CAPITOLO I.

CAPITOLO I.

La Sardegna vuol essere amata. — Le città della Sardegna. — Cagliari. — I giardinetti e un pazzo di San Bartolomeo. — Sassari e una lezione di storia. — Le grandi e le piccole borgate della Sardegna. — I villaggi e gli stazzi.

La Sardegna vuol essere amata. — Le città della Sardegna. — Cagliari. — I giardinetti e un pazzo di San Bartolomeo. — Sassari e una lezione di storia. — Le grandi e le piccole borgate della Sardegna. — I villaggi e gli stazzi.

Ho messo il piede in Sardegna con viva curiosità e dopo un lungo giro ho lasciato quell’isola con caldo amore: prima di conoscerla, era per me cosa curiosa; dopo averla conosciuta era per me cosa cara. Gli Italiani della penisola hanno un grave torto di dimenticare questa gemma del Mediterraneo; essi devono studiarla ed amarla; gli Italiani di Sardegna hanno il grave torto di spegnere la loro energia in queruli lamenti, cercando fuor di sè stessi l’origine e il rimedio deiloro mali. Or conviene che isola e penisola si perdonino a vicenda i loro peccati, e stringendosi in un potente amplesso, si preparino a tempi nuovi, e si mettano con forze comuni a fecondare una terra quasi deserta e che ha dinanzi a sè un avvenire senza confini, più splendido del suo passato ai tempi di Roma. Io sento nel cuore molti debiti verso la Sardegna e i suoi cortesi abitanti: come membro della Commissione d’inchiesta farò coi colleghi quanto sta in me, perchè il nostro lavoro non riesca infecondo; come operaio della penna vorrei con queste poche pagine far amare la Sardegna da tutti gli Italiani, invitarli a studiarla, ad accarezzarla. Io ho viaggiato gran parte del nostro pianeta e ho portato il piede in regioni quasi ignote a calcagno europeo: eppure ho trovato in questa italianissima nostra isola molte cose nuove, e belle e originali; e più d’una volta coi miei cari compagni di viaggio ho dovuto esclamare in coro: Oh perchè mai gli Italiani ignorano queste bellezze della loro patria? Oh perchè mai non vi portano i loro occhi per ammirare, le loro braccia per lavorare, il loro oro per raddoppiarlo?

La Sardegna è pur terra feconda e originale! Quasi ignota alle invasioni germaniche, è tesoro per l’etnografo e l’archeologo; e altrove non si saprebbero trovare alcuni tipi che in quell’isola rimasero purissimi, segregati dall’incrociamento moltiforme del medio evo. Un filologo e un antropologo troverebbero nello studio comparato dei dialetti e dei cranii sardi tali tesori da farne una scienza nuova e da ricostruire con facile e feconda fatica la fisiologia delle più antiche stirpi italiane. L’amante del bello trova in Sardegna paesaggi svariatissimi: coste dentellate come le foglie delle mimose; vergini foreste; pianure e stagni; colli e vere Alpi, dove il granito mostra i più bei fianchi ch’io m’abbia veduti al mondo. Costumi pittoreschi intatti da più secoli: tipi umani profondamente scolpiti; poesia popolare, passioni calde; rozze e ardenti nature poco o nulla mutate dagli attriti sociali, nè lisciate dalla pialla della moda francese; scene della natura geologica e umana, quali è difficile trovare altrove e ai tempi nostri; tutta una tavolozza di colori vivi e svariati che può dare materia d’opere immortali al poeta, allo scrittore, all’artista.

E poi in questo secolo affamato d’oro, tu trovi in Sardegna monti solcati da cento e mille filoni di piombo e sul piombo strati di zinco; e presso il piombo e lo zinco altri metalli che non aspettano che la mano del minatore per versare una larga vena di ricchezza nel sangue italiano. E su quei monti una terra che scalda e profuma i pampini delle vigne di Spagna e di Portogallo e promette in epoca non lontana una mina a fior di terra più ricca di quella metallica che s’addensa nelle viscere dei monti. E nel piano una terra che per ritornare ad essere granaio d’Italia, non aspetta che la magia d’una parola,il drenaggio.

Su questa terra benedetta dal sole, ricca di metalli, e di vino; di biade e di poesia, batte l’ali fuligginose un triste vampiro, lamalaria; ma questa può e deve esser vinta dall’uomo, purchè il voglia. Nelle vene dei Sardi, intelligenti e morali, serpeggia un veleno più infesto della malaria alla salute di un popolo, ed è l’inerzia: malaria ed inerzia, le due grandi malattie della Sardegna; ma malattie curabili, perchè l’organismo è robustoe malgrado la ricca storia, ancor giovine; perchè quest’isola dà già segni di reazione della natura medicatrice; perchè quest’isola incomincia a voler essere medico di sè stessa. Anche Londra aveva lamalariae per opera dell’uomo è fra le città più salubri del mondo: anche i Tedeschi furono per anni e secoli inerti; ma l’inerzia fu vinta; e la Germania, dopo essersi messa a capo della scienza, ha fatto Sadowa.

Cagliari e Sassari son le due gemme della Sardegna, e son gemme rivali, e di un’antica rivalità, come già lo scrisse Cattaneo col suo scalpello da scultore. «Il solo vincolo che unisce le città sarde, era quello della rivalità anzi dell’odio. La stessa mano che fomentava altrove i rancori tra Palermo e Messina, tra Milano e Pavia, opponeva studiosamente Cagliari e Sassari, Sassari e Alghero. In Alghero si fece statuto, che i Sassaresi non vi si potessero mostrare colla spada al fianco; e inSassari vi si rispose argutamente, ordinando che li Algheresi non potessero venire a Sassari se non cinti di due spade. La vita delle nazioni era concentrata nei pochi municipi. Cagliari fondava un’Università, e Sassari non rimaneva indietro, e ne fondava un’altra.» — Ed io aggiungerò, che al dì d’oggi la rivalità fra le due prime città dell’isola non è astiosa, e va assottigliandosi di giorno in giorno coi contatti cresciuti; finchè le ferrovie la facciano sparire del tutto.

Del resto Cagliari non può essere confrontata a Sassari, così come una bella bruna non può compararsi con una bella bionda. Cagliari ha più pittoresca posizione e s’adagia in un panorama più grandioso; Sassari è più lieta e si circonda di più amena cornice di colli e di oliveti. La prima città è più severa, più accigliata e più sporca; Sassari è più vivace, più rumorosa, più pulita. Cagliari è città ufficiale, burocratica, con tinta soffusa di orientale e di spagnolesco; Sassari è città più italiana, d’aspetto più moderno, di tinta siciliana; e mi si perdoni il pericoloso confronto in nome dell’amor grandissimo che porto allaSardegna. L’Italia è così ricca di belle e svariate città, che si dovrebbe poter ragionar senza fiele di ogni gemma che adorna il nostro ricco diadema.

Quando si contempla il golfo di Cagliari dall’alto del bellissimo giardino pubblico, o del castello, o meglio ancora dalla torre di San Pancrazio, si gode d’uno dei bellissimi fra i belli spettacoli che offrono al viaggiatore le cento città d’Italia. Un golfo ampio, dinanzi a cui l’uomo deve arrossire col microscopico porto che offre alle navi; e il faro lontano, e le saline, colle loro piramidi bianchissime, quasi tende di un guerresco accampamento; e gli stagni vicini, veri laghi, popolati da grosse borgate; e il promontorio di Sant’Elia col Bagno di San Bartolomeo; e la città che dal Castello scende a Stampace e alla Marina, quasi volesse imbarcarsi sul mare, e la vasta fascia di agavi americane che cingono il Castello d’una fortezza primitiva; e i lontani gruppi di palme e i tamarischi e le altre piante tropicali danno all’occhio infinita ricchezza di sensazioni; e l’occhio beato si riposa lungamente e amorosamente su quelle mille incantevoli bellezze.

Il Castello è il quartiere più alto e più salubre della città, e s’arrampica sopra un alto colle: ha vie dirette da nord a sud, poco larghe, ripide, con case alte. E strette sono anche le vie di Cagliari alla Marina: vecchia abitudine dei nostri padri, che, vivendo giorni e mesi all’aria libera, volevano nelle loro case ombra e frescura più che aria e luce. Nel quartiere del Castello avete la Cattedrale dedicata a Santa Cecilia e sette altre chiese.

Discendendo dal Castello per la piccola porta del Balice, vi trovate nel quartiere di Stampace, che è il centro del commercio e degli affari. Se per la via di Yenne vi dirigete verso il mare, guardando a destra e a manca le migliori botteghe della città, giungerete alla piazza di San Carlo, che si continua in quella del mercato; e là vi convien sorridere, ma di un sorriso senza amarezza, guardando sopra un gran piedestallo di granito, un re Carlo Felice, fatto di bronzo, con elmo, corazza e paludamento; graniti e bronzi e vesti romane che, davvero, poco convengono ad un re pacifico; due volte pacifico.

Quando siete in Stampace non avete a dimenticareil mercato, che è sempre uno dei quadri più importanti di una città. Vi troverete molto pesce; montagne di arancie dorate e profumate raccolte sotto capanne pittoresche, quasi indiane; vedrete il ricco e svariato selvaggiume della Sardegna. Vi offriranno una pernice per una lira, una beccaccia per dieci soldi; filze di otto tordi polputi e grassi, lessati nelle montagne e ravvolti nel mirto: filze degne di Nembrodde e di Lucullo e che i Sardi chiamanotaccole. Fra le capanne dei venditori d’arancie, e le botteghe a ciel sereno dei pesciajuoli, dei salumieri e dei beccai vedrete aggirarsi la gente minuta coi suoi costumi variopinti, quasi sempre pieni di gusto.

Le case di Cagliari son popolate da cento balconi e in molte di esse ogni finestra è un balcone, ciò che non è bello a vedersi, ma è comodo assai per le fanciulle e le signore, che escono assai poco di casa e da quei loro osservatorii studiano il mondo esterno e fanno all’amore. L’amore onesto si fa anzi da una signora che guarda dal balcone e da un giovinotto che impavido e instancabile passale ore inchiodato nella via come una statua, contemplando la fiamma del suo cuore. E come sia cosa seria il far l’innamorato in Sardegna, lo vedremo più innanzi.

Se dalle vie principali della città vi addentrate nei viottoli e più ancora se cercate i più poveri quartieri, il naso si arriccia e l’igiene pubblica fa sentire i suoi lamenti. Nel quartiere di Villanuova ho veduto le vie convertite in fogne, e anche in alcune case di Stampace ho veduto atrii che devono essere molto pericolosi agli uomini di corta vista. In Villanuova la vita del povero è pubblica nel senso più preciso della parola. Le case per lo più non hanno finestre; e l’aria, la luce e gli sguardi dei curiosi entrano liberissimamente a spiare i costumi degli abitanti. Quando il tempo è buono, non fa bisogno neppure di spinger lo sguardo oltre la soglia delle case, perchè tutta la famiglia si rovescia nella via, dove si lavora, si chiacchiera e si mangia. In Villanuova io mi credevo davvero in Africa, e le donne che mi parevan tutte sorelle, avean gli occhi orizzontali e piccoli, il colorito terreo e quella fisonomia di obelisco che ci hanno tramandati i monumenti egiziani.

E quella gente dal volto egiziano è cortese e sorride al forestiero. Colle migliori grazie del mondo mi lasciarono entrare in casa e mi accorsi che molte di quelle abitazioni sembravan fatte per una cosa sola, adatte ad una sola industria, quella del mugnaio. Le sedie son poche e spesso brillano per la loro assenza, e così dei tavoli e degli altri mobili; ma la nostra attenzione è tutta attratta da un asinello grullo grullo, arruffato, poco più grosso d’un mastino e che così poco rassomiglia a cosa viva da sembrar di legno, quando si arresta nel suo monotono, sempiterno giro intorno alla macina che muove. Quell’animaluccio, il dio penate, la prima ricchezza della casa, costa da cinque a dieci lire, è più parco di un arabo; e divide il tetto col padrone e i suoi figliuoli. Fabbrica il pane alla famiglia e produce spesso il piccolo frutto di macinar il grano ai vicini, industria rovinosa che speriamo veder scomparire dalle classi povere della Sardegna. Le donne della casa son occupate per tre e fin quattro giorni della settimana a fabbricare la farina che stacciano e raffinano con infinite cure per mezzodi crivelli e stacci puliti, fini ed eleganti, intrecciati a varii colori con cannucce di paglia e fibre di palma e che vedete appiccati al muro della casa, di cui insieme a qualche immagine di Santo formano l’unico ornamento.

Il mulino casalingo della Sardegna è lamola asinariaomachinariadegli antichi: poco diversa dalla χειρομύλη dei Greci. Potete vedere in Vaticano sopra un bassorilievo unamola machinariaromana, dove anche il cavallo che la muove ha gli occhi coperti come i rachitici asinelli macinatori della Sardegna. Se son rachitici e nani, son però valenti e pazienti, perchè lavoran fin quindici e diciassette ore al giorno, e Matzan aggiunge, ridendo a proposito, che quei somarelli devono esser anche grandi filosofi, dacchè Pittaco di Mitilene passava molte ore, macinando colla χειρομύλη, movimento che aveva trovato favorevole alla meditazione.

Quando si pensa però che tutte le donne e spesso anche i fanciulli d’una famiglia sono occupati in null’altro che a far pane, è a desiderarsi che la legge del macinato abbia almeno in Sardegna questo vantaggio di farsparir la falsa e fatale industria dei mulini casalinghi.

Cagliari può vantarsi di possedere nel suo Museo un vero tesoro archeologico, a nessuno secondo e che è opera quasi intiera di un solo uomo, il Canonico Giovanni Spano, una delle prime glorie della Sardegna; più che instancabile, miracoloso nella sua attività e ardentissimo e innamoratissimo illustratore del suo paese.

L’Università di Cagliari e la sua minore sorella di Sassari sono una vera vergogna per l’Italia. Non è lecito ad un governo, per quanto povero, lasciare queste larve di insegnamento superiore, dove la povertà dei mezzi concessi alla scienza fiacca e avvilisce i migliori ingegni e la volontà dei buoni è spesso impotente e rabbiosa contro le lesinerie burocratiche dell’alta sfera governativa. Speriamo che per onor nostro questo obbrobrio sarà cancellato. Ho conosciuto a Cagliari e a Sassari ottimi uomini che pur vorrebbero studiare; giovani intelligenti e operosi che pur potrebbero far avanzare la scienza, ma li ho veduti aggirarsi come larve irrequiete per queimuti corridoj e quelle aule deserte che con superba parola si chiamano Università: veriidalghispagnuoli che domandano l’elemosina con piglio altero e i vestiti laceri.

La penna irata mi richiama alla mente un tristo ricordo di Cagliari, ed è la mia visita all’Ergastolo di San Bartolomeo; primo passo in unavia crucische dovetti percorrere in Sardegna, visitando tutte le carceri e tutte le galere.

A San Bartolomeo si sta assai bene, molti assassini vi ingrassano a meraviglia, nel lavoro salubre delle saline, negli ampii dormitorii e con sani alimenti. In altre carceri però e specialmente a San Pancrazio in Cagliari e a Sassari e altrove sentii il tanfo di una lenta asfissia e mi si inchiodò nel capo un pensiero che non mi abbandona mai, ed è questo che la società si vendica col suo codice delle pene assai più spesso di quel che si difende; incrudelisce assai più di quello che educa.

Nell’Ergastolo di San Bartolomeo si fondò una colonia agricola penitenziaria che promette assai per l’avvenire. Dinanzi al palazzodella vendetta vedete giardini fioriti che appartengono agli impiegati della galera: ho veduto bambine rosee nel volto, coi nastri rosei pendenti da un lindo cappellino di paglia di Firenze correre per quelle aiuole fiorite dietro le farfalle; mentre uomini dalla faccia patibolare passavano dinanzi a quei giardinetti e coi loro sguardi contaminavano quelle bambine.

E quei galeotti avevano diversi berretti, dacchè anche fra essi v’ha una gerarchia. L’uomo è un animale da gerarchia e pur che ne abbiate tre riuniti avete subito: plebe, aristocrazia e mezzo ceto; è privilegio di tutte le bestie sociali e socievoli e possiamo menarne vanto. Il berretto rosso vuol direcondanna a tempo, berretto verdecondanna a vita, fiocco neroomicidioe così via. Le bambine dai nastri rosei conoscono tutte queste differenze e ve le spiegano; e il Procuratore del re, passeggiando col sorriso sul volto mi diceva:stanno benissimo: la è gente fortunata, che mangia e lavora e gode di ottima salute. Nell’ultima epidemia di febbri miasmatiche in Cagliari ebbero tuttila febbre e questi galeotti si serbarono sanissimi; ed egli rideva.

Io però, passeggiando nelle sale destinate ai malati, mi fermai dinanzi ad un volto che parea impietrito nel dolore; un Laocoonte del cuore; sempre vivo e sempre tormentato. Era melanconico e tormentato tratto tratto da accessi di delirio di persecuzione credeva che tutti lo volessero ammazzare. Era divorato dai rimorsi. Era un povero muratore, che, trovandosi senza pane, andò dal suo antico padrone, chiedendogli lavoro. Gli fu negato; ritornò più volte e sempre invano. Un giorno la fame era maggiore del solito: era rabbiosa; egli insiste nell’implorare il lavoro:Ho sei figliuoli; signor padrone. — Oh va all’inferno, tu e i tuoi figliuoli.— Una mazza era sul suolo fra vari attrezzi di muratore e un momento dopo il padrone era steso al suolo cadavere: e il povero muratore condannato nella galera di San Bartolomeo è pazzo di dolore e di rimorsi[1]. —

A San Bartolomeo però si sta bene e si ingrassa; e i giardinetti degli impiegati sono fioriti. Io vi ho vedute le più belle viole del mondo e vi ho colta una rosa più profumata di quelle d’Arabia; i bambini vi acchiappano le più brillanti farfalle; ma a due passi v’è un uomo pazzo di dolore, perchè la società si vendica più di quel che si difende. I nostri figliuoli, però, ne son sicuro, prepareranno ai posteri una giustizia più umana.

Quando voi avete percorso le noiose, lunghe e tristi lande sterili che separano Bosa da Macomer e avete attraversati i paesaggi poco interessanti di Torrealba e i rari boschi di quercie che trovate nella monotona pianura; voi vi accorgete di esser vicini a Sassari, quando la natura diviene ridente; quando i monti, rizzandosi più alti intorno a voi, frastagliano il cielo e la terra in modo da formare quadri svariati e pittoreschi. Ascendete un monte tutto pieno di magnifici olivi,coltivati colla stessa sollecitudine e tenerezza con cui si coltiva un orto cittadino. Io percorsi quei boschi d’argento nel tempo della raccolta e vidi liete schiere di fanciulle e di ragazzi che raccoglievano il frutto in lindi canestri, e a quando a quando interrompevano il lavoro per cantare e ballare. Parevano stormi di passerotti vivaci e protervi; e raccoglievano le olive colla stessa cura e lo stesso amore con cui si farebbe bottino di cosa carissima e preziosissima. E davvero che l’olivo è per Sassari una mina d’argento: mi si diceva che in quest’anno, fortunato fra gli altri, si farebbero 200,000 barili d’olio, che è quanto dire una bella cifra rotonda di sette ad otto milioni di lire. Di questa ricchezza mi accorsi anche entrando in Sassari, dove molte case nuove si stavano rizzando ed erano le olive trasformate in muri e marmi. L’olio di Sassari potrebbe esser fatto meglio: se ne manda a Nizza, dove raffinato cresce di valore e piglia un nome che per la sua squisitezza nativa ben si ha meritato. L’olivo dovrebbe anche esser difeso nei dintorni di Sassari dai cacciatori che spietatamente lo tormentano colle lorofucilate, quando vanno a far bottino di tordi: ma è difficile persuadere quei cacciatori che hanno torto di flagellare la prima ricchezza del paese, quando portano a casa fin sessanta e settanta tordi in una mattinata.

Sassari è città lieta e serena per la bellezza del suo cielo, per la pulita bianchezza di molte sue case, per la rumorosa vivacità dei suoi abitanti. In ogni guida voi troverete la descrizione delle chiese, delle piazze, del castello; ed io non mi son dato a voi per cicerone della Sardegna, e con voi soltanto voglio scorrere le pagine del mio portafoglio di viaggiatore, e voglio far nascere molti desiderii di curiosità e appagarne pochissimi, sicchè nasca in voi il desiderio di veder coi vostri occhi la Sardegna, di toccarla colle vostre mani. Per me la cosa più interessante di Sassari è il monumento di Azuni, nella piazza che ne porta il nome. Quando una città ha la fortuna di aver dato la luce ad un grand’uomo e di ornare una delle piazze colla sua statua, rammenta al viaggiatore una pagina gloriosa della sua storia e può andarne onestamente superba. È la civiltà modernache demolisce il castello del feudatario e colle vecchie pietre rizza una nuova scuola; è la nuova generazione che ai santi del calendario sostituisce le statue dei santi del progresso. Nella biblioteca dell’Università ho guardato con commozione un manoscritto inedito di Azuni che portava un bel titolo:Dei caratteri della natura umana. Nell’Università ho veduto un altra cosa per me carissima: il rozzo tavolo anatomico su cui Rolando scrutò i misteriosi labirinti del cervello umano.

Ho visitato anche la fontana di Rosello, celebre per la sua architettura; e pei suoi asinelli che portan l’acqua in città e che Valery, il dotto bibliotecario di Versailles, tentò di rendere immortali, descrivendoli con molto amore e cantandone le virtù infinite. Io confesso di non aver sentito l’eguale ammirazione nè l’egual compassione per quelle rachitiche creature, tutte pelo e ossa; e ho trovato che i Sassaresi, che chiamano ironicamente quelle bestioline col nome difilumene(capinere), hanno più spirito del Valery.

I dintorni di Sassari sono belli assai; edio li vidi bellissimi; perchè su quelle molli colline inargentate dagli ulivi ho potuto ammirare i cupi boschetti di aranci carichi di frutti; e perchè insieme all’oro delle arancie in quella stagione sorridevano i peschi fioriti e un profumo di calda primavera m’inebbriava i sensi e mi faceva innamorare di quella terra e di quel cielo.

Presso a questo quadro ridente a pochi passi da Sassari avete una scena malinconica e una severa lezione di storia. Se dopo aver ammirato i lieti giardini dei Sassaresi e le bianche e liete ville, voi vi dirigete a Porto-Torres; avete una landa sterile, che sente lo squallore e la malaria, e in mezzo a quella solitudine fra le erbe folte vedete rizzarsi gli archi spezzati d’un antico acquedotto romano. Il terreno è tristo, o bruciato dal sole o reso pantanoso dalle pioggie; pecore brulle e nere rodono gli arbusti spinosi e le erbe gialliccie; vi regna un’aria di povertà e di febbre; ma quella triste terra si apre e dal crepaccio alza il capo l’antica civiltà romana coi suoi archi e i suoi acquedotti. È un gigante mal sepolto; la terra divenuta piccina a stentopuò coprirne le ossa, e dalla tomba ne vedete escir fuori gli stinchi mal coperti. È l’Italia di Roma che sogghigna beffarda all’Italia dell’oggi. La lezione è dura e poco lieta; ma non è finita. Tirate avanti che la lezione continua.

A Porto-Torres poche case, fanciulli cenciosi, un porto che sembra stagno di rospi: eppure voi siete sul suolo dell’antica Torres, una delle maggiori fra le antiche città dell’isola; eppure voi vedete fra i giunchi della palude alzarsi le gigantesche rovine del tempio della Fortuna che con barbara parola chiamanoPalazzo del re barbaro. A quelle rovine gloriose strapparono alcune colonne magnifiche che insieme ad altre d’origine romana fanno coro nella Basilica di san Gavino. Son ventotto colonne d’ogni stile e d’ogni pietra, di granito, di marmo bianco, di marmo grigio, di marmo cipollino. Il tetto di quella Basilica, che è tutta una poesia, è degno di quelle colonne, perchè è fatto di travi immensi di ginepro, come non ne sapreste trovare al dì d’oggi un sol tronco in tutta l’isola. Sopra i giganti dell’arte romana, i giganti della natura; membraspolpate del mondo antico, stinchi di marmo che sostengono cadaveri di tronchi dieci volte secolari, e duri e aromatici ancora; cresciuti nel pacifico silenzio dei deserti sardi, quando l’uomo fenicio, corridore dei mari, non vi aveva ancora messo il piede. Sotto quei cadaveri di ginepro; sotto quei cadaveri di marmo avete poi nel santuario sotterraneo tre altri cadaveri di santi martiri, san Gavino, san Proto e san Gianuario: tre cimiteri sovrapposti l’uno all’altro e che si tollerano l’un l’altro con eterna pazienza; il mondo della natura vergine, il mondo romano, il mondo cristiano: ginepri, grandi come le quercie e dopo tanti secoli non tarlati ancora; colonne di marmo; tombe onorate da cento fiammelle di cera. Quanta poesia e quanta storia in sì angusto terreno!

Udite a completare il quadro una pagina di storia:

«Gavinus o Gabinus discendeva dalla famiglia romana Papilia e da un Cajus Papilius Sabellus, e si chiamava Gabinus Sabellus. Esso era stato nominato dall’Imperatore Diocleziano comandante d’una corte di cavalleria, ed inquesta qualità si trovava in Torres, dove ebbe occasione di ascoltare le predicazioni di San Proto e di San Gianuario ch’eran stati ordinati preti dal Papa Cajo. Questi, essendo stati accusati di sommuover il popolo, furono assoggettati a crudeli tormenti: come Gavino, per dovere della sua carica fu obbligato di assistere agli atti di barbarie, così fu sorpreso dalla loro costanza e promise di seguitare il loro esempio, e siccome queste due vittime destinate alla morte furono affidate a lui, così egli profittò di iniziarsi nella nuova fede e di battezzarsi; indi mise in libertà i due prigionieri e si presentò al preside Barbaro, dicendogli che anch’esso era cristiano. Fu tosto arrestato, e condotto all’orlo del mare, in un sito dettoBalai, ivi venne decapitato; il di lui corpo colla testa fu gettato nelle onde, ma pietose persone raccolsero le spoglie e le depositarono in una tomba vicina scavata nelle roccie. Là pure furono collocati i corpi di San Proto e Gianuario, martirizzati nello stesso sito dopo poco tempo. Il martirio di San Gavino accadde nel 25 ottobre dell’anno 300.

«La principal festa di San Gavino occorre il secondo giorno di Pentecoste, e vi accorre molto popolo. È curioso il vedere le pratiche religiose alle quali si danno i divoti: alcuni fanno in ginocchio il giro delle colonne della Chiesa, e le bacian, come pure bacian il piede del cavallo di San Gavino di legno dipinto, come è la sua cavalcatura. Si crede nel paese che una di queste colonne fosse portata in questo luogo dal Santo, che la prese dal fondo del mare e la portò dritta nell’arcione della sella del suo cavallo. La festa è molto frequentata ed animata; vi si vedono i costumi di tutti i villaggi della parte settentrionale dell’isola. Allorchè la festa è finita, e che i visitatori parton nel martedì per restituirsi nei loro focolari, si vedono di quelli che colle loro donne alla groppa fanno entrare i loro cavalli nel mare sino al petto: ciò fanno coll’idea che i loro cavalli restano benedetti nell’uscir dell’acqua dove una volta furon gettati i corpi Santi, e dove San Gavino prese in seguito la colonna di cui sopra si è parlato. Nel 4 maggio vi si celebra un altra festa coll’intervento del corpo municipale di Sassari, come patronodella Chiesa: essa è meno frequentata che la precedente....»[2]

Le città minori della Sardegna hanno tutte una fisonomia propria, e il lungo isolamento l’ha resa più saliente e durevole.

Quando voi avete attraversato a cavallo i monti e i boschi pittoreschi che separano Perfugas da Tempio, voi vi trovate dinanzi uno dei più bei panorama della Sardegna e dall’altipiano ricco di vigne e di seminati, in cui si adagia quella montana città, voi vi vedete dinanzi lo splendido monte di Limbara, uno dei più maestosi colossi di granito che abbia il nostro paese. Dopo aver passate lunghe ore a cavallo in mezzo a boschi deserti, a valli deserte, per burroni deserti, voi salutate i primi frutteti di Tempio con vera gioia, e affrettate il passo per salutare la città, di cui sentitegià vicino il tiepido fiato. L’uomo non ama la solitudine che per vendetta o per malattia, non ama i deserti che per un ora, o quando il deserto è per lui un quadro agli occhi e non una casa o un soggiorno.

La città di Tempio colle sue case di pietre granitiche grigie senza intonaco bianco, e unite da argilla bigia; colle sue vie magnificamente lastricate di granito, ha un aspetto severo e malinconico e sopratutto un colore montano. Non vi vedete intorno che colori oscuri: case grigie, pavimenti grigi, chiese grigie; uomini dal cappuccio e dai calzoni neri; ma su quella città ride un cielo eternamente limpido e azzurro e per le vie e alle finestre vedete volti intelligenti, uomini gagliardi e donne dagli occhi neri e ardenti.

Da Tempio, salto con voi ad Alghero, perchè, non scrivendo io una guida, nè un’itinerario, seguo il filo conduttore della statistica e rendo omaggio anch’io alla legge, chemisura la potenza degli Stati, la felicità dei popoli, il prosperare delle città dal numero dei loro abitanti. Se Tempio coi suoi 10,447 abitanti sta dopo Sassari, Alghero vien subito dopo Tempio, perchè ne conta 8,573. Alghero chiusa fra il mare e una angusta cerchia di bastioni respira male, sente il miasma dei luoghi chiusi e aspira ardentemente a rompere la vecchia corazza che la cinge e la stringe, per respirare nelle campagne vicine un’aria più pura.

Ad Alghero il mare è bello e consola gli abitanti, tristi della strettura in cui li tengono i bastioni. Un golfo grande col Capo della Caccia e la sua famosa grotta di Alghero, una delle più belle e sgraziatamente più difficili grotte che si possano visitare; e dietro quel Capo, il Porto Conte, preparato stupendamente per un popolo di naviganti che non giunge ancora. Vedo nel porto schierate con ordine militare molte barche peschereccie e dinanzi ad esse quei trabocchetti di rete che chiamannasse. Nel lontano orizzonte vedo una vela: è una barca corallina che coi suoi uomini di ferro fra stenti inauditi, strappa ai profondi scogli del mare,quel polipo porporino che andrà poi a posarsi invidiato sul collo delle belle signore d’Italia e sulle spalle delle odalische d’Oriente.

I pescatori di corallo che vengono ad Alghero con più di 200 barche ogni anno; son quasi tutti napoletani e toscani; fanno ottimi guadagni, ma menano una vita d’inferno. Dormono quattro ore al giorno, lottano col sole ardente, cogli aquiloni, colla fame, colle pioggie: le loro mani son rese così callose dal remo e dal maneggio dell’argano che alza e affonda l’ordigno pescatore che, se tu getti loro una moneta sul suolo, non possono spesso piegar le dita a raccoglierla; ma battendola con una mano la fanno balzare nell’altra. La pesca dura dal febbraio alla prima settimana di ottobre, e Alghero, letto di corallo, non dà alla pesca che 24 barche coralline. Eppure unaparanzacorallina dà in un triennio un guadagno netto di 25 a 26 mila lire.

Nel porto di Alghero vedo molleggiarsi soavemente sull’onda un bel bastimento mercantile, domando a chi appartiene. È di un genovese che porta il soprannome diMiseria, soprannome onorevolissimo per lui. Era il piùpovero degli uomini; fu accolto in Alghero malato, per elemosina assistito e medicato; ora è milionario, è alla testa del commercio, possiede due case, molte navi. — Oh perchè l’Italia non è tutta Liguria?

Le case d’Alghero son bianche e qua e là alza sopra di esse il suo ciuffo maestoso una palma. Sopra la palma torreggia un campanile di bella architettura e la cattedrale è ricca di marmi d’ogni colore. Sopra la città s’innalza con triste cipiglio un altro grande edifizio: l’Ergastolo. La città ha però molte viuzze strette e sucide. Il teatro è bello e mi dissero che fu fatto specialmente per opera e col denaro dei canonici; dei quali formicola Alghero. È certo che i canonici vanno assiduamente al teatro, con minor ipocrisia che fra noi, e furon veduti con santa compunzione assistere allaTraviata, col libretto dell’opera fra le mani.

Gli abitanti di Alghero si dividono in tre grandi classi; pescatori e marinai; pastori e agricoltori; agiati che vivono sonnecchiando sulle loro rendite. Parlan tutti l’algherese, che è poi il dialetto catalano quasi puro.Questa lingua in tutta la Sardegna non si parla che ad Alghero e fin dal 1354, anno in cui la città venne assediata per terra e per mare dal Re D. PietroIl Ceremonioso: l’assedio durò lungamente e fu poi convenuto che gli antichi abitanti sarebbero tutti usciti e fu occupata da una colonia di catalani. La fisonomia degli algheresi mi parve catalana e ligure, ma la razza è incrociata di elementi sardi, fors’anche napoletani e d’altre provincie italiane. La lingua non è sempre battesimo di sangue.

Se andate ad Alghero, dovete visitare il palazzo del Municipio, dopo aver letto una pagina di storia, che vi consolerà di esser nati tre secoli più tardi di Carlo V e vi farà tollerare con calma e pace serena le miserie dei nostri tempi.

»Questa è l’antica casa d’Albis, appartenente ora agli eredi del Conte Maramaldo della Minerva, vi si conserva la memoria del soggiorno di Carlo V, quando nel 1541 visitò la sua cara città di Alghero. I fatti che in allora vi succedettero nelle due giornate dimezza festa e di mezzo saccheggio, come diceil Valery, hanno un impronto dell’epoca tutta particolare.

»Il primo pensiero che si presero i cittadini d’Alghero all’annunzio dell’arrivo del loro sovrano, fu di radunare la più gran quantità di viveri che fosse possibile per farne regalo alla flotta che accompagnava l’Imperatore, questi prima di sbarcare accettò una partita di caccia nel vicino Monte Doglia, dove immantinenti un cinghiale ebbe l’onore di morire dalle mani auguste. Dopo questa illustre impresa si diresse verso la città, ma prima di entrare volle fare col suo battello il giro delle fortificazioni che riguardavano il mare. Davanti al molo si era preparato un ponte posticcio, perchè Sua Maestà Imperiale discendesse comodamente in terra e l’avevano ornato di ricche stoffe. Le persone che aspettavano l’Imperatore in questo sito, vedendo il battello diretto altrove, credettero che sbarcasse in altro punto della spiaggia, ed abbandonarono in un istante il posto, in allora i soldati di Cesare si lanciarono sopra il ponte, lo misero a ruba, e tolsero tutte le tappezzerie di cui era coperto. Questa scena fu lontanadi disgustare Sua Maestà, la divertì molto. Egli montò subito sopra un magnifico cavallo che gli avevano offerto col quale fece il giro interno delle fortificazioni, poi entrò nella casa in discorso, che in allora apparteneva ad un certo D. Pietro di Ferrera. Là si affacciò alla finestra che dava alla strada, e fu testimonio allegro d’una scena, degno compimento di quella del saccheggio del ponte, che l’aveva divertito tanto. I soldati spagnuoli, discesi a terra coll’imperatore, principiarono a perseguitar e ad infilzare colle loro spade, sotto i suoi propri occhi, le bestie che si trovavano radunate in questa piazza e nelle strade vicine: queste bestie erano quelle destinate per regalo alla flotta, e furono scialacquate da una soldatesca sfrenata ed avida di saccheggio, sotto gli occhi del loro sovrano. Si racconta pure che uno degli uffiziali dell’Imperatore dimandò se era permesso di distaccare dalle muraglie le ricche tappezzerie in seta che ornavano l’interno della casa dove questo principe ricevette l’ospitalità, e si dice che Carlo V, rivolto al magistrato che l’accompagnava, gli dicesse ridendo:Jurado, mirad que no hagandanos estos locos(Jurado, badate che questi pazzi non facciano danno).»

In quei tempi esser saccheggiato da una selvaggia soldatesca, servir di spasso ad un Imperatore eran delizie per un popolo. Vedete:

»Appena che Sua Maestà se ne partì, questa finestra fu diligentemente murata, come la è sino al presente, affinchè non fosse profanata da un altro mortale. La casa dove soggiornò il Principe per 48 ore, ha goduto da quell’epoca sino ai tempi a noi vicini, del diritto di asilo, una catena di ferro con due pilastrini collocati davanti alla porta d’ingresso serviva di rifugio alle persone inseguite dalla giustizia o minacciati d’essere arrestati. Il tempo finalmente ha fatto sparire questa scioccheria»[3].

Ozieri è città pittoresca, che sembra accampata fra i monti che danno la mano dauna parte ai colossi granitici di Alà e di Buddusò e dall’altra si legano colla catena di Monterasu. È città ad anfiteatro, colle case disposte a piani diversi. Di sera un cinguettìo e un coro di risa rumorose guidano i vostri passi ad una gran fontana messa nel centro della città e dove cento lavandaje d’ogni età a lume di candela lavano e battono spietatamente i panni e schiamazzano fino a tre ore dopo la mezzanotte.

Serberò finchè vivo lieta memoria di Ozieri, perchè vi ebbi la più lieta accoglienza del mondo e mi parve nell’industriosa attività di quelli abitanti di leggere uno splendido avvenire. Quando Terranova rannoderà la Sardegna al continente italiano, Ozieri diverrà una delle città più importanti dell’isola e i nuovi tesori del commercio faranno lieta compagnia alle ricchezze avite dell’agricoltura.

Oristano è città antica, resa triste dalle sue lagune che la ravvolgon tutta quanta quasiin un funebre lenzuolo di miasmi e di febbri. Se venite da Uras, entrate nella città attraverso una porta antichissima con un castello pittoresco, antica residenza dei giudici di Arborea; se escite per la via che conduce a Sassari passate ancora attraverso un altra porta antica e un altro castello. Fra quell’entrata e quell’uscita da medio evo avete molte case vecchie anch’esse e con balconi pittoreschi e arabescati. Per le vie molti preti, molti accattoni; ad onta del freddo vedi molta gente minuta colle gambe e i piedi nudi e spesso montano a cavallo, legandosi lo sperone al piede nudo. Vedi passar uomini a cavallo con una cappa nera da beduino e un nero cappuccio sopra un volto nero e accigliato; veri arabi d’Italia.

Un sobborgo d’Oristano è tutto abitato daiCongiolarius, che di padre in figlio si trasmettono l’arte di far terraglie, e le impastano e le foggiano all’aria libera. La cosa più interessante d’Oristano è però il Museo privato di antichità sarde del giudice Spano, il più bizzarro, il più originale, il più galantuomo degli archeologi ch’io m’abbia conosciuto. Abitaun vecchio castello, che fu forse casa della Giudichessa Eleonora; vive fra i suoi camei preziosissimi, fra i suoi vetri di Tharros dai mille colori, fra le sue urne cinerarie: una polvere secolare posa su quelle ricchezze e il Dio di quel tempio appena serba a sè stesso un posticino, il più modesto della casa, che non è casa; perchè è fortezza, è castello, è museo; qua e là nido di gufi. Il giudice Spano fra quelle rovine e fra quei tesori, in quel mondo di cose antichissime e in mezzo a quella polvere antichissima serba l’entusiasmo più giovanile e quando accende le sue candele per farvi ammirare i riflessi iridiscenti dei suoi vetri di Tharros, i suoi occhi fiammeggiano fra quelle urne e quelle ragnatele, come lampi di un uomo felice, di un uomoterque quaterquefelice; dacchè una nobile passione lo riscalda; ed egli toglie a sè gli agi della vita per lasciare una delle più splendide raccolte archeologiche che abbia l’Italia.

Oristano serba una gloriosa tradizione, quella della Giudichessa Eleonora, di cui potete vedere il ritratto in Cagliari, regalato dal Canonico Spano alla Biblioteca dell’Università.Quella donna fu soldato, fu generale, fu re, fu legislatore.

Non scrivo storie, ma vi invito a studiare la vita di quella sapiente e generosa principessa. Eccovi un solo tratto della finezza legislativa di Eleonora. Anche ai suoi tempi vi eran donne infedeli e uomini maldicenti: la Giudichessa sapiente per conservare la pace delle famiglie decretò che dovesse pagare lire 15 di multa chiunque avesse chiamato becco un cittadino dei suoi Stati e lire 30 se avesse provato che quel titolo gli era dovuto; e chi non volesse crederlo, legga laCarta de logu della Giudichessa di Arborea Eleonora.

Bosa è fra le piccole città della Sardegna una delle più simpatiche: posta sulla sponda destra del Temo, il Temus di Tolomeo, ha vini; oggi nettare di pochi, ma destinati a glorie mondiali; vicina al mare e sopra un fiume che serpeggia fra colli e campagne fertilissime.Una gita in barca sul Temo è una delle passeggiate più deliziose che si possano fare: in alto sui monti, colonne di basalto che sembran rovine di città e di templi sepolti; in basso cotogni, e olivi e melagrani e aranci e palme che scendono fino a bagnarsi i piedi nell’onda del fiume. Bosa è al piede di una collina su cui si arrampica, ed è dominata dal Castello dei Malaspina, scena pittoresca, che completa la bellezza del quadro. Le lingue malediche vi dicono che a Bosa si beve molto; ma e chi non beverebbe di quei vini, degni fratelli del Xeres e del Tintilla di Rota? Le stesse lingue aggiungono che i preti sono in Bosa padroni di molte coscienze e di altre cose ancora; ma vi ho trovato già sul tramonto la loro influenza, un tempo davvero onnipotente; e vi dicono ancora che i Bosani sono egoisti; ma io non lo credo, tanto mi parvero splendidamente ospitali.

Badate che nel presentarvi le città sarde seguo sempre i gradini della gerarchia numerica,e dopo Bosa vi presento Iglesias che ha una popolazione di più che 6000 abitanti e sempre crescente per la potente attrazione che esercitano la mine vicine di piombo e di zinco e delle quali il Sella ci darà una storia compiuta; fatta con lungo studio e molto amore.

Iglesias potrebbe lavarsi meglio la faccia e i piedi, ricca com’è di fontane e avendo quella diCorradinoeCixeddueMaimone: ha vie molto strette, mal lastricate, sporche, dominate dalla cattedrale e da un palazzo arcivescovile nero nero. L’unico albergo della Vittoria è appena abitabile. Per le vie ad ogni passo tegami di terra pieni di carbone acceso: in molte case non v’è camino e si fa focolaio della via, sicchè quando soffia il vento vi schizzano fra le gambe faville d’ogni grandezza che appiccan frequenti incendii. Anche al primo piano del Palazzo Vescovile vidi una sera un di quei tegami infuocati, su cui il vento soffiava con tal forza da farlo sembrare un piccolo vulcano, e scintille e faville volavano per ogni parte.

Nelle vie più povere le case non sembran fatte per uomini; entrai in uno di quei covili ed era poco più alto d’un uomo. Nessuna sediae nemmeno finestre; per la porta entravano la luce e l’aria e per un foro fatto nella parete di fango seccato (ladderi) esciva il fumo. In un angolo del fuoco e intorno intorno ammonticchiati dieci o dodici persone, accosciate per non rimaner spente dal fumo; eran bambini e fanciulli e donne e vecchi. In fondo a quella sala due buchi quadrati, uno più basso e più grande senza uscio, conduceva in una tana dove era un letto pei genitori: gli altri dormivano per terra in un mucchio. Sopra quel buco quadrato un altro più piccolo che s’apriva in un panteon domestico; dispensa, magazzino per tutto e per tutti. Coperto da una cassa di legno grugniva accanto al gruppo umano del focolare, un porchetto; il beniamino, il Dio penate della famiglia; me lo mostrarono con amore, lo abbracciarono con tenerezza: trovai anch’io che era grazioso e quasi parente prossimo di quei poverelli che pagavano per l’affitto di quella tana cento lire all’anno(!).

Sulla città di Iglesias pendono accigliate alcune rovine pisane che vi ricordano il conte Ugolino, una volta padrone e donno di tuttala città e del suo territorio. Deve essere cosa grande il leggere in quel castello il canto XXXIII dell’Inferno.

Sopra un altipiano di granito alto 581 metri sul mare, trovate Nuoro, circondata da bellissimi monti e da valli fiorite; ha una bella e antica cattedrale, ma è più famosa per i suoi abitanti che per le sue industrie o i suoi monumenti; e ne parleremo più innanzi, quando dopo aver veduto le città e i villaggi entreremo nelle case a conoscere gli uomini.

Osilo è una delle più grosse borgate della Sardegna, e gli Osilesi hanno da secoli fama di fieri e di indomiti. Di essi si potrebbe dire anche oggi quel che Tacito scriveva dei Brettoni e Lamarmora ripeteva degli antichi Sardi:jam domiti ut pareant, nondum ut serviant. Il canonico Spano ci racconta che nei primi anni di questo secolo vi era ancora accesa una guerra tra due potenti famiglie di Osilo, i Serra e i Fadda. Anche le donne preseroparte ai fatti che accaddero in quell’epoca e le rovine stesse del Castello servirono di rifugio e di fortezza ad uno dei partiti.

E la mia corsa nelle città e nelle borgate della Sardegna è ornai finita. Se avessi spazio dovrei ancora parlarvi di Cagliari fatta ad anfiteatro sopra la lava di spenti vulcani; di Sanluri, che ha storia gloriosa e campi fertili di biade; di Terranuova adagiata sull’antica Olbia, colla fisonomia prosaica di borgo mercantile e consolare; di Lanusey ricca d’acqua ottima e di vini deliziosi, famosa per salubrità; di Macomer fabbricata sul basalto, patria del celebre poeta e improvvisatore Melchiorre Murena, cieco dall’infanzia e che pagò con morte violenta le sue belle poesie satiriche; dovrei parlarvi di Oschiri, di Orosei, di cento altre borgate e villaggi che vanno scendendo la gran scalea della gerarchia che rannoda Cagliari e Sassari all’ultimostazzodella Gallura.

In Sardegna anche i contadini vivono agglomerati nei piccoli e nei grossi villaggi, ed è questa una fra le massime sventure pei campi che rimangono abbandonati alle rapine dei pastori nomadi, che rimangono vedovi dell’occhio paterno del padrone. È questa un’antica consuetudine venuta fino a noi e sorta in quei tempi, nei quali le continue e facili incursioni dei pirati rendevano pericoloso il vivere isolati in mezzo a campi deserti e smisurati.

V’è un gruppo di villaggi fra Cagliari e Iglesias che hanno una fisonomia così argentina da far credere al viaggiatore che egli si trovi nell’America Meridionale. Una lunga fila di case fatte di fango impastato colla paglia e battuto e che porta il nome latino diladderi(tapias degli Argentini). E quelle case bigie hanno tutte il solo piano terreno, e sulle mura che cingono il cortile e l’orto vedete piantati i cacti, d’un verde bigio anch’essi, e fra l’una e l’altra schiera di case di fango, vie larghe e piene di fango anch’esse; ora polverose e fetide; ora palustri e fetidissime. Altrove i villaggi sono meno tristi, ma sempre sucidi assai, con un immondo comunismo di bipedi e quadrupedi,di stalla e di cucina; spettacolo umiliante e triste. Convien però ricordare che quella gente vive più che può a ciel sereno, che fa de’ campi, dei monti, dei boschi la propria casa; e nella capanna s’accovaccia per dormire e macinarvi il grano. Anche l’uccello più pulito e più poetico s’accontenta di un nido piccino e fatto spesso di fango, perchè è padrone dell’aria infinita e chiama suoi i campi del Signore. Nell’uomo del nord il culto della casa non è soltanto prova di vita più civile, ma è anche il frutto del cielo inclemente e burrascoso.

All’infuori dei villaggi diladderidel Campidano che hanno fisonomia propria e caratteristica, gli altri pigliano contorni diversi secondo l’argilla o la pietra che l’uomo ha trovato vicino a sè per farsi la propria casa.

Glistazzidella Gallura son le case dei pastori che si raggruppano tra loro con forma di federazione naturale che chiamanocussorgie. Più d’una volta trovate nella stazzo mobilia pulita e qualche agio della vita, qualche crepuscolo d’arte; trovate sempre splendida ospitalità.

Da qualche tempo intorno allostazzovisorride un campo coltivato a biade o a patate, con qualche frutteto. È il pastore selvaggio che si fa agricoltore; primo passo verso una civiltà più matura, più feconda; terreno di transizione che riunisce due epoche geologiche nella storia dell’uomo.


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