Nell'arduo calle della gloria i primiCantai passi d'Adello: or trasvolandoSull'ali rapidissime del tempo,Additerò sol come lampi i lunghiPatimenti e le gesta onde l'eroeGli anni suoi segnalava.Ugo, insultandoDelle città, de' vescovi e de' fortiItali castellani a' privilegiE schernendo i trattati ed impunitaLa libidin lasciando e la rapaciaDe' suoi baroni, acceso avea nel regnoDi civil guerra la esecranda face.Dal furor della plebe i regii messiLacerati venian: le inesorateLance del sire offeso alla vendettaTrucemente scagliavansi. AmmucchiatiI cadaveri ingombrano le strade,Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrinoRiede al natio villaggio, e indizio appenaDel loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsiRottami delle pietre e pochi teschi—Forsedel padre e dei fratelli i teschi!Tal de' Lombardi era lo stato. AdelloDe' depredati borghi e monasteriIn difesa accorrea: di lui, nemicoPiù formidabil non avea il tiranno.Ma in breve queste guerre han tratto all'imoD'ogni miseria la contrada: il meseDella messe venia, ma il sol versataLa sua virtù feconda avea ne' semiDell'ortica e del cardo; e da lontanoIl fuggiasco villan piangea sul brandoChe a' dì più lieti gli falciava i campi.Ride Burgundia. «Or tempo è di riporreI nostri ferri agl'Itali divisi!»E già possente esercito calavaA sicura vittoria. Allora AdelloVede la gran rovina: ad impedirlaNon v'è che la concordia, e alla concordiaCittà rivali stringer sol può un scettro.Del nome suo l'autorità sopisceGli odii: ei radduce le cosparse insegneAppo la regia insegna. Or la saluteDell'itala corona oprisi, e il guardoSulle colpe ond'è tinta uom non sollevi.L'impulso dell'eroe quasi un novelloSpirto ne' pria diversi animi ha infuso.Ugo, con maraviglia, in sua difesaColor vede morir cui dianzi ha rasoLe castella o i tugurii: il crudo pettoA forza inteneriasi: ambir la gloriaParve di scancellar co' benefiziiE con la giusta signoria le ciecheIre sue prime. Adello, e altri guerrieriD'onesta fama, sedi ebbero sommeNel consiglio del re—ma quando pienaFu de' Burgundi la sconfitta e saldoNovellamente il trono, ecco, al tirannoOmbra fa il nome del suo prode, e al drittoFavellar suo magnanimo la tacciaDassi ben tosto di ribelle orgoglio.Dicon vetuste cantiche il giudizioScellerato ch'espulso ha dalla patriaChi la patria avea salva.Andò il ramingoDel veneto leone agli stendardiE lor sacrò la spada sua.—I superbiIsolani, già tempo, avean le spiaggeDi Dalmazia predate e con la frodeTolto di là tal venerando oggettoChe da secoli e secoli a fraternoPellegrinaggio i Dalmati adunavaE fea d'un ricco monister la gloria:Era la lancia d'un antico eroeChe dal giogo pagano in molte pugneSottratto avea le natie valli. Il gridoDegli eccelsi miracoli, operatiDalla reliquia di quel santo, al furtoI mal devoti veneti sospinse.Ma intanto rotte più fiate, e sempreRinascenti nell'ira e più tremende,Di padre in figlio le tribù selvaggeCon giuramento avvinconsi al racquistoDell'onorata lancia o a eterna guerra.Un feroce lor capo, Adeoniro,Col manto di pio zelo, infesta il mareD'incessanti, audacissime, inauditePiraterie. Sui piccioli sui legni,Di ladroni invincibili una turbaEi radunò che d'uom, fuorchè l'aspettoNull'altro serban; fama appo i lontaniSparse ch'uomin non erano, ma mostriProdotti dai nefandi abbracciamentiDelle dalmate streghe e de' demoni.Niuna legge li stringe altra che un voto—Pronunciato col rito abbominandoDi libare in un calice una stillaDi caldo ancor veneto sangue—e il votoÈ d'assalir qualsiasi veleggiantePin di San Marco, o scompagnato corraO a torme, o debol sembri o poderoso,E dalla pugna non ristar ch'o estintiO vincitori. A queste anime atrociOgni pietà verso i nemici è ignota,Ma tra loro mirabile è una garaD'assistenza e giustizia e comunanzaDi beni e mali. Adeonir divideIl bottin, nè maggior parte a sè donaChe al più abbietto compagno. In gozzoviglieE in limosine sprecan, non curantiTutti del pari, ogni tesor soverchio,Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figliE alle donne e a' feriti han provveduto.Tal delle imprese loro è la ventura,E con tali atti di barbarie han tintoDi stragi l'onde, che il nocchier più arditoNell'adriaca laguna inoperoseTien le sue sarte, e unanime la voceDell'atterrito popolo s'innalzaPerchè il furto s'espii ch'a furor trattoHa de' Dalmati il santo, e a' loro altariCon doni la fatale asta si renda.Il senato assentì: ma col ritornoDella reliquia, pur mutar naturaNon potè l'indomato avido spirtoDe' bugiardi pirati: e con più angosciaPianse Vinegia le nuove onte, e mosseCon alte navi e prodi capitaniAd estirpar di que' malnati il seme.Ahimè, che de' suoi prodi il morir forteNon giovò alla repubblica! In tai giorniDi lutto universale, uno stranieroSorge e il linguaggio degli eroi parlando,Radduce nelle curve alme il coraggio.Quello stranier pugnato avea sui piniDella sconfitta armata, e al valor suoDe' pochi avanzi si dovea lo scampo.Era Adello! Il magnanimo senatoPlaude all'ardir del cavaliero; un novoArmamento decreta: Adel le proreCapitanando, alla vittoria corre,E sepolcro i pirati ebber nell'onde.Favorita canzon del marinaroDivenne questa istoria, e tutti i litiD'Italia l'impararono, e ne' gioghiPiù segregati d'Apennino—alloraChe un sir bandisce all'ospite il festino—Dice al suo vate: cantaci il bel nomeDel vincitor de' dalmati pirati.Memoria non restò delle sciagureO degli affronti perchè Adel partissiDalle bandiere del leone. AmalfiDiede ospizio e onoranza al capitano,E per lui prosperò; la terra e l'acque,Più d'una volta, del suo sangue intrise,Ma invitto il vider sempre e più tremendo.Tacerò quelle pugne e dirò il giornoChe—tempo era di pace e vincolatoD'Amalfi all'armi il brando ei non tenea—Adel coll'oro suo recossi ai MoriChe in Tunisi avean sede, e quanti schiaviPotè redense. Il sacrificio ei compieD'ogni suo aver, perocchè morti entrambiSon gli adorati genitori, e il pioFiglio all'anime lor schiudere il cieloSpera con opre che al Signor sien grate.Un dì, secondi egli aspettava i ventiPer la reddìta, ed ecco entra nel portoCon festive urla un predator; parecchieSbarca gementi vittime, e fra quelle—Ohsorpresa! oh sciagura! Adel ravvisaUn cavalier troppo a lui noto, è desso,D'Eloisa lo sposo!Ai primi amplessi(Ed oh quanti dolori in quegli amplessiSquarcian d'Adello il nobil cor! qual mistoD'antica gelosia, di riverenzaPer le virtù del sir, di generosaCompassïon, d'affanno immaginandoLe pene d'Eloisa in udir predaAi scellerati masnadier lo sposo!)Ai primi sfoghi di pietà, succedeL'interrogar sollecito dell'unoE il racconto dell'altro.«Oh Adel compiutaÈ la sventura mia! Tu vedi il figlioDel felice Usignan, già di castellaSì ricco e d'armi, cui possenti trameDi perfidi congiunti han da sei luneRapito ogni dominio. I figli mieiE lor misera madre (ah, poich'al duoloIl tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!)In salvo a Nizza appo mia suora addussi.Ivi una notte una masnada irrompeDi Saracini. Io d'Eloisa, e quantiDolci pegni m'avanzano, la fugaCombattendo proteggo: oh, almen per loroM'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato,Carco di ferri io vengo. Anzi il mattinoSalpan le collegate arabe navi:Quai di Spagna eran, quai del Sardo e qualiDi quest'africo lito; a me la sommaLontananza toccò!»Frenava ArnaldoCon viril forza il pianto: Adel, compresoDa tanta folla d'infelici e cariPensieri, il volto si copria e lasciavaAlle lagrime sue libero sfogo.«E anche il mio antico sire è nel sepolcro!Sì lunghi anni di gloria, e poi nel luttoMorir miseramente! ecco, empia terra,Il guiderdon che alla virtù largisci!—Ma no, delle onorate opre la metaNon è il sorrider di mortal fortuna:Amaro a' giusti è il vivere, e beatoSolo quel dì che al mondo vil ti toglie!»Così esclamava Adel, sazio de' giorniGlorïosi, ma sterili di giojaCh'ei tratto avea, da quando allontanatoErasi da Eloisa. E or par che tuttaDa mal estinte ceneri risorgaLa giovenil sua fiamma: i detti, il voltoD'Arnaldo lo riportano ai remotiTempi del suo delirio. Ei vede i colliDella Sonna fioriti—il santuarioOve la pia fanciulla iva soventeA lagrimar sulla materna tomba—L'inghirlandata barca ove ella, assisaSulle ginocchia di suo padre, al cantoTalor sciogliea la voce; e talor l'innoEra d'Adello; e allor della donzellaPiù timido era il canto e più pietoso!Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campiE le rocche d'Arnaldo andrai col brandoA racquistar pe' figli suoi? ma in ceppiEi qui rimansi: squallido, languenteÈ il suo sembiante: il duol forse e la duraServitù in breve troncheranno il filoDi quella vita... Libera Eloisa?Oh pensiero infernal! Ma nella menteAnche de' giusti sfolgora i suoi foschiLampi l'inferno—e più son giusti appuntoPerchè talvolta eguali a' rei son quasi,Ed allor non soccombono, e con arduoSforzo sopra il mortal fango s'innalzano.D'altri schiavi al riscatto ogni tesoroGià avea consunto Adello: al predatoreD'Arnaldo in cambio, egli offresi. AccettatoVenne il partito, perocch'egro il primoSchiavo parea, e salute e forza spiraDel novel la persona. Il sir franceseQueste mosse ignorava, e i suoi voraciCrucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppoDegli affetti d'Adello. Alta è la stimaChe la virtù dell'Italo gli desta;Ma pur già scorge nel futuro, accantoAlla donna (e ancor bella era Eloisa)Il rival cavaliere, e quella stessaVirtù che in esso ammira è il suo spavento.Ma oh come in sè medesmo ei si vergognaDi sì bassi concetti, allor che tolteVede a sè le catene, ed alle bracciaPoste d'Adel!«Che fia? Non mai! SublimeInsania, Adel, ma insania è questa! infermiGiorni redimer di chi tutte ha troncheLe vie di rimertarti e così all'imoCadde che d'ogni grande atto la spemeDa fortuna gli è tolta—e invece i giorniPreziosi immolar di chi secondeTutte ha le sorti e per la gloria vive!»«Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommoTi fer sempre a' miei guardi; or sol rammentoQuanta importanza i giorni han di chi i sacriTitoli vesta di marito e padre:Appo tal, nulla è la deserta vitaDi chi solingo passeggia la terra(E tal son io), di chi, s'allegri o gema,Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.»Volea soggiunger l'altro. Adel temendoD'aver con triste voci inteneritoIl suo rivale e forse appalesatoDella stanca dolente alma il segreto,Apre un gentil sorriso—Va', gli dice,A consolar la tua dolce famiglia;Cura nostra primiera esser de' questa:Indi per me non t'affannar: lontaneNon son l'itale sponde, e ivi sì egregiCuori mi fean di loro amistà dono,Che in me certezza è la lor gara al prontoRiscatto mio.«So, generoso Adello,Che in sue nuove tempeste Ugo invocavaIl braccio tuo; so che anelò VinegiaDi ritorti ad Amalfi, e che in ciascunaItala signoria ferve la bramaDi possederti a suo campion: ma esportiDi fortuna a' capricci, ah no, non posso!Sol crederei, se in mia balìa fosse indiIl tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissiLa mia piena miseria!»Uopo ad ArnaldoIl ceder fu. Partì sulla primieraCristiana prora: agl'Itali l'annunzioEsso, con altri dall'eroe redenti,Portar di questo fatto. Onor pareaStringer più d'una terra alla salvezzaDel guerriero in catene: il sir franceseNon osò dubitarne; Adello stesso,Benchè scevro d'orgoglio, aver sul gratoAnimo altrui credea qualche dritto—Tutti obbliaro il misero! quattr'anniLe afriche solitudini l'han visto,Con abbietti compagni ad opre abbietteSotto varii tiranni i suoi sudoriSpargere oscuramente—ed eroe ancoraEsser per gl'infelici, o alleviando,Con gravarne sè stesso, i lor dolori,O al rassegnato suo religïosoSenso le svigorite alme estollendo.Chi ai Saracini il tardo inaspettatoPrezzo portò del cavaliero? Un messoChe dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sireFedeli colleganze e alto valoreRicondotto hanno a' suoi dominii e a tuttaLa paterna sua gloria.Adello è ascesoSull'ospital naviglio: al marsigliesePorto ei veleggia. Oh come dir la gioja,La gratitudin che il bel cuore inonda?Come i diversi palpiti, approdando?Poi, sul corsier veloce alle castellaDel suo benefattore e d'EloisaSenza posa traendo?«Ei giunge: incontroMoveangli il sire ed Eloisa e i figli(Figli di quell'imen; pur cari all'almaGentil d'Adello!) Mutui i commoventiDetti suonano e i teneri singhiozziE la sincera nobil lode. Un risoDel ciel parea per que' mortali elettiAver portato sulla terra il gaudioChe dal suo trono Iddìo raggia ai beati!Ma quel foco di vita che nel ciglioBrillava ad Eloisa, insolito era.Da lungo tempo in essa è illanguiditoIl fior della salute. Adel s'accorseCh'ella reggeasi con fatica; e intendeChe nella notte in che da Nizza a fugaElla errava co' figli, un dardo colseLeggermente un di questi: ahi, velenatoFors'era il dardo! Il bambinel da orrendaCrescente piaga si struggea: la madreQuella piaga lambendo al figliuol suoCrede render la vita e, ohimè, s'illuse!Sotterra è il pargoletto, e da quel tempoA stento l'arte di Salerno e i votiAppesi sugli altari e i benedettiMaravigliosi farmachi al dolenteSen dell'eroica madre addur novelloSembran vigor.Ben tosto Adel conobbeChe sol gli affetti subitanei un brevePonean rossor su quelle guance. Il dolceSoggiorno alcuni mesi ei protraèaAppo gli ospiti amati, e con ArnaldoIl timore alternava e la speranzaPer l'egra donna—Ahi lasso! inferocisceRapidamente il morbo!—Adel sul lettoDi morte la mirò. Tutta obblïavaEi sua virtù: chiedea ragione al cieloDei mali onde a gran fiotti il mondo inondaCh'egli ha creato, e in quegli orrendi fiottiIndistinto sobbissa e il buono e il reo.«Oh Adel (rispose la morente—e furoQuesti gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggiLa insensata parola! È il duol cimentoOve Dio prova degli umani il core.Te a egregi fatti i lunghi sacrificiPortaron: nè t'incresca! e parver lunghi;Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombraCh'uom vita appella e salda cosa estima!Nè infelice è chi muor, ma chi morendoGuarda gli anni volati ed alcun'ormaDa lui lasciata di virtù non trova!»Voce a Eloisa allor mancò: sorrise,Strinse al seno i figliuoli, all'onoratoSposo si volse—e dir parea «Co' figli,Adel ti raccomando»—e più non era.Così passò la santa.Incerte storieNarrano d'un Adel ch'appo i Toscani,Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse:Fors'era il nostro eroe; forse in più gestaAncor brillò la gloria sua. Ma il vateChe del sepolcro suo cantò, non diceSe non che vecchio Adel morì e mendico,Perdonando agl'ingrati, e ripetendoQue' detti d'Eloisa: «È il duol cimentoOve Dio prova degli umani il core;Nè infelice è chi muor, ma chi morendoGuarda gli anni volati ed alcun'ormaDa lui lasciata di virtù non trova!»
Nell'arduo calle della gloria i primiCantai passi d'Adello: or trasvolandoSull'ali rapidissime del tempo,Additerò sol come lampi i lunghiPatimenti e le gesta onde l'eroeGli anni suoi segnalava.Ugo, insultandoDelle città, de' vescovi e de' fortiItali castellani a' privilegiE schernendo i trattati ed impunitaLa libidin lasciando e la rapaciaDe' suoi baroni, acceso avea nel regnoDi civil guerra la esecranda face.Dal furor della plebe i regii messiLacerati venian: le inesorateLance del sire offeso alla vendettaTrucemente scagliavansi. AmmucchiatiI cadaveri ingombrano le strade,Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrinoRiede al natio villaggio, e indizio appenaDel loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsiRottami delle pietre e pochi teschi—Forsedel padre e dei fratelli i teschi!Tal de' Lombardi era lo stato. AdelloDe' depredati borghi e monasteriIn difesa accorrea: di lui, nemicoPiù formidabil non avea il tiranno.Ma in breve queste guerre han tratto all'imoD'ogni miseria la contrada: il meseDella messe venia, ma il sol versataLa sua virtù feconda avea ne' semiDell'ortica e del cardo; e da lontanoIl fuggiasco villan piangea sul brandoChe a' dì più lieti gli falciava i campi.Ride Burgundia. «Or tempo è di riporreI nostri ferri agl'Itali divisi!»E già possente esercito calavaA sicura vittoria. Allora AdelloVede la gran rovina: ad impedirlaNon v'è che la concordia, e alla concordiaCittà rivali stringer sol può un scettro.Del nome suo l'autorità sopisceGli odii: ei radduce le cosparse insegneAppo la regia insegna. Or la saluteDell'itala corona oprisi, e il guardoSulle colpe ond'è tinta uom non sollevi.L'impulso dell'eroe quasi un novelloSpirto ne' pria diversi animi ha infuso.Ugo, con maraviglia, in sua difesaColor vede morir cui dianzi ha rasoLe castella o i tugurii: il crudo pettoA forza inteneriasi: ambir la gloriaParve di scancellar co' benefiziiE con la giusta signoria le ciecheIre sue prime. Adello, e altri guerrieriD'onesta fama, sedi ebbero sommeNel consiglio del re—ma quando pienaFu de' Burgundi la sconfitta e saldoNovellamente il trono, ecco, al tirannoOmbra fa il nome del suo prode, e al drittoFavellar suo magnanimo la tacciaDassi ben tosto di ribelle orgoglio.Dicon vetuste cantiche il giudizioScellerato ch'espulso ha dalla patriaChi la patria avea salva.Andò il ramingoDel veneto leone agli stendardiE lor sacrò la spada sua.—I superbiIsolani, già tempo, avean le spiaggeDi Dalmazia predate e con la frodeTolto di là tal venerando oggettoChe da secoli e secoli a fraternoPellegrinaggio i Dalmati adunavaE fea d'un ricco monister la gloria:Era la lancia d'un antico eroeChe dal giogo pagano in molte pugneSottratto avea le natie valli. Il gridoDegli eccelsi miracoli, operatiDalla reliquia di quel santo, al furtoI mal devoti veneti sospinse.Ma intanto rotte più fiate, e sempreRinascenti nell'ira e più tremende,Di padre in figlio le tribù selvaggeCon giuramento avvinconsi al racquistoDell'onorata lancia o a eterna guerra.Un feroce lor capo, Adeoniro,Col manto di pio zelo, infesta il mareD'incessanti, audacissime, inauditePiraterie. Sui piccioli sui legni,Di ladroni invincibili una turbaEi radunò che d'uom, fuorchè l'aspettoNull'altro serban; fama appo i lontaniSparse ch'uomin non erano, ma mostriProdotti dai nefandi abbracciamentiDelle dalmate streghe e de' demoni.Niuna legge li stringe altra che un voto—Pronunciato col rito abbominandoDi libare in un calice una stillaDi caldo ancor veneto sangue—e il votoÈ d'assalir qualsiasi veleggiantePin di San Marco, o scompagnato corraO a torme, o debol sembri o poderoso,E dalla pugna non ristar ch'o estintiO vincitori. A queste anime atrociOgni pietà verso i nemici è ignota,Ma tra loro mirabile è una garaD'assistenza e giustizia e comunanzaDi beni e mali. Adeonir divideIl bottin, nè maggior parte a sè donaChe al più abbietto compagno. In gozzoviglieE in limosine sprecan, non curantiTutti del pari, ogni tesor soverchio,Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figliE alle donne e a' feriti han provveduto.Tal delle imprese loro è la ventura,E con tali atti di barbarie han tintoDi stragi l'onde, che il nocchier più arditoNell'adriaca laguna inoperoseTien le sue sarte, e unanime la voceDell'atterrito popolo s'innalzaPerchè il furto s'espii ch'a furor trattoHa de' Dalmati il santo, e a' loro altariCon doni la fatale asta si renda.Il senato assentì: ma col ritornoDella reliquia, pur mutar naturaNon potè l'indomato avido spirtoDe' bugiardi pirati: e con più angosciaPianse Vinegia le nuove onte, e mosseCon alte navi e prodi capitaniAd estirpar di que' malnati il seme.Ahimè, che de' suoi prodi il morir forteNon giovò alla repubblica! In tai giorniDi lutto universale, uno stranieroSorge e il linguaggio degli eroi parlando,Radduce nelle curve alme il coraggio.Quello stranier pugnato avea sui piniDella sconfitta armata, e al valor suoDe' pochi avanzi si dovea lo scampo.Era Adello! Il magnanimo senatoPlaude all'ardir del cavaliero; un novoArmamento decreta: Adel le proreCapitanando, alla vittoria corre,E sepolcro i pirati ebber nell'onde.Favorita canzon del marinaroDivenne questa istoria, e tutti i litiD'Italia l'impararono, e ne' gioghiPiù segregati d'Apennino—alloraChe un sir bandisce all'ospite il festino—Dice al suo vate: cantaci il bel nomeDel vincitor de' dalmati pirati.Memoria non restò delle sciagureO degli affronti perchè Adel partissiDalle bandiere del leone. AmalfiDiede ospizio e onoranza al capitano,E per lui prosperò; la terra e l'acque,Più d'una volta, del suo sangue intrise,Ma invitto il vider sempre e più tremendo.Tacerò quelle pugne e dirò il giornoChe—tempo era di pace e vincolatoD'Amalfi all'armi il brando ei non tenea—Adel coll'oro suo recossi ai MoriChe in Tunisi avean sede, e quanti schiaviPotè redense. Il sacrificio ei compieD'ogni suo aver, perocchè morti entrambiSon gli adorati genitori, e il pioFiglio all'anime lor schiudere il cieloSpera con opre che al Signor sien grate.Un dì, secondi egli aspettava i ventiPer la reddìta, ed ecco entra nel portoCon festive urla un predator; parecchieSbarca gementi vittime, e fra quelle—Ohsorpresa! oh sciagura! Adel ravvisaUn cavalier troppo a lui noto, è desso,D'Eloisa lo sposo!Ai primi amplessi(Ed oh quanti dolori in quegli amplessiSquarcian d'Adello il nobil cor! qual mistoD'antica gelosia, di riverenzaPer le virtù del sir, di generosaCompassïon, d'affanno immaginandoLe pene d'Eloisa in udir predaAi scellerati masnadier lo sposo!)Ai primi sfoghi di pietà, succedeL'interrogar sollecito dell'unoE il racconto dell'altro.«Oh Adel compiutaÈ la sventura mia! Tu vedi il figlioDel felice Usignan, già di castellaSì ricco e d'armi, cui possenti trameDi perfidi congiunti han da sei luneRapito ogni dominio. I figli mieiE lor misera madre (ah, poich'al duoloIl tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!)In salvo a Nizza appo mia suora addussi.Ivi una notte una masnada irrompeDi Saracini. Io d'Eloisa, e quantiDolci pegni m'avanzano, la fugaCombattendo proteggo: oh, almen per loroM'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato,Carco di ferri io vengo. Anzi il mattinoSalpan le collegate arabe navi:Quai di Spagna eran, quai del Sardo e qualiDi quest'africo lito; a me la sommaLontananza toccò!»Frenava ArnaldoCon viril forza il pianto: Adel, compresoDa tanta folla d'infelici e cariPensieri, il volto si copria e lasciavaAlle lagrime sue libero sfogo.«E anche il mio antico sire è nel sepolcro!Sì lunghi anni di gloria, e poi nel luttoMorir miseramente! ecco, empia terra,Il guiderdon che alla virtù largisci!—Ma no, delle onorate opre la metaNon è il sorrider di mortal fortuna:Amaro a' giusti è il vivere, e beatoSolo quel dì che al mondo vil ti toglie!»Così esclamava Adel, sazio de' giorniGlorïosi, ma sterili di giojaCh'ei tratto avea, da quando allontanatoErasi da Eloisa. E or par che tuttaDa mal estinte ceneri risorgaLa giovenil sua fiamma: i detti, il voltoD'Arnaldo lo riportano ai remotiTempi del suo delirio. Ei vede i colliDella Sonna fioriti—il santuarioOve la pia fanciulla iva soventeA lagrimar sulla materna tomba—L'inghirlandata barca ove ella, assisaSulle ginocchia di suo padre, al cantoTalor sciogliea la voce; e talor l'innoEra d'Adello; e allor della donzellaPiù timido era il canto e più pietoso!Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campiE le rocche d'Arnaldo andrai col brandoA racquistar pe' figli suoi? ma in ceppiEi qui rimansi: squallido, languenteÈ il suo sembiante: il duol forse e la duraServitù in breve troncheranno il filoDi quella vita... Libera Eloisa?Oh pensiero infernal! Ma nella menteAnche de' giusti sfolgora i suoi foschiLampi l'inferno—e più son giusti appuntoPerchè talvolta eguali a' rei son quasi,Ed allor non soccombono, e con arduoSforzo sopra il mortal fango s'innalzano.D'altri schiavi al riscatto ogni tesoroGià avea consunto Adello: al predatoreD'Arnaldo in cambio, egli offresi. AccettatoVenne il partito, perocch'egro il primoSchiavo parea, e salute e forza spiraDel novel la persona. Il sir franceseQueste mosse ignorava, e i suoi voraciCrucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppoDegli affetti d'Adello. Alta è la stimaChe la virtù dell'Italo gli desta;Ma pur già scorge nel futuro, accantoAlla donna (e ancor bella era Eloisa)Il rival cavaliere, e quella stessaVirtù che in esso ammira è il suo spavento.Ma oh come in sè medesmo ei si vergognaDi sì bassi concetti, allor che tolteVede a sè le catene, ed alle bracciaPoste d'Adel!«Che fia? Non mai! SublimeInsania, Adel, ma insania è questa! infermiGiorni redimer di chi tutte ha troncheLe vie di rimertarti e così all'imoCadde che d'ogni grande atto la spemeDa fortuna gli è tolta—e invece i giorniPreziosi immolar di chi secondeTutte ha le sorti e per la gloria vive!»«Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommoTi fer sempre a' miei guardi; or sol rammentoQuanta importanza i giorni han di chi i sacriTitoli vesta di marito e padre:Appo tal, nulla è la deserta vitaDi chi solingo passeggia la terra(E tal son io), di chi, s'allegri o gema,Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.»Volea soggiunger l'altro. Adel temendoD'aver con triste voci inteneritoIl suo rivale e forse appalesatoDella stanca dolente alma il segreto,Apre un gentil sorriso—Va', gli dice,A consolar la tua dolce famiglia;Cura nostra primiera esser de' questa:Indi per me non t'affannar: lontaneNon son l'itale sponde, e ivi sì egregiCuori mi fean di loro amistà dono,Che in me certezza è la lor gara al prontoRiscatto mio.«So, generoso Adello,Che in sue nuove tempeste Ugo invocavaIl braccio tuo; so che anelò VinegiaDi ritorti ad Amalfi, e che in ciascunaItala signoria ferve la bramaDi possederti a suo campion: ma esportiDi fortuna a' capricci, ah no, non posso!Sol crederei, se in mia balìa fosse indiIl tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissiLa mia piena miseria!»Uopo ad ArnaldoIl ceder fu. Partì sulla primieraCristiana prora: agl'Itali l'annunzioEsso, con altri dall'eroe redenti,Portar di questo fatto. Onor pareaStringer più d'una terra alla salvezzaDel guerriero in catene: il sir franceseNon osò dubitarne; Adello stesso,Benchè scevro d'orgoglio, aver sul gratoAnimo altrui credea qualche dritto—Tutti obbliaro il misero! quattr'anniLe afriche solitudini l'han visto,Con abbietti compagni ad opre abbietteSotto varii tiranni i suoi sudoriSpargere oscuramente—ed eroe ancoraEsser per gl'infelici, o alleviando,Con gravarne sè stesso, i lor dolori,O al rassegnato suo religïosoSenso le svigorite alme estollendo.Chi ai Saracini il tardo inaspettatoPrezzo portò del cavaliero? Un messoChe dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sireFedeli colleganze e alto valoreRicondotto hanno a' suoi dominii e a tuttaLa paterna sua gloria.Adello è ascesoSull'ospital naviglio: al marsigliesePorto ei veleggia. Oh come dir la gioja,La gratitudin che il bel cuore inonda?Come i diversi palpiti, approdando?Poi, sul corsier veloce alle castellaDel suo benefattore e d'EloisaSenza posa traendo?«Ei giunge: incontroMoveangli il sire ed Eloisa e i figli(Figli di quell'imen; pur cari all'almaGentil d'Adello!) Mutui i commoventiDetti suonano e i teneri singhiozziE la sincera nobil lode. Un risoDel ciel parea per que' mortali elettiAver portato sulla terra il gaudioChe dal suo trono Iddìo raggia ai beati!Ma quel foco di vita che nel ciglioBrillava ad Eloisa, insolito era.Da lungo tempo in essa è illanguiditoIl fior della salute. Adel s'accorseCh'ella reggeasi con fatica; e intendeChe nella notte in che da Nizza a fugaElla errava co' figli, un dardo colseLeggermente un di questi: ahi, velenatoFors'era il dardo! Il bambinel da orrendaCrescente piaga si struggea: la madreQuella piaga lambendo al figliuol suoCrede render la vita e, ohimè, s'illuse!Sotterra è il pargoletto, e da quel tempoA stento l'arte di Salerno e i votiAppesi sugli altari e i benedettiMaravigliosi farmachi al dolenteSen dell'eroica madre addur novelloSembran vigor.Ben tosto Adel conobbeChe sol gli affetti subitanei un brevePonean rossor su quelle guance. Il dolceSoggiorno alcuni mesi ei protraèaAppo gli ospiti amati, e con ArnaldoIl timore alternava e la speranzaPer l'egra donna—Ahi lasso! inferocisceRapidamente il morbo!—Adel sul lettoDi morte la mirò. Tutta obblïavaEi sua virtù: chiedea ragione al cieloDei mali onde a gran fiotti il mondo inondaCh'egli ha creato, e in quegli orrendi fiottiIndistinto sobbissa e il buono e il reo.«Oh Adel (rispose la morente—e furoQuesti gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggiLa insensata parola! È il duol cimentoOve Dio prova degli umani il core.Te a egregi fatti i lunghi sacrificiPortaron: nè t'incresca! e parver lunghi;Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombraCh'uom vita appella e salda cosa estima!Nè infelice è chi muor, ma chi morendoGuarda gli anni volati ed alcun'ormaDa lui lasciata di virtù non trova!»Voce a Eloisa allor mancò: sorrise,Strinse al seno i figliuoli, all'onoratoSposo si volse—e dir parea «Co' figli,Adel ti raccomando»—e più non era.Così passò la santa.Incerte storieNarrano d'un Adel ch'appo i Toscani,Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse:Fors'era il nostro eroe; forse in più gestaAncor brillò la gloria sua. Ma il vateChe del sepolcro suo cantò, non diceSe non che vecchio Adel morì e mendico,Perdonando agl'ingrati, e ripetendoQue' detti d'Eloisa: «È il duol cimentoOve Dio prova degli umani il core;Nè infelice è chi muor, ma chi morendoGuarda gli anni volati ed alcun'ormaDa lui lasciata di virtù non trova!»
Nell'arduo calle della gloria i primi
Cantai passi d'Adello: or trasvolando
Sull'ali rapidissime del tempo,
Additerò sol come lampi i lunghi
Patimenti e le gesta onde l'eroe
Gli anni suoi segnalava.
Ugo, insultando
Delle città, de' vescovi e de' forti
Itali castellani a' privilegi
E schernendo i trattati ed impunita
La libidin lasciando e la rapacia
De' suoi baroni, acceso avea nel regno
Di civil guerra la esecranda face.
Dal furor della plebe i regii messi
Lacerati venian: le inesorate
Lance del sire offeso alla vendetta
Trucemente scagliavansi. Ammucchiati
I cadaveri ingombrano le strade,
Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrino
Riede al natio villaggio, e indizio appena
Del loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsi
Rottami delle pietre e pochi teschi—Forse
del padre e dei fratelli i teschi!
Tal de' Lombardi era lo stato. Adello
De' depredati borghi e monasteri
In difesa accorrea: di lui, nemico
Più formidabil non avea il tiranno.
Ma in breve queste guerre han tratto all'imo
D'ogni miseria la contrada: il mese
Della messe venia, ma il sol versata
La sua virtù feconda avea ne' semi
Dell'ortica e del cardo; e da lontano
Il fuggiasco villan piangea sul brando
Che a' dì più lieti gli falciava i campi.
Ride Burgundia. «Or tempo è di riporre
I nostri ferri agl'Itali divisi!»
E già possente esercito calava
A sicura vittoria. Allora Adello
Vede la gran rovina: ad impedirla
Non v'è che la concordia, e alla concordia
Città rivali stringer sol può un scettro.
Del nome suo l'autorità sopisce
Gli odii: ei radduce le cosparse insegne
Appo la regia insegna. Or la salute
Dell'itala corona oprisi, e il guardo
Sulle colpe ond'è tinta uom non sollevi.
L'impulso dell'eroe quasi un novello
Spirto ne' pria diversi animi ha infuso.
Ugo, con maraviglia, in sua difesa
Color vede morir cui dianzi ha raso
Le castella o i tugurii: il crudo petto
A forza inteneriasi: ambir la gloria
Parve di scancellar co' benefizii
E con la giusta signoria le cieche
Ire sue prime. Adello, e altri guerrieri
D'onesta fama, sedi ebbero somme
Nel consiglio del re—ma quando piena
Fu de' Burgundi la sconfitta e saldo
Novellamente il trono, ecco, al tiranno
Ombra fa il nome del suo prode, e al dritto
Favellar suo magnanimo la taccia
Dassi ben tosto di ribelle orgoglio.
Dicon vetuste cantiche il giudizio
Scellerato ch'espulso ha dalla patria
Chi la patria avea salva.
Andò il ramingo
Del veneto leone agli stendardi
E lor sacrò la spada sua.—I superbi
Isolani, già tempo, avean le spiagge
Di Dalmazia predate e con la frode
Tolto di là tal venerando oggetto
Che da secoli e secoli a fraterno
Pellegrinaggio i Dalmati adunava
E fea d'un ricco monister la gloria:
Era la lancia d'un antico eroe
Che dal giogo pagano in molte pugne
Sottratto avea le natie valli. Il grido
Degli eccelsi miracoli, operati
Dalla reliquia di quel santo, al furto
I mal devoti veneti sospinse.
Ma intanto rotte più fiate, e sempre
Rinascenti nell'ira e più tremende,
Di padre in figlio le tribù selvagge
Con giuramento avvinconsi al racquisto
Dell'onorata lancia o a eterna guerra.
Un feroce lor capo, Adeoniro,
Col manto di pio zelo, infesta il mare
D'incessanti, audacissime, inaudite
Piraterie. Sui piccioli sui legni,
Di ladroni invincibili una turba
Ei radunò che d'uom, fuorchè l'aspetto
Null'altro serban; fama appo i lontani
Sparse ch'uomin non erano, ma mostri
Prodotti dai nefandi abbracciamenti
Delle dalmate streghe e de' demoni.
Niuna legge li stringe altra che un voto—
Pronunciato col rito abbominando
Di libare in un calice una stilla
Di caldo ancor veneto sangue—e il voto
È d'assalir qualsiasi veleggiante
Pin di San Marco, o scompagnato corra
O a torme, o debol sembri o poderoso,
E dalla pugna non ristar ch'o estinti
O vincitori. A queste anime atroci
Ogni pietà verso i nemici è ignota,
Ma tra loro mirabile è una gara
D'assistenza e giustizia e comunanza
Di beni e mali. Adeonir divide
Il bottin, nè maggior parte a sè dona
Che al più abbietto compagno. In gozzoviglie
E in limosine sprecan, non curanti
Tutti del pari, ogni tesor soverchio,
Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figli
E alle donne e a' feriti han provveduto.
Tal delle imprese loro è la ventura,
E con tali atti di barbarie han tinto
Di stragi l'onde, che il nocchier più ardito
Nell'adriaca laguna inoperose
Tien le sue sarte, e unanime la voce
Dell'atterrito popolo s'innalza
Perchè il furto s'espii ch'a furor tratto
Ha de' Dalmati il santo, e a' loro altari
Con doni la fatale asta si renda.
Il senato assentì: ma col ritorno
Della reliquia, pur mutar natura
Non potè l'indomato avido spirto
De' bugiardi pirati: e con più angoscia
Pianse Vinegia le nuove onte, e mosse
Con alte navi e prodi capitani
Ad estirpar di que' malnati il seme.
Ahimè, che de' suoi prodi il morir forte
Non giovò alla repubblica! In tai giorni
Di lutto universale, uno straniero
Sorge e il linguaggio degli eroi parlando,
Radduce nelle curve alme il coraggio.
Quello stranier pugnato avea sui pini
Della sconfitta armata, e al valor suo
De' pochi avanzi si dovea lo scampo.
Era Adello! Il magnanimo senato
Plaude all'ardir del cavaliero; un novo
Armamento decreta: Adel le prore
Capitanando, alla vittoria corre,
E sepolcro i pirati ebber nell'onde.
Favorita canzon del marinaro
Divenne questa istoria, e tutti i liti
D'Italia l'impararono, e ne' gioghi
Più segregati d'Apennino—allora
Che un sir bandisce all'ospite il festino—
Dice al suo vate: cantaci il bel nome
Del vincitor de' dalmati pirati.
Memoria non restò delle sciagure
O degli affronti perchè Adel partissi
Dalle bandiere del leone. Amalfi
Diede ospizio e onoranza al capitano,
E per lui prosperò; la terra e l'acque,
Più d'una volta, del suo sangue intrise,
Ma invitto il vider sempre e più tremendo.
Tacerò quelle pugne e dirò il giorno
Che—tempo era di pace e vincolato
D'Amalfi all'armi il brando ei non tenea—
Adel coll'oro suo recossi ai Mori
Che in Tunisi avean sede, e quanti schiavi
Potè redense. Il sacrificio ei compie
D'ogni suo aver, perocchè morti entrambi
Son gli adorati genitori, e il pio
Figlio all'anime lor schiudere il cielo
Spera con opre che al Signor sien grate.
Un dì, secondi egli aspettava i venti
Per la reddìta, ed ecco entra nel porto
Con festive urla un predator; parecchie
Sbarca gementi vittime, e fra quelle—Oh
sorpresa! oh sciagura! Adel ravvisa
Un cavalier troppo a lui noto, è desso,
D'Eloisa lo sposo!
Ai primi amplessi
(Ed oh quanti dolori in quegli amplessi
Squarcian d'Adello il nobil cor! qual misto
D'antica gelosia, di riverenza
Per le virtù del sir, di generosa
Compassïon, d'affanno immaginando
Le pene d'Eloisa in udir preda
Ai scellerati masnadier lo sposo!)
Ai primi sfoghi di pietà, succede
L'interrogar sollecito dell'uno
E il racconto dell'altro.
«Oh Adel compiuta
È la sventura mia! Tu vedi il figlio
Del felice Usignan, già di castella
Sì ricco e d'armi, cui possenti trame
Di perfidi congiunti han da sei lune
Rapito ogni dominio. I figli miei
E lor misera madre (ah, poich'al duolo
Il tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!)
In salvo a Nizza appo mia suora addussi.
Ivi una notte una masnada irrompe
Di Saracini. Io d'Eloisa, e quanti
Dolci pegni m'avanzano, la fuga
Combattendo proteggo: oh, almen per loro
M'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato,
Carco di ferri io vengo. Anzi il mattino
Salpan le collegate arabe navi:
Quai di Spagna eran, quai del Sardo e quali
Di quest'africo lito; a me la somma
Lontananza toccò!»
Frenava Arnaldo
Con viril forza il pianto: Adel, compreso
Da tanta folla d'infelici e cari
Pensieri, il volto si copria e lasciava
Alle lagrime sue libero sfogo.
«E anche il mio antico sire è nel sepolcro!
Sì lunghi anni di gloria, e poi nel lutto
Morir miseramente! ecco, empia terra,
Il guiderdon che alla virtù largisci!—
Ma no, delle onorate opre la meta
Non è il sorrider di mortal fortuna:
Amaro a' giusti è il vivere, e beato
Solo quel dì che al mondo vil ti toglie!»
Così esclamava Adel, sazio de' giorni
Glorïosi, ma sterili di gioja
Ch'ei tratto avea, da quando allontanato
Erasi da Eloisa. E or par che tutta
Da mal estinte ceneri risorga
La giovenil sua fiamma: i detti, il volto
D'Arnaldo lo riportano ai remoti
Tempi del suo delirio. Ei vede i colli
Della Sonna fioriti—il santuario
Ove la pia fanciulla iva sovente
A lagrimar sulla materna tomba—
L'inghirlandata barca ove ella, assisa
Sulle ginocchia di suo padre, al canto
Talor sciogliea la voce; e talor l'inno
Era d'Adello; e allor della donzella
Più timido era il canto e più pietoso!
Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campi
E le rocche d'Arnaldo andrai col brando
A racquistar pe' figli suoi? ma in ceppi
Ei qui rimansi: squallido, languente
È il suo sembiante: il duol forse e la dura
Servitù in breve troncheranno il filo
Di quella vita... Libera Eloisa?
Oh pensiero infernal! Ma nella mente
Anche de' giusti sfolgora i suoi foschi
Lampi l'inferno—e più son giusti appunto
Perchè talvolta eguali a' rei son quasi,
Ed allor non soccombono, e con arduo
Sforzo sopra il mortal fango s'innalzano.
D'altri schiavi al riscatto ogni tesoro
Già avea consunto Adello: al predatore
D'Arnaldo in cambio, egli offresi. Accettato
Venne il partito, perocch'egro il primo
Schiavo parea, e salute e forza spira
Del novel la persona. Il sir francese
Queste mosse ignorava, e i suoi voraci
Crucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppo
Degli affetti d'Adello. Alta è la stima
Che la virtù dell'Italo gli desta;
Ma pur già scorge nel futuro, accanto
Alla donna (e ancor bella era Eloisa)
Il rival cavaliere, e quella stessa
Virtù che in esso ammira è il suo spavento.
Ma oh come in sè medesmo ei si vergogna
Di sì bassi concetti, allor che tolte
Vede a sè le catene, ed alle braccia
Poste d'Adel!
«Che fia? Non mai! Sublime
Insania, Adel, ma insania è questa! infermi
Giorni redimer di chi tutte ha tronche
Le vie di rimertarti e così all'imo
Cadde che d'ogni grande atto la speme
Da fortuna gli è tolta—e invece i giorni
Preziosi immolar di chi seconde
Tutte ha le sorti e per la gloria vive!»
«Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommo
Ti fer sempre a' miei guardi; or sol rammento
Quanta importanza i giorni han di chi i sacri
Titoli vesta di marito e padre:
Appo tal, nulla è la deserta vita
Di chi solingo passeggia la terra
(E tal son io), di chi, s'allegri o gema,
Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.»
Volea soggiunger l'altro. Adel temendo
D'aver con triste voci intenerito
Il suo rivale e forse appalesato
Della stanca dolente alma il segreto,
Apre un gentil sorriso—Va', gli dice,
A consolar la tua dolce famiglia;
Cura nostra primiera esser de' questa:
Indi per me non t'affannar: lontane
Non son l'itale sponde, e ivi sì egregi
Cuori mi fean di loro amistà dono,
Che in me certezza è la lor gara al pronto
Riscatto mio.
«So, generoso Adello,
Che in sue nuove tempeste Ugo invocava
Il braccio tuo; so che anelò Vinegia
Di ritorti ad Amalfi, e che in ciascuna
Itala signoria ferve la brama
Di possederti a suo campion: ma esporti
Di fortuna a' capricci, ah no, non posso!
Sol crederei, se in mia balìa fosse indi
Il tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissi
La mia piena miseria!»
Uopo ad Arnaldo
Il ceder fu. Partì sulla primiera
Cristiana prora: agl'Itali l'annunzio
Esso, con altri dall'eroe redenti,
Portar di questo fatto. Onor parea
Stringer più d'una terra alla salvezza
Del guerriero in catene: il sir francese
Non osò dubitarne; Adello stesso,
Benchè scevro d'orgoglio, aver sul grato
Animo altrui credea qualche dritto—
Tutti obbliaro il misero! quattr'anni
Le afriche solitudini l'han visto,
Con abbietti compagni ad opre abbiette
Sotto varii tiranni i suoi sudori
Spargere oscuramente—ed eroe ancora
Esser per gl'infelici, o alleviando,
Con gravarne sè stesso, i lor dolori,
O al rassegnato suo religïoso
Senso le svigorite alme estollendo.
Chi ai Saracini il tardo inaspettato
Prezzo portò del cavaliero? Un messo
Che dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sire
Fedeli colleganze e alto valore
Ricondotto hanno a' suoi dominii e a tutta
La paterna sua gloria.
Adello è asceso
Sull'ospital naviglio: al marsigliese
Porto ei veleggia. Oh come dir la gioja,
La gratitudin che il bel cuore inonda?
Come i diversi palpiti, approdando?
Poi, sul corsier veloce alle castella
Del suo benefattore e d'Eloisa
Senza posa traendo?
«Ei giunge: incontro
Moveangli il sire ed Eloisa e i figli
(Figli di quell'imen; pur cari all'alma
Gentil d'Adello!) Mutui i commoventi
Detti suonano e i teneri singhiozzi
E la sincera nobil lode. Un riso
Del ciel parea per que' mortali eletti
Aver portato sulla terra il gaudio
Che dal suo trono Iddìo raggia ai beati!
Ma quel foco di vita che nel ciglio
Brillava ad Eloisa, insolito era.
Da lungo tempo in essa è illanguidito
Il fior della salute. Adel s'accorse
Ch'ella reggeasi con fatica; e intende
Che nella notte in che da Nizza a fuga
Ella errava co' figli, un dardo colse
Leggermente un di questi: ahi, velenato
Fors'era il dardo! Il bambinel da orrenda
Crescente piaga si struggea: la madre
Quella piaga lambendo al figliuol suo
Crede render la vita e, ohimè, s'illuse!
Sotterra è il pargoletto, e da quel tempo
A stento l'arte di Salerno e i voti
Appesi sugli altari e i benedetti
Maravigliosi farmachi al dolente
Sen dell'eroica madre addur novello
Sembran vigor.
Ben tosto Adel conobbe
Che sol gli affetti subitanei un breve
Ponean rossor su quelle guance. Il dolce
Soggiorno alcuni mesi ei protraèa
Appo gli ospiti amati, e con Arnaldo
Il timore alternava e la speranza
Per l'egra donna—Ahi lasso! inferocisce
Rapidamente il morbo!—Adel sul letto
Di morte la mirò. Tutta obblïava
Ei sua virtù: chiedea ragione al cielo
Dei mali onde a gran fiotti il mondo inonda
Ch'egli ha creato, e in quegli orrendi fiotti
Indistinto sobbissa e il buono e il reo.
«Oh Adel (rispose la morente—e furo
Questi gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggi
La insensata parola! È il duol cimento
Ove Dio prova degli umani il core.
Te a egregi fatti i lunghi sacrifici
Portaron: nè t'incresca! e parver lunghi;
Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombra
Ch'uom vita appella e salda cosa estima!
Nè infelice è chi muor, ma chi morendo
Guarda gli anni volati ed alcun'orma
Da lui lasciata di virtù non trova!»
Voce a Eloisa allor mancò: sorrise,
Strinse al seno i figliuoli, all'onorato
Sposo si volse—e dir parea «Co' figli,
Adel ti raccomando»—e più non era.
Così passò la santa.
Incerte storie
Narrano d'un Adel ch'appo i Toscani,
Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse:
Fors'era il nostro eroe; forse in più gesta
Ancor brillò la gloria sua. Ma il vate
Che del sepolcro suo cantò, non dice
Se non che vecchio Adel morì e mendico,
Perdonando agl'ingrati, e ripetendo
Que' detti d'Eloisa: «È il duol cimento
Ove Dio prova degli umani il core;
Nè infelice è chi muor, ma chi morendo
Guarda gli anni volati ed alcun'orma
Da lui lasciata di virtù non trova!»
.... Sui colliDella Sonna fioriti e sulla RoccaInvisa dominava.
.... Sui colliDella Sonna fioriti e sulla RoccaInvisa dominava.
.... Sui colli
Della Sonna fioriti e sulla Rocca
Invisa dominava.
V'è presso Lione, sulle rive dellaSaône, una rupe che ritiene il nome diPierre-Encise.
In chi di giusti nacque è onnipossente....
In chi di giusti nacque è onnipossente....
In chi di giusti nacque è onnipossente....
Tutta la cantica sembra avere per iscopo morale queste verità:—che uno de' più grandi stimoli alla virtù si è l'esempio di parenti irreprensibili, e quindi il desiderio di consolare con bei fatti la loro vecchiaja—che nelle passioni in lotta col dovere, quanto più il sacrificarle a questo è doloroso, tanto più l'uomo che compie questo sacrificio ha luogo in appresso di congratularsene, trovandosi nobilitato ai proprii sguardi e più capace di grandi azioni—che finalmente se sulla terra il premio della virtù è spesso l'ingratitudine degli uomini e la sventura, al giusto sono abbondante compenso la sua fama, il testimonio della buona coscienza, e la pace e le speranze con cui egli solo può scendere nella tomba.
.... Io la grand'ombraDi Berengario a vendicar mi reco.
.... Io la grand'ombraDi Berengario a vendicar mi reco.
.... Io la grand'ombra
Di Berengario a vendicar mi reco.
Berengario I, dopo gli infelici successi della sua guerra con Rudolfo, fu assassinato a Verona da alcuni congiurati, capo de' quali era Flamberto. Tre giorni dopo Milone guerriero fedele all'infelice imperatore ne fece la vendetta, vincendo i colpevoli e condannandoli al supplizio: così le cronache. Ma secondo questa cantica uno d'essi congiurati, Rasperto, riacquistò potere in Verona, ed ebbe in seguito il favore del re Ugo, che gli lasciò il governo di quella città.
Che al novo italo sire, Ugo....
Che al novo italo sire, Ugo....
Che al novo italo sire, Ugo....
Rudolfo tenne poco tempo il regno d'Italia: ei dovette cederlo ad Ugo, duca di Provenza, che segnalò il suo dominio con le crudeltà e la perfidia.
.... La grande alma d'Otone....
.... La grande alma d'Otone....
.... La grande alma d'Otone....
Pare che debba essere Ottone di Sassonia, il quale circa 14 anni dopo quest'epoca conquistò l'Italia.
Tolto di là tal venerando oggetto.
Tolto di là tal venerando oggetto.
Tolto di là tal venerando oggetto.
Leggasi la storia de' bassi tempi e si vedrà quanto fossero frequenti i furti delle reliquie. Un popolo credeva d'appropriarsi la prosperitàdell'altro, togliendogli o il corpo o qualsiasi altra reliquia del santo protettore del luogo.
.... Che il nocchier più arditoNell'adriatica laguna inoperoseTien le sue sarte.
.... Che il nocchier più arditoNell'adriatica laguna inoperoseTien le sue sarte.
.... Che il nocchier più ardito
Nell'adriatica laguna inoperose
Tien le sue sarte.
Che un piccol numero di pirati sparga tanto spavento parrebbe un'esagerazione, se la storia non dicesse come nel secolo XVII i filibustieri, ammasso di pochi audacissimi ladroni, divennero il terrore dei navigatori europei, a segno dì tener talvolta interrotta la comunicazione della Spagna colle colonie americane.
A stento l'arte di Salerno...,
A stento l'arte di Salerno...,
A stento l'arte di Salerno...,
Nel secolo X Salerno era già famosa per la sua scuola di medicina. (V. il Tiraboschi.)
L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza dell'immolato Ebelino.
L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza dell'immolato Ebelino.
Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!JOB. 2, 10.
Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!
JOB. 2, 10.
Inno d'amore e di compianto al giusto,Al giusto denigrato! Ebelin, fidoCampion del magno Ottone e consigliero,Colui che al generoso ImperadoreVerità generose favellava,E i biasimati torti indi con mentePronta e amorevol correggea e sagace;Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,Spesso invece del sir ponea la destraAl timon dell'impero, e lo volgeaDel sir con tanta gloria e securanza,Che questi, anco in cimento arduo serrandoLe auguste ciglia al sonno, a lui dicea:«Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacroCener del magno Otton, d'Otton novelloFu parimente lunghi anni sostegnoDi giustizia nel calle, e guida e sprone;Sì che a nessun parea che dilettosoNe' poveri tuguri e nelle saleFervesse crocchio, ove lodato il nomeNon fosse d'Ebelin,—quell'EbelinoMorì esecrato, ed era giusto! AmoreE compianto agli oppressi!Un dì l'Eterno,Come a' giorni di Giobbe, al suo cospettoAvea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:—Onde vieni?E il maligno:—Ho circuitaDell'uom la terra, e non rinvenni un santo.Ed il Signore:—O di calunnie padre,Non vedestù l'amico mio Ebelino,Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondoTanta in prosperi dì serba innocenza?E l'angiol di menzogna ambe le labbraSi morse, e crollò il capo, e disdegnosoDisse:—Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'amaPerchè di beni è colmo. Il braccio or alza,Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.Ed il Signor:—Giorni di prova a' rettiForse non io so stabilir? Va; pongoEntro a tue mani dispietate or quantoAgli occhi della terra Ebelin porta,Fuorchè la vita.L'avversario alloraAvventossi precipite dal gremboDella nembosa nube, onde i mortaliAtterria lampeggiando; ed in un puntoFu su roccia dell'alpi. Ivi giganteSi soffermò, e da questo lato i campiDella lieta penisola mirando,E dall'altro le selve popoloseDe' boreali, l'una all'altra palmaBattè plaudendo al sovrastante luttoD'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!La più squisita voluttà del malePensò un momento qual si fosse, e al giustoFermò ignominia cagionar per mano...Di chi?—D'amico traditore! Il colpoPiù doloroso e a dementar più adattoChi molto amando irreprensibil visse!—Un Giuda voglio! Il dèmone ruggiaGiù dall'alpe scagliandosi e correndoPe' teutonici boschi, e visitandoCon infernal, veloce accorgimentoCittà e castella.Iva ei cercando l'uomo,In cui scernesse il dolce volto, e i dolciAtti, e l'irrequïeto occhio gelosoDel venditor di Cristo; e non volgareMente si fosse, ma gentil, ma caldaDi lodevoli brame, ed inscia quasiDi sè si pervertisse, e vaneggiasseD'amor per tutte le virtù, e seguirleTutte paresse, e infedel fosse a tutte.Tale, od un vero giusto esser doveaChi affascinasse d'Ebelino il core;E Sàtan nol trovava, e con dispregioMaledicea la lealtà nativaDe' figli del Trïon, popol rapaceNelle battaglie, e in sue pareti onesto.Ma quando già il crudel quasi dispera,Ecco s'incontra in uomo onde il sembianteTosto il colpisce; e fra sè dice:—«È desso!»Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.Quel benedetto dall'orribil genioEra un prode straniero, e fama taceDi qual progenie, e nome avea Guelardo.Sul suo destrier peregrinava, e ladriOr assaliva, degli oppressi a scampo,Or dispogliava ei stesso i passeggeri,Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglioPur quelli avrìa, se a povertà costrettoNon l'avesse un fratel, che del paternoRetaggio spossessollo.A che di boscoIn bosco errasse, ei non sapea. SperavaDal caso alte venture, e perchè tardeErano al suo desìo, volgea frequenteIl pensier di distruggersi; e più volteDall'altissime balze misuravaColl'occhio i precipizi, e mestamenteRideagli il core, e si sarìa slanciatoNelle cupe voragini, se voce,O aspetto di mortali, o speranze altreNon l'avesser ritratto.—O cavaliere,Salve.—Scòstati, scòstati, o romito;Oro non tengo.—Ed oro a te non chieggo;Ben d'acquistarne santa via t'accenno.Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sortiOcculta sapïenza ha rivelate:Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:Grazia agli occhi di lui, grazia otterraiA' clementi occhi del regnante istesso.Così Satan, e sparve.Incerto è quegliSe fu delirio o visïone. Al cieloVolge supplice il viso: in cor gl'irrompeDe' suoi misfatti alta vergogna; aspiraA cancellarli, e quindi in poi di tutteVirtù di cavaliere andare ornato.In quel fervor del pentimento, incontraUn mendico, e su lui getta il mantello,E sen compiace, e dice:—Uom non m'avanzaIn carità e giustizia.E Sàtan rise,E non veduto gli baciò la fronte.Alla real Bamberga andò Guelardo,Mosse alle auguste soglie, ad EbelinoSupplice presentossi, e pïamenteDa quella bella e grande alma si videAscoltato, compianto, e di non tardaAïta lieto. Un fascino infernaleSovra la fronte di Guelardo impostoHa del demone il bacio. Allo stranieroConglutinossi d'Ebelino il coreIn breve tempo; e nella reggia e in campoQuei Gionata parea, questi Davidde.Mirabile brillava ad ogni ciglioQuella forte amistà: Saran fremevaCh'ella durasse, e il volgersi degli anniAffrettar non potea. Nè ratto varcoSperabil era tra i pensieri onestiChe Guelardo nodriva e la sua infamia,Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolceNella virtù emularlo, e il desiderioScellerato di spegnerlo. Ma il tristoAngiol si confortava misurandoL'immortal suo avvenire. Appo sì lunghiSecoli, breve istante eran poch'anni.Ed intanto ci godeva, a quell'imagoChe tigre, sebben avida di sangue,Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzoTragge di quella contemplando i motiE l'amabil fidanza, ed assaporaPiù lentamente la decreta strage.Dopo tanto aspettar, s'appressa il giornoSospirato dall'invido. Al novelloOtton contrarie qua e là in ItaliaEran le menti di non pochi, e spemeVivea secreta ch'italo EbelinoSecretamente lor plaudesse. Il coreDi molti era per esso, e nelle arditeCongrèghe entro a' castelli, ed appo il volgoSusurravan, più splendido rinomoNon avervi del suo; null'uom più votiA suo pro riunir; doversi acciaroDittatorio offerirgli, o regio scettro.L'augusto sir dalla germana sedeContezza ebbe di fremiti e lamentiNell'alme de' Lombardi esasperate,Ed a sedarle con prudenza invìaEbelino e Guelardo.Alla venutaDi questi sommi giù dall'alpe, e al gridoChe fama addoppia de' lor alti pregi,E più de' pregi di colui, che sembraD'onnipotenza quasi insignorito,Ferve ognor più l'insana speme, e tuttaIn congressi pacifici prorompe,Ove i duo messi imperïali invanoSenno indiceano e obbedïenza.—O prodi!Così Ebelin risponde al temerarioDe' corrucciosi invito; io condottieroMai contr'Otton non moverò, chè avvintoGli son da conoscente animo e onore,E il portai fra mie braccia. E quando insiemeDel moribondo padre suo le coltriInondavam di pianto, il sacro vecchioNostre mani congiunse, e disse:—Un figlio,O Ebelino, ti lascio;—ed a te lascio,O figlio, un padre in Ebelino!—Ed eraIn tai detti spirato. Allora il figlioGettommi al collo ambe le braccia, e moltoPianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi,E il chiamai figlio. Ove pur reo di pattiViolati con voi fosse il mio sire,Biasmo sincer da mie labbra paterneAvriane, sì; retti n'avrìa consigli,Ma non odio, non guerra, non perfidia!—Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,Ov'è causa di popoli. Ed ignotaMal tu presumi essere a noi l'ingrataAlma d'Ottone anco ver te, che drittiTanti acquistasti a guiderdone e lode.Ombra a lui fa la tua virtù: onorartiFinge, ma stolta è finzione omaiOnd'ogni cor magnanimo s'adira.Possente sei, ma più non sei quel dessoChe ne' duo regni un dì tutto volvea.Tëofanìa il governa, e da BisanzioSul germanico seggio ov'ei l'assunseRecò le greche astuzie, e lo circondaDi greci consiglieri. Essi con leiVan macchinando contro te ogni giorno;Che se finor cadute anco non sonoLe podestà che a te largì il monarca,Della tua rinomanza egli è prodigio,E nel tiranno è di pudor reliquia.Bada a' perigli, a tua salvezza bada:D'Otton l'iniquità rotto ha i legamiD'ogni giusto con esso.Un de' maggioriCosì parlò fra gli adunati audaci.Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsaLa parola di sdegno e di sospettoCirca l'imperadrice e i cortegianiCh'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.Ma la candida e ferma alma del pioEbelin s'adirò. L'imperadriceE Otton con nobil gagliardìa difese,E de' Greci sorrise. Ei sì facondoFavellava, e amichevole e verace,Che i più irati l'udìan con reverenza:Con tenerezza quasi, ancor che invittiNel feroce astio e nell'ardente brama.Di Guelardo lo spirto a quel congressoFunestamente s'esaltò. Il dilettoEbelino ei vedea, nella commossaFantasia, re, suscitator di gloriaAd un popol redento. Il vedea belloGiganteggiare in immortali istorie,Com'un di que' supremi, onde la terraLunghi secoli è priva; e sè medesmoSocio vedea di quel supremo, e a luiSuccessor forse, e... Che non sogna audaceAmbizïon, se raggio ha di speranza?Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisseLe voci insieme intese, e commentolleColl'insistenza del favore; e aggiunseMaligno esame de' pensier, degli attiD'Ottone, e della Greca in trono assisa,E degli astuti amici ond'ella è cinta.Quasi certezza accolse i più irritantiDubbi e i minimi indizi di periglio,E gridò ingratitudine, e dirittoAlla rivolta. E a grado a grado questaEi necessaria osò chiamare, e il pioEbelin concitarvi. Lo interruppeFinalmente Ebelin; duplice telaCome già svolto aveva agli adunati,Svolse di novo al tentatore amico:Qua la turpezza del tradir, là i vaniSforzi a potenza e gloria, ove bruttataÈ nazïon da lunghi odii fraterni.Negli aneliti suoi s'ostinò il coreDi Guelardo in quel giorno, e seguì posciaA ridir con sofistica, inesaustaFacondia per più dì l'empie sue brame;Sì che non poche volte il generosoEbelino in resistergli, dal miteConsiderare e dai soavi dettiPassò a dogliosa maraviglia e sdegno.Turbossene colui, ma il turbamentoAscose e il disamore, e da quel tempoCrescente invidia in sen covò tremenda.Novi succedon fortunati eventi,Ch'ognuno attesta glorïosi al sennoDell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,Come negli anni primi, or della gloriaDel suo benefattor non va giocondo.Ei con geloso sospettante ciglioMira la sua grandezza, e superarlaVorria e non puote; e detestando, sognaDall'amico esser detestate; e pargli,Laddove pria si belle in EbelinoVirtù vedea, più non veder che scaltraIpocrisia. De' pervertiti è proprioNon credere a virtù; d'ogni più certoGeneroso atto dubitar motiviTurpi, ed asseverarli: in ogni etadeCosì abborriti fur dal mondo i santi.Da quello stato di rancor, di menteOgnor proclive a gettar fango ascosoSovra l'opre del giusto, è breve il passoAd assoluto di giustizia scherno.In Lamagna Guelardo ad altri uffiziDi grande onor da Ottone è richiamato,Mentre Ebelin nell'itale contradeResta moderator. L'ingrato amicoSospetta ch'Ebelino abbia con arteTal partenza promosso, a fin di trarsiUom dal cospetto che in secreto esècri.Del congedo gli amplessi ei rende a quello,Ma senza avvicendar come altre voltePalpiti dolci di desìo e di pena.Infinto ei crede ogni atto ed ogni accentoDel più sincero degli umani, e parteCoi fremiti dell'odio, e maturandoDi non avute offese alta vendetta.—Cieco tanto io sarò che vero estimiSuo rifiuto ai ribelli? Or che si vasteSon le congiure? Or che da lunghe e infausteGuerre è stanco l'impero? Or che d'illustreNome a capitanarla, e di null'altro,La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiataDalla superba, greca, invida nuoraÈ quell'antica d'Ebelin fautrice,La vantata Adelaide, che alle umìliOmbre de' chiostri dalla reggia mosse?Or che Tëofania palesementeLacci a lui tende e sua rovina agogna?Il menzogner di me diffida: i viliDiffidan sempre! Allontanarmi volleNon senza mira ostil: me di qui togliePer regnar sol, per non aver chi forseSua sapïenza e sue prodezze oscuri.All'amico ei rinuncia; ei nelle schiereDel suo tradito Imperador mi brama,Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'astaScaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,Che nè lo sdegno mio, nè la sagaciaNon teme, nè il valor! Perfido! io maiStato non fora a tua amicizia ingrato;Alla mia ingrato ardisci farti: trema!Valor non manca al vilipeso e sennoDa smascherar tua ipocrisia. LudibrioNe fur bastantemente il sire, i grandi,Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!Così nel suo vaneggiamento infameS'agita l'infelice, e non s'accorgeChe il re d'abisso più e più il possede;Così travolve le apparenze ogn'uomoChe a livor s'abbandoni:Ecco GuelardoGiunto ai reali di Bamberga ostelli;Eccolo assaporante i nuovi onori,Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,Sente l'amaro della propria bile.Più sovra il labbro di Guelardo il nome,Come già tempo, d'Ebelin non suona,O su quel labbro se talvolta suona,Laude non l'accompagna, e il favellanteImpallidisce, e torvamente abbassaLa pensosa pupilla irrequïeta,E la rïalza sfavillando; e ognunoScerne che di compressa ira sfavilla.Del mutamento avvedasi esultandoTëofania, s'avvedono i suoi fidi,E al convito di lei con gran decoroVisto sovente è quel Guelardo assiso,Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.Ordiscono essi alcuna trama insiemeContro al lontano giusto? o la perfidiaTutta covossi di Guelardo in petto?Un dì da quel convito esce il fellone,E quasi esterrefatto si presentaAgli occhi del monarca, e a lui si prostra,Ed esclama:—Ebelino è traditore!Le rivolte fomenta; alla coronaD'Italia aspira: sciolta è l'amistadeChe a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!E false carte adduce in prova, e adduceDi vili già ribelli, or prigionieri,Menzogne tai, che faccia avean di vero.Ed il monarca trabalzò, fu vintoDalle inique apparenze. Esitò ancora,Dubitar volle novamente; a novoEsame ripiegò la scrupolosaAfflitta anima sua; ma le apparenzeTrionfaron più orrende e più secure.Indi egli irato invìa turba di sgherriAll'italo paese, onde sia trattoCarico di catene il formidatoDuce a Bamberga.L'innocente duceStanza a que' giorni avea in Milan. PosavaUna notte, ed in sogno a lui s'affacciaLo stuol de' cari, in varia guerra estinti,Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre«Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altriCon affanno e singhiozzi ad una voceRipetean: «Fuggi, fuggi!»Ei si risveglia,E per quell'alme prega, e s'addormentaUn'altra volta. E in sogno ecco apparirgliIl magno Otton primiero ed Adelaide,Non cinta ancor di monacali bende,Ma il serto imperial sopra la fronte.Meste eran lor sembianze, ed a lui: «FuggiFuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!Ira per te sarìa mortal!»Si destaIl nobil duce, e per quell'alme prega,E s'addormenta un'altra volta. E vedeIl tempo antico e la città solenneOve sorge il Calvario, e là pur vedeDi Getsèmani l'orto, ed appressarsiUna frotta d'armati, e IscarïoteDare il bacio alla vittima!... Ed oh vista!Iscarïote era Guelardo!BalzaSpaventato destandosi Ebelino,E que' tre sogni avvertimento estimaDell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?Ma perchè? Fugge l'innocente mai?Pochi istanti anelò fra que' pensieriDi stupor, di tristezza, e piena d'armiFu ben tosto la soglia. Udì EbelinoChe dal suo Imperador venìan que' ferri,E il cenno di seguirli: ai manigoldiCesse con muto fremito la spada,E porse ai ceppi gli onorati pugni.Quasi ladro il trascinano, e MilanoE tutta Lombardia mira quel crolloSì inopinato. Il prigioniero obbrobriSoffre inauditi; e non sarìagli penaDagli sgherri soffrirli: itale vociLo irridon per la via, maledicentiAl passato suo lustro. E quale esclama:—Va, di rivolte eccitator maligno!Va, scellerata causa, onde su noiCesare versa il suo tremendo sdegno!—Qual:—Va, codardo degli Otton mancipio,Che d'Italia campion far ti negasti!Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!—Qual più schietto prorompe:—Erami noiaUdir chiamartiil giusto; alfin delittiPotrem di te sapere ed abborrirti!Quant'è lunga la via sino a' confiniDelle italiche valli, Ebelin tacqueDegli spregi sofferti. Allor che in cimaDell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzandoLe incatenate braccia,—Oh maledettaTroppo da' vizi tuoi, misera patria,Sclamò, non io ti maledico! Il cieloFigli ti dia che s'amino fra loro,Ed amin te com'io t'amava e t'amo,E più di me felici acquistin gloriaSenza espïarla con dolori e insulti!—Maledicila! gridagli all'orecchioUna voce infernal.—Ti benedicoL'ultima volta! ripres'egli.E pianseSiccome pio figliuol sulla ignominiaD'una madre infelice; e gli sovvenneQuanto già quella madre avea prefulsoIn virtù fra le genti, e a depravarlaQuante cagioni eran concorse! E grandeSu lei di Dio misericordia chiese;E dal dolce aer suo, dalle ridentiTutte illustri sue sponde, ei nè le amantiCiglia diveller, nè il pensier poteva!Satan che indarno occultamente spintoAvealo ad imprecar la patria terra,Urlò di rabbia le sue preci udendo;E di Lamagna per alture e pianiCorse con questo grido:—È alfin cadutoL'italo malïardo, il seduttoreDe' nostri augusti, il protettor di quantiDi Lombardia traeano ad impinguarsiSul germanico suol, genìa predaceOnde la tanta povertà cresciutaIn quest'anni da noi! Tutti EbelinoNostri tesori al lido suo recava,E colà un trono alzar voleasi, alloraChe ad atterrar le ribellanti spadeInetto fosse per miseria Ottone?—Ebelin mora! Universal rispostaFu del tedesco volgo. Ed obblïatoDa migliaia di cuori in un dì venneQuanto a lodarlo aveali invece astrettiLa sua mansüetudine, il modestoNon curar le ricchezze, il riversarleSulle infelici plebi, il non mostrarsi,Benchè pio verso gl'Itali, men pioVer gli stranieri. Quella dianzi notaSerie di virtù splendide cotanto,Un incantesimo vil parve ad un tratto,Una menzogna. Convenìa disdirla:Riconoscenza è grave pondo ai bassi.Esultan se pretesto a lor si porgaDi rigettarla, e attaccaticci morbiSon odio, ingratitudine e calunnia.Conscio de' benefizi innumeratiCh'egli avea sparso, avea creduto ognoraL'irreprensibil cavalier che stretti,A lui fosser d'amor cuori infiniti.Le ripetute indegne contumelieLo sorpreser, ma tacque; e sovra tantaPravità de' mortali meditando,Arrossì d'esser uomo, e innanzi a DioUmilïossi. E vanamente ancoraStette Satan mirandolo e aspettandoIl desìo di vendetta e le bestemmie.Chiama l'Onnipossente al suo cospettoTutti i ministri spirti, e a Satan dice:—Onde vieni?E il maligno:—Ho circüitaDell'uom la terra, e non rinvenni un santo.Ed il Signore:—O di calunnie padre,Non vedestù l'amico mio Ebelino,Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,Tanta nel suo dolor serba innocenza?E l'angiol di menzogna ambe le labbraSi morse, e disse:—Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,Perchè, in tuo amor fidando, ei palesataIn breve spera sua innocenza. Il braccioEstendi, e più percuotilo, e vedraiSe non t'impreca.Ed il Signor:—Non forseGiorni di prova assegno a' retti? Vanne:Ebelino è in tua mano; anco sua vita,Anco la fama sua, perchè maggioreTorni suo vanto e tua immortal vergogna.L'avversario precipite avventossiDal grembo della nube, onde i mortaliAtterrìa lampeggiando, ed in un puntoFu su roccia dell'alpi. Ivi giganteSi soffermò, e da questo lato i campiDella lieta penisola mirando,E dall'altro le selve popoloseDe' boreali, l'una e l'altra palmaBattè plaudendo al sovrastante luttoD'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!Di là scagliossi alla città del tronoE de' cento felici incliti alberghi,E delle orrende mura ove trascinaSua catena Ebelin. Desta il demonioNe' giudici, che Ottone a indagin chiamaDell'alta causa, aneliti vigliacchi.Temon, se reo non trovan l'accusato,L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'iraDi quel Guelardo che per essi or regna;E dove il trovin reo, speran più pinguiGli onorati salarii, e maggior lustro.Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenzaGuelardo stesso!Oh come il core all'empioNondimen trema, udendo che s'appressaL'irreprensibil catenato! E questiEntra con umil, sì, ma non prostratoAnimo, e reca sulla smorta fronteQuell'alterezza ch'a innocenza spetta.Cela Guelardo il suo tremore, e prendeCosì ad interrogar:—Qual è il tuo nome,O sciagurato reo?—Sono EbelinoDa Villanova, amico tuo.—RigettoL'amistà d'un fello: giudice seggo.Che macchinasti co' Lombardi?In visoL'accusato guardollo, e non rispose.E Guelardo:—A lor trame eri secretoEccitator; t'offrìan lo scettro, e prontaStava tua destra ad accettarlo in giornoCh'ansio esitavi a stabilire, in giornoChe, la mercè di Dio, non è spuntato.V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidiaAl tribunale attesta.E poichè mutoSerbavasi Ebelin, vengon a un cennoQue' testimoni nella sala addotti.Eran duo di que' truci esclamatoriDi libertà, di civiche vendette,Di patrio amor, che ne' consessi audaciDella rivolta più fervean, più schernoScagliavan sui dubbianti e sovra i miti,E più capaci d'affrontar qualunqueParean supplizio, anzi che mai parolaDi codardia pel proprio scampo sciorre.Questi eroi da macelli, questi atrociOstentatori d'invicibil rabbia,Come fur tolti a lor gioconde cene,E gravato di ferri ebbero il pugno,E il patibolo vider,—tremebondiQuasi cinèdi, le arroganti gridaVolsero in turpi lagrime e in più turpiEsibimenti di riscatto infame,Altre teste al carnefice segnando.Ad Ebelino in riveder coloroIsfuggì un atto di stupor:—Voi dunque?Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a drittoIo sempre le feroci alme ho spregiato,E ben diceami il cor quali voi foste!Ed appunto perchè troppe vid'ioAlme siffatte là nelle congrègheOve il mio plauso si cercava indarno,E pochi vidi eccelsi petti, avversiAd insolenza e a stragi, io mestamentePresentii di mia patria obbrobri e pianto,S'ella sorda restava a' preghi miei,E alle minacce mie, quando insensataIo vostr'impresa nominava e iniqua.I testimoni balbettaro, e fisiGli occhi loro in Guelardo, il concertatoCalunnïar sostennero. EbelinoPiù non degnolli di risposta, e chieseD'esser condotto anzi ad Ottone a cuiParlar volea.Respinge inutilmenteGuelardo quest'inchiesta, e così forteLa ripete Ebelin, ch'un de' sedutiA giudicarlo generoso alzossi,Sclamando:—La tua brama, o il più infeliceFra gli accusati, porteranno al tronoLe labbra mie.Null'uom potè di quellaAnima schietta rattenere i passi:Move all'Imperador, franco gli parla,E il pio monarca inducesi al colloquio.Mentre dunque l'afflitto incoronatoNelle regali, splendide paretiAspettava che a lui tratto venisseIl già caro Ebelin, nella memoriaGli ritornavan gli alti e numerosiServigi di quel prode, e l'amiciziaChe al magno Otton, suo padre, avealo stretto;E commoveasi ripensando quanteVolte quell'Ebelin con tenerezzaLui prence fanciulletto infra le bracciaPortato avea, quante paterne curePrese per lui, quanti affrontati in guerraPer sua difesa ardui perigli,—e il coreGli si volgea a clemenza.Ode sonantiNelle vicine sale i trascinatiFerri del prigioniero, e gli si gelaDi pietà il sangue. E quand'entrare il vedePallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,E magnanimo pianto a stento cela.Ebelin pur commosso era, calcandoCon vincolato piede oggi i tappeti,Che tante volte avea con dominantePasso calcati, e intorno a sè veggendoTanti, che in altro tempo a lui dinanziS'inchinavan temendo, ovver feliciAndavan s'egli a lor stringea la destra,E ch'or s'atteggian contegnosi, e qualiA sterile pietà, quali ad insulto.Giunto Ebelino alla presenza augusta,Piegasi reverente, e aspetta il cenno:—Favella, sciagurato: uom con più caldoFervor non brama tue discolpe.—Sire,La mia innocenza esser dovriati scrittaNe' lunghi intemerati anni ch'io vissiDi tua casa al servizio e dell'onore.In inganno te volto han miei nemici,E me calunnia opprime.—A tue paroleAggiungi prova, e riputato il sommoDe' tuoi servigi questo fia da Ottone.—Se a te prova non son gli atti che opraiAlla luce del sol, l'abborrimentoSperimentato mio contra ogni fraude,Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nullaA te non dicon queste mie sembianzeImperturbate in così ria sventura,Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;Anzi alle leggi mia supposta colpaÈ attestata abbastanza. Altro non possoSe non gli estremi del mio zelo sforziIn quest'istante consecrarti, o sire,Tai verità parlandoti, che forsePiù non udresti, se da me non le odi.—T'ascolto, disse il rege.Ed EbelinoLa propria causa obblïar parve, e diessiA svolgere di stato alti consigli,I bisogni quai fossero additandoDelle schiere, del popol, dell'altare,De' tribunali, e della reggia stessa:Quali i provvedimenti unici, rottiEd efficaci ad impedir l'ebbrezzaDelle rivolte, a raffermar lo impero:Quali de' prischi imperadori, e qualiDel magno Otton le più laudabili opre,E quai le insane; e come arduo ognor siaSeguir le prime e non errare; e comeGli egregi prenci a errar tragge talvoltaAdulante caterva. Accennò alcuniDel sir lusingatori, accennò il vileCangiarsi di Guelardo: e brevi furoSu lor suoi detti, e non degnò que' nomiD'anime basse proferir neppure.Ma que' rapidi detti eran gagliardi,Siccome piglio di paterno braccio,Che sovra l'orlo d'un dirupo afferraPerigliante figliuolo.Otton si scuote.Da verità sì energiche, da sennoSì giusto e luminoso ed esaltanteNon era stato mai colpito. In altriColloqui a' dì felici il buon ministroParlava il ver, ma forse in più graditaGuisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.Ora è il parlar solenne, il grido urgenteD'uom, che vicino a morte anco un tributoDi fedeltà solve al monarca e al dritto,Tutto dicendo che giovar del pariSembrigli al trono e alle regnate genti.Alla beltà del vero e del coraggio,E di quel dignitoso intenerirsiChe da alterezza vien compresso, e pureNella voce si sente e ne' benigniSguardi si vede, unìasi in EbelinoDa natura sortita un'armonìaDi nobili sembianze e di contegno,Talchè valor più prepotente davaA sua favella, ed escludea il suppostoD'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,E facea forza a Otton. Perocchè OttoneStranier non era a simpatia per cuoriDi grandissima tempra. E fu vicinoA cedere, a gettare ambe le bracciaDel prigioniero al collo, al gridar:—FalsaTengo ogni accusa contro al mio fedele!Ma Sàtan vide quell'istante, e spinseTëofania d'Augusto in cerca.BellaEra la greca donna e di vivaciGrazie adorna, e scaltrissima e pungenteNe' suoi sarcasmi, ed irridea talvoltaLa bonaria alemanna indol con mottiQuasi di spregio; e di quei motti spessoArrossia Ottone. E perocch'egli amava,L'affascinante sposa, ambìa piacerleE far pompa d'accorta alma inconcussa,E a tal cagion solea de' generosiSensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.Salutata dall'armi, il passo inoltraFra le colonne di que' regii lochiLa incoronata, e stabilisce e fremeIn vedere Ebelino; e sovra OttoneLancia quel guardo che dir sembra:—Stolto!Sedur ti lasci?Tanto, oimè, bastavaA confondere il sire! Eccol a un trattoCon più severa maestà atteggiarsiVerso il captivo, e dir:—Riedi: a me il veroTutto paleserassi; e tu, innocente,Gloria n'avrai; prevaricato, morte.Torna Ebelino al carcere, e già scerneChe inevitata è per lui morte. Oh comeLenti di nuovo i dì, lente le nottiVolgon per lui! Quel sempre assomigliarsiD'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,Ed il perpetuo tenebrore—e i cibiImmondi e scarsi—e l'aspreggiante voceDi questo o quello sgherro—e il frequent'urloD'altri prigioni disperati, in cupeVicine volte seppelliti—e il suonoDe' ceppi loro, e quel de' propri—e il cantoOsceno del ladron che, bestemmiando,La forca aspetta—e i gemiti dell'egroForse non reo che sulla paglia spira—E il sollecito passo delle guardieChe dicono: «È spirato!»—e questo dettoChe l'echeggiante corridoio in guisaRipete orrenda—e il pianto d'un amicoChe, udendo il nome dell'estinto, gridaDal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»—E per dispregio di quel pianto il ghignoOd il sibilo infame di coloroChe trascinano il morto—e, con siffattaSerie d'inenarrabili vicendeDi castel, che i perenni affiguravaDell'abisso tormenti, il ricordarsiDe' dì sereni che svanìr, de' plausi,Delle liete speranze, e, più di tutto,De' dolci affetti—ah! quella è tale immensaCongerie di dolori e di spaventi,Che dissennar minaccia ogni più forteE sdegnoso intelletto! E se si ponnoDa intelletto simil serbar talvoltaContro all'empia fortuna altero scherno,O pensieri di pace e di perdono,E di fede nel cielo, ahi! pur quell'oraAmarissima vien che ineluttataMestizia il cor miseramente serra,E non v'è chi consoli! Ed altre pariA quell'ora succedono, e d'angosciaIn angoscia si cade! Ed un'ardenteSmania investe il cervello, ed impazzatoEsser si teme o brama! E il generosoPetto chiuder non puossi all'irrüentePiena dell'odio che in lui versan milleDella viltà degli uomini memorie!E feroce si resta, e di sè stessoS'inorridisce e sclamasi:—«Son io,Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»E chiedesi all'Eterno, e lungamenteChiedesi invan, d'amore una scintilla!Quelle angosce conobbe anco Ebelino,Ed allora invisibile al suo fiancoSàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad iraE a disperazïon trarlo potesse.Ed Ebelin pur resistea, e pensava,In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,Che sublimò i dolori, e fu ludibrioD'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,Che insensatezza all'occhio è de' felici,Insensatezza non pareagli, ed altaStoria pareagli che gli oppressi in tuttiLor martirii nobilita; e volgendoQuella storia ammiranda, a poco a pocoAmmansava gli sdegni e perdonava.Ma la parte del cor, che più dolenteSanguinava, era quella ove scolpiteStavan due care fronti. Una è la fronteDella madre decrepita che in pace,All'ombra degli altar, da parecchi anniViveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quellaDella madre d'Augusto. Ambe le anticheSerrava il chiostro istesso, e raramenteAlla reggia venìan; che ad AdelaideOdïosa la reggia erasi fattaPer l'imperar della superba nuora.—Qual sarà stato di mia madre, e qualeDell'onoranda Imperadrice il core,Allorchè udir la mia sventura? IniquoEsse, no, non mi tengono! Esse almeno,Mentre a tutti i mortali il nome mioIn abbominio fia; caro l'avranno!Così geme Ebelino. Un dì, ottenutoLa madre alfine ha di vederlo, e scendeAlla prigion del figlio. Oh inenarratiDi quel colloquio i sacri detti e i sacriAbbracciamenti! Oh qual pietà! Una madreChe riscattar col sangue suo non puoteDi sue viscere il frutto! ed il più amanteFiglio che di sua madre, ahimè! in secretoDeplorar dee la lunga vita!Il giornoChe dalla inconsolabil genitriceFu Ebelin visitato, oh da qual notteSeguito fu! L'espandersi de' cuoriNella sventura, è de' sollievi il sommo;Ma dopo tal sollievo, allor che mestoIl prigionier dalle pietose bracciaDi persona carissima è staccato,E solingo riman, quanto più duraGli è solitudin! Quanto più affannosoIl desiderio de' bei tempi in cuiFra gli amati vivea! Quanto più viva,Più lacerante la pietà ch'ei senteDi sè stesso e d'altrui!Me a tal doloreStranier non volle il Cielo, e in ripensarti,O decennio del carcere, infinitiStrazi ricordo, ma il più acerbo è forseQuand'io, abbracciato il genitor, partirsiDa me il vedea; quand'io, calde le labbra,Del bacio suo, dicea:—Questo è l'estremo!Non un decennio, ma più lune ancoraDurar gli allarmi d'Ebelino. Ei forseNelgiudizio di Diogli accusatoriSperava iniqui col possente acciaroDüellando atterrar. Chi d'EbelinoAvea la forza e la destrezza? E quantaForza o destrezza in düellar non donaSenso d'intemerata anima offesa!Ma taigiudiziIddio forse abborrendo,Non volle che sancito il reo costumePer Ebelin venisse; o del demonioOpra fu l'impedirlo. Il pestilenteAere del carcer nell'oppresso infondeMaligni influssi, ed eccolo abbattutoDa insanabili febbri. Il derelittoPur talvolta illudeasi, immaginandoChe alcun de' tanti, su cui sparsi aveaSuoi benefizi, or con repente mossaD'onore e gratitudin s'offerisseA combatter per esso:—attese indarno.Spunta il dì della morte, ed EbelinoVien tratto innanzi a' giudici; e GuelardoLa sentenza gli legge! Il condannatoUdì, chinò la fronte, e rese grazieTacitamente a Dio che al sacrificioTermine alfin ponesse; e bramò ancoraUna volta veder la genitrice.Venne l'antica, e insiem si consolaroCon nobil forza alterna, e con alterneReligïose cure. Ella ed un pioMinistro del Signor soli eran consciDell'innocenza d'Ebelin. VeloceScorre quel sacro tempo, e omai gl'istantiSovrastan del patibolo. UmilmenteProstrasi ancora innanzi al sacerdoteIl giusto cavalier; quindi si prostraAnzi alla madre, ed ella il benedice,E si dividon sorridendo, e in cieloRiabbracciarsi in breve speran.MovePer le vie tra i carnefici, agguagliatoAl più vil masnadiero, e contro a luiInsane urla di scherno alzan le turbe.Di quegl'inverecondi ultimi segniDell'odio altrui stupìa, ma per le turbeEgli pregava. Ed arrivato al palco,Con fermo passo ascese, e parlar volle;Ma sue parole non s'udir, sì orrendiVituperi sonavano. Ed alloraAccennò egli medesimo al percussore,E siede sullo scanno, e tosto il colloMise sul ceppo—e la mannaia cadde!L'angiol della calunnia, abbenchè indurreNon avesse potuto alla bestemmiaIl retto cavaliere, e or si rodesseInvido i pugni, l'alta anima a DioSalir veggendo—audacemente «Ho vinto!»Volea sclamar. Ma pria che la menzognaIntera uscisse dell'infame petto,Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardoSpirto ravvolser negli eterni abissi.Ov'è il Giuda novel?—Perchè perdutoDelle guance ha il vermiglio, e la baldanzaDella voce e del guardo?—E perchè al risoChe da Tëofania volto gli è spessoNon ride, e gli occhi abbassa, o spaventatoMira a destra e sinistra?—E perchè a sera,Se in luoghi oscuri passa, affretta il piedeA illuminata parte, e ansante giungeQuasi inseguito fosse?—E perchè cercaTalor per via i mendici, e su lor versaA piene mani l'oro, e di lor preciL'aiuto invoca, e inefficaci posciaDi quei le preci ei furibondo chiama?—E perchè ne' festini alcune volteCionca e sghignazza, e intrepido si vantaContro a tutte paure, e quando a lettoVa nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fidoServo chiede il cilicio e se lo cinge?Pentimento ei bramava, e scellerataL'alma era fredda, e a pentimento chiusa.Un dì, colui con altri sommi duciPassò a fianco d'Otton sovra la piazza,Ove ancor d'Ebelino ad alto paloVedeasi infisso il teschio. Il traditoreVolea finger letizia, e le pupilleMiseramente stralunava, e insiemeForte i denti batteangli. Ottone il guarda,E vacillar sovra l'arcione il vede,E a sostenerlo accorre.—Oh! che ti turba?Oh! che ti turba? Gli ripete.—È desso!Sclama Guelardo, il mio tradito amico!Chi dal giusto immolato mi sottragge?E prepotenza di rimorso invitta,Ma non pia, lo costringe. Ei malediceE terra e ciel, ma l'alto arcano svela.Folto drappello d'ottimati, e foltaMoltitudin di volgo al confessanteFa cerchio, e inorridisce a sue parole,Tutta imparando la esecrata istoria.Da tanti petti universal s'innalzaUn lamento:—Oh sventura! oh atroce colpa!Il caduto Ebelino era innocente!Ed Otton più che gli altri inconsolatoRaccapricciando grida:—Oh me infelice!Era innocente, e trarre a morte il feci!Il traditor nel suo sangue stramazza.Qual mano il colpo diè primier? Mal puoteFama saperlo. I più disser che rattoUn ferro in cor si configgesse il tristo,Altri che Otton percosselo. Il tumultoFerve con rabbia orrenda. In cento braniEcco lacero, pesto, annichilatoIl cadavere infame. E s'inchinaroD'Ebelino anzi il teschio e imperadoreEd ottimati e popolo, e nel tempioDato fu loco alla reliquia santa.Alto clamor di giubilo e di rabbiaRimbombò nell'inferno, al piombar quiviIl traditor, ma sol menonne festaL'abbietta e sciocca de' demonii plebe:Il lor superbo re, poste con iraSu Guelardo le luci e le calcagna,Urlò:—Che gloria alma sì vil mi reca!
Inno d'amore e di compianto al giusto,Al giusto denigrato! Ebelin, fidoCampion del magno Ottone e consigliero,Colui che al generoso ImperadoreVerità generose favellava,E i biasimati torti indi con mentePronta e amorevol correggea e sagace;Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,Spesso invece del sir ponea la destraAl timon dell'impero, e lo volgeaDel sir con tanta gloria e securanza,Che questi, anco in cimento arduo serrandoLe auguste ciglia al sonno, a lui dicea:«Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacroCener del magno Otton, d'Otton novelloFu parimente lunghi anni sostegnoDi giustizia nel calle, e guida e sprone;Sì che a nessun parea che dilettosoNe' poveri tuguri e nelle saleFervesse crocchio, ove lodato il nomeNon fosse d'Ebelin,—quell'EbelinoMorì esecrato, ed era giusto! AmoreE compianto agli oppressi!Un dì l'Eterno,Come a' giorni di Giobbe, al suo cospettoAvea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:—Onde vieni?E il maligno:—Ho circuitaDell'uom la terra, e non rinvenni un santo.Ed il Signore:—O di calunnie padre,Non vedestù l'amico mio Ebelino,Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondoTanta in prosperi dì serba innocenza?E l'angiol di menzogna ambe le labbraSi morse, e crollò il capo, e disdegnosoDisse:—Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'amaPerchè di beni è colmo. Il braccio or alza,Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.Ed il Signor:—Giorni di prova a' rettiForse non io so stabilir? Va; pongoEntro a tue mani dispietate or quantoAgli occhi della terra Ebelin porta,Fuorchè la vita.L'avversario alloraAvventossi precipite dal gremboDella nembosa nube, onde i mortaliAtterria lampeggiando; ed in un puntoFu su roccia dell'alpi. Ivi giganteSi soffermò, e da questo lato i campiDella lieta penisola mirando,E dall'altro le selve popoloseDe' boreali, l'una all'altra palmaBattè plaudendo al sovrastante luttoD'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!La più squisita voluttà del malePensò un momento qual si fosse, e al giustoFermò ignominia cagionar per mano...Di chi?—D'amico traditore! Il colpoPiù doloroso e a dementar più adattoChi molto amando irreprensibil visse!—Un Giuda voglio! Il dèmone ruggiaGiù dall'alpe scagliandosi e correndoPe' teutonici boschi, e visitandoCon infernal, veloce accorgimentoCittà e castella.Iva ei cercando l'uomo,In cui scernesse il dolce volto, e i dolciAtti, e l'irrequïeto occhio gelosoDel venditor di Cristo; e non volgareMente si fosse, ma gentil, ma caldaDi lodevoli brame, ed inscia quasiDi sè si pervertisse, e vaneggiasseD'amor per tutte le virtù, e seguirleTutte paresse, e infedel fosse a tutte.Tale, od un vero giusto esser doveaChi affascinasse d'Ebelino il core;E Sàtan nol trovava, e con dispregioMaledicea la lealtà nativaDe' figli del Trïon, popol rapaceNelle battaglie, e in sue pareti onesto.Ma quando già il crudel quasi dispera,Ecco s'incontra in uomo onde il sembianteTosto il colpisce; e fra sè dice:—«È desso!»Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.Quel benedetto dall'orribil genioEra un prode straniero, e fama taceDi qual progenie, e nome avea Guelardo.Sul suo destrier peregrinava, e ladriOr assaliva, degli oppressi a scampo,Or dispogliava ei stesso i passeggeri,Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglioPur quelli avrìa, se a povertà costrettoNon l'avesse un fratel, che del paternoRetaggio spossessollo.A che di boscoIn bosco errasse, ei non sapea. SperavaDal caso alte venture, e perchè tardeErano al suo desìo, volgea frequenteIl pensier di distruggersi; e più volteDall'altissime balze misuravaColl'occhio i precipizi, e mestamenteRideagli il core, e si sarìa slanciatoNelle cupe voragini, se voce,O aspetto di mortali, o speranze altreNon l'avesser ritratto.—O cavaliere,Salve.—Scòstati, scòstati, o romito;Oro non tengo.—Ed oro a te non chieggo;Ben d'acquistarne santa via t'accenno.Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sortiOcculta sapïenza ha rivelate:Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:Grazia agli occhi di lui, grazia otterraiA' clementi occhi del regnante istesso.Così Satan, e sparve.Incerto è quegliSe fu delirio o visïone. Al cieloVolge supplice il viso: in cor gl'irrompeDe' suoi misfatti alta vergogna; aspiraA cancellarli, e quindi in poi di tutteVirtù di cavaliere andare ornato.In quel fervor del pentimento, incontraUn mendico, e su lui getta il mantello,E sen compiace, e dice:—Uom non m'avanzaIn carità e giustizia.E Sàtan rise,E non veduto gli baciò la fronte.Alla real Bamberga andò Guelardo,Mosse alle auguste soglie, ad EbelinoSupplice presentossi, e pïamenteDa quella bella e grande alma si videAscoltato, compianto, e di non tardaAïta lieto. Un fascino infernaleSovra la fronte di Guelardo impostoHa del demone il bacio. Allo stranieroConglutinossi d'Ebelino il coreIn breve tempo; e nella reggia e in campoQuei Gionata parea, questi Davidde.Mirabile brillava ad ogni ciglioQuella forte amistà: Saran fremevaCh'ella durasse, e il volgersi degli anniAffrettar non potea. Nè ratto varcoSperabil era tra i pensieri onestiChe Guelardo nodriva e la sua infamia,Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolceNella virtù emularlo, e il desiderioScellerato di spegnerlo. Ma il tristoAngiol si confortava misurandoL'immortal suo avvenire. Appo sì lunghiSecoli, breve istante eran poch'anni.Ed intanto ci godeva, a quell'imagoChe tigre, sebben avida di sangue,Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzoTragge di quella contemplando i motiE l'amabil fidanza, ed assaporaPiù lentamente la decreta strage.Dopo tanto aspettar, s'appressa il giornoSospirato dall'invido. Al novelloOtton contrarie qua e là in ItaliaEran le menti di non pochi, e spemeVivea secreta ch'italo EbelinoSecretamente lor plaudesse. Il coreDi molti era per esso, e nelle arditeCongrèghe entro a' castelli, ed appo il volgoSusurravan, più splendido rinomoNon avervi del suo; null'uom più votiA suo pro riunir; doversi acciaroDittatorio offerirgli, o regio scettro.L'augusto sir dalla germana sedeContezza ebbe di fremiti e lamentiNell'alme de' Lombardi esasperate,Ed a sedarle con prudenza invìaEbelino e Guelardo.Alla venutaDi questi sommi giù dall'alpe, e al gridoChe fama addoppia de' lor alti pregi,E più de' pregi di colui, che sembraD'onnipotenza quasi insignorito,Ferve ognor più l'insana speme, e tuttaIn congressi pacifici prorompe,Ove i duo messi imperïali invanoSenno indiceano e obbedïenza.—O prodi!Così Ebelin risponde al temerarioDe' corrucciosi invito; io condottieroMai contr'Otton non moverò, chè avvintoGli son da conoscente animo e onore,E il portai fra mie braccia. E quando insiemeDel moribondo padre suo le coltriInondavam di pianto, il sacro vecchioNostre mani congiunse, e disse:—Un figlio,O Ebelino, ti lascio;—ed a te lascio,O figlio, un padre in Ebelino!—Ed eraIn tai detti spirato. Allora il figlioGettommi al collo ambe le braccia, e moltoPianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi,E il chiamai figlio. Ove pur reo di pattiViolati con voi fosse il mio sire,Biasmo sincer da mie labbra paterneAvriane, sì; retti n'avrìa consigli,Ma non odio, non guerra, non perfidia!—Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,Ov'è causa di popoli. Ed ignotaMal tu presumi essere a noi l'ingrataAlma d'Ottone anco ver te, che drittiTanti acquistasti a guiderdone e lode.Ombra a lui fa la tua virtù: onorartiFinge, ma stolta è finzione omaiOnd'ogni cor magnanimo s'adira.Possente sei, ma più non sei quel dessoChe ne' duo regni un dì tutto volvea.Tëofanìa il governa, e da BisanzioSul germanico seggio ov'ei l'assunseRecò le greche astuzie, e lo circondaDi greci consiglieri. Essi con leiVan macchinando contro te ogni giorno;Che se finor cadute anco non sonoLe podestà che a te largì il monarca,Della tua rinomanza egli è prodigio,E nel tiranno è di pudor reliquia.Bada a' perigli, a tua salvezza bada:D'Otton l'iniquità rotto ha i legamiD'ogni giusto con esso.Un de' maggioriCosì parlò fra gli adunati audaci.Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsaLa parola di sdegno e di sospettoCirca l'imperadrice e i cortegianiCh'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.Ma la candida e ferma alma del pioEbelin s'adirò. L'imperadriceE Otton con nobil gagliardìa difese,E de' Greci sorrise. Ei sì facondoFavellava, e amichevole e verace,Che i più irati l'udìan con reverenza:Con tenerezza quasi, ancor che invittiNel feroce astio e nell'ardente brama.Di Guelardo lo spirto a quel congressoFunestamente s'esaltò. Il dilettoEbelino ei vedea, nella commossaFantasia, re, suscitator di gloriaAd un popol redento. Il vedea belloGiganteggiare in immortali istorie,Com'un di que' supremi, onde la terraLunghi secoli è priva; e sè medesmoSocio vedea di quel supremo, e a luiSuccessor forse, e... Che non sogna audaceAmbizïon, se raggio ha di speranza?Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisseLe voci insieme intese, e commentolleColl'insistenza del favore; e aggiunseMaligno esame de' pensier, degli attiD'Ottone, e della Greca in trono assisa,E degli astuti amici ond'ella è cinta.Quasi certezza accolse i più irritantiDubbi e i minimi indizi di periglio,E gridò ingratitudine, e dirittoAlla rivolta. E a grado a grado questaEi necessaria osò chiamare, e il pioEbelin concitarvi. Lo interruppeFinalmente Ebelin; duplice telaCome già svolto aveva agli adunati,Svolse di novo al tentatore amico:Qua la turpezza del tradir, là i vaniSforzi a potenza e gloria, ove bruttataÈ nazïon da lunghi odii fraterni.Negli aneliti suoi s'ostinò il coreDi Guelardo in quel giorno, e seguì posciaA ridir con sofistica, inesaustaFacondia per più dì l'empie sue brame;Sì che non poche volte il generosoEbelino in resistergli, dal miteConsiderare e dai soavi dettiPassò a dogliosa maraviglia e sdegno.Turbossene colui, ma il turbamentoAscose e il disamore, e da quel tempoCrescente invidia in sen covò tremenda.Novi succedon fortunati eventi,Ch'ognuno attesta glorïosi al sennoDell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,Come negli anni primi, or della gloriaDel suo benefattor non va giocondo.Ei con geloso sospettante ciglioMira la sua grandezza, e superarlaVorria e non puote; e detestando, sognaDall'amico esser detestate; e pargli,Laddove pria si belle in EbelinoVirtù vedea, più non veder che scaltraIpocrisia. De' pervertiti è proprioNon credere a virtù; d'ogni più certoGeneroso atto dubitar motiviTurpi, ed asseverarli: in ogni etadeCosì abborriti fur dal mondo i santi.Da quello stato di rancor, di menteOgnor proclive a gettar fango ascosoSovra l'opre del giusto, è breve il passoAd assoluto di giustizia scherno.In Lamagna Guelardo ad altri uffiziDi grande onor da Ottone è richiamato,Mentre Ebelin nell'itale contradeResta moderator. L'ingrato amicoSospetta ch'Ebelino abbia con arteTal partenza promosso, a fin di trarsiUom dal cospetto che in secreto esècri.Del congedo gli amplessi ei rende a quello,Ma senza avvicendar come altre voltePalpiti dolci di desìo e di pena.Infinto ei crede ogni atto ed ogni accentoDel più sincero degli umani, e parteCoi fremiti dell'odio, e maturandoDi non avute offese alta vendetta.—Cieco tanto io sarò che vero estimiSuo rifiuto ai ribelli? Or che si vasteSon le congiure? Or che da lunghe e infausteGuerre è stanco l'impero? Or che d'illustreNome a capitanarla, e di null'altro,La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiataDalla superba, greca, invida nuoraÈ quell'antica d'Ebelin fautrice,La vantata Adelaide, che alle umìliOmbre de' chiostri dalla reggia mosse?Or che Tëofania palesementeLacci a lui tende e sua rovina agogna?Il menzogner di me diffida: i viliDiffidan sempre! Allontanarmi volleNon senza mira ostil: me di qui togliePer regnar sol, per non aver chi forseSua sapïenza e sue prodezze oscuri.All'amico ei rinuncia; ei nelle schiereDel suo tradito Imperador mi brama,Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'astaScaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,Che nè lo sdegno mio, nè la sagaciaNon teme, nè il valor! Perfido! io maiStato non fora a tua amicizia ingrato;Alla mia ingrato ardisci farti: trema!Valor non manca al vilipeso e sennoDa smascherar tua ipocrisia. LudibrioNe fur bastantemente il sire, i grandi,Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!Così nel suo vaneggiamento infameS'agita l'infelice, e non s'accorgeChe il re d'abisso più e più il possede;Così travolve le apparenze ogn'uomoChe a livor s'abbandoni:Ecco GuelardoGiunto ai reali di Bamberga ostelli;Eccolo assaporante i nuovi onori,Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,Sente l'amaro della propria bile.Più sovra il labbro di Guelardo il nome,Come già tempo, d'Ebelin non suona,O su quel labbro se talvolta suona,Laude non l'accompagna, e il favellanteImpallidisce, e torvamente abbassaLa pensosa pupilla irrequïeta,E la rïalza sfavillando; e ognunoScerne che di compressa ira sfavilla.Del mutamento avvedasi esultandoTëofania, s'avvedono i suoi fidi,E al convito di lei con gran decoroVisto sovente è quel Guelardo assiso,Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.Ordiscono essi alcuna trama insiemeContro al lontano giusto? o la perfidiaTutta covossi di Guelardo in petto?Un dì da quel convito esce il fellone,E quasi esterrefatto si presentaAgli occhi del monarca, e a lui si prostra,Ed esclama:—Ebelino è traditore!Le rivolte fomenta; alla coronaD'Italia aspira: sciolta è l'amistadeChe a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!E false carte adduce in prova, e adduceDi vili già ribelli, or prigionieri,Menzogne tai, che faccia avean di vero.Ed il monarca trabalzò, fu vintoDalle inique apparenze. Esitò ancora,Dubitar volle novamente; a novoEsame ripiegò la scrupolosaAfflitta anima sua; ma le apparenzeTrionfaron più orrende e più secure.Indi egli irato invìa turba di sgherriAll'italo paese, onde sia trattoCarico di catene il formidatoDuce a Bamberga.L'innocente duceStanza a que' giorni avea in Milan. PosavaUna notte, ed in sogno a lui s'affacciaLo stuol de' cari, in varia guerra estinti,Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre«Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altriCon affanno e singhiozzi ad una voceRipetean: «Fuggi, fuggi!»Ei si risveglia,E per quell'alme prega, e s'addormentaUn'altra volta. E in sogno ecco apparirgliIl magno Otton primiero ed Adelaide,Non cinta ancor di monacali bende,Ma il serto imperial sopra la fronte.Meste eran lor sembianze, ed a lui: «FuggiFuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!Ira per te sarìa mortal!»Si destaIl nobil duce, e per quell'alme prega,E s'addormenta un'altra volta. E vedeIl tempo antico e la città solenneOve sorge il Calvario, e là pur vedeDi Getsèmani l'orto, ed appressarsiUna frotta d'armati, e IscarïoteDare il bacio alla vittima!... Ed oh vista!Iscarïote era Guelardo!BalzaSpaventato destandosi Ebelino,E que' tre sogni avvertimento estimaDell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?Ma perchè? Fugge l'innocente mai?Pochi istanti anelò fra que' pensieriDi stupor, di tristezza, e piena d'armiFu ben tosto la soglia. Udì EbelinoChe dal suo Imperador venìan que' ferri,E il cenno di seguirli: ai manigoldiCesse con muto fremito la spada,E porse ai ceppi gli onorati pugni.Quasi ladro il trascinano, e MilanoE tutta Lombardia mira quel crolloSì inopinato. Il prigioniero obbrobriSoffre inauditi; e non sarìagli penaDagli sgherri soffrirli: itale vociLo irridon per la via, maledicentiAl passato suo lustro. E quale esclama:—Va, di rivolte eccitator maligno!Va, scellerata causa, onde su noiCesare versa il suo tremendo sdegno!—Qual:—Va, codardo degli Otton mancipio,Che d'Italia campion far ti negasti!Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!—Qual più schietto prorompe:—Erami noiaUdir chiamartiil giusto; alfin delittiPotrem di te sapere ed abborrirti!Quant'è lunga la via sino a' confiniDelle italiche valli, Ebelin tacqueDegli spregi sofferti. Allor che in cimaDell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzandoLe incatenate braccia,—Oh maledettaTroppo da' vizi tuoi, misera patria,Sclamò, non io ti maledico! Il cieloFigli ti dia che s'amino fra loro,Ed amin te com'io t'amava e t'amo,E più di me felici acquistin gloriaSenza espïarla con dolori e insulti!—Maledicila! gridagli all'orecchioUna voce infernal.—Ti benedicoL'ultima volta! ripres'egli.E pianseSiccome pio figliuol sulla ignominiaD'una madre infelice; e gli sovvenneQuanto già quella madre avea prefulsoIn virtù fra le genti, e a depravarlaQuante cagioni eran concorse! E grandeSu lei di Dio misericordia chiese;E dal dolce aer suo, dalle ridentiTutte illustri sue sponde, ei nè le amantiCiglia diveller, nè il pensier poteva!Satan che indarno occultamente spintoAvealo ad imprecar la patria terra,Urlò di rabbia le sue preci udendo;E di Lamagna per alture e pianiCorse con questo grido:—È alfin cadutoL'italo malïardo, il seduttoreDe' nostri augusti, il protettor di quantiDi Lombardia traeano ad impinguarsiSul germanico suol, genìa predaceOnde la tanta povertà cresciutaIn quest'anni da noi! Tutti EbelinoNostri tesori al lido suo recava,E colà un trono alzar voleasi, alloraChe ad atterrar le ribellanti spadeInetto fosse per miseria Ottone?—Ebelin mora! Universal rispostaFu del tedesco volgo. Ed obblïatoDa migliaia di cuori in un dì venneQuanto a lodarlo aveali invece astrettiLa sua mansüetudine, il modestoNon curar le ricchezze, il riversarleSulle infelici plebi, il non mostrarsi,Benchè pio verso gl'Itali, men pioVer gli stranieri. Quella dianzi notaSerie di virtù splendide cotanto,Un incantesimo vil parve ad un tratto,Una menzogna. Convenìa disdirla:Riconoscenza è grave pondo ai bassi.Esultan se pretesto a lor si porgaDi rigettarla, e attaccaticci morbiSon odio, ingratitudine e calunnia.Conscio de' benefizi innumeratiCh'egli avea sparso, avea creduto ognoraL'irreprensibil cavalier che stretti,A lui fosser d'amor cuori infiniti.Le ripetute indegne contumelieLo sorpreser, ma tacque; e sovra tantaPravità de' mortali meditando,Arrossì d'esser uomo, e innanzi a DioUmilïossi. E vanamente ancoraStette Satan mirandolo e aspettandoIl desìo di vendetta e le bestemmie.Chiama l'Onnipossente al suo cospettoTutti i ministri spirti, e a Satan dice:—Onde vieni?E il maligno:—Ho circüitaDell'uom la terra, e non rinvenni un santo.Ed il Signore:—O di calunnie padre,Non vedestù l'amico mio Ebelino,Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,Tanta nel suo dolor serba innocenza?E l'angiol di menzogna ambe le labbraSi morse, e disse:—Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,Perchè, in tuo amor fidando, ei palesataIn breve spera sua innocenza. Il braccioEstendi, e più percuotilo, e vedraiSe non t'impreca.Ed il Signor:—Non forseGiorni di prova assegno a' retti? Vanne:Ebelino è in tua mano; anco sua vita,Anco la fama sua, perchè maggioreTorni suo vanto e tua immortal vergogna.L'avversario precipite avventossiDal grembo della nube, onde i mortaliAtterrìa lampeggiando, ed in un puntoFu su roccia dell'alpi. Ivi giganteSi soffermò, e da questo lato i campiDella lieta penisola mirando,E dall'altro le selve popoloseDe' boreali, l'una e l'altra palmaBattè plaudendo al sovrastante luttoD'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!Di là scagliossi alla città del tronoE de' cento felici incliti alberghi,E delle orrende mura ove trascinaSua catena Ebelin. Desta il demonioNe' giudici, che Ottone a indagin chiamaDell'alta causa, aneliti vigliacchi.Temon, se reo non trovan l'accusato,L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'iraDi quel Guelardo che per essi or regna;E dove il trovin reo, speran più pinguiGli onorati salarii, e maggior lustro.Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenzaGuelardo stesso!Oh come il core all'empioNondimen trema, udendo che s'appressaL'irreprensibil catenato! E questiEntra con umil, sì, ma non prostratoAnimo, e reca sulla smorta fronteQuell'alterezza ch'a innocenza spetta.Cela Guelardo il suo tremore, e prendeCosì ad interrogar:—Qual è il tuo nome,O sciagurato reo?—Sono EbelinoDa Villanova, amico tuo.—RigettoL'amistà d'un fello: giudice seggo.Che macchinasti co' Lombardi?In visoL'accusato guardollo, e non rispose.E Guelardo:—A lor trame eri secretoEccitator; t'offrìan lo scettro, e prontaStava tua destra ad accettarlo in giornoCh'ansio esitavi a stabilire, in giornoChe, la mercè di Dio, non è spuntato.V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidiaAl tribunale attesta.E poichè mutoSerbavasi Ebelin, vengon a un cennoQue' testimoni nella sala addotti.Eran duo di que' truci esclamatoriDi libertà, di civiche vendette,Di patrio amor, che ne' consessi audaciDella rivolta più fervean, più schernoScagliavan sui dubbianti e sovra i miti,E più capaci d'affrontar qualunqueParean supplizio, anzi che mai parolaDi codardia pel proprio scampo sciorre.Questi eroi da macelli, questi atrociOstentatori d'invicibil rabbia,Come fur tolti a lor gioconde cene,E gravato di ferri ebbero il pugno,E il patibolo vider,—tremebondiQuasi cinèdi, le arroganti gridaVolsero in turpi lagrime e in più turpiEsibimenti di riscatto infame,Altre teste al carnefice segnando.Ad Ebelino in riveder coloroIsfuggì un atto di stupor:—Voi dunque?Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a drittoIo sempre le feroci alme ho spregiato,E ben diceami il cor quali voi foste!Ed appunto perchè troppe vid'ioAlme siffatte là nelle congrègheOve il mio plauso si cercava indarno,E pochi vidi eccelsi petti, avversiAd insolenza e a stragi, io mestamentePresentii di mia patria obbrobri e pianto,S'ella sorda restava a' preghi miei,E alle minacce mie, quando insensataIo vostr'impresa nominava e iniqua.I testimoni balbettaro, e fisiGli occhi loro in Guelardo, il concertatoCalunnïar sostennero. EbelinoPiù non degnolli di risposta, e chieseD'esser condotto anzi ad Ottone a cuiParlar volea.Respinge inutilmenteGuelardo quest'inchiesta, e così forteLa ripete Ebelin, ch'un de' sedutiA giudicarlo generoso alzossi,Sclamando:—La tua brama, o il più infeliceFra gli accusati, porteranno al tronoLe labbra mie.Null'uom potè di quellaAnima schietta rattenere i passi:Move all'Imperador, franco gli parla,E il pio monarca inducesi al colloquio.Mentre dunque l'afflitto incoronatoNelle regali, splendide paretiAspettava che a lui tratto venisseIl già caro Ebelin, nella memoriaGli ritornavan gli alti e numerosiServigi di quel prode, e l'amiciziaChe al magno Otton, suo padre, avealo stretto;E commoveasi ripensando quanteVolte quell'Ebelin con tenerezzaLui prence fanciulletto infra le bracciaPortato avea, quante paterne curePrese per lui, quanti affrontati in guerraPer sua difesa ardui perigli,—e il coreGli si volgea a clemenza.Ode sonantiNelle vicine sale i trascinatiFerri del prigioniero, e gli si gelaDi pietà il sangue. E quand'entrare il vedePallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,E magnanimo pianto a stento cela.Ebelin pur commosso era, calcandoCon vincolato piede oggi i tappeti,Che tante volte avea con dominantePasso calcati, e intorno a sè veggendoTanti, che in altro tempo a lui dinanziS'inchinavan temendo, ovver feliciAndavan s'egli a lor stringea la destra,E ch'or s'atteggian contegnosi, e qualiA sterile pietà, quali ad insulto.Giunto Ebelino alla presenza augusta,Piegasi reverente, e aspetta il cenno:—Favella, sciagurato: uom con più caldoFervor non brama tue discolpe.—Sire,La mia innocenza esser dovriati scrittaNe' lunghi intemerati anni ch'io vissiDi tua casa al servizio e dell'onore.In inganno te volto han miei nemici,E me calunnia opprime.—A tue paroleAggiungi prova, e riputato il sommoDe' tuoi servigi questo fia da Ottone.—Se a te prova non son gli atti che opraiAlla luce del sol, l'abborrimentoSperimentato mio contra ogni fraude,Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nullaA te non dicon queste mie sembianzeImperturbate in così ria sventura,Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;Anzi alle leggi mia supposta colpaÈ attestata abbastanza. Altro non possoSe non gli estremi del mio zelo sforziIn quest'istante consecrarti, o sire,Tai verità parlandoti, che forsePiù non udresti, se da me non le odi.—T'ascolto, disse il rege.Ed EbelinoLa propria causa obblïar parve, e diessiA svolgere di stato alti consigli,I bisogni quai fossero additandoDelle schiere, del popol, dell'altare,De' tribunali, e della reggia stessa:Quali i provvedimenti unici, rottiEd efficaci ad impedir l'ebbrezzaDelle rivolte, a raffermar lo impero:Quali de' prischi imperadori, e qualiDel magno Otton le più laudabili opre,E quai le insane; e come arduo ognor siaSeguir le prime e non errare; e comeGli egregi prenci a errar tragge talvoltaAdulante caterva. Accennò alcuniDel sir lusingatori, accennò il vileCangiarsi di Guelardo: e brevi furoSu lor suoi detti, e non degnò que' nomiD'anime basse proferir neppure.Ma que' rapidi detti eran gagliardi,Siccome piglio di paterno braccio,Che sovra l'orlo d'un dirupo afferraPerigliante figliuolo.Otton si scuote.Da verità sì energiche, da sennoSì giusto e luminoso ed esaltanteNon era stato mai colpito. In altriColloqui a' dì felici il buon ministroParlava il ver, ma forse in più graditaGuisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.Ora è il parlar solenne, il grido urgenteD'uom, che vicino a morte anco un tributoDi fedeltà solve al monarca e al dritto,Tutto dicendo che giovar del pariSembrigli al trono e alle regnate genti.Alla beltà del vero e del coraggio,E di quel dignitoso intenerirsiChe da alterezza vien compresso, e pureNella voce si sente e ne' benigniSguardi si vede, unìasi in EbelinoDa natura sortita un'armonìaDi nobili sembianze e di contegno,Talchè valor più prepotente davaA sua favella, ed escludea il suppostoD'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,E facea forza a Otton. Perocchè OttoneStranier non era a simpatia per cuoriDi grandissima tempra. E fu vicinoA cedere, a gettare ambe le bracciaDel prigioniero al collo, al gridar:—FalsaTengo ogni accusa contro al mio fedele!Ma Sàtan vide quell'istante, e spinseTëofania d'Augusto in cerca.BellaEra la greca donna e di vivaciGrazie adorna, e scaltrissima e pungenteNe' suoi sarcasmi, ed irridea talvoltaLa bonaria alemanna indol con mottiQuasi di spregio; e di quei motti spessoArrossia Ottone. E perocch'egli amava,L'affascinante sposa, ambìa piacerleE far pompa d'accorta alma inconcussa,E a tal cagion solea de' generosiSensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.Salutata dall'armi, il passo inoltraFra le colonne di que' regii lochiLa incoronata, e stabilisce e fremeIn vedere Ebelino; e sovra OttoneLancia quel guardo che dir sembra:—Stolto!Sedur ti lasci?Tanto, oimè, bastavaA confondere il sire! Eccol a un trattoCon più severa maestà atteggiarsiVerso il captivo, e dir:—Riedi: a me il veroTutto paleserassi; e tu, innocente,Gloria n'avrai; prevaricato, morte.Torna Ebelino al carcere, e già scerneChe inevitata è per lui morte. Oh comeLenti di nuovo i dì, lente le nottiVolgon per lui! Quel sempre assomigliarsiD'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,Ed il perpetuo tenebrore—e i cibiImmondi e scarsi—e l'aspreggiante voceDi questo o quello sgherro—e il frequent'urloD'altri prigioni disperati, in cupeVicine volte seppelliti—e il suonoDe' ceppi loro, e quel de' propri—e il cantoOsceno del ladron che, bestemmiando,La forca aspetta—e i gemiti dell'egroForse non reo che sulla paglia spira—E il sollecito passo delle guardieChe dicono: «È spirato!»—e questo dettoChe l'echeggiante corridoio in guisaRipete orrenda—e il pianto d'un amicoChe, udendo il nome dell'estinto, gridaDal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»—E per dispregio di quel pianto il ghignoOd il sibilo infame di coloroChe trascinano il morto—e, con siffattaSerie d'inenarrabili vicendeDi castel, che i perenni affiguravaDell'abisso tormenti, il ricordarsiDe' dì sereni che svanìr, de' plausi,Delle liete speranze, e, più di tutto,De' dolci affetti—ah! quella è tale immensaCongerie di dolori e di spaventi,Che dissennar minaccia ogni più forteE sdegnoso intelletto! E se si ponnoDa intelletto simil serbar talvoltaContro all'empia fortuna altero scherno,O pensieri di pace e di perdono,E di fede nel cielo, ahi! pur quell'oraAmarissima vien che ineluttataMestizia il cor miseramente serra,E non v'è chi consoli! Ed altre pariA quell'ora succedono, e d'angosciaIn angoscia si cade! Ed un'ardenteSmania investe il cervello, ed impazzatoEsser si teme o brama! E il generosoPetto chiuder non puossi all'irrüentePiena dell'odio che in lui versan milleDella viltà degli uomini memorie!E feroce si resta, e di sè stessoS'inorridisce e sclamasi:—«Son io,Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»E chiedesi all'Eterno, e lungamenteChiedesi invan, d'amore una scintilla!Quelle angosce conobbe anco Ebelino,Ed allora invisibile al suo fiancoSàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad iraE a disperazïon trarlo potesse.Ed Ebelin pur resistea, e pensava,In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,Che sublimò i dolori, e fu ludibrioD'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,Che insensatezza all'occhio è de' felici,Insensatezza non pareagli, ed altaStoria pareagli che gli oppressi in tuttiLor martirii nobilita; e volgendoQuella storia ammiranda, a poco a pocoAmmansava gli sdegni e perdonava.Ma la parte del cor, che più dolenteSanguinava, era quella ove scolpiteStavan due care fronti. Una è la fronteDella madre decrepita che in pace,All'ombra degli altar, da parecchi anniViveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quellaDella madre d'Augusto. Ambe le anticheSerrava il chiostro istesso, e raramenteAlla reggia venìan; che ad AdelaideOdïosa la reggia erasi fattaPer l'imperar della superba nuora.—Qual sarà stato di mia madre, e qualeDell'onoranda Imperadrice il core,Allorchè udir la mia sventura? IniquoEsse, no, non mi tengono! Esse almeno,Mentre a tutti i mortali il nome mioIn abbominio fia; caro l'avranno!Così geme Ebelino. Un dì, ottenutoLa madre alfine ha di vederlo, e scendeAlla prigion del figlio. Oh inenarratiDi quel colloquio i sacri detti e i sacriAbbracciamenti! Oh qual pietà! Una madreChe riscattar col sangue suo non puoteDi sue viscere il frutto! ed il più amanteFiglio che di sua madre, ahimè! in secretoDeplorar dee la lunga vita!Il giornoChe dalla inconsolabil genitriceFu Ebelin visitato, oh da qual notteSeguito fu! L'espandersi de' cuoriNella sventura, è de' sollievi il sommo;Ma dopo tal sollievo, allor che mestoIl prigionier dalle pietose bracciaDi persona carissima è staccato,E solingo riman, quanto più duraGli è solitudin! Quanto più affannosoIl desiderio de' bei tempi in cuiFra gli amati vivea! Quanto più viva,Più lacerante la pietà ch'ei senteDi sè stesso e d'altrui!Me a tal doloreStranier non volle il Cielo, e in ripensarti,O decennio del carcere, infinitiStrazi ricordo, ma il più acerbo è forseQuand'io, abbracciato il genitor, partirsiDa me il vedea; quand'io, calde le labbra,Del bacio suo, dicea:—Questo è l'estremo!Non un decennio, ma più lune ancoraDurar gli allarmi d'Ebelino. Ei forseNelgiudizio di Diogli accusatoriSperava iniqui col possente acciaroDüellando atterrar. Chi d'EbelinoAvea la forza e la destrezza? E quantaForza o destrezza in düellar non donaSenso d'intemerata anima offesa!Ma taigiudiziIddio forse abborrendo,Non volle che sancito il reo costumePer Ebelin venisse; o del demonioOpra fu l'impedirlo. Il pestilenteAere del carcer nell'oppresso infondeMaligni influssi, ed eccolo abbattutoDa insanabili febbri. Il derelittoPur talvolta illudeasi, immaginandoChe alcun de' tanti, su cui sparsi aveaSuoi benefizi, or con repente mossaD'onore e gratitudin s'offerisseA combatter per esso:—attese indarno.Spunta il dì della morte, ed EbelinoVien tratto innanzi a' giudici; e GuelardoLa sentenza gli legge! Il condannatoUdì, chinò la fronte, e rese grazieTacitamente a Dio che al sacrificioTermine alfin ponesse; e bramò ancoraUna volta veder la genitrice.Venne l'antica, e insiem si consolaroCon nobil forza alterna, e con alterneReligïose cure. Ella ed un pioMinistro del Signor soli eran consciDell'innocenza d'Ebelin. VeloceScorre quel sacro tempo, e omai gl'istantiSovrastan del patibolo. UmilmenteProstrasi ancora innanzi al sacerdoteIl giusto cavalier; quindi si prostraAnzi alla madre, ed ella il benedice,E si dividon sorridendo, e in cieloRiabbracciarsi in breve speran.MovePer le vie tra i carnefici, agguagliatoAl più vil masnadiero, e contro a luiInsane urla di scherno alzan le turbe.Di quegl'inverecondi ultimi segniDell'odio altrui stupìa, ma per le turbeEgli pregava. Ed arrivato al palco,Con fermo passo ascese, e parlar volle;Ma sue parole non s'udir, sì orrendiVituperi sonavano. Ed alloraAccennò egli medesimo al percussore,E siede sullo scanno, e tosto il colloMise sul ceppo—e la mannaia cadde!L'angiol della calunnia, abbenchè indurreNon avesse potuto alla bestemmiaIl retto cavaliere, e or si rodesseInvido i pugni, l'alta anima a DioSalir veggendo—audacemente «Ho vinto!»Volea sclamar. Ma pria che la menzognaIntera uscisse dell'infame petto,Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardoSpirto ravvolser negli eterni abissi.Ov'è il Giuda novel?—Perchè perdutoDelle guance ha il vermiglio, e la baldanzaDella voce e del guardo?—E perchè al risoChe da Tëofania volto gli è spessoNon ride, e gli occhi abbassa, o spaventatoMira a destra e sinistra?—E perchè a sera,Se in luoghi oscuri passa, affretta il piedeA illuminata parte, e ansante giungeQuasi inseguito fosse?—E perchè cercaTalor per via i mendici, e su lor versaA piene mani l'oro, e di lor preciL'aiuto invoca, e inefficaci posciaDi quei le preci ei furibondo chiama?—E perchè ne' festini alcune volteCionca e sghignazza, e intrepido si vantaContro a tutte paure, e quando a lettoVa nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fidoServo chiede il cilicio e se lo cinge?Pentimento ei bramava, e scellerataL'alma era fredda, e a pentimento chiusa.Un dì, colui con altri sommi duciPassò a fianco d'Otton sovra la piazza,Ove ancor d'Ebelino ad alto paloVedeasi infisso il teschio. Il traditoreVolea finger letizia, e le pupilleMiseramente stralunava, e insiemeForte i denti batteangli. Ottone il guarda,E vacillar sovra l'arcione il vede,E a sostenerlo accorre.—Oh! che ti turba?Oh! che ti turba? Gli ripete.—È desso!Sclama Guelardo, il mio tradito amico!Chi dal giusto immolato mi sottragge?E prepotenza di rimorso invitta,Ma non pia, lo costringe. Ei malediceE terra e ciel, ma l'alto arcano svela.Folto drappello d'ottimati, e foltaMoltitudin di volgo al confessanteFa cerchio, e inorridisce a sue parole,Tutta imparando la esecrata istoria.Da tanti petti universal s'innalzaUn lamento:—Oh sventura! oh atroce colpa!Il caduto Ebelino era innocente!Ed Otton più che gli altri inconsolatoRaccapricciando grida:—Oh me infelice!Era innocente, e trarre a morte il feci!Il traditor nel suo sangue stramazza.Qual mano il colpo diè primier? Mal puoteFama saperlo. I più disser che rattoUn ferro in cor si configgesse il tristo,Altri che Otton percosselo. Il tumultoFerve con rabbia orrenda. In cento braniEcco lacero, pesto, annichilatoIl cadavere infame. E s'inchinaroD'Ebelino anzi il teschio e imperadoreEd ottimati e popolo, e nel tempioDato fu loco alla reliquia santa.Alto clamor di giubilo e di rabbiaRimbombò nell'inferno, al piombar quiviIl traditor, ma sol menonne festaL'abbietta e sciocca de' demonii plebe:Il lor superbo re, poste con iraSu Guelardo le luci e le calcagna,Urlò:—Che gloria alma sì vil mi reca!
Inno d'amore e di compianto al giusto,
Al giusto denigrato! Ebelin, fido
Campion del magno Ottone e consigliero,
Colui che al generoso Imperadore
Verità generose favellava,
E i biasimati torti indi con mente
Pronta e amorevol correggea e sagace;
Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,
Spesso invece del sir ponea la destra
Al timon dell'impero, e lo volgea
Del sir con tanta gloria e securanza,
Che questi, anco in cimento arduo serrando
Le auguste ciglia al sonno, a lui dicea:
«Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»
Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacro
Cener del magno Otton, d'Otton novello
Fu parimente lunghi anni sostegno
Di giustizia nel calle, e guida e sprone;
Sì che a nessun parea che dilettoso
Ne' poveri tuguri e nelle sale
Fervesse crocchio, ove lodato il nome
Non fosse d'Ebelin,—quell'Ebelino
Morì esecrato, ed era giusto! Amore
E compianto agli oppressi!
Un dì l'Eterno,
Come a' giorni di Giobbe, al suo cospetto
Avea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:
—Onde vieni?
E il maligno:—Ho circuita
Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.
Ed il Signore:—O di calunnie padre,
Non vedestù l'amico mio Ebelino,
Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo
Tanta in prosperi dì serba innocenza?
E l'angiol di menzogna ambe le labbra
Si morse, e crollò il capo, e disdegnoso
Disse:—Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'ama
Perchè di beni è colmo. Il braccio or alza,
Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.
Ed il Signor:—Giorni di prova a' retti
Forse non io so stabilir? Va; pongo
Entro a tue mani dispietate or quanto
Agli occhi della terra Ebelin porta,
Fuorchè la vita.
L'avversario allora
Avventossi precipite dal grembo
Della nembosa nube, onde i mortali
Atterria lampeggiando; ed in un punto
Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante
Si soffermò, e da questo lato i campi
Della lieta penisola mirando,
E dall'altro le selve popolose
De' boreali, l'una all'altra palma
Battè plaudendo al sovrastante lutto
D'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!
La più squisita voluttà del male
Pensò un momento qual si fosse, e al giusto
Fermò ignominia cagionar per mano...
Di chi?—D'amico traditore! Il colpo
Più doloroso e a dementar più adatto
Chi molto amando irreprensibil visse!
—Un Giuda voglio! Il dèmone ruggia
Giù dall'alpe scagliandosi e correndo
Pe' teutonici boschi, e visitando
Con infernal, veloce accorgimento
Città e castella.
Iva ei cercando l'uomo,
In cui scernesse il dolce volto, e i dolci
Atti, e l'irrequïeto occhio geloso
Del venditor di Cristo; e non volgare
Mente si fosse, ma gentil, ma calda
Di lodevoli brame, ed inscia quasi
Di sè si pervertisse, e vaneggiasse
D'amor per tutte le virtù, e seguirle
Tutte paresse, e infedel fosse a tutte.
Tale, od un vero giusto esser dovea
Chi affascinasse d'Ebelino il core;
E Sàtan nol trovava, e con dispregio
Maledicea la lealtà nativa
De' figli del Trïon, popol rapace
Nelle battaglie, e in sue pareti onesto.
Ma quando già il crudel quasi dispera,
Ecco s'incontra in uomo onde il sembiante
Tosto il colpisce; e fra sè dice:—«È desso!»
Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.
Quel benedetto dall'orribil genio
Era un prode straniero, e fama tace
Di qual progenie, e nome avea Guelardo.
Sul suo destrier peregrinava, e ladri
Or assaliva, degli oppressi a scampo,
Or dispogliava ei stesso i passeggeri,
Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglio
Pur quelli avrìa, se a povertà costretto
Non l'avesse un fratel, che del paterno
Retaggio spossessollo.
A che di bosco
In bosco errasse, ei non sapea. Sperava
Dal caso alte venture, e perchè tarde
Erano al suo desìo, volgea frequente
Il pensier di distruggersi; e più volte
Dall'altissime balze misurava
Coll'occhio i precipizi, e mestamente
Rideagli il core, e si sarìa slanciato
Nelle cupe voragini, se voce,
O aspetto di mortali, o speranze altre
Non l'avesser ritratto.
—O cavaliere,
Salve.
—Scòstati, scòstati, o romito;
Oro non tengo.
—Ed oro a te non chieggo;
Ben d'acquistarne santa via t'accenno.
Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,
Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sorti
Occulta sapïenza ha rivelate:
Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:
Grazia agli occhi di lui, grazia otterrai
A' clementi occhi del regnante istesso.
Così Satan, e sparve.
Incerto è quegli
Se fu delirio o visïone. Al cielo
Volge supplice il viso: in cor gl'irrompe
De' suoi misfatti alta vergogna; aspira
A cancellarli, e quindi in poi di tutte
Virtù di cavaliere andare ornato.
In quel fervor del pentimento, incontra
Un mendico, e su lui getta il mantello,
E sen compiace, e dice:—Uom non m'avanza
In carità e giustizia.
E Sàtan rise,
E non veduto gli baciò la fronte.
Alla real Bamberga andò Guelardo,
Mosse alle auguste soglie, ad Ebelino
Supplice presentossi, e pïamente
Da quella bella e grande alma si vide
Ascoltato, compianto, e di non tarda
Aïta lieto. Un fascino infernale
Sovra la fronte di Guelardo imposto
Ha del demone il bacio. Allo straniero
Conglutinossi d'Ebelino il core
In breve tempo; e nella reggia e in campo
Quei Gionata parea, questi Davidde.
Mirabile brillava ad ogni ciglio
Quella forte amistà: Saran fremeva
Ch'ella durasse, e il volgersi degli anni
Affrettar non potea. Nè ratto varco
Sperabil era tra i pensieri onesti
Che Guelardo nodriva e la sua infamia,
Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolce
Nella virtù emularlo, e il desiderio
Scellerato di spegnerlo. Ma il tristo
Angiol si confortava misurando
L'immortal suo avvenire. Appo sì lunghi
Secoli, breve istante eran poch'anni.
Ed intanto ci godeva, a quell'imago
Che tigre, sebben avida di sangue,
Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzo
Tragge di quella contemplando i moti
E l'amabil fidanza, ed assapora
Più lentamente la decreta strage.
Dopo tanto aspettar, s'appressa il giorno
Sospirato dall'invido. Al novello
Otton contrarie qua e là in Italia
Eran le menti di non pochi, e speme
Vivea secreta ch'italo Ebelino
Secretamente lor plaudesse. Il core
Di molti era per esso, e nelle ardite
Congrèghe entro a' castelli, ed appo il volgo
Susurravan, più splendido rinomo
Non avervi del suo; null'uom più voti
A suo pro riunir; doversi acciaro
Dittatorio offerirgli, o regio scettro.
L'augusto sir dalla germana sede
Contezza ebbe di fremiti e lamenti
Nell'alme de' Lombardi esasperate,
Ed a sedarle con prudenza invìa
Ebelino e Guelardo.
Alla venuta
Di questi sommi giù dall'alpe, e al grido
Che fama addoppia de' lor alti pregi,
E più de' pregi di colui, che sembra
D'onnipotenza quasi insignorito,
Ferve ognor più l'insana speme, e tutta
In congressi pacifici prorompe,
Ove i duo messi imperïali invano
Senno indiceano e obbedïenza.
—O prodi!
Così Ebelin risponde al temerario
De' corrucciosi invito; io condottiero
Mai contr'Otton non moverò, chè avvinto
Gli son da conoscente animo e onore,
E il portai fra mie braccia. E quando insieme
Del moribondo padre suo le coltri
Inondavam di pianto, il sacro vecchio
Nostre mani congiunse, e disse:—Un figlio,
O Ebelino, ti lascio;—ed a te lascio,
O figlio, un padre in Ebelino!—Ed era
In tai detti spirato. Allora il figlio
Gettommi al collo ambe le braccia, e molto
Pianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi,
E il chiamai figlio. Ove pur reo di patti
Violati con voi fosse il mio sire,
Biasmo sincer da mie labbra paterne
Avriane, sì; retti n'avrìa consigli,
Ma non odio, non guerra, non perfidia!
—Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,
Ov'è causa di popoli. Ed ignota
Mal tu presumi essere a noi l'ingrata
Alma d'Ottone anco ver te, che dritti
Tanti acquistasti a guiderdone e lode.
Ombra a lui fa la tua virtù: onorarti
Finge, ma stolta è finzione omai
Ond'ogni cor magnanimo s'adira.
Possente sei, ma più non sei quel desso
Che ne' duo regni un dì tutto volvea.
Tëofanìa il governa, e da Bisanzio
Sul germanico seggio ov'ei l'assunse
Recò le greche astuzie, e lo circonda
Di greci consiglieri. Essi con lei
Van macchinando contro te ogni giorno;
Che se finor cadute anco non sono
Le podestà che a te largì il monarca,
Della tua rinomanza egli è prodigio,
E nel tiranno è di pudor reliquia.
Bada a' perigli, a tua salvezza bada:
D'Otton l'iniquità rotto ha i legami
D'ogni giusto con esso.
Un de' maggiori
Così parlò fra gli adunati audaci.
Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsa
La parola di sdegno e di sospetto
Circa l'imperadrice e i cortegiani
Ch'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.
Ma la candida e ferma alma del pio
Ebelin s'adirò. L'imperadrice
E Otton con nobil gagliardìa difese,
E de' Greci sorrise. Ei sì facondo
Favellava, e amichevole e verace,
Che i più irati l'udìan con reverenza:
Con tenerezza quasi, ancor che invitti
Nel feroce astio e nell'ardente brama.
Di Guelardo lo spirto a quel congresso
Funestamente s'esaltò. Il diletto
Ebelino ei vedea, nella commossa
Fantasia, re, suscitator di gloria
Ad un popol redento. Il vedea bello
Giganteggiare in immortali istorie,
Com'un di que' supremi, onde la terra
Lunghi secoli è priva; e sè medesmo
Socio vedea di quel supremo, e a lui
Successor forse, e... Che non sogna audace
Ambizïon, se raggio ha di speranza?
Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisse
Le voci insieme intese, e commentolle
Coll'insistenza del favore; e aggiunse
Maligno esame de' pensier, degli atti
D'Ottone, e della Greca in trono assisa,
E degli astuti amici ond'ella è cinta.
Quasi certezza accolse i più irritanti
Dubbi e i minimi indizi di periglio,
E gridò ingratitudine, e diritto
Alla rivolta. E a grado a grado questa
Ei necessaria osò chiamare, e il pio
Ebelin concitarvi. Lo interruppe
Finalmente Ebelin; duplice tela
Come già svolto aveva agli adunati,
Svolse di novo al tentatore amico:
Qua la turpezza del tradir, là i vani
Sforzi a potenza e gloria, ove bruttata
È nazïon da lunghi odii fraterni.
Negli aneliti suoi s'ostinò il core
Di Guelardo in quel giorno, e seguì poscia
A ridir con sofistica, inesausta
Facondia per più dì l'empie sue brame;
Sì che non poche volte il generoso
Ebelino in resistergli, dal mite
Considerare e dai soavi detti
Passò a dogliosa maraviglia e sdegno.
Turbossene colui, ma il turbamento
Ascose e il disamore, e da quel tempo
Crescente invidia in sen covò tremenda.
Novi succedon fortunati eventi,
Ch'ognuno attesta glorïosi al senno
Dell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,
Come negli anni primi, or della gloria
Del suo benefattor non va giocondo.
Ei con geloso sospettante ciglio
Mira la sua grandezza, e superarla
Vorria e non puote; e detestando, sogna
Dall'amico esser detestate; e pargli,
Laddove pria si belle in Ebelino
Virtù vedea, più non veder che scaltra
Ipocrisia. De' pervertiti è proprio
Non credere a virtù; d'ogni più certo
Generoso atto dubitar motivi
Turpi, ed asseverarli: in ogni etade
Così abborriti fur dal mondo i santi.
Da quello stato di rancor, di mente
Ognor proclive a gettar fango ascoso
Sovra l'opre del giusto, è breve il passo
Ad assoluto di giustizia scherno.
In Lamagna Guelardo ad altri uffizi
Di grande onor da Ottone è richiamato,
Mentre Ebelin nell'itale contrade
Resta moderator. L'ingrato amico
Sospetta ch'Ebelino abbia con arte
Tal partenza promosso, a fin di trarsi
Uom dal cospetto che in secreto esècri.
Del congedo gli amplessi ei rende a quello,
Ma senza avvicendar come altre volte
Palpiti dolci di desìo e di pena.
Infinto ei crede ogni atto ed ogni accento
Del più sincero degli umani, e parte
Coi fremiti dell'odio, e maturando
Di non avute offese alta vendetta.
—Cieco tanto io sarò che vero estimi
Suo rifiuto ai ribelli? Or che si vaste
Son le congiure? Or che da lunghe e infauste
Guerre è stanco l'impero? Or che d'illustre
Nome a capitanarla, e di null'altro,
La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiata
Dalla superba, greca, invida nuora
È quell'antica d'Ebelin fautrice,
La vantata Adelaide, che alle umìli
Ombre de' chiostri dalla reggia mosse?
Or che Tëofania palesemente
Lacci a lui tende e sua rovina agogna?
Il menzogner di me diffida: i vili
Diffidan sempre! Allontanarmi volle
Non senza mira ostil: me di qui toglie
Per regnar sol, per non aver chi forse
Sua sapïenza e sue prodezze oscuri.
All'amico ei rinuncia; ei nelle schiere
Del suo tradito Imperador mi brama,
Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'asta
Scaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,
Che nè lo sdegno mio, nè la sagacia
Non teme, nè il valor! Perfido! io mai
Stato non fora a tua amicizia ingrato;
Alla mia ingrato ardisci farti: trema!
Valor non manca al vilipeso e senno
Da smascherar tua ipocrisia. Ludibrio
Ne fur bastantemente il sire, i grandi,
Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!
Così nel suo vaneggiamento infame
S'agita l'infelice, e non s'accorge
Che il re d'abisso più e più il possede;
Così travolve le apparenze ogn'uomo
Che a livor s'abbandoni:
Ecco Guelardo
Giunto ai reali di Bamberga ostelli;
Eccolo assaporante i nuovi onori,
Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,
Sente l'amaro della propria bile.
Più sovra il labbro di Guelardo il nome,
Come già tempo, d'Ebelin non suona,
O su quel labbro se talvolta suona,
Laude non l'accompagna, e il favellante
Impallidisce, e torvamente abbassa
La pensosa pupilla irrequïeta,
E la rïalza sfavillando; e ognuno
Scerne che di compressa ira sfavilla.
Del mutamento avvedasi esultando
Tëofania, s'avvedono i suoi fidi,
E al convito di lei con gran decoro
Visto sovente è quel Guelardo assiso,
Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.
Ordiscono essi alcuna trama insieme
Contro al lontano giusto? o la perfidia
Tutta covossi di Guelardo in petto?
Un dì da quel convito esce il fellone,
E quasi esterrefatto si presenta
Agli occhi del monarca, e a lui si prostra,
Ed esclama:—Ebelino è traditore!
Le rivolte fomenta; alla corona
D'Italia aspira: sciolta è l'amistade
Che a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!
E false carte adduce in prova, e adduce
Di vili già ribelli, or prigionieri,
Menzogne tai, che faccia avean di vero.
Ed il monarca trabalzò, fu vinto
Dalle inique apparenze. Esitò ancora,
Dubitar volle novamente; a novo
Esame ripiegò la scrupolosa
Afflitta anima sua; ma le apparenze
Trionfaron più orrende e più secure.
Indi egli irato invìa turba di sgherri
All'italo paese, onde sia tratto
Carico di catene il formidato
Duce a Bamberga.
L'innocente duce
Stanza a que' giorni avea in Milan. Posava
Una notte, ed in sogno a lui s'affaccia
Lo stuol de' cari, in varia guerra estinti,
Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre
«Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altri
Con affanno e singhiozzi ad una voce
Ripetean: «Fuggi, fuggi!»
Ei si risveglia,
E per quell'alme prega, e s'addormenta
Un'altra volta. E in sogno ecco apparirgli
Il magno Otton primiero ed Adelaide,
Non cinta ancor di monacali bende,
Ma il serto imperial sopra la fronte.
Meste eran lor sembianze, ed a lui: «Fuggi
Fuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!
Ira per te sarìa mortal!»
Si desta
Il nobil duce, e per quell'alme prega,
E s'addormenta un'altra volta. E vede
Il tempo antico e la città solenne
Ove sorge il Calvario, e là pur vede
Di Getsèmani l'orto, ed appressarsi
Una frotta d'armati, e Iscarïote
Dare il bacio alla vittima!... Ed oh vista!
Iscarïote era Guelardo!
Balza
Spaventato destandosi Ebelino,
E que' tre sogni avvertimento estima
Dell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?
Ma perchè? Fugge l'innocente mai?
Pochi istanti anelò fra que' pensieri
Di stupor, di tristezza, e piena d'armi
Fu ben tosto la soglia. Udì Ebelino
Che dal suo Imperador venìan que' ferri,
E il cenno di seguirli: ai manigoldi
Cesse con muto fremito la spada,
E porse ai ceppi gli onorati pugni.
Quasi ladro il trascinano, e Milano
E tutta Lombardia mira quel crollo
Sì inopinato. Il prigioniero obbrobri
Soffre inauditi; e non sarìagli pena
Dagli sgherri soffrirli: itale voci
Lo irridon per la via, maledicenti
Al passato suo lustro. E quale esclama:
—Va, di rivolte eccitator maligno!
Va, scellerata causa, onde su noi
Cesare versa il suo tremendo sdegno!—
Qual:—Va, codardo degli Otton mancipio,
Che d'Italia campion far ti negasti!
Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!—
Qual più schietto prorompe:—Erami noia
Udir chiamartiil giusto; alfin delitti
Potrem di te sapere ed abborrirti!
Quant'è lunga la via sino a' confini
Delle italiche valli, Ebelin tacque
Degli spregi sofferti. Allor che in cima
Dell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzando
Le incatenate braccia,—Oh maledetta
Troppo da' vizi tuoi, misera patria,
Sclamò, non io ti maledico! Il cielo
Figli ti dia che s'amino fra loro,
Ed amin te com'io t'amava e t'amo,
E più di me felici acquistin gloria
Senza espïarla con dolori e insulti!
—Maledicila! gridagli all'orecchio
Una voce infernal.
—Ti benedico
L'ultima volta! ripres'egli.
E pianse
Siccome pio figliuol sulla ignominia
D'una madre infelice; e gli sovvenne
Quanto già quella madre avea prefulso
In virtù fra le genti, e a depravarla
Quante cagioni eran concorse! E grande
Su lei di Dio misericordia chiese;
E dal dolce aer suo, dalle ridenti
Tutte illustri sue sponde, ei nè le amanti
Ciglia diveller, nè il pensier poteva!
Satan che indarno occultamente spinto
Avealo ad imprecar la patria terra,
Urlò di rabbia le sue preci udendo;
E di Lamagna per alture e piani
Corse con questo grido:
—È alfin caduto
L'italo malïardo, il seduttore
De' nostri augusti, il protettor di quanti
Di Lombardia traeano ad impinguarsi
Sul germanico suol, genìa predace
Onde la tanta povertà cresciuta
In quest'anni da noi! Tutti Ebelino
Nostri tesori al lido suo recava,
E colà un trono alzar voleasi, allora
Che ad atterrar le ribellanti spade
Inetto fosse per miseria Ottone?
—Ebelin mora! Universal risposta
Fu del tedesco volgo. Ed obblïato
Da migliaia di cuori in un dì venne
Quanto a lodarlo aveali invece astretti
La sua mansüetudine, il modesto
Non curar le ricchezze, il riversarle
Sulle infelici plebi, il non mostrarsi,
Benchè pio verso gl'Itali, men pio
Ver gli stranieri. Quella dianzi nota
Serie di virtù splendide cotanto,
Un incantesimo vil parve ad un tratto,
Una menzogna. Convenìa disdirla:
Riconoscenza è grave pondo ai bassi.
Esultan se pretesto a lor si porga
Di rigettarla, e attaccaticci morbi
Son odio, ingratitudine e calunnia.
Conscio de' benefizi innumerati
Ch'egli avea sparso, avea creduto ognora
L'irreprensibil cavalier che stretti,
A lui fosser d'amor cuori infiniti.
Le ripetute indegne contumelie
Lo sorpreser, ma tacque; e sovra tanta
Pravità de' mortali meditando,
Arrossì d'esser uomo, e innanzi a Dio
Umilïossi. E vanamente ancora
Stette Satan mirandolo e aspettando
Il desìo di vendetta e le bestemmie.
Chiama l'Onnipossente al suo cospetto
Tutti i ministri spirti, e a Satan dice:
—Onde vieni?
E il maligno:—Ho circüita
Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.
Ed il Signore:—O di calunnie padre,
Non vedestù l'amico mio Ebelino,
Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,
Tanta nel suo dolor serba innocenza?
E l'angiol di menzogna ambe le labbra
Si morse, e disse:—Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,
Perchè, in tuo amor fidando, ei palesata
In breve spera sua innocenza. Il braccio
Estendi, e più percuotilo, e vedrai
Se non t'impreca.
Ed il Signor:—Non forse
Giorni di prova assegno a' retti? Vanne:
Ebelino è in tua mano; anco sua vita,
Anco la fama sua, perchè maggiore
Torni suo vanto e tua immortal vergogna.
L'avversario precipite avventossi
Dal grembo della nube, onde i mortali
Atterrìa lampeggiando, ed in un punto
Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante
Si soffermò, e da questo lato i campi
Della lieta penisola mirando,
E dall'altro le selve popolose
De' boreali, l'una e l'altra palma
Battè plaudendo al sovrastante lutto
D'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!
Di là scagliossi alla città del trono
E de' cento felici incliti alberghi,
E delle orrende mura ove trascina
Sua catena Ebelin. Desta il demonio
Ne' giudici, che Ottone a indagin chiama
Dell'alta causa, aneliti vigliacchi.
Temon, se reo non trovan l'accusato,
L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'ira
Di quel Guelardo che per essi or regna;
E dove il trovin reo, speran più pingui
Gli onorati salarii, e maggior lustro.
Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenza
Guelardo stesso!
Oh come il core all'empio
Nondimen trema, udendo che s'appressa
L'irreprensibil catenato! E questi
Entra con umil, sì, ma non prostrato
Animo, e reca sulla smorta fronte
Quell'alterezza ch'a innocenza spetta.
Cela Guelardo il suo tremore, e prende
Così ad interrogar:
—Qual è il tuo nome,
O sciagurato reo?
—Sono Ebelino
Da Villanova, amico tuo.
—Rigetto
L'amistà d'un fello: giudice seggo.
Che macchinasti co' Lombardi?
In viso
L'accusato guardollo, e non rispose.
E Guelardo:—A lor trame eri secreto
Eccitator; t'offrìan lo scettro, e pronta
Stava tua destra ad accettarlo in giorno
Ch'ansio esitavi a stabilire, in giorno
Che, la mercè di Dio, non è spuntato.
V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidia
Al tribunale attesta.
E poichè muto
Serbavasi Ebelin, vengon a un cenno
Que' testimoni nella sala addotti.
Eran duo di que' truci esclamatori
Di libertà, di civiche vendette,
Di patrio amor, che ne' consessi audaci
Della rivolta più fervean, più scherno
Scagliavan sui dubbianti e sovra i miti,
E più capaci d'affrontar qualunque
Parean supplizio, anzi che mai parola
Di codardia pel proprio scampo sciorre.
Questi eroi da macelli, questi atroci
Ostentatori d'invicibil rabbia,
Come fur tolti a lor gioconde cene,
E gravato di ferri ebbero il pugno,
E il patibolo vider,—tremebondi
Quasi cinèdi, le arroganti grida
Volsero in turpi lagrime e in più turpi
Esibimenti di riscatto infame,
Altre teste al carnefice segnando.
Ad Ebelino in riveder coloro
Isfuggì un atto di stupor:—Voi dunque?
Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a dritto
Io sempre le feroci alme ho spregiato,
E ben diceami il cor quali voi foste!
Ed appunto perchè troppe vid'io
Alme siffatte là nelle congrèghe
Ove il mio plauso si cercava indarno,
E pochi vidi eccelsi petti, avversi
Ad insolenza e a stragi, io mestamente
Presentii di mia patria obbrobri e pianto,
S'ella sorda restava a' preghi miei,
E alle minacce mie, quando insensata
Io vostr'impresa nominava e iniqua.
I testimoni balbettaro, e fisi
Gli occhi loro in Guelardo, il concertato
Calunnïar sostennero. Ebelino
Più non degnolli di risposta, e chiese
D'esser condotto anzi ad Ottone a cui
Parlar volea.
Respinge inutilmente
Guelardo quest'inchiesta, e così forte
La ripete Ebelin, ch'un de' seduti
A giudicarlo generoso alzossi,
Sclamando:—La tua brama, o il più infelice
Fra gli accusati, porteranno al trono
Le labbra mie.
Null'uom potè di quella
Anima schietta rattenere i passi:
Move all'Imperador, franco gli parla,
E il pio monarca inducesi al colloquio.
Mentre dunque l'afflitto incoronato
Nelle regali, splendide pareti
Aspettava che a lui tratto venisse
Il già caro Ebelin, nella memoria
Gli ritornavan gli alti e numerosi
Servigi di quel prode, e l'amicizia
Che al magno Otton, suo padre, avealo stretto;
E commoveasi ripensando quante
Volte quell'Ebelin con tenerezza
Lui prence fanciulletto infra le braccia
Portato avea, quante paterne cure
Prese per lui, quanti affrontati in guerra
Per sua difesa ardui perigli,—e il core
Gli si volgea a clemenza.
Ode sonanti
Nelle vicine sale i trascinati
Ferri del prigioniero, e gli si gela
Di pietà il sangue. E quand'entrare il vede
Pallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,
E magnanimo pianto a stento cela.
Ebelin pur commosso era, calcando
Con vincolato piede oggi i tappeti,
Che tante volte avea con dominante
Passo calcati, e intorno a sè veggendo
Tanti, che in altro tempo a lui dinanzi
S'inchinavan temendo, ovver felici
Andavan s'egli a lor stringea la destra,
E ch'or s'atteggian contegnosi, e quali
A sterile pietà, quali ad insulto.
Giunto Ebelino alla presenza augusta,
Piegasi reverente, e aspetta il cenno:
—Favella, sciagurato: uom con più caldo
Fervor non brama tue discolpe.
—Sire,
La mia innocenza esser dovriati scritta
Ne' lunghi intemerati anni ch'io vissi
Di tua casa al servizio e dell'onore.
In inganno te volto han miei nemici,
E me calunnia opprime.
—A tue parole
Aggiungi prova, e riputato il sommo
De' tuoi servigi questo fia da Ottone.
—Se a te prova non son gli atti che oprai
Alla luce del sol, l'abborrimento
Sperimentato mio contra ogni fraude,
Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nulla
A te non dicon queste mie sembianze
Imperturbate in così ria sventura,
Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;
Anzi alle leggi mia supposta colpa
È attestata abbastanza. Altro non posso
Se non gli estremi del mio zelo sforzi
In quest'istante consecrarti, o sire,
Tai verità parlandoti, che forse
Più non udresti, se da me non le odi.
—T'ascolto, disse il rege.
Ed Ebelino
La propria causa obblïar parve, e diessi
A svolgere di stato alti consigli,
I bisogni quai fossero additando
Delle schiere, del popol, dell'altare,
De' tribunali, e della reggia stessa:
Quali i provvedimenti unici, rotti
Ed efficaci ad impedir l'ebbrezza
Delle rivolte, a raffermar lo impero:
Quali de' prischi imperadori, e quali
Del magno Otton le più laudabili opre,
E quai le insane; e come arduo ognor sia
Seguir le prime e non errare; e come
Gli egregi prenci a errar tragge talvolta
Adulante caterva. Accennò alcuni
Del sir lusingatori, accennò il vile
Cangiarsi di Guelardo: e brevi furo
Su lor suoi detti, e non degnò que' nomi
D'anime basse proferir neppure.
Ma que' rapidi detti eran gagliardi,
Siccome piglio di paterno braccio,
Che sovra l'orlo d'un dirupo afferra
Perigliante figliuolo.
Otton si scuote.
Da verità sì energiche, da senno
Sì giusto e luminoso ed esaltante
Non era stato mai colpito. In altri
Colloqui a' dì felici il buon ministro
Parlava il ver, ma forse in più gradita
Guisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.
Ora è il parlar solenne, il grido urgente
D'uom, che vicino a morte anco un tributo
Di fedeltà solve al monarca e al dritto,
Tutto dicendo che giovar del pari
Sembrigli al trono e alle regnate genti.
Alla beltà del vero e del coraggio,
E di quel dignitoso intenerirsi
Che da alterezza vien compresso, e pure
Nella voce si sente e ne' benigni
Sguardi si vede, unìasi in Ebelino
Da natura sortita un'armonìa
Di nobili sembianze e di contegno,
Talchè valor più prepotente dava
A sua favella, ed escludea il supposto
D'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,
E facea forza a Otton. Perocchè Ottone
Stranier non era a simpatia per cuori
Di grandissima tempra. E fu vicino
A cedere, a gettare ambe le braccia
Del prigioniero al collo, al gridar:—Falsa
Tengo ogni accusa contro al mio fedele!
Ma Sàtan vide quell'istante, e spinse
Tëofania d'Augusto in cerca.
Bella
Era la greca donna e di vivaci
Grazie adorna, e scaltrissima e pungente
Ne' suoi sarcasmi, ed irridea talvolta
La bonaria alemanna indol con motti
Quasi di spregio; e di quei motti spesso
Arrossia Ottone. E perocch'egli amava,
L'affascinante sposa, ambìa piacerle
E far pompa d'accorta alma inconcussa,
E a tal cagion solea de' generosi
Sensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.
Salutata dall'armi, il passo inoltra
Fra le colonne di que' regii lochi
La incoronata, e stabilisce e freme
In vedere Ebelino; e sovra Ottone
Lancia quel guardo che dir sembra:—Stolto!
Sedur ti lasci?
Tanto, oimè, bastava
A confondere il sire! Eccol a un tratto
Con più severa maestà atteggiarsi
Verso il captivo, e dir:—Riedi: a me il vero
Tutto paleserassi; e tu, innocente,
Gloria n'avrai; prevaricato, morte.
Torna Ebelino al carcere, e già scerne
Che inevitata è per lui morte. Oh come
Lenti di nuovo i dì, lente le notti
Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi
D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,
Ed il perpetuo tenebrore—e i cibi
Immondi e scarsi—e l'aspreggiante voce
Di questo o quello sgherro—e il frequent'urlo
D'altri prigioni disperati, in cupe
Vicine volte seppelliti—e il suono
De' ceppi loro, e quel de' propri—e il canto
Osceno del ladron che, bestemmiando,
La forca aspetta—e i gemiti dell'egro
Forse non reo che sulla paglia spira—
E il sollecito passo delle guardie
Che dicono: «È spirato!»—e questo detto
Che l'echeggiante corridoio in guisa
Ripete orrenda—e il pianto d'un amico
Che, udendo il nome dell'estinto, grida
Dal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»—
E per dispregio di quel pianto il ghigno
Od il sibilo infame di coloro
Che trascinano il morto—e, con siffatta
Serie d'inenarrabili vicende
Di castel, che i perenni affigurava
Dell'abisso tormenti, il ricordarsi
De' dì sereni che svanìr, de' plausi,
Delle liete speranze, e, più di tutto,
De' dolci affetti—ah! quella è tale immensa
Congerie di dolori e di spaventi,
Che dissennar minaccia ogni più forte
E sdegnoso intelletto! E se si ponno
Da intelletto simil serbar talvolta
Contro all'empia fortuna altero scherno,
O pensieri di pace e di perdono,
E di fede nel cielo, ahi! pur quell'ora
Amarissima vien che ineluttata
Mestizia il cor miseramente serra,
E non v'è chi consoli! Ed altre pari
A quell'ora succedono, e d'angoscia
In angoscia si cade! Ed un'ardente
Smania investe il cervello, ed impazzato
Esser si teme o brama! E il generoso
Petto chiuder non puossi all'irrüente
Piena dell'odio che in lui versan mille
Della viltà degli uomini memorie!
E feroce si resta, e di sè stesso
S'inorridisce e sclamasi:—«Son io,
Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»
E chiedesi all'Eterno, e lungamente
Chiedesi invan, d'amore una scintilla!
Quelle angosce conobbe anco Ebelino,
Ed allora invisibile al suo fianco
Sàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,
Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad ira
E a disperazïon trarlo potesse.
Ed Ebelin pur resistea, e pensava,
In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,
Che sublimò i dolori, e fu ludibrio
D'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,
Che insensatezza all'occhio è de' felici,
Insensatezza non pareagli, ed alta
Storia pareagli che gli oppressi in tutti
Lor martirii nobilita; e volgendo
Quella storia ammiranda, a poco a poco
Ammansava gli sdegni e perdonava.
Ma la parte del cor, che più dolente
Sanguinava, era quella ove scolpite
Stavan due care fronti. Una è la fronte
Della madre decrepita che in pace,
All'ombra degli altar, da parecchi anni
Viveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quella
Della madre d'Augusto. Ambe le antiche
Serrava il chiostro istesso, e raramente
Alla reggia venìan; che ad Adelaide
Odïosa la reggia erasi fatta
Per l'imperar della superba nuora.
—Qual sarà stato di mia madre, e quale
Dell'onoranda Imperadrice il core,
Allorchè udir la mia sventura? Iniquo
Esse, no, non mi tengono! Esse almeno,
Mentre a tutti i mortali il nome mio
In abbominio fia; caro l'avranno!
Così geme Ebelino. Un dì, ottenuto
La madre alfine ha di vederlo, e scende
Alla prigion del figlio. Oh inenarrati
Di quel colloquio i sacri detti e i sacri
Abbracciamenti! Oh qual pietà! Una madre
Che riscattar col sangue suo non puote
Di sue viscere il frutto! ed il più amante
Figlio che di sua madre, ahimè! in secreto
Deplorar dee la lunga vita!
Il giorno
Che dalla inconsolabil genitrice
Fu Ebelin visitato, oh da qual notte
Seguito fu! L'espandersi de' cuori
Nella sventura, è de' sollievi il sommo;
Ma dopo tal sollievo, allor che mesto
Il prigionier dalle pietose braccia
Di persona carissima è staccato,
E solingo riman, quanto più dura
Gli è solitudin! Quanto più affannoso
Il desiderio de' bei tempi in cui
Fra gli amati vivea! Quanto più viva,
Più lacerante la pietà ch'ei sente
Di sè stesso e d'altrui!
Me a tal dolore
Stranier non volle il Cielo, e in ripensarti,
O decennio del carcere, infiniti
Strazi ricordo, ma il più acerbo è forse
Quand'io, abbracciato il genitor, partirsi
Da me il vedea; quand'io, calde le labbra,
Del bacio suo, dicea:—Questo è l'estremo!
Non un decennio, ma più lune ancora
Durar gli allarmi d'Ebelino. Ei forse
Nelgiudizio di Diogli accusatori
Sperava iniqui col possente acciaro
Düellando atterrar. Chi d'Ebelino
Avea la forza e la destrezza? E quanta
Forza o destrezza in düellar non dona
Senso d'intemerata anima offesa!
Ma taigiudiziIddio forse abborrendo,
Non volle che sancito il reo costume
Per Ebelin venisse; o del demonio
Opra fu l'impedirlo. Il pestilente
Aere del carcer nell'oppresso infonde
Maligni influssi, ed eccolo abbattuto
Da insanabili febbri. Il derelitto
Pur talvolta illudeasi, immaginando
Che alcun de' tanti, su cui sparsi avea
Suoi benefizi, or con repente mossa
D'onore e gratitudin s'offerisse
A combatter per esso:—attese indarno.
Spunta il dì della morte, ed Ebelino
Vien tratto innanzi a' giudici; e Guelardo
La sentenza gli legge! Il condannato
Udì, chinò la fronte, e rese grazie
Tacitamente a Dio che al sacrificio
Termine alfin ponesse; e bramò ancora
Una volta veder la genitrice.
Venne l'antica, e insiem si consolaro
Con nobil forza alterna, e con alterne
Religïose cure. Ella ed un pio
Ministro del Signor soli eran consci
Dell'innocenza d'Ebelin. Veloce
Scorre quel sacro tempo, e omai gl'istanti
Sovrastan del patibolo. Umilmente
Prostrasi ancora innanzi al sacerdote
Il giusto cavalier; quindi si prostra
Anzi alla madre, ed ella il benedice,
E si dividon sorridendo, e in cielo
Riabbracciarsi in breve speran.
Move
Per le vie tra i carnefici, agguagliato
Al più vil masnadiero, e contro a lui
Insane urla di scherno alzan le turbe.
Di quegl'inverecondi ultimi segni
Dell'odio altrui stupìa, ma per le turbe
Egli pregava. Ed arrivato al palco,
Con fermo passo ascese, e parlar volle;
Ma sue parole non s'udir, sì orrendi
Vituperi sonavano. Ed allora
Accennò egli medesimo al percussore,
E siede sullo scanno, e tosto il collo
Mise sul ceppo—e la mannaia cadde!
L'angiol della calunnia, abbenchè indurre
Non avesse potuto alla bestemmia
Il retto cavaliere, e or si rodesse
Invido i pugni, l'alta anima a Dio
Salir veggendo—audacemente «Ho vinto!»
Volea sclamar. Ma pria che la menzogna
Intera uscisse dell'infame petto,
Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardo
Spirto ravvolser negli eterni abissi.
Ov'è il Giuda novel?—Perchè perduto
Delle guance ha il vermiglio, e la baldanza
Della voce e del guardo?—E perchè al riso
Che da Tëofania volto gli è spesso
Non ride, e gli occhi abbassa, o spaventato
Mira a destra e sinistra?—E perchè a sera,
Se in luoghi oscuri passa, affretta il piede
A illuminata parte, e ansante giunge
Quasi inseguito fosse?—E perchè cerca
Talor per via i mendici, e su lor versa
A piene mani l'oro, e di lor preci
L'aiuto invoca, e inefficaci poscia
Di quei le preci ei furibondo chiama?—
E perchè ne' festini alcune volte
Cionca e sghignazza, e intrepido si vanta
Contro a tutte paure, e quando a letto
Va nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fido
Servo chiede il cilicio e se lo cinge?
Pentimento ei bramava, e scellerata
L'alma era fredda, e a pentimento chiusa.
Un dì, colui con altri sommi duci
Passò a fianco d'Otton sovra la piazza,
Ove ancor d'Ebelino ad alto palo
Vedeasi infisso il teschio. Il traditore
Volea finger letizia, e le pupille
Miseramente stralunava, e insieme
Forte i denti batteangli. Ottone il guarda,
E vacillar sovra l'arcione il vede,
E a sostenerlo accorre.
—Oh! che ti turba?
Oh! che ti turba? Gli ripete.
—È desso!
Sclama Guelardo, il mio tradito amico!
Chi dal giusto immolato mi sottragge?
E prepotenza di rimorso invitta,
Ma non pia, lo costringe. Ei maledice
E terra e ciel, ma l'alto arcano svela.
Folto drappello d'ottimati, e folta
Moltitudin di volgo al confessante
Fa cerchio, e inorridisce a sue parole,
Tutta imparando la esecrata istoria.
Da tanti petti universal s'innalza
Un lamento:—Oh sventura! oh atroce colpa!
Il caduto Ebelino era innocente!
Ed Otton più che gli altri inconsolato
Raccapricciando grida:—Oh me infelice!
Era innocente, e trarre a morte il feci!
Il traditor nel suo sangue stramazza.
Qual mano il colpo diè primier? Mal puote
Fama saperlo. I più disser che ratto
Un ferro in cor si configgesse il tristo,
Altri che Otton percosselo. Il tumulto
Ferve con rabbia orrenda. In cento brani
Ecco lacero, pesto, annichilato
Il cadavere infame. E s'inchinaro
D'Ebelino anzi il teschio e imperadore
Ed ottimati e popolo, e nel tempio
Dato fu loco alla reliquia santa.
Alto clamor di giubilo e di rabbia
Rimbombò nell'inferno, al piombar quivi
Il traditor, ma sol menonne festa
L'abbietta e sciocca de' demonii plebe:
Il lor superbo re, poste con ira
Su Guelardo le luci e le calcagna,
Urlò:—Che gloria alma sì vil mi reca!