Chapter 8

Supplicibus verbis illa placate; sub illaEt forma et mores, et bona fama manent[157].

Supplicibus verbis illa placate; sub illaEt forma et mores, et bona fama manent[157].

Supplicibus verbis illa placate; sub illa

Et forma et mores, et bona fama manent[157].

Nè erano le peggiori inverecondie quelle che si commettevano in onore di Venere: i misteri d’Iside ho già detto altrove quanto fossero peggiori ed orribili, e come avessero, per le loro infami oscenità,a provocare ben dieci volte il bando da Roma il culto dell’egizia Dea; nè qui pertanto mi farò a ripetere le stesse cose, rinviando il lettore a quelle pagine[158].

Oltre le feste di Flora e di Pane, di Bacco, di Iside e di Venere, tutte invereconde, celebravansi eziandio le Priapee in onore di Priapo. Sa già il lettore come in Egitto si portasse in processione ilphallus, suo primo attributo e distintivo, e i mitologi anzi affermano che Oro colà fosse quanto in Grecia e in Italia Priapo. Se tale l’origine, il suo culto passò quindi in Grecia, dove naturalizzando il dio, lo fecero nativo di Lampsaco, frutto degli adulteri amori di Venere e di Bacco. Grecia ne fe’ dono all’Italia ed ebbe tempio in Roma sul colle Esquilino. Come in Grecia, anche in Roma, gli impotenti mariti faceangli offerte e sagrifici e le donne dissolute tributavangli un particolare culto, nel quale la licenza era spinta all’ultimo eccesso.

Poscia crebbe in venerazione, perchè a questo nume si assegnò la speciale protezione e custodia degli orti e inalberavasi a spauracchio degli uccelli voraci, onde Virgilio il chiamassecustos furum ed avium[159]e fu ben anco tenuto come scongiuro contro le maleinfluenze e detto perciòFascinus, come già m’avvenne di dire, e così gli emblemi itifallici portati perfin da fanciulli e da donzelle al collo, come farebbesi ora del più innocente gingillo, e publicamente esposti su’ fondaci e botteghe. Si sa inoltre che le nuove spose fossero dal rito obbligate disporsi a cavalcione d’un priapo, di che è memoria in una piccola statua che si conserva in Roma, e forse vi accenna quel grande fallo di bronzo rivestito di lamina d’argento, rinvenuto in Pompei e che si conserva nel gabinetto degli oggetti riservati al Museo Nazionale di Napoli, e il quale è in forma di quadrupede itifallico, avente le sole gambe posteriori, e la coda di cui termina pure in fallo. Esso è cavalcato da una donna. Pendono dalle zampe, affidati a piccole catene, due tintinnabuli quadrati, ed è sospeso ad una catena con anello[160].

Le feste Priapee celebravansi dalle donne soltanto. Un basso rilievo fatto incidere da Boissart, che riproduce la cerimonia, rappresenta la sacerdotessa che asperge la statua del Dio, mentre le altre donne gli presentano canestri di frutta ed anfore di vino. Altre ancora sono in atto di danzare suonando uno strumento molto somigliante ad un cerchio: due suonanola tibia, una tiene il sistro, in che manifesta l’origine egizia; un’altra vestita da Baccante porta sulle sue spalle un fanciullo; altre quattro sono occupate al sagrificio dell’asino che veniagli offerto, questo essendo l’animale appunto odioso al Dio, per avergli co’ suoi ragli più volte turbati i suoi impudici tentativi sulla ninfa Lotide dormiente e sulla Dea Vesta egualmente addormentata. E priapee dicevansi pure certe oscene composizioni fatte in onore del Dio di Lampsaco, che s’appendevano alle statue di lui, per lo più in esse rappresentato sotto la forma di Erme con corna di becco, orecchie di capra e con corona di foglie di vite o d’albero, e collocate ne’ giardini ne’ boschetti e presso le fontane.

Ma se in Roma aveva l’impuro nume culto ed altare, maggiore venerazione otteneva nella Campania. Ercolano e Pompei ne fornirono irrecusabili prove. Io pure ho qualche segno itifallico di quei luoghi: l’opera mia ha già di tali prove più d’una volta tenuto conto al lettore.

Odasi Winkelmann che ne dica:

«Gli amatori e gli intelligenti dell’arte distinguono a Portici (nel Museo), nel numero delle figure, un Priapo che è veramente degno di tutta l’attenzione. Non è egli più lungo di un dito, ma è desso eseguito con tant’arte che si potrebbe riguardarlo come uno studio di notomia, tanto preciso che Michelangelo, per quanto fosse egli gran notomista,nulla di meglio avrebbe potuto eseguire. Sembra che questo Priapo faccia una specie di gesto comune agli italiani, ma affatto ignoto agli stranieri, quindi difficilmente potrò far loro intendere la descrizione che m’accingo a farne. Questa figura tira al basso l’inferiore palpebra coll’indice della destra mano appoggiato all’osso della gota, mentre la testa verso la stessa è inclinata. Convien credere che un tal gesto fosse usato dagli antichi pantomimi e che avesse diversi espressivi significati. Quello che lo faceva stava in silenzio e parea che mediante quel muto linguaggio volesse dire: non fidarti di lui; egli è scaltro e ne sa più di te; oppure: ei crede di prendermi per giuoco: io l’ho colto: o finalmente: tu t’incammini bene! Tu hai trovato pane pei tuoi denti. Colla mano sinistra, la figura medesima fa quello cui gli italiani appellanofar castagne, gesto il quale consiste nel collocare il pollice fra l’indice e il dito di mezzo, per far allusione alla fessura che si fa alla scorza delle castagne, prima di arrostirle.

«Nello stesso gabinetto, si vede un Priapo di bronzo, attaccato con una piccola mano facendo il medesimo gesto. Tal sorta di mani frequentemente s’incontrano ne’ gabinetti, e tutti sanno che presso gli antichi tenean luogo di amuleti, oppure, lo che è lo stesso, si portavano siccome preservativi contro gli incantesimi e le cattive occhiate. Per quanto ridicola fosse quella superstiziosa pratica, nulladimenosi è essa conservata sino a’ nostri giorni nel basso popolo del regno di Napoli. Io ho vedute parecchie di queste mani, che alcuni hanno la semplicità di portare appesa al braccio o al petto. Il più di sovente si attaccan eglino al braccio una mezzaluna d’argento chiamata nel loro vernacolo laluna pezziara, vale a dire la luna puntata, e che essi riguardano come un preservativo contro l’epilessia; ma è d’uopo che quella luna sia stata fabbricata coll’elemosina raccolta da quella persona stessa che dee farne uso; e che poscia venga portata a un sacerdote affin ch’egli la benedica. Potrebbe darsi che il gran numero di mezze lune, le quali trovansi nel gabinetto di Portici servissero allo stesso oggetto di superstizione. Gli Ateniesi le portavano al cuojo del tallone della loro calzatura sotto la cavicchia del piede.

«Nel gran numero dei Priapi, alcuni se ne veggono con ali e con campanelli appesi a catene intrecciate, e spesse volte la parte superiore in una groppa di un lione, il quale si gratta colla sinistra zampa, come fanno i piccioni sotto le loro ali, quando sono in amore, e per eccitarsi, da quanto dicasi, al piacere. I campanelli sono di metallo, legati in argento; il loro suono doveva produrre probabilmente un effetto a un di presso somigliante a quello de’ campanelli che veniano posti sugli scudi degli antichi; questi erano per ispirare terrore;quelli avevano per iscopo di allontanare i cattivi geni. I campanelli facean parte eziandio del vestimento di coloro che ai misteri di Bacco erano iniziati.»

Ora, visitando il Museo Nazionale in Napoli, dove tutti gli oggetti più importanti degli scavi, sì d’Ercolano che di Pompei, sono stati diligentemente radunati e si vanno illustrando sotto la direzione dell’illustre Fiorelli, si può visitare il gabinetto dove furono rinchiusi tutti gli oggetti d’arte pornografici, come pitture erotiche, statuette lubriche, emblemi itifallici ed altre congeneri curiosità, ed anzi dagli studiosi, che pur da tutto argomentano per la storia del costume antico, può essere acquistata separatamente presso l’Economo della Amministrazione laRaccolta Pornografica, che forma una sezione del Catalogo del Museo Nazionale.

Mette conto di qui far cenno delle sorti subite dalla Raccolta Pornografica, epperò lascerò che parli il Fiorelli nello speciale proemio mandato innanzi da lui al Catalogo summentovato di essa.

— LaRaccolta Pornografica, scrive egli, fondandosi anche su quanto ne scrisse il suo predecessore Marchese Arditi, venne costituita nell’anno 1819, a richiesta di Francesco I, Duca di Calabria, il quale nel visitare il Museo osservò che sarebbe statacosa ben fatta di chiudere tutti gli oggetti osceni, di qualunque materia essi fossero, in una stanza, alla quale avesserounicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale[161]. Essa fu composta di 102 oggetti, ed ebbe nome diGabinetto degli oggetti osceni, che il 28 agosto 1823 mutò in quello degli oggetti riservati, con l’assoluta inibizione di mostrarsi a chichessia, senza averne prima ottenuto il permesso dal Re. Durò in tal guisa più o meno visibile sino al 1849, quando la ipocrita religiosità degli agenti del Governo provocò ordini severi, onde fossero chiuse e ribadite le porte di quella Raccolta, e tolte dalla vista dei curiosi tutte le Veneri ed altre figure ignude dipinte o scolpite, qualunque ne fosse l’autore.

E questo sacro fervore andò tant’oltre, che nel 1852 il Direttore del Museo, dopo aver trasportati in un antro tutti i monumenti che già avevano formata quella collezione e murata la porta di esso, chiedeva chesi distruggesse qualunque esterno indizio della funesta esistenza di quel Gabinetto e se ne disperdesse, per quanto era possibile, la memoria. Nè contento di ciò, nel marzo 1856 espulse dalla Pinacoteca e rinchiuse con triplice e diversa chiave in luogo umido ed oscuro laDanaedel Tiziano, laVenere che piange Adonedi Paolo Veronese, il cartone di Michelangelo con Venere ed Adone, leVirtùdi Annibale Caracci ed altri 29 dipinti, insieme a 22 statue di marmo,giudicate corrompitrici della morale, tra cui laNereide sul pistrice, che sarebbe stata distrutta, se lo scultore Antonio Calì non si fosse ricusato più volte ad occultare con restauri di marmo le nudità della figura.

Finalmente, il giorno 11 settembre 1860, per ordine del Dittatore, gli oggetti riservati rividero la luce, e si procedette al riscontro dell’antico inventario nel 19 dicembre dello stesso anno. Fu allora che molti se ne rinvennero non descritti, perchè trovati in Pompei posteriormente alla chiusura di quelle sale, e furono aggiunti all’antica collezione, che venne più opportunamente denominataRaccolta Pornografica.

Un accurato esame di tali oggetti avendo dimostrato che non tutti erano veramente osceni, e che molti di essi avrebbero potuto ritornare alle rispettive collezioni senza offendere per nulla il pudore de’ riguardanti, alcuni di questi furono restituiti alle varie classi, onde per tal ragione non fanno più parte del Catalogo pornografico.

Il quale enumera 206 oggetti, divisi in due classi principali: la prima de’Monumenti greci ed etruschi; la seconda de’Monumenti romani; suddivisa quest’ultima in varie sezioni:a, dipinture e musaici;b, sculture;c, amuleti;d, utensili: e di tutti questi oggetti descritti dal Fiorelli, ben centocinque furono raccolti dagli scavi di Ercolano e di Pompei. Io mi dispensodallo scenderne a maggiori particolari e il discreto lettore ne comprenderà di leggieri la ragione.

Faccio ora ritorno al più concreto argomento della prostituzione sacra, per compiere il quale, finalmente debbo dire della festa che si celebrava in onore della Buona Dea, i cui misteri già narrai come fossero stati violati da Publio Clodio introducendovisi sotto spoglie femminili, quando essi celebravansi nell’anno di Roma 678, nella casa sul Palatino di Giulio Cesare pretore. Forse codesta dea rappresentava la terra, la dea Tellure, e quantunque il suo tempio veramente sorgesse tra Aricia e Bovilla, secondo si raccoglie dall’orazione di Ciceronepro Tito Annio Milone, la sua festa avveniva in Roma prima nel dicembre, e dopo la riforma del calendario fatta dallo stesso Giulio Cesare, nel primo di maggio. Si celebrava essa al chiaror delle torce, nella casa de’ primi magistrati, come consoli, pretori, o del primo Pontefice. Non si ammettevano che donne, intervenivano anche le Vestali. Perfino si escludevano gli animali maschi e la cautela d’escluderne il sesso giugneva a tale da velare statue o quadri che avessero alcun maschio rappresentato.

La superstizione insinuava che un uomo che avesse assistito a questi misteri, anche senza intenzione di sorta, sarebbe rimasto cieco; quegli che vi fosse studiosamente penetrato, se patrizio, voleva la legge fosse multato di un quinquennio di carcere mamertino e quindi di perpetuo esiglio; se plebeo, di morte. Clodioprovò il contrario rispetto alla cecità, e alla pena seppe sottrarsene per corruttela di giudici.

La narrazione di questo curioso episodio è splendidamente pennelleggiata da quel robusto ed originale ingegno ed amicissimo mio che è Giuseppe Rovani, nella sua dotta, amena e squisitissima operaLa Giovinezza di Giulio Cesare, testè uscita per le stampe alla luce a soddisfare la universale legittima aspettazione, e vi rimando il lettore che amasse gustarvi la leggiadria di tutto quanto il racconto: io credo far cosa grata al lettore collo spiccarvi qui almeno quelle eleganti pagine le quali forniscono la descrizione della festa:

«Varcato il pronao e un ampio spazio che divideva l’antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo biancheggiava delle conteste ossa di elefanti indiani; cinque porte rivestite di ebano davano accesso all’aula magna, e su quelle erano intarsiati i dorsi di testuggini eoe, dagli occhi delle quali usciva la verde luce degli smeraldi. Il procinto vi si aggirava dentro un cerchio; a quello facevan corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle quali rispianava un dorato architrave che sosteneva tre colonne riproducenti in aria il giro delle sottoposte. Le pareti interne erano di serpentino con intrecci d’armi. Gli onici e le sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che Cesare aveva fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Nonv’eran lacunari, ma l’azzurro del cielo e le stelle e la luna mandavano i loro raggi là dentro a mettere gara tra il cielo e la terra.

«Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati architettonici avevano aggiunti a profusione quelli della più fragrante flora romana, con frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che pareva interdire i pensieri della castità, chè le donne si preparavano alla festa colle più rigorose astinenze; così almeno era creduto. Le mogli per una settimana s’involavano agli amplessi maritali. Le fidanzate e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la testa e il cuore dai desiderj tentatori.

«Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva la testa; un serpente era attortigliato intorno a’ suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran vaso colmo di vino. Quel vino significava la religiosa tradizione, che ricordava essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno l’uccise con un bastone di mirto, facendola degna in così strano modo dei doni immortali della divinità.

«Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza ritegno, chiamavasi latte, a conciliare l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che produceva, eMellarioil vaso che lo conteneva, onde è a sospettare che quelle donne stessero innanzi alla dea,velate di devota incontinenza, preparando così la frase al poeta futuro.

«Quando la vestaledamiatrices’inginocchiò davanti al simulacro, tutte le vestali, candide come cigni depurati dal rio, s’inginocchiarono, e con esse quante matrone e spose e fidanzate e fanciulle eran là convenute. Più presso al semigiro delle vergini sacre stava l’insigne Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma per l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini sante. Aveva raggiunto il nono lustro: pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda luce delle resinose faci, così beneficamente la vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa Pompea, la moglie di Cesare, non amante della suocera, che non amava lei. La beltà tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, lento e solenne, e dai contorni che Tullio chiamò scientifici, e li dicea segnati dal geometra Euclide, faceva contrasto colla diversa severità della olimpica Pompea, severità ostentata per dissimulare le intime accensioni.

«Non lungi da Pompea, vestita come una regina asiatica, coi piropi al collo, alle braccia, ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. Peccatrice nata, pure il peccato ella rendea perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla dea una giovinetta adolescente della casaImperiosa. Colla chioma biondissima e l’alba pelle e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per lagagliarda fosforescenza del cervello, sembrava accennasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania, e invitasse a non ancor noti connubii lacæruleam pubem.

«Ma ladamiatricepronunciò la preghiera, maritandola ad una antichissima cantilena del Lazio:

«Castissima dea, che le assidue ripulse al Fauno procace, a te, ancora terrestre, costaron sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse pietoso nella propria luce, inspira e consiglia e sgomenta il senso delle mortali che qui ti adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata Roma, e dalla muliebre purezza sia redento e salvo e fatto glorioso e invitto il popolo romano.»

«Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, vennero ripetute in coro da quante donne erano là inginocchiate, alcune delle quali si ribellavano all’alto concetto della preghiera.

«Quando tacquero i canti, ladamiatrices’accinse a compiere il sagrificio che chiamavasiDamium, daDamia, altro nome che teneva la dea, donde venne l’appellativo alla sagrificatrice. Questa immolò alcune galline di varii colori, tranne il nero; dopo di che, dodici tra le più giovani vestali, immersero nelMellarioaltrettante coppe d’oro, e così colme le recarono in giro. Tutte le donne ne bevettero, e le vergini ivano e redivano colle coppe ognora vuotate e ognora ricolme, continuando in tale servizio, finchè ilMellariorimase esausto. Allora la sagrificatriceesclamò ad alta voce e in lingua greca.Evviva il frutto di Bacco— e tosto cominciarono le danze bacchiche, e alquante donne, tra le più giovani e formose, e indarno devote alla moglie del Fauno, travestitesi in Menadi e Tiadi e Bassaree, le seguaci assidue di Bacco, si sciolsero le chiome, svestirono le stole e i pepli prolissi e apparvero in pelli succinte, scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. Forse è perciò che agli uomini era interdetta quella solennità sacra, perchè i fumi vinosi esaltando nella danza vorticosa talune di quelle che eran sazie della settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude baccanti, fors’anche per rivelare alle invide amiche le nascose bellezze»[162].

Ignorasi ciò che veramente accadesse in questi misteri della Bona Dea. Clodio v’andò in tutti i modi sospinto da soli intenti di lussuria, e come che scoperto, si vociasse per Roma, che a tanto avesse trascorso per amor di Pompea, figliuola del magno Pompeo e moglie di Cesare, questi, sebbene nell’orgoglio suo diniegasse la cosa, pur l’addusse a causa di divorzio, con quelle parole, delle quali pur a’ dì nostri si usò tanto ed abusò,che la moglie di Cesare non debba tampoco venir sospettata, adoperandosi per altro alla assoluzione del dissoluto profanatore dei sacri misteri.

Nell’epoca imperiale, il velame di questi si squarciò, e quali cerimonie si compissero non fu più uomo che ignorasse. Giovenale, l’implacabile poeta satirico, così li rese noti alla posterità:

Nota Bonæ secreta Deæ quam tibia lumbosIncitat et cornu pariter vinoque ferunturAttonitæ crinemque rotant ululantque PriapiMænades. O quantus tunc illis mentibus ardorConcubitus! quæ vox saltante libidine! quantusIlle meri veteris per crura madentia torrens![163]

Nota Bonæ secreta Deæ quam tibia lumbosIncitat et cornu pariter vinoque ferunturAttonitæ crinemque rotant ululantque PriapiMænades. O quantus tunc illis mentibus ardorConcubitus! quæ vox saltante libidine! quantusIlle meri veteris per crura madentia torrens![163]

Nota Bonæ secreta Deæ quam tibia lumbos

Incitat et cornu pariter vinoque feruntur

Attonitæ crinemque rotant ululantque Priapi

Mænades. O quantus tunc illis mentibus ardor

Concubitus! quæ vox saltante libidine! quantus

Ille meri veteris per crura madentia torrens![163]

Lo stesso caustico poeta più giù nella stessa satira constata che l’esempio di Clodio trovò imitatori di poi, nè i misteri della Bona Dea soltanto venissero profanati, ma quelli pure d’altri numi ed ogni altare:

Sed nunc ad quas non Clodius aras?Audio quid veteres olim moneatis amici:Pone seram, cohibe. Sed quis custodiet ipsosCustodes?[164]

Sed nunc ad quas non Clodius aras?Audio quid veteres olim moneatis amici:Pone seram, cohibe. Sed quis custodiet ipsosCustodes?[164]

Sed nunc ad quas non Clodius aras?

Audio quid veteres olim moneatis amici:

Pone seram, cohibe. Sed quis custodiet ipsos

Custodes?[164]

La memoria della festa della Buona Dea dovevasi per tali ragioni e invereconde costumanze nel presente capitolo dell’opera mia menzionare e molto più ancora perchè si sappia che certamente degenerasse sempre più col tempo in licenza ed in abbominazioni; tanto così che il medesimo Giovenale, parlando dei sacerdoti di essa, li avesse a paragonare a quelli di Cotitto, che si celebravano egualmente di nottetempo in Grecia fra le più sconce dissolutezze, onde i Bapti, che così nomavansi i suoi ministri, fossero venuti nel generale disprezzo de’ concittadini, ed Alcibiade che s’era fatto iniziare a’ loro misteri, avesse ad uccidere il poeta comico Eupoli, che di ciò l’aveva canzonato in una sua commedia.

In quel luogo Giovenale accenna che i misteri della Buona Dea si fossero anzi fin da’ suoi giorni così sconvolti, che non più alle donne, ma agli uomini si aprissero solamente.

Accipient tePaulatim, qui longa domi redimicula sumuntFrontibus, et toto posuere monilia collo,Atque Bonam teneris placant abdomine porcæ,Et magno cratere Deam. Sed more sinistroExagitata procul non intrat fœmina limen.Solis ara Dea maribus patet. Ite, profanæ!Clamatur: nullo gemit hic tibicine cornu.Talia secreta coluerunt orgia tædaCecropiam soliti Baptæ lassare Cotytto[165].

Accipient tePaulatim, qui longa domi redimicula sumuntFrontibus, et toto posuere monilia collo,Atque Bonam teneris placant abdomine porcæ,Et magno cratere Deam. Sed more sinistroExagitata procul non intrat fœmina limen.Solis ara Dea maribus patet. Ite, profanæ!Clamatur: nullo gemit hic tibicine cornu.Talia secreta coluerunt orgia tædaCecropiam soliti Baptæ lassare Cotytto[165].

Accipient te

Paulatim, qui longa domi redimicula sumunt

Frontibus, et toto posuere monilia collo,

Atque Bonam teneris placant abdomine porcæ,

Et magno cratere Deam. Sed more sinistro

Exagitata procul non intrat fœmina limen.

Solis ara Dea maribus patet. Ite, profanæ!

Clamatur: nullo gemit hic tibicine cornu.

Talia secreta coluerunt orgia tæda

Cecropiam soliti Baptæ lassare Cotytto[165].

Dissi finalmente, nel cominciar a parlare della festa della Buona Dea, non già perchè fosse ultimata la storia della prostituzione sacra in Roma, ma perchè si assomigliassero poi tutti gli altri molti abbominevoli culti che le più abbiette passioni avevano potuto immaginare, ed ai quali piegavano anche quelle matrone romane che pur affettavano schifiltose di non volersi mescere alle orgie di Venere. Cupido, a cagion d’esempio, aveva i suoi riti; li aveva Mutinoe Pertunda, Persica e Prema, Volupia e Lubenzia, Tulana e Ticone, ed altri infiniti quanti erano i modi di estrinsecar la lascivia, tutti oscenissimi iddii che si facevano presiedere ad uffici che il pudore vieta di qui spiegare.

Alla prostituzione religiosa, tenne dietro ben presto la legale, per l’affluenza a Roma delle donne forestiere in cerca di fortuna e massime delle auletridi greche condotte schiave; ma le donne che vi si dedicavano erano notate d’infamia. Imperocchè le leggi cercassero sempre di proteggere il costume, tal che le adultere venissero ne’ primi tempi ad essere condotte all’asino, e dopo essere state vittima di questo animale, andassero abbandonate al popolaccio. Ho nel capitolo dellaBasilica, parlando delle pene dell’adulterio, fatto cenno di quelle specialmente in vigore in Pompei, d’una specie di gogna, cioè, che all’adultera si infliggeva costringendola a percorrere le vie della città a cavalcion d’un asino col dorso volto alla testa e rimanendo così perpetuamente notate di indelebile vitupero. Ma il marchio d’infamia non impedì che ne’ tempi del basso impero femmine libere e di nobile schiatta, si dedicassero alla prostituzione, conseguendo dagli edili il brevetto relativo, che si chiamavalicentia stupri, il qual consisteva nel farsi iscrivere nei ruoli meretricii col nome di nascita e con quello che adottavano nell’infame commercio, e che dicevasinomenlupanariume tale iscrizione che le assoggettava alla vigilanza dell’edile, implicava tal nota indelebile di infamia, che anco il ritorno alla vita onesta, il matrimonio, o qualunque potere non avevan forza di riabilitarle interamente o di farne cancellare il nome dal libro infame.

Il dichiararsi cortigiana e farsi iscrivere tale nei registri dell’edilità sottraeva l’adultera alle severe pene dell’adulterio, e sotto l’impero — incredibile a dirsi — furon viste figlie e mogli di senatori inscrivervisi sfrontatamente. Le matrone poi per abbandonarsi alla vita dissoluta e sottrarsi al rigore delle leggi, vestivansi da schiave e prostitute, esponendosi a que’ publici oltraggi cui le schiave e le prostitute non avevano dritto a reclamo. Si sa di Messalina moglie di Claudio imperatore, per l’episodio che di sfuggita accennai più sopra, narrato da Giovenale, ch’essa, togliendosi al talamo imperiale, sotto le vesti ed il nome di Licisca, si offerisse nel più lurido lupanare di Roma agli abbracciamenti di schiavi e mulattieri, e così spinse la impudenza nella libidine, che durante un viaggio dell’imbecille marito, immaginò di contrarre publicamente un secondo imeneo con Silio, lo che peraltro costò a quest’ultimo la testa. Nè più savia fu l’altra moglie di Claudio, Urgalanilla; nè migliori erano state quelle altre impudiche imperiali, che furono Giulia, Scribonia e Livia; nè la Ippia, moglie del senatore Vejentone, che abbandonando marito efigli seguì delirante Sergio, il guercio gladiatore, comunque coperto di schifose deformità; nè Domizia, adultera con Paride istrione.

Giovenale, nella succitataSatirasesta, denunzia che non poche mogli di cavalieri, di senatori e di più illustri personaggi si abbandonassero a’ gladiatori ed istrioni, che avevano saputo piacer loro, e nella terza satira accenna alla deplorevole introduzione nelle primarie famiglie de’ frutti di questa infame prostituzione, quando toccando della legge d’Ottone che nell’anfiteatro aveva assegnato i posti alle varie classi di spettatori, grida:

Exeat inquit,Si pudor est, et de pulvino surgat equestri,cujus res legi non sufficit; et sedeant hicLenonum pueri quocumque in fornice nati.Hic plaudat nitidi præconis filius, interPinrirapi cultos juvenes, juvenesque lanistæ[166].

Exeat inquit,Si pudor est, et de pulvino surgat equestri,cujus res legi non sufficit; et sedeant hicLenonum pueri quocumque in fornice nati.Hic plaudat nitidi præconis filius, interPinrirapi cultos juvenes, juvenesque lanistæ[166].

Exeat inquit,

Si pudor est, et de pulvino surgat equestri,

cujus res legi non sufficit; et sedeant hic

Lenonum pueri quocumque in fornice nati.

Hic plaudat nitidi præconis filius, inter

Pinrirapi cultos juvenes, juvenesque lanistæ[166].

L’adulterio pertanto era divenuto comune, la vera piaga sociale: è ancor Giovenale che la proclama un’antica cancrena:

Antiquum et vetus est alienum, Postume, lectumConcutere, atque sacri genium contemnere fulcri[167].

Antiquum et vetus est alienum, Postume, lectumConcutere, atque sacri genium contemnere fulcri[167].

Antiquum et vetus est alienum, Postume, lectum

Concutere, atque sacri genium contemnere fulcri[167].

Se spurii rampolli si mischiavano così alle famiglie, d’altro maggior disordine erano gli adulterj cagione, negli infanticidi e nelle esposizioni. Tenevan mano agli uni e alle altre lesagæ, venditrici di filtri tessalici e di unguenti afrodisiaci troppo spesso perniciosi. I luoghi che più d’ogni altro vedevano codeste esposizioni erano allaColumna lactarianel Foro Alitorio, e più ancora sulle rive del Velabro, da dove poi la Fortuna, più mite e compassionevole delle loro madri, vegliando su gli infelici bambini, raccogliendoli, prestavali alle sterili matrone che simular volevano un parto, od a coloro che si volevan di essi giovare ad altri fini inonesti. Non puossi a meno che ricorrere a Giovenale ancora, che ha lasciato della incontinenza di allora la più fedele pittura:

Transeo suppositos, et gaudia vota que sæpeAd spurcos decepta lacus, atque inde petitosPontifices Salios, Scaurorum nomina falsoCorpore laturos. Stat fortuna improba noctu,Arridens nudis infantibus; hos fovet ulnisInvolvitque sinu: domibus tunc porrigit altis,Secretumque sibi mimum parat: hos amat, his seIngerit, ut que suos ridens producit alumnos[168].

Transeo suppositos, et gaudia vota que sæpeAd spurcos decepta lacus, atque inde petitosPontifices Salios, Scaurorum nomina falsoCorpore laturos. Stat fortuna improba noctu,Arridens nudis infantibus; hos fovet ulnisInvolvitque sinu: domibus tunc porrigit altis,Secretumque sibi mimum parat: hos amat, his seIngerit, ut que suos ridens producit alumnos[168].

Transeo suppositos, et gaudia vota que sæpe

Ad spurcos decepta lacus, atque inde petitos

Pontifices Salios, Scaurorum nomina falso

Corpore laturos. Stat fortuna improba noctu,

Arridens nudis infantibus; hos fovet ulnis

Involvitque sinu: domibus tunc porrigit altis,

Secretumque sibi mimum parat: hos amat, his se

Ingerit, ut que suos ridens producit alumnos[168].

Davanti a sì enormi fatti che minacciavan turbare l’ordine sociale, dovevansi le leggi risentire e se più non si tornò alle esorbitanti penalità di un tempo, e che più sopra ho ricordato, della legge Giulia, la Papia Poppea vi provvide nell’anno u. c. 762, emanata nell’occasione che si dovette pensare al modo di accrescere una popolazione che le guerre civili e le sedizioni avevano decimata.

Questa legge prescrisse pene severe contro coloro che si rendevano colpevoli di incesto e di adulterio.

Come facilmente può essersene accorto il lettore, la prostituzione romana non porse spettacolo di quello spiritualismo, per così dire, che presentò la prostituzione greca. Invano, ho già detto, si cercherebbe nè un’Aspasia, nè una Leena, nè una Cleonice filosofe, nè una Saffo poetessa, nè una Nicarete matematica; invano una bellissima Laide, che per reverenza alla scienza ama e si prostituisce al cinico e sordido Diogene, nè una politica Targelia, nè una buona e virtuosa Bacchide e va dicendo: è appena appena se troverete lefamosæ, che per solo il desiderio di pubblicità e fama affettano d’essere amiche di Tibullo, di Orazio, di Catullo, di Properzio e di Ovidio, ai quali saranno, dopo d’averli ben innamorati o spiumati, infedelissime.

Nè per altro tutte costoro appartenevano alla classe volgare delle sciupate, date per lucro alla prostituzione, ma ben anco uscivano da patrizie e rispettate famiglie; epperò i loro appassionati poeti, per una certa reverenza al casato, ne’ loro canti sostituivano ai veri, simulati nomi. Così la Lesbia di Catullo, forse così nomata dal suo Poeta per la particolarità de’ suoi gusti erotici, vuolsi altra non fosse che la Clodia, discendente da una delle più cospicue famiglie di Roma, la Claudia, alla quale appartennero e il tribuno Claudio e Appio il Cieco, che ambo Cicerone circonda di tutta venerazione nella sua arringaPro Marco Cœlio, per quel giovine Celio, cioè, ch’egli difesecalorosamente appunto dalle accuse dategli da Clodia d’averle preso dell’oro e di avere tentato d’avvelenarla, accuse che si conobbero effetto di vendetta per essersi veduta da lui abbandonata. Era ella inoltre sorella di quel Publio Clodio, che più sopra ho ricordato come l’eroe della profanazione de’ misteri della Bona Dea e che fu l’acerrimo nemico del Romano Oratore, e moglie di Quinto Metello, cui Cicerone stesso tributò gli encomj maggiori come chiarissimo, valorosissimo uomo ed amantissimo della patria. Comunque lo sventurato Poeta avesse ogni dì prova delle lascivie di lei, sì che scendesse a commetterlein quadriviis et angiportis[169], com’ei ne scrive al suddetto Celio, e venisse designata coll’infame nomignolo diQuadrantaria, a significare il vil mercato che faceva di sè medesima, non seppe tuttavia levarsene l’amore dal cuore, tanto da morire amandola ancora del più costante amore:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.Nescio; sed fieri sentio et excrucior[170].

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.Nescio; sed fieri sentio et excrucior[170].

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio; sed fieri sentio et excrucior[170].

Anche la Cinzia di Properzio pretendesi fosse una Ostilia, che si vorrebbe da’ commentatori far discendere da Tullo Ostilio terzo re di Roma, certo da un Ostilio, che dicono erudito scrittore, autore d’una storia della guerra dell’Istria. Ella stessa di maestosa ed elegante statura, di bionda capellatura e di man delicata e aristocratica, come Properzio medesimo la dipinge, era appassionata assai dell’arti belle e più che tutto della poesia, onde a lei pure rendessero omaggio quelli altri esimii che furono Cornelio Gallo, Orazio e Virgilio, i quali a lei leggevano gli immortali loro carmi e ne chiedevano il suffragio. Tuttociò non impedì che la leggiadra e capricciosa Cinzia, per recarsi a’ notturni convegni col suo Poeta, si calasse giù poco maestosamente da’ balconi della propria abitazione[171]; non impedì che gli facesse infedeltà frequentie che traessein casto Isidis, agli esercizi non sempre spirituali, soventissime volte pretesto ad orgie oscenissime; onde Properzio a quest’anniversario Isiaco avesse ben ragione d’imprecare e maledire, come già ne appresi al lettore nel metterlo a parte de’ misteri di quella Dea nel capitolo de’ Templi.

L’episodio tuttavia della gelosia di Cinzia verso Properzio, quale è da quest’ultimo descritto nell’elegia ottava del Lib. IV, allorchè ella il sorprende alle Esquilie colle cortigiane Fillide e Teja in mezzo alle coppe del vin di Lesbo, è tal gustosissimo quadretto di genere, che mette conto di riferirlo, riducendolo dallo splendido verso originale all’umile mia prosa.

Cinzia, nell’occasione che a Lanuvio, antico municipio del Lazio tra Riccia e Velletri, ove esisteva un santuario singolare pel culto di un drago, che poteva essere per avventura il Genio del luogo, si celebrava la festa del drago stesso e ad un tempo quella di Giunone Sospita, ossia della salute, tratta in un carpento d’un suo vagheggino da due gallici corridori bai, volle pure recarvisi. Ella medesima guidava i cavalli e via trapassando per chiassi impuri, la gentaglia che si trovava in una bettola sul suo passaggio, ne fece argomento di discorso e tale come ben si meritava. Quindi i parlari e gli alterchi sulla bellezza, sull’età, sui costumi di lei, sull’oggetto della sua gita, e tuttociò alle spalle del suopovero amatore. Properzio, a vendicarsi di cotale perfidia, volle renderle pan per focaccia e invitate seco certa Fillide, che abitava presso il tempio di Diana Aventina e cui i fumi del vino crescevano vaghezza,

Sobria grata parum; quum bibit omne decet[172],

Sobria grata parum; quum bibit omne decet[172],

Sobria grata parum; quum bibit omne decet[172],

e certa Teja, che dimorava nel boschetto Tarpeo e che ne’ bagordi avrebbe sfidato il più fiero bevitore,

Candida; sed potæ non satis unus erat[173],

Candida; sed potæ non satis unus erat[173],

Candida; sed potæ non satis unus erat[173],

si pose con esse sul letto tricliniare a mensa, serviti dallo schiavo Ligdamo di vino di Metimno, e facendo accompagnar l’orgia dai suoni della tibia e dal tamburello, suonata la prima da garzone egizio, il secondo da donzella di File, isola tra l’Egitto e l’Etiopia. Non mancava nell’intermezzo il nano buffone co’ suoi lazzi, colle sue capriole e colle castagnette che scuoteva.

Ma la lampada non dava la fiamma vivace, la tavola cadde, e quando si pose a giuocar coi dadi, sempre gli usciva il cane, cioè il punto più disgraziato: indizii tutti codesti di non lieto augurio.

Intanto le baldracche, eccitate dal vino, cantavanoalla distesa e si scoprivano il petto lascivamente a provocare il Poeta; ma Properzio, sempre il pensiero alla sua Cinzia, non curante di esse, viaggiava col cuore a Lanuvio.

Quand’ecco, stridono i cardini della porta, s’ode un parapiglia, è Cinzia, ella stessa che rovescia l’uscio, furibonda si scaglia in mezzo all’orgia, e primieramente caccia le unghie in faccia a Fille. Teja non attende che la tempesta si scaraventi pur su di lei, si precipita a fuga gridando acqua, quasi si trattasse d’incendio, ed a Properzio, che attonito aveva lasciato cader tosto la tazza colma, Cinzia fa sfregio al volto colle mani, addenta e sanguina il collo e più specialmente, come quelli che sieno i più rei, cerca offendergli gli occhi. Quindi fa sbucar dal letto, dove disotto s’era accovacciato, Ligdamo lo schiavo, gli strappa di dosso gli abiti e chi sa cosa gli stava per toccare, se il Poeta supplichevole non ne avesse frenata la furia. Cinzia allora porge a Properzio, in segno di perdono, a toccare il piede; ma detta al tempo stesso le seguenti condizioni di pace:

Tu neque Pompeja spatiabere cultus in umbra,Nec quum lascivum sternet arena forum.Colla cave infectus ad summum obliqua theatrum,Aut lectica tuæ sidat operta moræ.Ligdamus in primis omnis mihi causa querelæVeneat et pedibus vincula bina trahat[174].

Tu neque Pompeja spatiabere cultus in umbra,Nec quum lascivum sternet arena forum.

Tu neque Pompeja spatiabere cultus in umbra,

Nec quum lascivum sternet arena forum.

Colla cave infectus ad summum obliqua theatrum,Aut lectica tuæ sidat operta moræ.

Colla cave infectus ad summum obliqua theatrum,

Aut lectica tuæ sidat operta moræ.

Ligdamus in primis omnis mihi causa querelæVeneat et pedibus vincula bina trahat[174].

Ligdamus in primis omnis mihi causa querelæ

Veneat et pedibus vincula bina trahat[174].

Properzio sottoscrive alle condizioni, Cinzia sorride della vittoria, quindi fa dappertutto fumigazioni, quasi a cacciare ogni miasma lasciato dalle partite meretrici, solfora i panni del Poeta, poi tre volte descrive un cerchio intorno al capo di lui coll’acceso zolfo, e quando la purificazione è compiuta, suggella seco lui la pace.

Dopo tutto, ella lo amava profondamente: fu vista dopo una lunga malattia di lui, prosternata al piè degli altari, propiziar Iside e ringraziarla della riavuta salute del suo fedele.

Ma Cinzia, la gentile amante ed ispiratrice di Properzio,nel fior dell’età moriva, avvelenata da Nomade, laida cortigiana, per non so quale affronto ricevuto, e lui non presente: egli ne fu inconsolabile, ne onorò con dolenti elegie la memoria, sparse di fiori la sua tomba, anche quando altri per tema di possenti vendette non l’osava, e di poco le sopravvisse.

Anche la Delia di Tibullo, vuole Apulejo che velasse il proprio nome di Plania, la quale varii commentatori additano come un’illustre patrizia romana, mentre altri la vorrebbero semplicemente liberta. Vogliono pure che una sola fosse quella che il Poeta nominò nelle sue elegie come Delia, come Nemesi, come Neera, come Sulpicia e come Glicera. Che se fossero invece tante distinte amanti, avremmo allora la prova della sua incostanza.

Preferisco credere al sentimentalismo delle sue elegie e ritenere che la sua Delia gli abbia veramente tutto rapito ed occupato il cuore, come la Lesbia tenne quello di Catullo e Cinzia quello di Properzio.

Se non che, se la Sulpicia fu amante di Tibullo, se non forma che una sola persona colla Delia, non sarebbe più la patrizia Plania, come vorrebbe Apulejo, ma la figliuola di Servio Sulpicio, uno de’ più grandi personaggi della sua epoca, e la quale peraltro si sa non arrossisse di direessere stanca di comporre il suo volto per la cura del suo buon nome.

I rigori poi di Glicera, di cui si lagna il Poeta,potevano essere causati da quel suo decadimento di forze fisiche, le quali prima, per testimonianza di Orazio, interamente possedeva, congiunte alla bellezza, alla grazia, alla nobiltà dell’animo ed all’abbondanza dei beni di fortuna; e forse trovavano altresì la loro ragione d’essere nella dissipazione di questi ultimi, che l’avevan ridotto, se non all’indigenza, certo alla povertà; e questefamosæavevan davvero animo di dar fondo a ben più che un ricco patrimonio.

Vengo ora al poeta maestro in amore, al cantor delleEroidie delleMetamorfosi, delRimedio d’Amoree delLiscio.

Non è dato scoprire chi si celasse sotto il nome della Corinna di Ovidio. Aveva ella marito, ma ciò, stando al Poeta, nulla ostava a’ suoi amori con lei, s’egli lo chiamalenone marito. Ovidio la canta e fervidamente mostra di amarla; ma ella non è più pudica delle altre sue pari, nè più fedele; ond’egli, soventi volte posposto ad altri, passava le notti davanti la porta di lei, quando pure non lasciavasi consolare dalla bella Cipassi. Ma finalmente gli amici suoi, ponendogli sotto gli occhi la impudente prostituzione di Corinna, ch’egli aveva continuato a immortalar ne’ suoi versi, non impedito dall’affetto casalingo per la moglie, casto e freddo così da non esserne seguitato nell’esiglio del Ponto, — ne lo distolsero, ma fu grande cordoglio pel suo cuore, perchèegli avevala fortemente amata; onde il Petrarca nelTrionfo dell’Amore, potesse Ovidio mettere così giustamente insieme agli altri tre poeti, degli amori dei quali ho testè narrato:

L’uno era Ovidio, e l’altro era Catullo,L’altro Properzio, che d’amor cantaroFervidamente, e l’altro era Tibullo.

L’uno era Ovidio, e l’altro era Catullo,L’altro Properzio, che d’amor cantaroFervidamente, e l’altro era Tibullo.

L’uno era Ovidio, e l’altro era Catullo,

L’altro Properzio, che d’amor cantaro

Fervidamente, e l’altro era Tibullo.

E buttossi allora ad altri e più volgari amori, senza che per altro ne impegnasse seriamente il cuore. Scrisse sulle ginocchia di queste figlie del piacere quel codice di voluttà, che intitolòArtis Amatoria, ma eran lascivie estranee al sentimento; perocchè ai teneri amori avesse, come dissi, veramente detto addio per sempre e chiusa la carriera di essi, dicendo:

Quære novum vatem, tenerorum mater amorum[176].

Quære novum vatem, tenerorum mater amorum[176].

Quære novum vatem, tenerorum mater amorum[176].

D’un suo episodio giudiziario d’amore avanti ai Treviri, e del quale fu egli per avventura il protagonista, ho già informato chi legge, recando nel capitolo della Basilica i suoi versi medesimi che lo descrivono e sono altresì prezioso documento di storica giurisprudenza.

Taluni attribuirono ad Ovidio un altro amore, e più illustre, cagione del suo esiglio a Tomi nel Ponto Eusino, da dove invano ebbe a supplicare tanto da Augusto che da Tiberio, d’essere richiamato, e lo dedussero da’ seguenti versi della Elegia I. del libro II.dei Tristi:

Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?Cur imprudenti cognita culpa mihi?Impius Actaeon vidit sine veste Dianam,Præda fuit canibus non minus ille suis[177].

Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?Cur imprudenti cognita culpa mihi?Impius Actaeon vidit sine veste Dianam,Præda fuit canibus non minus ille suis[177].

Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?

Cur imprudenti cognita culpa mihi?

Impius Actaeon vidit sine veste Dianam,

Præda fuit canibus non minus ille suis[177].

Voltaire istesso si lasciò andare per ciò a questa sua conghiettura: «Il poeta acceso di segreta fiamma per la moglie di Augusto, ebbe la sventura di vederla nel bagno e ciò indusse il geloso marito a relegare a Tomi l’indiscreto osservatore de’ fatti altrui.» Ma Voltaire, osserva a tale proposito Ermolao Federico[178], dimentica al certo che la bella Livia quando lasciavasi così incautamente sorprendere dal novello Atteone, era madre di un figliuolino di anni cinquanta.

Meglio è avessero essi avuto di mira gli altri versidi Ovidio nella Elegia V, lib. III dei medesimiTristi:


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