INDICE

Viste così le principali cose di scultura pertinenti all’epoca imperiale infino ai giorni del cataclisma vesuviano, mi conviene ora completarne il discorso colle opere scoperte in Ercolano e in Pompei.

Le più grandi si rinvennero in Ercolano: tali la statua equestre in marmo di Nonio Balbo e quella del figliuol suo, che ne fiancheggiavano la basilica e la importanza delle quali opere lasciò indovinare l’importanza altresì de’ personaggi che rappresentavano; onde ne dolse che nè la storia, nè gli scavi abbiano finora portato alcun lume su di essi; tali il magnifico cavallo in bronzo, rinvenuto nel teatro e già spettante ad una quadriga, che nei primi scavi colà praticati venne messa sventuratamente a pezzi, e ricomposta poi, forma oggidì una delle più interessanti e preziose opere del Museo di Napoli in un con alcune figure del bassorilievo del carro, con un Bacco, otto statue consolari, quelle di Nerone, Claudio Druso e sua moglie Antonia, un ministro di sagrifici in bronzo e due teste di cavallo, e una statua di Vespasiano, e due di bronzo rappresentanti Augusto e Claudio Druso. Nello stesso Museo di Napoli, sono pure le statue di sei celebri danzatrici, trovate nella casa detta dei Papiri[340], il magnificoFauno ebbro, in bronzo, ch’era a capo della piscina nello xisto di essa casa, i busti di Claudio Marcello, di Saffo, di Speusippo, Archita, Epicuro, Platone, Eraclito, Democrito, Scipione l’Africano, Silla, Lepido, Augusto, Livia, Cajo e Lucio Cesare, Agrippina, Caligola, Seneca, Tolomeo Filadelfo, Tolomeo Filometore, Tolomeo IX, Tolomeo Apione, e Tolomeo Sotero I; di due Berenici e di due altri personaggi sconosciuti. Una statua e cinque busti in bronzo si trovarono nella stessa casa, su l’un de’ quali si lesse il nome dell’artefice: Apollonio figlio di Archia ateniese.

Circa alle opere di statuaria rinvenute in Pompei, esse sono in numero minore che non ad Ercolano; ma non sono meno pregevoli. Io ne ricorderò taluna e saranno le principali.

Nel tempio d’Iside fu rinvenuta una bella statua in marmo rappresentante Bacco, che fu detto, forse dal luogo in cui fu trovato,Isiaco. Essa appare coronata di pampini la testa, e colla destra alzata, cui tien rivolto affettuosamente lo sguardo, ci fa supporre che stringesse un grappolo. Al piede sta una pantera, e sulla base leggesi la iscrizione che ho già riferita parlando di questo tempio[341], dove ho pur ricordata la statua di Venere Anadiomene coll’ombilico dorato. Nel Pantheon, o piuttosto, come piùrettamente fu giudicato, tempio d’Augusto, nel 1821 si trovarono quelle due statue che già ricordai, le quali si ritennero rappresentare l’una Livia sacerdotessa d’Augusto, l’altra Druso: la prima sopratutto è una delle opere di scultura più rimarchevoli che vi si scoprissero. Ha essa una tale maestà che a chi la riguarda incute reverenza.

Ma siccome a suo luogo ho già ogni volta ricordate le opere di plastica; così de’ marmi, altro non ricorderò qui che il bassorilievo in marmo di Luni, o come direbbesi oggi di Carrara, raffigurante una biga, su cui sta un africano, e alla quale sono attelati due corridori preceduti da un araldo, come si usava comparire in publico da’ magistrati. La purezza dei disegno e della esecuzione rivelano l’artefice greco.

Dirò meglio de’ bronzi.

Leggiadra è la statuetta trovata in una nicchia innalzata nel mezzo di una stanza, rappresentante Apollo, e sì ben conservata, che neppure appajano danneggiate le corde argentee della lira. Taluni, all’acconciamento alquanto muliebre de’ capelli, alla delicatezza de’ lineamenti del volto, ed all’espansione del bacino, vollero invece ravvisarvi un Ermafrodito.

Una Diana vendicatrice, sarebbe la più armonica figura, se non vi disdicessero certe alacce mal attaccate: più lodevole e prezioso lavoro è il gruppo di Bacco ed Ampelo, dove gli occhi sono intarsiati in argento.

Ma tre statuette vi sono che vengono considerate come altrettanti capolavori e i migliori che furono scavati in Pompei: l’una rappresentante il Fauno danzante; l’altra Narciso; la terza un Sileno. Il loro merito si costituisce principalmente dalla maravigliosa e caratteristica espressione, dalla perfetta concordanza di tutte le parti, dalla irreprensibile finezza d’ogni particolare, da una esecuzione insomma completa del bello ideale.

Il Fauno ritrovato nella casa, cui per la propria eccellenza fu imposto il suo nome ed era nel mezzo dell’impluvium, ha il capo incoronato di foglie di pino, le braccia alzate, le spalle alquanto rigettate all’indietro, ogni muscolo in movimento e il corpo tutto in atto di chi sta per muovere alla danza. Non può essere ammirato il minuto lavoro del metallo, se non che vedendolo: l’epidermide è così resa morbidamente, da vedervi sotto la vita: opera certo codesta della più perfetta fusione, che non ebbe d’uopo per bave o altre scabrosità, di lima o di cesello dell’artefice.

Fa riscontro al Fauno, il Narciso, statuetta trovata in una povera casuccia, ed è d’una grazia tutta particolare e nell’atteggiamento scorgesi come stia in ascolto della Ninfa Eco. La sua testa piega da una parte, come appunto farebbe chi sta ascoltando voce che giunga da lontano, teso ha l’orecchio, e il dito rivolto verso dove la voce muove. L’espressione non poteva essere più felicemente côlta.

Il Sileno finalmente, più recentemente trovato dal comm. Fioretti, è ancora più perfetto, se è possibile; quantunque pel soggetto si mostri rattrappito e curvo. Era pur desso decoro d’una fonte: ciò che ne fa ragionevolmente supporre che dunque nell’interno delle camere vi fossero ancora maggiori preziosità di quelle ritrovate, se così all’aperto si tenevano siffatte maraviglie.

Molte opere peraltro della statuaria pompejana accusano la decadenza dell’arte, come infatti al tempo della catastrofe della città l’arte romana se ne andava degenerando nel barocco. E fu in questo tempo che alle statue prevalsero i busti, l’abbondanza de’ quali segna appunto il nuovo periodo della decadenza cui si veggono spesso aggiunte le spalle, parte del torace e talvolta le mani e qualche panneggiamento. Peccano questi assai sovente d’esagerazione, ma in ricambio conservano l’individualità. Sempre a’ giorni del decadimento si fecero busti di più marmi e colori, l’una parte nell’altra innestando, massime gli occhi e le vesti.

Marco Bruto.Vol. II. Cap. XVIII. Belle Arti.

Marco Bruto.Vol. II. Cap. XVIII. Belle Arti.

Per completare quanto è attinente alla scultura nel suo più esteso significato, dovrei dire delle gemme. Qualche cenno ne ho fatto non ha guari più sopra, parlando della glittica, e per non entrare in maggiori particolari, ai quali assai si presterebbe il Museo Nazionale di Napoli, per quanti oggetti si raccolsero negli scavi d’Ercolano e Pompei, mi basti riassumernein concetto generale il discorso; che cioè anche in questo ramo dell’arte i Romani furono dapprima imitatori de’ Greci, adottandone i soggetti e desumendoli da fatti patrizii, sempre però con espressione allegorica. Ho già pur detto che in seguito, nell’epoca del risorgimento, Italia predominò tutte le altre nazioni nella perfezione di quest’arte. Impiegavasi questa principalmente nel lavoro di anelli e sigilli, de’ quali, come dissi in questa mia opera, usavasi moltissimo e però di pompejani se ne hanno molti: e la glittica poi conta inoltre fra’ suoi capolavori una maravigliosa coppa nel Museo napolitano summentovato.

Gneo Pompeo.Vol. II Cap. XVIII. Belle Arti.

Gneo Pompeo.Vol. II Cap. XVIII. Belle Arti.

Finchè si provò allora la influenza greca, l’arte romana grandeggiò; mano mano che scemava, amenenciva contemporaneamente di sua degnità, e, abbandonata a sè, ricadde nel fare pesante, secco e freddo.

Così ritengonsi di greci artefici i musaici, ai quali ho riserbato le ultime parole in questo capitolo dell’Arti, e dei quali Pompei ne largì di superbi, anzi il più superbo che si conti fra quanti si hanno dell’antichità, nella Battaglia d’Arbela o di Isso, come dovrebbesi per mio avviso più propriamente dire, ed a cui consacrerò peculiare discorso.

Ma prima si conceda che rapidi cenni io fornisca intorno a quest’arte.

Ne derivano la denominazione da Musa; quasi ilsuo lavoro ingegnoso fosse invenzione ispirata dalle figlie di Mnemosine, o forse perchè se ne decorasse dapprima un tempio delle Muse. Ciò che più importa sapere si è com’essa unicamente consista nell’accozzamento di pietruzze, o pezzetti di marmo, di silice, di materie vetrificate e colorate, adattate con istucco o mastice sopra stucco e levigandone la superficie. Si chiamò dapprimapavimentum barbaricum, quando del musaico si valse per coprire aree alle quali si volle togliere umidità. Poi si disposero a disegni semplici, come a quadrelli di scacchiere, onde si venne altesselatum, che era formato di pietre riquadrate. Progredendo l’artificio, ne seguì la specie delsectile, formato di figure regolari combinate insieme, che è quel lavoro che noi chiamiamoa commessooda compartimento. Poi con frammenti orizzontali di forme diverse si giunse a piegare l’artificio a tutte le idee, capricci e disegni, come greche, festoni, ghirigori, ed a tutto quanto insomma costituisce ciò che chiamavasiopus vermiculatum, come si trova ricordato dal verso di Lucilio:

Arte pavimento, atque emblemata vermiculato

Arte pavimento, atque emblemata vermiculato

Arte pavimento, atque emblemata vermiculato

E qui piacemi avvertire come tutto questo processo non abbiasi a confondere con quello che dicevasiopus signinum, nome dato ad una peculiare sorta di materiale adoperato pure a far pavimenti, consistente in tegole poste in minuzzoli e mescolate con cemento, quindi ridotte in una sostanza solida colla mazzeranga.Ebbero questi lavori il qualificativo di signini, dalla città di Signia, ora Segni, famosa per la fabbricazione delle tegole e che prima introdusse questo genere di pavimentazione.

Tutti questi primitivi saggi non erano ancora ilmusaicumpropriamente detto, ma quel che i Greci chiamavano litostrato; per giungere almusivum opus, che rappresenta oggetti d’ogni natura,emblemata, non bastavano per avventura i marmi e ciottoli: convenne fabbricare de’ piccoli cubi di cristalli artifiziali colorati. Tornò facile il connettere leasarota, ossia musaici rappresentanti ossa e reliquie di banchetto, o un pavimento scopato, che con tanta naturalezza fu imitato, da ingannare chiunque.

Così, avanti ogni altro paese, in Grecia si spiegò il lusso de’ pavimenti e, prima di ogni altra città, presso gli effeminati sovrani di Pergamo. Citansi di poi i musaici del secondo piano della nave di Gerone II, che in tanti quadretti di meravigliosa esecuzione rappresentava i fatti principali dell’Iliade, tutti condotti a musaico; quindi i lavori eguali del magnifico palazzo in Atene di Demetrio Falereo.

È probabile che similmente si lavorasse a Roma coll’introdursi dell’arte greca; e quanto si rinvenne in Pompei potrebbe essere irrecusabile prova, se già noi non sapessimo come in questa città usi e costumanze vi fossero eziandio speciali e dedotti da Grecia, e come di colà vi si rendessero agevolmenteartisti. Tuttavia dal seguente passo di Plinio, pare che ai giorni di Tito imperatore, ne’ quali Ercolano e Pompei toccarono l’estrema rovina, questa del musaico fosse nuova importazione, e che appena facesse capolino in Roma verso il tempo di Vespasiano.

Plinio adunque, dopo aver detto che i terrazzi grecanici a musaico vennero da’ Romani adottati al tempo di Silla e citato ad esempio il tempio della Fortuna a Preneste, dove quel dittatore vi fece fare il pavimento con piccole pietruzze; così sostiene che l’introduzione de’ pavimenti di musaico nelle camere con pezzetti di vetro fosse affatto recente:Pulsa deinde ex humo pavimenta in cameras transiere, e vitro: novitium et inventum. Agrippa certe in Thermis, quas Romæ fecit, figlinum opus encausto pinxit: in reliquis albaria adornavit: non dubio vitreas facturus cameras, si prius inventum id fuisset, aut a parietibus scenæ, ut diximus, Scauri pervenisset in cameras[342].

Checchè ne sia, se recente consideravasi a’ tempi di Plinio il Vecchio l’introduzione in Italia del musaico,questo si presenta nondimeno fiorentissimo d’un tratto e grande nelle opere pompejane.

Gli scavi offrirono saggi appartenenti a tutte le epoche di progresso di quest’arte, e in ognuno si manifesta una prodigiosa fecondità d’invenzione negli artisti della Magna Grecia, e chi si assunse di riprodurli con disegni ne ammanì interessantissimi volumi.

Non è possibile dunque occuparmene qui per ricordarli tutti; solo mi restringerò a dire de’ più importanti.

Un musaico quadrato di circa cinque piedi e tre pollici, fu rinvenuto nella casa detta di Pane, rappresentante un genio alato che a cavalcion d’un leone si inebbria. L’espressione del fanciullo è mirabile, come mirabile è la mossa del leone: la cornice a foglie, a frutti ed a maschere teatrali compiono la perfetta esecuzione.

Un altro di forma circolare, di sette piedi di diametro, trovato nella casa appellata del Centauro, rappresenta allegoricamente la Forza domata dall’Amore, in un leone ricinto da alati amori che gli intrecciano di fiori la fulva chioma. Nella parte superiore del musaico vedesi una sacerdotessa che fa una libazione; nella parte inferiore stanno l’una di fronte all’altra due donne sedute. Se non il disegno, che lascerebbe desiderj, l’esecuzione e l’effetto de’ colori sono sorprendenti.

Nella casa detta di Omero, neltablinumsi trovò un musaico istoriato raffigurante unchoragium, o luogo in cui si facevano le prove teatrali, come già sa il lettore, per quel che ne ho detto nei capitoli intorno ai Teatri. Sono diverse figure in piedi, attori che stanno intorno al corago, o direttore, che li sta istruendo, il manoscritto della commedia alla mano. Un tibicine soffia nelle tibie, come accompagnando la recitazione del corago, perocchè paja veramente che ogni teatrale rappresentazione fosse dal suon delle tibie secondata. Vi hanno maschere disposte per gli attori e uno sfondo pure interessante: il tutto condotto con una rara maestria.

Nella stessa casa detta di Omero, sulla soglia si vide un musaico rappresentante un cane incatenato colla leggendaCAVE CANEM. Si raccoglie da tal lavoro artistico come all’usanza comune presso i Latini di tenere alla porta della casa un vero cane, quasi a custodia di essa, si fosse sostituito in tempi più civili una pittura del cane, eseguita in musaico e collocata, varcato appena il limitare, sul suolo colla suddetta leggenda; o altre parole, composte pure in musaico, bastassero, comeSALVE, giusta quanto si vede nella casa delle Vestali, oSALVE LVCRV, ecc. consuetudine quest’ultima che vediamo copiata in molte case signorili de’ nostri giorni.

Ma eccoci alla casa del Fauno. In essa, ove già trovammo sorgere dal mezzo dell’impluviumla stupendastatuetta in bronzo che forma altra delle opere più preziose degli scavi, si rinveniva altresì neltablinumun musaico quadrato incorniciato da una greca assai corretta e dipinta a svariati colori, nel cui mezzo è un leone, che in uno stupendo scorcio, sembra stia per islanciarsi, così da incutere spavento a chi lo guarda. È a rimpiangere che sia assai danneggiato.

Nella stessa casa v’ha inoltre la maraviglia di quest’arte del musaico, la giustamente famosa Battaglia d’Arbela, o di Isso, o il passaggio del Granico che si voglia ritenere, che per grandezza, invenzione ed esecuzione sorpassa quanti musaici si conoscano finora. Mette conto che qui ne dica più largamente che non degli altri.

Anzitutto noto che esso misura un’altezza di otto piedi e mezzo, e una larghezza di sedici piedi e due pollici, senza calcolare il fregio, che a mo’ di cornice circonda il soggetto; onde hassi a ragione a proclamarlo per il più grande musaico conosciuto.

Ora eccone la descrizione.

A manca di chi riguarda, che è anche la parte più guasta, vedesi su d’un corsiero un giovane guerriero, che tosto distinguesi per il posto concessogli di fronte al capo dell’esercito nemico, come il capo esso pure dell’una delle armate. Ha la lorica di finissimo lavoro al petto e la purpurea clamide agli omeri ondeggiante. Ha scoperto il capo, perocchè ilcimiero gli sia nel calor della mischia caduto, e stringe nella destra la lancia, che sembra aver egli appena ritratta dal fianco d’un guerriero, cui è caduto sotto il cavallo ferito di strale che gli rimase confitto. L’agonia di questo infelice guerriero è espressa con toccante verità. Dietro di lui ve n’ha un altro, che comunque ei pur vulnerato, combatte tuttavia: ambi formanti intoppo a suntuosa quadriga, i cui cavalli veggonsi disordinati, ma che indubbiamente traggono altro importante personaggio, il qual rivolge l’attenzione sui due feriti e intima a’ suoi di venir loro in aiuto; mentre un soldato tiengli presso un corsiero in resta, su cui potrà quel personaggio montare appena ei ne abbia l’opportunità e pigliar diversa parte all’azione. Lo scorcio di questo cavallo è d’una prodigiosa bellezza. Tutto il resto dello spazio a destra non è che una scena di desolazione e scompiglio, comunque una selva di picche accenni che l’impeto de’ combattenti da ambe le parti prosegue.

Quanti studiarono la composizione di questo musaico, ne inferirono che le assise de’ guerrieri vinti, come la forma della quadriga, esser non possano che d’un esercito persiano, avendo tutti la tiara, propria di questo popolo, come si vede in altri antichi monumenti, e più ancora si distinguano per Persiani ai grifi ricamati sopra le anassiridi, o calzoni come essi portano, e sopra le selle.

Se dunque il guerriero vittorioso e feritore vestito alla greca, per la somiglianza al tipo assegnatogli da statue e medaglie è Alessandro il Grande: il capo de’ Persiani non può essere allora di necessità che Dario, perchè avente la tiara diritta, che solo aveva diritto il re di così portare[343]; com’egli solo la candice, o mantello di porpora, e la tunica listata di bianco[344]ed egli solo l’arco di sì straordinaria grandezza, ond’ebbero que’ della sua dinastia il nomignolo diCojanidi, cioè arcieri.

Constatati i due capi principali degli eserciti nel musaico raffigurati, nelle persone dei due re, Alessandro e Dario, il soggetto allora deve rappresentare la Battaglia di Isso, non il passaggio del Granico, nè il combattimento di Arbela. Imperocchè il primo fu operato in estate; i Persiani in esso si servirono di carri falcati, che qui non si veggono, nè i due re si trovarono a fronte, e nulla poi indichi l’esistenza di un fiume, ciò che dall’artista non si sarebbe negletto di riprodurre a segnalare quel fatto, s’egli avesse inteso d’esprimere il passaggio del Granico. Egualmente la battaglia di Arbela fu combattuta ai primi di ottobre; v’ebbero pure carri falcati ed Alessandro incontro a Dario non si valse della lancia, come vedesi nel mosaico, ma dell’arco con cui uccisel’auriga del re. Ora l’albero, che qui si vede tutto privo di foglie, esclude inoltre che non si potesse essere nè in estate, nè in ottobre, mentre in Assiria tutto un tal mese gli alberi serbino intatto l’onore delle frondi; ma nel verno, venendo anche da Plutarco ricordato che la battaglia di Isso fosse combattuta in dicembre, quando le piante dovevano essere, come nel musaico, prive di foglie. Diodoro Siculo e Quinto Curzio narrano per di più che a tal battaglia assistessero i dorifori, o guerrieri armati di lance, scelti per la guardia del re fra i dieci mila immortali, coi loro abiti ricamati d’oro e coi loro monili, e qui li vediamo appunto.

Tutte queste particolarità si raccolgono daiCennipublicati dal dotto cav. Bernardo Quaranta[345], ravvicinandovi altresì i particolari storici che spiegano ognor meglio la composizione del musaico.

Dario tentò dapprima di decidere il combattimento d’Isso con l’ajuto della cavalleria; e già i Macedoni si vedevano accerchiati, allorquando Alessandro chiamò a sè Parmenione con la cavalleria tessala. Allora la mischia divenne terribile: Alessandro, scorto da lunge il re di Persia che incoraggiava i suoi dall’alto del suo carro ed alla testa della sua cavalleria, combatte egli come semplice soldato, per penetrare fino a colui che riguardava come suo nemicopersonale e sperava la gloria di ucciderlo di sua mano. Ma ecco che offresi una scena sublime di coraggio e di devozione. Osoatre, fratello del re di Persia, vedendo il Macedone ostinato a cogliere Dario, spinge il suo cavallo dinnanzi la reale quadriga e trascina sopra tal punto la cavalleria scelta che egli comanda: ivi segue una spaventevole carnificina; ivi mordono la polve Atiziete e Reomitrete e Sabacete, Alessandro stesso vi è ferito nella coscia. Finalmente Dario prende la fuga, abbandonando la candice e l’arco reale.

Io plaudo e convengo pertanto col dotto illustratore, credendo sia qui veramente trattata la Battaglia d’Isso, e non altro combattimento d’Alessandro il Grande.

Tutto poi, per quanto riguarda esecuzione, è in questo musaico stupendamente trattato. Il guerriero che spira, cogli intestini lacerati, è di una verità insuperabile: i cavalli non potrebbero essere più belli e animati. Correzione di disegno, espressione di teste, movenza di figure, disposizione di gruppi, sapienza di scorci, colorito ed ombre, tutto vi è con una incredibile superiorità trattato.

«Or bene, conchiude un illustratore di questa insuperata opera, tutte siffatte bellezze non sono che quelle d’una copia: quei vivi lumi sono soltanto riflessi, perocchè il musaico fu imitato certamente da un quadro. Che dobbiamo dunque pensare dell’originale?A chi attribuirlo? A Nicia, a Protogene, ad Eufranore, che dipinsero Alessandro? o piuttosto a quel Filosseno di Eretria, discepolo di Nicomaco, la pittura del quale, superiore a tutte le altre, a detta di Plinio, e fatta pel re Cassandro, rappresentava il combattimento di Alessandro e di Dario? Non si andrebbe per avventura più d’accosto al verisimile, pensando al divo Apelle stesso, che accompagnò Alessandro nella sua spedizione, e che solo ottenne in seguito il dritto di pingere il suo ritratto, come Lisippo quello si ebbe di gittarlo in bronzo, e Pergotele di scolpirlo sopra pietre preziose.»

Dopo ciò, mi trovo in debito di avvertire che il disegno che ho procurato per questa edizione del rinomatissimo musaico, appare completato dal lato sinistro, — che, come ho già avvertito, fu non so dire se dall’ultimo cataclisma toccato a Pompei, o dal precedente, o fors’anco dall’incuria di chi lo sbarazzò dalle rovine, come or si vede al Museo Nazionale, guasto, — per opera del ch. pittore napolitano Maldarelli padre, da un acquarello del quale, fornitomi dal mio eccellente amico Adolfo Doria, l’ho fatto ricavare perchè il lettore avesse un’idea esatta della maravigliosa composizione.

Non tenni conto più sopra, onde non interrompere il corso della storia dell’arti, delle botteghe o studj di scultura, che emersero dagli scavi di Pompei: trovi qui il cenno di essi il proprio posto.

Nell’uscire dalla nuova Fullonica, e discosto di poco dalla medesima, designata dal N. 5, fu scoperto uno studio di scultura, riconosciutosi tale dalla esistenza di più un blocco di marmo, già digrossato e abozzato, e diversi arnesi atti appunto a lavorare il marmo e condurre oggetti d’arte.

Ma uno studio di scultura, anzi tutta una dimora, più interessante all’epoca di sua scoperta, che fu verso la fine del passato secolo (1795-98), perocchè adesso lo si ravvisi nel più deplorevole stato di abbandono e di rovina, sorgeva nella casa presso il tempio di Giove e di Giunone, nella via di Stabia. Ivi pure, nell’atrio della casa, si raccolsero statue appena abozzate, talune presso ad essere compite, elegantissime anfore di bronzo, blocchi di marmo, fra i quali uno appena segato colla sega vicina ed altri utensili artistici. Vi si trovò pure un orologio solare, un uovo di marmo da collocarsi nel pollajo, per correggere la chiocciola onde non rompa i suoi, un bacino e un vaso di bronzo, con basso rilievo.

In una città come Pompei, nella quale, se non al pari di Ercolano, certo nondimeno in modo non dubbio le Arti erano in onore, così che ci avvenne trovarne capolavori nelle più umili dimore, doveva essere impossibile che gli scavi non ci additassero magazzeni e studj di scultura; nè è presumere troppo il pronosticare che pur ne’ futuri sterramenti se ne troveranno altri.

La città si risvegliava da quel mortale letargo, in cui l’aveva gittata il terremuoto del 63, e sgomberando le rovine e rimettendosi a nuovo, era naturale che artisti giungessero, chiamati d’ogni dove ed aprissero studj e botteghe per tanto lavoro.

FINE DEL VOLUME SECONDO.

INDICECAPITOLO XII. —I Teatri—Teatro Comico— Passione degli antichi pel teatro — Cause — Istrioni — Teatro Comico od Odeum di Pompei — Descrizione —Cavea, præcinctiones, scalæ, vomitoria— Posti assegnati alle varie classi — Orchestra — Podii o tribune — Scena, proscenio,pulpitum— Il sipario — Chi tirasse il sipario —Postscenium— Capacità dell’Odeum pompejano —Echeao vasi sonori — Tessere d’ingresso al teatro — Origine del nomepiccionajaal luogo destinato alla plebe — Se gli spettacoli fossero sempre gratuiti — Origine de’ teatri, teatri di legno, teatri di pietra — Il teatro Comico latino — Origini — Sature e Atellane — Arlecchino e Pulcinella — Riatone, Andronico ed Ennio — Plauto e Terenzio — Giudizio contemporaneo dei poeti comici — Diversi generi di commedia:togatæ, palliatæ, trabeatæ, tunicatæ, tabernariæ— Le commedie di Plauto e di Terenzio materiali di storia — Se in Pompei si recitassero commedie greche — Mimi e Mimiambi — Le maschere, origine e scopo — Introduzione in Roma — Pregiudizj contro le persone da teatro — Leggi teatrali repressive — Dimostrazioni politiche in teatro — Talia musa della CommediaPag.5CAPITOLO XIII. —I Teatri—Teatro Tragico— Origini del teatro tragico — Tespi ed Eraclide Pontico — Etimologia di tragedia e ragioni del nome — Caratteri — Epigene, Eschilo e Cherillo — Della maschera tragica — L’attor tragico Polo — Venticinquespecie di maschere — Maschere trovate in Pompei —PallaoSyrma— Coturno — Istrioni — Accompagnamento musicale — Le tibie e i tibicini — Melpomene, musa della Tragedia — Il teatro tragico in Pompei — L’architetto Martorio Primo — Invenzione del velario — Biasimata in Roma — Ricchissimi velarii di Cesare e di Nerone —Sparsioneso pioggie artificiali in teatro — Adacquamento delle vie — Lelacernæ, o mantelli da teatro — Descrizione del Teatro Tragico — Gli Olconj —Thimele—Aulæum— La Portaregiae le portehospitaliadella scena — Tragici latini: Andronico, Pacuvio, Accio, Nevio, Cassio Severo, Varo, Turanno Graccula, Asinio Pollione — Ovidio tragico — Vario, Lucio Anneo Seneca, Mecenate — Perchè Roma non abbia avuto tragedie — Tragedie greche in Pompei — Tessera teatrale — Attori e Attrici — Batillo, Pilade, Esopo e Roscio — Dionisio — Stipendj esorbitanti — Un manicaretto di perle — Applausi e fischi — Laclaque, lacliquee la Consorteria — Il suggeritore — Se l’Odeo di Pompei fosse attinenza del Gran Teatro53CAPITOLO XIV. —I Teatri—L’Anfiteatro— Introduzione in Italia dei giuochi circensi — Giuochi trojani —Panem et circenses— Un circo romano — Origine romana degli Anfiteatri — Cajo Curione fabbrica il primo in legno — Altro di Giulio Cesare — Statilio Tauro erige il primo di pietra — Il Colosseo — Data dell’Anfiteatro pompejano — Architettura sua — I Pansa — Criptoportico — Arena — Eco — Le iscrizioni del Podio — Prima Cavea — Ilocarii— Seconda Cavea — Somma Cavea — Cattedre femminili — I Velarii — Porta Libitinense — Lo Spoliario — I cataboli — Il triclinio e il banchettolibero— Corse di cocchi e di cavalli — Giuochi olimpici in Grecia — Quando introdotti in Roma — Le fazioni degli Auriganti — Giuochi Gladiatorj — Ludo Gladiatorio in Pompei — Ludi gladiatorj in Roma — Origine dei Gladiatori — Impiegati nei funerali — Estesi a divertimento — IGladiatori al lago Fùcino — Gladiatori forzati — Gladiatori volontarj — Giuramento de’ gladiatoriauctorati—Lorarii— Classi gladiatorie:secutores, retiarii, myrmillones, thraces, samnites, hoplomachi, essedarii, andabati, dimachæri, laquearii, supposititii, pegmares, meridiani— Gladiatori Cavalieri e Senatori, nani e pigmei, donne e matrone —Il Gladiatore di Ravennadi Halm — Il colpo e il diritto di grazia —Deludiæ— Il Gladiatore morente di Ctesilao e Byron — Lo Spoliario e la Porta Libitinense — Premj ai Gladiatori — Le ambubaje — Le Ludie — I giuochi Floreali e Catone — Naumachie — LeVenationeso caccie — Di quante sorta fossero — Caccia data da Pompeo — Caccie di leoni ed elefanti — Proteste degli elefanti contro la mancata fede — Caccia data da Giulio Cesare — Un elefante funambolo — L’Aquila e il fanciullo — IBestiariie le donnebestiariæ— La legge Petronia — Il supplizio di Laureolo — Prostituzione negli anfiteatri — Meretrici appaltatrici di spettacoli — Il Cristianesimo abolisce i ludi gladiatorj — Telemaco monaco —MissiliaeSparsiones103CAPITOLO XV. —Le Terme— Etimologia —Thermæ, Balineæ, Balineum, Lavatrinæ— Uso antico de’ Bagni — Ragioni — Abuso — Bagni pensili —Balineæpiù famose — Ricchezze profuse ne’ bagni publici — Estensione delle terme — Edificj contenuti in esse — Terme estive e jemali — Aperte anche di notte — Terme principali — Opere d’arte rinvenute in esse — Terme di Caracalla — Ninfei — Serbatoi e Acquedotti — Agrippa edile — Inservienti alle acque — Publici e privati — Terme in Pompei — Terme di M. Crasso Frugio — Terme publiche e private — Bagni rustici — Terme Stabiane — Palestra e Ginnasio — Ginnasio in Pompei — Bagno degli uomini —Destrictorium— L’Imperatore Adriano nel bagno de’ poveri — Bagni delle donne —Balineumdi M. Arrio Diomede — Fontane publiche e private — Provenienza delle acque — Il Sarno e altre acque — Distribuzione per la città — Acquedotti183CAPITOLO XVI. —Le Scuole— Etimologia — Scuola di Verna in Pompei — Scuola di Valentino — Orbilio e la ferula — Storia de’ primordj della coltura in Italia — Numa e Pitagora — Etruria, Magna Grecia e Grecia — Ennio e Andronico — Gioventù romana in Grecia — Orazio e Bruto — Secolo d’oro — Letteratura — Giurisprudenza — Matematiche — Storia naturale — Economia rurale — Geografia — Filosofia romana — Non è vero che fosse ucciditrice di libertà — Biblioteche — Cesare incarica Varrone di una biblioteca publica — Modo di scrivere, volumi, profumazione delle carte — Medicina empirica — Medici e chirurghi — LaCasa del Chirurgoin Pompei — Stromenti di chirurgia rinvenuti in essa — Prodotti chimici —Pharmacopolæ, Seplasarii, Sagæ— Fabbrica di prodotti chimici in Pompei — Bottega diSeplasarius— Scuole private231CAPITOLO XVII. —Le Tabernæ— Istinti dei Romani — Soldati per forza — Agricoltori — Poca importanza del commercio coll’estero — Commercio marittimo di Pompei — Commercio marittimo di Roma — Ignoranza della nautica — Commercio d’importazione — Modo di bilancio — Ragioni di decadimento della grandezza romana — Industria — Da chi esercitata —MensariiedArgentarii— Usura — Artigiani distinti in categorie — Commercio al minuto — Commercio delle botteghe — Commercio della strada — Forinundinario venali — IlPortoriumo tassa delle derrate portate al mercato — Letabernæe loro costruzione —Institores— Mostre o insegne —Popinæ, thermopolia, cauponæ, œnopolia— Mercanti ambulanti — Cerretani — Grande e piccolo commercio in Pompei — Foro nundinario di Pompei —Tabernæ— Le insegne delle botteghe — Alberghi dì Albino, di Giulio Polibio e Agato Vajo, dell’Elefanteo di Sittio e della Via delle Tombe —Thermopolia—Pistrini, Pistores, Siliginari— Plauto, Terenzio, Cleante e Pittaco Re, mugnai — Le mole di Pompei — Pistrini diversi — Paquio Proculo, fornaio, duumviro di giustizia — Ritratto di lui e di sua moglie — Venditoriod’olio —Ganeum— Lattivendolo — Fruttajuolo — Macellai —Myropolium, profumi e profumieri —Tonstrina, o barbieria — Sarti — Magazzeno di tele e di stofe — Lavanderie — La Ninfa Eco — Il Conciapelli — Calzoleria e Selleria — Tintori — Arte Fullonica — Fulloniche di Pompei — Fabbriche di Sapone — Orefici — Fabbri e falegnami —Præfectus fabrorum— Vasaj e vetrai — Vasi vinarj —Salve Lucru271CAPITOLO XVIII. —Belle Arti— Opere sulle Arti in Pompei — Contraffazioni — Aneddoto — Primordj delle Arti in Italia — Architettura etrusca — Architetti romani — Scrittori — Templi — Architettura pompejana — Angustia delle case — Monumenti grandiosi in Roma — Archi — Magnificenza nelle architetture private — Prezzo delle case di Cicerone e di Clodio — Discipline edilizie — Pittura — Pittura architettonica — Taberna o venditorio di colori in Pompei — Discredito delle arti in Roma — Pittura parietaria — A fresco — All’acquarello — All’encausto — Encaustica — Dipinti su tavole, su tela e sul marmo — Pittori romani — Arellio — Accio Prisco — Figure isolate — Ritratti — Pittura di genere: Origine — Dipinti bottegai — Pittura di fiori — Scultura — Prima e seconda maniera di statuaria in Etruria — Maniera greca — Prima scultura romana — Esposizione d’oggetti d’arte — Colonne — Statue,tripodaneæ, sigillæ— Immagini de’ maggiori — Artisti greci in Roma — Cajo Verre — Sue rapine — La Glittica — La scultura al tempo dell’Impero — In Ercolano e Pompei — Opere principali — I Busti — Gemme pompejane — Del Musaico — Sua origine e progresso —Pavimentum barbaricum, tesselatum, vermiculatum—Opus signinum—Musivum opus—Asarota— Introduzione del musaico in Roma — Principali musaici pompejani — I Musaici della Casa del Fauno — Il Leone — La Battaglia di Isso — Ragioni perchè si dichiari così il soggetto — A chi appartenga la composizione — Studj di scultura in Pompei345


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