PROFILI

PROFILI

UN IDEALISTA.ALBERTO SORMANI

Io cerco di essere eclettico od a meglio dire tollerante in fatto d’arte. Ammetto tutte le forme o quasi, purchè vi sieno soddisfatte certe tendenze universali dell’anima umana. Ma la mia natura mi porta a cercare nell’arte le forme più alte, a rendermene conto, a determinarle e a seguirle nell’opera mia se le forze non me ne mancheranno. E per ciò sono e mi dichiaro idealista, altamente, fortemente, fieramente idealista.(Dagli scritti diAlberto Sormani).

Io cerco di essere eclettico od a meglio dire tollerante in fatto d’arte. Ammetto tutte le forme o quasi, purchè vi sieno soddisfatte certe tendenze universali dell’anima umana. Ma la mia natura mi porta a cercare nell’arte le forme più alte, a rendermene conto, a determinarle e a seguirle nell’opera mia se le forze non me ne mancheranno. E per ciò sono e mi dichiaro idealista, altamente, fortemente, fieramente idealista.

(Dagli scritti diAlberto Sormani).

Sono quasi cinque anni; e il tempo che tutto cancella, che tutto affievolisce, non ha ancora cancellata, non ha affievolita la indimenticabile memoria.

Era un giorno della fine di giugno, verso sera. Il caldo, quell’anno, aveva anticipato la sua afa snervante. Egli entrò nel mio salotto un po’ pallido e con un abbandono affatto insolito si lasciò cadere sulla poltrona. — Sono stanco — disse.

Chi lo avrebbe pensato, allora, che quella doveva essere la stanchezza ultima, la stanchezzamisteriosa e fatale — a ventisei anni, nel vigore della salute e delle forze?

Sono stanco, aveva detto Lui, che non si confessava stanco mai, mai scoraggiato, mai dômo. Lo guardai in viso e mi parve mesto. Soggiunse: — ho gran bisogno di andare in campagna. — Mi afferrai a questa speranza, esortandolo a partire subito, persuasa che nel suo dolce Pomelasca si sarebbe riavuto prontamente. Poi parlammo d’altro.

Calava la sera, pesante. La stanza riempivasi d’ombre; i due rettangoli delle mie finestre si aprivano alla luce smorta dei fanali, nella via poco frequentata. Gli era cara quella oscurità crepuscolare e per fargli piacere indugiai ad accendere la lampada. Nell’ambiente bigio udivo la sua voce senza quasi vederlo; ah! non era la solita voce potente dallo squillo di bronzo ben temprato; aveva come un velo.

Egli attendeva in quei giorni alla traduzione francese dell’Ultima passeggiata, che avrebbe mandata all’Ermitage, ostinandosi a cercare una parola che non fossebancper tradurresedile. Gli dissi che se non l’aveva trovata lui, io non la troverei certamente. Insistette perchè avessi a cercarla e glielo promisi. Mi veniva intanto alla mente «Le banc de pierre» la soavissima romanza di Gounod che ha tanti punti di contatto coll’Ultima passeggiata. Avrei voluto potergliela ridire, ma era impossibile.

Non si riusciva quella sera a entrare in undiscorso seguito. Ogni tanto uno di noi lanciava una parola che sembrava cadere e frangersi contro un ostacolò invisibile. La sua attitudine scorata mi disorientava nel modo più assoluto. Pensai di leggergli un breve lavoro del quale Egli aveva già approvata la tesi.

L’abitudine di leggere insieme eragli molto cara. Quando leggeva, leggeva bene, e quando ascoltava, ascoltava anche meglio. Il suo volto intelligente e serio prestavasi ad una attenzione intensa; c’era tanta simpatia nel suo sguardo avido di intellettualità che una corrente si stabiliva subito fra il pensiero di chi leggeva e il suo. Intendeva a volo, gustava prontamente; un leggerissimo movimento della bocca tradiva solo la sua approvazione che restava interna, come un piacere che volesse trattenere, mentre la parola di biasimo gli usciva ratta e decisa. Ma anche la lettura quella sera non andò. Alzando gli occhi lo vidi pallido, con un aspetto sempre più affaticato. Chiusi il manoscritto, sentendomi invasa io pure da un malessere.

Mentre cercavo fra me che cosa avrei potuto dire al mesto amico, il paralume della lampada che avevo accesa allora, prese fuoco. Ci alzammo tutti e due per spegnerlo e quando il pericolo fu finito, Egli mi spiegò concitatamente come dovevo fare per evitarlo un’altra volta. Poi ricadde nel silenzio.

Un odore di bruciaticcio persisteva nella stanza; dalla lucerna tutta nuda diffondevasi una luceantipatica che volli palliare in qualche modo. Egli mi pregò a desistere soggiungendo ch’era già tardi. E restammo così, seduti di fronte, con quella luce sfacciata e malinconica ad un punto. Ma ogni cosa era malinconica quella sera.

Disse: È l’ora.

Io pensai ancora disperatamente che non dovevamo lasciarci a quel modo, che avevo una quantità di cose da dirgli, solo non le ricordavo più, ma perchè non le ricordavo? Anch’Egli sembrava aspettare o cercare qualche cosa. Si alzò, ma non si mosse.

Vidi sul tavolino dei versi per nozze e volli darglieli. — Per far che? — Egli chiese con un sorriso stanco, molto triste. E il sorriso che gli corrisposi fu più triste ancora, perchè l’ombra cresceva dentro di me; mi mancavano ormai anche le parole.

Ci fermammo in piedi davanti al caminetto. L’uscio era lì dietro a noi, l’uscio che doveva aprirsi e chiudersi per sempre sull’amico. Disse ancora: — È tardi nevvero?

Oh! come sentivo la fuga irrimediabile del tempo. C’è un dramma del Maeterlink intitolato «L’Intrusa» dove si vede la morte che passeggia in mezzo ai vivi, suscitando nello spettatore un misterioso turbamento. Ebbene, quel turbamento io e Lui lo abbiamo veramente sentito: io e Lui, non spettatori ma attori della fatale tragedia.

Disse finalmente: Vado.

Allora non trovando più argomenti lo supplicai con gli occhi. Ci guardammo così per alcuni istanti in un modo incredibilmente angoscioso. Nel suo volto pallidissimo l’occhiaia larga e profonda sembrava accogliere un fuoco spento. Tutto doveva accadere come accadde, con uno schianto interno e muto del quale nessuno di noi due sapeva darsi ragione. Ci salutammo colle solite parole: la stretta delle nostre mani non fu nè più intensa, nè più prolungata, ed Egli partì!

Udii sbattere la porta, giù abbasso, udii il suo passo nella via deserta. Mi affacciai alla finestra e quando Egli alzò il capo gli replicai la buona sera.

— Buona sera — rispose, e la sua voce — la voce che non dovevo udire mai più — salì, si disperse nella notte quieta.

Di nuovo la tristezza mi prese con singolare violenza, con un affanno, una inquietudine, una specie di rimorso, e con un terrore ignoto che mi fa domandare anche adesso se realmente i presentimenti esistono, se un filo misterioso tante volte spezzato e sempre rinascente non ci comunica qualche volta i segreti del mondo ultrasensibile.

Sono passati quasi cinque anni ed ho ancora davanti l’angoscia inesplicabile di quella sera. Inesplicabile? Non so. Chi oserebbe affermarlo poichè due settimane dopo Egli era morto?

Prima di parlare di Alberto Sormani, del suo ingegno, de’ suoi ideali, della sua opera, ora che già dissi come lo perdei, mi è di malinconica dolcezza rammentare in qual modo lo conobbi.

Nell’inverno del 1890 ero molto debole, convalescente, per cui vivevo ancor più rinchiusa e solitaria del solito, non ricevendo che gli amici intimi. Una lettera che trovai alla mia porta mi sorprese e mi occupò qualche giorno per un non so che di strano, direi meglio di originale, che trapelava dalla scrittura alta e ferma, quale i grafologhi attribuiscono al genio ed all’orgoglio; dallo stile, dalle idee, da una audacia nuova e altera. L’ignoto scrivente mi apriva una disputa sul mio romanzo, l’Indomani, lusingando il mio amor proprio di autore e mostrando un ingegno acuto; ma io ero debole, malata, e poi non ho mai avuto passione per la polemica; infine, l’esperienza mi aveva raffreddata sulla maggior parte di queste lettere di ignoti che ci destano un palpito così soave per lasciarci, più tardi, una amarezza di più. Mandai una carta di visita in forma di ringraziamento e non ci pensai altro.

Passato qualche tempo l’ignoto tornò a scrivere. Domandai allora a qualcuno che vive nel mondo letterario di chi fosse questo nome a me sconosciuto. Nessuno lo sapeva. Con una seconda carta mi scusai di non potere, per la mia salute,rispondere e credevo proprio che tutto fosse finito.

Invece mi giunsero, con un crescendo di fermezza che dimostrava una fede sicura e un carattere tenace, due numeri dellaGazzetta Letteraria(24 e 31 agosto 1889) contenenti una novella intitolata:Speranza triste, firmata Alberto Sormani. Scrivo colla maggiore semplicità, con una schiettezza intera, perchè mi pare il solo modo degno di parlare di lui. Dirò dunque che la mia prima intenzione era di non leggere la novella e la lasciai infatti per due o tre giorni sul tavolino. Fu in un momento di ozio, di noia, di distrazione che la ripresi? Certo fu con somma indifferenza che incominciai a guardare le prime parole:..... «Che cosa è restato a questo mondo di donna Clara Sormani?» — Quando ebbi finito di leggere e che me ne stetti muta, coi giornali aperti sui ginocchi, una completa rivoluzione era avvenuta dentro di me. Vedevo forse per la prima volta sorgere da poche pagine scritte una vera anima ardente e aristocratica, delicata e sdegnosa — e così viva! L’ignoto che aveva bussato alla mia porta sotto un mantello di pellegrino si scopriva e mostrava le sue insegne regali.

Conosco senza dubbio altre novelle più leggiadramente composte, meglio soggette ai freni dell’arte, e neanche potevano sfuggirmi in questaSperanza tristele scorrettezze, le inesperienze, certe crudità, certi stridori di forma; ma cometutto ciò scompare davanti alla straordinaria sincerità della visione, alla elevatezza intima del pensiero! Dal cozzo di frasi potenti con frasi meschine, che non appare nel caso presente frutto di ignoranza o di cattivo gusto ma eccesso di passione, ne viene alla novella un contrasto di bagliori e di tenebre che non è forse la sua minore attrattiva.

Si leggono molte cose vere che non sono così vere come questa fantastica creazione dove un’anima si mostra intera; e succede che mentre vediamo spesso sotto ricche vesti spuntare le ossa rachitiche di un corpo deforme, qui i succinti veli e i poco abili drappeggi e la stoffa maneggiata con dita inesperte non riescono a guastare l’armonia delle forme elette. Non ci troviamo davanti a un capolavoro letterario, ma abbiamo la rivelazione di una individualità superiore; per cui, tutto all’opposto di quanto avviene ogni giorno, invece dell’opera che soprafà l’artista siamo presi dall’artista stesso che ci impone violentemente il dilemma: o amatemi o abbonatemi. È difficile infatti presentarsi in una volta sola con tante qualità e con tanti difetti. Ancor più difficile conoscere quelle qualità e non subirne il fascino e dimenticare tutto il resto.

Alcune persone scrupolose non approvarono il soggetto del racconto che è un amore tra fratello e sorella. Confesso che sulle prime l’audacia della narrazione è tale, che ne rimasi io pureimpressionata; ma anche senza conoscere Alberto Sormani, come appunto allora non lo conoscevo, l’impressione svanì subito nella purezza del concetto che non lascia alcun dubbio sulle intenzioni dell’autore. Chi poi lo conobbe, chi seppe quale signorile altezza egli portava in tutte le sue concezioni artistiche e ricorda come un altro scrittore egualmente aristocratico, Chatheaubriand, abbia trattato lo stesso argomento forse con minore intensità di sentimento, deve ammettere che non si può imputare la scelta del soggetto a uomini che si mostrano assolutamente superiori alle convenzioni della folla.

Per Alberto Sormani poi c’è una ragione di più. L’individualismo spiccatissimo della sua psiche, la raffinatezza delle sensazioni, l’assorbimento continuo e fisso del pensiero dominante in lui qualsiasi altra manifestazione della vita, non potevano fargli concepire l’amore se non per una sorella. Sorella d’anima, s’intende, nel concetto primo, che restringendosi vieppiù e isolandosi nella contemplazione interna lo condusse alla sublime abberrazione di quel vocativo: sorella, suora, soror mea; ilnome divinamente dolce. È come l’amore di Sigmondo e di Brunechilda nell’Anello del Nibelungo; un simbolo, un mito, una condensazione della più vaporosa idealità; ed anche nella celebre Trilogia questo sforzo dell’immaginazione verso un concetto che supera la portata delle menti comuni fu biasimato, ma senza toglier nulla della poesiae della passione di quella immortale leggenda.

In una delle sue prime lettere Egli me ne parlava così:

«È da quei tempi (quando era in collegio) che data la concezione della miaSperanza. Vissi così lungamente con quella mia sorella non mai esistita, sentii così vivamente la necessità ch’ella esistesse, che veramente per me la differenza tra la sua realtà e la sua non realtà non è grande.«Molte pagine che ho poi messe nel mio scritto non sono che la trascrizione letterale di quei miei pensieri. Da un pezzo mia sorella non la ricordavo più. Solamente qualche volta alla visione od al ricordo confuso di un volto, di un disegno, mi prendeva di soprassalto un desiderio infinito, dolce e torturante nella sua tristezza artistica, di averla ancora viva, di passeggiare con lei, di confidarmi a lei, unica che potessi amare.«Fu leggendo alcune parti delleMémoires d’outretombedi Chatheaubriand, ove parla di sua sorella Lucilla che pare lo amasse e che pare egli non sapesse comprendere — una fanciulla triste e fantastica — io mi sdegnai contro quel poeta senza cuore e volli protestare scrivendo in ben altro modo della sorella mia. Tutta lanostravita mi invase la mente d’un tratto con una tale commozione, che tornandoa casa dalla biblioteca per scrivere, facevo fatica a trattenere le lagrime. Quel lavoro fatto affrettatamente mi portò un grande sfogo e dopo mi parve quasi d’aver resa viva la mia povera sorella, di averla vicina quando voglio. La nostalgia appassionata si è mutata in un senso sempre più vago di malinconia dolce e di confidenza amica.»

«È da quei tempi (quando era in collegio) che data la concezione della miaSperanza. Vissi così lungamente con quella mia sorella non mai esistita, sentii così vivamente la necessità ch’ella esistesse, che veramente per me la differenza tra la sua realtà e la sua non realtà non è grande.

«Molte pagine che ho poi messe nel mio scritto non sono che la trascrizione letterale di quei miei pensieri. Da un pezzo mia sorella non la ricordavo più. Solamente qualche volta alla visione od al ricordo confuso di un volto, di un disegno, mi prendeva di soprassalto un desiderio infinito, dolce e torturante nella sua tristezza artistica, di averla ancora viva, di passeggiare con lei, di confidarmi a lei, unica che potessi amare.

«Fu leggendo alcune parti delleMémoires d’outretombedi Chatheaubriand, ove parla di sua sorella Lucilla che pare lo amasse e che pare egli non sapesse comprendere — una fanciulla triste e fantastica — io mi sdegnai contro quel poeta senza cuore e volli protestare scrivendo in ben altro modo della sorella mia. Tutta lanostravita mi invase la mente d’un tratto con una tale commozione, che tornandoa casa dalla biblioteca per scrivere, facevo fatica a trattenere le lagrime. Quel lavoro fatto affrettatamente mi portò un grande sfogo e dopo mi parve quasi d’aver resa viva la mia povera sorella, di averla vicina quando voglio. La nostalgia appassionata si è mutata in un senso sempre più vago di malinconia dolce e di confidenza amica.»

E in un’altra lettera «Amo quelle mie pagine, perchè c’è dentro qualche cosa dell’anima mia. Ma tuttavia, comeSperanzaè inferiore a ciò che posso fare, che farò certamente, che sto già facendo! Io vorrei dall’arte qualche cosa di delicatamente bello, delle pagine luminose e profonde, tenebrose e celesti nello stesso tempo.»

Maturata nel pensiero a Pomelasca, la dolce casa de’ suoi avi, nell’età fervida dei vent’anni, quando il sogno femminile domina la mente dei giovani, quasi prodromo ai più forti sogni di gloria, Egli amava questa novella con singolare predilezione.

Speranza, come si vede, era per Lui una persona viva; diceva che avrebbe voluto essere un gran pittore per farne il ritratto, così chiara ne aveva dinanzi la fisionomia e lo sguardo. Creata da lui, inaccessibile e invisibile agli altri, era la sua donna, la sua Musa, il rifugio d’ogni suo desiderio, d’ogni sua fervida immagine. E gli sembrava, nella novella, imperfetta. Voleva ampliarnei contorni, rivederla, correggerla, farne veramente il suo capolavoro. In mezzo alle tante occupazioni degli ultimi anni, alle lotte del giornalismo, alle fatiche della polemica, tornava nei momenti più calmi alla suaSperanza triste(fatidico nome!) e aggiungeva una scena, un periodo, sempre con quell’ardore chiuso e divoratore che era la caratteristica del suo modo di amare.

L’Ultima Passeggiatadoveva far parte della novella quando egli fosse riuscito nell’intento di renderla perfetta e di pubblicarla in un piccolo volume illustrato da lui stesso e del quale aveva già in mente il formato, la copertina, i caratteri, tutto corrispondente alla semplice e profonda mestizia del concetto.Ultima passeggiataè una specie di poesia in prosa, che, se come genere appartiene forse alla decadenza dell’arte, rispecchia pure quando è sincera un particolare stato dell’animo non indegno di attenzione.

Egli ripensa l’ultima volta che percorse insieme alla sorella i soavi sentieri di Brianza, le ombre dei boschi di Inverigo e dopo una invocazione alle piante dell’Orrido dice alle stesse piante:

«L’autunno ch’ella incominciava a morireio pensavo che il vostro dolore fosse per lei;pensavo che fosse una disperazione in voia vedere la vostra povera reginache si incamminava malinconica e pallidaverso la morte.Ora lei non c’è più. Ella è nelle regioni oscuree non può venire insieme a me. Io vengo solo,io sono sano, io sono forte, io sono anchemalinconicamente felice.E voi piangete ancora,voi vi addolorate e vi disperate sempre, egualmente.

«L’autunno ch’ella incominciava a morireio pensavo che il vostro dolore fosse per lei;pensavo che fosse una disperazione in voia vedere la vostra povera reginache si incamminava malinconica e pallidaverso la morte.Ora lei non c’è più. Ella è nelle regioni oscuree non può venire insieme a me. Io vengo solo,io sono sano, io sono forte, io sono anchemalinconicamente felice.E voi piangete ancora,voi vi addolorate e vi disperate sempre, egualmente.

«L’autunno ch’ella incominciava a morire

io pensavo che il vostro dolore fosse per lei;

pensavo che fosse una disperazione in voi

a vedere la vostra povera regina

che si incamminava malinconica e pallida

verso la morte.

Ora lei non c’è più. Ella è nelle regioni oscure

e non può venire insieme a me. Io vengo solo,

io sono sano, io sono forte, io sono anche

malinconicamente felice.

E voi piangete ancora,

voi vi addolorate e vi disperate sempre, egualmente.

A qualcuno questi versi potranno non piacere come versi, ma è innegabile che palpita in essi un vero soffio poetico, una freschezza di ispirazione spesso sorretta da frasi felici.

«I suoi occhi dicevano che non voleva morireche era così giovane ancora e così bella.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .«Scendeva sempre tacendoper le roccie tagliate a gradini;guardava le acque piangenti come sorelle,le piante spogliate come sorelle,le foglie morte in terra come sorelle morte.

«I suoi occhi dicevano che non voleva morireche era così giovane ancora e così bella.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .«Scendeva sempre tacendoper le roccie tagliate a gradini;guardava le acque piangenti come sorelle,le piante spogliate come sorelle,le foglie morte in terra come sorelle morte.

«I suoi occhi dicevano che non voleva morire

che era così giovane ancora e così bella.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Scendeva sempre tacendo

per le roccie tagliate a gradini;

guardava le acque piangenti come sorelle,

le piante spogliate come sorelle,

le foglie morte in terra come sorelle morte.

La sincerità, l’originalità non vengono meno mai. Il dolore, alato, non perde mai il suo carattere austero e immateriale.

«Ora vedendovi ancorao cose tristi, come quel giorno,cerco ancora di lei.

«Ora vedendovi ancorao cose tristi, come quel giorno,cerco ancora di lei.

«Ora vedendovi ancora

o cose tristi, come quel giorno,

cerco ancora di lei.

Il poeta è colpito dalla mestizia eterna dei luoghi, mentre egli si trova sano e forte ed anche «malinconicamente felice». Quanta grazia in questo pensiero! E finisce col chiedere a sè stesso se non è tutta la natura e la vita

«una illusione amaraun vano simulacro di un’anima che non c’è.

«una illusione amaraun vano simulacro di un’anima che non c’è.

«una illusione amara

un vano simulacro di un’anima che non c’è.

Il dubbio che l’anima manchi agli esseri ed alle cose è naturale e scusabile in chi sente fortementee qualsiasi manifestazione gli pare inadeguata all’altissimo ideale suo; ma è anche momentanea quando si trova di fronte a un carattere come quello di Alberto Sormani che nella sua stessa forza ritemprandosi batte il volo ben lungi dallo scetticismo e dallo scoramento.

Il progresso della forma è evidente fraSperanza tristee l’altra novellaGesù e Mariapubblicata nellaVita modernasei mesi dopo la sua morte (21 e 28 Gennaio 1894).

Scrivendo di queste pagine che scoppiarono improvvisamente nel mondo dei vivi come una voce dell’al di là, come l’estremo saluto d’oltre tomba, mi trema la mano. Ricordo con una lucidità meravigliosa una delle prime volte che Egli me ne parlò fra i tuoni e le tempeste in quell’idillico paese, in quel Lanzo d’Intelvi, dove Fogazzaro pose l’incontro del Poeta con Violet — e il silenzio che seguì e le vicende — e questo riapparire della novella, dopo la di lui morte, per quanto incidentalmente lo spieghi la pedestre ragione umana, mi scuote e mi penetra ancora quasi un misterioso avvertimento.

Il soggetto stesso della novella ha una singolare potenza suggestiva. Gesù, stanco dell’arida e infruttuosa predicazione, sale, in un pomeriggio estivo, alla casetta di Maria. Anche qui il misticismo simbolico domina tutta l’azione. Guai chi lo prendesse alla lettera!

Quell’uomo non è Gesù, quella donna non è nè Maria di Bethania, nè Maria di Magdala, bensìsono l’uomo e la donna dei suoi ideali, il fratello e la sorella ancora che rappresentano l’unione intima, superiore, indistruttibile degli elementi migliori. Gesù pensa che Maria, unica fra tutti, poteva comprendere la sua anima e si abbandona alla dolcezza dell’affetto. Il dialogo, di religioso che era in principio, si fa appassionato: Gesù teme di sè stesso e, per provare Maria, la interroga. Maria gli risponde incitandolo a morire per il trionfo dell’ideale. Gesù vede, per la prima volta, dentro di sè; vede la propria agonia solitaria, il gelido sepolcro, e trema e parla cupamente a sè stesso: «La morte è una cosa triste...» Maria grida, trasfigurata dall’entusiasmo: «Al di là della morte c’è la vita! Va, parti, muori! trionfa! Sieno queste le nostre nozze per l’eternità!» E Gesù si avvia verso il suo Calvario.

È impossibile leggere queste pagine ardenti e non ripensare alle ultime parole di un libro famoso «L’amore di una donna ha dato un Dio al mondo.»

Non occorreva, ma per eccesso di precauzione un poscritto avverte che questa novella non è storica. Che importava dei fatti ad Alberto Sormani, Egli che viveva tutto per le idee! Anche l’amore della donna non era per Lui che un tramite di elevamento, una forma oscura e misteriosa dell’ideale. Guardiamo Speranza, guardiamo Maria. Il loro amore è adorazione. Esse non amano l’uomo, ma il suo genio. Speranzadice ad Alberto: «Sii grande.» Maria dice a Gesù: «Sii grande.» E Speranza, che si chiamava Clara, «era così oscura» e Maria era «bella come i fiori oscuri dei giardini: dolce ed oscura come le figure che piangono sulle tombe nei cimiteri.»

«I capelli dell’una e dell’altra e gli occhi sono scuri.» Questo aggettivo che ritorna spesso alla penna di Alberto Sormani, più che l’imitazione di un maestro a Lui caro, risponde a un vero ideale dell’anima sua, essa pure scura e misteriosa nel fondo benchè attraversata da una gran luce.

Aveva la sua anima i molteplici aspetti di un organismo potente, ricco fino all’esuberanza. Coloro che assistendo alle rumorose riunioni delCircolo popolareo dellaAssociazione degli studenti, udirono Alberto Sormani, tuonante sopra tutti, combattere con ardore le battaglie dell’individualismo, pronto sempre all’attacco, attento alla replica, audace, positivo, violento e così giusto e così fermo nel colpire, trincerato in quella sua dialettica che aveva tutto il bagliore e la resistenza di un’armatura nuova, non può forse immaginarselo passeggiatore sentimentale nei cimiteri, egualmente penetrato di entusiasmo per le bellezze di un’alba pallida o di un tramonto rosato, per le ombre dei cipressi sulle tombe abbandonate, per i fiori e principalmente per i fiori appassiti; infine per tutto ciò che è sogno, poesia, rapimento di una immaginazione oltre ogni dire sensibile.

Egli amava pure con passione l’ambiente intellettuale delle biblioteche, delle pinacoteche e l’ambiente mistico delle chiese. Il Duomo lo attirava colle ombre de’ suoi colonnati, colla profondità e l’altezza delle vôlte, col suo silenzio, col suo mistero. Per un gran tempo vi passò qualche ora tutti i giorni, uscendone esaltato e commosso. Era poeta nel significato più intimo della parola, ed era artista, ed era pensatore. Tolgo ancora dalle sue lettere: «Io sento dappertutto delle sensazioni vivamente, straordinariamente eccitanti. Io mi meraviglio e midivertosempre di tutto, sempre fremente di non riuscire a vedere l’intimo fondo di tutto. Vedo in tutto una gran luce di mistero, sento delle intimità nascoste; riunisco sempre tutto a qualche cosa di sublimemente grandioso e a qualche cosa di sublimemente grandioso lancio continuamente, senza tregua, tutto il mio essere, tutte le mie forze, tutto il mio amore. Provo una gran sete e mi disseto continuamente. Tutto mi sembra grande, profondo, inenarrabile e a tutto mi unisco con una specie di dolcezza... Cerco di vivere molto con me stesso e colle grandi cose senza parole. Quello che mi circonda pensa con me, si commuove con me. Mi sono abituato così fin da ragazzo, fin da bambino. Ripeto la frase di Marco Aurelio e dico al mondo: Io amo con te!» «Questo mi pare di dovere applicare a tutta la vita e non per un esercizio della fantasiama per un bisogno del cuore. Il mondo è per me non solo ciò che posso sentire, ma tutto ciò che posso pensare, e dirigo il mio pensiero sempre a ciò che posso trovare di bello e di profondo; immagino le cose più delicatamente vibranti, immagino specialmente delle anime che diventano per me come cosa viva e le amo! — in un modo sfrenato, appassionatamente dolce, con una compassione che entra in loro, che si confonde a loro e che abbraccia lo spazio ove io le pongo colla mente e le cose che riflettono su di loro il loro incanto.»

E ancora «Quante volte perduto nei pensieri della natura e dell’arte, ho sprezzato tutto ciò che le misere creature umane potrebbero darmi; ho sentito un desiderio di essere solo, di non avere alcun contatto irritante ed abbassante. Mi pareva di avere nell’anima mia dei popoli e dei mondi che erano già troppi e che amavano misurarsi coll’infinito. Chi mi darà solamente la parola per esprimere, le lagrime per sfogare un sentimento al di cui paragone ogni altro mi sembra freddo e gretto e limitato e vile?»

Non ho mai conosciuto un’anima così ardente per tutte le cose ideali, così aperta al sentimento raro e squisito dell’ammirazione e così larga ne’ suoi voli da comprendere in un eguale entusiasmo Gesù e Darwin con un ecletismo grandioso che faceva stupire molti, che sembravaqualche volta una posa, una ricerca paradossale. Ma se posa c’era, se c’era il paradosso, queste erano manifestazioni inerenti al suo specialissimo modo di sentire e per ciò assolutamente sincere. Temperamento complicato ma schietto, padrone di sè eppure sempre pronto a darsi, a profondersi tutto fino al sacrificio per una idea che gli sembrasse nobile e alta; di una onestà e di un disinteresse rari a trovarsi, la sua vita era una ricerca febbrile della perfezione.

Sottoporre la materia al pensiero era uno de’ suoi ideali più vagheggiati; era anzi il suo punto di partenza per raggiungere tutti gli altri ed aveva riportato in questo campo tali vittorie che lo rendevano un po’ sdegnoso e superbo per le debolezze degli altri. «Non ho tempo di essere buono» mi disse una volta in cui gli avevo rimproverato la sua mancanza di carità e sotto questa dichiarazione ingenua e profonda si intravvede la lotta per uscire dalle piccole virtù, dalle virtù a buon mercato che dovevano riuscire così facili a lui e che egli calpestava sprezzantemente, fisso lo sguardo a una meta sublime. In quest’impeto di calda giovinezza aveva talvolta una foga barbara che il tempo avrebbe mitigata.

Non si accontentava facilmente degli altri è vero. Quando si ha un forte ideale è impossibile ammirare incondizionatamente una porzione di esso, che per quanto perfetta ci lascierà ancora un desiderio insoddisfatto; ma, è d’uopo aggiungere,non si accontentava interamente neanche di sè. Pur ritenendosi superiore, vagheggiava una scala sempre più ascendente e le sue potenze altruistiche si concentravano con indicibile amore nel sogno di una umanità più alta e più pura.

Preferendo la superiorità all’eguaglianza non impediva a nessuno di arrivarvi; al contrario invitava, incitava all’altezza, persuaso che tale modo di amare gli uomini è il solo veramente inefficace. E se qualche volta la sua parola prorompeva irruente era perchè amava la battaglia e stuzzicava per il desiderio della risposta e gettava nel mondo come una sfida le sue ragioni colla palpitante commozione di provocarne delle altre, anche migliori, anche più grandi, divorato come era del bisogno della luce!

Francesco d’Assisi si sentiva tormentato fin da giovinetto dall’idea di uscire dalla volgarità e di raggiungere una meta alta. Soleva dire a’ suoi compagni: «Vedrete che un giorno sarò adorato dal mondo intero.» E intanto era così allegro, così gaio, che in alcuni momenti dubitavano della sua ragione.

Come era gaio, come era allegro qualche volta anche Alberto Sormani, senza perdere mai di vista il suo scopo, conservando nell’apparente abbandono un substrato di personalità intangibile!... Tanto ricca e poliedrica è la sua figura che se per un lato non temetti di confrontarlo a Francesco d’Assisi, oso anche più applicarglialcuni canti di Walt Whitmann. Quella pienezza di vita e di sogni, quell’ardore di ideale, quella coscienza superba del proprio valore, ma con qualche cosa di più delicato e di più simpatico, erano anche suoi. Ognuno può riconoscerlo nel canto dell’Excelsior:

«Io domando. Chi è colui che è proceduto più innanzi? Perchè io voglio procedere più innanzi ancora.«E chi è il più giusto? Perchè io voglio essere il più giusto della terra.«E chi è il più cauto? Perchè io voglio essere il più cauto altresì.«E chi è il più felice? Questi son io, perchè nessuno è più felice di me.«E chi è il più prodigo? Perchè io prodigo incessantemente tutto il meglio che ho.«E chi è il più franco e il più veritiero? Perchè io vorrei essere il più franco e il più veritiero degli uomini.«E chi è colui che ha goduto l’amore di maggior numero di amici? Perchè lo so ben io che vuol dire l’amore appassionato degli amici.«E chi ha gli ideali più vasti? Perchè io vorrei cingerli tutti colle mie braccia.

«Io domando. Chi è colui che è proceduto più innanzi? Perchè io voglio procedere più innanzi ancora.

«E chi è il più giusto? Perchè io voglio essere il più giusto della terra.

«E chi è il più cauto? Perchè io voglio essere il più cauto altresì.

«E chi è il più felice? Questi son io, perchè nessuno è più felice di me.

«E chi è il più prodigo? Perchè io prodigo incessantemente tutto il meglio che ho.

«E chi è il più franco e il più veritiero? Perchè io vorrei essere il più franco e il più veritiero degli uomini.

«E chi è colui che ha goduto l’amore di maggior numero di amici? Perchè lo so ben io che vuol dire l’amore appassionato degli amici.

«E chi ha gli ideali più vasti? Perchè io vorrei cingerli tutti colle mie braccia.

Alla pagina 71 del secondo volume di Walt Whitmann, Egli stesso segnò i passaggi seguenti:

«Oh! qualche cosa di pernicioso e di spaventoso!«Qualche cosa molto diversa da questa vita piccina e pia!«Qualche cosa di non ancora provato e che rapisca in estasi!«Qualche cosa sfuggita alla presa delle àncore e che veleggi libera!

«Oh! qualche cosa di pernicioso e di spaventoso!

«Qualche cosa molto diversa da questa vita piccina e pia!

«Qualche cosa di non ancora provato e che rapisca in estasi!

«Qualche cosa sfuggita alla presa delle àncore e che veleggi libera!

In queste parole delCanto dei tripudii, Egli vedeva forse riprodotta la parte più segreta del suo io, quella che chiamava colla sua parola predilettaoscurae di cui esageravasi forse la impenetrabilità;come pure gli piaceva in certe occasioni a negare la propria schiettezza, mentre era così sincero sempre, anche quando per vaghezza di parere più complicato caricava le tinte del suo colore preferito. Ma ad ogni modo un fondo oscuro c’era nella sua anima e vi si agitavano strane passioni, flore fantastiche e grandiose di un oceano in tempesta.

Penso ancora a lui irresistibilmente leggendo il Manfredo di Byron:

«Il mio spirito non camminò colle anime degli uomini;nè guardò sulla terra con occhi umani;la sete della loro ambizione non fu mia;le mie gioie, i miei rancori, le mie passioni e le mie potenzemi fecero straniero.

«Il mio spirito non camminò colle anime degli uomini;nè guardò sulla terra con occhi umani;la sete della loro ambizione non fu mia;le mie gioie, i miei rancori, le mie passioni e le mie potenzemi fecero straniero.

«Il mio spirito non camminò colle anime degli uomini;

nè guardò sulla terra con occhi umani;

la sete della loro ambizione non fu mia;

le mie gioie, i miei rancori, le mie passioni e le mie potenze

mi fecero straniero.

Questo sentimento di trovarsi straniero in mezzo agli uomini, Alberto Sormani lo provava vivamente e numerose pagine delle sue lettere ne fanno fede.

Prendo una frase: «Non potete credere come mi sento solo anche colle persone più care».

E soggiungeva che in tale solitudine gustava una malinconica dolcezza mista di compassione e di orgoglio.

Egli, così ricco di passioni, non aveva però nessuna di quelle che corrono per il mondo. Le esche meglio apprezzate dagli altri lo lasciavano indifferente; la febbre delle ricchezze e dei piaceri non alterava di una benchè minima pulsazioneil battito delle sue arterie; solo le conquiste del pensiero gli sembravano degne di Lui, e per questo i versi del Manfredo lo rammentano con una precisione scultoria.

Egli era veramente — prendo a prestito una frase che sembra creata per lui — il solo uomo in piedi in mezzo ad una generazione di vecchi adolescenti sdraiati.

Ma come Alberto Sormani non ebbe della sua generazione i gusti molli e sensuali, non ebbe neppure l’arido scetticismo e la calcolata maniera. Io so con quale sdegno giudicava queste animuccie fredde dall’alto e dal fondo de’ suoi entusiasmi generosi e so anche con quale amore misterioso e ardente slanciavasi verso ogni manifestazione di vita spirituale, fiutando quasi nell’aria con una finezza meravigliosa ogni grande anima che si schiudeva: «Se sapeste (ancora le sue lettere) a qual punto io sento l’ammirazione e l’entusiasmo! Sono gioie immense, quasi tremende, e pensando che le ho e le avrò sempre alla mia portata, quando vorrò, mi par quasi di sfidare ogni cosa nella vita, sicuro di una specie di felicità che non mi verrà tolta mai.»

Ma era egli dunque così tetragono alle voci della natura umana, da non ascoltare nemmeno l’appello della gloria? A questo risponde egli stesso in una lettera della sua polemica con Pietro Sbarbaro: «Anch’io sogno la gloria, ma una gloria appartata, ristretta, supremamentearistocratica. Parlare a poche anime, ai migliori, agli eletti, ai fratelli. Se per mezzo di questi il mio pensiero potrà passare nel mondo e dominarlo ed inspirare magari gli Sbarbari dell’avvenire, non me ne lamenterò; ma passare senza essere profanato, senza il tramite volgare della popolarità, senza che io mi sia mai dato un momento in pascolo alla folla. Il sospiro eterno di chi pensa altamente è di essere amato da poche anime alte, di possederle come cosa nostra. Fosse un’anima sola, essa può bastare all’anima nostra e può bastare in qualche caso ad irradiarne la luce per tutto il mondo e per tutto l’avvenire.»

Aristocratica — altra delle parole che Egli amava — è l’aggettivo proprio della sua mente e chi lo conobbe può dire se anche le forme esterne corrispondessero a quest’intima armonia, se veramente fosse l’anfora di squisito lavoro contenente uno squisito profumo. Tante doti riunite lo rendevano fiero di sè stesso, ma la sua era l’alta fierezza di chi prende per motto:nobiltà obbliga. Egli si sentiva orgoglioso dell’influenza esercitata su chiunque lo avvicinava; influenza elevatrice e purificatrice, di una portata morale di cui è difficile in così poche pagine rilevare l’estensione. Tutti i suoi amici conoscono il bisticcio che Egli fece sul proprio nome, metà per scherzo, metà sul serio, come gli accadeva spesso:

«Albero erto io son Sor agli umani.

«Albero erto io son Sor agli umani.

«Albero erto io son Sor agli umani.

È forse meno noto questo autoritratto:

«Severo, fier, bastevole a me stesso,son cortese con tutti e tutti sdegno,Penso molto all’amor, lo sdegno anch’essofissa la mente a più splendente regno.Ho pochi affetti: la mia mamma morta,una sorella che non visse mai...qualche memoria... Poche donne amaid’una passione austera, oscura e smorta.»

«Severo, fier, bastevole a me stesso,son cortese con tutti e tutti sdegno,Penso molto all’amor, lo sdegno anch’essofissa la mente a più splendente regno.Ho pochi affetti: la mia mamma morta,una sorella che non visse mai...qualche memoria... Poche donne amaid’una passione austera, oscura e smorta.»

«Severo, fier, bastevole a me stesso,

son cortese con tutti e tutti sdegno,

Penso molto all’amor, lo sdegno anch’esso

fissa la mente a più splendente regno.

Ho pochi affetti: la mia mamma morta,

una sorella che non visse mai...

qualche memoria... Poche donne amai

d’una passione austera, oscura e smorta.»

Come si vede la preoccupazione dell’altezza lo seguiva sempre anche nelle cose apparentemente frivole, alle quali egli non dava certo importanza, ma dove gli riusciva pure impossibile di dimenticarsi del tutto. E in questo ritratto che gli assomiglia tanto, la sua schietta originalità gli ha fatto evitare lo scoglio nel quale urtarono molti dei nostri uomini più insigni, giustamente rimproverati dal Carducci di aver posto in rima i connotati del loro passaporto. Egli, natura interna se ve ne furono, non fa cenno alcuno della propria persona, non si guarda nello specchio per copiarsi i lineamenti del volto; volendo esattamente riprodurre sè stesso tocca la sua anima e la fa vibrare sdegnosa e sincera.

Sdegnoso, sincero, ardente, ecco come appare Alberto Sormani in tutte le sue manifestazioni; tuttavia quest’ultima parola ardente non va presa nel significato volgare che si è soliti attribuirle. Corretto e spesso rigido e altero, il suo fuoco era tutto nell’anima «una calma perennemente ardente» diceva lui stesso. I suoi sensi gli ubbidivano sempre o piuttosto Egli li avvinceva alle sue idee al pari di ignobili schiavi.

Essendogli impossibile di vivere senza entusiasmi, era sempre innamorato di qualcuno o di qualche cosa: di un prato, di un monte, di una combinazione di nuvole, di un profilo visto da lontano, di un quadro di cui aveva letta la descrizione, di un poema sognato, di un colore, di una nota, di una semplice parola, di meno ancora; ed è incredibile lo spreco di forze che Egli si regalava, che prodigava in queste orgie della fantasia da vero poeta pazzo e sublime che brucia sè stesso per conoscere l’intima essenza della fiamma. Si capisce che dovesse disprezzare, essendo lui tanto prodigo, i poeti freddi che giuocano colle rime senza darsi mai alla musa. Una sua pagina su tale argomento può servire di scuola a molti:

«Ho riletto la *** di *** e mi ha dato da pensare. Adesso che lo conosco bene non ho più la minima opinione della sua poesia. Eppure il temperamento non gli mancherebbe, ma è una cosa che mi fa male a vedere come ispirazione, commozione, meditazione e concentramento sono per lui cose vuote di senso. Egli prende un foglio di carta, prende quel soggetto qualunque, molto vago, che gli pare si possa prestare a fare dei versi e comincia a scriverne uno, proprio così come vien viene; un verso sonoro, un verso dolce un po’ generico, che si presti ad essere continuato... Poi non ha altra preoccupazione che di trovare dei versi che si riuniscano coi primi che ha scritto. I pensierivengono di volta in volta naturalissimamente, insieme alle rime; o ripete qualche suo movimento antecedente, oppure prende nell’immenso serbatoio delle reminiscenze qualche frase, qualche idea di patrimonio comune, di quelle che possono sempre piacere quando sieno manipolate in qualche combinazione nuova e così la poesia si finisce quasi per incanto. Questo non è il metodo del solo *** ma di molti altri. Non potete immaginarvi quale sia la mia repulsione per roba scritta così. Se mi venisse il dubbio che Dante componesse in questo modo non saprei più trovarci nè bellezza, nè forza, nè altezza. Ciò che si scrive deve essere cercato con passione, anche con fatica, deve essere quello o null’altro. Accontentarsi di ciò che capita è prostituire l’arte.»

Con tanto sentimento della poesia, con tanta genialità di concetti, era Alberto Sormani poeta? Io non esito a dire di sì. Non si deve giudicarlo da alcuni versi scritti in fretta o per celia e con giovanile irriflessione pubblicati. Egli ne lasciò pure taluno degno di lui. Scelgo questo saggio da un piccolo poema intitolato «Il giorno e l’anima» che parmi renda abbastanza bene i caratteri generali della sua poesia, pregi e difetti insieme.

MEZZOGIORNO.

Arde il cielo purissimo d’incantoche si dilata grave e sonnolentoTutto — pare — potrebbe in un momentoincendiarsi e bruciare. Io son d’amianto.Io non brucio e nell’anima mi sentosol di domande come dolce cantoplacido e molle un desiderio. E intantodel mondo nel pensier colgo un accento,E rispondon per me su dal villaggiole campane dii Dio tenere e graviche misteriosamente san le ore.«Se a mezzo sei dell’arco del vïaggio,non t’arrestar. Temi i consigli pravidel Sol ch’è insieme padre e corruttore.»

Arde il cielo purissimo d’incantoche si dilata grave e sonnolentoTutto — pare — potrebbe in un momentoincendiarsi e bruciare. Io son d’amianto.

Arde il cielo purissimo d’incanto

che si dilata grave e sonnolento

Tutto — pare — potrebbe in un momento

incendiarsi e bruciare. Io son d’amianto.

Io non brucio e nell’anima mi sentosol di domande come dolce cantoplacido e molle un desiderio. E intantodel mondo nel pensier colgo un accento,

Io non brucio e nell’anima mi sento

sol di domande come dolce canto

placido e molle un desiderio. E intanto

del mondo nel pensier colgo un accento,

E rispondon per me su dal villaggiole campane dii Dio tenere e graviche misteriosamente san le ore.

E rispondon per me su dal villaggio

le campane dii Dio tenere e gravi

che misteriosamente san le ore.

«Se a mezzo sei dell’arco del vïaggio,non t’arrestar. Temi i consigli pravidel Sol ch’è insieme padre e corruttore.»

«Se a mezzo sei dell’arco del vïaggio,

non t’arrestar. Temi i consigli pravi

del Sol ch’è insieme padre e corruttore.»

Tuttavia, mi affretto a dirlo, non è scrivendo versi che egli avrebbe spiegate le sue forze maggiori. La poesia non era campo sufficiente, nè completamente adatto a tutte le sue qualità; parodiando un altro suo motto dirò che non aveva tempo di essere poeta. E del resto potrebbe la mia parola rendere i foschi ardori della sua anima, le sue speranze ed i suoi ideali meglio della sua parola stessa? Ascoltiamolo:

«In tesi generale il mio ideale è questo — dedicare la mia vita ai miei simili, all’umanità, al mondo, nel modo che può essere più utile. Per me personalmente ho pochissimi bisogni. Posso quindi offrirmi il lusso di vivere per gli altri, di darmi, di espandermi, di gettar via la parte migliore della mia attività. È l’amore fatto in grande, perchè anche l’amore è fondamentalmente qualche cosa in più che ci avanza fisicamente e che si dà per le future generazioni. Questo bisogno didarmiarriva in me a un colmo frenetico; non capisco più niente altro di bello al mondo; perme tutta la vita è lì; il resto non diventa bello e grande se non in quanto vi è riunito. L’amore, l’amicizia, l’arte, la scienza, la gloria, la bellezza, la natura — tutte cose per me magnifiche quando abbiano una connessione con un ideale di ragione sociale — da sè sonopulvis, cinis, umbra.«Da questo lato non intendo ragioni, è la mia unica passione assorbente, è la mia ragione di vivere. Se non avessi cominciato fino da un’epoca che non ricordo più, per una fatalità insita nel mio sangue ad eccitarmi dalla mattina alla sera coi sogni dell’opera mia a favore dell’universo, credo che potrei essere come tutti gli altri, interessarmiper sè, all’arte, alle donne, a centomila altre cose. Ma così non si ritorna più indietro. Se mi persuadessi di non poter far nulla per l’ideale credo che rinuncerei molto facilmente ad una vita che mi sembrerebbe arida, fredda, noiosa, che non avrebbe più per me alcuna attrazione. Io credo d’avere tutt’insieme un aspetto normale, qualche volta perfino quieto. Ma per capire qualche cosa di me, pensate che sotto al mio vestito del secolo XIX batte costantemente quell’entusiasmo mistico, chiamatelo pure ascetico, che portava gli Apostoli a spargere per tutto il mondo la nuova fede odiata e perseguitata, quell’ardore maniaco che trascinava i martiri ad amare quasi i terribili supplizi da cui erano minacciati.Io non ci tengo certo al martirio per il martirio, ma il martirio per l’ideale è qualche cosa che mi esalta positivamente. Vi basti il dirvi che ho pensato spesso alla possibilità che anche nei tempi moderni c’è di sacrificarsi e di pagare di persona. Nelle grandi lotte che forse s’impegneranno fra poco, io ho opinioni così terribili e sono così deciso a sostenerle apertamente che vedo la possibilità di esser preso di mira e di cadere vittima di qualche attentato, se non addirittura d’essere appesoalla lanterna. Ebbene penso a questa eventualità con una specie di gioia; ci vuole forse più ardore per questo, di quello che fosse necessario ai cristiani in vista del paradiso.«Voi non potete credere, non ne avete una idea, non l’avete forse mai sentito a dire da nessuno, ma io mi sento la febbrematerialmentetutte le volte che penso a ciò che potrei fare e chedevoad ogni modo cercare di fare. Notate una cosa — nel campo dell’ideale non mi sento più alcuna superbia, nessuno mi riconoscerebbe più. Sono pieno di umiltà — non pretendo ad alcun primo posto — io non esisto più, se non come mezzo; se il mio posto, se il mio dovere è d’essere avanti, vado avanti — altrimenti sto indietro colla stessa serenità di cuore e collo stesso ardore. Se non sono Gesù sarò S. Pietro, od un apostolo qualunque, o l’ultimo dei discepoli e dei credenti — l’unicamia ambizione è di fare il massimo che mi è concesso dalle mie forze.«Non sentite la grandezza e la semplicità di un tale programma?«Quello che io voglio è l’unione degli uomini di buona volontà, ognuno occupando le sue forze, coll’intento deciso e completo del Bene. È un’utopia? Sì, se si pretende questa unione perfetta. No, se ci accontenteremo di promuoverla, di incoraggiarla, di avvicinarci lontanamente all’unione vera. Ad ogni modo — questa è la gioia — nessuno può impedirmi di fare io il mio dovere rispetto agli altri, anche se gli altri non lo faranno per la loro parte. Basterebbero dieci persone al mondo come le penso io per indirizzare tutta l’umanità su nuova via di progresso vero. E probabilmente ce n’è più di dieci. Bisogna trovarle e riunirle. Io le cercherò dalla mia parte; esse cercheranno probabilmente dalle loro e ci ritroveremo. Non ho mai preteso di essere io il migliore di tutti; se lo penso qualche volta è per eccitarmi di più. L’unione degli uomini di buona volontà! — è la semplicissima idea che deve rigenerare il mondo. Non sapete che non sono stati uniti mai? Non pensate che cosa possono fare insieme? Le opere che disgiunti essi non riescono mai a compiere verrebbero fuori allora in una luce sfolgorante. È terribile, sapete, vivere soli per fare le cose grandi! Lo scoraggiamentoentra per tutte le parti. È per questo che in una mattina nebbiosa e solitaria come oggi, ho sentito il bisogno di scaldarmi con uno dei libri ove il fuoco dell’anima è più chiaro ed evidente (Il Diario di Cavour alla Biblioteca di Torino). Da letture come queste, esco sicuro e baldanzoso. Oh! quando questi solitari si daranno la mano! Una catena di ferro, indissolubile! Non è facile, è una impresa grandiosa, bisogna prepararla pazientemente. Io forse, chissà, non la vedrò... ma spero che potrò lavorare per renderla possibile.»

«In tesi generale il mio ideale è questo — dedicare la mia vita ai miei simili, all’umanità, al mondo, nel modo che può essere più utile. Per me personalmente ho pochissimi bisogni. Posso quindi offrirmi il lusso di vivere per gli altri, di darmi, di espandermi, di gettar via la parte migliore della mia attività. È l’amore fatto in grande, perchè anche l’amore è fondamentalmente qualche cosa in più che ci avanza fisicamente e che si dà per le future generazioni. Questo bisogno didarmiarriva in me a un colmo frenetico; non capisco più niente altro di bello al mondo; perme tutta la vita è lì; il resto non diventa bello e grande se non in quanto vi è riunito. L’amore, l’amicizia, l’arte, la scienza, la gloria, la bellezza, la natura — tutte cose per me magnifiche quando abbiano una connessione con un ideale di ragione sociale — da sè sonopulvis, cinis, umbra.

«Da questo lato non intendo ragioni, è la mia unica passione assorbente, è la mia ragione di vivere. Se non avessi cominciato fino da un’epoca che non ricordo più, per una fatalità insita nel mio sangue ad eccitarmi dalla mattina alla sera coi sogni dell’opera mia a favore dell’universo, credo che potrei essere come tutti gli altri, interessarmiper sè, all’arte, alle donne, a centomila altre cose. Ma così non si ritorna più indietro. Se mi persuadessi di non poter far nulla per l’ideale credo che rinuncerei molto facilmente ad una vita che mi sembrerebbe arida, fredda, noiosa, che non avrebbe più per me alcuna attrazione. Io credo d’avere tutt’insieme un aspetto normale, qualche volta perfino quieto. Ma per capire qualche cosa di me, pensate che sotto al mio vestito del secolo XIX batte costantemente quell’entusiasmo mistico, chiamatelo pure ascetico, che portava gli Apostoli a spargere per tutto il mondo la nuova fede odiata e perseguitata, quell’ardore maniaco che trascinava i martiri ad amare quasi i terribili supplizi da cui erano minacciati.Io non ci tengo certo al martirio per il martirio, ma il martirio per l’ideale è qualche cosa che mi esalta positivamente. Vi basti il dirvi che ho pensato spesso alla possibilità che anche nei tempi moderni c’è di sacrificarsi e di pagare di persona. Nelle grandi lotte che forse s’impegneranno fra poco, io ho opinioni così terribili e sono così deciso a sostenerle apertamente che vedo la possibilità di esser preso di mira e di cadere vittima di qualche attentato, se non addirittura d’essere appesoalla lanterna. Ebbene penso a questa eventualità con una specie di gioia; ci vuole forse più ardore per questo, di quello che fosse necessario ai cristiani in vista del paradiso.

«Voi non potete credere, non ne avete una idea, non l’avete forse mai sentito a dire da nessuno, ma io mi sento la febbrematerialmentetutte le volte che penso a ciò che potrei fare e chedevoad ogni modo cercare di fare. Notate una cosa — nel campo dell’ideale non mi sento più alcuna superbia, nessuno mi riconoscerebbe più. Sono pieno di umiltà — non pretendo ad alcun primo posto — io non esisto più, se non come mezzo; se il mio posto, se il mio dovere è d’essere avanti, vado avanti — altrimenti sto indietro colla stessa serenità di cuore e collo stesso ardore. Se non sono Gesù sarò S. Pietro, od un apostolo qualunque, o l’ultimo dei discepoli e dei credenti — l’unicamia ambizione è di fare il massimo che mi è concesso dalle mie forze.

«Non sentite la grandezza e la semplicità di un tale programma?

«Quello che io voglio è l’unione degli uomini di buona volontà, ognuno occupando le sue forze, coll’intento deciso e completo del Bene. È un’utopia? Sì, se si pretende questa unione perfetta. No, se ci accontenteremo di promuoverla, di incoraggiarla, di avvicinarci lontanamente all’unione vera. Ad ogni modo — questa è la gioia — nessuno può impedirmi di fare io il mio dovere rispetto agli altri, anche se gli altri non lo faranno per la loro parte. Basterebbero dieci persone al mondo come le penso io per indirizzare tutta l’umanità su nuova via di progresso vero. E probabilmente ce n’è più di dieci. Bisogna trovarle e riunirle. Io le cercherò dalla mia parte; esse cercheranno probabilmente dalle loro e ci ritroveremo. Non ho mai preteso di essere io il migliore di tutti; se lo penso qualche volta è per eccitarmi di più. L’unione degli uomini di buona volontà! — è la semplicissima idea che deve rigenerare il mondo. Non sapete che non sono stati uniti mai? Non pensate che cosa possono fare insieme? Le opere che disgiunti essi non riescono mai a compiere verrebbero fuori allora in una luce sfolgorante. È terribile, sapete, vivere soli per fare le cose grandi! Lo scoraggiamentoentra per tutte le parti. È per questo che in una mattina nebbiosa e solitaria come oggi, ho sentito il bisogno di scaldarmi con uno dei libri ove il fuoco dell’anima è più chiaro ed evidente (Il Diario di Cavour alla Biblioteca di Torino). Da letture come queste, esco sicuro e baldanzoso. Oh! quando questi solitari si daranno la mano! Una catena di ferro, indissolubile! Non è facile, è una impresa grandiosa, bisogna prepararla pazientemente. Io forse, chissà, non la vedrò... ma spero che potrò lavorare per renderla possibile.»

Non sono squarci di letteratura questi che io cito, nè esercizi di bello scrivere da inserire nelle Antologie. Sono le semplici manifestazioni di un’anima nei colloqui dell’amicizia; ma è così appunto che io spero di far conoscere Alberto Sormani, perchè molto probabilmente una grande maggioranza dei lettori si sarà già domandata: Chi era questo Alberto Sormani? — e che abbiano oppure non abbiano visto il suo nome in calce a qualche articolo disseminato su per i giornali, resterebbe sempre per i più inesplicabile l’immenso dolore lasciato dalla sua perdita e il lutto che perdura in pochi cuori a lui fidi, quel lutto che fece dire a un suo compagno di battaglia:Nessun morto è più vivo in mezzo ai vivi. — Questa è l’impressione che devono provare necessariamente tutti quelli che lo hanno conosciuto ed amato.

Invano si cerca intorno a noi una tale forza di entusiasmo unita alla conoscenza esatta del proprio valore, un tale ardore di vita ideale, una rinuncia così completa delle gioie materiali ed un olocausto così pieno d’amore alle più alte cime del pensiero. Alberto Sormani non fu solamente un uomo morto giovane, una bella intelligenza troncata sul fiore; egli fu sopratutto l’espressione più ardita della nostra fede, colui che ci sosterrà ancora nelle lotte dell’avvenire facendoci pensare nei momenti di maggior scoraggiamento: «Eppure l’ideale esiste, noi lo abbiamo veduto!»

Gli avrebbe la società concesso il modo di esplicare tutte le sue potenze? Sarebbe egli diventato un uomo grande, un riformatore o un apostolo?... Tutte le volte che mi propongo questo quesito mi sembra di veder ridere sinistramente nell’ombra la Sfinge della vita. Certo la vita Egli non la conosceva ancora. La sorte che fu per lui la più amorosa delle madri gli aveva sgombrato di ogni spina il sentiero; nessuno può dire come Egli avrebbe sostenuto l’urto della sventura; tuttavia questo sorriso del destino che lo accompagna nella breve carriera, se appare a tutta prima una menomazione di merito, risulta in ulteriore esame quasi la prova del fuoco del suo carattere.

La prosperità più assai che non la sventura ammollisce gli animi, li rende inetti, voluttuosi, egoisti; ed appunto perchè egli era ricco, liberoe felice, il suo austero distacco dalle morbidezze e dalle blandizie acquista una vera espressione di superiorità, e la sua scelta fra una esistenza sicura appoggiata a un materiale benessere e la malagevole, aspra, lontana vetta a cui egli tendeva prodigando le intere sue forze come il giovinetto di Longfellow, innalza tutta la sua vita a una nobiltà di concetto che risponde anticipatamente con sicurezza all’avvenire che gli fu negato. — Ma la Sfinge ride, ride ancora... ed io accolgo questo riso crudele quasi con riconoscenza, rammentando l’antica fede che faceva morir giovane il prediletto.

Aveva Egli mai pensato a questa possibilità di morir giovane? Seriamente e a lungo credo di no. Si sentiva così forte, così sicuro, così pieno di ardire! pure, troppe volte l’immagine della morte si affaccia al suo pensiero perchè si possa negare in lui un misterioso presagio. Fra le abitudini intellettuali, che occupavano tutta intera la sua giornata e parte delle sue notti, c’era anche quella di scrivere su foglietti volanti ogni idea che gli passava per la mente. Codesti fogli, ammucchiati a diverse migliaia senza ordine di data, sono una prova dello spaventoso lavorìo di quel cervello e in uno di essi appunto trovai questa nota: «Muor giovane chi al cielo è caro — dunque io morirò?»

Alcuni versi sulla propria tomba che cito, non per il loro valore, ma perchè hanno, come ogni cosa che usciva dalla sua penna, un profondosenso di realtà, sono per tale aspetto significativi:

SULLA MIA TOMBA.


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