Hoc miseræ plebi stabat comune sepulcrum[257];
Hoc miseræ plebi stabat comune sepulcrum[257];
Hoc miseræ plebi stabat comune sepulcrum[257];
perocchè la legge proibisse di appiccare il fuoco ad un rogo sul terreno d’altrui proprietà.
Consumatasi la salma, estinguevansi le fiamme col vino: il più prossimo parente, cantandosi da’ musici l’epicedumo poemetto funebre in onore del morto, (da ἐπὶ sopra, e κὴδος, funerale), raccoglieva le ossa ancora ardenti, le lavava in vecchio vino e nel latte e le asciugava con un lino, ciò che chiamavasiossilegium.
Siffatta costumanza di lavare nel vino, nel latte etalvolta anche nell’olio le ossa, era stata vietata come inutile scialaquo dalle leggi delle XII Tavole; ma non per questo era stata meno e sempre in vigore e in Roma e presso tutte le nazioni a’ Romani soggette. Giova anzi a tal proposito ricordare il grazioso epitaffio che uno schiavo aveva scolpito sulla tomba da lui fatta erigere al giovinetto padrone suo, che così si chiudeva:
Ossibus infundam quot numquam vina bibisti[258].
Ossibus infundam quot numquam vina bibisti[258].
Ossibus infundam quot numquam vina bibisti[258].
alludendo al divieto de’ Romani che i fanciulli avessero a bever vino.
Riponevansi da ultimo le ossa in un’urna talvolta di bronzo, il più spesso di terra cotta, di marmo, di alabastro o di vetro, del quale ultimo materiale è l’urna cineraria, scoperta in Pompei, riempita per metà di un liquido e nel quale si discernono ancora i resti di ossa e di ceneri. Oltre di tale liquido si sa vi ponessero rose e piante aromatiche. Un sacerdote per ultimo aspergeva d’acqua lustrale i parenti onde purificarli, ciò che dicevasisuffitio, e dopo, il capo della cerimonia,designator, od anche la prefica, diceva loro:I licet, cioè potete ardarvene e la comitiva si discioglieva. Allora chiudevasi l’urnanella tomba, sulla quale ponevasi la pietra dettamonimentum, onde fu poi generalizzato il nome di monumento agli edifizi funebri e sovr’esso l’inscrizione predisposta. Più avanti ne recherò parecchi saggi di quelle trovate e lette negli scavi della Via delle Tombe in Pompei.
E i vasi lacrimatorj, mi si chiederà, a che non li avete voi accennati, prima di chiudere colmonimentumil sepolcro?
È di fatto che ne’ sepolcri antichi, e pur in quelli di Pompei si rinvenissero vasi e cucchiai detti lagrimatorii; ma servivano essi davvero a raccogliere, come fu preteso, le lagrime de’ veraci dolenti e delle prezzolate prefiche?
Il Baruffaldi lo credette nella sua DissertazioneDe Præficise lo credettero il Fabbretti nel suo libro delleIscrizionied altri ancora; e il Fabbretti volle anzi da certi fori praticati sovente sul coperchio delle antiche tombe, argomentare l’usanza d’introdurvi per essi le lagrime de’ congiunti ne’ giorni anniversarii o nelle feste commemorative de’ loro cari defunti, molto più che in taluni vasi si sieno vedute delineate le orbite degli occhi, e suimonimentasi riscontrino scolpite tazze ed espresse le lagrime negli epitaffi; ma colla dovuta reverenza a questi dotti, io non mi sono mai capacitato che tal costume avesse potuto un giorno sussistere. Piagnone prezzolate, artifici di dolore per quanto sottili, lagrime didolenti, versate dopo parecchi giorni dal decesso del caro parente, come avrebbero potuto fornir tanta materia a’ cucchiai e vasi lacrimatorii? Questi arnesi, queste fiale di vetro o di terra cotta, di alabastro o d’altro, non sarebbero stati piuttosto adoperati a raccogliere balsami ed aromi che gittavansi sul rogo, o libazioni di latte e di vino, che si facevano sulle tombe?
Il Grutero, nella eruditissima sua opera, recò più d’una iscrizione, fra le cui parole vedevansi scolpite cucchiaj o patere, come più propriamente dicevansi, le quali erano appunto vasi circolari con manichi, atti a contenere liquidi,ma più specialmente usati, dice Rich, a contenere il vino con cui era fatta una libazione[259].
I fori adunque praticati ne’ coperchi delle tombe debbono indubbiamente aver servito a far penetrare le libazioni di vino e di latte, di che Foscolo pur tenea conto in que’ versi de’ suoiSepolcri:
Le fontane versando acque lustrali,Amaranti educavano e violeSu la funebre zolla; e chi sedeaA libar latte e a raccontar sue peneAi cari estinti, una fragranza intornoSentia qual d’aure de’ beati Elisi[260].
Le fontane versando acque lustrali,Amaranti educavano e violeSu la funebre zolla; e chi sedeaA libar latte e a raccontar sue peneAi cari estinti, una fragranza intornoSentia qual d’aure de’ beati Elisi[260].
Le fontane versando acque lustrali,
Amaranti educavano e viole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A libar latte e a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentia qual d’aure de’ beati Elisi[260].
Questi fori si praticavano ad esempio neiloculi, o bare, quando i cadaveri non si abbruciavano ancorama si collocavano in essa interi. Entro codesta bara spesso di terra cotta, eravi ad una estremità una soglia elevata per adagiarvi il capo e dallato un foro tondo pei balsami aromatici, che si versavano dentro per mezzo d’un corrispondente orificio nella parete esterna della cassa.
Il costume della cremazione de’ cadaveri, del cui procedimento presso i Romani ho intrattenuto il lettore, non era antico a’ tempi di Plinio, voglio dire al tempo della catastrofe di Pompei, siccome egli l’attesta. Era la cremazione usata solo in Grecia fin dai tempi di Cecrope, dicendo Luciano che il Greco abbrucia i cadaveri, il Persiano li sotterra, l’indiano li avvolge di grasso porcino, lo Scita li divora, l’Egizio li imbalsama. L’essersi adottata da Romani originò dall’oltraggio che veniva fatto alle tombe, quando i romani morivano in lontane contrade, e che però vi si voleva ovviare. Lucio Cornelio Silla, che a cagione delle tante proscrizioni aveva ragione a temere l’insulto al proprio cadavere, com’egli stesso aveva fatto a quello di Mario, dissotterrandolo e facendolo gittare nel Teverone, fu il primo che ordinasse di ardere, dopo morte, il proprio corpo, e così invalse il costume passato in legge, e Ovidio lo rammenta nel verso:
Corpora debentur mæstis exanguia bustis[261].
Corpora debentur mæstis exanguia bustis[261].
Corpora debentur mæstis exanguia bustis[261].
Siccome poi essi pensassero che l’anima fosse della natura del fuoco, e che il rogo le facilitasse l’uscita dal corpo e però l’onore del rogo non s’avesse a concedere che alle persone dotate di ragione e sentimento; così, per testimonianza dello stesso Plinio il Vecchio, non s’accordava a’ bambini, a’ quali non fossero ancora spuntati i denti, perocchè sarebbe stata considerata siccome empietà che contaminerebbe la casa e vi allude pur Giovenale nellaSatiraXV ne’ seguenti versi:
Naturæ imperio gemimus, quum funus adultæVirginis occurrit, vel terra clauditur infans,Et minor igne rogi[262].
Naturæ imperio gemimus, quum funus adultæVirginis occurrit, vel terra clauditur infans,Et minor igne rogi[262].
Naturæ imperio gemimus, quum funus adultæ
Virginis occurrit, vel terra clauditur infans,
Et minor igne rogi[262].
Seppellivansi quindi la notte allo splendore delle faci. Le loro ossa poi deponevansi in luogo dettosubgrundarium, sotto di un tetto, cioè, o gronda sporgente, a modo di nido di rondine[263].
Nè abbruciavansi tampoco i corpi di coloro che erano colpiti dalla folgore:Hominem ita exanimatum, cremari fas non est; condi terra religio tradit, disse il medesimo Plinio[264].
Ora il costume della cremazione divien soggetto alle più serie investigazioni e discussioni in Italia, che lo si vorrebbe sostituire a quello della sepoltura de’ cadaveri. Ragioni specialmente di igiene lo pongono innanzi e lo propugnano calorosamente, e se adottato, come pare dall’Italia, verrà seguito pure dalle altre nazioni incivilite, avrà avuto una volta di più suggello l’osservazione del francese Ipp. Lucas dell’Istituto di Francia che «all’Italia è affidata per diritto l’iniziativa del progresso umanitario[265].» È principalmente nella mia Milano che l’importante questione si agita, sicchè egregiamente quell’ottimo uomo che è Giuseppe Sacchi, osservava che la cremazione è per Milano il ritorno ad un’antica usanza, additando una località nei pubblici giardini che era ad essa destinata, e rivendicando per tal modo alla nostra città il doppio merito di aver sempre spento con la violenza della sua riprovazione i roghi della Inquisizione, e di avere all’opposto innalzato pei cadaveri il rogo purificatore. Fra noi, a tale scopo, si istituì un comitato promotore sotto la presidenza dell’illustre medico e chimico prof. Giovanni Polli e del qual fan parte quei chiari suoi colleghi che sono il Pini, lo Strambio, il Dell’Acqua, il Griffini e il Tarchini-Bonfanti. E solenne conferenza indissero costoronel giorno 6 aprile 1874, per trattarvi dell’argomento e del modo migliore di cremazione, dove appunto si udirono le suddette parole del Sacchi, dove Amato Amati espresse il concetto che la nuova usanza, restaurando coll’urna cineraria domestica il culto della famiglia, vi alzerà il carattere morale della nazione, e il dotto prete prof. Bucellati in una bella sua lettera diretta per quell’occasione al Comitato, scaltrì di pregiudizio la credenza che essa possa ledere i diritti della cristiana religione[266]. Concesse queste brevi parole ad un argomento di tutta attualità, faccio ritorno al mio tema.
La dimane del rogo i parenti e gli amici venivano invitati ad un banchetto funebre. Prima di mettersi a tavola si purificavano col lavarsi. Se ricco il defunto, davasi tale banchetto anche al pubblico ed appellavasisilicernium. A differenza di Grecia, dove ilSilicerniumcompivasi nella casa del parente più prossimo del defunto e subito dopo l’esequie, come si trova ricordato in Demostene (De Coron.); in Roma e nella romana colonia questo convivio aveva luogo presso il sepolcro stesso; e le camere squisitamente decorate, che così comunemente s’incontrano nelle loro tombe, come accessorie di queste, ma non mai adoperate a ricevere urne, erano senza dubbio intese a questo fine. In Pompei, nella Via delle Tombe, troveremo unTriclinium funebrestabile presso le tombe, costituito da un recinto, con entro tre letti triclinarii di materia di fabbrica, su cui, a renderli più comodi, si saranno all’occasione distesi materassi,pulvinares.
Il più spesso ilsilicerniummisuravasi dalla entità dell’asse redato o dalla gratitudine dell’erede; Persio lo attesta:
Sed cœnam funeris hæresNegliget iratus si rem curtaveris, urnæOssa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum,Seu ceraso peccent casiæ, nescire paratus[267].
Sed cœnam funeris hæresNegliget iratus si rem curtaveris, urnæOssa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum,Seu ceraso peccent casiæ, nescire paratus[267].
Sed cœnam funeris hæres
Negliget iratus si rem curtaveris, urnæ
Ossa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum,
Seu ceraso peccent casiæ, nescire paratus[267].
Se poi l’erede limitavasi a sola distribuzione al pubblico di carni crude, dicevasi essavisceratio. Esempio celebre del primo fu il silicernio imbandito da Cesare per la morte di Giulia a ventiduemila persone; altri dicono sessantaseimila.
Un altro banchetto funebre famigliare facevasi nove giorni dopo e designavasi col nome dinovemdialiae nel dì susseguente,denicales feriæ[268], purificavasi la casa mortuaria contaminata dalla presenza del morto e quindi per consueto distribuivansi ancora largizioni alla plebe.
Non era per altro così de’ funerali de’ poveri. Non sorgeva cipresso avanti la porta, non difilava processione, non intendevansi suoni, non celebravansi le altre cerimonie e solennità.
Tre giorni dopo la morte, giungevano quattro necrofori,vespillones, sul cader della notte, a levarli di casa in una cassa da nolo, dettasandapila, ed a portarli nella fossa pubblica oltre le mura, in luoghi dettiputiculied ancheputiluci, a causa, disse il dotto Turnebo, della profondità delle fosse, nelle quali, non altrimenti che in pozzi, non poteva scendere luce, e tutto era presto finito.
Reduce la famiglia dal funerale, si purificava la casa contaminata dalla presenza del cadavere spazzandolacon iscopa di tamerigia o di palma ed invocando Deverra (daverrere, spazzare), divinità che presiedeva appunto alla pulitezza delle case.
A tutte le predette cerimonie teneva dietro il lutto: per gli uomini ristretto a dieci giorni di isolamento o ritiro nella propria casa; per le donne ad un anno o a dieci mesi almeno.
Eravi poi il lutto publico, quando si volevano onorare grandi virtù di illustri trapassati o piangere la perdita di qualche grande battaglia, come fu quella toccata a Canne, in cui perirono quarantacinque mila romani, il Console Paolo Emilio e ottanta senatori. Esso indicevasi dal Senato ad ogni ordine di cittadini.
In tal tempo sospendevasi dal rendere giustizia, i consoli non sedevan sulle loro sedie curuli, i littori portavano capovolti i fasci, i senatori deponevano il laticlavio, gli anelli d’oro, nè radevan la barba, o tagliavano i capelli, proibiti i conviti festosi, l’accender fuoco nelle case e il fabbricare.
Nel lutto privato poi esponevansi le imagini del defunto ad incitamento di virtù, come s’esprime al proposito Sallustio:Sæpe audiri præclaros civitatis nostræ viros solitos dicere, cum majorum imagines intuerentur vehementissime sibi animum ad virtutem accendi: scilicet non ceram illam, neque figuram, tantam vim in se habere: sed memoriam rerum gestarum eam flammis egregiis viris in pectore crescere, neque priussedari quam virtus eorum famam atque gloriam adæquaverit[269]. Doveva Foscolo di certo aver rammentato questo passo, del quale serbò perfino qualche parola, quando cantava ne’Sepolcri:
A egregie cose il forte animo accendonoL’urne de’ forti[270].
A egregie cose il forte animo accendonoL’urne de’ forti[270].
A egregie cose il forte animo accendono
L’urne de’ forti[270].
E il medesimo nostro grande Poeta aveva poco prima cantato come tanto venerata e sacra fosse la memoria de’ cari defunti, che venisse perfino giurato su di essa:
. . . .e fu temutoSu la polve degli avi il giuramento[271].
. . . .e fu temutoSu la polve degli avi il giuramento[271].
. . . .e fu temuto
Su la polve degli avi il giuramento[271].
Properzio presta uno di tali giuramenti, per le ossa del padre e per quelle di sua madre:
Ossa tibi juro per matris, et ossa parentis.
Ossa tibi juro per matris, et ossa parentis.
Ossa tibi juro per matris, et ossa parentis.
E Quintiliano, più tardi, così esprime il dolore provatoper la moglie e pel figlio statigli da morte immatura rapiti: io giuro pei loro mani, divinità del mio dolore,
Per illos manes, numina doloris mei.
Per illos manes, numina doloris mei.
Per illos manes, numina doloris mei.
Nè con queste dimostrazioni aveva fine il lutto.
V’erano commemorazioni funebri altresì durante l’anno, come nelle feste Parentali che seguivano in febbrajo e in giorni fasti detti ancheFeralia, e come nelle festeLemuralia, e, com’altri dice,Remuralia, perchè istituite da Romolo in onore del fratello Remo da lui ucciso, che avvenivano in maggio, nelle quali la famiglia recavasi ad onorare il sepolcro del diletto defunto e là nel vicino triclinio, fra le dapi del banchetto, non dovevan mancare l’appio, il sale, il miele, le lenti, il farro, le uova e le fave.
La cerimonia incominciava a mezza notte: il padre di famiglia alzavasi dal letto, e tacito e invaso da sacro terrore, a piedi scalzi, solo facendo scricchiolare le dita per allontanare le ombre dal luogo pel quale passava, incamminavasi a una fontana. Quivi lavate per tre volte le mani, rifaceva il cammino gittando al di sopra del suo capo delle fave nere che aveva in bocca e mormorando questo scongiuro:con queste fave io mi riscatto insieme con quelli della mia famiglia. Tali parole doveva ripetere per ben nove volte senza guardare dietro di sè, supponendosi che l’ombra dalla quale era seguitato raccogliessenon vista le fave. La festa lemurale chiudevasi dal medesimo padre di famiglia, prendendo dell’acqua un’altra volta, battendo su di un vaso di bronzo e pregando l’ombra di uscire dalla sua casa, ripetendo ancor nove volte le parole:uscite, o mani paterni.
Le offerte poi che si facevano sulle tombe in codeste funebri commemorazioni, cheferaliaappunto si chiamavano da questo pio costume di donativi ai morti, come lasciò scritto ne’Fastiil già citato Poeta latino:
Hanc, quia justa ferunt, dixere Feralia lucem[272];
Hanc, quia justa ferunt, dixere Feralia lucem[272];
Hanc, quia justa ferunt, dixere Feralia lucem[272];
si vennero poco a poco aumentando. Pur nondimeno tenevasi che non eccessive fossero le esigenze degli Dei Mani. Udiamo Ovidio:
Est honor et tumulis. Animas placate paternas,Parvaque in extinctas munera ferte pyras.Parva petunt Manes: pietas pro divite grata estMunere; non avidos Stix habet ima Deos.Tegula projectis satis est velata coronis,Et sparsæ fruges, parcaque mica salis.Inque mero mollita Ceres violaque solutæ;Hæc habeat media testa relicta via.Nec majora veto: sed et his placabilis umbra est.Adde preces positis et sua verba focis[273].
Est honor et tumulis. Animas placate paternas,Parvaque in extinctas munera ferte pyras.Parva petunt Manes: pietas pro divite grata estMunere; non avidos Stix habet ima Deos.Tegula projectis satis est velata coronis,Et sparsæ fruges, parcaque mica salis.Inque mero mollita Ceres violaque solutæ;Hæc habeat media testa relicta via.Nec majora veto: sed et his placabilis umbra est.Adde preces positis et sua verba focis[273].
Est honor et tumulis. Animas placate paternas,
Parvaque in extinctas munera ferte pyras.
Parva petunt Manes: pietas pro divite grata est
Munere; non avidos Stix habet ima Deos.
Tegula projectis satis est velata coronis,
Et sparsæ fruges, parcaque mica salis.
Inque mero mollita Ceres violaque solutæ;
Hæc habeat media testa relicta via.
Nec majora veto: sed et his placabilis umbra est.
Adde preces positis et sua verba focis[273].
Non lascerà il lettore in codesta citazione di rilevare la costumanza d’offrire ai morti i doni su d’una tegola o coccio. Venivano sporti anche su d’una pietra.
Anche Giovenale accennò alla tenuità delle offerte che si facevano a’ defunti, nella Satira V, dicendolaExigua feralis cœna patella[274].
Chiudevansi in questi giorni i templi degli Dei celesti, erano interdette le nozze e vietato l’uso del fuoco, perocchè si reputassero giorni immondi: di che pure ne avvisa il succitato Ovidio, nel medesimo libro secondoFastorum, dove pure ricordò che inquelle feste,feralia, facevasi altresì sagrificio alla deaTacitaoMuta, della quale canta la sventura e i casi avventurosi, per avere garrula rivelato ella alla ninfa Giuturna gli amorosi intendimenti del Tonante verso di lei e accesa pur colla sua indiscrezione le furie gelose di Giunone, onde Giove resola muta e affidata a Mercurio perchè la scorgesse a’ regni inferni, venisse da questo Dio fatta madre dei gemini Lari, divenuti poi questi custodi della romana città.
V’erano poi anche leInferiæ, e sacrifizi in onore degli Dei d’Averno, che celebravansi a notte dal sagrificatore seguito dagli Editui, o guardiani, che avevano la cura de’ templi, dai Camilli e Camille, giovanetti che assistevano ai sagrifzi, dai popi o ministri che menavan le vittime, le quali erano in tale occasione un bue ed una pecora, e dai vittimarj, e talvolta anche dai littori preceduti dal suono dei siticini e daipræclamitatores, che ingiungevan la sospensione del lavoro. Accoltisi questi intorno all’ara uno de’præclamitatoresbandiva alla accorsa plebe silenzio, acciò non isfuggisse pur una voce di sinistro augurio:
. . . .Vos pueri et puellæIam virum expertæ, male ominatisParcite verbis[275].
. . . .Vos pueri et puellæIam virum expertæ, male ominatisParcite verbis[275].
. . . .Vos pueri et puellæ
Iam virum expertæ, male ominatis
Parcite verbis[275].
E il sacerdote compiva allora il sagrificio, invocando i nomi terribili di Ecate e di Proserpina, ed aspergeva di vino il sepolcro.
Da’ riti funerarii è naturale il passaggio a ragionar de’ sepolcri, che i romani ergevano a memoria ed onoranza de’ loro cari ed illustri defunti. Dirò di essi prima di particolareggiar di quelli che troveremo schierati lungo la Via delle Tombe di Pompei, per la quale mi sono proposto di condurre il mio benevolo lettore.
Come semplici erano stati i primi costumi di Roma; semplici e modeste erano pure state le loro tombe; ma poichè ebbero i nipoti di Romolo a fare prima cogli Etruschi e poi colla Grecia, impararono così dall’un popolo e dall’altro solennità e pompe che vennero ogni dì più, anche per loro aggiunzioni, crescendo. Già dissi de’ ludi gladiatorj introdottisi ne’ funerali allorchè volevansi splendidi e solenni: ora delle sepolture, le quali furono grandiose spesso, maravigliose talvolta, a seconda delle fortune del trapassato.
La legge delle XII Tavole vietò il seppellire in città: epperò convien rintracciare le tombe e i mausolei fuori di essa, lungo le vie più frequentate e vaste. Così sorsero sulla via Appia principalmente, sulla Aurelia, Lavicana, Ostiense, Flaminia, Prenestina, Salaria e Tiburtina, e a’ nostri giorni ancora trovansi molti cippi e colonne sepolcrali che attestano dell’estensionedel terreno, in antico consacrato all’inumazione, ed anche Giovenale chiude laSatiraI coi versi che ricordano la via Flaminia e la Latina come frequentatissime di sepolture:
Experiar quid concedatur in illos,Quorum Flaminia tegitur cinis atque Latina[276],
Experiar quid concedatur in illos,Quorum Flaminia tegitur cinis atque Latina[276],
Experiar quid concedatur in illos,
Quorum Flaminia tegitur cinis atque Latina[276],
alludendo appunto a siffatto costume.
Se, al dir di Varrone, i monumenti si collocavano lunghesso le vie per tenere continuamente viva nel pensiero del viandante l’idea della loro fralezza:sic monimenta quæ in sepulcris; et ideo secundam viam quo prætereuntes admoneant et se fuisse et illos esse mortales[277]; non mancavano tuttavia di coloro che aborrissero avere loro tomba in luoghi così publici e rumorosi; e tra questi il già più volte citato Properzio fa voti perchè la sua Cinzia, lui morto, non gli abbia ad alzare in essi la tomba.
Dî faciant, mea ne terra locat ossa frequenti,Qua facit assiduo tramite vulgus iter.Post mortem tumuli sic infamantur amantem;Me teget arborea devia terra coma.Aut humet ignotæ cumulus vallatus arenæ:Non juvat in media nomen habere via[278].
Dî faciant, mea ne terra locat ossa frequenti,Qua facit assiduo tramite vulgus iter.Post mortem tumuli sic infamantur amantem;Me teget arborea devia terra coma.Aut humet ignotæ cumulus vallatus arenæ:Non juvat in media nomen habere via[278].
Dî faciant, mea ne terra locat ossa frequenti,
Qua facit assiduo tramite vulgus iter.
Post mortem tumuli sic infamantur amantem;
Me teget arborea devia terra coma.
Aut humet ignotæ cumulus vallatus arenæ:
Non juvat in media nomen habere via[278].
Non altrimenti, se mi è lecito esprimere qui il mio proprio sentimento, io direi per me de’ moderni cimiteri monumentali, dove la curiosità e l’arte sostituiscono sempre il dolore e il religioso raccoglimento.
Fuor di Pompei, la Via delle Tombe s’aprì nel sobborgo Augusto Felice, cioè immediatamente fuori della città, nè più nè meno dunque che in Roma e in tutte le città, si può dire, del mondo romano.
V’erano per altro eccezioni: le Vestali avevano il privilegio del sepolcro entro le mura e l’ebbero, per singolar privilegio, Valerio Publicola, Tuberto, Fabrizio, Cesare; e Trajano fu il solo degli imperatoricui venisse concessa la sepoltura in città. La famiglia Claudia aveva pure tal privilegio della sepoltura sotto il Campidoglio. I discendenti di Publicola, che con lui avevano ottenuto il diritto della sepoltura in città, in fatto non se ne valsero, poichè, al dir di Plutarco, contentavansi di mettere un ardente torchio sulla tomba di famiglia al verificarsi d’ogni morte, facendo del resto i loro congiunti seppellire nella contrada di Velia.
Di grandi e spesso enormi spese, come dissi, profondevano ne’ sepolcri e ne’ monumenti i Romani e ne stanno a testimonianza ancora la piramide di Cajo Cestio, la tomba di Cecilia Metella e la Mole Adriana e non era sempre un pensiero di sfarzo e d’orgoglio che presiedeva a queste opere, ma più sovente il sentimento di pietà e d’amore che li animava e ciò leggiadramente espresse il francese Roucher ne’ seguenti versi che reco nel loro idioma:
Ce respect pour les morte, fruit d’une erreur grossière,Touchait peu, je le sais, une froide poussière,Qui, tôt ou tard s’envole éparse au gré des vents,Et qui n’a plus enfin de nom chez les vivants;Mais ces tristes honneurs, ces funèbres hommagesRamenaient les regards sur des chères images;Le cœur près des tombeaux traissaillait raniméEt l’on aimait encore ce qu’on avait aimé.
Ce respect pour les morte, fruit d’une erreur grossière,Touchait peu, je le sais, une froide poussière,Qui, tôt ou tard s’envole éparse au gré des vents,Et qui n’a plus enfin de nom chez les vivants;Mais ces tristes honneurs, ces funèbres hommagesRamenaient les regards sur des chères images;Le cœur près des tombeaux traissaillait raniméEt l’on aimait encore ce qu’on avait aimé.
Ce respect pour les morte, fruit d’une erreur grossière,
Touchait peu, je le sais, une froide poussière,
Qui, tôt ou tard s’envole éparse au gré des vents,
Et qui n’a plus enfin de nom chez les vivants;
Mais ces tristes honneurs, ces funèbres hommages
Ramenaient les regards sur des chères images;
Le cœur près des tombeaux traissaillait ranimé
Et l’on aimait encore ce qu’on avait aimé.
Epperò i ricchi fabbricavano nelle proprie ville i sepolcri in forma di edicole di buona e severa architettura e le quali decoravano di statue, di pitture e musaici,di vasi e di urne di eletti marmi. E siccome sa il lettore che degli estinti non serbavansi che le ceneri leggiere, come Paolo Emilio in Properzio dice alla consorte:
En sum quod digitis quinque levatur onus[279];
En sum quod digitis quinque levatur onus[279];
En sum quod digitis quinque levatur onus[279];
così non ad un solo defunto destinavasi ciascun sepolcreto, ma a tutti i defunti d’una famiglia, compresi pure i liberti, collocandosi le ceneri in altrettante nicchie; onde appellavasisepulcrum familiare, perchèsibi quis familiæque suæ constituebat[280], di che se ne trovò esempio in Pompei;Sepulcrum comunedicevasi quella stanza che riceveva le ceneri di più persone appartenenti a più famiglie, disposte a dueollæ cinerariæper colombajo.
Sepolcri ereditarj eran poi quelliquæ sibi hæredibusque suis, o quæ paterfamilias jure hæreditario aquisivit[281]; ma se dovevan servire per determinate persone, solevano apporvi le lettereH. M. H. N. S.cioèHoc monumentum hæredes non sequitur, o alle tre ultime lettere sostituivansi questeA. H. N. T., vale a direAd Hæredes non transit[282], come se ne ha memoria in quel passo di Orazio:
Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrumHic dabat, heredes monumentum ne sequeretur[283].
Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrumHic dabat, heredes monumentum ne sequeretur[283].
Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrum
Hic dabat, heredes monumentum ne sequeretur[283].
Co’ sepolcri propriamente detti non voglionsi confondere i cenotafi, monumenti onorarii, che venivano dal popolo eretti alla memoria di quegli illustri uomini ch’erano morti per la patria; onde egregiamente e con tutta ragione poteva Ugo Foscolo nel succitato suo Carme de’Sepolcridire:
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
e le annuali feste e le cerimonie religiose che inoltre vi si praticavano valevano veramente a tramandare a’ posteri la memoria de’ nomi e delle gesta gloriose:
Religïon che con diversi ritiLe virtù patrie e la pietà congiuntaTradussero per lungo ordine di anni[284].
Religïon che con diversi ritiLe virtù patrie e la pietà congiuntaTradussero per lungo ordine di anni[284].
Religïon che con diversi riti
Le virtù patrie e la pietà congiunta
Tradussero per lungo ordine di anni[284].
Nondimeno questi monumenti che si elevavano aspesa pubblica e per cagione d’onore, rispondendo al significato delle due parole greche onde il nome si componeva, non contenevano le ceneri o gli avanzi del corpo della persona che si voleva onorare: erano costruzioni semplicemente commemorative, come sono oggidì talune di quelle che sorgono nel tempio di Santa Croce in Firenze, che si vorrebbe fare il Panteon degli illustri italiani; onde Virgilio nel lib. III dell’Eneideappellò eziandio tal sorta di tumulitumulus inanis, o vuoto, là appunto dove ricorda il cenotafio rizzato da Andromaca ad Ettore suo marito.
I luoghi per altro, sui quali si innalzavano i cenotafi non erano sacri, come quelli de’ sepolcri.
Ma se a sepolcri e monumenti di ricchi e maggiorenti erigevansi cenotafii, mausolei, vôlte sepolcrali, piramidi ed altrettali opere architettoniche e scultorie; per cittadini minori, o poveri, adottavansi corrispondenti segni meno dispendiosi. Tali erano lecolumellæ, dette anche dai Latinicippi; lemensæ, le tavole quadrangolari più lunghe che larghe; ilabellæolabra, che erano pietre a forma di bacino; learcæsomiglianti a forzieri, sorrette per lo più su’ piedi di lione o d’altro animale.
Ageno Orbico ricordò varii luoghi ne’ sobborghi di Roma, dove stavano moltissimi sepolcri di persone del volgo e di schiavi.Sestertiumdenominavasi il campo, pure fuori delle mura, dove seppellivansi lepersone ch’erano state per ordine degli imperatori mandate a morte; nè a me è dato ricordarle, senza ad un tempo rammemorare la interessantissima scena che vi fa svolgere nel suo bello e dotto romanzoTito Vezioil patriotta Luigi Castellazzo, cui una straordinaria modestia ha consigliato ascondersi sotto il pseudonimo di Anselmo Rivalta.
Allorchè sulle iscrizioni de’ sepolcri leggevansi le paroletacito nomine, sottacendosi ad un tempo il nome delle persone alle quali appartenevano, significavano esse che racchiudessero persone dichiarate infami.
A’ sepolcri de’ semplici cittadini era espressamente vietato di aggiungere fregi, ove non fossero o una colonna di non oltre i tre cubiti di altezza, statue ed emblemi della professione che il defunto aveva esercitata.
Le iscrizioni incominciavano colle due lettere greche Θ Κ, che corrispondevano aDiis Manibus, come assai sovente usiam pur noi sostituendo, secondo la nostra credenza, le lettere D. O. M. cioè,Deo Optimo Maximo, opΧ il monogramma di Cristo.
Era poi concesso piantare presso le tombe olmi e cipressi, perchè alberi non producenti frutti; ed educarvi olezzanti fiori, come testimonia Ugo Foscolo nel lodatissimo suo Carme già citato:
Ma cipressi e cedriDi puri effluvii i zefiri impregnando,Perenne verde protendean sull’urnePer memoria perenne....Le fontane versando acque lustraliAmaranti educavano e vïoleSu la funebre zolla[285].
Ma cipressi e cedriDi puri effluvii i zefiri impregnando,Perenne verde protendean sull’urnePer memoria perenne....Le fontane versando acque lustraliAmaranti educavano e vïoleSu la funebre zolla[285].
Ma cipressi e cedri
Di puri effluvii i zefiri impregnando,
Perenne verde protendean sull’urne
Per memoria perenne....
Le fontane versando acque lustrali
Amaranti educavano e vïole
Su la funebre zolla[285].
Frequenti poi erano le piccole are accanto alle tombe pei sacrifici, che nelle feste summentovate facevansi da congiunti ed eredi, a placar l’ombre dei diletti loro morti.
Era tutta adunque una religione, venerata e profonda questa verso i defunti, e dinnanzi alla quale s’arrestavano le disquisizioni ed i dubbi anche de’ filosofi più miscredenti.
Nulla quindi di più consentaneo a tale comune reverenza pei defunti e per le loro dimore, che l’esistenza di apposite leggi, le quali guarentissero l’inviolabilità e il rispetto delle tombe. Troviamo infatti nelCorpus Juris, prima nel Lib. XLVII il Tit. XII; poi tutto il Titolo XIX che trattanDe sepulcro violato. Nel primo è comminata l’infamia come conseguenza dell’azione di violato sepolcro, oltre diverse altre pene inflitte a chi manomettesse cadaveri, ossuarj e tombe: nel secondo è irrogata la condanna alle miniere allo schiavo colto a demolire sepolcri, ed alla relegazione se il faceva d’ordine od autorità del padrone. Chiunque poi avesse violato i sepolcridomosdefunctorum, sottraendovi sassi, marmi, colonne, od altro qualunque materiale, per servirsene ad uso di fabbrica, o turbando corpi sepolti o reliquie, multato di ingente pena pecunaria; punito il giudice perfino in venticinque libre d’oro quando avesse negletto di castigare i violatori di sepolcri. E come per legge antica codesti profanatori di tombe punivansi della pena del sacrilegio; così anche ai tempo del basso impero si fu costretti a richiamare la medesima severa sanzione penale; argomento codesto a ritenere che si fosse infiltrato poco a poco ne’ degeneri nipoti la mancanza di rispetto a’ sepolcri. Così era assolutamente vietato l’impedire, sotto pretesto di debito, la sepoltura del defunto, colla comminatoria di cinquanta libre di multa, e in difetto pagasse di sua persona avanti il giudice competente; non potendosi tampoco nè molestare il moribondo, nè turbare il funerale, pena l’infamia, e posta al bando la terza parte de’ beni del disturbatore.
Nel libro XLVIIIDigestorum, Tit. XXIVDe cadaveribus Punitorum, apprendiamo come non si potessero negare a’ congiunti i corpi di coloro che fossero stati condannati nel capo, citandosi l’autorità del divo Augusto, che nel libro XDe Vita sua, ebbe a scrivere aver egli ciò voluto che si osservasse. Il giureconsulto Paolo poi lasciò ricordato che i cadaveri de’ condannati, dietro domanda di chicchessia, si lasciasse che venissero dati alla sepoltura; solo ideportati nelle isole ed i relegati, restando anche dopo la morte la pena, non fosse lecito che venissero trasferiti e sepolti senza licenza del Principe; ciò che del resto il Principe soventissime volte accordava.
Finalmente, nel Lib. I.Receptarum sententiarumdi Giulio Paolo, Tit. XXI, che versaDe sepulcris et Lugendis, è sancito come allora che per invasione di fiume, o timore alcuno abbiasi a togliere un cadavere già consegnato a perpetua sepoltura, compiuti prima solenni sagrifici, abbiasi a compiere la traslazione di notte tempo; che a non funestare i luoghi sacri della città, non sia lecito portar cadaveri dentro di essa sotto minaccia di punizione; che colui che trovasi in tempo di corrotto astener si debba dai convivii, dagli ornamenti e dalle vesti bianche; che la spesa funeraria debbasi imputare avanti tutti i debiti ereditarj, e per ultimo quegli che abbia spese per seppellire un morto od a cagione de’ funerali di lui, possa rivalersi appo l’erede, il padre od il padrone.
Il giureconsulto Paolo, alla legge ff.de injuriis, contemplò il fatto di chi avesse lapidato la statua di un defunto, e non ammettendo nè distinzioni, nè limitazioni, perchè l’animo maligno fosse evidente; rispose doversi quel fatto punire siccome ingiuria: nè a lui fece velo il vantaggio qualunque che da simile fatto ritenesse la storia, registrando che le male opere diquel cittadino avessero condotto a tanto sdegno il paese da meritare che dalla furia del popolo la sua statuasaxis cæsa fuissetvenisse da’ sassi abbattuta.
Intorno a che l’illustre scrittore di penale diritto prof. Francesco Carrara, nella sua dotta memoriaSulle ingiurie ai defunti, letta nello Ateneo di Brescia, nella tornata del 15 giugno 1873 e pubblicata nellaTemi Zanclea, a modo di epifonema commenta: «Così ragionavano gli antichi e così si durò a ragionare per secoli in Italia ed in Germania, dove lo spirito non usurpa le veci della sapienza, e dove una questione giuridica non si scioglie con un motto brillante.» E venne con copia d’argomenti a conchiudere, pur tenendo conto dell’interesse della storia, che sì sovente si invoca a diffamazione de’ defunti, che ultima conseguenza alla quale meni diritto un tale interesse sia che le calunnie lanciate contro i defunti nei fatti relativi alla vita pubblica dovrebbero dichiararsi perseguitabili adazione popolare, cioè ad azionepubblicaesercitata dal Pubblico Ministero nella sua rappresentanza dei contemporanei e dei posteri, cioè della società tradita ed ingannata da maligno calunniatore; osservando che Platone come moralista ci avrebbe guidato a questa conclusione con la sua nota formula deidoveri che legano i vivi verso gli estinti[286].
Via delle Tombe in Pompei.Vol. III, Cap. XXII.
Via delle Tombe in Pompei.Vol. III, Cap. XXII.
Poichè li lettore sa tutto ciò, che sull’argomento de’ trapassati e de’ sepolcri praticavasi in Roma e fuori di essa ne’ luoghi ad essa soggetti, restringendomi ora più presso al mio tema di Pompei, usciamo insieme dalla Porta Ercolanese ed inoltriamo nella Via delle Tombe di questa città, della quale era parte, anzi attraversava, com’egli già conosce, il Borgo Augusto Felice, dissotterrato dalle ceneri dal 1763 al 1770 e dal 1811 al 1814. La vista è imponente, presentandosi tutta fiancheggiata da sontuosi monumenti. E monumenti eziandio debbono essere stati sparsi per tutto il pendio della collina, tanto essendoci dato d’argomentare dalle varie elevazioni verdeggianti di essa.
È da questo punto, in cui s’è posto il piede nel sobborgo, il qual potrebbesi dire dei morti, che è dato comprendere in un sol colpo d’occhio tutto il corso della via antica infino ad oggi scoperta e di ammirare nel suo complesso l’elegante magnificenza di tanti ipogei, de’ quali fu detto a ragione presentare forme sconosciute all’architettura attuale ed all’arti moderne.
È all’uscire del pari di questa porta, che m’avvenne di ricordare altrove esservisi scoperto lo scheletro della sentinella, qui morta fedele alla sua consegna. Era eziandio prossima a tal luogo la tomba di M. Cerrinio Restituto, come ce lo appresero le due seguenti iscrizioni, di cui l’una è la fedele ripetizione dell’altra:
M. CERRINIVSRESTITVTVSAVGVSTAL. LOC. D. D. D.
Nel mezzo della cappella,sacellum, era una piccola ara, avente l’iscrizione medesima, ripetuta come dissi, ma disposta in questo modo:
M. CERRINIVSRESTITVTVSAVGVSTALISLOCO DATOD. D.[287].
Un semicerchio a manca, che dicevasischola, perchè ad uso di sedile, di tufo e pietre pomici, recava la seguente iscrizione, che chiarisce aver appartenuto al sepolcro di Anio di Marco Vejo:
A. VEIO M. F. II VIR. I. D.ITER QVINQ. TRIB. MILIT. AB. POPVL. EX D. D.[288].
Più grande è l’emiciclo detto di Mammia, scoperto nell’anno 1763, che racchiudeva il sepolcro di questa donna, che fu sacerdotessa pubblica, e al quale s’ascendeva per un passaggio aperto alle spalle dell’emiciclo. Era il sepolcro meglio costruito che siasi scoperto in Pompei. Aveva già un ordine di colonne joniche al di sopra di altro ordine dorico,su cui posavano alcune statue. L’interno era decorato da nicchie e pitture: in una delle prime stavano le ceneri di Mammia in un’urna di terra cotta chiusa in altra di piombo. L’iscrizione, in caratteri forti, così fu letta:
MAMMIAE P. F. SACERDOTI PVBLICAE LOCVSSEPVLTVRAE DATVS DECVRIONVM DECRETO[289].
Su d’un piccolo pilastro a fior di terra e non discosto dal sepolcro di Mammia, leggevasi l’iscrizione, che rammenta i versi che ho appena riferiti del Venosino Poeta:
M. PORCIM. F. EX DEC.DECRET. INFRONTEMPED. XXVIN AGRVMPED. XXV[290].
Avanti a questa tomba venne trovata una statua in abito consolare, forse quella di Porcio stesso, il quale era per avventura il padre della sacerdotessa Mammia.
Fra la tomba e l’emiciclo si rinvennero sedicicippi funerarii, parecchi di essi di marmo, su taluno dei quali si decifrarono le seguenti iscrizioni:
C. VENERIVSEPAPHRODITVS—ISTACIDIA. N. F.RVFILLA SACERD. PVBLICA—N. ISTACIDIOCAMPANO—CN. MELISSAEVSAPER—ISTAC....MENOIICI
Nello stesso luogo si trovarono frammenti di statue ed una lucerna in terra cotta con una figuretta avente nelle mani un fiore in basso rilievo, e colla iscrizione:
ANNVM NOVVM FAVSTVM FELICEM MIHI[291].
È da questa parte sinistra della via che si incontra quella casa che comunemente vien detta essere ilPompejanum, o villeggiatura di Cicerone, ch’egli colTusculumprediligeva sovra tutte l’altre sue ville, se per ornarla con magnificenza ebbe a incontrar debiti, come lasciò scritto in una sua lettera ad Attico[292].Ne ho già parlato altrove, nè però mi ripeterò: solo piacendomi far notare al lettore come a ogni modo, sia questa od altra la casa del grande Oratore Romano, sarebbe sempre stata una ricca abitazione, che non tolse al suo proprietario di abitarla e decorarla riccamente. L’essere nella non lieta via delle tombe, dimostrerà ognor più come la religione de’ sepolcri non fosse accompagnata allora quanto adesso, per forza di superstizione, da alcun pensiero di orrore. Ove poi si rifletta aver Cicerone difeso Publio Silla, che fu il primo patrono della Colonia Veneria Cornelia, nulla di più probabile apparirà che ne abbia ricevuto in guiderdone il terreno di quella casa e poi anche la casa stessa, che per essere nelPagus Felix, spettava alla Colonia militare, la quale, giusta quanto m’accadde di più volte notare, Lucio Cornelio Silla vi aveva dedotta, e che però avesse appartenuto a lui.
Lungo questo lato è pur il sepolcro di Scauro, della tribù Menenia, che vuolsi dal punto di vista archeologico considerare siccome il più interessante, di quanti sepolcri si sono scoperti a Pompei. La base è quadrata ed è di tufo vulcanico: essa poggia con tre gradini sovra altra base più grande della stessa forma e materia, e nella quale è praticata la camera sepolcrale, ocolumbarium, con quattordici nicchie, come quadrato ne è il cippo. Il lato che è ora rivestito d’un ampio tavolo di marmo, il cui angolo superiore sinistro, essendo spezzato e perduto,lasciò imperfetta la iscrizione, che completata non a guari dallo studio, suona così:
A VMBRICIO A. F. MENSCAVROII VIR. I. D.HVIC DECVRIONXES LOCVM MONVM.ET HS ∞ ∞ IN FVNERE ET STATVAM AEQUESTRFORO PONENDAM CENSVERVNTSCAVRVS PATER FILIO[293].
Il gran basamento inferiore offriva già rappresentazioni a basso rilievo di stucco, oggi pel gelo compiutamente scomparse. In uno de’ quadri vedevansi due bestiarii con lance: l’un d’essi combatteva contro di un lupo, l’altro contro di un toro. Alcuni cani inseguivano de’ cinghiali furiosi, cervi e lepri correvano a precipitosa fuga. In un quadro superiore scorgevansi gladiatori armati di tutto punto che battevansi a oltranza, altri a cavallo che scagliavano lance a costoro; era curioso che dovessero menarbotte all’orba, perchè le visiere de’ loro elmetti mancassero delle fessure per gli occhi. Interessa il vederne ricordati in grossolani caratteri neri i nomi con una cifra accanto; indicante il numero delle vittorie riportate. L’uno è nominatoBebrix, cioè della Bebricia in Asia e riportò quindici vittorie, il suo avversario èNubiliore ne conta undici; di altri due non è leggibile il nome. Degli altri quattro gladiatori, duesecutorese dueretiarii, alle prese fra loro, leggesi il nome di Nitimus, reziario vittorioso cinque volte, e diHippolitus, secutor, degli altri due no. Quello che pugna conNitimusvedesi ferito, cadere implorando la pietà degli spettatori, offerendo ad un tempo la gola al ferro del vincitore, come era la pratica già da me esposta nel capitolo dell’Anfiteatro. Superiormente a questi bassi rilievi stava una iscrizione, nella quale si lesse il nome diQuintus Ampliatus, il capo forse di questa famiglia gladiatoria, ed al quale per avventura spettava la tomba, perocchè si creda da molti che la tavola di marmo colla iscrizione di Scauro surriferita, trovatasi bensì di poco discosta, non le appartenesse, ma là venisse collocata, perchè scomparsa, per la rovina del tempo, ogni decorazione.
Eravi un terzo quadro sulla porticina con cinque figure di gladiatori armati, di cui l’uno egualmente ferito a morte.
Sepolcro circolareè quello che segue subito, conbase quadrata e torre rotonda su di essa. Sulle piccole piramidi del recinto sono i bassirilievi di stucco rappresentanti una donna che fa l’offerta su di una acerra, e un’altra che depone un lino sul suo bambino caduto sulle rovine, forse quelle del tremuoto del 63.
Appresso a questi sepolcri elevasi a poca altezza un cippo, sulla cui sommità figura una testa, sotto la quale si allargano le spalle, rendendo da lunge la figura d’uomo, quasi significasse l’ombra d’un defunto. Sul ventre, o specchio che vogliasi altrimenti dire, di essa, è questa iscrizione:
IVNONITYCHES IVLIAEAVGVSTAE VENER[295].
Questa Tiche è la stessa Tiche Nevoleja che ha altro maggiore monumento in questa medesima funerale campagna? Taluni il pensarono: altri la vogliono una sorella di essa: ambe poi furono certamente addette al servizio di Giulia figliuola d’Augusto.
Non credasi qui che la parolaJunoniaccenni alla Dea di questo nome, come erroneamente interpretò l’abate Romanelli, ma sì al genio tutelare di Tiche; perocchèJunonessi dicessero appunto le fate e gli angeli custodi di sesso femminino, dei quali si credevache uno nascesse insieme a ciascuna donna, destinato a vegliarla tutta la vita ed a morire con lei. Sono figurate, dice Rych nel suoDizionario delle Antichità, come giovani donzelle, colle ali di pipistrello o di falena e vestite da capo a piedi come è in una dipintura di Pompei; mentre l’angelo maschile (Genius, Silvanus) fosse abitualmente rappresentato nudo, o pressochè nudo e colle ali d’un uccello.
Tibullo consacra alla Giunone, o angelo custode di Delia e in nome di costei, l’elegia sesta del Lib. IV, che comincia appunto: