Dell'uso del sangue cristiano nei riti ebraici
Oggi ancora, nell'ultimo quarto del secolo decimonono, abbiamo veduto, in un paese che si dice civile, Ebrei accusati di aver assassinato una fanciulla cristiana, non per scopo di lucro o di libidine, non per vendetta, o per qualsiasi altro dei soliti moventi cui obbediscono gli assassini, ma nell'intento di raccoglierne il sangue, sangue che si pretende necessario agli Ebrei per l'adempimento di tenebrosi loro riti(247).
E mentre il processo si dibatteva in Ungheria, abbiamo veduto in Italia, in Francia, in Germania, nei paesi insomma del continente d'Europa che sono alla testa del movimento intellettuale, pubblicarsi giornali ed opuscoli per sostenere che la religione ebraica impone ai suoi seguaci l'obbligo di valersi del sangue di umane vittime per compiere non sappiamo quali infami riti.
Che più? un professore dell'I. R. Università di Praga, il Rohling, si è persino procacciata una tal qual nomea, facendosi banditore della oscena accusa; e quasi ciò non fosse bastante, ilFigarodi Parigi, il giornale certamente più diffuso dell'Europa continentale, e che ha parecchi Ebrei fra i suoi collaboratori, riproduceva, a proposito del processo di Tisza Eszlar, nel suo numero del 15 luglio 1883, un lungo e calunnioso articolo controgli Ebrei, togliendolo da un infame libello antisemitico, ilPaderboner Judenspiegel.
Certamente, di fronte agli scarsi accusatori, sorsero numerosi i difensori degli Ebrei, e fra questi, solleva l'animo il poterlo dire, non mancarono dotti ecclesiastici di tutte le confessioni cristiane.
Certamente gli stessi Tribunali Ungheresi, con tre conformi sentenze, proclamarono l'innocenza degli Ebrei accusati nel famoso processo di Tisza Eszlar; ma è pur troppo nell'indole della natura umana il prestare più facile orecchio a chi accusa che a chi difende, a chi proclama il male che a chi lo nega, sicchè non è a meravigliarsi che uomini di buona fede, liberali sinceri, rimangano oggi ancora dubbiosi di fronte alla strana accusa.
Si fa la grazia agli ebrei, che dimorano nei paesi più colti, di ammettere che abbiano rinunziato al sanguinoso rito, ma si pretende che esso si mantenga ancora rigoglioso in quei paesi dove il progresso della civiltà trova refrattarii ebrei e non ebrei.
I più benevoli arrivano ad accordare che non tutti gli Ebrei pratichino la nefanda cerimonia, ma insinuano che può bene essere sorta in seno al giudaismo, una setta la quale abbia imposto ai suoi seguaci l'obbligo di versare umano sangue e di cibarsene(248).
Insomma, mentre tutti gli onesti provano ribrezzo ad involgere nella orrenda accusa gli Ebrei che conoscono personalmente, quelli che vivono in continuo contatto con loro, non mancano però parecchi che vanno cercando argomenti per persuadere a loro stessi che Ebrei di remote contrade possono bene essere colpevoli.
Noi che scriviamo, conosciamo in Italia fior di onesti uomini che protesterebbero indignati se domani una simile accusa si muovesse ad un loro conterraneo, ad un loro amico ebreo, ma che la trovano invece naturale, naturalissima, quando viene rivolta ad un ebreo ungherese o siriaco(249).
Anzi abbiamo sentito taluno che pretendeva difendere gli Ebrei, non negando la stolta calunnia, ma invocando questa singolare attenuante: che cioè se simili accuse non si muovono più, contro gli Ebrei che dimorano in paesi civili, egli è perchè essi rinunciano all'orribile pratica, non appena cessano di esser fatti segno alle oppressioni di cui furono e sono bersaglio nei tempi e nei paesi meno civili.
Certamente, al secolo nostro, che, più spesso che non convenga, giudica dalle apparenze, ripugna meno l'accusare di una orribile superstizione il lurido ebreo polacco dal classico cafetano e dai ricci bisunti, od il palestinesedal turbante e dalla turchesca zimarra, che non il gentiluomo lindo ed azzimato che si mescola a noi, che vive della nostra vita e che ormai può dirsi in tutto eguale agli altri suoi concittadini.
Ma tutto ciò non è che parvenza.
Vanto precipuo del giudaismo è, che, malgrado le differenze, dalla civiltà e dal progresso create, fra gli Ebrei dei varii paesi, essi mantennero sempre l'unità del loro culto, delle loro credenze; sicchè le stesse pratiche, gli stessi riti si celebrano tanto a Parigi quanto a Bagdad, tanto a Milano od a Boston quanto nell'ultimo villaggio della Ungheria e della Polonia.
Bisogna dunque ammettere che o tutti gli Ebrei, che oggi vivono fra noi, hanno d'uopo di sangue cristiano per le loro cerimonie religiose, o che questo bisogno non fu mai provato da nessun ebreo, in nessun tempo ed in nessun paese.
La religione ebraica non ha sêtte, non ha discrepanze religiose, sicchè è forza accettare questo dilemma: o tutti innocenti o tutti colpevoli.
E per questo noi — che scriviamo in Italia, dove, da ormai trenta anni, non è più sorta nessuna accusa di questo genere contro gli Ebrei — sentiamo il bisogno di insistere su questo argomento per far chiaro che mai, in nessun luogo ed in nessun tempo, gli Ebrei praticarono l'infame rito; perocchè se ci fosse provato che un solo fanciullo cristiano fosse stato ucciso dagli Ebreiper scopo religioso, in qualsivoglia tempo, ed in qualsivoglia paese, dovremmo noi pei primi riconoscere che oggi ancora gli Ebrei di tutto il mondo celebrano l'infame cerimonia.
Eppure la storia ribocca di accuse simiglianti mosse agli Ebrei, eppure è antichissima la asserzione che gli Ebrei sacrifichino vittime umane a non sappiamo quali orribili superstizioni.
Già Giuseppe Flavio confutava l'asserzione di Appione, il quale accusava gli Ebrei d'ingrassare nel loro tempio degli stranieri fatti prigionieri e di scannarli poi, per offrirli in olocausto a Dio(250).
Nei secoli posteriori, specialmente a partire dal XII secolo, l'accusa di cui ci occupiamo si venne tanto spesso ripetendo sotto diverse forme, che gli Ebrei hanno oggi nella loro lingua una parola speciale (gnalilad dam,la calunnia del sangue) per designare questa calunnia loro sempre tanto fatale, parola questa che non è ignorata nemmeno da coloro fra essi che non sanno neppure una sillaba di ebraico, e che risuona sempre ai loro orecchi come il rintocco di una campana funebre.
Ai tempi di Arcadio imperatore (395–408 d. G. C.)ad Imnestri, piccola località situata tra Calcide ed Antiochia, alcuni Ebrei ubbriachi furono accusati di aver attaccato ad una croce un fanciullo cristiano e di averlo ucciso; ne seguì una lotta terribile. Ma questo fatto fu giudicato da Arcadio con equità e furono puniti soltanto i veri colpevoli(251).
Nel 1080 gli Ebrei furono tutti banditi dalla Francia, ed i loro beni confiscati, sotto l'accusa di avere, alla loro Pasqua, sacrificato un ragazzino.
Basnage ci narra(252), come — sotto il regno di Alfonso X il saggio, Re di Castiglia e di Leon (1252–1284), — tre scellerati di Orsona, città dell'Andalusia, gittassero un cadavere nel giardino attinente alla casa di un ebreo ed accusassero poi questi di averlo ucciso. Questa calunnia essendosi diffusa per la città il popolo massacrò tutti gli Ebrei che gli caddero nelle mani.
Parecchi cercarono un rifugio nelle case dei loro amici cristiani, ma siccome ricorreva la Pasqua, nel qual tempo gli Ebrei non mangiano pane lievitato, e come essi non trovavano naturalmente che di questo, nelle case dei loro amici, poco mancò non morissero di fame, perchè preferivano digiunare ad infrangere la prescrizione religiosa. Gli abitanti di Palma imitarono quelli di Orsona e si dettero a perseguitare ed uccidere gli Ebrei, sicchè questi fecero pregare i loro correligionari di mandar deputati alla Corte per impedire un massacro che stava per diventar generale. I persecutori tenner dietro dappresso ai tredeputati Ebrei che erano stati all'uopo designati. Anzi essi giunsero i primi, perocchè gli Ebrei erano stati obbligati a lasciare le vie battute ed a nascondersi in una foresta per paura di cader nelle mani dei loro persecutori. Giuseppe, capo della Deputazione ebrea, parlò in nome di tutti, con tanta eloquenza che venne ammirato da tutta la Corte. Re Alfonso assolse gli Ebrei dall'omicidio che non era mai stato commesso. Gli accusatori insistevano perchè l'ebreo fosse messo alla tortura, per sapere se egli aveva o meno perpetrato il reato, ma egli potè sottrarsi alla dura prova, chiedendo ed ottenendo si aprisse la tomba da cui era stato tratto il cadavere, per gittarlo nella sua casa.
Simiglianti accuse si produssero in Inghilterra. Nel 1226 gli Ebrei di Norvich furono condannati a 20,000 marche di ammenda per aver voluto crocifiggere un fanciullo(253). Egualmente nel 1255 a Lincoln, dove dopo un simulacro di giudizio, diciotto ebrei furono appiccati ed il piccolo Ugo, il crocifisso, canonizzato.
A Northampton, per delitto di crocifissione, se ne appiccarono cinquanta, e pochi anni dopo, nel 1287, gli Ebrei furono espulsi dall'Inghilterra, dove non ricomparvero che dopo aver ricevuto da Cromwell l'autorizzazione dirisiedere a Londra e di costruirsi una sinagoga, di rito spagnuolo(254).
Nel 1432 si pretese che Ebrei avessero fatto morire, lardellandolo di colpi di stile, V. Wernher di Bacharach.
Nel 1443 gli Ebrei di Milano, per un'accusa simile, dovettero pagare 20,000 fiorini.
Nel 1475 tre israeliti furono accusati di aver ucciso un ragazzo a Trento, dove la popolazione era stata prima fanatizzata dalle prediche di Bernardino da Feltre(255), etutti gli Ebrei furono messi alla tortura e spogliati di tutto.
Nel 1490, Giovanni di Passamento fu aggiunto alla lista dei santi spagnuoli per il suo supposto martirio a Guardia.
Nel 1506, a Venezia, un giovane israelita ungherese venne arrestato per sospetto di voler rapire un fanciullo cristiano, ma, da saggi giudici, riconosciuto innocente, tosto posto in libertà.
Questo fatto ce lo narra il Sanuto nel volume sesto(256)dei suoi diarii, e lo diamo nel suo testo originale, poichè le parole dell'illustre storico mettono in più chiara luce e la illuminata giustizia veneta, ed il retto e sano criterio dei nostri padri.
“22 marzo 1506.
“In questo zorno hessendo gran Conseio suso, achadete chel fo retenuto un zudio hongaro, nominato Isaach, qual studiava et stava perhò in questa terra, et venuto zoso Gran Conseio, ser Hieronimo Quiriniet ser Antonio Zustignam dotor, Avogadori, lo andono a examinar. Par chel ditto a San Stin(257)in certa calle havesse trovato un puto di anni 2 ½ in zercha, smarito, e lui lo tolse soto la vesta e lo voleva menar via ut dicitur a marturizarlo como fo il bia Simon a Trento et Sebastian Novello a Porto Bufole del 14..(258), et visto da alcuni, tandem fu preso detto zudio che fuziva e si buttò al aqua. Et cussì li Avogadori fe la soa examination con interprete et formò il processo. Quello seguirà noterò di sotto, unum che la matina in Rialto alcuni zudei dal vulgo fonno batuti et quasi lapidati.Ma judico nulla sia et nulla seguirà et esser cossa falssa.”
“24 marzo 1506.
“In questa matina in quarantia criminal fu rilassato il zudeo retento per cazon del puto, atento nulla erra con effecto, et cussì li Avogadori messeno di rilassarlo e fu preso.”
Così si vedeva e si giudicava in Venezia nel 1506!
Verso il 1530, un ebreo, di Amasia, presso Erzerum, venne accusato dell'assassinio di un cristiano il quale era stato bensì visto entrare nella casa dell'ebreo, ma non era stato visto uscirne. Secondo il solito i correligionari dell'accusato furono coinvolti nel processo. I disgraziati vennero sottoposti alla tortura, e, sotto l'angoscia di inenarrabili sofferenze, confessarono di aver assassinato un cristiano; tutti furono appiccati, ed un medico, Jacob Abiob, bruciato vivo. Ma l'accusa non era che unaorribile calunnia ordita da falsi testimoni e la prova non tardò a farsene palese: la pretesa vittima ricomparve. La causa venne allora portata a Costantinopoli, dinanzi al Tribunale di Solimano II, che non soltanto punì i calunniatori, ma ordinò che altre accuse di questo genere, contro gli Ebrei, che potessero riprodursi, dovessero portarsi dinanzi al divano di Costantinopoli, ogni altra giurisdizione esclusa.
Bastò questa disposizione, bastò l'idea di trovarsi dinanzi a giudici relativamente illuminati, perchè, per ben tre secoli, la calunnia non rialzasse più il capo negli Stati del sultano(259).
Anche nel secolo nostro simili casi si riprodussero sovente, troppo sovente per un secolo che ha la pretesa di essere quello dei lumi. Pur tacendo di altri fatti, ricorderemo come a Damasco un rispettabile e venerando cappuccino italiano, il padre Tommaso, ed un suo domestico, scomparissero nel febbraio 1840. Un barbiere ebreo e sette mercanti ebrei furono arrestati sotto l'imputazione di averli uccisi per compiere un sagrifizio rituale. Il processo venne istruito in modo, che, lord Palmerston, nella seduta della Camera dei Comuni inglesi del 22 giugno 1840, ebbe a dichiarare “esempio di barbarie e di atrocità inaudite nel nostro secolo, e quali non potevansi aspettare in un paese che è in relazione col mondo civile(260).” Atroci tormenti strapparono agli sventuratiaccusati una specie di confessione che smentirono energicamente dopo. Il console d'Austria, signor Merlato, tentò invano di calmare l'emozione popolare. Una sollevazione dei cristiani siriaci ne seguì, e, malgrado i passi fatti al Cairo, da sir Moses Montefiori e da Cremieux, in favore dei loro correligionari, malgrado che il Vicerè d'Egitto, Mohammed-Ali, prosciogliesse gli Ebrei da ogni accusa, il popolaccio non fu meno convinto, e lo è ancora adesso, che il padre Tommaso venne sacrificato in obbedienza ai riti talmudici delle feste pasquali.
Quasi contemporaneamente, a Rodi, sorgeva una simile accusa, sempre contro gli Ebrei, ma, il 20 luglio 1840, il Consiglio di giustizia della Porta, che aveva avocato a sè la trattazione dell'affare, assolse tutti gli Ebrei dalla accusa portata contro di loro dai Greci, di essersi impadroniti di un fanciullo greco, al solito intento di scannarlo e di servirsi del suo sangue per la Pasqua. Nè pago di ciò, il Governo turco, per dimostrare tutto l'orrore che gli inspiravano le inumane sevizie usate dal pascià di Rodi contro gli Ebrei accusati, lo destituì da ogni sua carica ed il sultano Abdul-Medjid, con un suo firmano, in data del 13 Ramazan 1256 (7 novembre 1840), che si leggerà fra i documenti, pose in piena luce l'innocenza degli Ebrei accusati a Damasco ed a Rodi.
Pochi anni dopo una cittaduzza italiana, Badia, in provincia di Rovigo, vedeva svolgersi un importante processo, di cui pubblicheremo più innanzi i documenti, processo che finì coll'assoluzione dell'ebreo imputato e colla condanna della sua calunniatrice.
Ricorderemo ancora un processo che ebbe luogo or sono venti anni a Saratoff, l'ultimo, crediamo, nel quale gli Ebrei venissero, malgrado le proteste delle autorità civili e militari, e dello stesso ministro di giustizia, condannati, e ciò, in seguito a testimonianze di persone peggio che equivoche e malgrado che la tortura non fosse giunta a strappare la menoma confessione a nessuno dei pretesi rei.
È troppo recente, e troppo presente alla memoria di tutti, un fatto accaduto due anni or sono ad Alessandria d'Egitto, perchè vi spendiamo sopra ulteriori parole.
Non possiamo però resistere al desiderio di fare qualche breve osservazione sul conto dello stranissimo processo che si svolse non ha guari in Ungheria. A Tisza Eszlar — paese situato, è bene notarlo, nella circoscrizione elettorale che inviò alla Tavola dei deputati il famoso antisemita Geza-Onody, — una ragazza quindicenne, di religione protestante, a nome Ester Solymossy, essendo sparita, gli Ebrei furono accusati di averla assassinata per scopo rituale. Mancava ogni base giuridica all'accusa; nelle acque del Tibisco si era persino ritrovato un cadavere che, quantunque deformato, appariva, indubbiamente, dagli indumenti che portava, quello della infelice scomparsa; sul cadavere non si riscontrava nessuna lesione che potesse far sospettare se ne fosse cavata una sola goccia di sangue; malgrado tutto ciò si voleva il processo; ed il processo, ad eterno disonore dell'Ungheria, ebbe luogo.
Non ce ne rammarichiamo noi; perocchè quel processo è la più fulgida testimonianza dell'innocenza degli Ebrei, confermata da tre conformi sentenze pronunciate, malgrado le esorbitanze di una folla briaca d'odio e sitibonda di sangue, fanatizzata dalle mene degli antisemiti.
Solo argomento a sostegno dell'accusa era, orribile adirsi, la deposizione di un ragazzo quattordicenne, Maurizio Scharf, figlio ad uno dei principali accusati(261). Come si giungesse a costringere un figlio a calunniare il proprio padre, ce lo dica una corrispondenza che ilFigarodi Parigi riceveva da Vienna in occasione del processo.
“Per slegare la lingua a quel Maurizio Scharf, ilDeus ex macchinadi quel processo, il ragazzo quattordicenne che, con accanimento singolare, si era fatto accusatore del proprio padre, il cancelliere giudiziarioPeczely, quel fenomeno di magistrato che nel corso del processo si seppe aver passato quindici anni della sua vita in galera per tentato assassinio, ricorreva ai seguenti mezzi: gli somministrava schiaffi e pugni in buona dose, gli anneriva il dorso con colpi del suo scudiscio da caccia e gli minacciava di fargli finire i suoi giorni in una oscura cella, talmente sucidache neppure un canevi accetterebbe un pezzo di pane. Al contrario gli prometteva mari e monti nel caso in cui si decidesse a parlare.”
Nè diversi erano, sempre secondo la citata corrispondenza, i mezzi usati cogli altri imputati. Ora venivano gettati in qualche cella umida e fredda, ora si esponevano ai raggi del sole, quel sole della Pusztah che ha i suoi quaranta gradi alminimum, e quando si lagnavano di aver sete, si versavano loro nella gola torrentid'acqua che li soffocavano. Del resto il knut non riposava gran fatto.
Più efficace ancora è la descrizione che, dei mezzi usati contro gli imputati di quell'iniquo processo, ci fa un eminente scrittore francese, il Cherbuliez — che mal si cela sotto il pseudonomo di Valbert — nellaRevue des deux Mondesdel 1º agosto 1883: “Il giudice d'istruzione(262), non potendo cacciar nulla dall'imputato Vogel, dopo avergli applicato un ceffone, chiamò i suoi sgherri, e minacciò di bastonarlo: rispose che quanto si voleva fargli dire era falso, siccome potevano confermare ventiquattro testimoni che desiderava si citassero. Tre pugni fortemente appiccicatigli sulla mascella ne fecero sgorgare il sangue; rifiutò di confessare. Gli si fece allora inghiottire tanta acqua che fu costretto a lasciarsi cadere a terra per poterla recere; quando l'ebbe rigettata, lo si costrinse a bere tre bicchieri di acqua salata. Rifiutò di confessare. Gli vennero allora legate le mani dietro il dorso, il commissario lo prese per uno dei ricci dei suoi capelli, un altro per l'altro e tirarono così forte che i due ricci restarono loro nelle mani. Rifiutò di confessare. Lo si spogliò, lo si fececoricare sulla paglia minacciando di appiccarlo pei piedi. Rifiutò di confessare. Poi lo si obbligò a correre sino ad Eszlar dinanzi al cavallo d'un panduro. Il calore era soffocante ed egli non si reggeva più, ma ricusò di confessare. Si finì col rinchiuderlo in una oscura cella. Vi dimorò tre settimane e vi cadde gravemente malato sempre chiedendo, invano, che si sentissero i suoi testimoni.”
Dopo queste narrazioni di scrittori e di giornali autorevoli nessuno oserà meravigliarsi se il governo ungherese, in una corrispondenza di origine evidentemente iperofficiosa, in data 3 luglio 1883, pubblicata nellaRépublique française, è obbligato a lasciarsi strappare questa preziosa confessione:
“Mentre l'Ungheria è governata da una legislazione eminentemente liberale — una fra le più liberali d'Europa — la magistratura ungherese non ha quasi subìto nessuna trasformazione, nessuna riforma, ed è rimasta ad un dipresso tal quale era il secolo scorso”.
Malgrado tutto ciò, malgrado l'eloquenza ed il talento grandissimo che il Szalay, avvocato della parte civile, aveva posto al servizio di questa iniqua causa, tre conformi sentenze posero in luce la piena innocenza degli accusati(263).
Nella impossibilità in cui eravamo di riferire tutti i fatti calunniosi di questa natura addebitati agli Ebrei, siam venuti scegliendo imparzialmente tanto fra quelli che terminarono colla condanna dell'innocenza, come fra quelli in cui l'innocenza finì per trionfare.
Ma, di fronte all'odiosità di questi processi, ci piace porre la testimonianza di coloro che si adoperarono a scagionare gli Ebrei dalla iniqua accusa.
E tra questi vogliamo citare, fra i primi, molti ebrei che abbandonarono la religione avita per abbracciare il cristianesimo. Si sa che in generale coloro che abbandonano una religione od un partito ne divengono i più fieri avversari, sicchè questi neofiti, se avessero avuto conoscenza dell'infame rito, non avrebbero mancato di denunziarlo e, per dovere di coscienza, sopratutto, ed anche forse un pochino per astio verso gli antichi correligionari. Invece non uno fra essi(264)si fece propalatore di simili accuse. L'abate Ratisbonne, i fratelli Lehmann di Lyon, nati ed educati nella religione ebraica, e divenuti più tardi zelantissimi sacerdoti di Cristo, non ne fecero cenno, ma anzi la smentirono. Eisenmenger — fiero nemico degli Ebrei — nel suoGiudaismo svelatoci tiene parola di un Tommaso neofita, il quale, nell'anno 1413, interpellato da un re spagnuolo per conoscere cosa vi fosse di vero in questa accusa, che il Vescovo di Madrid muoveva dal pergamo agli Ebrei, ne proclamò altamente la falsità adducendo prove in contrario. Unaltro neofita, Gerolamo di Santa Fè, confessò a Papa Benedetto VIII nulla esservi di vero in questa accusa che si vuol fare agli Ebrei. Aloisio di Sonnenfels(265)pubblicò in Vienna un dottissimo opuscolo:Ripugnanza degli Ebrei contro il sangue ossia il Giudaismo accusato, inquisito ed assolto dal preteso uso del sangue cristiano innocentenel quale, con copia di irrefutabili argomenti, scagiona gli Ebrei dalla orrenda accusa. Fra i documenti, che vanno uniti al presente libercolo, si troverà la solenne dichiarazione fatta a Vienna dal predicatore di Corte, Veit, nel 1840, colla quale solennemente proclamava dal pergamo la innocenza dei suoi antichi correligionari. A questi si debbono aggiungere, sempre tra i neofiti, il dott. Alessandro M. Caul(266)in Londra che nellaopera “Reasons for Believingecc.”, dedicata alla sua Graziosa Sovrana, dimostra come i sacrifizi umani ed il versar sangue stieno in aperta contraddizione coi principii fondamentali del Mosaismo. Ed a questo libro va unita una dichiarazione firmata da 35 ebrei, convertiti al cristianesimo, i quali, unanimemente, dichiaravano essere l'accusa di cui ci occupiamo una vile e diabolica menzogna. Anche un altro ebreo convertito, il dott. Augusto Neander(267)rilasciò nel 1840 una dichiarazione controquest'accusa e del paro il dott. Biesenthal di Berlino(268)ed il dott. Tugendhold di Varsavia(269)hanno, nei loroscritti dimostrato nel modo il più rigorosamente scientifico, come tale accusa altro non sia che una orribile menzogna(270).
A questi autori, che appartengono tutti alla categoria degli Ebrei convertiti, convien aggiungere due scrittori tedeschi, il Wagenseil e l'Eisenmenger, già citato, autori, il primo dellaTela igneaed il secondo delGiudaismo svelato, entrambi accaniti nemici degli Ebrei, ma abbastanza onesti per non calunniare scientemente i loro avversari.
Il primo chiama l'uso falsamente attribuito agli Ebrei del sangue cristianospaventevole menzogna che ha privato degli averi e della vita tante migliaia di persone innocenti(271).
Il secondo scrive:Da ciò puossi giudicare che in questa cosa si fa torto agli Ebrei, particolarmente dacchè è severamente vietato nei libri di Mosè.
Si noti che entrambi questi autori avean fatto profondi studi sul Giudaismo ed avevano avuto parte alla conversione di moltissimi Ebrei.
Un italiano, Chiarini, uno dei più feroci nemici del giudaismo, a pag. 161 della sua introvabileTeoria delGiudaismo, scrive: che dopo aver fatto il più maturo esame della legge mosaica si viene necessariamente a concludere che: 1º l'amore del prossimo vi è comandato sempre e verso tutti; 2º che l'avversione che vi s'inspira contro i riti e i costumi degli altri popoli non cade sopra le persone, ma non è che una cautela che Mosè dovette usare per impedire agli Ebrei di darsi alla idolatria alla quale erano sì inclinati; 3º che infine l'odio comandato contro i Cananei, gli Amaleciti, ecc., fu una conseguenza necessaria del rigore dell'antico diritto di guerra e di rappresaglia provocata contro di sè stessi da quegli stessi popoli; odio perciò di nazione e passeggiero e voluto soltanto per quei dati popoli designati dalla legge(272).
Anche Giovanni Hornbeck, olandese, e non certamente amico degli Ebrei, come lo prova il solo titolo del suo libro:De convertendis Judæis(1655), scrive a pag. 26 dei prolegomeni:
“Bisognerebbe sapere se è vero ciò che nelle storie si legge comunemente per irritare gli Ebrei contro i Cristiani o piuttosto questi contro quelli, cioè, che ogni anno alla preparazione della pasqua, questi Ebrei sacrificano barbaramente un fanciullo cristiano ch'essi hanno furbescamente involato, e che fanno questo per deridersi della pasqua del Cristo che si celebra in quell'epoca istessa: io non voglio nè posso affermarlo, sapendo bene che nei tempi in cui si inventarono simili racconti e specialmente dopo che il Tribunale dell'Inquisizione fu stabilito dal papismo, mille di coteste fandonie vennero inventate e gli storici di quei tempi non cessarono di pubblicarle. A dir il vero, io non ho ancor letto alcuna relazione che mi provi esser veriquei fatti. Tutto si fonda su delle donnicciolate popolari sempre molto incerte o per lo meno raccolte alla meglio dalla bocca di qualche monaco inquisitore, senza calcolare poi la cupidigia delle spie che tutto si facevano lecito per rendersi padroni dei beni degli Ebrei e se non padroni, almeno riscuotere buon premio del loro spionaggio. Ciò è provato da quanto si legge nel 1º libro delle costituzioni di Sicilia, titolovii. L'imperatore Federico ci dice: Si vero Judaeus vel Saracenus sit, in quibus, prout certo perpendimus, Christianorum persecutio minus abundat ad praesens, etc., cioè: Se poi vi sia Ebreo o Saraceno, in cui come certamente sappiamo che la persecuzione dei cristiani meno abbonda al presente, ecc. Questo fa supporre che i Cristiani sono sempre più o meno animati contro gli Ebrei, che se però questa volta è avvenuto per caso che un Cristiano è stato ucciso da un Ebreo, non si è per questo in diritto di asserire che gli Ebrei ogni anno si fanno un obbligo di uccidere un bambino cristiano, e ciò che Tommaso Cantipratensis nel suoiilibro, capitolo 23 assicura, cioè esser noto a tutti che ogni anno ed in ogni Provincia gli Ebrei tirano a sorte il borgo od il villaggio o la città che deve fornir loro l'olocausto, (cristiano, s'intende, dice lui), non è che una di quelle menzogne, di quelle calunnie, e di quelle fandonie, di cui ha pieno il suo libro.”
Giuseppe De Maistre, scrittore cattolico ed ortodosso se ve ne fu uno, un omino che dava gloria ai suoi fratelli e non viveva, come altri, della gloria che il fratello riflette, sopra di loro, Giuseppe De Maistre, dico, ha scritto unTrattato sui sacrifiziche fa seguito alleSerate di Pietroburgo. Ora in quel trattato non soltanto non si fa menzione del preteso rito di sangue addebitato agli Ebrei ma si viene indirettamente a scagionarli con queste paroleche leggonsi a pagina 368 (Ed. di Lyon, 1836): “Una esperienza di quaranta secoli ci apprende che dovunque il vero Dio non sarà, in forza di una esplicita rivelazione, riconosciuto e servito, l'uomo immolerà sempre l'uomo e spesso lo divorerà.”
Citiamo ancora, fra i moltissimi, due sacerdoti cattolici. Il padre Riccardo Simon dell'Oratorio, che in occasione del processo di Raphael Levy, bruciato vivo a Metz il gennaio 1670, sotto l'accusa di aver assassinato un fanciullo cristiano, ne scrisse una splendida difesa(273); ed il R. P. Bonaventura du Maine dell'ordine dei Minori Conventuali, che discorrendo, nel 1865, al Congresso Cattolico di Malines (si noti: alCongresso Cattolico) dello orribile assassinio del padre Tomaso, accaduto nel 1840 a Damasco, ebbe a dire che questo reato “non può essere imputato che ai suoi assassini, giacchènessun uomo seriocrede più oggi che in nessun luogo di questo mondo,gli Ebrei si credanoautorizzati dalla loro religionead immolare dei Cristiani”(274).
Anche principi secolari e Pontefici, spesso si adoperarono a purgare gli Ebrei dalla indegna calunnia.
Bona e Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, con particolare decreto 19 maggio 1470, che si troverà fra i documenti, non esitarono a dichiarar l'accusa falsa e calunniosa.
L'imperatore Carlo V, con editto del 3 aprile 1544, dannava tali imposture e proclamava, che, in forza delle dichiarazioni papali, quanto viene imputato agli Ebrei, necessariamente non può sussistere ed impartiva disposizioni a tutela degli innocenti calunniati.
Una pubblica sentenza, pronunciata in Verona, l'ultimo febbraio del 1603, proclamò l'innocenza dell'imputato Giuseppe Ebreo, all'appoggio, più che d'altro, del divieto di Sommi Pontefici di prestar credenza a tali accuse, la quale osservanza condusse i giudici a provare falsi e calunniosi tutti i testimoni intervenuti nel processo.
Nel 26 luglio dello stesso anno Vincenzo I duca di Mantova e Monferrato, illuminato dalla pietà di Monsignor Vescovo e del Padre Inquisitore, per levare, come si esprime, la suddetta vana e falsa voce che s'era levata in odio agli Ebrei, proibì persino di parlarne sotto comminatoria di 200 scudi d'ammenda commutabili, per chi non li pagasse, in pene corporaliad arbitrio nostro.
Tullio Carreto, vescovo di Casale, con pubblica sentenza, 27 luglio 1611, resa d'accordo con frà Benedetto Ruota, inquisitore generale di Casale e d'Alba, proclamò l'innocenza di un'infelice donna israelita, accusata dell'immaginario reato. Federico III, Massimiliano II e Leopoldo,dietro l'esempio dei predecessori, ed appoggiandosi alle Bolle dei Sommi Pontefici, bandirono la falsità dell'accusa, e tutelarono gli imputati con ogni sorta di leggi e di penalità.
E, invocando finalmente l'autorità dei Sommi Pontefici, esporremo:
Che un Gregorio IX, sulle orme apostoliche di Calisto, Eugenio, Alessandro, Celestino, Innocenzo, Onorio e tanti altri, pronunciò scomunica contro gli autori e propalatori dell'iniqua calunnia, e con particolar Breve, in data 9 settembre 1236, che cominciaLacrimabilem Judaeorum, vi rese palese, anche ai Principi secolari, la pia e retta sua intenzione(275).
Che il pontefice massimo Innocenzo IV, con suo Breve 5 luglio 1247, scrisse ad arcivescovi e vescovi di Francia e di Germania, ingiungendo alle persone ecclesiastiche, ed ai principi, nobili, secolari e cittadini di astenersi dal supporre negli Ebrei la colpa di cui trattasi, Breve che comincia:Archiepiscopis et episcopis per Alemaniam constitutis. Lacrimabilem Judaeorum Alemaniæ recepimus questionem, ecc.(276).
Che analoghe dichiarazioni ebbero a fare Clemente VI nel 1342, e Sisto IV;
Che il sommo pontefice Alessandro VII infine, nel settimo anno del suo pontificato, con suo Breve od Editto, fu pietosamente indotto a condannare siffatte calunnie contro gli Ebrei.
Basterebbe davvero la concorde testimonianza di tantiautori, di tanti principi, di tanti pontefici a ridurre al silenzio ogni uomo di buona fede(277).
Pure non è così; e noi che vorremmo schiacciare per sempre la testa all'idra della calunnia, siam costretti ad abusare della cortesia e della pazienza dei lettori ed a soffermarci troppo su di un'accusa che Sir Robert Peel, nella seduta della Camera inglese del 22 gennaio 1841, dichiarava indegna di ogni attenzione(278).
Ma siamo obbligati a farlo dalla malizia, o, diremo meglio, dalla malignità dei nemici degli Ebrei, la quale non ha limiti.
I papi, come si è visto, hanno più volte scagionato gli Ebrei dalla stolta calunnia. Un giornale cattolico ed onesto, l'Unità Cattolicadi Torino, aveva, pochi anni or sono, ripetuta l'accusa, ignorando quanto i Papi avevano scritto in proposito. Ma bastò che un dotto israelita facesse avvertito il Teologo Margotti dell'errore, perchè questi nel N. 112 del 1872 della suaUnitàpubblicasse la seguente leale dichiarazione:
“Nella vigilia del giorno natalizio del nostro SantoPadre Pio IX, vogliamo emendare un articolo sugli Ebrei pubblicato nel nostro numero 106, discorrendo dei tumulti di Smirne e del supposto sagrifizio di un fanciullo. Ed è nostro debito il dichiarare che giàab anticofu apposta agli Ebreiquesta calunnia, ma ne vennero purgati dai Papi medesimi, tra i quali vogliamo annoverare principalmente Gregorio IX ed Innocenzo IV. Noi abbiamo voluto vedere in fonte i documenti e, consultati gli Annali del Baronio continuati dal Raynoldo, nel volumeii, a pag. 395, vi abbiamo letto le seguenti parole che tradurremo dal latino:
“Fu tocco Papa Innocenzo IV dalle dolorose lagnanze degli Ebrei che in Germania ed in Francia piangevano oppressi da gravissime ingiurie e mali. Imperocchè correndo attorno la falsa voce che essi nelle feste pasquali si mangiassero, a guisa di sacra comunione, il cuore di un ucciso fanciullo, questa calunnia loro si appiccò talmente, che per la più lieve causa venivano spogliati dei beni, gettati in carcere ed anche colpiti, senza forma alcuna di giudizio, di ingiustissima e crudelissima morte. Per proteggerne l'innocenza e liberarli da quel feroce zelo di Principi e popoli, il Pontefice scrisse agli Arcivescovi e Vescovi di Germania che resistessero al furor popolare, perchè non si straziassero in sì crudel modo gli innocenti, dovendosi colla massima prudenza riflettere che dal sacro loro archivio ci venivano quasi i testimoni della fede cristiana. Ecco la lettera di Innocenzo IV: “Agli Arcivescovi e Vescovi costituitisi per la Germania.Abbiamo ricevuto lagrimose lagnanze dagli Ebrei di Germania perchè non pochi Principi sì ecclesiastici come secolari ed altri nobili potenti delle vostre città e diocesi per rapire ed usurpare i loro beni, macchinando contro di loro empi disegni, fingendo varii ediversi casi, non considerando saggiamente che dalle origini loro quasi provennero le testimonianze della fede cristiana nè che la divina scrittura tra gli altri precetti dice: — Non ammazzare — e agli Ebrei vieta nella solennità pasquale qualunque omicidio, falsamente li accusano che nella stessa solennità essi si comunichino col cuore di un ucciso fanciullo, credendo di ubbidire alla stessa legge, mentre ciò è a questa legge medesima affatto contrario, e malignamente a quelli imputano l'uccisione di un uomo se loro accade di scoprire in qualche luogo un cadavere. E per questa ed altre molte finzioni incrudelendo contro di essi nè accusati, nè confessi, nè convinti e contrariamente a' privilegi loro benignamente concessi dall'Apostolica Sede, li spogliano, contro Dio e la giustizia, di tutti i loro beni, e li opprimono colla fame, la prigionia, e tante molestie e sì grandi tormenti, infliggendo loro diversi generi di pene, e spessissimo condannandoli a turpissima morte, che gli stessi Ebrei, trovandosi quasi sotto il dominio dei predetti Principi, nobili e potenti, in peggiore condizione di quel che fossero i loro padri sotto Faraone d'Egitto, sono costretti a miseramente esulare da' luoghi abitati da essi e da' loro antecessori da tempo immemorabile: laonde, temendo il proprio esterminio, stimarono di dover ricorrere alla prudenza della Sede Apostolica.
“Non volendo adunque che siano ingiustamente vessati i predetti Giudei, la cui conversione aspetta il misericordiosissimo Iddio; credendosi per testimonianza del Profeta, che saranno salvi i loro avanzi; mandiamo che, mostrandosi ad essi favorevoli e benigni, qualunque delle predette cose avete trovato essersi temerariamente tentata contro gli stessi Ebrei dai predetti prelati, nobili e potenti, legittimamente rivocandoqualunque ordine, non permettiate che essi per l'avvenire siano indebitamente molestati intorno alle dette ed altre simili cose.Dato a Lione, III nov. dell'anno V.Questa lettera fu altresì mandata ai prelati della Francia”.
“Il chiarissimo professore Giuseppe Levi, direttore dell'Educatore Israelitadi Vercelli, ci indicò il documento riferito più sopra; e noi dopo averlo consultato negli annali del Baronio, continuato dal Raynaldo, non tardammo a tradurlo e pubblicarlo. Aggiungiamo pure di non aver saputo trovare nel Talmud nessun testo che comandi o consigli agli Ebrei l'uccisione di bambini cristiani per celebrare la Pasqua. Francesco Domenico Guerrazzi nel 1857 stampava nel suoAsinoquesta calunnia. Protestammo, scrive il professor Levi, e, dopo lungo carteggio, convinto delle nostre ragioni, Guerrazzi disdiceva nella seconda edizione il già detto, e ci scriveva da Genova nel 20 luglio 1857: Non mi resta che a congratularmi con voi dell'essere rimasti soddisfatti dell'ammenda fatta, e di avermi porta occasione di raddrizzare un errore il quale, certo contro la mia volontà, vi recava gravame”.
Lasciamo a parte la buona fede del Guerrazzi, che il Levi avrà avute le sue buone ragioni per trovare soddisfacente, e confessiamo che il contegno dell'Unità Cattolicafu così onesto, così leale da giustificare pienamente quanto noi scrivemmo a pag. 15.
Ma, pur troppo, non tutti i giornalisti cattolici son del valore di Don Giacomo Margotti. Un articolaio dellaCiviltà Cattolicaa pag. 234 del vol.viidel 1881 vuole provarsi ad aggiustare il latino in bocca al papa, e vien fuori con questo bel ragionamento che noi, più onesti dell'articolaio suddetto, amiamo riferire per esteso prima di rispondervi:
“Che fra queste pratiche giudaico-talmudiche vi sia anche quella dicomunicarsi la Pasqua col cuore di un fanciullo cristiano assassinatoquesto noi nol crediamo: nè se ne trova a nostra notizia cenno nel Talmud e neanche sappiamo che mai sia stato formato sopra un tale misfatto un regolare autentico processo. Ma quanto alla legge ed alla pratica talmudica di assassinare dei cristiani fanciulli e non fanciulli per servirsi del loro sangue nella confezione degli azimi nelle feste pasquali, questa è legge fondata nel Talmud, e praticata più volte dai Giudei come consta da molti processi anche recenti (ma, articolaio del mio cuore, se è fondata nel Talmud, non dovrebbe constare dal Talmud stesso, anzichè dai processi?) secondo che fu già da molti e sarà anche da noi colla scorta dei processi ampiamente, chiaramente ed indubbiamente dimostrato”.
Che sorta di ciuco sia l'articolaio dellaCiviltàdimostreremo a luce meridiana in una lettera indirizzata al chiarissimo direttore di quel periodico, lettera che i nostri lettori troveranno più innanzi; ma qui non si tratta di maggior o minor dottrina, ma bensì di spudorate calunnie, tanto più infami, in quanto che scritte su di una imputazione che costò già la vita a molti innocenti e scritte allorquando pendevano processi sull'argomento, coll'evidente intento di esercitare, mercè l'autorità del giornale che le accoglieva, una pressione sull'animo dei giudici(279).