IV.

Batte la luna gialla su l'arcatecadenti d'una chiesa bizantinae, ne la calma tepida d'estate,ne lumeggia la splendida rovina.E giù, nel buio, stridono volatedi vipistrelli e cade la calcinasopra le sepolture istoriateda la solenne epigrafe latina.Fra i rottami del tetto alto, s'intagliasul cielo un caprifico e da le rarepitture, che ricopron la muraglia,guardano le madonne e nel chiaroregiallastro, su la pietra d'un altare,due gatti bianchi spasiman d'amore.

Batte la luna gialla su l'arcate

cadenti d'una chiesa bizantina

e, ne la calma tepida d'estate,

ne lumeggia la splendida rovina.

E giù, nel buio, stridono volate

di vipistrelli e cade la calcina

sopra le sepolture istoriate

da la solenne epigrafe latina.

Fra i rottami del tetto alto, s'intaglia

sul cielo un caprifico e da le rare

pitture, che ricopron la muraglia,

guardano le madonne e nel chiarore

giallastro, su la pietra d'un altare,

due gatti bianchi spasiman d'amore.

Non era ancora giorno; quando, seguendo la mia guida, un vecchio contadino, battevo le scorciatoie per andare a Santopadre.

L'alba ci trovò in un bosco di vecchi castagni vicino a una fonte, detta di Santo Spirito. Sotto agli alberi altissimi fra enormi scogli rivestiti di musco e di capelveneri un rigagnoletto correva gorgogliando.

Un ciociaretto, curvo fra le foglie larghe delle piante, come un satiretto, beveva avidamente raccogliendo nel cavo delle mani l'acqua cristallina che ricadeva sull'erba verde e molle di rugiada come una pioggia di perle. Alcune capre bianche, arrampicate qua e là su gli scogli salutavano il giorno nascente, mandando belati. Poco lungi una fanciulletta seminuda guardava un branco di pecore brune.

Quando riprendemmo il cammino io recitai ad alta voce qualche verso di Virgilio, che il paesaggio mi aveva riportato alla memoria: e la guida al sentirmi slatinare mi guardò fiso e mi disse: —Lei, signoria, scusate, siete milòrdo frangese, è vero?

— Io? Ma tu sei matto, — gli risposi ridendo — io sono di qua.

—Eh! Lei pazziate! Lei, signoria, ci avete 'na faccia frangese assaie!

Mingaccio, — tale era il nome della mia guida — non ci fu modo di persuaderlo. Io per lui dovevoesserefrangesee per di più anchemilòrdo, e fino a quando non glielo impedii, egli nel dirigermi la parola, mi onorò sempre con questi due appellativi.

***

Prima di lasciare la boscaglia di castagni, entrammo in una chiesetta, vicina a poche casupole di contadini, e vi trovammo su due panche coperte di fiori, fra due candele, una bambina morta. Ella era tutta vestita di seta e intorno al collo aveva avvolti due vezzi di coralli rossi. Due grandi orecchini d'oro a cerchio, le pendevano dai lobi degli orecchi, rilucendo su le guance cinerognole: fra le manine incrociate sul petto teneva un crocifisso d'argento.

Vicino alla coltrice improvvisata, una donna accovacciata in terra agitava un ramoscello di rosmarino, scacciando le vespe e le mosche, che come punti d'oro, vibranti ne l'aria, sciamavano attorno alla morticina: me le avvicinai per darle qualche soldo ma la disgraziata crollò le spalle, e si nascose il volto fra le mani. Quel rifiuto, mi arrivò al core. Uscii dalla chiesetta e vi rientrai con un mazzo di ciclamini. Mentre li stavo spargendo su la morticina, due contadini si fermarono su la porta e guardarono dentro. Dopo un istante il più vecchio alzando la voce e le spalle disse alla donna, che scoteva sempre nell'aria il ramoscello di rosmarino: —Fulomè!...nun ce pensà', ca chillo c'à fatto chessa ne fa n'àuta!

La poveretta nascose ancora una volta il viso tra le mani, e i contadini si allontanarono e sparirono nel folto del bosco.

Appena ripigliammo il cammino Mingaccio incominciò a parlare e a darmi notizie sulle usanze funebridi queste contrade. Qui, quando avviene che alcuno muoia, quelli che hanno avuto la disgrazia di perderla prima lo piangono sfogando il dolore con grida angosciose, e poi si mettono a banchettare. Il banchetto per solito s'inizia con un piatto di fave, a cui seguono i maccheroni e altra roba, se ce n'è. Il vino si beve a boccali, e l'ultimo si tracanna alla salute di quelloche se n'è ghiuto! Non di rado accade che al levar delle mense molti dei convitati non trovino la forza di alzarsi. E cotesto banchettare non dura poco, poichè tutti i parenti e gli amici del morto sono obbligati ad offrire alla famiglia di lui il loro pranzo, e naturalmente fra gli offerenti è una gara a chi può dare il migliore.

Mingaccio seguitava ancora a parlare di cerimonie funebri, raccontandomi cose che mi facevano ripensare allaconclamatio, alsilicernium, allacoena novendialised ailudi novendiales, quando al di là di una siepe, sur un colle, apparve una torre antica, intorno a cui si aggruppavano molte casette non meno antiche di lei, come un branco di pecore sorpreso dal temporale si aggrupperebbe intorno al pastore.

— È Santopadre? — domandai.

—Gnorsì!

Poco dopo al principio di una salita Mingaccio mi chiese licenza di andare a salutare certi suoi parenti e mi lasciò. Io seguitai la strada e arrivato alle prime case del paese dimandai ad alcune donne, che erano intorno a una fontana, dove avrei potuto trovare un caffè, e quelle donne mi risposero: — Dal tabaccaio. — Mi misi allora alla ricerca del tabaccaio; ma la ricerca fu vana. Alfine, perduta la pazienza, chiesi a un contadino: — Ma, dimmi un po', in questo paese dove si compra il tabacco? — Eglimi guardò curiosamente due volte dalla testa ai piedi e mi rispose: — Dal caffettiere.

— E dove sta il caffettiere?

— Il caffettiere sta in quella bottegaaddove tu vedi quella frasca di cerqua.

— Ma quella è un'osteria.

—Non ci pensare!— riprese il contadino —Tu vai lì, e lei troverete tutto quello che gli serve.

Vi andai, e, dopo di aver letto sur una targa che era sopra all'arco della porta:GENERI DIVERSI, vi entrai.

Nella bottega non c'era nessuno. Picchiai. Dopo un po' un bambino uscì fuori da un cumulo di «generi diversi» e mi disse che il padrone era andato alla messa e che bisognava aspettare. Non sapendo quanto tempo avrei dovuto rimanere là dentro, dopo di avere osservato quanto mai fosse diversa la diversità dei «generi diversi» che ingombravano gli scaffali della bottega, stavo per andarmene, quando entrò un uomo alto, magro, vestito di panno bigio e con un cappellino a cencio che gli copriva appena la metà della chioma folta, crespa e rossastra; si avvicinò al banco e vi picchiò sopra ripetutamente col pugno, facendo ondeggiare i piatti di una stadera e rovesciando un bicchierino senza piede che si appoggiava a una bottiglia nera su la cui pancia rimaneva ancora qualche lettera della parola «Champagne»; tornò a picchiare e poi, scotendo il capo, esclamò: —Quest'animale l'è a la messa!

— Già! — ripetei io — l'animale l'è alla messa.

Allora egli si volse a guardarmi e aggrottando le ciglia, e storcendo la bocca mugolò: — Che paese!

— Che paese! — ripetei ancora io; poi cercando di farlo parlare, gli chiesi: — Ma voi siete di Santopadre?

— Io?Mi son de Milan!— mi rispose subito, etoccandosi il cappellino a cencio e inchinandosi soggiunse: — Fotografo, a servirla.

— Fotografo! E come mai siete quassù?

—Mah!— rispose, sospirando —Che cosa mai vuol che gli dica? La vita porca!— Tacque per un momento, e poi vedendo quanto io mi interessassi alle porcherie della sua vita, dopo di avermi assicurato che la sua macchina fotografica con la quale avevaeseguitocentinaia di Consigli comunali era una macchinastrafinissima, prese a dirmi che lui vendeva anche un mastice vegetale di sua invenzione per accomodarein modo invisibile le rotture di vetri, bicchieri, bottiglie ed altri simili generi di terraglie, mastice a cui egli aveva dato il nome diattaccatutto: che aveva undepositodi oleografie sacre e profane,che parevano vere: e che, qualora se ne fosse presentatoil bisognoegli, non soltanto avrebbe saputoadattarsi all'arte meccanica, ritornando al suo stato primitivo bastoni, ombrelli ed altre simili bigiotterie, main caso disperatoavrebbe potuto anche cavare sangue, impiombare denti e guarire mille altre malattietanto palesi quanto segrete. E concluse col dirmi: —Eppure, signore, con tutte queste abilità se si campa la vita, bisogna proprio dire che l'è un vero miracolo eccezionale!

Intanto che il milanese parlava, la bottega si era venuta popolando di tre contadini, di due cani e di un prete. Finalmente arrivò il padrone, un vecchio tremolante il quale si mise a soddisfar le richieste dei contadini con una tale lentezza che io sgomento uscii insieme col fotografo, che non la finiva più diportare a mia conoscenzale sue tristissime condizioni e di tessermi l'elogio della sua macchinastrafinissima. Comprendendo dove voleva arrivare, per abbreviargli la strada gli dissi: — Volete farmi il ritratto?

— Ma di certo. — mi rispose lui, con gli occhietti che gli brillavano per la contentezza.

— Però bisogna farlo subito.

— Subitissimo.

— E dove avete la macchina?

— Nel mio laboratorio, qui vicino. — E incominciò a camminare. E io dietro!

Quando arrivammo in una viuzza ch'era un rompicollo, egli si fermò davanti a una porta sgangherata, l'aprì con un calcio, e, pregandomi di aspettarlo, vi entrò. Vi entrai anch'io, e appoggiandomi a un muro scalcinato e ammuffito, scesi due gradini di una scaletta, allungai il collo e vidi, fra due file di botti, il mio fotografo che illuminato da una debole luce rossa, frugava con le mani in una cassetta e ne cavava fagotti e involti che qualche gatto andava ad annusare. Poco dopo tornò su, e dicendomi che in un paese come quello in cui ci trovavamo non si potevano avere pretese e bisognava adattarsi, mi condusse in un orto; spolverò con la manica del suo abito la macchinastrafinissima, la mise con non piccola fatica alpunto focaticoe mi fotografò. Poi si pose sulle spalle la macchina, e seguito da una torma di bambini andò a sviluppare la sua negativa: e io aspettando l'ora di sviluppare la mia colazione, mi arrampicai in un sentiero coperto di rovi e me ne andai a veder da vicino quella torre che avevo già visto da lontano.

Mentre la stavo osservando il fotografo venne ad annunciarmi come la fotografia fosse riuscitain modo superlativo, ed io, commosso fino alle lacrime, lo invitai a voler dividere con me un po' di pane, un po' di vino, una fetta di formaggio di Scanno e poche frutta che avevo fatto comperare da Mingaccio.Mangiammo su l'erba, all'ombra della torre, e poi ci recammo sul colle Campea per vedere le rovine di una chiesa antica, dedicata a S. Pietro, e alcuni ruderi romani i quali per i santopadresi sono nientemeno che gli avanzi di una villa appartenuta a Giunio Decimo Giovenale, il poeta satirico di Aquino.

Ma il mio fotografo, dopo di avere esaminati minuziosamente i ruderi e di averli anche contati, mi disse che, secondo lui, la villa di Giovenalel'era una bala.

— E perchè? — gli dimandai.

—Perchè?— mi rispose subito con una sicurezza da non ammettere replica —Perchè l'è umanamente impossibile che un antico romano di talento il quale avrebbe potuto farsi una villa nella sua capitale se ne sia venuto a fabbricare una in un paese come Santopadre.

Il suo ragionamento filava! E poco dopo filò anche lui, dovendo andare apreparare i preparatie acaricare la macchinaper eseguire il Consiglio comunale. Prima che mi lasciasse gli chiesi ridendo: — Quanti altri giorni rimarrete qui?

—Mah!— mi rispose, alzando le braccia —Subet che avrò eseguito il Consiglio comunale scapperò via, fuggendo. — E si allontanò in fretta.

***

Io rimasi ancora lassù. Tornai a visitare le rovine della chiesa, e dopo di aver ammirato un olivo gigantesco e una quercia enorme il cui tronco misurava otto metri di circonferenza, mi sedetti su l'erba, appoggiai le spalle ad un rudero, accesi la pipa emi misi ad ascoltare Mingaccio, il quale, cedendo alle mie dimande, prese a raccontarmi alcune istorielle su don Folco, il prete arguto e beone, sacrilego e buffone a cui il paese di Santopadre va debitore di quella fama che esso gode nelle contrade di tutta la Ciociaria. Tali storielle non mi arrivavano nuove poichè le avevo già udite a narrare qua e là nei paeselli che avevo già visitati; ma le risentivo con piacere: prima perchè le ascoltavo nel luogo istesso dove erano nate, e poi perchè sulla bocca e nelle mani di Mingaccio acquistavano un sapore di comicità irresistibile.

Quasi tutte quelle che egli mi ripeteva si riferivano alla lunga lotta sostenuta dal prete di Santopadre contro il vescovo di Sora: lotta che finì sempre con la vittoria di don Folco, il quale rifugiandosi, quando lo credeva opportuno, fra le rupi delle sue montagne, ove nè la mano nè il piede del suo superiore potevano raggiungerlo, era sempre padrone di fare tutto quello che gli pareva e piaceva infischiandosene altamente di tutti i rimproveri e di tutti i gastighi che gli venivano mandati da Sora. Del resto nella lotta egli era spalleggiato dai suoi compaesani, i quali tenevano l'insigne prelato in conto di un solennissimo jettatore, poichè quando questi in un giro che fece per visitare le parrocchie della sua diocesi si fermò in Santopadre, una forte scossa di terremoto costrinse i santopadresi a fuggire all'aperto e a dormire in terra, nei campi.

Il primo fatto, anzi il primo misfatto per il quale don Folco dovette andare a Sora per farvi la conoscenza del vescovo, se Mingaccio non mi ha male informato, fu il seguente. Poco lungi da Santopadre in una capanna agonizzava un contadino, e don Folcoandò a dargli l'estrema unzione. Fece tutto quello che doveva fare e poi si rimise in cammino per ritornarsene a casa. Disgraziatamente, il diavolo, il quale ha la perversa abitudine di seminare di tentazioni le vie battute da coloro che ei vuol perdere, volendo insidiare la virtù del povero prete, fra la capanna da dove questi veniva e la casa verso cui andava ci seminò una osteria con entrovi alcuni contadini che giuocavano iltòcco, un giuoco che si giuoca annaffiandolo con molto vino.

I contadini appena videro passare don Folco lo salutarono cordialmente e don Folco rispose cordialmente ai saluti; gli offrirono da bere e don Folco bebbe; lo invitarono ad entrare nell'osteria e don Folco vi entrò; gli chiesero di giuocare e don Folco giuocò. E giuoca e bevi e bevi e giuoca, insomma il povero prete finì col doversi coricare sopra una panca. Nel coricarsi sentì in una delle tasche qualche cosa che gli dava noia; vi mise dentro la mano, ne cavò quella qualche cosa che lo infastidiva, la posò sur una botte e chiuse gli occhi. Quando li riaperse era notte. Due contadini lo ricondussero a casa. All'indomani l'oste spazzando la sua bottega vide in terra un oggetto che luccicava. Era il vasellino dell'olio santo.

Cinque minuti dopo tutto il paese risapeva l'orribile sacrilegio, e qualche giorno appresso don Folco riceveva l'ordine di recarsi a Sora per render conto del suo peccaminoso operare. Vi andò, e allor che il vescovo prese a tempestarlo di rimproveri egli rimase umilmente a capo chino, in silenzio, aspettando la fine della tempesta; ma quando vide che la tempesta non finiva più si decise di finirla lui, e, rialzato il capo rosso come un pomidoro maturo,si mise a gridare: —Neh, 'gnore vescove, ma che te cride ca co' l'uoglie ch'ajo lassato alla taverna ci avo fatto l'ansalata? Pe' regula de Signoria, dinto a lu vasillo ce ne steva accusi poco ca nun ce n'asciva manco pe' cundi' quatte peparuole. Sì capito mo tu?— E senza aspettare che il vescovo gli rispondesse, gli voltò le spalle e discese in istrada, ove per calmare i nervi esasperati non potè fare a meno di entrare in un caffè e di chiedere una qualche cosastommateca. Il cameriere gli recò un bicchierino di vino squisito. Don Folco lo bebbe; si leccò le labbra e ne chiese un altro. Poi fece portare sul tavolino la bottiglia, e cercandone il fondo, dimandò al garzone: —Neh, chesto vino che nome tiene?

—Lacrima Christi.— gli rispose il cameriere.

—Veramènte?— ripigliò don Folco che cominciava a risentir gli effetti di quellalacrima.

— Ma certo! Noi non vendiamo roba adulterata.

—E allora— si mise a urlare il prete, battendo il pugno sul tavolino —e allora nun ce lo potevate fa' sta' sino a mo in croce quanno che faceva 'ste lacrime?

Pochi giorni dopo don Folco venne privato dell'esercizio del suo sacro ministero. Quando egli seppe che non avrebbe più potuto celebrare la messa, ritornò a Sora, si appostò in un luogo ove egli sapeva che il vescovo avrebbe dovuto passare, e non appena lo vide da lungi gli gridò: —Neh, 'gnore Vescove, me si tuota la messa? E tu schiatta! Ca te cride che pe' campà' àjo bisogno de magnà' Cristo tutti li juorni? Io campo co gliu mia.— E prima che riuscissero ad agguantarlo se ne scappò su le montagne di Santopadre.

***

Una volta il busto di san Folco, che è appunto il patrono di Santopadre, era stato recato processionalmente fuori del paese in una chiesina e colà era stato lasciato esposto per qualche giorno alla venerazione dei fedeli. Finita l'esposizione il simulacro del santo doveva essere riportato al suo domicilio reale, cioè su l'altare maggiore della chiesa da dove era stato tolto, e don Folco si prese l'incarico di trasportarvelo. Andò nella chiesina, si mise sulle spalle il busto, e seguito da qualche contadino che biascicava paternostri, si avviò verso il paese. A metà di una scorciatoia piena d'inciampi, ov'egli s'era messo per abbreviare la via, sdrucciola, e il busto gli esce dalle mani, e brillando al sole si mette a rotolare fra i sassi. Egli prova a ripigliarlo; ma non ci riesce. Allora, rosso di collera si rizza sulla punta dei piedi e allungando le mani verso il santo che se ne andava precipitando a valle gli urla dietro:Ca te pozzino accide', voglio vedè' addò' te vai a fa' fotte'!

I contadini fuggono ancora.

***

Un'altra volta don Folco venne chiamato in una borgata vicina al suo paese per celebrarvi un triduo e per recitarvi un sermone. Egli appena salito sul pulpito si volge alle donne e incomincia a gridare senza tanti preamboli che la causa della loro perdizione era'nu pezzetto de carne. I contadini sgrananotanto d'occhi e le contadine divengono rosse come i loro corpetti di scarlatto. Ma il sacro oratore prosegue imperterrito: —Sì. È 'nu pezzetto de carne.— E soggiunge: —Lo volite véde' qual è?— Le donne abbassano gli occhi pudibonde e don Folco cava fuori un palmo di lingua e ci appunta su il dito. Una clamorosa risata scoppia fra le bianche pareti della chiesa.

Finita la predica don Folco scende dal pulpito, sale i gradini dell'altare maggiore e di lassù dà la benedizione col santissimo. Mentre egli solleva in alto il sacramento un bambino incomincia a miagolare. La sua mamma tenta invano di rabbonirlo. Don Folco si stizzisce, gli va vicino e mostrandogli l'ostensorio: —Ohè, guagliò'— gli grida —vi' ca chesto è bòbbo, e se non le stai quèto le se tuoglie! Dopo la benedizione la chiesa si vuota egliu prèuteripone il sacramento nella sua custodia e la chiude; ma quando va per estrarre la chiavetta dalla serratura la chiavetta non esce. Egli le tenta tutte per farla uscire; alfine perde la pazienza; dà un pugno sul ciborio ed esclama: —E che ce sta ca dinto? Gliu diavolo!

Il sagrestano che aveva incominciato a spazzare la chiesa gettò la scopa, si fece il segno della croce e scappò via inorridito.

***

Ma don Folco oltre alle molte virtù con le quali soleva ornare l'esercizio del suo ministero sacro, ne possedeva anche moltissime altre per adornare, qualora se ne fosse presentata l'occasione, l'esercizio delsuo ministero profano; poichè non aveva rivali nel vendere giumente guerce, asini ciechi, vacche zoppe, e nello spacciare merci di cattiva qualità come se fossero state ottime. Egli era così furbo ed arguto e così pronto nella chiacchiera che trovava quasi sempre il gonzo da infinocchiare.

Un giorno andò in un paesello, ove tenevasi una fiera di bestiame, e vi portò un cavallo a cui per esser perfetto non gli mancava altro se non la parola. Un vecchio contadino lo comperò a buonissimo patto; ma dopo di averlo comperato s'avvide che alla povera bestia le mancava la metà della lingua.

Il sentiero che da Santopadre porta a Casalvieri, dopo di aver serpeggiato per valli umide e verdi in fondo alle quali corrono rapidi i torrenti, s'arrampica sui fianchi rocciosi di monti aspri e selvaggi e va innanzi ora scoperto su pietre aride e brulle, ora nascosto sotto paurosi boschi di querce. Seguendo il mio fido Mingaccio io avevo già percorso un lungo tratto di cotesto sentiero e salivo il monte dei Sette Dolori, un monte coronato da una chiesuolina dinanzi a cui sorgono sette croci, quando il cielo incominciò a coprirsi di nubi e gli alberi sotto la sferza di un vento caldo e fastidioso principiarono ad agitare sonoramente i loro rami carichi di ghiande.

—Tócca, tócca, signoria, ca ce cuoglie gliu temporale!— grugniva di tanto in tanto Mingaccio, esortandomi ad allungare il passo; ed io, difendendomi come potevo dalle raffiche del vento, lo seguivo ansimando.

A monte Cuoccio il vento cessò e caddero le prime gocce di pioggia segnando di punti neri il terreno; poi dal cielo oscuro precipitò il diluvio universale.

—Tócca, tócca!— gridava sempre Mingaccio, facendosi il segno della croce ad ogni balenare di lampi. —Tócca, tócca!— Ed io toccavo con le mani e coi piedi quanto mai fosse piacevole e divertente il salireun monte sotto la furiadegliu temporale. Quando Dio volle, bagnati fin nelle midolla ci potemmo rifugiare in un piccolo santuario. Colà, appena entratovi, Mingaccio trovò in una buca un leprotto morto. Ciò lo mise in grande allegria; aprì un coltelluccio e incominciò subito a scuoiarlo, e scuoiandolo, eccitato forse dal luogo che gli ricordava i giorni lontani della giovinezza, prese a raccontarmi una quantità di storie brigantesche.

—Nun me fa' parlà'!— mi diceva ad ogni frase; e mentre i tuoni scoppiavano nell'aria fosca rimbombando fragorosamente sotto di noi, nelle forre dei monti Januli, seguitava a parlare, indicandomi con la punta insanguinata del suo coltelluccio i luoghi ove i fatti che mi narrava erano avvenuti.

—Vedi chélla mòrra?— mi disse non appena ebbe finito di raccontarmi una storia piena di schioppettate, di morti e di feriti, accennandomi un monte velato dall'infuriare della pioggia: —Vedi chélla mòrra? Se tu sapessi quanto foco c'è ascito derèto a chelle prète! Se tu sapessi!— ripetè ancora, scotendo il capo: e poco dopo com'ebbe terminato di spellare il leprotto ne gittò le membra fuori del santuario, ne ripiegò con molta cura la pelle e se la pose in tasca; poi stringendo le pugna macchiate di sangue e guardandomi negli occhi esclamò dolorosamente: —Eh, signoria, a chélli tiempe che te dico io ce steva la gioventù e la moneta; mo simmo viecchi! Nun c'è che fa'!

La pioggia continuava sempre. Uscire non si poteva, ond'io non sapendo come passare il tempo mi misi a leggere sulle pareti del nostro ricovero le innumerevoli iscrizioni lasciatevi da coloro che vi si eran fermati. Una di coteste iscrizioni incisa con un chiodoo forse con la punta di un coltello sul manto turchino di una immagine diceva così: —Onorio Rechia latitande di Casalviero di matina di pesima piogia assai sono ricoverato qui senza timore delli nemici mia.Era il documento visibile di una delle istorie narrate allora allora da Mingaccio.

Alfine la pioggia cessò e potemmo lasciare il rifugio. Un raggio di sole pallido pallido cadeva da una immensa nube cinerea sulle croci del monte dei Sette Dolori, e da una valle lontana veniva nell'aria fredda un lungo e lamentoso rintoccar di campane.

— Che cosa dicono queste campane? — dimandai alla mia guida; ed essa portandosi le mani agli orecchi per meglio raccogliere il suono, dopo di essere rimasta per qualche istante in ascolto con la testa bassa, aggrottò le ciglia e mi rispose con voce commossa: —Sona a gràndina.

— Dove?

—A Casalvieri.— E il buon vecchio, appena incominciammo a scendere il monte, dopo di essersi fatto il segno della croce, prese a recitare alcune preghiere le quali secondo lui dovevano avere un effetto portentoso contro il flagello della grandine, e non si tacque se non quando arrivammo a Colle Fosso, una borgatella di una ventina di casupole dorate dal sole già vicino all'orizzonte. Colà, per riposarci, ci sedemmo sul margine di una fontana. Intorno a noi gli alberi ancora bagnati brillavano sul cielo purificato dall'uragano, e giù dai sentieri che scendevan dai monti e si perdevano fra l'erba verdissima cosparsa di fiori ravvivati dalla pioggia, sotto al languido svariar degli ulivi dai poderosi tronchi rintorti e maculati di musco, gruppi di contadine vestite di nero e col capo quasi nascosto da larghi e lunghipanni bianchi ricamati si avvicinavano alla fonte, cantando e reggendo orci di terra gialla ornati di pitture sanguigne. La foggia del vestire di coteste contadine mi piacque tanto, che volendo serbarne una memoria nella cartella dei miei disegni, non appena arrivai a Casalvieri ordinai a Mingaccio di trovare una donna disposta a servirmi da modello e di portarmela. Egli si allontanò ridendo e poco dopo ritornò tenendo per la mano una bambina col piccolo capo ricciuto oppresso dal peso di una enorme brocca di rame, e presentandomela mi disse: —Chessa, signoria, è chéllo che t'aggio potuto trovà'; chelle grande àvo pavura.

Bisognava adattarsi. Atteggiai la bambina come meglio potei, e mentre la mia guida mi lasciava di nuovo per andare a cercare un luogo dove passare la notte, incominciai a disegnarla. Una folla di curiosi mi circondò subito con tutta la sua ammirazione e con tutti i suoi più strani e goffi comenti, fra i quali ne udii con terrore uno che mi bollava, niente di meno! quale un esattore delle imposte mandato dal Governo a Casalvieri per mettere nuove tasse. Avevo appena incominciato a cercare il modo più persuasivo per ispiegare alle genti come io non avessi niente da spartire col fisco e le gabelle, quando all'improvviso una vecchia orribile sfondò il cerchio dei miei ammiratori e mi venne addosso agitando furiosamente le braccia. All'apparire della megera la modellina se ne fuggì spaventata ed io rimasi sbalordito ed attonito in mezzo ai popoli di Casalvieri, i quali ridevano e strepitavano dietro alla vecchia, che dopo di aver raccolta la brocca di rame lasciata in terra dalla bambina si allontanava urlando: —'Ste cose jàtele a fa' a li paesi vostri! Chesta è carneca nun se venne! Apprima la voglio accide' co' le mano mee!...

Per cercar di comprendere la ragione dei gesti e delle parole della vecchia mi approssimai a un contadino interrogandolo con lo sguardo ed egli mi rispose seriamente: —È ignoranzità. Già. Lei mi capite, ci attaccano idea.— E dopo di avermi squadrato dall'alto in basso e viceversa, mi chiese a bruciapelo: —Ma, scusa, tu di dove sei?

— Di Roma.

—E si sei de Roma che venghi a fa' da 'ste parte?

Non sapendo come rispondergli mi diedi per ingegnere, e allora lui alzò le ciglia e, guardandomi con aria furbacchiotta, mi disse a voce bassa: —È inutile che fai, ho capito tutto. Tu venghi a fare il traforo.

— Bravo! — gli risposi subito, e avevo già principiato ad insegnargli il modo più pratico ed economico per bucare le montagne, quando Mingaccio venne ad annunciarmi di aver trovato il luogo ove avremmo potuto andare a dormire. Cominciava a farsi buio e ci mettemmo immediatamente in cammino. E cammina cammina, dopo di avere attraversato il paese e di avere percorsa una strada lunga e larga, sassosa e fangosa, fiancheggiata da vecchi olmi, arrivammo dinanzi a un grande casamento nero ove fummo accolti graziosamente dal furioso abbaiare di molti cani incatenati sotto a parecchi carretti carichi di ceste e di bigonce dalle quali usciva e si disperdeva nell'aria umida e tepida un calido e piacevole odore di frutta.

Mentre Mingaccio badava a rabbonire i cani e chiamava ad alta voce il padrone della locanda, gli occhi mi andarono in cima all'arco di un androne, che metteva ad un cortile pieno d'altri cani e di altricarretti, e rischiarata dalla luce fioca di una lanterna, intorno a cui svolazzava qualche nottola, vi lessi questa iscrizione: —SI AFFITTANO LETTI CON COMMODO DI STALLA.

Avevo appena finito di leggere le parole male auguranti e stavo aspettando, con la mia guida a lato, il locandiere, quando i cagnacci ripresero ad abbaiare con maggior furia. Allora qualche persona si mosse sui carretti, fra le bigonce e le ceste; alcune voci rauche ed irate ferirono l'aria oscura; una bestemmia fece tremare la terra; ma l'albergatore non venne. Aspettammo ancora. Alfine, dopo altre grida di Mingaccio, le quali inferocirono maggiormente i cani, il fondo buio del cortile incominciò a colorarsi di un debole chiarore rossigno; il chiarore a poco a poco divenne più chiaro e finalmente illuminato dalla fiammella oscillante di una misera candela da un soldo, che egli aveva in mano, e accompagnato da un grosso mastino, apparve il padreterno o, per esser più precisi, il padrone della locanda: un vecchio bianco per antichissimo pelo, il quale, dopo di averci rivolta qualche parola in un linguaggio incomprensibile, e di averci fatto salire una scaletta di legno molleggiante e scricchiolante sotto il peso delle nostre persone, ci introdusse in una stanza, ove su un letto enorme, fra una quantità di ombrelle di tutte le forme e di tutti i colori, stava seduto un altro vecchio che aveva sulle ginocchia una grande ombrella verde, aperta, e la rabberciava al lume di una lucerna di ottone il cui lucignolo fumigante ammorbava l'aria di un puzzo acre e fastidioso di moccolaia.

Il vecchio appena ci sentì entrare sollevò il muso bianco dall'ombrella verde e guardandoci con gli occhi di bragia incominciò a brontolare e a lamentarsi.Insomma, tutti i letti della locanda erano occupati e l'unico letto disponibile era quello dell'ombrellaio! Ridiscesi subito la scaletta di legno lasciando il canuto rabberciatore di ombrelle nel suo nido e mi rimisi in viaggio verso il paese trascinandomi dietro oltre a Mingaccio anche la speranza di trovare colà un letto senza «commodo di stalla». All'alba io e lui lo cercavamo ancora; e, mentre l'aurora con le sue dita rosate tentava invano di allargare le crepe di un denso velo di nubi, morti di sonno come eravamo, dopo di avere ingoiato una bevanda nera ribelle a qualunque addolcimento, montammo sopra a unosciarabbà, pronto a partire per Atina, e ci addormentammo.

Quando io mi svegliai il cavalluccio della vettura, scotendo la testa coperta di fiocchi di lana e di medaglie, di coccarde e di sonagli, di pennacchi e di campanelli, col pettorale, la groppiera, il sottopancia e le tirelle di cuoio nero ornato da fregi di ottone lustro, arrancando e soffiando, ci trascinava su per una salita ripidissima, in cima a cui fra il verdeggiare cupo di querce antichissime si intravvedevano le case lontane di Atina.

Prima di arrivarci, ricordo di avere osservato con gli occhi non ancora bene liberati dal sonno, sui fianchi del monte Meta, la cui cima perdevasi nel cielo nebbioso, i paeselli di Settefrati e Picinisco; ricordo di aver visto le case di San Donato adagiarsi nella valle del Comino fra il verde giallognolo delle messi segate, e quelle di Alvito arrampicarsi sopra a un colle in cima a cui torreggiava un vecchio castello; rammento anche di avere ammirato un raggio di sole che uscito dal cielo plumbeo andò a spegnersi subito su le case brune di Vicalvo, e poi... e poiricordo di non avere ammirato più nulla, perchè appena losciarabbàsi fermò in uno sterrato fra piramidi di cipolle e di pomidori, di melloni e di angurie e di altri ortaggi, incominciò a piovere con tanta forza ch'io non vidi più niente, tranne un Cristo di pietra in cima a una porta, il quale stendendo la destra verso di noi, bagnato com'era, pareva che invece di benedirci ci chiedesse un'ombrella.

***

La porta di Atina vista dal di fuori appare tutta rammodernata e dipinta a strisce bianche e rosse; ma nel suo interno conserva ancora intatta la costruzione medioevale. E una impronta medioevale ha tutto il paese. Ovunque, nelle vie e per i vicoli, sulle case annerite dai secoli o bianchissime per la intonacatura recente qua e là si scorgono avanzi di portici, finestrelle binate, colonne, capitelli e frammenti di scolture romaniche. In fondo alla via principale sorge un castello dominato da una torre merlata. Una volta nel castello abitavano i signori di Alvito; adesso invece vi stanno di casa due muse, la Tragedia e la Commedia, cioè le carceri e il teatro. Quando lo visitai, dinanzi alla sua porta trovai due beccai che scannavano un bue. La povera bestia, legata con grosse funi ad una trave, si dibatteva furiosamente tentando di spezzarle e mandava fuori dalla gola squarciata da una ferita orrenda muggiti lunghi e lamentosi. Un ragazzetto raccoglieva in una secchia di legno il sangue che sgorgando con violenza dal collo calloso della bestia agonizzante, gli schizzava sul volto e gli tingeva di rosso i piedi ignudi imbrattati di mota e di sterco.

Mentre i due beccai arruotavano le manaiuole e le coltella, stropicciando con forza il filo dell'una su quello dell'altra, e si apparecchiavano a squartare il bue, io attraversai un andito oscuro ed entrai nel cortile del castello. Colà, una pioggerellina fina fina, lenta lenta, queta queta velava di mestizia profonda le mura alte ed antiche nelle cui crepe verdeggiavano le paretarie e le malve, le ortiche e i grispignoli. Sopra le pietre lisce, del color dell'acciaio, le gocce d'acqua scivolavano lentamente, brillavano per un istante come gemme preziose e cadevano nel fango. In un angolo, sotto a una tettoia mezzo rovinata, fra mucchi di fieno e di strame v'erano riparati muli e cavalli con le groppe coperte da ruvidi panni rossi e da pezzi di tela incerata. Quando una bestia raspava con lo zoccolo il terreno rammorbidito dalla pioggia, o chinava la testa verso lo strame s'udiva il tintinno di qualche sonaglio. Sui gradini di una scala parecchi ragazzi giocavano alle noci, e di tanto in tanto parlavano coi carcerati i quali accostando il volto alle sbarre delle inferriate rugginose s'interessavano alle sorti delle partite. Uno di cotesti sciagurati col braccio fuori di una inferriata stendeva la mano a una contadina che, reggendo un bambino, si rizzava sulla punta dei piedi per arrivare a stringergliela.

Sentendomi soffocare da tanta miseria stavo per lasciare il cortile quando alcuni carcerati mi chiamarono, e cavata fuori dalle spranghe di una grata una lunga canna dalla cui punta penzolava una borsetta di tela, dopo di avermi chiesto qualche soldo e un po' di tabacco, incominciarono a cantare. Mentre ascoltavo con le orecchie attente il canto grave, lento e malinconico, e seguendone il disegno melodico, mi sforzavo di intenderne le parole, da una chiesa vicinavenne il suono funebre di una campana che piangeva un morto; allora le voci appassionate dei reclusi e i rintocchi lugubri della campana s'unirono insieme dolorosamente e risonarono fra le mura squallide del vecchio cortile fino a che non si persero tremolando nell'aria livida e lacrimosa.

Per andare alla locanda, ove Mingaccio mi aveva già fissato una camera, uscendo dal castello dovetti ripassare davanti ai macellari, e li rividi che spezzavano le membra del bue le cui interiora fumanti, appese a un grosso rampino, esalavano un fetore insopportabile. Intorno ad essi parecchi cagnacci macri e spelacchiati, si mordevano fra di loro, guaivano e leccavano avidamente il sangue, che sgocciolando dalle carni macellate scorreva lungo il muro e andava a rosseggiare nelle pozzanghere. Poco lungi, ai piedi di una statua decollata, due buoi aggiogati accanto a un baroccio, per null'affatto commossi dalla vista e dall'odore del sangue fraterno, guardavano con gli occhi tondi ora i cani ed ora i macellari, e di quando in quando sgretolavano adagio adagio qualche cannuccia tenera e verde.

***

Nella locanda di Atina ebbi una bellissima stanza piena di luce e d'aria e tutta rallegrata dal profumo delizioso di molti fiori di lana, dai canti soavi di molti uccellini imbalsamati e dalla santità immarcescibile di parecchie generazioni di Gesù bambini di cera. Nel salire a cotesta stanza, attraversando un corridoio, vidi sopra a una sedia un cavalletto da pittore.

— C'è un pittore, qui? — dimandai alla locandiera.

—Sissignore, musiù!

— E chi è?

—È 'nu frangese de Pariggi.

— Si può vedere?

—Certamènte— mi rispose la buona donna —ma mo sta in campagna a pazzià co' li colori. Lei lo potrete vedere subbito che ritorna.

E difattisubbito che ritornòlo vidi, gli parlai e con mia grande maraviglia appresi da lui che egli non era francese, ma napoletano; e con non minore maraviglia ei seppe da me che io ero romano, perchè la padrona della locanda come aveva detto a me che lui era'nu frangese de Pariggicosì aveva detto a lui che io ero'nu pariggino de Frangia.

A desinare ebbi l'alto onore di avere a commensale un mercante di grano, un bell'uomo panciuto, espansivo, comunicativo e tutto risplendente di oro e di brillanti, il quale, dopo di avermi chiesto molte notizie intorno al papa, al re, alla regina, ai ministri e al parlamento, mi dimandò se fosse proprio vero che nella piazza di ColonnaTrojanavolessero buttar giù la colonna per cercare sotto al suo piedistallo un tesoro chiuso in una enorme cassa d'argento.

— Eh, pur troppo, mio caro — gli risposi — a quest'ora la colonna sarà già stata abbattuta.

--Ma lei mi parlate sul serio?— esclamò il mio uomo, spalancando gli occhi bovini e percuotendo col pugno robusto la tavola su cui i piatti, le bottiglie e i bicchieri tintinnarono allegramente.

— Così non fosse! — gli risposi ancora — Così non fosse! — E con queste parole lo lasciai a digerire il suo pranzo, non che il suo rammarico per la distruzioneigonoclastica dell'ultimo avanzo dellaguerra di Troja, e me ne andai a passeggiare all'aperto.

Tornando alla locanda, m'ero fermato un momento vicino al tronco di un vecchio olmo per contemplare le vaghe stelle dell'orsa, scintillanti sopra il verde glauco di un uliveto, quando mi sentii picchiare dolcemente sopra a una spalla: mi volsi e mi trovai accanto un omino sbarbato e profumato il quale, dopo una profonda riverenza, mi disse con una vocina languida e tremolante: —Lei, musiù, siete pittore?

— Qualche volta! — gli risposi. Egli allora sorrise, strizzò gli occhi e facendo un gesto ambiguo, mi dimandò: —Vi serve una bella donna di campagna da dipingere?

Poco dopo, mentre nella mia stanza io stava dipingendo labella donna di campagna, nella camera vicina alla mia, ove era il mercante di grano, intesi risuonare gioiosamente una risata argentina. Non v'era da dubitare. Il mercante di grano dipingeva anche lui.


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