LIBANUSNum me illuc ducis ubi lapis lapidem terit?DEMÆNETUSQuid istuc est? aut ubi est istuc terrarum loci?LIBANUSUbi fient homines, qui polentam pransitant[281].
LIBANUS
LIBANUS
Num me illuc ducis ubi lapis lapidem terit?
Num me illuc ducis ubi lapis lapidem terit?
DEMÆNETUS
DEMÆNETUS
Quid istuc est? aut ubi est istuc terrarum loci?
Quid istuc est? aut ubi est istuc terrarum loci?
LIBANUS
LIBANUS
Ubi fient homines, qui polentam pransitant[281].
Ubi fient homines, qui polentam pransitant[281].
E il povero Plauto se l’intendeva, o piuttosto la fortuna doveva farlo passare per queste dolorosissime prove, poichè guadagnato colle sue produzioni alteatro un bel gruzzolo di denaro, avventuratolo poscia in ispeculazioni, da cui poeti e letterati debbono sempre star lontani, e quelle fallite, fu ridotto per campare la vita a girar macine da mugnajo.Plautus fuit pistor, scrisse lo Scaligero,cum trusatiles molas versando operam locasset. Quia vero pistura illa et labor grana conterendi omnium gravissimus erat, factum ut Pistrinum locus plenus fatigationis et negotii operosi viresque conficientis diceretur[282]. Terenzio e Cleanto vuolsi abbiano fatto altrettanto, quantunque fossero costoro lontani dai tempi e dai costumi, nei quali, sulla fede di Plutarco, Talete, essendo nell’isola di Lesbo, avesse udito una schiava straniera, girando una mola cantare: «Macina, o mulino, macina, poichè Pittaco, Re della gran Mitilene, si reca pur a piacere di volgere la mola[283].»
Apprendiamo poi, a questo proposito, da Catone come Pompei fosse rinomata per le sue mole, perle quali usufruttava del tufo vulcanico di che abbonda tutto il suo suolo così vicino al Vesuvio, e costituiva la fabbricazione e vendita di esse un ramo non indifferente del suo commercio.
Veniamo ora a parlare delle particolarità dei singoli pistrini che si scopersero.
Nella casa detta di Sallustio in Pompei si scoprì un Pistrino, che si locava dal proprietario a tale publico uso, e dove la costruzione del forno per la cottura del pane parve de’ nostri tempi, tanto si accosta alla odierna maniera. Il lavoro della volta è in guisa che con poco combustibile si dovesse riscaldare. Aveva nella bocca un coperchio di ferro, e presso stavano vasi per contener acqua. Vi si trovarono tre macine, come quelle testè descritte. Annessa era la camera per impastare il pane, col focolare per l’acqua calda, ed ivi si trovarono altresì l’anfora colla farina e parecchi acervi di grano.
Nel forno publico della Casa di Modesto, così designata dal nomeMODESTUM, dipinto in rosso sul muro e dove si rinvenne una quantità di pani della più perfetta conservazione, deposti parte nel Museo di Napoli e parte in quel di Pompei, il forno si presentò più solido e più ingegnoso ancora. Vi si vede la camera o stufa in cui manipolavasi il pane; un’altra ove ponevasi a fermentare su tavole disposte l’una sull’altra lungo il muro, e quindi una terza ove riponevasi già cotto. Presso era la stalla degli asiniche giravano le mole, secondo il metodo più usitato. In questo pistrino si trovarono quattro macine un po’ più basse delle consuete d’altrove, formate da un cono concavo che si volge su di un altro convesso, anfore di grano e farina, e sul muro del Pistrino, vedesi un dipinto che esprimeva un sagrificio alla Dea Fornace e diversi uccelli. È forse la panatteria migliore che si scoperse finora.
Un altro forno publico è nel lato sinistro della casa di Fortunata presso quella di Pansa, con tre mulini, sull’un dei quali leggesiSex. Sulla bocca del forno vi era unphalluscolorito in rosso ed al di sopra scritta la leggendaHIC HABITAT FELICITAS, novella prova che l’emblema non fosse unicamente a segno di mal costume, ma piuttosto a felice augurio ed a scongiuro di disgrazia, come già ebbi il destro di sostenere. Nella bottega attigua di panatteria esisteva una pittura rappresentante un serpente, simbolo di una divinità custode, e rimpetto una croce latina in basso rilievo. Sarebbe questo segno un indizio del sospetto da me già espresso che la religione di Cristo fosse già penetrata in Pompei? Faccio voti che i futuri scavi abbiano ad offerire maggiori dati, che il sospetto e l’induzione abbiano a mutare in certezza assoluta.
Sull’angolo dellavia del Panatico, un’altra panatteria ha un gran forno con quattro mulini. Su due d’essi leggonsi le paroleSEXeSOHALin caratterirossi e sopra il forno vedevasi una figura rappresentante evidentemente un magistrato che distribuiva pane al popolo.
Nella viottola della Fontana del Bue, si è pure trovato un pistrino con tre macine, un gran forno a corrente d’aria e delle madie foderate di piombo.
D’un’ultima panatteria terrò conto, scoperta nel 1868 ed appartenente a Paquio Proculo, al quale apparteneva pure la casa. Essa è nella Via Stabiana (Regione VII, Isola II). Il chiarissimo Minervini lesse dipinta sulla parete sinistra della casa la seguente epigrafe, che oggi è frammentata per la caduta dell’intonaco:
PROCVLE . FRONTONITVO . OFFICIVM . COMMODA
Questa raccomandazione, scrive il dotto signor G. De Petra, illustrando nelGiornale degli Scavila casa e il pistrino di P. Paquio Proculo[284], così per la sua forma, come pel luogo dov’è scritta, mi pare indubitato che Frontone la rivolgesse al padrone della casa, il quale perciò doveva chiamarsi Proculo. Con tal cognome occorrono più di frequente nei programmi pompejani due persone, P. Paquio Proculo e Q. Postumio Proculo; ma considerando che in una colonna dell’atrio è graffito il nome diPacuia, la figliadi Paquio, rimane provato che col nome di questo debba intitolarsi la casa. Donde si fa ancora probabile che l’altra raccomandazione elettorale publicata dal ch. Fiorelli (Giornale degli Scavi, 1862, p. 47, n. 4):Sabinum aed (ilem) Procule fac, et ille te facient, fosse indirizzata allo stesso P. Paquio, che pare sia stato un uomo assai influente e popolare. Diffatti il ch. Garrucci (Bull. arch. Nap., n. 5, tom. II, p. 52) fece nota questa epigrafe che sinora non trova riscontro di sorta fra le reminiscenze elettorali:P. Paquium Proculum ii. Vir. i. d. d. r. p. universi Pompejani fecerunt; nondimeno chi era questo Proculo, che i Pompeiani unanimi sollevarono alla somma dignità di duumviro giusdicente? Niente altro, come si vedrà, che un panattiere! Il qual fatto ci autorizza a conchiudere, che in Pompei le magistrature municipali non eran monopolio dei soli ricchi, e che questi conoscevano di buona voglia (universi fecerunt) la convenienza di farvi partecipare anche i più autorevoli e migliori cittadini di condizione plebea. — Lezione buona pei nostri tempi, in cui le elezioni amministrative e politiche sembrano infeudate all’aristocrazia del sangue e del denaro: colpa precipua del popolo stesso che si ostina, a parole, a gridar contro i ricchi e gli uomini di grande autorità, ma in fatto è poi sempre lo stesso peccatore, che religiosamente serba il suo stolido feticismo per chi tiene di classe a sè superiore; salvo a ricominciare di poi le sue maledizionicontro gli eletti proprj, che ignari de’ suoi bisogni, fanno leggi a sproposito e a detrimento.
Anche all’ingresso della viottola della Fontana del Bue, sulla muraglia a sinistra, una bella e ben conservata pittura di simboliche serpi è sormontata, oltre che da un piccolo larario, anche da varie iscrizioni, parte in oggi cancellate dalla rovina, fra le quali leggesi la seguente, che ognor più avvalora e l’influenza e la ricchezza di questo importantissimo panattiere in Pompei:
P. PAQVIVM PROCVLVMII VIR . I . D . THALAMVS CLIENS[285].
Io non mi divagherò a descrivere la casa di questo P. Paquio Proculo, che qui l’argomento ne sarebbe spostato: verrò invece difilato al pistrino che vi è in essa, e che è nel lato destro. Vi si riconosce la camera delpanificium, e ciò si argomenta, scrive il De Petra, dai cinque podii di fabbrica per sostegno di tre tavoloni di legno su cui rimaneggiavasi la pasta, da varii recipienti per conservar l’acqua, quali sono una vaschetta quadra fabbricata, un gran dolio sepolto a metà nel suolo e un’anfora murata in uno de’ poggiuoli, infine dalle traccie degli assi di legno che sostenevano le tavole su cui disponevansi i pani. Una porta priva di soglia dava il passaggio da questo luogoa quello dov’è il forno; ma tra l’una e l’altra stanza, per uno scopo limitato, cioè per la sola cottura del pane, v’era una comunicazione anche più diretta e sollecita. Si notarono tremolæper isfarinare il grano, avendo una di esse la base ricoperta da una lamina di piombo, lametadi una quarta mola senza ilcatilluse la base circolare per una quinta; due serbatoj d’acqua fabbricati, un pozzo con coperchio, un piccolo dolio contenente calce e tre poggiuoli.
Il dipinto larario solito a incontrarsi nei pistrini, non è mancato in questo, ma sventuratamente tornò a luce poco conservato. Sotto un verdeggiante festone è la Dea Vesta ammantata con lo scettro nella sinistra e il dritto braccio proteso sopra unfocus. Dietro a Vesta è l’asino, l’animale, come dissi, usato più spesso a girar le macine; rimpetto alla Dea v’è un giovane in piedi che nella sinistra ha la cornucopia, e stende la diritta sull’ara.
A sinistra del forno v’è un ampio locale in cui probabilmente si conservavanosacculadi grano o di farina.
Di questo P. Paquio Proculo e di sua moglie, neltablinumdella loro casa, si rinvenne il ritratto dipinto sulle pareti gialle. Cedo la penna all’egregio De Petra. «Questo dipinto, offre la volgare fisonomia di Paquio, che ammantato dalla bianca toga magistrale, stringe nella destra un volume col rispettivo titolo di colore rosso. Gli è a fianco la sua donna, cui pendono sullafronte i ricciolini sfuggiti alla fascetta che le stringe i capelli; ha pendenti di perle alle orecchie, e rossa la veste; avvicina alle labbre la punta dello stilo che tiene nella dritta ed ha i pugillari aperti nella sinistra[286]. Donde si può inferire, che l’anzidetta positura sia stata convenzionale nei ritratti, poichè l’atteggiarsi dell’uomo e della donna trovasi ripetuto esattamente in due scudetti publicati nellePitture d’Ercolano(tom. III, tav. 45) e in quegli altri due che ornano il tablino d’una casa nella Regione Settima, isola 10, propriamente quella che vien dopo la casa delBalcone Pensile. Oltrecchè l’atteggiamento della donna si confronta con la scrittrice dipinta nell’atrio della casa di Popidio Prisco (Reg. VII, Is. 11, n. 20) e con un’altra dellePitture d’Erc.(t. III, tav. 46)[287]. Quale simbolo dell’amor conjugale di P. Paquio e sua moglie, vedevasi al di sopra dei loro ritratti un grazioso ed importante quadretto, ora nel Museo, rappresentante Amore e Psiche teneramente abbracciati. Il bacio e l’amplesso di essi, ovvio in tanti altri monumenti, è ritratto in questa pittura pompejana in una movenza nuova, sebbene non molto diversa delle altre conosciute.»
Nella Via degli Augustali, come dipendenza della Casa detta deiCapitelli figurati, aprivasi poi una taberna da pasticciere,pistor dulciarius, il quale, come ne fa sapere Apulejo,panes et mellita concinnabat eduleia. Vi si videro parecchi mulinetti,pistrillæ, che un sol uomo bastava a girare; ma destò la speciale attenzione il forno, dalla forma del quale direbbesi a riverbero, costituendosi di due cavità sovrapposte, accendendosi il fuoco nella cavità inferiore da cui il calore ascendeva per un’apertura, nella cavità superiore, ove si deponevano a cuocer le pasticcerie. Due pasticcetti si trovarono negli scavi e si conservano nel Museo di Napoli.
Toccato de’ pistrini, vediamo ora le altre botteghe e spacci pompejani di merci attinenti i cibi e gli alimenti.
Una taberna o venditorio d’olio si scoprì nel 1852 nella via di Stabia, quasi all’angolo della viottola della Fontana del Bue. Il podio o banco della bottega era di marmo cipollino e grigio antico, con in mezzo dello specchio davanti un medaglione di porfido verde e due bei rosoni. Su di esso vi erano incastrate otto belle ed ampie scodelle in terra cotta. Nell’interno si ritrovò un pozzo, un fornello e l’ingresso del ripostiglio dell’olio. La quantità degli ulivi che si coltivavano nell’agro campano doveva necessariamente far luogo ad una produzione assai abbondante di olio. Anche gli scavi hanno offerte conserve nell’oliodi grosse ulive, che dovevano probabilmente aversi dalle famiglie pompejane fra le consuete ghiottornie.
Presso la casa di Cornelio Rufo e quella di Messinio nella Via di Stabia evvi una casetta, che l’illustre Fioretti, seguendo le indicazioni di Pompeo Festo e di Varrone, qualifica per unGaneum, oGanea, specialmente per avervi vedute pitture ed iscrizioni licenziose[288]. Era laGaneao ilGaneum, come meglio piaccia al lettore di appellarlo, secondo essi, un ritrovo nascosto di meretrici, le camere da letto delle quali erano a pian terreno, come i cenacoli nella parte superiore delle case, ed io ne toccherò poi nel capitolo delLupanare; ma Bréton, nella suaPompeja, avendo constatato nell’area del peristilio sette grandi coppe, o giare, misure di capacità pei liquidi, e sette dolii coi loro coperchi, senza manichi, fu indotto a credere che questa casa potesse essere al contrario un magazzeno d’olio. Si sono poi trovati negli scavi dei particolari mulini che si sono creduti atti alla macinazione dei grani oleosi: l’uno fu rinvenuto nelle vicinanze del Foro Triangolare o Nundinario.
Prima di entrare nel Foro Civile, sulla diritta, stava la taberna di un venditore di latte. L’insegna di essa è in terra cotta e rappresenta una capra. Sotto di essa vi si lesse questa iscrizione in caratteri rossi, all’epocadel suo sterramento, ma che ora non si distinguono più.
M. CASELLIVM AED. DIF. FAC.FIDELIS...
Nel podio di materia di fabbrica, come d’uso nelle taberne di liquidi, v’erano incassati dei vasi.
Nell’isola intorno al Tempio d’Augusto si constatarono diverse botteghe di commestibili. Una di venditori di pesci salati, forse ciò argomentandosi dai pesci che si videro dipinti sulle pareti, della natura di quelli che si vendono nella salamoja, e già sappiamo che Pompei era nota e famosa pel suo garo che sapeva preparare e del quale ho già intrattenuto il lettore sulla fine del Capitolo Quinto. Un’altra di fruttivendolo, nè in questa si errò di certo, poichè vi si accogliessero fichi secchi in abbondanza, uva passa, susine, frutta in vasi di vetro, lenti, semi di canape; oltre una ciambella, vari frammenti di pasta e di pane, molto denaro, una staderina e varie bilancie. I fruttivendoli in Pompei dovevano essere di molti, così essendo lecito di pensare dalla iscrizione che fu letta sul pilastro che separa laFullonica, di cui dirò qui appresso, dalla Casa della gran Fontana, scritta, come il più spesso, in caratteri rossi e che sembra riferirsi al magistrato, del quale abbiam veduto come la statua decorasse il teatro:
M. HOLCONIVM PRISCVM II VIR. I. D.POMARI VNIVERSI CVM HELVIOVESTALE ROGANT[289]
I fruttivendoli pompejani si raccomandano ancora in altre due iscrizioni, che si lessero nella strada ove è l’arco di trionfo. L’una è così concepita:
IVLIVM SABINVM AEDILEMPOMARII ROGANT
e l’altra così:
MARCVM CERRINIVM AEDILEMPOMARII ROGANT
Ciò che vuol essere osservato si è che in queste botteghe, che sono circostanti al Tempio di Augusto, si sono rinvenuti molti oggetti preziosi e d’arte, fra quali una statuetta di bronzo rappresentante una Vittoria con armille d’oro alle braccia; un’altra in marmo; Venere che si asciuga i capelli, come sorgesse allora dalle spume dell’Ionio mare, colla parte inferiore velata da un drappo dipinto in rosso; una bella tazza d’alabastro, anelli d’oro, gemme, sistri isiaci, un vaso di vaghissimo lavoro, amuleti, strigili e diverse monete.
Sarà negli ulteriori scavi che verrà dato indubbiamente di scoprire taberne d’altre cose mangerecce, e soprattuttolanienae, o botteghe da beccai e macelli, la principale opera e materia prima dei quali veniva somministrata dai templi, per le continue vittime chevi si immolavano, per lo più in buoi, giovenche e pecore; e se agli Dei si bruciavano ciocche di lana e qualche inutile interiora, tutt’al più spruzzate da vino e mescolate di fiori, il meglio veniva accortamente goduto dai sacerdoti pel loro uso, e venduto nuovamente ai gonzi, di cui si costituisce la maggior parte del pubblico, che a ragion di divozione avevano fatto prima l’offerta. I macellai dell’antichità erano adunque principalmente i sacerdoti.
Della bottega del Chirurgo e delSeplasariuso farmacista e di quella di prodotti chimici, ho già detto nel Capitolo delleScuole; di quella dello scultore mi occuperò nel venturo delle Belle Arti, come anche del mercante de’ colori; perocchè meglio vi si trovino in essi collocati, come materia che a que’ capitoli ha tutto il suo riferimento.
Nella stradicciuola di Mercurio, gli scavi trovarono nel 1853 unMyropolium, o bottega da profumiere, detta anche, come la vediam nominata in Varrone e Svetonio,unguentaria taberna[290]. Già superiormente ho toccato dello spreco di profumi, aromi ed unguenti che si faceva a quei tempi di grande effeminatezza in Roma e in tutto l’orbe a lei soggetto. Non era soltanto, cioè, del mondo muliebre; ma pur degli uomini. All’uscire del letto, prima d’entrare nel bagno, nel bagno e dopo, era costume di ugnersi e di profumarsi;altrettanto facevasi nelle case prima del pasto e avanti comparire in pubblico e prima di coricarsi; ogni occasione era buona per ispargersi il corpo e le vestimenta di odorose essenze, per ungere i capelli e perfino per profumare camere ed appartamenti. Già abbiam veduto nel capitolo dell’Anfiteatro come si facesse eziandio all’aperto assai gitto di croco: si può pertanto argomentare cosa dovesse essere negli appartamenti chiusi: a suo luogo vedremo, specialmente nel triclinio e ne’ funerali.
Ma più che tutto, era nell’amore che di profumi si abusava, come eccitanti e preparatori allo stesso. È noto, scrive Dufour[291], che il muschio, il zibetto, l’ambra grigia e gli altri odori animali portati nelle vesti, nei capelli, in tutte le parti del corpo esercitano un’azione attivissima sul sistema nervoso e sugli organi della generazione. Nè solo adoperavano esternamente detti profumi, ma non temevano di far entrare aromi e spezie in quantità nel giornaliero loro alimento; onde a ciò si voglia ascrivere quell’appetito e prurito continuo che tormentava la romana società e che la spingeva in tutti gli eccessi dell’amor fisico.
La lussuria asiatica portò seco tali profumi e d’allora in poi, così prodigioso fu il consumo delle sostanze aromatiche, che parve non bastare quanto inviavala Persia, l’Arabia e tutto l’Oriente insieme. S’era insomma venuto a tal punto, da aver ragione Plauto, quando nellaMostellariausciva in questi accenti:
Quia ecastor mulier recte olet, ubi nihil olet.Nam istæc veteres, quæ se unguentis unctitant, inter poles,Vetulæ, edentulæ, quæ vilia corporis fuco occulunt,Ubi sese sudor cum unguentis consociavit, illicoItidem olent, quasi cum una multa jura confudit cocus.Quid oleant nescias, nisi id unum, ut male olere intelligas[292].
Quia ecastor mulier recte olet, ubi nihil olet.Nam istæc veteres, quæ se unguentis unctitant, inter poles,Vetulæ, edentulæ, quæ vilia corporis fuco occulunt,Ubi sese sudor cum unguentis consociavit, illicoItidem olent, quasi cum una multa jura confudit cocus.Quid oleant nescias, nisi id unum, ut male olere intelligas[292].
Quia ecastor mulier recte olet, ubi nihil olet.
Nam istæc veteres, quæ se unguentis unctitant, inter poles,
Vetulæ, edentulæ, quæ vilia corporis fuco occulunt,
Ubi sese sudor cum unguentis consociavit, illico
Itidem olent, quasi cum una multa jura confudit cocus.
Quid oleant nescias, nisi id unum, ut male olere intelligas[292].
Profumi e cosmetici assumevano il nome dal paese onde venivano: così furono celebrati l’unguento di Cipri, il balsamo di Mende, il nardo d’Achemenis, ilmalobutrumdi Sidone, distillato in olio pei capelli, l’olio d’Arabia, quello della Siria, il mirobolano di Arabia; l’opobalsamumdella Giudea, il cinnamomo dell’India, la maggiorana di Cipri, la mirra dell’Oronte e l’iride di Illiria, che Ovidio raccomanda nel suoPoemettoDe Faciei medicamine, e del quale facciamo uso noi pure rinchiudendolo in seriche borse o sacchetti, che poniamo, per profumarla, per mezzo la biancheria.
Altri profumi e unguenti pigliavano il nome dal loro inventore; come laNicerozianaricordata da Marziale, odore inventato da Nicerote, e ilFoliatum, manipolato da Folia, amica di Gratidia, che Orazio stigmatizzò nelle sue Odi, coprendola delle più infami accuse e vituperi, col nome di Canidia.
V’era poi l’unguento dipelatorio, dettodropax unguentum, l’odontatrimnaper i denti, le pastiglie dettediapasmatacontro l’alito cattivo, e vie via molti altri unguenti che sarebbe troppo lungo l’enumerare.
Malgrado questo bisogno che si provava dell’arte e dei prodotti del profumiere e del cosmeta, questi bottegai erano nel comune disprezzo, forse perchè a questo piccolo commercio s’applicassero cortigiane e cinedi, lenoni e mezzane, quando l’età toglieva loro ogni attrattiva e possibilità di continuare nel loro infame mestiere, o mancava la clientela, e così a donnaingenuaossia nata libera, il nome solo di profumatrice e cosmeta sarebbe giustamente suonato come la più fiera ingiuria.
Nelle case de’ ricchi eravi sovente il laboratorio dell’unguentarius, a cui s’applicavano schiavi o liberti, e le cosmete e gli unguentarii valevano eziandio per le molteplici operazioni, che già conosciamo, de’ privatibalinei.
La gente onesta e della buona società teneva a disonore il mostrarsi publicamente neimyropoliio taberne unguentarie, e però quando vi accedevano o sceglievano le ore prime del mattino o quelle della sera, e tiravano il lembo della toga sul volto: non così gli sfaccendati che traevano a questi luoghi, non che alletonstrinæo botteghe da barbiere, od a quelle de’ medici e de’ banchieri, per raccogliervi novelle e chiacchierare, come Plauto ne fa sapere quando nell’Epidicofa che Apecide dica aver cercato ovunque di Perifane:
Dii immortales, utinam conveniam domiPeriphanem! per omnem urbem quem sum defessus quærere:Per medicinas, per tonstrinas, in gymnasia atque in foro,Per myropolia, et lanienas, circumque argentariasRogitando sum raucus factus[293].
Dii immortales, utinam conveniam domiPeriphanem! per omnem urbem quem sum defessus quærere:Per medicinas, per tonstrinas, in gymnasia atque in foro,Per myropolia, et lanienas, circumque argentariasRogitando sum raucus factus[293].
Dii immortales, utinam conveniam domi
Periphanem! per omnem urbem quem sum defessus quærere:
Per medicinas, per tonstrinas, in gymnasia atque in foro,
Per myropolia, et lanienas, circumque argentarias
Rogitando sum raucus factus[293].
Spettava a’ profumieri l’imbalsamazion de’ cadaveri e la vendita degli aromi pei sagrifici, e nelmyropoliumdi Pompei diffatti le insegne o pitture che vi stavano nell’ingresso ed ora scomparse, e le quali condussero a constatare od almeno a far credere esserequella unataberna unguentaria, rappresentavano l’una un sagrificatore che conduceva all’altare un toro; l’altra quattro uomini che portavano una enorme cassa, intorno alla quale stavano sospesi alcuni vasi. Superiormente poi vedevansi dipinte alcune persone intente a profumare un cadavere, prima d’essere portato al rogo.
Dal profumiere, passiamo a vedere la taberna del barbiere nella Via di Mercurio. È picciolissima: a destra vi è un podio, sopra di esso due nicchie simili a quelle che altrove servirono a larario, ma che qui più probabilmente avranno giovato per collocarvi cosmetici, vasi di profumi, pettini enovaculæo lame di metallo molto affilate colle quali radevano i capelli della testa o i peli della barba, come i nostri rasoi. In mezzo alla bottega v’è un sedile in materia da fabbrica, dove l’avventore si sarà seduto, e in un dietro bottega sta il fornello, che avrà servito per riscaldare l’acqua. Non saprei spiegare come e perchè si trovassero in questa seconda camera gli avanzi di un mulino.
Circa questo mestiere del barbiere,tonsor, poco è a dirsi. Lo si faceva consistere nel tagliare i capelli, nel radere la barba, nel pareggiare le ugne e nello svellere i peli parassiti colle pinzette,volsellæ. I ricchi usavano a tutto ciò nella propria casa di uno schiavo o di liberto; il popolo veniva alla bottega. A radersi frequentemente la barba, si cominciò tardi in Roma,nell’anno cioè 454, della sua fondazione, alla venuta dalla Sicilia del primo barbiere: avanti di costui la si lasciava crescere generalmente. Nelletonstrinæ, — così chiamate le botteghe di barbieri, e noi diremmo barbierie, — era assai frequente che vi esercitassero tal mestiere le donne, dette peròTonstrices; e Plauto, fedel pittore di que’ vecchi costumi, nelTruculentus, accenna appunto alla Sura barbiera:
. . .tonstricem SuramNovisti nostram, quæ modo erga ædes habet[294].
. . .tonstricem SuramNovisti nostram, quæ modo erga ædes habet[294].
. . .tonstricem Suram
Novisti nostram, quæ modo erga ædes habet[294].
e Marziale acerbamente morde la moglie d’un barbiere che stava presso alla Suburra, e la quale co’ suoi artificii carpiva denaro alla gente:
Sed ista tonstrix, Ammiane, non tondet;Non tondet, inquis? ergo quid facit? radit[295].
Sed ista tonstrix, Ammiane, non tondet;Non tondet, inquis? ergo quid facit? radit[295].
Sed ista tonstrix, Ammiane, non tondet;
Non tondet, inquis? ergo quid facit? radit[295].
Non di meglio del resto aveva trattato lo stesso poeta, Marziale, il barbiere Eutrapelo nel seguente epigramma:
Eutrapelus tonsor dum circuit ora LuperciExpungitque genas; altera barba subit[296].
Eutrapelus tonsor dum circuit ora LuperciExpungitque genas; altera barba subit[296].
Eutrapelus tonsor dum circuit ora Luperci
Expungitque genas; altera barba subit[296].
Lo che dimostra che di buoni e grami barbieri ve ne erano allora come ve ne hanno di presente. L’epigramma adunque avrà sempre la propria attualità.
Di sarti finora gli scavi non rivelarono botteghe; di calzolajo se ne sospettò alcuna giusta quel che ne dirò tra breve, e così di tal’altre industrie e mestieri attinenti il vestire, e quel che si sterrerà per lo avanti, riguardando la parte più abitata dalla gente operaja, verrà forse facendo al proposito interessanti rivelazioni. Certo che nè le vestimenta, nè i calceamenti erano a que’ dì complicati come di presente, da richiedere specialità di artieri. L’importante quanto ai primi era la finezza della stofa onde si facevano tonache e mantelli, pepli e toghe e studio nel portarle onde si acquistasse grazia ed eleganza. Gli schiavi, le donne bastavano all’uopo e forse ognuno, anche del popolo, in sua casa poteva dalle proprie donne farsi preparare tutto quello che appunto riguardasse il vestimento. Circa alle vestimenta poi della gente rustica, ne abbiamo in Marco Porcio Catone,De Re Rustica, ricordati i nomi:Tunicæ, saga, centones, centiculi, manicæ de pellibus; ecuculliocuculliones,pileiegaleria berrette o cappelli che si portavano in testa, ed erano in tutti di pelli lanute. In quanto ai secondi, cioè a’ calzolai, si può dirne qualche parola, perchè in taluna pittura pompejana si vide riprodotta la forma di qualche calzare, ma sarà tra breve, come dissi, quando visiteremo la bottega del cuojajo o conciatore di pelli.
Presso le Prigioni, che abbiamo nell’undecimo Capitolo di quest’opera trovate nel Foro Civile Pompejano, vedesi un locale che fu designato siccome un ampio magazzeno in cui si vendevano tele e stofe ad uso proprio del vestire. Così fu interpretato l’uso di questo locale, fidandosi alla quantità dei buchi che vi si videro, che dovevano aver servito a sostenere gli armadj che contenevano quelle merci. Una pittura scoperta in Pompei, scrive Bonucci, fa per avventura allusione a questo Foro ed a questo magazzeno. Rappresenta un uomo in piedi, che tiene nelle mani un pezzo di stofa ch’egli offre ad una donna seduta. Questa mostra il desiderio di comperarla, ma fa osservare al mercante un difetto che si trova nel mezzo della merce, e il mercante cerca dissuaderla con ragioni che accompagna con gesti. Le due giovanette sedute, la servente che è dietro di esse, il gruppo di due altre donne che parlano con un uomo, e da ultimo i panneggiamenti che si scoprono nel fondo del quadro, possono indicare il luogo di che facciamo parola.
Tele e lane servivano alla confezione degli abiti: solo negli ultimi tempi, cioè a quelli dell’Impero, le matrone, comperandola a carissimo prezzo, usavano della seta che derivavano dall’Asia; ma questa consideravasi come merce di smoderatissimo lusso, perocchè costasse come l’oro. Ho già notato le maraviglie che si fecero quando nel circo vennero distesivelarii di seta: erano esse in ragione della preziosità e rarità della stofa.
NelVicolo del Panatico, al lato destro, vi è un piccolo stabilimento di lavanderia: per tale venne riconosciuto, abbenchè tutto vi fosse rovinato e nulla di particolare offra ad essere riferito. Due altre lavanderie pure non di grande importanza, stanno nelVicolo della Maschera: più vasta è quella inVia del Lupanaree dettadi Narciso, scoperta nel 1862 e così denominata da una superba statuetta di bronzo che si conserva al Museo, rappresentante infatti questo personaggio mitologico nell’atto che ascolta la voce lontana della Ninfa Eco, che vien considerata come una delle migliori rarità trovate negli scavi, sì che Dognée giungesse a dire:Les fouilles n’eussent-elles déterré que ce seul bronze, l’importation des principes immortelles de l’art grec dans le vieux monde romain eût été démontrée par une trace glorieuse dont la splendeur indique incontestablement l’illustre origine[297]. È una bottega, in cui si veggono vasche diverse di pietra, in due delle quali era l’acqua condotta da un tubo di piombo con un robinetto. Sotto di queste due vasche è un fornello; ma giustamente osserva Bréton, siccome il piombo non può sopportare un fuoco di troppo ardente, si deve supporre, che in questi due fornelli non si ponesse che della brace destinata soloa tener caldo il liquido, nel quale si lavavano le stofe di lana o di lino. Al disopra del lavatojo, nella muraglia, vi sono dei buchi, ne’ quali erano infissi dei chiodi per la biancheria. Il suolo della bottega ha un certo pendìo verso un lato, per ivi condurre le acque che vi scorrevano per uscire sulla via. A destra della bottega, è una cameretta, in mezzo alla quale è una tavola di marmo rettangolare d’un solo piede ornato d’un corno d’abbondanza e d’una pàtera con tracce di pitture. In fondo della stessa, scendendo quattro gradini, si entra in una vasta corte in cui si vedono le traccie dei chiodi cui si saran dovute accomandare le corde onde distendervi le biancherie ad asciugare.
Nella bottega sull’angolo della Via degli Augustali e del Lupanare, designata per quella del Conciapelli,coriariuso, come potrebbe essere, d’un calzolajo, giusta l’opinione di Fiorelli e di Overbeck, appartenente a Nonio Campano soldato della IX Coorte pretoriana, come era scritto in grandi caratteri rossi sulla bianca parete di essa, se non abbiamo speciali oggetti a rimarcare, tranne alcuni utensili propri a questo mestiere, l’argomento però ci obbliga a ricordare l’uso precipuo de’ suoi prodotti, cioè quello de’ calzari e scarpe.
Sutorchiamavasi l’artefice che cuciva in cuojo, adoperando la lesina,subula, e introducendo la setola,seta; ondesutrinala bottega di lui. Dalla diversa qualità del lavoro, dicevasisutor crepidarius, osutor caligarius,o anchecalcearius; onde la parola nostra calzolajo. Facevansi pure da’ calzolai romani i coturni, ed erano essi stivali di greco modello, di cuoio, usualmente portato da’ cacciatori e copriva l’intero piede e la gamba sino al polpaccio, allacciandosi sul davanti ed arrovesciato in cima con una ritoccatura, ed una suola diritta atta ad uno o all’altro piede,utroque actus pedi, come scrive Servio scoliaste di Virgilio[298]. Uno stivale dello stesso genere, dice Rich, ma ornato con più cura, è assegnato talora dagli artisti greci a talune delle loro divinità, in ispecie a Diana, Bacco e Mercurio e dai Romani nello stesso modo alla Dea Roma ed ai loro imperatori, come un segno di divinità. Così furono adottati da Marco Antonio, quando si attribuì il carattere e gli attributi di Bacco[299]; ma però non eran portati dai Romani come parte del loro vestiario consueto. Cicerone biasima l’insolenza d’un Tuditano, che si mostra in pubblicocum palla et cothurnis[300]. Il coturno portato dagli attori tragici sulla scena, abbiam già visto avesse la suola di sughero. — I cacciatori, oltre il coturno, portavano anche l’ocrea, specie di moderne uose.Ocreaera anche la gambiera che copriva lo stinco dal malleolo sino a poco sopra il ginocchio: per lo più era di metallo e se ne scoprirono degli esemplari in Pompei.
Crepida, era un calzare che si componeva d’una suola alta, ornata di una bassa striscia di cuojo che copriva solo il fianco del piede, ma aveva un certo numero d’occhielli,ansæ, sul suo orlo superiore, attraverso i quali passava una correggia piatta,amentum, per allacciarla sul piede. Propriamente era peculiare del vestiario nazionale greco ed usato dai due sessi e si considerava come la calzatura conveniente a portarsi colpalliume collachlamys. Lecrepidæ carbatinæerano poi le più ordinarie di tutte le calzature in uso fra gli antichi e particolari ai contadini delle regioni meridionali. Consistevano in un pezzo quadrato di cuojo per suola, poi rivoltato all’insù a’ canti e sopra le dita, legato sul collo del piede attorno la parte più bassa della gamba con coreggiuoli passati attraverso dei buchi sugli orli.
Calceusera una piccola scarpa o calzaretto, per lo più portato dalle donne. Ne’ dipinti Pompejani si videro tre distinti modelli di essi: tutti per altro giungono a’ malleoli, con suola e tacco basso e così senza, come con laccetti.Calceusinvece era uno stivaletto fatto sopra forma così per il piè destro, come per il sinistro, in maniera da coprire interamente il piede, a differenza dei sandali e delle pianelle che non ne coprivano se non solo una porzione. Come poi vediamo pur oggidì usarsi dalle nostre signore, aggiungere tacco a tacco per render alta la persona; così per le Romane, ad esempio delle Greche,invece d’una, usavano di due e tre suole, onde lasoleapigliava allora il nome difulmenia, sincope difulcimenia. Di queste duplici e triplici suole giovavansi inoltre, come faremmo noi adesso, per difenderci dalla umidità. V’era ilcalceus patriciusche portavano i senatori, di qualità diversa da quella degli altri cittadini; di dove la frase di Ciceronecalceos mutare[301], per significare che alcuno diventava senatore, e s’allacciavano con istringhe che s’incrociavano sul collo del piede e poi s’avvolgevano attorno alla gamba sino al principio del polpaccio; ilcalceus repandus, scarpa con una larga punta ricurva in su o indietro. —Calceamentumecalceamenerano poi termini generici per esprimere ogni maniera di copertura del piede.
Daobstragulum, che era quella striscia di cuojo o correggia con cui lacrepidasi allacciava attorno al piede e che passava tra il pollice e il dito vicino e che da persone affettate si portava talora tempestata di perle, come lasciò Plinio ricordato[302], derivòobstrigillum, ch’era una particolare sorta di scarpa, che aveva i quartieri, per i laccetti, cuciti alla suola da ciascun lato. Di queste scarpe se n’ha esempio in una pittura pompejana.
Sandalumera una pantufola squisitamente ornata, che portata dalle donne greche, venne poi introdottadalle signore di Roma. Pare che fosse d’una forma intermedia tra ilcalceoluse lasolea, avendo un suolo ed un tomajo sopra le dita e la parte davanti del piede, ma lasciando scoverte le calcagna e la parte di dietro, come una pantufola nostra.
Finalmente v’era lasolea, della forma più semplice delsandalum, consisteva in una semplice suola sotto la pianta del piede, legata con un correggiuolo attraverso il collo del piede stesso, come a un dipresso sono i sandali degli odierni cappuccini e si portava da ambo i sessi. V’era poi lasolea spartea, o stivale fatto di ginestra spagnuola, ma non era ad uso degli uomini, ma delle bestie da soma, a proteggere i loro piedi quando malati.
Lasoleatuttavia non si portava fuori di casa: altrimenti sarebbe stata sconveniente o indizio di affettazione o di moda straniera, come avvertì Seneca ed anche Cicerone[303].
Perones, SculponeæeSoleæ ligneæ, erano nomi con cui si designavano i sandali e scarpe da famigli. I primi due indicavano calzari fatti di cuojo; lesoleæ ligneæerano, come esprime il loro aggettivo, di legno.
E qui s’arresta la mia erudizione in fatto di calzoleria romana e pompejana.
Non però di quanto riguarda l’arte delcoriarius, o cuojajo, perocchè ad essa spettassero quelle altreopere che or si direbbero da sellajo. Mi sbrigherò a dirne, sommariamente, ricordandone le sole denominazioni de’ relativi arnesi.
Loreasi chiamavano le briglie, o corregge; le redini più propriamente dicevansihabenæ;capistrumla cavezza, ma più precisamente quella dell’asino;helcia, i tiragli, co’ quali cavalli o asini si attaccavano al timone; erano essi olorata, ospartea, ocannabina;stragula, la fornitura,ephippia, la sella;clitellæ, il basto;soleæ, le staffe.
E poichè avviene di ricordare tanti oggetti di selleria, porgo qui le denominazioni dijuga lignea, o gioghi per appajare i buoi;oreæ, il morso;frenum, il freno;murices, lupi, lupatasi chiamavano altri freni di ferro asprissimi, atti a diverse nature di giumenti.
Or passiamo alla ricerca delle altre taberne che coi loro prodotti contribuivano al vestimento, o piuttosto alla varietà e mantenimento di esso.
Presso la casa di Olconio eravi una bottega da tintore, che i latini chiamavanotaberna offectoris, perchè, secondo spiega Pompeo Festo,colorum infectoris. Distinguevansi, secondo lo stesso scrittore, glioffectoresdagliinfectores: questi eranoqui alienum colorem in lanam conjiciunt: offectores qui proprio colori novum officiunt[304]. Nulla in questa bottega si rinvenne di particolare:nel fondo di essa eravi il laboratorio, con un fornello e vasche rivestite di cemento assai duro, ma pur guasto evidentemente dagli acidi che venivano usati nel tingere.
Nè io di più mi vi soffermerò, da che egual materia mi chiami a più largamente trattare dellaFullonica.
L’arte deifulloni, che Plinio vuole sia stata trovata da Nicia megarese, consisteva nel purgare, lavare ed anche tingere i panni. Trattando dell’edificio di Eumachia nel Capitolo XI di quest’opera, ho già fatto un rapido cenno dell’importanza di quest’arte in Pompei, che vi aveva anzi una speciale corporazione. Che una congenere vi fosse anche in Roma lo si raccoglie dalleInscriptionespublicate dal Fabbretti, ricordando come quel collegio litigasse assai lungamente a proposito delle fontane[305]. Infatti non poteva a meno che essere numerosa la classe de’ folloni, per la necessità che dell’arte loro sentivasi per la politura delle vestimenta. Riccio ne dà informazioni dei folloni, da cui rivelasi come di essi si giovasse allora come adesso noi de’ nostri lavandaj e cavamacchie per rinettare ed imbiancare gli abiti, dopo averli portati, effetto che ottenevano col pestare co’ piedi i panni in larghe tinozze di acqua mischiata con orina e terra di Sardegna. I nostri cavamacchia di presente vi sostituiscono l’ammoniaca. Allora, ondeprocacciarsi tanta materia quanta ne bastasse all’uopo, ponevansi vasi agli angoli delle Vie, come già notai nel Capitolo appunto che tratta delleVie; onde aveva ragione Marziale di mordere la puzzolente Taide, dicendola più fetida del vaso d’un follone:
Tam male Thais olet, quam non fullonis avariTesta vetus, media sed modo fracta via[306].
Tam male Thais olet, quam non fullonis avariTesta vetus, media sed modo fracta via[306].
Tam male Thais olet, quam non fullonis avari
Testa vetus, media sed modo fracta via[306].
Il panno così lavato e netto distendevasi sullacavea viminea, o graticcio semicircolare, con sottoposta fumigazione di zolfo, come si deduce da un passo di Apulejo[307]; dopo di che passava al cardatore, che colcardo fullonicus, vi risollevava il pelo, d’onde poi mettevasi allo strettojo per quella che or direbbesi cilindratura. Fin dall’anno 354 di Roma, la legge fatta dal Censore Flaminio, riferita da Plinio, aveva prescritta una maniera in parte diversa dall’or detta, con cui i folloni dovevano condursi perben eseguire il loro lavoro. Così si esprimeva: «Si lavin dapprima le stofe di lana colla terra di Sardegna disciolta; si faccia quindi una fumigazione di zolfo, poi si purghi con terra di Cimolo, di buon colore, riconoscendosi la falsa in ciò che lo zolfo si rode e s’annerisce. La vera terra di Cimolo ravviva i colori impalliditi dal zolfo. La terra chiamatasaxumè la più conveniente alle stofe bianche quand’esse sono state solforate: esso è però nocevole alle stofe colorate. In Grecia in luogo della terra di Cimolo, si serviva del gesso tinfaico di Etolia.»
L’anticaFullonicadi Pompei era sulla Via di Mercurio e riusciva su quella a cui essa medesima diè il nome: la sua pianta chiarisce l’importanza di questo stabilimento scoperto e sterrato negli anni 1835 e 1836.
È una grand’area, chiusa da tre lati da largo portico fiancheggiato da pilastri con archi. In fondo della corte si trovano quattro bacini alti, ma alquanto inclinati per lo scolo delle acque e dinnanzi ad essi un lungo banco di pietra, all’estremità del quale disposti due altri piccoli bacini e muricciuoli sono per collocarvi le vaschette. Era qui che si imbiancavano le stofe. All’ingiro de’ portici eran le camere dei folloni: il proprietario doveva alloggiare nell’appartamento più distinto. Vi si rinvenne un forno co’ suoi accessorj. Il piano superiore doveva avere dellegallerie coperte; le colonne di esse caddero indubbiamente nell’occasione dei cataclisma.
Una fontana elegantissima di marmo, dei pozzi con condotti esterni dovevano somministrare ai bacini e vasche dei lavoratori acqua in abbondanza. Presso alla fontana vi son pitture su d’un pilastro che or sta al Museo, rappresentante le operazioni diverse de’ folloni. In colori ancor vivi veggonsi quattro giovani operai che colle gambe nude pestano in altrettante conche i panni, cui per tal modo tolgono il sucidiume. Più su si vede uno schiavo che reca un utensile per disseccare i drappi: un altro è occupato a passare ilcardo fullonicusdi ferro su di un drappo sospeso. Sull’altro lato del pilastro è figurato uno strettojo ornato di ghirlande; poi una bella dama che sembra dar degli ordini ad una donna e ad uno schiavo e presso a loro sono distese delle stofe a disseccare. Sul pilastro vicino è dipinto un altare, fiancheggiato da due serpenti, un Bacco ed un Apollo.
Si ritrovò nello stabilimento di questaFullonicamolto sapone,lutus fullonicus, parecchi vasi pieni di calce, delle caldaje e delle mestole per rivolgere il sapone e lavorarlo. In un ripostiglio si rinvennero cinque vasi di vetro, l’uno contenente un liquore che si disperse per inavvertenza, un altro contenente un succo vegetale con olio e un terzo contenente delle olive, galleggianti nell’olio, d’una conservazione prodigiosa. Taluna di queste olive serbavano ancora ilpicciuolo ed apparivan sì recenti, che sembravan raccolte di fresco.
Per Nuova Fullonica si designa un vasto edificio sull’angolo delVicolo della Mascherae si trovarono infatti molti fornelli ricoperti di piombo e vasche rivestite di cemento; ma Bréton si domanda: se non sia piuttosto una lavanderia più importante di quelle che per tali vennero denominate, e si dichiara disposto ad accogliere questa seconda supposizione.
Dopo le Fulloniche, occupiamoci delle due fabbriche di sapone che si trovarono finora: l’una nel 1788 presso al mercante di pesci salati, e nella bottega si vide molto sapone per terra ed anche molta calce di buona qualità, ma impietrita. In un’altra camera attigua vi erano sette vasche a livello del suolo per la fabbricazione; l’altra nellaVia degli Augustali, sull’angolo della viottola, che nulla offrì di rimarchevole, all’infuori d’un gran forno diroccato.
Una importante corporazione erano in Pompei gli orefici,aurifices: essi abbiamo già veduto nel Capitolo Quarto come in una iscrizione pregassero ad essi propizio l’edile Cajo Cuspio Pansa, e pur senza di questa particolarità, le mille preziosità d’oro raccolte negli scavi e l’eleganza dei lavori, imporrebbero di aggiungere loro la massima riputazione. Collane, monili baccati o di pallottole vermiglie, braccialetti, orecchini, sigilli, falere, anelli e cento altre bazzicature muliebri, sono tutte eseguite col gusto più squisito e l’arte modernaha ritratto da quegli oggetti molti esemplari alle proprie produzioni. Vi si facevano anche dagli orefici oggetti da toletta, istromenti pei sagrifici, statuette di numi e massime di lari, pàtere, coppe, utensili ed altre moltissime cose, delle quali il Museo Nazionale di Napoli ribocca e va fra i Musei del mondo ammiratissimo.
E sì leggiadre cose eseguivansi dalla oreficeria di allora, che a rigore avrebbesi da me dovuto riserbarne la parola al capitolo vegnente, che s’intratterrà dell’Arti. E lodatissimi artisti si ricordarono dalle storie, di origine greca, o non mai usciti di Grecia, le opere de’ quali erano ricercatissime in Italia. Così ci giunse la fama di un Pasitele, che non metteva mano a nessun lavoro d’importanza senza prima averne abozzato il modello in argilla od in cera, conformemente al metodo raccomandato da Lisippo. Di lui si vantò assaissimo la perfezione di un piccolo gruppo d’argento da lui condotto, il quale rappresentava Roscio bambino lattante e la sua nutrice, che fremeva nello scorgerlo avvolto fra le spire di un serpente nella sua culla. Zopiro, altro orefice di non minore celebrità, non uscì mai di Grecia: ma di lui Plinio ci lasciò descritte due tazze d’argento, nelle quali aveva dimostrata la sua rara valentía: su l’una veggonsi Oreste uccisore della madre, ed accusato di tale delitto da Erigone innanzi all’Areopago, su l’altra lo stesso Oreste assolto daquell’augusto tribunale, per l’intervento di Minerva, che opponendosi alla fatale sentenza, gli accordava il proprio suffragio.
Ho già detto come, più che altrove, nella Magna Grecia, e quindi anche in Pompei, attratti fossero gli artisti greci, ed è infatti da tutti riconosciuto che in ogni arte del disegno gli scavi misero in luce oggetti di lavoro greco.
Dal lato destro dellaVia Domiziana, dietro la taberna vinaria di Fortunata, v’era una bottega di fabbro, che nulla offrì di rilievo, se non che una leva terminata con un piede di cinghiale e molti istromenti del mestiere; non che un forno publico di forma ingegnosa ed un piccolo larario. Nelle quattro camere attigue alla fucina si rimarcarono le vestigia di un bagno e di una cella vinaria, o cantina, in cui stavano delle anfore.
Di fabbri, tanto ferraj che legnarii e carpentarj, dovevano del resto abbondare in una città come Pompei, dove opere edilizie d’ogni maniera, come templi, case, acquedotti esigevano la loro mano; ed oltre ciò, ponti, navi e opere militari richiedevano tal numero di lavoratori, da costituire una corporazione, alla quale era preposto un magistrato:Præfectus fabrorum. D’un prefetto dei fabbri, Spurio Turannio Proculo Gelliano, nominato anzi per la seconda volta a questa carica, ho già riferito la bella iscrizione che si trovò nel tempio di Giove di Pompei, nel Capitolo Ottavo di quest’opera.
Un’altra industria pompejana fu constatata nel 1838 nella fabbrica di vasi di terra cotta fuori di Porta Ercolano nelsobborgo Augusto Felice. Quivi nel forno a riverbero, costruito in pietra, rimarchevolissimo, la cui volta è forata da piccoli buchi per lasciar entrar le fiamme, si trovarono trentaquattro marmitte di terra cotta, delle quali una munita di lungo manico. Nella bottega v’erano molti altri vasi. La volta del detto forno, dice Bréton[308]che esisteva ancora in parte nel 1854, ma che oggi è interamente crollata, era la parte più singolare della costruzione, costituendosi di vasi di terra cotta gli uni negli altri incassati, come si adoperò nel sesto secolo per la famosa cupola di S. Vitale di Ravenna. Alcune aperture praticate nelle pareti del forno e munite di tubi pure di terra cotta permettevano di moderare il calore a piacimento.
Botteghe però di lavori di terra cotta e di vetri eransi assai tempo prima scoperte in Pompei nella strada che conduce dal tempio della Fortuna al Foro. In una di queste botteghe si trovarono moltissimi oggetti di tale industria e segnatamente un numero grande di bicchieri, di tazze e coppe, fra cui delle pregevolissime di color celeste, di piatti e tutti di vetro conservati nella paglia. Di creta si rinvennero molte lucerne, pignatte con coperchi, salvadanai, in uno dei quali anche tredici monete di Tito e di Domiziano;oltre poi 153 monete di bronzo, una statuetta di donna e due di Mercurio. Nell’abitazione di una di queste botteghe si raccolse un anello d’oro e una moneta dell’imperatore Ottone, una statuetta di Mercurio e un’altra con corazza d’argento, clamide e calzari, creduta di Caligola fanciullo, una statuetta di Ercole; una lucerna capricciosa, formata da una rozza figura di vecchio che sostiene un priapo, un’altra di creta in forma di navetta a quattordici lumi, un cucchiajo d’avorio, ed inoltre uno scheletro d’uomo, che avrà dovuto fuggire per la finestra della sua casa e non lungi due altri: il primo trasportando seco un involto con sessanta monete, una casseruola ed un piattino d’argento.
In Pompei si facevano inoltre, poichè sono a dire di opere da vasajo, iDolia, che erano vasi maggiori, come anfore grandissime e ventrute per la prima collocazione dei vini, tenendo il luogo delle odierne botti. Erano essi di certa pietra detta ofite, ed anche di terra cotta, e ne ho vedute là di capacissime, ed una anzi apparire cucita con filo di ferro e racconciata del modo che con laveggi e tegghie farebbero i nostri calderai. Nella cantina di Diomede se ne trovarono pure. Presto poi si lavorarono anche in legno: Plinio ne fa cenno ed assunsero così la figura poco a poco delle botti che abbiamo adesso. Quando poi era avvenuta la svinatura, si versava il vino, se di qualità più peregrina, in anfore minori e caratelli detticadi, comesi evince da Plinio, il quale aggiunge la particolarità, che giova ricordare per l’origine d’un uso che venne conservato, che si otturassero con turaccioli di sughero. Erano anfore e cadi della materia stessa dei dolii, talvolta cioè di pietra ofite e quindi bianchi, ma il più spesso di color rossi, perchè di terra cotta; onde Marziale ha il verso: