IL PIANTO DELLE ZITELLE
Benchè una voce stentorea avesse già gridato più volte: — Partenza! Partenza! Partenza! — il treno non s'era ancora mosso che i miei compagni di viaggio, tutti soci più o meno valorosi del Club Alpino, mi avevano già messo due limoni sulla bocca dello stomaco, un barometro e un contapassi nei taschini del panciotto, una bussola nella borsetta del tabacco, e due carte geografiche nelle saccocce della giacca: due maledette carte geografiche, le quali, quando per disgrazia mia venivano aperte non c'era più modo di poterle richiudere. Tutto questo materiale scientifico di cui i miei amici mi avevano infarcito mi fece pensare subito che io forse m'ero messo con soverchia leggerezza in una impresa troppo difficile per le mie gambe, e mentre la voce stentorea seguitava a gridare: — Partenza! Partenza! Partenza! — fui vinto dal vile pensiero di scendere e di squagliarmi; ma, ohime! proprio quando il mio pensiero stava per tramutarsi in azione, il treno sussultò, prese a muoversi piano piano, uscì dalla stazione e principiò a galoppare per la campagna.
Alea jacta est, mormorai fra me e me per darmi coraggio; guardai col cuore stretto la cupola di SanPietro che correva a nascondersi dietro gli archi di un acquedotto alla cui ombra riposavano alcuni buoi, e mi addormentai. I sogni che funestarono il mio sonno furono orribili. Prima mi parve di essere inseguito da un orso bianco il quale mi divorava con tutte le carte geografiche e le bussole che avevo indosso, cagionandomi il grandissimo dispiacere di non saper più da qual parte orientarmi; poi mi sembrò di essere non so più a quante migliaia di gradi sotto lo zero e diventare una granita di limone; da ultimo sognai di cadere da una montagna altissima in una valle bassissima: per l'effetto della caduta il barometro si spezzava, il mercurio scappava via e io dietro, di corsa, cercando di raccattarlo col cappello. E la corsa non fu breve davvero! Figuratevi che io il mio mercurio non lo potei ripigliare se non nella stazione di Frosinone, ove il treno si fermò ed io mi svegliai.
Fuori della stazione di Frosinone stavano ad aspettarci due vetture; vi salimmo, e dopo di aver percorsa una pianura gialla, ove scintillavano qua e là i falcetti dei mietitori, e di avere attraversato alquanti colli rivestiti di ulivi, di olmi, di querce e di pioppi arrivammo in Alatri. Colà ci ristorammo con un piatto di spaghetti eccellenti; visitammo le mura ciclopiche, eccellenti anche esse; entrammo in qualche chiesa; ci fermammo davanti agli avanzi di alcuni edifici gotico-romani; leggemmo due o tre iscrizioni latine; ci riposammo un momento nel Caffè della Dodicesima Legislatura e ripartimmo subito per Guarcino.
A Guarcino ci fermiamo in mezzo a una piazza, piena di bambini e di galline, per dare un po' di respiro ai cavalli; ed io ne approfitto per avvicinarmi a un omnibus verde, carico di attrezzi da circo, su cuileggo questa misteriosa iscrizione:Compagnia Cavallerizza Colorita. Accanto all'omnibus verde un cavallo bianco, magro e gobbo dorme sulle quattro zampe, e due saltimbanchi, curvi su una caldaia nera, rimescolano una broda giallastra. Quando lasciamo Guarcino il cielo si copre di nuvole, la pioggia cade e ci segue fino all'Osteria d'Arcinazzo. Quivi lasciamo le vetture, e mentre il cielo ritorna sereno, incominciamo a salire pian piano verso Vallepietra. A destra sotto di noi dal fondo della valle, il cui verde, velato dall'ombra del giorno morente, incupisce, s'ode venire un continuo rumore d'acque cadenti. È il Simbrivio, il quale appena nato scende già frettoloso verso Cominacchio per ivi finire la sua vita breve nelle acque dell'Aniene. Mentre il Simbrivio scende e noi saliamo per la ripida via mulattiera, da lontano, fra i rami degli alberi, vediamo brillar qualche lume. Poco dopo udiamo anche qualche voce e ci troviamo in mezzo a una torma di pellegrini che sale al santuario della Trinità.
— Da quale paese venite? — dimando a un'ombra, passandole accanto, e l'ombra mi risponde: — Da Ferentino.
— E quando ci arriverete alla Trinità?
— Domani.
E domani ci arriveremo anche noi; poichè noi non ci siamo mossi da Roma soltanto per fare dell'alpinismo, o, per esser più precisi, dell'apenninismo; ma anche per assistere ad una cerimonia sacra e caratteristica che si celebrerà dopo dimani nel santuario della Trinità; santuario fondato nel quinto secolo dai monaci di San Benedetto sur una rupe del monte Autore, poco lungi da Vallepietra, a mille e trecento metri di altezza. La cerimonia sacra a cui assisteremosi chiamaIl Pianto delle zitelle: ed è, a quel che mi dicono, una rappresentazione della passione e morte di nostro Signore: un rimasuglio, forse, di quei componimenti ispirati quasi sempre dalla Bibbia, i quali, come tutti sanno, fin nel più lontano medio evo venivano recitati prima in forma di dialogo e poi come veri e propri drammi, e servivano con l'allettamento dell'arte a tener viva nei cuori la fede nei dogmi e ferma nelle menti la memoria delle leggende e dei miracoli della nostra religione. Cotesta rappresentazione ha luogo ogni anno nella domenica seguente alla Pentecoste, e per vederla migliaia e migliaia di pellegrini si partono dalle città, dai paesi e dai borghi del Lazio, dell'Abruzzo e della lontana Campania e salgono al santuario.
Ma ilPiantolo sentiremo piangere dalle zitelle dopo dimani; per intanto ci lasciamo dietro i pellegrini che salgono il monte lentamente, cantando di tempo in tempo giaculatorie, e dopo un altro po' di cammino arriviamo a Vallepietra. È già notte buia. Traversiamo il paese e andiamo subito a trovar l'arciprete, amico nostro e del Club Alpino, che gli ha affidato la direzione di un osservatorio termo-pluviometrico. Egli ci accoglie a braccia aperte, e dopo un po' di conversazione rallegrata da parecchi bicchieri di un vinetto squisito e riscaldata da un focherello scoppiettante in un enorme camino, ci conduce in una stanza, apre una finestra e ci mostra il suo osservatorio: due vasi di matricaria, un vasetto di basilico, un cassettoncino di pomidori, un piccolo recipiente di zinco ed un termometro.
Appena la finestra dell'osservatorio si richiude, la porta della stanza si riapre e appare ai nostri occhi la figura corpulenta e gioconda del signorGazzetti, l'oste di Vallepietra, il quale col più dolce dei suoi sorrisi ci dà l'annuncio che la cena è pronta e ci invita a seguirlo. Lo seguiamo subito, ed egli appena è in istrada, prima ci manifesta tutta la sua allegrezza per aver ottenuto dalla sezione di Roma l'alto onore di poter fregiare la propria taverna con lo stemma del Club Alpino Italiano; e poi ci dice che volendo di cotesto onore rendersi degno ha pensato di recarsi nella prossima estate sulla cima del monte Velinoda dove si gode un colpo d'occhio impossibile, perchè da una parte si vede il mare e dall'altra l'istesso. Noi lo incoraggiamo a tentare l'ardua ascensione, ed il buon uomo tutto ringalluzzito ci precede a gran passi, ansando; ma arrivato a una piazzetta, con la scusa di farci osservare due lunghi pali di faggio, innalzati davanti a una chiesa, si ferma. I due pali secondo un'antichissima consuetudine vengono confitti nel terreno dai fanciulli e dai giovinotti del paese, ogni anno, nel primo giorno di maggio e sono chiamatiKalendi. Il più alto è quello dei giovinotti ed ha sul vertice un ramo di frassino, l'altro ha la punta ornata da una frasca di ginepro. Sulla piazza vediamo anche un palazzo nero, e sul cielo palpitante di stelle una torre quadrata e merlata, costruita sei secoli addietro da un nipote di Bonifacio ottavo. Torre e palazzo appartennero già ai Caetani, poi agli Astalli, quindi ai Marefoschi ed ai Piccolomini, e ora sono dei Troili, i quali ne dividono le proprietà coi topi, coi pipistrelli, coi gufi e le civette. Il Gazzetti ci fa ancora ammirare, accanto a una delle finestre del palazzo, una vecchia trave infissa nel muro, la quale nei suoi bei giorni serviva a distribuire i tratti di corda a quei vallepietrani che se ne erano resi meritevoli; e poi ci conduce nellasua taverna, ove finalmente troviamo imbandita la cena, il cui piatto principale consiste in uno squisito arrosto di vitella con la barba, ovverosia di capra.
L'oste, servendoci in tavola, non perde una sillaba dei nostri discorsi, i quali su per giù, ma più giù che sù, si riferiscono a varie ascensioni e discese di aspre montagne, e ne rimane tanto entusiasmato da non saper più trattenersi dal confessarci il desiderio suo di salire il Gran Sasso: e quando la cena è finita egli, salendo col pensiero anche più in alto, non sa nasconderci la speranza di potere in un avvenire non troppo lontano recarsi su qualche vetta delle Alpi. Noi gli auguriamo di gran cuore che le sue speranze si realizzino; beviamo ancora un bicchiere e usciamo dalla bettola. L'oste ci segue e dopo qualche passo si avvicina a uno di noi, e trattenendolo per la giacca, con una circospezione grandissima, gli sussurra all'orecchio cheil barlometro è di una difficoltà impossibile.
— Ma non hai letto il libro che ti è stato mandato? — gli chiede il nostro compagno.
—L'ho letto— ripiglia l'oste, aprendo le braccia —ma non ci ho potuto capirci la più piccola parola.
— Vuol dire che non lo hai letto con attenzione. Capirai, sono cose scientifiche.
—Ho capito.— balbetta allora il povero oste. —Ho capito.— E ripetendo fra sè: —Sono cose scentifiche!— ci augura la buona notte, e si allontana lentamente a testa bassa, cogitabondo.
***
La dolorosa e commovente istoria dell'oste di Vallepietra e del suo barometro vale la pena di esseretramandata ai posteri non soltanto per rallegrarli, ma anche per insegnar loro di quanto male sia cagione il cibarsi del pane della scienza quando non si possegga lo stomaco adatto a digerirlo.
Qualche mese addietro due alpinisti della sezione romana, scendendo dalla cima dell'Autore, si fermarono nell'osteria del Gazzetti; e stanchi ed accaldati com'erano, per godere un po' di frescura, si tolsero le giacche e deposero sopra a un tavolino due binocoli, una macchina fotografica, alcune carte topografiche, qualche libro, un termometro ed un barometro aneroide. L'oste, mentre i due giovinotti gli chiedevano un po' di vino, di pane e di prosciutto, non seppe dominare la curiosità di cui gli era cagione la vista dell'aneroide, e appena ebbe messo dinanzi ai due tutto quello che gli avevano chiesto, dimandò loro timidamente a qual razza di orologi appartenesse quell'orologio del quale egli non aveva mai visto l'uguale.
— Ma questo non è un orologio. — gli rispose sorridendo uno dei due giovinotti, pigliando in mano l'aneroide — Questo è un barometro.
—Ho capito.— balbettò l'oste —Questo è un barlometro.— E tolto dalle mani dell'alpinista l'aneroide, dopo di averlo esaminato da ogni parte con grandissima attenzione, se lo avvicinò agli orecchi, e non sentendolo palpitare, esclamò: —Si ha fermato! Bisogna caricarlo.
— Ma il barometro non si carica.
—Ho capito. Nun se carica, ma però, si lui nun se carica, come cammina?
— Ma non deve camminare. — ribattè il giovinotto, e soggiunse, ridendo: — Basta che cammini quello che lo porta.
—Ho capito. Nun deve camminà'. Ma però si lui nun cammina che ve ne fate?
Allora l'alpinista, incominciando a divertirsi della curiosità del buon uomo, fra un sorso e l'altro di vino e fra una fetta e l'altra di prosciutto, prese a spiegargli come il barometro non servisse per distinguervi le ore, ma sì bene per misurare l'altezza dei monti e per prevedere il tempo buono e il tempo cattivo, il sereno e la pioggia.
—Ho capito!— esclamò l'oste, spalancando gli occhi —Ho capito!— E, dopo qualche istante di silenzio, chiese: —Dunque uno de noi, con uno de questi giocarelli in mano, lui potrebbe sapé' quando che piove?
— Potrebbe.
—E per comprà' uno de questi giocarelli quanto si impiega?
— Mah, una quarantina di lire.
—Ho capito. E dove se vendeno?
— Dall'ottico.
—Ho capito. Dal lottico.— balbettò ancora l'oste.
E non fiatò più. Ma da quel momento decise irrevocabilmente che non appena gli si fosse presentata l'occasione di andare a Roma avrebbe comperato unbarlometro. Difatti qualche settimana dopo, avendo dovuto scendere nell'Urbe per sbrigare alcune faccende, si recò da unlotticoed acquistò un aneroide. Naturalmente illottico, prima di consegnarglielo gli spiegò il modo di servirsene; ma alle parole dell'uomo della scienza l'uomo dell'ignoranza ci badò poco; e tutta la parte che si riferiva al modo di leggere i diversi gradi delle altitudini, come gli entrò da una orecchia così gli uscì dall'altra. Ilbarlometronon l'aveva comperato per questo! A lui il saperedi trovarsi un metro più su o un metro più giù importava poco; quello che gli importava moltissimo era il poter prevedere le variazioni dell'atmosfera, e, per precisar meglio il suo pensiero, il poter sapere prima degli altri quando il tempo sarebbe stato bello e quando brutto. E per capir questo non occorrevano spiegazioni. L'aneroide con la sua bella lancetta lustra e con le sue belle parole stampate sulla mostra parlava da sè. E l'oste, sbrigate le sue faccende, se ne partì da Roma felice e contento.
Ma, ahimè, la sua felicità e la sua contentezza dovette lasciarle per istrada; poichè lungo il viaggio da Roma a Frosinone e da Frosinone all'Arcinazzo, benchè il tempo fosse bellissimo, egli vide l'indice del suobarlometroinclinarsi su quel punto dove si leggeva: pioggia; e quando arrivò a Vallepietra, mentre il sole cadeva in una gloria di luce, s'accòrse con sua grande maraviglia che il suddetto indice non solo era sceso ancora, ma s'era fermato su quella parte della mostra ove si leggeva scritta a grandi lettere la parola: tempesta. Come mai? Che l'aneroide si sia guastato? — si domandò il pover uomo; ma si rispose subito: — Impossibile! — E allora? Allora come egli aveva dinanzi ilbarlometro, così si pose dinanzi le corna del seguente dilemma: — Va avanti lui o va indietro il tempo? Accomodò le cose pensando che l'aneroide anticipasse più di quanto avrebbe dovuto l'annuncio della burrasca; e, sicuro del fatto suo, andò attorno profetizzando agli amici e conoscenti che l'indomani sarebbe stato un tempo da lupi. Tutti credettero che scherzasse, e qualcuno arrivò perfino a dimandargli se non si fosse impazzito; ma il profeta, incrollabile nella sua fede, rispose agli increduli: —Ce ne riparleremo a domani!— E se netornò a casa. Quivi riprese in mano l'aneroide. Segnava sempre: tempesta. Prima di andarsene a letto esaminò a parte a parte il cielo per vedere se per caso qualche nuvoletta non incominciasse già a turbare l'immacolata serenità del firmamento; ma, pur troppo, dovunque ei rivolse gli occhi scrutatori non vide che un infinito scintillare di stelle. Si coricò e passò la notte sognando che molti diluvii universali e parecchie cascate del Niagara gli annacquavano il vino in tutte le botti della sua cantina, e quando i galli incominciarono a cantare e la prima luce del giorno nascente fugò le tenebre e i sogni, corse alla finestra, l'aprì e vide dinanzi a lui tutti i monti che circondano Vallepietra, come un vasto anfiteatro, alzare le cime azzurre e ridenti nell'aria serena; vide a poco a poco tutto il cielo divenire di porpora e d'oro; e vide finalmente sorgere il sole: non il solito sole di tutti i giorni; ma, direi quasi, un sole festivo: un sole talmente bello, radioso e abbagliante quale egli non l'aveva mai visto.
E ilbarlometro? Ilbarlometrosegnava sempre: tempesta.
Per cercare di spiegarsi il procedere scandaloso del suo aneroide il povero oste le pensò tutte; ma non ci riuscì: non ci riusci perchè le pensò tutte meno una: quella cioè che tali barometri sogliono spostare il loro indice a seconda dell'elevazione dei luoghi ove vengono portati: così che se la lancetta del suo aneroide non s'era più mossa dalla parte ove era stampata la parola tempesta, ciò avveniva perchè cotesta maledetta parola trovavasi scritta proprio in quel punto della mostra ove l'indice doveva necessariamente fermarsi per segnare l'altitudine di Vallepietra.
Tutto quello che il povero oste soffrì per causa del suo barometro ve lo lascio immaginare.
Alfine, non ne potendo più, pensò di scrivere ai signori del Club Alpino perchè gli mandasserouna istruzione che fosse bona a far camminare il suo barlometro, il quale subbito che era arrivato a Vallepietra, abbenchè il tempo fosse splentito, si aveva fermato con la sua sfera sulla tempesta e non c'era caso di farlo più movere.
Un'anima perversa gli mandò un vecchio opuscolo, pubblicato dalla Reale Accademia dei Lincei.
Il pover'uomo lo lesse, non ci capì nulla; ma concluse cheil barlometro è di una difficoltà impossibile.
***
Ieri sera avevo già spento il lume, quando nella stanza vicina alla mia udii risuonare una voce femminile la quale dimandava che cosa fosse ilGlubbe Albino. Dopo qualche istante di silenzio un'altra voce, maschile, le rispose gravemente così: —Il Glubbe Albino, cara Filomena, è una cosa che qui a Vallepietra poco se conosce: ma in quelle parte dove che lei è conosciuta la conoscheno tutti.
Il sole è già alto e noi saliamo verso il santuario della Trinità, ove stanotte dormiremo alla meglio in una capanna, e domani assisteremo alla sacra cerimonia delPiantoe vedremo lezitelle. Quando la salita incomincia a farsi sentire ci fermiamo dinanzi a certe rocce dalle quali sgorga un filo di acqua, e sappiamo da un giovinetto di Vallepietra che il luogo ove siamo si chiama l'Acqua delle Donne.
— Perchè? — gli chieggo.
—Perchè le donne quanno che loro ritorneno dalla Ternità se ce laveno sotto pe' devozione.— mi risponde il giovinetto, ridendo; e appena ci rimettiamo in cammino mi mostra un'altra sorgente chiamata l'Acqua Cornetta: e poichè vede l'interesse col quale io l'ascolto, dopo di avermi additata una cappelletta bianca che porta il nome non molto poetico di Porco Grasso, si ferma sotto a una quercia sul cui vecchio tronco nereggia una croce, e mi dice che lacerquasi chiama li Quarti de Baragà.
Sorpreso della stranezza del nome dell'albero rivolgo all'adolescente qualche dimanda, e dalle sue risposte riesco a sapere una storia orribile.
Molti anni addietro un francese, un tal Baragas, sottoalla cerquavi uccise un pastore per derubarlo.Il francese fu arrestato e portato a Napoli e colà fu impiccato: poi il suo corpo venne chiuso in una bigoncia espeditoa Vallepietra, ove il maestro di giustizia, dopo di averlo squartato ne miseli quattro quartisu la schiena di un asino, li portòsulla faccia del logo del delittoe li appese ai rami dellacerquasotto alla quale era stato assassinato il pastore.
Mentre raccoglievo dalle labbra del giovinetto il racconto macabro alcuni pellegrini che passavano si fermarono dinanzi all'albero; si inginocchiarono, biascicarono qualche avemaria, buttarono qualche sasso sulla croce e si allontanarono. Dimandai per qual ragione i pellegrini, dopo di aver pregato avessero gittato i sassi sulla croce; ma nessuno me lo seppe dire. Mi risposero tutti: —Hanno fatto accusì, perchè fanno sempre accusì. Immaginai che forse la preghiera fosse per l'anima della vittima e il sasso per quella dell'assassino, e ripresi a camminare pensando come ad ogni modo la costumanza dovesse essere certamente un detrito dell'antichissimalitholatria. E non mi parve per nulla affatto strano il veder conservato un tal culto in un paese ove di sassi ce ne sono anche troppi!
L'arciprete di Vallepietra che ci precede cavalcando un muletto interrompe le mie meditazioni pietrose, fermandosi per indicarmi una sua proprietà che ha nome Belvedere. Un burlone gli suggerisce subito di piantarvi molti cavoli per rivenderne i torsi ai musei. Oltrepassato il podere dell'arciprete il sentiero ove siamo, girando e rigirando in un labirinto di rocce, ci porta sul sommo di una altura e di lassù vediamo in tutta la sua imponenza la rupe gigantesca ai cui piedi il santuario sembra un giocattolo. La rupe di calcare azzurrino, macchiato qua e là dal gialloranciato dell'ossido di ferro, sorge sul ripido pendio della montagna come una parete enorme, e si inalza a perpendicolo per circa duecento cinquanta metri. Mentre siam fermi ad ammirarla ci viene agli orecchi un romore di canti e di grida, interrotto di quando in quando da qualche fucilata.
— S'ammazzano? — chieggo, ridendo, all'arciprete.
— No — mi risponde serio serio dall'alto del suo muletto il buon prete — festeggiano la Trinità; — e scotendo il capo mi dice come cotesto modo di festeggiarla sia spesso cagione di gravi disgrazie, poichè al rintronare delle schioppettate dalla rupe solcata da enormi screpolature i sassi cadono sulla folla, sì che ogni anno qualcuno torna a casa, se pur ci ritorna, con la testa rotta.
Seguitiamo a salire, e a poco a poco sotto alla rupe incominciamo a distinguere qualche cosa somigliante a un brulicare nero di formiche intorno a piccoli cespugli: saliamo ancora, e via via i piccoli cespugli si trasformano in querce, in aceri ed in faggi colossali, le formiche diventano persone, e ci troviamo in mezzo a migliaia e migliaia di uomini e di donne di tutte le età, che pregando, cantando, urlando, e di tanto in tanto distribuendosi a vicenda solennissimi cazzotti, cercano di avvicinarsi al santuario. Il santuario, non molto grande, è tutto scavato nella roccia, e per entrarvi bisogna salire due scalette e passare su un terrazzino; ed è appunto sotto alle due scalette che la folla s'agita più fitta e più romorosa. Alcuni uomini armati di fucili provano a mettere un po' d'ordine nella moltitudine invasata dal furore religioso e dal desiderio di penetrare nel luogo sacro, ma non arrivano ad altro che ad accrescere il disordine. Quando dopo una lotta degna di miglior causa ioriesco ad avvicinarmi ad una delle scalette, mi trovo accanto a uno stendardo su cui leggo scritto a grandi lettere: Compagnia di Anagni. Lo stendardo è sorretto da due donne e tutti quelli che vi sono intorno strillando: —Largo! Largo! Largo!— si chinano verso il terreno come se cercassero qualche cosa. Guardo anch'io ove tutti guardano, e veggo con ribrezzo due uomini e una donna che andando carponi con la faccia nel fango si muovono lentamente fra i piedi dei loro vicini. I tre sciagurati hanno incominciato a camminare con le ginocchia appena han visto da lontano per la prima volta il santuario, e per mantenere una promessa fatta alla Trinità, dovrebbero arrivare camminando sempre così fino dinanzi alla sua immagine miracolosa; ma al primo gradino della scaletta si fermano e non possono andare più oltre. La folla tenta di animarli coi gesti e con le parole, li esorta a proseguire e li stimola ad adempiere il voto; ma i tre disgraziati nello stato di esaurimento in cui sono non veggono e non sentono più nulla e rimangono immobili. Qualcuno spruzza sui loro volti un poco di aceto. Tutto è inutile. Allora si fanno avanti alcuni contadini; li legano con lunghe corde, e uno alla volta li traggono su in cima alla scaletta come se fossero fagotti di cenci, e mentre tutti alzando le braccia urlano: —Grazia! Grazia! Grazia!— li spingono nel santuario, ove li segue tutta la Compagnia.
Poco dopo, vincendo il turbamento cagionatomi da tanta abiezione, li seguo anch'io e li riveggo inginocchiati dinanzi a un altare chiuso dentro a una cancellata dalle cui sbarre di ferro pendono fucili, pistole, stampelle, vesti, grembiuli ed altri oggetti coperti di polvere messi lì a testimonianza delle«grazie ricevute». I due uomini coi volti insozzati di fango, col naso insanguinato e con gli occhi fuori delle orbite agitavano le braccia verso una pittura antica; e la donna, anche lei col viso imbrattato di mota e con gli occhi sbarrati, brancicava con le mani luride la tovaglia bianca dell'altare e tossiva; e ad ogni scoppio di tosse il sangue le usciva dalle labbra escoriate, le scendeva giù pel collo e le macchiava la camicia. Il resto della Compagnia era fuori della cancellata. Uomini e donne di ogni età, tutti ammucchiati in terra uno addosso all'altro pregavano, e di tanto in tanto, alzando le mani tremule, prorompevano in grida e lamenti che rintronavano sotto la volta bassa del santuario. Qualche lampada spandeva un po' di luce giallognola nell'aria densa impregnata di esalazioni stomachevoli.
Accanto all'altare due preti, seduti comodamente su due seggioloni, appoggiavano i gomiti sopra a un tavolino su cui erano un gran libro aperto e un piatto di metallo: il libro per notarvi tutte le messe, piane o cantate che, a richiesta dei fedeli, dovevano poi celebrarsi in suffragio dei morti, e il piatto per raccoglierne subito il prezzo a vantaggio dei vivi.
Difatti non appena qualcuno sorgendo dalla folla prostrata a terra e genuflessa si approssimava al tavolino, vedevansi i due preti curvarsi sul libro aperto e udivasi il rumore squillante dei soldi cadenti nel piatto metallico.
Nel breve tempo che rimasi con la Compagnia d'Anagni io vidi molte donne appressarsi al tavolino per lasciarvi i loro risparmi nelle mani dei preti; una fra le altre che oltre ai quattrini vi lasciò anche un involto. Uno dei preti lo prese con un gesto d'impazienza, l'aprì, e, scotendo il capo, ne cavò fuoridue bellissime trecce di capelli biondi; le guardò un momento e le porse al suo vicino, e questi a sua volta le dette a un sagrestano che le appese a una sbarra della cancellata fra un mazzo di coltelli arrugginiti e una pistola rotta.
—È robba d'un'ossessa.— mi disse subito un contadino; e seguitò: —Ah, signoria! Si tu l'avessi vista un anno de là! Era la più bella de lo paese! Era bianca e rossa come 'na rosa! Ibbè? Quanno che gliu diavolo, Dio ne libbera me, gli entrava in cuorpo e la scoteva, addoventava 'na pazza! Mo la Ternità gli ha fatto la grazia e lei se ha tagliato le trecce e ce l'ha donate.
Il contadino aveva appena finito di parlare quando i due preti, alzando e agitando le braccia, incominciarono a gridare: —Su, che basta! Jate fòra!
Nessuno si mosse.
—Su, che basta! Jate fòra!— ripeterono i preti, e fatti rizzare per forza i tre inginocchiati dinanzi all'altare li mandarono fuori della cancellata. Allora si udì squillare un campanello: alcuni uomini armati di fucili, gridando anche loro:Fòra! Fòra! Fòra!entrarono nel santuario, e un po' con le buone e un po' con le cattive riuscirono a fare alzare i pellegrini e a spingerli verso la porta.
Mentre tutti se ne andavano, volgendosi di tanto in tanto a guardare l'altare, una donna rimasta indietro si trasse dal petto una moneta e la diede sottomano a un prete.
—Lassate chesta.— borbottò una voce: e la contadina fissando con gli occhi sfavillanti di gioia l'immagine della Trinità andò a rimpiattarsi nell'ombra.
Uscendo dal santuario m'incontrai in un giovinetto col volto rigato di sangue. Due contadini lo portavano a spalla e lo seguiva una donna piangente. Altre donneintorno a lei urlavano:Grazia!Grazia!Grazia!Che cosa era successo? Un sasso, uno di quei sassi dei quali mi aveva parlato poco prima l'arciprete di Vallepietra, s'era staccato dalla rupe ed era caduto sul capo del giovinetto facendolo stramazzare a terra privo di sentimento: l'avevano rialzato ed ora lo portavano dinanzi alla Trinità. E la Trinità per guarirlo non si fece pregar molto. Affaccendata in tante faccende sbrigò le cose alla lesta! Difatti poco dopo, ripassando davanti al santuario, l'adolescente moribondo lo rividi in ottima salute: stava genuflesso devotamente e pregava con le mani giunte; e un vecchio gli tagliava i capelli intorno alla ferita bagnandogli di tanto in tanto la testa con un cencio intriso d'acqua santa.
***
La folla aumenta sempre. I pellegrini arrivano a torme da tutti i sentieri che dal fondo delle valli salgono al santuario, e le Compagnie si seguono una all'altra continuamente. Ogni Compagnia appena è giunta alla meta sospirata del suo viaggio si sceglie sotto gli alberi o fra le rocce al riparo dal vento il luogo dove passare la notte, e vi innalza subito una catasta di legna, il cui fuoco dovrà difenderla dal freddo. Sulla costa del monte, che pende sotto ed intorno al santuario, di coteste cataste formate per lo più di bellissimi e robusti rami di querce, di faggi e di carpini, tutte coronate da una croce, ve ne sono a centinaia, e accanto ad esse s'aggruppano migliaia di pellegrini. Alcuni vinti dalla fatica del lungo cammino col capo posato sui loro fagotti di cenci dormono; altri mangiano avidamentepane ruscioe formaggio o masticano guainelle e lupini; qualcuno rallegra i compagni col suono della cornamusa; qualche donna cava da una cesta di vimini piena di stracci un bimbo, lo bacia, se lo porta al seno e lo allatta; i più, eccitati dal fervore religioso e felici di trovarsi finalmente accanto allacasa addove abbita la Santissima Ternitane, cantano con le voci rauche e gutturali preghiere monotone senza mai fine.
Dopo di aver girato qua e là fra la folla dei pellegrini, mi rifugio in una capanna, costruita dalla sezione romana del Club Alpino addosso alla rupe, poco lungi dal santuario, per cercarvi un po' di riposo, e ci trovo invece diversi preti che stanno prendendo le ultime disposizioni per la festa di domani.
La capanna è, si può dire, il quartier generale della preterìa: ovunque, sulle panche e alle pareti vi sono fiori di carta e di talco, fasci di candele, arredi sacri, stendardi, croci e alcuni fucili, senza dei quali in questi paesi pare che non sia possibile di celebrare nessuna festa nè religiosa nè profana. Di tempo in tempo qualchefestarolo, cioè qualcuno di quei contadinigrassii quali si assumono la direzione e l'impegno pecuniario della festa, entra nella capanna e va a confabulare coi preti. A uno di cotesti contadini uno dei preti dimanda: — Come va la cera?
—Nun c'è male.
— E le messe?
—Ringraziamo Iddio; se potemo cuntentà'.
— E per il Pianto è pronto tutto?
—Tutto! Ogni cosa è al suo ordine.
Un altrofestarolosi affaccia alla porta, guarda dentro e alzando un dito si avvicina a un prete dicendogli: —Don Luviggi! Una parola!
— Che vuoi? — chiededon Luviggi; e il contadino gli si avvicina ancora e gli dice abbassando la voce:
—C'è 'nu peccatore che vo' la confessione.
— Ma questo non è il momento! — esclama il prete alzando le spalle.
—Don Luviggi!— ripiglia subito il contadino aprendo le braccia —Don Luviggi! Quello tiene 'nu mazzo de cera accusì!
— Be', allora digli che aspetti: intanto piglia la cera — ordina il prete; e ilfestaroloesce, e poco dopo rientra con un fascio di candele.
Appresso a lui viene nella capanna un omicciattolo barbuto, una specie di gnomo con un cappellaccio da prete sul capo ricciuto e con un vecchio mantello color tabacco sulle spalle. È il romito che vive quassù ed ha in custodia il santuario. Egli appena mi vede mi presenta una scatola di latta facendovi ballare i soldi che vi sono dentro, e guardandomi con gli occhietti furbi mi dice: —Signò', stamo tutto l'anno qua per aspettà' 'ste giornate!
Uno dei preti lo guarda sorridendo e gli domanda:
— Come va?
—Oggi va 'nu poco moscio: speramo a domani.
Il romito finisce per interessarmi e gli rivolgo qualche parola; ma appena egli incomincia a rispondermi son costretto a lasciarlo, poichè i miei compagni mi mandano a dire che mi aspettano per andare sulla cima del monte. I miei amici, che son tutti intorno alla guida, un omino piccolino, ma con tanto di fucile in spalla, quando mi veggono da lontano prendono subito a camminare, ed io li raggiungo e li seguo. Dopo non molto in un luogo chiamato il Campo della Pietra ove troviamo la neve, sentiamo suonare la marcia dell'Aida, e vediamo dalontano uno stendardo sotto cui si muovono molte persone le quali sulla bella distesa bianca sembrano tanti bacherozzoli. Lo stendardo si avvicina, e vi leggiamo scritto disopra: Compagnia di Riofreddo. I pellegrini han lasciato ieri l'ameno paesetto che piglia il nome dal gelido ruscello il quale separa la provincia romana dalla Marsica; han camminato tutta la notte ed ora scendono al santuario. Una vecchia è innanzi a tutti seduta su un somaro e canta; quattro musicanti in uniforme militare la seguono e suonano; gli altri affondando i piedi nella neve, camminano e pregano. Li lasciamo passare; poi, quando i canti, i suoni e le preghiere si spengono nella lontananza ripigliamo la salita; arriviamo al Fosso dei Volatri, e ci fermiamo. Quivi l'omino che ci accompagna mi viene accanto e indicandomi con un largo gesto il luogo in cui siamo mi dice: —Qua mo ce sta la neve, e lei, signoria, nun potete vedere gnente; ma, si lei vieni qua nel tempo che la neve è finita, lei vederessi una cosa che te piacerebbe assai!
— Cioè? — gli domando ridendo, ed egli per tutta risposta scava un po' di neve, discopre un tronco di faggio pieno di acqua congelata, e me lo mostra dicendomi: —De chesti scifi sai quanti ce ne stanno qua sotto? Centinara!— Poi spezza il ghiaccio che vela la superficie dello scifo e soggiunge: —Nell'està' a chesti scifi ce vengheno a béve' le bestie, e si lei puro vòi beve', sentirai che quest'acqua è più fredda de la neve.— Bevo un sorso dell'acqua gelata e mi affretto a raggiungere i miei compagni in un bosco di faggi altissimi sotto i quali si deve camminare con molta attenzione per non mettere i piedi fra i ramponi aguzzati di qualche tagliuola preparata per prendere i lupi, ma disposta, se mai le capitano, ad agguantareanche gli uomini, e poco dopo arriviamo sulla cima del monte dove godiamo una vista maravigliosa. Già, l'Autore per se stesso è bellissimo: densi e verdi boschi di faggi secolari lo rivestono quasi tutto; vasti e pingui altipiani, alcuni dei quali come quelli di Camposecco di Livata e dell'Ossa, sono sui mille e cinquecento metri di altezza, lo allietano con la loro verdura; ed è ricchissimo di acqua. Tutti i rivi cadenti nell'Aniene spumante e veloce sono dell'Autore e si può dire che a Roma è lui che dà da bere: l'acqua Marcia è roba sua.
Ma la vista che si gode dalla sua cima è maravigliosa! Tutte le montagne più alte dell'Appennino centrale: il Vettore, il Gran Sasso, il Velino, la Majella, il Cotento, il Viglio, il Sirente, il Fanfilli e la Semprevisa; gli sorgono intorno e par che si affaccino su gli altri monti per ammirarlo. E l'ammiriamo anche noi, mentre gli stiamo seduti sopra con la schiena appoggiata a una torretta di sassi; ma poi quando, come tutte le cose umane, la nostra ammirazione finisce, ci alziamo; ci grattiamo la schiena indolenzita e incominciamo la discesa. Scendendo io rimango colpito dall'allegrezza dei miei compagni; e allorchè osservo la gioia che provano nel levare i loro piedi dalle rocce aride e dure e nel posarli su l'erbetta verde tenera e fresca di un umido e dolce declivo vagamente fiorito di trifogli, di genziane, di verbene, di primule e di orchidee, e tutto odoroso di mentastri e di salvie, di maggiorane e di timi, comincio a pensare che l'uomo non è stato creato per salire, ma per discendere, e finisco col credere che se egli qualche volta si sobbarca alla dura fatica di arrampicarsi su un monte lo faccia per procurarsi oltre a tanti altri piaceri anche il piacere grandissimo di ritornarsene subito al piano.
***
Prima di arrivare al santuario c'incontriamo in un bel vecchio vestito di una larga palandrana e col capo canuto ricoperto da una berretta di panno verde, il quale, segando le corde di un violoncello più antico di lui, canta con un filo di voce lamentosa una lunga canzone. Egli sta sotto a un alto faggio i cui rami fronzuti e dorati dal sole cadente si stendono su alcuni scogli enormi coperti da un morbido tappeto di musco. Gruppi numerosi di pellegrini lo circondano e lo stanno a sentire. Quando l'aedo ha finito di cantare appoggia lo strumento al tronco annoso del grande albero, cava da una borsa di pelle un pacco di canzoni stampate, si leva la vecchia berretta, e le offrea lor signori dietro il modesto compenso di un solo e semplice soldo, cadauna. Due ne vende e due ne compero.
La prima che ha per titolo: «Canzone in lode della S. S. Trinità che si venera sulle montagne di Vallepietra», incomincia così:
Ti confesso in tre personeTutte e tre in un'essenzaTutte e tre d'una potenzaTutte e tre d'una maestà.
Ti confesso in tre persone
Tutte e tre in un'essenza
Tutte e tre d'una potenza
Tutte e tre d'una maestà.
E prosegue narrando «un gran prodigio operato di recente» dalle sullodate tre persone. Ma sarà meglio di lasciar parlare il Poeta.
Si trovava sopra un poggioCon i bovi un buon pastoreQuando un forte e gran rumoreTutto quanto il rivestì.E li bovi furon presiDa sì forte e gran pauraChe cadendo da l'alturaNell'abisso cadder giù.A tal vista il meschinelloSi rimase afflitto e mutoChe credea d'aver perdutoIl suo paio d'animal.Chi narrar la meravigliaPuò che s'ebbe quel villanoQuando vidde giù nel pianoI suoi bovi pascolar?Egli allora ambe le palmeVerso il ciel levò la mente...
Si trovava sopra un poggio
Con i bovi un buon pastore
Quando un forte e gran rumore
Tutto quanto il rivestì.
E li bovi furon presi
Da sì forte e gran paura
Che cadendo da l'altura
Nell'abisso cadder giù.
A tal vista il meschinello
Si rimase afflitto e muto
Che credea d'aver perduto
Il suo paio d'animal.
Chi narrar la meraviglia
Può che s'ebbe quel villano
Quando vidde giù nel piano
I suoi bovi pascolar?
Egli allora ambe le palme
Verso il ciel levò la mente...
e ringraziò la SS. Trinità; ma, non aveva finito di ringraziarla, che
Vide, il dico? Tre personeTutte e tre d'una staturaTutte e tre d'una figuraTutte e tre d'una beltà.Egli attonito a tal vistaCade a terra come mortoE parea che il beccamortoLo dovesse sotterrar.
Vide, il dico? Tre persone
Tutte e tre d'una statura
Tutte e tre d'una figura
Tutte e tre d'una beltà.
Egli attonito a tal vista
Cade a terra come morto
E parea che il beccamorto
Lo dovesse sotterrar.
Ma appena gli riesce di alzarsi e di tornare «in se stesso» vede
Da quei duri ed alti scogliScaturir viva sorgenteD'acqua pura che repenteIn gran copia si versò.
Da quei duri ed alti scogli
Scaturir viva sorgente
D'acqua pura che repente
In gran copia si versò.
E allora
Va di corsa a quel paeseE racconta il caso stranoIl qual nulla avea d'umanoMa era opera del ciel.E a tal nuova, quelle gentiColà vanno in processione,A lodar le tre personeChe degnaronsi mostrar.E al vedere che quell'acquaScaturisce da un gran massoResta ognun come di sassoPer sì grande novità.E quell'acqua, non la seteSpegne sol, ma ancora i maliI più acerbi e più fataliche fan guerra al miser uom.
Va di corsa a quel paese
E racconta il caso strano
Il qual nulla avea d'umano
Ma era opera del ciel.
E a tal nuova, quelle genti
Colà vanno in processione,
A lodar le tre persone
Che degnaronsi mostrar.
E al vedere che quell'acqua
Scaturisce da un gran masso
Resta ognun come di sasso
Per sì grande novità.
E quell'acqua, non la sete
Spegne sol, ma ancora i mali
I più acerbi e più fatali
che fan guerra al miser uom.
La seconda canzone è di un altro genere, ma può stare degnamente accanto alla prima. In essa si tratta niente di meno di S. Anna benedetta, la quale «paga tre mesi di pigione»
A tre povere figlieAfflitte e sconsolateChe n'ebbero restatePrive di genitor.
A tre povere figlie
Afflitte e sconsolate
Che n'ebbero restate
Prive di genitor.
Una cosa da intenerire un macigno!
Piangevan le figliuoleIl cor più gli s'affanna— Fatelo per S. Anna.Di qui non ci scacciar.Ed il padron gli disseNon serve più lamentoVoglio l'accasamentoAd altri appigionar.
Piangevan le figliuole
Il cor più gli s'affanna
— Fatelo per S. Anna.
Di qui non ci scacciar.
Ed il padron gli disse
Non serve più lamento
Voglio l'accasamento
Ad altri appigionar.
Allora le tre povere figlie, vedendo che dal loro padrone di casa non c'è da sperar nulla, decidono di andarsi a raccomandare a S. Anna: escono «dall'accasamento»
E mentre che camminanoLa più grossa zitellaEntra nella cappellaChe incontro al mare sta.Dicendo all'altre dueSorelle più minore— S. Anna di buon coreQui la vogliam pregar.Ne furono inginocchiateDisser: — Sant'Anna miaAprici tu la viaCome possiamo far.Schiudeci a noi le porteE manda in conseguenzaLa santa provvidenzaPer potere pagar.
E mentre che camminano
La più grossa zitella
Entra nella cappella
Che incontro al mare sta.
Dicendo all'altre due
Sorelle più minore
— S. Anna di buon core
Qui la vogliam pregar.
Ne furono inginocchiate
Disser: — Sant'Anna mia
Aprici tu la via
Come possiamo far.
Schiudeci a noi le porte
E manda in conseguenza
La santa provvidenza
Per potere pagar.
Insomma, mentre le tre povere zitelle sono «nella cappella che incontro al mare sta», S. Anna va «all'accasamento» del padrone di casa «barbaro e inumano» e
Picchiando quella portaGli dice voglio entrar.
Picchiando quella porta
Gli dice voglio entrar.
Il padrone di casa apre l'uscio, e Sant'Anna, gli domanda subito:
Signor padron di casaDite, quanto avanzate?Di pigioni arretrateVe le voglio pagar.Tirate presto il contoE più non dubitate.Le pigioni arretrateS. Anna le pagò.
Signor padron di casa
Dite, quanto avanzate?
Di pigioni arretrate
Ve le voglio pagar.
Tirate presto il conto
E più non dubitate.
Le pigioni arretrate
S. Anna le pagò.
Ma il «signor padron di casa» il quale se è «barbaro e inumano» è anche un ometto che ama di fare le sue cose con regolarità scrupolosa, dopo diavere intascato il denaro, si volge a S. Anna e le dice: —
Per farti ricevutaDi quanto tu hai pagato.Il nome ed il casatoQui bramo di saper.
Per farti ricevuta
Di quanto tu hai pagato.
Il nome ed il casato
Qui bramo di saper.
Ed essa gli risponde: —
Anna delle MarieIo mi faccio chiamare,Sto di casa accanto al mare.Che sopra al monte sta.E in quell'istante istessoDivenne tutta d'oro,Sant'Anna, con decoro.Dagli occhi suoi sparì.Ed il padron di casaRestò meravigliato.— Sant'Anna mi ha pagato!Esclama con ragion.Così, tutto contento.Diceva andando via:— Sant'Anna in casa mia!Oh, che felicità!
Anna delle Marie
Io mi faccio chiamare,
Sto di casa accanto al mare.
Che sopra al monte sta.
E in quell'istante istesso
Divenne tutta d'oro,
Sant'Anna, con decoro.
Dagli occhi suoi sparì.
Ed il padron di casa
Restò meravigliato.
— Sant'Anna mi ha pagato!
Esclama con ragion.
Così, tutto contento.
Diceva andando via:
— Sant'Anna in casa mia!
Oh, che felicità!
Ed ora, se permettete, vado a pregare S. Anna per conto mio.
Albeggia. Dal fondo oscuro della valle, ove s'ode crosciare il Simbrivio, leggieri strati di nebbia salgono a poco a poco a velare la rupe colossale, che, poggiato il capo enorme sul cielo, pare che dorma. Il piccolo santuario veglia e prega. Tutte le grandi cataste di legna le cui belle fiamme durante la notte allietarono il monte di luce e di calore sono diventate mucchi di cenere bigia sui quali cigola qualche tizzone moribondo. Qua e là fra le rocce e i sassi, fra l'erba e gli alberi, fin dove lo sguardo può andare, non si vede che gente distesa, immobile e immersa nel sonno. Di quando in quando però qualche dormiente offeso dal freddo si sveglia, rabbrividisce, si accosta alla cenere, vi allunga il piede e ne fa scaturire un nastro di fumo azzurro, che sale a perdersi nel cielo ove tremano ancora le stelle. Due carabinieri seduti su un fascio di paglia, davanti a una fragile baracca di tela, dalla quale si spargono intorno nauseabondi effluvii di cose fritte nell'olio, bevono, fumano, sputano e parlano un dialetto dell'Alta Italia. Appena mi mettono gli occhi addosso mi salutano e sorridono, come se volessero dirmi: — Anche lei, quassù? — Dietro alla baracca,da un luogo chiuso con frasche di dove viene odor di letame, esce di tanto in tanto e risona allegramente qualche nitrito. All'improvviso sotto i rami folti di un bosco di faggi scoppia una fucilata, e subito dopo una voce rauca grida:Evviva la Santissima Ternitane!Altre grida ed altre schioppettate le rispondono, e uno stormo di uccelli neri lascia, schiamazzando, la sommità della rupe, gira due o tre volte su gli alberi, che incominciano a muovere le foglie, e s'allontana verso l'oriente ove principia già ad apparire il roseo color dell'aurora.
Mentre, badando a non pestare quelli che dormono ancora, cerco di avvicinarmi al santuario, dalla cui porta spalancata e illuminata viene un canto lento e monotono, da una porticina fra le scalette veggo uscir fuori due contadini. L'uno e l'altro camminano come se fossero ubriachi, girano intorno gli occhi afflitti dalla luce del giorno, e con le mani tremanti tentano di nettarsi gli abiti fradici d'acqua e insudiciati dal fango.
— Che cosa c'è là dentro? — dimando a uno di loro, indicandogli il luogo da dove sono usciti; ed egli alzando la faccia pallida e lagrimosa e battendo i denti per il freddo balbetta: —Signò', là dinto ce stavo li sotterranei benedetti.
Mi approssimo alla porticina dalla quale emana un fetore insopportabile di cose putrefatte, e facendo forza a me stesso vi entro e mi trovo in una cantina, dove un filo di luce bianca, attraversando le sbarre nere di una inferriata e strisciando sulle pareti ricoperte di muffa verdognola, illumina fiocamente alcune ombre giacenti nel fango sotto l'acqua che sgocciola dal soffitto.
— Che diamine state a fare qua dentro? — chieggoa una di coteste ombre, e l'ombra aprendo lentamente le braccia mi risponde: —Signò', tengo li dolori pe' l'osse; nun pozzo chiù lavora': tengo moglie e figli piccerilli; so' poverello e voglio la grazia dalla Santissima Ternitane!
***
Appena il primo raggio del sole nascente orla di un filo d'oro le cime azzurre dei monti lontani, i pellegrini si adunano a poco a poco intorno a uno scoglio, sul quale, fra il formicolare della folla, davanti a una immagine sacra si veggono brillare sei candelieri di argento.
— Che cosa succede? — dimando.
—J'esce la messa.— mi rispondono più voci ad un tempo. Difatti, annunciato dallo squillare di un campanello, un sacerdote vestito di una pianeta d'oro appare su la porta del santuario, e preceduto da un uomo col fucile in spalla, che gli fa largo, e seguito da un chierico col messale, si avvicina all'immagine sotto cui è una pietra consacrata, e incomincia a celebrare. Il momento della elevazione, quando egli rimane immobile col simbolo del sagrifizio alzato sulla moltitudine tutta prostrata ai suoi piedi e tutta raccolta in un silenzio profondo, è proprio di una solennità incomparabile. Ma è un momento; poichè non appena il prete si apparecchia a dare la comunione, intorno a lui scoppia un tumulto indescrivibile. Uomini e donne, impazienti di avvicinarglisi, cercano di sopraffarsi in tutti i modi, e, pur di arrivare ad ottenere la sacra particola, si ricambiano non solo molte cattive parole, ma anche moltibuonissimi fatti, cioè scapaccioni, urtoni, calci, spinte, pugni ed altre simili tenere carezze, e se le ricambiano con tanto calore profano e con così vivo fervore religioso che alcuni contadini coi fucili in pugno, schierati innanzi all'immagine per regolare la distribuzione del pane eucaristico non riescono a tenere indietro gli affamati. Quando Dio vuole, la messa finisce e il prete s'allontana. Nessuno si cura più di lui e tutti si danno alla ricerca di un buon posto per vedere il Pianto e lezitelle.
I posti migliori sarebbero certamente quelli nel breve spazio davanti al santuario; poichè sulla sua terrazzina avrà luogo la funzione; difatti tutti vorrebbero occuparli; ma i più non potendo riuscirci, si rassegnano ad adattarsi dove e come possono, e si arrampicano sulle sporgenze e nelle fenditure della rupe; salgono sugli alberi; si appollaiano fra gli scogli e le rocce; s'accoccolano fra le balze e i greppi; montano sopra le sedie, le panche e le tavole; s'aggrappano alle armature delle baracche; insomma, si accomodano dove e come possono farlo meglio, e aspettano con una pazienza esemplare. E l'attesa non è corta! Alfine s'ode uno scoppiettio, e tutti si volgono dalla parte donde viene il rumore, e gridando: —Èssele!...Èssele!...Vèneno!...Vèneno!... — si additano a vicenda un punto della valle in cui si vede una nuvoletta di fumo. Poco dopo la nuvoletta si dilegua, e sul verde smeraldino di un prato lontano appare qualche cosa che si muove e biancheggia. È ilPianto. La processione viene da Vallepietra, e, ora nascondendosi sotto al verdeggiare degli alberi, ora camminando fra le rocce ignude, sale a poco a poco il dorso della montagna e s'avvicina al santuario.
Innanzi a tutti s'avanzano parecchi contadini vestiti di festa e armati di fucili. Di quando in quando essi si fermano e caricano gli schioppi; poi, gridando e agitando i cappelli ornati di fettucce multicolori, di fiori e di pezzetti di talco scintillanti, sparano e scompaiono sotto un velo di fumo. Dietro ai contadini ondeggia uno stendardo: lo precede un vecchio suonando il tamburo e lo seguono alcuni fanciulletti coperti di risplendenti tuniche argentee e con le ali di cartone indorato su le spalle, i quali di tanto in tanto affondano le manine in una canestra sostenuta dal più grandicello fra loro, ne traggono rose, violette e manciate di fiori di ginestra e le spargono, sorridendo, su la folla inginocchiata. Una ventina di giovinette viene appresso ai fanciulli. Sono lezitelleche piangeranno ilPianto. Abbigliate di abiti bianchi ricamati a fiori d'oro e d'argento e addobbate di lunghi veli candidi esse incedono a due a due, lentamente, in silenzio, a capo chino, tutte con la mano sinistra posata sul cuore, e reggendo con la destra un simbolo della Passione. Dopo di loro sorretta da una diecina di adolescenti, passa una bara adornata di fiori su cui sta disteso il simulacro di un Cristo morto, scolpito e dipinto così bene che, come dicono tutti, pare vivo. Due chierici con gl'incensieri, qualche prete, cinque o sei musicanti, i quali, quando il sentiero non è troppo erto, danno un po' di fiato alle trombe, e un gruppo difestaroli, sorreggendo i doni da offrirsi alla Trinità, seguono la bara; e un drappello di contadini, simile in tutto a quello che l'apre, chiude lapricissione, mescolando di tanto in tanto il fumo puzzolente dei suoi fucili a quello odoroso dei turiboli ondeggianti e rilucenti al sole nelle mani dei chierici.
Lapricissiones'apre il cammino fra la calca, giunge al santuario, e vi entra. Le grida, i canti, i suoni e le schioppettate cessano, e quando due chierici vengono ad ornare il davanzale della terrazzina con un tappeto giallo, il silenzio è tale che s'odono soltanto i piccoli gridi delle rondini volanti intorno ai nidi innumerevoli, attaccati alla rupe, ormai tutta quanta illuminata dal sole: non altro. Appena i chierici se ne vanno, un prete con la persona magra ricoperta di una bella cotta candida e pieghettata e con un libro sotto al braccio esce dalla porta della chiesuola. È il suggeritore. Egli si ferma un momento a guardare dall'alto la moltitudine, che giù da basso, immobile e silenziosa guarda lui; si appoggia con le spalle al muro; apre il libro; fa un cenno con la testa; e la rappresentazione incomincia.
Trezitellesi fanno avanti adagio adagio; s'inchinano e si mettono a cantare una specie di prologo che s'inizia con questa invocazione: