Chapter 7

Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria CirciPlausus, Roma tui deliciæque breves:Invida quam Lachesis raptum trieteride nona,Dum numerat palmas, credidit esse senem[131].

Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria CirciPlausus, Roma tui deliciæque breves:Invida quam Lachesis raptum trieteride nona,Dum numerat palmas, credidit esse senem[131].

Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria Circi

Plausus, Roma tui deliciæque breves:

Invida quam Lachesis raptum trieteride nona,

Dum numerat palmas, credidit esse senem[131].

L’interessamento generale, la division delle opinioni, il parteggiar di tutti per questa o quella fazione d’auriganti, e le scommesse furon tali e tante, che parve fino un delirio. Giovenale così della fazion Prasina attesta la propria simpatia e predilezione:

Totam hodie Romam circus capit et fragor auremPercutit, eventum viridis quo colligo, panni[132];

Totam hodie Romam circus capit et fragor auremPercutit, eventum viridis quo colligo, panni[132];

Totam hodie Romam circus capit et fragor aurem

Percutit, eventum viridis quo colligo, panni[132];

e più tardi a’ tempi di Giustiniano, per la contenzione delle fazioni Prasina e Veneta, tanta nacque sedizione in Bisanzio che il monaco Zonara, nel suo libroDegli Imperatori Greci, scrisse essersene occasionata la strage di quasi quarantamila uomini; d’onde poi si avesse ad abolire la designazione delle fazioni.

I vincitori nelle corse de’ giuochi circensi, proclamati per tali dal Pretore, come ne ammonisce Giovenale in que’ versi:

. . . .similisque triumphoPræda caballorum Prætor sedet[133],

. . . .similisque triumphoPræda caballorum Prætor sedet[133],

. . . .similisque triumpho

Præda caballorum Prætor sedet[133],

uscendo dalla porta trionfale del circo fra le ovazioni frenetiche del popolo, colle palme raccolte e della corona di lentischio recinta la fronte, spesso assisero conviva alla mensa imperiale.

Passo rapido ora da questo subbietto, perocchè fosse, a mio sentimento, mal propria l’arena dell’anfiteatro pompeiano a siffatto genere di ludi, e vengo invece più distesamente a dire de’ gladiatorj, che tutto attesta essere stati assai frequenti in Pompei.

Ed è a questo punto ch’io pongo dapprima la descrizione del Ludo Gladiatorio che esisteva e che venne discoperta dagli scavi in Pompei.

Ma non pensi il lettore ch’io m’intenda parlare di quellataberna, che da parecchie Guide vien detta laScola dei Gladiatori, la quale fu scoperta il 12 aprile 1847 ed a cui valse un tale titolo unicamente perchè nell’esterno di essa si trovò un’insegna dipinta che rappresentava un combattimento di gladiatori. L’angustia di questa esclude assolutamente ch’essa potesse servire allo scopo al quale si vorrebbe destinata, poichè la scuola de’ gladiatori suppone che abbia un locale atto all’esercizio della scherma e capace di contenere, oltre i duellanti, anche illanista, o loro maestro. Ora una tale taberna non era atta a tanto. Più probabile è invece ch’essa appartenesse a qualchetheatropola, o impresario di pubblici spettacoli, il quale vi tenesse ricapito per la vendita delle tessere teatrali, o per l’allestimento dei ludi o per l’ingaggio dei gladiatori. Tale insegna, comunque difesa da un piccolo tetto, è pressochè tutta omai cancellata: sotto di essa vi si lesse in addietro la seguente iscrizione:

ABIAT (HABEAT) VENERE (VENEREM) POMPEIIANA (M) IRADAM (IRATA)QVI HOC LAESERIT[134].

Queste scorrezioni di dizione ci rivelano però il linguaggio volgare e l’approssimazione fin d’allora all’italiano.

Ma del resto farò osservare che il soggetto dell’insegna non può in alcun modo forzarci a ritenere a qualunque costo che la taberna dovesse aver un’attinenzacoll’arte gladiatoria e con ispettacoli, da che sembri che il combattimento di due gladiatori fosse tema assai frequente delle insegne, se Orazio, nella satira settima del Lib. 11, potè lasciare scritto:

. . . . .atque ego, cum Fulvi, Rutubæque,Aut Placideiani contento poplite mirorPrœlia, rubrica picta aut carbone: velut siRe vera pugnent, ferient, vitentque moventesArma viri[135].

. . . . .atque ego, cum Fulvi, Rutubæque,Aut Placideiani contento poplite mirorPrœlia, rubrica picta aut carbone: velut siRe vera pugnent, ferient, vitentque moventesArma viri[135].

. . . . .atque ego, cum Fulvi, Rutubæque,

Aut Placideiani contento poplite miror

Prœlia, rubrica picta aut carbone: velut si

Re vera pugnent, ferient, vitentque moventes

Arma viri[135].

IlLudo Gladiatoriopiuttosto e veramente, a quante le ricerche diligenti fatte hanno condotto a ritenere, è quell’edificio al fianco orientale del Foro triangolare, del quale parlando, ho già mentovato, che per tanto tempo si continuasse a designare per quartiere di soldati. Tale designazione non era stata, siccome avvenne di tanti altri edifici di Pompei, determinata dal capriccio, ma sì dall’esservisi trovate alcune armature e ceppi entro i quali costrette ancora le ossa dei piedi di varii scheletri, che s’era supposto essere stati di soldati in punizione, i quali erano stati sorpresi dalla estrema eruzione del Vesuvio e dalla finale catastrofesenza potersi svincolare da essi. Questi ceppi si conservano al Museo Nazionale di Napoli e costituisconsi di una lunga e duplice barra di ferro, avente ad eguali intervalli venti perni rialzati che sulla cima finiscono in anelli. Tra l’uno e l’altro di questi perni il colpevole doveva collocare i piedi, che vi venivano serrati da un ferro traversale, che passava per quegli anelli, ed a fianco stava la serratura a chiave che assicurava un tal ferro.

In tutto questo edificio, scoperto nel 1766 e completamente sbarazzato nel 1794, si contarono al momento delle prime indagini, non meno di sessantatrè scheletri e si è questo considerevole numero di scheletri che farebbe persistere taluno scrittore, — cui pare improbabile che una città di non molta importanza per popolazione come Pompei potesse contare un numero sì forte di gladiatori, — a voler ravvisare in questo edificio una caserma di soldati; tanto più che una piazza forte come questa dovesse invece avere una guarnigione e per conseguenza una appropriata caserma.

Ma il P. Garrucci stabilì in una sua memoria, inserita nel tredicesimo numero delBollettino Archeologico Napoletanodel gennaio 1823, che quest’edificio non potesse essere che un Ludo de’ gladiatori. Nè del resto può sembrare improbabile in Pompei il numero suddetto di gladiatori, da che si avverta, e noi l’apprendemmo dalle iscrizioni che riprodussi, comel’epoca dell’ultima eruzione che seppellì Pompei coincidesse colla stagione ordinaria degli spettacoli più strepitosi dell’anfiteatro, e che doveva pur esser quella in cui i più doviziosi romani, che possedevan ville nel delizioso golfo napolitano, solevano ritrovarsi nelle loro villeggiature. D’altronde se la questione numerica della popolazione dovesse essere non solo un irrecusabile argomento, ma ben anco un semplice argomento od una seria congettura, non si saprebbe, per egual titolo, trovar la ragione d’essere del vasto anfiteatro. Ma ho già notato invece che agli spettacoli di Pompei intervenissero pure dalle vicine terre e castella e, i fatti storici alla mano, ciò si è incontrovertibilmente da me stabilito.

Questo Ludo adunque è un vasto parallelogramma, nel quale i gladiatori venivano istruiti a combattere da unlanistao maestro di scherma. Era questi o il proprietario d’una compagnia di tali uomini, che li locava a chi volesse offrire uno spettacolo gladiatorio; od anche solo l’istruttore de’ gladiatori appartenenti allo stato, e perciò detticæsarei. Tale parallelogramma era tutto circondato di portici e d’architettura dorica a due piani, sostenuti da sessantaquattro colonne di tufo rivestite di stucco e scannellate nella parte inferiore.

Nel giro del portico terreno vi sono molte camere, ed in quelle verso il lato occidentale si trovarono i suddetti istrumenti di punizione. Nell’interno delportico, sulle colonne e nelle camere erano graffite parecchie iscrizioni, fra le quali è riportata da tutti e non per anco decifrata con soddisfazione, e per me affatto di colore oscuro, la seguente:

VHI . K . FEBR .TABVLAS POSITASIN MVSCARIOCCC . VIIII . SS . CCCC . XXX .

Dal pianterreno si ascendeva per mezzo d’una scala in angolo presso le camere ad uso di prigione al piano superiore. Non fa ora all’argomento mio di tener conto degli oggetti, fra’ quali molti muliebri, qui rinvenuti negli scavi: perocchè debba affrettarmi ad entrare più spiccio nel tema di questi gladiatori.

Roma aveva parecchi di questi ludi, e furon noti ilLudus Gallicus, ilDacicus, ilMagnus, ilMamertinus, l’Æmilius. A questi non eran preposti soltanto i lanista ma de’procuratores, tratti dalle classi cittadine più distinte, ed avevano inoltre proprj medici e chirurghi per curarne l’esistenza e la prestanza, come farebbesi di polli che si vengano nutricando per le delizie de’ banchetti. Tacito però non a torto chiamò il ludosagina gladiatoria[136],ingrassamento gladiatorio. Nè meno celebri furono i ludi di Capua e di Ravenna; dal primo eruppe Spartaco e sappiam com’egli fosse il capo della rivoluzion servile: al secondo, di proprietàdello stato, appartiene ilGladiatoreche è il protagonista della bella tragedia dell’Halm, tradotta dall’egregio prof. dott. Giuseppe Rota, d’alcun brano della quale, a chiarimento del mio soggetto, infiorerò tra poco queste pagine.

Quale si avessero origine i Gladiatori, esporrò sotto brevità.

I funerali e la religione li produssero. Gli Etruschi gli usarono ne’ funerali, essendo loro credenza che l’anime de’ morti coll’uman sangue si propiziassero. Epperò i captivi di guerra, gli schiavi tristi e colpevoli, comperati, si immolavano nelle funebri pompe. Dagli Etruschi venne il costume a’ Romani, prima però che a questi, passò con determinate modificazioni ne’ riti, a’ popoli della Campania.

Fu nell’anno 490 della fondazione di Roma, che Marco e Decimo Bruto offersero pubblicamente in Roma nel Foro Boario spettacolo di gladiatori, in occasione della morte di Giunio, loro padre: i tre figli di Emilio Lepido, augure, ne fecero lottare undici coppie nel foro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino; indi crebbero vieppiù. Già vedemmo di Lucio Silla, come i ludi gladiatorii ordinasse per testamento nelle sue esequie. Cesare, in memoria della figlia, ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano, l’amico di Plinio, per centoventitrè, offerendo duemila combattenti.

Nè fu più ragione il funerale o la religione soltanto a siffatti spettacoli; ma i gladiatori si diedero ben anco a semplice titolo di divertimento, e i magistrati primarj entrando in carica, a ingrazianarsi il popolo, glieli offrivano a spettacolo; onde perfino tale divertimento stesso gladiatorio si appellassemunus, sia che intender si volesse dato gratuitamente, sia perchè dato per l’officio.

È fatto menzione da Svetonio, nella vita di Claudio, come questo Cesare, prima di disseccare il lago Fùcino, vi volesse dare uno spettacolo di naumachia, e che i gladiatori che vi dovevano combattere, passando prima d’innanzi all’imperatore gridando:Ave, Imperator, morituri te salutant:—Salve, o Imperatore, que’ che vanno a morire ti salutano, — Claudio lor rispondesse:Avete vos, — state sani; ond’essi, il saluto interpretando come un perdono e una dispensa dal battersi, più non volessero infatti pugnare; tal che Claudio, indegnato, rimanesse in forse se farli tutti perire di ferro e di fuoco; ma poi lanciandosi dal suo seggio e girando intorno il lago d’un passo tremante e ridicolo, un po’ con minacce, un po’ con promesse, li obbligasse a combattere.

Era dunque una vera frenesia per codesti giuochi e così fu spinta, che tali combattimenti diventarono presto un mestiere, e il popolo sovrano a pagarli e fin le dame a carezzarne i campioni.

Or chi erano questi sciagurati che mettevano a prezzo il loro sangue, la loro vita?

Due specie vi avevano di gladiatori: la prima di coloro che venivano astretti ad assumere siffatto mestiere; l’altra di coloro che volontariamente lo esercitavano. Venivano essi, cioè, della prima specie, trascelti fra diverse classi della società, o erano schiavi che a tal uopo vendevansi o prigionieri di guerra, che dopo aver servito a decorare i trionfi de’ comandanti vittoriosi, riservavansi ai pubblici giuochi; o finalmente colpevoli di crimini o condannati per causa di ribellione.

Tuttavia accadde, — ed ecco come avvenisse che vi fossero atleti della seconda specie, — che si vedessero scendere ne’ circhi a combattere co’ gladiatori anche liberi cittadini, sia che fossero spinti a così degradarsi dall’ingordigia del danaro, ed appellavansiauctorati, sia che fossero mossi da una stolta ambizione.

La degradazione era necessaria conseguenza della professione da chiunque venisse essa abbracciata; perocchè, comunque liberi, questiauctoratierano tenuti ad un solenne giuramento, che ben valeva una verace schiavitù. La formula di tal giuramento si può leggere nei frammenti di Petronio Arbitro:In verba juravimus, uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus jussisset: tanquam legitimi gladiatores, domino corpora animosque religiosissime addicimus[137]. Essere uccisi dal ferro, cioè, quando cadevanovinti che dovevano allora sommettersi all’ultimo e mortale colpo del vincitore; abbruciati o flagellati, quando avessero timidamente pugnato o si fossero vilmente sottratti al ferro. A questo fine nell’arena e sulla scena erano sempre iLorarii, oMastigoforialtramente detti, schiavi destinati ad infliggere loro le summentovate pene.

Erano inoltre diverse le classi de’ gladiatori. V’erano isecutores, inseguitori addestrati a combattere coiretiarii, prendendo il nome dal modo onde inseguivano l’avversario, che avendo tentato di gittar su di essi la sua rete, senza esservi riuscito, era costretto fuggire, finchè gli fosse dato di ricuperar la rete, di cui si valeva. Così sappiamo de’retiarii, altri gladiatori che, oltre la rete colla quale cercavano avvolgere isecutores, erano pure armati d’un forcone a tre rebbi,tridentes. —Myrmilloneschiamavansi que’ gladiatori che ponevansi a pugnare contro iretiariio contro iTraci,thraces, gladiatori pur questi armati di coltello con arma ricurva, come Spartaco che vuolsi appunto nativo di Tracia, che combattevano alla foggia del loro paese. IMyrmillonesportavano l’elmetto gallico con l’immagine d’un pesce per cresta. In una tomba presso la porta Ercolano in Pompei si trovò scolpita una figura diessi. Giovenale così delle prime tre sorta di gladiatori fa cenno, staffilando i nobili degenerati del suo tempo, che spudoratamente a questo infame mestiere si erano dati.

. . .hæc ultra quid erit nisi ludus? Et illudDedecus Urbis habes: nec mirmillonis in armisNec clypeo Gracchum pugnantem, aut falce supina(Damnat enim tales habitus; sed damnat et odit):Nec galea frontem abscondit: movet ecce tridentem,Postquam librata pendentia retia dextraNequidquam effudit, nudum ad spectacula vultumErigit et tota fugit agnoscendus arena.Credamus tunicæ, de faucibus aurea quum sePorrigat, et longo jactetur spira Galero.Ergo ignominiam graviorem pertulit omniVulnere, cum Graccho jussus pugnare secutor[138].

. . .hæc ultra quid erit nisi ludus? Et illudDedecus Urbis habes: nec mirmillonis in armisNec clypeo Gracchum pugnantem, aut falce supina(Damnat enim tales habitus; sed damnat et odit):Nec galea frontem abscondit: movet ecce tridentem,Postquam librata pendentia retia dextraNequidquam effudit, nudum ad spectacula vultumErigit et tota fugit agnoscendus arena.Credamus tunicæ, de faucibus aurea quum sePorrigat, et longo jactetur spira Galero.Ergo ignominiam graviorem pertulit omniVulnere, cum Graccho jussus pugnare secutor[138].

. . .hæc ultra quid erit nisi ludus? Et illud

Dedecus Urbis habes: nec mirmillonis in armis

Nec clypeo Gracchum pugnantem, aut falce supina

(Damnat enim tales habitus; sed damnat et odit):

Nec galea frontem abscondit: movet ecce tridentem,

Postquam librata pendentia retia dextra

Nequidquam effudit, nudum ad spectacula vultum

Erigit et tota fugit agnoscendus arena.

Credamus tunicæ, de faucibus aurea quum se

Porrigat, et longo jactetur spira Galero.

Ergo ignominiam graviorem pertulit omni

Vulnere, cum Graccho jussus pugnare secutor[138].

Gli scavi di Pompei offersero del pari, in un basso rilievo in istucco su d’una tomba, la figura d’un’altra specie di gladiatori, dettiSamnites, la cui origine ci è svelata da Tito Livio in quel passo cui già accennai nel capitolo della Storia:Campani odio Samnitium gladiatores eo ornatu armarunt, samniticumque nomina appellarunt[139].

Questi Sanniti credesi anche si chiamassero col nome dihoplomachi, se pure non fossero designati con questo nome altri differenti atleti: ed erano essi gladiatori codesti che pugnavano armati da capo a’ piedi.

Essedariidicevansi coloro che combattevano dall’essedo, veicolo da me già spiegato nel capitoloLe Vie;Andabatiquelli che battevansi sui cavalli;Dimachœriche usavano di due gladii, o spade;Laqueariiche cercavano abbattere il proprio competitore col laccio;Supposititiiosurrogati, che subentravano al gladiator vinto, misurandosi col vincitore per contendergli la definitiva vittoria;Pegmaresquelli che servivano nell’anfiteatro a subitanee trasformazioni, dapegmach’erano appunto macchinismi scenici;Postulatitiicoloro ch’erano dati nello spettacolo in soprappiù del numero regolare indicato nell’annuncio, a fine di soddisfare la richiesta (postulata) del publico; eMeridiani, finalmente, certi gladiatori armati alla leggiera, che combattevano per modo d’interludio, a mezzo giorno, dopo terminati i combattimenti colle fiere.

Nè certo ho con questi menzionati i nomi tutti delle tante specie di gladiatori, che nella frenesia di que’ spettacoli si vennero studiosamente immaginando.

Più tardi adunque, come già ci avvertirono i succitati versi di Giovenale, superando ogni ritegno e pregiudizio, scesero nell’arena cavalieri perfino e senatori. Come s’è veduto avvenire che uomini dell’ordine equestre montassero la scena sotto di Giulio Cesare; fu pur sotto di esso che in Roma primi obliassero il decoro del loro ordine Furio Leptino e Aulo Caleno, senatori; ma rotto il freno e precipitando ognor più la pubblica moralità in basso, si vedevano offerirsi a indecente e brutto spettacolo di nudità e di degradazione nel circo nani e pigmei, donne e fra queste anche matrone.

Il perchè Giovenale così flagella l’inverecondo costume:

Endromidas Tyrias et femineum ceromaQuis nescit? vel quis non vidit vulnera pali?Quem cavat assiduis sudibus scutoque lacessit,Atque omnes implet numeros, dignissima prorsusFlorali matrona tuba; nisi si quid in illoPectore plus agitat, veræque paratur arenæ.Quem præstare potest mulier galeata pudoremQuæ fugit a sexu? Vires amat[140].

Endromidas Tyrias et femineum ceromaQuis nescit? vel quis non vidit vulnera pali?Quem cavat assiduis sudibus scutoque lacessit,Atque omnes implet numeros, dignissima prorsusFlorali matrona tuba; nisi si quid in illoPectore plus agitat, veræque paratur arenæ.Quem præstare potest mulier galeata pudoremQuæ fugit a sexu? Vires amat[140].

Endromidas Tyrias et femineum ceroma

Quis nescit? vel quis non vidit vulnera pali?

Quem cavat assiduis sudibus scutoque lacessit,

Atque omnes implet numeros, dignissima prorsus

Florali matrona tuba; nisi si quid in illo

Pectore plus agitat, veræque paratur arenæ.

Quem præstare potest mulier galeata pudorem

Quæ fugit a sexu? Vires amat[140].

Pare, ed a ragione, così di troppo conculcata la dignità umana; ma che si dirà dinanzi il fatto di Nerone che fe’ pugnare in un giorno nell’Anfiteatro 40 senatori e 60 cavalieri? Dopo l’umiliazion della donna, succedeva quella dell’autorità. Che rimaneva omai di venerando e sacro?

Quelli nondimeno che fra tutti costoro destavano maggior pietà, erano indubbiamente i prigionieri di guerra, ai quali Tertulliano concede l’epiteto d’innocenti, per distinguerli da’ gladiatori di mestiere.

Nessuna guerra, dice Giusto Lipsio, non fu giammai più distruttiva pel genere umano quanto i giuochi del circo. Infatti si sa da Plinio il Giovane che fin da’ suoi tempi e da lui e da altri prestantissimi uomini se ne gridasse all’abolizione.

L’universale delirio per questi giuochi giadiatorj, l’affluenza del pubblico, l’intervento del principe ede’ magistrati, la descrizione di queste pugne e l’interessamento dovunque ad esse per parte d’ogni classe di persone, non escluso il sesso che suolsi appellare gentile, io dirò meglio colla viva dipintura che ne fa l’illustre poeta tedesco Federico Halm, ossia, per togliergli il velo della pseudonimia lacerato non ha guari da morte, il barone Münch Bellinghausen, nella sua tragediaIl Gladiatore di Ravenna, la quale abbiamo la fortuna d’avere egregiamente recata in italiani versi da quel chiarissimo letterato che è il prof. dottor Giuseppe Rota:

Allor che Roma pompeggiando lietaCome a festivo dì tutta s’adorna,E Cesare e il Senato e i cavalieriIn solenne corteo traggono al circo,Onde gli spazii smisurati occupaDi figure e di voci all’ondeggiantePelago fragoroso; allor che al cennoAspettato di Cesare le sbarreS’aprono ai combattenti e un tal silenzioSorge improvviso che nessun più vediTrar fiato, bocca aprire, o batter occhio;Ed ecco il segno squilla, i colpi cadono,L’uno innanzi si fa, l’altro retrogradoGitta all’elmetto del rival con rapidoMoto la rete, cotestui districasi,Poi di nuovo s’intrica, i colpi accumula,Poi percosso egli pur vacilla e sanguina,Presenta il petto, anche cadendo, all’emulo,Riceve il colpo e muore; e allor che i sonitiD’immensi plausi a quella vista scoppianoSimile a folgor che scoscende nuvola,E par la terra vacillar dai cardini,Sull’ebbro capo al vincitore piovonoRose e lauri a gran nembo, accenna CesareDel viva il segno e mille bocche il suonanoAl vincitor sì che vi echeggia l’aere....[141]

Allor che Roma pompeggiando lietaCome a festivo dì tutta s’adorna,E Cesare e il Senato e i cavalieriIn solenne corteo traggono al circo,Onde gli spazii smisurati occupaDi figure e di voci all’ondeggiantePelago fragoroso; allor che al cennoAspettato di Cesare le sbarreS’aprono ai combattenti e un tal silenzioSorge improvviso che nessun più vediTrar fiato, bocca aprire, o batter occhio;Ed ecco il segno squilla, i colpi cadono,L’uno innanzi si fa, l’altro retrogradoGitta all’elmetto del rival con rapidoMoto la rete, cotestui districasi,Poi di nuovo s’intrica, i colpi accumula,Poi percosso egli pur vacilla e sanguina,Presenta il petto, anche cadendo, all’emulo,Riceve il colpo e muore; e allor che i sonitiD’immensi plausi a quella vista scoppianoSimile a folgor che scoscende nuvola,E par la terra vacillar dai cardini,Sull’ebbro capo al vincitore piovonoRose e lauri a gran nembo, accenna CesareDel viva il segno e mille bocche il suonanoAl vincitor sì che vi echeggia l’aere....[141]

Allor che Roma pompeggiando lieta

Come a festivo dì tutta s’adorna,

E Cesare e il Senato e i cavalieri

In solenne corteo traggono al circo,

Onde gli spazii smisurati occupa

Di figure e di voci all’ondeggiante

Pelago fragoroso; allor che al cenno

Aspettato di Cesare le sbarre

S’aprono ai combattenti e un tal silenzio

Sorge improvviso che nessun più vedi

Trar fiato, bocca aprire, o batter occhio;

Ed ecco il segno squilla, i colpi cadono,

L’uno innanzi si fa, l’altro retrogrado

Gitta all’elmetto del rival con rapido

Moto la rete, cotestui districasi,

Poi di nuovo s’intrica, i colpi accumula,

Poi percosso egli pur vacilla e sanguina,

Presenta il petto, anche cadendo, all’emulo,

Riceve il colpo e muore; e allor che i soniti

D’immensi plausi a quella vista scoppiano

Simile a folgor che scoscende nuvola,

E par la terra vacillar dai cardini,

Sull’ebbro capo al vincitore piovono

Rose e lauri a gran nembo, accenna Cesare

Del viva il segno e mille bocche il suonano

Al vincitor sì che vi echeggia l’aere....[141]

Quando un gladiatore aveva ferito il suo avversario, gridava:habet, cioè l’ha tocco. Il ferito, gettando l’arme allora, si portava presso gli spettatori, alzando il dito per supplicare la grazia. Dov’egli avesse ben combattuto, il popolo l’accordava premendo il pollice e lo salvava: in caso diverso, od anche dove gli spettatori non si sentisser disposti a di lui favore, essi abbassavano il pollice e il gladiatore vittorioso imponeva senz’altro al vinto:recipe ferrum, ricevi il pugnale, e questi veniva immolato. A tale barbarico uso del popolo di abbassar il pollice perchè valesse d’ordine al gladiatore vincitore di dar il colpo di grazia, segando la gola al vinto, han tratto questi versi dello stesso Giovenale nella satira terza:

Quondam hi cornicines et municipalis arenæPerpetui comites, notæque per oppida buccæ,Munera nunc edunt, et verso pollice vulgiQuem libet occidunt populariter[142]

Quondam hi cornicines et municipalis arenæPerpetui comites, notæque per oppida buccæ,Munera nunc edunt, et verso pollice vulgiQuem libet occidunt populariter[142]

Quondam hi cornicines et municipalis arenæ

Perpetui comites, notæque per oppida buccæ,

Munera nunc edunt, et verso pollice vulgi

Quem libet occidunt populariter[142]

Questo crudel decreto di morte osava, — tanta eral’efferatezza dei tempi — la vergine vestale stessa bene spesso pronunciarlo, come Prudenzio,De Vestalibus, ce lo attesta:

. . . . . . .pectusque jacentisVirgo modesta jubet, converso pollice, rumpi[143]

. . . . . . .pectusque jacentisVirgo modesta jubet, converso pollice, rumpi[143]

. . . . . . .pectusque jacentis

Virgo modesta jubet, converso pollice, rumpi[143]

Stava tuttavia ne’ precetti dell’arte gladiatoria il saper cader bene ed atteggiarsi pittorescamente nel presentare la gola o il petto ond’essere trafitto dal vincitore; e cosiffatto artificio poteva conciliar talvolta al gladiatore il perdono della vita. Nella succitata tragedia di Halm, ecco come Glabrione, rettore della scuola gladiatoria in Ravenna, ciò rammenti a Tumelico, il protagonista del componimento, insieme ad altri consigli.

GLABRIONE.Non io di sferzaNè di buone parole a te mi parco:Tu dunque bada a farmi onor: m’intendi?Impassibile mostrati e sicuro:La coscïenza di vittoria è mezzaGià la vittoria: tieni gli occhi agli occhiDel tuo rivale e dove intenda avvertiPria ch’ei muova la man.TUMELICO.Lo so, il so bene,GLABRIONE.Un altro avviso ancora.TUMELICO.E qual?GLABRIONE.Nel caso....Intendi ben.... ciò non sarà, ma pureEsser potria.... nel caso che abbattuto,Gravemente ferito.... egli è un supposto...Tu ti sentissi, allor fa di cadereSovra il manco ginocchio e fuor protesaLa destra gamba e del sinistro braccioFatto puntello, declinato indietro,Grazïoso a vedersi e pittoresco,Statti aspettando il colpo estremo[144].

GLABRIONE.

GLABRIONE.

Non io di sferzaNè di buone parole a te mi parco:Tu dunque bada a farmi onor: m’intendi?Impassibile mostrati e sicuro:La coscïenza di vittoria è mezzaGià la vittoria: tieni gli occhi agli occhiDel tuo rivale e dove intenda avvertiPria ch’ei muova la man.

Non io di sferza

Nè di buone parole a te mi parco:

Tu dunque bada a farmi onor: m’intendi?

Impassibile mostrati e sicuro:

La coscïenza di vittoria è mezza

Già la vittoria: tieni gli occhi agli occhi

Del tuo rivale e dove intenda avverti

Pria ch’ei muova la man.

TUMELICO.

TUMELICO.

Lo so, il so bene,

Lo so, il so bene,

GLABRIONE.

GLABRIONE.

Un altro avviso ancora.

Un altro avviso ancora.

TUMELICO.

TUMELICO.

E qual?

E qual?

GLABRIONE.

GLABRIONE.

Nel caso....Intendi ben.... ciò non sarà, ma pureEsser potria.... nel caso che abbattuto,Gravemente ferito.... egli è un supposto...Tu ti sentissi, allor fa di cadereSovra il manco ginocchio e fuor protesaLa destra gamba e del sinistro braccioFatto puntello, declinato indietro,Grazïoso a vedersi e pittoresco,Statti aspettando il colpo estremo[144].

Nel caso....

Intendi ben.... ciò non sarà, ma pure

Esser potria.... nel caso che abbattuto,

Gravemente ferito.... egli è un supposto...

Tu ti sentissi, allor fa di cadere

Sovra il manco ginocchio e fuor protesa

La destra gamba e del sinistro braccio

Fatto puntello, declinato indietro,

Grazïoso a vedersi e pittoresco,

Statti aspettando il colpo estremo[144].

Talvolta il popolo era tanto feroce che dava tumultuosi segni d’impazienza quando il combattimento durava un po’ più dell’usato, senza che alcuno dei due campioni fosse rimasto ucciso o ferito.

V’eran tuttavia degli intervalli di riposo in queste lotte di gladiatori e si chiamavanodeludia: Orazio usò nell’Epistola XIX la frasedeludia posco, per dire chieggo un armistizio, togliendola a prestanza dallo stile gladiatorio e dall’anfiteatro.

La presenza dell’imperatore faceva d’ordinario accordare la vita al vinto, e fu ricordato come un esempio di crudeltà il fatto di Caracalla, che a Nicomedia, in uno spettacolo gladiatorio, avesse licenziato coloro che eran venuti ad implorarne la vita, sotto pretesto d’interrogarne il popolo; lo che si ritenne quanto l’ordine di trucidarli.

Byron, l’immortale poeta delCorsaro, diLarae diDon Juan, nelPellegrinaggio di Childe-Harold, dinnanzi al capo d’opera di Ctesilao, ilGladiatore morente, da lui veduto in Roma, e del quale Plinio il Vecchio aveva detto che l’arteficevulneratum deficientem fecit in quo possit intelligi quantum restat animæ[145], così lo descrisse e gli prestò tal sentimento da sembrare che le barbare orde settentrionali e le sventure tutte piombate poi sull’Italia e Roma, non altro fossero che la giusta espiazione del sangue sparso da’ poveri e innocenti prigionieri di guerra condannati in sollazzo pubblico a’ cruenti spettacoli dell’Anfiteatro.

Così alla meglio tento di rendere in italiano i bellissimi versi inglesi:

Ecco il vegg’io prostrato in sul terreno,Colla man regge il capo il gladiatore:Col guardo esprime, di fierezza pieno,Ch’ei frena l’ineffabile dolore;La testa piega e il lacerato senoGeme l’ultime stille del suo core,Che ad una ad una cadon lentamenteCome le prime di uragan fremente.Romba l’arena intorno a lui..... ma spiraPrima che il plauso al vincitor suo cessi:Egli lo intende e non per ciò sospira;L’occhio ed il cor lungi di qui son essi;La vittoria o la vita non l’attira,Ma come avanti a lui li abbiano messi,Vede il Danubio, la capanna e i suoiPresso la madre folleggiar figliuoi.Ed ei frattanto, a rallegrar le festeDella superba Roma, è presso a morte....Questo pensier si mesce a le funesteStrette dell’agonia orrendo e forte....— Ma non avran vendetta mai codesteSupreme angosce?.... Or su, genti del Norte,Su levatevi tutte e qui correteDel furor vostro a soddisfar la sete.[146]

Ecco il vegg’io prostrato in sul terreno,Colla man regge il capo il gladiatore:Col guardo esprime, di fierezza pieno,Ch’ei frena l’ineffabile dolore;La testa piega e il lacerato senoGeme l’ultime stille del suo core,Che ad una ad una cadon lentamenteCome le prime di uragan fremente.Romba l’arena intorno a lui..... ma spiraPrima che il plauso al vincitor suo cessi:Egli lo intende e non per ciò sospira;L’occhio ed il cor lungi di qui son essi;La vittoria o la vita non l’attira,Ma come avanti a lui li abbiano messi,Vede il Danubio, la capanna e i suoiPresso la madre folleggiar figliuoi.Ed ei frattanto, a rallegrar le festeDella superba Roma, è presso a morte....Questo pensier si mesce a le funesteStrette dell’agonia orrendo e forte....— Ma non avran vendetta mai codesteSupreme angosce?.... Or su, genti del Norte,Su levatevi tutte e qui correteDel furor vostro a soddisfar la sete.[146]

Ecco il vegg’io prostrato in sul terreno,

Colla man regge il capo il gladiatore:

Col guardo esprime, di fierezza pieno,

Ch’ei frena l’ineffabile dolore;

La testa piega e il lacerato seno

Geme l’ultime stille del suo core,

Che ad una ad una cadon lentamente

Come le prime di uragan fremente.

Romba l’arena intorno a lui..... ma spira

Prima che il plauso al vincitor suo cessi:

Egli lo intende e non per ciò sospira;

L’occhio ed il cor lungi di qui son essi;

La vittoria o la vita non l’attira,

Ma come avanti a lui li abbiano messi,

Vede il Danubio, la capanna e i suoi

Presso la madre folleggiar figliuoi.

Ed ei frattanto, a rallegrar le feste

Della superba Roma, è presso a morte....

Questo pensier si mesce a le funeste

Strette dell’agonia orrendo e forte....

— Ma non avran vendetta mai codeste

Supreme angosce?.... Or su, genti del Norte,

Su levatevi tutte e qui correte

Del furor vostro a soddisfar la sete.[146]

Nè la morte dell’infelice gladiatore bastava a calmare bene spesso l’immane ferità del pubblico, perocchè fosse accaduto che esso ingiungesse senza pietà la ripetizione de’ colpi sui vinti e l’inferocir contro i cadaveri, per tema di essere frodato dall’artificio di simulata morte, come ce lo attesta Seneca:injuriam putat quod non libenter pereunt[147]; nè mancò talvolta chi osasse mettere la mano dentro la ferita e perfino ne bevesse il sangue ancora caldo e fumante, tratto da superstizioso pensiero che fosse a certi mali, come l’epilessia, farmaco salutare e certo.

Il cadavere del gladiatore veniva tratto di poi, come ricorda Lampridio nella Vita di Commodo, col mezzo d’un gancio nella camera, che pur si vede nell’anfiteatrodi Pompei, la quale veniva detta lo spoliario:gladiatoris cadaver unco trahatur et in spoliario ponatur[148].

Ogni anfiteatro poi aveva la porta Libitinense, dalla dea Libitina, nel cui tempio custodivansi gli apparati funebri, e da cui, collocati dentro lasandapila, o bara, escivano, a spettacolo compiuto, i morti corpi per trasportarsi al carnajo.

I gladiatori invece ch’erano riusciti vittoriosi nell’arena ottenevano duplice premio: la palma e il denaro: altri ne avevano pur dai privati, massime per le vinte scommesse, e a tale crebbero che dovette il principe intervenire a moderare le donazioni.

Ai veterani concedevasi la bacchetta,rudis, quasi in segno di magistero: anche a’ nuovi era essa accordata per alcun fatto cospicuo e per acclamazione di popolo, impetrata spesso dal gladiatore medesimo. Effetto della stessa era d’essere liberati nello avvenire dall’obbligo della arena, e gliauctoratid’essere restituiti alla prima libertà. Questi privilegiati della bacchetta denominavansiRudiarii; ed assolti da’ combattimenti ulteriori, sospendevano le loro armi nel tempio di Ercole, che si reputava essere il nume che presiedeva ai gladiatori.

Un’altra razza di gente che offerivasi in ispettacolonel circo erano leAmbubaje. Oriunde queste della Siria, o come qualche altro scrittore pretende, derivate da Baja nel golfo di Napoli, onde avessero dedotto il nome, perchè le donne di quel luogo, — celebre per le sue terme, a cui nella state affluivano le eleganti e lussuriose femmine dell’Urbe e gli uomini più rotti alla scostumatezza, — solevano pur concorrere in Roma ad esercitarvi la lascivia e sonando e cantando[149]campavano la errabonda vita, suonando cioè le tibie, e cantando ballate. La bellezza e procacità loro, cui lo spettacolo aggiungeva rilievo e prestigio maggiori, del modo stesso che ballerine e mime pur oggidì sono meglio appetite da’ nostri ricchi fanulloni, le rendeva ambite dalla libidine de’ facoltosi, cui e nel circo e in posti di pubblico ritrovo si concedevano, ed a questa passione per esse allude il seguente passo della Satira III di Giovenale, che già ne occorse di conoscere come il pittore più accentuato dei costumi romani del proprio tempo:

Quæ nunc divitibus gens acceptissima nostris,Et quos præcipue fugiam, properabo fateri;Nec pudor ostabit. Non possum ferre qui vites,Græcam urbem: quamvis quota portio faecis Achei?Iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,Et linguam et mores et eum tibicine cordasObliquas, nec non gentilia tympana secumVexit et ad Circum jussas prostare puellas.Ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra.[150]

Quæ nunc divitibus gens acceptissima nostris,Et quos præcipue fugiam, properabo fateri;Nec pudor ostabit. Non possum ferre qui vites,Græcam urbem: quamvis quota portio faecis Achei?Iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,Et linguam et mores et eum tibicine cordasObliquas, nec non gentilia tympana secumVexit et ad Circum jussas prostare puellas.Ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra.[150]

Quæ nunc divitibus gens acceptissima nostris,

Et quos præcipue fugiam, properabo fateri;

Nec pudor ostabit. Non possum ferre qui vites,

Græcam urbem: quamvis quota portio faecis Achei?

Iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,

Et linguam et mores et eum tibicine cordas

Obliquas, nec non gentilia tympana secum

Vexit et ad Circum jussas prostare puellas.

Ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra.[150]

Orazio, prima ancora di Giovenale, aveva le ambubaje ravvolte tra la spregevole canaglia, nella Satira II del Lib. 1.

Ambubajarum collegia, pharmacopolæ,Mendici, mimi, balatrones; hoc genus omneMœstum ac sollicitum est cantoris morte Tigelli.Quippe benignus erat[151].

Ambubajarum collegia, pharmacopolæ,Mendici, mimi, balatrones; hoc genus omneMœstum ac sollicitum est cantoris morte Tigelli.Quippe benignus erat[151].

Ambubajarum collegia, pharmacopolæ,

Mendici, mimi, balatrones; hoc genus omne

Mœstum ac sollicitum est cantoris morte Tigelli.

Quippe benignus erat[151].

Le quali Ambubaje vogliono essere distinte dalleLudie, che erano bensì donne che ballavano e recitavano in pubblico, ma non nei circhi e anfiteatri, sibbene nei teatri, come l’uomoludius, che vedemmo nell’antecedente capitolo. Ricordo per altro qui ancora leludiein altro senso, perchè più tardi infatti esse significassero le mogli de’ gladiatori, essendo che la scuola di costoro si appellasse, come ho già più d’una volta notato,ludus. Giovenale ancora in questo senso parla dellaludia, nella Satira VI.

Dicite vos neptes Lepidi, coecive Metelli,Gurgitis aut Fabii, quæ ludia sumserit umquamHos habitus?[153]

Dicite vos neptes Lepidi, coecive Metelli,Gurgitis aut Fabii, quæ ludia sumserit umquamHos habitus?[153]

Dicite vos neptes Lepidi, coecive Metelli,

Gurgitis aut Fabii, quæ ludia sumserit umquam

Hos habitus?[153]

Un breve cenno or debbo fare dei giuochi Florali, i quali si celebravano in Roma nelle Calende di marzo di ciascun anno. Se può esser vero che non egualmente si festeggiassero in Pompei, nondimeno, siccome ho detto che lo studio di questa città ci trae a conoscere la vita romana, parmi così non dover passare sotto silenzio questi giuochi speciali, che nel quadro dei giuochi circensi reclamano indubbiamente un posto, per il forte rilievo che danno al degenere costume di quel popolo.

I Sabini, da cui tanto dedussero di costumanze e diriti i primi Romani, ebbero in onore il culto di Flora, questa ninfa che, sposa a Zeffiro, ebbe da lui in dote l’impero de’ fiori. Essi lo trasmisero ai Romani a’ tempi di Tazio loro re, e se la gentilezza e purità del regno di questa Dea avrebbe dovuto informare i suoi adoratori a leggiadri riti, vuol esser detto perchè invece fossero essi in Roma non meno impudici ed osceni de’ Lupercali, che per le sue vie in altro tempo venivano celebrati in onore dellaLupa, ossia della cortigiana Acca Larenzia, con quel nome designata per cagione de’ suoi sfrenati costumi, la qual raccolse ed allattò Romolo e Remo.

Una cortigiana venuta di poi, denominata Flora, che volle appropriarsi il nome d’Acca Larenzia, in memoria della prima, chiamava erede de’ molti suoi beni, frutto di sua vita sciupata, il popolo romano, il quale riconoscente la collocò nel novero delle sue divinità, e le eresse un tempio rimpetto al Campidoglio; onde avvenne che, istituendosi a suo onore de’ pubblici giuochi quali si dissero florali, venissero facilmente confusi con quelli innocenti della prima Flora.

Invocata nelle intemperie delle stagioni, o quando lo imponevano i libri sibillini, se ne celebravano i giuochi, i quali poi nel 580 di Roma, in occasione di calamitosa sterilità durata per molti anni, diventarono annuali, per decreto del Senato.

Come i Lupercali, che ho testè ricordati, celebravansi pure i Florali dapprima a notte al chiarordelle faci, nella strada Patrizia, ove trovavasi un circo di sufficiente grandezza. Quivi erano cantate le più oscene canzoni; quivi cori di ignude cortigiane, che con procaci movimenti compivano svergognate le più ributtanti lascivie e si prostituivano, plaudente il popolo, a uomini brutali che, parimenti ignudi, si erano a suon di trombe precipitati nell’arena.

Narrano le storie come un giorno Catone, l’austero, fosse comparso nel circo in occasione appunto che stavano i giuochi florali per incominciare, perocchè gli edili avessero già fatto dare il segno. La presenza del gran cittadino impedì che l’orgia scoppiasse: le meretrici, per reverenza si strinsero nelle vesti loro, tacquero le trombe, il popolo ammutì. Chiedea Catone onde sì improvvisa sospensione, e avutone in risposta esserne causa la sua presenza, egli alzatosi prontamente allora e recatosi alla fronte il lembo della toga, uscì dal circo. Il popolo applaudì, caddero subito le vesti alle sciupate, squillarono le trombe e lo spettacolo ebbe il suo corso.

Fu per avventura ad una di queste feste, che, regnando Nerone, venne offerto l’infame spettacolo nel circo, che Svetonio ricorda e che Marziale fe’ subbietto al sesto Epigramma del Lib. I. che basterà di per sè a stigmatizzare il costume di quel tempo.

Iunctam Pasiphaën Dictaeo credite tauro,Vidimus: accepit fabula prisca fidem.Nec se miratur, Cæsar, longaeva vetustas:Quidquid fama canit, donat arena tibi[154].

Iunctam Pasiphaën Dictaeo credite tauro,Vidimus: accepit fabula prisca fidem.Nec se miratur, Cæsar, longaeva vetustas:Quidquid fama canit, donat arena tibi[154].

Iunctam Pasiphaën Dictaeo credite tauro,

Vidimus: accepit fabula prisca fidem.

Nec se miratur, Cæsar, longaeva vetustas:

Quidquid fama canit, donat arena tibi[154].

Per l’eguale ragione che mi parve dover intrattenere il lettore de’ Giuochi Florali, credo qualche parola consacrare eziandio agli spettacoli di Naumachia.

La circostanza d’essere Pompei città in riva al mare, siffatti spettacoli davanti all’imponente maestà della pianura equorea sarebbero apparsi così meschini, da non eccitare interesse di sorta; e però non posso ritenere che naumachie si tentassero mai nell’anfiteatro pompeiano. La misura della sua elissi non credo fosse tampoco propria a congeneri ludi. Se tal sorta quindi di divertimento da magistrati o doviziosi si fosse voluto dare, siccome d’altronde per lo più gli spettacoli dati da costoro erano, come vedemmo, gratuiti, avrebbero a teatro eletto il mare stesso e con sicurezza di miglior effetto.

Non era così altrove e massime in Roma. Che le naumachie fossero nei gusti de’ maggiorenti e del popolo non può recarsi in dubbio; superiormente trattando de’ Gladiatori, menzionai quella offerta daClaudio sul lago Fùcino. Svetonio, nel dire di essa, ricorda la particolarità che si vedessero l’una contro l’altra urtarsi una flotta di Sicilia ed un’altra di Rodi, composta ciascuna di dodici triremi, fra lo strepito della tromba d’un tritone d’argento che un congegno praticato nel mezzo del lago faceva a un tratto scattar fuori[155].

Naumachia, derivanda dalle due voci greche ναῦς, nave, e μαχη, pugna, esprime già di per sè il proprio significato. A questi navali combattimenti si trovò modo di dar luogo, facendo entrare ne’ teatri, a mezzo di celati condotti, le acque, e così vi si poterono far figurare mostri marini, flotte e simulate battaglie di navi.

Lo Storico de’ Cesari summentovato fa cenno della naumachia data da Nerone in Roma, dove pare si fosse all’uopo eretto apposito luogo, ed anzi, se si vuole stare a Frontino, nell’opera sua sugli Acquedotti, sin cinque o sei naumachie si sarebbero contate nel circondario di Roma. In quella adunque offerta da Nerone si videro appunto nuotare nell’acqua marina de’ mostri:exhibuit naumachiam, marina aqua innantibus belluis[156]. Un’altra battaglia navale ne rammenta, data nella vecchia naumachia da Tito, con intervento di Gladiatori[157]ed una ancora offerta daDomiziano[158]. Era forse di quest’ultima che Marziale intese parlare nel 31 Epigramma del lib. degli spettacoli, e la quale egli chiamò superiore a tutte le antecedenti:

Quidquid et in Circo spectatur et AmphiteatroDives Caesarea præstitit unda tibi.Fucinus et pigri taceantur signa Neronis:—Hanc norint unam sæcula Naumachiam[159].

Quidquid et in Circo spectatur et AmphiteatroDives Caesarea præstitit unda tibi.Fucinus et pigri taceantur signa Neronis:—Hanc norint unam sæcula Naumachiam[159].

Quidquid et in Circo spectatur et Amphiteatro

Dives Caesarea præstitit unda tibi.

Fucinus et pigri taceantur signa Neronis:

—Hanc norint unam sæcula Naumachiam[159].

Il suddetto storico Svetonio attribuir vorrebbe ad Ottaviano Augusto il vanto d’essere stato il primo a dare ai Romani spettacolo di un finto combattimento navale in un bacino scavato appresso al Tevere[160]; ma Servio, scoliaste di Virgilio, ne ammonisce avere i Romani, al tempo della prima guerra Punica, istituita la naumachia, dappoichè si fossero accorti che le nazioni straniere avessero nelle pugne navali non leggiero valore[161].

Ma forse prima d’Augusto queste naumachie potevano limitarsi ad esercitazioni de’classiarii, o militi appartenenti alle flotte, nell’intento appunto di addestrarlia’ navali combattimenti, e solo averli poi questo Cesare ordinati a pubblico divertimento.

Ma basti intorno ad esse.

Or mi resta a parlare delle cacce di animali,venationes, che si davano così spesso negli anfiteatri romani e che sì frequenti pure ci dicono i surriferiti affissi seguissero in quello di Pompei.

Desiderosi coloro che davano gli spettacoli di solleticare con isvariate illecebre gli appetiti del publico, immaginarono, a rendere più interessanti queste cacce, di convertire l’Arena in selva, presentando, cioè, la più illudente immagine delle cacce germaniche, che si volevano arieggiare. Facevasi dunque a tale intento sollevare ne’ boschi da’ soldati delle grosse piante fino dalle radici e trasferire nell’Anfiteatro, dove confitte nel suolo e assicurate con travi e sovrapposta la terra si mutava l’arena in una foresta. Nè l’arena così conformavasi soltanto, ma anche icataboli, stanze di custodia, da cui, come da antri e spelonche, sbucavano, quasi da’ naturali lor covi, le fiere. La natura era pertanto fedelmente imitata.

E quel che in Roma facevasi ed era in voga, afferma Giusto Lipsio essersi nelle provincie subitamente emulato, e le caccie dovevano però tosto adottarsi e suscitare il più vivo interesse.

In due maniere si compivano queste cacce: o facendo combattere fra loro le fiere, o facendole combattere con gladiatori o con condannati. Eranvi peròdelle volte in cui per la rarità dell’animale, che non si voleva uccidere, limitavansi ad ammaestrarlo facendolo passare avanti gli spettatori, o stretto in catene, ovveramente chiuso in una gabbia. Le cacce più consuete, perchè meno dispendiose, erano di orsi e cinghiali. Erano straordinarie e di lusso quelle di leoni, elefanti, pantere ed altre belve rare.

I combattimenti degli animali vorrebbe Seneca che avessero luogo per la prima volta in Roma, nel settimo secolo di sua fondazione, al tempo di Pompeo. Questi medesimo, nella inaugurazione del suo teatro, fece combattere nel circo gli elefanti, che Plinio dice essere stati in numero di venti, e i quali diedero tal prova d’intelligenza da destare perfino la compassione: strana cosa in vero, da che non la sapessero eccitare gli uomini in quel tempo! Così Cicerone infatti parla di quelle feste scrivendone a Marco Mario, alleato di sua famiglia:

«Per cinque giorni v’ebbero stupende cacce, e chi lo nega? Ma un uomo serio qual piacere può avere dal vedere o un uomo debole sbranato da una fortissima belva, o una superba fiera trapassata da un cacciatore? L’ultimo giorno comparvero gli elefanti, di cui il volgo e la turba fecero le maraviglie: ma voluttà non vi fu, anzi destò una tal qual compassione e si pensò che quell’animale avesse una cotale affinità colla stirpe umana»[162].

Ma Seneca nella summentovata sua sentenza è smentito da altri non meno autorevoli scrittori. Tito Livio, a cagion d’esempio, ne fa sapere che, fin dall’anno 568 della fondazione di Roma, Marco Fulvio celebrasse giuochi che passarono famosi nella storia, per compiere un voto fatto nella guerra d’Italia, e ne’ quali si fecero combattere pantere e leoni:et venatio data leonum et pantherarum[163].

Diciasett’anni dopo, cioè nel 585, gli edili curuli P. Cornelio Scipione Nasica e P. Lentulo, per la guerra contro Perseo, facevano combattere nei giuochi del Circo sessantatrè tigri, e quaranta orsi ed elefanti. Quinto Scevola, nel 689, fe’ combattere leoni; e Lucio Silla, per la prima volta, due anni dopo, offrì combattimento di cento leoni, della varietà che si chiamava giubbata, o colla chioma non ricciuta.

Lucio e Marco Lucullo, essendo essi pure edili curuli, nel 678, fecero combattere elefanti contro tori, per aizzare i quali ultimi conveniva far uso del fuoco, come Marziale ci avverte:


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