GUIDO.
No: tremendo fatoNoi tutti danna a interminabil pianto!
No: tremendo fatoNoi tutti danna a interminabil pianto!
No: tremendo fato
Noi tutti danna a interminabil pianto!
LANCIOTTO.
Rea non la chiami, e d'esecrando focoArde?
Rea non la chiami, e d'esecrando focoArde?
Rea non la chiami, e d'esecrando foco
Arde?
GUIDO.
Ma forte duol ne sente, e imploraDi fuggir da colui.—Ripigliò appenaI sensi, e pieno io di vergogna e d'iraDagli occhi tuoi la trassi: ed obbliandoQuasi d'esserle padre, a' piè d'un santoSimulacro prostratala, snudaiSul suo capo l'acciaro, ahi, minacciandoDi trucidarla e in un di maledirla,Se il ver taceva. Fra singhiozzi orrendiFavellò l'infelice.
Ma forte duol ne sente, e imploraDi fuggir da colui.—Ripigliò appenaI sensi, e pieno io di vergogna e d'iraDagli occhi tuoi la trassi: ed obbliandoQuasi d'esserle padre, a' piè d'un santoSimulacro prostratala, snudaiSul suo capo l'acciaro, ahi, minacciandoDi trucidarla e in un di maledirla,Se il ver taceva. Fra singhiozzi orrendiFavellò l'infelice.
Ma forte duol ne sente, e implora
Di fuggir da colui.—Ripigliò appena
I sensi, e pieno io di vergogna e d'ira
Dagli occhi tuoi la trassi: ed obbliando
Quasi d'esserle padre, a' piè d'un santo
Simulacro prostratala, snudai
Sul suo capo l'acciaro, ahi, minacciando
Di trucidarla e in un di maledirla,
Se il ver taceva. Fra singhiozzi orrendi
Favellò l'infelice.
LANCIOTTO.
E che ti disse?
E che ti disse?
E che ti disse?
GUIDO.
M'affoga il pianto. Ella è mia figlia...—PorseLa sua gola all'acciaro, e lagrimosiFiggeva gli occhi negli asciutti miei.—Sei tu colpevol? (le gridai) rispondi,Sei tu colpevol?... pronunciar parolaNon poteva ella dall'angoscia... A forzaMi si commosse il cor. Per non vederlaTorsi gli sguardi, e mi sentii le pianteAbbracciare, e lei, prono a terra il volto,Sclamar con voce moribonda: Padre,Sono innocente.—Giuralo.—Tel giuro!...Ed io in silenzio m'asciugava il ciglio.—Sono innocente, replicò tre volte...Gettai l'acciar, l'alzai: la strinsi al seno...Padre infelice e offeso son, ma padre.
M'affoga il pianto. Ella è mia figlia...—PorseLa sua gola all'acciaro, e lagrimosiFiggeva gli occhi negli asciutti miei.—Sei tu colpevol? (le gridai) rispondi,Sei tu colpevol?... pronunciar parolaNon poteva ella dall'angoscia... A forzaMi si commosse il cor. Per non vederlaTorsi gli sguardi, e mi sentii le pianteAbbracciare, e lei, prono a terra il volto,Sclamar con voce moribonda: Padre,Sono innocente.—Giuralo.—Tel giuro!...Ed io in silenzio m'asciugava il ciglio.—Sono innocente, replicò tre volte...Gettai l'acciar, l'alzai: la strinsi al seno...Padre infelice e offeso son, ma padre.
M'affoga il pianto. Ella è mia figlia...—Porse
La sua gola all'acciaro, e lagrimosi
Figgeva gli occhi negli asciutti miei.—
Sei tu colpevol? (le gridai) rispondi,
Sei tu colpevol?... pronunciar parola
Non poteva ella dall'angoscia... A forza
Mi si commosse il cor. Per non vederla
Torsi gli sguardi, e mi sentii le piante
Abbracciare, e lei, prono a terra il volto,
Sclamar con voce moribonda: Padre,
Sono innocente.—Giuralo.—Tel giuro!...
Ed io in silenzio m'asciugava il ciglio.—
Sono innocente, replicò tre volte...
Gettai l'acciar, l'alzai: la strinsi al seno...
Padre infelice e offeso son, ma padre.
LANCIOTTO.
Oh rabbia! L'ama ed innocenza vanta?Lunge dagli occhi miei, più allegro amoreCon Paolo spera; ah, sen lusinga in vano!Di seguirla a Ravenna ei le promette...Oh traditor!.. Siete in mie mani ancora.
Oh rabbia! L'ama ed innocenza vanta?Lunge dagli occhi miei, più allegro amoreCon Paolo spera; ah, sen lusinga in vano!Di seguirla a Ravenna ei le promette...Oh traditor!.. Siete in mie mani ancora.
Oh rabbia! L'ama ed innocenza vanta?
Lunge dagli occhi miei, più allegro amore
Con Paolo spera; ah, sen lusinga in vano!
Di seguirla a Ravenna ei le promette...
Oh traditor!.. Siete in mie mani ancora.
GUIDO.
Queste canute mie chiome rispetta.Salvarla io deggio... tu, più non vederla.(Parte.)
Queste canute mie chiome rispetta.Salvarla io deggio... tu, più non vederla.(Parte.)
Queste canute mie chiome rispetta.
Salvarla io deggio... tu, più non vederla.
(Parte.)
LANCIOTTO e PAOLO.
LANCIOTTO.
Sciagurato, t'avanza.
Sciagurato, t'avanza.
Sciagurato, t'avanza.
PAOLO.
Uso non sonoAd ascoltar sì acerbi modi: in altriRintuzzarli saprei. Ma in te del padreL'autorità con sofferenza onoro.—Parli a fratello o a suddito?
Uso non sonoAd ascoltar sì acerbi modi: in altriRintuzzarli saprei. Ma in te del padreL'autorità con sofferenza onoro.—Parli a fratello o a suddito?
Uso non sono
Ad ascoltar sì acerbi modi: in altri
Rintuzzarli saprei. Ma in te del padre
L'autorità con sofferenza onoro.—
Parli a fratello o a suddito?
LANCIOTTO.
...A fratello.—Rispondi, Paolo. Se tua sposa fosseColei; se alcuno a te il suo cor rapisse,E se quei fosse il tuo più dolce amico...Un uom che, mentre ti tradia, stringeviCome più che fratello al seno tuo...Che faresti di lui?—Pensavi.
...A fratello.—Rispondi, Paolo. Se tua sposa fosseColei; se alcuno a te il suo cor rapisse,E se quei fosse il tuo più dolce amico...Un uom che, mentre ti tradia, stringeviCome più che fratello al seno tuo...Che faresti di lui?—Pensavi.
...A fratello.—
Rispondi, Paolo. Se tua sposa fosse
Colei; se alcuno a te il suo cor rapisse,
E se quei fosse il tuo più dolce amico...
Un uom che, mentre ti tradia, stringevi
Come più che fratello al seno tuo...
Che faresti di lui?—Pensavi.
PAOLO.
Io sentoQuanto ti costa l'esser mite.
Io sentoQuanto ti costa l'esser mite.
Io sento
Quanto ti costa l'esser mite.
LANCIOTTO.
Il senti?Fratello, il senti quanto costa?—Il nostroPadre nomasti. Ei mite era co' figli,Anche se rei credevali.
Il senti?Fratello, il senti quanto costa?—Il nostroPadre nomasti. Ei mite era co' figli,Anche se rei credevali.
Il senti?
Fratello, il senti quanto costa?—Il nostro
Padre nomasti. Ei mite era co' figli,
Anche se rei credevali.
PAOLO.
Tu soloSuccedergli mertavi. E che mai dirti?Oh, come atterri la baldanza mia!Anch'io talor magnanimo mi credo:Al par di te nol son.
Tu soloSuccedergli mertavi. E che mai dirti?Oh, come atterri la baldanza mia!Anch'io talor magnanimo mi credo:Al par di te nol son.
Tu solo
Succedergli mertavi. E che mai dirti?
Oh, come atterri la baldanza mia!
Anch'io talor magnanimo mi credo:
Al par di te nol son.
LANCIOTTO.
Di': se tua sposaFosse?
Di': se tua sposaFosse?
Di': se tua sposa
Fosse?
PAOLO.
Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombraNon soffrirei.
Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombraNon soffrirei.
Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombra
Non soffrirei.
LANCIOTTO.
Se un tuo fratello amarlaOsasse?
Se un tuo fratello amarlaOsasse?
Se un tuo fratello amarla
Osasse?
PAOLO.
Più non mi sarìa fratello.Guai a colui! Lo sbranerei col mioPugnal, chiunque il traditor si fosse.
Più non mi sarìa fratello.Guai a colui! Lo sbranerei col mioPugnal, chiunque il traditor si fosse.
Più non mi sarìa fratello.
Guai a colui! Lo sbranerei col mio
Pugnal, chiunque il traditor si fosse.
LANCIOTTO.
Me pure assal questo desio feroce,E trattengo la man che al brando corre:Credilo, a stento la trattengo. Ed osiDel tuo delitto convenir? SedurreLa sposa altrui, del tuo fratel la sposa!
Me pure assal questo desio feroce,E trattengo la man che al brando corre:Credilo, a stento la trattengo. Ed osiDel tuo delitto convenir? SedurreLa sposa altrui, del tuo fratel la sposa!
Me pure assal questo desio feroce,
E trattengo la man che al brando corre:
Credilo, a stento la trattengo. Ed osi
Del tuo delitto convenir? Sedurre
La sposa altrui, del tuo fratel la sposa!
PAOLO.
Meno crudel saresti, or se col brandoTu mi svenassi. Un vil non son. SedurreIo quel purissimo angiolo del cielo?Non fora mai. Chi di Francesca è amanteUn vil non è: lo foss'ei stato pria,Più nol sarebbe amandola: sublimeFassi ogni cor, dacchè v'è impressa quellaSublime donna. Io perchè l'amo, ambiscoD'esser uman, religïoso e prode:E perch'io l'amo, assai più forse il sonoCh'esser non usan nè guerrier nè prenci.
Meno crudel saresti, or se col brandoTu mi svenassi. Un vil non son. SedurreIo quel purissimo angiolo del cielo?Non fora mai. Chi di Francesca è amanteUn vil non è: lo foss'ei stato pria,Più nol sarebbe amandola: sublimeFassi ogni cor, dacchè v'è impressa quellaSublime donna. Io perchè l'amo, ambiscoD'esser uman, religïoso e prode:E perch'io l'amo, assai più forse il sonoCh'esser non usan nè guerrier nè prenci.
Meno crudel saresti, or se col brando
Tu mi svenassi. Un vil non son. Sedurre
Io quel purissimo angiolo del cielo?
Non fora mai. Chi di Francesca è amante
Un vil non è: lo foss'ei stato pria,
Più nol sarebbe amandola: sublime
Fassi ogni cor, dacchè v'è impressa quella
Sublime donna. Io perchè l'amo, ambisco
D'esser uman, religïoso e prode:
E perch'io l'amo, assai più forse il sono
Ch'esser non usan nè guerrier nè prenci.
LANCIOTTO.
E inverecondo più d'ogn'uom tu sei.Vantarmi ardisci l'amor tuo?
E inverecondo più d'ogn'uom tu sei.Vantarmi ardisci l'amor tuo?
E inverecondo più d'ogn'uom tu sei.
Vantarmi ardisci l'amor tuo?
PAOLO.
Se iniquoFosse il mio amor, tacer saprei, ma puroÈ quanto immenso l'amor mio. MorireMille volte saprei pria che macchiarlo.—Nondimen... veggio di partir la forteNecessità.—Per la tua donna al tuoFratel rinuncia... ed in eterno!
Se iniquoFosse il mio amor, tacer saprei, ma puroÈ quanto immenso l'amor mio. MorireMille volte saprei pria che macchiarlo.—Nondimen... veggio di partir la forteNecessità.—Per la tua donna al tuoFratel rinuncia... ed in eterno!
Se iniquo
Fosse il mio amor, tacer saprei, ma puro
È quanto immenso l'amor mio. Morire
Mille volte saprei pria che macchiarlo.—
Nondimen... veggio di partir la forte
Necessità.—Per la tua donna al tuo
Fratel rinuncia... ed in eterno!
LANCIOTTO.
IniquoNon è il tuo amore? E misero in eternoTu non mi rendi?... Obblierò ch'io m'ebbiUn fratel caro: ma potrò dal coreDi Francesca strapparlo? E il cor di leiNon porterai teco dovunque? OdiatoVivrò al suo fianco. Nol dirà, pietosa,Non mel dirà, ma ben il sento; ah, m'odia,E tu, fellone, la cagion ne sei.
IniquoNon è il tuo amore? E misero in eternoTu non mi rendi?... Obblierò ch'io m'ebbiUn fratel caro: ma potrò dal coreDi Francesca strapparlo? E il cor di leiNon porterai teco dovunque? OdiatoVivrò al suo fianco. Nol dirà, pietosa,Non mel dirà, ma ben il sento; ah, m'odia,E tu, fellone, la cagion ne sei.
Iniquo
Non è il tuo amore? E misero in eterno
Tu non mi rendi?... Obblierò ch'io m'ebbi
Un fratel caro: ma potrò dal core
Di Francesca strapparlo? E il cor di lei
Non porterai teco dovunque? Odiato
Vivrò al suo fianco. Nol dirà, pietosa,
Non mel dirà, ma ben il sento; ah, m'odia,
E tu, fellone, la cagion ne sei.
PAOLO.
L'amo, il confesso... Ma Francesca, oh cieloDi lei non sospettar.
L'amo, il confesso... Ma Francesca, oh cieloDi lei non sospettar.
L'amo, il confesso... Ma Francesca, oh cielo
Di lei non sospettar.
LANCIOTTO.
Anco ingannarmiVorresti? Il pensier tuo scerno. Tu temiChe un giorno in lei mi vendichi, in Francesca,Nella tua amante: e or più desio men prendiChe? d'immolarvi non ho dritto? io regno:Tradito sposo ed oltraggiato prenceSon io. Di me narri che vuoi la fama:Di voi dirà: perfidi fur.
Anco ingannarmiVorresti? Il pensier tuo scerno. Tu temiChe un giorno in lei mi vendichi, in Francesca,Nella tua amante: e or più desio men prendiChe? d'immolarvi non ho dritto? io regno:Tradito sposo ed oltraggiato prenceSon io. Di me narri che vuoi la fama:Di voi dirà: perfidi fur.
Anco ingannarmi
Vorresti? Il pensier tuo scerno. Tu temi
Che un giorno in lei mi vendichi, in Francesca,
Nella tua amante: e or più desio men prendi
Che? d'immolarvi non ho dritto? io regno:
Tradito sposo ed oltraggiato prence
Son io. Di me narri che vuoi la fama:
Di voi dirà: perfidi fur.
PAOLO.
La famaDirà: Qual colpa avea, se giovinettoPaolo a Ravenna fu mandato, ed arsePel più leggiadro de' terrestri spirti?—E tu quai dritti hai su di lei? VedutoMai non t'avea: sol per ragion di statoLa bramasti in isposa. Umani affettiNon diè natura anco de' prenci ai figli?Perchè il suo cor non indagasti priaDi farla tua?
La famaDirà: Qual colpa avea, se giovinettoPaolo a Ravenna fu mandato, ed arsePel più leggiadro de' terrestri spirti?—E tu quai dritti hai su di lei? VedutoMai non t'avea: sol per ragion di statoLa bramasti in isposa. Umani affettiNon diè natura anco de' prenci ai figli?Perchè il suo cor non indagasti priaDi farla tua?
La fama
Dirà: Qual colpa avea, se giovinetto
Paolo a Ravenna fu mandato, ed arse
Pel più leggiadro de' terrestri spirti?—
E tu quai dritti hai su di lei? Veduto
Mai non t'avea: sol per ragion di stato
La bramasti in isposa. Umani affetti
Non diè natura anco de' prenci ai figli?
Perchè il suo cor non indagasti pria
Di farla tua?
LANCIOTTO.
Che ardisci? aggiungi insultoA insulto ancor? No, più non reggo.(Mette mano alla spada.)
Che ardisci? aggiungi insultoA insulto ancor? No, più non reggo.(Mette mano alla spada.)
Che ardisci? aggiungi insulto
A insulto ancor? No, più non reggo.
(Mette mano alla spada.)
GUIDO, FRANCESCA e Detti.
FRANCESCA.
(Prima di uscire.)Padre!Stringer l'arme li veggio.
(Prima di uscire.)Padre!Stringer l'arme li veggio.
(Prima di uscire.)
Padre!
Stringer l'arme li veggio.
GUIDO.
(Vuol prima trattener Francesca; quindi si frappone tra Paolo e Lanciotto.)Ferma.—Ah, pace,O esacerbati spiriti fraterni!
(Vuol prima trattener Francesca; quindi si frappone tra Paolo e Lanciotto.)Ferma.—Ah, pace,O esacerbati spiriti fraterni!
(Vuol prima trattener Francesca; quindi si frappone tra Paolo e Lanciotto.)
Ferma.—Ah, pace,
O esacerbati spiriti fraterni!
PAOLO.
Più della vita mi togliesti: pocoDel mio sangue mi cal, versalo.
Più della vita mi togliesti: pocoDel mio sangue mi cal, versalo.
Più della vita mi togliesti: poco
Del mio sangue mi cal, versalo.
FRANCESCA.
Il mioSangue versate: io sol v'offesi.
Il mioSangue versate: io sol v'offesi.
Il mio
Sangue versate: io sol v'offesi.
GUIDO.
Oh figlia!
Oh figlia!
Oh figlia!
LANCIOTTO.
Il sacro aspetto di tuo padre, o iniqua,Per tua ventura ti difende. StattiFra le sue braccia: guai s'ei t'abbandona!Obblierò che regia fu tua culla:Peggio di schiava tratterotti. InfameÈ l'amor tuo: più d'una schiava è infameUna moglie infedel... Questa parolaForsennato mi rende. Io tanto amarti,Tanto adorarti, e tu spregiarmi?... AlteroHo il cor, nol sai? tremendamente altero:E oltraggi v'han, che perdonar non posso.Onor mel vieta... Onor? che dissi? notoQuesto nome t'è forse?
Il sacro aspetto di tuo padre, o iniqua,Per tua ventura ti difende. StattiFra le sue braccia: guai s'ei t'abbandona!Obblierò che regia fu tua culla:Peggio di schiava tratterotti. InfameÈ l'amor tuo: più d'una schiava è infameUna moglie infedel... Questa parolaForsennato mi rende. Io tanto amarti,Tanto adorarti, e tu spregiarmi?... AlteroHo il cor, nol sai? tremendamente altero:E oltraggi v'han, che perdonar non posso.Onor mel vieta... Onor? che dissi? notoQuesto nome t'è forse?
Il sacro aspetto di tuo padre, o iniqua,
Per tua ventura ti difende. Statti
Fra le sue braccia: guai s'ei t'abbandona!
Obblierò che regia fu tua culla:
Peggio di schiava tratterotti. Infame
È l'amor tuo: più d'una schiava è infame
Una moglie infedel... Questa parola
Forsennato mi rende. Io tanto amarti,
Tanto adorarti, e tu spregiarmi?... Altero
Ho il cor, nol sai? tremendamente altero:
E oltraggi v'han, che perdonar non posso.
Onor mel vieta... Onor? che dissi? noto
Questo nome t'è forse?
GUIDO.
Arresta.
Arresta.
Arresta.
LANCIOTTO.
Io intendo,Io dell'onor l'onnipossente voce:Nè allorch'ei parla, più altra voce intendo,E vibro il ferro ovunque accenni.
Io intendo,Io dell'onor l'onnipossente voce:Nè allorch'ei parla, più altra voce intendo,E vibro il ferro ovunque accenni.
Io intendo,
Io dell'onor l'onnipossente voce:
Nè allorch'ei parla, più altra voce intendo,
E vibro il ferro ovunque accenni.
FRANCESCA.
Ah padre!Ei non m'uccide, uccidimi tu, padre!
Ah padre!Ei non m'uccide, uccidimi tu, padre!
Ah padre!
Ei non m'uccide, uccidimi tu, padre!
LANCIOTTO.
Vaneggio?... Voi raccapricciate?...—Oh Guido!Quando canute avrò le chiome anch'io,E vivrò nel passato, e freddamenteGuarderò i vizi e le virtù mie antiche...Anche allor rimembrando un'adorataSposa che mi tradia, tutta l'anticaDisperata ira sentirò nel petto,Ed imprecando fuggirò col guardoVerso il sepolcro, onde mie angosce asconda.Ma non verrà quel dì. Verso il sepolcroMi precipita l'empia oggi: del mioVicin sepolcro già il pensier l'allegra:Di calpestarlo essa godrà... Seco altri,A calpestarlo verrà forse!
Vaneggio?... Voi raccapricciate?...—Oh Guido!Quando canute avrò le chiome anch'io,E vivrò nel passato, e freddamenteGuarderò i vizi e le virtù mie antiche...Anche allor rimembrando un'adorataSposa che mi tradia, tutta l'anticaDisperata ira sentirò nel petto,Ed imprecando fuggirò col guardoVerso il sepolcro, onde mie angosce asconda.Ma non verrà quel dì. Verso il sepolcroMi precipita l'empia oggi: del mioVicin sepolcro già il pensier l'allegra:Di calpestarlo essa godrà... Seco altri,A calpestarlo verrà forse!
Vaneggio?... Voi raccapricciate?...—Oh Guido!
Quando canute avrò le chiome anch'io,
E vivrò nel passato, e freddamente
Guarderò i vizi e le virtù mie antiche...
Anche allor rimembrando un'adorata
Sposa che mi tradia, tutta l'antica
Disperata ira sentirò nel petto,
Ed imprecando fuggirò col guardo
Verso il sepolcro, onde mie angosce asconda.
Ma non verrà quel dì. Verso il sepolcro
Mi precipita l'empia oggi: del mio
Vicin sepolcro già il pensier l'allegra:
Di calpestarlo essa godrà... Seco altri,
A calpestarlo verrà forse!
FRANCESCA.
Oh cielo!Dammi tu forza, ond'io risponda.—Io sordaAlle voci d'onor... Se Paolo amai,Vil non era il mio foco: Italo prence,Cavalier prode, altro ei per me non era.Popoli e regi lo lodavan. TuaSposa io non era... Ah, che favello? GiustoÈ il tuo furor; dal petto mio non seppiScancellar mai quel primo amor! E il volliScancellar pur... Con quell'arcano io mortaSarei, se Paolo or non riedea, tel giuro.
Oh cielo!Dammi tu forza, ond'io risponda.—Io sordaAlle voci d'onor... Se Paolo amai,Vil non era il mio foco: Italo prence,Cavalier prode, altro ei per me non era.Popoli e regi lo lodavan. TuaSposa io non era... Ah, che favello? GiustoÈ il tuo furor; dal petto mio non seppiScancellar mai quel primo amor! E il volliScancellar pur... Con quell'arcano io mortaSarei, se Paolo or non riedea, tel giuro.
Oh cielo!
Dammi tu forza, ond'io risponda.—Io sorda
Alle voci d'onor... Se Paolo amai,
Vil non era il mio foco: Italo prence,
Cavalier prode, altro ei per me non era.
Popoli e regi lo lodavan. Tua
Sposa io non era... Ah, che favello? Giusto
È il tuo furor; dal petto mio non seppi
Scancellar mai quel primo amor! E il volli
Scancellar pur... Con quell'arcano io morta
Sarei, se Paolo or non riedea, tel giuro.
PAOLO.
Misera donna!
Misera donna!
Misera donna!
FRANCESCA.
A lui solo perdona;Non al mio amante, al fratel tuo perdona.
A lui solo perdona;Non al mio amante, al fratel tuo perdona.
A lui solo perdona;
Non al mio amante, al fratel tuo perdona.
LANCIOTTO.
Per Paolo preghi? Oh scellerata!...UscirneDi queste mura ambi credete? InsiemeDi riunirvi concertaste. Al padreDi rapirti fors'anco ei ti promise.
Per Paolo preghi? Oh scellerata!...UscirneDi queste mura ambi credete? InsiemeDi riunirvi concertaste. Al padreDi rapirti fors'anco ei ti promise.
Per Paolo preghi? Oh scellerata!...Uscirne
Di queste mura ambi credete? Insieme
Di riunirvi concertaste. Al padre
Di rapirti fors'anco ei ti promise.
PAOLO.
Oh vil pensier!
Oh vil pensier!
Oh vil pensier!
LANCIOTTO
Io vil?—Partirà l'empiaSì; ma più te mai non vedrà.—Di guardieSi circondi costui. Passo ei non muovaFuor della reggia.
Io vil?—Partirà l'empiaSì; ma più te mai non vedrà.—Di guardieSi circondi costui. Passo ei non muovaFuor della reggia.
Io vil?—Partirà l'empia
Sì; ma più te mai non vedrà.—Di guardie
Si circondi costui. Passo ei non muova
Fuor della reggia.
PAOLO.
Tanta ingiuria maiNon soffrirò nel tetto mio paterno.(Vuol difendersi.)
Tanta ingiuria maiNon soffrirò nel tetto mio paterno.(Vuol difendersi.)
Tanta ingiuria mai
Non soffrirò nel tetto mio paterno.
(Vuol difendersi.)
LANCIOTTO.
Tuo signor sono. Quel ribelle brandoCedi.
Tuo signor sono. Quel ribelle brandoCedi.
Tuo signor sono. Quel ribelle brando
Cedi.
PAOLO.
(Oppresso dalle guardie.)Fratel... tu disarmarmi... Oh comeCangiato sei!
(Oppresso dalle guardie.)Fratel... tu disarmarmi... Oh comeCangiato sei!
(Oppresso dalle guardie.)
Fratel... tu disarmarmi... Oh come
Cangiato sei!
FRANCESCA.
Pietà!... Paolo!
Pietà!... Paolo!
Pietà!... Paolo!
PAOLO.
Francesca!
Francesca!
Francesca!
LANCIOTTO.
Donna...
Donna...
Donna...
GUIDO.
Vieni; sottrati al furor suo.
Vieni; sottrati al furor suo.
Vieni; sottrati al furor suo.
(La sala è illuminata da una lampada)
FRANCESCA e GUIDO.
FRANCESCA.
Deh, lo placasti?
Deh, lo placasti?
Deh, lo placasti?
GUIDO.
(Venendo dalle stanze di Lanciotto.)Egli mi vide, e sorseSpaventato dal letto.—Oh cielo! è giunta,Sclamò, quest'alba sciagurata. Io debboPerder Francesca?... Ogni consiglio or cangio:Senza lei viver non poss'io.—FrattantoLagrime amare gli piovean sul volto:E or te nomando infuriava, or pienoD'amor ti compiangea. Fra le mie bracciaLungamente lo tenni, e con lui piansi,Libero freno al suo dolor lasciando.L'acquetai poscia con soavi detti,E il convinsi che meglio è che tu partaSenza vederlo. Andiam.
(Venendo dalle stanze di Lanciotto.)Egli mi vide, e sorseSpaventato dal letto.—Oh cielo! è giunta,Sclamò, quest'alba sciagurata. Io debboPerder Francesca?... Ogni consiglio or cangio:Senza lei viver non poss'io.—FrattantoLagrime amare gli piovean sul volto:E or te nomando infuriava, or pienoD'amor ti compiangea. Fra le mie bracciaLungamente lo tenni, e con lui piansi,Libero freno al suo dolor lasciando.L'acquetai poscia con soavi detti,E il convinsi che meglio è che tu partaSenza vederlo. Andiam.
(Venendo dalle stanze di Lanciotto.)
Egli mi vide, e sorse
Spaventato dal letto.—Oh cielo! è giunta,
Sclamò, quest'alba sciagurata. Io debbo
Perder Francesca?... Ogni consiglio or cangio:
Senza lei viver non poss'io.—Frattanto
Lagrime amare gli piovean sul volto:
E or te nomando infuriava, or pieno
D'amor ti compiangea. Fra le mie braccia
Lungamente lo tenni, e con lui piansi,
Libero freno al suo dolor lasciando.
L'acquetai poscia con soavi detti,
E il convinsi che meglio è che tu parta
Senza vederlo. Andiam.
FRANCESCA.
Padre, non fia:S'or nol riveggio, nol vedrò più mai.Rancore ei serba contro di me: securaDel suo perdono esser vogl'io.
Padre, non fia:S'or nol riveggio, nol vedrò più mai.Rancore ei serba contro di me: securaDel suo perdono esser vogl'io.
Padre, non fia:
S'or nol riveggio, nol vedrò più mai.
Rancore ei serba contro di me: secura
Del suo perdono esser vogl'io.
GUIDO.
Ti calma.Perdonato egli t'ha; perdonar PaoloPur mi promise.
Ti calma.Perdonato egli t'ha; perdonar PaoloPur mi promise.
Ti calma.
Perdonato egli t'ha; perdonar Paolo
Pur mi promise.
FRANCESCA.
Oh gioja! Ma, deh, in questoSacro momento, non nomar, ten prego,Colui che appieno obbliar deggio... e il bramo!Già meno forte egli nel cor mi parla:Già mi riparla la virtù perduta,E il pentimento e la memoria solaDello sposo fedel che tu mi desti,E ch'io non seppi amar.—Parlargli chieggoAnco una volta. Deh, non adirarti!Questa grazia m'ottieni. I miei rimorsiPer la passata ingratitudin tuttiMostrar gli vo': prostrarmi a' piedi suoi:Di non sprezzarmi scongiurarlo. Vanne:Digli che, s'io non lo riveggio, ahi parmiDel perdono del ciel chiusa ogni speme.
Oh gioja! Ma, deh, in questoSacro momento, non nomar, ten prego,Colui che appieno obbliar deggio... e il bramo!Già meno forte egli nel cor mi parla:Già mi riparla la virtù perduta,E il pentimento e la memoria solaDello sposo fedel che tu mi desti,E ch'io non seppi amar.—Parlargli chieggoAnco una volta. Deh, non adirarti!Questa grazia m'ottieni. I miei rimorsiPer la passata ingratitudin tuttiMostrar gli vo': prostrarmi a' piedi suoi:Di non sprezzarmi scongiurarlo. Vanne:Digli che, s'io non lo riveggio, ahi parmiDel perdono del ciel chiusa ogni speme.
Oh gioja! Ma, deh, in questo
Sacro momento, non nomar, ten prego,
Colui che appieno obbliar deggio... e il bramo!
Già meno forte egli nel cor mi parla:
Già mi riparla la virtù perduta,
E il pentimento e la memoria sola
Dello sposo fedel che tu mi desti,
E ch'io non seppi amar.—Parlargli chieggo
Anco una volta. Deh, non adirarti!
Questa grazia m'ottieni. I miei rimorsi
Per la passata ingratitudin tutti
Mostrar gli vo': prostrarmi a' piedi suoi:
Di non sprezzarmi scongiurarlo. Vanne:
Digli che, s'io non lo riveggio, ahi parmi
Del perdono del ciel chiusa ogni speme.
GUIDO.
A forza il vuoi? Qui il condurrò.
A forza il vuoi? Qui il condurrò.
A forza il vuoi? Qui il condurrò.
FRANCESCA.
—Per sempreDunque ti lascio, o Rimini diletta.Addio, città fatale! addio, voi muraInfelici, ma care! amata cullaDi... quei prenci... Che dico!—Eterno Iddio,Per questa casa ultima prece io t'offro,Bench'io sia rea, non chiuder, no, l'orecchio.Nulla chieggo per me: per que' fratelliPrego: tua destra onnipossente posiSul capo lor... Chi veggio?
—Per sempreDunque ti lascio, o Rimini diletta.Addio, città fatale! addio, voi muraInfelici, ma care! amata cullaDi... quei prenci... Che dico!—Eterno Iddio,Per questa casa ultima prece io t'offro,Bench'io sia rea, non chiuder, no, l'orecchio.Nulla chieggo per me: per que' fratelliPrego: tua destra onnipossente posiSul capo lor... Chi veggio?
—Per sempre
Dunque ti lascio, o Rimini diletta.
Addio, città fatale! addio, voi mura
Infelici, ma care! amata culla
Di... quei prenci... Che dico!—Eterno Iddio,
Per questa casa ultima prece io t'offro,
Bench'io sia rea, non chiuder, no, l'orecchio.
Nulla chieggo per me: per que' fratelli
Prego: tua destra onnipossente posi
Sul capo lor... Chi veggio?
FRANCESCA e PAOLO.
PAOLO.
(Prorompendo forsennato con una spada alla mano.)Oh sovrumanaGioja! Vederla ancor m'è dato.—Ah, ferma!Se tu fuggì, io t'inseguo.
(Prorompendo forsennato con una spada alla mano.)Oh sovrumanaGioja! Vederla ancor m'è dato.—Ah, ferma!Se tu fuggì, io t'inseguo.
(Prorompendo forsennato con una spada alla mano.)
Oh sovrumana
Gioja! Vederla ancor m'è dato.—Ah, ferma!
Se tu fuggì, io t'inseguo.
FRANCESCA.
Audace! ahi lassa!E come in armi?
Audace! ahi lassa!E come in armi?
Audace! ahi lassa!
E come in armi?
PAOLO.
Sgombre ho le mie guardieColl'oro.
Sgombre ho le mie guardieColl'oro.
Sgombre ho le mie guardie
Coll'oro.
FRANCESCA.
Oh ciel! nuovi delitti...
Oh ciel! nuovi delitti...
Oh ciel! nuovi delitti...
PAOLO.
Io vengoI delitti a impedir. Paga non foraContro me, credi, la gelosa rabbiaDel fratel mio; te immolar pensa. OrrendoSpavento è quel ch'or qui mi tragge.—Al sonnoChiusi dianzi le ciglia, ed oh qual truceVisïone m'assalse! Immersa io vidiTe nel tuo sangue moribonda: a terraMi gettai per soccorrerti... il mio nomeProferivi, e spiravi!—Ahi disperatoDelirio! Invano mi svegliava, il feroSogno mi sta dinanzi agli occhi. Mira:Sudor di morte da mie chiome grondaAl rammentarlo.
Io vengoI delitti a impedir. Paga non foraContro me, credi, la gelosa rabbiaDel fratel mio; te immolar pensa. OrrendoSpavento è quel ch'or qui mi tragge.—Al sonnoChiusi dianzi le ciglia, ed oh qual truceVisïone m'assalse! Immersa io vidiTe nel tuo sangue moribonda: a terraMi gettai per soccorrerti... il mio nomeProferivi, e spiravi!—Ahi disperatoDelirio! Invano mi svegliava, il feroSogno mi sta dinanzi agli occhi. Mira:Sudor di morte da mie chiome grondaAl rammentarlo.
Io vengo
I delitti a impedir. Paga non fora
Contro me, credi, la gelosa rabbia
Del fratel mio; te immolar pensa. Orrendo
Spavento è quel ch'or qui mi tragge.—Al sonno
Chiusi dianzi le ciglia, ed oh qual truce
Visïone m'assalse! Immersa io vidi
Te nel tuo sangue moribonda: a terra
Mi gettai per soccorrerti... il mio nome
Proferivi, e spiravi!—Ahi disperato
Delirio! Invano mi svegliava, il fero
Sogno mi sta dinanzi agli occhi. Mira:
Sudor di morte da mie chiome gronda
Al rammentarlo.
FRANCESCA.
Calmati...
Calmati...
Calmati...
PAOLO.
FurenteM'alzai, corruppi i vili sgherri: un brandoStrinsi... Ahi, temea di più non rivederti!Qui ti ritrovo: oh me felice!... Imponi:Come del cor, del Braccio mio reinaTu sei: morir per te desìo.
FurenteM'alzai, corruppi i vili sgherri: un brandoStrinsi... Ahi, temea di più non rivederti!Qui ti ritrovo: oh me felice!... Imponi:Come del cor, del Braccio mio reinaTu sei: morir per te desìo.
Furente
M'alzai, corruppi i vili sgherri: un brando
Strinsi... Ahi, temea di più non rivederti!
Qui ti ritrovo: oh me felice!... Imponi:
Come del cor, del Braccio mio reina
Tu sei: morir per te desìo.
FRANCESCA.
Rientra,Oh insano, in te. Quell'uom che oltraggi, a noiGià perdonava. Fuggirai. Che speri?
Rientra,Oh insano, in te. Quell'uom che oltraggi, a noiGià perdonava. Fuggirai. Che speri?
Rientra,
Oh insano, in te. Quell'uom che oltraggi, a noi
Già perdonava. Fuggirai. Che speri?
PAOLO.
Se te col padre tuo salva non veggioFuor di queste pareti, abbandonartiNon posso. Infausto, orribile presagioPe' giorni tuoi m'affanna.—Ah, tu non m'ami!Tu rassegnata...
Se te col padre tuo salva non veggioFuor di queste pareti, abbandonartiNon posso. Infausto, orribile presagioPe' giorni tuoi m'affanna.—Ah, tu non m'ami!Tu rassegnata...
Se te col padre tuo salva non veggio
Fuor di queste pareti, abbandonarti
Non posso. Infausto, orribile presagio
Pe' giorni tuoi m'affanna.—Ah, tu non m'ami!
Tu rassegnata...
FRANCESCA.
Esserlo è d'uopo.
Esserlo è d'uopo.
Esserlo è d'uopo.
PAOLO.
Or dimmi:Quando, ove mai ci rivedrem?
Or dimmi:Quando, ove mai ci rivedrem?
Or dimmi:
Quando, ove mai ci rivedrem?
FRANCESCA.
Se in terraFine avrà... l'empio nostro amor...
Se in terraFine avrà... l'empio nostro amor...
Se in terra
Fine avrà... l'empio nostro amor...
PAOLO.
Non mai!...Dunque non mai ci rivedrem!—Francesca,Su questo cor poni la man. TaloraTu questa mano ti porrai sul coreE de' palpiti miei ricorderatti:Feroci sono: pochi fien!
Non mai!...Dunque non mai ci rivedrem!—Francesca,Su questo cor poni la man. TaloraTu questa mano ti porrai sul coreE de' palpiti miei ricorderatti:Feroci sono: pochi fien!
Non mai!...
Dunque non mai ci rivedrem!—Francesca,
Su questo cor poni la man. Talora
Tu questa mano ti porrai sul core
E de' palpiti miei ricorderatti:
Feroci sono: pochi fien!
FRANCESCA.
Oh amore!
Oh amore!
Oh amore!
PAOLO.
Adorata t'avrei: non fora un giornoPassato mai ch'io non cercato avessiDi farti ognora più e più felice...M'avresti reso (oh incantatrice idea!)Padre di prole a te simile: avreiA' miei figli insegnato ad onorarti.Dopo Dio prima, e come io t'amo amarti!
Adorata t'avrei: non fora un giornoPassato mai ch'io non cercato avessiDi farti ognora più e più felice...M'avresti reso (oh incantatrice idea!)Padre di prole a te simile: avreiA' miei figli insegnato ad onorarti.Dopo Dio prima, e come io t'amo amarti!
Adorata t'avrei: non fora un giorno
Passato mai ch'io non cercato avessi
Di farti ognora più e più felice...
M'avresti reso (oh incantatrice idea!)
Padre di prole a te simile: avrei
A' miei figli insegnato ad onorarti.
Dopo Dio prima, e come io t'amo amarti!
FRANCESCA.
Il solo udir questi tuoi detti è colpa.
Il solo udir questi tuoi detti è colpa.
Il solo udir questi tuoi detti è colpa.
PAOLO.
Nè mia giammai!...
Nè mia giammai!...
Nè mia giammai!...
FRANCESCA.
Che parli? EternamenteQuant'io deggia al mio sposo e a' generosiSuoi sacrifici sentirò. SolenneProtesta or odi:—Se l'ingiusto fatoLui seppellisse pria di me, perpetueConserverò le vedovili bende:Nè coll'amarti mai, fuorchè in silenzio,Offenderò la sua santa memoria.
Che parli? EternamenteQuant'io deggia al mio sposo e a' generosiSuoi sacrifici sentirò. SolenneProtesta or odi:—Se l'ingiusto fatoLui seppellisse pria di me, perpetueConserverò le vedovili bende:Nè coll'amarti mai, fuorchè in silenzio,Offenderò la sua santa memoria.
Che parli? Eternamente
Quant'io deggia al mio sposo e a' generosi
Suoi sacrifici sentirò. Solenne
Protesta or odi:—Se l'ingiusto fato
Lui seppellisse pria di me, perpetue
Conserverò le vedovili bende:
Nè coll'amarti mai, fuorchè in silenzio,
Offenderò la sua santa memoria.
PAOLO.
Mal m'intendesti: augurii empii non formo:Viva e m'uccida il fratel mio. Ma lungiDall'ira sua tu pur, Francesca, ah, vivi:Vivi, e in silenzio amami, sì!... Ne' mestiTuoi sogni spesso mi vedrai. BeataOmbra dì e notte al fianco tuo starommiAdorandoti ognor.
Mal m'intendesti: augurii empii non formo:Viva e m'uccida il fratel mio. Ma lungiDall'ira sua tu pur, Francesca, ah, vivi:Vivi, e in silenzio amami, sì!... Ne' mestiTuoi sogni spesso mi vedrai. BeataOmbra dì e notte al fianco tuo starommiAdorandoti ognor.
Mal m'intendesti: augurii empii non formo:
Viva e m'uccida il fratel mio. Ma lungi
Dall'ira sua tu pur, Francesca, ah, vivi:
Vivi, e in silenzio amami, sì!... Ne' mesti
Tuoi sogni spesso mi vedrai. Beata
Ombra dì e notte al fianco tuo starommi
Adorandoti ognor.
FRANCESCA.
Paolo...
Paolo...
Paolo...
PAOLO.
TiranniGli uomini e il cielo fur con noi.
TiranniGli uomini e il cielo fur con noi.
Tiranni
Gli uomini e il cielo fur con noi.
FRANCESCA.
T'acqueta.Misera me! Non ci perdiamo... Ah, padre!(Chiamando.)
T'acqueta.Misera me! Non ci perdiamo... Ah, padre!(Chiamando.)
T'acqueta.
Misera me! Non ci perdiamo... Ah, padre!
(Chiamando.)
PAOLO.
Più non ha dritti alla sua prole un padreChe a sue voglie tiranniche l'immola.Chi de' tuoi giovanili anni sepoltoHa il fior nel pianto? Chi questa tremendaFebbre in te mosse onde tutta ardi? All'orloChi della tomba li spingeva?... Il padre!
Più non ha dritti alla sua prole un padreChe a sue voglie tiranniche l'immola.Chi de' tuoi giovanili anni sepoltoHa il fior nel pianto? Chi questa tremendaFebbre in te mosse onde tutta ardi? All'orloChi della tomba li spingeva?... Il padre!
Più non ha dritti alla sua prole un padre
Che a sue voglie tiranniche l'immola.
Chi de' tuoi giovanili anni sepolto
Ha il fior nel pianto? Chi questa tremenda
Febbre in te mosse onde tutta ardi? All'orlo
Chi della tomba li spingeva?... Il padre!
FRANCESCA.
Empio, che dici?...—Odo fragor.
Empio, che dici?...—Odo fragor.
Empio, che dici?...—Odo fragor.
PAOLO.
Null'uomoPotrà strapparti da mie braccia.
Null'uomoPotrà strapparti da mie braccia.
Null'uomo
Potrà strapparti da mie braccia.
GUIDO, LANCIOTTOe Detti.
LANCIOTTO.
Oh vista!Paolo?... Tradito da mie guardie sono...Oh rabbia! e ad esser testimon di tantaInfamia, o Guido, mi chiamasti? Ad arteElla a me ti mandò. Fuggire o farsi.Ribelli a me volean: muojano entrambi.(Snuda il ferro e combatte contro Paolo.)
Oh vista!Paolo?... Tradito da mie guardie sono...Oh rabbia! e ad esser testimon di tantaInfamia, o Guido, mi chiamasti? Ad arteElla a me ti mandò. Fuggire o farsi.Ribelli a me volean: muojano entrambi.(Snuda il ferro e combatte contro Paolo.)
Oh vista!
Paolo?... Tradito da mie guardie sono...
Oh rabbia! e ad esser testimon di tanta
Infamia, o Guido, mi chiamasti? Ad arte
Ella a me ti mandò. Fuggire o farsi.
Ribelli a me volean: muojano entrambi.
(Snuda il ferro e combatte contro Paolo.)
FRANCESCA.
Oh rio sospetto!
Oh rio sospetto!
Oh rio sospetto!
GUIDO.
Scellerata figlia,A maledirti mi costringi.
Scellerata figlia,A maledirti mi costringi.
Scellerata figlia,
A maledirti mi costringi.
PAOLO.
Tutti,O Francesca, t'abborrono: me soloDifensor hai.
Tutti,O Francesca, t'abborrono: me soloDifensor hai.
Tutti,
O Francesca, t'abborrono: me solo
Difensor hai.
FRANCESCA.
Placatevi, o fratelli:Fra i vostri ferri io mi porrò. La reaSon io...
Placatevi, o fratelli:Fra i vostri ferri io mi porrò. La reaSon io...
Placatevi, o fratelli:
Fra i vostri ferri io mi porrò. La rea
Son io...
LANCIOTTO.
Muori!(La trafigge.)
Muori!(La trafigge.)
Muori!(La trafigge.)
GUIDO.
Me misero!
Me misero!
Me misero!
LANCIOTTO.
E tu, vile,Difenditi.
E tu, vile,Difenditi.
E tu, vile,
Difenditi.
PAOLO.
(Getta a terra la spada e si lascia ferire.)Trafiggimi.
(Getta a terra la spada e si lascia ferire.)Trafiggimi.
(Getta a terra la spada e si lascia ferire.)
Trafiggimi.
GUIDO.
Che festi?
Che festi?
Che festi?
LANCIOTTO.
Oh ciel! qual sangue!
Oh ciel! qual sangue!
Oh ciel! qual sangue!
PAOLO.
Deh... Francesca...
Deh... Francesca...
Deh... Francesca...
FRANCESCA.
Ah, Padre!...Padre... da te fui maledetta...
Ah, Padre!...Padre... da te fui maledetta...
Ah, Padre!...
Padre... da te fui maledetta...
GUIDO.
Figlia,Ti perdono!
Figlia,Ti perdono!
Figlia,
Ti perdono!
PAOLO.
Francesca... ah!... mi perdona...Io la cagion son di tua morte.
Francesca... ah!... mi perdona...Io la cagion son di tua morte.
Francesca... ah!... mi perdona...
Io la cagion son di tua morte.
FRANCESCA.
Eterno...Martir... sotterra... oimè... ci aspetta!
Eterno...Martir... sotterra... oimè... ci aspetta!
Eterno...
Martir... sotterra... oimè... ci aspetta!
PAOLO.
EternoFia il nostro amore... Ella è spirata... io muojo...
EternoFia il nostro amore... Ella è spirata... io muojo...
Eterno
Fia il nostro amore... Ella è spirata... io muojo...
LANCIOTTO.
Ella è spirata.—Oh Paolo!—Ahi, questo ferroTu mi donasti! in me si torca.
Ella è spirata.—Oh Paolo!—Ahi, questo ferroTu mi donasti! in me si torca.
Ella è spirata.—Oh Paolo!—Ahi, questo ferro
Tu mi donasti! in me si torca.
GUIDO.
Ferma,Già è tuo quel sangue; e basta, onde tra pocoInorridisca al suo ritorno il sole.
Ferma,Già è tuo quel sangue; e basta, onde tra pocoInorridisca al suo ritorno il sole.
Ferma,
Già è tuo quel sangue; e basta, onde tra poco
Inorridisca al suo ritorno il sole.
Dove il trovatore componesse questa cantica non appare; soltanto vedesi ch'egli era fuori di patria ed infelice nelle agitazioni in cui si trovavano a que' tempi le repubbliche lombarde—presso le quali si ricava dai suoi poemi ch'egli peregrinò diverse volte—è probabile che ivi s'attraesse lo sdegno d'alcuna di esse o di Federigo.
Dove il trovatore componesse questa cantica non appare; soltanto vedesi ch'egli era fuori di patria ed infelice nelle agitazioni in cui si trovavano a que' tempi le repubbliche lombarde—presso le quali si ricava dai suoi poemi ch'egli peregrinò diverse volte—è probabile che ivi s'attraesse lo sdegno d'alcuna di esse o di Federigo.
Canzoni de' miei padri, antiche istorieChe a' felici d'infanzia anni imparaiNel mio alpestre idioma (inculta linguaMa d'affetti guerrieri e di mestiziaGentilmente temprata e dolce al core!)Riedete nel mio spirto: e col soaveRisovvenir delle pietose noteIlludetemi sì che a' miei doloriE al carcere ov'espio vani ardimentiTogliermi io creda, e a me ritornin l'oreDi mie gioje infantili—o di SaluzzoNell'amato che prima aere spirai—O sui fragranti colli onde di fioriE limpid'acque Pinerolo è lieta—O per gli Eridanini ameni poggi,Ove la sera il Torinese ascoltaDella lontana villanella il metroChe avventure d'eroi dice e d'amore.Oh poetica terra! oh popolataD'alte cavalieresche rimembranzeOr gaje or triste, commoventi sempre!Tu la prima onda porgi e le tue valliIl primo letto al giovin re de' fiumi,Ed ei ne' campi tuoi cresce educatoCome in orto di fiori! E di quell'ortoMentre il voluttuoso aere m'inebbriaVeggio intorno—ove ch'io l'occhio sollevi—Con fiero atto seder sovra le altureNegre castella, e scemasi a tal vista,Ma no, non cessa e sol natura cangiaLa voluttà che mi ridea nel coreE più seria diventa e non men dolce;E allora il pastoral flauto lasciandoToccar desio la trobadoric'arpa.Musa, o patria, a me sien le tue memorie:Rosilde io canto.—Bella era ed amataE al suo sposo e signor tenera amante:E—come a fiore un fiorellin s'appoggia—Nelle braccia materne un pargolettoDella madre al sorriso sorridea.Se torna dalla caccia il cavaliereTeodomiro, oh quanto gli par lungaLa salita al castel! non perchè il domiGrave stanchezza, ma perchè alla sposaAdorata il pensier vola ed al figlio:Erge ei gli occhi alla torre—e v'apparìaLui desiando la venusta damaCol leggiadro bambin, quasi dal cieloScesa fosse d'Iddio la Vergin MadreA consolar d'un suo sguardo i mortali.Ma improvviso precipita il doloreSui dì felici! Era un mattino, e in rivaStava al Lemna natio TeodomiroInseguendo il cinghial. Vibra la freccia,E tra questa e la belva, ahi, dal cavalloSpinto è il giovin Denigi, e cade esangue!Denigi il fratel d'arme, il fido amicoDell'uccisore! (Vive ancor negli inniDi tue vaghe fanciulle, o Pinerolo,La beltà di Denigi e il suo coraggio.)Oh rammarco! rammarco! e dacchè tintoDel sangue dell'amico è il cavaliero,Sfuma ogni gioja sua. Sovra il castello,Così beato in pria, siede e vi spandeI negri vanni suoi l'angiol del male;E dello spirto scellerato il risoFama è che molti udir di notte tempo,Quando consunto da languor si spenseDi Rosilde il figliuolo, e del maternoPianto ulular le desolate sale.Nè qui del mal le orribili minacceTermine han pure. Ahi! di Rosilde istessaLe giovanili guance scolorarsiVede lo sposo, e andarsi a poco a pocoEstinguendo in que' grandi occhi il bel raggioOnde dianzi splendean con tanta vita:E in segreto ei sospira, e mentre ascondeCon ridenti parole il suo timore,Gli s'arriccian le chiome immaginandoUn'altra tomba—e in questa tomba chiusi,Chiusi quegli adorati occhi per sempre!Presso a morte ella venne. E allor proruppeNel già incredulo cor del cavalieroReligïon con tutta sua possanza:E sceso a Pinerolo, al maggior tempioRicchi doni profonde, e con solenniRiti espiar l'involontario cercaOmicidio commesso, e (se mai peni)Suffragar di Denigi il caro spirto,Onde placato il ciel renda a RosildeVita e gioja e di madre il dolce nome.Ahi! nel sonno gli appar l'amico spettro,E non irato è il volto suo, ma mestoCome d'un che pietoso asconder bramiLe proprie, e più d'altrui senta le pene,Nè gli si doni il sollevarle; e portiUna coppa amarissima, e non siaQuella coppa un rimedio, e ber si debba!—Deh, spiegati! dicea Teodomiro,Spiegati!—Ed il fantasma una lontanaStrada additava, e in fondo a quella stradaCon eccelse basiliche sorgeaUna grande città: dir sembra—«Vanne,Là Dio ti chiama!» e mentre ivi lo affrettaCon una man si copre il volto e piange.Atterrito si desta il cavaliere:L'oscuro sogno medita; ispiratoAlfin si crede. «Ah! non v'ha dubbio, è RomaQuella grande città: col pio vïaggioTe, Denigi, da tue fiamme, e da morteLa cara donna liberar degg'io»—Dice, e ad un tempo a ciò s'astringe in voto.Esultate, o colline! ad abbellirviTorna col redivivo occhio Rosilde.Di festive ghirlande olezzan tutteDel castello le sale: echeggian l'arpe;Stagion tornò di danze e di conviti:L'angiol della sventura è dileguato.Ma fido al voto suo prende il bordoneTeodomiro e seco uno scudiero,Nè che la sposa il segua egli consente;Perocchè a lei vicino ardua non foraPiù penitenza alcuna, e potrìa il cieloGravemente punirnelo.—«Addio, semprePiù sempre amata! i giorni tuoi mi serbaE l'amor tuo! qui fra due lune io riedo.»Piangea Rosilde, e dalle care bracciaStrapparsi non potea: nè di RosildeTutte eran quelle lagrime che il voltoInondavano al sire.—Oh dolorosePartenze, sì, ma di dolcezza miste,Quando due cuori che batteano insiemeBreve tempo si staccano, ma l'ora,La lieta ora si dicon del ritorno!Ahimè che di partenze altre son conscioPiù dolorose! allorchè a forza sveltiDa geloso tiranno eran due cori,Nè dirsi addio potean, nè lor rimaseSpeme che di ritorno ora risplenda!Compie una luna dacchè orando e cintaD'umil cilicio, infra i digiuni e il pianto,Quasi pia vedovella, entro il solingoCastel vivea la innamorata donna,Di niun pensier curando altro che un solo,Quando dal suo veron gli occhi volgendoGiù sul pendio, salir vede un canutoChe pare (ed è) il fedele Ugger, che il sireAccompagnato ha in romeaggio.—«Ahi lassa!Solo ritorna? Oh palpiti! oh funestiPresentimenti!»—E indietro si ritrae:Si riaffaccia indi al veron: prestigioCreder vorria ciò ch'ella vede; e il santoSegno si fa della salute, e sclama,«No, mio Gesù, no, non sia ver! non sia!»Ma giunto è il vecchio, e a' pie della signoraSinghiozzando si getta.«O mio buon servo!Tu mi rechi la morte, io già t'intendo:Narra ov'ei cadde; ah, ch'io sovra la terraChe lo ricopre, almen mi tragga e spiri!»«O Donna, il fido Uggero a te dinanziNon tornerìa, se del suo sir la tombaVeduto avesse.»«Che dicesti? Ei vive?Ah! sciagurata più non sono.»«Ascolta,Signora mia: non lusingarti, grave,È grave assai questa sciagura: è incertoDel mio sire il destino. Appena giuntiA quel varco eravam dove la terraAl Piacentin del Po bagnano l'onde,Allorchè un passegger, forte spronandoIl cavallo ver noi: fuggite, grida,Fuggite, e pelegrini! un'orrenda osteInvaso ha la contrada: il fero OtluscoCo' suoi prodi vaganti Ungari il fiancoOccupò di Piacenza, e impossessatoS'è d'un vicin castello, e in quel castelloQuanti più può, chiude prigioni, e immensiIndi al riscatto vuol tesori o il sangueVersa degli infelici.—Il cavaliereChe così ne parlava era un prigioneAl cui riscatto i teneri parentiTutto venduto avean, servi e poderiE rocche avite. E il giovin cavaliereS'era con altri prodi a fratellanzaReligïosa consacrato, e il votoDi que' frati guerrieri è i pellegriniDifendere e gli oppressi e la innocenza;Ma nè il coraggio lor, nè tutti i brandiDell'afflitta città respinger ponnoIl fero Otlusco: sue terribili armiSon gli stessi prigioni onde la strageMinaccia se assalirlo osin le genti.—Mercè rendiamo al generoso, e in frettaRicalchiamo la via. Ma quando soliTeodomiro ed io per una selvaCi scostiam dal periglio, «aita! aita!»Sentiam gridar da lunge: onor ci vietaNegare aita a chi la implora: il ferroSnuda Teodomiro: il seguo: a zuffaCon gli Ungari veniamo. Avean rapitaAl suo sposo una dama. Ahi, che poteroContro a sì forte stuol soli due brandi?Mira sul petto mio le non ben saldeAncor ferite, onde i nemici a terraMi lasciar, mentre vinto e prigionieroStrascinavano il sire. Allorchè appenaRiavermi e sorreggermi sull'egroFianco potei, mossi ad Otlusco e chiesiDel mio signor divider la sciagura:Ma il barbaro esultò, mi risospinse,E appeso ad una croce un uman troncoMostrandomi:—«Al tuo sir, disse, egual sorteFra pochi dì sovrasta, ove quant'oroVal sì nobile vita io non riceva.»«E ch'è mai l'or? grida Rosilde: ah, tuttoSi sagrifichi tosto: assai di gemmeErede io fui...»«Deh, ciò bastasse, o donna!Ma tal chiede riscatto il masnadiero,Cui ben pavento non s'adegui alcunaDi tue ricchezze. E il tempo incalza: i giorniNumerati ha il crudel.»—Quando la donnaL'enorme udì richiesta somma, il lumeD'ogni speranza a' guardi suoi s'estinse:E come il Giusto[1]in Idumea, percossoDall'eccesso de' mali, osò il suo gridoElevar verso Dio, ragion chiedendoDel non mertato aspro flagel—RosildeCosì, nel colmo del suo affanno, obbliaChe col suo Creator, dritto la polveDi contender non ha: ma il CreatoreCome allor per quel Giusto, or si commovePer la infelice delirante, e a dettiChe nell'angoscia le sfuggian, perdona.E che sai tu, cieco mortal, se IddioNon conduce le sorti e non ti scagliaIncontro alla sciagura, onde il tuo spirtoIn più che umane lotte trionfandoVieppiù a Lui s'assomigli? Al SempiternoMancheran forse i modi e le delizieOnde il lor guiderdone abbiano i forti?Va', pia Rosilde, al tuo destin: che sonoMai di Teodomiro e di te stessaLa pace e i giorni, ove allo scampo IddioD'una intera città voglia immolarli?Scuotesi: amor le ridà forza, e nullaD'intentato consente.—E drappi d'oroE splendidi monili e vasi e perleTutto che mobil sia d'alto valoreSui giumenti si carca. In fretta e campiVendere e torri non poteansi: in pegnoAlla Badia li affida, e ne ritraeNon picciolo tesoro.«O mia signora,Deh! non avventurarti,» invan ripeteIl prudente scudiero; «a me abbandonaQuesto messaggio.»«A tutto, il barbaro UnnoResister può, non d'una moglie al pianto,»Sclama la dolorosa.«Eppur, deh! pensaChe non è fede ne' malvagi. E s'egliI tesori rapisse, e te prigione,Donna, tenesse?»«Ah! del mio sposo al fiancoAndar carca di ferri, anzi che lungeAver tesori e libertà, ben chieggio.»Dice, e comanda, e vuole. E sulla viaCol fido Ugger, co' pochi servi, assisaEccola sulla mula.—Ahi! così un tempoDa' Francesi inseguito io colla madrePargoletto fuggìa: si soffermavaIl viandante attonito e chiedeaDa qual parte calato era il nemico.Oh cavalieri improvidi, ch'a imbelliArti educate le fanciulle! Or d'uopoQui sarìa di valore! In mezzo all'armiE all'arroganza od all'insidie forseTroverassi Rosilde, e le vien menoSegretamente al sol pensarvi il core.Dal palagio paterno uscita maiPria non era del giorno in che da SusaMosse al castel dello sposato amante:E qualche volta appena ivi la facciaD'alcun ospite vide, e tutto serbaIl pudor dell'infanzia e la paura.E quel debole petto or notte e giornoPer le selve cavalca! e ad ogni fischioTrema di fronda, e gli urli della lupaOde, e vede la sera da lontanoI fochi, ove, chi sa? forse cenandoNovi omicidii medita un ladrone!—«Per me non tremerei: ma se rapitiMi fossero que' carchi, onde salvezzaA te verria, Teodomiro, allora?»—Ed ei, Teodomir—dall'alte muraOve geme prigion, stassi alle doppieSbarre aggrappato della sua fenestra:Ad ore ad ore immobilmente figgeSovra l'ampio orizzon l'occhio bramoso:Bramoso? e che mai spera?—Ah! nulla spera!Estinto credo il fido Ugger: RosildeSaper di lui non può.—«Questo vil cibo,Che invan mi si largisce, alfin dispendioParrà soverchio, e m'alzeran la croce;Venga, venga quel dì!»—Tal è il febbrileSuo frequente desio. Fero contrasto,Bramar come riposo unico morte,E inorridir pensando al disperatoLamento di chi t'ama, allorchè il gridoUdrà del tuo martirio! e nuovamente,Quasi l'orribil vita che tu viviBramar di proseguire, onde non giungaAlle tue sale mai quel desolanteIndubitabil gridoEi più non vive!—Da quelle sbarre guarda, e nulla speraTeodomir: ma i dì passan talvolta,Ed umana figura egli non vede,Perocchè a tergo della torre il campoGiace degli Unni, e a questa parte è un vastoTratto deserto di palude e arenaChe ad un bosco confina, e solo a mancaVeggonsi dietro agli olmi i campaniliDella città, e se il vento agita i ramiSi scoprono gli spaldi... Agita, o vento,Agita quelle fronde! e il prigionieroVeggia talor sovra gli spaldi il passoDi vivente persona! È un indistintoTormentoso bisogno al solitarioIl veder l'uomo—Almen da lunge! un santoMisterioso amor lega i mortali,Se distanza li scevra: ah! come a nojaPuon da presso venirsi e farsi guerra?Anco i nemici quasi ama, se ascoltaLor selvaggia canzon Teodomiro,Che pur l'Ungaro canto è umana voce.E se nel bosco alcuna volta udìaLa percossa lontana della scure,Pur frenava il respiro, e da que' colpiAlcun piacer traea, perocchè all'occhioDella mente pingeasi il buon villanoChe coll'ardua fatica alla dilettaMoglie porgeva e a' dolci figli il pane.Ahimè, ben d'uopo è ch'uom giaccia all'estremoD'ogni miseria onde gli sien ricchezzaCosì povere gioje!—E se nel boscoTace la scure—e taccion gli Unni—e taceNegli olmi il vento—e dalle torri il caroA' meditanti suon della campana—Chi allor molce, o prigion, tue tetre noje?Oh allor—quel ciglio ch'uom giammai non videNel lutto inumidirsi, in mesta guisaAbbassandosi a terra, a larghe stilleVersa il dolore!«Oh mia Rosilde! io sonoL'autor di tua sciagura! Io da celesteCredea ispirazione essere al pioViaggio mosso, e m'illudea il consiglioDello spirto a cui gioco è l'uman pianto!»«A cavallo! a cavallo! ecco una preda!»Così sclama, e già sprona, e già seguitoDa cento lance è Otlusco. Oh, qual fu l'almaDella timida donna al furibondoProromper d'una squadra! oh spaventoseUrla che assordan l'aere, e men saccheggioSembran nunciar che rapido macello!Discende dalla mula. Il cor le manca,Ma invoca il suo buon angiolo e confidaNel suo soccorso, e pallida e smarrita—Pur risoluta—avanzasi all'incontroDe' masnadieri, e con la mano accennaChe raffrenino il corso ed ascoltarlaVogliano per pietà.—V'è nell'aspettoDell'inerme e del debole un arcanoChe ispira reverenza anco ai feroci:E se il debole opprimono, è un comandoChe natura non fece, è un altro motoChe senza sforzo non si compie, e il compiePensata voglia di trionfo o lucro.Commovente spettacolo! Un istante,E dalle scalpitanti ugne pestataEsser potea la misera—un istante,E l'avventata squadra immobil sta:Così Otlusco imperò.Smonta, s'appressaAll'atterrita dama: e sopra il visoDell'assassin colla insultante giojaDella propria potenza e colle dureTracce di crudeltà, v'è come un foscoLume che quelle tracce e quella giojaAddolcisce un momento, e sembra quasiRaggio di cortesìa. L'opra era forseDi tua beltà, o Rosilde? o forse innanziCh'atti inumani il trasformasser, grandeFu dell'eroe lo spirito, e quel raggioDi cortesìa reliquia è di quel tempo?Ma in alme dal delitto degradatoA' moti generosi un pentimentoDi sentirli succede, e—unica a loroNota virtù—della virtù il dispregio.«Signor, la sposa io son d'un prigionieroDi cui t'offro il riscatto. Ove reginaNata foss'io, per quel riscatto un regnoDato t'avrei: ma ciò ch'io m'ebbi or pongoTutto a' tuoi piedi, e supplice scongiuroChe il mio Teodomir tu mi ridoni.»«Donna, ravviso il tuo scudier. RecatoT'avrà il pregio in che tengo il signor tuo:Nè mai per men del valor suo di tantoPeregrino giojel fia che mi spogli.»«Deh! non macchiar tue forti gesta, o sire,Schernendo gl'infelici: ecco non vileTesoro, e tu il gradisci: e fa' che privaDi quanto io possedea, tranne il consorte,Di mia miseria non curante, io possaOgni dì benedirti.»«Olà mi seguaQuel convoglio al castel.»Trema e rimontaRosilde la sua mula, e a fianco a OtluscoDinanzi agli altri avviasi, e da lontanoGuarda con desiderio e con affannoQuelle mura ove chiuso è il suo diletto.Ma l'avaro ladron vede l'amoreE la bellezza della dama, e volgeNell'astuto pensier nova perfidia.Arrivano al castel: spiegansi i doni,E Otlusco a sè venir fa il prigioniero.Oh emozion de' due teneri sposiNel rivedersi! Udì TeodomiroCiò che a salvarlo fea Rosilde, e gioja,Stupore e gratitudine è in lui tantaChe parole non trova.—Il sospettosoUnno quel muto giubilar mirando,«No» sclama «non è ver, queste non sonoVostre sole dovizie; in voi non foraSì poco duol nel perderle: al riscattoBen puon di te, o guerriero, esser bastanti,Ma pari a questi quattro volte un donoVo' per la donna che prigion ritengo.»Piansero, supplicàr. BarbaramenteSono divisi, e dal castello a forzaDagli Ungari cacciato è il cavaliero.Che diverrà la misera? E ove maiTeodomir ritroverà tant'oroQual dal perfido vuolsi? Il pio scudiereGli rammenta i congiunti. «Ah, i miei congiuntiPossenti son, ma antiche guerre e invidiaA me feali inimici, e non che ajuto,Scherno n'attendo nella rea fortuna!Vendere il mio retaggio? E lenta è l'opra;Nè molto indi trarrei, poichè sì pingueGià ne diè somma chi toglieali in pegno.»Mentre varii nel cor volge pensieri,E un furibondo più dell'altro, e tuttiFausti a vendetta sì, inefficaciA liberar la cara sposa—e mentreTenta indarno in agguato al masnadieroToglier la vita—e mentre indarno ai prodiFrati guerrieri e all'armi piacentineRecasi e prega e stimola e, a gran rischioDi cagionar d'ogni prigion la strage,Pur li spinge a battaglia, e dieci volte(Con finti attacchi) in lontananza speraTrarre l'oste malvagia e della roccaRapidamente impadronirsi, e sempreLa vigile degli Unni arte il delude—A investir la città pensa in segretoCon audacia incredibile il ladrone.Oh scellerata notte! Un tradimentoForse ad Otlusco aprì le porte: il ferroE il foco cinque giorni orribilmenteScorre per ogni via, per ogni chiesa,Per ogni ostello, e disperato sembraDel popol vinto il più risorger mai.Nè per l'amor sol della preda esultaDi sue vittorie il barbaro: egli esultaPerocchè quanto più temuto e forte,Tanto più grande apparir crede al guardoDell'altera Rosilde. Il ferreo core,Non si sa come, al pianto di RosildeS'era commosso, e in guisa ch'ei sul puntoFu alcune volte d'asciugar quel ciglio,Libera rimandandola al marito:E se eseguia il magnanimo pensieroNon avrebbe sol lei, ma seco tuttiI suoi tesori rimandati. Un giornoAlla stanza ei movea della dolenteCol nobile proposto, ahi! ma rivideQuelle angeliche forme, intese il suonoDi quella voce, e gli morì sul labbroLa pensata parola, e generosoEsser più non potè. Parlò d'amore,E, ciò che mai sofferto ei non avea,I dispregi sofferse, e quei dispregiEran pugnali all'alma del superbo,Eppur chi li avventava era a lui caro.Nè degli altri prigion pari alla sorteDi Rosilde è la sorte. A lei l'uscitaSol tolta è del castel, ma le si donaE visitar gli altri infelici e alquantoAlleviar lor pene e dalla croceRedimer chi dannato era e taluniRender senza riscatto a lor famiglie.Con benefico intento e varia spemeVa serbando la vita, e all'esecratoLadron si finge meno irata, e voltaTutta è a cercarsi occasïon di fuga.Ma maggior di lor possa è il breve sforzoDi gentilezza e di pudor nei vili;Parer grandi vorriano e oprar da grandiIncominciato appena avean—nel bassoSentiero ecco ricalcali natura,O abitudin d'infamia, o deliranteDe' sensi ebbrezza, o il giubilo del male.Prudenza e preghi e dignità e disdegnoPiù a Rosilde non val. Fra le volgariDelle coppe esultanze, il masnadieroMotti d'amor—ma temerarii—vibra,Ed orgogliosi (ah, il tuo bel nome, Amore,Non merta il foco de' profani!)«O stolta,A che ostinarti contra il fato? E crediChe, dacchè l'ha perduta, in vedovanzaPerenne stiasi il tuo primier compagno?Ah, ch'ei ben già di tua mancanza in braccioD'amante altra consolasi! A cercartiForse riedea? Ti vendica: le nozzeD'Otlusco accetta. Splendida ben altraChe non Teodomir t'offro ventura:Invitte squadre io guido, un regno innalzoCui le più ardite signorie curvarsiDovran d'Italia: te possanza e pompaE adoramenti faran lieta, e madreSarai di regi.» (E in così dir con guardoinverecondo alla pudica un braccioOsa afferrar.)«Deh, signor mio! Te irritoSe il passato rammento e i dì feliciChe da te lunge io trassi: a sgombrar l'ireDal ciglio tuo, quindi in silenzio io pongoIl prisco ond'arsi immenso amor: ti bastiQuesto silenzio. E se ostinata spemeNutrir pur vuoi ch'amor novel me accenda,Fa' che d'atti tirannici e scortesiIo mai capace non ti scorga, e al tempoLascia il mutarsi del cor mio.»Tra umileE maestosa così parla: e tentaAllontanar pur quel terribil puntoCui già da lungo con preghiere e piantoS'è apparecchiata.—Mesi e mesi invanoSperò in Teodomir: più non ritorna.Nelle pugne sperò, ma invan: la palmaSempre è dell'Unno. Invan sperò d'aprirsiQualche strada alla fuga: omai non restaScampo ad infamia, altro che un sol—la morte.A timid'alma arduo dover, la morte.—Ma non feroci tutte fur le donneDi cui l'alto morir narran le istorie.A talune, o pittor, forse tra quelleE maschi tratti e gigantesca possaE spirito guerrier dar non dovevi:E mite cor portavano, e formateEran solo ad amore, e d'una spadaInorridiano al lampo, eppure (oh grande,Oh ben più grande era virtù!) a dispettoDella dolce indol femminile, il seno,Anzi ch'a onore o amor farlo spergiuro,Colla tremante man si laceravano!—Ahi giunta è l'ora per Rosilde! Un varcoEra all'audacia del fellon, quel varcoOr più non è. Nè avvidesi ei che l'armiAppese alla parete ella adocchiasse:La parete adocchiava e già scagliataCol volo d'un baleno erasi a un ferroLa generosa... allor che risonantiDi spaventose grida ode le sale.Due i momenti non furo: assaliti odeRosilde gli Unni, e un rapido pensieroNon mai previsto or le risplende, e il ferroChe in sè volger dovea, vibra al tiranno.Cade—e su lei rovesciasi—e quel ferroDal seno Otlusco a sè strappando il piantaEd il ripianta dieci volte e in visoE nel fianco alla misera, e fra gli urliE i colpi e il duolo e le bestemmie ei spira.Tal nel castel la spaventevol scenaPresentavasi agli Ungari, allorquandoProrompea l'oste. Impugnano le lance,A far fronte s'accingon, ma l'orrendaMorte del condottiero e la sorpresaSì gli atterrìa che immemori son fattiDell'antica lor possa e a vergognosaFuga si dan per la campagna.—I prodiEsuli Piacentini al forte, fattoDuce Teodomiro, eransi spintiPerir giurando o vincere: e mai fermoDa moltitudin ciò non fu che tutti,Per quanto lunghi sien feri gli inciampi,Visti a crollar sotto ai suoi piè non li abbia.Ma come or sì poco ardua è la vittoria?Donde il terror de' barbari? Nè OtluscoFu veduto pugnar.Parla un morenteUngaro e accenna del suo sir la sorte:«Femminea man lo trucidò!» Ai vincentiRaddoppiasi la gioja.—Ov'è la santa,La salvatrice della patria?—SchiuseSon le carceri: mischiasi col gridoDe' redentori il grido di cinquantaLiberati prigioni.«E tu, Rosilde,Che non accorri? Dove sei? Rosilde!Diletta sposa!»Ardea fosca una lampaNella gran sala. Spaventato n'esceIl vecchio Ugger: nel suo signor s'incontra;Ritrarnel vuol. Ma già Teodomiro,Tra rovesciate mense e armi, scovertoHa l'immane cadavere d'Otlusco:Con gioja gli s'appressa—oh vista! un altroCadavere ei copria! Rosilde—E intantoChe il più infelice de' mortali esclamaMiserandi lamenti (oh mescolanzaChe drizzar fa le chiome!) urla di gaudioMetteano, ignari i suoi compagni ancora,E con festa il chiamavano: «A te dessiQuesta lieta vittoria! A' fuggitiviRiposo non si dia! Guidane, o prode!La città si riacquisti!»—A poco a pocoCessa il giulivo dissonante strepito:Il luttuoso caso odono: mutiReverenti s'affollano alla sala:Tutti lor gioja oblian: l'egregia donnaMirano—e oh che pietà! quel cavaliereDianzi sì dignitoso, or nella polveE nel sangue si rotola ululando,Nè più gli cal che forse altri il dispregi.«Ite, o felici: agevol cosa è omaiIl ripigliar la città vostra. OtluscoDa costei fu atterrato... oh, ma vedeteLa generosa!»E il sen tutto squarciatoDi Rosilde accennava e quelle care,Or deformi sembianze: ed oltraggiandoIl fido Ugger che il contenea, una spadaAfferrava, ma indarno, onde svenarsi.Riacquistò le sue mura il fortunatoPopolo piacentino. Ebber perenneDel vedovo stranier cura i pietosiOspiti, ed a Rosilde a eterna gloriaIn mezzo al foro alzaro un monumento;E allorquando, tra pochi anni recisaFu dal dolor la vita di quel prode,Chiuse le sue infelici ossa nell'arcaVenner dov'eran di Rosilde l'ossa.Ahi! quell'arca vedeasi a' tempi ancoraDella mia fanciullezza, e il padre mioLa visitò: ma quando pellegrinoAdulto mossi tra i Lombardi, e volliA mia debol virtù porger confortoQuelle sacre onorando ossa d'eroi,Più non rinvenni che un'infranta pietra,E su quella sedea, laide canzoniVil giullare cantando, e gli fea cerchioCon ghigni infami la plaudente plebe!
Canzoni de' miei padri, antiche istorieChe a' felici d'infanzia anni imparaiNel mio alpestre idioma (inculta linguaMa d'affetti guerrieri e di mestiziaGentilmente temprata e dolce al core!)Riedete nel mio spirto: e col soaveRisovvenir delle pietose noteIlludetemi sì che a' miei doloriE al carcere ov'espio vani ardimentiTogliermi io creda, e a me ritornin l'oreDi mie gioje infantili—o di SaluzzoNell'amato che prima aere spirai—O sui fragranti colli onde di fioriE limpid'acque Pinerolo è lieta—O per gli Eridanini ameni poggi,Ove la sera il Torinese ascoltaDella lontana villanella il metroChe avventure d'eroi dice e d'amore.Oh poetica terra! oh popolataD'alte cavalieresche rimembranzeOr gaje or triste, commoventi sempre!Tu la prima onda porgi e le tue valliIl primo letto al giovin re de' fiumi,Ed ei ne' campi tuoi cresce educatoCome in orto di fiori! E di quell'ortoMentre il voluttuoso aere m'inebbriaVeggio intorno—ove ch'io l'occhio sollevi—Con fiero atto seder sovra le altureNegre castella, e scemasi a tal vista,Ma no, non cessa e sol natura cangiaLa voluttà che mi ridea nel coreE più seria diventa e non men dolce;E allora il pastoral flauto lasciandoToccar desio la trobadoric'arpa.Musa, o patria, a me sien le tue memorie:Rosilde io canto.—Bella era ed amataE al suo sposo e signor tenera amante:E—come a fiore un fiorellin s'appoggia—Nelle braccia materne un pargolettoDella madre al sorriso sorridea.Se torna dalla caccia il cavaliereTeodomiro, oh quanto gli par lungaLa salita al castel! non perchè il domiGrave stanchezza, ma perchè alla sposaAdorata il pensier vola ed al figlio:Erge ei gli occhi alla torre—e v'apparìaLui desiando la venusta damaCol leggiadro bambin, quasi dal cieloScesa fosse d'Iddio la Vergin MadreA consolar d'un suo sguardo i mortali.Ma improvviso precipita il doloreSui dì felici! Era un mattino, e in rivaStava al Lemna natio TeodomiroInseguendo il cinghial. Vibra la freccia,E tra questa e la belva, ahi, dal cavalloSpinto è il giovin Denigi, e cade esangue!Denigi il fratel d'arme, il fido amicoDell'uccisore! (Vive ancor negli inniDi tue vaghe fanciulle, o Pinerolo,La beltà di Denigi e il suo coraggio.)Oh rammarco! rammarco! e dacchè tintoDel sangue dell'amico è il cavaliero,Sfuma ogni gioja sua. Sovra il castello,Così beato in pria, siede e vi spandeI negri vanni suoi l'angiol del male;E dello spirto scellerato il risoFama è che molti udir di notte tempo,Quando consunto da languor si spenseDi Rosilde il figliuolo, e del maternoPianto ulular le desolate sale.Nè qui del mal le orribili minacceTermine han pure. Ahi! di Rosilde istessaLe giovanili guance scolorarsiVede lo sposo, e andarsi a poco a pocoEstinguendo in que' grandi occhi il bel raggioOnde dianzi splendean con tanta vita:E in segreto ei sospira, e mentre ascondeCon ridenti parole il suo timore,Gli s'arriccian le chiome immaginandoUn'altra tomba—e in questa tomba chiusi,Chiusi quegli adorati occhi per sempre!Presso a morte ella venne. E allor proruppeNel già incredulo cor del cavalieroReligïon con tutta sua possanza:E sceso a Pinerolo, al maggior tempioRicchi doni profonde, e con solenniRiti espiar l'involontario cercaOmicidio commesso, e (se mai peni)Suffragar di Denigi il caro spirto,Onde placato il ciel renda a RosildeVita e gioja e di madre il dolce nome.Ahi! nel sonno gli appar l'amico spettro,E non irato è il volto suo, ma mestoCome d'un che pietoso asconder bramiLe proprie, e più d'altrui senta le pene,Nè gli si doni il sollevarle; e portiUna coppa amarissima, e non siaQuella coppa un rimedio, e ber si debba!—Deh, spiegati! dicea Teodomiro,Spiegati!—Ed il fantasma una lontanaStrada additava, e in fondo a quella stradaCon eccelse basiliche sorgeaUna grande città: dir sembra—«Vanne,Là Dio ti chiama!» e mentre ivi lo affrettaCon una man si copre il volto e piange.Atterrito si desta il cavaliere:L'oscuro sogno medita; ispiratoAlfin si crede. «Ah! non v'ha dubbio, è RomaQuella grande città: col pio vïaggioTe, Denigi, da tue fiamme, e da morteLa cara donna liberar degg'io»—Dice, e ad un tempo a ciò s'astringe in voto.Esultate, o colline! ad abbellirviTorna col redivivo occhio Rosilde.Di festive ghirlande olezzan tutteDel castello le sale: echeggian l'arpe;Stagion tornò di danze e di conviti:L'angiol della sventura è dileguato.Ma fido al voto suo prende il bordoneTeodomiro e seco uno scudiero,Nè che la sposa il segua egli consente;Perocchè a lei vicino ardua non foraPiù penitenza alcuna, e potrìa il cieloGravemente punirnelo.—«Addio, semprePiù sempre amata! i giorni tuoi mi serbaE l'amor tuo! qui fra due lune io riedo.»Piangea Rosilde, e dalle care bracciaStrapparsi non potea: nè di RosildeTutte eran quelle lagrime che il voltoInondavano al sire.—Oh dolorosePartenze, sì, ma di dolcezza miste,Quando due cuori che batteano insiemeBreve tempo si staccano, ma l'ora,La lieta ora si dicon del ritorno!Ahimè che di partenze altre son conscioPiù dolorose! allorchè a forza sveltiDa geloso tiranno eran due cori,Nè dirsi addio potean, nè lor rimaseSpeme che di ritorno ora risplenda!Compie una luna dacchè orando e cintaD'umil cilicio, infra i digiuni e il pianto,Quasi pia vedovella, entro il solingoCastel vivea la innamorata donna,Di niun pensier curando altro che un solo,Quando dal suo veron gli occhi volgendoGiù sul pendio, salir vede un canutoChe pare (ed è) il fedele Ugger, che il sireAccompagnato ha in romeaggio.—«Ahi lassa!Solo ritorna? Oh palpiti! oh funestiPresentimenti!»—E indietro si ritrae:Si riaffaccia indi al veron: prestigioCreder vorria ciò ch'ella vede; e il santoSegno si fa della salute, e sclama,«No, mio Gesù, no, non sia ver! non sia!»Ma giunto è il vecchio, e a' pie della signoraSinghiozzando si getta.«O mio buon servo!Tu mi rechi la morte, io già t'intendo:Narra ov'ei cadde; ah, ch'io sovra la terraChe lo ricopre, almen mi tragga e spiri!»«O Donna, il fido Uggero a te dinanziNon tornerìa, se del suo sir la tombaVeduto avesse.»«Che dicesti? Ei vive?Ah! sciagurata più non sono.»«Ascolta,Signora mia: non lusingarti, grave,È grave assai questa sciagura: è incertoDel mio sire il destino. Appena giuntiA quel varco eravam dove la terraAl Piacentin del Po bagnano l'onde,Allorchè un passegger, forte spronandoIl cavallo ver noi: fuggite, grida,Fuggite, e pelegrini! un'orrenda osteInvaso ha la contrada: il fero OtluscoCo' suoi prodi vaganti Ungari il fiancoOccupò di Piacenza, e impossessatoS'è d'un vicin castello, e in quel castelloQuanti più può, chiude prigioni, e immensiIndi al riscatto vuol tesori o il sangueVersa degli infelici.—Il cavaliereChe così ne parlava era un prigioneAl cui riscatto i teneri parentiTutto venduto avean, servi e poderiE rocche avite. E il giovin cavaliereS'era con altri prodi a fratellanzaReligïosa consacrato, e il votoDi que' frati guerrieri è i pellegriniDifendere e gli oppressi e la innocenza;Ma nè il coraggio lor, nè tutti i brandiDell'afflitta città respinger ponnoIl fero Otlusco: sue terribili armiSon gli stessi prigioni onde la strageMinaccia se assalirlo osin le genti.—Mercè rendiamo al generoso, e in frettaRicalchiamo la via. Ma quando soliTeodomiro ed io per una selvaCi scostiam dal periglio, «aita! aita!»Sentiam gridar da lunge: onor ci vietaNegare aita a chi la implora: il ferroSnuda Teodomiro: il seguo: a zuffaCon gli Ungari veniamo. Avean rapitaAl suo sposo una dama. Ahi, che poteroContro a sì forte stuol soli due brandi?Mira sul petto mio le non ben saldeAncor ferite, onde i nemici a terraMi lasciar, mentre vinto e prigionieroStrascinavano il sire. Allorchè appenaRiavermi e sorreggermi sull'egroFianco potei, mossi ad Otlusco e chiesiDel mio signor divider la sciagura:Ma il barbaro esultò, mi risospinse,E appeso ad una croce un uman troncoMostrandomi:—«Al tuo sir, disse, egual sorteFra pochi dì sovrasta, ove quant'oroVal sì nobile vita io non riceva.»«E ch'è mai l'or? grida Rosilde: ah, tuttoSi sagrifichi tosto: assai di gemmeErede io fui...»«Deh, ciò bastasse, o donna!Ma tal chiede riscatto il masnadiero,Cui ben pavento non s'adegui alcunaDi tue ricchezze. E il tempo incalza: i giorniNumerati ha il crudel.»—Quando la donnaL'enorme udì richiesta somma, il lumeD'ogni speranza a' guardi suoi s'estinse:E come il Giusto[1]in Idumea, percossoDall'eccesso de' mali, osò il suo gridoElevar verso Dio, ragion chiedendoDel non mertato aspro flagel—RosildeCosì, nel colmo del suo affanno, obbliaChe col suo Creator, dritto la polveDi contender non ha: ma il CreatoreCome allor per quel Giusto, or si commovePer la infelice delirante, e a dettiChe nell'angoscia le sfuggian, perdona.E che sai tu, cieco mortal, se IddioNon conduce le sorti e non ti scagliaIncontro alla sciagura, onde il tuo spirtoIn più che umane lotte trionfandoVieppiù a Lui s'assomigli? Al SempiternoMancheran forse i modi e le delizieOnde il lor guiderdone abbiano i forti?Va', pia Rosilde, al tuo destin: che sonoMai di Teodomiro e di te stessaLa pace e i giorni, ove allo scampo IddioD'una intera città voglia immolarli?Scuotesi: amor le ridà forza, e nullaD'intentato consente.—E drappi d'oroE splendidi monili e vasi e perleTutto che mobil sia d'alto valoreSui giumenti si carca. In fretta e campiVendere e torri non poteansi: in pegnoAlla Badia li affida, e ne ritraeNon picciolo tesoro.«O mia signora,Deh! non avventurarti,» invan ripeteIl prudente scudiero; «a me abbandonaQuesto messaggio.»«A tutto, il barbaro UnnoResister può, non d'una moglie al pianto,»Sclama la dolorosa.«Eppur, deh! pensaChe non è fede ne' malvagi. E s'egliI tesori rapisse, e te prigione,Donna, tenesse?»«Ah! del mio sposo al fiancoAndar carca di ferri, anzi che lungeAver tesori e libertà, ben chieggio.»Dice, e comanda, e vuole. E sulla viaCol fido Ugger, co' pochi servi, assisaEccola sulla mula.—Ahi! così un tempoDa' Francesi inseguito io colla madrePargoletto fuggìa: si soffermavaIl viandante attonito e chiedeaDa qual parte calato era il nemico.Oh cavalieri improvidi, ch'a imbelliArti educate le fanciulle! Or d'uopoQui sarìa di valore! In mezzo all'armiE all'arroganza od all'insidie forseTroverassi Rosilde, e le vien menoSegretamente al sol pensarvi il core.Dal palagio paterno uscita maiPria non era del giorno in che da SusaMosse al castel dello sposato amante:E qualche volta appena ivi la facciaD'alcun ospite vide, e tutto serbaIl pudor dell'infanzia e la paura.E quel debole petto or notte e giornoPer le selve cavalca! e ad ogni fischioTrema di fronda, e gli urli della lupaOde, e vede la sera da lontanoI fochi, ove, chi sa? forse cenandoNovi omicidii medita un ladrone!—«Per me non tremerei: ma se rapitiMi fossero que' carchi, onde salvezzaA te verria, Teodomiro, allora?»—Ed ei, Teodomir—dall'alte muraOve geme prigion, stassi alle doppieSbarre aggrappato della sua fenestra:Ad ore ad ore immobilmente figgeSovra l'ampio orizzon l'occhio bramoso:Bramoso? e che mai spera?—Ah! nulla spera!Estinto credo il fido Ugger: RosildeSaper di lui non può.—«Questo vil cibo,Che invan mi si largisce, alfin dispendioParrà soverchio, e m'alzeran la croce;Venga, venga quel dì!»—Tal è il febbrileSuo frequente desio. Fero contrasto,Bramar come riposo unico morte,E inorridir pensando al disperatoLamento di chi t'ama, allorchè il gridoUdrà del tuo martirio! e nuovamente,Quasi l'orribil vita che tu viviBramar di proseguire, onde non giungaAlle tue sale mai quel desolanteIndubitabil gridoEi più non vive!—Da quelle sbarre guarda, e nulla speraTeodomir: ma i dì passan talvolta,Ed umana figura egli non vede,Perocchè a tergo della torre il campoGiace degli Unni, e a questa parte è un vastoTratto deserto di palude e arenaChe ad un bosco confina, e solo a mancaVeggonsi dietro agli olmi i campaniliDella città, e se il vento agita i ramiSi scoprono gli spaldi... Agita, o vento,Agita quelle fronde! e il prigionieroVeggia talor sovra gli spaldi il passoDi vivente persona! È un indistintoTormentoso bisogno al solitarioIl veder l'uomo—Almen da lunge! un santoMisterioso amor lega i mortali,Se distanza li scevra: ah! come a nojaPuon da presso venirsi e farsi guerra?Anco i nemici quasi ama, se ascoltaLor selvaggia canzon Teodomiro,Che pur l'Ungaro canto è umana voce.E se nel bosco alcuna volta udìaLa percossa lontana della scure,Pur frenava il respiro, e da que' colpiAlcun piacer traea, perocchè all'occhioDella mente pingeasi il buon villanoChe coll'ardua fatica alla dilettaMoglie porgeva e a' dolci figli il pane.Ahimè, ben d'uopo è ch'uom giaccia all'estremoD'ogni miseria onde gli sien ricchezzaCosì povere gioje!—E se nel boscoTace la scure—e taccion gli Unni—e taceNegli olmi il vento—e dalle torri il caroA' meditanti suon della campana—Chi allor molce, o prigion, tue tetre noje?Oh allor—quel ciglio ch'uom giammai non videNel lutto inumidirsi, in mesta guisaAbbassandosi a terra, a larghe stilleVersa il dolore!«Oh mia Rosilde! io sonoL'autor di tua sciagura! Io da celesteCredea ispirazione essere al pioViaggio mosso, e m'illudea il consiglioDello spirto a cui gioco è l'uman pianto!»«A cavallo! a cavallo! ecco una preda!»Così sclama, e già sprona, e già seguitoDa cento lance è Otlusco. Oh, qual fu l'almaDella timida donna al furibondoProromper d'una squadra! oh spaventoseUrla che assordan l'aere, e men saccheggioSembran nunciar che rapido macello!Discende dalla mula. Il cor le manca,Ma invoca il suo buon angiolo e confidaNel suo soccorso, e pallida e smarrita—Pur risoluta—avanzasi all'incontroDe' masnadieri, e con la mano accennaChe raffrenino il corso ed ascoltarlaVogliano per pietà.—V'è nell'aspettoDell'inerme e del debole un arcanoChe ispira reverenza anco ai feroci:E se il debole opprimono, è un comandoChe natura non fece, è un altro motoChe senza sforzo non si compie, e il compiePensata voglia di trionfo o lucro.Commovente spettacolo! Un istante,E dalle scalpitanti ugne pestataEsser potea la misera—un istante,E l'avventata squadra immobil sta:Così Otlusco imperò.Smonta, s'appressaAll'atterrita dama: e sopra il visoDell'assassin colla insultante giojaDella propria potenza e colle dureTracce di crudeltà, v'è come un foscoLume che quelle tracce e quella giojaAddolcisce un momento, e sembra quasiRaggio di cortesìa. L'opra era forseDi tua beltà, o Rosilde? o forse innanziCh'atti inumani il trasformasser, grandeFu dell'eroe lo spirito, e quel raggioDi cortesìa reliquia è di quel tempo?Ma in alme dal delitto degradatoA' moti generosi un pentimentoDi sentirli succede, e—unica a loroNota virtù—della virtù il dispregio.«Signor, la sposa io son d'un prigionieroDi cui t'offro il riscatto. Ove reginaNata foss'io, per quel riscatto un regnoDato t'avrei: ma ciò ch'io m'ebbi or pongoTutto a' tuoi piedi, e supplice scongiuroChe il mio Teodomir tu mi ridoni.»«Donna, ravviso il tuo scudier. RecatoT'avrà il pregio in che tengo il signor tuo:Nè mai per men del valor suo di tantoPeregrino giojel fia che mi spogli.»«Deh! non macchiar tue forti gesta, o sire,Schernendo gl'infelici: ecco non vileTesoro, e tu il gradisci: e fa' che privaDi quanto io possedea, tranne il consorte,Di mia miseria non curante, io possaOgni dì benedirti.»«Olà mi seguaQuel convoglio al castel.»Trema e rimontaRosilde la sua mula, e a fianco a OtluscoDinanzi agli altri avviasi, e da lontanoGuarda con desiderio e con affannoQuelle mura ove chiuso è il suo diletto.Ma l'avaro ladron vede l'amoreE la bellezza della dama, e volgeNell'astuto pensier nova perfidia.Arrivano al castel: spiegansi i doni,E Otlusco a sè venir fa il prigioniero.Oh emozion de' due teneri sposiNel rivedersi! Udì TeodomiroCiò che a salvarlo fea Rosilde, e gioja,Stupore e gratitudine è in lui tantaChe parole non trova.—Il sospettosoUnno quel muto giubilar mirando,«No» sclama «non è ver, queste non sonoVostre sole dovizie; in voi non foraSì poco duol nel perderle: al riscattoBen puon di te, o guerriero, esser bastanti,Ma pari a questi quattro volte un donoVo' per la donna che prigion ritengo.»Piansero, supplicàr. BarbaramenteSono divisi, e dal castello a forzaDagli Ungari cacciato è il cavaliero.Che diverrà la misera? E ove maiTeodomir ritroverà tant'oroQual dal perfido vuolsi? Il pio scudiereGli rammenta i congiunti. «Ah, i miei congiuntiPossenti son, ma antiche guerre e invidiaA me feali inimici, e non che ajuto,Scherno n'attendo nella rea fortuna!Vendere il mio retaggio? E lenta è l'opra;Nè molto indi trarrei, poichè sì pingueGià ne diè somma chi toglieali in pegno.»Mentre varii nel cor volge pensieri,E un furibondo più dell'altro, e tuttiFausti a vendetta sì, inefficaciA liberar la cara sposa—e mentreTenta indarno in agguato al masnadieroToglier la vita—e mentre indarno ai prodiFrati guerrieri e all'armi piacentineRecasi e prega e stimola e, a gran rischioDi cagionar d'ogni prigion la strage,Pur li spinge a battaglia, e dieci volte(Con finti attacchi) in lontananza speraTrarre l'oste malvagia e della roccaRapidamente impadronirsi, e sempreLa vigile degli Unni arte il delude—A investir la città pensa in segretoCon audacia incredibile il ladrone.Oh scellerata notte! Un tradimentoForse ad Otlusco aprì le porte: il ferroE il foco cinque giorni orribilmenteScorre per ogni via, per ogni chiesa,Per ogni ostello, e disperato sembraDel popol vinto il più risorger mai.Nè per l'amor sol della preda esultaDi sue vittorie il barbaro: egli esultaPerocchè quanto più temuto e forte,Tanto più grande apparir crede al guardoDell'altera Rosilde. Il ferreo core,Non si sa come, al pianto di RosildeS'era commosso, e in guisa ch'ei sul puntoFu alcune volte d'asciugar quel ciglio,Libera rimandandola al marito:E se eseguia il magnanimo pensieroNon avrebbe sol lei, ma seco tuttiI suoi tesori rimandati. Un giornoAlla stanza ei movea della dolenteCol nobile proposto, ahi! ma rivideQuelle angeliche forme, intese il suonoDi quella voce, e gli morì sul labbroLa pensata parola, e generosoEsser più non potè. Parlò d'amore,E, ciò che mai sofferto ei non avea,I dispregi sofferse, e quei dispregiEran pugnali all'alma del superbo,Eppur chi li avventava era a lui caro.Nè degli altri prigion pari alla sorteDi Rosilde è la sorte. A lei l'uscitaSol tolta è del castel, ma le si donaE visitar gli altri infelici e alquantoAlleviar lor pene e dalla croceRedimer chi dannato era e taluniRender senza riscatto a lor famiglie.Con benefico intento e varia spemeVa serbando la vita, e all'esecratoLadron si finge meno irata, e voltaTutta è a cercarsi occasïon di fuga.Ma maggior di lor possa è il breve sforzoDi gentilezza e di pudor nei vili;Parer grandi vorriano e oprar da grandiIncominciato appena avean—nel bassoSentiero ecco ricalcali natura,O abitudin d'infamia, o deliranteDe' sensi ebbrezza, o il giubilo del male.Prudenza e preghi e dignità e disdegnoPiù a Rosilde non val. Fra le volgariDelle coppe esultanze, il masnadieroMotti d'amor—ma temerarii—vibra,Ed orgogliosi (ah, il tuo bel nome, Amore,Non merta il foco de' profani!)«O stolta,A che ostinarti contra il fato? E crediChe, dacchè l'ha perduta, in vedovanzaPerenne stiasi il tuo primier compagno?Ah, ch'ei ben già di tua mancanza in braccioD'amante altra consolasi! A cercartiForse riedea? Ti vendica: le nozzeD'Otlusco accetta. Splendida ben altraChe non Teodomir t'offro ventura:Invitte squadre io guido, un regno innalzoCui le più ardite signorie curvarsiDovran d'Italia: te possanza e pompaE adoramenti faran lieta, e madreSarai di regi.» (E in così dir con guardoinverecondo alla pudica un braccioOsa afferrar.)«Deh, signor mio! Te irritoSe il passato rammento e i dì feliciChe da te lunge io trassi: a sgombrar l'ireDal ciglio tuo, quindi in silenzio io pongoIl prisco ond'arsi immenso amor: ti bastiQuesto silenzio. E se ostinata spemeNutrir pur vuoi ch'amor novel me accenda,Fa' che d'atti tirannici e scortesiIo mai capace non ti scorga, e al tempoLascia il mutarsi del cor mio.»Tra umileE maestosa così parla: e tentaAllontanar pur quel terribil puntoCui già da lungo con preghiere e piantoS'è apparecchiata.—Mesi e mesi invanoSperò in Teodomir: più non ritorna.Nelle pugne sperò, ma invan: la palmaSempre è dell'Unno. Invan sperò d'aprirsiQualche strada alla fuga: omai non restaScampo ad infamia, altro che un sol—la morte.A timid'alma arduo dover, la morte.—Ma non feroci tutte fur le donneDi cui l'alto morir narran le istorie.A talune, o pittor, forse tra quelleE maschi tratti e gigantesca possaE spirito guerrier dar non dovevi:E mite cor portavano, e formateEran solo ad amore, e d'una spadaInorridiano al lampo, eppure (oh grande,Oh ben più grande era virtù!) a dispettoDella dolce indol femminile, il seno,Anzi ch'a onore o amor farlo spergiuro,Colla tremante man si laceravano!—Ahi giunta è l'ora per Rosilde! Un varcoEra all'audacia del fellon, quel varcoOr più non è. Nè avvidesi ei che l'armiAppese alla parete ella adocchiasse:La parete adocchiava e già scagliataCol volo d'un baleno erasi a un ferroLa generosa... allor che risonantiDi spaventose grida ode le sale.Due i momenti non furo: assaliti odeRosilde gli Unni, e un rapido pensieroNon mai previsto or le risplende, e il ferroChe in sè volger dovea, vibra al tiranno.Cade—e su lei rovesciasi—e quel ferroDal seno Otlusco a sè strappando il piantaEd il ripianta dieci volte e in visoE nel fianco alla misera, e fra gli urliE i colpi e il duolo e le bestemmie ei spira.Tal nel castel la spaventevol scenaPresentavasi agli Ungari, allorquandoProrompea l'oste. Impugnano le lance,A far fronte s'accingon, ma l'orrendaMorte del condottiero e la sorpresaSì gli atterrìa che immemori son fattiDell'antica lor possa e a vergognosaFuga si dan per la campagna.—I prodiEsuli Piacentini al forte, fattoDuce Teodomiro, eransi spintiPerir giurando o vincere: e mai fermoDa moltitudin ciò non fu che tutti,Per quanto lunghi sien feri gli inciampi,Visti a crollar sotto ai suoi piè non li abbia.Ma come or sì poco ardua è la vittoria?Donde il terror de' barbari? Nè OtluscoFu veduto pugnar.Parla un morenteUngaro e accenna del suo sir la sorte:«Femminea man lo trucidò!» Ai vincentiRaddoppiasi la gioja.—Ov'è la santa,La salvatrice della patria?—SchiuseSon le carceri: mischiasi col gridoDe' redentori il grido di cinquantaLiberati prigioni.«E tu, Rosilde,Che non accorri? Dove sei? Rosilde!Diletta sposa!»Ardea fosca una lampaNella gran sala. Spaventato n'esceIl vecchio Ugger: nel suo signor s'incontra;Ritrarnel vuol. Ma già Teodomiro,Tra rovesciate mense e armi, scovertoHa l'immane cadavere d'Otlusco:Con gioja gli s'appressa—oh vista! un altroCadavere ei copria! Rosilde—E intantoChe il più infelice de' mortali esclamaMiserandi lamenti (oh mescolanzaChe drizzar fa le chiome!) urla di gaudioMetteano, ignari i suoi compagni ancora,E con festa il chiamavano: «A te dessiQuesta lieta vittoria! A' fuggitiviRiposo non si dia! Guidane, o prode!La città si riacquisti!»—A poco a pocoCessa il giulivo dissonante strepito:Il luttuoso caso odono: mutiReverenti s'affollano alla sala:Tutti lor gioja oblian: l'egregia donnaMirano—e oh che pietà! quel cavaliereDianzi sì dignitoso, or nella polveE nel sangue si rotola ululando,Nè più gli cal che forse altri il dispregi.«Ite, o felici: agevol cosa è omaiIl ripigliar la città vostra. OtluscoDa costei fu atterrato... oh, ma vedeteLa generosa!»E il sen tutto squarciatoDi Rosilde accennava e quelle care,Or deformi sembianze: ed oltraggiandoIl fido Ugger che il contenea, una spadaAfferrava, ma indarno, onde svenarsi.Riacquistò le sue mura il fortunatoPopolo piacentino. Ebber perenneDel vedovo stranier cura i pietosiOspiti, ed a Rosilde a eterna gloriaIn mezzo al foro alzaro un monumento;E allorquando, tra pochi anni recisaFu dal dolor la vita di quel prode,Chiuse le sue infelici ossa nell'arcaVenner dov'eran di Rosilde l'ossa.Ahi! quell'arca vedeasi a' tempi ancoraDella mia fanciullezza, e il padre mioLa visitò: ma quando pellegrinoAdulto mossi tra i Lombardi, e volliA mia debol virtù porger confortoQuelle sacre onorando ossa d'eroi,Più non rinvenni che un'infranta pietra,E su quella sedea, laide canzoniVil giullare cantando, e gli fea cerchioCon ghigni infami la plaudente plebe!
Canzoni de' miei padri, antiche istorie
Che a' felici d'infanzia anni imparai
Nel mio alpestre idioma (inculta lingua
Ma d'affetti guerrieri e di mestizia
Gentilmente temprata e dolce al core!)
Riedete nel mio spirto: e col soave
Risovvenir delle pietose note
Illudetemi sì che a' miei dolori
E al carcere ov'espio vani ardimenti
Togliermi io creda, e a me ritornin l'ore
Di mie gioje infantili—o di Saluzzo
Nell'amato che prima aere spirai—
O sui fragranti colli onde di fiori
E limpid'acque Pinerolo è lieta—
O per gli Eridanini ameni poggi,
Ove la sera il Torinese ascolta
Della lontana villanella il metro
Che avventure d'eroi dice e d'amore.
Oh poetica terra! oh popolata
D'alte cavalieresche rimembranze
Or gaje or triste, commoventi sempre!
Tu la prima onda porgi e le tue valli
Il primo letto al giovin re de' fiumi,
Ed ei ne' campi tuoi cresce educato
Come in orto di fiori! E di quell'orto
Mentre il voluttuoso aere m'inebbria
Veggio intorno—ove ch'io l'occhio sollevi—
Con fiero atto seder sovra le alture
Negre castella, e scemasi a tal vista,
Ma no, non cessa e sol natura cangia
La voluttà che mi ridea nel core
E più seria diventa e non men dolce;
E allora il pastoral flauto lasciando
Toccar desio la trobadoric'arpa.
Musa, o patria, a me sien le tue memorie:
Rosilde io canto.—
Bella era ed amata
E al suo sposo e signor tenera amante:
E—come a fiore un fiorellin s'appoggia—
Nelle braccia materne un pargoletto
Della madre al sorriso sorridea.
Se torna dalla caccia il cavaliere
Teodomiro, oh quanto gli par lunga
La salita al castel! non perchè il domi
Grave stanchezza, ma perchè alla sposa
Adorata il pensier vola ed al figlio:
Erge ei gli occhi alla torre—e v'apparìa
Lui desiando la venusta dama
Col leggiadro bambin, quasi dal cielo
Scesa fosse d'Iddio la Vergin Madre
A consolar d'un suo sguardo i mortali.
Ma improvviso precipita il dolore
Sui dì felici! Era un mattino, e in riva
Stava al Lemna natio Teodomiro
Inseguendo il cinghial. Vibra la freccia,
E tra questa e la belva, ahi, dal cavallo
Spinto è il giovin Denigi, e cade esangue!
Denigi il fratel d'arme, il fido amico
Dell'uccisore! (Vive ancor negli inni
Di tue vaghe fanciulle, o Pinerolo,
La beltà di Denigi e il suo coraggio.)
Oh rammarco! rammarco! e dacchè tinto
Del sangue dell'amico è il cavaliero,
Sfuma ogni gioja sua. Sovra il castello,
Così beato in pria, siede e vi spande
I negri vanni suoi l'angiol del male;
E dello spirto scellerato il riso
Fama è che molti udir di notte tempo,
Quando consunto da languor si spense
Di Rosilde il figliuolo, e del materno
Pianto ulular le desolate sale.
Nè qui del mal le orribili minacce
Termine han pure. Ahi! di Rosilde istessa
Le giovanili guance scolorarsi
Vede lo sposo, e andarsi a poco a poco
Estinguendo in que' grandi occhi il bel raggio
Onde dianzi splendean con tanta vita:
E in segreto ei sospira, e mentre asconde
Con ridenti parole il suo timore,
Gli s'arriccian le chiome immaginando
Un'altra tomba—e in questa tomba chiusi,
Chiusi quegli adorati occhi per sempre!
Presso a morte ella venne. E allor proruppe
Nel già incredulo cor del cavaliero
Religïon con tutta sua possanza:
E sceso a Pinerolo, al maggior tempio
Ricchi doni profonde, e con solenni
Riti espiar l'involontario cerca
Omicidio commesso, e (se mai peni)
Suffragar di Denigi il caro spirto,
Onde placato il ciel renda a Rosilde
Vita e gioja e di madre il dolce nome.
Ahi! nel sonno gli appar l'amico spettro,
E non irato è il volto suo, ma mesto
Come d'un che pietoso asconder brami
Le proprie, e più d'altrui senta le pene,
Nè gli si doni il sollevarle; e porti
Una coppa amarissima, e non sia
Quella coppa un rimedio, e ber si debba!
—Deh, spiegati! dicea Teodomiro,
Spiegati!—Ed il fantasma una lontana
Strada additava, e in fondo a quella strada
Con eccelse basiliche sorgea
Una grande città: dir sembra—«Vanne,
Là Dio ti chiama!» e mentre ivi lo affretta
Con una man si copre il volto e piange.
Atterrito si desta il cavaliere:
L'oscuro sogno medita; ispirato
Alfin si crede. «Ah! non v'ha dubbio, è Roma
Quella grande città: col pio vïaggio
Te, Denigi, da tue fiamme, e da morte
La cara donna liberar degg'io»—
Dice, e ad un tempo a ciò s'astringe in voto.
Esultate, o colline! ad abbellirvi
Torna col redivivo occhio Rosilde.
Di festive ghirlande olezzan tutte
Del castello le sale: echeggian l'arpe;
Stagion tornò di danze e di conviti:
L'angiol della sventura è dileguato.
Ma fido al voto suo prende il bordone
Teodomiro e seco uno scudiero,
Nè che la sposa il segua egli consente;
Perocchè a lei vicino ardua non fora
Più penitenza alcuna, e potrìa il cielo
Gravemente punirnelo.—«Addio, sempre
Più sempre amata! i giorni tuoi mi serba
E l'amor tuo! qui fra due lune io riedo.»
Piangea Rosilde, e dalle care braccia
Strapparsi non potea: nè di Rosilde
Tutte eran quelle lagrime che il volto
Inondavano al sire.—Oh dolorose
Partenze, sì, ma di dolcezza miste,
Quando due cuori che batteano insieme
Breve tempo si staccano, ma l'ora,
La lieta ora si dicon del ritorno!
Ahimè che di partenze altre son conscio
Più dolorose! allorchè a forza svelti
Da geloso tiranno eran due cori,
Nè dirsi addio potean, nè lor rimase
Speme che di ritorno ora risplenda!
Compie una luna dacchè orando e cinta
D'umil cilicio, infra i digiuni e il pianto,
Quasi pia vedovella, entro il solingo
Castel vivea la innamorata donna,
Di niun pensier curando altro che un solo,
Quando dal suo veron gli occhi volgendo
Giù sul pendio, salir vede un canuto
Che pare (ed è) il fedele Ugger, che il sire
Accompagnato ha in romeaggio.—«Ahi lassa!
Solo ritorna? Oh palpiti! oh funesti
Presentimenti!»—E indietro si ritrae:
Si riaffaccia indi al veron: prestigio
Creder vorria ciò ch'ella vede; e il santo
Segno si fa della salute, e sclama,
«No, mio Gesù, no, non sia ver! non sia!»
Ma giunto è il vecchio, e a' pie della signora
Singhiozzando si getta.
«O mio buon servo!
Tu mi rechi la morte, io già t'intendo:
Narra ov'ei cadde; ah, ch'io sovra la terra
Che lo ricopre, almen mi tragga e spiri!»
«O Donna, il fido Uggero a te dinanzi
Non tornerìa, se del suo sir la tomba
Veduto avesse.»
«Che dicesti? Ei vive?
Ah! sciagurata più non sono.»
«Ascolta,
Signora mia: non lusingarti, grave,
È grave assai questa sciagura: è incerto
Del mio sire il destino. Appena giunti
A quel varco eravam dove la terra
Al Piacentin del Po bagnano l'onde,
Allorchè un passegger, forte spronando
Il cavallo ver noi: fuggite, grida,
Fuggite, e pelegrini! un'orrenda oste
Invaso ha la contrada: il fero Otlusco
Co' suoi prodi vaganti Ungari il fianco
Occupò di Piacenza, e impossessato
S'è d'un vicin castello, e in quel castello
Quanti più può, chiude prigioni, e immensi
Indi al riscatto vuol tesori o il sangue
Versa degli infelici.—Il cavaliere
Che così ne parlava era un prigione
Al cui riscatto i teneri parenti
Tutto venduto avean, servi e poderi
E rocche avite. E il giovin cavaliere
S'era con altri prodi a fratellanza
Religïosa consacrato, e il voto
Di que' frati guerrieri è i pellegrini
Difendere e gli oppressi e la innocenza;
Ma nè il coraggio lor, nè tutti i brandi
Dell'afflitta città respinger ponno
Il fero Otlusco: sue terribili armi
Son gli stessi prigioni onde la strage
Minaccia se assalirlo osin le genti.—
Mercè rendiamo al generoso, e in fretta
Ricalchiamo la via. Ma quando soli
Teodomiro ed io per una selva
Ci scostiam dal periglio, «aita! aita!»
Sentiam gridar da lunge: onor ci vieta
Negare aita a chi la implora: il ferro
Snuda Teodomiro: il seguo: a zuffa
Con gli Ungari veniamo. Avean rapita
Al suo sposo una dama. Ahi, che potero
Contro a sì forte stuol soli due brandi?
Mira sul petto mio le non ben salde
Ancor ferite, onde i nemici a terra
Mi lasciar, mentre vinto e prigioniero
Strascinavano il sire. Allorchè appena
Riavermi e sorreggermi sull'egro
Fianco potei, mossi ad Otlusco e chiesi
Del mio signor divider la sciagura:
Ma il barbaro esultò, mi risospinse,
E appeso ad una croce un uman tronco
Mostrandomi:—«Al tuo sir, disse, egual sorte
Fra pochi dì sovrasta, ove quant'oro
Val sì nobile vita io non riceva.»
«E ch'è mai l'or? grida Rosilde: ah, tutto
Si sagrifichi tosto: assai di gemme
Erede io fui...»
«Deh, ciò bastasse, o donna!
Ma tal chiede riscatto il masnadiero,
Cui ben pavento non s'adegui alcuna
Di tue ricchezze. E il tempo incalza: i giorni
Numerati ha il crudel.»
—Quando la donna
L'enorme udì richiesta somma, il lume
D'ogni speranza a' guardi suoi s'estinse:
E come il Giusto[1]in Idumea, percosso
Dall'eccesso de' mali, osò il suo grido
Elevar verso Dio, ragion chiedendo
Del non mertato aspro flagel—Rosilde
Così, nel colmo del suo affanno, obblia
Che col suo Creator, dritto la polve
Di contender non ha: ma il Creatore
Come allor per quel Giusto, or si commove
Per la infelice delirante, e a detti
Che nell'angoscia le sfuggian, perdona.
E che sai tu, cieco mortal, se Iddio
Non conduce le sorti e non ti scaglia
Incontro alla sciagura, onde il tuo spirto
In più che umane lotte trionfando
Vieppiù a Lui s'assomigli? Al Sempiterno
Mancheran forse i modi e le delizie
Onde il lor guiderdone abbiano i forti?
Va', pia Rosilde, al tuo destin: che sono
Mai di Teodomiro e di te stessa
La pace e i giorni, ove allo scampo Iddio
D'una intera città voglia immolarli?
Scuotesi: amor le ridà forza, e nulla
D'intentato consente.—E drappi d'oro
E splendidi monili e vasi e perle
Tutto che mobil sia d'alto valore
Sui giumenti si carca. In fretta e campi
Vendere e torri non poteansi: in pegno
Alla Badia li affida, e ne ritrae
Non picciolo tesoro.
«O mia signora,
Deh! non avventurarti,» invan ripete
Il prudente scudiero; «a me abbandona
Questo messaggio.»
«A tutto, il barbaro Unno
Resister può, non d'una moglie al pianto,»
Sclama la dolorosa.
«Eppur, deh! pensa
Che non è fede ne' malvagi. E s'egli
I tesori rapisse, e te prigione,
Donna, tenesse?»
«Ah! del mio sposo al fianco
Andar carca di ferri, anzi che lunge
Aver tesori e libertà, ben chieggio.»
Dice, e comanda, e vuole. E sulla via
Col fido Ugger, co' pochi servi, assisa
Eccola sulla mula.—Ahi! così un tempo
Da' Francesi inseguito io colla madre
Pargoletto fuggìa: si soffermava
Il viandante attonito e chiedea
Da qual parte calato era il nemico.
Oh cavalieri improvidi, ch'a imbelli
Arti educate le fanciulle! Or d'uopo
Qui sarìa di valore! In mezzo all'armi
E all'arroganza od all'insidie forse
Troverassi Rosilde, e le vien meno
Segretamente al sol pensarvi il core.
Dal palagio paterno uscita mai
Pria non era del giorno in che da Susa
Mosse al castel dello sposato amante:
E qualche volta appena ivi la faccia
D'alcun ospite vide, e tutto serba
Il pudor dell'infanzia e la paura.
E quel debole petto or notte e giorno
Per le selve cavalca! e ad ogni fischio
Trema di fronda, e gli urli della lupa
Ode, e vede la sera da lontano
I fochi, ove, chi sa? forse cenando
Novi omicidii medita un ladrone!—
«Per me non tremerei: ma se rapiti
Mi fossero que' carchi, onde salvezza
A te verria, Teodomiro, allora?»—
Ed ei, Teodomir—dall'alte mura
Ove geme prigion, stassi alle doppie
Sbarre aggrappato della sua fenestra:
Ad ore ad ore immobilmente figge
Sovra l'ampio orizzon l'occhio bramoso:
Bramoso? e che mai spera?—Ah! nulla spera!
Estinto credo il fido Ugger: Rosilde
Saper di lui non può.—«Questo vil cibo,
Che invan mi si largisce, alfin dispendio
Parrà soverchio, e m'alzeran la croce;
Venga, venga quel dì!»—Tal è il febbrile
Suo frequente desio. Fero contrasto,
Bramar come riposo unico morte,
E inorridir pensando al disperato
Lamento di chi t'ama, allorchè il grido
Udrà del tuo martirio! e nuovamente,
Quasi l'orribil vita che tu vivi
Bramar di proseguire, onde non giunga
Alle tue sale mai quel desolante
Indubitabil gridoEi più non vive!—
Da quelle sbarre guarda, e nulla spera
Teodomir: ma i dì passan talvolta,
Ed umana figura egli non vede,
Perocchè a tergo della torre il campo
Giace degli Unni, e a questa parte è un vasto
Tratto deserto di palude e arena
Che ad un bosco confina, e solo a manca
Veggonsi dietro agli olmi i campanili
Della città, e se il vento agita i rami
Si scoprono gli spaldi... Agita, o vento,
Agita quelle fronde! e il prigioniero
Veggia talor sovra gli spaldi il passo
Di vivente persona! È un indistinto
Tormentoso bisogno al solitario
Il veder l'uomo—Almen da lunge! un santo
Misterioso amor lega i mortali,
Se distanza li scevra: ah! come a noja
Puon da presso venirsi e farsi guerra?
Anco i nemici quasi ama, se ascolta
Lor selvaggia canzon Teodomiro,
Che pur l'Ungaro canto è umana voce.
E se nel bosco alcuna volta udìa
La percossa lontana della scure,
Pur frenava il respiro, e da que' colpi
Alcun piacer traea, perocchè all'occhio
Della mente pingeasi il buon villano
Che coll'ardua fatica alla diletta
Moglie porgeva e a' dolci figli il pane.
Ahimè, ben d'uopo è ch'uom giaccia all'estremo
D'ogni miseria onde gli sien ricchezza
Così povere gioje!—E se nel bosco
Tace la scure—e taccion gli Unni—e tace
Negli olmi il vento—e dalle torri il caro
A' meditanti suon della campana—
Chi allor molce, o prigion, tue tetre noje?
Oh allor—quel ciglio ch'uom giammai non vide
Nel lutto inumidirsi, in mesta guisa
Abbassandosi a terra, a larghe stille
Versa il dolore!
«Oh mia Rosilde! io sono
L'autor di tua sciagura! Io da celeste
Credea ispirazione essere al pio
Viaggio mosso, e m'illudea il consiglio
Dello spirto a cui gioco è l'uman pianto!»
«A cavallo! a cavallo! ecco una preda!»
Così sclama, e già sprona, e già seguito
Da cento lance è Otlusco. Oh, qual fu l'alma
Della timida donna al furibondo
Proromper d'una squadra! oh spaventose
Urla che assordan l'aere, e men saccheggio
Sembran nunciar che rapido macello!
Discende dalla mula. Il cor le manca,
Ma invoca il suo buon angiolo e confida
Nel suo soccorso, e pallida e smarrita—
Pur risoluta—avanzasi all'incontro
De' masnadieri, e con la mano accenna
Che raffrenino il corso ed ascoltarla
Vogliano per pietà.—V'è nell'aspetto
Dell'inerme e del debole un arcano
Che ispira reverenza anco ai feroci:
E se il debole opprimono, è un comando
Che natura non fece, è un altro moto
Che senza sforzo non si compie, e il compie
Pensata voglia di trionfo o lucro.
Commovente spettacolo! Un istante,
E dalle scalpitanti ugne pestata
Esser potea la misera—un istante,
E l'avventata squadra immobil sta:
Così Otlusco imperò.
Smonta, s'appressa
All'atterrita dama: e sopra il viso
Dell'assassin colla insultante gioja
Della propria potenza e colle dure
Tracce di crudeltà, v'è come un fosco
Lume che quelle tracce e quella gioja
Addolcisce un momento, e sembra quasi
Raggio di cortesìa. L'opra era forse
Di tua beltà, o Rosilde? o forse innanzi
Ch'atti inumani il trasformasser, grande
Fu dell'eroe lo spirito, e quel raggio
Di cortesìa reliquia è di quel tempo?
Ma in alme dal delitto degradato
A' moti generosi un pentimento
Di sentirli succede, e—unica a loro
Nota virtù—della virtù il dispregio.
«Signor, la sposa io son d'un prigioniero
Di cui t'offro il riscatto. Ove regina
Nata foss'io, per quel riscatto un regno
Dato t'avrei: ma ciò ch'io m'ebbi or pongo
Tutto a' tuoi piedi, e supplice scongiuro
Che il mio Teodomir tu mi ridoni.»
«Donna, ravviso il tuo scudier. Recato
T'avrà il pregio in che tengo il signor tuo:
Nè mai per men del valor suo di tanto
Peregrino giojel fia che mi spogli.»
«Deh! non macchiar tue forti gesta, o sire,
Schernendo gl'infelici: ecco non vile
Tesoro, e tu il gradisci: e fa' che priva
Di quanto io possedea, tranne il consorte,
Di mia miseria non curante, io possa
Ogni dì benedirti.»
«Olà mi segua
Quel convoglio al castel.»
Trema e rimonta
Rosilde la sua mula, e a fianco a Otlusco
Dinanzi agli altri avviasi, e da lontano
Guarda con desiderio e con affanno
Quelle mura ove chiuso è il suo diletto.
Ma l'avaro ladron vede l'amore
E la bellezza della dama, e volge
Nell'astuto pensier nova perfidia.
Arrivano al castel: spiegansi i doni,
E Otlusco a sè venir fa il prigioniero.
Oh emozion de' due teneri sposi
Nel rivedersi! Udì Teodomiro
Ciò che a salvarlo fea Rosilde, e gioja,
Stupore e gratitudine è in lui tanta
Che parole non trova.—Il sospettoso
Unno quel muto giubilar mirando,
«No» sclama «non è ver, queste non sono
Vostre sole dovizie; in voi non fora
Sì poco duol nel perderle: al riscatto
Ben puon di te, o guerriero, esser bastanti,
Ma pari a questi quattro volte un dono
Vo' per la donna che prigion ritengo.»
Piansero, supplicàr. Barbaramente
Sono divisi, e dal castello a forza
Dagli Ungari cacciato è il cavaliero.
Che diverrà la misera? E ove mai
Teodomir ritroverà tant'oro
Qual dal perfido vuolsi? Il pio scudiere
Gli rammenta i congiunti. «Ah, i miei congiunti
Possenti son, ma antiche guerre e invidia
A me feali inimici, e non che ajuto,
Scherno n'attendo nella rea fortuna!
Vendere il mio retaggio? E lenta è l'opra;
Nè molto indi trarrei, poichè sì pingue
Già ne diè somma chi toglieali in pegno.»
Mentre varii nel cor volge pensieri,
E un furibondo più dell'altro, e tutti
Fausti a vendetta sì, inefficaci
A liberar la cara sposa—e mentre
Tenta indarno in agguato al masnadiero
Toglier la vita—e mentre indarno ai prodi
Frati guerrieri e all'armi piacentine
Recasi e prega e stimola e, a gran rischio
Di cagionar d'ogni prigion la strage,
Pur li spinge a battaglia, e dieci volte
(Con finti attacchi) in lontananza spera
Trarre l'oste malvagia e della rocca
Rapidamente impadronirsi, e sempre
La vigile degli Unni arte il delude—
A investir la città pensa in segreto
Con audacia incredibile il ladrone.
Oh scellerata notte! Un tradimento
Forse ad Otlusco aprì le porte: il ferro
E il foco cinque giorni orribilmente
Scorre per ogni via, per ogni chiesa,
Per ogni ostello, e disperato sembra
Del popol vinto il più risorger mai.
Nè per l'amor sol della preda esulta
Di sue vittorie il barbaro: egli esulta
Perocchè quanto più temuto e forte,
Tanto più grande apparir crede al guardo
Dell'altera Rosilde. Il ferreo core,
Non si sa come, al pianto di Rosilde
S'era commosso, e in guisa ch'ei sul punto
Fu alcune volte d'asciugar quel ciglio,
Libera rimandandola al marito:
E se eseguia il magnanimo pensiero
Non avrebbe sol lei, ma seco tutti
I suoi tesori rimandati. Un giorno
Alla stanza ei movea della dolente
Col nobile proposto, ahi! ma rivide
Quelle angeliche forme, intese il suono
Di quella voce, e gli morì sul labbro
La pensata parola, e generoso
Esser più non potè. Parlò d'amore,
E, ciò che mai sofferto ei non avea,
I dispregi sofferse, e quei dispregi
Eran pugnali all'alma del superbo,
Eppur chi li avventava era a lui caro.
Nè degli altri prigion pari alla sorte
Di Rosilde è la sorte. A lei l'uscita
Sol tolta è del castel, ma le si dona
E visitar gli altri infelici e alquanto
Alleviar lor pene e dalla croce
Redimer chi dannato era e taluni
Render senza riscatto a lor famiglie.
Con benefico intento e varia speme
Va serbando la vita, e all'esecrato
Ladron si finge meno irata, e volta
Tutta è a cercarsi occasïon di fuga.
Ma maggior di lor possa è il breve sforzo
Di gentilezza e di pudor nei vili;
Parer grandi vorriano e oprar da grandi
Incominciato appena avean—nel basso
Sentiero ecco ricalcali natura,
O abitudin d'infamia, o delirante
De' sensi ebbrezza, o il giubilo del male.
Prudenza e preghi e dignità e disdegno
Più a Rosilde non val. Fra le volgari
Delle coppe esultanze, il masnadiero
Motti d'amor—ma temerarii—vibra,
Ed orgogliosi (ah, il tuo bel nome, Amore,
Non merta il foco de' profani!)
«O stolta,
A che ostinarti contra il fato? E credi
Che, dacchè l'ha perduta, in vedovanza
Perenne stiasi il tuo primier compagno?
Ah, ch'ei ben già di tua mancanza in braccio
D'amante altra consolasi! A cercarti
Forse riedea? Ti vendica: le nozze
D'Otlusco accetta. Splendida ben altra
Che non Teodomir t'offro ventura:
Invitte squadre io guido, un regno innalzo
Cui le più ardite signorie curvarsi
Dovran d'Italia: te possanza e pompa
E adoramenti faran lieta, e madre
Sarai di regi.» (E in così dir con guardo
inverecondo alla pudica un braccio
Osa afferrar.)
«Deh, signor mio! Te irrito
Se il passato rammento e i dì felici
Che da te lunge io trassi: a sgombrar l'ire
Dal ciglio tuo, quindi in silenzio io pongo
Il prisco ond'arsi immenso amor: ti basti
Questo silenzio. E se ostinata speme
Nutrir pur vuoi ch'amor novel me accenda,
Fa' che d'atti tirannici e scortesi
Io mai capace non ti scorga, e al tempo
Lascia il mutarsi del cor mio.»
Tra umile
E maestosa così parla: e tenta
Allontanar pur quel terribil punto
Cui già da lungo con preghiere e pianto
S'è apparecchiata.—Mesi e mesi invano
Sperò in Teodomir: più non ritorna.
Nelle pugne sperò, ma invan: la palma
Sempre è dell'Unno. Invan sperò d'aprirsi
Qualche strada alla fuga: omai non resta
Scampo ad infamia, altro che un sol—la morte.
A timid'alma arduo dover, la morte.—
Ma non feroci tutte fur le donne
Di cui l'alto morir narran le istorie.
A talune, o pittor, forse tra quelle
E maschi tratti e gigantesca possa
E spirito guerrier dar non dovevi:
E mite cor portavano, e formate
Eran solo ad amore, e d'una spada
Inorridiano al lampo, eppure (oh grande,
Oh ben più grande era virtù!) a dispetto
Della dolce indol femminile, il seno,
Anzi ch'a onore o amor farlo spergiuro,
Colla tremante man si laceravano!—
Ahi giunta è l'ora per Rosilde! Un varco
Era all'audacia del fellon, quel varco
Or più non è. Nè avvidesi ei che l'armi
Appese alla parete ella adocchiasse:
La parete adocchiava e già scagliata
Col volo d'un baleno erasi a un ferro
La generosa... allor che risonanti
Di spaventose grida ode le sale.
Due i momenti non furo: assaliti ode
Rosilde gli Unni, e un rapido pensiero
Non mai previsto or le risplende, e il ferro
Che in sè volger dovea, vibra al tiranno.
Cade—e su lei rovesciasi—e quel ferro
Dal seno Otlusco a sè strappando il pianta
Ed il ripianta dieci volte e in viso
E nel fianco alla misera, e fra gli urli
E i colpi e il duolo e le bestemmie ei spira.
Tal nel castel la spaventevol scena
Presentavasi agli Ungari, allorquando
Prorompea l'oste. Impugnano le lance,
A far fronte s'accingon, ma l'orrenda
Morte del condottiero e la sorpresa
Sì gli atterrìa che immemori son fatti
Dell'antica lor possa e a vergognosa
Fuga si dan per la campagna.—I prodi
Esuli Piacentini al forte, fatto
Duce Teodomiro, eransi spinti
Perir giurando o vincere: e mai fermo
Da moltitudin ciò non fu che tutti,
Per quanto lunghi sien feri gli inciampi,
Visti a crollar sotto ai suoi piè non li abbia.
Ma come or sì poco ardua è la vittoria?
Donde il terror de' barbari? Nè Otlusco
Fu veduto pugnar.
Parla un morente
Ungaro e accenna del suo sir la sorte:
«Femminea man lo trucidò!» Ai vincenti
Raddoppiasi la gioja.—Ov'è la santa,
La salvatrice della patria?—Schiuse
Son le carceri: mischiasi col grido
De' redentori il grido di cinquanta
Liberati prigioni.
«E tu, Rosilde,
Che non accorri? Dove sei? Rosilde!
Diletta sposa!»
Ardea fosca una lampa
Nella gran sala. Spaventato n'esce
Il vecchio Ugger: nel suo signor s'incontra;
Ritrarnel vuol. Ma già Teodomiro,
Tra rovesciate mense e armi, scoverto
Ha l'immane cadavere d'Otlusco:
Con gioja gli s'appressa—oh vista! un altro
Cadavere ei copria! Rosilde—
E intanto
Che il più infelice de' mortali esclama
Miserandi lamenti (oh mescolanza
Che drizzar fa le chiome!) urla di gaudio
Metteano, ignari i suoi compagni ancora,
E con festa il chiamavano: «A te dessi
Questa lieta vittoria! A' fuggitivi
Riposo non si dia! Guidane, o prode!
La città si riacquisti!»—
A poco a poco
Cessa il giulivo dissonante strepito:
Il luttuoso caso odono: muti
Reverenti s'affollano alla sala:
Tutti lor gioja oblian: l'egregia donna
Mirano—e oh che pietà! quel cavaliere
Dianzi sì dignitoso, or nella polve
E nel sangue si rotola ululando,
Nè più gli cal che forse altri il dispregi.
«Ite, o felici: agevol cosa è omai
Il ripigliar la città vostra. Otlusco
Da costei fu atterrato... oh, ma vedete
La generosa!»
E il sen tutto squarciato
Di Rosilde accennava e quelle care,
Or deformi sembianze: ed oltraggiando
Il fido Ugger che il contenea, una spada
Afferrava, ma indarno, onde svenarsi.
Riacquistò le sue mura il fortunato
Popolo piacentino. Ebber perenne
Del vedovo stranier cura i pietosi
Ospiti, ed a Rosilde a eterna gloria
In mezzo al foro alzaro un monumento;
E allorquando, tra pochi anni recisa
Fu dal dolor la vita di quel prode,
Chiuse le sue infelici ossa nell'arca
Venner dov'eran di Rosilde l'ossa.
Ahi! quell'arca vedeasi a' tempi ancora
Della mia fanciullezza, e il padre mio
La visitò: ma quando pellegrino
Adulto mossi tra i Lombardi, e volli
A mia debol virtù porger conforto
Quelle sacre onorando ossa d'eroi,
Più non rinvenni che un'infranta pietra,
E su quella sedea, laide canzoni
Vil giullare cantando, e gli fea cerchio
Con ghigni infami la plaudente plebe!