Chapter 24

209.Numerio Popidio Ampliato, padre, a sua spesa.210.«Numerio Popidio Celsino — Numerio Popidio Ampliato — Cornelia Celsa.»211.Napoli e Contorni.Pag. 360.212.Vedi Cap. II. pag. 47.213.Amm. Marcell. Lib. 22.214.Dizion. della Mitologia di tutti i Popoli, alla voceEsculapio.215.Questioni Pompejane, p. 74.216.Corp. inscrip. regni Neapol. N.2189.217.Romolo figlio di Marte fondò la città di Roma e regnò trentott’anni. Il primo egli de’ Capitani, uccise il capitano de’ nemici Acrone re de’ Ceninesi, ne consacrò le opime spoglie a Giove Feretrio, ed ammesso nel novero dei numi, venne chiamato Quirino.218.Pompeii, p. 115.219.Pompeii, p. 117.220.Poesiedi Alessandro Guidi,La Fortuna. Milano 1827.221.«Marco Tullio, figlio di Marco, duumviro incaricato della giustizia, eletto tre volte quinquennale, augure, tribuno de’ militi, eletto dal popolo, eresse sul proprio suolo e con proprio denaro il tempio alla Fortuna Augusta.»222.PompeiiI. 95.223.«Area privata di Marco Tullio figlio di Marco.»224.«Agatemero di Vezio, Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore, Antero di Lacutulano Ministri primi dell’augusta Fortuna, per comando di Marco Stajo Rufo e Gneo Melisseo duumviri e giudici, essendo consoli Publio Silio e Lucio Volusio Saturnale.»225.«Essendo consoli Tauro Statilio, Tito Platilio Eliano, Lucio Stazio Fausto, invece della statua che secondo la legge dei Ministri della Fortuna Augusta doveva porre per decisione emessa sulla relazione del Questore Quinto Pompeo Ametisio, decretarono che due basi marmoree venissero collocate in luogo della statua.» Nel testo le paroleministorum, basis, marmorias, poniretin luogo diministrorum, bases, marmoreas, ponere, devonsi evidentemente attribuire alla ignoranza dell’artefice che le ha scolpite.226.TacitoAnnales, 1, 15 e 54. V. anche ReinesInscr.1, 12.227.Petronio,Satyricon30, 2. Orelli,Inscript.3959.228.Pag. 43.229.Virgil.Æneid.XII. 170:«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»230.Phædr. 1. 17:«Una pecora (bidente) vide entro una fossaGiacente un lupo.»231.Hor. III. Od. 23. 14. Poichè il Gargallo, a questo passo non traduce, ma perifrasa, mi sostituisco a lui:«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti)Placare i Numi.»232.Tab. 19 e 20. «Evvi in Pompei figura di un bidentale scavato, perchè il puteale aveva un tempio rotondo di otto colonne senza tetto, ornato del solo epistilio, con iscrizione scolpita in caratteri osci, che suona latinamente così:Nitrebes ter meddixtuticus septo conclusit, cioè: Nitrebio tre volteMeddixtuticuschiuse con questo recinto.» IlMeddixtuticusera il supremo magistrato di Pompei, e lo aveva ogni città della Campania. La parola è d’origine osca composta dalle due vocimeddix, giudice, curatore, imperante, etuticus, magno, sommo. Ennio così ricorda ilMeddix:Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter.Tito Livio nel lib. 22 delle sueStorie, c. 19, rammenta Cneo Magio di Atella comeMeddixtuticusin quelle parole:Præerat Statius Metius, missus ab Cn. Magio Atellano, qui eo anno meddixtuticus erat; e altrove lo stesso storico (lib. 26, c. 6) fa menzione di Seppio Lesio che copriva la stessa carica:Meddixtuticus, qui summus magistratus apud Campanos est, eo anno Seppius Lesius erat. Siccome poi il Rosini nella suaDissertatio Isagogica(pag. 38), riferisce un’iscrizione ercolanese in cui son nominatiL. Labeo, L. Aquilius meddixtuticus etc.; così ne trae argomento ad opinare che fosse cotesto un gemino magistrato, di cui uno avesse alternamente il comando in tempo di guerra, come i consoli in Roma. Vedi anche Lanzi:Saggi di lingua etrusca. Tom. 2, pag. 609.233.Forcellini,Totius Latinitatis Lexicon. Voc.Bidentalis. Cita a prova due iscrizioni edite dal Grutero.234.Satyra6 del Lib. II.In tribunal ti pregaRoscio, pria delle due, trovarti secoPer domani.Trad. Gargallo.Per conservare il carattere storico, il traduttore avrebbe dovuto direputealeinvece ditribunale.235.Orlando Furioso, c. XII. st. 1 e 2.236.«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.»Eun.act. 4, sc. 5, v. 6.237.Misero me che sol le patrie frondiSotto il tuo sguardo ottenni e il cerealeDel calcidico serto ambito dono,Lib. V, 4, 226.Epicedion in Patrem.Giovanni Veenhusen a questi versi appone una nota latina, che al par di essi traduco: «Aristide inEleusscrive, essere stata la prima gara ginnica inventata da Eleusi, della quale erano biade il premio al vincitore. Egualmente opinar si può de’ premj riportati da Stazio nel certame napoletano, che fossero della eguale natura; se non ami piuttosto credere che accenni ai ludi di Cerere istituiti in Napoli e dei quali pur tocca nella selva a Menecrate.» (Libro IV delleSelve, Selva 8, 50.)238.Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e di Marco Numistro Frontone, ha eretti a propria spesa e dedicato alla Concordia e alla Pietà Augusta un Calcidico, una Cripta e de’ Portici.239.Fui già pedal di fico, inutil legno,Quando tra il farne un scanno od un Priapo,Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio.Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelliAltissimo terror.Trad. di Gargallo.240...... i Lari a noi guardano ognoraLe anguste vie, del nostro aver custodi.Ovid.Fast.Lib. II.241.Vedi Svetonio,Aug.31; Plauto,Mercat.v. 2, 24; Tibullo I, 1, 20 e 10, 15.242.Reco nella nostra lingua:Taluni usciti da parente, esattoOsservator del sabato, non altroAdoran che le nubi e il firmamentoE tra l’umana e la suina carne,Da cui s’astenne il genitor, non fannoDivario alcun, ben presto circoncisi.Usi poi nello spregio aver di RomaLe leggi, apprendon il giudaico drittoE quanto ad essi nel volume arcanoLasciò Mosè, religïosamenteOsservano. Non essi al vïandanteChe il suo Dio non adora, additerannoIl cammin, nè all’infuor del circoncisoLa ricercata fonte; e n’è ragioneChe nel settimo giorno il padre loroNello sciopro si tenne e negli officiDella vita non ebbe alcuna parte.243.Vol. XLVII. p. 206. Venezia. Tip. Emiliana, 1818.244.Veglie Storiche di Famiglia.Milano, 1869. Vol. I, p. 16.245.Della città la parte è qui che il nomePrende del bove.246.I Portator’ di simboli nel foroS’adunano pescario.247.Lib. VII. Così traduce Magenta:Qualunque cosa d’Ombria a te conduce,O d’Etruria il castaldo o il tusculano,O quel tre miglia da costì lontano,Tutto ciò la Subura a me produce.248.Di Cesare son questi i fori, ei disse,Questa è la via che dai sacrati luoghiAssume il nome.Tristium, Lib. III.249.«Singolare ne sarebbe dovunque la struttura e maravigliosa anche per consenso degli Dei».250.Poi mi getto a dormir senza pensiereDi dovermi levar insiem col sole,E Marsia riveder.Trad. Gargallo.251.Tien nel gran foro i consacrati templi. Lib. III.252.«Se ciò approvate, andatevene, o Quiriti. — Procedete al suffragio, col favore degli Dei, ed ordinate voi quello che i padri sancirono.»253.De Architectura, lib. 1, c. 7.254.V. Popidio figlio d’Epidio Questore ha fatto costruire i portici.255.Lib. V. c. 1 e 2.256.Pompei descritta da Carlo Bonucci:Foro Civile.257.Lo squarcio che reco è la traduzione della traduzione francese dell’opera del Bonucci, perchè io non potei avere che questa. Quando l’Italia era sbocconcellata, i libri che si publicavano in Napoli era difficile che pervenissero alle nostre biblioteche di Lombardia e viceversa.258.A Marco Lucrezio Decidiano Rufo duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, Marco Pilonio Rufo.259.A Marco Lucrezio Decidiano Rufo, duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, per decreto de’ Decurioni, eretto dopo la morte.260.A Quinto Sallustio figlio di Publio, duumviro, incaricato della giustizia, quinquennale, patrono delle Colonie, per decreto de’ Decurioni.261.A Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, duumviro incaricato della giustizia, quattro volte quinquennale, per decreto de’ decurioni, col danaro publico.262.A Cajo Cuspio Pansa, pontefice, duumviro, incaricato della giustizia, per decreto de’ decurioni eretto con denaro publico.263.«Scrive Rutilio avere i Romani istituito le nundine, perchè per otto giorni i contadini dessero opera a’ lavori de’ campi, nel nono poi interrottili venissero a Roma pel mercato e per ricevervi le leggi e riportassero con maggior concorso di popolo gliscitieconsulti(voti popolari), i quali, proposti per diciasette giorni, facilmente si potevano da tutti conoscere.»264.«A Marco Claudio Marcello figlio di Marco patrono.»265.Lib. VII c. 70.266.Così parmi di dover tradurre:«Possano i Numi esterminar chi primoL’ore inventò, chi primo in questa nostraCittà poneva un quadrante solare!Lo sciagurato m’ha per mio malannoTagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevoNe’ miei giorni d’infanzia altro orologioChe lo stomaco mio, ed era quelloIl migliore, il più esatto ad avvertirmi,A men che nulla da mangiar vi fosse.Ora, quantunque la cucina piena,Non si serve la tavola che quandoAl sol talenta, e di tal guisa avvieneChe dall’istante in cui la città interaDa’ quadranti solar’ venne segnata,Quasi tutta la gente non si veggaChe scarna trascinarsi ed affamata.»267.I.Sylv.I. 29.Quivi i Giulii delubri venerati,Del belligero Paolo indi la reggiaSublime.268.SatyraIV. Lib. I.Del foroNel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogoS’ode più grata risonar la voce)Recitan molti i loro scritti.Trad. Gargallo.269.SatyraIII. Lib. I.Ecco a tutti i cantor vizio comune;Pregati, non c’è capo che s’inducanoA cantar tra gli amici: non pregati,Non la finiscon mai.Id. ibd.270.Æneid.Lib. VIII:E come pria cader vedrai le stelle,Porgi solennemente a la gran GiunoPreghiere e voti.Trad. del Caro.271.Convien pregar perchè la mente siaSana nel corpo sano.272.«La miglior parte di ciascun giorno sono le sette delle prime, non delle ultime ore del giorno.» Lib. I.273.Poichè del dì la miglior parte è scorsa,Quel che avanza cercate allegramenteDi ben esercitar le vostre membra.274.SatyraV Lib. I. Sermonum:Al giuoco Mecenate,A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuocoDe la palla a’ cisposi e agli indigestiCerto non fa buon pro.Trad. Gargallo.275.Specie di lettiga, o palanchino, portato da due muli, uno davanti, l’altro di dietro, ad uso più specialmente delle donne.276.Quando si annunzia l’ora del bagno, cioè la nona nel verno, e la ottava nella state. Plinio Lib. III. Epist. I.277.Con i clienti ei dissipaLa prima e second’ora mattutina;L’altra ai rauci causidici destina.Sino alla quinta s’occupaIn varie cure; alla quiete è dataLa sesta; ogni opra a settima è cessata.L’ottava della nitidaPalestra basta agli esercizii e sprona,Gli eccelsi letti a premere la nona.[278]Alta, Eufemo, è la decimaOra a’ miei libri, quando per tua curaLe dapi eterne al ventre suo misura.Epig.Lib. IV. 8. Trad. Magenta.278.I letti del triclinio sui quali i Romani sedevano a mensa. Nel capitolo che tratterà delle Case ne parleremo.279.«Imperocchè quivi erano e i mercati delle merci e le trattative dei contratti, le proposte delle nozze e le pratiche delle transazioni.»280.«Paolo, Maria, Pietro, Lorenzo e Giovanni tengono nella città il nome di patriarcato.»281.Nefasto è allor che taccionsi i tre stiliDel pronunziare[283]; e quello è giorno fasto,In cui lice trattar cause civili.Nè creder già che il giorno quanto è vastoSua ragion serbi: talor fasto fiaLa sera quel che al mattin fu nefasto.Che quando fatto il sagrificio sia,Può di tutto parlarsi; e al pronunziareSi apre al nobil pretor libera via.Trad. di G. B. Bianchi.282.Quando grida il Liburno: olà correte,Egli già siede.283.I tre stili, tria verba, sono le tre seguenti formule del pretore:Do, Dico, Addico; ed ecco, secondo il Sigonio, il significato di queste parole: «Il Pretoredicebatex. gr.aliquem liberum esse.Addicebatv. g. ad un’altra famiglia come nell’adozione.Dabat, ex. g. il possesso dei beni, o i giudici, poichè il Pretore era cosa straordinaria che facesse da giudice.»284.Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchiEcco assalirmi. «In tribunal ti pregaRoscio pria delle due trovarti secoPer domani.» I notai, Quinto, per oggiPreganti di tornar: l’affar rammentaCh’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo.Fa che Mecena a queste tavolettePonga il suggel.Mi proverò;le dici,Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi.Trad. Gargallo.285.Fugge intanto il ribaldo, e me abbandonaSotto il coltel. Quand’ecco l’avversarioGli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimoDove? dove? gli introna ad alta voce.E a me — Mi faresti tu da testimonio?Allor subito subito l’orecchioGli presento, strascinalo in giudizio;Di qua, di là rumor.Trad. Gargallo.286.Se scientemente sbaglio, allora Giove mi respinga, salva però sempre la città, dai buoni, come io getto questa pietra.287.«Ai Triumviri andrò e i vostri nomiDenunzierò.»Asinar.I. 2. 4.288.Nè la bianca bendaLa composta ricopra onesta chioma,Nè la stola che a pie’ lunga discenda.Epist. ex PontoIII. 3, 51. Art. Am. 1, 31.289.Vergogna egli è che due, testè già amanti,Veggansi avversi divenir d’un tratto:Odia Venere tali litiganti.Sovente avvien che sia processo fattoA chi s’adora, ma trïonfa amore,Se un odio acerbo non dettò quell’atto.Un dì assistetti a giovane amatore:Stava l’amante sua nella lettica,Fieri oltraggi ei diceale in suo furore.«Che principio al processo ora s’indica,Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; —Ma restò muto nel veder l’amica.L’una tabella e l’altra allor gli uscìaDalle mani, per correre all’amplesso,Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia!Meglio è così ch’ora ne sia concessoAmbo in pace partir, anzi che al foroDal talamo passar per un processo.E sia per tanto la sentenza loro:«Senza lite ella tenga i doni tuoi.»Remed. Amor.v. 659-671,mia traduzione.290.Se de’ suffragi suoi libero avesseIl popolo a venir, qual mai ribaldoSeneca preferir dubiteriaUn istante a Neron, al cui supplicioVi vorrebbe più assai che d’un serpente,D’una scimia e d’un sacco?Mia trad.291.A codesto sguajato, acciò non chiaccheri,Si spezzeran in fede mia le gambe.292.«È delitto imprigionare un cittadino romano: scelleraggine il farlo battere con verghe; quasi parricidio l’ucciderlo; ma che dirò il sospenderlo in croce?»Cicero, Orat. In Ver.293.A far baldoria andraiFiaccola in mezzo a quei che per la golaRitti e fitti all’uncin fumano ed ardono.Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.294.«Rifletti al carcere ed alla croce, e all’albero infitto per mezzo all’uomo sì che gli esca dalla bocca.»295.Ei diverrà l’adultero di Roma,Tremando ognor ch’abbia a pagar il fioDel maritale onor dovuto a l’onta:Nè credersi vorrà più fortunatoDe l’astrifero Marte, a non lasciarsiCoglier mai nella rete. Ira gelosaVendetta più crudel talor ne traeChe quella dalle leggi al reo prescritta:Uno uccide col ferro, un altro sbranaCon sanguigno staffil: ci ha sin di quelliChe sviscerar si sentono per altraBocca che per l’usata, un mugil vivo.Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.296.Oh allor te misero ti colga il danno,Che stretti i piedi, dentro le viscereRafani e mugili ti cacceranno.CarmenXV.297.Dufour.Storia della Prostit.Vol. I. Cap. XV.298.Una gran causa trattasi nel foroD’un amico e vuo’ essergli avvocato.Epidicus.Act. III. x. W.299.Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo,Per veder, lasso alfin, di palme intesti,De le tue scale onor, verdi festoni.Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutelloBen magro, di pelamide salateQualche bariglioncin, viete cipolle(Mensil dono degli Afri), ovver del vino,Per Tevere approdato, un cinque fiaschi.Che se quattro comparse un aureo in saldoT’abbian valuto, pattüita usanzaParte di quello a’ curïali addice.— Emilio ottien più del dover; e a noiQual merito si dà di maggior opra? —N’è cagion la superba ne l’androneQuadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestreSua statua la cagion. Vè come, assisoSu feroce destrier, del curvo astile,Già da lunge ammiccando, i colpi assesta;Già medita fra sè pugne e trofei.Così sossopra va Pedon: MatoneVa fallendo così: ne fia diversaDi Tongillo la fin, c’usa lavarsiCon immenso alicorno, e col seguaceSuo treno inzaccherato infesta il bagno;O il collo a Medi gestator premendo,In lettiga a lung’aste il foro scorre;Vasi argentei e mirrini, e ville, e serviSceso a comprar. Quel suo piratic’ostroDi tirio stame a pro di lui fidanza.Pur queste appariscenze a lor son lucro:La porpora dà prezzo; le ametisteDàn prezzo a l’Orator: compie a costoroE strombettar, ed ostentare un censoMaggior del vero: omai già più non serbaA lo splendor confin prodiga Roma.I bisnonni orator tornino al mondo:Sesterzi chi darìa, se grossa gemmaNon gli vedesse sfolgorar dal dito?In prima in prima il litigante adocchiaSe otto servi ti portino: se dieceTi circondino intorno; se una seggiolaTi tenga dietro, ed i togati avanti.Quindi arringando Paolo fea pompaD’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzoMaggior che Cosso e Basilo arringava:Va di rado facondia in cenci avvolta.E quando il duol di lacrimosa madreLice a Basilo esporre? e chi su’ rostriSoffre un Basilo udir, benchè facondo?Te Gallia accolga, o meglio, di causidiciNutricatrice l’Africa, se agogniEspor la lingua mercenaria a prezzo.300.«Per passare poi la vecchiaja con decoro e con credito, qual può mai essere più onorata via che l’occuparsi dello interpretare le leggi? Io per me insin dalla mia giovinezza mi son provveduto di questo soccorso, non solamente per farne uso nelle cause e nel foro, ma per aver eziandio un ornamento ed un pregio col quale, quando mi sieno colla vecchiezza venute meno le forze (il qual tempo già s’avvicina), io mi assicuri di non avere in casa mia a patir solitudine.»De OratoreLib. 1. XLV. tr. di Gius. Ant. Cantova.301.Lib. 1, c. 13.302.«La curia, dove il Senato cura la republica.»303.L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al foro; ma in modo tale, che la grandezza loro sia proporzionata a quella del foro. E soprattutto dee principalmente la curia corrispondere all’eminenza del municipio, o città che sia... Oltre a questo, a mezza altezza delle mura vi si hanno a tirare attorno attorno delle cornici o di legname o di stucco. Che se queste non vi si fanno, dissipandosi in alto la voce de’ disputanti, non giungerà chiara all’orecchio degli ascoltatori; come all’incontro quando le mura avranno queste cornici attorno attorno, si sentirà bene la voce, perchè vien trattenuta da quelle, prima che si dissipi in alto. — Trad. di Berardo Galiani.304.Le basiliche unite ai Fori si hanno a situare nell’aspetto più caldo, acciocchè possano i negozianti radunarvisi l’inverno senza sentire l’incommodo della stagione... E se il luogo fosse più lungo del bisogno, si situeranno piuttosto nell’estremità le Calcidiche, appunto come si veggono nella Basilica Giulia Aquiliana. — Vitruvio,De Architect.Lib. V. e I305.Dec. IV, c. 36.306.Pompeja.Pag. 125 in nota.307.L’usò il Salvini nella versione dell’Iliadeper camera degli sposi:Egli scese nel talamo odoratoDi cedro e in alto soffittato.308.Ad Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa publica, i Tintori.309.Parole della classica traduzione di Tacito del Davanzati il quale le vociarctaedobscurarende per prigionia nèstrettanèdubbia.

209.Numerio Popidio Ampliato, padre, a sua spesa.

209.Numerio Popidio Ampliato, padre, a sua spesa.

210.«Numerio Popidio Celsino — Numerio Popidio Ampliato — Cornelia Celsa.»

210.«Numerio Popidio Celsino — Numerio Popidio Ampliato — Cornelia Celsa.»

211.Napoli e Contorni.Pag. 360.

211.Napoli e Contorni.Pag. 360.

212.Vedi Cap. II. pag. 47.

212.Vedi Cap. II. pag. 47.

213.Amm. Marcell. Lib. 22.

213.Amm. Marcell. Lib. 22.

214.Dizion. della Mitologia di tutti i Popoli, alla voceEsculapio.

214.Dizion. della Mitologia di tutti i Popoli, alla voceEsculapio.

215.Questioni Pompejane, p. 74.

215.Questioni Pompejane, p. 74.

216.Corp. inscrip. regni Neapol. N.2189.

216.Corp. inscrip. regni Neapol. N.2189.

217.Romolo figlio di Marte fondò la città di Roma e regnò trentott’anni. Il primo egli de’ Capitani, uccise il capitano de’ nemici Acrone re de’ Ceninesi, ne consacrò le opime spoglie a Giove Feretrio, ed ammesso nel novero dei numi, venne chiamato Quirino.

217.Romolo figlio di Marte fondò la città di Roma e regnò trentott’anni. Il primo egli de’ Capitani, uccise il capitano de’ nemici Acrone re de’ Ceninesi, ne consacrò le opime spoglie a Giove Feretrio, ed ammesso nel novero dei numi, venne chiamato Quirino.

218.Pompeii, p. 115.

218.Pompeii, p. 115.

219.Pompeii, p. 117.

219.Pompeii, p. 117.

220.Poesiedi Alessandro Guidi,La Fortuna. Milano 1827.

220.Poesiedi Alessandro Guidi,La Fortuna. Milano 1827.

221.«Marco Tullio, figlio di Marco, duumviro incaricato della giustizia, eletto tre volte quinquennale, augure, tribuno de’ militi, eletto dal popolo, eresse sul proprio suolo e con proprio denaro il tempio alla Fortuna Augusta.»

221.«Marco Tullio, figlio di Marco, duumviro incaricato della giustizia, eletto tre volte quinquennale, augure, tribuno de’ militi, eletto dal popolo, eresse sul proprio suolo e con proprio denaro il tempio alla Fortuna Augusta.»

222.PompeiiI. 95.

222.PompeiiI. 95.

223.«Area privata di Marco Tullio figlio di Marco.»

223.«Area privata di Marco Tullio figlio di Marco.»

224.«Agatemero di Vezio, Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore, Antero di Lacutulano Ministri primi dell’augusta Fortuna, per comando di Marco Stajo Rufo e Gneo Melisseo duumviri e giudici, essendo consoli Publio Silio e Lucio Volusio Saturnale.»

224.«Agatemero di Vezio, Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore, Antero di Lacutulano Ministri primi dell’augusta Fortuna, per comando di Marco Stajo Rufo e Gneo Melisseo duumviri e giudici, essendo consoli Publio Silio e Lucio Volusio Saturnale.»

225.«Essendo consoli Tauro Statilio, Tito Platilio Eliano, Lucio Stazio Fausto, invece della statua che secondo la legge dei Ministri della Fortuna Augusta doveva porre per decisione emessa sulla relazione del Questore Quinto Pompeo Ametisio, decretarono che due basi marmoree venissero collocate in luogo della statua.» Nel testo le paroleministorum, basis, marmorias, poniretin luogo diministrorum, bases, marmoreas, ponere, devonsi evidentemente attribuire alla ignoranza dell’artefice che le ha scolpite.

225.«Essendo consoli Tauro Statilio, Tito Platilio Eliano, Lucio Stazio Fausto, invece della statua che secondo la legge dei Ministri della Fortuna Augusta doveva porre per decisione emessa sulla relazione del Questore Quinto Pompeo Ametisio, decretarono che due basi marmoree venissero collocate in luogo della statua.» Nel testo le paroleministorum, basis, marmorias, poniretin luogo diministrorum, bases, marmoreas, ponere, devonsi evidentemente attribuire alla ignoranza dell’artefice che le ha scolpite.

226.TacitoAnnales, 1, 15 e 54. V. anche ReinesInscr.1, 12.

226.TacitoAnnales, 1, 15 e 54. V. anche ReinesInscr.1, 12.

227.Petronio,Satyricon30, 2. Orelli,Inscript.3959.

227.Petronio,Satyricon30, 2. Orelli,Inscript.3959.

228.Pag. 43.

228.Pag. 43.

229.Virgil.Æneid.XII. 170:«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»

229.Virgil.Æneid.XII. 170:

«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»

«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»

«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»

230.Phædr. 1. 17:«Una pecora (bidente) vide entro una fossaGiacente un lupo.»

230.Phædr. 1. 17:

«Una pecora (bidente) vide entro una fossaGiacente un lupo.»

«Una pecora (bidente) vide entro una fossaGiacente un lupo.»

«Una pecora (bidente) vide entro una fossa

Giacente un lupo.»

231.Hor. III. Od. 23. 14. Poichè il Gargallo, a questo passo non traduce, ma perifrasa, mi sostituisco a lui:«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti)Placare i Numi.»

231.Hor. III. Od. 23. 14. Poichè il Gargallo, a questo passo non traduce, ma perifrasa, mi sostituisco a lui:

«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti)Placare i Numi.»

«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti)Placare i Numi.»

«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti)

Placare i Numi.»

232.Tab. 19 e 20. «Evvi in Pompei figura di un bidentale scavato, perchè il puteale aveva un tempio rotondo di otto colonne senza tetto, ornato del solo epistilio, con iscrizione scolpita in caratteri osci, che suona latinamente così:Nitrebes ter meddixtuticus septo conclusit, cioè: Nitrebio tre volteMeddixtuticuschiuse con questo recinto.» IlMeddixtuticusera il supremo magistrato di Pompei, e lo aveva ogni città della Campania. La parola è d’origine osca composta dalle due vocimeddix, giudice, curatore, imperante, etuticus, magno, sommo. Ennio così ricorda ilMeddix:Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter.Tito Livio nel lib. 22 delle sueStorie, c. 19, rammenta Cneo Magio di Atella comeMeddixtuticusin quelle parole:Præerat Statius Metius, missus ab Cn. Magio Atellano, qui eo anno meddixtuticus erat; e altrove lo stesso storico (lib. 26, c. 6) fa menzione di Seppio Lesio che copriva la stessa carica:Meddixtuticus, qui summus magistratus apud Campanos est, eo anno Seppius Lesius erat. Siccome poi il Rosini nella suaDissertatio Isagogica(pag. 38), riferisce un’iscrizione ercolanese in cui son nominatiL. Labeo, L. Aquilius meddixtuticus etc.; così ne trae argomento ad opinare che fosse cotesto un gemino magistrato, di cui uno avesse alternamente il comando in tempo di guerra, come i consoli in Roma. Vedi anche Lanzi:Saggi di lingua etrusca. Tom. 2, pag. 609.

232.Tab. 19 e 20. «Evvi in Pompei figura di un bidentale scavato, perchè il puteale aveva un tempio rotondo di otto colonne senza tetto, ornato del solo epistilio, con iscrizione scolpita in caratteri osci, che suona latinamente così:Nitrebes ter meddixtuticus septo conclusit, cioè: Nitrebio tre volteMeddixtuticuschiuse con questo recinto.» IlMeddixtuticusera il supremo magistrato di Pompei, e lo aveva ogni città della Campania. La parola è d’origine osca composta dalle due vocimeddix, giudice, curatore, imperante, etuticus, magno, sommo. Ennio così ricorda ilMeddix:

Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter.

Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter.

Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter.

Tito Livio nel lib. 22 delle sueStorie, c. 19, rammenta Cneo Magio di Atella comeMeddixtuticusin quelle parole:Præerat Statius Metius, missus ab Cn. Magio Atellano, qui eo anno meddixtuticus erat; e altrove lo stesso storico (lib. 26, c. 6) fa menzione di Seppio Lesio che copriva la stessa carica:Meddixtuticus, qui summus magistratus apud Campanos est, eo anno Seppius Lesius erat. Siccome poi il Rosini nella suaDissertatio Isagogica(pag. 38), riferisce un’iscrizione ercolanese in cui son nominatiL. Labeo, L. Aquilius meddixtuticus etc.; così ne trae argomento ad opinare che fosse cotesto un gemino magistrato, di cui uno avesse alternamente il comando in tempo di guerra, come i consoli in Roma. Vedi anche Lanzi:Saggi di lingua etrusca. Tom. 2, pag. 609.

233.Forcellini,Totius Latinitatis Lexicon. Voc.Bidentalis. Cita a prova due iscrizioni edite dal Grutero.

233.Forcellini,Totius Latinitatis Lexicon. Voc.Bidentalis. Cita a prova due iscrizioni edite dal Grutero.

234.Satyra6 del Lib. II.In tribunal ti pregaRoscio, pria delle due, trovarti secoPer domani.Trad. Gargallo.Per conservare il carattere storico, il traduttore avrebbe dovuto direputealeinvece ditribunale.

234.Satyra6 del Lib. II.

In tribunal ti pregaRoscio, pria delle due, trovarti secoPer domani.Trad. Gargallo.

In tribunal ti pregaRoscio, pria delle due, trovarti secoPer domani.Trad. Gargallo.

In tribunal ti prega

Roscio, pria delle due, trovarti seco

Per domani.

Trad. Gargallo.

Per conservare il carattere storico, il traduttore avrebbe dovuto direputealeinvece ditribunale.

235.Orlando Furioso, c. XII. st. 1 e 2.

235.Orlando Furioso, c. XII. st. 1 e 2.

236.«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.»Eun.act. 4, sc. 5, v. 6.

236.

«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.»Eun.act. 4, sc. 5, v. 6.

«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.»Eun.act. 4, sc. 5, v. 6.

«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.»

Eun.act. 4, sc. 5, v. 6.

237.Misero me che sol le patrie frondiSotto il tuo sguardo ottenni e il cerealeDel calcidico serto ambito dono,Lib. V, 4, 226.Epicedion in Patrem.Giovanni Veenhusen a questi versi appone una nota latina, che al par di essi traduco: «Aristide inEleusscrive, essere stata la prima gara ginnica inventata da Eleusi, della quale erano biade il premio al vincitore. Egualmente opinar si può de’ premj riportati da Stazio nel certame napoletano, che fossero della eguale natura; se non ami piuttosto credere che accenni ai ludi di Cerere istituiti in Napoli e dei quali pur tocca nella selva a Menecrate.» (Libro IV delleSelve, Selva 8, 50.)

237.

Misero me che sol le patrie frondiSotto il tuo sguardo ottenni e il cerealeDel calcidico serto ambito dono,Lib. V, 4, 226.Epicedion in Patrem.

Misero me che sol le patrie frondiSotto il tuo sguardo ottenni e il cerealeDel calcidico serto ambito dono,Lib. V, 4, 226.Epicedion in Patrem.

Misero me che sol le patrie frondi

Sotto il tuo sguardo ottenni e il cereale

Del calcidico serto ambito dono,

Lib. V, 4, 226.Epicedion in Patrem.

Giovanni Veenhusen a questi versi appone una nota latina, che al par di essi traduco: «Aristide inEleusscrive, essere stata la prima gara ginnica inventata da Eleusi, della quale erano biade il premio al vincitore. Egualmente opinar si può de’ premj riportati da Stazio nel certame napoletano, che fossero della eguale natura; se non ami piuttosto credere che accenni ai ludi di Cerere istituiti in Napoli e dei quali pur tocca nella selva a Menecrate.» (Libro IV delleSelve, Selva 8, 50.)

238.Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e di Marco Numistro Frontone, ha eretti a propria spesa e dedicato alla Concordia e alla Pietà Augusta un Calcidico, una Cripta e de’ Portici.

238.Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e di Marco Numistro Frontone, ha eretti a propria spesa e dedicato alla Concordia e alla Pietà Augusta un Calcidico, una Cripta e de’ Portici.

239.Fui già pedal di fico, inutil legno,Quando tra il farne un scanno od un Priapo,Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio.Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelliAltissimo terror.Trad. di Gargallo.

239.

Fui già pedal di fico, inutil legno,Quando tra il farne un scanno od un Priapo,Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio.Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelliAltissimo terror.Trad. di Gargallo.

Fui già pedal di fico, inutil legno,Quando tra il farne un scanno od un Priapo,Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio.Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelliAltissimo terror.Trad. di Gargallo.

Fui già pedal di fico, inutil legno,

Quando tra il farne un scanno od un Priapo,

Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio.

Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelli

Altissimo terror.

Trad. di Gargallo.

240...... i Lari a noi guardano ognoraLe anguste vie, del nostro aver custodi.Ovid.Fast.Lib. II.

240.

..... i Lari a noi guardano ognoraLe anguste vie, del nostro aver custodi.Ovid.Fast.Lib. II.

..... i Lari a noi guardano ognoraLe anguste vie, del nostro aver custodi.Ovid.Fast.Lib. II.

..... i Lari a noi guardano ognora

Le anguste vie, del nostro aver custodi.

Ovid.Fast.Lib. II.

241.Vedi Svetonio,Aug.31; Plauto,Mercat.v. 2, 24; Tibullo I, 1, 20 e 10, 15.

241.Vedi Svetonio,Aug.31; Plauto,Mercat.v. 2, 24; Tibullo I, 1, 20 e 10, 15.

242.Reco nella nostra lingua:Taluni usciti da parente, esattoOsservator del sabato, non altroAdoran che le nubi e il firmamentoE tra l’umana e la suina carne,Da cui s’astenne il genitor, non fannoDivario alcun, ben presto circoncisi.Usi poi nello spregio aver di RomaLe leggi, apprendon il giudaico drittoE quanto ad essi nel volume arcanoLasciò Mosè, religïosamenteOsservano. Non essi al vïandanteChe il suo Dio non adora, additerannoIl cammin, nè all’infuor del circoncisoLa ricercata fonte; e n’è ragioneChe nel settimo giorno il padre loroNello sciopro si tenne e negli officiDella vita non ebbe alcuna parte.

242.Reco nella nostra lingua:

Taluni usciti da parente, esattoOsservator del sabato, non altroAdoran che le nubi e il firmamentoE tra l’umana e la suina carne,Da cui s’astenne il genitor, non fannoDivario alcun, ben presto circoncisi.Usi poi nello spregio aver di RomaLe leggi, apprendon il giudaico drittoE quanto ad essi nel volume arcanoLasciò Mosè, religïosamenteOsservano. Non essi al vïandanteChe il suo Dio non adora, additerannoIl cammin, nè all’infuor del circoncisoLa ricercata fonte; e n’è ragioneChe nel settimo giorno il padre loroNello sciopro si tenne e negli officiDella vita non ebbe alcuna parte.

Taluni usciti da parente, esattoOsservator del sabato, non altroAdoran che le nubi e il firmamentoE tra l’umana e la suina carne,Da cui s’astenne il genitor, non fannoDivario alcun, ben presto circoncisi.Usi poi nello spregio aver di RomaLe leggi, apprendon il giudaico drittoE quanto ad essi nel volume arcanoLasciò Mosè, religïosamenteOsservano. Non essi al vïandanteChe il suo Dio non adora, additerannoIl cammin, nè all’infuor del circoncisoLa ricercata fonte; e n’è ragioneChe nel settimo giorno il padre loroNello sciopro si tenne e negli officiDella vita non ebbe alcuna parte.

Taluni usciti da parente, esatto

Osservator del sabato, non altro

Adoran che le nubi e il firmamento

E tra l’umana e la suina carne,

Da cui s’astenne il genitor, non fanno

Divario alcun, ben presto circoncisi.

Usi poi nello spregio aver di Roma

Le leggi, apprendon il giudaico dritto

E quanto ad essi nel volume arcano

Lasciò Mosè, religïosamente

Osservano. Non essi al vïandante

Che il suo Dio non adora, additeranno

Il cammin, nè all’infuor del circonciso

La ricercata fonte; e n’è ragione

Che nel settimo giorno il padre loro

Nello sciopro si tenne e negli offici

Della vita non ebbe alcuna parte.

243.Vol. XLVII. p. 206. Venezia. Tip. Emiliana, 1818.

243.Vol. XLVII. p. 206. Venezia. Tip. Emiliana, 1818.

244.Veglie Storiche di Famiglia.Milano, 1869. Vol. I, p. 16.

244.Veglie Storiche di Famiglia.Milano, 1869. Vol. I, p. 16.

245.Della città la parte è qui che il nomePrende del bove.

245.

Della città la parte è qui che il nomePrende del bove.

Della città la parte è qui che il nomePrende del bove.

Della città la parte è qui che il nome

Prende del bove.

246.I Portator’ di simboli nel foroS’adunano pescario.

246.

I Portator’ di simboli nel foroS’adunano pescario.

I Portator’ di simboli nel foroS’adunano pescario.

I Portator’ di simboli nel foro

S’adunano pescario.

247.Lib. VII. Così traduce Magenta:Qualunque cosa d’Ombria a te conduce,O d’Etruria il castaldo o il tusculano,O quel tre miglia da costì lontano,Tutto ciò la Subura a me produce.

247.Lib. VII. Così traduce Magenta:

Qualunque cosa d’Ombria a te conduce,O d’Etruria il castaldo o il tusculano,O quel tre miglia da costì lontano,Tutto ciò la Subura a me produce.

Qualunque cosa d’Ombria a te conduce,O d’Etruria il castaldo o il tusculano,O quel tre miglia da costì lontano,Tutto ciò la Subura a me produce.

Qualunque cosa d’Ombria a te conduce,

O d’Etruria il castaldo o il tusculano,

O quel tre miglia da costì lontano,

Tutto ciò la Subura a me produce.

248.Di Cesare son questi i fori, ei disse,Questa è la via che dai sacrati luoghiAssume il nome.Tristium, Lib. III.

248.

Di Cesare son questi i fori, ei disse,Questa è la via che dai sacrati luoghiAssume il nome.Tristium, Lib. III.

Di Cesare son questi i fori, ei disse,Questa è la via che dai sacrati luoghiAssume il nome.Tristium, Lib. III.

Di Cesare son questi i fori, ei disse,

Questa è la via che dai sacrati luoghi

Assume il nome.

Tristium, Lib. III.

249.«Singolare ne sarebbe dovunque la struttura e maravigliosa anche per consenso degli Dei».

249.«Singolare ne sarebbe dovunque la struttura e maravigliosa anche per consenso degli Dei».

250.Poi mi getto a dormir senza pensiereDi dovermi levar insiem col sole,E Marsia riveder.Trad. Gargallo.

250.

Poi mi getto a dormir senza pensiereDi dovermi levar insiem col sole,E Marsia riveder.Trad. Gargallo.

Poi mi getto a dormir senza pensiereDi dovermi levar insiem col sole,E Marsia riveder.Trad. Gargallo.

Poi mi getto a dormir senza pensiere

Di dovermi levar insiem col sole,

E Marsia riveder.

Trad. Gargallo.

251.Tien nel gran foro i consacrati templi. Lib. III.

251.Tien nel gran foro i consacrati templi. Lib. III.

252.«Se ciò approvate, andatevene, o Quiriti. — Procedete al suffragio, col favore degli Dei, ed ordinate voi quello che i padri sancirono.»

252.«Se ciò approvate, andatevene, o Quiriti. — Procedete al suffragio, col favore degli Dei, ed ordinate voi quello che i padri sancirono.»

253.De Architectura, lib. 1, c. 7.

253.De Architectura, lib. 1, c. 7.

254.V. Popidio figlio d’Epidio Questore ha fatto costruire i portici.

254.V. Popidio figlio d’Epidio Questore ha fatto costruire i portici.

255.Lib. V. c. 1 e 2.

255.Lib. V. c. 1 e 2.

256.Pompei descritta da Carlo Bonucci:Foro Civile.

256.Pompei descritta da Carlo Bonucci:Foro Civile.

257.Lo squarcio che reco è la traduzione della traduzione francese dell’opera del Bonucci, perchè io non potei avere che questa. Quando l’Italia era sbocconcellata, i libri che si publicavano in Napoli era difficile che pervenissero alle nostre biblioteche di Lombardia e viceversa.

257.Lo squarcio che reco è la traduzione della traduzione francese dell’opera del Bonucci, perchè io non potei avere che questa. Quando l’Italia era sbocconcellata, i libri che si publicavano in Napoli era difficile che pervenissero alle nostre biblioteche di Lombardia e viceversa.

258.A Marco Lucrezio Decidiano Rufo duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, Marco Pilonio Rufo.

258.A Marco Lucrezio Decidiano Rufo duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, Marco Pilonio Rufo.

259.A Marco Lucrezio Decidiano Rufo, duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, per decreto de’ Decurioni, eretto dopo la morte.

259.A Marco Lucrezio Decidiano Rufo, duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, per decreto de’ Decurioni, eretto dopo la morte.

260.A Quinto Sallustio figlio di Publio, duumviro, incaricato della giustizia, quinquennale, patrono delle Colonie, per decreto de’ Decurioni.

260.A Quinto Sallustio figlio di Publio, duumviro, incaricato della giustizia, quinquennale, patrono delle Colonie, per decreto de’ Decurioni.

261.A Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, duumviro incaricato della giustizia, quattro volte quinquennale, per decreto de’ decurioni, col danaro publico.

261.A Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, duumviro incaricato della giustizia, quattro volte quinquennale, per decreto de’ decurioni, col danaro publico.

262.A Cajo Cuspio Pansa, pontefice, duumviro, incaricato della giustizia, per decreto de’ decurioni eretto con denaro publico.

262.A Cajo Cuspio Pansa, pontefice, duumviro, incaricato della giustizia, per decreto de’ decurioni eretto con denaro publico.

263.«Scrive Rutilio avere i Romani istituito le nundine, perchè per otto giorni i contadini dessero opera a’ lavori de’ campi, nel nono poi interrottili venissero a Roma pel mercato e per ricevervi le leggi e riportassero con maggior concorso di popolo gliscitieconsulti(voti popolari), i quali, proposti per diciasette giorni, facilmente si potevano da tutti conoscere.»

263.«Scrive Rutilio avere i Romani istituito le nundine, perchè per otto giorni i contadini dessero opera a’ lavori de’ campi, nel nono poi interrottili venissero a Roma pel mercato e per ricevervi le leggi e riportassero con maggior concorso di popolo gliscitieconsulti(voti popolari), i quali, proposti per diciasette giorni, facilmente si potevano da tutti conoscere.»

264.«A Marco Claudio Marcello figlio di Marco patrono.»

264.«A Marco Claudio Marcello figlio di Marco patrono.»

265.Lib. VII c. 70.

265.Lib. VII c. 70.

266.Così parmi di dover tradurre:«Possano i Numi esterminar chi primoL’ore inventò, chi primo in questa nostraCittà poneva un quadrante solare!Lo sciagurato m’ha per mio malannoTagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevoNe’ miei giorni d’infanzia altro orologioChe lo stomaco mio, ed era quelloIl migliore, il più esatto ad avvertirmi,A men che nulla da mangiar vi fosse.Ora, quantunque la cucina piena,Non si serve la tavola che quandoAl sol talenta, e di tal guisa avvieneChe dall’istante in cui la città interaDa’ quadranti solar’ venne segnata,Quasi tutta la gente non si veggaChe scarna trascinarsi ed affamata.»

266.Così parmi di dover tradurre:

«Possano i Numi esterminar chi primoL’ore inventò, chi primo in questa nostraCittà poneva un quadrante solare!Lo sciagurato m’ha per mio malannoTagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevoNe’ miei giorni d’infanzia altro orologioChe lo stomaco mio, ed era quelloIl migliore, il più esatto ad avvertirmi,A men che nulla da mangiar vi fosse.Ora, quantunque la cucina piena,Non si serve la tavola che quandoAl sol talenta, e di tal guisa avvieneChe dall’istante in cui la città interaDa’ quadranti solar’ venne segnata,Quasi tutta la gente non si veggaChe scarna trascinarsi ed affamata.»

«Possano i Numi esterminar chi primoL’ore inventò, chi primo in questa nostraCittà poneva un quadrante solare!Lo sciagurato m’ha per mio malannoTagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevoNe’ miei giorni d’infanzia altro orologioChe lo stomaco mio, ed era quelloIl migliore, il più esatto ad avvertirmi,A men che nulla da mangiar vi fosse.Ora, quantunque la cucina piena,Non si serve la tavola che quandoAl sol talenta, e di tal guisa avvieneChe dall’istante in cui la città interaDa’ quadranti solar’ venne segnata,Quasi tutta la gente non si veggaChe scarna trascinarsi ed affamata.»

«Possano i Numi esterminar chi primo

L’ore inventò, chi primo in questa nostra

Città poneva un quadrante solare!

Lo sciagurato m’ha per mio malanno

Tagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevo

Ne’ miei giorni d’infanzia altro orologio

Che lo stomaco mio, ed era quello

Il migliore, il più esatto ad avvertirmi,

A men che nulla da mangiar vi fosse.

Ora, quantunque la cucina piena,

Non si serve la tavola che quando

Al sol talenta, e di tal guisa avviene

Che dall’istante in cui la città intera

Da’ quadranti solar’ venne segnata,

Quasi tutta la gente non si vegga

Che scarna trascinarsi ed affamata.»

267.I.Sylv.I. 29.Quivi i Giulii delubri venerati,Del belligero Paolo indi la reggiaSublime.

267.I.Sylv.I. 29.

Quivi i Giulii delubri venerati,Del belligero Paolo indi la reggiaSublime.

Quivi i Giulii delubri venerati,Del belligero Paolo indi la reggiaSublime.

Quivi i Giulii delubri venerati,

Del belligero Paolo indi la reggia

Sublime.

268.SatyraIV. Lib. I.Del foroNel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogoS’ode più grata risonar la voce)Recitan molti i loro scritti.Trad. Gargallo.

268.SatyraIV. Lib. I.

Del foroNel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogoS’ode più grata risonar la voce)Recitan molti i loro scritti.Trad. Gargallo.

Del foroNel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogoS’ode più grata risonar la voce)Recitan molti i loro scritti.Trad. Gargallo.

Del foro

Nel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogo

S’ode più grata risonar la voce)

Recitan molti i loro scritti.

Trad. Gargallo.

269.SatyraIII. Lib. I.Ecco a tutti i cantor vizio comune;Pregati, non c’è capo che s’inducanoA cantar tra gli amici: non pregati,Non la finiscon mai.Id. ibd.

269.SatyraIII. Lib. I.

Ecco a tutti i cantor vizio comune;Pregati, non c’è capo che s’inducanoA cantar tra gli amici: non pregati,Non la finiscon mai.Id. ibd.

Ecco a tutti i cantor vizio comune;Pregati, non c’è capo che s’inducanoA cantar tra gli amici: non pregati,Non la finiscon mai.Id. ibd.

Ecco a tutti i cantor vizio comune;

Pregati, non c’è capo che s’inducano

A cantar tra gli amici: non pregati,

Non la finiscon mai.

Id. ibd.

270.Æneid.Lib. VIII:E come pria cader vedrai le stelle,Porgi solennemente a la gran GiunoPreghiere e voti.Trad. del Caro.

270.Æneid.Lib. VIII:

E come pria cader vedrai le stelle,Porgi solennemente a la gran GiunoPreghiere e voti.Trad. del Caro.

E come pria cader vedrai le stelle,Porgi solennemente a la gran GiunoPreghiere e voti.Trad. del Caro.

E come pria cader vedrai le stelle,

Porgi solennemente a la gran Giuno

Preghiere e voti.

Trad. del Caro.

271.Convien pregar perchè la mente siaSana nel corpo sano.

271.

Convien pregar perchè la mente siaSana nel corpo sano.

Convien pregar perchè la mente siaSana nel corpo sano.

Convien pregar perchè la mente sia

Sana nel corpo sano.

272.«La miglior parte di ciascun giorno sono le sette delle prime, non delle ultime ore del giorno.» Lib. I.

272.«La miglior parte di ciascun giorno sono le sette delle prime, non delle ultime ore del giorno.» Lib. I.

273.Poichè del dì la miglior parte è scorsa,Quel che avanza cercate allegramenteDi ben esercitar le vostre membra.

273.

Poichè del dì la miglior parte è scorsa,Quel che avanza cercate allegramenteDi ben esercitar le vostre membra.

Poichè del dì la miglior parte è scorsa,Quel che avanza cercate allegramenteDi ben esercitar le vostre membra.

Poichè del dì la miglior parte è scorsa,

Quel che avanza cercate allegramente

Di ben esercitar le vostre membra.

274.SatyraV Lib. I. Sermonum:Al giuoco Mecenate,A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuocoDe la palla a’ cisposi e agli indigestiCerto non fa buon pro.Trad. Gargallo.

274.SatyraV Lib. I. Sermonum:

Al giuoco Mecenate,A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuocoDe la palla a’ cisposi e agli indigestiCerto non fa buon pro.Trad. Gargallo.

Al giuoco Mecenate,A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuocoDe la palla a’ cisposi e agli indigestiCerto non fa buon pro.Trad. Gargallo.

Al giuoco Mecenate,

A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuoco

De la palla a’ cisposi e agli indigesti

Certo non fa buon pro.

Trad. Gargallo.

275.Specie di lettiga, o palanchino, portato da due muli, uno davanti, l’altro di dietro, ad uso più specialmente delle donne.

275.Specie di lettiga, o palanchino, portato da due muli, uno davanti, l’altro di dietro, ad uso più specialmente delle donne.

276.Quando si annunzia l’ora del bagno, cioè la nona nel verno, e la ottava nella state. Plinio Lib. III. Epist. I.

276.Quando si annunzia l’ora del bagno, cioè la nona nel verno, e la ottava nella state. Plinio Lib. III. Epist. I.

277.Con i clienti ei dissipaLa prima e second’ora mattutina;L’altra ai rauci causidici destina.Sino alla quinta s’occupaIn varie cure; alla quiete è dataLa sesta; ogni opra a settima è cessata.L’ottava della nitidaPalestra basta agli esercizii e sprona,Gli eccelsi letti a premere la nona.[278]Alta, Eufemo, è la decimaOra a’ miei libri, quando per tua curaLe dapi eterne al ventre suo misura.Epig.Lib. IV. 8. Trad. Magenta.

277.

Con i clienti ei dissipaLa prima e second’ora mattutina;L’altra ai rauci causidici destina.Sino alla quinta s’occupaIn varie cure; alla quiete è dataLa sesta; ogni opra a settima è cessata.L’ottava della nitidaPalestra basta agli esercizii e sprona,Gli eccelsi letti a premere la nona.[278]Alta, Eufemo, è la decimaOra a’ miei libri, quando per tua curaLe dapi eterne al ventre suo misura.Epig.Lib. IV. 8. Trad. Magenta.

Con i clienti ei dissipaLa prima e second’ora mattutina;L’altra ai rauci causidici destina.Sino alla quinta s’occupaIn varie cure; alla quiete è dataLa sesta; ogni opra a settima è cessata.L’ottava della nitidaPalestra basta agli esercizii e sprona,Gli eccelsi letti a premere la nona.[278]Alta, Eufemo, è la decimaOra a’ miei libri, quando per tua curaLe dapi eterne al ventre suo misura.Epig.Lib. IV. 8. Trad. Magenta.

Con i clienti ei dissipa

La prima e second’ora mattutina;

L’altra ai rauci causidici destina.

Sino alla quinta s’occupa

In varie cure; alla quiete è data

La sesta; ogni opra a settima è cessata.

L’ottava della nitida

Palestra basta agli esercizii e sprona,

Gli eccelsi letti a premere la nona.[278]

Alta, Eufemo, è la decima

Ora a’ miei libri, quando per tua cura

Le dapi eterne al ventre suo misura.

Epig.Lib. IV. 8. Trad. Magenta.

278.I letti del triclinio sui quali i Romani sedevano a mensa. Nel capitolo che tratterà delle Case ne parleremo.

278.I letti del triclinio sui quali i Romani sedevano a mensa. Nel capitolo che tratterà delle Case ne parleremo.

279.«Imperocchè quivi erano e i mercati delle merci e le trattative dei contratti, le proposte delle nozze e le pratiche delle transazioni.»

279.«Imperocchè quivi erano e i mercati delle merci e le trattative dei contratti, le proposte delle nozze e le pratiche delle transazioni.»

280.«Paolo, Maria, Pietro, Lorenzo e Giovanni tengono nella città il nome di patriarcato.»

280.«Paolo, Maria, Pietro, Lorenzo e Giovanni tengono nella città il nome di patriarcato.»

281.Nefasto è allor che taccionsi i tre stiliDel pronunziare[283]; e quello è giorno fasto,In cui lice trattar cause civili.Nè creder già che il giorno quanto è vastoSua ragion serbi: talor fasto fiaLa sera quel che al mattin fu nefasto.Che quando fatto il sagrificio sia,Può di tutto parlarsi; e al pronunziareSi apre al nobil pretor libera via.Trad. di G. B. Bianchi.

281.

Nefasto è allor che taccionsi i tre stiliDel pronunziare[283]; e quello è giorno fasto,In cui lice trattar cause civili.Nè creder già che il giorno quanto è vastoSua ragion serbi: talor fasto fiaLa sera quel che al mattin fu nefasto.Che quando fatto il sagrificio sia,Può di tutto parlarsi; e al pronunziareSi apre al nobil pretor libera via.Trad. di G. B. Bianchi.

Nefasto è allor che taccionsi i tre stiliDel pronunziare[283]; e quello è giorno fasto,In cui lice trattar cause civili.Nè creder già che il giorno quanto è vastoSua ragion serbi: talor fasto fiaLa sera quel che al mattin fu nefasto.Che quando fatto il sagrificio sia,Può di tutto parlarsi; e al pronunziareSi apre al nobil pretor libera via.Trad. di G. B. Bianchi.

Nefasto è allor che taccionsi i tre stili

Del pronunziare[283]; e quello è giorno fasto,

In cui lice trattar cause civili.

Nè creder già che il giorno quanto è vasto

Sua ragion serbi: talor fasto fia

La sera quel che al mattin fu nefasto.

Che quando fatto il sagrificio sia,

Può di tutto parlarsi; e al pronunziare

Si apre al nobil pretor libera via.

Trad. di G. B. Bianchi.

282.Quando grida il Liburno: olà correte,Egli già siede.

282.

Quando grida il Liburno: olà correte,Egli già siede.

Quando grida il Liburno: olà correte,Egli già siede.

Quando grida il Liburno: olà correte,

Egli già siede.

283.I tre stili, tria verba, sono le tre seguenti formule del pretore:Do, Dico, Addico; ed ecco, secondo il Sigonio, il significato di queste parole: «Il Pretoredicebatex. gr.aliquem liberum esse.Addicebatv. g. ad un’altra famiglia come nell’adozione.Dabat, ex. g. il possesso dei beni, o i giudici, poichè il Pretore era cosa straordinaria che facesse da giudice.»

283.I tre stili, tria verba, sono le tre seguenti formule del pretore:Do, Dico, Addico; ed ecco, secondo il Sigonio, il significato di queste parole: «Il Pretoredicebatex. gr.aliquem liberum esse.Addicebatv. g. ad un’altra famiglia come nell’adozione.Dabat, ex. g. il possesso dei beni, o i giudici, poichè il Pretore era cosa straordinaria che facesse da giudice.»

284.Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchiEcco assalirmi. «In tribunal ti pregaRoscio pria delle due trovarti secoPer domani.» I notai, Quinto, per oggiPreganti di tornar: l’affar rammentaCh’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo.Fa che Mecena a queste tavolettePonga il suggel.Mi proverò;le dici,Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi.Trad. Gargallo.

284.

Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchiEcco assalirmi. «In tribunal ti pregaRoscio pria delle due trovarti secoPer domani.» I notai, Quinto, per oggiPreganti di tornar: l’affar rammentaCh’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo.Fa che Mecena a queste tavolettePonga il suggel.Mi proverò;le dici,Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi.Trad. Gargallo.

Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchiEcco assalirmi. «In tribunal ti pregaRoscio pria delle due trovarti secoPer domani.» I notai, Quinto, per oggiPreganti di tornar: l’affar rammentaCh’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo.Fa che Mecena a queste tavolettePonga il suggel.Mi proverò;le dici,Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi.Trad. Gargallo.

Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchi

Ecco assalirmi. «In tribunal ti prega

Roscio pria delle due trovarti seco

Per domani.» I notai, Quinto, per oggi

Preganti di tornar: l’affar rammenta

Ch’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo.

Fa che Mecena a queste tavolette

Ponga il suggel.Mi proverò;le dici,

Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi.

Trad. Gargallo.

285.Fugge intanto il ribaldo, e me abbandonaSotto il coltel. Quand’ecco l’avversarioGli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimoDove? dove? gli introna ad alta voce.E a me — Mi faresti tu da testimonio?Allor subito subito l’orecchioGli presento, strascinalo in giudizio;Di qua, di là rumor.Trad. Gargallo.

285.

Fugge intanto il ribaldo, e me abbandonaSotto il coltel. Quand’ecco l’avversarioGli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimoDove? dove? gli introna ad alta voce.E a me — Mi faresti tu da testimonio?Allor subito subito l’orecchioGli presento, strascinalo in giudizio;Di qua, di là rumor.Trad. Gargallo.

Fugge intanto il ribaldo, e me abbandonaSotto il coltel. Quand’ecco l’avversarioGli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimoDove? dove? gli introna ad alta voce.E a me — Mi faresti tu da testimonio?Allor subito subito l’orecchioGli presento, strascinalo in giudizio;Di qua, di là rumor.Trad. Gargallo.

Fugge intanto il ribaldo, e me abbandona

Sotto il coltel. Quand’ecco l’avversario

Gli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimo

Dove? dove? gli introna ad alta voce.

E a me — Mi faresti tu da testimonio?

Allor subito subito l’orecchio

Gli presento, strascinalo in giudizio;

Di qua, di là rumor.

Trad. Gargallo.

286.Se scientemente sbaglio, allora Giove mi respinga, salva però sempre la città, dai buoni, come io getto questa pietra.

286.Se scientemente sbaglio, allora Giove mi respinga, salva però sempre la città, dai buoni, come io getto questa pietra.

287.«Ai Triumviri andrò e i vostri nomiDenunzierò.»Asinar.I. 2. 4.

287.

«Ai Triumviri andrò e i vostri nomiDenunzierò.»Asinar.I. 2. 4.

«Ai Triumviri andrò e i vostri nomiDenunzierò.»Asinar.I. 2. 4.

«Ai Triumviri andrò e i vostri nomi

Denunzierò.»

Asinar.I. 2. 4.

288.Nè la bianca bendaLa composta ricopra onesta chioma,Nè la stola che a pie’ lunga discenda.Epist. ex PontoIII. 3, 51. Art. Am. 1, 31.

288.

Nè la bianca bendaLa composta ricopra onesta chioma,Nè la stola che a pie’ lunga discenda.Epist. ex PontoIII. 3, 51. Art. Am. 1, 31.

Nè la bianca bendaLa composta ricopra onesta chioma,Nè la stola che a pie’ lunga discenda.Epist. ex PontoIII. 3, 51. Art. Am. 1, 31.

Nè la bianca benda

La composta ricopra onesta chioma,

Nè la stola che a pie’ lunga discenda.

Epist. ex PontoIII. 3, 51. Art. Am. 1, 31.

289.Vergogna egli è che due, testè già amanti,Veggansi avversi divenir d’un tratto:Odia Venere tali litiganti.Sovente avvien che sia processo fattoA chi s’adora, ma trïonfa amore,Se un odio acerbo non dettò quell’atto.Un dì assistetti a giovane amatore:Stava l’amante sua nella lettica,Fieri oltraggi ei diceale in suo furore.«Che principio al processo ora s’indica,Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; —Ma restò muto nel veder l’amica.L’una tabella e l’altra allor gli uscìaDalle mani, per correre all’amplesso,Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia!Meglio è così ch’ora ne sia concessoAmbo in pace partir, anzi che al foroDal talamo passar per un processo.E sia per tanto la sentenza loro:«Senza lite ella tenga i doni tuoi.»Remed. Amor.v. 659-671,mia traduzione.

289.

Vergogna egli è che due, testè già amanti,Veggansi avversi divenir d’un tratto:Odia Venere tali litiganti.Sovente avvien che sia processo fattoA chi s’adora, ma trïonfa amore,Se un odio acerbo non dettò quell’atto.Un dì assistetti a giovane amatore:Stava l’amante sua nella lettica,Fieri oltraggi ei diceale in suo furore.«Che principio al processo ora s’indica,Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; —Ma restò muto nel veder l’amica.L’una tabella e l’altra allor gli uscìaDalle mani, per correre all’amplesso,Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia!Meglio è così ch’ora ne sia concessoAmbo in pace partir, anzi che al foroDal talamo passar per un processo.E sia per tanto la sentenza loro:«Senza lite ella tenga i doni tuoi.»Remed. Amor.v. 659-671,mia traduzione.

Vergogna egli è che due, testè già amanti,Veggansi avversi divenir d’un tratto:Odia Venere tali litiganti.Sovente avvien che sia processo fattoA chi s’adora, ma trïonfa amore,Se un odio acerbo non dettò quell’atto.Un dì assistetti a giovane amatore:Stava l’amante sua nella lettica,Fieri oltraggi ei diceale in suo furore.«Che principio al processo ora s’indica,Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; —Ma restò muto nel veder l’amica.L’una tabella e l’altra allor gli uscìaDalle mani, per correre all’amplesso,Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia!Meglio è così ch’ora ne sia concessoAmbo in pace partir, anzi che al foroDal talamo passar per un processo.E sia per tanto la sentenza loro:«Senza lite ella tenga i doni tuoi.»Remed. Amor.v. 659-671,mia traduzione.

Vergogna egli è che due, testè già amanti,

Veggansi avversi divenir d’un tratto:

Odia Venere tali litiganti.

Sovente avvien che sia processo fatto

A chi s’adora, ma trïonfa amore,

Se un odio acerbo non dettò quell’atto.

Un dì assistetti a giovane amatore:

Stava l’amante sua nella lettica,

Fieri oltraggi ei diceale in suo furore.

«Che principio al processo ora s’indica,

Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; —

Ma restò muto nel veder l’amica.

L’una tabella e l’altra allor gli uscìa

Dalle mani, per correre all’amplesso,

Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia!

Meglio è così ch’ora ne sia concesso

Ambo in pace partir, anzi che al foro

Dal talamo passar per un processo.

E sia per tanto la sentenza loro:

«Senza lite ella tenga i doni tuoi.»

Remed. Amor.v. 659-671,

mia traduzione.

290.Se de’ suffragi suoi libero avesseIl popolo a venir, qual mai ribaldoSeneca preferir dubiteriaUn istante a Neron, al cui supplicioVi vorrebbe più assai che d’un serpente,D’una scimia e d’un sacco?Mia trad.

290.

Se de’ suffragi suoi libero avesseIl popolo a venir, qual mai ribaldoSeneca preferir dubiteriaUn istante a Neron, al cui supplicioVi vorrebbe più assai che d’un serpente,D’una scimia e d’un sacco?Mia trad.

Se de’ suffragi suoi libero avesseIl popolo a venir, qual mai ribaldoSeneca preferir dubiteriaUn istante a Neron, al cui supplicioVi vorrebbe più assai che d’un serpente,D’una scimia e d’un sacco?Mia trad.

Se de’ suffragi suoi libero avesse

Il popolo a venir, qual mai ribaldo

Seneca preferir dubiteria

Un istante a Neron, al cui supplicio

Vi vorrebbe più assai che d’un serpente,

D’una scimia e d’un sacco?

Mia trad.

291.A codesto sguajato, acciò non chiaccheri,Si spezzeran in fede mia le gambe.

291.

A codesto sguajato, acciò non chiaccheri,Si spezzeran in fede mia le gambe.

A codesto sguajato, acciò non chiaccheri,Si spezzeran in fede mia le gambe.

A codesto sguajato, acciò non chiaccheri,

Si spezzeran in fede mia le gambe.

292.«È delitto imprigionare un cittadino romano: scelleraggine il farlo battere con verghe; quasi parricidio l’ucciderlo; ma che dirò il sospenderlo in croce?»Cicero, Orat. In Ver.

292.«È delitto imprigionare un cittadino romano: scelleraggine il farlo battere con verghe; quasi parricidio l’ucciderlo; ma che dirò il sospenderlo in croce?»Cicero, Orat. In Ver.

293.A far baldoria andraiFiaccola in mezzo a quei che per la golaRitti e fitti all’uncin fumano ed ardono.Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.

293.

A far baldoria andraiFiaccola in mezzo a quei che per la golaRitti e fitti all’uncin fumano ed ardono.Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.

A far baldoria andraiFiaccola in mezzo a quei che per la golaRitti e fitti all’uncin fumano ed ardono.Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.

A far baldoria andrai

Fiaccola in mezzo a quei che per la gola

Ritti e fitti all’uncin fumano ed ardono.

Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.

294.«Rifletti al carcere ed alla croce, e all’albero infitto per mezzo all’uomo sì che gli esca dalla bocca.»

294.«Rifletti al carcere ed alla croce, e all’albero infitto per mezzo all’uomo sì che gli esca dalla bocca.»

295.Ei diverrà l’adultero di Roma,Tremando ognor ch’abbia a pagar il fioDel maritale onor dovuto a l’onta:Nè credersi vorrà più fortunatoDe l’astrifero Marte, a non lasciarsiCoglier mai nella rete. Ira gelosaVendetta più crudel talor ne traeChe quella dalle leggi al reo prescritta:Uno uccide col ferro, un altro sbranaCon sanguigno staffil: ci ha sin di quelliChe sviscerar si sentono per altraBocca che per l’usata, un mugil vivo.Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.

295.

Ei diverrà l’adultero di Roma,Tremando ognor ch’abbia a pagar il fioDel maritale onor dovuto a l’onta:Nè credersi vorrà più fortunatoDe l’astrifero Marte, a non lasciarsiCoglier mai nella rete. Ira gelosaVendetta più crudel talor ne traeChe quella dalle leggi al reo prescritta:Uno uccide col ferro, un altro sbranaCon sanguigno staffil: ci ha sin di quelliChe sviscerar si sentono per altraBocca che per l’usata, un mugil vivo.Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.

Ei diverrà l’adultero di Roma,Tremando ognor ch’abbia a pagar il fioDel maritale onor dovuto a l’onta:Nè credersi vorrà più fortunatoDe l’astrifero Marte, a non lasciarsiCoglier mai nella rete. Ira gelosaVendetta più crudel talor ne traeChe quella dalle leggi al reo prescritta:Uno uccide col ferro, un altro sbranaCon sanguigno staffil: ci ha sin di quelliChe sviscerar si sentono per altraBocca che per l’usata, un mugil vivo.Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.

Ei diverrà l’adultero di Roma,

Tremando ognor ch’abbia a pagar il fio

Del maritale onor dovuto a l’onta:

Nè credersi vorrà più fortunato

De l’astrifero Marte, a non lasciarsi

Coglier mai nella rete. Ira gelosa

Vendetta più crudel talor ne trae

Che quella dalle leggi al reo prescritta:

Uno uccide col ferro, un altro sbrana

Con sanguigno staffil: ci ha sin di quelli

Che sviscerar si sentono per altra

Bocca che per l’usata, un mugil vivo.

Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.

296.Oh allor te misero ti colga il danno,Che stretti i piedi, dentro le viscereRafani e mugili ti cacceranno.CarmenXV.

296.

Oh allor te misero ti colga il danno,Che stretti i piedi, dentro le viscereRafani e mugili ti cacceranno.CarmenXV.

Oh allor te misero ti colga il danno,Che stretti i piedi, dentro le viscereRafani e mugili ti cacceranno.CarmenXV.

Oh allor te misero ti colga il danno,

Che stretti i piedi, dentro le viscere

Rafani e mugili ti cacceranno.

CarmenXV.

297.Dufour.Storia della Prostit.Vol. I. Cap. XV.

297.Dufour.Storia della Prostit.Vol. I. Cap. XV.

298.Una gran causa trattasi nel foroD’un amico e vuo’ essergli avvocato.Epidicus.Act. III. x. W.

298.

Una gran causa trattasi nel foroD’un amico e vuo’ essergli avvocato.Epidicus.Act. III. x. W.

Una gran causa trattasi nel foroD’un amico e vuo’ essergli avvocato.Epidicus.Act. III. x. W.

Una gran causa trattasi nel foro

D’un amico e vuo’ essergli avvocato.

Epidicus.Act. III. x. W.

299.Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo,Per veder, lasso alfin, di palme intesti,De le tue scale onor, verdi festoni.Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutelloBen magro, di pelamide salateQualche bariglioncin, viete cipolle(Mensil dono degli Afri), ovver del vino,Per Tevere approdato, un cinque fiaschi.Che se quattro comparse un aureo in saldoT’abbian valuto, pattüita usanzaParte di quello a’ curïali addice.— Emilio ottien più del dover; e a noiQual merito si dà di maggior opra? —N’è cagion la superba ne l’androneQuadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestreSua statua la cagion. Vè come, assisoSu feroce destrier, del curvo astile,Già da lunge ammiccando, i colpi assesta;Già medita fra sè pugne e trofei.Così sossopra va Pedon: MatoneVa fallendo così: ne fia diversaDi Tongillo la fin, c’usa lavarsiCon immenso alicorno, e col seguaceSuo treno inzaccherato infesta il bagno;O il collo a Medi gestator premendo,In lettiga a lung’aste il foro scorre;Vasi argentei e mirrini, e ville, e serviSceso a comprar. Quel suo piratic’ostroDi tirio stame a pro di lui fidanza.Pur queste appariscenze a lor son lucro:La porpora dà prezzo; le ametisteDàn prezzo a l’Orator: compie a costoroE strombettar, ed ostentare un censoMaggior del vero: omai già più non serbaA lo splendor confin prodiga Roma.I bisnonni orator tornino al mondo:Sesterzi chi darìa, se grossa gemmaNon gli vedesse sfolgorar dal dito?In prima in prima il litigante adocchiaSe otto servi ti portino: se dieceTi circondino intorno; se una seggiolaTi tenga dietro, ed i togati avanti.Quindi arringando Paolo fea pompaD’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzoMaggior che Cosso e Basilo arringava:Va di rado facondia in cenci avvolta.E quando il duol di lacrimosa madreLice a Basilo esporre? e chi su’ rostriSoffre un Basilo udir, benchè facondo?Te Gallia accolga, o meglio, di causidiciNutricatrice l’Africa, se agogniEspor la lingua mercenaria a prezzo.

299.

Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo,Per veder, lasso alfin, di palme intesti,De le tue scale onor, verdi festoni.Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutelloBen magro, di pelamide salateQualche bariglioncin, viete cipolle(Mensil dono degli Afri), ovver del vino,Per Tevere approdato, un cinque fiaschi.Che se quattro comparse un aureo in saldoT’abbian valuto, pattüita usanzaParte di quello a’ curïali addice.— Emilio ottien più del dover; e a noiQual merito si dà di maggior opra? —N’è cagion la superba ne l’androneQuadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestreSua statua la cagion. Vè come, assisoSu feroce destrier, del curvo astile,Già da lunge ammiccando, i colpi assesta;Già medita fra sè pugne e trofei.Così sossopra va Pedon: MatoneVa fallendo così: ne fia diversaDi Tongillo la fin, c’usa lavarsiCon immenso alicorno, e col seguaceSuo treno inzaccherato infesta il bagno;O il collo a Medi gestator premendo,In lettiga a lung’aste il foro scorre;Vasi argentei e mirrini, e ville, e serviSceso a comprar. Quel suo piratic’ostroDi tirio stame a pro di lui fidanza.Pur queste appariscenze a lor son lucro:La porpora dà prezzo; le ametisteDàn prezzo a l’Orator: compie a costoroE strombettar, ed ostentare un censoMaggior del vero: omai già più non serbaA lo splendor confin prodiga Roma.I bisnonni orator tornino al mondo:Sesterzi chi darìa, se grossa gemmaNon gli vedesse sfolgorar dal dito?In prima in prima il litigante adocchiaSe otto servi ti portino: se dieceTi circondino intorno; se una seggiolaTi tenga dietro, ed i togati avanti.Quindi arringando Paolo fea pompaD’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzoMaggior che Cosso e Basilo arringava:Va di rado facondia in cenci avvolta.E quando il duol di lacrimosa madreLice a Basilo esporre? e chi su’ rostriSoffre un Basilo udir, benchè facondo?Te Gallia accolga, o meglio, di causidiciNutricatrice l’Africa, se agogniEspor la lingua mercenaria a prezzo.

Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo,Per veder, lasso alfin, di palme intesti,De le tue scale onor, verdi festoni.Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutelloBen magro, di pelamide salateQualche bariglioncin, viete cipolle(Mensil dono degli Afri), ovver del vino,Per Tevere approdato, un cinque fiaschi.Che se quattro comparse un aureo in saldoT’abbian valuto, pattüita usanzaParte di quello a’ curïali addice.— Emilio ottien più del dover; e a noiQual merito si dà di maggior opra? —N’è cagion la superba ne l’androneQuadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestreSua statua la cagion. Vè come, assisoSu feroce destrier, del curvo astile,Già da lunge ammiccando, i colpi assesta;Già medita fra sè pugne e trofei.Così sossopra va Pedon: MatoneVa fallendo così: ne fia diversaDi Tongillo la fin, c’usa lavarsiCon immenso alicorno, e col seguaceSuo treno inzaccherato infesta il bagno;O il collo a Medi gestator premendo,In lettiga a lung’aste il foro scorre;Vasi argentei e mirrini, e ville, e serviSceso a comprar. Quel suo piratic’ostroDi tirio stame a pro di lui fidanza.Pur queste appariscenze a lor son lucro:La porpora dà prezzo; le ametisteDàn prezzo a l’Orator: compie a costoroE strombettar, ed ostentare un censoMaggior del vero: omai già più non serbaA lo splendor confin prodiga Roma.I bisnonni orator tornino al mondo:Sesterzi chi darìa, se grossa gemmaNon gli vedesse sfolgorar dal dito?In prima in prima il litigante adocchiaSe otto servi ti portino: se dieceTi circondino intorno; se una seggiolaTi tenga dietro, ed i togati avanti.Quindi arringando Paolo fea pompaD’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzoMaggior che Cosso e Basilo arringava:Va di rado facondia in cenci avvolta.E quando il duol di lacrimosa madreLice a Basilo esporre? e chi su’ rostriSoffre un Basilo udir, benchè facondo?Te Gallia accolga, o meglio, di causidiciNutricatrice l’Africa, se agogniEspor la lingua mercenaria a prezzo.

Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo,

Per veder, lasso alfin, di palme intesti,

De le tue scale onor, verdi festoni.

Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutello

Ben magro, di pelamide salate

Qualche bariglioncin, viete cipolle

(Mensil dono degli Afri), ovver del vino,

Per Tevere approdato, un cinque fiaschi.

Che se quattro comparse un aureo in saldo

T’abbian valuto, pattüita usanza

Parte di quello a’ curïali addice.

— Emilio ottien più del dover; e a noi

Qual merito si dà di maggior opra? —

N’è cagion la superba ne l’androne

Quadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestre

Sua statua la cagion. Vè come, assiso

Su feroce destrier, del curvo astile,

Già da lunge ammiccando, i colpi assesta;

Già medita fra sè pugne e trofei.

Così sossopra va Pedon: Matone

Va fallendo così: ne fia diversa

Di Tongillo la fin, c’usa lavarsi

Con immenso alicorno, e col seguace

Suo treno inzaccherato infesta il bagno;

O il collo a Medi gestator premendo,

In lettiga a lung’aste il foro scorre;

Vasi argentei e mirrini, e ville, e servi

Sceso a comprar. Quel suo piratic’ostro

Di tirio stame a pro di lui fidanza.

Pur queste appariscenze a lor son lucro:

La porpora dà prezzo; le ametiste

Dàn prezzo a l’Orator: compie a costoro

E strombettar, ed ostentare un censo

Maggior del vero: omai già più non serba

A lo splendor confin prodiga Roma.

I bisnonni orator tornino al mondo:

Sesterzi chi darìa, se grossa gemma

Non gli vedesse sfolgorar dal dito?

In prima in prima il litigante adocchia

Se otto servi ti portino: se diece

Ti circondino intorno; se una seggiola

Ti tenga dietro, ed i togati avanti.

Quindi arringando Paolo fea pompa

D’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzo

Maggior che Cosso e Basilo arringava:

Va di rado facondia in cenci avvolta.

E quando il duol di lacrimosa madre

Lice a Basilo esporre? e chi su’ rostri

Soffre un Basilo udir, benchè facondo?

Te Gallia accolga, o meglio, di causidici

Nutricatrice l’Africa, se agogni

Espor la lingua mercenaria a prezzo.

300.«Per passare poi la vecchiaja con decoro e con credito, qual può mai essere più onorata via che l’occuparsi dello interpretare le leggi? Io per me insin dalla mia giovinezza mi son provveduto di questo soccorso, non solamente per farne uso nelle cause e nel foro, ma per aver eziandio un ornamento ed un pregio col quale, quando mi sieno colla vecchiezza venute meno le forze (il qual tempo già s’avvicina), io mi assicuri di non avere in casa mia a patir solitudine.»De OratoreLib. 1. XLV. tr. di Gius. Ant. Cantova.

300.«Per passare poi la vecchiaja con decoro e con credito, qual può mai essere più onorata via che l’occuparsi dello interpretare le leggi? Io per me insin dalla mia giovinezza mi son provveduto di questo soccorso, non solamente per farne uso nelle cause e nel foro, ma per aver eziandio un ornamento ed un pregio col quale, quando mi sieno colla vecchiezza venute meno le forze (il qual tempo già s’avvicina), io mi assicuri di non avere in casa mia a patir solitudine.»De OratoreLib. 1. XLV. tr. di Gius. Ant. Cantova.

301.Lib. 1, c. 13.

301.Lib. 1, c. 13.

302.«La curia, dove il Senato cura la republica.»

302.«La curia, dove il Senato cura la republica.»

303.L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al foro; ma in modo tale, che la grandezza loro sia proporzionata a quella del foro. E soprattutto dee principalmente la curia corrispondere all’eminenza del municipio, o città che sia... Oltre a questo, a mezza altezza delle mura vi si hanno a tirare attorno attorno delle cornici o di legname o di stucco. Che se queste non vi si fanno, dissipandosi in alto la voce de’ disputanti, non giungerà chiara all’orecchio degli ascoltatori; come all’incontro quando le mura avranno queste cornici attorno attorno, si sentirà bene la voce, perchè vien trattenuta da quelle, prima che si dissipi in alto. — Trad. di Berardo Galiani.

303.L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al foro; ma in modo tale, che la grandezza loro sia proporzionata a quella del foro. E soprattutto dee principalmente la curia corrispondere all’eminenza del municipio, o città che sia... Oltre a questo, a mezza altezza delle mura vi si hanno a tirare attorno attorno delle cornici o di legname o di stucco. Che se queste non vi si fanno, dissipandosi in alto la voce de’ disputanti, non giungerà chiara all’orecchio degli ascoltatori; come all’incontro quando le mura avranno queste cornici attorno attorno, si sentirà bene la voce, perchè vien trattenuta da quelle, prima che si dissipi in alto. — Trad. di Berardo Galiani.

304.Le basiliche unite ai Fori si hanno a situare nell’aspetto più caldo, acciocchè possano i negozianti radunarvisi l’inverno senza sentire l’incommodo della stagione... E se il luogo fosse più lungo del bisogno, si situeranno piuttosto nell’estremità le Calcidiche, appunto come si veggono nella Basilica Giulia Aquiliana. — Vitruvio,De Architect.Lib. V. e I

304.Le basiliche unite ai Fori si hanno a situare nell’aspetto più caldo, acciocchè possano i negozianti radunarvisi l’inverno senza sentire l’incommodo della stagione... E se il luogo fosse più lungo del bisogno, si situeranno piuttosto nell’estremità le Calcidiche, appunto come si veggono nella Basilica Giulia Aquiliana. — Vitruvio,De Architect.Lib. V. e I

305.Dec. IV, c. 36.

305.Dec. IV, c. 36.

306.Pompeja.Pag. 125 in nota.

306.Pompeja.Pag. 125 in nota.

307.L’usò il Salvini nella versione dell’Iliadeper camera degli sposi:Egli scese nel talamo odoratoDi cedro e in alto soffittato.

307.L’usò il Salvini nella versione dell’Iliadeper camera degli sposi:

Egli scese nel talamo odoratoDi cedro e in alto soffittato.

Egli scese nel talamo odoratoDi cedro e in alto soffittato.

Egli scese nel talamo odorato

Di cedro e in alto soffittato.

308.Ad Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa publica, i Tintori.

308.Ad Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa publica, i Tintori.

309.Parole della classica traduzione di Tacito del Davanzati il quale le vociarctaedobscurarende per prigionia nèstrettanèdubbia.

309.Parole della classica traduzione di Tacito del Davanzati il quale le vociarctaedobscurarende per prigionia nèstrettanèdubbia.


Back to IndexNext