CAPITOLO V.
Le malattie della Sardegna. — La malaria e l’inerzia. — Drenaggio ed educazione. — L’Arcadia esiste anche in Sardegna e più che mai. — Agricoltura e vini. — Monti granatici e barraccelli. — Scarsa popolazione dell’isola. — Chi debba salvare la Sardegna.
Le malattie della Sardegna. — La malaria e l’inerzia. — Drenaggio ed educazione. — L’Arcadia esiste anche in Sardegna e più che mai. — Agricoltura e vini. — Monti granatici e barraccelli. — Scarsa popolazione dell’isola. — Chi debba salvare la Sardegna.
La Commissione d’inchiesta sulla Sardegna e il Parlamento hanno fatto alla nostra isola una larga promessa che son tenuti a mantenere e che, io ne son sicuro, manterranno. La vita d’un popolo però non comincia e finisce nella sala dei cinquecento o nelle aule dei ministeri; e povero quel paese, che dopo aver conquistata la propria libertà, affida tutte le proprie speranze al governo, quand’anche questo fosse il più liberale e il più sapiente del mondo. Una provincia cheper sventura o per peccato si trova addietro delle altre nella via del progresso deve innanzi tutto voler guarire di per sè stessa del proprio male; e quando chiama un medico dal difuori a sanarla, deve pur sempre trattarlo come consulente, da cui si prende consiglio, ma che pur si congeda con mille e cortesissimi ringraziamenti. Questo pei Sardi: gli italiani della penisola fuori delle sfere ufficiali e legislative devono aiutare i loro fratelli, coll’apportarvi i loro capitali e il loro lavoro; studiar la Sardegna, amarla e farla amare; e anch’io con questo mio modestissimo scritto vorrei concorrere a quest’opera di fratellanza, alzando il grido:Ricordatevi che esiste un’isola che si chiama Sardegna!
Sarebbe crudele calunnia il dire ai Sardi: siete i soli autori dei vostri mali; così come sarebbe una sterile adulazione il lamentare che la Sardegna è povera, è infelice soltanto per colpa di governo e di leggi. Calunnie e adulazioni che con triste ed eterna vicenda si gettano in faccia governo e popolo nel nostro paese; come se le membra dolenti e il cuor fiacco avessero a lamentarsi l’unocoll’altro dei loro acciacchi, rinfacciandosene a vicenda la colpa. I governi passati ebbero molti torti verso quell’isola: anche i governi dei nostri tempi ebbero le loro colpe, ma è ormai sterile fatica l’assegnare ad ognuno il peccato e la misura della colpa; dacchè la Sardegna è paese italiano, e tutti quanti abbiam debito di venirle in aiuto e riparare anche ai peccati che non son nostri. Lasciamo le accuse e le sentenze ai giudici, e noi lavoriamo insieme a guarire il malato, che è nostro fratello; fratello fra i più cari perchè tra i più infelici.
La Sardegna è malata di due gravi malattie, lamalariae l’inerzia: deve guarirne però e ne guarirà, perchè non sono malattie mortali, nè ancora hanno roso le viscere e la sorgente della vita circola celata ma vigorosa nelle profonde latebre di un corpo ancor vigoroso.
La Sardegna è cinta quasi per ogni parte da una gran fascia miasmatica che la stringe di un amplesso omicida e lungo i suoi fiumi non domati dalla mano dell’arte serpeggia il veleno della palude e su larghe zone nell’internos’addensa in terreni acquitrinosi e sul letto di laghi antichi non bene asciutti ancora. I venti gagliardi che fanno continuo tumulto sull’isola portano poi i miasmi fin sulle vette dei monti e nelle alte valli; talchè anche fra l’aroma dei pini e i graniti muschiosi delle Alpi galluresi tu vedi l’uomo che trema dei lividi pallori d’una febbre che gli inviano paesi lontani dell’isola, forse a lui sconosciuti fin di nome.
Ad onta dei lavori di Cheirasco, di Efisio Massa e Giovanni Masnata e di altri[14]sul miasma della Sardegna, rimane a farsi una monografia di questo male e le fatiche e il denaro spesi ad avere una carta topografica del miasma, colla statistica delle affezioni palustri saranno fra le migliori provvidenze che governo e cittadini possano dare alla Sardegna. Prima di curare un male conviene conoscerlo e la malaria di quell’isola è poco e mal studiata. Senza bisognodi nuove commissioni nell’isola si potrebbe affidare al conservatore del vaccino, il professore Falconi di Cagliari, già così benemerito della pubblica igiene, la compilazione della Carta geografica del miasma sardo. Il Falconi, l’ebbi già a dire altrove, è uno dei pochi uomini, nei quali è difficile il dire se sia maggiore il culto dell’arte sua o più ardente lo zelo con cui attende agli uffizi del suo ministero. Le epidemie di colèra e di vaiuolo lo hanno trovato sempre il primo fra i combattenti e in Sicilia e in Sardegna; nè egli è il solo medico filantropo nell’isola e aiutato dai suoi colleghi potrà farci la diagnosi della gran febbre sarda.
Il Maltzan dà dell’insalubrità dell’isola un quadro troppo fosco e di tinte esagerate; e a sentirlo la Sardegna sarebbe pestifera come Cajenna o come le coste dell’Africa. La Sardegna ha paesi sani, ne ha anche di sanissimi; e meno Oristano, Tortoli ed altri pochi luoghi anche le febbri intermittenti decorrono benigne, e le perniciose non sono frequenti. Nello scorso anno per le pioggie straordinarie l’isola tutta quanta fu ravvolta in un nembodi epidemia miasmatica; s’ebbe grande mortalità nei bambini e nei fanciulletti e la febbre s’arrischiò ad altezze non mai arrivate. Anche il castello di Cagliari ebbe il suo miasma; ma fu questa una sventura eccezionale e il giudicare dalle statistiche mortuarie del 68 la salubrità della Sardegna sarebbe lo stesso che misurare quella d’un paese in piena epidemia di vaiuolo o di colèra.
Maltzan ha esagerato, ha esagerato grandemente l’insalubrità della Sardegna; ma al disotto dell’esagerazione vi ha una verità che non ha bisogno di essere ingrandita dalla penna dello scrittore per essere una triste, una dolorosa verità. Vi son paesi dove ogni anno il libro del parroco vi susurra all’orecchio questa tremenda notizia che il becchino è chiamato più spesso della levatrice; che le fosse si fanno più spesso che non le culle. In molti paesi anche i sani che passeggiano per le vie hanno dipinta sul volto la febbre sofferta e attraverso alla pelle terrosa vi par di palpare la milza grossa e i ventri idropici. Più d’una volta operai venuti dal continente, nello scavare un terreno per fare una strada, si feceroinvece la loro fossa e le zappe sprigionarono dal sottosuolo miasmi rinchiusi chi sa fin da quando. Non cito paesi, non cito cifre, perchè aspetto che si faccia la carta miasmatica della Sardegna, ma mi pare che il poco detto basti a spiegare il terrore del Maltzan, e ad incuorare i Sardi a farla finita con questo veleno che lento e inesorabile serpeggia loro nelle vene.
La Sardegna non guarirà dalla sua febbre finchè l’agricoltura non abbia trasformato in succo per le radici il miasma della palude; finchè non abbia con una chimica sapiente e quasi miracolosa cambiato il veleno in pane. Il piccolo drenaggio della zappa e dell’aratro, il gran drenaggio di larghe e profonde fosse devono asciugare i terreni, dove da lunghi secoli fermentano addensati i cadaveri delle piante. L’ossigeno deve essere portato dall’uomo nelle viscere del sottosuolo a bruciare i lenti miasmi; e una rigogliosa vegetazione deve sorgere sul suolo rinsanito. Le terre ubertose e i lieti giardini di Orri erano al principio di questo secolo una palude; e il Marchese di Villaermosa può vantare di avercreato in una volta sola la salute e la ricchezza. Coi miei occhi ho veduto a Sanluri lo Stabilimento Vittorio Emmanuele, dove una palude, quasi lago, con una larga e profonda fossa fu trasformata in una terra feconda. Nè questi sono gli unici esempj di rinsanicamenti parziali della Sardegna, ma sono però ancora troppo rari esempj; e Cicerone redivivo potrebbe anche al dì d’oggi scrivere a suo fratello, legato di Pompeo in Olbia:Cura mi frater, ut valeas et quamquam est hiems, tamen Sardiniam istam esse cogites.
Il drenaggio deve essere la chinina della Sardegna, ma anche le sue lagune dolci e salate vogliono essere studiate, e corrette, sicchè non avvenga la miscela delle acque dolci e delle salate e dove è possibile, si elevi l’orlo troppo sottile delle loro acque, che sulle sponde imputridite s’alzano e s’abbassano con flusso e riflusso di cadaveri e di miasmi.
Anche aspettando i capitali, e il drenaggio e un po’ d’idraulica nei fiumi scapigliati, i Sardi possono fare assai per migliorare le condizioni igieniche dell’isola, togliendo alle case il letame, alle persone il sudiciume; togliendoai vivi il troppo intimo contatto coi morti. Nel cimitero di Cabras un senatore mio amico vedeva, or non è molto, la zappa del becchino che s’affondava nelle carni ancora molli d’un cadavere troppo fresco, onde lasciare il posto ad un’altro fratello più fresco di lui. In molti villaggi ho veduto io stesso nei cortili cumuli di letame alti quasi come le case. Non parlo delle vie trasformate in latrine, perchè è questa vergogna di quasi tutta Italia e d’altri paesi latini d’Europa.
Contro questi miasmi umani, omicidi come i palustri, vuolsi adoperare un altra maniera di drenaggio, quello che porti l’ossigeno dell’istruzione e dell’educazione nelle vene più sottili della classe povera e mezzana. Medici, parroci, maestri, insieme alla medicina, al vangelo, all’alfabeto devono insegnare l’igiene; perchè un popolo che si lava, che distingue casa da stalla, che gode della santa voluttà, della pulitezza è un popolo sano e che meglio resiste degli altri anche al miasma delle paludi.
L’inerzia è antica consuetudine dei Sardi e finch’essa duri, inutile è sperare che venga sanata del miasma della palude e le due malattie messe insieme t’andranno corrodendo fino alla midolla. Senza vincer l’inerzia inutili saranno le leggi, inutili le ferrovie, inutile scoprire ogni giorno nuove e ricche vene di piombo e di zinco. Finchè vedo le mine in mano di stranieri o di forestieri; finchè vedo l’unico ospedale di Iglesias fatto e mantenuto da inglesi; finchè vedo i Sardi fuggire anche dalle piccole industrie; non dispero, ma crollo il capo e aspetto la reazione che guarisca il malato.
Il pastore errante è l’ozioso povero della Sardegna, il piccolo possidente ne è l’ozioso educato; entrambi rappresentanti delle due forme più salienti dell’inerzia isolana. V’è poi l’ozioso impiegato, l’ozioso nobile, l’ozioso parassita, l’ozioso prete ed altre ed altre specie e varietà senza numero. Il pastore vuol essere trasformato in contadino e all’ozio contemplativo o grifagno di cui si compiace convien sostituire il lavoro salubre e moralizzatore della terra. Tutti gli altri oziosi di rango superioredevono essere convertiti in industriali, in commercianti, in uomini di mare e d’officina; in ingegneri e in maestri: pochissimi si serbino ai cavilli del foro e ai triboli della medicina.
L’inerzia dei Sardi che in molti è vera apatia e scoraggiamento deve esser vinta con questi due mezzi: avvicinarli al continente ed educarli; che è quanto dire ferrovie e scuole, le due leve giganti della civiltà moderna.
Una ferrovia che unisca Cagliari a Terranuova e un vapore che avvicini Terranuova ad Orbetello ridurranno di due terzi la distanza che separa da noi la prima capitale dell’isola. I Sardi verranno più facilmente e più spesso fra noi, e noi andremo più spesso in Sardegna; sicchè l’isola divenga una seconda penisola italiana e i contatti crescan gli affetti e dall’attrito d’uomini e di idee nasca la scintilla che accende l’amor proprio e la nobile ambizione del progresso. Le strade son sempre figlie della civiltà, ma ne sono anche le madri; e in Sardegna anche con pochi abitanti e poche merci e guadagni incerti convien coprire il paese di ferrovie e sopratutto e per la prima stendere quella da Terranuova a Cagliari.Finchè questa non si faccia, i Sardi stenderanno invano le loro braccia verso la penisola sorella, e attraverso i vuoti deserti del mare noi non sentiremo le loro voci, nè potremo rispondere a quell’amplesso che ci domanda aiuto ed amore.
Molto s’è fatto in questi ultimi anni per l’educazione della Sardegna, ma non s’è fatto abbastanza e alcune e provvide fila ordite da un ministro vennero dimenticate o rotte dal suo successore. Sanguinetti faceva un viaggio in Sardegna per incarico d’un ministro, visitava tutte le scuole; proponeva molti provvedimenti; ed ora sul lavoro abbandonato del nostro collega tessono sicuri le loro fila i ragni. A Nuoro, paese di pastori, spesso briganti, avete un ginnasio e non una scuola tecnica; e quando io vidi quei fieri montanari tormentare la loro mente sulle pagine di Cornelio Nipote, sospirai profondamente, esclamando entro di me:Arcadia, Arcadia quando sarai tu morta?E quando in una delle città minori della Sardegna udii da gente colta lamentarsi l’abbandono degli studj classici e quando ancora seppi che per desiderio degli abitanti in altre città un istitutotecnico era stato convertito in ginnasio, sospirai profondissimamente; esclamando una seconda e una terza volta:Arcadia, Arcadia quando sarai tu morta?
I Maurelli di Iglesias mandano poco volentieri i loro bambini alle scuole; ma fuori di là le scuole sono implorate dai padri, son frequentate dai figliuoli. Ad Oschiri vidi nelle scuole elementari 60 o 70 fanciulle e solo una trentina di maschi; e questi invece son nel campo dietro le pecore o il bue, educandosi all’ozio che forse più tardi li porterà dinanzi al Tribunale. In alcuni paesi di Sardegna è così difficile andare a scuola che a conquistar l’alfabeto si esige fede d’apostolo e quasi entusiasmo di martire.
Nelle montagne della Gallura vi sono alcuni parroci più poveri dei loro contadini, più santi dei santi; ed io vorrei esser papa un giorno solo della mia vita per poterli beatificare. I curati di San Pasquale, San Francesco e Luogo Santo fanno scuola dalla mattina alla sera e la fanno gratuitamente. I loro discepoli arrivano da immense distanze e a cavallo; e più d’una volta un contadinellosulla strada raccoglie in groppa due o tre compagni; e questi gruppi infantili e pittoreschi giungono a tutte le ore del giorno alla scuola del parroco, rinnovandogli la fatica e la noia. Eppure sopra 125 abitanti raccolti a Luogo Santo fra quei monti deserti trovate 17 scolari. Eppure quei poveri parroci comperano coi loro quattrini carta, penne, inchiostro; tutti gli istrumenti primi della civiltà.
Molte delle scuole della Sardegna avrebbero bisogno di un po’ di culto, onde i discepoli, se non in un tempio, almeno credessero di entrare in luogo pulito e decente. Nella scuola d’un comune del Circondario di Oristano, non più in là del 1853, i discepoli sedevano sopra grosse pietre ammucchiate nella scuola; e il maestro,horribile dictu, aveva fatto cattedra d’un gran vaso da notte rovesciato.
In paese così lontano dal centro politico gran parte di inconscia educazione si riceve per via degli impiegati e delle autorità. Il pastore, il contadino, il piccolo possidente sentono battere i polsi della vita pubblica, si sentono membra d’una società umana, soltantoper via del carabiniere, dell’esattore, del sindaco e più su per via del pretore e del prefetto. Ministri, deputati, parlamento son per essi un mito. Or bene questa educazione potente che dovrebbe esser fatta per mezzo delle autorità è più spesso invece corruzione e oscuramento.
Nel Circondario di Iglesias su ventiquattro sindaci otto sono analfabeti e d’inchiostro e di letteratura non conoscono altro che la croce con cui firmano. Ignoranza vuol dire immoralità, chè sinonimi più sinonimi di questi io non conosco al mondo; e voi vedete molti sindaci di comuni rurali divedersi coi parenti i frutti della loro professione. Molti hanno uno stipendio di 200, 500 e fin 1000 lire all’anno, stipendio votato in famiglia. Se voi domandate la ragione di questo sussidio di rappresentanza vi si risponde, che il sindaco è in campagna un vero oste, dovendo albergare il viandante senza alloggio. I maligni poi vi raccontano come un certo sindaco nel conto redatto ad un ricco viaggiatore facesse figurare ilcespitedi lire sette in prezzemolo.
Ma i sindaci, mi direte voi giustamente, sonfrutti del paese; ma in Sardegna avete alti e mezzani impiegati venuti d’oltremare e che vi fanno arrossire per la loro ignoranza, per la loro rozzezza. Io so che quando un uomo è gravemente malato si cerca del miglior medico, e la Sardegna come provincia malata dovrebbe avere i migliori impiegati.
Il servire in Sardegna dovrebbe essere una gloria e non un castigo; dovrebbe essere un campo nobile e fecondo all’intelligenza operosa e generosa dei giovani impiegati e non un ospizio di mendicità per gli inetti o i colpevoli. In questo, paese e parlamento devono alzar forte la voce; e cessi una volta quell’isola sventurata di essere in una volta sola l’Irlanda e la Siberia dell’Italia.
L’ignoranza si fa sentire più crudele che altrove sulle campagne della Sardegna, dove s’accumula insieme alle altre piaghe dell’agricoltura; la polverizzazione delle proprietà, l’immensa massa di terre demaniali e comunali, i furti campestri e via via altri cancri e gangrene senza numero.
L’agricoltura è in gran parte della Sardegna men che bambina, neonata; e i sapientiavvicendamenti e la provvida associazione del campo alla stalla e le irrigazioni e tutte le moderne conquiste dell’agraria vi son lettera morta. L’ulivo vi è educato assai bene in alcune terre; e lo vidi bellissimo a Bosa e a Sassari: anche la vite vi è accarezzata con qualche amore; ma dei vini squisiti che distilla tutto il merito è dovuto all’antico ceppo spagnuolo e al sole fecondo di quell’isola. Eppure nei vini di Sardegna vi è una mina d’oro pressochè vergine ancora; eppure in essi si ha tal varietà e ricchezza di tipi da poter fare concorrenza in una volta sola alla Francia, alla Spagna e al Portogallo. Non è vero quel che ripetono molti, che la Sardegna non abbia che vini spiritosi che accendono il palato e devono essere sorbillati meglio che bevuti. L’Ogliastra ha vini rossi da pasto da star vicinissimi ai migliori della Borgogna e del Bordelese ed io ho bevuto a Lanusey del vino rosso che meriterebbe una corona civica. In quel paese un operoso farmacista, Agostino Gaviano, fabbrica vini così squisiti, che già furon cercati per l’esportazione transatlantica e degno suo rivale è ilparroco di quella città, nella cui cantina abbiano trovati vini che non sdegnerebbe la tavola d’un Lord.
La varnaccia d’Oristano, il moscato di Bosa; i vini d’Alghero, d’Olliena, il Canonado, il Girò ed altri son tutti vini di lusso che ridotti a tipi costanti troveranno un sicurissimo spaccio sui mercati di Parigi, di Londra e dell’America. Presso Tempio avete un moscato che è fratello legittimo del Frontignano. S’accordino i Sardi a migliorare la loro industria vinicola e potranno in pochi anni diventare i primi produttori d’Italia; potranno arricchirsi, onorando la patria comune. Il Governo favorisca l’insegnamento industriale, fondi una scuola d’agraria; chè nel sardo l’amore all’agricoltura è virtù antica, direi nazionale; ma fin qui è ancor sterile, perchè non fecondata dalla scienza. Colle mie orecchie ho udito queste parole che con vera commozione diceva un vecchio sardo:Il terreno è nostro padre, è nostra madre, è nostro figlio, nostro fratello; ci dà il denaro senza usura, è il primo e l’ultimo dei nostri benefattori.
La suddivisione delle proprietà è così granmale in Sardegna, che il Comitato Popolare di Cagliari nelle sue proposte presentate alla Commissione Parlamentare d’inchiesta, osava proporre l’espropriazione forzata. Udite le parole del Presidente Senatore Di Laconi e meditatele; perchè dette da un sardo e a nome della Sardegna hanno una eloquenza singolare:
«Chi si proponesse di ottenere l’unione delle terre in Sardegna coi soli mezzi indiretti, come sarebbe, a non dir altro, l’esenzione dei diritti e tasse per tutti quelli atti che abbiano questo scopo, suggerirebbe rimedio inconcludente se non ridicolo.
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»Allorchè un male arriva a tal punto non valgono a porvi riparo i mezzi indiretti, ma occorrono rimedi radicali che operino una vera rivoluzione nel sistema passato. Il Comitato intanto è venuto nella determinazione di far voti acciò venga da voi pure indicato al Parlamento questo farmaco ormai indispensabile, inquantochè se vi si riscontra una qualche violazione di libertà non è affatto in urto col nostro diritto pubblico interno. La proprietàviolasi di soventi per opere di utilità pubblica, e questa pretesa violazione è ordinata e regolata dalle nostre leggi. Quale maggior opera di pubblica utilità di questa che tende a migliorare utilmente e realmente l’agricoltura di un intiera provincia, a stabilire di fatto la proprietà perfetta del suolo, a porre un freno efficace alla pastorizia nomade, che devasta i nostri campi ed è origine di tanta immoralità e di tanti delitti?
«D’altronde, se vuolsi realmente migliorare la sarda agricoltura fa d’uopo, come già avemmo l’onore di dirvi, richiamare la popolazione alle campagne, far sorgere le case coloniche ed i poderi in quelle stesse terre, che oggidì sono frazionate in estensioni infinitesimali. Come raggiungere questo scopo con mezzi indiretti? Se quello dell’espropriazione forzata non si adotta, nasceranno e spariranno forse parecchie generazioni prima che sia una realtà quell’equa divisione del suolo che permetta gli utili miglioramenti di coltura. Però, il Comitato, avendo coordinate tutte le sue deliberazioni ad un solo scopo, non vorrebbe venisse accordata questa eccezionale facoltà di espropriareche a condizioni tali da far sicuri dell’utilità di sì estrema misura.»
Quando un ammalato invoca ad alta voce che gli si amputi un membro, deve essere gravemente infermo; e quando un paese domanda coll’autorità d’uno dei suoi primi patriotti l’espropriazione forzata, deve essere gravemente, profondamente malato.
Io credo che lo sviluppo concorde dell’istruzione, dell’industria e del commercio sanerà l’agricoltura senza bisogno di ricorrere all’espropriazione forzata, rimedio che forse non oserebbero applicare quelli stessi che lo consigliano.
Quand’io vedo per esempio un proprietario a Lanusey così povero che a seminare unostarellodi frumento ha bisogno di chiederne in prestito due, e mentre affida l’uno alla terra, cambia l’altro in pane per tenersi vivo fino alla messe; mi domando a che possa servire questa omeopatica proprietà che non basta a salvare la dignità dacchè non vale a difenderlo dalla fame: ma quando poi io penso al nobile e santo amore del sardo per la sua terra, mi domando ancora, se la scienza nonpossa trasformare questa forza vergine e potentissima in ricchezza nazionale.
I sardi liberi del regno italiano, allorchè sono tentati di spegnere la loro energia in queruli lamenti contro il Governo, rammentino la Spagna e il suo feudalismo, prima origine del fatale frazionamento delle terre.
A Villa Sor, fra campi fecondi di biade e boschi di mandorli e vigneti e siepi di cacti che sembrano foreste, trovate un villaggio modesto, ma lieto di una serena agiatezza. L’unico convento è divenuto una scuola, e l’ultimo francescano rimane in una cella deserta, quasi fuggendo dal contatto della scuola che lo ha ucciso. Fra le vigne e il villaggio però erge il capo con tristo cipiglio un vecchio palazzo baronale, turrito, pesante, grigio, irto di inferriate, cupo; un mucchio di fango divenuto prigione, un sogno spaventoso di ventricolo obeso. In quel castello trovate ancora molte e grosse catene di ferro destinate ai sardi d’un tempo, e nel muro anelli di ferro che si aprivano per stringere il collo ai più ribelli fra i sardi d’un tempo. Ecco la Sardegna spagnuola. Il convento divenuto scuola:ecco la Sardegna italiana. Il campo e la chiesa divenuti scuole anch’essi; ecco la Sardegna dell’avvenire.
Lo Stabilimento agricolo del Deputato Costa presso Alghero; lo Stabilimento Vittorio Emmanuele son crepuscoli di un’agricoltura nuova; ma la luce del sole non si è veduta ancora.
La Sardegna ha nei suoimonti granaticiuna particolare istituzione di credito agricolo. «Questi monti sono sorti in ciascun Comune per le iniziative dei vescovi e riordinati da un ministro intelligente, col ricavo del lavoro per parte di tutti gli agricoltori di un Comune su di un terreno pure comunale (roadie), il di cui prodotto venne applicato a costituire il capitale di queste banche locali, capitale che ora si crede ascenda ad oltre i due milioni nella sola Provincia di Cagliari. Queste piccole banche prestan agli agricoltori il grano occorrente per la semente e tenue somme di denaro ad un medio tasso d’interesse non inferiore al 3 per % e non superiore al 6[15].
Questa istituzione antichissima e di forme quasi patriarcali è minacciata seriamente in questo nostro secolo così maniaco di forzati accentramenti e di prepotenti unificazioni; mentre invece a salvarla basterebbe darle vesti più moderne e indirizzo più sicuro; rinvigorirla colle idee moderne dell’economia politica.
È certo che in Sardegna s’aggrava sulla terra con inumano peso l’usura. Il proprietario, pur di non vendere la terra avita, prende denaro al 20, al 30, al cento per cento e ravvolto nelle spire fatali del debito rimane soffocato dalla valanga degli interessi accumulati. Le terre demaniali e le comunali e le altre che appartengono ad enti morali sono fra le maggiori piaghe dell’agricoltura sarda. Son essi che danno il pascolo al pastore rapace ed assassino, che corrompono l’amministrazione del Comune, che devastano le selve; son masnadieri che all’oscuro e coll’impunità dell’anonimo assassinano il paese. Siamo sicuri che una provvida legge restituirà all’agricoltore e agli individui quello che ora è deserto o preda di anonimi ladri.
A difendere i campi dai ladri fin da remoti tempi si istituirono in Sardegna le compagniebarraccellari.
»Le compagnie barraccellari, società di vigilanza e di assicurazione ad un tempo sorsero e si mantennero per necessità di tempi ed insipienza di governo noncurante od impotente a rendere in compenso delle imposte il principale servigio per cui si pagano; quello di preservare dagli altrui attentati il tranquillo godimento degli averi e l’integrità delle persone.
Le antiche leggi avevano ordinato questa instituzione a guisa che il servizio ne fosse obbligatorio per tutti i cittadini; innovazioni però effettuate sotto il regime liberale tolsero questo vincolo.
Da ciò nacquero gli inconvenienti che oggi si lamentano, per cui non sempre nè dovunque i migliori cittadini entrarono a formare leCompagnie; da ciò l’instanza di quasi tutti i Comuni per ricondurle all’antico, solo introducendovi alcune riforme[16].»
I barraccelli di Nuoro esigono dai proprietarii una tassa del cinque per cento sui prodottiagricoli e a questo patto li assicurano; ma essi stessi son ladri. In alcuni altri paesi essi pagano un’indennità di cinquanta lire per ogni vacca rubata; e siccome queste valgono molto di più, convien spesso ai barraccelli il diventar ladri.
Una volta tutti i barraccelli stavan raccolti nella piazza d’un paesetto della Sardegna; quando si venne a riferire ad essi che un campo era stato depredato. Uno di essi allora sorse a dire:Ma chi può mai aver rubato, se siamo qui tutti?
Quest’aneddoto può esser storia e può esser favola; ma nella storia o nella favola il buon senso popolare ha formulato il suo giudizio; e i barraccelli voglion esser disfatti per esser trasformati in altri uomini, in altra cosa con altro nome. È istituzione da medio evo, che ebbe le sue glorie e la sua missione in altri tempi; ed ora rimane fuori di luogo come grottesca rovina del passato.
Parecchi fra quelli che studiarono le condizioni attuali della Sardegna credettero dipronunciare una sentenza piena di politica sapienza, affermando che tutti i mali dell’isola derivano dalla sua scarsa popolazione. Questi signori però scambiano il capo colla coda; e tanto varrebbe dire che il deserto di Sahara è terra sterile e infelice, perchè non ha alberi. In Sardegna, vi dicono, non si possono fondare nuove industrie, non si può coltivare bene la terra, non si può raggiungere le altre provincie italiane nella via della civiltà, perchè mancano le braccia; e se questo ragionamento fosse logico, nascerebbe spontaneo il consiglio che a redimerla dall’inerzia, ad arricchirla basterebbe mandarvi greggi umani che la popolassero. Son queste parodie economiche, lamenti di malato irrequieto che sa di non sentirsi bene, ma che ignora l’organo che patisce; son volgari chiacchiere che sembrano sentenze, perchè hanno una simmetria; frasi che sembran pensieri, perchè hanno un verbo e un soggetto. Sarebbe tempo di finirla con questi sofismi che adoperati come raziocini, conducono ad imprese pericolose, a rimedj peggiori che il male.
La Sardegna è spopolata, perchè è inferma; perchè è un organismo sterile e malato che non produce pane bastante per i suoi poveri, perchè non dà esca d’entusiasmo alle menti elette, non fascino di attiva ricchezza alle menti volgari. Per produrre più uomini che non abbia, la Sardegna deve inanzi tutto sanare il grembo in cui gli uomini nascono, deve guarire dalla malaria; deve col lavoro assiduo e gagliardo strappare le erbe parassite che l’ingombrano e prima d’ogni altro il pastore nomade e il nobile ozioso. I pochi abitanti della Sardegna che amano la loro terra nativa devono lavorare pei molti abitanti che mancano; e dei pochi i pochissimi che studiano e amano in una volta sola, devono lavorare, lavorare, lavorare; sicchè il lavoro generi la ricchezza e la ricchezza generi gli uomini. Non si lamenti la Sardegna di aver pochi uomini: tutte le terre furon spopolate un tempo e i pochi generarono sempre i molti, i pochissimi salvarono sempre i moltissimi. Che i pochi sieno gli eletti e le braccia sorgeranno a cento, a mille a domandar loro dove si debba solcar la terra, dovesi debbano rizzare edifizi, come si debbano alleare le forze della natura con quelle dell’uomo. Gli eletti, che son sempre pochi dovunque, hanno in Sardegna più che altrove un compito difficile, una missione santa, eroica, quella di salvare il loro paese. Non s’accontentino di unire il loro lamento al coro del volgo che aspetta sempre il bene e il male dal suo pastore, ma si mettano inanzi a tutti e suscitino con robusta parola la santa crociata del lavoro. La Sardegna ha in sè il germe di una ricchezza senza confine, ha vene straricche di metalli, ha un suolo ferace di biade e coste portuose e acque ricche di pesci; ha i tesori della terra e del mare; ma dov’è il minatore che scavi questi tesori, dov’è il gioielliere che lavori queste gemme? Io spero che minatore e gioielliere si trovino celati nel popolo sardo, e sorgeranno dalla nuova generazione cresciuta alla brezza vivificante della libertà, educata alla religione del lavoro e della nobile ambizione dell’andare avanti. Io non credo all’onnipotenza delle colonie portate in Sardegna d’oltremare; non credo ai miracoli che può fare gente poveraraccogliticcia, messa insieme, spesso da speculatori ignoranti e avidi. La Sardegna può bastare a sè stessa, purchè il voglia; deve salvare sè stessa purchè a sè stessa il comandi.
Questa è la missione dei Sardi che amano la loro terra: agli italiani delle altre provincie tocca poi il circondare quell’isola bella e infelice del loro caldo affetto; al Parlamento, al Governo tocca aprire più larga vena che faccia la sorella lontana membro vivo e caldo dell’organismo italiano. Si mandi in Sardegna una buona semente, che il caldo cielo e la terra feconda ci restituiranno con usura una lieta messe di spighe.