III.

Attitudini economiche dell'Ebreo.

L'Ebreo è essenzialmente commerciante ed usuraio, egli non è e non vuol essere agricoltore, operaio; non vuol partecipare alla vita dei popoli frammezzo a cui vive, ma si tiene accampato in mezzo ad essi pronto a sugger loro il sangue dalle vene coi suoi raggiri commerciali. IlTalmud, sempre l'esecrando Talmud, gli impone il dovere di derubare, di spogliare il Cristiano.

Ecco le accuse che un tempo si muovevano agli Ebrei, e che loro si muovono ancora nei paesi meno civili.

L'Ebreo si accaparra i più lauti impieghi, le funzioni cui sono annessi maggiori stipendi e maggiore influenza. In Francia, in Italia, in Germania si è reso padrone della stampa; il numero dei deputati e dei senatori ebrei, nei paesi, ove, infrante tutte le barriere, godono della pienezza dei loro diritti, è strabocchevole in confronto del loro esiguo numero.

Ecco le accuse che oggi si muovono agli Ebrei nei paesi più civili d'Europa.

E su questi temi si ricama a sazietà, e non mancano i belli spiriti per far notare la mirabile duttilità di questopopolo, che sempre intento al proprio interesse, si piega ai varii tempi, ed ai varii paesi; usuraio nell'evo medio, ed oggi ancora in Polonia, in Ungheria, in Rumenia, dovunque insomma le condizioni generali della società di poco differiscono da quelle del medio evo; legislatore, pubblicista, uomo di lettere, avvocato, in Inghilterra, in Francia, in Italia, nell'Europa civile insomma; ma sempre, dovunque, inteso soltanto ad arricchirsi.

Se i frizzi fossero argomenti, noi potremmo chiedere ai nostri contraddittori quale sia l'uomo, quale il popolo, che non cerchi di migliorare la propria condizione economica e sociale.

Ma preferiamo argomenti più serii.

Prima della ruina di Gerusalemme il popolo ebreo non dovette essere estraneo a nessuna professione. Vi erano in Giudea pubblici edifizi, la cui manutenzione esigeva la presenza di operai abili. Una nazione, che nelle sue lunghe emigrazioni e durante la cattività, era stata in grado di attingere, nei varî paesi dove aveva stabilito la sua dimora, l'idea di molti e nuovi bisogni, non mancava certamente di uomini capaci di procurarle gli oggetti che le erano necessari: non vi può quindi esser dubbio che gli Ebrei si consacrassero nella loro patria all'esercizio delle arti meccaniche.

La pastorizia e l'agricoltura — le due industrie che Sully, il grande ministro di Enrico IV, chiamava le due mammelle dello Stato — erano in favore appo loro. Mosè, lo dice il signor de Segur, e chiunque abbia letto la Bibbia non può negarlo, aveva fatto degli Ebrei un popolo di agricoltori.

Una sola industria pare non attecchisse fra gli Ebrei di Palestina: il commercio.

“Il popolo ebreo, dice Roscher, per ciò che riguarda le sue doti morali non secondo ad alcuno altro popolodella terra, durante la sua indipendenza politica, per la rigorosa disciplina però della legge mosaica, s'era lasciato circoscrivere all'agricoltura ed alla pastorizia con esclusione di tutte le altre parti dello sviluppo economico. Dispregiavasi allora tanto più il commercio, in quanto che lo spirituale contatto con vicini dediti al paganesimo era grandemente temuto”(193). Nè poteva esser commerciante un popolo come l'ebreo dedito alla vita campestre e siffattamente avverso ai pericoli marittimi ed alle peregrinazioni, che, costretto per forza alla vita girovaga nelle sue prime cattività, serba però l'amore della sua terra, vi ritorna numeroso, e sforzato a mutar paese, preferisce all'esilio la morte(194).

Come va dunque che questo popolo essenzialmente agricolo, questo popolo che, come ebbimo già occasione di notare, pone, a capo delle sue leggi tradizionali, un trattato di legislazione agricola, questo popolo, cui nessuna industria, tranne il commercio, era estranea, divenisse a poco a poco esclusivamente commerciante e concentrasse per secoli la miglior parte della sua attività in quella industria appunto da cui maggiormente abborrivano i suoi antenati?

A Roma, dove, come già vedemmo, gli Ebrei erano numerosissimi, essi, vivendo sullo stesso piede dei cittadini romani, si consacravano ad ogni genere di industria.

Vennero i tempi delle persecuzioni, e delle numeroseinterdizioni economiche di cui gli Ebrei furono vittima, e prima fra queste interdizioni fu quella che proibiva loro l'acquisto di beni stabili. Da qui l'impossibilità per l'ebreo agiato di consacrarsi all'agricoltura. È vero che questo divieto di possedere beni stabili non fu sempre e dovunque osservato con uguale rigidezza, ma anche là dove la legge avrebbe forse permesso loro l'acquisto di qualche pezzo di terra, come mai avrebbe potuto risolversi un ebreo a comperarlo, se sempre e dovunque essi non erano che tollerati e continuamente minacciati di espulsione? Chi non sa la sicurezza essere la prima condizione della proprietà fondiaria? Tolta agli Ebrei agiati la possibilità di divenir proprietari, ne veniva per conseguenza che gli Ebrei poveri rifuggissero dall'agricoltura. Chi è mai quell'uomo che abbraccia spontaneamente un'arte, un mestiere qualsiasi, quando sa già da prima che in quell'arte, in quel mestiere, gli sarà vietato ogni progresso? Chi entrerebbe volontario nelle milizie, quando avesse la certezza assoluta di non divenir mai tampoco caporale? e chi vorrebbe darsi ai lavori agricoli sapendo di non poter mai divenir proprietario del più modesto pezzo di terra? E d'altronde l'odio cui eran fatti segno gli Ebrei avrebbe loro permesso di trovar lavoro sui campi altrui, quando ai loro correligionari ricchi era vietato di possederne? È almeno lecito il dubitarne.

E se ad essi era vietata l'agricoltura, lo era del pari l'esercizio delle arti, delle manifatture.

Il regime delle corporazioni di arti e mestieri, che fu la forma quasi esclusiva dell'ordinamento del lavoro, dall'età di mezzo fino a Turgot ed a Luigi XVI, bastava da solo a togliere agli Ebrei ogni possibilità di esercitare qualsivoglia industria.

Tenuto a vile, dispregiato, odiato, l'Ebreo è costretto ad abbracciare l'unica professione che gli si lascia libera,e questa professione è quella che fin dai tempi di Cicerone era ritenuta sordida(195): il commercio.

Sarà gloria dell'Ebreo aver rialzato questa professione, e se stesso con essa, ed aver sempre lottato e reagito contro il pregiudizio castigliano che aveva infettato l'Europa intiera: la nobiltà consistere nell'ozio.

Ma già udiamo obbiettarci che ciò che si rimprovera agli Ebrei non è soltanto l'abbandono dell'agricoltura e delle altre industrie, ma specialmente l'esercizio dell'usura e la disonestà nel commercio.

Veniamo quindi all'usura.

Fra le molte accuse lanciate contro gli Ebrei dei tempi di Augusto a Roma non troviamo questa di usura.

Ma sarebbe un voler negare la luce del sole, negare che essi abbiano nei tempi posteriori esercitato l'esosa industria.

Sarà però opportuno intendersi subito sul significato vero di questa brutta parola.

“L'interesse dei capitali prestati, dice il principe degli Economisti francesi, chiamato mal a propositointeresse del danaro, chiamavasi anticamenteusura(fitto dell'uso, del godimento), ed era la parola propria, poichè l'interesse è un prezzo, un fitto che si paga per avere il godimento di un valore. Ma questa parola è diventata odiosa, essa non desta più se non l'idea di un interesse illegale, esorbitante, talchè se ne è a lei sostituita un'altra più onesta e meno espressiva secondo il solito”(196).

Allorquando noi troviamo quindi impiegata dagli storici la parolausura, non dobbiamo prenderla nel senso che oggi vi si annette.

Oggi che le leggi, informandosi ai canoni della scienza economica, riconoscono la libertà dell'interesse, oggi che il negoziante, l'industriale, trova facilmente, ad equo interesse, i capitali di cui abbisogna, oggi infine che il denaro è a buon diritto considerato una merce come qualsivoglia altra, oggi l'usuraio è quel vilissimo trafficante che specula sulle dissipazioni della gioventù, o sui bisogni di quegli infelici che ridotti alla estrema miseria non potrebbero procurarsi altrimenti il denaro di cui abbisognano.

Nei tempi andati ben diversamente procedevano le cose.

Tutti sanno quanto odiosi si fossero resi nell'antica Roma i prestatori di denaro.

Bruto, Cassio, Antonio, Silla, persino il gran Pompeo ed il severo Catone prestano ad usura e non arrossiscono di esigere interessi che variano dal 48 al 70 per cento all'anno.

Cicerone, governatore della Cilicia, si crede il benefattore della provincia per aver abbassato il saggio dell'interesse al 12 % annuo, più un diritto di commissione in caso di ritardo o di rinnovamento.

Il Cristianesimo, venuto a bandire al mondo una parola d'amore, doveva reagire in senso opposto.

Da ciò negli antichi dottori della Chiesa, a cominciare da San Giovanni Grisostomo, quella tendenza a riguardare come illecito il prestito ad interesse, tendenza che diveniva tanto più pronunciata quanto più l'abuso, contro cui volevasi reagire, era più frequente e radicale; e che questo abuso si mantenesse tale nei primi secoli dell'età di mezzo, ce lo provano i capitolari di Carlo Magno, che più di venti volte tornano sull'argomento e non cessano di biasimare l'usura in ogni modo, lasciandointendere che era allora colpa comune così al clero come agli altri abitanti(197).

San Tomaso d'Aquino, per dir d'un solo, fondandosi sul principio che le cose fungibili, che formano la materia del prestito, non hanno guari un uso che sia distinto dalla cosa stessa, ne conclude che vendere questo uso esigendone un prezzo è vendere una cosa che non esiste(198), ovvero esigere due volte il prezzo della medesima cosa, poichè la sorte principale restituita è esattamente l'equivalente della cosa prestata, e che non avendo niun dato valore al di là della cosa prestata, l'interesse che se ne riceverebbe in dippiù sarebbe un prezzo doppio(199).

Sarebbe sfoggio di erudizione altrettanto facile quanto impertinente riunire qui centinaia di decisioni di Concilii, di bolle pontificie, di passi di autori i più ortodossi, che, tutti ad una voce, condannano l'usura, designando con tal nome, non l'usura quale oggi si intende, ma il semplice prestito ad interesse.

Verso la metà del secolo scorso, un papa, ed un gran papa, Benedetto XIV, esortava ancora i vescovi a dimostrare ai popoli quanto sia grave il peccato di usura, reprimendo i discorsi di quelli che lo spacciavano come indifferente(200).

Non è còmpito nostro indagare quale influenza siffatto divieto esercitasse sui progressi della ricchezza nei paesi cattolici. Sismondi, storico ed economista valentissimo, ma alla Chiesa cattolica punto benevolo, ne fa risultare “nel popolo assai più grande abitudine di dissipazione, perchè l'economia non conduceva all'agiatezza, e un capitale ammassato non era se non una occasione di più a peccare qualora si avesse voluto farlo fruttare”(201). Non è possibile non convenire in questo giudizio dello scrittore protestante, ma l'imparziale filosofo della storia potrebbe esprimere il proprio rammarico che il Sismondi non abbia tenuto conto di due cose; e cioè della reazione necessaria che il Cristianesimo doveva portare contro i feneratori di Roma pagana, e delle condizioni della società nell'evo medio, che rendevano assai raro il bisogno del mutuo veramente ed economicamente utile, cioè del mutuo contratto per dar vita a traffichi e ad industrie, e frequentissimo invece il mutuo dannoso ed antieconomico, quello cioè contratto per far fronte ai bisogni della vita, o peggio, della dissipazione.

Non ci eleveremo dunque noi a giudici dell'opinione che vietava ai cattolici di dar denaro ad interesse, paghi di far notare che siffatta opinione, benchè in altri tempi universalmente adottata, non venne mai ritenuta come essenzialmente legata alla Fede; e ce lo prova, incontestabilmente, il diritto romano, che, compilato quando il Cristianesimo già era la sola religione dell'impero, autorizza, esplicitamente, il prestito ad interesse(202).

Vietato ai Cristiani il dar denaro ad interesse(203), vietata agli Ebrei ogni altra industria, era naturale, era forzato che gli Ebrei dovessero dedicarsi tutti, o quasi tutti, all'arte feneratizia, nella quale però ebbero predecessori e compagni i lombardi ed i caorsini.

Nè si potrebbe negare che gli Ebrei, specialmente nell'età di mezzo, esigessero interessi tanto esorbitanti da sembrarci oggi impossibili.

Ma i fenomeni economici hanno questo di comune coi poemi, che non possono essere apprezzati al loro giusto valore se non si pon mente alle condizioni di tempo e di luogo in cui si producono.

Poche parole di Giambattista Say ritrarranno queste condizioni meglio che noi non potremmo fare in un intiero volume: “Quando il bisogno di pigliare a prestanza ne faceva tollerare l'uso presso gli Ebrei, questi erano esposti a tante umiliazioni, avarie, estorsioni, ora sotto un pretesto, ora sotto un altro, che solo un interesse considerabile era capace di contrappesare vilipendii e perdite tanto moltiplicate. Lettere patenti del re Giovanni dell'anno 1360 autorizzano gli Ebrei a prestare sopra pegnoritirando per ciascuna lira, ossia venti soldi, quattro denari di interesse per settimana, il che fa più diottantasei per centol'anno; ma nell'anno successivo quel principe, il quale non di meno passaper uno dei più fedeli alla propria parola, di quanti ne abbiamo avuti, fece segretamente diminuire la quantità di metallo fino contenuto nelle medesime monete(204), talchè i prestatori non ricevettero più in rimborso un valore eguale a quello che avevano prestato. Basta ciò per spiegare e giustificare i grossi interessi che essi esigevano”(205).

Se a noi fosse lecito tessere in queste pagine la storia cruenta delle persecuzioni di Israello, e studiare i rapporti tra questa storia e le condizioni economiche dei varî paesi d'Europa, noi vedremmo un fenomeno singolare. Vedremmo i feudatarî, i principi, talvolta, ma più raramente; anche i Comuni, accordare agli Ebrei privilegi esorbitanti, facilitare loro con ogni modo l'esercizio dell'usura, servirsenequindi come di stromento per suggere tutto l'oro del paese e poi vessarli, imprigionarli, martoriarli in ogni guisa, per togliere loro sino all'ultimo obolo il denaro ammassato. I principi e i governi si valgono degli Ebrei come di una macchina di drenaggio, e praticano verso di loro il sistema che un ministro belga opponeva anni sono, con raro cinismo, dall'alto della tribuna, a coloro che gli rimproveravano di permettere che le corporazioni religiose venissero costituendosi dei patrimonî. “Lasciatele arricchire, un giorno o l'altro una nuova legge di incameramento farà ricadere tutti quei beni così laboriosamente accumulati in proprietà dello Stato.C'est une poire pour la soif.” E gli Ebrei furono, per secoli intieri,la poire pour la soifdi principi, di baroni, di Comuni.

L'interesse che essi esigevano dagli infelici, che avevano ricorso a loro per denaro, doveva quindi esser esorbitante; e un osservatore imparziale può di una sola cosa meravigliarsi, che esso non fosse anche maggiore di quello che fu. Chi ha studiato le leggi più elementari della economia sociale, non ignora infatti che il saggio dell'interesse, come il prezzo di ogni derrata, non dipende dalla volontà del legislatore, ma da determinate circostanze di luogo e di fatto, alle cui conseguenze nessuna forza umana può sottrarsi. Queste circostanze costituiscono ciò che, nel linguaggio dei moderni uomini d'affari, si chiama la situazione del mercato. Abbondano i capitali, l'orizzonte politico, scevro di nubi, promette lunghi anni di pace e di tranquillità, ed il saggio dell'interesse si riduce a bassissimo livello. Scarseggiano invece i capitali, le condizioni politiche fanno presagire rivoluzioni o guerre, il denaro si rimpiatta, ed il saggio dell'interesse sale, con altezza vertiginosa, e ciò per due ragioni. E perchè il numerario obbedisce, come ogni altra derrata, alla leggedella offerta e della domanda, ed è tanto più caro quanto più è domandato, tanto più a buon mercato quanto più offerto; e perchè in questo contratto speciale del mutuo entra un elemento specialissimo, che non entra in nessun altro contratto. Per quanto rara sia una derrata, la sola legge dell'offerta e della domanda basta a determinarne il prezzo. Nel contratto di mutuo invece, chi dà a prestito deve tener conto della maggiore o minor probabilità cui va incontro di non aver più restituito il capitale che dà a mutuo. Questa è la ragione per cui, mentre oggi il saggio dell'interesse è del 3 per cento per gli effetti di primo ordine, è del cinquanta e del sessanta pei figli di famiglia e per gli impiegati. Questa è la ragione, per cui chi investe i suoi denari in consolidato inglese ne ricava appena il tre per cento, chi li investe in carte turche o spagnuole, ne ottiene, sulla carta, il sessanta ed il settanta per cento.

In fatto di investimento di capitali è sempre vero l'assioma di quel banchiere: chi vuoi mangiar molto, dorme poco, e chi si contenta di mangiar poco, dorme molto; ciò che equivale a dire che nell'arte feneratizia è impossibile conciliare la sicurezza del capitale impiegato col largo profitto degli interessi.

Si giudichi, al lume di queste premesse, quale doveva essere il saggio generale degli interessi negli scorsi secoli. La storia ci insegna come, per lunga serie di anni, i capitali fossero così scarsi da essere impari agli scarsissimi bisogni, e ci apprende come gli annali di Europa altro non fossero che una serie non interrotta di guerre, di rapine, di pestilenze, di carestie.

Ma quasi tutto ciò non bastasse a rendere elevatissimo il saggio generale dell'interesse nei tempi scorsi, un altro elemento vi concorreva potentemente.

Il fondatore della moderna scienza economica, AdamoSmith, annoverando le ragioni che contribuiscono a rendere più o meno elevato il salario di talune professioni, vi comprese, a grandissima ragione, la maggiore o minore stima da cui sono circondate.

L'asserzione dell'immortale scozzese non ha d'uopo di essere dimostrata.Non de solo pane vivit homoè verità incontestabile, ed ognuno si acconcierà più volontieri a ricevere un più modesto salario in una professione, che lo faccia segno alla pubblica considerazione, di quello che riceverne uno più elevato per vedersi oggetto della generale animaversione.

Ora, quale era il concetto che nei tempi andati avevasi dei feneratori? Ce lo dica il buon ministro di Luigi XVI, Turgot, l'uomo di cui fu detto, che avrebbe salvato la monarchia in Francia, se la monarchia avesse potuto essere allora salvata:

“Piace prendere a prestito, ma è duro essere obbligati a restituire. La soddisfazione che si prova nel trovare ciò di cui si ha bisogno allorquando si è stretti dalla necessità, svanisce assieme al bisogno appagato, che invece rinasce ben presto. Il debito resta, ed il peso se ne fa sentire ad ogni momento sino a che siasi potuto pagarlo. Si crede che colui che presta non dia che il suo superfluo, superfluo che è il necessario per colui che riceve. Quantunque la giustizia rigorosa sia intieramente a favore del prestatore che non reclama che quanto gli è dovuto, la commiserazione, la simpatia sono sempre dal lato del debitore. Si sente che questi restituendo sarà ridotto all'ultima miseria, mentre il creditore può vivere anche senza ciò che gli è dovuto. Questo sentimento si verifica anche allorquando il prestito è puramente gratuito; a maggior ragione allorquando il prestito non fu pattuito che contro un interesse; il debitore, che in questo caso si tiene sgravatoda ogni gratitudine, soffre con indignazione le persecuzioni del creditore.”

Ed ecco quindi la disistima, la antipatia universale perseguitare il creditore, e tanto più acerbamente in quei tempi nei quali l'opinione pubblica vede, in chi dà denaro a mutuo, uno spregiatore di ogni legge divina ed umana.

E questa disistima, questa pubblica antipatia costituiscono un nuovo elemento che viene ad accrescere il saggio dell'interesse, perchè chi ne è vittima vuole trovare un indennizzo a questa impopolarità nella larghezza dei profitti.

Queste erano le condizioni generali dell'industria feneratizia nei secoli scorsi, e se l'indole del nostro lavoro non ci consente di seguirne le differenti fasi da Carlo Magno sino alla Rivoluzione francese, possiamo però dire che se le condizioni, che abbiamo visto influire a mantener sempre elevatissimo il saggio dell'interesse, aumentarono o scemarono d'intensità in diversi tempi, ed in diversi paesi, esse sussistettero però sempre, dalla caduta dell'impero romano sino alla rivoluzione francese.

I lombardi, i caorsini che precedettero gli Ebrei nell'esercizio dell'arte feneratizia(206), e che la esercitarono poi per lungo tempo assieme ed in concorrenza con loro,non isfuggirono certamente a queste leggi generali e le poche notizie che abbiamo sul saggio dell'interesse da essi prelevato bastano a far chiaro come questo raggiungesse altezze mostruose, che le leggi proibitive della usura non giovavano, naturalmente, che ad accrescere.

Nessuno ha mai detto che gli Ebrei esigessero un interesse maggiore di quello che esigevano Lombardi e Caorsini(207); nè avrebbero potuto farlo, perchè se è pur vero che l'industria feneratizia è, fra tutte, quella in cui il fenomeno della concorrenza si esplica meno palesemente, è anche vero, che nessuno avrebbe consentito a pagare, ad un Ebreo, un interesse maggiore di quello che avrebbe potuto pattuire con altri.

Eppure abbondano argomenti per dimostrare che se Ebrei e Lombardi esigevano eguale interesse, ciò che per i secondi era lauto profitto, diveniva interesse meno che rimuneratore per gli Ebrei.

Ad ogni momento leggi ed editti di principi li cacciavano dai paesi dove avevano dimora; ad ogni momento altre leggi esoneravano i Cristiani dall'obbligo di pagare i loro debiti verso gli Ebrei; o, ciò che per questi infelici tornava esattamente lo stesso, obbligava i debitori cristiani a pagare al principe, al signore, le somme che loro erano state mutuate dagli Ebrei.

Nell'impossibilità assoluta di dare neppure un breve quadro delle sofferenze della nazione giudaica, piglieremo a prestito dal Blanqui poche linee, che se si riferiscono ad un sol paese e ad un solo regno, sono però l'esatta dipintura di quanto avveniva sempre e dovunque:

“Di tutti i Re che occuparono il trono [di Francia] durante circa due secoli [1180–1328], non ve ne fu uno che trascurasse di dar prova della sua potenza e della sua ortodossia con provvedimenti severi contro gli Ebrei; ad ogni istante si vedono pubblicate ordinanze contro questi paria del medio-evo, considerati siccome la materia imponibile per eccellenza. Filippo Augusto ne promulgò quattro rimasti celebri: nella prima li minaccia, nella seconda li spoglia, nella terza li scaccia, e nella quarta proscioglie i loro debiti. Luigi VIII pubblicò del pari la sua: soppresse ogni specie d'interesse, ed ordinò si pagassero ai signori le somme che erano dovute agli Ebrei. Abbiamo già veduto San Luigi non essersi mostrato meno severo con loro(208); Filippoil Bello, Luigiil Protervo, continuarono il sistema dei loro predecessori(209).”

Si vede, da quanto precede, che allorquando un Ebreo si toglieva una moneta di tasca, per darla a prestito, egli doveva calcolare che novantanove volte sopra cento non l'avrebbe mai più riveduta.

Ed in fatti quando i pubblici poteri non erano autori delle spogliazioni commesse a danno degli Ebrei, i debitoritrovavano un modo spiccio assai di pagare i loro debiti.

Si accusava un ebreo di qualsivoglia più pazza ed impossibile scelleraggine; di aver avvelenato i pozzi, di aver diffuse le pestilenze, di aver vituperato il Santissimo Sacramento o che so io; e senza altra forma di processo, si dava mano alle armi, si massacravano gli Ebrei, si spogliavano le loro case, e soprattutto si distruggevano i titoli di credito che esistevano presso di loro.

Fu notato, che, in certi paesi, le rivoluzioni cominciano sempre col dar fuoco agli archivi criminali, tanto importa a certi rivoluzionari di far sparire le traccie del loro passato, e le sommosse contro gli Ebrei si manifestavan sempre, in tutti i tempi ed in tutti i paesi, col distruggerne i registri ed i titoli di credito.

Questa verità non è sfuggita agli storici ed il Roscher, l'illustre professore dell'Università di Lipsia, l'esponeva con queste parole: “Molte persecuzioni del più tardo medio-evo, nelle quali soprattutto si trattava di annullare le obbligazioni di debito verso gli Ebrei, sono a considerarsi quali crisi di credito in foggia barbarica, quale una forma medio-evale di quelle che oggi si chiamanorivoluzioni socialistiche(210).”

Anche il Beugnot riconosce che più d'una volta gli Ebrei vennero massacrati, ben più come creditori che come eretici(211).

Meno scientificamente, ma più efficacemente forse, un brioso giornale cittadino, ilPasquino, definiva testè l'antisemitismoaltro non essere che unanticreditorismo.

Se a queste persecuzioni sistematiche, a questi massacri periodici, aggiungiamo il fatto che, anche nei paesi dove erano meglio trattati, gli Ebrei erano soggetti a gravissime tasse speciali, per ciò soltanto che erano Ebrei; se poniam mente che i loro poveri essendo esclusi dalla pubblica beneficenza, toccava ai ricchi ebrei di provvedere ai loro bisogni, si comprenderà di leggieri che essi erano costretti a gravare la mano sugli infelici loro debitori.

È un circolo vizioso cui non si sfugge: le persecuzioni, i massacri contro gli Ebrei, obbligano questi a mostrarsi più avidi, più duri coi loro debitori; e questa avidità e questa durezza generano nuove persecuzioni, nuovi massacri.

Qui si presenta naturale una domanda: come mai malgrado tante e così violente persecuzioni, malgrado il continuo timore in cui dovevano vivere, di vedersi frustrati ad un tempo e dello sperato beneficio e del loro stesso capitale, continuavano essi ad esercitare l'industria feneratizia? La risposta è semplice. Davan danaro a prestito perchè non era loro permesso di impiegare in altro modo quella parte dei loro capitali che era esuberante ai loro commerci; perchè non potevano acquistare o coltivar terre, nè divenir proprietari di edifizi urbani, perchè erano, come vedemmo, sopracarichi di imposte e di spese di beneficenza, e perchè occorreva loro spender molto denaro per soddisfare l'avidità dei sovrani e dei principi che vendevan loro a caro prezzo il diritto di soggiornare nei loro paesi, e quella dei cortigiani che intercedevano per loro, presso il governo, protezione che era sempre ben lungi dall'essere gratuita.

Sarebbe del resto singolare contraddizione del secolo nostro, che esalta, forse oltre il dovere, i beneficî del credito, dimenticare che all'esercizio dell'arte feneratizia praticata dagli Ebrei, devono ascriversi quei grandi progressieconomici di cui oggi si mena tanto vanto e che i nuovi popoli devono agli Ebrei del medio evo:

1º L'introduzione degliinteressi del capitale, senza cui non sarebbe neppur pensabile uno sviluppo superiore del credito, ed anzi nemmeno della formazione del capitale e della divisione del lavoro. Se questo progresso era in parte soltanto una ristorazione di quanto aveva conosciuto l'epoca, altamente incivilita, dei Greci e dei Romani, non è così del

2º Dell'invenzione, cioè, della cambiale, la quale è innovazione di un valore storico mondiale, essendo quella di uno stromento che ha per il commercio del danaro, presso a poco la stessa importanza della ferrovia per la industria dei trasporti, e del telegrafo per lo scambio delle notizie(212).

Nè l'azione benefica esercitata dagli Ebrei sul progresso economico, nei tempi più caliginosi del medio evo, si limita all'industria feneratizia; soli, concentrando, sul commercio dell'oro e dell'argento, una attenzione che i pregiudizi dei loro contemporanei li impedivano di occupare altrove, prepararono la grande rivoluzione monetaria, che la scoperta delle miniere d'America e l'impianto delle banche europee dovevano compiere nel mondo; e quasi ciò non bastasse, ogni qual volta le leggi non lo vietavano loro, e spesso anche malgrado il divieto delle leggi, essi esercitavano ogni specie di commercio.

“Allorquando la moltiplicità dei pedaggi e la tirannide dei signori feudali rendevano impossibile ogni speculazione che non fosse quella dei piccoli mercanti dei borghi e delle città, gli Ebrei, più arditi, più facili a muoversi, volgevano l'animo a più vaste operazioni e lavoravano in silenzioad avvicinare continenti ed a riannodare i regni. Essi evitavano le barriere ed i fortilizi, nascondendo accuratamente, sotto miserabile apparenza, la loro reale ricchezza ed il segreto delle loro transazioni. Andavano a cercare a grandi distanze e mettevano a portata dei consumatori meno poveri, i prodotti poco conosciuti dei paesi i più remoti. A forza di errare e di correre di paese in paese, avevano acquistato una conoscenza esatta dei bisogni di tutte le piazze commerciali; sapevano dove si doveva comperare e dove si poteva vendere: pochi campioni ed un libriccino di note bastavano per le loro operazioni le più importanti. Corrispondevano fra loro sotto la fede di impegni che il loro interesse li obbligava a rispettare(213), circondati come erano da nemici di ogni specie. Il commercio ha perduto la traccia delle ingegnose invenzioni che furono il risultato dei loro sforzi, ma è alla loro influenza che sono dovuti i progressi rapidi di cui la storia ci ha segnalato il brillante fenomeno in mezzo agli orrori della notte feudale(214).”

Il valore economico degli Ebrei non può del resto esser revocato in dubbio da nessuno storico imparziale; è ad esso, ad esso soltanto, che questo popolo va debitore della sua conservazione, malgrado le atroci, inaudite persecuzioni di cui fu vittima; senza il loro valore economico, gli Ebreisarebbero stati distrutti, ed il loro nome, come quello di molte sètte del Cristianesimo, non sarebbe più che una memoria storica.

Questo valore economico fu spesso riconosciuto dai loro stessi più acerbi nemici, che or proscrivendoli, or richiamandoli, attestavano l'importanza che ha la ricchezza mobiliare creata dal lavoro e dall'industria. Egiza, re visigoto di Spagna, uno dei loro più crudeli persecutori, mentre li bandisce dai suoi Stati, fa eccezione per quelli della Settimania, “allo scopo, diceva, di riparare le sventure che questa provincia aveva provato, e perchè gli Ebrei potessero ristabilirne le finanze sia per via dei tributi che pagavano al fisco, sia colla loro attività ed industria”(215). Luigi III e Filippo l'Ardito dissero nelle loro lettere di richiamo agli Ebrei, nei loro Stati, che non trovavano altro mezzo per ristabilire le decadute finanze, che il richiamare gente propria a far fiorire il commercio e circolare il denaro(216).

San Pio V, uno dei pochissimi Papi che perseguitarono gli Ebrei, dichiara, nelle sue bolle, che mantiene gli Ebrei in Ancona per non distruggere il commercio col Levante.

Quasi contemporaneamente il glorioso restauratore della Dinastia Sabauda, l'eroe di San Quintino, Emanuele Filiberto, accordando con un decreto del 1572, che è, per quei tempi, monumento insigne di tolleranza, facoltà agli Ebrei di stabilirsi nei suoi Stati, dichiara espressamente esservisi indotto “per commodo delli nostri sudditi et beneficio del paese”(217).

Altri esempi potremmo addurre, ma bastino questi, come basti l'accennare che il declinare della grandezza spagnuola comincia positivamente dal giorno in cui 300,000 israeliti, scuotendo dai loro calzari la polvere della terra di Torquemada, trasportarono e sparsero sulla superficie dell'Europa le ricchezze, l'istruzione e la industria loro. E ben lo sa Livorno, che deve il suo porto agli Ebrei portoghesi, come Ancona che riconosce la sua floridezza da certo dott. Fermo, ebreo, che fu il primo ad avanzare le sue imprese per l'ampliazione di esso(218).

Da quanto abbiamo detto finora risulta, chiaramente provato, che gli Ebrei furono, nei secoli scorsi, altamente benemeriti del traffico e delle industrie; è però innegabile che oggi ancora in certi paesi d'Europa, che di civile hanno poco più che il nome, sorgono serie lagnanze contro gli Ebrei che vengono accusati di essere i monopolizzatori di ogni commercio. E questo avviene specialmente in Polonia.

In altri tempi i sovrani di quel paese reputarono sana politica proteggere gli Ebrei, tanto che Boleslao e Casimiro, due re di quella contrada, per difenderli contro il fanatismo religioso delle popolazioni, affermarono in pubblici atti che la popolazione di Gerusalemme, essendo stata sterminata dalla conquista romana, è difficile rendere gli Ebrei moderni responsabili del sangue di Cristo. In grazia di questa protezione gli Ebrei si accrebbero siffattamente in quelle regioni che non è esagerazione affermare che oltre un sesto degli Ebrei di tutto il mondo è ripartito fra la Polonia russa, la Galizia e la Posnania.Il governo russo è troppo parco di documenti statistici, perchè si possa conoscere con precisione qual sia la parte degli Ebrei nel movimento economico del paese, ma non abbiamo difficoltà ad ammettere, che essi abbiano concentrato nelle loro mani tutto il commercio di quelle contrade, e non abbiamo difficoltà ad ammetterlo, perchè sappiamo come i polacchi non abbiano mai avuto indole commerciale.

Un insigne scrittore di cose economiche scrive di loro il seguente giudizio, che si potrà forse chiamare severo ma non certamente immeritato.

“L'ufficio della Polonia nella storia del Commercio è intieramente passivo. Nessuna altra nazione in Europa si è mostrata così poco atta e chiamata al traffico ed alle industrie. Anche ai tempi della sua grandezza, quando confinava al Sud col Mar Nero ed al Nord col Baltico, quando perciò riuniva le più favorevoli condizioni per l'esercizio del Commercio internazionale, la Polonia non seppe trar alcun partito da simili vantaggi. Non ebbe mai navigazione; non seppe neanche giovarsi nell'interesse del suo dominio, del commercio marittimo dell'Asia che le conquiste della Russia occidentale nel 1460 e quelle della Livonia nel 1583 avevano messo in suo potere, o per lo meno crearsi sul Baltico una posizione uguale a quella degli altri paesi di riviera. Che cosa non sarebbero divenuti in altre mani i porti di Riga e di Danzica come emporio di un paese simile a quello che si estendeva dietro a loro! Col suo mirabile sistema di corsi d'acqua, e con la varietà delle sue naturali ricchezze, la Polonia fu ai tempi del suo splendore uno dei paesi più felicemente collocati per isvolgere un attivo commercio. Ma la sua deplorevole costituzione, l'amore delle conquiste, l'indole bellicosa, il poco gusto per le arti pacifiche, per il lavoro, ridusseroi polacchi ad un ufficio molto subalterno come popolo commerciante”(219).

Ciò che lo Scherer scrive dei polacchi, può dirsi a buon dritto di tutta la razza slava, ed è perciò appunto che dai paesi slavi giungono continue lagnanze contro il monopolio degli Ebrei e dei tedeschi, lagnanze inspirate da quel sentimento di invidia connaturale all'uomo che suole muovere alti lamenti quando vede altri cogliere abbondanti frutti da un albero che egli ha sdegnato. E che questo, e non altro, sia il movente dell'agitazione vivissima che nell'Oriente d'Europa si manifesta contro gli Ebrei, lo proclamava recentemente l'ex-dittatore dell'Ungheria, Kossut, in una lettera da lui diretta al deputato Mezey per combattere l'antisemitismo:

“L'agiatezza degli Ebrei, dice Kossut, dipende dalla loro attività e dal loro spirito di risparmio, e del regresso generale non sono colpa gli Ebrei, ma coloro, che per gli errori antichi, non sanno rivaleggiare con quelli.

“Ricordo ai magiari, che tra i Cresi americani non v'ha neppure un Ebreo, perchè l'Ebreo non può rivaleggiare con l'Americano”(220).

Del resto anche la pretesa ricchezza degli Ebrei venne assai esagerata, e noi, che ci siamo prefissi di avvalorare sempre le nostre parole coll'autorità degli uomini più eminenti di tutti i tempi e di tutti i paesi, lasciamo, anche su questo proposito, la parola ad un valentissimo economistainglese, il Mac Culloch, e gliela lasciamo tanto più volentieri in quanto che il brano che stiamo per riferire, riassume maestrevolmente quanto siamo venuti finora dicendo.

“Si è detto che gli Ebrei erano un esempio di un popolo la cui proprietà era stata lungo tempo esposta a una serie quasi non interrotta di assalti, e che nondimeno avevano continuato ad essere ricchi e industriosi. Ma allorchè lo si esamini rettamente, si troverà che gli Ebrei non fanno eccezione alla regola generale. I fortissimi pregiudizi che si sono quasi universalmente nudriti contro di loro, ebbero per lungo tempo l'effetto di impedir loro di acquistare nessuna proprietà in terra, e li esclusero dal partecipare ai fondi delle istituzioni pie dei varî paesi in cui erano sparsi. Non avendo perciò sussidi avventizi su cui basarsi, caso che divenissero infermi o poveri, provavano un bisogno fortissimo di risparmiare e di accumulare, ed essendo banditi dall'agricoltura erano per necessità costretti a coltivare il commercio e le arti. In un'età in cui la professione mercantile era guardata generalmente come cosa sordida, e in cui per conseguenza avevano pochi competitori, devono aver fatti grandi guadagni, sebbene questi si siano assai esagerati. Ma era naturale che quelli che si erano indebitati cogli Ebrei, dicessero che i loro profitti erano enormi: perchè così si infiammavano i pregiudizi che vi erano contro di loro, e si offriva un pretesto miserabile per defraudarli dei loro giusti diritti. Vi sono alcuni Ebrei ricchi nella massima parte delle vaste città dell'Europa, ma la gran maggioranza di quel popolo fu sempre ed è anche ora poverissimo”(221).

A queste parole del Mac Culloch ci sia permesso aggiungere due ultime considerazioni.

I nemici del nome giudaico, e non son pochi, se da un lato fanno colpa agli Ebrei delle ricchezze di taluni loro correligionari, irridono poi all'umile professione di molti dei più poveri e dei più avviliti tra essi; quella del rivenditore di abiti e masserizie usate, del rigattiere.

Eppure l'economista non isdegna quell'umile mestiere, e gli riconosce la sua larga parte di utilità economica; è il povero rigattiere che, colla industria sua, colla sua mano d'opera, ridà un valore a quanto lo aveva perduto, ed offre alle classi povere il mezzo di acquistare a poco prezzo le cose più necessarie alla vita.Le Temple(222)est la providence du peuple, ha detto, e con ragione, un gran romanziere, che era nello stesso tempo uno degli apostoli del socialismo: Eugenio Sue.

Questo pei poveri; quanto ai ricchi è pur d'uopo convenire che se essi sono tali è perchè le interdizioni di cui erano vittima nei tempi andati, non soltanto li spingevano forzatamente verso le professioni le più lucrative, ma li costringevano loro malgrado a tesaurizzare.

Vietato agli Ebrei il conseguire gradi accademici, era tolto loro ogni incentivo agli studi letterali e cavallereschi, studi, che come ognun sa, non hanno mai arricchito nessuno.Litterae non dant panem.

Vietato agli Ebrei, da numerose leggi suntuarie, l'uso di vesti fastose ed obbligati se non dalla legge, dalla prudenza, a dissimulare sotto sordide vesti la loro agiatezza, per non esporsi a rapine ed a violenze.

Vietato il possedere case, il fabbricarne, e costretti a dimorare nei sordidi ghetti, atti soltanto a far fuggire ogni idea di adornare e di abbellire anco l'interno della propria dimora.

Vietata ogni sontuosità nei loro tempî, nei loro cimiteri, in tutte le pratiche di culto dove la pia munificenza dei Cristiani profondeva, negli scorsi secoli, tesori a dovizie.

Vietata ad essi ogni ingerenza nei pubblici affari.

Vietato ad essi l'aver domestici cristiani, e, persino, l'aver commercio con femmine da conio.

Voglia il signor lettore esaminare questo breve elenco di interdizioni, che molte e molte ne ommette per brevità, voglia compararlo col bilancio della propria azienda domestica, e poi dovrà convenire con noi che il popolo ebreo, obbligato a consacrarsi alle industrie che maggiormente arricchiscono, e costretto a star lontano da quelle, che sono, per ogni uomo civile, le maggiori cause di dispendio, avrebbe finito coll'assorbire tutte le ricchezze del mondo, se le persecuzioni, i massacri, le rapine non gli avessero tolto colla violenza, quanto la violenza lo aveva costretto ad ammassare.

Perchè gli Ebrei dovessero divenire ricchi ed usurai abbiamo veduto; i loro nemici però non paghi di averli costretti ad esercitare un traffico ignominioso, non paghi di rinfacciar loro come una colpa, quello che era necessaria conseguenza della condizione ad essi creata, vennero dicendo che ilTalmudnon soltanto autorizza gli Ebrei ad opprimere i Cristiani con usure, ma ne fa loro espresso obbligo, permettendo ad essi di esercitare ogni maniera di frode verso i non Ebrei.

IlTalmud, lo abbiamo detto a sazietà, non è per gli Ebrei che il complemento della legge, e la legge dà agli Ebrei precetti ben diversi.

Quali sieno i precetti biblici in questo argomento tuttisanno, ma a noi piace ricordarli colle parole stesse di uno dei più accaniti nemici del nome giudaico:

“Secondo la legge mosaica non possono ingannare, nè defraudare alcuno, che con essi contratti. So bene che ciò veniva espressamente loro vietato nel Levitico al capo 19, v. 11, con queste parole:Non mentiemini, nec decipiat unusquisque proximum suum.In molti altri versi del medesimo capitolo e in più luoghi è replicato un tale comandamento. Ed essendo egli morale, e non cerimoniale, non è cessato, ma va in vigore, e nella prima osservanza”(223).

Ed il Talmud che ha per scopo di spiegare la Bibbia, non di cambiarla, non sopratutto di stabilire precetti che a quella ripugnino, conferma questi principii di elementare onestà.

I Talmudisti dicono:

a) che non è permesso di fare altrui illusione, nemmeno ad unGoi, per esempio, di fargli regalo di alcun oggetto, facendogli credere che è di maggior valore di quello che è(224).

Samuele ordinò al servo di accordarsi col barcajuolo che dovea tragittarlo al di là d'un fiume. Nei patti dell'accordo eravi di dargli a bere una bottiglia di vin puro: il domestico mescolò il vino con acqua, nè il barcajuolo se ne accorse. Samuele seppe l'inganno, e sgridò acerbamente il suo servo(225).


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