IL NATALE DI NINETTA.
Era la vigilia di Natale più fredda che si ricordasse da gran tempo in Venezia. Da tre o quattr’ore nevicava senza tregua, una neve fitta, sottile, che messa in giro vorticoso da un vento gelato batteva con un suono metallico sui muri delle case e sui vetri delle finestre.
Grave, impettito, solenne, col capo coperto da un berretto gallonato, le mani strette in un paio di guanti di pelle di dante, e la maestosa persona chiusa in un lungo soprabito dai bottoni d’argento, il signor Barnaba, il guardaportone della nobile famiglia Costi, passeggiava su e giù per l’ampia entratura del palazzo, illuminata da un gran fanale a gaz che pendeva dall’alto. Di tratto in tratto si suonava alla porta della riva. Allora un gondoliere andava ad aprire, ed il signor Barnaba, senza perder nulla della sua gravità diplomatica, moveva incontroai nuovi arrivati, faceva loro un inchino silenzioso, e li accompagnava fino allo scalone di cui s’affrettava a richiudere l’uscio a vetri appena essi avessero posto il piede sul primo gradino. Qualcheduno veniva anche dalla parte di terra, ma erano persone di minor conto, almeno agli occhi del signor Barnaba, uomo incapace, sebbene spesso radicale in politica, di accordar la sua stima a della gente la quale non aveva gondola propria o non prendeva una gondola a nolo con una serata simile. E la faccia diplomatica dell’eminente funzionario si atteggiava a un sorrisetto ironico mentr’egli aiutava quei disgraziati a scuotersi di dosso la neve e riceveva l’ombrello dalle loro mani intirizzite.
— Che tempo, caro Barnaba, che tempo d’inferno! — esclamavano i poveri diavoli fatti espansivi dalla consolazione di trovarsi finalmente al coperto e dalla dolce prospettiva del pranzo che li aspettava.
— Brutte feste di Natale, — soggiungeva il signor Barnaba con la sua voce di basso profondo. — Peccato!
— E l’ombrello non serve a nulla.
— Già, col vento.
— In gondola dev’esser peggio ancora.
Nonostante quest’asserzione di quelli che venivano a piedi, la maggior parte degli invitati venivano in gondola. Del resto, non erano mica molte persone, una ventina al più. Si capisce che per la vigilia di Natale non si potevano invitare a pranzo che i parenti e quelli tra gli amici intimi che non avevano famiglia.
Dallo spiraglio dell’uscio della portineria una fanciulla di undici o dodici anni, magra, pallida, freddolosa,assisteva non vista al passar della gente, guardava con ammirazione quelle belle signore incappucciate (almeno ella se le figurava belle), quei signori avvolti nelle morbide pelliccie, quei bimbi e quelle bimbe (oh quelle bimbe sopratutto) così ben coperte, così ben vestite, con quei mantellini dalle tinte gaie come doveva esser la loro vita, come doveva esser la loro anima. E quand’esse erano scomparse a’ suoi occhi ella le seguiva con la fantasia; le seguiva su per lo scalone, nelle sale tiepide, dinanzi alla tavola scintillante di lumi, di cristalli, d’argenteria, dinanzi all’albero di Natale carico di tanti regali preparati apposta per loro.... O perchè ci dovevano esser dei bimbi così felici e degli altri invece che stentavano il pane e non avevano da aspettarsi che i rimbrotti e le busse?
Dopo le sette non venne più nessuno e il signor Barnaba poteva ripromettersi qualche ora di quiete e riposare alquanto dalle sue gravi fatiche. Rientrato in portineria, egli non era più l’uomo dalla faccia decorosamente ossequiosa che i padroni e i visitatori erano avvezzi a vedere; come per incanto la sua fronte s’aggrinziva, le sue sopracciglia si corrugavano, le sue labbra prendevano un’espressione amara e disgustata, e la sua voce di basso profondo acquistava delle note stridule ed aspre. Gli è che il signor Barnaba, intimamente convinto che la societànon rendesse giustizia ai suoi meriti, accumulava nella giornata una buona dose di fiele, ch’egli poi distribuiva in equa misura tra quelli che avevano la fortuna di avvicinarlo nell’intimità. Non che fosse proprio cattivo il signor Barnaba, ma era un povero cervello in cui le più matte idee cozzavano insieme. A volte pareva più aristocratico d’un Montmorency, a volte, specie dopo la lettura dei giornali, diventava giacobino e comunardo. In tutt’e due queste fasi, sua moglie, la mite e timida siora Marianna, aveva le sue grandi tribolazioni. Perchè quando suo marito faceva il demagogo ella temeva che le pazze sfuriate di lui arrivassero all’orecchio dei padroni; quando invece egli s’atteggiava a conservatore, a persona rispettosa delle regole gerarchiche, ell’era sicura ch’egli avrebbe finito col trovar l’equilibrio del suo spirito applicando una sua massima favorita: — La subordinazione è giusta, ma bisogna rifarsi sui più deboli delle umiliazioni che ci tocca subir dai più forti.
E il signor Barnaba sirifacevaparticolarmente sulla moglie e sulla Ninetta, ch’era quella bimba di cui abbiamo parlato prima. La Ninetta non era nè figlia nè parente del signor Barnaba e dellasioraMarianna: era una povera orfana, la quale veniva di mattina e di sera a prestar dei piccoli servigi in portineria, ricevendone in compenso la colazione e il desinare ch’ella portava nel suo tugurio e divideva con uno zio, abile operaio, ma giuocatore e beone, il quale l’avrebbe cacciata di casa s’ella gli si fosse presentata davanti con le mani vuote. Non era una vita allegra quella della Ninetta, palleggiata fra la brutalità dello zio e la pedanteria meticolosae loquace del signor Barnaba, ma ell’aveva indole buona e tranquilla e sopportava la sua sorte disgraziata con infinita pazienza. Del resto, i suoi umili uffici al palazzo Costi, oltre ai vantaggi economici le procuravano anche qualche momento di svago. Già le tre camerette della portineria, sebben piccole e scure, erano una reggia al paragone di quella specie di magazzino umido ov’ella passava la notte. E poi c’era la distrazione della gente che veniva a far visita, dei barcaiuoli che apparecchiavano o sparecchiavano la gondola, dei padroni e delle padroncine che uscivano di casa o rientravano lasciando dietro di sè quel profumo acutoche hanno i signori, come la Ninetta soleva dire; senza tener conto delle volte in cui per risparmiar la fatica al signor Barnaba la bimba saliva lei stessa le scale e portava nel piano nobile un’imbasciata, un pacco, una lettera. Allora, se le riusciva di dare una capatina nelle stanze, ella ridiscendeva rossa rossa in viso con l’impressione di esser stata in un soggiorno di fate.
Quella sera il signor Barnaba era più bisbetico del consueto. Egli non sapeva capacitarsi che la vigilia di Natale un uomo suo pari, anzichè goder la sua piena libertà e banchettare gli amici, fosse costretto a misurar per lungo e per largo l’androne di un palazzo e ad aprir la porta a una ventina diparassiti d’ogni età e sesso. Il mondo era proprio fatto male, e ci voleva una rivoluzione per rinnovarloab imis fundamentis. — Per fortuna il 1889 non è lontano e quello sarà un gran centenario.
LasioraMarianna sbarrò tanto d’occhi, e il signor Barnaba soggiunse con disprezzo: — Ecco ciò che vuol dire non avere istruzione, non aver letto nulla.... E doveva toccare a me un’oca simile!.... Il 1889 è il centenario del 1789.... l’anno della grande Rivoluzione francese, quando s’è tagliata la testa ai re, ai nobili, ai preti....
— Zitto! — gridò lasioraMarianna spaventata.
— Ma che zitto! — replicò il consorte. — Qui nessuno mi sente.... E se anche mi sentissero e volessero far i gradassi... sono un uomo capace di anticipar di qualche anno il centenario, io.... E il primo che deve pagarmela è il signor Schmaus, il mastro di casa.... quel tedesco petulante che cerca il pelo nell’uovo.
A questo punto, nello spirito del signor Barnaba accadde un’improvvisa reazione in senso conservativo, ed egli trovò che, quantunque ingiustamente, il signor Schmaus era suo superiore in ordine gerarchico e non aveva tutti i torti di voler rifarsi sopra di lui delle risciacquate di capo prese dai padroni. Ma, come il solito, l’indulgenza verso i superiori rese il signor Barnaba più aspro cogl’inferiori. Se il signor Schmaus si rifaceva sopra di lui, il signor Barnaba aveva ben il diritto di rifarsi su qualchedun altro.... — È come nelle fabbriche, — egli diceva fra sè con bella similitudine. — Le pietre che stanno in alto pesano sulle pietre che stanno abbasso. — In omaggio al quale principio, egli strapazzòla moglie, strapazzò la Ninetta, e finalmente, guardando di punto in bianco l’orologio, ordinò alla fanciulla di fare un salto alchioscopiù vicino per prendergli ilSecoloche doveva essere arrivato.
La pietosasioraMarianna arrischiò un ma....
— Che c’è? — ruggì il signor Barnaba.
— Niente.... niente.... Però la Ninetta ha da andar presto a casa sua.... e con questa neve... farle fare una strada di più....
Il marito diede un pugno sulla tavola. — Ah vorrei vedere anche questa!... Per un po’ di neve.... Come se fossero sassi.... Via, signoradelicatina.... si metta il suo scialle e non perda tempo....Marsch!
LasioraMarianna non fiatava più, ma guardava la Ninetta in un certo modo come a dire: — Abbi pazienza. È una bestia e non intende ragione.
E la Ninetta ubbidì in silenzio. Staccò da un chiodo lo scialletto di lana che le copriva appena le spalle, guardò con un sospiro le sue scarpe rattacconate, si fece dare un soldo dal signor Barnaba, aperse a fatica il portone e uscì in istrada. Nevicava sempre, nevicava fitto, e il vento s’ingolfava nellacallecon un urlo lungo, sinistro, somigliante a un gemito umano. Mal difesa dalla sua vesticciuola leggera, la povera fanciulla sentiva il freddo penetrarle nell’ossa, e studiava il passo segnando una piccola orma sul candido lenzuolo steso per terra.
La distanza dal palazzo Costi al primochioscodi giornali non era mica grande, ma quella sera, con quel tempo, con quelle vie solitarie, pareva alla Ninetta di dover percorrere un deserto immenso. Lungo tutta la via ella incontrò appena un paio di persone, imbacuccate nei loro cappotti, bianche e mute comefantasmi; solo attraversando unCampielochiamatoCampielo dei morti(ce n’è più d’uno di questiCampieliin Venezia e il loro nome deriva dall’esservi stati secoli addietro in quei luoghi dei piccoli cimiteri) la ferì il miagolio lamentevole d’un gattino perduto in mezzo alla neve. Quando poi credeva di esser giunta alla meta, le toccò un’amara delusione. Ilchioscoera chiuso, forse a cagione del tempo, forse a cagione della festa. Che partito prendere? Tornarsene indietro a mani vuote, o andare in cerca d’un altrochioscoa rischio di trovar chiuso anche quello? Però in quel punto ella sentì gridare in fondo alla strada:il Secolo, appena arrivato il Secolo.—Secolo, — ella gridò ripetutamente, correndo dietro al rivenditore. Ma questi non la intese o non le badò, nè a lei riuscì di raggiungerlo, finchè un passante impietosito che aveva la fortuna di possedere un vocione non ebbe tuonato due volte: — Ehi, delSecolo, siete sordo? — Il rivenditore si fermò con malagrazia, prese il soldo dalla mano della Ninetta, tirò fuori di sotto il soprabito un numero del giornale, e dopo averlo dato alla fanciulla si allontanò rapidamente ripetendo come un pappagallo:Appena arrivato il Secolo. Con molte notizie il Secolo.
La Ninetta rifece il cammino di prima senza trovar anima viva, senza udire una voce umana che rompesse il silenzio; bensì nelCampielo dei mortisuonava ancora, ma più rauco, più flebile, il miagolìo del povero gattino smarrito, e una forma nera si dibatteva nella neve.
LasioraMarianna aveva preparata una bella scodella di roba da mangiare per la Ninetta, l’aveva coperta con un piatto, ravvolta in un tovagliuolo e riposta entro un paniere, quando la bimba ricomparve in portineria col giornale.
— In che stato sei! — esclamò impietosita la donna.
— Gran che! — borbottò il signor Barnaba che si dondolava sopra un seggiolone di paglia presso il camino. — Per quattro fiocchi di neve! La bella educazione che mia moglie avrebbe dato ai suoi figliuoli se ne avesse avuti!... Gira di più la chiavetta del gaz, che non ci vedo a leggere, — soggiunse il maestoso guardaportone aprendo ilSecolo. — Una fiamma sola! E piccola per giunta.... Questi padroni sono d’una taccagneria....
Mentre il signor Barnaba succhiava avidamente il miele del foglio lombardo, lasioraMarianna parlava a bassa voce con la Ninetta.
— Mi fa pena che tu torni ad uscire con questo tempo.
— Non c’è rimedio....
— Se si potesse farti qui un letticciuolo provvisorio... per una notte.... Io credo che quell’orso, — e accennava a suo marito, — non ci troverebbe a ridire.... E neanche tuo zio....
— No, no, — rispose la bimba atterrita alla solaidea di poter cedere alla tentazione. — Se mio zio non mi trova a casa quando torna lui, sto fresca.
LasioraMarianna tentennò la testa. — Che peste questi uomini!
— Vado, — ripigliò la Ninetta, infilando il paniere nel braccio.
— Bevi almeno un sorso di vino, — insistè l’altra. — E gliene mescette un mezzo bicchiere.
Finalmente, togliendo dalle spalle della fanciulla lo scialletto tutto bagnato gliene prestò uno di suo, un po’ più grande e pesante. — Me lo riporterai domani.
— Auff! La terminerete con queste smorfie? — saltò su impazientito il signor Barnaba.
— Buona notte, buona notte, — disse la Ninetta. Ed uscì.
Uno dei barcaiuoli ch’era nell’entratura le aperse il portone di strada.
— E vai fino a Rialto?
— Sì.
— Bada che il vento non ti porti via.
No, il vento non la portava via, ma una tristezza invincibile le si addensava sull’anima mentr’ella per la terza volta s’inoltrava sulla via deserta. E di nuovo il suo pensiero correva involontariamente a quei bimbi eleganti e felici ch’ell’aveva visti entrare in palazzo e che adesso senza dubbio ridevano e saltavano davanti all’albero di Natale. Non era invidiosa per sua natura; era buona, tollerante, contenta di poco; i cattivi esempi non l’avevano ancora guastata.... Anzi la brutalità dello zio, brutalità cagionata specialmente dall’abuso dei liquori, le aveva inspirato il ribrezzo dell’intemperanza, la passionedella vita sobria e massaia; e d’altra parte il freddo egoismo del signor Barnaba ripugnava profondamente al suo cuore disposto alla simpatia. Quella sera però ella domandava a sè stessa se suo zio non avesse ragione di annegare i suoi affanni nell’acquavite, e se non avesse ragione il signor Barnaba di mettere in pratica a casa propria quella massima, da lui ripetuta dieci volte al giorno, che bisogna rifarsi su qualcheduno. Rifarsi?.... Ma ella, per esempio, su chi avrebbe potuto rifarsi? Chi c’era al mondo di più debole, di più derelitta di lei?
Mentr’ella faceva tra sè queste considerazioni, gli orologi cominciarono a batter le nove. Per solito a quell’ora ell’era già a casa, prima che suo zio fosse tornato dalla bettola; accendeva il lume, gettava un po’ di stipa nel focolare, e dopo aver preso un boccone per sè lasciava pel suo caro parente il buono e il meglio delle provvigioni portate seco dal palazzo. Una volta ella doveva anche aspettarlo alzata e l’aspettava realmente, cascante dal sonno o addormentata sulla sedia; poi l’era stata data licenza di coricarsi alle nove e mezzo, e ne approfittava con entusiasmo, evitando in tal modo di sentire, poichè chiudeva gli occhi appena messa la testa sul capezzale, le divagazioni stupide e le frasi sboccate dell’ubbriaco il quale finiva spesso col gettarsi attraverso la tavola e pigliar sonno così.
Comunque sia, quella sera la Ninetta era in ritardo e le conveniva affrettarsi.
Camminava con la testa bassa, rasente il muro, stringendosi addosso quanto più poteva lo scialle, raccomandandosi l’anima nel far gli scalini dei ponti, lasciando sfuggir un piccolo grido a ogni sdruccioloneche dava, a ogni folata di vento che la investiva, a ogni falda di neve che accumulata sulle grondaie, sulle cornici, sugli sporti delle finestre, precipitava giù nella strada. Così arrivò a quelCampielo dei mortiche aveva già passato due volte e che doveva ripassar nuovamente per recarsi a casa sua, e non potè a meno di volger l’occhio verso la parte da cui pochi minuti innanzi, veniva il lamento dell’infelice bestiuola implorante aiuto. Adesso non si udiva più nulla, ma lì accanto al muro, dove la Ninetta aveva visto agitarsi una forma nera, ella notò qualche cosa che si staccava ancora sul fondo candidissimo, e bench’ella non avesse tempo da perdere, una forza irresistibile la spinse verso quella cosa immobile, che (fors’era un’allucinazione della sua fantasia) la guardava con occhi fissi e vitrei. Non s’era ingannata.... Era il gattino di prima; freddo, irrigidito, morto.... Morto davvero?.... Per un momento lo credette tale; poi, chinandosi sopra di lui e toccandolo con mano paurosa, le parve che nello pupille dilatate balenasse un raggio di vita. E nelle sue fibre di fanciulla sorse un impeto di pietà e di tenerezza; e in petto le si svegliò subitaneo e imperioso quell’istinto gentile che fa della donna la protettrice naturale dei deboli e degli afflitti. Raccolse da terra l’animale agonizzante, lo avviluppò nelle pieghe del suo scialle e ripigliò il suo cammino. Non sentiva più il freddo, non s’accorgeva del vento che le scompigliava i capelli; angustiata soltanto dall’idea che il suo soccorso fosse giunto troppo tardi. Ah, non se lo sarebbe perdonato mai.
Arrivò a casa trafelata, col cuore che le batteva tumultuosamente; ma quando, aperta la porta di strada, vide tutto buio e capì che suo zio non c’era, fu sollevata da un grande incubo. Se c’era lui e s’ella si presentava al suo cospetto con quella strana compagnia, figuriamoci, egli era uomo capace di far fare alla bestia, morta o viva, un gran salto per la finestra. Volesse pure il cielo ch’egli rimanesse fuori per un pezzo! Ella trovò a tastoni i fiammiferi, accese un moccolo di sego, e depose delicatamente sulla tavola il suo prezioso fardello, incerta ancora se il calore ch’ella sentiva rinascere in quel corpicino fosse altro che il calore proprio, ch’ella gli aveva trasfuso tenendolo stretto alla sua persona. Ma il dubbio non durò molto. Lisciato, accarezzato, stropicciato in tutti i sensi, l’animale non tardò a dar segni manifesti di vita. Mosse la coda, stirò a una a una le zampe, aperse languidamente gli occhi, mise un lieve miagolìo; la risurrezione era compiuta. Oh che felicità fu quella per la Ninetta! E la parolafelicitànon ci meravigli. Quando mai le nostre gioie e i nostri dolori sono proporzionati alle cause da cui derivano? La fanciulla era in estasi davanti alla leggiadra bestiuola ch’ella aveva salvata. Era un gattino di cinque o sei mesi, dalle forme snelle, dal pelo nerissimo, fino, lucido, vellutato; senza dubbio, appena si fosse rimesso in forze, avrebbe avutotutte le grazie che i gattini giovani sogliono avere. Intanto si fregava intorno alla sua benefattrice e pareva mansueto e riconoscente. — Caro, caro, caro! — esclamava la Ninetta nel suo entusiasmo, baciandolo come un bambino. Lo fece partecipare alla sua piccola cena; poi, spogliatasi in furia, lo portò seco nel suo letticciuolo. Poverino! Aveva patito tanto freddo; era ben giusto che si riscaldasse.
Di fuori continuava a soffiare il vento e a cader la neve, e nella stanzuccia mal riparata giungevano i rumori sinistri della bufera; tuttavia la Ninetta non istette molto ad addormentarsi. E sognò. Sognò le belle bambine covate teneramente dagli occhi amorosi delle mamme e dei babbi, le belle bambine che aveva viste lievi e agili come farfalle ascendere lo scalone del palazzo; sognò d’essere una di loro e di trovarsi con loro dinanzi all’albero di Natale, abbarbagliata dallo scintillìo delle candele, dalla mostra dei balocchi che pendevano dai rami come frutti maturi. Quand’ecco un gemito lungo e pietoso salir dalla strada ove il tempo seguitava ad imperversare. Ed ella si staccava dall’ilare schiera delle sue compagne, lasciava il salotto tiepido e profumato, e correva attraverso una fila interminabile di stanze giù per un labirinto di scale senza poter mai metter capo a un’uscita.... Alla fine, si destò di soprassalto. Era nel suo letto, rannicchiata sotto le coperte; il gattino, rivolto a spira, faceva le fusa accanto a lei. La visione era svanita: solo una cosa restava vera; ell’aveva salvato un essere che soffriva, e questo pensiero le dava un’infinita dolcezza. — Bisogna rifarsi sui più deboli delle umiliazioni che ci tocca subir dai piùforti, — soleva ripetere il signor Barnaba. Ecco, s’erarifattaanche lei, ma a suo modo, un modo tanto diverso, e tanto migliore di quello che il signor Barnaba suggeriva.
Era la mezzanotte. Lo zio era tornato a casa e lo si sentiva russare in cucina. Dalle cento chiese della città l’allegro scampanìo del Natale portava una soave promessa a tutti i derelitti del mondo.