Sant'Amore in noi veniteE del vostro dolce affettoRiempite il nostro pettoNè da noi giammai partite.
Sant'Amore in noi venite
E del vostro dolce affetto
Riempite il nostro petto
Nè da noi giammai partite.
Tutti le ascoltano con piacere e salutano la loro partenza con un lungo mormorio di approvazione. Poco dopo vien fuori un'altrazitellaavvolta in un manto turchino, tenendo in mano un calice di legno dorato; descrive con parole strazianti gli spasimi di Nostro Signore nell'orto, e finisce col dire che il Nazareno
In terra cade per dolore interno.
In terra cade per dolore interno.
Due giovinette la seguono. La prima ci fa vedere due gomitoli di cordicella, e ci dice che quei gomitolisono le corde con le quali fu legato il Salvatore; e la seconda, presentandoci un guanto bianco imbottito di bambagia ci fa sapere che quel guanto, niente di meno, è la mano che ha schiaffeggiato Gesù; e prima di andarsene, alzando il guanto perchè tutti lo veggano, canta:
Destr'empia che rendesti sì dolenteQuella faccia divina e più che umanaMaledetta sarai eternamente.
Destr'empia che rendesti sì dolente
Quella faccia divina e più che umana
Maledetta sarai eternamente.
Appresso alle due giovinette ne viene una terza, sostenendo una corona di spine, e principia subito a recitar la sua parte; parla bene, ma nel meglio s'impappina, ammutolisce e scoppia in un pianto dirotto. Il prete stacca le spalle dal muro, le si accosta e cerca di rimetterla sulla buona via; ma la poverina non ci va. La folla s'agita e mormora, e un contadino che mi sta accanto, tentennando il capo, osserva con voce severa chequanno uno nun tene fritto non si àve da espone'!
Tre belle ragazze nel pieno vigore della loro sana e gagliarda giovinezza fan dimenticare subito a tutti il pietoso incidente. Le ragazze, appena incominciano a muovere le labbra rosee, ci dicono con nostra grande maraviglia che esse sono Erode, Pilato e il Cireneo; e come se fossero proprio il buon Simone di Cirene, il noto prefetto romano e il ferocissimo sire della Giudea, rimangono tutte e tre a ragionare seriamente fra loro, e poi se ne vanno, cedendo il luogo ad alcune fanciullette, che ci portano a far vedere tre cimelii preziosissimi: una canna, tre chiodi e una lancia. Dopo l'esposizione dei cimelii entra in scena la Veronica, e appresso a lei si fa innanzi un'altra femina che alzando le braccia e sporgendosicol seno fuori del terrazzino grida con la voce squillante:
È morto Gesù Cristo e non v'inganno.
È morto Gesù Cristo e non v'inganno.
All'orribile annuncio s'ode qualche singulto, e la messaggiera, dopo di avere eseguita una controscena che le ottiene l'approvazione unanime, lascia il posto a una strana e misteriosa figura muliebre col volto nascosto sotto un fitto velo nero, coperta da un manto rosso ed armata di una lunga spada brunita, lampeggiante al sole. È Giuda! Appena essa senza dire una parola si allontana, seguìta da qualche commento ostile, una zitella di grandi forme si avanza maestosamente reggendo una croce di legno: rimane per qualche istante con la testa bassa come se tosse trafitta dal più profondo dolore; poi, alzando un braccio in atto di comando e volgendosi verso il santuario, esclama:
O angeli correte assai veloceDi Gesù Cristo a sostener la croce.
O angeli correte assai veloce
Di Gesù Cristo a sostener la croce.
Quattro bambini, con le ali di carta indorata tremolanti sulle loro tenere spalle, escono subito saltellando dalla chiesuola, si appressano alla donna, le si aggruppano intorno e rimanendo immobili in varii atteggiamenti studiati, formano insieme con lei un quadro vivente che tutti quanti ammirano e lodano. Quando il quadro se ne va, la folla passa rapidamente dall'ammirazione all'impazienza e comincia a dar segni visibili di una commozione vivissima: ondeggia come un campo di biade mosso dal ponente, s'increspa come la superficie di un lago sotto la brezza mattutina, e ritorna immobile; ma nella sua immobilità ci si sente l'annuncio di qualchecosa di grosso che sta per accadere: difatti mentre tutti son fermi e ritti sulle punte dei piedi, quelli intorno a me io li sento esclamare: —Èsselo veh!...Èsselo veh!...È isso!...Mo vène!...Mo arriva!...
— Chi arriva? — dimando a una contadina.
—Gliu Cristo de la bara! — mi risponde subito la donna con voce tremante; e, stringendosi al seno un bambino, si volge con gli occhi lustri per la tenerezza verso il santuario dalla cui porta escono quattro giovinette, reggendo i lembi di un lenzuolo bianco che rappresenta anch'esso la sua parte, quella di sacra sindone. Le adolescenti vengono avanti pianino pianino, in silenzio; e la folla le accoglie silenziosamente; ma quando si accorge che nel loro lenzuolo c'è dentrogliu Cristo de la baranon sa trattenersi dal salutarlo con le stesse parole e con gli stessi gesti coi quali il pubblico di una arena saluterebbe l'entrata in scena del suo attore favorito.
Le quattro giovinette incominciano a cantare, e la folla, dopo di aver manifestata con un lungo mormorio la propria soddisfazione, si accheta per ascoltarle; ma appena esse cavan fuori dalla sacra sindone il simulacro del Cristo morto e piagato, scoppia in un urlo formidabile che rintrona sotto la rupe colossale. Allora tutti i fucili sparano insieme; le detonazioni interminabili di centinaia e centinaia di mortaletti rimbombano nelle forre della montagna, e il cielo, le rupi e gli alberi si velano di un fumo acre e soffocante entro cui migliaia e migliaia di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli presi tutti da una follia spaventosa gridano, battono le mani, gittano i cappelli in aria, sventolano i fazzoletti, le sciarpe e le giacchette, s'inginocchiano, baciano la terra, si contorcono, ed eccitandosi a vicenda si abbraccianfra di loro, piangono, ridono, tendono le mani verso l'immagine miracolosa dicendole parole insensate, ed anche ingiurie; e seguitano così per un pezzo, fino a quando, mezzo stroncati dalla tensione eccessiva dei nervi e stremati di forze, non cadono a poco a poco inerti, insensibili e istupiditi in una calma bestiale.
Il fumo delle schioppettate e dei mortaletti si dilegua e una donna, l'ultima dellezitelle, s'affaccia al parapetto del terrazzino, recita in fretta pochi versi di commiato e rientra subito nella chiesuola. Il prete chiude il libro e la segue. Allora alla rappresentazione sacra tien dietro un'altra profana; poichè tutta la gente volta immediatamente le spalle al santuario e si allontana con tanta rapidità che, in brevissimo tempo, i luoghi ove si accalcavano tante migliaia e migliaia di persone rimangono deserti: e tutto il dorso del monte si vede istantaneamente gremito da torme interminabili e variopinte di pellegrini, che simili a fiumane vorticose, invadendo i sentieri e le scorciatoie, scendono al piano cantando e portandosi via lunghi rami frondosi di faggio, ottimi per bacchiare le noci e le mandorle; orciuoli rilucenti pieni d'acqua benedetta, eccellente per estinguere la sete e le tentazioni del demonio; e fasci di erbe aromatiche verdi e fiorite, raccolte intorno allacasa addove abbita la Santissima Ternitane, e da servire all'occasione come rimedio infallibile contro le insidie di quei mali «che fan guerra al miser uom».
Finchè lo potei, io seguii con lo sguardo commosso le turbe che divenivano via via sempre più piccole e sempre più lontane; e quando le vidi sparire nell'ombra della valle pensai che come le nubi salgono sui monti per ivi disciogliersi in pioggia e ritornareal mare, così quei pellegrini dopo di esser saliti sulla montagna ora ricalcando la via per cui eran venuti se ne scendevano ai loro paesi per ritornare nel gran mare delle fatiche penose e delle tribolazioni infinite; nel gran mare del dolore, ove la più gran parte di loro non avrebbe mai e poi mai avuto la speranza di un porto!
***
Prima che il santuario venisse chiuso vi rientrai; e mentre un chierico si affaccendava a riporre in un cassone alcuni arredi sacri, potei osservare con agio l'affresco sopra all'altare. Esso rappresenta la Trinità, e mi pare curiosissimo, perchè il mistero fondamentale e impenetrabile della nostra santa religione non è raffigurato come al solito da un vecchio, da un giovane e da una colomba; ma da tre persone, le quali, come dice benissimo la lauda che comperai dal vecchio aedo, sono:
Tutte e tre d'una statura,Tutte e tre d'una figura,Tutte e tre d'una beltà.
Tutte e tre d'una statura,
Tutte e tre d'una figura,
Tutte e tre d'una beltà.
Cotesta immagine della Santissima Trinità non odora un po' d'eresia? Forse. Ma, ad ogni modo se la Chiesa la tollera, non veggo per qual ragione non dovrei tollerarla anch'io. Alcune pitture raffiguranti varii episodi della nostra Redenzione adornano le pareti del santuario, e secondo il parere di chi se ne intende o finge d'intendersene, dovrebbero risalire fino al settimo secolo, ma non glie la fanno, tanto son deturpate dai restauri; tuttavia fra quellepochissime riuscite a salvarsi, non so come, dalla scopa del restauratore, potei osservare l'immagine di un fraticello pieno di grazia, di sentimento e di iscrizioni lasciategli addosso dai suoi ammiratori. Altre iscrizioni scarabocchiate col carbone o incise con una punta nell'intonaco vidi anche sparse qua e là sulle mura: talune in greco, molte in latino e la maggior parte in italiano, più o meno italiano. Mentre il chierico, fischiando, seguitava a riporre gli arredi sacri nel cassone, ne lessi parecchie e ne ricopiai queste tre:
Hic fuit Antono Batista deTalacozzo12 de Austo1536Hic fuit sacerdosJoannes de Cellissub Alino 1491dic. XV.Hic fuit Antonius Malosius1402die ... Januarij.
Hic fuit Antono Batista de
Talacozzo12 de Austo
1536
Hic fuit sacerdos
Joannes de Cellis
sub Alino 1491
dic. XV.
Hic fuit Antonius Malosius
1402die ... Januarij.
Sazio alfine di iscrizioni e di pitture, di pellegrini e di preti, di Trinità e di Redenzioni lasciai il santuario e me ne andai a far quattro passi lungo il sentiero che costeggia la rupe. Camminavo già da qualche tempo in mezzo a un incanto di odori e di colori, respirando un puro e fresco venticello di ponente, quando una qualche cosa che vidi biancheggiare sotto un groviglio di rovi e di sterpi mi fermò. Ruppi col bastone le spinose piante salvatiche e scopersi un femore umano. Mossi ancora un po' di terra e uscirono fuori altre ossa. Mentre io le stavo radunando sopraggiunse un contadino: le guardò ridendo e mi disse:
— Signò' chesso è asino.
— Ma che asino! — gli risposi — Chesso è uomo.
— Nonsignora, è asino. — ribadì il contadino.
— È un uomo. — ripetei io, e, dopo di aver disposto le ossa in modo che apparisse lo scheletro, — lo vedi? — gli dissi. Egli allora divenne serio, si fece il segno della croce, e se ne andò lentamente, borbottando: —È robba de briganti.
***
Nel pomeriggio torniamo a Vallepietra, per dormire; e al primo schiarire del giorno, seguendo il corso del Simbrivio scendiamo a Cominacchio, ove il fiumicello irrequieto confonde le sue acque sonore con quelle dell'Aniene. Ivi all'ombra amica di una selvetta di arboscelli accanto a un vecchio ponte medioevale divoriamo la colazione; quindi riprendiamo il cammino e, costeggiando sempre il fiume veloce, dopo di esserci arrampicati sui fianchi dirupati di un monte, sul cui vertice illuminato dal sole ridevano nel cielo sereno le casette di Jenne, per visitarvi una caverna paurosa che porta il nome di Grotta dell'Inferniglio, e dopo di aver percorso una lunga valle formata dalle pendici del Livata e da quelle del monte Carpineto, così chiamato, credo, perchè le sue balze scoscese son tutte rivestite da grandiosi boschi di carpini, perveniamo dinanzi a una parete di rocce, in cima alla quale, dietro ai rami contorti di annose piante di ulivi e presso a un bosco di lecci secolari, vediamo risplendere da lontano i vetri delle finestre innumerevoli del superbo monastero di Santa Scolastica.
Eravamo fermi a contemplare il paesaggio maraviglioso rallegrato dal crosciare dell'Aniene fuggente di balza in balza fra quei greppi ove su le rovine della villa di Nerone nacque, diffondendosi poi prodigiosamente nel mondo, l'ordine monastico occidentale, e, risalendo col pensiero il corso lungo dei secoli, cercavamo su le sponde verdi del fiume famoso le ombre gigantesche degli imperatori e dei santi, dei papi e degli abati, dei cardinali e dei guerrieri; quando una vecchia cenciosa con un fascio di strame sopra le spalle ossute, sbucando all'improvviso da un viottolo incorniciato da due siepi spinose, ci venne incontro, e appena si accorse che noi, seguendo il costume di coloro che ritornano dal santuario della Trinità, avevamo i cappelli ornati da mazzetti di fiori di carta e da qualche immagine sacra, ci chiese se potevamo darle notizie di un grandissimo miracolo operato dallaSantissima Ternitanesu una giovane posseduta dal demonio. Sorpresi dalla dimanda della vecchia noi non sapemmo che cosa rispondere; e allora essa, mentre la guardavamo sorridendo, prese a narrarcelo lei il grandissimo miracolo, e, poi che ce ne ebbe descritte tutte le fasi con una ricchezza di particolari veramente sorprendente, chiuse il racconto con queste precise parole: —Vòi v'avete da pensà' che quanno gliu prete l'ha benedetta, alla povera figlia c'è ascito dagliu cuorpo 'nu pesce longo tanto co' la testa d'animale!
— Ma, dimmi un po', tu ci sei stata al santuario della Trinità? — le chiesi.
—Nonsignora.
— E allora tutte queste cose come le sai?
—Le so perchè me l'ha ditte un'amica mia ch'è revenuta mo.— mi rispose subito la vecchia con lavoce ferma, guardandomi negli occhi; e, agitate in fretta le mani scarne in segno di saluto, traversò la strada ed entrò in un sentiero, ove dopo qualche passo si fermò, si volse e con quanto fiato aveva in corpo gridò: —Evviva la Santissima Ternitane!
— Evviva! — le rispondemmo tutti noi ad una voce; e quando curva sotto il peso dello strame la vedemmo alfine scomparire fra le rocce sulle quali s'allungavano le ombre azzurre degli ulivi dorati dal sole cadente, riprendemmo il cammino, e accompagnati dal suono continuo di una campana che veniva dal monastero di San Benedetto, poco dopo eravamo a Subiaco.