Chapter 13

Natalis Juno sanctos cape thuris honoresQuos tibi dat tenera docta puella manu[296].

Natalis Juno sanctos cape thuris honoresQuos tibi dat tenera docta puella manu[296].

Natalis Juno sanctos cape thuris honores

Quos tibi dat tenera docta puella manu[296].

In quanto all’ultima parola della iscrizione,Vener, io seguii la comune interpretazione, leggendoVenerea; altri però lesseroAugustæ Veneri, cioè a Venere Augusta: meglio sarebbe stato allora il direAugustæ Veneris, perchè sapendosi che la famiglia Giulia si faceva scendere da Venere, si avrebbe una spiegazione allora più razionale.

Che per altroVenereafosse una condizione di schiava o di liberta, ho già toccato nel Capitolo precedente e potevasi legare alVeneriumo luogo aggiuntoal bagno destinato non tanto a nettezza ed igiene del corpo, quanto a studio di piacere; onde abbiam già veduto considerato ilVeneriumnell’annunzio già riportato da una parete pompejana:In prædiis Juliæ Sp. F. locantur balneum, Venerium et nongentum tabernæ, pergulæ, cœnacula. Rosini nella già citataDissertatio Isagogica, trattando di altre due iscrizioni, nelle quali si nominano iVenerii, li crede schiavi che servissero a coloro che usavano del gabinetto venerio[297].

Si fecero maraviglie perchè questa Tiche fin nella propria tomba si vantasse d’essere stata mezzana di voluttà alla figliuola di Augusto; ma v’è da sorprendersi di ciò in tempo in cui Gajo Petronio, viceconsolo in pria in Bitinia e poi consolo, al dir di Tacito,fu fatto maestro delle delizie: niuna ne gustava a Nerone in tanta dovizia che Petronio non fusse arbitro?[298]

Un sepolcro incompiuto cui s’è dato il nome di Servilia e che succede a quello di Tiche, reca infatti questo frammento d’epigrafe, che per sè solo esprime gentilissimo affetto:SERVILIA AMICO ANIM...[299]; ma appunto per ciò non poteva essere la tomba di Servilia. Nelcolumbariumsi trovò un cippo collaiscrizioneLVCCEIA IANVARIA. La struttura del mausoleo è simile quasi a quello di Calvenzio Quieto, che è pur da questa parte, costruito da marmi bianchi e di bello stile. Appartiene al genere de’ cenotafi, non avendo nè porta, nècolumbarium, vuoto e fatto, cioè, a solo titolo di onoranza. Nella parte anteriore del quadrato è la seguente epigrafe:

C. CALVENTIO QVIETOAVGVSTALIHUIC OB MVNIFICENT. DECVRIONVMDECRETO ET POPVLI CONSENSV BISELLII[300]HONOR DATVS EST.

Sotto di essa vedesi sculto il bisellio, più compiuto ed elegante di quel di Munazio Fausto, del quale già parlai nella Storia e dirò ancora fra breve. Alle corone di quercia che i due lati del cippo recano, si argomentò che Calvenzio avesse anche conseguito l’onore della corona civica, ciò potendo essere autorizzati a ritenere dalle tre lettere O. C. S. (ob civem servatum) che si leggono sullo scanno. Le muraglie del recinto hanno basso rilievi in istucco, i quali orpiù non si distinguono: quelli dell’ara in marmo, leggiadramente decorata, vennero spiegati rappresentare Edipo in meditazione per indovinare l’enigma della Sfinge, Teseo in riposo, e una fanciulla che incendia il rogo.

Deltriclinium funebre, che è pur a sinistra formato da tre panchi di fabbrica e servienti alsilicerniumo banchetto funerale, dissi più sopra.

Dal destro lato della via vuolsi riguardare alla abitazione che si designò col nome diGiardino delle colonne in musaicood anco diSepolcro del Vaso blu, da quattro colonne in musaico, che sono uniche finora nel genere e però del più grande interesse, e da una magnifica anforella di vetro azzurro sulla quale è, in basso rilievo di bianco smalto, espressa una scena bacchica, per la quale vien considerata come il capo più importante della collezione de’ vetri antichi del Museo Nazionale. Questa tomba fu scoperta il 29 dicembre 1837. Di faccia all’ingresso è una fontana entro una nicchia di musaico a conchiglie e in mezzo alle stesse sorgeva un amorino in marmo che stringeva un’oca, dal cui becco bellamente zampillava l’acqua.

Segue la tomba dettadelle Ghirlandeda alcuni festoni sorretti da tre pilastri corintii. Essa è costruita di grossi massi di piperno rivestiti di stucco e due muri di fabbrica reticolata hanno a’ capi due are, denominateacerræsecondo Pompeo Festo, oaræ turicremæ,come vengono dette da Lucrezio (11, 353) e da Virgilio (Æneid.IV, 453), perchè vi si bruciava, ad onoranza de’ morti l’incenso; onde Ovidio (Heroid.2. 18) chiamòturicremi focile vampe che levavansi da esse e Lucano (Phars.lib. 9. 989)turicremi ignes.

L’albergo e scuderia che si rinviene da questa parte e di cui tenni già conto a suo luogo, è novello argomento del come indifferentemente gli antichi abitassero, senza il sacro orrore che pur inspirano oggidì le tombe, in mezzo alle stesse. L’assenza de’ cadaveri, la presenza delle sole ceneri vi doveva contribuire d’assai ad eliminarlo, l’impossibilità della corruzione non turbava la salubrità dell’aere.

Il sepolcrodalle porte di marmoè inopus reticulatum, cioè in materia di fabbrica ad aspetto di maglie di rete, ricoperta di stucco. La piccola porta nel basamento scorge ad una camera quasi sotterranea che riceve luce da piccolo spiraglio, sotto cui è una nicchia in cui si rinvenne un gran vaso d’alabastro orientale con ceneri ed ossa, un grande anello d’oro con zaffiro, sul quale era inciso un cervo, ambi ora al Museo Nazionale.

In un recinto che segue, due ceppi si trovarono che lo fecero chiamare il sepolcreto della famiglia Istacidia o Nistacidia, come altri scrivono, unendo la N. che i primi leggono separata sulle tre seguenti iscrizioni:

N. ISTACIDIVSHELENVS PAG.—N. ISTACIDIAESCAPIDI[302].

Sul muro di faccia alla via era scritta quest’altra iscrizione:

N. ISTACIDIO HELENOMAG. PAG. AVG.N. ISTACIDIO IANVARIOMESONIAE SATVLLAE IN AGROPEDES XV IN FRONTE PEDES XV[303].

Bréton trae occasione da questa iscrizione per determinare la lunghezza del piede in uso a Pompei, fissandola a 0 m, 287, stabilendo così la prova che i Campani avevano adottato il piede romano, del quale è tale appunto la lunghezza indicata da molti monumenti antichi.

Secondo poi le nuove ricerche del comm. L. Canina, di cui la scienza lamenta ancora la recente morte, la lunghezza reale del piede romano sarebbe stata di 0 m, 296.35. Il miglio romano componendosi di 5000 piedi, sarebbe stato per conseguenza di 1,481 m 75.

Tien dietro la Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto, de’ quali ho già riferita, nel Capitolo IV che tratta della Storia, la iscrizione ed al quale però rimando, a scanso di ripetizione[304]. È fra i più interessanti mausolei. Si compone di un gran basamento quadrilungo di marmo che posa per due gradini su altra gran base di pietre vulcaniche: ha un’elegante cornice, pregevoli ornati e termina ai lati estremi con un ravvolgimento di fogliami. Nella base superiore evvi scolpito il busto di Nevoleja: al disotto, dopo l’iscrizione, v’è in bassorilievo un sacrificio con diciotto figure in due gruppi; è la consacrazione del monumento. L’un gruppo è costituito dai magistrati municipali, colleghi di Munazio; l’altro da Nevoleja stessa e dalla sua famiglia. Dal lato verso la città è effigiato il bisellio, o seggio d’onore del quale trattai pur lungamente nel detto capitolo; dall’altro lato verso Ercolano una nave con due alberi, l’un diritto, traversale l’altro alla sommità del primo; da cui si sostiene una vela quadrata. Sta il pilota al timone: due giovanetti sono in atto d’ammainare la vela, mentre altri due si arrancano sulle corde, che un uomo va riunendo. Era codesta un’allegoria della vita umana, arrivata dopo la tempesta in porto, o piuttosto un simbolo della mercatura nella quale Munazio si sarebbearricchito? Significhi ciò che voglia: i particolari del naviglio non riescono meno interessanti allo studio della navigazione antica. La prora di questa nave è decorata da una testa di Minerva, la poppa termina in collo di cigno.

A mezzo d’una porta a sinistra del monumento e dietro di essa s’entra nella camera sepolcrale, di due metri in lunghezza e larghezza, con due fila di nicchie per le urne cinerarie che si trovarono al loro posto, ed erano in terra cotta, all’infuori d’una più grande olla d’argilla contenente le ceneri di Nevoleja stessa o di Munazio Fausto, o fors’anco d’entrambi. Tre belle urne di vetro chiuse ermeticamente contenevano al tempo di loro scoperta (1813), ceneri ed ossa galleggianti in un liquido che fu dall’analisi giudicato una mistura d’acqua, olio e vino, avanzo certo delle libazioni fatte nelle esequie.

Nelle urne di terra cotta si rinvennero altresì picciole monete, pel passaggio sulla palude stigia a Caronte e qualche lucerna di terra comune.

Chi fosse questa Nevoleja, può essere fantasticato, ma nulla si sa di positivo, all’infuori di quel che ne dice l’iscrizione; una liberta, cioè, di Giulia, figliuola dell’imperatore Augusto, forseconcubinadipoi di Munazio Fausto, col quale certo per la primitiva sua condizione non avrà potuto vincolarsi in giuste nozze con Munazio, augustale e maestro del sobborgo Augusto Felice, lo che equivarrebbe a sindaco o confaloniere de’ nostri giorni.

Dentro il recinto di questo sepolcreto si trovò un’urna coll’epigrafe:

C. MVNATIVS ATIMETVSVIX. ANNIS LVII[305].

Un bel mausoleo scoperto nell’anno 1812 in forma di ara, con zoccolo e cornice eleganti, sormontata quest’ultima da un plinto e da un bel fogliame d’alloro, sorge, perfettamente conservato, in travertino e la iscrizione che si ripete eguale nei due lati meridionale ed occidentale, lo dice spettante a Marco Allejo Lucio Libella padre e Marco Allejo Libella figlio. Eccola:

M. ALLEIO LVCIO LIBELLAE PATRI AEDILIII. VIR PRAEFECTO QUINQ. ET M. ALLEIO LIBELLAE F.DECVRIONI VIXIT ANNIS XVII LOCVS MONVMENTIPVBLICE DATVS EST ALLEIA M. F. DECIMILLA SACERDOSPVBLICA CERERIS FACIVNDVM CVRAVIT VIRO ET FILIO[306].

Questa iscrizione dà motivo a sorprendersi come mai a soli diciasette anni il figlio Marco Allejo Libella potesse essere già decurione in Pompei. Perocchè ognun rammenti che lesse le Epistole di Cicerone, come questi constatasse essere i pompeianiassai gelosi dell’onore del decurionato. Avendo uno de’ suoi amici sollecitato presso di lui perchè gli ottenesse una tal carica, egli rispose:Romæ si vis, habebis. Pompeis difficile est[307], significando essere più difficile cosa diventar decurione in Pompei, che non divenire Senatore in Roma.

Presso i Romani, non si poteva essere decurione in età al disotto de’ venticinque anni, come si può raccogliere nel libro secondo del Digesto:De Decurionibus: tuttavia potevasi derogare a questa legge in virtù di privilegio accordato a determinata famiglia che se ne fosse resa meritevole. Di questo novero doveva certamente essere stata la famiglia dei Libella in Pompei.

Da questo monumento dei due Libella, eretto dalla pietà di sposa e di madre, si passa al cenotafio diCejoeLabeone, epperò senza colombaio. Guasto assai di presente, un dì, attese le sue proporzioni grandiose quantunque irregolari, deve essere stato di non dubbia importanza. Vi dovevano essere bassorilievi di stucco e statue: forse quelle medesime che vennero rinvenute presso ed erano un personaggio in toga e parecchie matrone egregiamente palliate. Eranvi nel zoccolo del gran piedistallo delle iscrizioni in grossi caratteri rossi, ma così sbiaditi che non sipoterono leggere. Si lesse invece quella nello stesso monumento, che fu poi trasferita al Museo. Eccola:

L. CEIO L. F. MEN. L. LABEONITER D. V. I. D. QVINQ.MENOMACHVS L.[308].

Come superiormente ho fatto, nel leggere l’iscrizione sul monumento di Scauro, interpretando la parolaMEN, abbreviatura della prima linea, perdella Tribù Menenia; io pure, in questa di Lucio Cejo, interpretai con Mazois ed altri l’egual abbreviatura nella stessa maniera: Bréton nondimeno la dichiarò perMenomachus, adducendone una ragione abbastanza plausibile.Un usage, scrive egli,presque constant, était que les affranchis empruntassent le nom ou le surnom de leurs patrons, et que c’est sans doute ce qu’avait fait Menomachus fondateur du monument[309].

Nella camera mortuaria del monumento si raccolsero due balsamari di terra cotta e un’urna bellissima di vetro con ossa.

Il Bonucci afferma che qui presso, a piccola distanza l’uno dall’altro, si rinvenissero cinque scheletri, tra’ quali quello d’una donna di ricchissima taglia. Recavano sopra di sè monete di argento e di bronzoe un materozzolo di chiavi con de’ grimaldelli; lo che lascia supporre che fra di essi vi fosse qualche ladro rimasto nella città per esercitare il suo infame mestiere e che il Vesuvio lo abbia giustamente sorpreso e punito[310].

Dietro di tal monumento scopronsi le rovine di due grandi sepolcreti, ed evvi un recinto sepolcrale, ove erano diversi cippi che dicevansicolumellæ, perchè appunto erano colonnette,columellaessendo diminutivo dicolumna. Su d’una di essa era scritto:

ICEIVS COMMVNIS

Una columella che sta avanti una nicchia con un frontispizio segna il sepolcro di Salvio, fanciullo di anni 6, come lo fa sapere l’iscrizione:

SALVIVS PVERVIX. ANNIS VI.

Presso è altra nicchia in fondo della quale era dipinto un giovane, su cui pendevano ghirlande di fiori: era il sepolcro del fanciullo dodicenne, Numerio Velasio Grato, giusta l’epigrafe:

N. VELASIO GRATOVIX. ANN. XII.

Poichè sono a dire dellecolumelle, ne trovo ricordatauna nelViaggio a Pompeidell’Abate Domenico Romanelli, la quale terminava in un busto marmoreo con testa di bronzo e della quale parlarono gli Accademici Ercolanensi nellaDissertazione Isagogica. Si esprimeva nell’epigrafe essere il simulacrodi Cajo Norbano Sorice attore delle seconde parti nelle tragedie, maestro del pago suburbano Augusto Felice, cui fu assegnato il luogo per decreto de’ decurioni.

Così almeno traduce il Romanelli il seguente testo dell’epigrafe

C. NORBANI SORICISSECVNDARVMMAG. PAGI AVG. FELICISSVBVRBANIEX D. D. LOC. D.

Ed una tale traduzione egli eseguì dopo certo aver veduto le illustrazioni fattene dal signor Millin che appellaeruditoe dal signor De Clarac in due dissertazioni stampate in Napoli. Ma a me è pur lecito di domandarmi come mai ad un attore delle seconde parti nelle tragedie si potesse concedere l’onore dapprima di esseremaestro del pago, e poscia l’onor del posto speciale, per decreto de’ decurioni, se noi sappiamo che se a’ più grandi attori non isdegnavano i più eminenti uomini intimità ed affetto come a Roscio ed Esopo, agli altri, massime se minori, riserbavasi l’ignominioso titolo di istrione, la fustigazione del larario e il trattamento servile?

L’iscrizione d’altronde tace della qualità di Cajo Norbano Sorice, nè la parolasecundarumparmi, congiuntamente al resto dell’epigrafe, non autorizzi a sottintendere le parole che le si affibbianoactoris secundarum partium in tragœdiis.

Scoperta nel 1775, succede la camera sepolcrale di Gneo Vibrio Saturnino figlio di Quinto, della tribù Falerina, come si leggeva al di fuori del triclinio funebre unito, ci avverte la seguente iscrizione:

CN. VIBRIO Q. F. FAL.SATVRNINOCALLISTVS LIB.

Dissi che si leggeva, perchè ora l’iscrizione fu trasferita al Museo di Napoli. Piace anzitutto constatare nell’atto pietoso del liberto Callisto che a propria spesa rizza un monumento all’antico padrone come la riconoscenza fosse, più che del nostro, virtù de’ secoli andati; siffatti omaggi di liberti non erano infrequenti. Io ne ho già recati più d’uno.

Dopo di questo, ci troviam dinnanzi alle sepolture della famiglia Arria o di Diomede, state scoperte nell’anno 1774, le quali, per trovarvisi di fronte, diedero il nome alla casa di campagna, che già ho descritta, e fu ritenuta essere proprietà di Marco Arrio Diomede liberto.

La tomba di Diomede, il padre, è la prima e la più importante che esamineremo. La fronte del monumento la indica nella seguente iscrizione:

M. ARRIVS I. L. DIOMEDESSIBI SVIS MEMORIAEMIGISTER PAG. AVG. FELIC. SVBVRB[311].

La sigla che segue al nome diArrius, che io d’un tratto supplii con un I, ma che nel marmo ben non si comprende, fu interpretata diversamente. La più parte ritennero significareArrii, seguendo l’ermeneutica adottata da Bréton nel leggere l’iscrizione di Cejo; ma Bréton è poi curioso che, abbandonandola in questa iscrizione, abbia voluto leggere nella sigla una J, che interpretò perJuliæ. La ragione sola che costei potesse essere laJulia Felix, una de’ più ricchi proprietarj di Pompei, non pare nè seria, nè da accettarsi. Piuttosto dovrebbesi essere meglio inclinati a ritenerlo liberto di Giulia la figliuola di Augusto, che avanti la morte del padre chiamavasi Livia, e così sarebbe stato conservo di questa imperiale matrona colle due Tichi, di cui menzionammo più sopra le tombe. Greche di nome codeste due liberte, parimenti greco sarebbe il nome di Diomede: forse quindi tutti compatrioti.

Il monumento pompeggia sull’altezza d’un muro con un terrapieno che serve di base a questa tomba di famiglia; esso si costituisce di un frontispizio con pilastrini d’ordine corintio ai lati ed è in cattivo stato ed ha nulla di rimarchevole fuor che alcunifasci nella facciata, e due teste di marmo l’una di uomo, l’altra di donna, appena abozzate, che gli antichi avevano costume di collocar nei sepolcri per distinguerli.

Dietro la testa d’uomo, era questa iscrizione:

M. ARRIOPRIMOGENI

e ricordava il primogenito della famiglia di Diomede. Dietro la testa della donna eravi quest’altra:

ARRIAE M. L.VIIII

e ricordava la nona figlia di Marco Arrio Diomede liberto.

Sul detto muro inferiore poi che serve di monumento sepolcrale ad un’altra figlia del medesimo, sta questa iscrizione:

ARRIAE M. F.DIOMEDES L. SIBI SVIS

Tutta insomma una famiglia.

Presso questo sepolcreto di famiglia è un vasto recinto che si prolonga verso la strada ed è tutto circondato da un solido muro che sosteneva un terrapieno, nel quale si videro de’ tubi per lo scolo delle acque: forse era tal luogo ilsepulcrum comuneo cimitero delle classi inferiori, ed anche l’ustrinum. Vi si riconobbero infatti ossa umane in copia e reliquie di funebri banchetti.

E qui ha fine tutto quanto la Via delle Tombe in Pompei può presentar di rimarchevole e giova ad illustrare quanto m’accadde di dire intorno alla religione de’ morti nell’antichità romana.

Solo mi corre obbligo adesso, a pieno compimento e prima di congedarmi da questo capitolo onde si chiude il mio qualunque lavoro, di segnalare al buon lettore che mi ha seguito fin qui, una particolarità, che vale egualmente a confermare l’uso romano che tutti i sobborghi d’una città servissero a sepolture. Gli scavi eseguiti ne’ mesi di maggio e giugno 1854 fuori dell’altra porta pompejana detta di Nola hanno condotto a scoprire molte urne in terra cotta contenenti ceneri di bruciati cadaveri, e chi sa che altrettanto non venga forse di constatare negli scavi ulteriori fuori delle altre porte? Questo verificandosi, sarebbesi tratti allora a mettere in sodo che non solo a Roma, ma fuori quasi tutte le porte di tutte le città conformate agli usi di Roma, e più specialmente nelle colonie, si praticasse seppellire i defunti; cioè riporre le loro ceneri — perocchè non si costumasse inumarli — e rizzare monumenti funebri ed ipogei.

La quale consuetudine rispondeva al bisogno che provavasi e che son venuto dimostrando di onorare la memoria dei cari trapassati, avendone le dilette reliquie in vicinanza delle abitazioni, nè punto comprometteva la pubblica igiene. Non era come de’ nostri cimiterisuburbani, che raccogliendo non le ceneri, ma i cadaveri, saturano delle loro decomposizioni la terra, corrompono di loro esalazioni l’aere e infettano le acque che vi filtrano e via trascorrono seco traendo i tristi elementi della putrefazione, germi ignorati di epidemie e d’altri mali: il fuoco invece lasciava ceneri purificate ed innocue, e spogliava le tombe di quell’orrore — sia pur sacro — che adesso ispirano, malgrado vadano i sacri recinti eretti con superbe architetture e decorati di splendidi e marmorei monumenti.

Ond’è che naturalmente son condotto a chiudere l’argomento coll’associarmi al voto di chi in oggi si fè apostolo del ritorno al sistema della cremazione, come quello che sia per essere il solo che ci permetterà d’aver per sempre e senza nocumento a noi vicini i preziosi avanzi dei nostri cari.


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