Capitolo Undecimo.1889.Il suicidio dell'arciduca Rodolfo di Asburgo. — La Federazione balcanica e una iniziativa di Crispi. — L'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi. — Il pericolo di guerra con la Francia: missione del cardinale Hohenlohe presso Leone XIII; missione del deputato Cucchi presso il principe di Bismarck. — Italiani a Parigi. — L'abolizione delle tariffe differenziali e l'ostilità della Francia. — Giudizii di Spuller sulla stampa francese.Il 1889 fu nella politica internazionale un anno di gravi preoccupazioni e di dolorosi avvenimenti.Gl'incidenti di Firenze, di Massaua e di Tunisi avevano esasperato l'opinione pubblica in Francia, tantochè quel governo fu tentato di risolvere a suo vantaggio la contesa circa le scuole italiane in Tunisia con l'annessione della Reggenza, e, a un dato momento, la guerra parve imminente. L'alleanza franco-russa fortunatamente era ancorain fieri; chè anche in Russia l'irritazione era grande per la perduta influenza in Bulgaria e in Rumania. La triplice alleanza “costeggiata„ cautamente dall'Inghilterra, dette allora la misura della sua forza fronteggiando e risolvendo man mano tutte le difficoltà, mostrandosi concorde e decisa, ma tenendosi sempre sulla difensiva. Leggendo i documenti si ha la spiegazione dell'ansietà che dominò in quell'epoca nelle Cancellerie d'Europa, e si giustificano altresì le accuse che allora si movevano alla Francia e alla Russia di essere esse la causa di tutte le inquietudini e degli enormi armamenti.L'amicizia e la reciproca fiducia del principe di Bismarck edell'on. Crispi si erano saldate al fuoco della lotta quotidiana. L'Italia era senza restrizioni per la Germania, convinta che la politica di questa sinceramente tendeva alla pace; la Germania, sicura dell'Italia, ne sosteneva dovunque il prestigio e gl'interessi, oltre la parola del trattato di alleanza. Dai brani delDiarioche precedono ciò risulta luminosamente.A capo d'anno vi fu tra i due uomini di Stato questo scambio di augurii:Friedrichsruh, 31/12/1888.Je prie V. E. vouloir bien agréer les vœux qu'avec ma femme je forme pour sa sante et pour son bonheur et de me conserver son amitié personnelle et les sympathies politiques qui nous uniront à l'avenir comme dans le passé.Bismarck.Roma, 1/1/1889.Je remercie Votre Altesse de m'avoir si aimablement devancé. Les vœux que Votre Altesse et Madame la Princesse de Bismarck veulent bien m'exprimer sont ceux que je forme de grand cœur à leur endroit. Mes sentiments personnels sont trop connus de Votre Altesse pour que j'aie à lui dire combien profondes et sincères sont mon amitié et mon admiration pour elle. Je souhaite que nos sympathies politiques soient également inaltérables, car de même que nous avons les amis communs, nos ennemis sont les vôtres.Crispi.Alla fine di gennaio, la Casa imperiale d'Austria-Ungheria fu colpita da una grave sciagura, il suicidio del principe ereditario Rodolfo.Su questi avvenimenti l'on. Crispi ebbe da fonte attendibile le informazioni che seguono: le quali pubblichiamo per contribuire a distruggere le varie leggende che vorrebbero gettare una peggior luce sull'infelice Arciduca:«Vienna, 6 febbraio 1889.Il mattino di mercoledì 30 gennaio scorso, l'Arciduca fu trovato nel suo letto a Mayerling, ucciso da palla alle tempia. Giaceva sullo stesso letto vicino a lui il cadavere, parimente traforato da palla alla testa, della signorina Maria Wetchera, figlia della vedova Baronessa e del fu barone Wetchera, già Agente austro-ungarico in Egitto, giovanetta diciottenne assai nota nella società di Vienna per la sua avvenenza.Si tratterebbe quindi d'un doppio suicidio.L'autopsia del cadavere della ragazza avrebbe rivelato che non era intatta, ma che non era incinta, come era stato supposto.Sembra che l'Arciduca avesse visto per la prima volta la giovane Wetchera alle corse delDerbydi Vienna in primavera e fosse stato vivamente colpito dalla di lei bellezza. Non era mistero in Vienna che l'Arciduca non viveva in grande armonia colla consorte, arciduchessa Stefania, e che in realtà i due sposi da molto tempo non avevano più intimità. L'Arciduca non poteva più sopportare la convivenza colla moglie, e si assicurava perfino che avesse chiesto all'Imperatore di poter divorziare, per sposare la signorina Wetchera, e che ne avesse ricevuto, come ben si può supporre, un rifiuto accompagnato da rimproveri. La baronessa Wetchera madre, che non ignorava le attenzioni dell'Arciduca verso sua figlia, ma che si assicura avere ignorato fino a qual punto queste attenzioni fossero intime, aveva passato colla figlia qualche tempo a Londra, durante la stagione estiva, in giugno e in luglio; poi passò il resto dell'estate a Reichnau, non lungi da Vienna. L'intimità fra la giovane e l'Arciduca, favorita, dicesi, dalla compiacenza d'una signora, amica della casa Wetchera, e dal comprato silenzio della domesticità, avrebbe cominciato nello scorso ottobre e avrebbe continuato fino al momento della catastrofe. I luoghi di convegno sarebbero stati il Prater, il giardino ed il palazzo di Modena, appartenenti all'arciduca Francesco d'Austria-Este, la casa stessa della baronessa Wetchera, in di lei assenza, e la casa dell'arciduca a Mayerling. Questa casa, o meglio l'agglomerato di case di Mayerling, antico convento,poi residenza di campagna, era divenuto da qualche anno proprietà dell'Arciduca, che ne aveva fatto una residenza di caccia; ed è situato in una valle, fiancheggiata da boschi, che si dirama dalla Helenenthal, valle principale di Baden presso Vienna.Domenica 27 gennaio scorso, l'arciduca Rodolfo assistette insieme coll'Imperatore, con varii Arciduchi e Arciduchesse, e coll'arciduchessa Stefania, sua moglie, ad una serata presso il principe e la principessa di Reuss. A questa serata, a cui assisteva tutto il Corpo Diplomatico estero e tutta l'alta società di Vienna, c'era pure la baronessa Wetchera colla figlia. Parlai, io stesso, alla prima e stetti qualche tempo vicino alla seconda, non senza notare che i di lei occhi erano costantemente fissi sul Principe Imperiale. Mi si dice che questi le parlò. Io non lo vidi. Ma sembra certo che, sia di viva voce, durante quella serata, sia, come pure si dice, con un biglietto mandato l'indomani, la signorina avvertì il Principe che sarebbe andata a raggiungerlo a Mayerling.Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, l'Arciduca si recò a Mayerling e invitò a una partita di caccia, per l'indomani mattina, suo cognato il duca Filippo di Sassonia Coburgo ed il conte Hoyos, suo famigliare.La signorina Wetchera, nel pomeriggio dello stesso giorno di lunedì 28 gennaio, eludendo la sorveglianza della dama di compagnia che era entrata per qualche istante nel magazzino di Rodek al Kohlmarkt, si mise in un fiacchero e pervenne, la sera stessa, alla casa di caccia di Mayerling. La madre, inquieta di questa fuga, si sarebbe diretta, per avere notizie della figlia, alla polizia, che non seppe o non volle dargliene. Fatto è che la ragazza passò la notte del 28 al 29 gennaio coll'Arciduca e nella di lui camera. Il martedì mattina, 29 gennaio, l'Arciduca non prese parte alla caccia e fece dire al duca Filippo di Coburgo e al conte Hoyos che avessero a cacciare senza di lui. Dopo la caccia, nel pomeriggio, l'Arciduca, che avrebbe dovuto far ritorno a Vienna per assistere ad un pranzo di famiglia, pregò il duca Filippo di Coburgo, che doveva assistere allo stesso pranzo, di scusarlo presso l'Imperatore e l'Imperatrice, e telegrafò pure all'arciduchessa Stefania per iscusarsi, allegando una leggiera indisposizione.Il conte Hoyos rimase a Mayerling. La caccia doveva ricominciare di buon'ora il mattino seguente, mercoledì 30 gennaio.L'Arciduca passò ancora quella notte colla signorina Wetchera. Il fiaccheraio dell'Arciduca, Bratfisch, fu ammesso, dicesi a tarda sera, alla presenza dell'Arciduca e della giovane e cantò per divertirli.E qui si passò nelle prime ore del mattino del 30, la tragedia del doppio suicidio.La giovane parrebbe essere stata uccisa la prima di mano dell'Arciduca, in seguito a risoluzione presa da entrambi di morire insieme; ma è anche possibile che essa si sia uccisa di propria mano. Pare certo però che sia morta per la prima, perchè fu trovata ben composta nel letto colle mani incrociate. L'Arciduca invece pendeva dalla parte superiore del corpo un po' fuori del letto, col braccio penzoloni, e con spruzzi di sangue sul petto, gettati a quanto pare dalla ferita della giovane morta.Queste sono le supposizioni fondate sull'ispezione dei cadaveri. Non hanno tuttavia il carattere di certezza. Le circostanze immediate e concomitanti della doppia uccisione non ebbero testimoni. Per quale straordinaria eccitazione d'animo e di sensi, per quale reciproca esaltazione di spirito in delirio, o per quale follia dell'uno o dell'altra o d'entrambi, tale catastrofe sia accaduta, è un segreto che starà probabilmente sepolto nelle due tombe, nella modesta fossa di Heiligenkreuz e nell'arca della Chiesa dei Cappuccini di Vienna.Come la notizia sia stata portata a Vienna dal conte Hoyos, come sia stata inviata sul luogo una Commissione imperiale di cui facevano parte il prof. Wiederhofer, medico della Corte e il Cappellano della corte, e come il corpo del defunto Arciduca sia stato trasportato a Vienna nella notte dal 30 al 31 gennaio, fu raccontato, fin dai primi giorni, dalla stampa ufficiale viennese.Il cadavere della giovane, dopo fatta l'autopsia, fu sepolto colla maggior possibile secretezza, ma coll'assistenza della madre nel cimitero di Heiligenkreuz, vicino circa quattro chilometri a Mayerling.Come lugubre episodio del dramma, il cacciatore dell'Arciduca, confidente o per lo meno conscio di questiamori, si sarebbe pur egli suicidato. Il di lui corpo sarebbe stato seppellito a Baden; la circostanza avrebbe contribuito ad accreditare la versione, corsa nei primi momenti, che l'Arciduca fosse stato ucciso da un guarda-caccia o guarda-foreste.La lettera dell'Arciduca al sig. De Szögyeny, resa ora pubblica nella sua sostanza per mezzo dei giornali, nella quale è annunziato il proponimento del suicidio del Principe, è stata scritta nel mattino del 30 gennaio, e quindi immediatamente prima, forse pochi minuti prima del colpo. Ma rimane incerto, per ora almeno, se sia stata scritta prima delle due morti, ovvero nell'intervallo fra l'una e l'altra».«Vienna, 14 febbraio 1889.Aggiungo alcuni nuovi particolari, appresi da fonte autorevole, intorno alla morte dell'arciduca Rodolfo. Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, la giovane Maria Vetsera (così deve essere scritto questo nome), uscì di casa in compagnia della contessa Maria Larich, natavon Wallersee(figlia di S. A. R. il duca Lodovico di Baviera). Nella via del Kohlmarkt, la contessa Larisch entrò nel magazzino dei fratelli Rodeck. Maria Vetsera colse questo momento per fuggire, e si recò, come narrai precedentemente, a Mayerling, dove l'Arciduca si era recato nello stesso giorno. La ragazza portò con sè il revolver, col quale fu poi compiuto il doppio suicidio. La madre, baronessa Vetsera nata Baltazzi, avvertita della disparizione della figlia e presumendo dove essa doveva trovarsi, si recò nella stessa sera presso il direttore di polizia, barone Francesco von Krauss, e l'indomani presso il Ministro dell'Interno, che l'avrebbe rassicurata, dicendole che l'Arciduca doveva venire il giorno stesso a pranzo dall'Imperatore, che gli avrebbe parlato in proposito e che intanto non conveniva fare scandali. Il 30, nel mattino, la madre vieppiù inquieta si recò alla Burg e chiese dell'Imperatrice. Sua Maestà che aveva di già appresa la notizia della doppia morte, volle dare ella stessa alla baronessa Vetsera la dolorosa notizia, e appena questa introdotta in di Lei presenza, le disse piangendo: «I nostri poveri figli sono morti».Nessuno sa, è bene ripeterlo, come la catastrofe siaaccaduta. Ma è certo che il revolver fu portato dalla ragazza e che questa morì per la prima. Si deve supporre, che essa, o in seguito ad un rifiuto dell'Arciduca, d'accondiscendere ad una proposta di fuga e di vita comune, o per disperazione in previsione d'un abbandono più o meno prossimo, o per sovreccitazione d'uno spirito dominato da prepotente passione, si tirò alle tempia il colpo di revolver che l'uccise. Se questa ipotesi che sembra probabile è vera, si spiega facilmente come l'Arciduca, che non aveva con sè nessun revolver, che pareva lieto, che aveva fatto inviti a caccia per quel giorno e per l'indomani, che s'era divertito nella prima parte della notte a sentire cantare il fiaccheraio Bratfisch, trovandosi, ad un tratto, in presenza del cadavere d'una ragazza di buona famiglia, che s'era uccisa per amor suo e nel suo letto, e prevedendo le conseguenze d'una tale catastrofe per la sua fama, per il suo avvenire e per l'onore della sua Casa, sia stato condotto al proposito d'uccidersi anch'esso. Sembra che un certo tempo sia difatti trascorso fra la morte della ragazza e quella dell'Arciduca. Nel frattempo questi avrebbe scritto le lettere da lui lasciate e segnatamente quella al sig. de Szögyeny.L'ipotesi che l'Arciduca e la ragazza si siano uccisi per accordo deliberato insieme non sembra ammissibile.L'Arciduca aveva notoriamente altre relazioni simultanee, il che escluderebbe in lui l'esistenza d'una passione prepotente e furiosa. È più verosimile che l'Arciduca abbia considerato le sue relazioni colla giovane Vetsera nello stesso modo che quelle che aveva avuto e aveva con altre donne, e che abbia preso l'amore di questa ragazza per lui con eguale leggerezza o indifferenza. Invece si sarebbe a un tratto trovato in presenza d'una passione violenta che l'avrebbe spaventato o annojato, e alla quale avrebbe voluto sottrarsi. Il convegno di Mayerling, se pure vi fu convegno e non sorpresa, sarebbe stato non chiesto, ma subìto dall'Arciduca; e la ragazza vi si sarebbe recata, munita di revolver da lei procuratosi in Vienna, come fu accertato, colla determinazione di uccidersi se avesse avuto la certezza di un prossimo abbandono. Questa, ripeto, è pura ipotesi, ma fra tutte quelle imaginate finora è la più fondata.Contrariamente a quanto fu narrato in sulle prime, la madre, baronessa Vetsera, non fu lasciata andare a Mayerling. Ci andarono invece, avvertiti appositamente dalla polizia, un fratello di lei, sig. Baltazzi e suo cognato barone di Stockau, e ciò nella sera del 30. Nel pomeriggio di quel giorno la Commissione Imperiale recatasi a Mayerling fece trasportare il cadavere della ragazza, avvolto in un lenzuolo, in una camera vicina, che fu chiusa e sigillata. Poi fu fatta la ricognizione del cadavere dell'Arciduca e questo fu trasportato nella notte a Vienna. In quella medesima notte il sig. Baltazzi e il barone di Stockau furono autorizzati a portare con sè il cadavere della propria nipote, ma secretamente, nella propria carrozza. Essi difatti trasportarono il cadavere fino al Convento di Heiligenkreuz, dove, chiuso in una cassa, fu provvisoriamente seppellito nel cimitero. La madre ebbe poi il permesso di far trasportare, quando vorrà, in altro luogo, la cassa, che intanto sta nel cimitero di Heiligenkreuz.»L'idea di cercare la soluzione della questione d'Oriente in una Federazione dei gruppi nazionali della penisola balcanica è antica.L'on. Crispi, il quale da lungo tempo l'apprezzava, anche in omaggio al principio di nazionalità che aveva trionfato nel Risorgimento italiano, prese l'iniziativa di tradurla in atto. Ne parlò dapprima a Bismarck e a Kálnoky; e l'intento immediato essendo quello di opporre una diga all'invadenza della Russia, e di rafforzare la Triplice in Oriente, ebbe i due Cancellieri consenzienti.In aprile 1889, Crispi propose, come avviamento alla Federazione, una lega militare tra Rumenia, Bulgaria e Serbia. Ed ecco in quali circostanze.Il Re Carlo e i liberali rumeni, offesi per l'ingratitudine con la quale la Russia, annettendosi la Bessarabia, aveva compensato il valido concorso dell'esercito rumeno nella guerra del 1877, ostacolavano l'influenza russa nel loro paese, e costruivano fortificazioni lungo il Seret per precludere ai russi la miglior via d'invasione nei Balcani.Il ministro rumeno a Pietroburgo presentando, nei primi di aprile di quell'anno, le sue credenziali allo Czar, questi gli disseche “la Rumania non comprendeva affatto i propri interessi„; e si espresse in termini vivi “contro la dinastia colà regnante di principi stranieri„. E anche il ministro degli Affari esteri, Giers, parlando in quei giorni coll'ambasciatore d'Italia, Marocchetti, deplorò “i continui errori della politica rumena„ e osservò che “l'attuale dinastia non essendo ortodossa, non corrisponde ai veri interessi del paese„.Andato al potere, per le esigenze della situazione parlamentare rumena il partito conservatore, amico della Russia, il signor Lascar Catargi che lo presiedeva fece le seguenti dichiarazioni:“La politica estera che il signor Carp voleva seguire è talmente antinazionale, che se egli osasse confessarla non potrebbe probabilmente continuare a vivere in questo paese.Il Ministero Rossetti-Carp, al pari del Governo di Bratiano, è stato un governo personale del Re. — È dovere del Parlamento accusare qualsiasi governo personale, e se il paese vuole che il Re non possa più fare una politica personale, deve esso abbattere tutti i governi di questo genere.Non aggiustate il manico alla falce.„L'irriverenza di siffatto linguaggio e l'esplicito biasimo inflitto alla politica estera inaugurata dal Bratiano ed accettata dal Carp, indisposero tutta la stampa liberale. Anche l'Inghilterra se ne preoccupò e lord Salisbury si affrettò a far pratiche attive per incoraggiare il re Carlo a non lasciarsi sopraffare dalla Russia.L'on. Crispi, il 15 aprile, telegrafava agli ambasciatori italiani a Vienna e a Berlino.«Dalle nostre informazioni risulta che il linguaggio tenuto dal sig. Catargi in Parlamento sarebbe assai poco rassicurante in quanto che costituirebbe una vera requisitoria contro la politica estera del Gabinetto caduto e sarebbe irriverente per il Re che accusa di avere voluto avere un governo personale. Questo contegno del primo Ministro rivela una situazione grave sulla quale crederei superfluo richiamare l'attenzione di codesto Governo se non mi sembrasse opportuno ed urgente stabilire una comune linea d'azione in vista di possibili rivolgimenti in Rumania.Voglia esprimere la mia preoccupazione e riferire.»Il 18 aprile Crispi telegrafava all'Ambasciatore a Berlino:Apprendo da Pietroburgo che il Governo russo togliendo pretesto dalla espulsione di alcuni sudditi russi dalla Rumania, ha ordinato al suo Ministro a Bukarest di chiedere:1.) Inchiesta severa;2.) Punizione dei funzionari che hanno espulso;3.) Indennità pecuniaria.È chiaro che tali domande conducono ad una di queste due conseguenze: o far cedere il Governo rumeno in una questione d'ordine interno e di polizia, nella quale è solo giudice competente; o se il Governo non cede, far seguire le accennate intimazioni da una azione che comprometta l'autonomia rumena.Ho messo in avviso i Gabinetti di Vienna e di Londra. Credo opportuno far notare anche a Berlino che una guerra in Oriente potendo avere eco sul Reno, sarebbe bene che codesto Gabinetto s'interessasse attivamente di quanto avviene in Rumania.Da Berlino fu risposto che il Governo germanico divideva gli apprezzamenti di Crispi, ma che non avendo la Germania interessi vitali in Rumania, spettava più specialmente all'Austria di vigilare verso i paesi danubiani. Il conte di Bismarck opinava che per ristabilire una comune linea di azione in vista di eventuali rivolgimenti in Rumania, sarebbe stato bene che Crispi si rivolgesse all'Austria e all'Inghilterra “spiegando i motivi della sua provvida iniziativa„.Il conte Kálnoky, invece, rispose di essere preoccupato della situazione, ma che credeva il ministero rumeno poco vitale e la Russia aliena dalla guerra; una intesa sarebbe stata allora prematura.Il 20 aprile Crispi spediva i seguenti telegrammi:R. Ambasciata Italiana,Vienna.(Riservatissimo). — Mi asterrò dall'apprezzare le opinioni del conte Kálnoky riassunte nel suo telegramma di ieri. La situazione a noi pare più seria che a codesto Governo, e sebbene esso sia più direttamente interessatodi noi nella questione, sento il dovere di considerare certe possibilità, forse probabili eventualità. Non insista per un'intesa poichè il conte Kálnoky non crede giunto il momento, ma mostri la convenienza di promuovere fra la Serbia, la Rumania e la Bulgaria, in previsione di una guerra, un patto militare federale affinchè, scoppiando le ostilità, le loro forze dipendano da un solo capo e procedano con un piano unico. Ho motivo di credere che questo concetto sorriderebbe a Cristic e che il re Carlo non sarebbe contrario ad unirsi agli altri Stati Balcanici, egli che tempo fa manifestava l'intenzione di stringere accordi doganali con la Bulgaria. Qualora il conte Kálnoky convenisse nell'idea, si combinerebbe il modo per procedere d'accordo verso i Governi interessati.R. Legazione Italiana,Belgrado.Agenzia Italiana,Sofia.(Riservatissimo). — Desidero sapere se il concetto di una federazione militare, che in caso di guerra nella Penisola balcanica porrebbe gli eserciti Serbo, Bulgaro e Rumeno sotto un unico capo e ne collegherebbe i movimenti con un unico piano, troverebbe favorevole accoglienza presso codesto Governo. Metta avanti l'idea con somma prudenza, facendone vedere i vantaggi, senza alcuna proposta. Tastato così il terreno, riferisca.Ma la proposta non incontrò il gradimento di Kálnoky.«Riferii a Kálnoky — telegrafava l'ambasciatore Nigra il 23 aprile — la opinione di Vostra Eccellenza su di un patto militare tra gli Stati Balcanici. Kálnoky mi ha risposto che non domanderebbe di meglio, ma crede: 1.) che la cosa non ha ora alcuna probabilità; 2.) che non avrebbe probabilità se non nel caso di necessità e quando gli eventi fossero prossimi. Ciò è ovvio; 3.) che lo Czar non ha nessuna intenzione di guerra e che le Potenze alleate non devono fornirgli alcun pretesto per cambiare attitudine, provocando una lega militare nei Balcani.»Alle quali argomentazioni rispondeva l'on. Crispi:Per quanto riguarda una federazione balcanica sono d'avviso che bisogna prepararla in tempo di calma e non quando gli avvenimenti siano per precipitare. Ho ragione di pensare che l'idea di simile confederazione non sia mal veduta a Berlino, e son certo che a Belgrado si sia molto propensi ad attuarla. Proponendo un accordo a questo riguardo tra le Potenze alleate, non dicevo che esso dovesse esplicarsi in modo violento e subitaneo, bensì con la necessaria prudenza, affinchè non sorgessero sospetti atti ad ottenere un effetto contrario a quello cui mirerebbe l'accordo. Comunque sia non turberò la calma del conte Kálnoky, nella speranza che le Potenze non abbiano a pentirsi dell'indugio.E il 25 aprile, in seguito a nuove notizie allarmanti circa le intenzioni del governo russo verso la Rumania, soggiungeva:Quest'ultimo concetto di federazione militare balcanica non può e non deve, naturalmente, attuarsi che per via di consigli, acciocchè paia spontaneamente voluta dai tre governi, non da altri suggerita, molto meno imposta. Nè credo si debba attendere l'ultimo momento per procurare quell'accordo. Ove la guerra scoppi non è più luogo a federazione, ma ad alleanze, e queste si stringono secondo l'interesse del momento. Non divido gli apprezzamenti ottimisti del conte Kálnoky, al quale auguro, come a noi pure, che la Russia si conduca con calma nella questione che pare voler suscitare in Rumania.Nella tornata del 3 maggio della Camera dei deputati l'onorevole Crispi, interpellato e biasimato da alcuni deputati dell'Estrema sinistra per un congedo accordato all'Ambasciatore d'Italia presso il governo francese alla vigilia dell'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi, rispose:[27]«Il governo della Repubblica francese per la solennità del centenario del 5 maggio e per l'inaugurazione dell'Esposizione universale, non invitò il corpo diplomatico:quindi da parte nostra non ci potevano essere rifiuti.(Si ride a destra. — Rumori all'estrema sinistra).Il congedo dell'onorevole generale Menabrea non fu nè imposto, nè consigliato da me. Sin dal 3 aprile, il nostro Ambasciatore chiese al Ministro degli esteri di permettergli di venire in Italia, e il permesso subito gli fu concesso.(Interruzioni all'estrema sinistra).Presidente.— Non interrompano, onorevoli colleghi, li prego!Crispi,presidente del Consiglio. — Ciò posto cadono tutti i ragionamenti politici, tutte le narrazioni dei nostri onorevoli colleghi dell'estrema sinistra; e potrei qui terminare.Io non ho nulla a cangiare alle cose dette il 25 giugno 1887 quando risposi all'onorevole deputato Cavallotti.Non ho da difendermi dalle accuse di debolezza o di mancanza a doveri internazionali, poichè questi non sono in questione; non ho neanche bisogno di dire alla Camera come intenda governare il paese, imperocchè essa, dopo due anni da che sono al potere, ha potuto sapere e sa come mi conduco all'interno, come mi sono condotto o mi conduco all'estero.Duolmi soltanto che il deputato Ferrari, dopo aver combattuto i vivi, abbia ricordata la tomba di un principe, la quale è circondata dalla pietosa simpatia di tutto il mondo.(Benissimo! Bravo!)Lasciamo, signori, l'oratoria e le frasi grosse e grasse!(Ilarità).Giudichiamo il mondo quale è; non è necessario che si facciano professioni di fede: siamo tutti figli della rivoluzione; e qual maggiore rivoluzione, o signori, di quella per cui noi siamo qui?(Benissimo!)Ogni paese ha le sue date illustri, ed i nostri colleghi ricordando quella del 5 maggio 1789, credo non abbiano ricordata la migliore della rivoluzione francese.Avrei capito che avessero ricordata la notte dal 4 al 5 agosto 1789, quando furono aboliti i privilegi, e fu fatta la celebre dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Del resto, noi abbiamo qualche data migliore, quella del 20 settembre 1870(Bene a destra e al centro)la quale, abolendo l'ultimo avanzo del feudalismo politico, dette ai popoli completa ed intera la libertà di coscienza.(Scoppio di applausi da tutte le parti della Camera.)Noi non abbiamo mai domandato agli altri che questa data festeggiassero, perchè ogni paese festeggia le sue, e non so perchè si abbia tanta fretta, tanta sollecitudine, tanto desiderio di festeggiare le date celebri delle altre nazioni, quando abbiamo le nostre che sono così gloriose.(Bravo! — Applausi prolungati)».Realmente, l'ambasciatore Menabrea aveva chiesto il congedo con una lettera del 3 aprile che cominciava con queste parole: “Avvicinandosi le feste Pasquali, mi rivolgo alla cortesia di V. E. col pregarla di darmi l'autorizzazione di recarmi per quell'epoca in Roma, come son solito a farlo ogni anno, per conferire con l'E. V. sulle cose che interessano i rapporti dell'Italia colla Francia.„L'on. Crispi non aveva motivo di negare il congedo, poichè sapeva che tutti gli ambasciatori accreditati presso il governo francese avevano ordine dai rispettivi governi di non intervenire alla inaugurazione dell'Esposizione e si disponevano ad assentarsi da Parigi. Quello che in Italia parve un gesto ostile di Crispi verso la Francia, era una decisione di tutta l'Europa monarchica, compresa la Russia.Il 20 aprile fu tenuta una riunione degli ambasciatori presenti, a Parigi. L'Incaricato d'Affari Ressman, il quale rappresentava il Menabrea assente, informava l'on. Crispi che qualcuno degli intervenuti negava anche di far intervenire alla cerimonia gl'Incaricati d'Affari; però tale intervento poi fu deciso, ma ufficioso soltanto, così che gli Incaricati non dovevano indossare uniforme, nè seguire il Presidente della Repubblica nel giro d'inaugurazione. “Prevedendo — scriveva il Ressman — la resistenza d'una parte del Corpo diplomatico, il governo francese già da tempo dichiarò che per ben distinguere ogni commemorazione politica da una festa d'indole puramente industriale, egli celebrerebbe in Versaglia il centenario della riunione degli Stati Generali, il di 5 maggio, e non vi chiederebbe l'intervento dei Rappresentanti esteri, ma inviterebbe bensì il corpo diplomatico alla cerimonia non politica del 6 maggio in Parigi. Gli ambasciatori non ammettono questa distinzione, nè credono che la festa di Versaglia possa, più di quella seguente del 6 maggio, considerarsi come un omaggio alla rivoluzione. E in questo ordine d'idee,essi già convennero che sarà loro ugualmente impossibile d'intervenire al banchetto che la municipalità di Parigi darà il dì 11 maggio e cui annunzia di voler convitare tutto il Corpo diplomatico, oppure alla rivista ed alle feste del 14 luglio prossimo, centenario della presa della Bastiglia.„Per una doverosa riserva, l'on. Crispi affermando alla Camera che il Corpo diplomatico non era stato invitato, ne tacque i motivi, ma egli non prese alcuna iniziativa e non si dimostrò in quella circostanza, meno del Gran Cancelliere russo, amico della Francia.L'orizzonte politico non era sereno; le condizioni interne della Francia e il linguaggio aggressivo de' suoi giornali destavano gravi preoccupazioni. Crispi da tempo si era dedicato a rafforzare la difesa nazionale. Le seguenti lettere al ministro della Guerra, generale Bertolè, esprimono le sue ansie:«Roma, 19 aprile 1889.Caro Bertolè,Il 1889 è un anno di preparazione. A tale scopo abbiamo proposto alla Camera ed abbiamo ottenuto, dopo lunga e viva discussione, la legge del 30 dicembre 1888.Siamo al quarto mese dell'anno e temo, almeno mi si dà a credere, che tanto per la fabbricazione delle armi, quanto per la difesa delle coste, i forti di sbarramento e la difesa della Spezia, il lavoro sia appena cominciato o non lo sia ancora.Voi comprenderete, amico carissimo, che la vostra e la mia responsabilità sono gravi e se scoppiasse la guerra e non fossimo pronti, potremmo, voi ed io, sentire le conseguenze di un disastro, del quale veramente non sarebbe giusto che a me fosse data anche in piccola parte la colpa.Sento quindi il bisogno di pregarvi a voler provvedere con la massima sollecitudine perchè la legge del 30 dicembre 1888 abbia la sua esecuzione. Vi prevengo, che l'uguale preghiera ho dato ai nostri colleghi della marina e dei lavori pubblici: al primo per le fortificazioni della Maddalena e per quelle opere che da lui dipendono per la difesa delle coste, ed al secondo per la costruzione dei binarî e per l'ingrandimento delle stazioni,gli uni e l'altro tanto necessarii in caso di movimento di truppe.E poichè ho ricordato le truppe, permettete che io richiami la vostra attenzione sul sistema di mobilitazione che la sola Italia, fra tutte le grandi Potenze, continua a praticare e il quale è costoso e lento, e in caso di guerra può essere pericoloso.Ne parlai al generale Cialdini, il quale si disse favorevole al metodo prussiano e per lo meno accetterebbe il metodo francese, il quale è una via di mezzo tra il nostro ed il prussiano. Il generale Cialdini fece una sola osservazione ed è quella della convenienza politica della quale lasciò a me il giudizio.Dopo 29 anni ch'esiste il regno d'Italia mi sembra strano, pur troppo strano, che si possa dubitare del nostro paese. Il sentimento nazionale è profondo in tutte le classi della popolazione e con le 29 leve si è talmente rimescolata cotesta popolazione che la fusione è compiuta.Aggiungete che la formazione dei corpi locali avrebbe il vantaggio che viene dal pungolo dell'emulazione. Il Borbone aveva i reggimenti siciliani costituiti con l'arruolamento dei volontari, e nessuno dubitò mai del loro valore e della loro energia. A Curtatone uno di cotesti reggimenti fu alla prova del fuoco e lasciò memorie gloriose sul campo di battaglia.L'impero austriaco è composto di parecchie nazionalità e quei governanti i quali dovrebbero diffidare della divisione delle razze e della varietà delle genti, non sempre amiche e spesso rivali, adottarono il sistema territoriale. Grazie a Dio! l'Italia è tutta di un pezzo e sono italiani tutti quelli che abitano la penisola.Il sistema territoriale nell'esercito porterebbe un grande discentramento dell'amministrazione militare e grandissime economie nella medesima....Del resto il sistema territoriale esiste nell'artiglieria e negli alpini, ed a nessuno venne mai in mente che cotesti corpi siano animati meno degli altri dello spirito nazionale e possano alla prima occorrenza mancare ai loro doveri.Coraggio, adunque, e sia vostra la gloria della riforma, della quale vi ho parlato e della quale molti sono i partigiani nel nostro esercito.Conchiudo dopo ciò sintetizzando i concetti della mialettera: affrettate le opere della difesa nazionale e trasformate, migliorandolo, il metodo della mobilitazione delle nostre truppe.Non vi è tempo da perdere.L'aff.mo VostroF. Crispi.Roma, il 10 luglio 1889.Mio caro Bertolè,(Riservata).— Richiamo la vostra attenzione sulle continue diserzioni, le quali avvengono nel Corpo degli Alpini. Esse indicano un male cronico che bisogna curare con energia e presto....Prendo questa occasione per farvi riflettere che i grandi comandi del nostro Esercito non sono tutti bene affidati. Bisogna svecchiare il corpo dei nostri Generali e questo il più presto possibile.La Germania ha compiuto cotesta opera, tanto gelosa quanto necessaria alla difesa dello Stato. Ed in Germania gli ufficiali avevano l'aureola delle grandi vittorie, la quale manca intieramente ai nostri.Non tralascierò, scrivendovi, di raccomandarvi la maggiore sollecitudine e le maggiori cure nella fabbrica delle armi, la quale, a quanto io ne so, va molto a rilento.L'Europa al presente è un vulcano, che può da un momento all'altro erompere, e bisogna trovarsi pronti. Ogni giorno ci svegliamo col pericolo che scoppi la guerra.I grandi Stati affrettano gli armamenti con cura febbrile. Noi sventuratamente siamo indietro a tutti e siamo i primi esposti agli attacchi nemici.La vicina Repubblica ha preparato, in mare e per terra, quanto occorre per assalirci. Grande è la responsabilità che pesa sul Ministero, e voi, al quale è affidata la difesa nazionale, dovete comprenderlo meglio di tutti.Ne ho parlato al Re ed ho fatto comprendere a S. M. essere suo diritto e dovere l'occuparsene.La prossima guerra non può essere ristretta nelle proporzioni di quelle del 1859 e del 1866, e le ire ed i risentimenti son tali — e gli strumenti della lotta sono così potenti, che qualunque ne sia l'esito, sarà una catastrofe.Ricordatevi che questa volta non basterà l'onore di saperci battere, ma bisognerà vincere, vincere a qualunque costo.I francesi, per darsi ragione contro di noi, han voluto costituire la convinzione, nel loro paese e nel nostro, che io voglio fare la guerra. I miei avversari in Italia si prestano a cotesta indegna ed antipatriottica manovra.Nessun uomo di Stato può volere la guerra. Ed io non posso volerla e perchè non siamo forti abbastanza e perchè, se fossimo forti, non oserei affrontare i risultati di un conflitto, il cui esito non è mai sicuro.Vogliate, caro Bertolè, riflettere a tutto ciò e fate per la parte vostra che il Re e la patria nostra non abbiano a dolersi di noi.Vostro aff.moF. Crispi.In luglio, l'irritazione della Francia, cresciuta sino al parossismo, cagionò un grande allarme. Da varie parti, Crispi era informato che quel governo cercava un pretesto per rompere con l'Italia, e aveva notizie sicure di pressioni francesi sul Vaticano, intese a indurre Leone XIII a partire da Roma. L'ambasciatore di Francia presso il Papa, Lefèvre de Béhaine, si era recato a Parigi alla fine di giugno ed era tornato al suo posto, autorizzato a promettere formalmente al vecchio Pontefice — irritato per la recente inaugurazione di un monumento a Giordano Bruno in Campo di Fiori — che la Francia assumeva su di sè la soluzione della “questione romana„, se glie ne avesse dato occasione abbandonando la sua sede.Il 12 luglio i timori di Crispi furono corroborati da informazioni precise di autorevole persona avente larghe relazioni in Francia. Gli era impossibile non tenerne conto, conscio com'era delle responsabilità sue dinanzi al paese.IlDiariodice:12 luglio.— Viene... e mi racconta notizie avute da S.La sera chiamo Rattazzi [ministro della Casa Reale], che arriva verso le 11. Chiedo udienza al Re. Alle 11 ½ mi scrive che il Re mi riceverebbe la domani alle 10 ant.13 luglio.— Alle ore 10 dal Re. Informo delle possibili aggressioni. Necessità di difesa. Vedere il Ministro della Guerra Bertolè, e riunire un Consiglio speciale, cioè, Bertolè, Brin [ministro della Marina], Cosenz [capo dello Stato Maggiore], io ed il Re.Alle 11 viene Pelloux [S. Segretario di Stato alla Guerra] e mi dà conto di diserzioni nel corpo degli Alpini a S. Dalmazzo.Scrivo a Brin. Viene alle 3 ½. Lo informo. Si discutono le precauzioni da prendere.Alle 11 torna Rattazzi. Il Re chiamò il Bertolè ed ebbe con lui un lungo colloquio. Bertolè è pronto a fare quanto desidero. Non vorrebbe spargere allarmi, ma far tutto con prudenza.14 luglio.— Alle 9 ½ ant. dal Re.Alle 2 ½ viene Bertolè alla Consulta. D'accordo su tutto. Mobilitazione — Armi — Stato Maggiore — Comando superiore — Comandanti dei Corpi d'armata. S'intenderà con Cosenz e con Brin per prendere d'accordo disposizioni atte a impedire ogni sorpresa, sia per terra che per mare.14 luglio.— Mando il deputato Francesco Cucchi[28]in Germania a conferire col principe di Bismarck, e gli dò la seguente lettera di presentazione:«Altesse! Vous recevrez cette lettre par M. le député Cucchi, que vous connaissez depuis 1870. Il vous donnera de vive voix des renseignements bien graves, que je ne puis pas confier à la plume.Monsieur Cucchi a ma pleine confiance».15 luglio.— Il ministro Brin viene alle 11 ½ a palazzo Braschi con l'ammiraglio Racchia. Si parla della flotta, dei preparativi. — Brin si lagna che a noi manchino informazioni dai porti francesi, mentre la Francia è a giorno di tutto ciò che avviene da noi. Racchia[S. Segretario di Stato alla Marina] mi dà informazioni confortanti.16 luglio.— Alle 12 ½ giunge Catalani, chiamato da Londra. Dopo colazione lo conduco nel mio gabinetto. Narro che in Francia sono pronti alla guerra e che sembra vogliano attaccarci per mare. Il progetto sarebbe ardito e parrebbe una follìa, ma essendomi stato riferito da persona degna di fede, e conoscendo che i francesi sono capaci anche di una follìa, è necessario ritenere la cosa come vera, e prepararci alla difesa. Ho bisogno di sapere quali sarebbero, in tal caso, le intenzioni di lord Salisbury, e se egli intenderebbe prevenire un'aggressione o, al contrario, attenderebbe che ci attaccassero. Se noi fossimo sconfitti, l'Inghilterra perderebbe una sicura alleata sul mare.Il Catalani ritiene che lord Salisbury non attenderà che siamo attaccati, e che allo scopo di evitare la guerra manderà una potente flotta nel Mediterraneo. Partirà stasera, e venerdì mi telegraferà da Londra.— Direte a lord Salisbury che io non provocherò punto la Francia, che nulla farò per promuovere la guerra; se questa verrà, vi sarò trascinato.Il Catalani mi domandò se avessi nulla fatto pel ristabilimento della giurisdizione consolare in Tunisi. Risposi che la questione dorme; soggiunsi che non ho spinto neanco la soluzione del fatto di Gabes.[29]— Nulla farò, non darò pretesto alcuno. Bisogna che il paese sappia che noi non vogliamo la guerra, e che la faremo soltanto se obbligati a difenderci da un'ingiusta aggressione.Invito il ministro Bertolè a sollecitare le misure da prendere affinchè il Re possa partire da Roma. Alle 2 ½ viene alla Consulta e mi dice che già ha avuto parecchie conferenze con Cosenz. Mobilitazione — Comandanti dei Corpi d'Armata — Gran comando. Osservo che il Bertolè è esitante e incerto nel suo linguaggio.17 luglio.— Alle ore 11 ant. Rattazzi; lo incarico di pregare il Re a voler partire.Torna alle 2 ½. Gli dò un dispaccio giunto al Vaticano ed un altro da Sofia perchè li comunichi al Re.Alle 3, Brin. Sollecitazioni.Alle 3 ½ Bertolè.18 luglio.— Udienza reale. Discorsi sulla situazione. Il Re parte alle 11 pom. per Pisa. Nella sala di aspetto gli riferisco le ultime notizie del Vaticano, delle quali il sovrano resta sorpreso. Uscendo dalla stazione vedo il Cosenz. Gli domando se si era messo d'accordo con il Bertolè.Il Cosenz mi risponde che il Ministro gli parla delle cose di guerra solamente quando havvi pericolo. Lo prego di visitarmi.20 luglio.— Alle 3 è venuto a trovarmi il generale Cosenz. Anch'egli è d'avviso che i francesi ci attaccheranno. — Le fortificazioni di Messina, della Spezia e di Genova sono terminate. — Taranto. — I 14 corpi di esercito. — I quattro grandi comandi: — Duca d'Aosta, Pianell, Bariola, Ricotti. — Il concorso delle navi da guerra. — Compagnie dei battaglioni assottigliate per ragioni di economia. — Milizia territoriale. Non possibile ricorrere ad un corpo di volontarii come al 1866; mancano il capo e i quadri.Biglietto di Nigra [ambasciatore a Vienna]:«Caro signor presidente, eccomi giunto e attendo i suoi ordini all'Albergo Roma, al Corso.»Telegramma da Londra:«Benchè Salisbury non divida nostre apprensioni, manderà un potente rinforzo alla Squadra del Mediterraneo in agosto, dopo la rivista navale per l'Imperatore di Germania. Maggiori particolari col Corriere. —Catalani.»Alle 10 ½ il conte Nigra viene al palazzo Braschi. — Gli espongo le notizie che abbiamo dalla Francia e quello che ci è noto del Vaticano. Osservo che le pressioni del signor di Mombel sono serie e che se non sono riuscite ciò devesi all'esitazione del Papa. Vienna è mal servitapresso il Vaticano e perciò vede tutto in bene. Il Nigra risponde che a Kálnoky non potrebbe esser nascosta la partenza del Papa.— Comunque sia, ci occorre sapere quello che farebbe l'Austria nel caso che noi fossimo attaccati dalla Francia. Essa avrebbe l'obbligo di difenderci. È necessario venire alla stipulazione d'una Convenzione militare, tanto per l'azione comune sul mare, quanto per l'azione comune in terra. Per la convenzione marittima abbiamo avuto con Bismarck delle intelligenze che si debbono coltivare. L'azione comune delle tre flotte imporrebbe alla Francia, e se a noi si unisse anche l'Inghilterra, com'è probabile, la vittoria sarebbe sicura.— Per la convenzione navale, osservò il Nigra, bisognerebbe far prendere l'iniziativa da Berlino; da lì scrivendosi a Vienna tutto sarebbe fatto. La convenzione militare è un affare a due.— Potrebbe esser negoziata qui o a Vienna. Per me vale lo stesso.Parlo al Nigra delle vessazioni agl'italiani in Trieste e della necessità di porvi termine. L'Austria ha paura delle ombre. Le dimostrazioni non hanno nessuna importanza, e quando si è forti non vi è motivo di temerle. Però si è forti se le legittime aspirazioni dei popoli vengono soddisfatte. A che inveire sull'Ullman e dargli un'aureola di patriottismo? Egli è bavaro di origine e italiano soltanto per decreto ottenuto sotto Cantelli: è uno di quegli uomini che mutano nazionalità per convenienze personali.Il processo contro Piccoli è assurdo; lo lascino tranquillo.Il Nigra conviene che la condotta degli austriaci è inabile, e che gioverebbe a loro non continuare nelle vessazioni poliziesche. Trasloco del console Durando, dandogli però una buona residenza.A proposito di Trento e Trieste il Conte affermò che fu colpa di Lamarmora se noi non abbiamo il Trentino. L'Austria ce l'avrebbe dato.Avendogli manifestato le mie idee su Trieste, convenne meco che non ci giovi averla. Approvò la mia dichiarazione sulla necessità dell'esistenza dell'impero Austriaco. È necessario però che l'Austria muti contegno nel suo governo. Non può vivere suscitando lerivalità dei popoli, le quali tosto o tardi produrranno la guerra civile. Il rispetto delle nazionalità, l'uguaglianza dei diritti di ciascuna, devono esser base all'esistenza pacifica dell'impero.Parlando con Kálnoky della partenza del Papa da Roma, il Nigra ha detto che l'Italia prenderebbe possesso del Vaticano e vi pianterebbe la sua bandiera. È quello che avrei fatto al 1878 se il Conclave si fosse tenuto fuori d'Italia.Il Nigra mi assicura che a Vienna fidano su noi e che De Bruck manda dei rapporti ottimisti.Riassumiamo. Tre incarichi: chiedere una politica liberale a Trieste — convenzione navale — convenzione militare.Prego l'Ambasciatore di assicurare il Kálnoky che non darò alla Francia occasione alcuna che possa servirle di pretesto a rompere la pace. Nessun dubbio che havvi aumento di truppe alle nostre frontiere e che la Francia spia il momento opportuno per attaccarci. Al Vaticano si fanno pressioni perchè il Papa parta; non sono riusciti per l'esitazione di Leone XIII e per l'opposizione del Sacro Collegio. Ma non ne hanno perduta la speranza.21 luglio.— Il cardinal Hohenlohe, dietro mio invito, è venuto a trovarmi all'1 ½ pom. alla mia casa in via Gregoriana.Gli ho detto:— Altre volte è stata V. E. che è venuta a trovarmi, oggi son io che l'ho pregata a venire da me.Io dovrò parlarle di un affare gravissimo, e dovrò incaricarla di un delicatissimo mandato.Si parla della partenza del Papa, e vi ha chi lo spinge ad abbandonare il Vaticano. Io non ho consigli da dare. Se il Papa resterà, continuerà ad essere rispettato, e sarà garentito come prima, anche se scoppiasse la guerra, che io farò tutto il possibile per allontanare. Se il Papa vorrà partire non ci opporremo; anche nella sua partenza, e finchè è sul territorio italiano, sarà sotto la tutela delle leggi italiane, godrà di tutti i suoi diritti, di tutta la sua libertà.Fo intanto osservare, e prego V. E. di dirlo bene al Papa, che guardi di non essere lui la causa di una guerra,e ricordi quanto costò a Pio IX l'aver ricorso alle baionette straniere. Non solo ne perderebbe la religione; ma ne perderebbe l'uomo, che ne è principe sovrano.Il cardinale ascoltava, e spesso col capo o con interruzioni, dava segni di approvazione. E rispose:— Io non vado sempre al Vaticano; ma vi andrò, e adempirò il di lei incarico.Il Papa non se ne andrà; ma non si è sempre sicuri di lui. Egli vuol lasciar parlare di sè; e talora ha delle eccitazioni nervose, che lo spingono a proponimenti non sempre prudenti.— Non è per me, ch'io parlo, nè pel governo. Io sono un individuo, che da un momento all'altro può sparire dal mondo; ed il governo è assai forte per non temere la guerra. L'Italia ha mezzi sufficienti per difendersi. Ha poi due potenti alleati.Io parlo pel Papa e pel cattolicesimo. Leone XIII gettandosi nelle braccia della Francia, ha fatto la fortuna della Chiesa d'Oriente. Il culto ortodosso ogni giorno progredisce a danno del cattolico; e non può essere altrimenti. La Francia si è disinteressata delle cose d'Oriente a favore della Russia, la cui influenza aumenta sempre. Il Papa queste cose non le sa, e facilmente gliele nascondono, perchè hanno interesse a nasconderle.Comunque sia, e ritornando all'argomento pel quale chiesi di parlarle, conchiudo per dirle di far sapere al Papa queste cose:Se resta in Italia, sarà rispettato, anche se scoppiasse la guerra.Se parte, sarà rispettato, e l'accompagneremo con tutti gli onori. Pensi però al partito da prendere. Ci va del suo nome, del suo avvenire, dell'avvenire del cattolicesimo. —Ci siamo congedati alle 3 meno un quarto. Il cardinale prese la sua via; io ritornai alla Consulta.Roma, 23 luglio '89.Ecc.moSig. Presidente,Confidenzialmente accludo questa lettera.Siccome soltantocon il padrone quelle cose si potrebbero dire, conviene ch'io sospenda l'esecuzione de' suoi desiderii. Pare che si abbia paura di me, non so perchè!?Del resto Ella disponga di me, e mi faccia sapere quel che crede necessario.E con la maggiore stima ed amicizia mi confermo di Vostra EccellenzaAff.moG. Card. d'Hohenlohe.(Lettera in originale acclusa nella precedente).N. 82253Roma, 22 luglio 1889.Ecc.moe R.moSig. Mio Oss.moSecondando il desiderio espressomi da Vostra Eminenza nel suo biglietto in data di ieri me ne sono reso interprete presso il Santo Padre.Essendo peraltro la Santità Sua trattenuta da molte occupazioni e dagli attuali calori dall'accordare straordinarie udienze, si è degnata di autorizzarmi a conferire con Lei, qualora Le piaccia di far giungere per mio mezzo alla sovrana sua cognizione ciò ch'Ella intende di esporle.Ponendomi pertanto a libera di Lei disposizione, mi onoro rinnovarle i sensi della mia profonda venerazione, con la quale Le bacio umilissimamente le mani.Di Vostra EminenzaU.mo dev.mo servitor veroM. Card. RampollaSig. card. d'Hohenlohe.Roma, 24 luglio '89.Ecc.moSignor Presidente,Dopo la mia di ieri sera ho notato alcune cose da scriversi a S. S.; e desidererei sapere se V. E. approva, e se vuole aggiungervi o togliere qualche cosa, faccia pure. La lettera andrà sicura nelle mani di S. S.Mi mandi l'acclusa bozza con quelle correzioni che crede, e subito sarà copiata. E con sincero rispetto mi confermo di V. EccellenzaDevot.mo servoG. Card. Hohenlohe.Autografo riprodotto fotograficamente: lettera del card. Hohenlohe a Crispi.Immagine ingrandita.Autografo riprodotto fotograficamente: lettera del card. Hohenlohe a Crispi.(Minuta di una lettera del cardinale Gustavo di Hohenlohe — 24-7-89)«Nell'ultima udienza dissi alla S. V. di aver invitato il ministro Boselli il quale aveva concesso di far fare lo scalone di San Gregorio e ci ha promesso anche altri favori. Mi parve che la Santità Vostra fosse contenta. Tanto maggiore fu la mia sorpresa nel ricevere quella lettera (sgarbata)[30]del cardinale Rampolla. Oggi non possiamo più (segregarci dai personaggi del governo italiano con un sistema cinese).[31]Iddio ha disposto le cose in modo che la Chiesa non può più riprendere il dominio temporale. La salute delle anime esige che noi ci rassegniamo, che restiamo tranquillamente nelle sfere ecclesiastiche e facciamo la carità con le nostre sostanze e con i nostri insegnamenti ai fedeli.Si parla di partenza. (S. E. Crispi stesso mi disse l'altro giorno di dire a Vostra Santità)[32]che se Lei vuole partire egli non vi si opporrà e La farà accompagnare con tutti gli onori, ma che Vostra Santità non tornerà più a Roma. E che se la Sua partenza suscitasse una guerra per es. per parte della Francia, la religione perderebbe immensamente. Che l'Italia non farà la guerra se la Francia non l'attacca; che in caso di guerra il governo italiano garentisce la sicurezza del Papa a Roma. Ma che il Papa non si faccia illusioni: partito che sarà, non tornerà a Roma e la Santa Sede soffrirà una terribile scossa.(Più; la Francia fa tutte le facilitazioni alla Russia in Oriente per far trionfare lo scisma, purchè abbia l'alleanza della Russia. Sembrerebbe dunque che poco da quella parte vi sia da sperare).[33]Noi Cardinali abbiamo il dovere strettissimo di dire la verità al Papa, perciò eccola.Del tempo di Pio VI si perdettero i cinque milioni di scudi depositati da Sisto V. a Castello, e con tutto ciò fino al 1839 ogni nuovo Cardinalegiuravadi conservare questi cinque milioni che non vi erano più. Nonfu che il cardinale Acton che protestò contro quel giuramento nel 1839 e papa Gregorio trovava giuste le osservazioni dell'Acton. Così oggi pure si fa giurare ai Cardinali cose che non si possono mantenere. Perciò conviene rimediare.[34](Relazione di Pisani-Dossi a Crispi).«4/8/89.Il Papa ebbe la lettera di Hohenlohe sabato 27 luglio per mezzo del suo cameriere Centra. La lettera, oltre le modificazioni fatte in presenza di Pisani-Dossi, aveva subite queste altre: 1.º — al principio — «Mando a V. S. le fotografie promesse, ecc. (Credo fossero le fotografie del viaggio del Re a Berlino donate dal Pisani-Dossi ad Hohenlohe); 2.º — Si chiedeva un'udienza al Papa e se ne accennava lo scopo — e qui la lettera com'era stata combinata; 3.º — in fine — «Ecco quanto doveva dire a V. S.»Il 3 agosto il Papa mandò monsignor Sallua, piemontese, commissario del Santo Uffizio e vicario di Santa Maria Maggiore da Hohenlohe a dirgli che S. S. era molto afflitta per la lettera da lui scritta e non poter accordargli la chiesta udienza. Rispose Hohenlohe che avrebbe dovuto piuttosto lui lamentarsi della condotta del Papa verso lui e che il Papa doveva ringraziare Hohenlohe di avergli fatto conoscere la verità sulla situazione attuale, soggiungendo che anche gli altri governi erano dell'opinione del governo italiano. Quel negare l'udienza, chiesta da Hohenlohe, era da questi considerata come una provocazione; che tuttavia egli non avrebbe data loro la soddisfazione di fare dei passi inconsiderati. Ringraziassero Iddio se egli si conduceva con tanta moderazione, e il Papa poi in particolare ringraziasse Hohenlohe se era divenuto cardinale, perchè Pio IX nel 1852 non voleva nemmeno ricevere monsignor Pecci, e fu Hohenlohe che attutì lo sdegno delPapa contro Pecci. Concluse che era ora di finirla con siffatte bugie e finzioni.Monsignor Sallua si fece pallido e si mise a piangere, e scusava il pontefice perchè vecchio.Hohenlohe ripigliò a dire che Leone XIII era in balìa di pochi intriganti e di agenti del cardinal Monaco «villano, di scarpe grosse e di cervello fino», il quale spaventava il Papa colle pene dell'inferno.Nel corso della conversazione tanto Hohenlohe quanto Sallua riconobbero che la storia della partenza del Pontefice era una scenata che aveva disgustato molta parte del clero contro il Papa.Hohenlohe il quale disse, quasi dettando, quanto sopra a Pisani-Dossi, crede di avere colla sua lettera cagionato una buona scossa al Papa e di aver reso un servizio al ministro Crispi.»Berlino 21 luglio 1889.Carissimo amico,Sono arrivato da quattro giorni. Prima visita ad Holstein. Seppi che il Principe stava poco bene a Varzin. Il figlio Erbert era tornato dal suo congedo a Berlino, il giorno precedente. Holstein mi osservò che riguardo alle gravi notizie ch'io portavo in tuo nome, il Principe non poteva conoscere che quanto essi stessi gli fanno sapere da Berlino. Riguardo ai provvedimenti da prendere bisognava certamente sentire lui. Gli si telegrafò la mia venuta e lo scopo. Rispose ad Erbert e Holstein che mi dassero qui tutte le informazioni possibili, e che mi attendeva ospite a Varzin domani sera, lunedì. Martedì vi sarà anche Erbert. È un viaggio noiosissimo di 11 ore. Varzin giace a poca distanza da Rugenwalder, sulla costa del Baltico.Da Holstein fui intanto presentato ad Erbert, al ministro della Guerra generale Verdy de Vernoy (appartenente a famiglia francese protestante, cacciata dalla Francia due secoli or sono) ed al Consigliere di legazione Kaschdau, che accompagnò l'Imperatore in Italia e che con Holstein è depositario alla Cancelleria delle cose più segrete.Qui sono assolutamente increduli riguardo alle notizie che ho portato, cioè, alla possibilità di un improvvisoattacco alle nostre frontiere, a un tentativo di sbarco sulle nostre coste dell'Italia meridionale con due divisioni provenienti da Tolone, ed una da Algeri, etc. Almeno fino ad ora tutte le informazioni che hanno qui dai confini italo-francesi e da Parigi, escludono la possibilità del fatto. Però si telegrafò a Parigi al barone De Huene, maggiore di Stato Maggiore e capo dell'ufficio militare addetto all'ambasciata. È persona intelligentissima e che ha avuto una rara abilità nell'organizzare in tutta la Francia un perfetto servizio di informazioni.La risposta di De Huene, arrivata stamane, dice che non vi è alcun agglomeramento straordinario di truppe al confine italiano, nè movimento eccezionale nell'arsenale di Tolone. Ripete quanto aveva già detto in un recente rapporto, cioè, che nelle alte sfere militari francesi si è malcontenti del sistema di fortificazioni verso il confine italiano, e che per rimediarvi si intraprenderanno tosto lavori importanti. Ciò accennerebbe a idee di difesa, non di offesa. Le comunicazioni strategiche ferroviarie sono purtroppo ottime, il che darebbe la possibilità di ottenere in brevissimo tempo quell'agglomeramento di truppe che ora non esisterebbe. Le ultime manovre navali allo scopo di studiare la difesa delle coste sul Mediterraneo, lasciarono molto a desiderare. In alcuni punti dove la ferrovia è troppo litoranea si lavora attivamente per deviazioni interne. A Lione, ove ha sede il Comando dell'esercito che dovrebbe operare contro l'Italia, nulla si rimarca di movimento straordinario. Il generale in capo sarebbe Billot. Fu abile ministro della Guerra, ma venne presto allontanato per i suoi principi ritenuti monarchici. Ad ogni modo, a riguardo dell'Italia, sono tutti uguali in Francia, e monarchici, e repubblicani, e boulangisti, e anarchici. A questo proposito permettimi di aprire una parentesi.Prima di partire da Milano trovai il dep. Mazzoleni, anima candida, tipo da nazzareno, che, in questi tempi, prende sul serio la missione di predicare la pace fra gli uomini. Era reduce da Parigi, ove fu al Congresso della pace e dell'arbitrato internazionale. Messo un po' alle strette, mi confessò, nella sua lealtà, di essere rimasto impressionatissimo dell'avversione all'Italia che trovò in ogni ceto di persone. Andò, con Pandolfi, Boneschi, e non ricordo quali altri deputati, alla Camera per stringerela mano a quei deputati francesi che erano venuti in Italia e che fecero a Milano tante dichiarazioni di amicizia e fratellanza. Ebbene, questi signori che si erano ben guardati dal recarsi alla stazione per ricevere i nostri connazionali, anche alla Camera se ne fuggirono per non lasciarsi trovare. Nell'imminenza delle elezioni, farsi vedere a stringer la mano ad alcuni deputati italiani, per quanto radicali, voleva dire compromettersi cogli elettori, rovinare la propria elezione.Chiudo la parentesi. — Ebbi l'avvertenza di far ben capire ai nostri amici di qui che se tu eri allarmato per quanto avevi saputo in via speciale e positiva, però, tu stesso ritenevi che un attacco poteva verificarsi solo verso ottobre o novembre. In proposito, Erbert e Holstein convengono che quello che non ritengono possibile ora, possa benissimo divenirlo allora. Credono fermamente che gli uomini ora al potere in Francia non vogliono in questo momento la guerra, perchè occupati esclusivamente a preparare le elezioni, questione per loro di vita o di morte. Solamente l'esito delle elezioni darà l'idea di cosa possa attendersi più o meno prossimamente dalla Francia. Ritengono molto in ribasso il boulangismo, e che le notizie allarmanti che tu hai avuto provengano dalla parte monarchica del partito boulangista che intriga al Vaticano. Ad ogni modo, se chi avrà in mano i destini della Francia dopo le elezioni volesse fare un colpo di testa, qui assicurano che saranno preparati. Anche in questo frattempo, se qualche fatto rimarchevole ed inquietante per noi si verificasse ai nostri confini verso la Francia od altrove, mi disse Erbert che, come all'epoca della questione delle scuole a Tunisi, incaricherebbero l'Ambasciatore di far sapere al governo francese che, come nostri alleati, si interessano altamente di un possibile nostro pericolo, e di fronte a questo sono pronti a sostenerci. Ma di ciò parlerò più positivamente con il Principe a Varzin.È fatto molto gradito e rassicurante in ogni evento, il pregio e l'importanza che qui si attribuisce alla nostra alleanza. Ritengono e dichiarano indispensabile di fronte alla Russia l'alleanza austriaca, ma dicono che non amano l'Austria, mentre amano l'Italia.Vidi Erbert ieri alle 3 ½ e mi disse che pochi momenti prima era stato a vederlo il conte De Launay conun tuo dispaccio che riguardava la possibile partenza del Papa, per eccitamento specialmente del cardinale Rampolla. Erbert ritiene che questo cardinale, come tuo isolano, deve odiarti più d'ogni altro. Mi disse di avere risposto a De Launay che se si levasse all'Italia questo verme roditore, non lo crederebbe un male. Cosa ne dirà il Principe? Sentirò anche questo, e vedrò se il parere del padre è identico a quello del figlio.S'intende che ti scriverò non appena da Varzin sarò reduce a Berlino, ma solo di passaggio, perchè non avrei più ragione di fermarmi. Invece, il ministro della Guerra, che s'interessa assai dei nostri approvvigionamenti verso il confine francese, cosa alla quale io potei inesattamente rispondere, desidera che, ritornando in Italia, mi fermi a Francoforte. Di là mi farà accompagnare da un ufficiale a farmi l'idea del come essi sono preparati. Credetti non rifiutare l'offerta trattandosi di 24, o 48 ore di ritardo.I più cordiali saluti.Tuo Checco.Berlino, 24 luglio 1889.Carissimo amico,Son reduce stamane da Varzin, ove ebbi una magnifica accoglienza dal Principe e dalla Principessa, dal conte e contessa Rantzau e da Erbert, che mi precedette. Tutti mi parlarono di te con affetto ed entusiasmo e mi incaricarono delle cose più cordiali.Riassumo i discorsi che ebbi col Principe.Non crede assolutamente alla possibilità di un attacco contro l'Italia, quale sarebbe indicato dalle tue informazioni ch'io ho riferito. Dice che tale fatto ecciterebbe l'indignazione del mondo civile. La responsabilità di avere provocata la guerra in Europa, con un fatto da briganti (testuale), costerebbe immensamente cara alla Francia. Sarebbe il caso delfinis Galliæ(testuale), e ci vorrebbe ben altro che i cinque miliardi del 1871. Aggiunge che dal punto di vista puramente utilitario e materiale sarebbe quasi da desiderarsi questa pazza aggressione. Nelle alte sfere militari in Germania si preferirebbe la guerra subito, od alla prossima primavera, piuttosto che fra due anni, epoca nella quale la Franciaavrà al completo i suoi quadri, gli armamenti e le fortificazioni. Ad ogni modo il Principe dice che la Germania sta cogli occhi allerti e colle polveri asciutte. Di fronte a qualunque pericolo, minaccia od improvvisa aggressione, essa da lungo tempo è preparata. In dieci giorni possono invadere il territorio francese 1.200.000 uomini. Gli approvvigionamenti da guerra e da bocca, necessari per un mese a questa immensa armata, sono già preparati nelle città e fortezze lungo il Reno, nella Lorena ed in Alsazia. Tutto ciò dopo essersi premuniti in modo da non temere qualunque attacco dal lato della Russia; colla quale spera ancora il Principe che non si venga ad una rottura, od almeno che possa entrare nella lotta solamente dopo una prima sconfitta della Francia. In questo caso, essendo tutto preparato perchè la prima grande battaglia sia assolutamente decisiva, resterebbe di molto diminuito il peso che la Russia getterebbe sulla bilancia.Riguardo alle qualità dell'armata francese, qui credono che manchi di compattezza e di disciplina. Senza di ciò il grande numero non basta, anzi in date circostanze potrebbe nuocere. Non si dubita però che, almeno sul principio, l'armata francese sarà meglio condotta che nel 1870-1871. Si ha molta stima del Capo di Stato Maggiore generale Miribel. I tedeschi si ritengono superiori nell'artiglieria, massime come mezzi di assedio. Sanno che il fucile francese Lebel è ottimo, ma per la prossima primavera tutta l'armata tedesca di prima linea avrà un nuovo fucile, che è il perfezionamento di quanto si è fatto finora. A questo si lavora febbrilmente, ma senza rumore, negli arsenali, fabbricandone 4000 al giorno.Il Principe ha fiducia non solo sulla benevolenza dell'Inghilterra, ma sul suo concorso, qualora la Francia rompesse prima in guerra. È lieto di vedere come tu coltivi abilmente l'amicizia inglese, senza badare se sia al potere Salisbury, piuttosto che Gladstone. Nel caso probabile di avere il concorso attivo dell'Inghilterra, l'azione delle tre flotte combinate paralizzerebbe completamente quella della flotta francese, obbligandola a rifugiarsi nei suoi arsenali, od accettare di combattere con forze sproporzionate. Ciò, dice il Principe, faciliterebbe assai le operazioni contro la Francia degli eserciti di terra. Le tre flotte sarebbero: l'inglese, la tedesca el'italiana. Io gli osservai perchè non metteva nel numero anche l'austriaca. Mi rispose di questa ritenere buono il personale, ma cattivo il materiale. In complesso ho rimarcato nel Principe una certa freddezza verso l'Austria. Parlando della prossima visita dell'imperatore Francesco Giuseppe a Berlino, mi disse: «Meno male che per il lutto che porta, ha voluto che non si facessero feste». Invece è marcatissimo l'aggradimento che accompagnò la visita di re Umberto. A proposito di lutto, egli ritiene la morte dell'arciduca Rodolfo, avvenuta per assassinio.Molte idee del Principe sulla politica dell'Inghilterra, della Russia, dell'Austria e della Turchia, e sul contegno di queste Potenze nel caso di un primo attacco della Francia contro la Germania e l'Italia, oppure della Russia contro l'Austria e la Turchia, sarebbe troppo lungo esporle per iscritto. Ti riferirò a voce.Egualmente farò riguardo alle idee del Principe e del suo contorno, sul modo con cui è condotta la nostra politica estera. Ho pizzicato un po' da tutti, in modo che credo essermi fatto un concetto esatto del loro intimo pensiero su di te e su quelli che ti circondano alla Consulta, come sopra alcuni nostri rappresentanti all'estero. È tutto a tuo vantaggio il loro modo di vedere sulla nostra politica estera, ma dicono che dovendo forzatamente occuparti anche della politica interna, ti ammazzi per troppo lavoro.A proposito della politica interna, il Principe teme solamente il caso che tu possa cadere per cause parlamentari, cosa che, egli dice, sarebbe fatale. Io lo rassicurai dicendogli, che, sebbene in Italia non si possa pigliare il Parlamento nello stesso modo con cui egli lo pigliò per molti anni in Germania, tu hai nella Camera attuale una larga maggioranza. Aggiunsi che non discutevo le qualità di questa Camera, ma sta il fatto che questa larga maggioranza esiste. In ogni caso dissi esser certo che il Re, occorrendo, ti accorderebbe lo scioglimento, e nuove elezioni.A proposito di elezioni, il Principe non crede possibile l'avvenimento al potere di Boulanger, e finchè resta Carnot, confida nella pace. Carnot sa benissimo che se si decidesse per la guerra, sarebbe di fatto soppiantato nel potere dai Generali.Il Principe non crede affatto alla partenza di Leone XIIIda Roma. Per lui il prestigio del Papa proviene dalla storia e dalle tradizioni di Roma, dai tesori e dalle pompe di San Pietro e del Vaticano. Fuori di Roma il Papa non gli sembrerebbe più il rappresentante di una grande, potente, antica istituzione, come il cattolicismo, ma uno Schah di Persia qualunque in viaggio attraverso l'Europa a spese altrui. Per le Potenze cattoliche, e per la stessa Francia, sarebbe un grave imbarazzo avere ospite il Papa. Mi disse che l'Ambasciatore tedesco in Ispagna aveva giorni sono telegrafato la notizia che il Papa era quanto prima atteso a Madrid. Il Principe rispose all'ambasciatore che gli proibiva di telegrafare simili bestialità (sic). Egli è informato che anche da Vienna si consigli il Papa a non muoversi da Roma, a meno che gli si usassero violenze dalla piazza, il che, egli ne è convintissimo, tu non permetteresti.Scusa la confusione di queste informazioni. A Roma o Napoli ti darò moltissimi dettagli. Domattina andrò a Colonia e Magonza per le visite che ti dissi nell'altra mia. Sabato o domenica sarò a Milano, lunedì o martedì a Roma.Tante cose.aff.moChecco.Fortunatamente la pace non fu turbata, sia che il governo francese, di certo al corrente dei preparativi militari e dell'azione diplomatica dell'Italia, soprassedesse ai suoi disegni, sia che non trovasse un pretesto per assalire. Al conte di Launay il principe di Bismarck espresse l'opinione che i francesi non osassero far la guerra senza alleati, ma cercassero soltanto, con tutti i mezzi possibili, a far nascere e tener vive in Italia continue diffidenze ed inquietudini, nella speranza di nuocere così al nostro credito ed alla nostra economia pubblica.Ma nell'interesse del domani, l'on. Crispi non cessò di vigilare. E l'allarme recò qualche beneficio, poichè dette occasione a constatare le attive simpatie per l'Italia delle Potenze centrali e dell'Inghilterra:Berlino, 14 agosto 1889.(Riservato). — Dissi oggi al segretario di Stato che il Governo del Re, che si era associato con viva soddisfazione alle dimostrazioni in occasione della visita recentedell'imperatore Guglielmo in Inghilterra, si associa con lo stesso sentimento alle manifestazioni scambiate ora per la presenza in Berlino dell'imperatore Francesco Giuseppe. Il conte di Bismarck mi rispose che infatti l'Italia aveva ogni motivo di rallegrarsi, essa era ed è considerata come presente in spirito a quei convegni. L'Inghilterra «quantunque non parte contraente della triplice alleanza, la costeggia». Il Governo inglese è animato delle migliori disposizioni anche verso l'Italia, in caso di provocazioni da parte della Francia. L'imperatore d'Austria dichiarò quanto era soddisfatto che il nostro augusto Sovrano abbia un primo Ministro di tanta vaglia. S. M. Imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso gli italiani dell'Impero. Nè Salisbury, nè Kálnoky credono a prossima guerra e meno ancora che la Francia commetta l'errore di dichiararla all'Italia.Launay.La politica dell'on. Crispi di fronte alla Francia, era combattuta in Italia dai partiti estremi, e il turpiloquio dei giornali francesi contro il patriotta italiano era, purtroppo, imitato da qualche giornale nostro. È noto quale influenza eserciti certa stampa sugli animi deboli e impulsivi; un tal Caporali, il 13 settembre aggredì e ferì non leggermente l'on. Crispi.La propaganda francofila produsse un altro effetto deplorevole; taluni italiani ebbero la cattiva idea di organizzare un cosiddetto pellegrinaggio di operai italiani, i quali si recarono in Francia a protestare contro il Governo del loro paese. Intorno a cotesto viaggio, l'Incaricato di Affari a Parigi, signor Ressman, scriveva privatamente a Crispi in data 14 settembre:Checchè se ne dica, la veritàverasullo scandaloso pellegrinaggio dei nostri operai repubblicani in Francia si è ch'essi non ebbero luogo di troppo entusiasmarsi per l'accoglienza qui ricevuta. Potevamo temere dimostrazioni ben altrimenti chiassose: la massa della popolazione parigina invece rimase assolutamente indifferente ed inerte, ignorando quasi la presenza d'italiani.Testimoni oculari mi affermarono che fu freddo anche il ricevimento all'Hôtel de Ville. Quattro bislacchi discorsi e le amplificazioni solite d'alcuni giornalacci rimpiazzarono ciò che i promotori forse speravano da uno spontaneo movimento popolare. I più savi dei francesi non s'illusero sull'efficacia pratica della dimostrazione, ed in molti, sopra ogni calcolo politico, doveva vincerla il disprezzo per così sfrontati promettitori di alto tradimento. Tale disprezzo invase irresistibile perfino l'animo di un corrispondente delSecolo, il noto Paronelli, astigiano, prima corrispondente a Berlino, il quale venne da me a dare sfogo al suo sdegno ed a dichiararmi che in presenza di tanta malafede egli voleva pubblicamente romperla con Sonzogno, la questione ponendosi oramai sul terreno della fedeltà alla bandiera nazionale....Alfieri, Visconti-Venosta, Imbriani, Nicotera sono, tra i tanti nostri uomini politici qui venuti, quelli che attirarono l'attenzione, e se non parlassi che del primo e del terzo direi quelli che più si studiarono d'attirarla. Visconti-V. si tenne quanto più potè e col massimo tatto nell'ombra. Nicotera, spaventato della non provocataréclamedi capo d'opposizione colla quale ilFigarosalutò il suo arrivo, si affrettò a scolparsi dell'importuno complimento con un telegramma allaTribunache venne a leggermi ieri protestando (affinchè glielo ripetessi) che malgrado la sua situazione parlamentare eglisi batterebbe per Crispi, se lo si volesse sospettare d'essere venuto a combattere su questo terreno la sua politica estera, mentre in fatto non era venuto per altro che per contemplare la Torre Eiffel. Gli dissi che non avrei osato dubitare dell'identità del suo col mio proprio sentimento verso uomini capaci di venir nelle presenti condizioni a cercar dai francesi un puntello a' loro scopi politici in Italia.P.S.Il sig. Jules Ferry manda a chiedermi l'indirizzo del barone Nicotera. Non fo commenti.»Il 4 ottobre l'on. Crispi compì settant'anni e il principe di Bismarck colse l'occasione di quell'anniversario per rinnovare al suo amico e collega l'espressione dei suoi sentimenti:Aujourd'hui, cher ami et collègue, vous célébrez l'anniversaire que j'ai fêté il y a cinq ans et qui me donne l'occasion de joindre les vœux chaleureux que je forme pour votre bonheur et votre avenir politique à ceux que vos compatriotes vous adresseront au jour de votre fête. J'éspère que votre santé sera promptement rétablie et vous permettra de continuer pendant de longues années votre précieux concours à la tâche pacifique que nous unit dans l'intérêt de nos deux nations.Von Bismarck.Je vous remercie cordialement des vœux chaleureux que vous m'exprimez. Je suis profondement touché de ce témoignage d'amitié ainsi que du prix que Votre Altesse veut bien attacher au concours devoué que je lui prête dans la grande œuvre de paix qui unit nos deux nations.Crispi.Non mancò mai in Crispi il buon volere per ristabilire migliori relazioni con la Francia. Il 10 ottobre egli riceveva dal Ressman le seguenti informazioni:Non ebbi dal signor Spuller una sola udienza in cui egli ad uno o ad altro proposito, non abbia protestato delle sue fermamente amichevoli intenzioni verso l'Italia e verso il Regio Governo, ripetendo in frasi quasi stereotipe che mai per opera sua un dissidio sorgerà fra le due nazioni, che mai egli lascerà degenerare in conflitto alcuna contestazione fra noi, che sempre si studierà a darci ogni più efficace prova di buon volere e di animo conciliante. Anche nel colloquio che ebbi ieri con lui, questo signor Ministro degli Affari esteri, annunziandomi il prossimo arrivo in congedo del signor Mariani, che passerà qui due o tre settimane, mi disse che gli ripeterà verbalmente le più categoriche istruzioni affinchè dopo il suo ritorno in Italia raddoppii d'animo per convincere il Regio Governo delle cordiali disposizioni del Governo della Repubblica e si adoperi «con ardore, con serenità, con allegro umore» (sono lesue parole) a dissipare ogni possibile malinteso ed a ravvicinare di più in più i due paesi.L'occasione era buona per far sentire al signor Spuller che da atti, meglio che da ogni parola, l'E. V. ed il Governo di Sua Maestà potrebbero essere indotti a vincere i dubbi sulla sincerità di quelle intenzioni che troppo sovente risorgevano, ora perchè nessuno in Italia poteva capacitarsi che il Governo francese fosse interamente estraneo al linguaggio troppo spesso amaro, calunnioso, aggressivo della stampa parigina, non meno di quella dei dipartimenti verso il Regno vicino; ora perchè pareva difficile di non ammettere una certa connivenza del medesimo nella guerra così accanita che qui una formidabile lega di ribassisti muoveva al credito italiano; ora perchè in più di una questione insorta fra' due Governi, come per esempio in quella di Gabes, le tergiversazioni e gli indugii a venirne ad una soluzione non tradivano invero sentimenti conformi alle reiterate dichiarazioni di amicizia. Non nascosi al signor Spuller, che queste osservazioni non mi erano suggerite da un solo apprezzamento mio personale, ma che più volte mi venivano fatte dall'Eccellenza Vostra e che a me stava a cuore di poterle rispondere altrimenti che con giudizii miei propri dettati da desiderio di conciliazione.M'inspirai nel mio discorso dal telegramma che l'Eccellenza Vostra mi aveva indirizzato in data del 3 corrente.Il signor Spuller nel rispondermi cominciò dall'inveire in termini violentissimi contro il giornalismo ed i giornalisti. Riconobbe, esprimendone vivo rammarico, che il Governo era impotente contro la stampa, non solo per effetto della legge, ma principalmente pel carattere e per la qualità dei giornalisti coi quali aveva da fare. «Io che ogni mattina mi vedo condannato a riceverne qui molti, vi posso dire che nulla uguaglia la loro ignoranza profonda, le loro insensate prevenzioni, la loro passione. E la passione è retaggio dell'ignoranza, avvegnacchè chi è istruito, chi sa, chi ragiona non deve ciecamente appassionarsi. Oggi i giornalisti si reclutano fra tutto ciò che vi è di più basso, di più infimo fra gli uomini capaci di tenere una penna. Fatelo sentire al vostro Governo, affinchè non renda noi responsabilidi eccessi che deploriamo e contro i quali lottiamo noi per i primi».Obiettai al mio interlocutore che sapevamo certamente distinguere fra una ed un'altra classe di giornali e di giornalisti, che il mio voto di un diverso indirizzo della stampa francese riferivasi specialmente alla stampa ufficiosa, della quale il Governo della Repubblica pure non poteva continuare ad affermarsi irresponsabile. A ciò il signor Spuller rispose citando quello che fu già il giornale di Gambetta ed il suo,La République Française, di cui non gli pareva dovessimo dolerci. Alla mia volta gli nominaiLe Temps, che giornalmente riceve comunicazioni del Ministero degli Affari esteri ed accolse pure in non lontano tempo apprezzamenti assai poco benevoli circa gli uomini e le cose d'Italia. Il signor Spuller parve non esser meco d'accordo su questo punto.Alla guerra che qui si fa ai valori italiani il Ministro pretese interamente ed assolutamente estranea l'azione del Governo, nè trovò risposta quando gli dissi che erano per lo meno scusabili i sospetti che doveva far nascere la quasi unanimità dei bollettini finanziarii di tutti i giornali di Parigi nel dare quotidiani e feroci assalti al credito Italiano.»Furono probabilmente queste dichiarazioni dello Spuller, suo antico amico personale, che suggerirono all'on. Crispi di preannunziare nel suo discorso di Palermo del 14 ottobre l'abolizione delle tariffe differenziali applicate alle merci importate in Italia dalla Francia.L'on. Crispi non pose condizioni, ma pel fatto stesso della sua iniziativa obbligò il governo francese a manifestare l'animo suo.In un colloquio del 23 ottobre con Menabrea il ministro Spuller mi espresse calorosamente — telegrafava l'Ambasciatore — il suo desiderio di corrispondere alla iniziativa di V. E., non dissimulando però le difficoltà parlamentari. Affine di ottenere dichiarazioni più esplicite dal signor Spuller, senza oltre impegnare V. E., gli dissi sotto la mia personale responsabilità, che sarei felice di dar termine alla mia carriera, anzitutto con il contribuirea ristabilire pacifiche relazioni commerciali tra Francia ed Italia, al che Spuller rispose che si stimerebbe pure fortunato di esordire nella sua carriera diplomatica con il raggiungere l'ottimo intento, al quale egli è disposto a mettere il massimo impegno. Mi invitò a conferire in proposito con il signor Tirard.»Quale atteggiamento assumesse il presidente del Consiglio, signor Tirard, risulta da quest'altro telegramma del Menabrea, del 25 ottobre:In seguito alla conversazione che, mercoledì ultimo, io ebbi col signor Spuller e della quale io resi conto all'E. V. col mio telegramma di ieri, mi recai presso il signor Tirard, che aveva avuto tempo di leggere e meditare il discorso di V. E.Egli dimostrò di apprezzarlo grandemente e ne riconobbe il senso pacifico e conciliativo; tuttavia egli non ammette intieramente che il contegno stesso della Francia abbia causato, per parte nostra, la denunzia del trattato di commercio, che fu ed è tuttora pretesto di tante recriminazioni contro di noi.Nell'annunzio fatto da V. E. di avere la intenzione di proporre al Parlamento l'abolizione dei diritti differenziali rispetto alla Francia, senza chiedere la reciprocità per parte di essa, il signor Tirard si compiacque di riconoscere un atto conciliativo tale da calmare le asprezze tuttora esistenti nei rapporti commerciali dei nostri due paesi. Ma quando io gli chiesi se egli avrebbe seguìto nella via conciliativa apertagli dall'E. V., egli mi rispose che, prima di addivenire all'abolizione, per parte della Francia, delle tariffe differenziali, sarebbe necessario di riformare alcuni articoli della nostra tariffa generale, che sono effettivamente proibitivi per il commercio francese; al che gli feci osservare che la questione posta in quel modo era affatto diversa dall'altra, poichè egli ci suggeriva infatti per le nostre tariffe delle modificazioni che giustificherebbero soltanto la stipulazione di un nuovo trattato di commercio, al quale la Francia stessa in questo momento ripugnava, mentre la dichiarazione di V. E., relativa all'abolizione dei diritti differenziali, era un atto di conciliante cortesia, che non potrebbe esserericambiato che con un atto consimile per ben dimostrare che i nostri due paesi, conservando tuttora la loro libertà commerciale, non intendono continuare più oltre una guerra di tariffe che non giova a nessuno. Il signor Tirard, tuttochè si mostrasse desideroso di ristabilire più facili rapporti commerciali coll'Italia, non nascose che temeva d'incontrare nella nuova Camera un ostacolo quasi insuperabile. Poichè le ultime elezioni furono fatte sotto l'influenza del protezionismo più assoluto, per cui è dubbio che, colla miglior volontà, egli possa compiere il desiderio espressomi con vivacità dal suo collega, il signor Spuller, quello cioè di ristabilire la pace commerciale.Tuttavia l'ostilità contro l'Italia va scemando; il discorso di V. E. produsse molto effetto sugli uomini più oculati. Benchè la stampa che, in generale, agisce sotto l'influenza della speculazione, tenti di mantenere un'irritazione che serve di argomento alle sue polemiche, non pertanto le idee pacifiche tendono a prendere il sopravvento.Il presidente della Repubblica, cui feci questa mattina la mia visita di dovere, mi parlò in quel senso, ed espresse il pensiero che le Potenze europee, anzichè profondere tesori per divorarsi tra loro, dovrebbero unirsi per resistere all'avversario che dalla sponda occidentale dell'Atlantico sembra voler minacciare il commercio e l'industria europea.Ma l'ostilità francese era irreducibile, e l'iniziativa pacifica dell'on. Crispi non fu corrisposta.Crispi non nutrì tuttavia risentimento verso i ministri della Repubblica. Una piccola prova della serenità del suo spirito è data dalla seguente lettera:Sombernon (Côte d'or) le 13 mai 1890.Monsieur le Président du Conseil,J'ai l'honneur de vous offrir la sincère et respectueuse expression de mes sentiments de reconnaissance pour l'insigne faveur qui m'a été accordée sur la proposition de Votre Excellence, par sa Majesté le roi d'Italie, quand elle a daigné me conferer la grand-croix de son ordreroyal des Saints Maurice et Lazare dont son digne ministre à Paris, M. Resmann, m'a remis les insignes et le diplôme le six mai courant.Il m'a été particulièrement agréable de recevoir par l'intermédiaire de Votre Excellence cette marque de la haute estime de Sa Majesté, et je serai heureux si Votre Excellence voulait bien se charger d'être auprès du Roi l'organe et l'interprète de ma profonde gratitude.Je saisis cette occasion, monsieur le Président du Conseil, de vous assurer de la très haute considération avec laquelle j'ai l'honneur d'êtrede Votre Excellencele très humble et très obéissant serviteurE. SpullerDéputé au Parlement françaisancien ministre des affaires étrangères de la République.
Il suicidio dell'arciduca Rodolfo di Asburgo. — La Federazione balcanica e una iniziativa di Crispi. — L'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi. — Il pericolo di guerra con la Francia: missione del cardinale Hohenlohe presso Leone XIII; missione del deputato Cucchi presso il principe di Bismarck. — Italiani a Parigi. — L'abolizione delle tariffe differenziali e l'ostilità della Francia. — Giudizii di Spuller sulla stampa francese.
Il 1889 fu nella politica internazionale un anno di gravi preoccupazioni e di dolorosi avvenimenti.
Gl'incidenti di Firenze, di Massaua e di Tunisi avevano esasperato l'opinione pubblica in Francia, tantochè quel governo fu tentato di risolvere a suo vantaggio la contesa circa le scuole italiane in Tunisia con l'annessione della Reggenza, e, a un dato momento, la guerra parve imminente. L'alleanza franco-russa fortunatamente era ancorain fieri; chè anche in Russia l'irritazione era grande per la perduta influenza in Bulgaria e in Rumania. La triplice alleanza “costeggiata„ cautamente dall'Inghilterra, dette allora la misura della sua forza fronteggiando e risolvendo man mano tutte le difficoltà, mostrandosi concorde e decisa, ma tenendosi sempre sulla difensiva. Leggendo i documenti si ha la spiegazione dell'ansietà che dominò in quell'epoca nelle Cancellerie d'Europa, e si giustificano altresì le accuse che allora si movevano alla Francia e alla Russia di essere esse la causa di tutte le inquietudini e degli enormi armamenti.
L'amicizia e la reciproca fiducia del principe di Bismarck edell'on. Crispi si erano saldate al fuoco della lotta quotidiana. L'Italia era senza restrizioni per la Germania, convinta che la politica di questa sinceramente tendeva alla pace; la Germania, sicura dell'Italia, ne sosteneva dovunque il prestigio e gl'interessi, oltre la parola del trattato di alleanza. Dai brani delDiarioche precedono ciò risulta luminosamente.
A capo d'anno vi fu tra i due uomini di Stato questo scambio di augurii:
Friedrichsruh, 31/12/1888.Je prie V. E. vouloir bien agréer les vœux qu'avec ma femme je forme pour sa sante et pour son bonheur et de me conserver son amitié personnelle et les sympathies politiques qui nous uniront à l'avenir comme dans le passé.Bismarck.
Friedrichsruh, 31/12/1888.
Je prie V. E. vouloir bien agréer les vœux qu'avec ma femme je forme pour sa sante et pour son bonheur et de me conserver son amitié personnelle et les sympathies politiques qui nous uniront à l'avenir comme dans le passé.
Bismarck.
Roma, 1/1/1889.Je remercie Votre Altesse de m'avoir si aimablement devancé. Les vœux que Votre Altesse et Madame la Princesse de Bismarck veulent bien m'exprimer sont ceux que je forme de grand cœur à leur endroit. Mes sentiments personnels sont trop connus de Votre Altesse pour que j'aie à lui dire combien profondes et sincères sont mon amitié et mon admiration pour elle. Je souhaite que nos sympathies politiques soient également inaltérables, car de même que nous avons les amis communs, nos ennemis sont les vôtres.Crispi.
Roma, 1/1/1889.
Je remercie Votre Altesse de m'avoir si aimablement devancé. Les vœux que Votre Altesse et Madame la Princesse de Bismarck veulent bien m'exprimer sont ceux que je forme de grand cœur à leur endroit. Mes sentiments personnels sont trop connus de Votre Altesse pour que j'aie à lui dire combien profondes et sincères sont mon amitié et mon admiration pour elle. Je souhaite que nos sympathies politiques soient également inaltérables, car de même que nous avons les amis communs, nos ennemis sont les vôtres.
Crispi.
Alla fine di gennaio, la Casa imperiale d'Austria-Ungheria fu colpita da una grave sciagura, il suicidio del principe ereditario Rodolfo.
Su questi avvenimenti l'on. Crispi ebbe da fonte attendibile le informazioni che seguono: le quali pubblichiamo per contribuire a distruggere le varie leggende che vorrebbero gettare una peggior luce sull'infelice Arciduca:
«Vienna, 6 febbraio 1889.Il mattino di mercoledì 30 gennaio scorso, l'Arciduca fu trovato nel suo letto a Mayerling, ucciso da palla alle tempia. Giaceva sullo stesso letto vicino a lui il cadavere, parimente traforato da palla alla testa, della signorina Maria Wetchera, figlia della vedova Baronessa e del fu barone Wetchera, già Agente austro-ungarico in Egitto, giovanetta diciottenne assai nota nella società di Vienna per la sua avvenenza.Si tratterebbe quindi d'un doppio suicidio.L'autopsia del cadavere della ragazza avrebbe rivelato che non era intatta, ma che non era incinta, come era stato supposto.Sembra che l'Arciduca avesse visto per la prima volta la giovane Wetchera alle corse delDerbydi Vienna in primavera e fosse stato vivamente colpito dalla di lei bellezza. Non era mistero in Vienna che l'Arciduca non viveva in grande armonia colla consorte, arciduchessa Stefania, e che in realtà i due sposi da molto tempo non avevano più intimità. L'Arciduca non poteva più sopportare la convivenza colla moglie, e si assicurava perfino che avesse chiesto all'Imperatore di poter divorziare, per sposare la signorina Wetchera, e che ne avesse ricevuto, come ben si può supporre, un rifiuto accompagnato da rimproveri. La baronessa Wetchera madre, che non ignorava le attenzioni dell'Arciduca verso sua figlia, ma che si assicura avere ignorato fino a qual punto queste attenzioni fossero intime, aveva passato colla figlia qualche tempo a Londra, durante la stagione estiva, in giugno e in luglio; poi passò il resto dell'estate a Reichnau, non lungi da Vienna. L'intimità fra la giovane e l'Arciduca, favorita, dicesi, dalla compiacenza d'una signora, amica della casa Wetchera, e dal comprato silenzio della domesticità, avrebbe cominciato nello scorso ottobre e avrebbe continuato fino al momento della catastrofe. I luoghi di convegno sarebbero stati il Prater, il giardino ed il palazzo di Modena, appartenenti all'arciduca Francesco d'Austria-Este, la casa stessa della baronessa Wetchera, in di lei assenza, e la casa dell'arciduca a Mayerling. Questa casa, o meglio l'agglomerato di case di Mayerling, antico convento,poi residenza di campagna, era divenuto da qualche anno proprietà dell'Arciduca, che ne aveva fatto una residenza di caccia; ed è situato in una valle, fiancheggiata da boschi, che si dirama dalla Helenenthal, valle principale di Baden presso Vienna.Domenica 27 gennaio scorso, l'arciduca Rodolfo assistette insieme coll'Imperatore, con varii Arciduchi e Arciduchesse, e coll'arciduchessa Stefania, sua moglie, ad una serata presso il principe e la principessa di Reuss. A questa serata, a cui assisteva tutto il Corpo Diplomatico estero e tutta l'alta società di Vienna, c'era pure la baronessa Wetchera colla figlia. Parlai, io stesso, alla prima e stetti qualche tempo vicino alla seconda, non senza notare che i di lei occhi erano costantemente fissi sul Principe Imperiale. Mi si dice che questi le parlò. Io non lo vidi. Ma sembra certo che, sia di viva voce, durante quella serata, sia, come pure si dice, con un biglietto mandato l'indomani, la signorina avvertì il Principe che sarebbe andata a raggiungerlo a Mayerling.Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, l'Arciduca si recò a Mayerling e invitò a una partita di caccia, per l'indomani mattina, suo cognato il duca Filippo di Sassonia Coburgo ed il conte Hoyos, suo famigliare.La signorina Wetchera, nel pomeriggio dello stesso giorno di lunedì 28 gennaio, eludendo la sorveglianza della dama di compagnia che era entrata per qualche istante nel magazzino di Rodek al Kohlmarkt, si mise in un fiacchero e pervenne, la sera stessa, alla casa di caccia di Mayerling. La madre, inquieta di questa fuga, si sarebbe diretta, per avere notizie della figlia, alla polizia, che non seppe o non volle dargliene. Fatto è che la ragazza passò la notte del 28 al 29 gennaio coll'Arciduca e nella di lui camera. Il martedì mattina, 29 gennaio, l'Arciduca non prese parte alla caccia e fece dire al duca Filippo di Coburgo e al conte Hoyos che avessero a cacciare senza di lui. Dopo la caccia, nel pomeriggio, l'Arciduca, che avrebbe dovuto far ritorno a Vienna per assistere ad un pranzo di famiglia, pregò il duca Filippo di Coburgo, che doveva assistere allo stesso pranzo, di scusarlo presso l'Imperatore e l'Imperatrice, e telegrafò pure all'arciduchessa Stefania per iscusarsi, allegando una leggiera indisposizione.Il conte Hoyos rimase a Mayerling. La caccia doveva ricominciare di buon'ora il mattino seguente, mercoledì 30 gennaio.L'Arciduca passò ancora quella notte colla signorina Wetchera. Il fiaccheraio dell'Arciduca, Bratfisch, fu ammesso, dicesi a tarda sera, alla presenza dell'Arciduca e della giovane e cantò per divertirli.E qui si passò nelle prime ore del mattino del 30, la tragedia del doppio suicidio.La giovane parrebbe essere stata uccisa la prima di mano dell'Arciduca, in seguito a risoluzione presa da entrambi di morire insieme; ma è anche possibile che essa si sia uccisa di propria mano. Pare certo però che sia morta per la prima, perchè fu trovata ben composta nel letto colle mani incrociate. L'Arciduca invece pendeva dalla parte superiore del corpo un po' fuori del letto, col braccio penzoloni, e con spruzzi di sangue sul petto, gettati a quanto pare dalla ferita della giovane morta.Queste sono le supposizioni fondate sull'ispezione dei cadaveri. Non hanno tuttavia il carattere di certezza. Le circostanze immediate e concomitanti della doppia uccisione non ebbero testimoni. Per quale straordinaria eccitazione d'animo e di sensi, per quale reciproca esaltazione di spirito in delirio, o per quale follia dell'uno o dell'altra o d'entrambi, tale catastrofe sia accaduta, è un segreto che starà probabilmente sepolto nelle due tombe, nella modesta fossa di Heiligenkreuz e nell'arca della Chiesa dei Cappuccini di Vienna.Come la notizia sia stata portata a Vienna dal conte Hoyos, come sia stata inviata sul luogo una Commissione imperiale di cui facevano parte il prof. Wiederhofer, medico della Corte e il Cappellano della corte, e come il corpo del defunto Arciduca sia stato trasportato a Vienna nella notte dal 30 al 31 gennaio, fu raccontato, fin dai primi giorni, dalla stampa ufficiale viennese.Il cadavere della giovane, dopo fatta l'autopsia, fu sepolto colla maggior possibile secretezza, ma coll'assistenza della madre nel cimitero di Heiligenkreuz, vicino circa quattro chilometri a Mayerling.Come lugubre episodio del dramma, il cacciatore dell'Arciduca, confidente o per lo meno conscio di questiamori, si sarebbe pur egli suicidato. Il di lui corpo sarebbe stato seppellito a Baden; la circostanza avrebbe contribuito ad accreditare la versione, corsa nei primi momenti, che l'Arciduca fosse stato ucciso da un guarda-caccia o guarda-foreste.La lettera dell'Arciduca al sig. De Szögyeny, resa ora pubblica nella sua sostanza per mezzo dei giornali, nella quale è annunziato il proponimento del suicidio del Principe, è stata scritta nel mattino del 30 gennaio, e quindi immediatamente prima, forse pochi minuti prima del colpo. Ma rimane incerto, per ora almeno, se sia stata scritta prima delle due morti, ovvero nell'intervallo fra l'una e l'altra».
«Vienna, 6 febbraio 1889.
Il mattino di mercoledì 30 gennaio scorso, l'Arciduca fu trovato nel suo letto a Mayerling, ucciso da palla alle tempia. Giaceva sullo stesso letto vicino a lui il cadavere, parimente traforato da palla alla testa, della signorina Maria Wetchera, figlia della vedova Baronessa e del fu barone Wetchera, già Agente austro-ungarico in Egitto, giovanetta diciottenne assai nota nella società di Vienna per la sua avvenenza.
Si tratterebbe quindi d'un doppio suicidio.
L'autopsia del cadavere della ragazza avrebbe rivelato che non era intatta, ma che non era incinta, come era stato supposto.
Sembra che l'Arciduca avesse visto per la prima volta la giovane Wetchera alle corse delDerbydi Vienna in primavera e fosse stato vivamente colpito dalla di lei bellezza. Non era mistero in Vienna che l'Arciduca non viveva in grande armonia colla consorte, arciduchessa Stefania, e che in realtà i due sposi da molto tempo non avevano più intimità. L'Arciduca non poteva più sopportare la convivenza colla moglie, e si assicurava perfino che avesse chiesto all'Imperatore di poter divorziare, per sposare la signorina Wetchera, e che ne avesse ricevuto, come ben si può supporre, un rifiuto accompagnato da rimproveri. La baronessa Wetchera madre, che non ignorava le attenzioni dell'Arciduca verso sua figlia, ma che si assicura avere ignorato fino a qual punto queste attenzioni fossero intime, aveva passato colla figlia qualche tempo a Londra, durante la stagione estiva, in giugno e in luglio; poi passò il resto dell'estate a Reichnau, non lungi da Vienna. L'intimità fra la giovane e l'Arciduca, favorita, dicesi, dalla compiacenza d'una signora, amica della casa Wetchera, e dal comprato silenzio della domesticità, avrebbe cominciato nello scorso ottobre e avrebbe continuato fino al momento della catastrofe. I luoghi di convegno sarebbero stati il Prater, il giardino ed il palazzo di Modena, appartenenti all'arciduca Francesco d'Austria-Este, la casa stessa della baronessa Wetchera, in di lei assenza, e la casa dell'arciduca a Mayerling. Questa casa, o meglio l'agglomerato di case di Mayerling, antico convento,poi residenza di campagna, era divenuto da qualche anno proprietà dell'Arciduca, che ne aveva fatto una residenza di caccia; ed è situato in una valle, fiancheggiata da boschi, che si dirama dalla Helenenthal, valle principale di Baden presso Vienna.
Domenica 27 gennaio scorso, l'arciduca Rodolfo assistette insieme coll'Imperatore, con varii Arciduchi e Arciduchesse, e coll'arciduchessa Stefania, sua moglie, ad una serata presso il principe e la principessa di Reuss. A questa serata, a cui assisteva tutto il Corpo Diplomatico estero e tutta l'alta società di Vienna, c'era pure la baronessa Wetchera colla figlia. Parlai, io stesso, alla prima e stetti qualche tempo vicino alla seconda, non senza notare che i di lei occhi erano costantemente fissi sul Principe Imperiale. Mi si dice che questi le parlò. Io non lo vidi. Ma sembra certo che, sia di viva voce, durante quella serata, sia, come pure si dice, con un biglietto mandato l'indomani, la signorina avvertì il Principe che sarebbe andata a raggiungerlo a Mayerling.
Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, l'Arciduca si recò a Mayerling e invitò a una partita di caccia, per l'indomani mattina, suo cognato il duca Filippo di Sassonia Coburgo ed il conte Hoyos, suo famigliare.
La signorina Wetchera, nel pomeriggio dello stesso giorno di lunedì 28 gennaio, eludendo la sorveglianza della dama di compagnia che era entrata per qualche istante nel magazzino di Rodek al Kohlmarkt, si mise in un fiacchero e pervenne, la sera stessa, alla casa di caccia di Mayerling. La madre, inquieta di questa fuga, si sarebbe diretta, per avere notizie della figlia, alla polizia, che non seppe o non volle dargliene. Fatto è che la ragazza passò la notte del 28 al 29 gennaio coll'Arciduca e nella di lui camera. Il martedì mattina, 29 gennaio, l'Arciduca non prese parte alla caccia e fece dire al duca Filippo di Coburgo e al conte Hoyos che avessero a cacciare senza di lui. Dopo la caccia, nel pomeriggio, l'Arciduca, che avrebbe dovuto far ritorno a Vienna per assistere ad un pranzo di famiglia, pregò il duca Filippo di Coburgo, che doveva assistere allo stesso pranzo, di scusarlo presso l'Imperatore e l'Imperatrice, e telegrafò pure all'arciduchessa Stefania per iscusarsi, allegando una leggiera indisposizione.
Il conte Hoyos rimase a Mayerling. La caccia doveva ricominciare di buon'ora il mattino seguente, mercoledì 30 gennaio.
L'Arciduca passò ancora quella notte colla signorina Wetchera. Il fiaccheraio dell'Arciduca, Bratfisch, fu ammesso, dicesi a tarda sera, alla presenza dell'Arciduca e della giovane e cantò per divertirli.
E qui si passò nelle prime ore del mattino del 30, la tragedia del doppio suicidio.
La giovane parrebbe essere stata uccisa la prima di mano dell'Arciduca, in seguito a risoluzione presa da entrambi di morire insieme; ma è anche possibile che essa si sia uccisa di propria mano. Pare certo però che sia morta per la prima, perchè fu trovata ben composta nel letto colle mani incrociate. L'Arciduca invece pendeva dalla parte superiore del corpo un po' fuori del letto, col braccio penzoloni, e con spruzzi di sangue sul petto, gettati a quanto pare dalla ferita della giovane morta.
Queste sono le supposizioni fondate sull'ispezione dei cadaveri. Non hanno tuttavia il carattere di certezza. Le circostanze immediate e concomitanti della doppia uccisione non ebbero testimoni. Per quale straordinaria eccitazione d'animo e di sensi, per quale reciproca esaltazione di spirito in delirio, o per quale follia dell'uno o dell'altra o d'entrambi, tale catastrofe sia accaduta, è un segreto che starà probabilmente sepolto nelle due tombe, nella modesta fossa di Heiligenkreuz e nell'arca della Chiesa dei Cappuccini di Vienna.
Come la notizia sia stata portata a Vienna dal conte Hoyos, come sia stata inviata sul luogo una Commissione imperiale di cui facevano parte il prof. Wiederhofer, medico della Corte e il Cappellano della corte, e come il corpo del defunto Arciduca sia stato trasportato a Vienna nella notte dal 30 al 31 gennaio, fu raccontato, fin dai primi giorni, dalla stampa ufficiale viennese.
Il cadavere della giovane, dopo fatta l'autopsia, fu sepolto colla maggior possibile secretezza, ma coll'assistenza della madre nel cimitero di Heiligenkreuz, vicino circa quattro chilometri a Mayerling.
Come lugubre episodio del dramma, il cacciatore dell'Arciduca, confidente o per lo meno conscio di questiamori, si sarebbe pur egli suicidato. Il di lui corpo sarebbe stato seppellito a Baden; la circostanza avrebbe contribuito ad accreditare la versione, corsa nei primi momenti, che l'Arciduca fosse stato ucciso da un guarda-caccia o guarda-foreste.
La lettera dell'Arciduca al sig. De Szögyeny, resa ora pubblica nella sua sostanza per mezzo dei giornali, nella quale è annunziato il proponimento del suicidio del Principe, è stata scritta nel mattino del 30 gennaio, e quindi immediatamente prima, forse pochi minuti prima del colpo. Ma rimane incerto, per ora almeno, se sia stata scritta prima delle due morti, ovvero nell'intervallo fra l'una e l'altra».
«Vienna, 14 febbraio 1889.Aggiungo alcuni nuovi particolari, appresi da fonte autorevole, intorno alla morte dell'arciduca Rodolfo. Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, la giovane Maria Vetsera (così deve essere scritto questo nome), uscì di casa in compagnia della contessa Maria Larich, natavon Wallersee(figlia di S. A. R. il duca Lodovico di Baviera). Nella via del Kohlmarkt, la contessa Larisch entrò nel magazzino dei fratelli Rodeck. Maria Vetsera colse questo momento per fuggire, e si recò, come narrai precedentemente, a Mayerling, dove l'Arciduca si era recato nello stesso giorno. La ragazza portò con sè il revolver, col quale fu poi compiuto il doppio suicidio. La madre, baronessa Vetsera nata Baltazzi, avvertita della disparizione della figlia e presumendo dove essa doveva trovarsi, si recò nella stessa sera presso il direttore di polizia, barone Francesco von Krauss, e l'indomani presso il Ministro dell'Interno, che l'avrebbe rassicurata, dicendole che l'Arciduca doveva venire il giorno stesso a pranzo dall'Imperatore, che gli avrebbe parlato in proposito e che intanto non conveniva fare scandali. Il 30, nel mattino, la madre vieppiù inquieta si recò alla Burg e chiese dell'Imperatrice. Sua Maestà che aveva di già appresa la notizia della doppia morte, volle dare ella stessa alla baronessa Vetsera la dolorosa notizia, e appena questa introdotta in di Lei presenza, le disse piangendo: «I nostri poveri figli sono morti».Nessuno sa, è bene ripeterlo, come la catastrofe siaaccaduta. Ma è certo che il revolver fu portato dalla ragazza e che questa morì per la prima. Si deve supporre, che essa, o in seguito ad un rifiuto dell'Arciduca, d'accondiscendere ad una proposta di fuga e di vita comune, o per disperazione in previsione d'un abbandono più o meno prossimo, o per sovreccitazione d'uno spirito dominato da prepotente passione, si tirò alle tempia il colpo di revolver che l'uccise. Se questa ipotesi che sembra probabile è vera, si spiega facilmente come l'Arciduca, che non aveva con sè nessun revolver, che pareva lieto, che aveva fatto inviti a caccia per quel giorno e per l'indomani, che s'era divertito nella prima parte della notte a sentire cantare il fiaccheraio Bratfisch, trovandosi, ad un tratto, in presenza del cadavere d'una ragazza di buona famiglia, che s'era uccisa per amor suo e nel suo letto, e prevedendo le conseguenze d'una tale catastrofe per la sua fama, per il suo avvenire e per l'onore della sua Casa, sia stato condotto al proposito d'uccidersi anch'esso. Sembra che un certo tempo sia difatti trascorso fra la morte della ragazza e quella dell'Arciduca. Nel frattempo questi avrebbe scritto le lettere da lui lasciate e segnatamente quella al sig. de Szögyeny.L'ipotesi che l'Arciduca e la ragazza si siano uccisi per accordo deliberato insieme non sembra ammissibile.L'Arciduca aveva notoriamente altre relazioni simultanee, il che escluderebbe in lui l'esistenza d'una passione prepotente e furiosa. È più verosimile che l'Arciduca abbia considerato le sue relazioni colla giovane Vetsera nello stesso modo che quelle che aveva avuto e aveva con altre donne, e che abbia preso l'amore di questa ragazza per lui con eguale leggerezza o indifferenza. Invece si sarebbe a un tratto trovato in presenza d'una passione violenta che l'avrebbe spaventato o annojato, e alla quale avrebbe voluto sottrarsi. Il convegno di Mayerling, se pure vi fu convegno e non sorpresa, sarebbe stato non chiesto, ma subìto dall'Arciduca; e la ragazza vi si sarebbe recata, munita di revolver da lei procuratosi in Vienna, come fu accertato, colla determinazione di uccidersi se avesse avuto la certezza di un prossimo abbandono. Questa, ripeto, è pura ipotesi, ma fra tutte quelle imaginate finora è la più fondata.Contrariamente a quanto fu narrato in sulle prime, la madre, baronessa Vetsera, non fu lasciata andare a Mayerling. Ci andarono invece, avvertiti appositamente dalla polizia, un fratello di lei, sig. Baltazzi e suo cognato barone di Stockau, e ciò nella sera del 30. Nel pomeriggio di quel giorno la Commissione Imperiale recatasi a Mayerling fece trasportare il cadavere della ragazza, avvolto in un lenzuolo, in una camera vicina, che fu chiusa e sigillata. Poi fu fatta la ricognizione del cadavere dell'Arciduca e questo fu trasportato nella notte a Vienna. In quella medesima notte il sig. Baltazzi e il barone di Stockau furono autorizzati a portare con sè il cadavere della propria nipote, ma secretamente, nella propria carrozza. Essi difatti trasportarono il cadavere fino al Convento di Heiligenkreuz, dove, chiuso in una cassa, fu provvisoriamente seppellito nel cimitero. La madre ebbe poi il permesso di far trasportare, quando vorrà, in altro luogo, la cassa, che intanto sta nel cimitero di Heiligenkreuz.»
«Vienna, 14 febbraio 1889.
Aggiungo alcuni nuovi particolari, appresi da fonte autorevole, intorno alla morte dell'arciduca Rodolfo. Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, la giovane Maria Vetsera (così deve essere scritto questo nome), uscì di casa in compagnia della contessa Maria Larich, natavon Wallersee(figlia di S. A. R. il duca Lodovico di Baviera). Nella via del Kohlmarkt, la contessa Larisch entrò nel magazzino dei fratelli Rodeck. Maria Vetsera colse questo momento per fuggire, e si recò, come narrai precedentemente, a Mayerling, dove l'Arciduca si era recato nello stesso giorno. La ragazza portò con sè il revolver, col quale fu poi compiuto il doppio suicidio. La madre, baronessa Vetsera nata Baltazzi, avvertita della disparizione della figlia e presumendo dove essa doveva trovarsi, si recò nella stessa sera presso il direttore di polizia, barone Francesco von Krauss, e l'indomani presso il Ministro dell'Interno, che l'avrebbe rassicurata, dicendole che l'Arciduca doveva venire il giorno stesso a pranzo dall'Imperatore, che gli avrebbe parlato in proposito e che intanto non conveniva fare scandali. Il 30, nel mattino, la madre vieppiù inquieta si recò alla Burg e chiese dell'Imperatrice. Sua Maestà che aveva di già appresa la notizia della doppia morte, volle dare ella stessa alla baronessa Vetsera la dolorosa notizia, e appena questa introdotta in di Lei presenza, le disse piangendo: «I nostri poveri figli sono morti».
Nessuno sa, è bene ripeterlo, come la catastrofe siaaccaduta. Ma è certo che il revolver fu portato dalla ragazza e che questa morì per la prima. Si deve supporre, che essa, o in seguito ad un rifiuto dell'Arciduca, d'accondiscendere ad una proposta di fuga e di vita comune, o per disperazione in previsione d'un abbandono più o meno prossimo, o per sovreccitazione d'uno spirito dominato da prepotente passione, si tirò alle tempia il colpo di revolver che l'uccise. Se questa ipotesi che sembra probabile è vera, si spiega facilmente come l'Arciduca, che non aveva con sè nessun revolver, che pareva lieto, che aveva fatto inviti a caccia per quel giorno e per l'indomani, che s'era divertito nella prima parte della notte a sentire cantare il fiaccheraio Bratfisch, trovandosi, ad un tratto, in presenza del cadavere d'una ragazza di buona famiglia, che s'era uccisa per amor suo e nel suo letto, e prevedendo le conseguenze d'una tale catastrofe per la sua fama, per il suo avvenire e per l'onore della sua Casa, sia stato condotto al proposito d'uccidersi anch'esso. Sembra che un certo tempo sia difatti trascorso fra la morte della ragazza e quella dell'Arciduca. Nel frattempo questi avrebbe scritto le lettere da lui lasciate e segnatamente quella al sig. de Szögyeny.
L'ipotesi che l'Arciduca e la ragazza si siano uccisi per accordo deliberato insieme non sembra ammissibile.
L'Arciduca aveva notoriamente altre relazioni simultanee, il che escluderebbe in lui l'esistenza d'una passione prepotente e furiosa. È più verosimile che l'Arciduca abbia considerato le sue relazioni colla giovane Vetsera nello stesso modo che quelle che aveva avuto e aveva con altre donne, e che abbia preso l'amore di questa ragazza per lui con eguale leggerezza o indifferenza. Invece si sarebbe a un tratto trovato in presenza d'una passione violenta che l'avrebbe spaventato o annojato, e alla quale avrebbe voluto sottrarsi. Il convegno di Mayerling, se pure vi fu convegno e non sorpresa, sarebbe stato non chiesto, ma subìto dall'Arciduca; e la ragazza vi si sarebbe recata, munita di revolver da lei procuratosi in Vienna, come fu accertato, colla determinazione di uccidersi se avesse avuto la certezza di un prossimo abbandono. Questa, ripeto, è pura ipotesi, ma fra tutte quelle imaginate finora è la più fondata.
Contrariamente a quanto fu narrato in sulle prime, la madre, baronessa Vetsera, non fu lasciata andare a Mayerling. Ci andarono invece, avvertiti appositamente dalla polizia, un fratello di lei, sig. Baltazzi e suo cognato barone di Stockau, e ciò nella sera del 30. Nel pomeriggio di quel giorno la Commissione Imperiale recatasi a Mayerling fece trasportare il cadavere della ragazza, avvolto in un lenzuolo, in una camera vicina, che fu chiusa e sigillata. Poi fu fatta la ricognizione del cadavere dell'Arciduca e questo fu trasportato nella notte a Vienna. In quella medesima notte il sig. Baltazzi e il barone di Stockau furono autorizzati a portare con sè il cadavere della propria nipote, ma secretamente, nella propria carrozza. Essi difatti trasportarono il cadavere fino al Convento di Heiligenkreuz, dove, chiuso in una cassa, fu provvisoriamente seppellito nel cimitero. La madre ebbe poi il permesso di far trasportare, quando vorrà, in altro luogo, la cassa, che intanto sta nel cimitero di Heiligenkreuz.»
L'idea di cercare la soluzione della questione d'Oriente in una Federazione dei gruppi nazionali della penisola balcanica è antica.
L'on. Crispi, il quale da lungo tempo l'apprezzava, anche in omaggio al principio di nazionalità che aveva trionfato nel Risorgimento italiano, prese l'iniziativa di tradurla in atto. Ne parlò dapprima a Bismarck e a Kálnoky; e l'intento immediato essendo quello di opporre una diga all'invadenza della Russia, e di rafforzare la Triplice in Oriente, ebbe i due Cancellieri consenzienti.
In aprile 1889, Crispi propose, come avviamento alla Federazione, una lega militare tra Rumenia, Bulgaria e Serbia. Ed ecco in quali circostanze.
Il Re Carlo e i liberali rumeni, offesi per l'ingratitudine con la quale la Russia, annettendosi la Bessarabia, aveva compensato il valido concorso dell'esercito rumeno nella guerra del 1877, ostacolavano l'influenza russa nel loro paese, e costruivano fortificazioni lungo il Seret per precludere ai russi la miglior via d'invasione nei Balcani.
Il ministro rumeno a Pietroburgo presentando, nei primi di aprile di quell'anno, le sue credenziali allo Czar, questi gli disseche “la Rumania non comprendeva affatto i propri interessi„; e si espresse in termini vivi “contro la dinastia colà regnante di principi stranieri„. E anche il ministro degli Affari esteri, Giers, parlando in quei giorni coll'ambasciatore d'Italia, Marocchetti, deplorò “i continui errori della politica rumena„ e osservò che “l'attuale dinastia non essendo ortodossa, non corrisponde ai veri interessi del paese„.
Andato al potere, per le esigenze della situazione parlamentare rumena il partito conservatore, amico della Russia, il signor Lascar Catargi che lo presiedeva fece le seguenti dichiarazioni:
“La politica estera che il signor Carp voleva seguire è talmente antinazionale, che se egli osasse confessarla non potrebbe probabilmente continuare a vivere in questo paese.
Il Ministero Rossetti-Carp, al pari del Governo di Bratiano, è stato un governo personale del Re. — È dovere del Parlamento accusare qualsiasi governo personale, e se il paese vuole che il Re non possa più fare una politica personale, deve esso abbattere tutti i governi di questo genere.Non aggiustate il manico alla falce.„
L'irriverenza di siffatto linguaggio e l'esplicito biasimo inflitto alla politica estera inaugurata dal Bratiano ed accettata dal Carp, indisposero tutta la stampa liberale. Anche l'Inghilterra se ne preoccupò e lord Salisbury si affrettò a far pratiche attive per incoraggiare il re Carlo a non lasciarsi sopraffare dalla Russia.
L'on. Crispi, il 15 aprile, telegrafava agli ambasciatori italiani a Vienna e a Berlino.
«Dalle nostre informazioni risulta che il linguaggio tenuto dal sig. Catargi in Parlamento sarebbe assai poco rassicurante in quanto che costituirebbe una vera requisitoria contro la politica estera del Gabinetto caduto e sarebbe irriverente per il Re che accusa di avere voluto avere un governo personale. Questo contegno del primo Ministro rivela una situazione grave sulla quale crederei superfluo richiamare l'attenzione di codesto Governo se non mi sembrasse opportuno ed urgente stabilire una comune linea d'azione in vista di possibili rivolgimenti in Rumania.Voglia esprimere la mia preoccupazione e riferire.»
«Dalle nostre informazioni risulta che il linguaggio tenuto dal sig. Catargi in Parlamento sarebbe assai poco rassicurante in quanto che costituirebbe una vera requisitoria contro la politica estera del Gabinetto caduto e sarebbe irriverente per il Re che accusa di avere voluto avere un governo personale. Questo contegno del primo Ministro rivela una situazione grave sulla quale crederei superfluo richiamare l'attenzione di codesto Governo se non mi sembrasse opportuno ed urgente stabilire una comune linea d'azione in vista di possibili rivolgimenti in Rumania.
Voglia esprimere la mia preoccupazione e riferire.»
Il 18 aprile Crispi telegrafava all'Ambasciatore a Berlino:
Apprendo da Pietroburgo che il Governo russo togliendo pretesto dalla espulsione di alcuni sudditi russi dalla Rumania, ha ordinato al suo Ministro a Bukarest di chiedere:1.) Inchiesta severa;2.) Punizione dei funzionari che hanno espulso;3.) Indennità pecuniaria.È chiaro che tali domande conducono ad una di queste due conseguenze: o far cedere il Governo rumeno in una questione d'ordine interno e di polizia, nella quale è solo giudice competente; o se il Governo non cede, far seguire le accennate intimazioni da una azione che comprometta l'autonomia rumena.Ho messo in avviso i Gabinetti di Vienna e di Londra. Credo opportuno far notare anche a Berlino che una guerra in Oriente potendo avere eco sul Reno, sarebbe bene che codesto Gabinetto s'interessasse attivamente di quanto avviene in Rumania.
Apprendo da Pietroburgo che il Governo russo togliendo pretesto dalla espulsione di alcuni sudditi russi dalla Rumania, ha ordinato al suo Ministro a Bukarest di chiedere:
È chiaro che tali domande conducono ad una di queste due conseguenze: o far cedere il Governo rumeno in una questione d'ordine interno e di polizia, nella quale è solo giudice competente; o se il Governo non cede, far seguire le accennate intimazioni da una azione che comprometta l'autonomia rumena.
Ho messo in avviso i Gabinetti di Vienna e di Londra. Credo opportuno far notare anche a Berlino che una guerra in Oriente potendo avere eco sul Reno, sarebbe bene che codesto Gabinetto s'interessasse attivamente di quanto avviene in Rumania.
Da Berlino fu risposto che il Governo germanico divideva gli apprezzamenti di Crispi, ma che non avendo la Germania interessi vitali in Rumania, spettava più specialmente all'Austria di vigilare verso i paesi danubiani. Il conte di Bismarck opinava che per ristabilire una comune linea di azione in vista di eventuali rivolgimenti in Rumania, sarebbe stato bene che Crispi si rivolgesse all'Austria e all'Inghilterra “spiegando i motivi della sua provvida iniziativa„.
Il conte Kálnoky, invece, rispose di essere preoccupato della situazione, ma che credeva il ministero rumeno poco vitale e la Russia aliena dalla guerra; una intesa sarebbe stata allora prematura.
Il 20 aprile Crispi spediva i seguenti telegrammi:
R. Ambasciata Italiana,Vienna.(Riservatissimo). — Mi asterrò dall'apprezzare le opinioni del conte Kálnoky riassunte nel suo telegramma di ieri. La situazione a noi pare più seria che a codesto Governo, e sebbene esso sia più direttamente interessatodi noi nella questione, sento il dovere di considerare certe possibilità, forse probabili eventualità. Non insista per un'intesa poichè il conte Kálnoky non crede giunto il momento, ma mostri la convenienza di promuovere fra la Serbia, la Rumania e la Bulgaria, in previsione di una guerra, un patto militare federale affinchè, scoppiando le ostilità, le loro forze dipendano da un solo capo e procedano con un piano unico. Ho motivo di credere che questo concetto sorriderebbe a Cristic e che il re Carlo non sarebbe contrario ad unirsi agli altri Stati Balcanici, egli che tempo fa manifestava l'intenzione di stringere accordi doganali con la Bulgaria. Qualora il conte Kálnoky convenisse nell'idea, si combinerebbe il modo per procedere d'accordo verso i Governi interessati.
R. Ambasciata Italiana,Vienna.
(Riservatissimo). — Mi asterrò dall'apprezzare le opinioni del conte Kálnoky riassunte nel suo telegramma di ieri. La situazione a noi pare più seria che a codesto Governo, e sebbene esso sia più direttamente interessatodi noi nella questione, sento il dovere di considerare certe possibilità, forse probabili eventualità. Non insista per un'intesa poichè il conte Kálnoky non crede giunto il momento, ma mostri la convenienza di promuovere fra la Serbia, la Rumania e la Bulgaria, in previsione di una guerra, un patto militare federale affinchè, scoppiando le ostilità, le loro forze dipendano da un solo capo e procedano con un piano unico. Ho motivo di credere che questo concetto sorriderebbe a Cristic e che il re Carlo non sarebbe contrario ad unirsi agli altri Stati Balcanici, egli che tempo fa manifestava l'intenzione di stringere accordi doganali con la Bulgaria. Qualora il conte Kálnoky convenisse nell'idea, si combinerebbe il modo per procedere d'accordo verso i Governi interessati.
R. Legazione Italiana,Belgrado.Agenzia Italiana,Sofia.(Riservatissimo). — Desidero sapere se il concetto di una federazione militare, che in caso di guerra nella Penisola balcanica porrebbe gli eserciti Serbo, Bulgaro e Rumeno sotto un unico capo e ne collegherebbe i movimenti con un unico piano, troverebbe favorevole accoglienza presso codesto Governo. Metta avanti l'idea con somma prudenza, facendone vedere i vantaggi, senza alcuna proposta. Tastato così il terreno, riferisca.
R. Legazione Italiana,Belgrado.
Agenzia Italiana,Sofia.
(Riservatissimo). — Desidero sapere se il concetto di una federazione militare, che in caso di guerra nella Penisola balcanica porrebbe gli eserciti Serbo, Bulgaro e Rumeno sotto un unico capo e ne collegherebbe i movimenti con un unico piano, troverebbe favorevole accoglienza presso codesto Governo. Metta avanti l'idea con somma prudenza, facendone vedere i vantaggi, senza alcuna proposta. Tastato così il terreno, riferisca.
Ma la proposta non incontrò il gradimento di Kálnoky.
«Riferii a Kálnoky — telegrafava l'ambasciatore Nigra il 23 aprile — la opinione di Vostra Eccellenza su di un patto militare tra gli Stati Balcanici. Kálnoky mi ha risposto che non domanderebbe di meglio, ma crede: 1.) che la cosa non ha ora alcuna probabilità; 2.) che non avrebbe probabilità se non nel caso di necessità e quando gli eventi fossero prossimi. Ciò è ovvio; 3.) che lo Czar non ha nessuna intenzione di guerra e che le Potenze alleate non devono fornirgli alcun pretesto per cambiare attitudine, provocando una lega militare nei Balcani.»
«Riferii a Kálnoky — telegrafava l'ambasciatore Nigra il 23 aprile — la opinione di Vostra Eccellenza su di un patto militare tra gli Stati Balcanici. Kálnoky mi ha risposto che non domanderebbe di meglio, ma crede: 1.) che la cosa non ha ora alcuna probabilità; 2.) che non avrebbe probabilità se non nel caso di necessità e quando gli eventi fossero prossimi. Ciò è ovvio; 3.) che lo Czar non ha nessuna intenzione di guerra e che le Potenze alleate non devono fornirgli alcun pretesto per cambiare attitudine, provocando una lega militare nei Balcani.»
Alle quali argomentazioni rispondeva l'on. Crispi:
Per quanto riguarda una federazione balcanica sono d'avviso che bisogna prepararla in tempo di calma e non quando gli avvenimenti siano per precipitare. Ho ragione di pensare che l'idea di simile confederazione non sia mal veduta a Berlino, e son certo che a Belgrado si sia molto propensi ad attuarla. Proponendo un accordo a questo riguardo tra le Potenze alleate, non dicevo che esso dovesse esplicarsi in modo violento e subitaneo, bensì con la necessaria prudenza, affinchè non sorgessero sospetti atti ad ottenere un effetto contrario a quello cui mirerebbe l'accordo. Comunque sia non turberò la calma del conte Kálnoky, nella speranza che le Potenze non abbiano a pentirsi dell'indugio.
Per quanto riguarda una federazione balcanica sono d'avviso che bisogna prepararla in tempo di calma e non quando gli avvenimenti siano per precipitare. Ho ragione di pensare che l'idea di simile confederazione non sia mal veduta a Berlino, e son certo che a Belgrado si sia molto propensi ad attuarla. Proponendo un accordo a questo riguardo tra le Potenze alleate, non dicevo che esso dovesse esplicarsi in modo violento e subitaneo, bensì con la necessaria prudenza, affinchè non sorgessero sospetti atti ad ottenere un effetto contrario a quello cui mirerebbe l'accordo. Comunque sia non turberò la calma del conte Kálnoky, nella speranza che le Potenze non abbiano a pentirsi dell'indugio.
E il 25 aprile, in seguito a nuove notizie allarmanti circa le intenzioni del governo russo verso la Rumania, soggiungeva:
Quest'ultimo concetto di federazione militare balcanica non può e non deve, naturalmente, attuarsi che per via di consigli, acciocchè paia spontaneamente voluta dai tre governi, non da altri suggerita, molto meno imposta. Nè credo si debba attendere l'ultimo momento per procurare quell'accordo. Ove la guerra scoppi non è più luogo a federazione, ma ad alleanze, e queste si stringono secondo l'interesse del momento. Non divido gli apprezzamenti ottimisti del conte Kálnoky, al quale auguro, come a noi pure, che la Russia si conduca con calma nella questione che pare voler suscitare in Rumania.
Quest'ultimo concetto di federazione militare balcanica non può e non deve, naturalmente, attuarsi che per via di consigli, acciocchè paia spontaneamente voluta dai tre governi, non da altri suggerita, molto meno imposta. Nè credo si debba attendere l'ultimo momento per procurare quell'accordo. Ove la guerra scoppi non è più luogo a federazione, ma ad alleanze, e queste si stringono secondo l'interesse del momento. Non divido gli apprezzamenti ottimisti del conte Kálnoky, al quale auguro, come a noi pure, che la Russia si conduca con calma nella questione che pare voler suscitare in Rumania.
Nella tornata del 3 maggio della Camera dei deputati l'onorevole Crispi, interpellato e biasimato da alcuni deputati dell'Estrema sinistra per un congedo accordato all'Ambasciatore d'Italia presso il governo francese alla vigilia dell'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi, rispose:[27]
«Il governo della Repubblica francese per la solennità del centenario del 5 maggio e per l'inaugurazione dell'Esposizione universale, non invitò il corpo diplomatico:quindi da parte nostra non ci potevano essere rifiuti.(Si ride a destra. — Rumori all'estrema sinistra).Il congedo dell'onorevole generale Menabrea non fu nè imposto, nè consigliato da me. Sin dal 3 aprile, il nostro Ambasciatore chiese al Ministro degli esteri di permettergli di venire in Italia, e il permesso subito gli fu concesso.(Interruzioni all'estrema sinistra).Presidente.— Non interrompano, onorevoli colleghi, li prego!Crispi,presidente del Consiglio. — Ciò posto cadono tutti i ragionamenti politici, tutte le narrazioni dei nostri onorevoli colleghi dell'estrema sinistra; e potrei qui terminare.Io non ho nulla a cangiare alle cose dette il 25 giugno 1887 quando risposi all'onorevole deputato Cavallotti.Non ho da difendermi dalle accuse di debolezza o di mancanza a doveri internazionali, poichè questi non sono in questione; non ho neanche bisogno di dire alla Camera come intenda governare il paese, imperocchè essa, dopo due anni da che sono al potere, ha potuto sapere e sa come mi conduco all'interno, come mi sono condotto o mi conduco all'estero.Duolmi soltanto che il deputato Ferrari, dopo aver combattuto i vivi, abbia ricordata la tomba di un principe, la quale è circondata dalla pietosa simpatia di tutto il mondo.(Benissimo! Bravo!)Lasciamo, signori, l'oratoria e le frasi grosse e grasse!(Ilarità).Giudichiamo il mondo quale è; non è necessario che si facciano professioni di fede: siamo tutti figli della rivoluzione; e qual maggiore rivoluzione, o signori, di quella per cui noi siamo qui?(Benissimo!)Ogni paese ha le sue date illustri, ed i nostri colleghi ricordando quella del 5 maggio 1789, credo non abbiano ricordata la migliore della rivoluzione francese.Avrei capito che avessero ricordata la notte dal 4 al 5 agosto 1789, quando furono aboliti i privilegi, e fu fatta la celebre dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Del resto, noi abbiamo qualche data migliore, quella del 20 settembre 1870(Bene a destra e al centro)la quale, abolendo l'ultimo avanzo del feudalismo politico, dette ai popoli completa ed intera la libertà di coscienza.(Scoppio di applausi da tutte le parti della Camera.)Noi non abbiamo mai domandato agli altri che questa data festeggiassero, perchè ogni paese festeggia le sue, e non so perchè si abbia tanta fretta, tanta sollecitudine, tanto desiderio di festeggiare le date celebri delle altre nazioni, quando abbiamo le nostre che sono così gloriose.(Bravo! — Applausi prolungati)».
«Il governo della Repubblica francese per la solennità del centenario del 5 maggio e per l'inaugurazione dell'Esposizione universale, non invitò il corpo diplomatico:quindi da parte nostra non ci potevano essere rifiuti.(Si ride a destra. — Rumori all'estrema sinistra).
Il congedo dell'onorevole generale Menabrea non fu nè imposto, nè consigliato da me. Sin dal 3 aprile, il nostro Ambasciatore chiese al Ministro degli esteri di permettergli di venire in Italia, e il permesso subito gli fu concesso.(Interruzioni all'estrema sinistra).
Presidente.— Non interrompano, onorevoli colleghi, li prego!
Crispi,presidente del Consiglio. — Ciò posto cadono tutti i ragionamenti politici, tutte le narrazioni dei nostri onorevoli colleghi dell'estrema sinistra; e potrei qui terminare.
Io non ho nulla a cangiare alle cose dette il 25 giugno 1887 quando risposi all'onorevole deputato Cavallotti.
Non ho da difendermi dalle accuse di debolezza o di mancanza a doveri internazionali, poichè questi non sono in questione; non ho neanche bisogno di dire alla Camera come intenda governare il paese, imperocchè essa, dopo due anni da che sono al potere, ha potuto sapere e sa come mi conduco all'interno, come mi sono condotto o mi conduco all'estero.
Duolmi soltanto che il deputato Ferrari, dopo aver combattuto i vivi, abbia ricordata la tomba di un principe, la quale è circondata dalla pietosa simpatia di tutto il mondo.(Benissimo! Bravo!)
Lasciamo, signori, l'oratoria e le frasi grosse e grasse!(Ilarità).Giudichiamo il mondo quale è; non è necessario che si facciano professioni di fede: siamo tutti figli della rivoluzione; e qual maggiore rivoluzione, o signori, di quella per cui noi siamo qui?(Benissimo!)
Ogni paese ha le sue date illustri, ed i nostri colleghi ricordando quella del 5 maggio 1789, credo non abbiano ricordata la migliore della rivoluzione francese.
Avrei capito che avessero ricordata la notte dal 4 al 5 agosto 1789, quando furono aboliti i privilegi, e fu fatta la celebre dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Del resto, noi abbiamo qualche data migliore, quella del 20 settembre 1870(Bene a destra e al centro)la quale, abolendo l'ultimo avanzo del feudalismo politico, dette ai popoli completa ed intera la libertà di coscienza.(Scoppio di applausi da tutte le parti della Camera.)
Noi non abbiamo mai domandato agli altri che questa data festeggiassero, perchè ogni paese festeggia le sue, e non so perchè si abbia tanta fretta, tanta sollecitudine, tanto desiderio di festeggiare le date celebri delle altre nazioni, quando abbiamo le nostre che sono così gloriose.(Bravo! — Applausi prolungati)».
Realmente, l'ambasciatore Menabrea aveva chiesto il congedo con una lettera del 3 aprile che cominciava con queste parole: “Avvicinandosi le feste Pasquali, mi rivolgo alla cortesia di V. E. col pregarla di darmi l'autorizzazione di recarmi per quell'epoca in Roma, come son solito a farlo ogni anno, per conferire con l'E. V. sulle cose che interessano i rapporti dell'Italia colla Francia.„
L'on. Crispi non aveva motivo di negare il congedo, poichè sapeva che tutti gli ambasciatori accreditati presso il governo francese avevano ordine dai rispettivi governi di non intervenire alla inaugurazione dell'Esposizione e si disponevano ad assentarsi da Parigi. Quello che in Italia parve un gesto ostile di Crispi verso la Francia, era una decisione di tutta l'Europa monarchica, compresa la Russia.
Il 20 aprile fu tenuta una riunione degli ambasciatori presenti, a Parigi. L'Incaricato d'Affari Ressman, il quale rappresentava il Menabrea assente, informava l'on. Crispi che qualcuno degli intervenuti negava anche di far intervenire alla cerimonia gl'Incaricati d'Affari; però tale intervento poi fu deciso, ma ufficioso soltanto, così che gli Incaricati non dovevano indossare uniforme, nè seguire il Presidente della Repubblica nel giro d'inaugurazione. “Prevedendo — scriveva il Ressman — la resistenza d'una parte del Corpo diplomatico, il governo francese già da tempo dichiarò che per ben distinguere ogni commemorazione politica da una festa d'indole puramente industriale, egli celebrerebbe in Versaglia il centenario della riunione degli Stati Generali, il di 5 maggio, e non vi chiederebbe l'intervento dei Rappresentanti esteri, ma inviterebbe bensì il corpo diplomatico alla cerimonia non politica del 6 maggio in Parigi. Gli ambasciatori non ammettono questa distinzione, nè credono che la festa di Versaglia possa, più di quella seguente del 6 maggio, considerarsi come un omaggio alla rivoluzione. E in questo ordine d'idee,essi già convennero che sarà loro ugualmente impossibile d'intervenire al banchetto che la municipalità di Parigi darà il dì 11 maggio e cui annunzia di voler convitare tutto il Corpo diplomatico, oppure alla rivista ed alle feste del 14 luglio prossimo, centenario della presa della Bastiglia.„
Per una doverosa riserva, l'on. Crispi affermando alla Camera che il Corpo diplomatico non era stato invitato, ne tacque i motivi, ma egli non prese alcuna iniziativa e non si dimostrò in quella circostanza, meno del Gran Cancelliere russo, amico della Francia.
L'orizzonte politico non era sereno; le condizioni interne della Francia e il linguaggio aggressivo de' suoi giornali destavano gravi preoccupazioni. Crispi da tempo si era dedicato a rafforzare la difesa nazionale. Le seguenti lettere al ministro della Guerra, generale Bertolè, esprimono le sue ansie:
«Roma, 19 aprile 1889.Caro Bertolè,Il 1889 è un anno di preparazione. A tale scopo abbiamo proposto alla Camera ed abbiamo ottenuto, dopo lunga e viva discussione, la legge del 30 dicembre 1888.Siamo al quarto mese dell'anno e temo, almeno mi si dà a credere, che tanto per la fabbricazione delle armi, quanto per la difesa delle coste, i forti di sbarramento e la difesa della Spezia, il lavoro sia appena cominciato o non lo sia ancora.Voi comprenderete, amico carissimo, che la vostra e la mia responsabilità sono gravi e se scoppiasse la guerra e non fossimo pronti, potremmo, voi ed io, sentire le conseguenze di un disastro, del quale veramente non sarebbe giusto che a me fosse data anche in piccola parte la colpa.Sento quindi il bisogno di pregarvi a voler provvedere con la massima sollecitudine perchè la legge del 30 dicembre 1888 abbia la sua esecuzione. Vi prevengo, che l'uguale preghiera ho dato ai nostri colleghi della marina e dei lavori pubblici: al primo per le fortificazioni della Maddalena e per quelle opere che da lui dipendono per la difesa delle coste, ed al secondo per la costruzione dei binarî e per l'ingrandimento delle stazioni,gli uni e l'altro tanto necessarii in caso di movimento di truppe.E poichè ho ricordato le truppe, permettete che io richiami la vostra attenzione sul sistema di mobilitazione che la sola Italia, fra tutte le grandi Potenze, continua a praticare e il quale è costoso e lento, e in caso di guerra può essere pericoloso.Ne parlai al generale Cialdini, il quale si disse favorevole al metodo prussiano e per lo meno accetterebbe il metodo francese, il quale è una via di mezzo tra il nostro ed il prussiano. Il generale Cialdini fece una sola osservazione ed è quella della convenienza politica della quale lasciò a me il giudizio.Dopo 29 anni ch'esiste il regno d'Italia mi sembra strano, pur troppo strano, che si possa dubitare del nostro paese. Il sentimento nazionale è profondo in tutte le classi della popolazione e con le 29 leve si è talmente rimescolata cotesta popolazione che la fusione è compiuta.Aggiungete che la formazione dei corpi locali avrebbe il vantaggio che viene dal pungolo dell'emulazione. Il Borbone aveva i reggimenti siciliani costituiti con l'arruolamento dei volontari, e nessuno dubitò mai del loro valore e della loro energia. A Curtatone uno di cotesti reggimenti fu alla prova del fuoco e lasciò memorie gloriose sul campo di battaglia.L'impero austriaco è composto di parecchie nazionalità e quei governanti i quali dovrebbero diffidare della divisione delle razze e della varietà delle genti, non sempre amiche e spesso rivali, adottarono il sistema territoriale. Grazie a Dio! l'Italia è tutta di un pezzo e sono italiani tutti quelli che abitano la penisola.Il sistema territoriale nell'esercito porterebbe un grande discentramento dell'amministrazione militare e grandissime economie nella medesima....Del resto il sistema territoriale esiste nell'artiglieria e negli alpini, ed a nessuno venne mai in mente che cotesti corpi siano animati meno degli altri dello spirito nazionale e possano alla prima occorrenza mancare ai loro doveri.Coraggio, adunque, e sia vostra la gloria della riforma, della quale vi ho parlato e della quale molti sono i partigiani nel nostro esercito.Conchiudo dopo ciò sintetizzando i concetti della mialettera: affrettate le opere della difesa nazionale e trasformate, migliorandolo, il metodo della mobilitazione delle nostre truppe.Non vi è tempo da perdere.L'aff.mo VostroF. Crispi.
«Roma, 19 aprile 1889.
Caro Bertolè,
Il 1889 è un anno di preparazione. A tale scopo abbiamo proposto alla Camera ed abbiamo ottenuto, dopo lunga e viva discussione, la legge del 30 dicembre 1888.
Siamo al quarto mese dell'anno e temo, almeno mi si dà a credere, che tanto per la fabbricazione delle armi, quanto per la difesa delle coste, i forti di sbarramento e la difesa della Spezia, il lavoro sia appena cominciato o non lo sia ancora.
Voi comprenderete, amico carissimo, che la vostra e la mia responsabilità sono gravi e se scoppiasse la guerra e non fossimo pronti, potremmo, voi ed io, sentire le conseguenze di un disastro, del quale veramente non sarebbe giusto che a me fosse data anche in piccola parte la colpa.
Sento quindi il bisogno di pregarvi a voler provvedere con la massima sollecitudine perchè la legge del 30 dicembre 1888 abbia la sua esecuzione. Vi prevengo, che l'uguale preghiera ho dato ai nostri colleghi della marina e dei lavori pubblici: al primo per le fortificazioni della Maddalena e per quelle opere che da lui dipendono per la difesa delle coste, ed al secondo per la costruzione dei binarî e per l'ingrandimento delle stazioni,gli uni e l'altro tanto necessarii in caso di movimento di truppe.
E poichè ho ricordato le truppe, permettete che io richiami la vostra attenzione sul sistema di mobilitazione che la sola Italia, fra tutte le grandi Potenze, continua a praticare e il quale è costoso e lento, e in caso di guerra può essere pericoloso.
Ne parlai al generale Cialdini, il quale si disse favorevole al metodo prussiano e per lo meno accetterebbe il metodo francese, il quale è una via di mezzo tra il nostro ed il prussiano. Il generale Cialdini fece una sola osservazione ed è quella della convenienza politica della quale lasciò a me il giudizio.
Dopo 29 anni ch'esiste il regno d'Italia mi sembra strano, pur troppo strano, che si possa dubitare del nostro paese. Il sentimento nazionale è profondo in tutte le classi della popolazione e con le 29 leve si è talmente rimescolata cotesta popolazione che la fusione è compiuta.
Aggiungete che la formazione dei corpi locali avrebbe il vantaggio che viene dal pungolo dell'emulazione. Il Borbone aveva i reggimenti siciliani costituiti con l'arruolamento dei volontari, e nessuno dubitò mai del loro valore e della loro energia. A Curtatone uno di cotesti reggimenti fu alla prova del fuoco e lasciò memorie gloriose sul campo di battaglia.
L'impero austriaco è composto di parecchie nazionalità e quei governanti i quali dovrebbero diffidare della divisione delle razze e della varietà delle genti, non sempre amiche e spesso rivali, adottarono il sistema territoriale. Grazie a Dio! l'Italia è tutta di un pezzo e sono italiani tutti quelli che abitano la penisola.
Il sistema territoriale nell'esercito porterebbe un grande discentramento dell'amministrazione militare e grandissime economie nella medesima....
Del resto il sistema territoriale esiste nell'artiglieria e negli alpini, ed a nessuno venne mai in mente che cotesti corpi siano animati meno degli altri dello spirito nazionale e possano alla prima occorrenza mancare ai loro doveri.
Coraggio, adunque, e sia vostra la gloria della riforma, della quale vi ho parlato e della quale molti sono i partigiani nel nostro esercito.
Conchiudo dopo ciò sintetizzando i concetti della mialettera: affrettate le opere della difesa nazionale e trasformate, migliorandolo, il metodo della mobilitazione delle nostre truppe.
Non vi è tempo da perdere.
L'aff.mo VostroF. Crispi.
Roma, il 10 luglio 1889.Mio caro Bertolè,(Riservata).— Richiamo la vostra attenzione sulle continue diserzioni, le quali avvengono nel Corpo degli Alpini. Esse indicano un male cronico che bisogna curare con energia e presto....Prendo questa occasione per farvi riflettere che i grandi comandi del nostro Esercito non sono tutti bene affidati. Bisogna svecchiare il corpo dei nostri Generali e questo il più presto possibile.La Germania ha compiuto cotesta opera, tanto gelosa quanto necessaria alla difesa dello Stato. Ed in Germania gli ufficiali avevano l'aureola delle grandi vittorie, la quale manca intieramente ai nostri.Non tralascierò, scrivendovi, di raccomandarvi la maggiore sollecitudine e le maggiori cure nella fabbrica delle armi, la quale, a quanto io ne so, va molto a rilento.L'Europa al presente è un vulcano, che può da un momento all'altro erompere, e bisogna trovarsi pronti. Ogni giorno ci svegliamo col pericolo che scoppi la guerra.I grandi Stati affrettano gli armamenti con cura febbrile. Noi sventuratamente siamo indietro a tutti e siamo i primi esposti agli attacchi nemici.La vicina Repubblica ha preparato, in mare e per terra, quanto occorre per assalirci. Grande è la responsabilità che pesa sul Ministero, e voi, al quale è affidata la difesa nazionale, dovete comprenderlo meglio di tutti.Ne ho parlato al Re ed ho fatto comprendere a S. M. essere suo diritto e dovere l'occuparsene.La prossima guerra non può essere ristretta nelle proporzioni di quelle del 1859 e del 1866, e le ire ed i risentimenti son tali — e gli strumenti della lotta sono così potenti, che qualunque ne sia l'esito, sarà una catastrofe.Ricordatevi che questa volta non basterà l'onore di saperci battere, ma bisognerà vincere, vincere a qualunque costo.I francesi, per darsi ragione contro di noi, han voluto costituire la convinzione, nel loro paese e nel nostro, che io voglio fare la guerra. I miei avversari in Italia si prestano a cotesta indegna ed antipatriottica manovra.Nessun uomo di Stato può volere la guerra. Ed io non posso volerla e perchè non siamo forti abbastanza e perchè, se fossimo forti, non oserei affrontare i risultati di un conflitto, il cui esito non è mai sicuro.Vogliate, caro Bertolè, riflettere a tutto ciò e fate per la parte vostra che il Re e la patria nostra non abbiano a dolersi di noi.Vostro aff.moF. Crispi.
Roma, il 10 luglio 1889.
Mio caro Bertolè,
(Riservata).— Richiamo la vostra attenzione sulle continue diserzioni, le quali avvengono nel Corpo degli Alpini. Esse indicano un male cronico che bisogna curare con energia e presto....
Prendo questa occasione per farvi riflettere che i grandi comandi del nostro Esercito non sono tutti bene affidati. Bisogna svecchiare il corpo dei nostri Generali e questo il più presto possibile.
La Germania ha compiuto cotesta opera, tanto gelosa quanto necessaria alla difesa dello Stato. Ed in Germania gli ufficiali avevano l'aureola delle grandi vittorie, la quale manca intieramente ai nostri.
Non tralascierò, scrivendovi, di raccomandarvi la maggiore sollecitudine e le maggiori cure nella fabbrica delle armi, la quale, a quanto io ne so, va molto a rilento.
L'Europa al presente è un vulcano, che può da un momento all'altro erompere, e bisogna trovarsi pronti. Ogni giorno ci svegliamo col pericolo che scoppi la guerra.
I grandi Stati affrettano gli armamenti con cura febbrile. Noi sventuratamente siamo indietro a tutti e siamo i primi esposti agli attacchi nemici.
La vicina Repubblica ha preparato, in mare e per terra, quanto occorre per assalirci. Grande è la responsabilità che pesa sul Ministero, e voi, al quale è affidata la difesa nazionale, dovete comprenderlo meglio di tutti.
Ne ho parlato al Re ed ho fatto comprendere a S. M. essere suo diritto e dovere l'occuparsene.
La prossima guerra non può essere ristretta nelle proporzioni di quelle del 1859 e del 1866, e le ire ed i risentimenti son tali — e gli strumenti della lotta sono così potenti, che qualunque ne sia l'esito, sarà una catastrofe.
Ricordatevi che questa volta non basterà l'onore di saperci battere, ma bisognerà vincere, vincere a qualunque costo.
I francesi, per darsi ragione contro di noi, han voluto costituire la convinzione, nel loro paese e nel nostro, che io voglio fare la guerra. I miei avversari in Italia si prestano a cotesta indegna ed antipatriottica manovra.
Nessun uomo di Stato può volere la guerra. Ed io non posso volerla e perchè non siamo forti abbastanza e perchè, se fossimo forti, non oserei affrontare i risultati di un conflitto, il cui esito non è mai sicuro.
Vogliate, caro Bertolè, riflettere a tutto ciò e fate per la parte vostra che il Re e la patria nostra non abbiano a dolersi di noi.
Vostro aff.moF. Crispi.
In luglio, l'irritazione della Francia, cresciuta sino al parossismo, cagionò un grande allarme. Da varie parti, Crispi era informato che quel governo cercava un pretesto per rompere con l'Italia, e aveva notizie sicure di pressioni francesi sul Vaticano, intese a indurre Leone XIII a partire da Roma. L'ambasciatore di Francia presso il Papa, Lefèvre de Béhaine, si era recato a Parigi alla fine di giugno ed era tornato al suo posto, autorizzato a promettere formalmente al vecchio Pontefice — irritato per la recente inaugurazione di un monumento a Giordano Bruno in Campo di Fiori — che la Francia assumeva su di sè la soluzione della “questione romana„, se glie ne avesse dato occasione abbandonando la sua sede.
Il 12 luglio i timori di Crispi furono corroborati da informazioni precise di autorevole persona avente larghe relazioni in Francia. Gli era impossibile non tenerne conto, conscio com'era delle responsabilità sue dinanzi al paese.
IlDiariodice:
12 luglio.— Viene... e mi racconta notizie avute da S.La sera chiamo Rattazzi [ministro della Casa Reale], che arriva verso le 11. Chiedo udienza al Re. Alle 11 ½ mi scrive che il Re mi riceverebbe la domani alle 10 ant.13 luglio.— Alle ore 10 dal Re. Informo delle possibili aggressioni. Necessità di difesa. Vedere il Ministro della Guerra Bertolè, e riunire un Consiglio speciale, cioè, Bertolè, Brin [ministro della Marina], Cosenz [capo dello Stato Maggiore], io ed il Re.Alle 11 viene Pelloux [S. Segretario di Stato alla Guerra] e mi dà conto di diserzioni nel corpo degli Alpini a S. Dalmazzo.Scrivo a Brin. Viene alle 3 ½. Lo informo. Si discutono le precauzioni da prendere.Alle 11 torna Rattazzi. Il Re chiamò il Bertolè ed ebbe con lui un lungo colloquio. Bertolè è pronto a fare quanto desidero. Non vorrebbe spargere allarmi, ma far tutto con prudenza.14 luglio.— Alle 9 ½ ant. dal Re.Alle 2 ½ viene Bertolè alla Consulta. D'accordo su tutto. Mobilitazione — Armi — Stato Maggiore — Comando superiore — Comandanti dei Corpi d'armata. S'intenderà con Cosenz e con Brin per prendere d'accordo disposizioni atte a impedire ogni sorpresa, sia per terra che per mare.14 luglio.— Mando il deputato Francesco Cucchi[28]in Germania a conferire col principe di Bismarck, e gli dò la seguente lettera di presentazione:«Altesse! Vous recevrez cette lettre par M. le député Cucchi, que vous connaissez depuis 1870. Il vous donnera de vive voix des renseignements bien graves, que je ne puis pas confier à la plume.Monsieur Cucchi a ma pleine confiance».15 luglio.— Il ministro Brin viene alle 11 ½ a palazzo Braschi con l'ammiraglio Racchia. Si parla della flotta, dei preparativi. — Brin si lagna che a noi manchino informazioni dai porti francesi, mentre la Francia è a giorno di tutto ciò che avviene da noi. Racchia[S. Segretario di Stato alla Marina] mi dà informazioni confortanti.16 luglio.— Alle 12 ½ giunge Catalani, chiamato da Londra. Dopo colazione lo conduco nel mio gabinetto. Narro che in Francia sono pronti alla guerra e che sembra vogliano attaccarci per mare. Il progetto sarebbe ardito e parrebbe una follìa, ma essendomi stato riferito da persona degna di fede, e conoscendo che i francesi sono capaci anche di una follìa, è necessario ritenere la cosa come vera, e prepararci alla difesa. Ho bisogno di sapere quali sarebbero, in tal caso, le intenzioni di lord Salisbury, e se egli intenderebbe prevenire un'aggressione o, al contrario, attenderebbe che ci attaccassero. Se noi fossimo sconfitti, l'Inghilterra perderebbe una sicura alleata sul mare.Il Catalani ritiene che lord Salisbury non attenderà che siamo attaccati, e che allo scopo di evitare la guerra manderà una potente flotta nel Mediterraneo. Partirà stasera, e venerdì mi telegraferà da Londra.— Direte a lord Salisbury che io non provocherò punto la Francia, che nulla farò per promuovere la guerra; se questa verrà, vi sarò trascinato.Il Catalani mi domandò se avessi nulla fatto pel ristabilimento della giurisdizione consolare in Tunisi. Risposi che la questione dorme; soggiunsi che non ho spinto neanco la soluzione del fatto di Gabes.[29]— Nulla farò, non darò pretesto alcuno. Bisogna che il paese sappia che noi non vogliamo la guerra, e che la faremo soltanto se obbligati a difenderci da un'ingiusta aggressione.Invito il ministro Bertolè a sollecitare le misure da prendere affinchè il Re possa partire da Roma. Alle 2 ½ viene alla Consulta e mi dice che già ha avuto parecchie conferenze con Cosenz. Mobilitazione — Comandanti dei Corpi d'Armata — Gran comando. Osservo che il Bertolè è esitante e incerto nel suo linguaggio.17 luglio.— Alle ore 11 ant. Rattazzi; lo incarico di pregare il Re a voler partire.Torna alle 2 ½. Gli dò un dispaccio giunto al Vaticano ed un altro da Sofia perchè li comunichi al Re.Alle 3, Brin. Sollecitazioni.Alle 3 ½ Bertolè.18 luglio.— Udienza reale. Discorsi sulla situazione. Il Re parte alle 11 pom. per Pisa. Nella sala di aspetto gli riferisco le ultime notizie del Vaticano, delle quali il sovrano resta sorpreso. Uscendo dalla stazione vedo il Cosenz. Gli domando se si era messo d'accordo con il Bertolè.Il Cosenz mi risponde che il Ministro gli parla delle cose di guerra solamente quando havvi pericolo. Lo prego di visitarmi.20 luglio.— Alle 3 è venuto a trovarmi il generale Cosenz. Anch'egli è d'avviso che i francesi ci attaccheranno. — Le fortificazioni di Messina, della Spezia e di Genova sono terminate. — Taranto. — I 14 corpi di esercito. — I quattro grandi comandi: — Duca d'Aosta, Pianell, Bariola, Ricotti. — Il concorso delle navi da guerra. — Compagnie dei battaglioni assottigliate per ragioni di economia. — Milizia territoriale. Non possibile ricorrere ad un corpo di volontarii come al 1866; mancano il capo e i quadri.Biglietto di Nigra [ambasciatore a Vienna]:«Caro signor presidente, eccomi giunto e attendo i suoi ordini all'Albergo Roma, al Corso.»Telegramma da Londra:«Benchè Salisbury non divida nostre apprensioni, manderà un potente rinforzo alla Squadra del Mediterraneo in agosto, dopo la rivista navale per l'Imperatore di Germania. Maggiori particolari col Corriere. —Catalani.»Alle 10 ½ il conte Nigra viene al palazzo Braschi. — Gli espongo le notizie che abbiamo dalla Francia e quello che ci è noto del Vaticano. Osservo che le pressioni del signor di Mombel sono serie e che se non sono riuscite ciò devesi all'esitazione del Papa. Vienna è mal servitapresso il Vaticano e perciò vede tutto in bene. Il Nigra risponde che a Kálnoky non potrebbe esser nascosta la partenza del Papa.— Comunque sia, ci occorre sapere quello che farebbe l'Austria nel caso che noi fossimo attaccati dalla Francia. Essa avrebbe l'obbligo di difenderci. È necessario venire alla stipulazione d'una Convenzione militare, tanto per l'azione comune sul mare, quanto per l'azione comune in terra. Per la convenzione marittima abbiamo avuto con Bismarck delle intelligenze che si debbono coltivare. L'azione comune delle tre flotte imporrebbe alla Francia, e se a noi si unisse anche l'Inghilterra, com'è probabile, la vittoria sarebbe sicura.— Per la convenzione navale, osservò il Nigra, bisognerebbe far prendere l'iniziativa da Berlino; da lì scrivendosi a Vienna tutto sarebbe fatto. La convenzione militare è un affare a due.— Potrebbe esser negoziata qui o a Vienna. Per me vale lo stesso.Parlo al Nigra delle vessazioni agl'italiani in Trieste e della necessità di porvi termine. L'Austria ha paura delle ombre. Le dimostrazioni non hanno nessuna importanza, e quando si è forti non vi è motivo di temerle. Però si è forti se le legittime aspirazioni dei popoli vengono soddisfatte. A che inveire sull'Ullman e dargli un'aureola di patriottismo? Egli è bavaro di origine e italiano soltanto per decreto ottenuto sotto Cantelli: è uno di quegli uomini che mutano nazionalità per convenienze personali.Il processo contro Piccoli è assurdo; lo lascino tranquillo.Il Nigra conviene che la condotta degli austriaci è inabile, e che gioverebbe a loro non continuare nelle vessazioni poliziesche. Trasloco del console Durando, dandogli però una buona residenza.A proposito di Trento e Trieste il Conte affermò che fu colpa di Lamarmora se noi non abbiamo il Trentino. L'Austria ce l'avrebbe dato.Avendogli manifestato le mie idee su Trieste, convenne meco che non ci giovi averla. Approvò la mia dichiarazione sulla necessità dell'esistenza dell'impero Austriaco. È necessario però che l'Austria muti contegno nel suo governo. Non può vivere suscitando lerivalità dei popoli, le quali tosto o tardi produrranno la guerra civile. Il rispetto delle nazionalità, l'uguaglianza dei diritti di ciascuna, devono esser base all'esistenza pacifica dell'impero.Parlando con Kálnoky della partenza del Papa da Roma, il Nigra ha detto che l'Italia prenderebbe possesso del Vaticano e vi pianterebbe la sua bandiera. È quello che avrei fatto al 1878 se il Conclave si fosse tenuto fuori d'Italia.Il Nigra mi assicura che a Vienna fidano su noi e che De Bruck manda dei rapporti ottimisti.Riassumiamo. Tre incarichi: chiedere una politica liberale a Trieste — convenzione navale — convenzione militare.Prego l'Ambasciatore di assicurare il Kálnoky che non darò alla Francia occasione alcuna che possa servirle di pretesto a rompere la pace. Nessun dubbio che havvi aumento di truppe alle nostre frontiere e che la Francia spia il momento opportuno per attaccarci. Al Vaticano si fanno pressioni perchè il Papa parta; non sono riusciti per l'esitazione di Leone XIII e per l'opposizione del Sacro Collegio. Ma non ne hanno perduta la speranza.21 luglio.— Il cardinal Hohenlohe, dietro mio invito, è venuto a trovarmi all'1 ½ pom. alla mia casa in via Gregoriana.Gli ho detto:— Altre volte è stata V. E. che è venuta a trovarmi, oggi son io che l'ho pregata a venire da me.Io dovrò parlarle di un affare gravissimo, e dovrò incaricarla di un delicatissimo mandato.Si parla della partenza del Papa, e vi ha chi lo spinge ad abbandonare il Vaticano. Io non ho consigli da dare. Se il Papa resterà, continuerà ad essere rispettato, e sarà garentito come prima, anche se scoppiasse la guerra, che io farò tutto il possibile per allontanare. Se il Papa vorrà partire non ci opporremo; anche nella sua partenza, e finchè è sul territorio italiano, sarà sotto la tutela delle leggi italiane, godrà di tutti i suoi diritti, di tutta la sua libertà.Fo intanto osservare, e prego V. E. di dirlo bene al Papa, che guardi di non essere lui la causa di una guerra,e ricordi quanto costò a Pio IX l'aver ricorso alle baionette straniere. Non solo ne perderebbe la religione; ma ne perderebbe l'uomo, che ne è principe sovrano.Il cardinale ascoltava, e spesso col capo o con interruzioni, dava segni di approvazione. E rispose:— Io non vado sempre al Vaticano; ma vi andrò, e adempirò il di lei incarico.Il Papa non se ne andrà; ma non si è sempre sicuri di lui. Egli vuol lasciar parlare di sè; e talora ha delle eccitazioni nervose, che lo spingono a proponimenti non sempre prudenti.— Non è per me, ch'io parlo, nè pel governo. Io sono un individuo, che da un momento all'altro può sparire dal mondo; ed il governo è assai forte per non temere la guerra. L'Italia ha mezzi sufficienti per difendersi. Ha poi due potenti alleati.Io parlo pel Papa e pel cattolicesimo. Leone XIII gettandosi nelle braccia della Francia, ha fatto la fortuna della Chiesa d'Oriente. Il culto ortodosso ogni giorno progredisce a danno del cattolico; e non può essere altrimenti. La Francia si è disinteressata delle cose d'Oriente a favore della Russia, la cui influenza aumenta sempre. Il Papa queste cose non le sa, e facilmente gliele nascondono, perchè hanno interesse a nasconderle.Comunque sia, e ritornando all'argomento pel quale chiesi di parlarle, conchiudo per dirle di far sapere al Papa queste cose:Se resta in Italia, sarà rispettato, anche se scoppiasse la guerra.Se parte, sarà rispettato, e l'accompagneremo con tutti gli onori. Pensi però al partito da prendere. Ci va del suo nome, del suo avvenire, dell'avvenire del cattolicesimo. —Ci siamo congedati alle 3 meno un quarto. Il cardinale prese la sua via; io ritornai alla Consulta.
12 luglio.— Viene... e mi racconta notizie avute da S.
La sera chiamo Rattazzi [ministro della Casa Reale], che arriva verso le 11. Chiedo udienza al Re. Alle 11 ½ mi scrive che il Re mi riceverebbe la domani alle 10 ant.
13 luglio.— Alle ore 10 dal Re. Informo delle possibili aggressioni. Necessità di difesa. Vedere il Ministro della Guerra Bertolè, e riunire un Consiglio speciale, cioè, Bertolè, Brin [ministro della Marina], Cosenz [capo dello Stato Maggiore], io ed il Re.
Alle 11 viene Pelloux [S. Segretario di Stato alla Guerra] e mi dà conto di diserzioni nel corpo degli Alpini a S. Dalmazzo.
Scrivo a Brin. Viene alle 3 ½. Lo informo. Si discutono le precauzioni da prendere.
Alle 11 torna Rattazzi. Il Re chiamò il Bertolè ed ebbe con lui un lungo colloquio. Bertolè è pronto a fare quanto desidero. Non vorrebbe spargere allarmi, ma far tutto con prudenza.
14 luglio.— Alle 9 ½ ant. dal Re.
Alle 2 ½ viene Bertolè alla Consulta. D'accordo su tutto. Mobilitazione — Armi — Stato Maggiore — Comando superiore — Comandanti dei Corpi d'armata. S'intenderà con Cosenz e con Brin per prendere d'accordo disposizioni atte a impedire ogni sorpresa, sia per terra che per mare.
14 luglio.— Mando il deputato Francesco Cucchi[28]in Germania a conferire col principe di Bismarck, e gli dò la seguente lettera di presentazione:
«Altesse! Vous recevrez cette lettre par M. le député Cucchi, que vous connaissez depuis 1870. Il vous donnera de vive voix des renseignements bien graves, que je ne puis pas confier à la plume.
Monsieur Cucchi a ma pleine confiance».
15 luglio.— Il ministro Brin viene alle 11 ½ a palazzo Braschi con l'ammiraglio Racchia. Si parla della flotta, dei preparativi. — Brin si lagna che a noi manchino informazioni dai porti francesi, mentre la Francia è a giorno di tutto ciò che avviene da noi. Racchia[S. Segretario di Stato alla Marina] mi dà informazioni confortanti.
16 luglio.— Alle 12 ½ giunge Catalani, chiamato da Londra. Dopo colazione lo conduco nel mio gabinetto. Narro che in Francia sono pronti alla guerra e che sembra vogliano attaccarci per mare. Il progetto sarebbe ardito e parrebbe una follìa, ma essendomi stato riferito da persona degna di fede, e conoscendo che i francesi sono capaci anche di una follìa, è necessario ritenere la cosa come vera, e prepararci alla difesa. Ho bisogno di sapere quali sarebbero, in tal caso, le intenzioni di lord Salisbury, e se egli intenderebbe prevenire un'aggressione o, al contrario, attenderebbe che ci attaccassero. Se noi fossimo sconfitti, l'Inghilterra perderebbe una sicura alleata sul mare.
Il Catalani ritiene che lord Salisbury non attenderà che siamo attaccati, e che allo scopo di evitare la guerra manderà una potente flotta nel Mediterraneo. Partirà stasera, e venerdì mi telegraferà da Londra.
— Direte a lord Salisbury che io non provocherò punto la Francia, che nulla farò per promuovere la guerra; se questa verrà, vi sarò trascinato.
Il Catalani mi domandò se avessi nulla fatto pel ristabilimento della giurisdizione consolare in Tunisi. Risposi che la questione dorme; soggiunsi che non ho spinto neanco la soluzione del fatto di Gabes.[29]
— Nulla farò, non darò pretesto alcuno. Bisogna che il paese sappia che noi non vogliamo la guerra, e che la faremo soltanto se obbligati a difenderci da un'ingiusta aggressione.
Invito il ministro Bertolè a sollecitare le misure da prendere affinchè il Re possa partire da Roma. Alle 2 ½ viene alla Consulta e mi dice che già ha avuto parecchie conferenze con Cosenz. Mobilitazione — Comandanti dei Corpi d'Armata — Gran comando. Osservo che il Bertolè è esitante e incerto nel suo linguaggio.
17 luglio.— Alle ore 11 ant. Rattazzi; lo incarico di pregare il Re a voler partire.
Torna alle 2 ½. Gli dò un dispaccio giunto al Vaticano ed un altro da Sofia perchè li comunichi al Re.
Alle 3, Brin. Sollecitazioni.
Alle 3 ½ Bertolè.
18 luglio.— Udienza reale. Discorsi sulla situazione. Il Re parte alle 11 pom. per Pisa. Nella sala di aspetto gli riferisco le ultime notizie del Vaticano, delle quali il sovrano resta sorpreso. Uscendo dalla stazione vedo il Cosenz. Gli domando se si era messo d'accordo con il Bertolè.
Il Cosenz mi risponde che il Ministro gli parla delle cose di guerra solamente quando havvi pericolo. Lo prego di visitarmi.
20 luglio.— Alle 3 è venuto a trovarmi il generale Cosenz. Anch'egli è d'avviso che i francesi ci attaccheranno. — Le fortificazioni di Messina, della Spezia e di Genova sono terminate. — Taranto. — I 14 corpi di esercito. — I quattro grandi comandi: — Duca d'Aosta, Pianell, Bariola, Ricotti. — Il concorso delle navi da guerra. — Compagnie dei battaglioni assottigliate per ragioni di economia. — Milizia territoriale. Non possibile ricorrere ad un corpo di volontarii come al 1866; mancano il capo e i quadri.
Biglietto di Nigra [ambasciatore a Vienna]:
«Caro signor presidente, eccomi giunto e attendo i suoi ordini all'Albergo Roma, al Corso.»
Telegramma da Londra:
«Benchè Salisbury non divida nostre apprensioni, manderà un potente rinforzo alla Squadra del Mediterraneo in agosto, dopo la rivista navale per l'Imperatore di Germania. Maggiori particolari col Corriere. —Catalani.»
Alle 10 ½ il conte Nigra viene al palazzo Braschi. — Gli espongo le notizie che abbiamo dalla Francia e quello che ci è noto del Vaticano. Osservo che le pressioni del signor di Mombel sono serie e che se non sono riuscite ciò devesi all'esitazione del Papa. Vienna è mal servitapresso il Vaticano e perciò vede tutto in bene. Il Nigra risponde che a Kálnoky non potrebbe esser nascosta la partenza del Papa.
— Comunque sia, ci occorre sapere quello che farebbe l'Austria nel caso che noi fossimo attaccati dalla Francia. Essa avrebbe l'obbligo di difenderci. È necessario venire alla stipulazione d'una Convenzione militare, tanto per l'azione comune sul mare, quanto per l'azione comune in terra. Per la convenzione marittima abbiamo avuto con Bismarck delle intelligenze che si debbono coltivare. L'azione comune delle tre flotte imporrebbe alla Francia, e se a noi si unisse anche l'Inghilterra, com'è probabile, la vittoria sarebbe sicura.
— Per la convenzione navale, osservò il Nigra, bisognerebbe far prendere l'iniziativa da Berlino; da lì scrivendosi a Vienna tutto sarebbe fatto. La convenzione militare è un affare a due.
— Potrebbe esser negoziata qui o a Vienna. Per me vale lo stesso.
Parlo al Nigra delle vessazioni agl'italiani in Trieste e della necessità di porvi termine. L'Austria ha paura delle ombre. Le dimostrazioni non hanno nessuna importanza, e quando si è forti non vi è motivo di temerle. Però si è forti se le legittime aspirazioni dei popoli vengono soddisfatte. A che inveire sull'Ullman e dargli un'aureola di patriottismo? Egli è bavaro di origine e italiano soltanto per decreto ottenuto sotto Cantelli: è uno di quegli uomini che mutano nazionalità per convenienze personali.
Il processo contro Piccoli è assurdo; lo lascino tranquillo.
Il Nigra conviene che la condotta degli austriaci è inabile, e che gioverebbe a loro non continuare nelle vessazioni poliziesche. Trasloco del console Durando, dandogli però una buona residenza.
A proposito di Trento e Trieste il Conte affermò che fu colpa di Lamarmora se noi non abbiamo il Trentino. L'Austria ce l'avrebbe dato.
Avendogli manifestato le mie idee su Trieste, convenne meco che non ci giovi averla. Approvò la mia dichiarazione sulla necessità dell'esistenza dell'impero Austriaco. È necessario però che l'Austria muti contegno nel suo governo. Non può vivere suscitando lerivalità dei popoli, le quali tosto o tardi produrranno la guerra civile. Il rispetto delle nazionalità, l'uguaglianza dei diritti di ciascuna, devono esser base all'esistenza pacifica dell'impero.
Parlando con Kálnoky della partenza del Papa da Roma, il Nigra ha detto che l'Italia prenderebbe possesso del Vaticano e vi pianterebbe la sua bandiera. È quello che avrei fatto al 1878 se il Conclave si fosse tenuto fuori d'Italia.
Il Nigra mi assicura che a Vienna fidano su noi e che De Bruck manda dei rapporti ottimisti.
Riassumiamo. Tre incarichi: chiedere una politica liberale a Trieste — convenzione navale — convenzione militare.
Prego l'Ambasciatore di assicurare il Kálnoky che non darò alla Francia occasione alcuna che possa servirle di pretesto a rompere la pace. Nessun dubbio che havvi aumento di truppe alle nostre frontiere e che la Francia spia il momento opportuno per attaccarci. Al Vaticano si fanno pressioni perchè il Papa parta; non sono riusciti per l'esitazione di Leone XIII e per l'opposizione del Sacro Collegio. Ma non ne hanno perduta la speranza.
21 luglio.— Il cardinal Hohenlohe, dietro mio invito, è venuto a trovarmi all'1 ½ pom. alla mia casa in via Gregoriana.
Gli ho detto:
— Altre volte è stata V. E. che è venuta a trovarmi, oggi son io che l'ho pregata a venire da me.
Io dovrò parlarle di un affare gravissimo, e dovrò incaricarla di un delicatissimo mandato.
Si parla della partenza del Papa, e vi ha chi lo spinge ad abbandonare il Vaticano. Io non ho consigli da dare. Se il Papa resterà, continuerà ad essere rispettato, e sarà garentito come prima, anche se scoppiasse la guerra, che io farò tutto il possibile per allontanare. Se il Papa vorrà partire non ci opporremo; anche nella sua partenza, e finchè è sul territorio italiano, sarà sotto la tutela delle leggi italiane, godrà di tutti i suoi diritti, di tutta la sua libertà.
Fo intanto osservare, e prego V. E. di dirlo bene al Papa, che guardi di non essere lui la causa di una guerra,e ricordi quanto costò a Pio IX l'aver ricorso alle baionette straniere. Non solo ne perderebbe la religione; ma ne perderebbe l'uomo, che ne è principe sovrano.
Il cardinale ascoltava, e spesso col capo o con interruzioni, dava segni di approvazione. E rispose:
— Io non vado sempre al Vaticano; ma vi andrò, e adempirò il di lei incarico.
Il Papa non se ne andrà; ma non si è sempre sicuri di lui. Egli vuol lasciar parlare di sè; e talora ha delle eccitazioni nervose, che lo spingono a proponimenti non sempre prudenti.
— Non è per me, ch'io parlo, nè pel governo. Io sono un individuo, che da un momento all'altro può sparire dal mondo; ed il governo è assai forte per non temere la guerra. L'Italia ha mezzi sufficienti per difendersi. Ha poi due potenti alleati.
Io parlo pel Papa e pel cattolicesimo. Leone XIII gettandosi nelle braccia della Francia, ha fatto la fortuna della Chiesa d'Oriente. Il culto ortodosso ogni giorno progredisce a danno del cattolico; e non può essere altrimenti. La Francia si è disinteressata delle cose d'Oriente a favore della Russia, la cui influenza aumenta sempre. Il Papa queste cose non le sa, e facilmente gliele nascondono, perchè hanno interesse a nasconderle.
Comunque sia, e ritornando all'argomento pel quale chiesi di parlarle, conchiudo per dirle di far sapere al Papa queste cose:
Se resta in Italia, sarà rispettato, anche se scoppiasse la guerra.
Se parte, sarà rispettato, e l'accompagneremo con tutti gli onori. Pensi però al partito da prendere. Ci va del suo nome, del suo avvenire, dell'avvenire del cattolicesimo. —
Ci siamo congedati alle 3 meno un quarto. Il cardinale prese la sua via; io ritornai alla Consulta.
Roma, 23 luglio '89.Ecc.moSig. Presidente,Confidenzialmente accludo questa lettera.Siccome soltantocon il padrone quelle cose si potrebbero dire, conviene ch'io sospenda l'esecuzione de' suoi desiderii. Pare che si abbia paura di me, non so perchè!?Del resto Ella disponga di me, e mi faccia sapere quel che crede necessario.E con la maggiore stima ed amicizia mi confermo di Vostra EccellenzaAff.moG. Card. d'Hohenlohe.
Roma, 23 luglio '89.
Ecc.moSig. Presidente,
Confidenzialmente accludo questa lettera.Siccome soltantocon il padrone quelle cose si potrebbero dire, conviene ch'io sospenda l'esecuzione de' suoi desiderii. Pare che si abbia paura di me, non so perchè!?
Del resto Ella disponga di me, e mi faccia sapere quel che crede necessario.
E con la maggiore stima ed amicizia mi confermo di Vostra Eccellenza
Aff.moG. Card. d'Hohenlohe.
(Lettera in originale acclusa nella precedente).
N. 82253Roma, 22 luglio 1889.Ecc.moe R.moSig. Mio Oss.moSecondando il desiderio espressomi da Vostra Eminenza nel suo biglietto in data di ieri me ne sono reso interprete presso il Santo Padre.Essendo peraltro la Santità Sua trattenuta da molte occupazioni e dagli attuali calori dall'accordare straordinarie udienze, si è degnata di autorizzarmi a conferire con Lei, qualora Le piaccia di far giungere per mio mezzo alla sovrana sua cognizione ciò ch'Ella intende di esporle.Ponendomi pertanto a libera di Lei disposizione, mi onoro rinnovarle i sensi della mia profonda venerazione, con la quale Le bacio umilissimamente le mani.Di Vostra EminenzaU.mo dev.mo servitor veroM. Card. RampollaSig. card. d'Hohenlohe.
N. 82253Roma, 22 luglio 1889.
Ecc.moe R.moSig. Mio Oss.mo
Secondando il desiderio espressomi da Vostra Eminenza nel suo biglietto in data di ieri me ne sono reso interprete presso il Santo Padre.
Essendo peraltro la Santità Sua trattenuta da molte occupazioni e dagli attuali calori dall'accordare straordinarie udienze, si è degnata di autorizzarmi a conferire con Lei, qualora Le piaccia di far giungere per mio mezzo alla sovrana sua cognizione ciò ch'Ella intende di esporle.
Ponendomi pertanto a libera di Lei disposizione, mi onoro rinnovarle i sensi della mia profonda venerazione, con la quale Le bacio umilissimamente le mani.
Di Vostra Eminenza
U.mo dev.mo servitor veroM. Card. Rampolla
Sig. card. d'Hohenlohe.
Roma, 24 luglio '89.Ecc.moSignor Presidente,Dopo la mia di ieri sera ho notato alcune cose da scriversi a S. S.; e desidererei sapere se V. E. approva, e se vuole aggiungervi o togliere qualche cosa, faccia pure. La lettera andrà sicura nelle mani di S. S.Mi mandi l'acclusa bozza con quelle correzioni che crede, e subito sarà copiata. E con sincero rispetto mi confermo di V. EccellenzaDevot.mo servoG. Card. Hohenlohe.
Roma, 24 luglio '89.
Ecc.moSignor Presidente,
Dopo la mia di ieri sera ho notato alcune cose da scriversi a S. S.; e desidererei sapere se V. E. approva, e se vuole aggiungervi o togliere qualche cosa, faccia pure. La lettera andrà sicura nelle mani di S. S.
Mi mandi l'acclusa bozza con quelle correzioni che crede, e subito sarà copiata. E con sincero rispetto mi confermo di V. Eccellenza
Devot.mo servoG. Card. Hohenlohe.
Autografo riprodotto fotograficamente: lettera del card. Hohenlohe a Crispi.Immagine ingrandita.Autografo riprodotto fotograficamente: lettera del card. Hohenlohe a Crispi.
Immagine ingrandita.
Autografo riprodotto fotograficamente: lettera del card. Hohenlohe a Crispi.
(Minuta di una lettera del cardinale Gustavo di Hohenlohe — 24-7-89)
«Nell'ultima udienza dissi alla S. V. di aver invitato il ministro Boselli il quale aveva concesso di far fare lo scalone di San Gregorio e ci ha promesso anche altri favori. Mi parve che la Santità Vostra fosse contenta. Tanto maggiore fu la mia sorpresa nel ricevere quella lettera (sgarbata)[30]del cardinale Rampolla. Oggi non possiamo più (segregarci dai personaggi del governo italiano con un sistema cinese).[31]Iddio ha disposto le cose in modo che la Chiesa non può più riprendere il dominio temporale. La salute delle anime esige che noi ci rassegniamo, che restiamo tranquillamente nelle sfere ecclesiastiche e facciamo la carità con le nostre sostanze e con i nostri insegnamenti ai fedeli.Si parla di partenza. (S. E. Crispi stesso mi disse l'altro giorno di dire a Vostra Santità)[32]che se Lei vuole partire egli non vi si opporrà e La farà accompagnare con tutti gli onori, ma che Vostra Santità non tornerà più a Roma. E che se la Sua partenza suscitasse una guerra per es. per parte della Francia, la religione perderebbe immensamente. Che l'Italia non farà la guerra se la Francia non l'attacca; che in caso di guerra il governo italiano garentisce la sicurezza del Papa a Roma. Ma che il Papa non si faccia illusioni: partito che sarà, non tornerà a Roma e la Santa Sede soffrirà una terribile scossa.(Più; la Francia fa tutte le facilitazioni alla Russia in Oriente per far trionfare lo scisma, purchè abbia l'alleanza della Russia. Sembrerebbe dunque che poco da quella parte vi sia da sperare).[33]Noi Cardinali abbiamo il dovere strettissimo di dire la verità al Papa, perciò eccola.Del tempo di Pio VI si perdettero i cinque milioni di scudi depositati da Sisto V. a Castello, e con tutto ciò fino al 1839 ogni nuovo Cardinalegiuravadi conservare questi cinque milioni che non vi erano più. Nonfu che il cardinale Acton che protestò contro quel giuramento nel 1839 e papa Gregorio trovava giuste le osservazioni dell'Acton. Così oggi pure si fa giurare ai Cardinali cose che non si possono mantenere. Perciò conviene rimediare.[34]
«Nell'ultima udienza dissi alla S. V. di aver invitato il ministro Boselli il quale aveva concesso di far fare lo scalone di San Gregorio e ci ha promesso anche altri favori. Mi parve che la Santità Vostra fosse contenta. Tanto maggiore fu la mia sorpresa nel ricevere quella lettera (sgarbata)[30]del cardinale Rampolla. Oggi non possiamo più (segregarci dai personaggi del governo italiano con un sistema cinese).[31]Iddio ha disposto le cose in modo che la Chiesa non può più riprendere il dominio temporale. La salute delle anime esige che noi ci rassegniamo, che restiamo tranquillamente nelle sfere ecclesiastiche e facciamo la carità con le nostre sostanze e con i nostri insegnamenti ai fedeli.
Si parla di partenza. (S. E. Crispi stesso mi disse l'altro giorno di dire a Vostra Santità)[32]che se Lei vuole partire egli non vi si opporrà e La farà accompagnare con tutti gli onori, ma che Vostra Santità non tornerà più a Roma. E che se la Sua partenza suscitasse una guerra per es. per parte della Francia, la religione perderebbe immensamente. Che l'Italia non farà la guerra se la Francia non l'attacca; che in caso di guerra il governo italiano garentisce la sicurezza del Papa a Roma. Ma che il Papa non si faccia illusioni: partito che sarà, non tornerà a Roma e la Santa Sede soffrirà una terribile scossa.
(Più; la Francia fa tutte le facilitazioni alla Russia in Oriente per far trionfare lo scisma, purchè abbia l'alleanza della Russia. Sembrerebbe dunque che poco da quella parte vi sia da sperare).[33]
Noi Cardinali abbiamo il dovere strettissimo di dire la verità al Papa, perciò eccola.
Del tempo di Pio VI si perdettero i cinque milioni di scudi depositati da Sisto V. a Castello, e con tutto ciò fino al 1839 ogni nuovo Cardinalegiuravadi conservare questi cinque milioni che non vi erano più. Nonfu che il cardinale Acton che protestò contro quel giuramento nel 1839 e papa Gregorio trovava giuste le osservazioni dell'Acton. Così oggi pure si fa giurare ai Cardinali cose che non si possono mantenere. Perciò conviene rimediare.[34]
(Relazione di Pisani-Dossi a Crispi).
«4/8/89.Il Papa ebbe la lettera di Hohenlohe sabato 27 luglio per mezzo del suo cameriere Centra. La lettera, oltre le modificazioni fatte in presenza di Pisani-Dossi, aveva subite queste altre: 1.º — al principio — «Mando a V. S. le fotografie promesse, ecc. (Credo fossero le fotografie del viaggio del Re a Berlino donate dal Pisani-Dossi ad Hohenlohe); 2.º — Si chiedeva un'udienza al Papa e se ne accennava lo scopo — e qui la lettera com'era stata combinata; 3.º — in fine — «Ecco quanto doveva dire a V. S.»Il 3 agosto il Papa mandò monsignor Sallua, piemontese, commissario del Santo Uffizio e vicario di Santa Maria Maggiore da Hohenlohe a dirgli che S. S. era molto afflitta per la lettera da lui scritta e non poter accordargli la chiesta udienza. Rispose Hohenlohe che avrebbe dovuto piuttosto lui lamentarsi della condotta del Papa verso lui e che il Papa doveva ringraziare Hohenlohe di avergli fatto conoscere la verità sulla situazione attuale, soggiungendo che anche gli altri governi erano dell'opinione del governo italiano. Quel negare l'udienza, chiesta da Hohenlohe, era da questi considerata come una provocazione; che tuttavia egli non avrebbe data loro la soddisfazione di fare dei passi inconsiderati. Ringraziassero Iddio se egli si conduceva con tanta moderazione, e il Papa poi in particolare ringraziasse Hohenlohe se era divenuto cardinale, perchè Pio IX nel 1852 non voleva nemmeno ricevere monsignor Pecci, e fu Hohenlohe che attutì lo sdegno delPapa contro Pecci. Concluse che era ora di finirla con siffatte bugie e finzioni.Monsignor Sallua si fece pallido e si mise a piangere, e scusava il pontefice perchè vecchio.Hohenlohe ripigliò a dire che Leone XIII era in balìa di pochi intriganti e di agenti del cardinal Monaco «villano, di scarpe grosse e di cervello fino», il quale spaventava il Papa colle pene dell'inferno.Nel corso della conversazione tanto Hohenlohe quanto Sallua riconobbero che la storia della partenza del Pontefice era una scenata che aveva disgustato molta parte del clero contro il Papa.Hohenlohe il quale disse, quasi dettando, quanto sopra a Pisani-Dossi, crede di avere colla sua lettera cagionato una buona scossa al Papa e di aver reso un servizio al ministro Crispi.»
«4/8/89.
Il Papa ebbe la lettera di Hohenlohe sabato 27 luglio per mezzo del suo cameriere Centra. La lettera, oltre le modificazioni fatte in presenza di Pisani-Dossi, aveva subite queste altre: 1.º — al principio — «Mando a V. S. le fotografie promesse, ecc. (Credo fossero le fotografie del viaggio del Re a Berlino donate dal Pisani-Dossi ad Hohenlohe); 2.º — Si chiedeva un'udienza al Papa e se ne accennava lo scopo — e qui la lettera com'era stata combinata; 3.º — in fine — «Ecco quanto doveva dire a V. S.»
Il 3 agosto il Papa mandò monsignor Sallua, piemontese, commissario del Santo Uffizio e vicario di Santa Maria Maggiore da Hohenlohe a dirgli che S. S. era molto afflitta per la lettera da lui scritta e non poter accordargli la chiesta udienza. Rispose Hohenlohe che avrebbe dovuto piuttosto lui lamentarsi della condotta del Papa verso lui e che il Papa doveva ringraziare Hohenlohe di avergli fatto conoscere la verità sulla situazione attuale, soggiungendo che anche gli altri governi erano dell'opinione del governo italiano. Quel negare l'udienza, chiesta da Hohenlohe, era da questi considerata come una provocazione; che tuttavia egli non avrebbe data loro la soddisfazione di fare dei passi inconsiderati. Ringraziassero Iddio se egli si conduceva con tanta moderazione, e il Papa poi in particolare ringraziasse Hohenlohe se era divenuto cardinale, perchè Pio IX nel 1852 non voleva nemmeno ricevere monsignor Pecci, e fu Hohenlohe che attutì lo sdegno delPapa contro Pecci. Concluse che era ora di finirla con siffatte bugie e finzioni.
Monsignor Sallua si fece pallido e si mise a piangere, e scusava il pontefice perchè vecchio.
Hohenlohe ripigliò a dire che Leone XIII era in balìa di pochi intriganti e di agenti del cardinal Monaco «villano, di scarpe grosse e di cervello fino», il quale spaventava il Papa colle pene dell'inferno.
Nel corso della conversazione tanto Hohenlohe quanto Sallua riconobbero che la storia della partenza del Pontefice era una scenata che aveva disgustato molta parte del clero contro il Papa.
Hohenlohe il quale disse, quasi dettando, quanto sopra a Pisani-Dossi, crede di avere colla sua lettera cagionato una buona scossa al Papa e di aver reso un servizio al ministro Crispi.»
Berlino 21 luglio 1889.Carissimo amico,Sono arrivato da quattro giorni. Prima visita ad Holstein. Seppi che il Principe stava poco bene a Varzin. Il figlio Erbert era tornato dal suo congedo a Berlino, il giorno precedente. Holstein mi osservò che riguardo alle gravi notizie ch'io portavo in tuo nome, il Principe non poteva conoscere che quanto essi stessi gli fanno sapere da Berlino. Riguardo ai provvedimenti da prendere bisognava certamente sentire lui. Gli si telegrafò la mia venuta e lo scopo. Rispose ad Erbert e Holstein che mi dassero qui tutte le informazioni possibili, e che mi attendeva ospite a Varzin domani sera, lunedì. Martedì vi sarà anche Erbert. È un viaggio noiosissimo di 11 ore. Varzin giace a poca distanza da Rugenwalder, sulla costa del Baltico.Da Holstein fui intanto presentato ad Erbert, al ministro della Guerra generale Verdy de Vernoy (appartenente a famiglia francese protestante, cacciata dalla Francia due secoli or sono) ed al Consigliere di legazione Kaschdau, che accompagnò l'Imperatore in Italia e che con Holstein è depositario alla Cancelleria delle cose più segrete.Qui sono assolutamente increduli riguardo alle notizie che ho portato, cioè, alla possibilità di un improvvisoattacco alle nostre frontiere, a un tentativo di sbarco sulle nostre coste dell'Italia meridionale con due divisioni provenienti da Tolone, ed una da Algeri, etc. Almeno fino ad ora tutte le informazioni che hanno qui dai confini italo-francesi e da Parigi, escludono la possibilità del fatto. Però si telegrafò a Parigi al barone De Huene, maggiore di Stato Maggiore e capo dell'ufficio militare addetto all'ambasciata. È persona intelligentissima e che ha avuto una rara abilità nell'organizzare in tutta la Francia un perfetto servizio di informazioni.La risposta di De Huene, arrivata stamane, dice che non vi è alcun agglomeramento straordinario di truppe al confine italiano, nè movimento eccezionale nell'arsenale di Tolone. Ripete quanto aveva già detto in un recente rapporto, cioè, che nelle alte sfere militari francesi si è malcontenti del sistema di fortificazioni verso il confine italiano, e che per rimediarvi si intraprenderanno tosto lavori importanti. Ciò accennerebbe a idee di difesa, non di offesa. Le comunicazioni strategiche ferroviarie sono purtroppo ottime, il che darebbe la possibilità di ottenere in brevissimo tempo quell'agglomeramento di truppe che ora non esisterebbe. Le ultime manovre navali allo scopo di studiare la difesa delle coste sul Mediterraneo, lasciarono molto a desiderare. In alcuni punti dove la ferrovia è troppo litoranea si lavora attivamente per deviazioni interne. A Lione, ove ha sede il Comando dell'esercito che dovrebbe operare contro l'Italia, nulla si rimarca di movimento straordinario. Il generale in capo sarebbe Billot. Fu abile ministro della Guerra, ma venne presto allontanato per i suoi principi ritenuti monarchici. Ad ogni modo, a riguardo dell'Italia, sono tutti uguali in Francia, e monarchici, e repubblicani, e boulangisti, e anarchici. A questo proposito permettimi di aprire una parentesi.Prima di partire da Milano trovai il dep. Mazzoleni, anima candida, tipo da nazzareno, che, in questi tempi, prende sul serio la missione di predicare la pace fra gli uomini. Era reduce da Parigi, ove fu al Congresso della pace e dell'arbitrato internazionale. Messo un po' alle strette, mi confessò, nella sua lealtà, di essere rimasto impressionatissimo dell'avversione all'Italia che trovò in ogni ceto di persone. Andò, con Pandolfi, Boneschi, e non ricordo quali altri deputati, alla Camera per stringerela mano a quei deputati francesi che erano venuti in Italia e che fecero a Milano tante dichiarazioni di amicizia e fratellanza. Ebbene, questi signori che si erano ben guardati dal recarsi alla stazione per ricevere i nostri connazionali, anche alla Camera se ne fuggirono per non lasciarsi trovare. Nell'imminenza delle elezioni, farsi vedere a stringer la mano ad alcuni deputati italiani, per quanto radicali, voleva dire compromettersi cogli elettori, rovinare la propria elezione.Chiudo la parentesi. — Ebbi l'avvertenza di far ben capire ai nostri amici di qui che se tu eri allarmato per quanto avevi saputo in via speciale e positiva, però, tu stesso ritenevi che un attacco poteva verificarsi solo verso ottobre o novembre. In proposito, Erbert e Holstein convengono che quello che non ritengono possibile ora, possa benissimo divenirlo allora. Credono fermamente che gli uomini ora al potere in Francia non vogliono in questo momento la guerra, perchè occupati esclusivamente a preparare le elezioni, questione per loro di vita o di morte. Solamente l'esito delle elezioni darà l'idea di cosa possa attendersi più o meno prossimamente dalla Francia. Ritengono molto in ribasso il boulangismo, e che le notizie allarmanti che tu hai avuto provengano dalla parte monarchica del partito boulangista che intriga al Vaticano. Ad ogni modo, se chi avrà in mano i destini della Francia dopo le elezioni volesse fare un colpo di testa, qui assicurano che saranno preparati. Anche in questo frattempo, se qualche fatto rimarchevole ed inquietante per noi si verificasse ai nostri confini verso la Francia od altrove, mi disse Erbert che, come all'epoca della questione delle scuole a Tunisi, incaricherebbero l'Ambasciatore di far sapere al governo francese che, come nostri alleati, si interessano altamente di un possibile nostro pericolo, e di fronte a questo sono pronti a sostenerci. Ma di ciò parlerò più positivamente con il Principe a Varzin.È fatto molto gradito e rassicurante in ogni evento, il pregio e l'importanza che qui si attribuisce alla nostra alleanza. Ritengono e dichiarano indispensabile di fronte alla Russia l'alleanza austriaca, ma dicono che non amano l'Austria, mentre amano l'Italia.Vidi Erbert ieri alle 3 ½ e mi disse che pochi momenti prima era stato a vederlo il conte De Launay conun tuo dispaccio che riguardava la possibile partenza del Papa, per eccitamento specialmente del cardinale Rampolla. Erbert ritiene che questo cardinale, come tuo isolano, deve odiarti più d'ogni altro. Mi disse di avere risposto a De Launay che se si levasse all'Italia questo verme roditore, non lo crederebbe un male. Cosa ne dirà il Principe? Sentirò anche questo, e vedrò se il parere del padre è identico a quello del figlio.S'intende che ti scriverò non appena da Varzin sarò reduce a Berlino, ma solo di passaggio, perchè non avrei più ragione di fermarmi. Invece, il ministro della Guerra, che s'interessa assai dei nostri approvvigionamenti verso il confine francese, cosa alla quale io potei inesattamente rispondere, desidera che, ritornando in Italia, mi fermi a Francoforte. Di là mi farà accompagnare da un ufficiale a farmi l'idea del come essi sono preparati. Credetti non rifiutare l'offerta trattandosi di 24, o 48 ore di ritardo.I più cordiali saluti.Tuo Checco.
Berlino 21 luglio 1889.
Carissimo amico,
Sono arrivato da quattro giorni. Prima visita ad Holstein. Seppi che il Principe stava poco bene a Varzin. Il figlio Erbert era tornato dal suo congedo a Berlino, il giorno precedente. Holstein mi osservò che riguardo alle gravi notizie ch'io portavo in tuo nome, il Principe non poteva conoscere che quanto essi stessi gli fanno sapere da Berlino. Riguardo ai provvedimenti da prendere bisognava certamente sentire lui. Gli si telegrafò la mia venuta e lo scopo. Rispose ad Erbert e Holstein che mi dassero qui tutte le informazioni possibili, e che mi attendeva ospite a Varzin domani sera, lunedì. Martedì vi sarà anche Erbert. È un viaggio noiosissimo di 11 ore. Varzin giace a poca distanza da Rugenwalder, sulla costa del Baltico.
Da Holstein fui intanto presentato ad Erbert, al ministro della Guerra generale Verdy de Vernoy (appartenente a famiglia francese protestante, cacciata dalla Francia due secoli or sono) ed al Consigliere di legazione Kaschdau, che accompagnò l'Imperatore in Italia e che con Holstein è depositario alla Cancelleria delle cose più segrete.
Qui sono assolutamente increduli riguardo alle notizie che ho portato, cioè, alla possibilità di un improvvisoattacco alle nostre frontiere, a un tentativo di sbarco sulle nostre coste dell'Italia meridionale con due divisioni provenienti da Tolone, ed una da Algeri, etc. Almeno fino ad ora tutte le informazioni che hanno qui dai confini italo-francesi e da Parigi, escludono la possibilità del fatto. Però si telegrafò a Parigi al barone De Huene, maggiore di Stato Maggiore e capo dell'ufficio militare addetto all'ambasciata. È persona intelligentissima e che ha avuto una rara abilità nell'organizzare in tutta la Francia un perfetto servizio di informazioni.
La risposta di De Huene, arrivata stamane, dice che non vi è alcun agglomeramento straordinario di truppe al confine italiano, nè movimento eccezionale nell'arsenale di Tolone. Ripete quanto aveva già detto in un recente rapporto, cioè, che nelle alte sfere militari francesi si è malcontenti del sistema di fortificazioni verso il confine italiano, e che per rimediarvi si intraprenderanno tosto lavori importanti. Ciò accennerebbe a idee di difesa, non di offesa. Le comunicazioni strategiche ferroviarie sono purtroppo ottime, il che darebbe la possibilità di ottenere in brevissimo tempo quell'agglomeramento di truppe che ora non esisterebbe. Le ultime manovre navali allo scopo di studiare la difesa delle coste sul Mediterraneo, lasciarono molto a desiderare. In alcuni punti dove la ferrovia è troppo litoranea si lavora attivamente per deviazioni interne. A Lione, ove ha sede il Comando dell'esercito che dovrebbe operare contro l'Italia, nulla si rimarca di movimento straordinario. Il generale in capo sarebbe Billot. Fu abile ministro della Guerra, ma venne presto allontanato per i suoi principi ritenuti monarchici. Ad ogni modo, a riguardo dell'Italia, sono tutti uguali in Francia, e monarchici, e repubblicani, e boulangisti, e anarchici. A questo proposito permettimi di aprire una parentesi.
Prima di partire da Milano trovai il dep. Mazzoleni, anima candida, tipo da nazzareno, che, in questi tempi, prende sul serio la missione di predicare la pace fra gli uomini. Era reduce da Parigi, ove fu al Congresso della pace e dell'arbitrato internazionale. Messo un po' alle strette, mi confessò, nella sua lealtà, di essere rimasto impressionatissimo dell'avversione all'Italia che trovò in ogni ceto di persone. Andò, con Pandolfi, Boneschi, e non ricordo quali altri deputati, alla Camera per stringerela mano a quei deputati francesi che erano venuti in Italia e che fecero a Milano tante dichiarazioni di amicizia e fratellanza. Ebbene, questi signori che si erano ben guardati dal recarsi alla stazione per ricevere i nostri connazionali, anche alla Camera se ne fuggirono per non lasciarsi trovare. Nell'imminenza delle elezioni, farsi vedere a stringer la mano ad alcuni deputati italiani, per quanto radicali, voleva dire compromettersi cogli elettori, rovinare la propria elezione.
Chiudo la parentesi. — Ebbi l'avvertenza di far ben capire ai nostri amici di qui che se tu eri allarmato per quanto avevi saputo in via speciale e positiva, però, tu stesso ritenevi che un attacco poteva verificarsi solo verso ottobre o novembre. In proposito, Erbert e Holstein convengono che quello che non ritengono possibile ora, possa benissimo divenirlo allora. Credono fermamente che gli uomini ora al potere in Francia non vogliono in questo momento la guerra, perchè occupati esclusivamente a preparare le elezioni, questione per loro di vita o di morte. Solamente l'esito delle elezioni darà l'idea di cosa possa attendersi più o meno prossimamente dalla Francia. Ritengono molto in ribasso il boulangismo, e che le notizie allarmanti che tu hai avuto provengano dalla parte monarchica del partito boulangista che intriga al Vaticano. Ad ogni modo, se chi avrà in mano i destini della Francia dopo le elezioni volesse fare un colpo di testa, qui assicurano che saranno preparati. Anche in questo frattempo, se qualche fatto rimarchevole ed inquietante per noi si verificasse ai nostri confini verso la Francia od altrove, mi disse Erbert che, come all'epoca della questione delle scuole a Tunisi, incaricherebbero l'Ambasciatore di far sapere al governo francese che, come nostri alleati, si interessano altamente di un possibile nostro pericolo, e di fronte a questo sono pronti a sostenerci. Ma di ciò parlerò più positivamente con il Principe a Varzin.
È fatto molto gradito e rassicurante in ogni evento, il pregio e l'importanza che qui si attribuisce alla nostra alleanza. Ritengono e dichiarano indispensabile di fronte alla Russia l'alleanza austriaca, ma dicono che non amano l'Austria, mentre amano l'Italia.
Vidi Erbert ieri alle 3 ½ e mi disse che pochi momenti prima era stato a vederlo il conte De Launay conun tuo dispaccio che riguardava la possibile partenza del Papa, per eccitamento specialmente del cardinale Rampolla. Erbert ritiene che questo cardinale, come tuo isolano, deve odiarti più d'ogni altro. Mi disse di avere risposto a De Launay che se si levasse all'Italia questo verme roditore, non lo crederebbe un male. Cosa ne dirà il Principe? Sentirò anche questo, e vedrò se il parere del padre è identico a quello del figlio.
S'intende che ti scriverò non appena da Varzin sarò reduce a Berlino, ma solo di passaggio, perchè non avrei più ragione di fermarmi. Invece, il ministro della Guerra, che s'interessa assai dei nostri approvvigionamenti verso il confine francese, cosa alla quale io potei inesattamente rispondere, desidera che, ritornando in Italia, mi fermi a Francoforte. Di là mi farà accompagnare da un ufficiale a farmi l'idea del come essi sono preparati. Credetti non rifiutare l'offerta trattandosi di 24, o 48 ore di ritardo.
I più cordiali saluti.
Tuo Checco.
Berlino, 24 luglio 1889.Carissimo amico,Son reduce stamane da Varzin, ove ebbi una magnifica accoglienza dal Principe e dalla Principessa, dal conte e contessa Rantzau e da Erbert, che mi precedette. Tutti mi parlarono di te con affetto ed entusiasmo e mi incaricarono delle cose più cordiali.Riassumo i discorsi che ebbi col Principe.Non crede assolutamente alla possibilità di un attacco contro l'Italia, quale sarebbe indicato dalle tue informazioni ch'io ho riferito. Dice che tale fatto ecciterebbe l'indignazione del mondo civile. La responsabilità di avere provocata la guerra in Europa, con un fatto da briganti (testuale), costerebbe immensamente cara alla Francia. Sarebbe il caso delfinis Galliæ(testuale), e ci vorrebbe ben altro che i cinque miliardi del 1871. Aggiunge che dal punto di vista puramente utilitario e materiale sarebbe quasi da desiderarsi questa pazza aggressione. Nelle alte sfere militari in Germania si preferirebbe la guerra subito, od alla prossima primavera, piuttosto che fra due anni, epoca nella quale la Franciaavrà al completo i suoi quadri, gli armamenti e le fortificazioni. Ad ogni modo il Principe dice che la Germania sta cogli occhi allerti e colle polveri asciutte. Di fronte a qualunque pericolo, minaccia od improvvisa aggressione, essa da lungo tempo è preparata. In dieci giorni possono invadere il territorio francese 1.200.000 uomini. Gli approvvigionamenti da guerra e da bocca, necessari per un mese a questa immensa armata, sono già preparati nelle città e fortezze lungo il Reno, nella Lorena ed in Alsazia. Tutto ciò dopo essersi premuniti in modo da non temere qualunque attacco dal lato della Russia; colla quale spera ancora il Principe che non si venga ad una rottura, od almeno che possa entrare nella lotta solamente dopo una prima sconfitta della Francia. In questo caso, essendo tutto preparato perchè la prima grande battaglia sia assolutamente decisiva, resterebbe di molto diminuito il peso che la Russia getterebbe sulla bilancia.Riguardo alle qualità dell'armata francese, qui credono che manchi di compattezza e di disciplina. Senza di ciò il grande numero non basta, anzi in date circostanze potrebbe nuocere. Non si dubita però che, almeno sul principio, l'armata francese sarà meglio condotta che nel 1870-1871. Si ha molta stima del Capo di Stato Maggiore generale Miribel. I tedeschi si ritengono superiori nell'artiglieria, massime come mezzi di assedio. Sanno che il fucile francese Lebel è ottimo, ma per la prossima primavera tutta l'armata tedesca di prima linea avrà un nuovo fucile, che è il perfezionamento di quanto si è fatto finora. A questo si lavora febbrilmente, ma senza rumore, negli arsenali, fabbricandone 4000 al giorno.Il Principe ha fiducia non solo sulla benevolenza dell'Inghilterra, ma sul suo concorso, qualora la Francia rompesse prima in guerra. È lieto di vedere come tu coltivi abilmente l'amicizia inglese, senza badare se sia al potere Salisbury, piuttosto che Gladstone. Nel caso probabile di avere il concorso attivo dell'Inghilterra, l'azione delle tre flotte combinate paralizzerebbe completamente quella della flotta francese, obbligandola a rifugiarsi nei suoi arsenali, od accettare di combattere con forze sproporzionate. Ciò, dice il Principe, faciliterebbe assai le operazioni contro la Francia degli eserciti di terra. Le tre flotte sarebbero: l'inglese, la tedesca el'italiana. Io gli osservai perchè non metteva nel numero anche l'austriaca. Mi rispose di questa ritenere buono il personale, ma cattivo il materiale. In complesso ho rimarcato nel Principe una certa freddezza verso l'Austria. Parlando della prossima visita dell'imperatore Francesco Giuseppe a Berlino, mi disse: «Meno male che per il lutto che porta, ha voluto che non si facessero feste». Invece è marcatissimo l'aggradimento che accompagnò la visita di re Umberto. A proposito di lutto, egli ritiene la morte dell'arciduca Rodolfo, avvenuta per assassinio.Molte idee del Principe sulla politica dell'Inghilterra, della Russia, dell'Austria e della Turchia, e sul contegno di queste Potenze nel caso di un primo attacco della Francia contro la Germania e l'Italia, oppure della Russia contro l'Austria e la Turchia, sarebbe troppo lungo esporle per iscritto. Ti riferirò a voce.Egualmente farò riguardo alle idee del Principe e del suo contorno, sul modo con cui è condotta la nostra politica estera. Ho pizzicato un po' da tutti, in modo che credo essermi fatto un concetto esatto del loro intimo pensiero su di te e su quelli che ti circondano alla Consulta, come sopra alcuni nostri rappresentanti all'estero. È tutto a tuo vantaggio il loro modo di vedere sulla nostra politica estera, ma dicono che dovendo forzatamente occuparti anche della politica interna, ti ammazzi per troppo lavoro.A proposito della politica interna, il Principe teme solamente il caso che tu possa cadere per cause parlamentari, cosa che, egli dice, sarebbe fatale. Io lo rassicurai dicendogli, che, sebbene in Italia non si possa pigliare il Parlamento nello stesso modo con cui egli lo pigliò per molti anni in Germania, tu hai nella Camera attuale una larga maggioranza. Aggiunsi che non discutevo le qualità di questa Camera, ma sta il fatto che questa larga maggioranza esiste. In ogni caso dissi esser certo che il Re, occorrendo, ti accorderebbe lo scioglimento, e nuove elezioni.A proposito di elezioni, il Principe non crede possibile l'avvenimento al potere di Boulanger, e finchè resta Carnot, confida nella pace. Carnot sa benissimo che se si decidesse per la guerra, sarebbe di fatto soppiantato nel potere dai Generali.Il Principe non crede affatto alla partenza di Leone XIIIda Roma. Per lui il prestigio del Papa proviene dalla storia e dalle tradizioni di Roma, dai tesori e dalle pompe di San Pietro e del Vaticano. Fuori di Roma il Papa non gli sembrerebbe più il rappresentante di una grande, potente, antica istituzione, come il cattolicismo, ma uno Schah di Persia qualunque in viaggio attraverso l'Europa a spese altrui. Per le Potenze cattoliche, e per la stessa Francia, sarebbe un grave imbarazzo avere ospite il Papa. Mi disse che l'Ambasciatore tedesco in Ispagna aveva giorni sono telegrafato la notizia che il Papa era quanto prima atteso a Madrid. Il Principe rispose all'ambasciatore che gli proibiva di telegrafare simili bestialità (sic). Egli è informato che anche da Vienna si consigli il Papa a non muoversi da Roma, a meno che gli si usassero violenze dalla piazza, il che, egli ne è convintissimo, tu non permetteresti.Scusa la confusione di queste informazioni. A Roma o Napoli ti darò moltissimi dettagli. Domattina andrò a Colonia e Magonza per le visite che ti dissi nell'altra mia. Sabato o domenica sarò a Milano, lunedì o martedì a Roma.Tante cose.aff.moChecco.
Berlino, 24 luglio 1889.
Carissimo amico,
Son reduce stamane da Varzin, ove ebbi una magnifica accoglienza dal Principe e dalla Principessa, dal conte e contessa Rantzau e da Erbert, che mi precedette. Tutti mi parlarono di te con affetto ed entusiasmo e mi incaricarono delle cose più cordiali.
Riassumo i discorsi che ebbi col Principe.
Non crede assolutamente alla possibilità di un attacco contro l'Italia, quale sarebbe indicato dalle tue informazioni ch'io ho riferito. Dice che tale fatto ecciterebbe l'indignazione del mondo civile. La responsabilità di avere provocata la guerra in Europa, con un fatto da briganti (testuale), costerebbe immensamente cara alla Francia. Sarebbe il caso delfinis Galliæ(testuale), e ci vorrebbe ben altro che i cinque miliardi del 1871. Aggiunge che dal punto di vista puramente utilitario e materiale sarebbe quasi da desiderarsi questa pazza aggressione. Nelle alte sfere militari in Germania si preferirebbe la guerra subito, od alla prossima primavera, piuttosto che fra due anni, epoca nella quale la Franciaavrà al completo i suoi quadri, gli armamenti e le fortificazioni. Ad ogni modo il Principe dice che la Germania sta cogli occhi allerti e colle polveri asciutte. Di fronte a qualunque pericolo, minaccia od improvvisa aggressione, essa da lungo tempo è preparata. In dieci giorni possono invadere il territorio francese 1.200.000 uomini. Gli approvvigionamenti da guerra e da bocca, necessari per un mese a questa immensa armata, sono già preparati nelle città e fortezze lungo il Reno, nella Lorena ed in Alsazia. Tutto ciò dopo essersi premuniti in modo da non temere qualunque attacco dal lato della Russia; colla quale spera ancora il Principe che non si venga ad una rottura, od almeno che possa entrare nella lotta solamente dopo una prima sconfitta della Francia. In questo caso, essendo tutto preparato perchè la prima grande battaglia sia assolutamente decisiva, resterebbe di molto diminuito il peso che la Russia getterebbe sulla bilancia.
Riguardo alle qualità dell'armata francese, qui credono che manchi di compattezza e di disciplina. Senza di ciò il grande numero non basta, anzi in date circostanze potrebbe nuocere. Non si dubita però che, almeno sul principio, l'armata francese sarà meglio condotta che nel 1870-1871. Si ha molta stima del Capo di Stato Maggiore generale Miribel. I tedeschi si ritengono superiori nell'artiglieria, massime come mezzi di assedio. Sanno che il fucile francese Lebel è ottimo, ma per la prossima primavera tutta l'armata tedesca di prima linea avrà un nuovo fucile, che è il perfezionamento di quanto si è fatto finora. A questo si lavora febbrilmente, ma senza rumore, negli arsenali, fabbricandone 4000 al giorno.
Il Principe ha fiducia non solo sulla benevolenza dell'Inghilterra, ma sul suo concorso, qualora la Francia rompesse prima in guerra. È lieto di vedere come tu coltivi abilmente l'amicizia inglese, senza badare se sia al potere Salisbury, piuttosto che Gladstone. Nel caso probabile di avere il concorso attivo dell'Inghilterra, l'azione delle tre flotte combinate paralizzerebbe completamente quella della flotta francese, obbligandola a rifugiarsi nei suoi arsenali, od accettare di combattere con forze sproporzionate. Ciò, dice il Principe, faciliterebbe assai le operazioni contro la Francia degli eserciti di terra. Le tre flotte sarebbero: l'inglese, la tedesca el'italiana. Io gli osservai perchè non metteva nel numero anche l'austriaca. Mi rispose di questa ritenere buono il personale, ma cattivo il materiale. In complesso ho rimarcato nel Principe una certa freddezza verso l'Austria. Parlando della prossima visita dell'imperatore Francesco Giuseppe a Berlino, mi disse: «Meno male che per il lutto che porta, ha voluto che non si facessero feste». Invece è marcatissimo l'aggradimento che accompagnò la visita di re Umberto. A proposito di lutto, egli ritiene la morte dell'arciduca Rodolfo, avvenuta per assassinio.
Molte idee del Principe sulla politica dell'Inghilterra, della Russia, dell'Austria e della Turchia, e sul contegno di queste Potenze nel caso di un primo attacco della Francia contro la Germania e l'Italia, oppure della Russia contro l'Austria e la Turchia, sarebbe troppo lungo esporle per iscritto. Ti riferirò a voce.
Egualmente farò riguardo alle idee del Principe e del suo contorno, sul modo con cui è condotta la nostra politica estera. Ho pizzicato un po' da tutti, in modo che credo essermi fatto un concetto esatto del loro intimo pensiero su di te e su quelli che ti circondano alla Consulta, come sopra alcuni nostri rappresentanti all'estero. È tutto a tuo vantaggio il loro modo di vedere sulla nostra politica estera, ma dicono che dovendo forzatamente occuparti anche della politica interna, ti ammazzi per troppo lavoro.
A proposito della politica interna, il Principe teme solamente il caso che tu possa cadere per cause parlamentari, cosa che, egli dice, sarebbe fatale. Io lo rassicurai dicendogli, che, sebbene in Italia non si possa pigliare il Parlamento nello stesso modo con cui egli lo pigliò per molti anni in Germania, tu hai nella Camera attuale una larga maggioranza. Aggiunsi che non discutevo le qualità di questa Camera, ma sta il fatto che questa larga maggioranza esiste. In ogni caso dissi esser certo che il Re, occorrendo, ti accorderebbe lo scioglimento, e nuove elezioni.
A proposito di elezioni, il Principe non crede possibile l'avvenimento al potere di Boulanger, e finchè resta Carnot, confida nella pace. Carnot sa benissimo che se si decidesse per la guerra, sarebbe di fatto soppiantato nel potere dai Generali.
Il Principe non crede affatto alla partenza di Leone XIIIda Roma. Per lui il prestigio del Papa proviene dalla storia e dalle tradizioni di Roma, dai tesori e dalle pompe di San Pietro e del Vaticano. Fuori di Roma il Papa non gli sembrerebbe più il rappresentante di una grande, potente, antica istituzione, come il cattolicismo, ma uno Schah di Persia qualunque in viaggio attraverso l'Europa a spese altrui. Per le Potenze cattoliche, e per la stessa Francia, sarebbe un grave imbarazzo avere ospite il Papa. Mi disse che l'Ambasciatore tedesco in Ispagna aveva giorni sono telegrafato la notizia che il Papa era quanto prima atteso a Madrid. Il Principe rispose all'ambasciatore che gli proibiva di telegrafare simili bestialità (sic). Egli è informato che anche da Vienna si consigli il Papa a non muoversi da Roma, a meno che gli si usassero violenze dalla piazza, il che, egli ne è convintissimo, tu non permetteresti.
Scusa la confusione di queste informazioni. A Roma o Napoli ti darò moltissimi dettagli. Domattina andrò a Colonia e Magonza per le visite che ti dissi nell'altra mia. Sabato o domenica sarò a Milano, lunedì o martedì a Roma.
Tante cose.
aff.moChecco.
Fortunatamente la pace non fu turbata, sia che il governo francese, di certo al corrente dei preparativi militari e dell'azione diplomatica dell'Italia, soprassedesse ai suoi disegni, sia che non trovasse un pretesto per assalire. Al conte di Launay il principe di Bismarck espresse l'opinione che i francesi non osassero far la guerra senza alleati, ma cercassero soltanto, con tutti i mezzi possibili, a far nascere e tener vive in Italia continue diffidenze ed inquietudini, nella speranza di nuocere così al nostro credito ed alla nostra economia pubblica.
Ma nell'interesse del domani, l'on. Crispi non cessò di vigilare. E l'allarme recò qualche beneficio, poichè dette occasione a constatare le attive simpatie per l'Italia delle Potenze centrali e dell'Inghilterra:
Berlino, 14 agosto 1889.(Riservato). — Dissi oggi al segretario di Stato che il Governo del Re, che si era associato con viva soddisfazione alle dimostrazioni in occasione della visita recentedell'imperatore Guglielmo in Inghilterra, si associa con lo stesso sentimento alle manifestazioni scambiate ora per la presenza in Berlino dell'imperatore Francesco Giuseppe. Il conte di Bismarck mi rispose che infatti l'Italia aveva ogni motivo di rallegrarsi, essa era ed è considerata come presente in spirito a quei convegni. L'Inghilterra «quantunque non parte contraente della triplice alleanza, la costeggia». Il Governo inglese è animato delle migliori disposizioni anche verso l'Italia, in caso di provocazioni da parte della Francia. L'imperatore d'Austria dichiarò quanto era soddisfatto che il nostro augusto Sovrano abbia un primo Ministro di tanta vaglia. S. M. Imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso gli italiani dell'Impero. Nè Salisbury, nè Kálnoky credono a prossima guerra e meno ancora che la Francia commetta l'errore di dichiararla all'Italia.Launay.
Berlino, 14 agosto 1889.
(Riservato). — Dissi oggi al segretario di Stato che il Governo del Re, che si era associato con viva soddisfazione alle dimostrazioni in occasione della visita recentedell'imperatore Guglielmo in Inghilterra, si associa con lo stesso sentimento alle manifestazioni scambiate ora per la presenza in Berlino dell'imperatore Francesco Giuseppe. Il conte di Bismarck mi rispose che infatti l'Italia aveva ogni motivo di rallegrarsi, essa era ed è considerata come presente in spirito a quei convegni. L'Inghilterra «quantunque non parte contraente della triplice alleanza, la costeggia». Il Governo inglese è animato delle migliori disposizioni anche verso l'Italia, in caso di provocazioni da parte della Francia. L'imperatore d'Austria dichiarò quanto era soddisfatto che il nostro augusto Sovrano abbia un primo Ministro di tanta vaglia. S. M. Imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso gli italiani dell'Impero. Nè Salisbury, nè Kálnoky credono a prossima guerra e meno ancora che la Francia commetta l'errore di dichiararla all'Italia.
Launay.
La politica dell'on. Crispi di fronte alla Francia, era combattuta in Italia dai partiti estremi, e il turpiloquio dei giornali francesi contro il patriotta italiano era, purtroppo, imitato da qualche giornale nostro. È noto quale influenza eserciti certa stampa sugli animi deboli e impulsivi; un tal Caporali, il 13 settembre aggredì e ferì non leggermente l'on. Crispi.
La propaganda francofila produsse un altro effetto deplorevole; taluni italiani ebbero la cattiva idea di organizzare un cosiddetto pellegrinaggio di operai italiani, i quali si recarono in Francia a protestare contro il Governo del loro paese. Intorno a cotesto viaggio, l'Incaricato di Affari a Parigi, signor Ressman, scriveva privatamente a Crispi in data 14 settembre:
Checchè se ne dica, la veritàverasullo scandaloso pellegrinaggio dei nostri operai repubblicani in Francia si è ch'essi non ebbero luogo di troppo entusiasmarsi per l'accoglienza qui ricevuta. Potevamo temere dimostrazioni ben altrimenti chiassose: la massa della popolazione parigina invece rimase assolutamente indifferente ed inerte, ignorando quasi la presenza d'italiani.Testimoni oculari mi affermarono che fu freddo anche il ricevimento all'Hôtel de Ville. Quattro bislacchi discorsi e le amplificazioni solite d'alcuni giornalacci rimpiazzarono ciò che i promotori forse speravano da uno spontaneo movimento popolare. I più savi dei francesi non s'illusero sull'efficacia pratica della dimostrazione, ed in molti, sopra ogni calcolo politico, doveva vincerla il disprezzo per così sfrontati promettitori di alto tradimento. Tale disprezzo invase irresistibile perfino l'animo di un corrispondente delSecolo, il noto Paronelli, astigiano, prima corrispondente a Berlino, il quale venne da me a dare sfogo al suo sdegno ed a dichiararmi che in presenza di tanta malafede egli voleva pubblicamente romperla con Sonzogno, la questione ponendosi oramai sul terreno della fedeltà alla bandiera nazionale....Alfieri, Visconti-Venosta, Imbriani, Nicotera sono, tra i tanti nostri uomini politici qui venuti, quelli che attirarono l'attenzione, e se non parlassi che del primo e del terzo direi quelli che più si studiarono d'attirarla. Visconti-V. si tenne quanto più potè e col massimo tatto nell'ombra. Nicotera, spaventato della non provocataréclamedi capo d'opposizione colla quale ilFigarosalutò il suo arrivo, si affrettò a scolparsi dell'importuno complimento con un telegramma allaTribunache venne a leggermi ieri protestando (affinchè glielo ripetessi) che malgrado la sua situazione parlamentare eglisi batterebbe per Crispi, se lo si volesse sospettare d'essere venuto a combattere su questo terreno la sua politica estera, mentre in fatto non era venuto per altro che per contemplare la Torre Eiffel. Gli dissi che non avrei osato dubitare dell'identità del suo col mio proprio sentimento verso uomini capaci di venir nelle presenti condizioni a cercar dai francesi un puntello a' loro scopi politici in Italia.P.S.Il sig. Jules Ferry manda a chiedermi l'indirizzo del barone Nicotera. Non fo commenti.»
Checchè se ne dica, la veritàverasullo scandaloso pellegrinaggio dei nostri operai repubblicani in Francia si è ch'essi non ebbero luogo di troppo entusiasmarsi per l'accoglienza qui ricevuta. Potevamo temere dimostrazioni ben altrimenti chiassose: la massa della popolazione parigina invece rimase assolutamente indifferente ed inerte, ignorando quasi la presenza d'italiani.Testimoni oculari mi affermarono che fu freddo anche il ricevimento all'Hôtel de Ville. Quattro bislacchi discorsi e le amplificazioni solite d'alcuni giornalacci rimpiazzarono ciò che i promotori forse speravano da uno spontaneo movimento popolare. I più savi dei francesi non s'illusero sull'efficacia pratica della dimostrazione, ed in molti, sopra ogni calcolo politico, doveva vincerla il disprezzo per così sfrontati promettitori di alto tradimento. Tale disprezzo invase irresistibile perfino l'animo di un corrispondente delSecolo, il noto Paronelli, astigiano, prima corrispondente a Berlino, il quale venne da me a dare sfogo al suo sdegno ed a dichiararmi che in presenza di tanta malafede egli voleva pubblicamente romperla con Sonzogno, la questione ponendosi oramai sul terreno della fedeltà alla bandiera nazionale....
Alfieri, Visconti-Venosta, Imbriani, Nicotera sono, tra i tanti nostri uomini politici qui venuti, quelli che attirarono l'attenzione, e se non parlassi che del primo e del terzo direi quelli che più si studiarono d'attirarla. Visconti-V. si tenne quanto più potè e col massimo tatto nell'ombra. Nicotera, spaventato della non provocataréclamedi capo d'opposizione colla quale ilFigarosalutò il suo arrivo, si affrettò a scolparsi dell'importuno complimento con un telegramma allaTribunache venne a leggermi ieri protestando (affinchè glielo ripetessi) che malgrado la sua situazione parlamentare eglisi batterebbe per Crispi, se lo si volesse sospettare d'essere venuto a combattere su questo terreno la sua politica estera, mentre in fatto non era venuto per altro che per contemplare la Torre Eiffel. Gli dissi che non avrei osato dubitare dell'identità del suo col mio proprio sentimento verso uomini capaci di venir nelle presenti condizioni a cercar dai francesi un puntello a' loro scopi politici in Italia.
P.S.Il sig. Jules Ferry manda a chiedermi l'indirizzo del barone Nicotera. Non fo commenti.»
Il 4 ottobre l'on. Crispi compì settant'anni e il principe di Bismarck colse l'occasione di quell'anniversario per rinnovare al suo amico e collega l'espressione dei suoi sentimenti:
Aujourd'hui, cher ami et collègue, vous célébrez l'anniversaire que j'ai fêté il y a cinq ans et qui me donne l'occasion de joindre les vœux chaleureux que je forme pour votre bonheur et votre avenir politique à ceux que vos compatriotes vous adresseront au jour de votre fête. J'éspère que votre santé sera promptement rétablie et vous permettra de continuer pendant de longues années votre précieux concours à la tâche pacifique que nous unit dans l'intérêt de nos deux nations.Von Bismarck.
Aujourd'hui, cher ami et collègue, vous célébrez l'anniversaire que j'ai fêté il y a cinq ans et qui me donne l'occasion de joindre les vœux chaleureux que je forme pour votre bonheur et votre avenir politique à ceux que vos compatriotes vous adresseront au jour de votre fête. J'éspère que votre santé sera promptement rétablie et vous permettra de continuer pendant de longues années votre précieux concours à la tâche pacifique que nous unit dans l'intérêt de nos deux nations.
Von Bismarck.
Je vous remercie cordialement des vœux chaleureux que vous m'exprimez. Je suis profondement touché de ce témoignage d'amitié ainsi que du prix que Votre Altesse veut bien attacher au concours devoué que je lui prête dans la grande œuvre de paix qui unit nos deux nations.Crispi.
Je vous remercie cordialement des vœux chaleureux que vous m'exprimez. Je suis profondement touché de ce témoignage d'amitié ainsi que du prix que Votre Altesse veut bien attacher au concours devoué que je lui prête dans la grande œuvre de paix qui unit nos deux nations.
Crispi.
Non mancò mai in Crispi il buon volere per ristabilire migliori relazioni con la Francia. Il 10 ottobre egli riceveva dal Ressman le seguenti informazioni:
Non ebbi dal signor Spuller una sola udienza in cui egli ad uno o ad altro proposito, non abbia protestato delle sue fermamente amichevoli intenzioni verso l'Italia e verso il Regio Governo, ripetendo in frasi quasi stereotipe che mai per opera sua un dissidio sorgerà fra le due nazioni, che mai egli lascerà degenerare in conflitto alcuna contestazione fra noi, che sempre si studierà a darci ogni più efficace prova di buon volere e di animo conciliante. Anche nel colloquio che ebbi ieri con lui, questo signor Ministro degli Affari esteri, annunziandomi il prossimo arrivo in congedo del signor Mariani, che passerà qui due o tre settimane, mi disse che gli ripeterà verbalmente le più categoriche istruzioni affinchè dopo il suo ritorno in Italia raddoppii d'animo per convincere il Regio Governo delle cordiali disposizioni del Governo della Repubblica e si adoperi «con ardore, con serenità, con allegro umore» (sono lesue parole) a dissipare ogni possibile malinteso ed a ravvicinare di più in più i due paesi.L'occasione era buona per far sentire al signor Spuller che da atti, meglio che da ogni parola, l'E. V. ed il Governo di Sua Maestà potrebbero essere indotti a vincere i dubbi sulla sincerità di quelle intenzioni che troppo sovente risorgevano, ora perchè nessuno in Italia poteva capacitarsi che il Governo francese fosse interamente estraneo al linguaggio troppo spesso amaro, calunnioso, aggressivo della stampa parigina, non meno di quella dei dipartimenti verso il Regno vicino; ora perchè pareva difficile di non ammettere una certa connivenza del medesimo nella guerra così accanita che qui una formidabile lega di ribassisti muoveva al credito italiano; ora perchè in più di una questione insorta fra' due Governi, come per esempio in quella di Gabes, le tergiversazioni e gli indugii a venirne ad una soluzione non tradivano invero sentimenti conformi alle reiterate dichiarazioni di amicizia. Non nascosi al signor Spuller, che queste osservazioni non mi erano suggerite da un solo apprezzamento mio personale, ma che più volte mi venivano fatte dall'Eccellenza Vostra e che a me stava a cuore di poterle rispondere altrimenti che con giudizii miei propri dettati da desiderio di conciliazione.M'inspirai nel mio discorso dal telegramma che l'Eccellenza Vostra mi aveva indirizzato in data del 3 corrente.Il signor Spuller nel rispondermi cominciò dall'inveire in termini violentissimi contro il giornalismo ed i giornalisti. Riconobbe, esprimendone vivo rammarico, che il Governo era impotente contro la stampa, non solo per effetto della legge, ma principalmente pel carattere e per la qualità dei giornalisti coi quali aveva da fare. «Io che ogni mattina mi vedo condannato a riceverne qui molti, vi posso dire che nulla uguaglia la loro ignoranza profonda, le loro insensate prevenzioni, la loro passione. E la passione è retaggio dell'ignoranza, avvegnacchè chi è istruito, chi sa, chi ragiona non deve ciecamente appassionarsi. Oggi i giornalisti si reclutano fra tutto ciò che vi è di più basso, di più infimo fra gli uomini capaci di tenere una penna. Fatelo sentire al vostro Governo, affinchè non renda noi responsabilidi eccessi che deploriamo e contro i quali lottiamo noi per i primi».Obiettai al mio interlocutore che sapevamo certamente distinguere fra una ed un'altra classe di giornali e di giornalisti, che il mio voto di un diverso indirizzo della stampa francese riferivasi specialmente alla stampa ufficiosa, della quale il Governo della Repubblica pure non poteva continuare ad affermarsi irresponsabile. A ciò il signor Spuller rispose citando quello che fu già il giornale di Gambetta ed il suo,La République Française, di cui non gli pareva dovessimo dolerci. Alla mia volta gli nominaiLe Temps, che giornalmente riceve comunicazioni del Ministero degli Affari esteri ed accolse pure in non lontano tempo apprezzamenti assai poco benevoli circa gli uomini e le cose d'Italia. Il signor Spuller parve non esser meco d'accordo su questo punto.Alla guerra che qui si fa ai valori italiani il Ministro pretese interamente ed assolutamente estranea l'azione del Governo, nè trovò risposta quando gli dissi che erano per lo meno scusabili i sospetti che doveva far nascere la quasi unanimità dei bollettini finanziarii di tutti i giornali di Parigi nel dare quotidiani e feroci assalti al credito Italiano.»
Non ebbi dal signor Spuller una sola udienza in cui egli ad uno o ad altro proposito, non abbia protestato delle sue fermamente amichevoli intenzioni verso l'Italia e verso il Regio Governo, ripetendo in frasi quasi stereotipe che mai per opera sua un dissidio sorgerà fra le due nazioni, che mai egli lascerà degenerare in conflitto alcuna contestazione fra noi, che sempre si studierà a darci ogni più efficace prova di buon volere e di animo conciliante. Anche nel colloquio che ebbi ieri con lui, questo signor Ministro degli Affari esteri, annunziandomi il prossimo arrivo in congedo del signor Mariani, che passerà qui due o tre settimane, mi disse che gli ripeterà verbalmente le più categoriche istruzioni affinchè dopo il suo ritorno in Italia raddoppii d'animo per convincere il Regio Governo delle cordiali disposizioni del Governo della Repubblica e si adoperi «con ardore, con serenità, con allegro umore» (sono lesue parole) a dissipare ogni possibile malinteso ed a ravvicinare di più in più i due paesi.
L'occasione era buona per far sentire al signor Spuller che da atti, meglio che da ogni parola, l'E. V. ed il Governo di Sua Maestà potrebbero essere indotti a vincere i dubbi sulla sincerità di quelle intenzioni che troppo sovente risorgevano, ora perchè nessuno in Italia poteva capacitarsi che il Governo francese fosse interamente estraneo al linguaggio troppo spesso amaro, calunnioso, aggressivo della stampa parigina, non meno di quella dei dipartimenti verso il Regno vicino; ora perchè pareva difficile di non ammettere una certa connivenza del medesimo nella guerra così accanita che qui una formidabile lega di ribassisti muoveva al credito italiano; ora perchè in più di una questione insorta fra' due Governi, come per esempio in quella di Gabes, le tergiversazioni e gli indugii a venirne ad una soluzione non tradivano invero sentimenti conformi alle reiterate dichiarazioni di amicizia. Non nascosi al signor Spuller, che queste osservazioni non mi erano suggerite da un solo apprezzamento mio personale, ma che più volte mi venivano fatte dall'Eccellenza Vostra e che a me stava a cuore di poterle rispondere altrimenti che con giudizii miei propri dettati da desiderio di conciliazione.
M'inspirai nel mio discorso dal telegramma che l'Eccellenza Vostra mi aveva indirizzato in data del 3 corrente.
Il signor Spuller nel rispondermi cominciò dall'inveire in termini violentissimi contro il giornalismo ed i giornalisti. Riconobbe, esprimendone vivo rammarico, che il Governo era impotente contro la stampa, non solo per effetto della legge, ma principalmente pel carattere e per la qualità dei giornalisti coi quali aveva da fare. «Io che ogni mattina mi vedo condannato a riceverne qui molti, vi posso dire che nulla uguaglia la loro ignoranza profonda, le loro insensate prevenzioni, la loro passione. E la passione è retaggio dell'ignoranza, avvegnacchè chi è istruito, chi sa, chi ragiona non deve ciecamente appassionarsi. Oggi i giornalisti si reclutano fra tutto ciò che vi è di più basso, di più infimo fra gli uomini capaci di tenere una penna. Fatelo sentire al vostro Governo, affinchè non renda noi responsabilidi eccessi che deploriamo e contro i quali lottiamo noi per i primi».
Obiettai al mio interlocutore che sapevamo certamente distinguere fra una ed un'altra classe di giornali e di giornalisti, che il mio voto di un diverso indirizzo della stampa francese riferivasi specialmente alla stampa ufficiosa, della quale il Governo della Repubblica pure non poteva continuare ad affermarsi irresponsabile. A ciò il signor Spuller rispose citando quello che fu già il giornale di Gambetta ed il suo,La République Française, di cui non gli pareva dovessimo dolerci. Alla mia volta gli nominaiLe Temps, che giornalmente riceve comunicazioni del Ministero degli Affari esteri ed accolse pure in non lontano tempo apprezzamenti assai poco benevoli circa gli uomini e le cose d'Italia. Il signor Spuller parve non esser meco d'accordo su questo punto.
Alla guerra che qui si fa ai valori italiani il Ministro pretese interamente ed assolutamente estranea l'azione del Governo, nè trovò risposta quando gli dissi che erano per lo meno scusabili i sospetti che doveva far nascere la quasi unanimità dei bollettini finanziarii di tutti i giornali di Parigi nel dare quotidiani e feroci assalti al credito Italiano.»
Furono probabilmente queste dichiarazioni dello Spuller, suo antico amico personale, che suggerirono all'on. Crispi di preannunziare nel suo discorso di Palermo del 14 ottobre l'abolizione delle tariffe differenziali applicate alle merci importate in Italia dalla Francia.
L'on. Crispi non pose condizioni, ma pel fatto stesso della sua iniziativa obbligò il governo francese a manifestare l'animo suo.
In un colloquio del 23 ottobre con Menabrea il ministro Spuller mi espresse calorosamente — telegrafava l'Ambasciatore — il suo desiderio di corrispondere alla iniziativa di V. E., non dissimulando però le difficoltà parlamentari. Affine di ottenere dichiarazioni più esplicite dal signor Spuller, senza oltre impegnare V. E., gli dissi sotto la mia personale responsabilità, che sarei felice di dar termine alla mia carriera, anzitutto con il contribuirea ristabilire pacifiche relazioni commerciali tra Francia ed Italia, al che Spuller rispose che si stimerebbe pure fortunato di esordire nella sua carriera diplomatica con il raggiungere l'ottimo intento, al quale egli è disposto a mettere il massimo impegno. Mi invitò a conferire in proposito con il signor Tirard.»
In un colloquio del 23 ottobre con Menabrea il ministro Spuller mi espresse calorosamente — telegrafava l'Ambasciatore — il suo desiderio di corrispondere alla iniziativa di V. E., non dissimulando però le difficoltà parlamentari. Affine di ottenere dichiarazioni più esplicite dal signor Spuller, senza oltre impegnare V. E., gli dissi sotto la mia personale responsabilità, che sarei felice di dar termine alla mia carriera, anzitutto con il contribuirea ristabilire pacifiche relazioni commerciali tra Francia ed Italia, al che Spuller rispose che si stimerebbe pure fortunato di esordire nella sua carriera diplomatica con il raggiungere l'ottimo intento, al quale egli è disposto a mettere il massimo impegno. Mi invitò a conferire in proposito con il signor Tirard.»
Quale atteggiamento assumesse il presidente del Consiglio, signor Tirard, risulta da quest'altro telegramma del Menabrea, del 25 ottobre:
In seguito alla conversazione che, mercoledì ultimo, io ebbi col signor Spuller e della quale io resi conto all'E. V. col mio telegramma di ieri, mi recai presso il signor Tirard, che aveva avuto tempo di leggere e meditare il discorso di V. E.Egli dimostrò di apprezzarlo grandemente e ne riconobbe il senso pacifico e conciliativo; tuttavia egli non ammette intieramente che il contegno stesso della Francia abbia causato, per parte nostra, la denunzia del trattato di commercio, che fu ed è tuttora pretesto di tante recriminazioni contro di noi.Nell'annunzio fatto da V. E. di avere la intenzione di proporre al Parlamento l'abolizione dei diritti differenziali rispetto alla Francia, senza chiedere la reciprocità per parte di essa, il signor Tirard si compiacque di riconoscere un atto conciliativo tale da calmare le asprezze tuttora esistenti nei rapporti commerciali dei nostri due paesi. Ma quando io gli chiesi se egli avrebbe seguìto nella via conciliativa apertagli dall'E. V., egli mi rispose che, prima di addivenire all'abolizione, per parte della Francia, delle tariffe differenziali, sarebbe necessario di riformare alcuni articoli della nostra tariffa generale, che sono effettivamente proibitivi per il commercio francese; al che gli feci osservare che la questione posta in quel modo era affatto diversa dall'altra, poichè egli ci suggeriva infatti per le nostre tariffe delle modificazioni che giustificherebbero soltanto la stipulazione di un nuovo trattato di commercio, al quale la Francia stessa in questo momento ripugnava, mentre la dichiarazione di V. E., relativa all'abolizione dei diritti differenziali, era un atto di conciliante cortesia, che non potrebbe esserericambiato che con un atto consimile per ben dimostrare che i nostri due paesi, conservando tuttora la loro libertà commerciale, non intendono continuare più oltre una guerra di tariffe che non giova a nessuno. Il signor Tirard, tuttochè si mostrasse desideroso di ristabilire più facili rapporti commerciali coll'Italia, non nascose che temeva d'incontrare nella nuova Camera un ostacolo quasi insuperabile. Poichè le ultime elezioni furono fatte sotto l'influenza del protezionismo più assoluto, per cui è dubbio che, colla miglior volontà, egli possa compiere il desiderio espressomi con vivacità dal suo collega, il signor Spuller, quello cioè di ristabilire la pace commerciale.Tuttavia l'ostilità contro l'Italia va scemando; il discorso di V. E. produsse molto effetto sugli uomini più oculati. Benchè la stampa che, in generale, agisce sotto l'influenza della speculazione, tenti di mantenere un'irritazione che serve di argomento alle sue polemiche, non pertanto le idee pacifiche tendono a prendere il sopravvento.Il presidente della Repubblica, cui feci questa mattina la mia visita di dovere, mi parlò in quel senso, ed espresse il pensiero che le Potenze europee, anzichè profondere tesori per divorarsi tra loro, dovrebbero unirsi per resistere all'avversario che dalla sponda occidentale dell'Atlantico sembra voler minacciare il commercio e l'industria europea.
In seguito alla conversazione che, mercoledì ultimo, io ebbi col signor Spuller e della quale io resi conto all'E. V. col mio telegramma di ieri, mi recai presso il signor Tirard, che aveva avuto tempo di leggere e meditare il discorso di V. E.
Egli dimostrò di apprezzarlo grandemente e ne riconobbe il senso pacifico e conciliativo; tuttavia egli non ammette intieramente che il contegno stesso della Francia abbia causato, per parte nostra, la denunzia del trattato di commercio, che fu ed è tuttora pretesto di tante recriminazioni contro di noi.
Nell'annunzio fatto da V. E. di avere la intenzione di proporre al Parlamento l'abolizione dei diritti differenziali rispetto alla Francia, senza chiedere la reciprocità per parte di essa, il signor Tirard si compiacque di riconoscere un atto conciliativo tale da calmare le asprezze tuttora esistenti nei rapporti commerciali dei nostri due paesi. Ma quando io gli chiesi se egli avrebbe seguìto nella via conciliativa apertagli dall'E. V., egli mi rispose che, prima di addivenire all'abolizione, per parte della Francia, delle tariffe differenziali, sarebbe necessario di riformare alcuni articoli della nostra tariffa generale, che sono effettivamente proibitivi per il commercio francese; al che gli feci osservare che la questione posta in quel modo era affatto diversa dall'altra, poichè egli ci suggeriva infatti per le nostre tariffe delle modificazioni che giustificherebbero soltanto la stipulazione di un nuovo trattato di commercio, al quale la Francia stessa in questo momento ripugnava, mentre la dichiarazione di V. E., relativa all'abolizione dei diritti differenziali, era un atto di conciliante cortesia, che non potrebbe esserericambiato che con un atto consimile per ben dimostrare che i nostri due paesi, conservando tuttora la loro libertà commerciale, non intendono continuare più oltre una guerra di tariffe che non giova a nessuno. Il signor Tirard, tuttochè si mostrasse desideroso di ristabilire più facili rapporti commerciali coll'Italia, non nascose che temeva d'incontrare nella nuova Camera un ostacolo quasi insuperabile. Poichè le ultime elezioni furono fatte sotto l'influenza del protezionismo più assoluto, per cui è dubbio che, colla miglior volontà, egli possa compiere il desiderio espressomi con vivacità dal suo collega, il signor Spuller, quello cioè di ristabilire la pace commerciale.
Tuttavia l'ostilità contro l'Italia va scemando; il discorso di V. E. produsse molto effetto sugli uomini più oculati. Benchè la stampa che, in generale, agisce sotto l'influenza della speculazione, tenti di mantenere un'irritazione che serve di argomento alle sue polemiche, non pertanto le idee pacifiche tendono a prendere il sopravvento.
Il presidente della Repubblica, cui feci questa mattina la mia visita di dovere, mi parlò in quel senso, ed espresse il pensiero che le Potenze europee, anzichè profondere tesori per divorarsi tra loro, dovrebbero unirsi per resistere all'avversario che dalla sponda occidentale dell'Atlantico sembra voler minacciare il commercio e l'industria europea.
Ma l'ostilità francese era irreducibile, e l'iniziativa pacifica dell'on. Crispi non fu corrisposta.
Crispi non nutrì tuttavia risentimento verso i ministri della Repubblica. Una piccola prova della serenità del suo spirito è data dalla seguente lettera:
Sombernon (Côte d'or) le 13 mai 1890.Monsieur le Président du Conseil,J'ai l'honneur de vous offrir la sincère et respectueuse expression de mes sentiments de reconnaissance pour l'insigne faveur qui m'a été accordée sur la proposition de Votre Excellence, par sa Majesté le roi d'Italie, quand elle a daigné me conferer la grand-croix de son ordreroyal des Saints Maurice et Lazare dont son digne ministre à Paris, M. Resmann, m'a remis les insignes et le diplôme le six mai courant.Il m'a été particulièrement agréable de recevoir par l'intermédiaire de Votre Excellence cette marque de la haute estime de Sa Majesté, et je serai heureux si Votre Excellence voulait bien se charger d'être auprès du Roi l'organe et l'interprète de ma profonde gratitude.Je saisis cette occasion, monsieur le Président du Conseil, de vous assurer de la très haute considération avec laquelle j'ai l'honneur d'êtrede Votre Excellencele très humble et très obéissant serviteurE. SpullerDéputé au Parlement françaisancien ministre des affaires étrangères de la République.
Sombernon (Côte d'or) le 13 mai 1890.
Monsieur le Président du Conseil,
J'ai l'honneur de vous offrir la sincère et respectueuse expression de mes sentiments de reconnaissance pour l'insigne faveur qui m'a été accordée sur la proposition de Votre Excellence, par sa Majesté le roi d'Italie, quand elle a daigné me conferer la grand-croix de son ordreroyal des Saints Maurice et Lazare dont son digne ministre à Paris, M. Resmann, m'a remis les insignes et le diplôme le six mai courant.
Il m'a été particulièrement agréable de recevoir par l'intermédiaire de Votre Excellence cette marque de la haute estime de Sa Majesté, et je serai heureux si Votre Excellence voulait bien se charger d'être auprès du Roi l'organe et l'interprète de ma profonde gratitude.
Je saisis cette occasion, monsieur le Président du Conseil, de vous assurer de la très haute considération avec laquelle j'ai l'honneur d'être
de Votre Excellencele très humble et très obéissant serviteur
E. Spuller
Député au Parlement françaisancien ministre des affaires étrangères de la République.