IN CIOCIARIA

IN CIOCIARIA

Dormivo profondamente, quando alla stazione di Valmontone lo sportello della vettura fu aperto ed una comitiva di uomini e donne entrò nel vagone.

Svegliatomi di soprassalto mi rincantucciai in un angolo dello scompartimento, e con gli occhi socchiusi, mi misi a guardare con curiosità i miei nuovi compagni di viaggio e le valige, le cappelliere, le sacche da notte ricamate di lana rossa e gialla, le borse di pelle e di tela, i canestri ed i fagotti di tutte le misure, che avevan portato con loro.

Un uomo sui sessant'anni, grasso e grosso, pareva essere il direttore della compagnia, e appena entrato nella vettura, non curandosi dei saluti deivignarolie dei contadini ch'eran venuti ad accompagnarlo fino agliu vapore e gli gridavano: —Forte, sor Piè'! addio sor Piè'! Stacce bene, sor Piè'!— egli si mise, seriamente, a disporre in alto su la rete le valige più buone ed a spingere sotto ai sedili i canestri ed i fagotti. Le ragazze, intanto, si litigavano i posti vicini agli sportelli, e ridendo si indicavano a dito l'una con l'altra i paesi arrampicati sulle montagne lontane, e chiamavano replicatamente Peppino e Maddalena perchè accorressero anch'essi a vedere,li ponti su li fiumi, piccoli piccoli, e le montagne che toccaveno el celo. Ma Peppino e Maddalena non simuovevano: seduti strettamente vicini si guardavano negli occhi, si sorridevano e, di tanto in tanto, si scambiavano qualche parola.

Mentre il treno correva afferrai questo brano di dialogo: —Dimme un po', Peppino, è vero che in certi punti nun se ne vede la fine?— E lui, pesando le parole: —Se capisce! Subito che el mare fenisce addòve comincia el cielo!

Quando sur un colle apparvero le case di Frosinone, il sor Pietro, dopo di aver paragonata la lentezza insopportabile delle diligenze con la rapidità fulminea delle ferrovie, si levò la giacca e diede el segnale della colazione, durante la quale, i discorsi e i bicchieri di vino rosso s'incrociarono con tanta abbondanza che io dopo appena cinque minuti, già sapevo vita, morte e miracoli del sor Pietro, i nomi dei componenti la comitiva, dove andavano, quanto tempo avevano deciso di fermarsi in riva al Sebeto, e, perfino, che laGuida di Napoliil sor Pietro l'aveva avuta in prestito da un parente di papa Pecci.

Verso la fine del pasto interminabile Maddalena, stuzzicandosi i denti con un ossicino di pollo, dimandava alquanto preoccupata a Peppino: —Ma come sarà che el mare è turchino?

E Peppino con gli occhi lustri, vuotando ancora un bicchiere: —Se capisce! In tutto el mondo l'acqua turchina è tutta salata. Il mare è tutto salato: dunque lui deve essere turchino per forza.

E s'addormentò.

Finita la colazione sopravvenne un po' di calma. Le donne si levarono i cappelli e il sor Pietro masticando un sigaro forte, che non tirava, e lagnandosi del caldotroppo troppicale, si tolse il panciotto.

Alla stazione di Pofi, metà della comitiva dormiva e il sor Pietro sbuffando si toglieva solino, polsini e cravatta, mandando un accidente a chi aveva inventatotutte quelle porcherie da signori.

Quando, a Ceprano, io lasciai il treno, egli s'era cavata anche una scarpa, accusandoun forte dolore alla noce del piede, e s'era rimboccate le maniche della camicia, mostrando due braccia nere e pelose, come le code di due gatti infuriati.

Dio mio! Che cos'altro si sarà tolto di dosso il sor Pietro, prima di arrivare a Napoli?

***

Sullo spiazzo, dietro la stazione di Ceprano, un legno a cui erano attaccati tre cavalli scheletriti, flagellati da nugoli di tafani, stava ad arroventarsi al sole; il vetturino, un tipo selvaggio, dalla faccia annerita, dormiva sopra un mucchio di fieno, poco lungi, e russava profondamente. Altri legni per andare a Fontanaliri non v'erano. Mi avvicinai al vetturino e tentai di svegliarlo. Era di sonno duro. Allora una contadina, che stava, poco lungi, seduta, si alzò, e avvicinatasi al dormiente gli applicò due calci ove finiva la sua schiena, gridandogli: —Arrizzate, Ciccantò', ca s'è fatto juorno!

Ciccantonio, si alzò stropicciandosi gli occhi e la schiena e facendo brillare al sole, sul collo nero, una filza di medaglie; mi salutò con un:ben arrivato a signoria!e incominciò subito a decantarmi la comodità della sua carrozza, la bontà de' suoi cavalli e la suagrannissima abbeletànel condurli. Io, poco persuaso della verità di tante lodi, accennai qualchedubbio, ma egli ribattè: —Lei, signoria, non indubiti: saglìte e sarete insoddisfatto.— Ed io convintissimo di quanto egli asseriva, comperai quattro arance da una bella ragazza, che vendeva anche ciambelle, vino e frutta, e salii nel legno ponendomi la valigia fra i piedi.

Ciccantonio saltò in cassetta, tempestò di frustate i cavalli, che non volevano muovere il primo passo, sfilò una corona di bestemmie di tutte le qualità e dimensioni, e allora le rozze si mossero finalmente, e giù di trotto per la via bianca e polverosa di Ceprano.

Bel tipo il mio vetturino! Egli bestemmia come un turco, dico come un turco perchè si dice così, ma io non credo che i turchi siano giunti a tanta perfezione, e a ogni chiesuola che incontra, a ogni croce che vede, si toglie il cappello, sul quale tiene legata una immagine sacra e grida: —Madonna aiutece!

Lungo la via, ove, di tratto in tratto, dalle siepi, bianche di polvere, sbucano branchi di gallinacci, condotti da qualche fanciulla alla pastura, incontriamo contadini sui somari che vanno al molino, mezzadri che portano ad abbeverare le vacche, e lunghe file di donne che scendono verso Ceprano, recando in testa pesanti canestre ricolme di ortaglie.

Mi tornano alla memoriali pupazzi der presepio.

Quando ci fermiamo davanti alle prime case di Ceprano, Ciccantonio s'accosta allo sportello della vettura e col cappello in mano, mi dice: —Simmai lei nun s'incommoda, metto lu belancino.

— E quanto ci vorrà a mettere questo bilancino?

—Quanto piace a signoria!— mi risponde Ciccantonio, come un cortigiano antico.

— Alla mia signoria piace che tu tra un'ora ti trovi qui col bilancino.

—Servo a signoria!— replica il vetturino inchinandosi; e dati a reggere i cavalli a un ragazzetto, si allontana fischiando.

Io per non saper che altro fare, comincio a girandolare per le vie di Ceprano, seguito da uno sciame di ragazzi gialli e verdi per la lebbre malarica, credo, e qualcuno forse anche per la fame.

Su la piazza, fuori della Porta, vi trovai il mercato.

Le venditrici di ortaglie e di frutta, di grano, di pane, di ciambelle, di stoviglie di creta e d'altri utensili famigliari erano disposte in lunghe file. Io mi addentrai tra quelle file, e ammirai gruppi di donne veramente stupendi. Finalmente, rimasto abbagliato dai colori vivaci delle vesti, dei busti, e degli scialli smaglianti al sole, sul fondo grigio de monti lontani, entrai in una modesta trattoria ove per pochi soldi, mangiai una buona bistecca e molte frutta così belle, fresche e saporite che le nipoti di Atlante me le avrebbero invidiate. Poi seguendo una strada lunga e polverosa, dopo di aver salutato il nome di Dante Alighieri che si leggeva scritto vistosamente su l'angolo di un vicolo, ov'era men che notte e men che giorno, pervenni in fondo al paese e sboccai in una piazza piena di sole e di mucchi di canapa ove sorge le cattedrale dedicata a Sant'Arduino.

Più innanzi trovai un piccolo ponte di ferro che serve a traversare il Liri, le cui acque allora scarseggiavano. Su la ghiaia lunghe file di contadine cantando canzoni piene di malinconia battevano la canapa. Il paesaggio lieto di sole, le donne che lavavano e maciullavano la canapa, i canti pieni di malinconia mi risvegliarono gl'istinti poetici, tanto che non potendo più frenarmi, scesi giù sulla sponda lirica e mi accinsi a scrivere una medesima; ma avevoappena cavato di tasca il taccuino, quando sentii gridare: —Signoria! Signoria!— Alzai la testa e vidi Ciccantonio che su dal ponte mi faceva cenno di risalire. Guardai l'orologio. In luogo di un'ora, senz'accorgermene, girando qua e là, ne avevo perdute due. Risalito sul ponte, egli mi disse subito ch'era stato sin allora a cercarmi per tutta Ceprano; che era tardi, che le salite da superare per andare a Fontanaliri erano molte e che bisognava partire senza indugio. Il legno era pronto. Innanzi ai tre cavalli era stato attaccato il bilancino, un misero cavalluccio bianco, pieno di gobbe e di piaghe e con la testa ornata da un pennacchio di penne di cappone.

Rientrai nella vettura, e, dopo le solite frustate e le solite bestemmie, i cavalli partirono al trotto.

***

Il caldo comincia a farsi sentire molesto e Ciccantonio, dicendomi: — Lei, permettete? — si toglie la camicia, apre un cassetto sul davanti della vettura, ne trae un giubbettino di tela e se lo infila. Durante l'operazione, quando il mio vetturino rimase col torace nudo, mi sembrò di avere dinanzi agli occhi il tatuato di Birma. Egli aveva nel mezzo del petto una larga incisione colorita di blu rappresentante la Santa Casa di Loreto, sotto la quale v'era una data: 29 giugno 1855, contornata da una quantità di geroglifici; poi sul braccio destro e sul sinistro portava incisi i segni della Passione, un Sacramento e una immagine della Madonna di Loreto.

Quando io gli manifestai la maraviglia che provavo nel vedere i suoi tatuaggi, egli mi disse che, dopo essersi fattostampà', era stato lì lì per rimetterci la pelle. Ora però mostra con orgoglio le suestampe,e spiega con piacere il metodo che s'usa laggiù, alla Santa Casa,pe stampà' li cristiani.

Ecco la spiegazione, che io trascrissi così come ei me la disse: —Apprima ce passeno lu rasore. Apò, strignenno la pelle, ce passeno via via co' 'na penna d'acciare, su la stampa che ci avo fatto apprima. Apò ce metteno lo gnuostro (inchiostro) e la fav'ascì'.

Quando egli ebbe finito di parlare, si baciò il braccio sinistro, ov'era effigiata la Madonna di Loreto e riprese subito a frustare i cavalli, e a bestemmiare.

***

Di tempo in tempo incontriamo molti carri enormi che vengono innanzi lentamente fra nugoli di polvere: trasportano a Roma i prodotti dei lanificii e delle cartiere che sorgono su le ripe amene e pittoresche del Fibreno e del Liri.

Alcuni di cotesti carri sono tirati fin da dieci e dodici cavalli, d'ogni razza e paese, tutti infronzolati da arnesi di metallo lucente che brillano al sole.

Le bestie sanno già la via che debbono percorrere, e, mentre i carrettieri sono vinti dal sonno, procedono lungo la strada bianca al suono monotono dei campanelli, scuotendo i ricchi pennacchi multicolori e i grossi fiocchi di lana rossa, che sbattono loro sul muso. Giù, in fondo, si levano sul cielo turchino le montagne di Sora, azzurre come il mare.

AColle la noce, ove anticamente era il ponte di confine, fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, c'imbattiamo in una torma di uomini e di donne recanti in braccio bambini, verdi e macilenti.

La torma viene avanti sotto l'arsura del solleone, cantando le litanie. Dalle gole inaridite dalla polveresoffocante escono voci rauche ed affannate. Un vecchio cencioso, reggendo una croce, cammina faticosamente innanzi a tutti suonando un campanello, e di tanto in tanto, volgendosi a guardare i compagni che lo seguono, si ferma e intona le preci.

Domando a Ciccantonio dove vada tutta quella gente ed egli mi risponde secco secco: —A Santo Dominico.

— È distante di qui?

—Eh! sicuro!

— E ci vanno a piedi?

—'Nu poco a piede e 'nu poco cammenenno.

La torma s'era già allontanata d'un bel tratto, quando vidi avanzar solitaria una figura scarna e gialla di donna: portava su la testa un canestro coperto da un pezzo di panno rosso tutto sdruscito e le gambe di un bimbo vi penzolavano fuori: camminava appoggiandosi a un bastone su cui era legato con una corona un ramo d'ulivo; e, si sforzava di raggiungere le compagne che si allontanavano cantando. Le gettai pochi soldi. Essa si fermò, li radunò col bastone, si curvò a stento, li raccolse e, dopo di avermi ringraziato con un cenno, seguitò la strada.

La vista di quella poveretta mi mise di malumore. Accesi la pipa e per non più vedere mi rincantucciai nel fondo della vettura, e vi rimasi fino a quando Ciccantonio non mi indicò, con la punta della frusta, un paese su la cima di un monte.

— Che paese è? — gli domandai infastidito.

—Chello è Verule.— mi rispose. —Là ci av'acciso Chiavone bon'alema(buon'anima). E in tono patetico mormorò fra i denti: —Povero Chiavone!

Gli chiesi se l'avesse conosciuto; ma egli invece di rispondermi, si mise subito a dar la voce aicavalli. Decisamente il mio vetturino deve averlo conosciuto molto da vicino il famoso brigante.

Il paesaggio intanto comincia a cambiare. Su la destra le montagne vicine mostrano già i fianchi grigi di selce. Su una di coteste montagne s'aggrappa un paese non molto grande. Un antico castello diroccato, che s'intaglia bruno nel cielo sul vertice del monte, deve avergli dato il nome di Arce. Ora non si veggono più sui fianchi dei monti i lunghi filari di olmi, sui quali si appoggiano i tralci verdeggianti della vite, e su la terra smossa le pannocchie gialle del granturco; ma sul fondo grigio e ferrigno delle rocce, si contorcono freddi e monotoni soltanto gli ulivi.

PassatoSanto Lauterio, un largo prato bagnato dal Liri, mi giunge alle nari un acuto odore di zolfo. Ne chiedo spiegazione al mio vetturino, ed egli accennando un filare di pioppi, mi dice chearreto a chelli chiuppic'è un lago chiamatoZulufraga, ove vanno a gettarsi cinque o sei rigagnoli di acqua minerale della quale si fa un modesto commercio. Difatti nella notte se ne empiono piccoli fiaschi, e a dorso d'asino o sui carretti, all'alba, i venditori la van gridando per le vie d'Isola, d'Arpino e di Sora, a un soldo il fiaschetto, come la nostra acqua acetosa. I contadini, le attribuiscono una quantità di speciali virtù, e ne sono avidissimi.

***

Sulla sinistra il paesaggio seguita a divenire sempre più selvaggio. Ovunque massi enormi che sembrano dover rotolar giù al più lieve soffio di vento. Non più alcuna vegetazione, nè meno gli ulivi: solo le ginestre giallissime tra i sassi bianchi e grigiastri.

Ciccantonio mi addita un'enorme buca sul fianco dirupato di un monte.

— Che cos'è? — gli domando.

—Chella, signoria lei, che siete 'struito lo sapete miejo de noi. È tutta robba vulcaneca— Egli mi risponde e mi narra una lunga serie di cose straordinarie, tutte, s'intende, a proposito della grotta che qui chiamanofossa agliu monte; e finisce col dirmi che gettandovi dentro un'arancia, questa dopo aver girato per lungo e per largo nel ventre della montagna, finisce con lo sbucare nel lago diZulufraga.

Io, lo confesso con vergogna, avevo ancora una arancia, l'ultima delle quattro, comperate a Ceprano, ma in luogo di tentare l'esperienza mentre la salita incominciava a farsi ripidissima e i cavalli, fra gli urli e le bestemmie di Ciccantonio che si perdevano a valle, arrancavano disperatamente, l'ho mangiata.

***

Il sole cadeva dietro le case di Banco quando io con l'ossa rotte e bianco di polvere, entrai in un paesuccolo nero, sul sommo sassoso d'un monte vestito di ulivi, di querce e di frassini. Ero giunto a Fontanaliri.

Un po' prima dell'anno mille era signore di Sora un tal conte Pietro, uomo di pessima vita. San Domenico lo andò a visitare, e il tiranno, tócco dalla divina misericordia, gli si gettò ai piedi chiedendogli la benedizione. Il Santo lo benedisse e lo abbracciò, e allora il conte Pietro gli parlò così: — Tu mi hai ridonato la divina salute; dimmi ora che cosa posso fare per ricompensarti.

E San Domenico, il quale non pensava ad altro che a fondare conventi e già ne aveva fabbricati o fatti fabbricare non so quanti in Umbria, nella Sabina e nell'Abruzzo, gli rispose subito: — Edifica un monastero. — Egli annuì, e l'indomani il Santo ed il conte galoppavano su due cavalli nei dintorni di Sora in cerca del sito più adatto alla costruzione della badia; e galoppa galoppa, quando arrivarono colà ove le limpide acque del Fibreno si gettano in quelle del Liri, San Domenico fermò il cavallo e disse a Pietro: — Ecco il luogo.

—Fiat!— rispose il conte, e mentre il Santo se ne partiva per monte Montano a sorvegliare i lavori di un'altra abbazia, egli incominciò subito la fabbricazione del sacro edifizio; ma quando l'ebbe compiuta chiamò il suo maggiordomo e gli disse: — Badi bene che in questo cenobio io non ci voglio uomini.

—Servo a Signoria!— balbettò il maggiordomo intelligente ed inchinandosi uscì.

E così il monastero, che doveva accogliere tra le sue mura i monaci, si cambiò in monastero di monache dove il conte Pietro si recava spesso a pregare.

Ma egli aveva fatto, come si suol dire, i conti senza l'oste. E l'oste che venne a rivedere i conti al conte fu Domineddio in persona, il quale mandò a San Domenico un angelo che, un pochino rosso in volto, lo informò di come andavano le cose nel sacro albergo del conte. Il Santo inorridì; e senza perder tempo ritornò subito a Sora, dove incontrato appena il suo uomo gli disse: — Oh, signor Pietro, a che giuoco giuochiamo?

Il peccatore si fece toccare per la seconda volta dalla divina misericordia e si ritirò nuovamente nel suo castello, e il Santo purificate le mura del monastero, vi chiamò i suoi monaci e ci rimase fino alla morte. Ora il suo corpo sta sepolto sotto l'altare massimo della chiesa, tutto intero, meno un dente che fu recato come reliquia a Cucullo.

Il dente ha oggi una virtù prodigiosa, poichè guarisce, a guardarlo solamente, morsi di cani rabbiosi e punture di vipere; e qui, quando qualche contadino vien punto o morso da uno di codesti animali, prima di correreagliu medecose ne fugge a Cucullo, dove sa che toccare il prodigioso dente e risanare è tutta una cosa. E laggiù a Cucullo, nel primo giovedì di maggio, si porta in giro pel paese la famosa reliquia, e i contadini e le loro donne la seguono cantando le lodi di San Domenico e attorcigliandosi intorno alle braccia, al collo e alle gambe nude una quantità di serpentelli.

Queste e tante altre cose mi veniva raccontandoun pretonzolo di Sora, mio compagno di viaggio, mentre i cavalli dellamessaggera, scuotendo le ricche sonagliere, trottavano su la via d'Isola del Liri, e io, tutto orecchio nell'ascoltarle, le fissavo nella memoria per indi trascriverle nel mio taccuino, rallegrandomi di aver trovato, mentre mi recavo alla festa diSanto Dominico, un servo di Dio che mi avesse narrato la storia del celebre santuario.

***

Quando arrivammo all'Isola del Liri le nove ore della notte battevano all'orologio della torre nera e quadrata dell'antico palazzo dei Boncompagni, e lunghe file disciarabbàpieni di gente che gridava e cantava salivano di carriera la via delle Forme.

Le Forme sono un'appendice dell'Isola del Liri; una città nuova, che s'allunga fino al santuario. Sessant'anni addietro su la via che dall'Isola mena a Sora, non vi erano che poche e misere casupole di contadini; ma le industrie dei nostri tempi, servendosi a meraviglia delle acque del Liri e del Fibreno, fecero sorgere su le sponde dei due fiumi cartiere, lanifici, molini e ville splendide, che in pochi anni han cambiato quei luoghi, prima squallidi e deserti, in una regione ricca e popolata, piena di attività industriale e commerciale.

Sull'azzurro cupo del cielo s'allungano i pioppi e di tanto in tanto gruppi colossali di platani allargano nell'aria scura i rami fronzuti.

Glisciarabbàpassano di carriera, e i cocchieri, schioccando la frusta, gridano a squarciagola: —Santo Dominico! Santo Dominico!

Giù in fondo alla via, sul cielo sereno, fra miriadi di lanternine, rosse, gialle e azzurre, rischiarato dalle faci delle baracche, sorge il santuario.

Più si va innanzi, più la folla aumenta, e si cammina a stento fra lunghe file disciarabbà, di vetture e di carretti, mentre dallebancarelle, che si seguono numerose, s'alzano canti, grida, squilli di trombe, suoni di tamburelli e d'organetti e s'effondono odori acuti e nauseabondi diciammaruche(lumache) fritte, di polli arrostiti, di pannocchie di granturco abbrustolite su la bragia, dicacicavallittie dimuzzarelle.

Di tanto in tanto fra i contadini che già presi dal vino saltano furiosamente al suono degli organetti, delle zampogne e delle chitarre, mentre le loro donne battendo le mani cantano con le voci stridule volgari canzoni d'amore, passano file interminabili di pellegrini coi bordoni ornati da sacri amuleti e dalle immagini di San Domenico e della Madonna di Canneto: passano, e aprendosi a stento una via tra la folla festante entrano nella chiesa, si gettano in terra e incomincianole penitenze, trascinandosi con le mani sotto le ginocchia verso l'altare maggiore, segnando con la lingua sul suolo lunghe croci e lasciandosi dietro orribili strisce di bava e di sangue. Ma non tutti hanno la forza di farlele penitenze; poichè molti stracchi, spossati e sfiniti come sono dagli affanni e i disagi del duro viaggio, coi piedi gonfi, rotti e sanguinanti per il lungo cammino, appena toccano con le ginocchia il pavimento del santuario vi si stendono sopra e s'addormentano.

Sui gradini degli altari, dentro e intorno ai confessionali, lungo le balaustrate delle cappelle e accanto alle basi delle colonne, di cotesti sciagurati ne vidi a centinaia distesi come se fossero morti,uomini e donne, vecchi e fanciulli tutti confusi insieme sotto la luce gialla e tremula delle candele che illuminava le loro membra coperte di stracci. Talvolta dai gruppi dei dormienti udii venire qualche lamento. Qualcuno, vinto dagli stimoli della fame, lo vidi destarsi e rompere il digiuno succhiando bucce di meloni e di cocomeri, raccolte da terra. Uno lo vidi correre a bere nella tazza dell'acqua santa.

In fondo alla chiesa, molto grande e tutta bianca, vi sono due scale per salire all'altare maggiore, e fra le due scale v'è la porta per scendere nel sotterraneo ove sta la sepoltura del santo. Vi discesi e lo trovai pieno di pellegrini che si affollavano a baciare una testa scolpita a bassorilievo sul davanti di un altare e a stropicciarvi sopra i loro bordoni. I baci schioccavano sonoramente. Una ricca lampada argentea mandava sprazzi di luce sui sordidi cenci dei contadini, che prima di lasciare il luogo sacro, mormorando preci, abbracciavano e baciavano le colonne tortili che sostengono le volte basse della cripta.

Quando uscii dal sotterraneo una folla di pellegrini che andava verso una cappella, ove sur un tavolino, tra quattro candele, sorgeva la statua di un santo, mi costrinse a seguire una donna, che sorretta da due uomini levava in alto un bambino che le si torceva fra le braccia piangendo. La poveretta appena arrivò dinanzi al simulacro lo baciò; poi, mentre i suoi vicini urlavano lamentevolmente:Grazia! Grazia! Grazia!, si cavò dal petto una pezzuola e dopo di averla strofinata sulla statua la passò più e più volte sugli occhi del suo bambino, mentre quelli che la circondavano, tutti con le mani tese verso la immagine sacra seguitavano sempre a urlare:Grazia! Grazia! Grazia!

Il povero bimbo era cieco, e la sua mamma per fargli riacquistare la vista era venuta a piedi non so da qual paese lontano, per recarlo davanti a quel pezzo di legno dipinto!

Esasperato dagli urli di quegli esaltati e commosso e turbato dalla vista di tante sciagure mi liberai dalla folla che continuava sempre a gridare:Grazia! Grazia! Grazia!, mi avvicinai alla porta della chiesa, ove un vecchio ben pasciuto, vestito di un sacco nero, scuotendo una scatola di latta piena di soldi gridava con voce imperiosa: —Fate l'elemosina a Santo Dominico!— uscii e, per avere un po' di pace, me ne andai in riva al Fibreno le cui acque inargentate dalla luna correvano sotto amene selvette di pioppi e di salici, fra il delizioso ondeggiare degli effluvii dei mentastri fioriti e il tremolio ininterrotto delle voci stridule dei grilli cantatori. M'ero appena seduto in terra con le spalle appoggiate al tronco scabro di un salice per ascoltare il canto soave di un rosignuolo, quando arrivarono due pellegrini: s'inginocchiarono, e rivolti verso la chiesa con le mani giunte incominciarono a pregare. Dopo un poco il più giovane si alzò, mi venne vicino e mi stese la mano aperta, chiedendomi qualche soldo. — Di dove siete? — gli domandai.

— Di Veroli. — mi rispose.

— E da dove venite?

—Da la Madonna de Canneto.— riprese il pellegrino, e soggiunse: —So' quattro giorni, signoria, che jamo cammenenno giorno e notte pe' le montagne!

Gli rivolsi altre domande, ed egli allora mi raccontò come laggiù a Canneto vi sia un fiume con una corrente rapidissima e che passandolo a nuoto nove volte, si lucrano un sacco d'indulgenze; mi disse cheaddò' ce sta la chiesia ce jesce 'no capo d'acqua gelata, e che insieme coll'acquace jesceno melioni de stellucce d'oro, e finì col dirmi che la Madonna di Canneto erasorella bona a Santo Dominico.

Gli chiesi notizia di quei luoghi ove sta il santuario di Canneto, e il contadino me li dipinse efficacemente con queste poche parole: —La chiesia, signoria, sta in fonno a 'na montagna pessima assaie, e loco a terra, ohi mamma! nun vidi 'no pajese!

Quando il giovinetto tornò al compagno, che seguitava sempre a pregare, lo riscosse e gli diede i soldi che io gli aveva regalati, e lui come li ebbe in mano li contò, baciò la terra e si allontanò per andarli a mettere nel bussolotto del vecchio, che gridava sempre: —Fate l'elemosina a Santo Dominico!

***

All'alba tornai nel santuario. Le lampade e le candele erano quasi tutte spente e una luce bianca e fresca entrava dalla porta spalancata; qualcuno si batteva ancora il petto innanzi alla statua del santo, e un sagrestano, fischiando, spazzava via dalla chiesa le bucce di melone e di cocomero e le altre molte immondizie che vi avevano lasciato i pellegrini.

Fuori della chiesa, davanti alle baracche, le venditrici insonnolite, avvolte in panni listati di rosso, di giallo e di verde, gridavano con voci rauche, sperando di invogliare i pochi rimasti a comperare ancora qualche chilo di frutta, qualche ciambella, qualche padellata diciammaruche, e intorno a loro, qua e là sui mucchi di fieno, sotto ai carretti, fra le canestre, gli orci e i barili vuoti molti contadini briachi fradici dormivano profondamente.

Poco lungi, al di là di un prato umido di rugiada e cosparso di fiori, su la via provinciale passavano di tanto in tanto le diligenze di Sora e Roccasecca coi cavalli sonanti e risonanti di tintinnanti sonagli.

***

Prima di partire mi venne il desiderio di comperarmi un ricordo della festa e chiesi a un pellegrino se voleva vendermi un suo bellissimo bordone, ornato di medaglie, di immagini sacre e di stelle lucenti di carta di argento.

—Gnornò.— mi rispose seccamente il pellegrino guardandomi con sospetto —Chessa è robba de la Madonna: nun se venne.

— Ti do una lira.

—Gnornò, chessa è robba de la Madonna, nun se venne.

— Te ne do due.

—Gnornò.

— Se me lo dai te ne do cinque. — ripresi io; ma niente! Il contadino stringeva sempre più tenacemente fra le mani il bordone e ripeteva sempre:Gnornò, gnornò, chessa è robba de la Madonna: nun se venne!

La sua cocciutaggine mi indispettì; cavai fuori dal portafogli una carta da dieci lire, gliela mostrai e tentando un'ultima prova gli dissi: — Se me lo dai ti do questa! — Egli mi guardò rimanendo per qualche istante incerto se dovesse pigliarla o no, poi tremando allungò la mano verso il biglietto; ma come l'ebbe toccato fece un salto indietro; si strinse al petto il bordone, e facendosi il segno della croce se ne fuggì.

Sarei davvero curioso di sapere quante volle quel povero contadino avrà già raccontato ai suoi amici come qualmente mentre egli si trovava dinanzi alla chiesa di San Domenico,gliu diavolo, vestute da signore, co' 'no cappillitto janco in testa e co' 'na pipparella 'mmocca, che jettava fumo e foco, glie comparì innante e glie disse...

Il sole tramontava dietro l'Ara degliu Volupittomentre io e l'arciprete di Fonlanaliri, seduti al fresco, sotto gli olmi dellaFontana a balle, parlavamo della festa che doveva essere celebrata a Monte San Giovanni Campano per commemorare il cinquantenario della Madonna Santissima del Suffragio; festa della quale si discorreva già da tanto tempo in tutte le farmacie e in tutte le sacrestie di tutta la diocesi di Veroli. L'arciprete dopo di aver speso molte parole, qualcuna anche in lingua latina!, per invogliarmi ad andarci si alzò, ed aprendo le braccia in atto di maraviglia, fini col dirmi che la festa sarebbe stata una festa ditre bande.

— Ditre bande?

— Ditre bande! — ripetè l'arciprete, e pronunciando le tre parole lentamente, in modo che fra l'una e l'altra ci fosse una breve pausa, piegò la persona sul lato destro; sprofondò la mano grassa nella tasca della sottana; ne trasse una scatolina di madreperla sul cui coperchio era dipinta una immagine dell'Addolorata; l'aprì, vi ficcò dentro il pollice e l'indice, e s'empì il naso di tabacco. Io gli lasciai compiere la delicata operazione e poi gli chiesi quale sarebbe stato a suo giudizio il mezzo migliore per andarci a cotesta festa, ed egli, dopo di aver starnutato tre volte mi rispose: — L'asino. — E soggiunse subito che solche io l'avessi voluto egli si sarebbe volentieri incaricato di provvedermi della bestia e della guida. Io lo ringraziai della gentile offerta, e all'indomani quando mi recai, come s'era convenuto, a San Rocco, dinanzi alla chiesina bianca, illuminata dai primi raggi del sole, vi trovai un bell'asinello magnificamente bardato e un bel ciociaretto vestito col suo più bell'abito da festa: corpetto rosso, giacchetta turchina, calzoni gialli, camicia ricamata e cappello a cencio ornato di nastri multicolori e di penne di pavone.

Il ciociaretto appena mi vide mi venne incontro sorridendo e, dopo di avermi dati i saluti di don Michele, mi porse un foglio di carta rossa ove era stampato il programma dello spettacolo; anzi di tutti gli spettacoli che in quel giorno dovevano allietare i popoli di Monte San Giovanni Campano. Incominciai subito a leggerlo, e così, mentre l'asino trotterellava fiutando con la testa alta e le froge aperte la fresca auretta mattutina, seppi come «nella Collegiata riccamente e a studiato disegno parata» la musica dei vespri sarebbe stata diretta dal maestro Melchiade Martufi e cantata da «distinte voci romane»; appresi come nella «Collegiata» si sarebbe fatta discendere «dalla propria nicchia la statua di Maria Santissima del Suffragio che dal merito artistico pare divinamente scolpita», e in qual modo, finita la festa, la statua suddetta si sarebbe fatta tornare «nella propria nicchia»; imparai quanto i concerti di San Donato e di Sezze avrebbero reso «vieppiù brillante il trattenimento», e infine come molte migliaia di colpi di mortari avrebbero dato «continuo segno di gioia religiosa». Non vi parlo dei globi areostatici da innalzarsi nell'aria, dei fuochi artificiali preparati da valente pirotecnico e dell'estrazione diuna tombola con relativo incasso devoluto naturalmente a scopo di beneficenza.

Dopo la lettura del programma, incominciai quella della mia guida, e domandai al mio ciociaretto: — Come si chiama quest'asino?

Ed egli mi rispose subito: —Vicienzino.

— E tu come ti chiami?

—Io? Come a isso. Vicienzino paro.

— E quest'asino è tuo? — ripresi io ridendo.

—Gnorsì, è d'un amico degliu mia.

***

La via si fa malinconica ed uggiosa; a destra e a sinistra, sempre gli eterni pioppi.

Su le rocce di tanto in tanto appare qualche casetta abbandonata e fra gli ulivi qualche chiesina, con curiose scene della vita dei santi, dipinte su le mura screpolate. Al Fosso della Faina lasciamo la via provinciale ed entriamo nelle scorciatoie, ora serpeggianti fra le rocce nude, ora fra la terra nera su cui s'allungano filari di ortaglie verdissime; e fra Capo Ciuffone, un monticello che porta tal nome perchè vi stette conficcato sopra un palo il capo di un brigante, e la Fonte Cupa incontriamo uno stuolo di contadini che va a seppellire un morto.

Innanzi a tutti un chierico reca un Cristo dipinto su una croce nera: lo segue un prete con la stola nera orlata di ghirigori gialli sul petto e con un fazzoletto bianco sulla berretta; poi viene la bara sorretta da quattro contadini e dietro la bara incedono alcune donne con le mani incrociate sul seno. Il prete ad ogni cinque o sei passi biascica paternostri e intanto,con un coltelluccio, va sfrondando accuratamente un ramo di nocciuolo per farsene un frustino, e le contadine, sempre con le mani incrociate sul seno, chiacchierano ad alta voce.

Quando il piccolo corteo arrivaagliu Caputonno, il prete si tira sù la sottana sino alla cintola, il contadino si mette il Cristo su la spalla, e tutti pigliano la via della montagna.

***

All'Anatrella sur un ponte di ferro passiamo il Liri che scorre spumante fra una quantità di scogli maculati di musco e traversiamo i fabbricati della cartiera del conte Lucernari, tutti circondati da ridenti giardini. Sotto ai boschetti dei lauri e degli oleandri fioriti non solo godiamo un po' di frescura, ma riceviamo anche i rauchi omaggi di un bellissimo pavone, il quale appena ci vede scende dalla scogliera di una fontana quasi coperta dalle foglie larghe delle ninfee e dai fiori gialli e purpurei dei nenufari, e ci viene incontro aprendo la coda occhiuta e movendo graziosamente il collo smeraldino. Chi l'ha detto che i pavoni sono superbi?

Dopo l'ultima aiuola dell'ultimo giardino la via a poco a poco si restringe tanto da divenire un sentiero, e il sentiero a sua volta si fa così ripido e sassoso da obbligarmi a mandare dietro a me i dueVicienzinipel timore che cadendo non mi vengano addosso.

A mezza costa io e i miei dueVicienzinichiediamo tutti e tre un po' d'ombra alle vecchie mura di una chiesuola, e intanto che ci riposiamo ci passano davantidei contadini vestiti a festa seguìti dalle loro donne. Alcune di esse invece delle cioce hanno ai piedi enormi scarponi chiodati che ogni tanto le fanno sdrucciolare e le costringono a battere sulle pietre arse dal sollione quelle parti del loro corpo delle quali si servono ordinariamente per mettersi a sedere. Ne ricordo ancora una di coteste contadine con la veste di seta verde e col petto coperto di collane d'oro, che dopo di esser caduta due volte si accoccolò per qualche istante accanto a una siepe, e rialzatasi coi piedi ignudi prese a salire, agile come una gatta, su per l'erta del monte reggendo con la sinistra le calzette ricamate e con la destra i due scarponi i cui chiodi brillavano al sole.

***

Arrivati alle prime casupole del paese ordinai aVicienzinodi provvedere di un comodo alloggio l'altroVicienzino, e incominciai a salire i gradini di una infinità di vicolettacci neri inghirlandati di lauro. Non finivano mai! Quando finirono mi trovai in una piazza ove una quantità di gente ammirava a bocca aperta un lampadaro di carta dipinta. E l'ammirai anch'io, tanto più che sentii dire da tutti come il lampadaro una volta che fosse stato acceso avrebbe dovuto fare «un'eccellente visuale».

Nella piazza ove erano sonnambule che predicevano il più lontano avvenire, tavolini sui quali si giuocava ai dadi e alle carte e molte baracche, ove si vendevano orologi d'oro da un soldo, fiori artificiali, dolciumi di tutte le forme e bibite di tutti i colori, v'era anche un grande panorama«pittorico-artistico-scientifico-nazionale», davanti a cui un tipo olivastro dalla barba a pizzo, mentre una ragazza dalle chiome bionde, divorando una fetta di pane girava il manubrio di un organetto sfiatato, gridava: —Favorischino!Favorischino, signori!— Ma, ahimè, i signori non favorivano e andavano invece verso la «Collegiata» per sentire le «distinte voci romane». Ci andai anche io; ma quando vi arrivai e vidi che razza di lavoro s'aveva da fare per sentirle, mi allontanai tanto da loro che arrivai in fondo al paese ove in un prato, fra mucchi di peperoni e piramidi di pomidori, fra ceste di pere vizze e bigonce di fichi era stato innalzato un arco trionfale nel cui attico, sotto una immagine di Maria Santissima tremolante al vento, si leggeva questa epigrafe:

VENITE A CELEBRARE CON GIOIALA FESTIVITÀ DI COLEI CHE FAL'ALLEGREZZA DI TUTTO IL MONDO.

Mentre io stavo ammirando l'arco, accanto a me due eleganti del paese parlavano del merito dell'iscrizione.

— La terzina è bella; però una terzina senza rime, io non la capisco.

— Ma io credo che «fosse» come dicono adesso una terzina «barbera». — osservò l'altro frustandosi le gambe con un bastoncino di canna d'India verniciato di rosso; e non aveva finito di osservarlo quando un assordante squillar di campane e un fragoroso rimbombar di mortari fecero tremare la terra ed il cielo.

— Che cosa succede? — chiesi a un contadino che mi passò accanto correndo.

—Jesce la pricissione!— mi rispose; e via come un daino. Io lo seguii e a forza di gomiti e di ginocchiami riuscì di penetrare in un vicolo ove lapricissionegià incominciava a sfilare. Aprendosi a stento una via tra la folla passarono lunghe file di contadini vestiti con càmici bianchi, gialli, rossi e neri, e recanti, secondo il loro grado, candele, croci, insegne e stendardi di cento forme e colori; passarono preti allampanati con le persone ossute coperte dalle cotte bianche pieghettate, e canonici obesi con su le spalle ricche mozzette violacee, e finalmente, preceduta da un gruppo numeroso di cantori e di chierici che agitavano preziosi turiboli d'argento e da alcuni diaconi che circondavano ed assistevano un vecchio col capo canuto onorato da una mitria di broccato bianco, e seguìta da un concerto e da una moltitudine di donne, giù in fondo al vicolo, fra nuvole azzurre d'incenso e sotto a una pioggia di fiori, apparve lamàchenatutta d'oro, su cui, tra una gloria di angeli, vestita di un ricchissimo abito di seta cilestrina ricamato di stelle d'argento e coronata da un alto diadema scintillante di gemme di molto valore, sorgeva la statua della Madonna del Suffragio.

Lamàchenaondeggiava su la folla come una barca sur un mare in burrasca e avanzava adagio adagio fra gli urli e le imprecazioni di quelli che la trascinavano, i quali, poveretti!, gocciolanti sudore e rossi dalla fatica insopportabile non sapevano come fare per tenere indietro coloro che per devozione volevano ad ogni costo toccare l'immagine miracolosa. Uno di cotesti poveretti, un contadino, mentre allontanava con le braccia nerborute un gruppo di fanatici che voleva per forza avvicinarsi allamàchena, lo udii gridare: —Arrèto! Arrèto, perdia! che la Madonna se va a fa' fotte'!

La processione scese e salì una quantità di vicolie di vie, traversò diverse piazze e piazzette, passò sotto l'arco trionfale che io aveva dianzi ammirato, uscì dal paese, serpeggiò su le rocce fra gli ulivi, dai quali alcuni fanciulli agitando panni colorati gittavano fiori, arrivò in cima a un poggio davanti a una chiesetta inghirlandata da festoni di lauro e di mortella e si fermò. Dopo qualche istante tutti s'inginocchiarono in silenzio, e il vecchio con la mitria, aiutato dai diaconi, salì sullamàchena, alzò le braccia tremanti al cielo e diede la benedizione. Allora un grido solo uscì da mille bocche, le insegne e gli stendardi furono agitati festosamente, le trombe squillarono e centinaia e centinaia di colpi di mortari recarono l'annunzio della solenne cerimonia fino ai più rimoti paesi che di lassù si scorgevano appena biancheggiare sugli ultimi monti lontani.

***

Finita la processione le bettole e le taverne incominciarono a riempirsi di gente. Girai per lungo e per largo il paese in cerca di una trattoria, ma le mie più diligenti ricerche rimasero infruttuose. Allora, trovatomi davanti a una osteria su la cui porti fra le foglie secche di un ramo di quercia sventolava una bandieretta rossa, vi entrai.

Nella prima camera simile in tutto a una bolgia dantesca v'era la cucina.

In un camino profondo, scavato nella parete, entro caldaie nere, bollivano i maccheroni. E tra il fumo, che stringeva la gola, ondeggiavano effluvii di peperoni fritti e di pomidori cotti su la bragia. Appena giunsi nella seconda stanza ove alcune famiglie dicontadini mangiavano, gridavano e bevevano, chiamai l'oste e gli dissi: — Voglio mangiare. Hai altre stanze?

—Gnorsì, gnorsì. Saglite in coppa, signoria, saglite!— egli mi rispose subito cavandosi il berretto; ed iosagliisu una scaletta di legno e accompagnato da lui entrai nelle camere superiori... non davvero ad ogni elogio.

V'era anche lassù gente che mangiava, e insieme alla gente che mangiava v'erano accostati alle pareti pagliericci e banchi di letti e mucchi di lenzuola.

L'oste mi portò in una stanza ove un enorme letto s'appoggiava alla parete più lunga e mi disse: —Cà, signoria, lei state come 'nu papa.

Io cavai il fazzoletto e fingendo di soffiarmi il naso: — Non avresti un luogo all'aria aperta? — gli dissi.

—Vôi l'aria aperta, signoria?— riprese il bettoliere, e senza aspettare la risposta corse ad aprire la finestra.

— Che cosa mi dai da mangiare? — gli domandai ridendo.

—Ah! A chesso apò ce penso io. Nun te n'incaricà', signoria. Làssete servì' da Loretuccio e saraie contento.— mi rispose l'oste portandosi le mani al petto, ed uscì.

Rimasto solo mi sedetti vicino alla finestra e mi misi a osservare la stanza ove al dire di Loretuccio io avrei dovuto stare come'nu papa.

Incontro a me v'era il talamo, non saprei dire se inaccesso o no, e sul talamo una quantità di giacche e di cappelli di contadini. Altri abiti ed altri cappelli erano appesi alle pareti colorate di giallo sulle quali spiccavano molte stampe dipinte raffiguranti la fuga di Mazzeppa e moltissime immagini sacredi tutti i paesi. La camera era anche adornata da parecchie grandi canestre ricolme di pomidori, di peperoni e di granturco, e da alcuni mobili tanto mobili, che io avendone urtato uno, poco mancò che tutte le Madonne e le crocette e lampadine che vi erano sopra non precipitassero a terra.

Quando Dio volle venne un ragazzetto. Egli trascinò un tavolino in mezzo alla stanza; lo ricoprì di un panno bianco e vi posò sopra un boccale di vino nero, un piatto, che a prima vista, scambiai per una concolina, e una enorme pagnotta di pane scuro. Poco dopo tornò Loretuccio con una padella dove in un intingolo rosso, nuotavano, friggendo, i pezzi d'un pollo.

—Chesto pullo, signoria, te l'àio acciso, appostatamente per lei— mi disse versandomelo nel piatto, e poi soggiunse: —Co' licenzia parlanno, signoria, t'hai da leccà' le deta.

Io gli feci osservare che non avevo nè forchetta nè coltello; ma Loretuccio, asciugandosi il sudore col dorso della mano, mi rispose: —Be', signoria, che vôi da me? Adàttete, si' benedetto! So' circostanzie eccezionabbile!

Ed io visto e considerato come lecircostanziefossero veramenteeccezionabbile, mi adattai ed adattandomi mi avvidi che il povero Loretuccio, per servirmi a dovere, aveva tirato il collo a un gallinaceo il quale avrebbe fatto la fortuna di un gabinetto di curiosità ornitologiche. Difatti, dai pezzi che mi vennero fra le mani mi accorsi, come con quelli, si sarebbe potuto ricostruire un pollastro che, in quanto a teste, avrebbe potuto gareggiare con l'idra di Lerna; e io, novello Ercole, non facevo in tempo a distruggerle tutte. Una ne distruggevo e un'altra me ne saltava dinanzi. Allafine non possedendo i polsi nè le mascelle dell'eroe, mi diedi per vinto e abbandonai il campo, sicuro che altri, con più fortuna di me, avrebbe continuata la lotta.

***

Nell'uscire dall'osteria di Loretuccio assistetti per pochi istanti a una scena orribile.

In mezzo a molti contadini, avvinazzati, che ridevano, gridavano e sghignazzavano, due, ritti in piedi, si riempivano la strozza di maccheroni. Era una sfida. Entro un bicchiere, sulla tavola ingombra di bucce di cocomero, v'erano due monete da una lira, destinate al vincitore, cioè a colui che avrebbe ingozzato più maccheroni. I piatti di maccheroni si rinnovavano sempre fumanti e i due contadini già sazii si spingevano giù nella gola manate di pasta, imbrattandosi di pomidoro la camicia e il petto su cui scintillavano gli abitini della Vergine e le medaglie benedette. Un orrore!

Tornai sulla piazza. Il sole bruciava. Qualche cane spelacchiato si leccava le zampe al sole e il proprietario del gran panorama «pittorico-artistico-scientifico-nazionale» dormiva su una stuoia gialla col volto nascosto fra le mani. Erano le due. La tombola era annunciata per le cinque. Non sapendo ove andarmi a nascondere, per ripararmi dai raggi del sole ardente, dopo aver sorbito due caffè, mi rifugiai in una bottega di barbiere, sul cui sporto riluceva un grande bacile di ottone.

Il figaro stanco del lungo lavoro compiuto durante la mattina, dormiva; ma quando udì il rumoredei miei passi s'alzò, e fregandosi la schiena indolenzita mi accennò una sedia, l'unica che era là dentro; poi, si armò di una lunga forbice e mi si avvicinò dicendomi: —Vôi il caróso, signoria?

— No, no! — esclamai io, spaventato, incominciando a pentirmi di essere entrato là dentro — Fammi la barba.

—La barba?— riprese il contadino tastando la mia guancia con le sue dita di legno —Nun ci hai gniente, signoria, che te vôi fa'? Chello che nun ci hai?

Io restai mortificato. Egli allora appese le forbici a un chiodo infisso nella parete, coperta da una infinità di giornali illustrati, mi impiastricciò il volto di sapone, aprì un rasoio e incominciò a radermichello che nun ci avevo.

Mentre mi levava la lanugine dalle gote, egli mi assicurò che non aveva appreso da nessuno a rader barbe: —Credi, signoria, — mi disse con un certo senso di orgoglio —credi ch'è stata tutta volontà de la natura.

Uscito dalle granfie del figaro fui preso dal desiderio di andarmi a sdraiare su un po' d'erba. Traversai una strada fiancheggiata da altissimi pioppi e dopo non molto arrivai sur un colle, ove fra bellissimi ulivi che svariavano vagamente al dolce soffiar del ponentino sorgeva una vecchia ed alta torre pronta a narrare a chi volesse ascoltarla la storia di Monte San Giovanni Campano. Benchè essa fosse più discreta di tanti illustri nostri autori, i quali, quando vogliono raccontare la storia di una città nostra, nata qualche secolo dopo l'êra volgare, ne iniziano la narrazione col racconto della creazione del mondo e i più svelti con le biografie di Adamo e d'Eva; benchè essa, la mia bella torre ai cui piediio m'era coricato, la storia del suo paese la cominciasse soltanto da Carlo VIII, fui vinto dal sonno, chiusi gli occhi e non li riapersi se non quando ricominciaronoli bòtti.

Ma è incredibile il numero dei quintali di polvere che si sciupa in queste contrade per manifestare la gioia religiosa!Li bòttimi riportarono nel paese, ove sulla piazza della Cittadella un concerto, circondato da una folla di contadini, alcuni dei quali ballavano con le loro donne il salterello, suonava l'«Oh dolce voluttà!» di Marchetti. I musicanti, con le uniformi rosse e con su la testa gli elmi lucenti sormontati da lunghi pennacchi bianchi, quando ebbero finito di suonare, guidati dal loro capobanda che si trascinava dietro uno sciabolone in forma di scimitarra, traversarono il paese e si recarono, seguiti dal popolo, in un prato in mezzo a cui sorgeva un palco per l'estrazione della tombola. Colà il concerto rosso si unì ad altri due concerti e tutti e tre, fra l'entusiasmo generale, suonarono insieme una «sonata molteplice», così la sentii chiamare da un giovinotto che mi era vicino, e si puliva il cappello ricoperto di polvere con la manica del suo abito turchino.

Dopo la «sonata molteplice», s'incominciò l'estrazione dei numeri della tombola, e io, non avendo cartelle da bucare, ma avendo invece molto tempo da perdere, me ne andai a visitare la cattedrale, per vedere come era stata «riccamente e a studiato disegno parata dal signor Angelo Novembre», e la trovai tutta coperta da lunghe strisce di lana rossa, verde e gialla, da larghe trine d'oro e da lunghi galloni d'argento, che s'avvolgevano alle colonne rivestite di percallina bianca lardellata da pezzetti di talco, di tutti i colori, e da stelle di carta dorata, di tutte le grandezze.

Il signor Angelo Novembre del resto non aveva «parato» soltanto l'interno della chiesa, ma anche l'esterno. Egli ne aveva ornata la facciata con lunghi festoni di lauro e con due cartelloni, sui quali erano dipinte due figure più grandi del vero, che volevano essere San Pietro e San Paolo, ma non ci riuscivano.

Il sole era oramai prossimo al tramonto e le ombre s'allungavano. Riflettendo come il primo tratto della via del ritorno l'avrei dovuto percorrere in sentieri scoscesi e sassosi, decisi di lasciare il paese prima che annottasse e mi misi alla ricerca di Vicienzino. Dopo di averlo cercato invano fra la folla impaziente di vedere appicciaregliu sparo, lo trovai davanti al gran panorama «pittorico-artistico-scientifico-nazionale» che seguiva a bocca aperta e con gli occhi spalancati i gesti del cerretano il quale descriveva le meraviglie che si vedevano nell'«interno». Lo riscossi e gli dissi; — Vicenzino! È ora di andarcene.

—Come? Te ne vôi ji, signoria? E gliu sparo?

— Lo vedremo strada facendo. — gli risposi.

Il povero Vicenzino abbassò il capo, come se una immensa sciagura lo avesse colpito, e mi seguì lentamente, volgendo a ogni passo gli occhi verso il panorama, che al chiarore giallo di due fiaccole di sego accese allora allora sorgeva luminoso su la massa scura del contadiname affollato.

Arrivati in un vicolo deserto che andava a morire in un oliveto il mio ciociaretto entrò in una stalla per sellarvi l'asinello, ed io per aspettarlo mi sedetti sur una pietra. Ero lì quando due donne, tenendosi strette per la mano, mi passarono accanto senza vedermi. Una aveva il capo quasi nascosto da un fazzoletto rosso dalle cui pieghe uscivano ciuffi increspati di capelli neri, l'altra, una giovane contadina, vestiva ilcostume del paese. Dopo pochi passi si fermarono, e quella che aveva il fazzoletto rosso, girati intorno gli occhi sospettosi, prese fra le sue mani una mano dell'altra; vi avvicinò sopra la testa e incominciò a parlare a voce bassa: poi si cavò dal seno un cordoncino bianco, lo baciò e lo annodò al polso della contadina, che dopo di essere rimasta ancora per qualche istante immobile con la testa bassa, corse a raggiungere una sua amica che l'aspettava nascosta dietro al tronco di un vecchio ulivo.

Le due contadine rimasero un momento insieme a discorrere e si allontanarono in fondo all'uliveto, e la donna col fazzoletto rosso, dopo di aver mandato un grido gutturale e strano si avviò adagio adagio verso il paese, ove incominciava a brillar qualche lume.

Senza volerlo avevo assistito ad un sortilegio.

***

La luna era già sorta dal monte di Rocca d'Arce e le girandoledegliu sparoscoppiettando sul cielo tingevano di vivaci colori le rocce e gli alberi, quando io scendeva verso il Liri, le cui acque si sentivano crosciar da lontano. Prima di arrivarvi, oltrepassato appena un piccolo e misero borgo, mi trovai davanti alle rovine di una chiesa antichissima, da dove, nel silenzio, veniva il miagolare di un gatto.

— Come si chiama quella chiesa? — domandai a Vicenzino, ed egli insonnolito com'era, appoggiandosi al collo del suo omonimo mi rispose: —La chiesta sgarrupata.

Mentre l'asinello mi riportava a casa, non sapendo che altro fare di meglio per ingannar l'uggia dellavia apersi il mio album e sciupai una delle sue pagine bianche scrivendovi sopra col lapis queste quattordici mezze righe rimate:


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