VIII.

La signora Pasqua, nel pronunciar queste gravi parole, non s’immaginava che il professore meditava appunto lo scandalo ch’ella non avrebbe perdonato a Tocci.

Erano trascorse due settimane dalla serata del teatro, nè la contessa Giorgina aveva più soggiunto una sillaba sul delicato argomento della sua visita. Dal canto suo il professore non osava interrogarla; cercava bensì che ne’ suoi occhi ci fosse la domanda che non osava salirgli alle labbra, ma non avrebbe potuto dire s’ella lo capiva o se voleva capirlo. Già, eravamo alle solite; ch’aveva sempre intorno a sè uno sciame d’oziosi, e, per quella sua benedetta fissazione d’esser cortese con tutti quanti, i vecchi amici si trovavano allo stesso livello dei nuovi arrivati. Teofolinon andava da lei senza dover subirsi una o due presentazioni. Il conte tale, il marchese tal altro. Bravissimi giovani piovuti dalle nuvole che a sentir il suo nome borghese chinavano appena la testa e a cui non passava neppure in mente che quel nome potess’essere più rispettabile e più conosciuto del loro. Che tirocinio d’umiltà deve fare un uomo d’ingegno allorchè si mette a corteggiare una donna galante!

Nondimeno, Teofoli era rassegnato a questo genere di mortificazioni. Ne avrebbe subìto in pace anche di maggiori se avesse potuto acquistar la certezza che la Serlati gli voleva un po’ di bene. Ma perchè quel contegno enigmatico? Perchè quel silenzio ostinato circa alla sua visita? Gliel’aveva o non gliel’aveva promessa? E come si può dimenticar così una promessa?

Ebbene, una sera nel venir via dalla conversazione dei Roncagli e proprio nel momento che il professore inghiottiva tanto veleno pensando alle paroline, ai sorrisi, alle occhiate che la contessa aveva scambiato fino allora con Montalto e con due o tre giovani ufficiali, ella colse un pretesto qualunque per avvicinarglisi e gli susurrò all’orecchio: — Aspettatemi domani, al tocco e mezzo.

Si pose il dito sulla bocca per intimargli silenzio, e senz’attender risposta diede il braccio a Montalto che l’accompagnò giù della scala fino alla carrozza.

Neppur volendo, Teofoli non avrebbe potuto rispondere. Era sbalordito, ammutolito, con la testa in combustione; sarebbe stato incapace di esprimere quel che provava. O fors’era simile al soldato che, dopo aver mostrato una grande impazienza di battersi,sente raddoppiar le pulsazioni del cuore nel vedere il nemico, e non è ben sicuro che quelle pulsazioni sian figlie tutte d’uno schietto entusiasmo.

Il professore passò un’altra notte senza dormire (ormai la cosa gli accadeva spessissimo) e la mattina fu in piedi per tempo chiedendo a sè stesso se veramente fosse spuntato il giorno più memorabile della sua vita. In veste da camera entrò nello studio, quello studio ove al tocco e mezzo avrebbe ricevutolei, ne aperse le imposte non badando al freddo, e quantunque il sole non fosse ancora visibile s’assicurò che il cielo era tutto sereno. Da questo lato dunque non c’era pericolo che sorgessero ostacoli alla visita della contessa. Naturalmente, se fosse piovuto, ella sarebbe rimasta a casa sua. Il buon Teofoli s’arrabbiò seco medesimo sorprendendo nel fondo del suo cuore una segreta e timida benevolenza verso la pioggia, la quale, in fin dei conti, gli avrebbe permesso di prepararsi meglio a questa specie d’esame.... Possibile ch’egli fosse un vigliacco?... S’armò d’un granatino e si diede a spolverar leggermente i mobili, i libri, e alcune fotografie appese a una delle pareti. Erano per lo più ritratti d’illustri contemporanei, italiani e stranieri, regalati in gran parte e portanti la firma autografa del donatore. Vi figuravano i principali cultori della storia, della filosofia e delle scienze in Italia; dei Tedeschi,il Mommsen, il Gregorovius, il Ranke, lo Strauss, il Virchow; dei Francesi, il Renan, il Littré, il Taine; degli Inglesi, il Darwin, lo Spencer, l’Huxley — i campioni insomma del pensiero moderno, dalle fronti ampie e severe ove la meditazione aveva segnato i suoi solchi, dagli occhi profondi che s’erano stancati nelle assidue ricerche. Teofoli che conosceva tanta parte delle loro opere avrebbe voluto in quel momento penetrar bene addentro nelle loro anime, sapere i loro segreti più intimi, chieder loro se si fossero mai trovati in condizioni simili a quella in cui egli si trovava, implorare il soccorso della loro esperienza. Ahimè, nè da loro nè dai libri allineati negli scaffali gli veniva lume a’ suoi dubbi. Ed egli era tentato di domandarsi a che servono le biblioteche se non danno una guida, un conforto nei casi difficili.

Frattanto macchinalmente, inconsciamente riordinava le carte e gli opuscoli che ingombravano il suo tavolino, apriva sul leggìo un magnifico atlante di Stieler, avvicinava alquanto alla finestra un bel mappamondo che aveva comperato l’anno addietro a Lipsia, metteva in mostra un volume di Spencer arrivatogli una settimana addietro con la dedica dell’autore. Molto di più avrebbe fatto, se non fosse stato il timore d’insospettire la signora Pasqua con le novità.

Ma la signora Pasqua venendo, come usava ogni giorno, alle nove a portare il caffè e ad accender la stufa non s’accorse di null’altro che della brutta cera del padrone il quale dovrebbe almeno, ella disse, rimanere in letto un’ora di più la mattina dopo che aveva preso l’abitudine di passare una partedella notte fuori di casa. — Se crede che le faccia bene, — ella soggiunse.

— Son fantasie vostre, cara Pasqua, — rispose il professore. — Io sto benissimo....

— Sarà.... Ma l’altr’anno stava molto meglio.

— Nemmeno per sogno, — replicò Teofoli, rimettendo la chicchera sul vassoio. — I miei vestiti sono pronti?

— Sissignore. E oggi è a casa tanto a colazione che a pranzo?

— Sì, sono a casa. Lasciatemi adesso, chè devo far qualche cosa prima d’andare all’Università.

Mezz’ora dopo, il professore Teofoli saliva in cattedra ed esponeva a’ suoi studenti con parola fluida e precisa il sistema di Augusto Comte, ciò che prova, a chi ne dubitasse, che molte funzioni anche intellettuali diventano con l’abitudine semplici funzioni meccaniche e che basta toccar certe corde per averne certe sonate. In realtà quella mattina il nostro professore non si curava nè di Augusto Comte nè della filosofia positiva e la sola impressione destata in lui dalla presenza della colta gioventù era quella che il più asino della classe avrebbe affrontato con maggior serenità e baldanza di spirito le vicende di un convegno galante.

A colazione egli fu altrettanto taciturno quanto la mattina, e la signora Pasqua non riuscì a cavargli di bocca che qualche monosillabo.

Questa taciturnità crescente del suo padrone non era l’ultima delle ragioni che spingevano la signora Pasqua ad approfittar delle sue due ore di libertà per andare a sfogarsi con le sue amiche. E anche quel giorno, alle dodici e cinquantacinque minuti,ella infilò la porta, liberando il professore dalla paura che per uno o un altro motivo ella s’indugiasse più dell’usato. Uscita lei, fu facile al nostro Teofoli di sbarazzarsi del ragazzo Fedele, un galoppino che stava sempre a sua disposizione e che una volta fuori del nido metteva un secolo a tornarci. È vero che ordinariamente Fedele si tratteneva in casa durante le assenze della signora Pasqua, ma egli non era uomo da far obbiezioni ad andarsene, e accettò con entusiasmo due o tre incarichi che gli fornivano un ottimo pretesto per stare in giro mezza giornata.

E così, all’una e pochi minuti il professore Clemente Teofoli fu solo.... aspettando. Non già nella camera da studio ch’era piuttosto appartata, ma nel salottino da pranzo che dava sulla strada. Ne aperse l’uscio per sentir meglio il campanello, sollevò alquanto il lembo d’una tendina e si mise in vedetta. Da che parte sarebbe venuta? Se veniva direttamente dalla sua abitazione sarebbe venuta dalla destra; ma era probabile che avesse fatto una diversione, che venisse dal lato opposto. Non importa; egli l’avrebbe vista a ogni modo. Ma come sarebbe venuta? A piedi o in carrozza? Certo non nella sua carrozza. Se no, come mantenere il segreto? Forse il meglio era ch’ell’avesse preso un fiacre a nolo. E vero che anche il fiacre lì fermo ad attenderla dinanzi alla porta aveva i suoi inconvenienti. Pazienza; gl’inconvenienti non si potevano evitare nè in carrozza nè a piedi.... Qui poi lo assaliva un dubbio più fiero.... S’ella non fosse venuta? S’egli l’avesse fraintesa? S’ell’avesse voluto fargli una burla? Ma perchè? Ma perchè?

Era l’una e un quarto. Anche s’ella fosse statapuntuale non avrebbe potuto esser da lui che tra un quarto d’ora; che ragione c’era ch’egli stesse con gli usci aperti a pigliarsi il fresco prima del tempo? Rientrò in camera da studio, non già per rimanervi, ma per dare un’occhiata alla stufa, per rifondervi della nuova legna. Subito dopo si rimise al suo osservatorio.

La strada era delle meno frequentate. Pochi pedoni; a lunghi intervalli una vettura. Ah, come il cuore gli balzava a ogni scalpitìo di zampe ferrate, a ogni romore di ruote, a ogni apparire in fondo alla via d’un cappellino e d’un vestito femminile! Ma non era lei, non poteva esser lei; mancavano dieci, mancavano cinque minuti all’ora prefissa.

Finalmente suonò la mezza, e da quell’istante le ansie dell’attesa raddoppiarono. Ogni secondo pareva un minuto, ogni minuto pareva un’ora. A un certo punto Teofoli ebbe una strana allucinazione. Vide da lontano un suo studente con una donna, e quella donna, nella sua fantasia riscaldata, pigliò l’aspetto della contessa Giorgina. Era possibile? L’incanto fu subito rotto. Quello era bensì uno studente, ed era in compagnia d’una ragazza, ma la ragazza, quantunque abbigliata con una certa eleganza, aveva l’aria di non esser altro che una crestaia. Ed egli aveva commesso il sacrilegio di scambiarla con la Serlati! La giovine coppia passò sotto le finestre di Teofoli senza nemmeno alzar la testa; lo scolaro ch’era venuto ripetutamente dal suo professore per ragioni di studio aveva adesso ben altro che il suo professore pel capo. Ah, come sembravano felici quei due! Come camminavano svelti, spediti, come ridevano e ciarlavano e si divoravanocon gli occhi! Succedono pure di grandi trasformazioni in noi stessi. Alcuni mesi addietro, Teofoli avrebbe certo biasimato in cuor suo l’incauto discepolo che si lasciava adescare da una sguaiata, avrebbe fatto eco alle filippiche di Dalla Volpe e di Frusti contro le femmine; ora invece era pieno d’indulgenza pel sedotto e per la seduttrice e quasi quasi avrebbe voluto essere al loro posto.

— Ma! Gioventù! — egli sospirò quando la coppia si fu dileguata.

E con un secondo sospiro guardò l’orologio. La lancetta segnava l’una e tre quarti. Ah cattiva contessa; si sarebbe dunque presa gioco di lui?

In quel momento gli occhi del professore Teofoli caddero sopra una persona la cui presenza gli recò una noia infinita. Dall’altra parte della strada, poco men che dirimpetto alle sue finestre, il conte Antonio Ermansi, spuntato non si sa di dove e fermo dinanzi alla mostra di un rigattiere, esaminava in tutti i sensi alcuni vecchi libri, mentre il padrone del negozio che stava sulla soglia in atto ossequioso cercava d’indovinare dall’espressione e dai gesti del bibliomane il valore della propria merce, da lui pagata a peso di carta.

— Cretino d’un Ermansi! — borbottava rabbiosamente il professore stringendo i pugni. — Aveva da venir qui giusto oggi.... E non si risolve mica ad andar via.... Oh sì.... Meno male che entra nella bottega.... E poi dev’esser miope.... Ah!...

Ah, dice il dizionario, è unainteriezione che si usa per esprimere diversi affetti. Certo che adesso, in bocca del professore Clemente Teofoli, essa ne esprimeva moltissimi. Chè di là ond’erano venuti lostudente e la crestaia egli aveva visto sorgere (a lui era parso davvero che sorgesse dal suolo) una bella, agile figura di donna, avviluppata in una lunga pelliccia, con un cappellino di velluto color marrone con nastri azzurri, la veletta calata sul volto e le mani nascoste in un piccolo manicotto. Era lei, era lei. La cagnetta che l’accompagnava e che aveva tutti i connotati diDarlingbastava a rimuover gli ultimi dubbi.

L’andatura della contessa (poichè Teofoli non s’era ingannato) non tradiva la minima esitanza, il minimo imbarazzo; s’ella aveva il velo abbassato, s’ella studiava il passo, era pel freddo e non per la paura di esser sorpresa. Giunta all’abitazione del professore, di cui ella conosceva benissimo la facciata, ella infilò il portone che di giorno era sempre aperto, salì la prima branca della scala e si fermò sul pianerottolo. Ma non ebbe bisogno di suonare il campanello accanto al quale era inciso su una piastra d’ottone il nomeTeofoli, chè l’uscio girò lentamente sui cardini e una voce soffocata disse dal di dentro: — Contessa, o contessa Giorgina.

— Buon giorno, Teofoli, — ella rispose entrando con molta calma e tranquillità.

— Com’è stata buona, com’è stata gentile! — esclamava il professore porgendole la destra mentrecon l’altra mano andava quietandoDarlingche gli saltava alle gambe. — Non osavo sperare.

La contessa fece una risatina che mise allo scoperto una doppia fila di denti bianchissimi, e domandò: — Cerbero non c’è?

— Nè Cerbero, nè nessuno, — replicò il professore con un accento che a lei parve fin troppo tenero.

— Bah! — ella soggiunse. — In fondo sarebbe stato lo stesso.

Teofoli che precedeva di qualche passo la bella visitatrice e aveva già aperto l’uscio della sua camera da studio non ebbe tempo di rilevare il senso di questa frase poco appassionata, essendo avvenuto in quel momento un singolare incidente.

Il gatto Tocci, avvertito dal suo fine odorato o dal tintinnio dei sonagli diDarlingdella presenza di un quadrupede estraneo sotto il tetto domestico, si precipitò come un fulmine dal focolare della cucina ove faceva il suo chilo e piombò minaccioso sulla cagnetta, la quale, pusillanime per sua natura, evitò la pugna e inseguita dall’avversario corse a ripararsi nello studio del professore, sotto uno scaffale.Tocci, da animale che temperava l’audacia con la prudenza, non volle impegnare battaglia in condizioni sfavorevoli, ma col pelo arruffato, con la coda ingrossata si piantò dinanzi agli accampamenti dell’intruso esprimendo i suoi fieri propositi con certi rauchi e lunghi miagolii di non dubbio significato per chi conosce il linguaggio felino. Alle grida della contessa atterrita dal pericolo diDarling, Teofoli affrontò coraggiosamente il gatto belligero e dopo inutili sforzi per impadronirsene riuscì infine a cacciarlo dallo studio nell’andito e dall’andito nella camera della signoraPasqua di cui chiuse l’uscio con un colpo secco. Compiuta questa lodevole impresa, il filosofo tornò dalla Giorgina ch’egli trovò accovacciata sul tappeto e intenta a tirar fuoriDarlingdal suo rifugio.

— Che bestie feroci tenete presso di voi? — ella gli disse in tuono di rimprovero.

— Oh per carità, contessa, mi perdoni, — balbettò il professore tutto confuso. — Se avessi potuto credere, se avessi potuto immaginare....Darling, poveraDarling, quell’animalaccio non ti ha mica fatto nulla?

— Paura le ha fatto.... Vedetela come trema.... Pur che non si ricominci da capo al momento di uscire.

— Nemmen per idea. Ho preso le mie precauzioni.

— Dovevate prenderle prima, — rimboccò la Serlati che s’era messa a sedere con la cagnetta in grembo e l’accarezzava come un bambino.

Il professore, umile e mortificato, non tentava nemmeno di difendersi. Ahimè, l’abboccamento galante principiava male.

A poco a poco la contessa si rabbonì, depose Darling in terra, e rivolgendosi a Teofoli disse: — Capisco, non ne avete colpa. — Indi soggiunse gettando via la pelliccia e il manicotto con un movimento rapido: — Fa un bel caldo qui.

— Se volesse levarsi anche il cappello? — egli propose timidamente.

— Non è affare.... Ci vuol troppo a rimetterlo.

— I guanti almeno....

— No, no.... Riallacciar tutti questi bottoni!...

Ella balzò in piedi nella grazia incantevole della elegante persona, e disse con un sorriso: — Orsù,Teofoli, fate gli onori di casa.... È pieno di luce il vostro studio.... Dove guarda?

— Su un giardino.... Oh non ci son finestre di fronte.... Può affacciarsi liberamente.

— E perchè no?... Ah capisco, — ella ripigliò in tuono leggero; — sono una donna che si compromette.

Quindi, dando un’occhiata intorno, — Quest’è, per voi altri dotti, quello ch’è il salotto per noi donne.... Invece di ninnoli inutili, di vasi, di stoffe, di tappeti appesi ai muri o gettati alla rinfusa sui mobili, libri, libri, e poi libri.... Mi piace.... Se fossi un uomo, vorrei anch’io.... Ah mio marito, poverino, non ha di questi gusti.... E scommetto neppur Montalto.... Lo studio di Montalto deve avere un aspetto affatto diverso del vostro. Sarei curioso di vederlo.... Che viso fate, Teofoli! — ella esclamò ridendo. — Non vi spaventate. Nello studio di Montalto non andrò.... Mi comprometterei di più.

Teofoli, così eloquente dalla sua cattedra, così piacevole anche nella conversazione ordinaria, non trovava parole. Ce n’erano due che gli bruciavano le labbra e ch’egli non ardiva pronunziare, due paroline piccole piccole —Vi amo— che un pudore, un terrore invincibile non gli aveva in tanto tempo permesso di dire alla Giorgina. E sì che delle dichiarazioni gliene aveva fatte; delle dichiarazioni contorte, poetiche, arcadiche; ma quelle due paroline che hanno il merito di esser tanto chiare egli non gliele aveva dette mai. A dirgliele, chi sa, egli si sarebbe attirato da lei un rabbuffo, avrebbe per lo meno richiamato sulla sua bocca una di quelle risate rumorose che gli facevan male; non era meglio lasciarch’ella le indovinasse da sè?... E poichè certo ella le aveva già indovinate e pur sentendo ch’egli l’amava era venuta nel suo studio, nel suo santuario, non si poteva dire che il metodo da lui seguito fino allora fosse interamente sbagliato. Adesso però, adesso in qual modo doveva regolarsi? Non era giunto l’istante di parlar chiaro?

Ebbene, non c’era caso, il coraggio gli mancava sul più bello.... Egli a cinquant’anni, ella a poco più di venti, egli uomo grave, dedito a una vita di pensiero, ella, donnina alla moda, avvenente, corteggiata, assetata di divertimenti e di svaghi!... Oh quanto meglio gli sarebbe stata la parte di padre che quella di damerino!... Ecco, pur dianzi, quando la Serlati accennava celiando allo studio di Montalto, Teofoli aveva provato una stretta al cuore, e sarebbe ingiusto il credere ch’egli non sentisse che il morso acuto della gelosia. La gelosia c’era senza dubbio, ma c’era anche un altro impulso più delicato e più casto; come una gentile pietà di quella giovinetta che nessuno guidava, che si lasciava esposta a tutte le tentazioni, che sarebbe stata capacissima di cedere, se non oggi, domani alla curiosità di visitar lo studio d’un libertino. Egli sentiva che avrebbe dovuto dirle: — Badi, Giorgina, è su una strada falsa. Lei scherza col fuoco e il fuoco la brucierà. Abbia giudizio per quelli che non ne hanno. Dia uno scopo serio alla vita. Se sarà madre, s’occupi de’ suoi figliuoli.... Le gioie della maternità la risarciranno di ciò che le è mancato come moglie.... Che se pure è destino che neanche a lei possa bastar la famiglia, aspetti almeno di ubbidire a una voce imperiosa del cuore. La passione attenua sempre e talora scusa enobilita la colpa.... Ma sopratutto non sia una civetta volgare....

Ahi, poteva il professor Teofoli tener questo linguaggio alla contessa Serlati, egli che non badando alla differenza d’età le faceva il cascamorto, egli che s’era preparato a riceverla misteriosamente come usa un giovinotto quando ha una di quelle che si chiamanobuone fortune?

Tutto ciò, si capisce, cresceva il suo impiccio che già non sarebbe stato piccolo in nessun modo. Non osava essere un amante, non sapeva essere un padre, non sapeva più nemmeno essere un amico. Le girava intorno inquieto, seguitando a ripeterle: — Cara contessa, Giorgina, s’accomodi.

E le additava un divano a molle ch’era in mezzo alla stanza.

— No, no, — replicava la contessa, — perchè volete farmi sedere? Sto benissimo così.

Pareva un uccellino che salta di frasca in frasca. Ferma un istante davanti agli scaffali, s’alzava in punta di piedi come se avesse l’intenzione di decifrare i titoli dei volumi addensati nei palchetti, ma appena il professore si accingeva a farle da cicerone, ella sguizzava da un’altra parte, ed eccola curva sul mappamondo quasi cercasse un punto importantissimo dell’orbe terracqueo.

Il professore le si accostava pieno di sollecitudine. — Che cerca?

— Niente, — rispondeva lei, alzando con un sorriso la sua bella testina.

E rivolgeva per pochi secondi la sua attenzione all’atlante che Teofoli aveva spiegato sul leggìo.

— Quest’atlante, — cominciava il professore, — èil più completo di quanti ci siano. Non si sa se più lodarne la nitidezza tipografica, oppure....

La contessa assentiva. — Bello. Sembra un messale.... Perù preferisco veder davvicino questi ritratti.... Di qualcheduno c’è il nome sotto.... Autografi preziosi.... Quello è Renan. Ne vidi la fotografia un’altra volta.... Che tipo singolare!... Come si vede ch’è stato prete.... C’è una frase latina....semel....semel.... ah finitela voi....

—Semel abbas, semper abbas.

— Bravo.... E questi chi sono?

Teofoli glieli nominò ad uno ad uno.

— Tutti quanti illustri, — ella disse con aria convinta. — Non sarebbe male che fossero più giovani.

— Eh, cara Giorgina, in certi studi non si arriva così presto a farsi una celebrità.

— Ma nella poesia, nella musica, sì?

— Qualche volta.

— Ho visto i ritratti di Byron, di Mozart, di Bellini.... Non li avete mica?

— No.... Ma d’un altro ritratto non mi domanda conto? — egli soggiunse a mezza voce.

— Quale ritratto?

— Il suo.

— È vero.... Quello che vi diedi in campagna.... Dov’è?

Il professore aperse misteriosamente un cassetto.

— È qui.

— Lo custodite come una reliquia?

—Per me, è una reliquia....

— Dio, come siete sentimentale! Però è bene che non mi mettiate in mostra.... Prima di tutto non converrebbe.... E poi la fotografia non mi piace.... Speroche l’ultima di cui non ho ancora visto la prova sia riuscita meglio. Faremo il cambio.

— Se mi permette le terrò tutt’e due, — disse Teofoli.

Ella si strinse nelle spalle. — Accomodatevi pure.

Indi sedette dinanzi alla tavola del professore, sulla sua poltrona, e si diede a scartabellare i suoi fogli. — È qui che scrivete la vostra grande opera sulle religioni?

— È qui che dovrei scriverla, — egli rispose. — Ma chi sa quando ne verrò a capo.

Teofoli non osava confessare che dacchè l’aveva conosciuta non aveva lavorato un giorno solo di lena.

— Male! — sentenziò con gravità la contessa. — Bisogna venirne a capo presto. Siete già un uomo celebre, ma quel libro assoderà in modo definitivo la vostra riputazione.

Il professore ch’era ritto dietro a lei si chinò adagio adagio fino quasi a sfiorarle con le labbra una ciocca di capelli che le svolazzava sulla nuca, e susurrò: — Le preme dunque la mia riputazione?

Ella si voltò bruscamente. — Mi avete fatto paura. Sì che mi preme..... Ma perchè me lo domandate con quell’aria lugubre, sepolcrale, come d’uomo che mediti un delitto?

Anche questa volta i modi della Giorgina lo sconcertarono. Era lì lì per aver coraggio e non l’ebbe.

— Ebbene, Teofoli, — ella disse alzandosi in piedi; — non vi lagnerete di me.... Ho mantenuto la mia promessa, son venuta a trovarvi a rischio di far nascere chi sa quanti pettegolezzi.... e adesso vado via.... Ma dov’èDarling?

— Va via.... così! — esclamò il povero professore.

— Come volete che vada?... Se sapeste quante cose ho da fare.... Ma dove diamine èDarling?...Darling, oDarling.

La cagnetta, che s’era rifugiata di nuovo sotto lo scaffale, cacciò fuori il muso dal suo nascondiglio e volse in giro gli occhi spauriti.

— Ha ancora la tremarella alle gambe, — notò la Giorgina. — L’eroismo non è il suo forte.... Andiamo,Darling.... Non ci son più pericoli.... Qua, qua.

Darling, a passini piccoli e cauti e quasi strisciando col ventre per terra, s’avvicinò alla padrona che le disse minacciandola dolcemente col dito: — Non conviene esser così vigliacchi. Dovevi mostrare i denti, e chi sa che quell’altra bestiaccia non avrebbe fatto rodomontate.... Orsù, Teofoli, aiutatemi a infilar la pelliccia.

— Non sia cattiva, Giorgina, non abbia questa fretta, — insisteva il professore.

— Abbiate pazienza, amico mio.... Non posso aspettare un minuto di più.... Ho lasciato detto a casa che per le due e mezzo circa sarò di ritorno, e sono già le 2,35.... Poi debbo vestirmi per uscir alle tre in carrozza... Ho da far quattro visite... pur troppo.... Oh avete ragione, è una vita impossibile.... Ma non c’è rimedio.... Sfido per esempio a non andar oggi stesso da Mistress Gilbert.... A proposito.... riceverete dai Gilbert l’invito per un ballo in costume che daranno l’ultimo sabato di carnevale.

— Quei signori americani?... Se li conosco appena?

— Non importa.... Siete un luminare della scienza, e vi vogliono.... Così va bene.... grazie.

Quantunque a malincuore, Teofoli s’era rassegnato a metter la pelliccia sulle spalle della contessa.

— Sono grato ai signori Gilbert — egli rispose. — Ma andare a un ballo, e a un ballo in costume per giunta.... si figuri....

— Gran che! Temete di compromettere la vostra dignità?

— Non dico questo.... A ogni modo non è affare per me....

— Via via, vi lascierete persuadere.... Ne riparleremo. Intanto, vi prego, datemi anche il manicotto.... È lì sul divano.... Grazie.... E addio, Teofoli.... Badate che domani e doman l’altro non sono in casa nè di giorno nè di sera. Posdomani sera ci troveremo dai Roncagli.

Prima che il professore potesse far un ultimo tentativo di trattenerla, prima ch’egli potesse almeno carpirle la promessa di ritornare, ella era già nell’andito vicino alla porta della scala. Bisognò pur che Teofoli si decidesse ad aprirle.

— Buon giorno, — ella disse scendendo rapidamente gli scalini seguita daDarlingi cui sonagli mettevano un tintinnio argentino.

Teofoli tornò nel salotto da pranzo e si riaffacciò alla finestra da dove l’aveva vista venire. E dalla stessa finestra la vide allontanarsi e l’accompagnò con lo sguardo sinch’ell’ebbe svoltato il canto della via. Allora liberò il gattoTocciche miagolava e graffiava l’uscio della sua prigione, e ricondottosi nello studio s’abbandonò sul divano, stanco, sfinito come dopo una giornata campale.

La brillante avventura del professore Teofoli non rimase a lungo celata.

Già sul far della sera la signora Pasqua venendo a portare il lume e a chiuder le imposte si fermò sui due piedi arricciando il naso e disse: — Che odore di muschio!

Il professore non rispose.

— Badi che si buscherà un’emicrania — ripigliò la governante, mentre perlustrava lo studio in tutti i suoi sensi. — A un tratto ella pronunziò queste gravi parole: — C’è stato un cane.

— Da quando in qua i cani hanno odore di muschio? — replicò Teofoli in tuono ironico.

La signora Pasqua insisteva dando un’occhiata di sbieco sotto uno degli scaffali: — Non parlo a caso. C’è stato un cane.

— Che cani, che cani? — riprese infastidito il padrone. — Dite piuttosto un gatto. Ho dovuto cacciar via il vostro dilettissimoTocciche s’era introdotto nella stanza.

— Sarà, — ripigliò impassibile la signora Pasqua, — ma c’è stato anche un cane.... E un cane maleducato — ella continuò accalorandosi nel discorso.

Teofoli perdette la pazienza. — Insomma cani o gatti, che cosa v’importa?

— Molto m’importa. Io non sono disposta a tenerlepulita la stanza perchè poi.... Ma come non sente il bisogno di spalancar le finestre?

— Io non sento niente.... Mettete giù il lume e lasciatemi in pace.

La signora Pasqua slanciò il cosidetto strale del Parto. — Non saranno mica i suoi studenti che verranno a trovarlo coi cani dietro e col muschio addosso. Ha ricevuto signore.

Al professore salirono le fiamme al viso. — Io ricevo chi mi pare e piace e non ho conti da rendervi.

A questa rude intimazione l’austera donna fece due passi verso l’uscio; poi voltandosi indietro e portando il grembiule agli occhi, disse: — Capisco bene che lei non ha più fiducia in me.... La prego di cercarsi prima della fine del mese chi prenda il mio posto.

Teofoli alzò la testa dalle sue carte. — Vi licenziate?

— Sissignore.... Io non sono una cameriera adattata per una casa dove vengono le contesse....

— Tacete, sciocca che non siete altro — gridò il professore. — E guardatevi bene dal ripetere queste fanfaluche.... In quanto al licenziamento, da oggi alla fine del mese avete tempo da riflettere.... Adesso andate a preparare il desinare.

L’illustre professore aveva mostrato una grande padronanza di sè, ma in fondo era più agitato della signora Pasqua e per tutta la notte non fece che voltarsi e rivoltarsi nelle coperte.

Dopo gli splendidi risultati della giornata non ci mancava altro che uno scandalo! E quella balorda era capacissima di farlo nascere se spargeva fra le sue conoscenti la notizia di ciò che aveva credutoindovinare. È vero ch’ella non aveva pronunziato alcun nome, ma evidentemente ella alludeva alla contessa Giorgina, e non era probabile che parlando con le sue amiche usasse la stessa discrezione che per prudenza aveva usato parlando con lui. Così, di bocca in bocca, la cosa sarebbe giunta senza dubbio fino agli orecchi del conte Serlati, il quale era un marito frivolo che della moglie non si curava punto; ma anche i mariti frivoli e noncuranti qualche volta s’accendono come fiammiferi.... Se fosse venuto a fargli una scena, a provocarlo?... Teofoli non era pusillanime; tuttavia alla sua età, nella sua posizione, con la sua inesperienza assoluta del maneggio d’ogni arma, non gli sorrideva punto l’idea d’un duello. Certo ch’egli poteva dare al conte le assicurazioni più tranquillanti.... pur troppo.... poteva giurargli sul proprio onore che la visita della Giorgina era stata innocentissima; sta a vedere però se colui ne sarebbe rimasto persuaso; se nella migliore ipotesi non avrebbe detto: — Caro professore, faccia di meno di venire a casa mia...? E d’altra parte, Santo Iddio, come regolarsi con la Pasqua? Rinnovarle più chiaramente l’intimazione di tacere? Oh sì era lo stesso che farla parlare di più. Prenderla con le buone, metterla nelle proprie confidenze, cercar insomma di avere in lei una complice così pel passato come per l’avvenire? Peggio che peggio. Questo sì sarebbe stato mutar una pulce in un elefante. In fin dei conti quelle della Pasqua si riducevano a semplici ipotesi, a congetture ch’era sempre lecito di smentir formalmente; col ricorrere alle moine o alle minaccie per ottenere il suo silenzio si dava corpo a’ suoi sospetti, si ammetteva di aver qualche magagna danascondere. La conclusione si fu che il professore deliberò di non fare pel momento alcun passo con la sua donna di governo e di fingere che la disputa di poche ore prima non fosse nemmeno avvenuta. Senonchè, mentr’egli gustava per questo lato la calma relativa di chi ha preso un partito, buono o cattivo che sia, lo ripigliava un’altra inquietudine. Quell’imbecille del conte Ermansi aveva o non aveva vista la contessa Giorgina? È vero che all’ultimo momento egli era entrato nella bottega del rigattiere, ma anche dall’interno della bottega si poteva veder benissimo il portone della casa dirimpetto.... Basta; bisognava sperare che Ermansi non avesse visto nulla; se no quello lì chiacchierava sicuramente.

Teofoli, molto timido e peritoso, andò dai Roncagli la sera prossima, e con suo immenso terrore concepì subito il sospetto che la scappatella della contessa Giorgina fosse già conosciuta. Gli lodavano misteriosamente il suo studio, accennavano anche più misteriosamente alle visite di studenti e non studenti ch’egli vi riceveva, accompagnando i discorsi con risatine sardoniche e con significanti tentennatine di testa.

Spaventato, egli colse un istante propizio per mettere sull’avviso la contessa, che non aveva affatto l’aria di una persona sull’orlo d’un precipizio.

La risposta ch’ella gli diede lo fece rimanere intontito. — Sì — ella disse stringendosi nelle spalle — è il segreto di Pulcinella.... Chi poi sarà stato il pettegolo?... Voi no...?

— Io? — esclamò Teofoli portandosi una mano al cuore.

— Vi credo, vi credo.... Ma non vale la spesa diaffannarsi alla ricerca del reo.... Alle prime avvisaglie ho subito parato il colpo. Ero andata a fare un’improvvisata a un buon amico, a un vecchio amico, a un amico rispettabile. Che cosa vi poteva esser di male?

— Niente — masticò fra i denti il professore, poco lusingato da tutti questi epiteti onorifici. — E il conte?

— Mio marito prese la cosa come doveva prenderla, come una delle mie tante eccentricità. Da quell’uomo savio ch’egli è — e la frase fu pronunziata con manifesta ironia — mi fece una piccola predica e poi si quetò.... Alla gente egli dice ch’era informatissimo della visita che dovevo farvi, che mi avrebbe accompagnata volentieri, ma che non potendolo mi lasciò andar sola.... Forse dirà lo stesso anche a voi....Tout est bien qui finit bien— ella concluse con un sorrisetto troncando un colloquio che durava già da un mezzo minuto.

Sul tardi il conte Serlati tenne a Teofoli su per giù il discorso che la Giorgina gli aveva pronunziato. E gli promise di capitar quando meno se l’aspettava a sorprenderlo nel suo studio, o solo, o con la moglie.... Sapeva ch’era uno studio così bello, così gaio....

A trovar la bonaccia assoluta dopo essersi preparato alla tempesta, Teofoli, anzichè esser contento, provò un senso di mortificazione e di rabbia. Ma dunque s’erano presi gioco di lui? Dunque nessuno pensava che una donna potesse compromettersi a venir sola a casa sua? E quell’imbecille di Serlati faceva lo spiritoso alle sue spalle? E quell’altro peregrino intelletto di Montalto sogghignava anche lui sotto i baffi? In verità non dovrebb’esser permesso ai cretini di pigliare un’aria di superiorità verso gli uomini d’ingegno.

Ah uomini d’ingegno, uomini d’ingegno! Per modesti che siano o fingano d’essere, l’orgoglio ch’è in loro fa capolino quando più converrebbe ch’esso restasse celato. Ogni volta ch’essi si mettono in una posizione falsa dando agli sciocchi il diritto di canzonarli, si lagnano se gli sciocchi ne approfittano e li canzonano.

Tuttavia il maggior cruccio del disgraziato Teofoli derivava dal sospetto che la contessa Giorgina fosse stata realmente d’accordo col marito e coi galanti per fargli il brutto tiro e per rider poscia di lui. Qui proprio egli si sbagliava. Seppur la Serlati avesse avuto l’idea di burlarsi per conto proprio della passione senile ch’ell’aveva destata, non avrebbe certo avuto quella di chiamar nessuno a partecipar della burla. Ma non si trattava nemmeno per lei d’una burla. Era andata da Teofoli un po’ per compiacenza, un po’ per curiosità, con quella meditata spensieratezza (ci si passi buona la frase contraddittoria) che si riscontra così sovente in qualche bizzarro cervellino di donna. Aveva novanta su cento probabilità di non rischiar nulla nella sua visita; in quanto alle dieci probabilità sfavorevoli si affidava al caso, il regolatore supremo di gran parte dei fatti umani. Nè c’è dubbio che non avendo da guadagnarci a propalare il segreto, per conto suo avrebbe taciuto; ma poichè, senza sua colpa, la faccenda era trapelata, ella si levava d’impaccio con molta disinvoltura, persuasa in buonissima fede di render un servizio al suo amico.

Teofoli invece, a pensarci su, si riscaldava il sangue da solo, e sarebbe stato un bel trionfo per la signora Pasqua il vederlo tornare a casa in un parossismodi collera; per disgrazia la signora Pasqua era a letto e non potè goder lo spettacolo del suo padrone inferocito contro il proprio idolo. La celeste Giorgina, la creatura ideale, l’angiolo di paradiso era divenuta un demonio, un mostro di nequizia. Strani effetti dell’amore attraverso il quale noi non vediamo mai le cose nelle loro proporzioni naturali, ma ora più grandi ora più piccole del vero, come attraverso un canocchiale che si tenga a vicenda diritto o rovescio!

Quantunque fossero quasi le due del mattino, il professore rimase alzato nel suo studio e s’accinse a scrivere. Non scriveva già un capitolo del suo libro, una monografia per qualche giornale, una serie di note per le sue lezioni; scriveva una lettera, alei. A parlarle non avrebbe mai avuto il coraggio di dire quello che voleva. Con la penna in mano, chi sa! E scrisse, e scrisse senza mai riuscire a trovar la nota giusta. Non uno de’ suoi lavori scientifici gli aveva costato tanta fatica. Cominciò con l’intonazione secca, ricisa, d’un uomo che brucia i suoi vascelli. Non intendeva esser lo zimbello di nessuno; chi non apprezzava i suoi sentimenti mostrava di non esserne degno. In quanto a lui, ormai aveva aperto gli occhi e doveva tutelare la sua dignità. Ma a questo punto la lettera gli fece l’effetto d’esser troppo brutale e stracciò il foglio e lo gettò nel cestino. E dopo il primo un secondo, e dopo il secondo un terzo, e un quarto, e via via. Intanto i suoi ardori sbollivano, e al quarto o quinto rimaneggiamento la sua epistola divenne così melensa e insignificante che nulla più. Ma nel rileggerla gli saltò la stizza di nuovo, s’accusò di debolezza, di pusillanimità, si picchiò rabbiosamente la fronte coi pugni, e preso un altro foglio ritentòl’ardua prova. Ed era sempre la medesima cosa. Ora diceva troppo, ora troppo poco. Verso l’alba non ne poteva più e andò a coricarsi senz’aver concluso nulla. Appena alzato si mise all’opera e finì col vergare una trentina di righe che non erano nè carne nè pesce, ma delle quali si contentò nella sfiducia assoluta di poter far meglio. Ripiegò il foglio, lo chiuse nella busta, e rompendo gli indugi lo consegnò al ragazzo Fedele perchè lo portasse subito subito alla sua destinazione. Mezz’ora dopo uscì per recarsi all’Università. Camminava torvo, stralunato, parlando fra sè, onde un collega, incontrandolo, credette ch’egli declamasse dei versi di Virgilio o di Dante. Non erano versi che Teofoli recitava; erano frasi della sua lettera, e adesso, nel ripeterle a sè medesimo, stentava a trarne un senso chiaro e preciso. Quella sua prosa arruffata, dissimile tanto dalla sua prosa ordinaria, rifletteva lo stato della sua anima, combattuta tra diversi affetti. Da un periodo traspariva in lui il fermo proposito d’infrangere la sua catena; dal periodo seguente si sarebbe potuto arguire ch’egli desiderasse di legarsi di più. Che avrebbe detto, che avrebbe pensato la contessa Giorgina? E se non avesse detto nulla? Se avesse inflitto al suo adoratore la massima delle umiliazioni, non curandosi neanche di ciò ch’egli le scriveva, lasciandolo libero di venire o non venire, di troncare o no ogni rapporto con lei?

L’ora della lezione fu, come sempre, un’ora di tregua, di pace pel nostro Teofoli. In quell’Università ch’era il suo regno, in quelle aule rese domestiche dalla lunga consuetudine, davanti alle faccie allegre di quegli studenti che, pur cambiando ogni anno, conservavano un’aria di famiglia, egli non dimenticavagià le sue pene, ma gli pareva che il carico ne fosse men grave.

L’agitazione ricominciò appena egli fu di nuovo all’aperto, e andò crescendo di mano in mano ch’egli si avvicinava a casa. Era già presso al portone quando sentì qualcheduno che lo rincorreva e una voce che non gli era ignota lo chiamò replicatamente: — Professore, professore.

Era il cameriere della contessa Serlati.

— Ho questo biglietto per lei, — egli disse. — Non c’è risposta.

Fece un inchino e tirò innanzi.

Bianco come un cadavere, con le gambe che gli traballavano, Teofoli s’appoggiò allo stipite della porta, e aperse con mano tremante il biglietto sulla cui soprascritta aveva riconosciuto la calligrafia della contessa.

Poche parole. “Ieri avete certo pranzato male e digerito peggio. Una ragione di più perchè veniate oggi a desinare con noi alle sette. Non si accettano scuse di nessuna specie e il mio servo ha l’ordine di non star nemmeno ad aspettar la risposta. Arrivederci. Giorgina.„

In fondo, con queste poche righe la contessa Serlati non solo schivava ogni spiegazione immediata, ma non lasciava intravedere nessuna probabilità di spiegazioni future. Alle sfuriate di Teofoli ella dava incirca quel peso che suol darsi alle bizzarrie d’un bambino che si rabbonisce coi trastulli e coi dolci. Se il professore fosse stato davvero sollecito della propria dignità come pretendeva di essere, non avrebbe accettato l’invito. Ma egli era un innamorato e gli innamorati trovano sempre argomenti efficacissimiper giustificare la loro vigliaccheria. Prima ancora di fare i quindici o venti scalini che mettevano al suo quartierino, egli aveva vinti tutti i suoi dubbi, ribattute tutte le sue obbiezioni. Non andar dai Serlati sarebbe stata una sconvenienza senza nome, sarebbe stato anche un imperdonabile errore. Era precisamente coll’andarvi che si poteva presentar l’opportunità d’un colloquio intimo con la Giorgina, la quale del resto faceva prova d’una grande equanimità non prendendo in mala parte le parole risentite del professore, e continuando a trattarlo come un amico.

Fu una serata deliziosa, ma poco propizia ai colloqui intimi. A pranzo non erano che in quattro persone, i due padroni di casa, il professore Teofoli e un erudito francese, membro dell’Istituto, un Monsieur de la Rue Blanche, che la Giorgina aveva conosciuto a Parigi. La contessa fu amabilissima; presentò Teofoli all’accademico francese come uno dei pensatori più illustri d’Italia e nello stesso tempo come un intimo suo, accennò alla grande opera ch’egli aveva in lavoro, dolendosi solo che l’operosità del suo amico non fosse pari al suo ingegno e alla sua dottrina, e pronosticando a quell’opera, quando fosse compiuta, un successo colossale. Ne parlava con un calore scevro di affettazione, quasi d’una cosa in cui ella avesse parte, quasi d’unagloria che dovesse gettare un riflesso sopra di lei. E aveva realmente l’aria di persona appassionata pegli studi; non si sarebbe mai detto ch’ella era la medesima donna che rideva agli scherzi scipiti di Montalto e d’altri balordi simili. Teofoli e Monsieur de la Rue Blanche erano in estasi; soltanto Seriati frenava a stento gli sbadigli. Quando non si discorreva di cavalli e dicocottesegli sbadigliava sempre.

Monsieur de la Rue Blanche era un uomo di mezza età e di buon aspetto, e quantunque fosse un erudito era un uomo di spirito. Fu lui che portò pel primo nella conversazione una nota mondana chiedendo so fosse vero che Mister e Mistress Gilbert pei quali egli aveva una lettera di raccomandazione dovessero dare una gran festa da ballo.

— Sicuro! — rispose la Serlati. — Consegnerà la lettera e andrà alla festa anche lei.

—Parbleu!— esclamò Monsieur de la Rue Blanche confessando che andava pazzo per le feste da ballo, ciò che parve alquanto strano al nostro Teofoli.

— Però.... una festa in costume.... — notò timidamente il professore.

Ma prima che il francese potesse dire se questa clausola creasse per lui un ostacolo insuperabile, la contessa Giorgina intervenne con vivacità. — Il costume non è più obbligatorio. I Gilbert hanno risoluto.... un po’ per mio suggerimento, — ella soggiunse rivolgendosi con un sorriso a Teofoli, — di ammettere in semplice abito nero gli uomini di più di quarant’anni.... Tutto sta confessare i quarant’anni.... Il professore li confessa?

— Sfido io.... A ogni modo....

La Serlati non badò a quell’ogni modogravido di restrizioni, e con uno sguardo interrogativo all’altro commensale: — E Monsieur de la Rue Bianche...?

Monsieur de la Rue Bianche trovava che questa degli anni è una faccenda delicata per tutt’e due i sessi; ma già, seppur avesse giurato sul suo onore di non aver compiuto i quaranta, nessuno gli avrebbe creduto.... Comunque sia, anche riconoscendo i suoi quarantacinqu’anni sonati, se fosse stato a Parigi egli non avrebbe avuto una difficoltà al mondo di cercarsi un costume; fuori di paese era cosa diversa, ed egli accettava di buon grado la concessione dei signori Gilbert. Sarebbe andato in abito nero. Non dubitava che il suocher confrèreavrebbe fatto altrettanto.

Ma ilcher confrèreera molto perplesso. Non aveva frequentate le feste nemmen da giovine; o che doveva cominciare alla sua età?

— Che età? Che età? — saltò su il francese. — Per lui non c’erano uomini vecchi; c’erano tutt’al più uomini malati. E ilcher confrèrestava bene; dunque...? Monsieur de la Rue Bianche, riscaldato un poco dall’eccellente vino dei Serlati, si accinse a magnificare le splendide veglie parigine a cui assistono senza vergognarsi personaggi gravi e maturi, trovandovi, in mancanza di meglio,un spectacle pour les yeux....Et quel spectacle!... Ci vorrebbe altro che si dovesse far penitenza appena cominciano a brizzolarsi i capelli.

Il buon umore di Monsieur de la Rue scosse dal suo intorpidimento anche il conte Ercole che di Parigi si ricordava molte bellissime cose e ne discorsecon grande competenza abbassando la voce nei punti scabrosi ed espandendosi col dotto forestiero.

Intanto la contessa Giorgina catechizzava Teofoli. Quella sua ripugnanza ad andar dai Serlati era veramente incomprensibile. Valeva la spesa ch’ella si sbracciasse a ottener dai Gilbert una modificazione al loro programma! E l’aveva ottenuta pensando a lui, proprio a lui, per togliergli la sola scusa che gli fosse lecito addurre con qualche apparenza di ragione.... La bella figura ch’egli le avrebbe fatto far coi Gilbert se si ostinava nel suo rifiuto!

Teofoli era sulle spine. Avrebbe voluto compiacer la contessa alla quale era riconoscente dal fondo dell’anima della nuova prova di benevolenza ch’ella gli dava. Ma, Dio buono! Che parte poteva essergli riserbata in una festa? Se avesse ballato, se fosse stato in grado di chiedere una quadriglia, un lancier alla persona che sapeva lui.... allora sì. Invece quella persona egli l’avrebbe appena vista, avrebbe appena potuto dirle una parola....

La contessa si mise a ridere. — Via, via....Quella persona, che forse io conosco, non vi offre una quadriglia, unlancier, dal momento che non ballate.... Ma si farà accompagnare da voi albuffet.... un privilegio che molti v’invidieranno.

Era una sirena, una vera sirena quella Giorgina. Come resisterle? Teofoli sollevava ancora qualche lieve obbiezione, tanto per la forma, ma si capiva bene che ormai si dava per vinto. Se almeno la sua mansuetudine gli avesse valso dalla contessa una franca spiegazione sull’argomento che più gli stava a cuore! Sembrava però ch’ella neanche siricordasse d’aver ricevuto da lui una lettera meno docile, meno sommessa del consueto. A un cenno ch’egli gliene fece con infinita circospezione, ella gli chiuse la bocca con una risata e una scrollatina di spalle. — Siete un visionario, — ella disse. E fu tutto.

Alle nove ella si accommiatò da’ suoi ospiti, dovendo vestirsi pel teatro, e Monsieur de la Rue Bianche uscì insieme col professore Teofoli al quale egli mostrava una simpatia straordinaria. E presolo a braccetto si fece accompagnare da lui per le vie della città parlandogli poco di studi e molto di femmine e chiedendogli una serie di notizie che il candido professore non era in grado di fornirgli. Anzi il linguaggio cinico assunto dall’accademico francese circa al bel sesso frenò sulle labbra del buon Teofoli le espansioni e le confidenze a cui forse, come ogni innamorato, egli sarebbe stato disposto. No, non avrebbe tradito il suo sentimento con un uomo che nell’amore non vedeva altro che un passatempo e riassumeva in qualche frase brutale le sue massime sulla linea di condotta da tenersi con le donne. —De l’audace,de l’audace,et toujours de l’audace, — egli diceva battendo forte sulla spalla del suo interlocutore. —C’est le mot de Danton.

Quel benedetto Monsieur de la Rue Bianche non si decideva più a tornare all’albergo. E dopo non so quanti giri e rigiri, attratto dall’illuminazione d’una birreria posta sulla piazza maggiore della città, egli insistè per entrarvi. Ora quella era appunto la birreria ove una volta il professore soleva recarsi tre o quattro sere per settimana, e proprio di fronte alla porta d’ingresso Teofoli si trovò faccia a facciacon Frusti e Dalla Volpe che sedevano soli soletti ad un tavolino. Non potè a meno di salutarli e di presentar loro Monsieur de la Rue Bianche, che Dalla Volpe specialmente avrebbe dovuto conoscer di nome perchè s’occupava di studi analoghi ai suoi. Ma tra i due professori e il dottoconfrèrec’era troppa diversità d’indole perchè il colloquio riuscisse animato, e Frusti e Dalla Volpe, limitandosi a scambiar poche parole col forestiero, preferirono di vuotare il sacco degli epigrammi contro il collega. Il più esacerbato era Dalla Volpe che aveva sullo stomaco una quantità di pranzi di magro ammannitigli dalla consorte. E tirò in campo la festa dei Gilbert alla quale aveva sentito dire che Teofoli fosse invitato. Era vero?

Verissimo.

E ci sarebbe andato?

Probabile.

— E in che costume? — seguitò Dalla Volpe.

Teofoli avrebbe potuto rispondere che sarebbe andato in abito nero, ma non volle abbassarsi a troppe spiegazioni. — Si vedrà, — egli disse seccamente.

— Allora, — ripigliò Dalla Volpe, — scommetto ch’è vero anche questo: che comparirai da Zefiro....

— E che ballerai un passo di grazia con la contessa Serlati — soggiunse Frusti.

Il professore replicò con mal garbo, e chi sa che battibecco sarebbe successo se la presenza d’un estraneo non avesse servito di freno.

Però Teofoli e Monsieur de la Rue Blanche non istettero molto ad accommiatarsi. Il francese esternò subito la sua antipatia pei due istrici che l’altro gliaveva fatto conoscere e svolse le sue idee sulla necessaria inferiorità di quelli che sfuggono le donne. Benintesoqu’il ne faut pas nager dans l’azur; bisogna andar subito al concreto; se no, guai.

Fra i sarcasmi di Dalla Volpe e di Frusti e le dottrine radicali di Monsieur de la Rue Bianche, il professore tornò a casa che aveva la testa come un cestone. E tutta la notte sognòle mot de Danton: de l’audace, de l’audace, et toujours de l’audace. E, sempre in sogno, fu audacissimo; tanto audace che la mattina, a ricordarsene, sentì drizzarsi i capelli sulla fronte e salirsi le fiamme al viso.

Comunque sia, in quei giorni, con la migliore volontà del mondo, il professore Teofoli non avrebbe potuto essere audace altro che in sogno. I preparativi pel ballo mascherato dei Gilbert assorbivano tutte le facoltà e tutto il tempo delle signore eleganti di X; le virtuose non badavano più alla loro famiglia, le peccatrici non badavano più ai loro amanti, e quelle che, senza essere ancora cadute, avevano voglia di gustare il frutto proibito, si riserbavano a stendervi la mano in quaresima. Per ora conveniva pensare alla gran serata. Ed erano abboccamenti misteriosi e misteriose corrispondenze con sarti evestiaristidel paese e di fuori, erano colloqui diplomatici in cui le rivali si tasteggiavano a vicenda cercando strapparsi il geloso segreto di un’acconciatura,del taglio d’un abito, del colore d’un nastro. Si consultavano gli artisti, si sfogliavano le opere più riputate sul costume antico e moderno dei vari popoli, si esaminavano disegni e modelli, si applicava la celebre formola dell’Accademia del Cimento: provando e riprovando.... ogni sorta di foggie. C’era poi da combinare le coppie per le quadriglie, e anche questo grave argomento era oggetto di lunghi e delicatissimi negoziati.

Le intenzioni della contessa rimasero per un pezzo avvolte in un mistero impenetrabile. Finalmente si seppe ch’essa sarebbe comparsa da Madama di Pompadour e che il suo cavaliere nella quadriglia sarebbe stato il marchese Montalto in uniforme di gentiluomo della Corte di Luigi XV.

Teofoli accolse la notizia con mediocre entusiasmo. La marchesa di Pompadour, una favorita! Non c’era proprio di meglio da scegliere?

E con molte reticenze il professore fece intendere alla sua amica che avrebbe preferito qualche cos’altro, qualche tipo immortalato dalla poesia, reso sacro dalla sventura....

— Mio caro, — interruppe la Serlati, — la poesia e la sventura son bellissime cose, ma in un ballo si bada a ben altro che a ciò.... Sarò una marchesa di Pompadour adorabile, ve ne dò la mia parola d’onore... senza esser per questo la favorita di nessun principe....

— O contessa cattiva, può attribuirmi un pensiero simile? Gli è ch’io l’avrei vista così volentieri come Beatrice, come Laura, come Vittoria Colonna....

— Per carità, Teofoli, lasciamole in pace queste illustri signore. Beatrice una maestra di catechismo,Laura una smorfiosa, Vittoria Colonna una pedante.... La mia marchesa di Pompadour almeno è una donna, viziosa fin che vi piace, ma donna, piena di buon gusto, d’eleganza, di spirito.... E poi ella vestiva bene, e quest’è l’essenziale.... domandate l’opinione delle sarte sulletoilettesdelle vostre tre dame.

In complesso Teofoli non osava dirlo, ma più che la scelta del costume lo infastidiva la scelta del cavaliere. Montalto? Sempre Montalto? Perchè la Giorgina aveva accordato un tanto favore a quello tra i suoi adoratori che gli dava più ombra?

Questa, pel professore, avrebbe dovuto essere un’ottima ragione per riconfermarsi nella sua prima e savissima idea di non andare dai Gilbert; ma in amore non vi sono ottime ragioni; vi sono degli istinti; vi sono, come direbbero gli avvocati, delle forze irresistibili che ci trascinano a fare precisamente il contrario di quello che sarebbe richiesto dalla nostra quiete e dal nostro decoro.

Nè ormai c’era alcuno che avesse presa sull’animo del buon Teofoli, che potesse trattenerlo sul pendìo sdrucciolevole nel quale egli era avviato. Non aveva altra persona di famiglia che una sorella maritata a Roma e con cui egli scambiava due lettere all’anno; sfuggiva gli amici e in particolar modo gli Ermansi, Frusti, Dalla Volpe, e quando non era all’Università, o nel suo studio, o dai Serlati, vedeva con qualche frequenza il solo Monsieur de la Rue Bianche, che, senza parlargli della contessa Giorgina, coltivava coi discorsi procaci le sue recenti disposizioni erotiche e gl’intronava la testa colmot de Danton: de l’audace, de l’audace et toujours de l’audace.

Si avvicinava intanto la sera del ballo e alla vigilia del memorabile avvenimento la signora Pasqua vide giungere a casa due paia di guantigris perle, due paia di cravatte bianche e un abito nero completo. Quest’abito nero fu quello che l’impressionò di più, perchè il professore ne aveva uno, fatto da un anno in occasione d’una cerimonia scolastica, e tuttora in buonissime condizioni, tantochè egli se n’era servito anche nel corso dell’inverno per andare nelle sue società.

Dopo la scena che il lettore ricorda, le relazioni tra la signora Pasqua e il padrone erano quelle di due potenze che hanno richiamato gli ambasciatori senza venire a una aperta rottura. Del licenziamento non si parlava nè da una parte nè dall’altra; si dicevano soltanto le cose indispensabili, e si dicevano col minor numero di parole possibile.

Questa volta però la signora Pasqua non potè tacere.

— Scusi, — ella disse, — s’è dimenticato che ha unfracquasi nuovo?

— Non ho dimenticato nulla, — rispose il professore, — ma quelfracnon va bene.

— Come? Non è più di moda?

— Già.... Non è più di moda, — replicò Teofoli per troncare il discorso.

Ma la signora Pasqua insistette. — Un uomo come lei curarsi della moda! — ella brontolò. E soggiunse: — Io poi le giuro che il vestito vecchio è dell’identico taglio di questo che il sarto le ha fatto adesso per mangiarle dei quattrini.... Anzi vado a prenderlo.... Vedrà co’ suoi occhi.

— No, no, — ripigliò il professore ordinandole difermarsi. — Volete saperla la ragione di quelfracnuovo? L’altro era diventato troppo largo e non c’era modo di stringerlo convenientemente....

Vi sono parole che illuminano.... La signora Pasqua guardò il professore e riconobbe subito che il vecchiofracdoveva realmente essergli diventato assai largo. In fatti gli eran diventati larghi tutti i vestiti dell’anno scorso.

— È vero, — ella disse a mezza voce. — È dimagrato.

— Meglio così.

La signora Pasqua tentennò la testa. — Mi permetta di non esser del suo parere. Creda a me, questa vita non le conferisce. Benedetti quei tempi che aveva i suoi metodi, i suoi sistemi fissi, e stava solamente co’ suoi amici, e non pensava ad arricciarsi, a profumarsi....

— Oh, ci siamo con le prediche....

— Le chiami prediche fin che vuole, i fatti son fatti.... Una volta aveva appetito e c’era una soddisfazione d’amor proprio a prepararle qualche cosa di buono; adesso non bada neanche a quel boccone che mangia.... seppur lo mangia; una volta era sempre di umore gaio, adesso ha mille pensieri pel capo....

— Insomma, basta....

— Basterà, basterà.... Ma creda pure che non parlo per interesse.... gli è che vorrei il suo bene.... perchè meriterebbe d’esser contento.... e mi fa una pena vedere invece....

— Via, via, — interruppe Teofoli, — vi ringrazio della vostra premura, ma siate pur certa che non ho niente e che piuttosto d’ingrassare son contentodi divenir sottile come uno stecco.... In ogni caso il carnevale è agli sgoccioli, e presto finiranno anche questi grandi strapazzi.

— E, — domandò la signora Pasqua con una certa esitazione, — a quel ballo ci va proprio?

— Sì che ci vado.... O credete che andare a un ballo sia come andare alla guerra?

La signora Pasqua avrebbe aggiunto volentieri parecchie altre considerazioni, ma desiderava di non far terminare con un diverbio il primo colloquio amichevole che dopo un così lungo intervallo di musoneria ell’aveva col suo padrone, e uscì lentamente, borbottando: — Non son cose per lei.... Abbia pazienza, non son cose per lei.

Quantunque un po’ maravigliato della singolare tolleranza da lui usata in quell’occasione verso la sua donna di governo, il nostro amico era costretto a riconoscere che la signora Pasqua era animata dalle migliori intenzioni del mondo e ch’egli avrebbe trovato il suo tornaconto a seguire i consigli di lei piuttosto che quelli di chi si ostinava a distrarlo dai suoi studi e dalle sue abitudini. Ed era anche persuaso che la sua salute non fosse quella d’una volta, nè si guardava nello specchio senza riportarne un’impressione penosa. Il dimagrimento era il meno; aveva le guancie terree e fioscie, le labbra scolorite, gli occhi smorti; quell’aspetto insomma che rivela l’amore, ma non dice se si tratti d’un amore troppo felice, o troppo disgraziato. E poi non si sentiva bene; pativa di emicranie, di vertigini, di palpitazioni di cuore, di spossatezza; non si sarebbe più sognato, come un anno addietro, di camminare tre ore di fila. Messo sull’avviso dalle parole della signoraPasqua, egli avvertì, il giorno stesso della sua conversazione con lei, un’oppressione di respiro, un insolito abbassamento di voce, un uggioso tintinnio negli orecchi. Pur non volle consultare il medico nè correre il rischio di esser sottoposto a una cura, obbligato al riposo, impedito d’intervenire al ballo dei Gilbert. E l’intervenire a quel ballo era per lui un punto d’onore, il mancarvi gli sarebbe parso una diserzione, una pusillanimità; un darla vinta agli Ermansi, al Frusti, al Dalla Volpe, alla signora Pasqua, un offrirsi per bersaglio ai loro epigrammi. Ma questo non era il peggio. Il peggio era che gli sarebbe stato forza di rinunziare ad accompagnare la Serlati albuffet, di rinunziare a vederla in tutto lo splendore della sua bellezza e della sua eleganza. L’avrebbe vista invece con la fantasia, cinta dai suoi vagheggini, a braccio del suo Montalto, trascinata nel vortice delle danze, e la visione tormentatrice l’avrebbe fatto ammalar davvero. No, no, sin dopo la festa dei Gilbert egli non aveva il diritto di badare a’ suoi piccoli acciacchi.

Quel sabato sera, l’ultimo sabato di carnovale, quantunque nevicasse fitto e tirasse un vento impetuoso che spegneva i lampioni alle cantonate, una folla tenuta indietro a fatica da due guardie municipali s’accalcava dinanzi al palazzo dei Gilbert. Quella gente venuta per curiosità non vedeva null’altro che le finestre illuminate del primo piano, ele carrozze che a una a una infilavano il portone e andavano a deporre il proprio carico a’ piedi della scala, nell’ampio cortile coperto di vetri e adorno di piante e di fiori. Ma gli sguardi profani non arrivavano fino all’ampio cortile, non penetravano nelle chiuse carrozze, e solo di tratto in tratto qualcheduno che conosceva il cocchiere, o i cavalli, o lo stemma, o il monogramma, susurrava al vicino un nome che correva poi per tutte le bocche. E ogni nome sonoro e ogni equipaggio di lusso provocava un bisbiglio lunghissimo, mentre i pochifiacresche portavano alla festa gl’invitati di minor conto erano accolti da mormorii dispregiativi e da sghignazzate. Tanto fascino conservano, in quest’epoca di vantata democrazia, il blasone e la ricchezza! A quei poveri diavoli che irrigiditi e fradici fino all’ossa stavano lì esposti all’intemperie a godersi lo spettacolo del lusso altrui parevano degni di scherno i modesti borghesi che si recavano al signorile ritrovo senza carrozza propria e livrea.

Anche l’umile vettura che conduceva il nostro Teofoli destò l’ilarità petulante di alcuni monelli, uno dei quali, gran frequentatore della Corte d’Assise, gridò con voce stentorea: — Entra la Corte. — Non si sa se offeso o lusingato dal paragone, il magro ronzino mise un piede in fallo e fu a un pelo per cadere; le risate aumentarono, il fiaccheraio tirò tre o quattro moccoli, e il professore, abbassando il vetro della portiera e cacciando fuori la testa, domandò a due riprese: — Che c’è? Che c’è?

Il cocchiere non si curò di rispondergli, ma fatto far giudizio al cavallo con un paio di frustate entrò solennemente nell’atrio del palazzo.

Abbarbagliato dal fulgor dei lumi e dalla varietà dei colori, e intontito dal brulichìo della gente che saliva lo scalone insieme con lui, il celebre professore Teofoli si trovò, quasi senz’accorgersene, prima nel guardaroba ove un servo gli levò di dosso la pelliccia e gli consegnò una tessera, poi su nell’appartamento di fronte ai coniugi Gilbert che nel severo costume dei contemporanei di Washington, fondatori della libertà americana, ricevevano gli ospiti.

Ed essi ebbero anche per Teofoli una stretta di mano espansiva e una parola gentile, ma non poterono prestare ascolto alla sua risposta, costretti com’erano a badare ai sopravvenienti. Allora il professore girando gli occhi intorno notò con rammarico che in quella sala su trenta o quaranta uomini ce n’erano appena due o tre che vestissero la prosaica marsina, nè una rapida corsa attraverso le altre sale gli offrì argomento di conforto. Dappertutto l’abito nero figurava come un’isola, e una brutta isola in mezzo all’Oceano e quelli che lo indossavano avevano l’aria di vergognarsene. Persino Monsieur de la Rue Blanche, all’ultimo momento, s’era deciso a camuffarsi da dottore della Sorbona, in toga e parrucca, e Teofoli se lo vide comparir dinanzi in questa foggia a braccio d’unadama del primo impero, non giovine, non bella, ma d’un’opulenza di forme che rispondeva ai gusti dell’erudito francese. Era una contessa Aginulfo che Monsieur de la Rue Blanche aveva conosciuto tre sere addietro dal console francese e con la quale egli sembrava disposto a esperimentare il suo sistemade laudace,toujours de l’audace. In fatti egli passò accanto al suo recente amico con piglio di conquistatore e con un sorrisofatuo sul labbro che Teofoli interpretò così: Tu languisci da mesi per una femmina che ti canzona; io in pochi giorni farò capitolar la fortezza.

— Ah, una femmina che mi canzona, — pensava Teofoli. — Riderà bene chi riderà ultimo. Se mi casca un’altra volta sotto le unghie, non sarò mica tanto ingenuo....

Due compagni di sventura del professore, vale a dire due persone che come lui erano infrac, gli vennero incontro sorridenti ed espansivi. L’uno d’essi, il vecchio dottor Lumi, medico dei Gilbert, pieno di decorazioni. — Anche lei, — gli disse, — anche lei ha ottenuto ladispensa.... Sfido io.... noi uomini seri, noi uomini maturi, metterci la maschera, via....

— Ci si trova però alquanto a disagio, — soggiunse l’altro signore, il cavalier Forlier, consigliere di prefettura. — Siamo una minoranza impercettibile.

— Per me, — riprese il dottor Luini, — me ne vado di qui a un’oretta.... E lei, professore?

— Ma.... Non so.... Credo che mi tratterrò un poco di più.... Arrivederci. Voglio fare un giretto per le sale.

Era il secondo giretto che Teofoli faceva al solo ed unico scopo di cercar la Serlati.

Ma la Serlati aveva sempre l’abitudine di arrivare fra le ultime. Del resto, mancavano ancora parecchie fra le stelle dellahigh lifecittadina.

Ciò non toglie che l’appartamento fosse ormai affollato e presentasse uno spettacolo incantevole pel lusso degli addobbi, per lo splendore dell’illuminazione, per lo scintillìo dei brillanti, per la bellezza delle signore, pel largo contributo portato alla festadai costumi di tutti i luoghi e di tutti i tempi, dai capricci della fantasia, dalle geniali evocazioni della letteratura e dell’arte. Qua un giovane e colossalehiglander scozzeseche pareva uscito da uno dei romanzi di Walter Scott dava il braccio a una fanciulla idealmente bella, miss Gilbert, nipote dei padroni di casa, che nell’aspetto e nel vestire riproduceva alla perfezione il tipo della soave Evangelina di Longfellow,


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