CAPITOLO IV.
La poesia popolare in Sardegna. — La giunta municipale di Bortigiadas. — Gli improvvisatori e le loro lotte poetiche. — Poesie amorose. — Poeti sacri, antichi e moderni. — I misteri. — Poeti epici ed elegie. — Satire festevoli ed amare. — Poesie bernesche. — Poesie sardolatine dell’abate Madao.
La poesia popolare in Sardegna. — La giunta municipale di Bortigiadas. — Gli improvvisatori e le loro lotte poetiche. — Poesie amorose. — Poeti sacri, antichi e moderni. — I misteri. — Poeti epici ed elegie. — Satire festevoli ed amare. — Poesie bernesche. — Poesie sardolatine dell’abate Madao.
La Sardegna ha una ricca vena di poesia popolare; e nella svariata forma delle vesti e nei costumi e nel linguaggio pittoresco e nell’accento concitato e prorompente, e nella danza e nelle canzoni tu ti accorgi subito che è quello un popolo che sente le delizie dell’ideale e sa vestire di splendide forme le passioni del cuore e le nebulose aspirazioni della speranza. La poesia popolaredi Sardegna ha tutti i difetti e tutte le virtù dei frutti agresti, cresciuti senza le carezze dell’arte; ma venuti fra le rugiade e gli aquiloni, fra i diluvii del temporale e l’arsura dei lunghi soli; è poesia che ha profumo e asprezza, licenza di forme senza confini; e balzi improvvisi, più arditi di quelli del capriolo e del muflone; or monotona e triste, ora ardente e lasciva. Essa è ispirata quasi sempre dall’amore e dalla religione; la prima gioia e l’ultima speranza della vita; e trovate più d’un poeta, erotico nella giovinezza, divenuto poi salmista; Tibullo trasformato in Manzoni coi primi capelli bianchi. Le bellezze della natura e la storia del passato ispirano di raro il poeta sardo; egli canta le grazie della sua donna o la vita dei santi; qualche volta scherza e morde, nè la vena satirica è in lui sterile di amari inchiostri.
È difficile trovare una poesia nazionale che abbia più ricca natura e arte più povera della sarda; molti dei poeti suoi sono contadini, o pastori; spesso analfabeti. Cantano come l’usignuolo e la capinera, e se alcunonon è presente che raccolga quelle ispirazioni, esse vanno perdute come le note di quegli uccelli silvestri, e la brezza dei monti le trasporta lontano e le disperde nel grande oceano della natura; da cui ci viene e a cui ritorna ogni bellezza.
Altre volte il poeta muore povero e sconosciuto come era nato, ma i suoi versi si tramandano senza nome d’una in altra generazione; sicchè anche al giorno d’oggi li senti ripetere dai montanari e dai pastori. Sia lode allo Spano, al Pischedda e agli altri che hanno raccolto quei tesori di poesia che finora furono affidati ai venti o che rimasero nascosti nell’oscurità di una valle, nel nido d’una capanna solitaria. Anche il Maltzan nella sua ultima opera sulla Sardegna ha studiato con molto amore e con finissimo gusto artistico la poesia popolare dei Sardi.
Anch’io ho udito molte canzoni popolari, anch’io ho trovato nel mio viaggio molti e molti che il volgo non chiamava poeti, solo perchè al loro linguaggio pittoresco e fantastico mancava la rima; ma che lo erano nel senso più sublime della parola. A Tempiosi presentò dinanzi alla Commissione d’inchiesta la Giunta municipale d’uno dei villaggi più oscuri e più dirupati della Gallura. Erano tre montanari dai volti abbronziti, con capelli e barba vergini come le loro foreste, col volto scarno, solcato come i graniti delle loro montagne, coll’occhio acuto come le loro aquile; gente fiera e semplice, calma e forte. Uno di essi prese la parola e con un linguaggio di biblica bellezza lamentò la miseria del suo villaggio, implorò il soccorso del Parlamento; dipinse con lirico ardimento l’abisso che separava la loro povertà dalla nostra potenza. Così potessi io aver stenografato quel suo discorso poetico, eloquente, tenerissimo.
Eccovene in ogni modo la pallida ombra: «Giunse sulle cime dei nostri monti la lieta notizia che uomini mandati dal Re e dal Parlamento, erano venuti fin qui a riconoscere i bisogni delle popolazioni; e noi siamo venuti da Bortigiadas per stringervi la mano e ringraziarvi a nome dell’ultimo, del più povero dei villaggi della Sardegna, per i patimenti che avete sofferto nel vostro viaggio, per tutto ciò che farete per noi. Bortigiadas è il piùinfelice paese del mondo; non ha strade, non ha scuole; è isolato dal consorzio degli uomini; la neve nell’inverno ci fa prigionieri; nell’estate i torrenti ed il sole ci rubano spesso le poche spighe che abbiamo seminato. Infelice chi nasce in Bortigiadas! Malo Spirito Santo vi ha illuminati e voi siete venuti qui a vederci, e a riparare ai nostri mali. Accettate questo scritto in cui vi parliamo dei nostri bisogni; studiateli, e vi assicuro che noi insegneremo alle donne di Bortigiadas i vostri nomi, e le madri insegneranno ai loro figliuoli a benedirli. Non vi preghiamo per noi: siamo già vecchi, abbiamo già sofferto e vissuto abbastanza; noi presto riposeremo nella pace del nostro piccolo cimitero; noi vi preghiamo, noi vi scongiuriamo pei nostri figliuoli che hanno ancora dinanzi un lungo avvenire. Che se voi non ascoltaste le nostre preghiere, oh infelici tre volte quelli che nasceranno in Bortigiadas!»
E quando quel buon vecchio, che era commosso fino alle lagrime, si accomiatò da noi e coi suoi compagni ci ebbe baciate le mani, noi lo accompagnammo fino alla porta; edegli, alzando il braccio con veneranda e olimpica maestà, ci disse:Che Dio vi benedica, che lo Spirito Santo vi illumini!Anch’io era commosso e pensavo alla ricca vena di poesia che è nascosta nel popolo sardo.
La Sardegna ha molti improvvisatori, e il più spesso son contadini che danno sfogo al loro estro poetico nelle feste sacre o nelle fiere, senza per questo far pompa ciarlatanesca o commercio dei loro versi. Più che il guadagno li stimola l’amore dell’arte, li sprona l’alloro della vittoria. Come nei tempi dell’Antica Grecia convengono alle feste dei loro monti e delle loro valli per contendersi il primato della poesia; e fra essi siede a giudice un sacerdote o un altro improvvisatore emerito. Il parroco d’un villaggio, Melchior Dore, quello stesso che pubblicò nel 1842 un epopeaSa Jerusalem victoriosa, ebbe spesso la palma dell’improvvisazione, come pure se la guadagnò più volte un poeta di Osilo che aveva lo stesso cognome dell’epico curato, Pietro Dore.
Più d’una volta la sentenza del giudice è proclamata in versi improvvisi.
Dogunno si la boghet dai testa[10]Chi Pedru inoghe su panno hat leadu,Cando ch’a Tomas Satta ch’hat bogaduAlteros che nde bogat in sa festa.
Dogunno si la boghet dai testa[10]Chi Pedru inoghe su panno hat leadu,Cando ch’a Tomas Satta ch’hat bogaduAlteros che nde bogat in sa festa.
Dogunno si la boghet dai testa[10]
Chi Pedru inoghe su panno hat leadu,
Cando ch’a Tomas Satta ch’hat bogadu
Alteros che nde bogat in sa festa.
Ognuno se lo levi dalla testa che Pietro qui ha preso il panno[11], quando ha messo fuori Tommaso Satta altri ne mette fuori nella festa.
Ognuno se lo levi dalla testa che Pietro qui ha preso il panno[11], quando ha messo fuori Tommaso Satta altri ne mette fuori nella festa.
Questo Tommaso Satta, che qui compare in questo certame poetico non è che un contadino di Ploaghe, morto nel 1823, ed uno dei primi poeti e improvvisatori della Sardegna; ma le sue poesie più che amorose sono lascive.
Melchior Murenu è un altro improvvisatore sardo fra i più celebrati ed era cieco; egli aveva un rivale potente in Pietro Cherchi di Tissi, cieco e poeta anch’egli. Questi, secondo quel che ce ne racconta il Maltzan, era così infocato e rapido nel suo estro, che spesso era quasi involontariamente trascinato a dettar versi. Una volta, trovandosi presente a una lotta fra due improvvisatori, ad un tratto si slanciò fra essi, gridando:
A su zegu dade loguE cantemos totos tresCa mi bessin dai pesFiammaridas de fogu.
A su zegu dade loguE cantemos totos tresCa mi bessin dai pesFiammaridas de fogu.
A su zegu dade logu
E cantemos totos tres
Ca mi bessin dai pes
Fiammaridas de fogu.
Fate posto al cieco e cantiamo tutti tre, che mi escon dai piedi scintille di fuoco.
Fate posto al cieco e cantiamo tutti tre, che mi escon dai piedi scintille di fuoco.
E quel cieco ardente tirava innanzi su questo stile, improvvisando strofe a josa. Per la psicologia è curioso il sapere che questo povero cieco aveva perduta la vista a due anni, ciò che non gli impediva di cantare nei suoi versi le svariate bellezze delle fanciulle del suo villaggio.
Un altro illustre improvvisatore nel genereerotico e lirico ebbe la Sardegna in Francesco Cesaracciu di Ploaghe, analfabeto, morto nel 1803; e a questo poeta è a mettersi vicino il gesuita Matteo Madau, profondo filologo, morto nel 1800, il quale cominciava in questo modo una delle sue più celebrate poesie amorose:
Lassami, amore in susseguCa ses pizzinu traitoreNon bi jogo pius, amore.Ca mi das colpos de zegu.Sunt bellas sas artes tuasFaghes de su bell’in cara,E mi trappassas insaraSu coro e pustis tis cuasMil’has fatt’un’otta e duasBene conosco s’errore.
Lassami, amore in susseguCa ses pizzinu traitoreNon bi jogo pius, amore.Ca mi das colpos de zegu.
Lassami, amore in sussegu
Ca ses pizzinu traitore
Non bi jogo pius, amore.
Ca mi das colpos de zegu.
Sunt bellas sas artes tuasFaghes de su bell’in cara,E mi trappassas insaraSu coro e pustis tis cuasMil’has fatt’un’otta e duasBene conosco s’errore.
Sunt bellas sas artes tuas
Faghes de su bell’in cara,
E mi trappassas insara
Su coro e pustis tis cuas
Mil’has fatt’un’otta e duas
Bene conosco s’errore.
Lasciami, amore, in pace, che tu sei un fanciullo traditore, non giuoco più, o amore, che mi dai colpi di cieco. Son belle le tue arti, mi fai il bello in faccia, ma mi trafiggi in cuore e poi ti nascondi, me l’hai fatta una e due volte, ben conosco l’errore.
Lasciami, amore, in pace, che tu sei un fanciullo traditore, non giuoco più, o amore, che mi dai colpi di cieco. Son belle le tue arti, mi fai il bello in faccia, ma mi trafiggi in cuore e poi ti nascondi, me l’hai fatta una e due volte, ben conosco l’errore.
Anche Bosa ebbe un grande improvvisatore in Giovanni Maria Pintus, quasi contadino, che moriva nel 1857 e che amava cantare l’amor felice, a differenza degli altri colleghisuoi che effondevano più spesso le loro liriche aspirazioni in lamenti erotici, e a differenza sopratutto del suo paesano Gavino Passino (morto nel 1804) che alla sua lira amorosa non aveva che la corda di Geremia. E col Passino sono da mettersi insieme Paolo Massa di Bonorva, vivo anche oggi, e il medico Antonio Manchia di Oschiri (morto nel 1854) e il vecchio Pietro Pisurgi (morto nel 1799).
Dalle poesie improvvisate dei Sardi mi è facile passare alla loro poesia erotica, che è fra le più ricche di quel paese; e le eruzioni del verso improvviso sono più facili là dove il suolo è sparso di vulcani e dove ribolle profonda e tenace la lava d’amore.
Eccovi un saggio d’una delle più antiche poesie amorose, di cui è ignoto l’autore. Il tema è questo:
Non ti mi poto olvidareSende de me veru accisu,Sempre et cando est prezzisuColumba! de t’istimare
Non ti mi poto olvidareSende de me veru accisu,Sempre et cando est prezzisuColumba! de t’istimare
Non ti mi poto olvidare
Sende de me veru accisu,
Sempre et cando est prezzisu
Columba! de t’istimare
Io non ti posso dimenticare, essendo tu, parte intima del mio cuore, e sempre io son costretto, o colomba, ad amarti.
Io non ti posso dimenticare, essendo tu, parte intima del mio cuore, e sempre io son costretto, o colomba, ad amarti.
E la prima strofa suona così:
Sempre ti tenzu in su coroSempre di jutto in sa mente,Continu t’hapo presente,Non mi olvides, melà e oro,Tue ses veru tesoro!Su veru incantu et majïa!Chi non vid’hapo, bella mia,Alter’in ojos che tue,Pro custa candida nueNon ti mi poto olvidare.
Sempre ti tenzu in su coroSempre di jutto in sa mente,Continu t’hapo presente,Non mi olvides, melà e oro,Tue ses veru tesoro!Su veru incantu et majïa!Chi non vid’hapo, bella mia,Alter’in ojos che tue,Pro custa candida nueNon ti mi poto olvidare.
Sempre ti tenzu in su coro
Sempre di jutto in sa mente,
Continu t’hapo presente,
Non mi olvides, melà e oro,
Tue ses veru tesoro!
Su veru incantu et majïa!
Chi non vid’hapo, bella mia,
Alter’in ojos che tue,
Pro custa candida nue
Non ti mi poto olvidare.
Ti tengo sempre nel cuore, sempre ti porto nella mente, di continuo t’ho presente, non mi dimenticare, mela d’oro, tu sei vero tesoro, un vero incanto e magia, che io non ho, bella mia, altri negli occhi che te, per questa candida nube io non ti posso dimenticare.
Ti tengo sempre nel cuore, sempre ti porto nella mente, di continuo t’ho presente, non mi dimenticare, mela d’oro, tu sei vero tesoro, un vero incanto e magia, che io non ho, bella mia, altri negli occhi che te, per questa candida nube io non ti posso dimenticare.
Antichissimo è pure questo lirico battibecco fra due amanti:
Convertidas sunt in irasSas amorosas fiamas,Isconzas si sunt sas paghesNon ti miro, nè mi miras,Non ti bramo, nè mi bramas,Su chi ti fatto mi faghesNon t’aggrado, nè mi piaghes,Ti nd’infadas, mind’infado,No m’aggradas, ni t’aggradoAmbos hamos cumbinadu.
Convertidas sunt in irasSas amorosas fiamas,Isconzas si sunt sas paghesNon ti miro, nè mi miras,Non ti bramo, nè mi bramas,Su chi ti fatto mi faghesNon t’aggrado, nè mi piaghes,Ti nd’infadas, mind’infado,No m’aggradas, ni t’aggradoAmbos hamos cumbinadu.
Convertidas sunt in iras
Sas amorosas fiamas,
Isconzas si sunt sas paghes
Non ti miro, nè mi miras,
Non ti bramo, nè mi bramas,
Su chi ti fatto mi faghes
Non t’aggrado, nè mi piaghes,
Ti nd’infadas, mind’infado,
No m’aggradas, ni t’aggrado
Ambos hamos cumbinadu.
Sono convertite in ira le amorose fiamme, rotte son le paci, io non ti guardo, nè tu mi guardi, non ti bramo, nè mi brami, ciò che ti faccio e tu mi fai; non ti piaccio, nè mi piaci; tu ti secchi di me, io mi secco di te; non mi piaci, nè ti piaccio, ambedue andiam d’accordo.
Sono convertite in ira le amorose fiamme, rotte son le paci, io non ti guardo, nè tu mi guardi, non ti bramo, nè mi brami, ciò che ti faccio e tu mi fai; non ti piaccio, nè mi piaci; tu ti secchi di me, io mi secco di te; non mi piaci, nè ti piaccio, ambedue andiam d’accordo.
Possiam darvi invece il nome del poeta (Francesco Serraluzzu di Cuglieri) di questa serenata che l’amante canta alla porta della sua bella dormente.
Isculta, bella su cantuO virgine, tota fiore,Ch’est bennid’a ti cantareAttrividu benz’a tantuIn cumpagnia e amoreIsta notte a t’ischidareAi custu cantu t’ischida,Virgine bella e dechida,Virgine bella e dechida!
Isculta, bella su cantuO virgine, tota fiore,Ch’est bennid’a ti cantareAttrividu benz’a tantuIn cumpagnia e amoreIsta notte a t’ischidareAi custu cantu t’ischida,Virgine bella e dechida,Virgine bella e dechida!
Isculta, bella su cantu
O virgine, tota fiore,
Ch’est bennid’a ti cantare
Attrividu benz’a tantu
In cumpagnia e amore
Ista notte a t’ischidare
Ai custu cantu t’ischida,
Virgine bella e dechida,
Virgine bella e dechida!
Ascolta, o bella, il canto, o vergine, tutta un fiore, che venuto a cantarti, vengo ardito a tanto in compagnia d’amore questa notte a svegliarti, a questo canto ti sveglia, vergine bella e graziosa, vergine bella e graziosa.
Ascolta, o bella, il canto, o vergine, tutta un fiore, che venuto a cantarti, vengo ardito a tanto in compagnia d’amore questa notte a svegliarti, a questo canto ti sveglia, vergine bella e graziosa, vergine bella e graziosa.
Il Padre Lucas di Pattada (morto nel 1829) è uno di quelli che cantò santi e amore sulla stessa lira e vedete quanto grazioso sia questo suo saluto alla bella:
Donosa Elisa mia!Innantis de mi ponner in su mareMandare ti cheriaUn imbasciada pro di salutare.Sas dies passo tristasCa non isco, donosa, coment’istasNon mi poto allegrareIn su ritiru, ca non bido a tie,Mi pongo a ti chircareFaltu de sas montagnas nott’e dieChirco litos e mattasClamand a tie, Elisa, e non t’agattas.
Donosa Elisa mia!Innantis de mi ponner in su mareMandare ti cheriaUn imbasciada pro di salutare.Sas dies passo tristasCa non isco, donosa, coment’istasNon mi poto allegrareIn su ritiru, ca non bido a tie,Mi pongo a ti chircareFaltu de sas montagnas nott’e dieChirco litos e mattasClamand a tie, Elisa, e non t’agattas.
Donosa Elisa mia!
Innantis de mi ponner in su mare
Mandare ti cheria
Un imbasciada pro di salutare.
Sas dies passo tristas
Ca non isco, donosa, coment’istas
Non mi poto allegrare
In su ritiru, ca non bido a tie,
Mi pongo a ti chircare
Faltu de sas montagnas nott’e die
Chirco litos e mattas
Clamand a tie, Elisa, e non t’agattas.
Graziosa Elisa mia; prima di mettermi in mare ti vorrei mandare un messaggio per salutarti. Passo tristi i giorni, perchè non so, cara, come stii, non mi posso rallegrare nel ritiro, perchè non ti posso vedere. Mi metto a cercarti per le montagne notte e giorno, cerco lande e macchie, chiamando te, Elisa, e non ti trovo.
Graziosa Elisa mia; prima di mettermi in mare ti vorrei mandare un messaggio per salutarti. Passo tristi i giorni, perchè non so, cara, come stii, non mi posso rallegrare nel ritiro, perchè non ti posso vedere. Mi metto a cercarti per le montagne notte e giorno, cerco lande e macchie, chiamando te, Elisa, e non ti trovo.
E perchè possiate fare un prezioso raffronto, eccovi un altro saluto all’amata del poeta vivente Ignazio Sanna di Cuglieri:
Oh triste despedidaSo chi fatto dai te, columb’amada!Est zerta sa partida,Ma pius che inzerta sa torradaSo zertu de andare,Pero non isco cand’hap’a torrare.
Oh triste despedidaSo chi fatto dai te, columb’amada!Est zerta sa partida,Ma pius che inzerta sa torradaSo zertu de andare,Pero non isco cand’hap’a torrare.
Oh triste despedida
So chi fatto dai te, columb’amada!
Est zerta sa partida,
Ma pius che inzerta sa torrada
So zertu de andare,
Pero non isco cand’hap’a torrare.
O triste commiato quel che faccio da te, colomba amata, è certa la partenza, ma più che incerto è il ritorno. Son certo d’andare, ma non so quando avrò a tornare.
O triste commiato quel che faccio da te, colomba amata, è certa la partenza, ma più che incerto è il ritorno. Son certo d’andare, ma non so quando avrò a tornare.
Pietro Cherchi[12], quel povero cieco cheabbiamo già conosciuto, ci ha lasciato una delle più belle poesie amorose: è il lamento d’un amante tradito:
Ojos, coment’istadesPasados, e de coro non pianghides?Cum piantu restades,Ca sa chi tant’amades non bibidesCum piantu restades,Ca non bidides sa chi tant’amadesRestades cum piantuCa non bidides sa ch’amades tantuSa chi tant’imprimidaTenizis in sa nina cumpassiva,Ite piaga cumplida!Incrudelida piaga ezzessivaIte piaga cumplida!Ezzessiva piaga incrudelidaCumplida ite piaga!Incrudelida ezzessiva piagaCusta paga hapo tentuIn ricompensa de tantu servire!Su crudele turmentu!Pro mi occhire fele violentuSu turmentu crudele!Pro mi occhire violentu fele.
Ojos, coment’istadesPasados, e de coro non pianghides?Cum piantu restades,Ca sa chi tant’amades non bibidesCum piantu restades,Ca non bidides sa chi tant’amadesRestades cum piantuCa non bidides sa ch’amades tantuSa chi tant’imprimidaTenizis in sa nina cumpassiva,Ite piaga cumplida!Incrudelida piaga ezzessivaIte piaga cumplida!Ezzessiva piaga incrudelidaCumplida ite piaga!Incrudelida ezzessiva piagaCusta paga hapo tentuIn ricompensa de tantu servire!Su crudele turmentu!Pro mi occhire fele violentuSu turmentu crudele!Pro mi occhire violentu fele.
Ojos, coment’istades
Pasados, e de coro non pianghides?
Cum piantu restades,
Ca sa chi tant’amades non bibides
Cum piantu restades,
Ca non bidides sa chi tant’amades
Restades cum piantu
Ca non bidides sa ch’amades tantu
Sa chi tant’imprimida
Tenizis in sa nina cumpassiva,
Ite piaga cumplida!
Incrudelida piaga ezzessiva
Ite piaga cumplida!
Ezzessiva piaga incrudelida
Cumplida ite piaga!
Incrudelida ezzessiva piaga
Custa paga hapo tentu
In ricompensa de tantu servire!
Su crudele turmentu!
Pro mi occhire fele violentu
Su turmentu crudele!
Pro mi occhire violentu fele.
Occhi come state pacati e di cuore non piangete? Rimanete in pianto che non vedete quella che tanto amate. Con pianto restate chè non vedete quella che tanto amate. Restate nel pianto che non vedete colei che tanto amate.Quella che tanto impressa tenevate in cuore appassionato. Qual piaga compiuta! Una piaga eccessiva e incrudelita. Qual piaga compiuta! Eccessiva piaga incrudelita.Qual piaga compiuta! Una eccessiva piaga incrudelita!Questa mercede m’ebbi per tanto servire, un crudele tormento, per uccidermi un fiele violento, un crudele tormento; un tormento crudele, un fiele violento per uccidermi.
Occhi come state pacati e di cuore non piangete? Rimanete in pianto che non vedete quella che tanto amate. Con pianto restate chè non vedete quella che tanto amate. Restate nel pianto che non vedete colei che tanto amate.
Quella che tanto impressa tenevate in cuore appassionato. Qual piaga compiuta! Una piaga eccessiva e incrudelita. Qual piaga compiuta! Eccessiva piaga incrudelita.Qual piaga compiuta! Una eccessiva piaga incrudelita!
Questa mercede m’ebbi per tanto servire, un crudele tormento, per uccidermi un fiele violento, un crudele tormento; un tormento crudele, un fiele violento per uccidermi.
Fra i poeti amorosi il Maltzan chiama Giorgio Filippi di Bitti (morto nel 1838) il poeta delle signore, distinto per la tenerezza dei suoi pensieri e i lusinghieri accenti rivolti alle figlie d’Eva. Altro poeta amoroso è un cappuccino, Antonio Giuseppe Pirisina di Ploaghe (morto nel 1834) imitatore fortunato di Tibullo. Vicino ad un capuccino ci duole dover mettere il nome di una gentile poetessa di Sassari, che scrive sotto il nome semi-incognito di Donna Maria Grazia M. e che canta soavemente amori felici e dolci tenerezze del cuore.
Lirica e poesia amorosa sono in Sardegna quasi una cosa sola; e fra i più antichi dei lirici può collocarsi Antonio Delogu, contadino di Tissi, che scrisse in versi appajati e rimati due a due; forma che i Sardi chiamanosinfonia.
Sul principio di questo secolo brillava fra i poeti sardi un nobile campagnuolo, pressochèanalfabeto, ma ricco di cuore, di poesia, e di quattrini, tre cose che vanno ben di raro insieme. Nella stessa epoca era ritenuto principe dell’improvvisazione lirica l’analfabeto Francesco Alvaru di Berchidda, ma di lui sgraziatamente poco ci è rimasto. Molti altri lirici e poeti erotici potrei nominare, ma lo spazio non mel consente e rimanderò alle raccolte dello Spano, del Pischedda e di altri, e all’opera di Maltzan.
La poesia sarda, dopo l’amore, canta i beati del Paradiso, le feste della Chiesa cattolica e i santi fervori del sentimento religioso. Più d’una volta lo stesso poeta è negli stessi versi innamorato delle donne e del cielo e le due corde dell’amore e della religione vibrano unissone. Miglior esempio di questo dualismo estetico non saprei trovare che nellaSa femina onestadel Padre Cubeddu delle Scuole Pie, nato a Patada nel 1748 e morto nel 1829. Eccovene alcune strofe, alle quali metterò di contro una bella traduzione italiana fatta da un altro padre e letterato sardo, l’abate Tommaso Pischedda.
. . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . .Iscultami benigna, Clori hermosaHymnos de alabanzia hap’ad cantare;Pro qui de te Sardigna andet fastosa,Una corona t’hapo ad praeparareFacta non de giacintu, non de rosa,Qu’in pagu tempus si solet siccare:Ma t’hapo ad praeparare una coronaCoglida frisca frisca in Helicona.Ater cantet de te, nympha dechida,Qu’andant cum tegus gratias et bellesa;Ater s’indole bella favoridaDe talentu, de briu et gentilesa,Ater qu’in logu nobile nasquida,In mesu ad sas delitias, et grandesa,Qui ses distincta, et pagas nd’has egualesIn benes de fortuna et naturales.. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .M’odi benigna, deh! Clori vezzosaInni di gloria sol ti canterò;Perchè Icnusa di te vada fastosa,Un serto al crine t’apparecchieròNon di giacinto o di purpurea rosa,Che l’uno e l’altra inaridir si può,Intesserò al tuo crine una coronaColta subito fresca in Elicona.Altri canti di te, ninfa graziosaChe teco van le grazie e la bellezza;Altri la bella tempra avventurosaD’ingegno, di valor, di gentilezza,Altri la stirpe nobile e fastosa,Le tue delizie e insiem le tue grandezzeChe ben sì chiare, e poche pari avestiDi sorte e di beltà quando nascesti.Neren’ipsos qui ses in tantu honoreQuant’un alta Dïosa nde mèritat,Neren’qu’ in oyos tuos rïet Amore;Neren’qu’ in larar sa rosa t’habitat,Su qui ti dat resaltu, et pius valoreEst sa virtude qui ti nobilitat,Virtute bella in anima costanteTi faghet praetiosa que diamante.Su qu’est in te de plus surprendenteEst qui de sas grandezas posta in mesu,Ti conservas que turtura innozente,Qui de ogni bruttura bolat attesu,Ses bella, ses modesta, ses comente,Giardinu amenu de muros defesu,Dezente allegra, forte et invincibileQue roca in altu mare inaccessibile.Ses que lughe qui exit de Oriente,Passat in s’horizonte bella et pura;Toccat su mare, et non s’infundet niente,Toccat su monte, et non si parat dura,Passat in fogu, et nie, indifferenteNon s’infrittat, non brujat, nè hat pauraQui l’appizzighet macula nisciunaDe quantas be i nd’hat subta sa luna. . . . . . . . . . . . . . . .Dican pur che salisti a tant’onoreQuanto mai s’abbia vergine vezzosa,Dican che gli occhi tuoi ridon d’amoreCh’hai sulle labbra la vermiglia rosa,Ciò che crescon i tuoi pregi e il tuo valoreÈ sol virtù ch’è ben divina cosaAlma virtù che in anima costanteTi fa preziosa al par dell’adamante.Ciò che s’ammira in te di più parventeSi è, che mentre grandeggi in tanta altura,Ti serbi ognor qual tortora innocente,Lunge volando d’ogni rea bruttura;Sei pur bella, modesta, sei ridente,Qual ameno giardin cinto di mura,Tu sì lieta, gentil, torre saldissimaSì, come rupe in alto mare altissima.Luce tu sembri ch’esce dall’Oriente,Che passa in l’orizzonte bella e pura,Entra nell’onda e bagnar non si sente,Tocca marmi e macigni e non s’indura,Sul gel passeggia, e sulle bragie ardente,E non arde, non gela, nè ha pauraChe si veggia bruttar da labe alcunaFra quante macchie v’ha sotto la luna.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .
Iscultami benigna, Clori hermosaHymnos de alabanzia hap’ad cantare;Pro qui de te Sardigna andet fastosa,Una corona t’hapo ad praeparareFacta non de giacintu, non de rosa,Qu’in pagu tempus si solet siccare:Ma t’hapo ad praeparare una coronaCoglida frisca frisca in Helicona.
Iscultami benigna, Clori hermosa
Hymnos de alabanzia hap’ad cantare;
Pro qui de te Sardigna andet fastosa,
Una corona t’hapo ad praeparare
Facta non de giacintu, non de rosa,
Qu’in pagu tempus si solet siccare:
Ma t’hapo ad praeparare una corona
Coglida frisca frisca in Helicona.
Ater cantet de te, nympha dechida,Qu’andant cum tegus gratias et bellesa;Ater s’indole bella favoridaDe talentu, de briu et gentilesa,Ater qu’in logu nobile nasquida,In mesu ad sas delitias, et grandesa,Qui ses distincta, et pagas nd’has egualesIn benes de fortuna et naturales.
Ater cantet de te, nympha dechida,
Qu’andant cum tegus gratias et bellesa;
Ater s’indole bella favorida
De talentu, de briu et gentilesa,
Ater qu’in logu nobile nasquida,
In mesu ad sas delitias, et grandesa,
Qui ses distincta, et pagas nd’has eguales
In benes de fortuna et naturales.
. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . .
M’odi benigna, deh! Clori vezzosaInni di gloria sol ti canterò;Perchè Icnusa di te vada fastosa,Un serto al crine t’apparecchieròNon di giacinto o di purpurea rosa,Che l’uno e l’altra inaridir si può,Intesserò al tuo crine una coronaColta subito fresca in Elicona.
M’odi benigna, deh! Clori vezzosa
Inni di gloria sol ti canterò;
Perchè Icnusa di te vada fastosa,
Un serto al crine t’apparecchierò
Non di giacinto o di purpurea rosa,
Che l’uno e l’altra inaridir si può,
Intesserò al tuo crine una corona
Colta subito fresca in Elicona.
Altri canti di te, ninfa graziosaChe teco van le grazie e la bellezza;Altri la bella tempra avventurosaD’ingegno, di valor, di gentilezza,Altri la stirpe nobile e fastosa,Le tue delizie e insiem le tue grandezzeChe ben sì chiare, e poche pari avestiDi sorte e di beltà quando nascesti.
Altri canti di te, ninfa graziosa
Che teco van le grazie e la bellezza;
Altri la bella tempra avventurosa
D’ingegno, di valor, di gentilezza,
Altri la stirpe nobile e fastosa,
Le tue delizie e insiem le tue grandezze
Che ben sì chiare, e poche pari avesti
Di sorte e di beltà quando nascesti.
Neren’ipsos qui ses in tantu honoreQuant’un alta Dïosa nde mèritat,Neren’qu’ in oyos tuos rïet Amore;Neren’qu’ in larar sa rosa t’habitat,Su qui ti dat resaltu, et pius valoreEst sa virtude qui ti nobilitat,Virtute bella in anima costanteTi faghet praetiosa que diamante.
Neren’ipsos qui ses in tantu honore
Quant’un alta Dïosa nde mèritat,
Neren’qu’ in oyos tuos rïet Amore;
Neren’qu’ in larar sa rosa t’habitat,
Su qui ti dat resaltu, et pius valore
Est sa virtude qui ti nobilitat,
Virtute bella in anima costante
Ti faghet praetiosa que diamante.
Su qu’est in te de plus surprendenteEst qui de sas grandezas posta in mesu,Ti conservas que turtura innozente,Qui de ogni bruttura bolat attesu,Ses bella, ses modesta, ses comente,Giardinu amenu de muros defesu,Dezente allegra, forte et invincibileQue roca in altu mare inaccessibile.
Su qu’est in te de plus surprendente
Est qui de sas grandezas posta in mesu,
Ti conservas que turtura innozente,
Qui de ogni bruttura bolat attesu,
Ses bella, ses modesta, ses comente,
Giardinu amenu de muros defesu,
Dezente allegra, forte et invincibile
Que roca in altu mare inaccessibile.
Ses que lughe qui exit de Oriente,Passat in s’horizonte bella et pura;Toccat su mare, et non s’infundet niente,Toccat su monte, et non si parat dura,Passat in fogu, et nie, indifferenteNon s’infrittat, non brujat, nè hat pauraQui l’appizzighet macula nisciunaDe quantas be i nd’hat subta sa luna
Ses que lughe qui exit de Oriente,
Passat in s’horizonte bella et pura;
Toccat su mare, et non s’infundet niente,
Toccat su monte, et non si parat dura,
Passat in fogu, et nie, indifferente
Non s’infrittat, non brujat, nè hat paura
Qui l’appizzighet macula nisciuna
De quantas be i nd’hat subta sa luna
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Dican pur che salisti a tant’onoreQuanto mai s’abbia vergine vezzosa,Dican che gli occhi tuoi ridon d’amoreCh’hai sulle labbra la vermiglia rosa,Ciò che crescon i tuoi pregi e il tuo valoreÈ sol virtù ch’è ben divina cosaAlma virtù che in anima costanteTi fa preziosa al par dell’adamante.
Dican pur che salisti a tant’onore
Quanto mai s’abbia vergine vezzosa,
Dican che gli occhi tuoi ridon d’amore
Ch’hai sulle labbra la vermiglia rosa,
Ciò che crescon i tuoi pregi e il tuo valore
È sol virtù ch’è ben divina cosa
Alma virtù che in anima costante
Ti fa preziosa al par dell’adamante.
Ciò che s’ammira in te di più parventeSi è, che mentre grandeggi in tanta altura,Ti serbi ognor qual tortora innocente,Lunge volando d’ogni rea bruttura;Sei pur bella, modesta, sei ridente,Qual ameno giardin cinto di mura,Tu sì lieta, gentil, torre saldissimaSì, come rupe in alto mare altissima.
Ciò che s’ammira in te di più parvente
Si è, che mentre grandeggi in tanta altura,
Ti serbi ognor qual tortora innocente,
Lunge volando d’ogni rea bruttura;
Sei pur bella, modesta, sei ridente,
Qual ameno giardin cinto di mura,
Tu sì lieta, gentil, torre saldissima
Sì, come rupe in alto mare altissima.
Luce tu sembri ch’esce dall’Oriente,Che passa in l’orizzonte bella e pura,Entra nell’onda e bagnar non si sente,Tocca marmi e macigni e non s’indura,Sul gel passeggia, e sulle bragie ardente,E non arde, non gela, nè ha pauraChe si veggia bruttar da labe alcunaFra quante macchie v’ha sotto la luna.
Luce tu sembri ch’esce dall’Oriente,
Che passa in l’orizzonte bella e pura,
Entra nell’onda e bagnar non si sente,
Tocca marmi e macigni e non s’indura,
Sul gel passeggia, e sulle bragie ardente,
E non arde, non gela, nè ha paura
Che si veggia bruttar da labe alcuna
Fra quante macchie v’ha sotto la luna.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’abate Tommaso Pischedda, che ha messo questa poesia fra iCanti popolari dei classici poeti sardi, dice che «siccome la maggior parte delle poesie del Padre Cubeddu si aggirano su temi profani, e poco interessanti al nostro fine, noi ce ne passeremo, e daremo tra tutte la preferenza a quella che tratta felicemente un tema cotanto nobile, qual si è l’onestà d’una sarda donzella che serba intemerato il giglio castissimo della sua verginità.» Noi però, chiedendone licenza al colto abate, confessiamo di sentire nei versi castissimi del Padre Cubeddu distintissimi i due profumi dell’ambra e dell’incenso, dell’harem e della chiesa; cose e luoghi che nel mondo dell’arte non son poi tanto lontani come da molti si crede.
I canti sacri e popolari della Sardegna son molto antichi, innumerevoli come le arene del mare, e per la più parte di autore ignoto. La pietà dei fedeli li ha raccolti; e ogni villaggio ha i suoi prediletti, così come ha i suoi santi particolari. Eccovi un saggio di queste poesie, in onore di Sant’Antioco, il martire di Sulcis.
De sa Cresia Santo honoreTerrore de su PaganuSant’Antiogu SulcitanuSiades nostru intercessore.Cumparzistis in s’OrienteDe mama jamada Rosa.Ch’in sa fide fervorosaBos educat santamenteComente e sole lughenteDiffundistis s’isplendore.
De sa Cresia Santo honoreTerrore de su PaganuSant’Antiogu SulcitanuSiades nostru intercessore.
De sa Cresia Santo honore
Terrore de su Paganu
Sant’Antiogu Sulcitanu
Siades nostru intercessore.
Cumparzistis in s’OrienteDe mama jamada Rosa.Ch’in sa fide fervorosaBos educat santamenteComente e sole lughenteDiffundistis s’isplendore.
Cumparzistis in s’Oriente
De mama jamada Rosa.
Ch’in sa fide fervorosa
Bos educat santamente
Comente e sole lughente
Diffundistis s’isplendore.
Onore della Santa Chiesa, terrore del Pagano, Sant’Antioco sulcitano, siate nostro intercessore.Nasceste nell’Oriente da una madre chiamata Rosa, che nella fede fervorosa vi educò santamente, come un sol lucente diffondeste lo splendore.
Onore della Santa Chiesa, terrore del Pagano, Sant’Antioco sulcitano, siate nostro intercessore.
Nasceste nell’Oriente da una madre chiamata Rosa, che nella fede fervorosa vi educò santamente, come un sol lucente diffondeste lo splendore.
Antichissima deve essere l’invocazione dell’angelo custode alla culla del bambino e che il canonico Spano, già settuagenario, udì dalle labbra di sua nonna:
Su lettu meu est de battor cantonesEt battor anghelos si bei ponen,Duos in pes et duos in cabittaNostra Segnora a costazu m’istaE a mie narat, dormi e reposaNo hapas paura de mala cosa,No hapas paura de malu fine.S’Anghelu SerafineS’Anghelu BiancuS’Ispiridu SantuSa Virgine MariaTote siant in cumpagnia mea.Anghelu de DeuCustodiu MeuCusta nott’illuminame!Guarda e difende a mieCa eo mi incommando a tie.
Su lettu meu est de battor cantonesEt battor anghelos si bei ponen,Duos in pes et duos in cabittaNostra Segnora a costazu m’istaE a mie narat, dormi e reposaNo hapas paura de mala cosa,No hapas paura de malu fine.
Su lettu meu est de battor cantones
Et battor anghelos si bei ponen,
Duos in pes et duos in cabitta
Nostra Segnora a costazu m’ista
E a mie narat, dormi e reposa
No hapas paura de mala cosa,
No hapas paura de malu fine.
S’Anghelu SerafineS’Anghelu BiancuS’Ispiridu SantuSa Virgine MariaTote siant in cumpagnia mea.
S’Anghelu Serafine
S’Anghelu Biancu
S’Ispiridu Santu
Sa Virgine Maria
Tote siant in cumpagnia mea.
Anghelu de DeuCustodiu MeuCusta nott’illuminame!Guarda e difende a mieCa eo mi incommando a tie.
Anghelu de Deu
Custodiu Meu
Custa nott’illuminame!
Guarda e difende a mie
Ca eo mi incommando a tie.
Il letto mio è di quattro angoli, e quattro angeli vi si mettono, due ai piedi e due alla testa. La Nostra Vergine mi sta vicino e mi dice: Dormi e riposa, non aver paura di cattive cose, non aver paura di cattivo fine.L’Angelo Serafino, l’Angelo bianco, lo Spirito Santo, la Vergine Maria, sian tutti in mia compagnia. Angelo di Dio, mio custode, illuminami questa notte, guardami e difendimi, ch’io mi raccomando a te.
Il letto mio è di quattro angoli, e quattro angeli vi si mettono, due ai piedi e due alla testa. La Nostra Vergine mi sta vicino e mi dice: Dormi e riposa, non aver paura di cattive cose, non aver paura di cattivo fine.
L’Angelo Serafino, l’Angelo bianco, lo Spirito Santo, la Vergine Maria, sian tutti in mia compagnia. Angelo di Dio, mio custode, illuminami questa notte, guardami e difendimi, ch’io mi raccomando a te.
Un genere singolarissimo di poesia sacra popolare è quello che ci è dato in Sardegna dai così dettimisteriocommedie sacrein versi. Quell’instancabile Canonico Spano, che, parlando di Sardegna, conviene citare ad ogni pagina, ha redento dall’oscurità, ora è poco, uno di questi misteri che correva solo nella bocca del popolo a Ploaghe; giovandosi dell’opera del curato di quel villaggio, SalvatoreCossu; e che fu assai bene illustrato anche da Maltzan.
È un vero tipo della specie.S’Historia de Juseppe Hebreu, Dramma Sard, in due atti; ognuno dei quali ha dodici scene. Noi non daremo che la scena fra Giuseppe e la moglie di Putifarre. Udite la poco casta signora:
Juseppe bello, non fuasMirami una pagu in cara;Et dae me, Juseppe, imparaAd m’istimare.Pro te mi querzo olvidareS’isfera et s’istadu meu;Non fuas no, o bellu Ebreu,Dae quie t’amat.Istuda custa fiamaQui giuto in pectus accesa!Non t’accendet sa belleza?Juseppe mira....
Juseppe bello, non fuasMirami una pagu in cara;Et dae me, Juseppe, imparaAd m’istimare.
Juseppe bello, non fuas
Mirami una pagu in cara;
Et dae me, Juseppe, impara
Ad m’istimare.
Pro te mi querzo olvidareS’isfera et s’istadu meu;Non fuas no, o bellu Ebreu,Dae quie t’amat.
Pro te mi querzo olvidare
S’isfera et s’istadu meu;
Non fuas no, o bellu Ebreu,
Dae quie t’amat.
Istuda custa fiamaQui giuto in pectus accesa!Non t’accendet sa belleza?Juseppe mira....
Istuda custa fiama
Qui giuto in pectus accesa!
Non t’accendet sa belleza?
Juseppe mira....
O bel Giuseppe, non fuggire, guardami un poco in faccia, da me, Giuseppe, impara ad amarmi; per te mi voglio dimenticare il rango e il mio stato, non fuggire, no, bell’Ebreo, da chi ti ama. Spegni questa fiamma che tengo in petto accesa! Non ti accende la bellezza? mira o Giuseppe...
O bel Giuseppe, non fuggire, guardami un poco in faccia, da me, Giuseppe, impara ad amarmi; per te mi voglio dimenticare il rango e il mio stato, non fuggire, no, bell’Ebreo, da chi ti ama. Spegni questa fiamma che tengo in petto accesa! Non ti accende la bellezza? mira o Giuseppe...
E il troppo casto Giuseppe risponde:
Femina, guardemi DeuDae simile peccadu!Non t’amo, et nemmancu amaduQuerzu, qui sia.
Femina, guardemi DeuDae simile peccadu!Non t’amo, et nemmancu amaduQuerzu, qui sia.
Femina, guardemi Deu
Dae simile peccadu!
Non t’amo, et nemmancu amadu
Querzu, qui sia.
O femmina, guardami Dio da simile peccato! Io non ti amo e nemmen voglio essere amato.
O femmina, guardami Dio da simile peccato! Io non ti amo e nemmen voglio essere amato.
Fra i canti popolari sacri dei poeti classici stanno quelli di Pintor Sirigu nato in Cagliari nello scorso secolo, e a lui dobbiamo:S’Existentia de Deus, Sa Natividade de N. S. G. Cristu; Sa Natividade de sa V. Maria, ecc. Citeremo anche i nomi, se non i versi del distinto filologo e parroco di Sassari, Maurizio Serra, di Osilo (morto nel 1834); il capuccino e celebre predicatore Gavino Achena di Ozieri (morto nel 1829); l’ex-gesuita Bonaventura Licheri di Neoneli, il poeta della Beata Vergine. Forse il più popolare fra tutti fu Giovanni Battista Madeddu, parroco di Tadasune che parafrasò i salmi e innalzò inni alla Vergine, a Sant’Antioco, il martire di Sulcis e a San Giorgio, vescovo di Barbagia, i due santi nazionali della Sardegna. È anche suol’inno che cantano i contadini quando fanno le loro processioni per implorare la pioggia dal cielo:
Sos chelus hazis serraduPro non nos dare alimentu;Sas abbas hazis detentuSos trigos hazis siccaduCum costu hazis accabaduSa nostra fragilidade.Abba Deus imploramus,E abba Deus pedimus,Pro s’abba Deus pianghimus,Et pro s’abba suspiramus,Cum sas abbas ch’ispettamusSas terras fertilidade.
Sos chelus hazis serraduPro non nos dare alimentu;Sas abbas hazis detentuSos trigos hazis siccaduCum costu hazis accabaduSa nostra fragilidade.
Sos chelus hazis serradu
Pro non nos dare alimentu;
Sas abbas hazis detentu
Sos trigos hazis siccadu
Cum costu hazis accabadu
Sa nostra fragilidade.
Abba Deus imploramus,E abba Deus pedimus,Pro s’abba Deus pianghimus,Et pro s’abba suspiramus,Cum sas abbas ch’ispettamusSas terras fertilidade.
Abba Deus imploramus,
E abba Deus pedimus,
Pro s’abba Deus pianghimus,
Et pro s’abba suspiramus,
Cum sas abbas ch’ispettamus
Sas terras fertilidade.
Avete chiusi i cieli per non darci alimento; avete trattenuto le acque, avete seccato i grani, con questo avete finito la nostra fragilità.Acque, o Dio imploriamo, e acqua Dio domandiamo, per l’acqua o Dio piangiamo, e per l’acqua sospiriamo, e con le acque aspettiamo fertilità alla terra.
Avete chiusi i cieli per non darci alimento; avete trattenuto le acque, avete seccato i grani, con questo avete finito la nostra fragilità.
Acque, o Dio imploriamo, e acqua Dio domandiamo, per l’acqua o Dio piangiamo, e per l’acqua sospiriamo, e con le acque aspettiamo fertilità alla terra.
La poesia sarda è povera di poemi e potremmo appena citareSa Jerusalem victoriosadi Melchior Dore e alcuni poemetti di Raimondo Congiu (morto nel 1813) del Padre Lucas e di Antonio Demontis Licheriche celebrano fatti eroici della storia moderna di Sardegna. Francesco Carboni che l’abate Pischedda chiamagenio prepotente d’eloquenza latina, nato a Bunnannaro nel 1746 scrisse due poesie latine:De Sardua Intemperie et de Coralliis. Lo stesso Pischedda, parlando della prima di queste epopee dice che «trovò tanta accettazione ne’ dotti che disaminato a fondo e con giusta bilancia, ravvisarono in essa la grazia di Catullo, la purità di Lucrezio in fatto di stile; la robustezza, la maestà e la vivissima espressione di Virgilio nelle sue descrizioni, e la profondità d’Orazio in molti de’ suoi concetti. Le poesie più scielte del Carboni furono raccolte in un volume e pubblicate per cura del Reverendo Monsignore Don Emmanuele Marongio. Uno dei suoi più cari ed intimi amici, il famoso Dettori di Tempio lo salutava col nome diLatinissimo, il Roberti gli dava il glorioso titolo di DoctaeSardiniae decus novellum; e l’Accademia italiana l’onorava col nome diPrimo latinista del secolo[13].
Anche di elegie propriamente dette non è ricco il parnaso sardo. Ecco un lamento di Marcello in cui piange le sterili sue ricerche di una sposa:
Tota sa vida caminende soIn chirca de mi poter cojuare.Sa chi cherz’eo na mi cherent dareSa chi mi dana, non la cherzo no.Andadu so a parte e CampidanuA su Marghine, fin’a a Bortigale,Giovana mai bidu ne uguale.Ma si non l’hat in pe l’hat in sa manu,E usant un istile suberanuPro lograre su istadu maritale,Bendent s’honore pro uno reale.Et timidu hapo pro coronare.
Tota sa vida caminende soIn chirca de mi poter cojuare.Sa chi cherz’eo na mi cherent dareSa chi mi dana, non la cherzo no.Andadu so a parte e CampidanuA su Marghine, fin’a a Bortigale,Giovana mai bidu ne uguale.Ma si non l’hat in pe l’hat in sa manu,E usant un istile suberanuPro lograre su istadu maritale,Bendent s’honore pro uno reale.Et timidu hapo pro coronare.
Tota sa vida caminende so
In chirca de mi poter cojuare.
Sa chi cherz’eo na mi cherent dare
Sa chi mi dana, non la cherzo no.
Andadu so a parte e Campidanu
A su Marghine, fin’a a Bortigale,
Giovana mai bidu ne uguale.
Ma si non l’hat in pe l’hat in sa manu,
E usant un istile suberanu
Pro lograre su istadu maritale,
Bendent s’honore pro uno reale.
Et timidu hapo pro coronare.
Per tutta la vita io vo cercando di prender moglie. Quella che voglio io, non me la vogliono dare; quella che mi danno non la voglio io.Sono andato al Campidano, al Marghine fino a Bortigali, non ho mai veduto una giovane eguale, ma se non ha un difetto, ne ha un altro, e usano uno stile sovrano per conseguire lo stato maritale, poi vendono l’onore per un reale e io ho paura di essere coronato.
Per tutta la vita io vo cercando di prender moglie. Quella che voglio io, non me la vogliono dare; quella che mi danno non la voglio io.
Sono andato al Campidano, al Marghine fino a Bortigali, non ho mai veduto una giovane eguale, ma se non ha un difetto, ne ha un altro, e usano uno stile sovrano per conseguire lo stato maritale, poi vendono l’onore per un reale e io ho paura di essere coronato.
Eccovi un altro lamento poetico del cieco Cherchi sulla sua vita infelice:
Cando penso in sa trista vida mia,Abbunda su piantu pius sobraduFaltada est dai me cudda allegria,Sa chi tantu m’haiat corteggiaduComo fatto a sas penas cumpagniaA chis m’hat sa sorte incumandaduEt rodeadu dai sas matessiSuspirare e piangher mi meressi.
Cando penso in sa trista vida mia,Abbunda su piantu pius sobraduFaltada est dai me cudda allegria,Sa chi tantu m’haiat corteggiaduComo fatto a sas penas cumpagniaA chis m’hat sa sorte incumandaduEt rodeadu dai sas matessiSuspirare e piangher mi meressi.
Cando penso in sa trista vida mia,
Abbunda su piantu pius sobradu
Faltada est dai me cudda allegria,
Sa chi tantu m’haiat corteggiadu
Como fatto a sas penas cumpagnia
A chis m’hat sa sorte incumandadu
Et rodeadu dai sas matessi
Suspirare e piangher mi meressi.
Quando penso alla mia triste vita, abbonda il pianto più eccessivo. È mancata da me quella allegria, quella che tanto m’aveva corteggiato, adesso faccio compagnia alle pene alle quali m’ha la sorte raccomandato, e circondato dalle stesse mi tocca sospirare e piangere.
Quando penso alla mia triste vita, abbonda il pianto più eccessivo. È mancata da me quella allegria, quella che tanto m’aveva corteggiato, adesso faccio compagnia alle pene alle quali m’ha la sorte raccomandato, e circondato dalle stesse mi tocca sospirare e piangere.
Se mancano i veri poeti elegiaci, io trovo però nella poesia sarda una tinta melanconica che mi pare uno dei caratteri più salienti. Io sento in molti poeti una malinconica effusione di sentimenti non soddisfatti e perfino l’amore che fa vibrare tutte le corde del cuore e della fantasia usa più spesso in bocca loro la voce del lamento e rare volte effonde il giubilo della vittoria o il grido di guerra. L’abate Gavino Pes, che è giudicato da molti il più celebre poeta che abbia fiorito nella Gallura nel secolo XVIII, e che si meritò il nome diMetastasio Sardoha scritto cose tristissime, rimpiangendo nella fredda età delle rughe le amorose follie della sua calda giovinezza. Eccovialcune strofe delLu Pentimentucolla bella traduzione in versi del Pischedda.
La vicchiaia è vinutaCandu mi figurava più piccinnu:Drummitu era, e mi sciuta,Gridendi: già se’ vecchiu, e senza sinnu,Mallugratu haï l’anniIn middi pregiudizi, in midd’inganniSimile a l’umbra vanaSparisi amori, e briu, cant’aia:L’alligria mundanaFuggi la me’ canuta cumpagnia:E l’amori mi scaccia,Palch’anda nudu, e timi la mè jaccia.
La vicchiaia è vinutaCandu mi figurava più piccinnu:Drummitu era, e mi sciuta,Gridendi: già se’ vecchiu, e senza sinnu,Mallugratu haï l’anniIn middi pregiudizi, in midd’inganni
La vicchiaia è vinuta
Candu mi figurava più piccinnu:
Drummitu era, e mi sciuta,
Gridendi: già se’ vecchiu, e senza sinnu,
Mallugratu haï l’anni
In middi pregiudizi, in midd’inganni
Simile a l’umbra vanaSparisi amori, e briu, cant’aia:L’alligria mundanaFuggi la me’ canuta cumpagnia:E l’amori mi scaccia,Palch’anda nudu, e timi la mè jaccia.
Simile a l’umbra vana
Sparisi amori, e briu, cant’aia:
L’alligria mundana
Fuggi la me’ canuta cumpagnia:
E l’amori mi scaccia,
Palch’anda nudu, e timi la mè jaccia.
Vecchiezza è giunta e mi ha sorpreso questaQuando più giovin mi saria creduto.Io dormiva, e dal sonno ella mi destaGridando: ah! vecchio, ’l senno hai tu perduto.Che di tua vita hai mal lograti gli anniIn mille pregiudizi, in mille inganni.Sparì, come sparisce un’ombra vana,Tutto quel foco, e spirto, e vigoria;Da me fuggendo ogni allegria mondanaSchiva la mia canuta compagnia,Ed amor che va nudo ei pur mi scacciaTemendo il freddo gel delle mie braccia.
Vecchiezza è giunta e mi ha sorpreso questaQuando più giovin mi saria creduto.Io dormiva, e dal sonno ella mi destaGridando: ah! vecchio, ’l senno hai tu perduto.Che di tua vita hai mal lograti gli anniIn mille pregiudizi, in mille inganni.
Vecchiezza è giunta e mi ha sorpreso questa
Quando più giovin mi saria creduto.
Io dormiva, e dal sonno ella mi desta
Gridando: ah! vecchio, ’l senno hai tu perduto.
Che di tua vita hai mal lograti gli anni
In mille pregiudizi, in mille inganni.
Sparì, come sparisce un’ombra vana,Tutto quel foco, e spirto, e vigoria;Da me fuggendo ogni allegria mondanaSchiva la mia canuta compagnia,Ed amor che va nudo ei pur mi scacciaTemendo il freddo gel delle mie braccia.
Sparì, come sparisce un’ombra vana,
Tutto quel foco, e spirto, e vigoria;
Da me fuggendo ogni allegria mondana
Schiva la mia canuta compagnia,
Ed amor che va nudo ei pur mi scaccia
Temendo il freddo gel delle mie braccia.
Vedete, quanta vera poesia vi sia in questi altri suoi versiLu Tempu:
Palchi no torri, di, tempu passata?Palchi no torri, di, tempu paldutu?Torra alta volta, torra a fatti meu;Tempu impultantu, tempu prizïosu,Tempu chi vali tantu quant’è DeuPar un cor ben fattu e viltuösu.Troppo a distempu, o tempu caru, arreuA cunniscitti (oh pesu agunïosu!)Quantu utilosu mi saresti statu,Tempu, aënditi a tempu cunnisciutu!Palchi no torri, di, tempu passatu?Palchi no torri, di, tempu paldutu?L’alburi tristu senza fiori e frondi,Vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;A campu siccu tandu currispondiUn beddu traciu d’allegri culori.Supelbu salta d’inverru li spondiRïu d’istïu poaru d’umori;E l’anticu vigore rinuatuNon sarà maï in un omu canutu?Perchè non torni, di’, tempo passato?Perchè non torni, di’, tempo perduto?Deh ritorna, ritorna a farti mioTempo perduto, tempo preziosoTempo che vali tanto quanto DioPer un core ben fatto e virtuoso!Deh ritorna a far pago il mio desio!Ed oh! quanto mi è grave e dolorosoIl non averti più! Quanto giovatoM’avria l’averti in tempo conosciuto.Perchè, non torni, di’, tempo passato!Perchè non torni, di’, tempo perduto!L’arbor ch’è tristo senza fiori e frondeGiunto maggio, riacquista e fronde e fiori;Al biondo prato allora corrispondeUn bel prospetto d’allegri coloriNell’inverna stagion varca le spondeSuperbo un fiumicel d’estivi umori,E l’antico vigore rinnovatoNon vedrassi in un uom veglio canuto?
Palchi no torri, di, tempu passata?Palchi no torri, di, tempu paldutu?
Palchi no torri, di, tempu passata?
Palchi no torri, di, tempu paldutu?
Torra alta volta, torra a fatti meu;Tempu impultantu, tempu prizïosu,Tempu chi vali tantu quant’è DeuPar un cor ben fattu e viltuösu.Troppo a distempu, o tempu caru, arreuA cunniscitti (oh pesu agunïosu!)Quantu utilosu mi saresti statu,Tempu, aënditi a tempu cunnisciutu!
Torra alta volta, torra a fatti meu;
Tempu impultantu, tempu prizïosu,
Tempu chi vali tantu quant’è Deu
Par un cor ben fattu e viltuösu.
Troppo a distempu, o tempu caru, arreu
A cunniscitti (oh pesu agunïosu!)
Quantu utilosu mi saresti statu,
Tempu, aënditi a tempu cunnisciutu!
Palchi no torri, di, tempu passatu?Palchi no torri, di, tempu paldutu?
Palchi no torri, di, tempu passatu?
Palchi no torri, di, tempu paldutu?
L’alburi tristu senza fiori e frondi,Vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;A campu siccu tandu currispondiUn beddu traciu d’allegri culori.Supelbu salta d’inverru li spondiRïu d’istïu poaru d’umori;E l’anticu vigore rinuatuNon sarà maï in un omu canutu?
L’alburi tristu senza fiori e frondi,
Vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;
A campu siccu tandu currispondi
Un beddu traciu d’allegri culori.
Supelbu salta d’inverru li spondi
Rïu d’istïu poaru d’umori;
E l’anticu vigore rinuatu
Non sarà maï in un omu canutu?
Perchè non torni, di’, tempo passato?Perchè non torni, di’, tempo perduto?
Perchè non torni, di’, tempo passato?
Perchè non torni, di’, tempo perduto?
Deh ritorna, ritorna a farti mioTempo perduto, tempo preziosoTempo che vali tanto quanto DioPer un core ben fatto e virtuoso!Deh ritorna a far pago il mio desio!Ed oh! quanto mi è grave e dolorosoIl non averti più! Quanto giovatoM’avria l’averti in tempo conosciuto.
Deh ritorna, ritorna a farti mio
Tempo perduto, tempo prezioso
Tempo che vali tanto quanto Dio
Per un core ben fatto e virtuoso!
Deh ritorna a far pago il mio desio!
Ed oh! quanto mi è grave e doloroso
Il non averti più! Quanto giovato
M’avria l’averti in tempo conosciuto.
Perchè, non torni, di’, tempo passato!Perchè non torni, di’, tempo perduto!
Perchè, non torni, di’, tempo passato!
Perchè non torni, di’, tempo perduto!
L’arbor ch’è tristo senza fiori e frondeGiunto maggio, riacquista e fronde e fiori;Al biondo prato allora corrispondeUn bel prospetto d’allegri coloriNell’inverna stagion varca le spondeSuperbo un fiumicel d’estivi umori,E l’antico vigore rinnovatoNon vedrassi in un uom veglio canuto?
L’arbor ch’è tristo senza fiori e fronde
Giunto maggio, riacquista e fronde e fiori;
Al biondo prato allora corrisponde
Un bel prospetto d’allegri colori
Nell’inverna stagion varca le sponde
Superbo un fiumicel d’estivi umori,
E l’antico vigore rinnovato
Non vedrassi in un uom veglio canuto?
Tristi armonie trovate anche nell’Instabilitad di la fultunadi D. Salvadori Sanna di Tempio; nellaMiseria umanae in altre poesie del dottor Girolamo Araolla di Sassari e le potrete gustare nella raccolta del Pischedda.
Nella satira festevole e nell’amore si sono esercitati con molta fortuna alcuni poeti sardi. Pasquale Capeu di Perfugas e nostro contemporaneo aguzza la sua lingua contro le donne semidotte:
Perfugas nach est tontu e no est beruFavola veramente calunniosaEo bos fatto idere una cosa,Chi cum fazzilidade si cumprende,Hamus tantas signoras imparende,Chi faghene sa ficca a Cicerone;In tres vocales de su cartelloneSunt tres meses e mesu tipi tapa,Hoc ischin s’aligarza, cras sa nappa,Barigadu cugumere sinzeru.
Perfugas nach est tontu e no est beruFavola veramente calunniosaEo bos fatto idere una cosa,
Perfugas nach est tontu e no est beru
Favola veramente calunniosa
Eo bos fatto idere una cosa,
Chi cum fazzilidade si cumprende,Hamus tantas signoras imparende,Chi faghene sa ficca a Cicerone;In tres vocales de su cartelloneSunt tres meses e mesu tipi tapa,Hoc ischin s’aligarza, cras sa nappa,Barigadu cugumere sinzeru.
Chi cum fazzilidade si cumprende,
Hamus tantas signoras imparende,
Chi faghene sa ficca a Cicerone;
In tres vocales de su cartellone
Sunt tres meses e mesu tipi tapa,
Hoc ischin s’aligarza, cras sa nappa,
Barigadu cugumere sinzeru.
Dicono che Perfugas è ignorante e non è vero, favola veramente calunniosa, io voglio farvi vedere una cosa.Che con facilità si comprende, abbiamo delle signore studiose che fanno la fica a Cicerone in tre vocali del cartellone, già da tre mesi e mezzo fanno chiasso, oggi sanno il ravanello, domani la rapa, posdomani il vero citriuolo!
Dicono che Perfugas è ignorante e non è vero, favola veramente calunniosa, io voglio farvi vedere una cosa.
Che con facilità si comprende, abbiamo delle signore studiose che fanno la fica a Cicerone in tre vocali del cartellone, già da tre mesi e mezzo fanno chiasso, oggi sanno il ravanello, domani la rapa, posdomani il vero citriuolo!
Principe dei satirici sardi è giudicato Diego Mele di Bitti, il quale ha dedicato una delle sue più belle poesie a canzonare i cittadini di Ula che nel 1855 mostrarono troppo paura del colera. Egli ci racconta il caso di un asino che giunto ad Ula da un paese infetto, viene sottoposto a suffumigi e disinfezioni.
Gavino Cocco ha dedicato un sonetto satirico a un poeta, Matteo Madau, che soleva andare in giro per il suo paese, vendendo le sue opere.
A me inghirias, Matteu, gas’arriaduDe pabiru, et chentu libereddos?Che lattaju, ch’jughet moitteddos,Chi chircat ispazare su cazaduEa quantos, cilene cherros, has leaduTrinta soddos pro cussos tomigheddos?Sos chi no balent trinta dinareddos;Quantu, segundu cussu, has haer furadu?Tue ses obbligadu a la torrareIntera, cusa summa male binta,Et no abbastat ancora a ti salvareT’imparat sa morale mancu istrinta,Cheres, Matteo, su dannu reparare?Bendedi tua matessi a soddos trinta.
A me inghirias, Matteu, gas’arriaduDe pabiru, et chentu libereddos?Che lattaju, ch’jughet moitteddos,Chi chircat ispazare su cazaduEa quantos, cilene cherros, has leaduTrinta soddos pro cussos tomigheddos?Sos chi no balent trinta dinareddos;Quantu, segundu cussu, has haer furadu?
A me inghirias, Matteu, gas’arriadu
De pabiru, et chentu libereddos?
Che lattaju, ch’jughet moitteddos,
Chi chircat ispazare su cazadu
Ea quantos, cilene cherros, has leadu
Trinta soddos pro cussos tomigheddos?
Sos chi no balent trinta dinareddos;
Quantu, segundu cussu, has haer furadu?
Tue ses obbligadu a la torrareIntera, cusa summa male binta,Et no abbastat ancora a ti salvareT’imparat sa morale mancu istrinta,Cheres, Matteo, su dannu reparare?Bendedi tua matessi a soddos trinta.
Tue ses obbligadu a la torrare
Intera, cusa summa male binta,
Et no abbastat ancora a ti salvare
T’imparat sa morale mancu istrinta,
Cheres, Matteo, su dannu reparare?
Bendedi tua matessi a soddos trinta.
Dove vai Matteo, così carico di carte e di cento libriciattoli? Come lattajo che porta secchielli, che cerca di smerciare le giuncate? Eh, quanto, senza volere, hai presotrenta soldi per questi tomicini? Quei che non valgono trenta centesimi, quanto, secondo questo, avresti rubato? Tu sei obbligato a restituire intiera questa somma male avuta, e non basta ancora per salvarti. La morale meno stretta ti insegna questo: Vuoi, Matteo, riparare al danno, vendi te stesso per trenta soldi.
Dove vai Matteo, così carico di carte e di cento libriciattoli? Come lattajo che porta secchielli, che cerca di smerciare le giuncate? Eh, quanto, senza volere, hai presotrenta soldi per questi tomicini? Quei che non valgono trenta centesimi, quanto, secondo questo, avresti rubato? Tu sei obbligato a restituire intiera questa somma male avuta, e non basta ancora per salvarti. La morale meno stretta ti insegna questo: Vuoi, Matteo, riparare al danno, vendi te stesso per trenta soldi.
La poesia bernesca ha un buon rappresentante in Sardegna nel contadino Pietro Canu di Chiaramonti, assassinato nel 1845 e di cui Maltzan ci ha dato uno scherzo poetico, in cui l’infelice autore mette in ischerzo la sua povertà, discorrendo della dote che vuol dare alla sua figliuola.
Come cosa più curiosa che bella, accennerò per ultimo alle poesie sardo-latine dell’abate Madao, le quali dimostrano la grande ricchezza di parole latine che posseggono i dialetti sardi. Vedete: