNe fur bastantemente il sire, i grandi,Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!Così nel suo vaneggiamento infameS'agita l'infelice, e non s'accorgeChe il re d'abisso più e più il possede;Così travolve le apparenze ogn'uomoChe a livor s'abbandoni:Ecco GuelardoGiunto ai reali di Bamberga ostelli;Eccolo assaporante i nuovi onori,Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,Sente l'amaro della propria bile.Più sovra il labbro di Guelardo il nome,Come già tempo, d'Ebelin non suona,O su quel labbro se talvolta suona,Laude non l'accompagna, e il favellanteImpallidisce, e torvamente abbassaLa pensosa pupilla irrequïeta,E la rïalza sfavillando; e ognunoScerne che di compressa ira sfavilla.Del mutamento avvedasi esultandoTëofania, s'avvedono i suoi fidi,E al convito di lei con gran decoroVisto sovente è quel Guelardo assiso,Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.Ordiscono essi alcuna trama insiemeContro al lontano giusto? o la perfidiaTutta covossi di Guelardo in petto?Un dì da quel convito esce il fellone,E quasi esterrefatto si presentaAgli occhi del monarca, e a lui si prostra,Ed esclama:—Ebelino è traditore!Le rivolte fomenta; alla coronaD'Italia aspira: sciolta è l'amistadeChe a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!E false carte adduce in prova, e adduceDi vili già ribelli, or prigionieri,Menzogne tai, che faccia avean di vero.Ed il monarca trabalzò, fu vintoDalle inique apparenze. Esitò ancora,Dubitar volle novamente; a novoEsame ripiegò la scrupolosaAfflitta anima sua; ma le apparenzeTrionfaron più orrende e più secure.Indi egli irato invìa turba di sgherriAll'italo paese, onde sia trattoCarico di catene il formidatoDuce a Bamberga.L'innocente duceStanza a que' giorni avea in Milan. PosavaUna notte, ed in sogno a lui s'affacciaLo stuol de' cari, in varia guerra estinti,Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre«Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altriCon affanno e singhiozzi ad una voceRipetean: «Fuggi, fuggi!»Ei si risveglia,E per quell'alme prega, e s'addormentaUn'altra volta. E in sogno ecco apparirgliIl magno Otton primiero ed Adelaide,Non cinta ancor di monacali bende,Ma il serto imperial sopra la fronte.Meste eran lor sembianze, ed a lui: «FuggiFuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!Ira per te sarìa mortal!»Si destaIl nobil duce, e per quell'alme prega,E s'addormenta un'altra volta. E vedeIl tempo antico e la città solenneOve sorge il Calvario, e là pur vedeDi Getsèmani l'orto, ed appressarsiUna frotta d'armati, e IscarïoteDare il bacio alla vittima!... Ed oh vista!Iscarïote era Guelardo!BalzaSpaventato destandosi Ebelino,E que' tre sogni avvertimento estimaDell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?Ma perchè? Fugge l'innocente mai?Pochi istanti anelò fra que' pensieriDi stupor, di tristezza, e piena d'armiFu ben tosto la soglia. Udì EbelinoChe dal suo Imperador venìan que' ferri,E il cenno di seguirli: ai manigoldiCesse con muto fremito la spada,E porse ai ceppi gli onorati pugni.Quasi ladro il trascinano, e MilanoE tutta Lombardia mira quel crolloSì inopinato. Il prigioniero obbrobriSoffre inauditi; e non sarìagli penaDagli sgherri soffrirli: itale vociLo irridon per la via, maledicentiAl passato suo lustro. E quale esclama:—Va, di rivolte eccitator maligno!Va, scellerata causa, onde su noiCesare versa il suo tremendo sdegno!—Qual:—Va, codardo degli Otton mancipio,Che d'Italia campion far ti negasti!Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!—Qual più schietto prorompe:—Erami noiaUdir chiamartiil giusto; alfin delittiPotrem di te sapere ed abborrirti!Quant'è lunga la via sino a' confiniDelle italiche valli, Ebelin tacqueDegli spregi sofferti. Allor che in cimaDell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzandoLe incatenate braccia,—Oh maledettaTroppo da' vizi tuoi, misera patria,Sclamò, non io ti maledico! Il cieloFigli ti dia che s'amino fra loro,Ed amin te com'io t'amava e t'amo,E più di me felici acquistin gloriaSenza espïarla con dolori e insulti!—Maledicila! gridagli all'orecchioUna voce infernal.—Ti benedicoL'ultima volta! ripres'egli.E pianseSiccome pio figliuol sulla ignominiaD'una madre infelice; e gli sovvenneQuanto già quella madre avea prefulsoIn virtù fra le genti, e a depravarlaQuante cagioni eran concorse! E grandeSu lei di Dio misericordia chiese;E dal dolce aer suo, dalle ridentiTutte illustri sue sponde, ei nè le amantiCiglia diveller, nè il pensier poteva!Satan che indarno occultamente spintoAvealo ad imprecar la patria terra,Urlò di rabbia le sue preci udendo;E di Lamagna per alture e pianiCorse con questo grido:—È alfin cadutoL'italo malïardo, il seduttoreDe' nostri augusti, il protettor di quantiDi Lombardia traeano ad impinguarsiSul germanico suol, genìa predaceOnde la tanta povertà cresciutaIn quest'anni da noi! Tutti EbelinoNostri tesori al lido suo recava,E colà un trono alzar voleasi, alloraChe ad atterrar le ribellanti spadeInetto fosse per miseria Ottone?—Ebelin mora! Universal rispostaFu del tedesco volgo. Ed obblïatoDa migliaia di cuori in un dì venneQuanto a lodarlo aveali invece astrettiLa sua mansüetudine, il modestoNon curar le ricchezze, il riversarleSulle infelici plebi, il non mostrarsi,Benchè pio verso gl'Itali, men pioVer gli stranieri. Quella dianzi notaSerie di virtù splendide cotanto,Un incantesimo vil parve ad un tratto,Una menzogna. Convenìa disdirla:Riconoscenza è grave pondo ai bassi.Esultan se pretesto a lor si porgaDi rigettarla, e attaccaticci morbiSon odio, ingratitudine e calunnia.Conscio de' benefizi innumeratiCh'egli avea sparso, avea creduto ognoraL'irreprensibil cavalier che stretti,A lui fosser d'amor cuori infiniti.Le ripetute indegne contumelieLo sorpreser, ma tacque; e sovra tantaPravità de' mortali meditando,Arrossì d'esser uomo, e innanzi a DioUmilïossi. E vanamente ancoraStette Satan mirandolo e aspettandoIl desìo di vendetta e le bestemmie.Chiama l'Onnipossente al suo cospettoTutti i ministri spirti, e a Satan dice:—Onde vieni?E il maligno:—Ho circüitaDell'uom la terra, e non rinvenni un santo.Ed il Signore:—O di calunnie padre,Non vedestù l'amico mio Ebelino,Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,Tanta nel suo dolor serba innocenza?E l'angiol di menzogna ambe le labbraSi morse, e disse:—Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,Perchè, in tuo amor fidando, ei palesataIn breve spera sua innocenza. Il braccioEstendi, e più percuotilo, e vedraiSe non t'impreca.Ed il Signor:—Non forseGiorni di prova assegno a' retti? Vanne:Ebelino è in tua mano; anco sua vita,Anco la fama sua, perchè maggioreTorni suo vanto e tua immortal vergogna.L'avversario precipite avventossiDal grembo della nube, onde i mortaliAtterrìa lampeggiando, ed in un puntoFu su roccia dell'alpi. Ivi giganteSi soffermò, e da questo lato i campiDella lieta penisola mirando,E dall'altro le selve popoloseDe' boreali, l'una e l'altra palmaBattè plaudendo al sovrastante luttoD'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!Di là scagliossi alla città del tronoE de' cento felici incliti alberghi,E delle orrende mura ove trascinaSua catena Ebelin. Desta il demonioNe' giudici, che Ottone a indagin chiamaDell'alta causa, aneliti vigliacchi.Temon, se reo non trovan l'accusato,L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'iraDi quel Guelardo che per essi or regna;E dove il trovin reo, speran più pinguiGli onorati salarii, e maggior lustro.Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenzaGuelardo stesso!Oh come il core all'empioNondimen trema, udendo che s'appressaL'irreprensibil catenato! E questiEntra con umil, sì, ma non prostratoAnimo, e reca sulla smorta fronteQuell'alterezza ch'a innocenza spetta.Cela Guelardo il suo tremore, e prendeCosì ad interrogar:—Qual è il tuo nome,O sciagurato reo?—Sono EbelinoDa Villanova, amico tuo.—RigettoL'amistà d'un fello: giudice seggo.Che macchinasti co' Lombardi?In visoL'accusato guardollo, e non rispose.E Guelardo:—A lor trame eri secretoEccitator; t'offrìan lo scettro, e prontaStava tua destra ad accettarlo in giornoCh'ansio esitavi a stabilire, in giornoChe, la mercè di Dio, non è spuntato.V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidiaAl tribunale attesta.E poichè mutoSerbavasi Ebelin, vengon a un cennoQue' testimoni nella sala addotti.Eran duo di que' truci esclamatoriDi libertà, di civiche vendette,Di patrio amor, che ne' consessi audaciDella rivolta più fervean, più schernoScagliavan sui dubbianti e sovra i miti,E più capaci d'affrontar qualunqueParean supplizio, anzi che mai parolaDi codardia pel proprio scampo sciorre.Questi eroi da macelli, questi atrociOstentatori d'invicibil rabbia,Come fur tolti a lor gioconde cene,E gravato di ferri ebbero il pugno,E il patibolo vider,—tremebondiQuasi cinèdi, le arroganti gridaVolsero in turpi lagrime e in più turpiEsibimenti di riscatto infame,Altre teste al carnefice segnando.Ad Ebelino in riveder coloroIsfuggì un atto di stupor:—Voi dunque?Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a drittoIo sempre le feroci alme ho spregiato,E ben diceami il cor quali voi foste!Ed appunto perchè troppe vid'ioAlme siffatte là nelle congrègheOve il mio plauso si cercava indarno,E pochi vidi eccelsi petti, avversiAd insolenza e a stragi, io mestamentePresentii di mia patria obbrobri e pianto,S'ella sorda restava a' preghi miei,E alle minacce mie, quando insensataIo vostr'impresa nominava e iniqua.I testimoni balbettaro, e fisiGli occhi loro in Guelardo, il concertatoCalunnïar sostennero. EbelinoPiù non degnolli di risposta, e chieseD'esser condotto anzi ad Ottone a cuiParlar volea.Respinge inutilmenteGuelardo quest'inchiesta, e così forteLa ripete Ebelin, ch'un de' sedutiA giudicarlo generoso alzossi,Sclamando:—La tua brama, o il più infeliceFra gli accusati, porteranno al tronoLe labbra mie.Null'uom potè di quellaAnima schietta rattenere i passi:Move all'Imperador, franco gli parla,E il pio monarca inducesi al colloquio.Mentre dunque l'afflitto incoronatoNelle regali, splendide paretiAspettava che a lui tratto venisseIl già caro Ebelin, nella memoriaGli ritornavan gli alti e numerosiServigi di quel prode, e l'amiciziaChe al magno Otton, suo padre, avealo stretto;E commoveasi ripensando quanteVolte quell'Ebelin con tenerezzaLui prence fanciulletto infra le bracciaPortato avea, quante paterne curePrese per lui, quanti affrontati in guerraPer sua difesa ardui perigli,—e il coreGli si volgea a clemenza.Ode sonantiNelle vicine sale i trascinatiFerri del prigioniero, e gli si gelaDi pietà il sangue. E quand'entrare il vedePallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,E magnanimo pianto a stento cela.Ebelin pur commosso era, calcandoCon vincolato piede oggi i tappeti,Che tante volte avea con dominantePasso calcati, e intorno a sè veggendoTanti, che in altro tempo a lui dinanziS'inchinavan temendo, ovver feliciAndavan s'egli a lor stringea la destra,E ch'or s'atteggian contegnosi, e qualiA sterile pietà, quali ad insulto.Giunto Ebelino alla presenza augusta,Piegasi reverente, e aspetta il cenno:—Favella, sciagurato: uom con più caldoFervor non brama tue discolpe.—Sire,La mia innocenza esser dovriati scrittaNe' lunghi intemerati anni ch'io vissiDi tua casa al servizio e dell'onore.In inganno te volto han miei nemici,E me calunnia opprime.—A tue paroleAggiungi prova, e riputato il sommoDe' tuoi servigi questo fia da Ottone.—Se a te prova non son gli atti che opraiAlla luce del sol, l'abborrimentoSperimentato mio contra ogni fraude,Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nullaA te non dicon queste mie sembianzeImperturbate in così ria sventura,Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;Anzi alle leggi mia supposta colpaÈ attestata abbastanza. Altro non possoSe non gli estremi del mio zelo sforziIn quest'istante consecrarti, o sire,Tai verità parlandoti, che forsePiù non udresti, se da me non le odi.—T'ascolto, disse il rege.Ed EbelinoLa propria causa obblïar parve, e diessiA svolgere di stato alti consigli,I bisogni quai fossero additandoDelle schiere, del popol, dell'altare,De' tribunali, e della reggia stessa:Quali i provvedimenti unici, rottiEd efficaci ad impedir l'ebbrezzaDelle rivolte, a raffermar lo impero:Quali de' prischi imperadori, e qualiDel magno Otton le più laudabili opre,E quai le insane; e come arduo ognor siaSeguir le prime e non errare; e comeGli egregi prenci a errar tragge talvoltaAdulante caterva. Accennò alcuniDel sir lusingatori, accennò il vileCangiarsi di Guelardo: e brevi furoSu lor suoi detti, e non degnò que' nomiD'anime basse proferir neppure.Ma que' rapidi detti eran gagliardi,Siccome piglio di paterno braccio,Che sovra l'orlo d'un dirupo afferraPerigliante figliuolo.Otton si scuote.Da verità sì energiche, da sennoSì giusto e luminoso ed esaltanteNon era stato mai colpito. In altriColloqui a' dì felici il buon ministroParlava il ver, ma forse in più graditaGuisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.Ora è il parlar solenne, il grido urgenteD'uom, che vicino a morte anco un tributoDi fedeltà solve al monarca e al dritto,Tutto dicendo che giovar del pariSembrigli al trono e alle regnate genti.Alla beltà del vero e del coraggio,E di quel dignitoso intenerirsiChe da alterezza vien compresso, e pureNella voce si sente e ne' benigniSguardi si vede, unìasi in EbelinoDa natura sortita un'armonìaDi nobili sembianze e di contegno,Talchè valor più prepotente davaA sua favella, ed escludea il suppostoD'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,E facea forza a Otton. Perocchè OttoneStranier non era a simpatia per cuoriDi grandissima tempra. E fu vicinoA cedere, a gettare ambe le bracciaDel prigioniero al collo, al gridar:—FalsaTengo ogni accusa contro al mio fedele!Ma Sàtan vide quell'istante, e spinseTëofania d'Augusto in cerca.BellaEra la greca donna e di vivaciGrazie adorna, e scaltrissima e pungenteNe' suoi sarcasmi, ed irridea talvoltaLa bonaria alemanna indol con mottiQuasi di spregio; e di quei motti spessoArrossia Ottone. E perocch'egli amava,L'affascinante sposa, ambìa piacerleE far pompa d'accorta alma inconcussa,E a tal cagion solea de' generosiSensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.Salutata dall'armi, il passo inoltraFra le colonne di que' regii lochiLa incoronata, e stabilisce e fremeIn vedere Ebelino; e sovra OttoneLancia quel guardo che dir sembra:—Stolto!Sedur ti lasci?Tanto, oimè, bastavaA confondere il sire! Eccol a un trattoCon più severa maestà atteggiarsiVerso il captivo, e dir:—Riedi: a me il veroTutto paleserassi; e tu, innocente,Gloria n'avrai; prevaricato, morte.Torna Ebelino al carcere, e già scerneChe inevitata è per lui morte. Oh comeLenti di nuovo i dì, lente le nottiVolgon per lui! Quel sempre assomigliarsiD'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,Ed il perpetuo tenebrore—e i cibiImmondi e scarsi—e l'aspreggiante voceDi questo o quello sgherro—e il frequent'urloD'altri prigioni disperati, in cupeVicine volte seppelliti—e il suonoDe' ceppi loro, e quel de' propri—e il cantoOsceno del ladron che, bestemmiando,La forca aspetta—e i gemiti dell'egroForse non reo che sulla paglia spira—E il sollecito passo delle guardieChe dicono: «È spirato!»—e questo dettoChe l'echeggiante corridoio in guisaRipete orrenda—e il pianto d'un amicoChe, udendo il nome dell'estinto, gridaDal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»—E per dispregio di quel pianto il ghignoOd il sibilo infame di coloroChe trascinano il morto—e, con siffattaSerie d'inenarrabili vicendeDi castel, che i perenni affiguravaDell'abisso tormenti, il ricordarsiDe' dì sereni che svanìr, de' plausi,Delle liete speranze, e, più di tutto,De' dolci affetti—ah! quella è tale immensaCongerie di dolori e di spaventi,Che dissennar minaccia ogni più forteE sdegnoso intelletto! E se si ponnoDa intelletto simil serbar talvoltaContro all'empia fortuna altero scherno,O pensieri di pace e di perdono,E di fede nel cielo, ahi! pur quell'oraAmarissima vien che ineluttataMestizia il cor miseramente serra,E non v'è chi consoli! Ed altre pariA quell'ora succedono, e d'angosciaIn angoscia si cade! Ed un'ardenteSmania investe il cervello, ed impazzatoEsser si teme o brama! E il generosoPetto chiuder non puossi all'irrüentePiena dell'odio che in lui versan milleDella viltà degli uomini memorie!E feroce si resta, e di sè stessoS'inorridisce e sclamasi:—«Son io,Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»E chiedesi all'Eterno, e lungamenteChiedesi invan, d'amore una scintilla!Quelle angosce conobbe anco Ebelino,Ed allora invisibile al suo fiancoSàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad iraE a disperazïon trarlo potesse.Ed Ebelin pur resistea, e pensava,In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,Che sublimò i dolori, e fu ludibrioD'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,Che insensatezza all'occhio è de' felici,Insensatezza non pareagli, ed altaStoria pareagli che gli oppressi in tuttiLor martirii nobilita; e volgendoQuella storia ammiranda, a poco a pocoAmmansava gli sdegni e perdonava.Ma la parte del cor, che più dolenteSanguinava, era quella ove scolpiteStavan due care fronti. Una è la fronteDella madre decrepita che in pace,All'ombra degli altar, da parecchi anniViveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quellaDella madre d'Augusto. Ambe le anticheSerrava il chiostro istesso, e raramenteAlla reggia venìan; che ad AdelaideOdïosa la reggia erasi fattaPer l'imperar della superba nuora.—Qual sarà stato di mia madre, e qualeDell'onoranda Imperadrice il core,Allorchè udir la mia sventura? IniquoEsse, no, non mi tengono! Esse almeno,Mentre a tutti i mortali il nome mioIn abbominio fia; caro l'avranno!Così geme Ebelino. Un dì, ottenutoLa madre alfine ha di vederlo, e scendeAlla prigion del figlio. Oh inenarratiDi quel colloquio i sacri detti e i sacriAbbracciamenti! Oh qual pietà! Una madreChe riscattar col sangue suo non puoteDi sue viscere il frutto! ed il più amanteFiglio che di sua madre, ahimè! in secretoDeplorar dee la lunga vita!Il giornoChe dalla inconsolabil genitriceFu Ebelin visitato, oh da qual notteSeguito fu! L'espandersi de' cuoriNella sventura, è de' sollievi il sommo;Ma dopo tal sollievo, allor che mestoIl prigionier dalle pietose bracciaDi persona carissima è staccato,E solingo riman, quanto più duraGli è solitudin! Quanto più affannosoIl desiderio de' bei tempi in cuiFra gli amati vivea! Quanto più viva,Più lacerante la pietà ch'ei senteDi sè stesso e d'altrui!Me a tal doloreStranier non volle il Cielo, e in ripensarti,O decennio del carcere, infinitiStrazi ricordo, ma il più acerbo è forseQuand'io, abbracciato il genitor, partirsiDa me il vedea; quand'io, calde le labbra,Del bacio suo, dicea:—Questo è l'estremo!Non un decennio, ma più lune ancoraDurar gli allarmi d'Ebelino. Ei forseNelgiudizio di Diogli accusatoriSperava iniqui col possente acciaroDüellando atterrar. Chi d'EbelinoAvea la forza e la destrezza? E quantaForza o destrezza in düellar non donaSenso d'intemerata anima offesa!Ma taigiudiziIddio forse abborrendo,Non volle che sancito il reo costumePer Ebelin venisse; o del demonioOpra fu l'impedirlo. Il pestilenteAere del carcer nell'oppresso infondeMaligni influssi, ed eccolo abbattutoDa insanabili febbri. Il derelittoPur talvolta illudeasi, immaginandoChe alcun de' tanti, su cui sparsi aveaSuoi benefizi, or con repente mossaD'onore e gratitudin s'offerisseA combatter per esso:—attese indarno.Spunta il dì della morte, ed EbelinoVien tratto innanzi a' giudici; e GuelardoLa sentenza gli legge! Il condannatoUdì, chinò la fronte, e rese grazieTacitamente a Dio che al sacrificioTermine alfin ponesse; e bramò ancoraUna volta veder la genitrice.Venne l'antica, e insiem si consolaroCon nobil forza alterna, e con alterneReligïose cure. Ella ed un pioMinistro del Signor soli eran consciDell'innocenza d'Ebelin. VeloceScorre quel sacro tempo, e omai gl'istantiSovrastan del patibolo. UmilmenteProstrasi ancora innanzi al sacerdoteIl giusto cavalier; quindi si prostraAnzi alla madre, ed ella il benedice,E si dividon sorridendo, e in cieloRiabbracciarsi in breve speran.MovePer le vie tra i carnefici, agguagliatoAl più vil masnadiero, e contro a luiInsane urla di scherno alzan le turbe.Di quegl'inverecondi ultimi segniDell'odio altrui stupìa, ma per le turbeEgli pregava. Ed arrivato al palco,Con fermo passo ascese, e parlar volle;Ma sue parole non s'udir, sì orrendiVituperi sonavano. Ed alloraAccennò egli medesimo al percussore,E siede sullo scanno, e tosto il colloMise sul ceppo—e la mannaia cadde!L'angiol della calunnia, abbenchè indurreNon avesse potuto alla bestemmiaIl retto cavaliere, e or si rodesseInvido i pugni, l'alta anima a DioSalir veggendo—audacemente «Ho vinto!»Volea sclamar. Ma pria che la menzognaIntera uscisse dell'infame petto,Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardoSpirto ravvolser negli eterni abissi.Ov'è il Giuda novel?—Perchè perdutoDelle guance ha il vermiglio, e la baldanzaDella voce e del guardo?—E perchè al risoChe da Tëofania volto gli è spessoNon ride, e gli occhi abbassa, o spaventatoMira a destra e sinistra?—E perchè a sera,Se in luoghi oscuri passa, affretta il piedeA illuminata parte, e ansante giungeQuasi inseguito fosse?—E perchè cercaTalor per via i mendici, e su lor versaA piene mani l'oro, e di lor preciL'aiuto invoca, e inefficaci posciaDi quei le preci ei furibondo chiama?—E perchè ne' festini alcune volteCionca e sghignazza, e intrepido si vantaContro a tutte paure, e quando a lettoVa nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fidoServo chiede il cilicio e se lo cinge?Pentimento ei bramava, e scellerataL'alma era fredda, e a pentimento chiusa.Un dì, colui con altri sommi duciPassò a fianco d'Otton sovra la piazza,Ove ancor d'Ebelino ad alto paloVedeasi infisso il teschio. Il traditoreVolea finger letizia, e le pupilleMiseramente stralunava, e insiemeForte i denti batteangli. Ottone il guarda,E vacillar sovra l'arcione il vede,E a sostenerlo accorre.—Oh! che ti turba?Oh! che ti turba? Gli ripete.—È desso!Sclama Guelardo, il mio tradito amico!Chi dal giusto immolato mi sottragge?E prepotenza di rimorso invitta,Ma non pia, lo costringe. Ei malediceE terra e ciel, ma l'alto arcano svela.Folto drappello d'ottimati, e foltaMoltitudin di volgo al confessanteFa cerchio, e inorridisce a sue parole,Tutta imparando la esecrata istoria.Da tanti petti universal s'innalzaUn lamento:—Oh sventura! oh atroce colpa!Il caduto Ebelino era innocente!Ed Otton più che gli altri inconsolatoRaccapricciando grida:—Oh me infelice!Era innocente, e trarre a morte il feci!Il traditor nel suo sangue stramazza.Qual mano il colpo diè primier? Mal puoteFama saperlo. I più disser che rattoUn ferro in cor si configgesse il tristo,Altri che Otton percosselo. Il tumultoFerve con rabbia orrenda. In cento braniEcco lacero, pesto, annichilatoIl cadavere infame. E s'inchinaroD'Ebelino anzi il teschio e imperadoreEd ottimati e popolo, e nel tempioDato fu loco alla reliquia santa.Alto clamor di giubilo e di rabbiaRimbombò nell'inferno, al piombar quiviIl traditor, ma sol menonne festaL'abbietta e sciocca de' demonii plebe:Il lor superbo re, poste con iraSu Guelardo le luci e le calcagna,Urlò:—Che gloria alma sì vil mi reca!

Inno d'amore e di compianto al giusto,Al giusto denigrato! Ebelin, fidoCampion del magno Ottone e consigliero,Colui che al generoso ImperadoreVerità generose favellava,E i biasimati torti indi con mentePronta e amorevol correggea e sagace;Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,Spesso invece del sir ponea la destraAl timon dell'impero, e lo volgeaDel sir con tanta gloria e securanza,Che questi, anco in cimento arduo serrandoLe auguste ciglia al sonno, a lui dicea:«Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacroCener del magno Otton, d'Otton novelloFu parimente lunghi anni sostegnoDi giustizia nel calle, e guida e sprone;Sì che a nessun parea che dilettosoNe' poveri tuguri e nelle saleFervesse crocchio, ove lodato il nomeNon fosse d'Ebelin,—quell'EbelinoMorì esecrato, ed era giusto! AmoreE compianto agli oppressi!Un dì l'Eterno,Come a' giorni di Giobbe, al suo cospettoAvea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:—Onde vieni?E il maligno:—Ho circuitaDell'uom la terra, e non rinvenni un santo.Ed il Signore:—O di calunnie padre,Non vedestù l'amico mio Ebelino,Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondoTanta in prosperi dì serba innocenza?E l'angiol di menzogna ambe le labbraSi morse, e crollò il capo, e disdegnosoDisse:—Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'amaPerchè di beni è colmo. Il braccio or alza,Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.Ed il Signor:—Giorni di prova a' rettiForse non io so stabilir? Va; pongoEntro a tue mani dispietate or quantoAgli occhi della terra Ebelin porta,Fuorchè la vita.L'avversario alloraAvventossi precipite dal gremboDella nembosa nube, onde i mortaliAtterria lampeggiando; ed in un puntoFu su roccia dell'alpi. Ivi giganteSi soffermò, e da questo lato i campiDella lieta penisola mirando,E dall'altro le selve popoloseDe' boreali, l'una all'altra palmaBattè plaudendo al sovrastante luttoD'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!La più squisita voluttà del malePensò un momento qual si fosse, e al giustoFermò ignominia cagionar per mano...Di chi?—D'amico traditore! Il colpoPiù doloroso e a dementar più adattoChi molto amando irreprensibil visse!—Un Giuda voglio! Il dèmone ruggiaGiù dall'alpe scagliandosi e correndoPe' teutonici boschi, e visitandoCon infernal, veloce accorgimentoCittà e castella.Iva ei cercando l'uomo,In cui scernesse il dolce volto, e i dolciAtti, e l'irrequïeto occhio gelosoDel venditor di Cristo; e non volgareMente si fosse, ma gentil, ma caldaDi lodevoli brame, ed inscia quasiDi sè si pervertisse, e vaneggiasseD'amor per tutte le virtù, e seguirleTutte paresse, e infedel fosse a tutte.Tale, od un vero giusto esser doveaChi affascinasse d'Ebelino il core;E Sàtan nol trovava, e con dispregioMaledicea la lealtà nativaDe' figli del Trïon, popol rapaceNelle battaglie, e in sue pareti onesto.Ma quando già il crudel quasi dispera,Ecco s'incontra in uomo onde il sembianteTosto il colpisce; e fra sè dice:—«È desso!»Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.Quel benedetto dall'orribil genioEra un prode straniero, e fama taceDi qual progenie, e nome avea Guelardo.Sul suo destrier peregrinava, e ladriOr assaliva, degli oppressi a scampo,Or dispogliava ei stesso i passeggeri,Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglioPur quelli avrìa, se a povertà costrettoNon l'avesse un fratel, che del paternoRetaggio spossessollo.A che di boscoIn bosco errasse, ei non sapea. SperavaDal caso alte venture, e perchè tardeErano al suo desìo, volgea frequenteIl pensier di distruggersi; e più volteDall'altissime balze misuravaColl'occhio i precipizi, e mestamenteRideagli il core, e si sarìa slanciatoNelle cupe voragini, se voce,O aspetto di mortali, o speranze altreNon l'avesser ritratto.—O cavaliere,Salve.—Scòstati, scòstati, o romito;Oro non tengo.—Ed oro a te non chieggo;Ben d'acquistarne santa via t'accenno.Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sortiOcculta sapïenza ha rivelate:Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:Grazia agli occhi di lui, grazia otterraiA' clementi occhi del regnante istesso.Così Satan, e sparve.Incerto è quegliSe fu delirio o visïone. Al cieloVolge supplice il viso: in cor gl'irrompeDe' suoi misfatti alta vergogna; aspiraA cancellarli, e quindi in poi di tutteVirtù di cavaliere andare ornato.In quel fervor del pentimento, incontraUn mendico, e su lui getta il mantello,E sen compiace, e dice:—Uom non m'avanzaIn carità e giustizia.E Sàtan rise,E non veduto gli baciò la fronte.Alla real Bamberga andò Guelardo,Mosse alle auguste soglie, ad EbelinoSupplice presentossi, e pïamenteDa quella bella e grande alma si videAscoltato, compianto, e di non tardaAïta lieto. Un fascino infernaleSovra la fronte di Guelardo impostoHa del demone il bacio. Allo stranieroConglutinossi d'Ebelino il coreIn breve tempo; e nella reggia e in campoQuei Gionata parea, questi Davidde.Mirabile brillava ad ogni ciglioQuella forte amistà: Saran fremevaCh'ella durasse, e il volgersi degli anniAffrettar non potea. Nè ratto varcoSperabil era tra i pensieri onestiChe Guelardo nodriva e la sua infamia,Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolceNella virtù emularlo, e il desiderioScellerato di spegnerlo. Ma il tristoAngiol si confortava misurandoL'immortal suo avvenire. Appo sì lunghiSecoli, breve istante eran poch'anni.Ed intanto ci godeva, a quell'imagoChe tigre, sebben avida di sangue,Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzoTragge di quella contemplando i motiE l'amabil fidanza, ed assaporaPiù lentamente la decreta strage.Dopo tanto aspettar, s'appressa il giornoSospirato dall'invido. Al novelloOtton contrarie qua e là in ItaliaEran le menti di non pochi, e spemeVivea secreta ch'italo EbelinoSecretamente lor plaudesse. Il coreDi molti era per esso, e nelle arditeCongrèghe entro a' castelli, ed appo il volgoSusurravan, più splendido rinomoNon avervi del suo; null'uom più votiA suo pro riunir; doversi acciaroDittatorio offerirgli, o regio scettro.L'augusto sir dalla germana sedeContezza ebbe di fremiti e lamentiNell'alme de' Lombardi esasperate,Ed a sedarle con prudenza invìaEbelino e Guelardo.Alla venutaDi questi sommi giù dall'alpe, e al gridoChe fama addoppia de' lor alti pregi,E più de' pregi di colui, che sembraD'onnipotenza quasi insignorito,Ferve ognor più l'insana speme, e tuttaIn congressi pacifici prorompe,Ove i duo messi imperïali invanoSenno indiceano e obbedïenza.—O prodi!Così Ebelin risponde al temerarioDe' corrucciosi invito; io condottieroMai contr'Otton non moverò, chè avvintoGli son da conoscente animo e onore,E il portai fra mie braccia. E quando insiemeDel moribondo padre suo le coltriInondavam di pianto, il sacro vecchioNostre mani congiunse, e disse:—Un figlio,O Ebelino, ti lascio;—ed a te lascio,O figlio, un padre in Ebelino!—Ed eraIn tai detti spirato. Allora il figlioGettommi al collo ambe le braccia, e moltoPianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi,E il chiamai figlio. Ove pur reo di pattiViolati con voi fosse il mio sire,Biasmo sincer da mie labbra paterneAvriane, sì; retti n'avrìa consigli,Ma non odio, non guerra, non perfidia!—Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,Ov'è causa di popoli. Ed ignotaMal tu presumi essere a noi l'ingrataAlma d'Ottone anco ver te, che drittiTanti acquistasti a guiderdone e lode.Ombra a lui fa la tua virtù: onorartiFinge, ma stolta è finzione omaiOnd'ogni cor magnanimo s'adira.Possente sei, ma più non sei quel dessoChe ne' duo regni un dì tutto volvea.Tëofanìa il governa, e da BisanzioSul germanico seggio ov'ei l'assunseRecò le greche astuzie, e lo circondaDi greci consiglieri. Essi con leiVan macchinando contro te ogni giorno;Che se finor cadute anco non sonoLe podestà che a te largì il monarca,Della tua rinomanza egli è prodigio,E nel tiranno è di pudor reliquia.Bada a' perigli, a tua salvezza bada:D'Otton l'iniquità rotto ha i legamiD'ogni giusto con esso.Un de' maggioriCosì parlò fra gli adunati audaci.Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsaLa parola di sdegno e di sospettoCirca l'imperadrice e i cortegianiCh'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.Ma la candida e ferma alma del pioEbelin s'adirò. L'imperadriceE Otton con nobil gagliardìa difese,E de' Greci sorrise. Ei sì facondoFavellava, e amichevole e verace,Che i più irati l'udìan con reverenza:Con tenerezza quasi, ancor che invittiNel feroce astio e nell'ardente brama.Di Guelardo lo spirto a quel congressoFunestamente s'esaltò. Il dilettoEbelino ei vedea, nella commossaFantasia, re, suscitator di gloriaAd un popol redento. Il vedea belloGiganteggiare in immortali istorie,Com'un di que' supremi, onde la terraLunghi secoli è priva; e sè medesmoSocio vedea di quel supremo, e a luiSuccessor forse, e... Che non sogna audaceAmbizïon, se raggio ha di speranza?Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisseLe voci insieme intese, e commentolleColl'insistenza del favore; e aggiunseMaligno esame de' pensier, degli attiD'Ottone, e della Greca in trono assisa,E degli astuti amici ond'ella è cinta.Quasi certezza accolse i più irritantiDubbi e i minimi indizi di periglio,E gridò ingratitudine, e dirittoAlla rivolta. E a grado a grado questaEi necessaria osò chiamare, e il pioEbelin concitarvi. Lo interruppeFinalmente Ebelin; duplice telaCome già svolto aveva agli adunati,Svolse di novo al tentatore amico:Qua la turpezza del tradir, là i vaniSforzi a potenza e gloria, ove bruttataÈ nazïon da lunghi odii fraterni.Negli aneliti suoi s'ostinò il coreDi Guelardo in quel giorno, e seguì posciaA ridir con sofistica, inesaustaFacondia per più dì l'empie sue brame;Sì che non poche volte il generosoEbelino in resistergli, dal miteConsiderare e dai soavi dettiPassò a dogliosa maraviglia e sdegno.Turbossene colui, ma il turbamentoAscose e il disamore, e da quel tempoCrescente invidia in sen covò tremenda.Novi succedon fortunati eventi,Ch'ognuno attesta glorïosi al sennoDell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,Come negli anni primi, or della gloriaDel suo benefattor non va giocondo.Ei con geloso sospettante ciglioMira la sua grandezza, e superarlaVorria e non puote; e detestando, sognaDall'amico esser detestate; e pargli,Laddove pria si belle in EbelinoVirtù vedea, più non veder che scaltraIpocrisia. De' pervertiti è proprioNon credere a virtù; d'ogni più certoGeneroso atto dubitar motiviTurpi, ed asseverarli: in ogni etadeCosì abborriti fur dal mondo i santi.Da quello stato di rancor, di menteOgnor proclive a gettar fango ascosoSovra l'opre del giusto, è breve il passoAd assoluto di giustizia scherno.In Lamagna Guelardo ad altri uffiziDi grande onor da Ottone è richiamato,Mentre Ebelin nell'itale contradeResta moderator. L'ingrato amicoSospetta ch'Ebelino abbia con arteTal partenza promosso, a fin di trarsiUom dal cospetto che in secreto esècri.Del congedo gli amplessi ei rende a quello,Ma senza avvicendar come altre voltePalpiti dolci di desìo e di pena.Infinto ei crede ogni atto ed ogni accentoDel più sincero degli umani, e parteCoi fremiti dell'odio, e maturandoDi non avute offese alta vendetta.—Cieco tanto io sarò che vero estimiSuo rifiuto ai ribelli? Or che si vasteSon le congiure? Or che da lunghe e infausteGuerre è stanco l'impero? Or che d'illustreNome a capitanarla, e di null'altro,La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiataDalla superba, greca, invida nuoraÈ quell'antica d'Ebelin fautrice,La vantata Adelaide, che alle umìliOmbre de' chiostri dalla reggia mosse?Or che Tëofania palesementeLacci a lui tende e sua rovina agogna?Il menzogner di me diffida: i viliDiffidan sempre! Allontanarmi volleNon senza mira ostil: me di qui togliePer regnar sol, per non aver chi forseSua sapïenza e sue prodezze oscuri.All'amico ei rinuncia; ei nelle schiereDel suo tradito Imperador mi brama,Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'astaScaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,Che nè lo sdegno mio, nè la sagaciaNon teme, nè il valor! Perfido! io maiStato non fora a tua amicizia ingrato;Alla mia ingrato ardisci farti: trema!Valor non manca al vilipeso e sennoDa smascherar tua ipocrisia. LudibrioNe fur bastantemente il sire, i grandi,Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!Così nel suo vaneggiamento infameS'agita l'infelice, e non s'accorgeChe il re d'abisso più e più il possede;Così travolve le apparenze ogn'uomoChe a livor s'abbandoni:Ecco GuelardoGiunto ai reali di Bamberga ostelli;Eccolo assaporante i nuovi onori,Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,Sente l'amaro della propria bile.Più sovra il labbro di Guelardo il nome,Come già tempo, d'Ebelin non suona,O su quel labbro se talvolta suona,Laude non l'accompagna, e il favellanteImpallidisce, e torvamente abbassaLa pensosa pupilla irrequïeta,E la rïalza sfavillando; e ognunoScerne che di compressa ira sfavilla.Del mutamento avvedasi esultandoTëofania, s'avvedono i suoi fidi,E al convito di lei con gran decoroVisto sovente è quel Guelardo assiso,Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.Ordiscono essi alcuna trama insiemeContro al lontano giusto? o la perfidiaTutta covossi di Guelardo in petto?Un dì da quel convito esce il fellone,E quasi esterrefatto si presentaAgli occhi del monarca, e a lui si prostra,Ed esclama:—Ebelino è traditore!Le rivolte fomenta; alla coronaD'Italia aspira: sciolta è l'amistadeChe a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!E false carte adduce in prova, e adduceDi vili già ribelli, or prigionieri,Menzogne tai, che faccia avean di vero.Ed il monarca trabalzò, fu vintoDalle inique apparenze. Esitò ancora,Dubitar volle novamente; a novoEsame ripiegò la scrupolosaAfflitta anima sua; ma le apparenzeTrionfaron più orrende e più secure.Indi egli irato invìa turba di sgherriAll'italo paese, onde sia trattoCarico di catene il formidatoDuce a Bamberga.L'innocente duceStanza a que' giorni avea in Milan. PosavaUna notte, ed in sogno a lui s'affacciaLo stuol de' cari, in varia guerra estinti,Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre«Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altriCon affanno e singhiozzi ad una voceRipetean: «Fuggi, fuggi!»Ei si risveglia,E per quell'alme prega, e s'addormentaUn'altra volta. E in sogno ecco apparirgliIl magno Otton primiero ed Adelaide,Non cinta ancor di monacali bende,Ma il serto imperial sopra la fronte.Meste eran lor sembianze, ed a lui: «FuggiFuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!Ira per te sarìa mortal!»Si destaIl nobil duce, e per quell'alme prega,E s'addormenta un'altra volta. E vedeIl tempo antico e la città solenneOve sorge il Calvario, e là pur vedeDi Getsèmani l'orto, ed appressarsiUna frotta d'armati, e IscarïoteDare il bacio alla vittima!... Ed oh vista!Iscarïote era Guelardo!BalzaSpaventato destandosi Ebelino,E que' tre sogni avvertimento estimaDell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?Ma perchè? Fugge l'innocente mai?Pochi istanti anelò fra que' pensieriDi stupor, di tristezza, e piena d'armiFu ben tosto la soglia. Udì EbelinoChe dal suo Imperador venìan que' ferri,E il cenno di seguirli: ai manigoldiCesse con muto fremito la spada,E porse ai ceppi gli onorati pugni.Quasi ladro il trascinano, e MilanoE tutta Lombardia mira quel crolloSì inopinato. Il prigioniero obbrobriSoffre inauditi; e non sarìagli penaDagli sgherri soffrirli: itale vociLo irridon per la via, maledicentiAl passato suo lustro. E quale esclama:—Va, di rivolte eccitator maligno!Va, scellerata causa, onde su noiCesare versa il suo tremendo sdegno!—Qual:—Va, codardo degli Otton mancipio,Che d'Italia campion far ti negasti!Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!—Qual più schietto prorompe:—Erami noiaUdir chiamartiil giusto; alfin delittiPotrem di te sapere ed abborrirti!Quant'è lunga la via sino a' confiniDelle italiche valli, Ebelin tacqueDegli spregi sofferti. Allor che in cimaDell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzandoLe incatenate braccia,—Oh maledettaTroppo da' vizi tuoi, misera patria,Sclamò, non io ti maledico! Il cieloFigli ti dia che s'amino fra loro,Ed amin te com'io t'amava e t'amo,E più di me felici acquistin gloriaSenza espïarla con dolori e insulti!—Maledicila! gridagli all'orecchioUna voce infernal.—Ti benedicoL'ultima volta! ripres'egli.E pianseSiccome pio figliuol sulla ignominiaD'una madre infelice; e gli sovvenneQuanto già quella madre avea prefulsoIn virtù fra le genti, e a depravarlaQuante cagioni eran concorse! E grandeSu lei di Dio misericordia chiese;E dal dolce aer suo, dalle ridentiTutte illustri sue sponde, ei nè le amantiCiglia diveller, nè il pensier poteva!Satan che indarno occultamente spintoAvealo ad imprecar la patria terra,Urlò di rabbia le sue preci udendo;E di Lamagna per alture e pianiCorse con questo grido:—È alfin cadutoL'italo malïardo, il seduttoreDe' nostri augusti, il protettor di quantiDi Lombardia traeano ad impinguarsiSul germanico suol, genìa predaceOnde la tanta povertà cresciutaIn quest'anni da noi! Tutti EbelinoNostri tesori al lido suo recava,E colà un trono alzar voleasi, alloraChe ad atterrar le ribellanti spadeInetto fosse per miseria Ottone?—Ebelin mora! Universal rispostaFu del tedesco volgo. Ed obblïatoDa migliaia di cuori in un dì venneQuanto a lodarlo aveali invece astrettiLa sua mansüetudine, il modestoNon curar le ricchezze, il riversarleSulle infelici plebi, il non mostrarsi,Benchè pio verso gl'Itali, men pioVer gli stranieri. Quella dianzi notaSerie di virtù splendide cotanto,Un incantesimo vil parve ad un tratto,Una menzogna. Convenìa disdirla:Riconoscenza è grave pondo ai bassi.Esultan se pretesto a lor si porgaDi rigettarla, e attaccaticci morbiSon odio, ingratitudine e calunnia.Conscio de' benefizi innumeratiCh'egli avea sparso, avea creduto ognoraL'irreprensibil cavalier che stretti,A lui fosser d'amor cuori infiniti.Le ripetute indegne contumelieLo sorpreser, ma tacque; e sovra tantaPravità de' mortali meditando,Arrossì d'esser uomo, e innanzi a DioUmilïossi. E vanamente ancoraStette Satan mirandolo e aspettandoIl desìo di vendetta e le bestemmie.Chiama l'Onnipossente al suo cospettoTutti i ministri spirti, e a Satan dice:—Onde vieni?E il maligno:—Ho circüitaDell'uom la terra, e non rinvenni un santo.Ed il Signore:—O di calunnie padre,Non vedestù l'amico mio Ebelino,Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,Tanta nel suo dolor serba innocenza?E l'angiol di menzogna ambe le labbraSi morse, e disse:—Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,Perchè, in tuo amor fidando, ei palesataIn breve spera sua innocenza. Il braccioEstendi, e più percuotilo, e vedraiSe non t'impreca.Ed il Signor:—Non forseGiorni di prova assegno a' retti? Vanne:Ebelino è in tua mano; anco sua vita,Anco la fama sua, perchè maggioreTorni suo vanto e tua immortal vergogna.L'avversario precipite avventossiDal grembo della nube, onde i mortaliAtterrìa lampeggiando, ed in un puntoFu su roccia dell'alpi. Ivi giganteSi soffermò, e da questo lato i campiDella lieta penisola mirando,E dall'altro le selve popoloseDe' boreali, l'una e l'altra palmaBattè plaudendo al sovrastante luttoD'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!Di là scagliossi alla città del tronoE de' cento felici incliti alberghi,E delle orrende mura ove trascinaSua catena Ebelin. Desta il demonioNe' giudici, che Ottone a indagin chiamaDell'alta causa, aneliti vigliacchi.Temon, se reo non trovan l'accusato,L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'iraDi quel Guelardo che per essi or regna;E dove il trovin reo, speran più pinguiGli onorati salarii, e maggior lustro.Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenzaGuelardo stesso!Oh come il core all'empioNondimen trema, udendo che s'appressaL'irreprensibil catenato! E questiEntra con umil, sì, ma non prostratoAnimo, e reca sulla smorta fronteQuell'alterezza ch'a innocenza spetta.Cela Guelardo il suo tremore, e prendeCosì ad interrogar:—Qual è il tuo nome,O sciagurato reo?—Sono EbelinoDa Villanova, amico tuo.—RigettoL'amistà d'un fello: giudice seggo.Che macchinasti co' Lombardi?In visoL'accusato guardollo, e non rispose.E Guelardo:—A lor trame eri secretoEccitator; t'offrìan lo scettro, e prontaStava tua destra ad accettarlo in giornoCh'ansio esitavi a stabilire, in giornoChe, la mercè di Dio, non è spuntato.V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidiaAl tribunale attesta.E poichè mutoSerbavasi Ebelin, vengon a un cennoQue' testimoni nella sala addotti.Eran duo di que' truci esclamatoriDi libertà, di civiche vendette,Di patrio amor, che ne' consessi audaciDella rivolta più fervean, più schernoScagliavan sui dubbianti e sovra i miti,E più capaci d'affrontar qualunqueParean supplizio, anzi che mai parolaDi codardia pel proprio scampo sciorre.Questi eroi da macelli, questi atrociOstentatori d'invicibil rabbia,Come fur tolti a lor gioconde cene,E gravato di ferri ebbero il pugno,E il patibolo vider,—tremebondiQuasi cinèdi, le arroganti gridaVolsero in turpi lagrime e in più turpiEsibimenti di riscatto infame,Altre teste al carnefice segnando.Ad Ebelino in riveder coloroIsfuggì un atto di stupor:—Voi dunque?Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a drittoIo sempre le feroci alme ho spregiato,E ben diceami il cor quali voi foste!Ed appunto perchè troppe vid'ioAlme siffatte là nelle congrègheOve il mio plauso si cercava indarno,E pochi vidi eccelsi petti, avversiAd insolenza e a stragi, io mestamentePresentii di mia patria obbrobri e pianto,S'ella sorda restava a' preghi miei,E alle minacce mie, quando insensataIo vostr'impresa nominava e iniqua.I testimoni balbettaro, e fisiGli occhi loro in Guelardo, il concertatoCalunnïar sostennero. EbelinoPiù non degnolli di risposta, e chieseD'esser condotto anzi ad Ottone a cuiParlar volea.Respinge inutilmenteGuelardo quest'inchiesta, e così forteLa ripete Ebelin, ch'un de' sedutiA giudicarlo generoso alzossi,Sclamando:—La tua brama, o il più infeliceFra gli accusati, porteranno al tronoLe labbra mie.Null'uom potè di quellaAnima schietta rattenere i passi:Move all'Imperador, franco gli parla,E il pio monarca inducesi al colloquio.Mentre dunque l'afflitto incoronatoNelle regali, splendide paretiAspettava che a lui tratto venisseIl già caro Ebelin, nella memoriaGli ritornavan gli alti e numerosiServigi di quel prode, e l'amiciziaChe al magno Otton, suo padre, avealo stretto;E commoveasi ripensando quanteVolte quell'Ebelin con tenerezzaLui prence fanciulletto infra le bracciaPortato avea, quante paterne curePrese per lui, quanti affrontati in guerraPer sua difesa ardui perigli,—e il coreGli si volgea a clemenza.Ode sonantiNelle vicine sale i trascinatiFerri del prigioniero, e gli si gelaDi pietà il sangue. E quand'entrare il vedePallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,E magnanimo pianto a stento cela.Ebelin pur commosso era, calcandoCon vincolato piede oggi i tappeti,Che tante volte avea con dominantePasso calcati, e intorno a sè veggendoTanti, che in altro tempo a lui dinanziS'inchinavan temendo, ovver feliciAndavan s'egli a lor stringea la destra,E ch'or s'atteggian contegnosi, e qualiA sterile pietà, quali ad insulto.Giunto Ebelino alla presenza augusta,Piegasi reverente, e aspetta il cenno:—Favella, sciagurato: uom con più caldoFervor non brama tue discolpe.—Sire,La mia innocenza esser dovriati scrittaNe' lunghi intemerati anni ch'io vissiDi tua casa al servizio e dell'onore.In inganno te volto han miei nemici,E me calunnia opprime.—A tue paroleAggiungi prova, e riputato il sommoDe' tuoi servigi questo fia da Ottone.—Se a te prova non son gli atti che opraiAlla luce del sol, l'abborrimentoSperimentato mio contra ogni fraude,Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nullaA te non dicon queste mie sembianzeImperturbate in così ria sventura,Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;Anzi alle leggi mia supposta colpaÈ attestata abbastanza. Altro non possoSe non gli estremi del mio zelo sforziIn quest'istante consecrarti, o sire,Tai verità parlandoti, che forsePiù non udresti, se da me non le odi.—T'ascolto, disse il rege.Ed EbelinoLa propria causa obblïar parve, e diessiA svolgere di stato alti consigli,I bisogni quai fossero additandoDelle schiere, del popol, dell'altare,De' tribunali, e della reggia stessa:Quali i provvedimenti unici, rottiEd efficaci ad impedir l'ebbrezzaDelle rivolte, a raffermar lo impero:Quali de' prischi imperadori, e qualiDel magno Otton le più laudabili opre,E quai le insane; e come arduo ognor siaSeguir le prime e non errare; e comeGli egregi prenci a errar tragge talvoltaAdulante caterva. Accennò alcuniDel sir lusingatori, accennò il vileCangiarsi di Guelardo: e brevi furoSu lor suoi detti, e non degnò que' nomiD'anime basse proferir neppure.Ma que' rapidi detti eran gagliardi,Siccome piglio di paterno braccio,Che sovra l'orlo d'un dirupo afferraPerigliante figliuolo.Otton si scuote.Da verità sì energiche, da sennoSì giusto e luminoso ed esaltanteNon era stato mai colpito. In altriColloqui a' dì felici il buon ministroParlava il ver, ma forse in più graditaGuisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.Ora è il parlar solenne, il grido urgenteD'uom, che vicino a morte anco un tributoDi fedeltà solve al monarca e al dritto,Tutto dicendo che giovar del pariSembrigli al trono e alle regnate genti.Alla beltà del vero e del coraggio,E di quel dignitoso intenerirsiChe da alterezza vien compresso, e pureNella voce si sente e ne' benigniSguardi si vede, unìasi in EbelinoDa natura sortita un'armonìaDi nobili sembianze e di contegno,Talchè valor più prepotente davaA sua favella, ed escludea il suppostoD'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,E facea forza a Otton. Perocchè OttoneStranier non era a simpatia per cuoriDi grandissima tempra. E fu vicinoA cedere, a gettare ambe le bracciaDel prigioniero al collo, al gridar:—FalsaTengo ogni accusa contro al mio fedele!Ma Sàtan vide quell'istante, e spinseTëofania d'Augusto in cerca.BellaEra la greca donna e di vivaciGrazie adorna, e scaltrissima e pungenteNe' suoi sarcasmi, ed irridea talvoltaLa bonaria alemanna indol con mottiQuasi di spregio; e di quei motti spessoArrossia Ottone. E perocch'egli amava,L'affascinante sposa, ambìa piacerleE far pompa d'accorta alma inconcussa,E a tal cagion solea de' generosiSensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.Salutata dall'armi, il passo inoltraFra le colonne di que' regii lochiLa incoronata, e stabilisce e fremeIn vedere Ebelino; e sovra OttoneLancia quel guardo che dir sembra:—Stolto!Sedur ti lasci?Tanto, oimè, bastavaA confondere il sire! Eccol a un trattoCon più severa maestà atteggiarsiVerso il captivo, e dir:—Riedi: a me il veroTutto paleserassi; e tu, innocente,Gloria n'avrai; prevaricato, morte.Torna Ebelino al carcere, e già scerneChe inevitata è per lui morte. Oh comeLenti di nuovo i dì, lente le nottiVolgon per lui! Quel sempre assomigliarsiD'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,Ed il perpetuo tenebrore—e i cibiImmondi e scarsi—e l'aspreggiante voceDi questo o quello sgherro—e il frequent'urloD'altri prigioni disperati, in cupeVicine volte seppelliti—e il suonoDe' ceppi loro, e quel de' propri—e il cantoOsceno del ladron che, bestemmiando,La forca aspetta—e i gemiti dell'egroForse non reo che sulla paglia spira—E il sollecito passo delle guardieChe dicono: «È spirato!»—e questo dettoChe l'echeggiante corridoio in guisaRipete orrenda—e il pianto d'un amicoChe, udendo il nome dell'estinto, gridaDal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»—E per dispregio di quel pianto il ghignoOd il sibilo infame di coloroChe trascinano il morto—e, con siffattaSerie d'inenarrabili vicendeDi castel, che i perenni affiguravaDell'abisso tormenti, il ricordarsiDe' dì sereni che svanìr, de' plausi,Delle liete speranze, e, più di tutto,De' dolci affetti—ah! quella è tale immensaCongerie di dolori e di spaventi,Che dissennar minaccia ogni più forteE sdegnoso intelletto! E se si ponnoDa intelletto simil serbar talvoltaContro all'empia fortuna altero scherno,O pensieri di pace e di perdono,E di fede nel cielo, ahi! pur quell'oraAmarissima vien che ineluttataMestizia il cor miseramente serra,E non v'è chi consoli! Ed altre pariA quell'ora succedono, e d'angosciaIn angoscia si cade! Ed un'ardenteSmania investe il cervello, ed impazzatoEsser si teme o brama! E il generosoPetto chiuder non puossi all'irrüentePiena dell'odio che in lui versan milleDella viltà degli uomini memorie!E feroce si resta, e di sè stessoS'inorridisce e sclamasi:—«Son io,Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»E chiedesi all'Eterno, e lungamenteChiedesi invan, d'amore una scintilla!Quelle angosce conobbe anco Ebelino,Ed allora invisibile al suo fiancoSàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad iraE a disperazïon trarlo potesse.Ed Ebelin pur resistea, e pensava,In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,Che sublimò i dolori, e fu ludibrioD'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,Che insensatezza all'occhio è de' felici,Insensatezza non pareagli, ed altaStoria pareagli che gli oppressi in tuttiLor martirii nobilita; e volgendoQuella storia ammiranda, a poco a pocoAmmansava gli sdegni e perdonava.Ma la parte del cor, che più dolenteSanguinava, era quella ove scolpiteStavan due care fronti. Una è la fronteDella madre decrepita che in pace,All'ombra degli altar, da parecchi anniViveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quellaDella madre d'Augusto. Ambe le anticheSerrava il chiostro istesso, e raramenteAlla reggia venìan; che ad AdelaideOdïosa la reggia erasi fattaPer l'imperar della superba nuora.—Qual sarà stato di mia madre, e qualeDell'onoranda Imperadrice il core,Allorchè udir la mia sventura? IniquoEsse, no, non mi tengono! Esse almeno,Mentre a tutti i mortali il nome mioIn abbominio fia; caro l'avranno!Così geme Ebelino. Un dì, ottenutoLa madre alfine ha di vederlo, e scendeAlla prigion del figlio. Oh inenarratiDi quel colloquio i sacri detti e i sacriAbbracciamenti! Oh qual pietà! Una madreChe riscattar col sangue suo non puoteDi sue viscere il frutto! ed il più amanteFiglio che di sua madre, ahimè! in secretoDeplorar dee la lunga vita!Il giornoChe dalla inconsolabil genitriceFu Ebelin visitato, oh da qual notteSeguito fu! L'espandersi de' cuoriNella sventura, è de' sollievi il sommo;Ma dopo tal sollievo, allor che mestoIl prigionier dalle pietose bracciaDi persona carissima è staccato,E solingo riman, quanto più duraGli è solitudin! Quanto più affannosoIl desiderio de' bei tempi in cuiFra gli amati vivea! Quanto più viva,Più lacerante la pietà ch'ei senteDi sè stesso e d'altrui!Me a tal doloreStranier non volle il Cielo, e in ripensarti,O decennio del carcere, infinitiStrazi ricordo, ma il più acerbo è forseQuand'io, abbracciato il genitor, partirsiDa me il vedea; quand'io, calde le labbra,Del bacio suo, dicea:—Questo è l'estremo!Non un decennio, ma più lune ancoraDurar gli allarmi d'Ebelino. Ei forseNelgiudizio di Diogli accusatoriSperava iniqui col possente acciaroDüellando atterrar. Chi d'EbelinoAvea la forza e la destrezza? E quantaForza o destrezza in düellar non donaSenso d'intemerata anima offesa!Ma taigiudiziIddio forse abborrendo,Non volle che sancito il reo costumePer Ebelin venisse; o del demonioOpra fu l'impedirlo. Il pestilenteAere del carcer nell'oppresso infondeMaligni influssi, ed eccolo abbattutoDa insanabili febbri. Il derelittoPur talvolta illudeasi, immaginandoChe alcun de' tanti, su cui sparsi aveaSuoi benefizi, or con repente mossaD'onore e gratitudin s'offerisseA combatter per esso:—attese indarno.Spunta il dì della morte, ed EbelinoVien tratto innanzi a' giudici; e GuelardoLa sentenza gli legge! Il condannatoUdì, chinò la fronte, e rese grazieTacitamente a Dio che al sacrificioTermine alfin ponesse; e bramò ancoraUna volta veder la genitrice.Venne l'antica, e insiem si consolaroCon nobil forza alterna, e con alterneReligïose cure. Ella ed un pioMinistro del Signor soli eran consciDell'innocenza d'Ebelin. VeloceScorre quel sacro tempo, e omai gl'istantiSovrastan del patibolo. UmilmenteProstrasi ancora innanzi al sacerdoteIl giusto cavalier; quindi si prostraAnzi alla madre, ed ella il benedice,E si dividon sorridendo, e in cieloRiabbracciarsi in breve speran.MovePer le vie tra i carnefici, agguagliatoAl più vil masnadiero, e contro a luiInsane urla di scherno alzan le turbe.Di quegl'inverecondi ultimi segniDell'odio altrui stupìa, ma per le turbeEgli pregava. Ed arrivato al palco,Con fermo passo ascese, e parlar volle;Ma sue parole non s'udir, sì orrendiVituperi sonavano. Ed alloraAccennò egli medesimo al percussore,E siede sullo scanno, e tosto il colloMise sul ceppo—e la mannaia cadde!L'angiol della calunnia, abbenchè indurreNon avesse potuto alla bestemmiaIl retto cavaliere, e or si rodesseInvido i pugni, l'alta anima a DioSalir veggendo—audacemente «Ho vinto!»Volea sclamar. Ma pria che la menzognaIntera uscisse dell'infame petto,Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardoSpirto ravvolser negli eterni abissi.Ov'è il Giuda novel?—Perchè perdutoDelle guance ha il vermiglio, e la baldanzaDella voce e del guardo?—E perchè al risoChe da Tëofania volto gli è spessoNon ride, e gli occhi abbassa, o spaventatoMira a destra e sinistra?—E perchè a sera,Se in luoghi oscuri passa, affretta il piedeA illuminata parte, e ansante giungeQuasi inseguito fosse?—E perchè cercaTalor per via i mendici, e su lor versaA piene mani l'oro, e di lor preciL'aiuto invoca, e inefficaci posciaDi quei le preci ei furibondo chiama?—E perchè ne' festini alcune volteCionca e sghignazza, e intrepido si vantaContro a tutte paure, e quando a lettoVa nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fidoServo chiede il cilicio e se lo cinge?Pentimento ei bramava, e scellerataL'alma era fredda, e a pentimento chiusa.Un dì, colui con altri sommi duciPassò a fianco d'Otton sovra la piazza,Ove ancor d'Ebelino ad alto paloVedeasi infisso il teschio. Il traditoreVolea finger letizia, e le pupilleMiseramente stralunava, e insiemeForte i denti batteangli. Ottone il guarda,E vacillar sovra l'arcione il vede,E a sostenerlo accorre.—Oh! che ti turba?Oh! che ti turba? Gli ripete.—È desso!Sclama Guelardo, il mio tradito amico!Chi dal giusto immolato mi sottragge?E prepotenza di rimorso invitta,Ma non pia, lo costringe. Ei malediceE terra e ciel, ma l'alto arcano svela.Folto drappello d'ottimati, e foltaMoltitudin di volgo al confessanteFa cerchio, e inorridisce a sue parole,Tutta imparando la esecrata istoria.Da tanti petti universal s'innalzaUn lamento:—Oh sventura! oh atroce colpa!Il caduto Ebelino era innocente!Ed Otton più che gli altri inconsolatoRaccapricciando grida:—Oh me infelice!Era innocente, e trarre a morte il feci!Il traditor nel suo sangue stramazza.Qual mano il colpo diè primier? Mal puoteFama saperlo. I più disser che rattoUn ferro in cor si configgesse il tristo,Altri che Otton percosselo. Il tumultoFerve con rabbia orrenda. In cento braniEcco lacero, pesto, annichilatoIl cadavere infame. E s'inchinaroD'Ebelino anzi il teschio e imperadoreEd ottimati e popolo, e nel tempioDato fu loco alla reliquia santa.Alto clamor di giubilo e di rabbiaRimbombò nell'inferno, al piombar quiviIl traditor, ma sol menonne festaL'abbietta e sciocca de' demonii plebe:Il lor superbo re, poste con iraSu Guelardo le luci e le calcagna,Urlò:—Che gloria alma sì vil mi reca!

Inno d'amore e di compianto al giusto,

Al giusto denigrato! Ebelin, fido

Campion del magno Ottone e consigliero,

Colui che al generoso Imperadore

Verità generose favellava,

E i biasimati torti indi con mente

Pronta e amorevol correggea e sagace;

Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,

Spesso invece del sir ponea la destra

Al timon dell'impero, e lo volgea

Del sir con tanta gloria e securanza,

Che questi, anco in cimento arduo serrando

Le auguste ciglia al sonno, a lui dicea:

«Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»

Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacro

Cener del magno Otton, d'Otton novello

Fu parimente lunghi anni sostegno

Di giustizia nel calle, e guida e sprone;

Sì che a nessun parea che dilettoso

Ne' poveri tuguri e nelle sale

Fervesse crocchio, ove lodato il nome

Non fosse d'Ebelin,—quell'Ebelino

Morì esecrato, ed era giusto! Amore

E compianto agli oppressi!

Un dì l'Eterno,

Come a' giorni di Giobbe, al suo cospetto

Avea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:

—Onde vieni?

E il maligno:—Ho circuita

Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.

Ed il Signore:—O di calunnie padre,

Non vedestù l'amico mio Ebelino,

Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo

Tanta in prosperi dì serba innocenza?

E l'angiol di menzogna ambe le labbra

Si morse, e crollò il capo, e disdegnoso

Disse:—Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'ama

Perchè di beni è colmo. Il braccio or alza,

Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.

Ed il Signor:—Giorni di prova a' retti

Forse non io so stabilir? Va; pongo

Entro a tue mani dispietate or quanto

Agli occhi della terra Ebelin porta,

Fuorchè la vita.

L'avversario allora

Avventossi precipite dal grembo

Della nembosa nube, onde i mortali

Atterria lampeggiando; ed in un punto

Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante

Si soffermò, e da questo lato i campi

Della lieta penisola mirando,

E dall'altro le selve popolose

De' boreali, l'una all'altra palma

Battè plaudendo al sovrastante lutto

D'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!

La più squisita voluttà del male

Pensò un momento qual si fosse, e al giusto

Fermò ignominia cagionar per mano...

Di chi?—D'amico traditore! Il colpo

Più doloroso e a dementar più adatto

Chi molto amando irreprensibil visse!

—Un Giuda voglio! Il dèmone ruggia

Giù dall'alpe scagliandosi e correndo

Pe' teutonici boschi, e visitando

Con infernal, veloce accorgimento

Città e castella.

Iva ei cercando l'uomo,

In cui scernesse il dolce volto, e i dolci

Atti, e l'irrequïeto occhio geloso

Del venditor di Cristo; e non volgare

Mente si fosse, ma gentil, ma calda

Di lodevoli brame, ed inscia quasi

Di sè si pervertisse, e vaneggiasse

D'amor per tutte le virtù, e seguirle

Tutte paresse, e infedel fosse a tutte.

Tale, od un vero giusto esser dovea

Chi affascinasse d'Ebelino il core;

E Sàtan nol trovava, e con dispregio

Maledicea la lealtà nativa

De' figli del Trïon, popol rapace

Nelle battaglie, e in sue pareti onesto.

Ma quando già il crudel quasi dispera,

Ecco s'incontra in uomo onde il sembiante

Tosto il colpisce; e fra sè dice:—«È desso!»

Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.

Quel benedetto dall'orribil genio

Era un prode straniero, e fama tace

Di qual progenie, e nome avea Guelardo.

Sul suo destrier peregrinava, e ladri

Or assaliva, degli oppressi a scampo,

Or dispogliava ei stesso i passeggeri,

Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglio

Pur quelli avrìa, se a povertà costretto

Non l'avesse un fratel, che del paterno

Retaggio spossessollo.

A che di bosco

In bosco errasse, ei non sapea. Sperava

Dal caso alte venture, e perchè tarde

Erano al suo desìo, volgea frequente

Il pensier di distruggersi; e più volte

Dall'altissime balze misurava

Coll'occhio i precipizi, e mestamente

Rideagli il core, e si sarìa slanciato

Nelle cupe voragini, se voce,

O aspetto di mortali, o speranze altre

Non l'avesser ritratto.

—O cavaliere,

Salve.

—Scòstati, scòstati, o romito;

Oro non tengo.

—Ed oro a te non chieggo;

Ben d'acquistarne santa via t'accenno.

Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,

Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sorti

Occulta sapïenza ha rivelate:

Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:

Grazia agli occhi di lui, grazia otterrai

A' clementi occhi del regnante istesso.

Così Satan, e sparve.

Incerto è quegli

Se fu delirio o visïone. Al cielo

Volge supplice il viso: in cor gl'irrompe

De' suoi misfatti alta vergogna; aspira

A cancellarli, e quindi in poi di tutte

Virtù di cavaliere andare ornato.

In quel fervor del pentimento, incontra

Un mendico, e su lui getta il mantello,

E sen compiace, e dice:—Uom non m'avanza

In carità e giustizia.

E Sàtan rise,

E non veduto gli baciò la fronte.

Alla real Bamberga andò Guelardo,

Mosse alle auguste soglie, ad Ebelino

Supplice presentossi, e pïamente

Da quella bella e grande alma si vide

Ascoltato, compianto, e di non tarda

Aïta lieto. Un fascino infernale

Sovra la fronte di Guelardo imposto

Ha del demone il bacio. Allo straniero

Conglutinossi d'Ebelino il core

In breve tempo; e nella reggia e in campo

Quei Gionata parea, questi Davidde.

Mirabile brillava ad ogni ciglio

Quella forte amistà: Saran fremeva

Ch'ella durasse, e il volgersi degli anni

Affrettar non potea. Nè ratto varco

Sperabil era tra i pensieri onesti

Che Guelardo nodriva e la sua infamia,

Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolce

Nella virtù emularlo, e il desiderio

Scellerato di spegnerlo. Ma il tristo

Angiol si confortava misurando

L'immortal suo avvenire. Appo sì lunghi

Secoli, breve istante eran poch'anni.

Ed intanto ci godeva, a quell'imago

Che tigre, sebben avida di sangue,

Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzo

Tragge di quella contemplando i moti

E l'amabil fidanza, ed assapora

Più lentamente la decreta strage.

Dopo tanto aspettar, s'appressa il giorno

Sospirato dall'invido. Al novello

Otton contrarie qua e là in Italia

Eran le menti di non pochi, e speme

Vivea secreta ch'italo Ebelino

Secretamente lor plaudesse. Il core

Di molti era per esso, e nelle ardite

Congrèghe entro a' castelli, ed appo il volgo

Susurravan, più splendido rinomo

Non avervi del suo; null'uom più voti

A suo pro riunir; doversi acciaro

Dittatorio offerirgli, o regio scettro.

L'augusto sir dalla germana sede

Contezza ebbe di fremiti e lamenti

Nell'alme de' Lombardi esasperate,

Ed a sedarle con prudenza invìa

Ebelino e Guelardo.

Alla venuta

Di questi sommi giù dall'alpe, e al grido

Che fama addoppia de' lor alti pregi,

E più de' pregi di colui, che sembra

D'onnipotenza quasi insignorito,

Ferve ognor più l'insana speme, e tutta

In congressi pacifici prorompe,

Ove i duo messi imperïali invano

Senno indiceano e obbedïenza.

—O prodi!

Così Ebelin risponde al temerario

De' corrucciosi invito; io condottiero

Mai contr'Otton non moverò, chè avvinto

Gli son da conoscente animo e onore,

E il portai fra mie braccia. E quando insieme

Del moribondo padre suo le coltri

Inondavam di pianto, il sacro vecchio

Nostre mani congiunse, e disse:—Un figlio,

O Ebelino, ti lascio;—ed a te lascio,

O figlio, un padre in Ebelino!—Ed era

In tai detti spirato. Allora il figlio

Gettommi al collo ambe le braccia, e molto

Pianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi,

E il chiamai figlio. Ove pur reo di patti

Violati con voi fosse il mio sire,

Biasmo sincer da mie labbra paterne

Avriane, sì; retti n'avrìa consigli,

Ma non odio, non guerra, non perfidia!

—Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,

Ov'è causa di popoli. Ed ignota

Mal tu presumi essere a noi l'ingrata

Alma d'Ottone anco ver te, che dritti

Tanti acquistasti a guiderdone e lode.

Ombra a lui fa la tua virtù: onorarti

Finge, ma stolta è finzione omai

Ond'ogni cor magnanimo s'adira.

Possente sei, ma più non sei quel desso

Che ne' duo regni un dì tutto volvea.

Tëofanìa il governa, e da Bisanzio

Sul germanico seggio ov'ei l'assunse

Recò le greche astuzie, e lo circonda

Di greci consiglieri. Essi con lei

Van macchinando contro te ogni giorno;

Che se finor cadute anco non sono

Le podestà che a te largì il monarca,

Della tua rinomanza egli è prodigio,

E nel tiranno è di pudor reliquia.

Bada a' perigli, a tua salvezza bada:

D'Otton l'iniquità rotto ha i legami

D'ogni giusto con esso.

Un de' maggiori

Così parlò fra gli adunati audaci.

Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsa

La parola di sdegno e di sospetto

Circa l'imperadrice e i cortegiani

Ch'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.

Ma la candida e ferma alma del pio

Ebelin s'adirò. L'imperadrice

E Otton con nobil gagliardìa difese,

E de' Greci sorrise. Ei sì facondo

Favellava, e amichevole e verace,

Che i più irati l'udìan con reverenza:

Con tenerezza quasi, ancor che invitti

Nel feroce astio e nell'ardente brama.

Di Guelardo lo spirto a quel congresso

Funestamente s'esaltò. Il diletto

Ebelino ei vedea, nella commossa

Fantasia, re, suscitator di gloria

Ad un popol redento. Il vedea bello

Giganteggiare in immortali istorie,

Com'un di que' supremi, onde la terra

Lunghi secoli è priva; e sè medesmo

Socio vedea di quel supremo, e a lui

Successor forse, e... Che non sogna audace

Ambizïon, se raggio ha di speranza?

Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisse

Le voci insieme intese, e commentolle

Coll'insistenza del favore; e aggiunse

Maligno esame de' pensier, degli atti

D'Ottone, e della Greca in trono assisa,

E degli astuti amici ond'ella è cinta.

Quasi certezza accolse i più irritanti

Dubbi e i minimi indizi di periglio,

E gridò ingratitudine, e diritto

Alla rivolta. E a grado a grado questa

Ei necessaria osò chiamare, e il pio

Ebelin concitarvi. Lo interruppe

Finalmente Ebelin; duplice tela

Come già svolto aveva agli adunati,

Svolse di novo al tentatore amico:

Qua la turpezza del tradir, là i vani

Sforzi a potenza e gloria, ove bruttata

È nazïon da lunghi odii fraterni.

Negli aneliti suoi s'ostinò il core

Di Guelardo in quel giorno, e seguì poscia

A ridir con sofistica, inesausta

Facondia per più dì l'empie sue brame;

Sì che non poche volte il generoso

Ebelino in resistergli, dal mite

Considerare e dai soavi detti

Passò a dogliosa maraviglia e sdegno.

Turbossene colui, ma il turbamento

Ascose e il disamore, e da quel tempo

Crescente invidia in sen covò tremenda.

Novi succedon fortunati eventi,

Ch'ognuno attesta glorïosi al senno

Dell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,

Come negli anni primi, or della gloria

Del suo benefattor non va giocondo.

Ei con geloso sospettante ciglio

Mira la sua grandezza, e superarla

Vorria e non puote; e detestando, sogna

Dall'amico esser detestate; e pargli,

Laddove pria si belle in Ebelino

Virtù vedea, più non veder che scaltra

Ipocrisia. De' pervertiti è proprio

Non credere a virtù; d'ogni più certo

Generoso atto dubitar motivi

Turpi, ed asseverarli: in ogni etade

Così abborriti fur dal mondo i santi.

Da quello stato di rancor, di mente

Ognor proclive a gettar fango ascoso

Sovra l'opre del giusto, è breve il passo

Ad assoluto di giustizia scherno.

In Lamagna Guelardo ad altri uffizi

Di grande onor da Ottone è richiamato,

Mentre Ebelin nell'itale contrade

Resta moderator. L'ingrato amico

Sospetta ch'Ebelino abbia con arte

Tal partenza promosso, a fin di trarsi

Uom dal cospetto che in secreto esècri.

Del congedo gli amplessi ei rende a quello,

Ma senza avvicendar come altre volte

Palpiti dolci di desìo e di pena.

Infinto ei crede ogni atto ed ogni accento

Del più sincero degli umani, e parte

Coi fremiti dell'odio, e maturando

Di non avute offese alta vendetta.

—Cieco tanto io sarò che vero estimi

Suo rifiuto ai ribelli? Or che si vaste

Son le congiure? Or che da lunghe e infauste

Guerre è stanco l'impero? Or che d'illustre

Nome a capitanarla, e di null'altro,

La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiata

Dalla superba, greca, invida nuora

È quell'antica d'Ebelin fautrice,

La vantata Adelaide, che alle umìli

Ombre de' chiostri dalla reggia mosse?

Or che Tëofania palesemente

Lacci a lui tende e sua rovina agogna?

Il menzogner di me diffida: i vili

Diffidan sempre! Allontanarmi volle

Non senza mira ostil: me di qui toglie

Per regnar sol, per non aver chi forse

Sua sapïenza e sue prodezze oscuri.

All'amico ei rinuncia; ei nelle schiere

Del suo tradito Imperador mi brama,

Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'asta

Scaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,

Che nè lo sdegno mio, nè la sagacia

Non teme, nè il valor! Perfido! io mai

Stato non fora a tua amicizia ingrato;

Alla mia ingrato ardisci farti: trema!

Valor non manca al vilipeso e senno

Da smascherar tua ipocrisia. Ludibrio

Ne fur bastantemente il sire, i grandi,

Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!

Così nel suo vaneggiamento infame

S'agita l'infelice, e non s'accorge

Che il re d'abisso più e più il possede;

Così travolve le apparenze ogn'uomo

Che a livor s'abbandoni:

Ecco Guelardo

Giunto ai reali di Bamberga ostelli;

Eccolo assaporante i nuovi onori,

Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,

Sente l'amaro della propria bile.

Più sovra il labbro di Guelardo il nome,

Come già tempo, d'Ebelin non suona,

O su quel labbro se talvolta suona,

Laude non l'accompagna, e il favellante

Impallidisce, e torvamente abbassa

La pensosa pupilla irrequïeta,

E la rïalza sfavillando; e ognuno

Scerne che di compressa ira sfavilla.

Del mutamento avvedasi esultando

Tëofania, s'avvedono i suoi fidi,

E al convito di lei con gran decoro

Visto sovente è quel Guelardo assiso,

Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.

Ordiscono essi alcuna trama insieme

Contro al lontano giusto? o la perfidia

Tutta covossi di Guelardo in petto?

Un dì da quel convito esce il fellone,

E quasi esterrefatto si presenta

Agli occhi del monarca, e a lui si prostra,

Ed esclama:—Ebelino è traditore!

Le rivolte fomenta; alla corona

D'Italia aspira: sciolta è l'amistade

Che a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!

E false carte adduce in prova, e adduce

Di vili già ribelli, or prigionieri,

Menzogne tai, che faccia avean di vero.

Ed il monarca trabalzò, fu vinto

Dalle inique apparenze. Esitò ancora,

Dubitar volle novamente; a novo

Esame ripiegò la scrupolosa

Afflitta anima sua; ma le apparenze

Trionfaron più orrende e più secure.

Indi egli irato invìa turba di sgherri

All'italo paese, onde sia tratto

Carico di catene il formidato

Duce a Bamberga.

L'innocente duce

Stanza a que' giorni avea in Milan. Posava

Una notte, ed in sogno a lui s'affaccia

Lo stuol de' cari, in varia guerra estinti,

Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre

«Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altri

Con affanno e singhiozzi ad una voce

Ripetean: «Fuggi, fuggi!»

Ei si risveglia,

E per quell'alme prega, e s'addormenta

Un'altra volta. E in sogno ecco apparirgli

Il magno Otton primiero ed Adelaide,

Non cinta ancor di monacali bende,

Ma il serto imperial sopra la fronte.

Meste eran lor sembianze, ed a lui: «Fuggi

Fuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!

Ira per te sarìa mortal!»

Si desta

Il nobil duce, e per quell'alme prega,

E s'addormenta un'altra volta. E vede

Il tempo antico e la città solenne

Ove sorge il Calvario, e là pur vede

Di Getsèmani l'orto, ed appressarsi

Una frotta d'armati, e Iscarïote

Dare il bacio alla vittima!... Ed oh vista!

Iscarïote era Guelardo!

Balza

Spaventato destandosi Ebelino,

E que' tre sogni avvertimento estima

Dell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?

Ma perchè? Fugge l'innocente mai?

Pochi istanti anelò fra que' pensieri

Di stupor, di tristezza, e piena d'armi

Fu ben tosto la soglia. Udì Ebelino

Che dal suo Imperador venìan que' ferri,

E il cenno di seguirli: ai manigoldi

Cesse con muto fremito la spada,

E porse ai ceppi gli onorati pugni.

Quasi ladro il trascinano, e Milano

E tutta Lombardia mira quel crollo

Sì inopinato. Il prigioniero obbrobri

Soffre inauditi; e non sarìagli pena

Dagli sgherri soffrirli: itale voci

Lo irridon per la via, maledicenti

Al passato suo lustro. E quale esclama:

—Va, di rivolte eccitator maligno!

Va, scellerata causa, onde su noi

Cesare versa il suo tremendo sdegno!—

Qual:—Va, codardo degli Otton mancipio,

Che d'Italia campion far ti negasti!

Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!—

Qual più schietto prorompe:—Erami noia

Udir chiamartiil giusto; alfin delitti

Potrem di te sapere ed abborrirti!

Quant'è lunga la via sino a' confini

Delle italiche valli, Ebelin tacque

Degli spregi sofferti. Allor che in cima

Dell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzando

Le incatenate braccia,—Oh maledetta

Troppo da' vizi tuoi, misera patria,

Sclamò, non io ti maledico! Il cielo

Figli ti dia che s'amino fra loro,

Ed amin te com'io t'amava e t'amo,

E più di me felici acquistin gloria

Senza espïarla con dolori e insulti!

—Maledicila! gridagli all'orecchio

Una voce infernal.

—Ti benedico

L'ultima volta! ripres'egli.

E pianse

Siccome pio figliuol sulla ignominia

D'una madre infelice; e gli sovvenne

Quanto già quella madre avea prefulso

In virtù fra le genti, e a depravarla

Quante cagioni eran concorse! E grande

Su lei di Dio misericordia chiese;

E dal dolce aer suo, dalle ridenti

Tutte illustri sue sponde, ei nè le amanti

Ciglia diveller, nè il pensier poteva!

Satan che indarno occultamente spinto

Avealo ad imprecar la patria terra,

Urlò di rabbia le sue preci udendo;

E di Lamagna per alture e piani

Corse con questo grido:

—È alfin caduto

L'italo malïardo, il seduttore

De' nostri augusti, il protettor di quanti

Di Lombardia traeano ad impinguarsi

Sul germanico suol, genìa predace

Onde la tanta povertà cresciuta

In quest'anni da noi! Tutti Ebelino

Nostri tesori al lido suo recava,

E colà un trono alzar voleasi, allora

Che ad atterrar le ribellanti spade

Inetto fosse per miseria Ottone?

—Ebelin mora! Universal risposta

Fu del tedesco volgo. Ed obblïato

Da migliaia di cuori in un dì venne

Quanto a lodarlo aveali invece astretti

La sua mansüetudine, il modesto

Non curar le ricchezze, il riversarle

Sulle infelici plebi, il non mostrarsi,

Benchè pio verso gl'Itali, men pio

Ver gli stranieri. Quella dianzi nota

Serie di virtù splendide cotanto,

Un incantesimo vil parve ad un tratto,

Una menzogna. Convenìa disdirla:

Riconoscenza è grave pondo ai bassi.

Esultan se pretesto a lor si porga

Di rigettarla, e attaccaticci morbi

Son odio, ingratitudine e calunnia.

Conscio de' benefizi innumerati

Ch'egli avea sparso, avea creduto ognora

L'irreprensibil cavalier che stretti,

A lui fosser d'amor cuori infiniti.

Le ripetute indegne contumelie

Lo sorpreser, ma tacque; e sovra tanta

Pravità de' mortali meditando,

Arrossì d'esser uomo, e innanzi a Dio

Umilïossi. E vanamente ancora

Stette Satan mirandolo e aspettando

Il desìo di vendetta e le bestemmie.

Chiama l'Onnipossente al suo cospetto

Tutti i ministri spirti, e a Satan dice:

—Onde vieni?

E il maligno:—Ho circüita

Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.

Ed il Signore:—O di calunnie padre,

Non vedestù l'amico mio Ebelino,

Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,

Tanta nel suo dolor serba innocenza?

E l'angiol di menzogna ambe le labbra

Si morse, e disse:—Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,

Perchè, in tuo amor fidando, ei palesata

In breve spera sua innocenza. Il braccio

Estendi, e più percuotilo, e vedrai

Se non t'impreca.

Ed il Signor:—Non forse

Giorni di prova assegno a' retti? Vanne:

Ebelino è in tua mano; anco sua vita,

Anco la fama sua, perchè maggiore

Torni suo vanto e tua immortal vergogna.

L'avversario precipite avventossi

Dal grembo della nube, onde i mortali

Atterrìa lampeggiando, ed in un punto

Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante

Si soffermò, e da questo lato i campi

Della lieta penisola mirando,

E dall'altro le selve popolose

De' boreali, l'una e l'altra palma

Battè plaudendo al sovrastante lutto

D'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!

Di là scagliossi alla città del trono

E de' cento felici incliti alberghi,

E delle orrende mura ove trascina

Sua catena Ebelin. Desta il demonio

Ne' giudici, che Ottone a indagin chiama

Dell'alta causa, aneliti vigliacchi.

Temon, se reo non trovan l'accusato,

L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'ira

Di quel Guelardo che per essi or regna;

E dove il trovin reo, speran più pingui

Gli onorati salarii, e maggior lustro.

Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenza

Guelardo stesso!

Oh come il core all'empio

Nondimen trema, udendo che s'appressa

L'irreprensibil catenato! E questi

Entra con umil, sì, ma non prostrato

Animo, e reca sulla smorta fronte

Quell'alterezza ch'a innocenza spetta.

Cela Guelardo il suo tremore, e prende

Così ad interrogar:

—Qual è il tuo nome,

O sciagurato reo?

—Sono Ebelino

Da Villanova, amico tuo.

—Rigetto

L'amistà d'un fello: giudice seggo.

Che macchinasti co' Lombardi?

In viso

L'accusato guardollo, e non rispose.

E Guelardo:—A lor trame eri secreto

Eccitator; t'offrìan lo scettro, e pronta

Stava tua destra ad accettarlo in giorno

Ch'ansio esitavi a stabilire, in giorno

Che, la mercè di Dio, non è spuntato.

V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidia

Al tribunale attesta.

E poichè muto

Serbavasi Ebelin, vengon a un cenno

Que' testimoni nella sala addotti.

Eran duo di que' truci esclamatori

Di libertà, di civiche vendette,

Di patrio amor, che ne' consessi audaci

Della rivolta più fervean, più scherno

Scagliavan sui dubbianti e sovra i miti,

E più capaci d'affrontar qualunque

Parean supplizio, anzi che mai parola

Di codardia pel proprio scampo sciorre.

Questi eroi da macelli, questi atroci

Ostentatori d'invicibil rabbia,

Come fur tolti a lor gioconde cene,

E gravato di ferri ebbero il pugno,

E il patibolo vider,—tremebondi

Quasi cinèdi, le arroganti grida

Volsero in turpi lagrime e in più turpi

Esibimenti di riscatto infame,

Altre teste al carnefice segnando.

Ad Ebelino in riveder coloro

Isfuggì un atto di stupor:—Voi dunque?

Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a dritto

Io sempre le feroci alme ho spregiato,

E ben diceami il cor quali voi foste!

Ed appunto perchè troppe vid'io

Alme siffatte là nelle congrèghe

Ove il mio plauso si cercava indarno,

E pochi vidi eccelsi petti, avversi

Ad insolenza e a stragi, io mestamente

Presentii di mia patria obbrobri e pianto,

S'ella sorda restava a' preghi miei,

E alle minacce mie, quando insensata

Io vostr'impresa nominava e iniqua.

I testimoni balbettaro, e fisi

Gli occhi loro in Guelardo, il concertato

Calunnïar sostennero. Ebelino

Più non degnolli di risposta, e chiese

D'esser condotto anzi ad Ottone a cui

Parlar volea.

Respinge inutilmente

Guelardo quest'inchiesta, e così forte

La ripete Ebelin, ch'un de' seduti

A giudicarlo generoso alzossi,

Sclamando:—La tua brama, o il più infelice

Fra gli accusati, porteranno al trono

Le labbra mie.

Null'uom potè di quella

Anima schietta rattenere i passi:

Move all'Imperador, franco gli parla,

E il pio monarca inducesi al colloquio.

Mentre dunque l'afflitto incoronato

Nelle regali, splendide pareti

Aspettava che a lui tratto venisse

Il già caro Ebelin, nella memoria

Gli ritornavan gli alti e numerosi

Servigi di quel prode, e l'amicizia

Che al magno Otton, suo padre, avealo stretto;

E commoveasi ripensando quante

Volte quell'Ebelin con tenerezza

Lui prence fanciulletto infra le braccia

Portato avea, quante paterne cure

Prese per lui, quanti affrontati in guerra

Per sua difesa ardui perigli,—e il core

Gli si volgea a clemenza.

Ode sonanti

Nelle vicine sale i trascinati

Ferri del prigioniero, e gli si gela

Di pietà il sangue. E quand'entrare il vede

Pallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,

E magnanimo pianto a stento cela.

Ebelin pur commosso era, calcando

Con vincolato piede oggi i tappeti,

Che tante volte avea con dominante

Passo calcati, e intorno a sè veggendo

Tanti, che in altro tempo a lui dinanzi

S'inchinavan temendo, ovver felici

Andavan s'egli a lor stringea la destra,

E ch'or s'atteggian contegnosi, e quali

A sterile pietà, quali ad insulto.

Giunto Ebelino alla presenza augusta,

Piegasi reverente, e aspetta il cenno:

—Favella, sciagurato: uom con più caldo

Fervor non brama tue discolpe.

—Sire,

La mia innocenza esser dovriati scritta

Ne' lunghi intemerati anni ch'io vissi

Di tua casa al servizio e dell'onore.

In inganno te volto han miei nemici,

E me calunnia opprime.

—A tue parole

Aggiungi prova, e riputato il sommo

De' tuoi servigi questo fia da Ottone.

—Se a te prova non son gli atti che oprai

Alla luce del sol, l'abborrimento

Sperimentato mio contra ogni fraude,

Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nulla

A te non dicon queste mie sembianze

Imperturbate in così ria sventura,

Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;

Anzi alle leggi mia supposta colpa

È attestata abbastanza. Altro non posso

Se non gli estremi del mio zelo sforzi

In quest'istante consecrarti, o sire,

Tai verità parlandoti, che forse

Più non udresti, se da me non le odi.

—T'ascolto, disse il rege.

Ed Ebelino

La propria causa obblïar parve, e diessi

A svolgere di stato alti consigli,

I bisogni quai fossero additando

Delle schiere, del popol, dell'altare,

De' tribunali, e della reggia stessa:

Quali i provvedimenti unici, rotti

Ed efficaci ad impedir l'ebbrezza

Delle rivolte, a raffermar lo impero:

Quali de' prischi imperadori, e quali

Del magno Otton le più laudabili opre,

E quai le insane; e come arduo ognor sia

Seguir le prime e non errare; e come

Gli egregi prenci a errar tragge talvolta

Adulante caterva. Accennò alcuni

Del sir lusingatori, accennò il vile

Cangiarsi di Guelardo: e brevi furo

Su lor suoi detti, e non degnò que' nomi

D'anime basse proferir neppure.

Ma que' rapidi detti eran gagliardi,

Siccome piglio di paterno braccio,

Che sovra l'orlo d'un dirupo afferra

Perigliante figliuolo.

Otton si scuote.

Da verità sì energiche, da senno

Sì giusto e luminoso ed esaltante

Non era stato mai colpito. In altri

Colloqui a' dì felici il buon ministro

Parlava il ver, ma forse in più gradita

Guisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.

Ora è il parlar solenne, il grido urgente

D'uom, che vicino a morte anco un tributo

Di fedeltà solve al monarca e al dritto,

Tutto dicendo che giovar del pari

Sembrigli al trono e alle regnate genti.

Alla beltà del vero e del coraggio,

E di quel dignitoso intenerirsi

Che da alterezza vien compresso, e pure

Nella voce si sente e ne' benigni

Sguardi si vede, unìasi in Ebelino

Da natura sortita un'armonìa

Di nobili sembianze e di contegno,

Talchè valor più prepotente dava

A sua favella, ed escludea il supposto

D'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,

E facea forza a Otton. Perocchè Ottone

Stranier non era a simpatia per cuori

Di grandissima tempra. E fu vicino

A cedere, a gettare ambe le braccia

Del prigioniero al collo, al gridar:—Falsa

Tengo ogni accusa contro al mio fedele!

Ma Sàtan vide quell'istante, e spinse

Tëofania d'Augusto in cerca.

Bella

Era la greca donna e di vivaci

Grazie adorna, e scaltrissima e pungente

Ne' suoi sarcasmi, ed irridea talvolta

La bonaria alemanna indol con motti

Quasi di spregio; e di quei motti spesso

Arrossia Ottone. E perocch'egli amava,

L'affascinante sposa, ambìa piacerle

E far pompa d'accorta alma inconcussa,

E a tal cagion solea de' generosi

Sensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.

Salutata dall'armi, il passo inoltra

Fra le colonne di que' regii lochi

La incoronata, e stabilisce e freme

In vedere Ebelino; e sovra Ottone

Lancia quel guardo che dir sembra:—Stolto!

Sedur ti lasci?

Tanto, oimè, bastava

A confondere il sire! Eccol a un tratto

Con più severa maestà atteggiarsi

Verso il captivo, e dir:—Riedi: a me il vero

Tutto paleserassi; e tu, innocente,

Gloria n'avrai; prevaricato, morte.

Torna Ebelino al carcere, e già scerne

Che inevitata è per lui morte. Oh come

Lenti di nuovo i dì, lente le notti

Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi

D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,

Ed il perpetuo tenebrore—e i cibi

Immondi e scarsi—e l'aspreggiante voce

Di questo o quello sgherro—e il frequent'urlo

D'altri prigioni disperati, in cupe

Vicine volte seppelliti—e il suono

De' ceppi loro, e quel de' propri—e il canto

Osceno del ladron che, bestemmiando,

La forca aspetta—e i gemiti dell'egro

Forse non reo che sulla paglia spira—

E il sollecito passo delle guardie

Che dicono: «È spirato!»—e questo detto

Che l'echeggiante corridoio in guisa

Ripete orrenda—e il pianto d'un amico

Che, udendo il nome dell'estinto, grida

Dal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»—

E per dispregio di quel pianto il ghigno

Od il sibilo infame di coloro

Che trascinano il morto—e, con siffatta

Serie d'inenarrabili vicende

Di castel, che i perenni affigurava

Dell'abisso tormenti, il ricordarsi

De' dì sereni che svanìr, de' plausi,

Delle liete speranze, e, più di tutto,

De' dolci affetti—ah! quella è tale immensa

Congerie di dolori e di spaventi,

Che dissennar minaccia ogni più forte

E sdegnoso intelletto! E se si ponno

Da intelletto simil serbar talvolta

Contro all'empia fortuna altero scherno,

O pensieri di pace e di perdono,

E di fede nel cielo, ahi! pur quell'ora

Amarissima vien che ineluttata

Mestizia il cor miseramente serra,

E non v'è chi consoli! Ed altre pari

A quell'ora succedono, e d'angoscia

In angoscia si cade! Ed un'ardente

Smania investe il cervello, ed impazzato

Esser si teme o brama! E il generoso

Petto chiuder non puossi all'irrüente

Piena dell'odio che in lui versan mille

Della viltà degli uomini memorie!

E feroce si resta, e di sè stesso

S'inorridisce e sclamasi:—«Son io,

Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»

E chiedesi all'Eterno, e lungamente

Chiedesi invan, d'amore una scintilla!

Quelle angosce conobbe anco Ebelino,

Ed allora invisibile al suo fianco

Sàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,

Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad ira

E a disperazïon trarlo potesse.

Ed Ebelin pur resistea, e pensava,

In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,

Che sublimò i dolori, e fu ludibrio

D'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,

Che insensatezza all'occhio è de' felici,

Insensatezza non pareagli, ed alta

Storia pareagli che gli oppressi in tutti

Lor martirii nobilita; e volgendo

Quella storia ammiranda, a poco a poco

Ammansava gli sdegni e perdonava.

Ma la parte del cor, che più dolente

Sanguinava, era quella ove scolpite

Stavan due care fronti. Una è la fronte

Della madre decrepita che in pace,

All'ombra degli altar, da parecchi anni

Viveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quella

Della madre d'Augusto. Ambe le antiche

Serrava il chiostro istesso, e raramente

Alla reggia venìan; che ad Adelaide

Odïosa la reggia erasi fatta

Per l'imperar della superba nuora.

—Qual sarà stato di mia madre, e quale

Dell'onoranda Imperadrice il core,

Allorchè udir la mia sventura? Iniquo

Esse, no, non mi tengono! Esse almeno,

Mentre a tutti i mortali il nome mio

In abbominio fia; caro l'avranno!

Così geme Ebelino. Un dì, ottenuto

La madre alfine ha di vederlo, e scende

Alla prigion del figlio. Oh inenarrati

Di quel colloquio i sacri detti e i sacri

Abbracciamenti! Oh qual pietà! Una madre

Che riscattar col sangue suo non puote

Di sue viscere il frutto! ed il più amante

Figlio che di sua madre, ahimè! in secreto

Deplorar dee la lunga vita!

Il giorno

Che dalla inconsolabil genitrice

Fu Ebelin visitato, oh da qual notte

Seguito fu! L'espandersi de' cuori

Nella sventura, è de' sollievi il sommo;

Ma dopo tal sollievo, allor che mesto

Il prigionier dalle pietose braccia

Di persona carissima è staccato,

E solingo riman, quanto più dura

Gli è solitudin! Quanto più affannoso

Il desiderio de' bei tempi in cui

Fra gli amati vivea! Quanto più viva,

Più lacerante la pietà ch'ei sente

Di sè stesso e d'altrui!

Me a tal dolore

Stranier non volle il Cielo, e in ripensarti,

O decennio del carcere, infiniti

Strazi ricordo, ma il più acerbo è forse

Quand'io, abbracciato il genitor, partirsi

Da me il vedea; quand'io, calde le labbra,

Del bacio suo, dicea:—Questo è l'estremo!

Non un decennio, ma più lune ancora

Durar gli allarmi d'Ebelino. Ei forse

Nelgiudizio di Diogli accusatori

Sperava iniqui col possente acciaro

Düellando atterrar. Chi d'Ebelino

Avea la forza e la destrezza? E quanta

Forza o destrezza in düellar non dona

Senso d'intemerata anima offesa!

Ma taigiudiziIddio forse abborrendo,

Non volle che sancito il reo costume

Per Ebelin venisse; o del demonio

Opra fu l'impedirlo. Il pestilente

Aere del carcer nell'oppresso infonde

Maligni influssi, ed eccolo abbattuto

Da insanabili febbri. Il derelitto

Pur talvolta illudeasi, immaginando

Che alcun de' tanti, su cui sparsi avea

Suoi benefizi, or con repente mossa

D'onore e gratitudin s'offerisse

A combatter per esso:—attese indarno.

Spunta il dì della morte, ed Ebelino

Vien tratto innanzi a' giudici; e Guelardo

La sentenza gli legge! Il condannato

Udì, chinò la fronte, e rese grazie

Tacitamente a Dio che al sacrificio

Termine alfin ponesse; e bramò ancora

Una volta veder la genitrice.

Venne l'antica, e insiem si consolaro

Con nobil forza alterna, e con alterne

Religïose cure. Ella ed un pio

Ministro del Signor soli eran consci

Dell'innocenza d'Ebelin. Veloce

Scorre quel sacro tempo, e omai gl'istanti

Sovrastan del patibolo. Umilmente

Prostrasi ancora innanzi al sacerdote

Il giusto cavalier; quindi si prostra

Anzi alla madre, ed ella il benedice,

E si dividon sorridendo, e in cielo

Riabbracciarsi in breve speran.

Move

Per le vie tra i carnefici, agguagliato

Al più vil masnadiero, e contro a lui

Insane urla di scherno alzan le turbe.

Di quegl'inverecondi ultimi segni

Dell'odio altrui stupìa, ma per le turbe

Egli pregava. Ed arrivato al palco,

Con fermo passo ascese, e parlar volle;

Ma sue parole non s'udir, sì orrendi

Vituperi sonavano. Ed allora

Accennò egli medesimo al percussore,

E siede sullo scanno, e tosto il collo

Mise sul ceppo—e la mannaia cadde!

L'angiol della calunnia, abbenchè indurre

Non avesse potuto alla bestemmia

Il retto cavaliere, e or si rodesse

Invido i pugni, l'alta anima a Dio

Salir veggendo—audacemente «Ho vinto!»

Volea sclamar. Ma pria che la menzogna

Intera uscisse dell'infame petto,

Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardo

Spirto ravvolser negli eterni abissi.

Ov'è il Giuda novel?—Perchè perduto

Delle guance ha il vermiglio, e la baldanza

Della voce e del guardo?—E perchè al riso

Che da Tëofania volto gli è spesso

Non ride, e gli occhi abbassa, o spaventato

Mira a destra e sinistra?—E perchè a sera,

Se in luoghi oscuri passa, affretta il piede

A illuminata parte, e ansante giunge

Quasi inseguito fosse?—E perchè cerca

Talor per via i mendici, e su lor versa

A piene mani l'oro, e di lor preci

L'aiuto invoca, e inefficaci poscia

Di quei le preci ei furibondo chiama?—

E perchè ne' festini alcune volte

Cionca e sghignazza, e intrepido si vanta

Contro a tutte paure, e quando a letto

Va nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fido

Servo chiede il cilicio e se lo cinge?

Pentimento ei bramava, e scellerata

L'alma era fredda, e a pentimento chiusa.

Un dì, colui con altri sommi duci

Passò a fianco d'Otton sovra la piazza,

Ove ancor d'Ebelino ad alto palo

Vedeasi infisso il teschio. Il traditore

Volea finger letizia, e le pupille

Miseramente stralunava, e insieme

Forte i denti batteangli. Ottone il guarda,

E vacillar sovra l'arcione il vede,

E a sostenerlo accorre.

—Oh! che ti turba?

Oh! che ti turba? Gli ripete.

—È desso!

Sclama Guelardo, il mio tradito amico!

Chi dal giusto immolato mi sottragge?

E prepotenza di rimorso invitta,

Ma non pia, lo costringe. Ei maledice

E terra e ciel, ma l'alto arcano svela.

Folto drappello d'ottimati, e folta

Moltitudin di volgo al confessante

Fa cerchio, e inorridisce a sue parole,

Tutta imparando la esecrata istoria.

Da tanti petti universal s'innalza

Un lamento:—Oh sventura! oh atroce colpa!

Il caduto Ebelino era innocente!

Ed Otton più che gli altri inconsolato

Raccapricciando grida:—Oh me infelice!

Era innocente, e trarre a morte il feci!

Il traditor nel suo sangue stramazza.

Qual mano il colpo diè primier? Mal puote

Fama saperlo. I più disser che ratto

Un ferro in cor si configgesse il tristo,

Altri che Otton percosselo. Il tumulto

Ferve con rabbia orrenda. In cento brani

Ecco lacero, pesto, annichilato

Il cadavere infame. E s'inchinaro

D'Ebelino anzi il teschio e imperadore

Ed ottimati e popolo, e nel tempio

Dato fu loco alla reliquia santa.

Alto clamor di giubilo e di rabbia

Rimbombò nell'inferno, al piombar quivi

Il traditor, ma sol menonne festa

L'abbietta e sciocca de' demonii plebe:

Il lor superbo re, poste con ira

Su Guelardo le luci e le calcagna,

Urlò:—Che gloria alma sì vil mi reca!


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