CAPO III.La dinamica dei motivi.1. Centro di attività psichica; che si intenda per motivo, impulso, movente.—2. Motivi sensitivi, rappresentativi ed ideali.—3. Che cosa s’intenda permotivo criminoso; differenza tra i motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli.—4. Postulati sull’energia del motivo e sullo stadio evolutivo dei motivi criminosi.—5. La dottrina della inibizione, base dinamica della coscienza criminosa.—6. Modi onde avviene il processo integrativo psichico della energia dei motivi.—7. Assimilazione e fusione dei motivi.—8. L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi.—9. Stato emotivo criminoso.1.—Nella coesistenza e successione degli stati di coscienza è a notare la maggiore o minore permanenza di qualche centro, sensitivo o intellettivo, di attività, al quale convergono, per impulso di affinità o di analogia, delle correnti che atteggiano l’io a propria fisonomia e ne differenziano le qualità accidentali. Il centro di attività psichica è causato dalla sovrapposizione, agli stati precedenti di coscienza, di novello elemento il quale, cominciando col divergere le correnti interne, finisce per dirizzarle ad un punto diverso od opposto a quello cui dianzi tendevano. La espressionecentro di attività psichicaè presa nel senso reale, perchè l’alterazione o cambiamento di coscienza per noi equivale a nuovo modo onde l’energia dell’io sposta il suo centro di gravità; dovendosi ritenere che, nella reciproca attrazione di coefficienti interni, la gravità prevalente sia prodotta dalla maggiore energia di azione o di reazione di fronte alle energie concorrenti. L’elemento transitorio integrativo o disintegrativo degli stati di coscienza noi l’appelliamomotivo,impulso,movente. Essoa) è contraddistinto da una energia propria iniziale;b) è sottoposto alla legge generale di causalità ed alla speciale di assimilazione;c) agisce o reagisce sugli statiprecedenti concomitanti o consecutivi secondochè corrisponde ai medesimi per natura organica ereditaria, per grado di attività genetica o per unità di coerenza.2.—I motivi si distinguono, secondo i piani successivi degli stati di coscienza, in sensitivi, rappresentativi ed ideali. Il lato sensitivo del motivo è accidentale, transitorio; resta, però, di esso, nella serie progressiva di trasformazione psicofisica, qualche cosa corrispondente algradoed allanaturadella energia in attività, e che, permanendo, si riproduce quantitativamente nei fenomeni di coscienza ond’è seguito.Maggiore energia occorre perchè l’impulso o motivo sensitivo si ripresenti o riproduca; il che s’intende dal riflettere che il motivo, per la primitiva azione sensitiva, trova il soggetto in istato di più o meno passività e quindi incontra minori ostacoli reattivi; mentre, riproducendosi, deve vincere le difficoltà provenienti da stati similari od opposti coesistenti ed il cumulo di reazioni inerenti alla natura del soggetto.Nel piano ideale il motivo assomma la energia di tutti i sentimenti ed i rapporti mentali ond’è preceduto ed accompagnato. Trasformatosi in idea od in concetto esercita sulla condotta la influenza che il Baldwin chiamasuggestione motrice. Essa significa—secondo il detto psicologo—che noi non possiamo avere alcun pensiero o sentimento, sia che provenga dai sensi, dalla memoria, dalle parole, dal contegno o dal comando degli altri, che non abbia una influenza diretta sulla nostra condotta. Noi non possiamo per nulla evitare l’influenza dei nostri proprî pensieri sulla nostra condotta, e spesso gli avvenimenti più comuni della nostra vita quotidiana agiscono come suggestione di fatti di grandissima importanza per noi stessi e per gli altri[13].—E qui cade a proposito un’altra originale osservazione del Baldwin; che cioè noi non possiamo eseguire un atto qualsiasi senza che gli corrisponda nella nostra mente il pensiero o l’immagine o la memoria che spinge all’azione. Questa dipendenza dell’atto dal pensiero, che lo spirito ha in un dato momento, si dimostra in modo evidentissimo in certi casi di paralisi parziali, ecc. Un numero considerevole di tali casi autorizza astabilire il principio generale, che per ognuno degli atti, che abbiamo intenzione di compiere, noi dobbiamo avere qualche modo particolare di pensare l’atto stesso, o di ricordare l’impressione che esso produce e la forma che possiede; noi dobbiamo avere nello spirito qualcosa diequivalenteall’esperienza del movimento stesso. Questo principio vien detto dell’equivalente cinestetico, espressione che perde il suo imponente aspetto quando ci ricordiamo checinesteticonon significa altro se non la coscienza del movimento[14].3.—Quando diciamomotivo criminosointendiamo dire determinante del delitto. Ne segue, che la parte fondamentale della psicologia criminale consista appunto nell’esame dinamico dei motivi. Il che non sfuggiva al grande Romagnosi, il quale assegnava tanta parte, nella genesi del diritto punitivo, alla dottrina dei motivi. Sarei, anzi, per dire, che la specialità delle discipline repressive sia la conseguenza di vedute teoretiche e pratiche intorno ai motivi delle azioni che noi giudichiamo violatrici della legge penale.Tra’ motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli non vi ha differenza dinamica se non per gli elementi che, nel dominio psichico, li generarono o li precedettero ed accompagnarono. Questi elementi sono di natura rappresentativa ed ideale; sono anche di natura emotiva e si distinguono per certo grado di intensità della loro attività evolutiva. Suppongasi, ad esempio, che Tizio abbia ucciso Sempronio: il motivo può essere la vendetta o l’odio. Ma ciò nulla spiegherebbe, chè la vendetta o l’odio per tanto mostrano di impulsività per quanto, alla loro volta, sono generati ed animati da altro stato di coscienza, o coefficiente dinamico, che, nella fatta ipotesi, potrebbe essere l’idea ed il sentimento dell’offesaricevuta. E non basta ancora. La offesa qualche volta merita ed attira il perdono: perchè nel caso di Tizio fu cagione di spinta all’omicidio? È da osservare due cose: la prima, che qualunque stato di coscienza agisce e reagisce sugli stati concomitanti; ha un ritmo di equilibrio mobile con tendenza ad addivenire stabile: la seconda, che nell’azione e reazione di ciascuno stato sugli altri, il processo integrativopsichico, che ne consegue, ha per fulcro l’unità cosciente dell’io col grado quantitativo di attitudine all’adattamento. Chi voglia, perciò, dallo stato emotivo interno, prodotto dall’offesa, estendere la riflessione sugli stati che, in dato momento della nostra vita psichica, sono ad esso concomitanti, deve rendersi di ciò conto col constatare i rapporti intercedenti fenomenici, senza punto pretendere di coglierne il nesso intimo ed essenziale: l’umana conoscenza non può estendere il suo potere oltre la ricerca delle circostanze subbiettive ed obbiettive dello stato individuale di coscienza, circostanze che formano l’ambiente in mezzo a cui il motivo agisce ed a cui l’io è indotto necessariamente ad adattarsi. Tizio, per proseguire l’esempio, nel momento dell’offesa era eccitato per questa o quest’altra ragione; in lui la offesa ebbe presa maggiore perchè fatta alla presenza di persone di cui egli voleva conservare la stima; in pubblico, mentre, per circostanza accidentale, egli era alquanto ebbro, esaltato da precedente dispiacere, e così via dicendo.4.—In conclusione di quanto si è esposto raccogliamo i seguenti postulati:a) La energia del motivo ritrae dell’azione o reazione degli stati di coscienza similari coesistenti e successivi; ne aumenta o diminuisce il grado secondo lo adattamento individuale alle circostanze favorevoli o sfavorevoli;b) I motivicriminosiappartengono segnatamente allostadio evolutivodegli stati rappresentativi od ideali; la loro energia è in ragione della complessità degli elementi con i quali sono in rapporto di causalità e di successione.Il primo postulato è abbastanza chiaro da non richiedere ulteriore spiegazione. Non così il secondo. Esso s’intenderà bene quando si pensi, che perstadio evolutivovogliamo significare il processo dinamico integrativo o disintegrativo di coscienza, quel periodo, breve o lungo che sia, durante il quale avviene il cambiamento di stati interni con moto equivalente all’impulso iniziale, trasformato, del motivo. Il cambiamento o il moto si determina tra stati rappresentativi ed ideali. Finchè il motivo fosse presente, senza uscire dalla sfera della sensibilità o dell’affettività, non produrrebbe reazione se non istintiva od automatica. Noi istintivamente allontaniamo la mano dalla fiamma che ci scotta, ci avviciniamoal cibo quando siamo tormentati dalla fame. Se, in simili operazioni, alla mente non si affaccia o ripresenta l’idea, che la fiamma bruci, che il cibo sia il mezzo per soddisfare il bisogno della fame, non si hanno azioni coscienti di cui si possa esser chiamato a rispondere. Il processo psichico evolutivo comincia dal momento che la energia del motivo passa la soglia della coscienza e si prospetta all’attenzione con fisonomia propria, sia trasformandosi in immagine, più o meno vivace e colorita, del fatto esteriore, sia destando sentimento di piacere o di dolore in precedenza non provato. Si ha la prima ipotesi allorchè la mente ha avuto agio di riprodurre, o per ricordo o per istantanea rappresentazione, il fatto nella totalità delle circostanze determinanti il cambiamento, integrativo o disintegrativo, di coscienza; il che succede quando l’individuo ha qualità atte ad imporsi una certa calma, mediante l’uso, anco momentaneo, dei poteri inibitorî di arresto. Il cambiamento, che ne segue, o integra la coscienza, procurandole nuovo stato che con i precedenti si accordi e si armonizzi, dando luogo ad equilibrio più stabile; ovvero la disintegra, causando un turbamento, il cui effetto si compie esternamente con azione criminosa. Chi ne desideri la dimostrazione ricordi due esempî. Per fortunate circostanze della vita versiamo in istato di contentezza; inopinatamente ci si annunzia qualche notizia apportatrice di grande consolazione. La notizia è appresa e ripresentata alla mente con i caratteri piacevoli, ond’è accompagnata; essa influisce ad accrescere lo stato interno di felicità, ossia integra, rafforzandolo, il precedente stato di equilibrio di coscienza.Suppongasi, all’opposto, che ci venga riferita qualche notizia dolorosa; essa mette subito in agitazione l’animo e finisce con lo squilibrare, disintegrandolo, il precedente stato di coscienza.Ognuno vede che nella rappresentazione, o riproduzione immaginaria, del fatto esterno, si accompagna un senso di piacere o di dolore. Allorchè tale senso, attesa la intensità, è fenomeno secondario o semplicemente conseguenziale della rappresentazione ideale del fatto, obbietto del motivo, il cambiamento di coscienza segue il processo più normale, conserie di trasformazioni interne percepibili; ma, avvenendo il contrario, nella ipotesi che la impressione piacevole o dolorosa predomini con potere irresistibile, qualunque reazione di arresto si indebolisce o sparisce, e ne succede il repentino scoppio dell’azione.5.—A meglio chiarire gli enunciati principî, racchiudenti la teoria fondamentale della dinamica dei motivi in genere, e dei criminosi in ispecie, sentiamo il dovere di ritornare sulle idee avanti espresse intorno alla importanza da accordarsi alla dottrina della inibizione, base, senza dubbio, della genesi dinamica degli atti di coscienza più interessanti allo studio del delinquente.Tra le teorie svolte da Lourie, e riassunte magistralmente dall’Oddi, in un libro[15]che tutti i cultori di psicologia dovrebbero meditare, intorno alla inibizione, opino che la più esatta sia quella insegnata dal Wundt, cioè che non vi sono apparati distinti per l’inibizione, bensì esistono diversi processi, unoattivodieccitamento, l’altrodepressivodiinibizione.È teoria fondata sullameccanica molecolare; sul principio che l’aggregazione fisica (molecolare) e l’associazione chimica (atomica) presentano analogia completa in quanto si riferisce al lavoro molecolare. «Il sistema nervoso—riferisce l’Oddi—non entra in attività se non vieneirritatoda qualche stimolo. È mestieri dunque distinguere lo stato di attività e lo stato di riposo. Questo stato di riposo non è che apparente, come in tutti i casi nei quali si tratta di stati stazionarî del movimento. Gli atomi di queste combinazioni complesse eseguiscono dei movimenti continui. Essi sortono da tutti i lati, dalle sfere di azione degli atomi, ai quali essi erano legati fino a quel momento, entrano nelle sfere d’azione di altri atomi, che sono egualmente divenuti liberi. In altri termini, si hanno dissociazioni ed associazioni; e se all’esterno non apparisce nulla, gli è perchè questi due processi contrarî si compensano vicendevolmente. Lo stato di riposo, adunque, è uno stato di equilibrio. Il lavoro molecolare interno resta press’a pococostante, il lavoro esterno press’a poconullo. Nel nervo, durante il processo di eccitamento,quando, cioè, ad esso viene applicato uno stimolo, due effetti opposti si manifestano: un effettostimolante, che apparisce sotto forma di contrazione muscolare, secrezione, sensazione, ecc.; un altroinibitore, che tende a sopprimere il movimento, a sospendere la secrezione, a ricondurre il nervo allo stato primitivo di equilibrio. Questi due effetti cominciano nel nervo contemporaneamente: sul principio predominano gli effetti di arresto; quando lo stimolo è molto debole, questi possono essere la sola manifestazione dell’irritazione, poichè gli effetti opposti non arrivano ad estrinsecarsi; se invece lo stimolo è forte, gli effetti d’arresto, che crescono molto più lentamente che non quelli di eccitamento, vengono tosto superati da questi ultimi. L’effetto finale, il risultato esterno, è una contrazione muscolare o un equivalente. Riferendoci ai dati meccanici sopra esposti, ciò vuol dire che per l’influenza dello stimolo irritante si rompe nel nervo lo stato di equilibrio: le molecole e gli atomi subiscono una specie d’urto che li spinge ad entrare in nuove combinazioni. E la spinta è doppia, poichè doppî sono gli effetti; e si ha contemporaneamente lavoro positivo e lavoro negativo, con prevalenza del primo.—In ultima analisi ed in modo riassuntivo, si può dire che per Wundt il processo di eccitamento rappresenta l’effetto della disintegrazione del tessuto nervoso, quello dell’inibizione è l’espressione della sua integrazione»[16].6.—La efficacia criminosa del motivo non si comprende bene se, dopo essersene conosciuta la genesi, non se ne conoscano i modi di adattamento nella coscienza individuale o collettiva.Il processo integrativo psichico della energia dei motivi avviene:a) o per assimilazione;b) o per fusione;c) o per addizione o sovrapposizione sulle energie dei precedenti stati di coscienza.L’assimilazione del motivo criminoso va intesa nel senso che le qualità ereditarie individuali si prestino ad identificare, con la propria natura essenziale, la efficacia dinamica delnovello coefficiente entrato nel campo della coscienza; il che importa adattamento, dell’elemento accidentale, all’ambiente morale predisposto dalla natura ereditaria dell’individuo. L’adattamento avviene in modospontaneoquando tra il novello coefficiente ed i vecchi siaviidentitàassoluta; mentre, poi, occorre un certo sforzo di interna tensione allorachè tra essi siavi solauniformità. La proclività, o facilità, e la repugnanza ad assimilare dati sentimenti o date idee non sono che effetti di quanto è detto: noi crediamo che ciò dipenda da libera scelta, ma non è guari difficile accorgerci di essere soggetti ad un’illusione, facilmente spiegabile se si rifletta allo sforzo, qualche volta inutile, per vincere la tendenza o la resistenza di stati di animo in contrasto con impulsi che ne variano l’atteggiamento.Se due correnti di due diversi fiumi si incontrano in un punto e scorrono sul medesimo declivio, si mescoleranno senza difficoltà e continueranno il loro percorso: ma, se le correnti sono di opposta direzione, prima che si uniscano e perdano l’apparenza di direzione diversa, è d’uopo che tra loro succeda un contrasto, un gorgoglio, e che insieme si rimescolino a seconda la prevalenza di spinta o di più agevole piano su cui ciascuna scorre.7.—Nel processo di assimilazione, dei motivi, si tien conto dell’adattamento alla natura ereditaria individuale; in quello difusionel’attenzione cade specialmente sulle relazioni intercedenti tra la energia del coefficiente psichico rappresentato dal motivo e l’energia di coefficienti acquisiti ed assimilati in precedenza. Nella fusione dei motivi le correnti psichiche impulsive al delitto sono tante forze concorrenti la cui risultante consiste nella loro somma organizzata ed unificata dalla tempra del carattere individuale. La convergenza delle correnti si verifica per l’attrazione di qualità ereditarie o acquisite; la differenza, tra esse, sparisce subito che il moto potenziale addiviene attuale e si ristabilisce l’equilibrio relativo.8.—L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi si origina, per lo più, in un periodostaticodell’io criminoso.O che questo periodo sia precedente all’altro di preparazionee di esecuzione del delitto, o che interceda tra atti intermedî, certo è che esso è contrassegnato da maggior calma interna e comporta il potere di controllo della riflessione. Insomma, nell’addizione dei motivi, alla mente appariscono chiari i termini che debbono sommarsi o sovrapporsi. La educazione e le mal contratte abitudini molto influiscono a sovrapporre, al carattere primigenio e spontaneo personale, delle tendenze o inclinazioni le quali finiscono per avere il sopravvento ed alterare l’equilibrio interno; di guisa che, data la occasione propizia, lo stato di coscienza si turba e subisce la trasformazione che ad esso imprime qualche motivo accidentale sopravvenuto.Non essendo avvenuta la fusione delle correnti di energie sovrapposte, sarà agevole, mediante l’uso di potere inibitorio, di sceverare, nell’addizione, i termini a sommarsi, e di paralizzare quei motivi che, estranei all’indole ed al carattere individuale, riescirebbero altrimenti a turbare l’equilibrio ed a spingerci al delitto: il che avviene quando, con mezzi preventivi, si allontanano le occasioni propizie all’insorgere di sentimenti e di passioni incomposte, oppure al formarsi di idee di egoistici intenti prevalenti.9.—Il lato emotivo del motivo criminoso attiene al sentimento. Dipendendo l’azione del motivo dalla serie di atti ripetuti in tempi successivi, il sentimento dapprima è di disgusto, di repulsione ed ha pochissima presa nel campo della coscienza. Basta che correnti piacevoli o dolorose attraversino l’animo perchè il velo dell’oblio si estenda sulla triste impressione provata. Ma, ammesso che il motivo si ripeta e la riflessione ci avverta che possa ulteriormente rinnovarsi, al disgusto succede l’impulso rapido ed alquanto intenso che, rafforzandosi pel ricordo del precedente atto repulsivo, si trasforma in sentimento di odio. Comincia dal fondo della coscienza a venire a galla il primo conato reattivo; però ben tosto è represso per la speranza che l’atto non abbia a ripetersi e per l’influenza dei controstimoli emotivi interni. Durando l’azione del motivo, con graduale attenuazione si indebolisce in noi il potere spontaneo inibitorio e si crea un ambiente psichico più adatto alla germinazione di sentimenti e passioni di cui per lo innanzi non si aveva l’esempio.Lo stato interno, che vieppiù si va specializzando, è qualificato da un senso di costrizione o di depressione; l’io si avvede di esser sotto l’incubo di potere estraneo e, per quanto si sforzi a liberarsene, comprende che riesce vano. Ne succede lo stato di sconforto: la vittima è consapevole che la forza di resistenza comincia a venir meno, e si addolora al pensiero dell’abisso che si scava nell’animo ed in cui potrebbero precipitare tutte le buone intenzioni, i naturali istinti di rettitudine. Durando tuttavia il motivo, di tratto in tratto il campo visivo della coscienza si restringe, si abbuia: l’inconscio piglia il predominio e l’animo è maggiormente oppresso da ricordi di precedenti stati di felicità, da idee frammentarie che passano con rapido corso innanzi alla mente, mostrando appena da lontano un lembo luminoso od oscuro di loro esistenza, la visione crepuscolare di avvenire incerto, alterato dalla fantasia, con aspetto reso pauroso dall’incertezza e dal mistero. L’epilogo di questo dramma psichico si compie o con irresistibile reazione, per la scarica di energia scoppiata con atti rapidi ed irrefrenabili, ovvero, allorchè l’azione del motivo sia perdurata, con indebolimento totale dei controstimoli e con l’insorgenza di poteri reattivi di disordine.La emotività del motivo è ben altra cosa dalla serie di emozioni speciali che, in tempo più o meno prossimo alla prima spinta al delitto, destansi nell’animo. Inoltre, lo stadio criminoso della emotività, per chi voglia comprenderne a fondo lo sviluppo, dev’essere esaminato, non solo nel corso ordinario di genesi e di progresso, ma, in singolar guisa, per rispetto alle categorie di delitti ed alla diversità dei motivi capaci ad esercitare un’azione sui medesimi. La emotività, nei delitti di scoppio repentino e tumultuoso di passioni di ira, di odio, di vendetta, non sorpassa la sfera del sentimento; mentre, nei delitti di calcolo e di riflessione, si estende fin nel campo della ideazione. Si prenda in esame il delitto di furto. Il ladro, nel concertare il piano della sua azione, è animato dalla idea di arricchire, la quale idea, alla sua volta, si converte in iscopo o intento del delitto. Chi ben rifletta sul contenuto dinamico dei motivi del furto, si accorgerà di leggieri che questi sono scevri della vivace impulsitàpassionale propria dei reati d’impeto, causati da odio o da vendetta. Il lato emotivo rilevante, nel furto, è affatto ideale, nel significato d’intento calcolato alla stregua di mero interesse. Ciò costituisce il peculiare stato psichico che io chiamostato emotivo ideale criminoso, dipendente da bisogni insoddisfatti, da desideri vivi, da speranze o lusinghe di miglioramento di benessere personale.CAPO IV.Cenestesi del criminale—Fisio-psicologia dei motivi.1. Cenestesi o sensibilità generale del criminale.—2. Ontogenesi e filogenesi dell’anima del criminale.—3. Insensibilità e disvulnerabilità dei criminali.—4. La eredità.—5. L’infanzia del delinquente.—6. La teoria psico-fisiologica dei motivi.—7. Efficacia attuale e potenziale dei motivi; concomitanti somatici caratteristici del piacere e del dolore.—8. La dinamica delmotivo-idea; specificazione della coscienza criminosa.1.—Allargando ed approfondendo l’esame della vita psicofisica minore dei criminale, c’incontriamo nel problema della sensibilità generale o cenestesi del medesimo. «Il senso cenestetico—scrive il Bianchi—è la sintesi di tutte le sensazioni, in cui si riassume la personalità organica. Le informazioni di tutte le funzioni organiche, e di tutto il lavoro compiuto dagli organi nelle diverse officine organiche della vita, vengono trasmesse ai centri nervosi superiori. Da tutte le parti dell’organismo, anche le meno importanti e le più lontane, è un continuo flusso di onde nervose che stabiliscono rapporti tra tutti gli organi ed i centri nervosi superiori. A queste si aggiungono tutte le sensazioni specifiche, per mezzo delle quali il soggetto sperimenta una serie infinita di mutazioni per gli immediati contatti col mondo esterno, la cui ultima risultante è la progressiva comprensione del proprio organismo, sempre più distinto nell’ambiente in cui vive, mercè la riproduzione mnemonica di tutte le qualità fisiche del mezzo e delle modificazioni che l’organismo subisce sotto l’influenza degli agenti che operano su di esso»[17].Questo apparato o composto organico, il cui equivalente psicologico corrisponde alla neuropsiche, quarto grado principaledella psicogenesi filetica, è il sostrato della vita psichica di tutti gli animali superiori, non che di quella dell’uomo, la quale, secondo l’Haeckel, «è legata ad unapparato psichicopiù o meno complicato, e questo si compone sempre di tre parti principali: gliorgani di sensoportano le varie sensazioni; imuscoli, per contro, determinano i movimenti; i nervi compiono la comunicazione tra i primi e gli ultimi, attraversando un organo centrale particolare, ilcervellooganglio. La disposizione e il funzionamento di questo apparato psichico si paragona comunemente con un sistema di telegrafo elettrico; i nervi sono i fili conduttori, il cervello è la stazione centrale, i muscoli e gli organi di senso sono le stazioni locali subordinate. Le fibre nervose motrici conducono centrifugamente ai muscoli gli stimoli volontari o impulsi, e determinano il movimento con la contrazione muscolare; le fibre nervose sensitive, per contro, conducono centripetamente le varie sensazioni degli organi di senso periferici al cervello, e riferiscono le impressioni ricevute dal mondo esterno. Le cellule gangliari opsichiche, che compongono l’organo nervoso centrale, sono le più perfette di tutte le parti organiche elementari; poichè esse non compiono solo la comunicazione tra i muscoli e gli organi di senso, ma anche le più alte tra tutte le funzioni della psiche animale, la formazione di rappresentazioni e di pensieri ed all’apice di tutto la coscienza»[18].2.—La cenestesi del criminale, analogamente a quella dell’uomo normale, va considerata sotto il duplice aspetto, ontogenetico e filogenetico. Le conseguenze, che ne trarremo, agevoleranno il còmpito di seguire la formazione dell’anima del criminale nelle fasi d’integrazione fino all’ultimo grado evolutivo di coscienti azioni esterne. Sono nozioni appartenenti alla biologia ed alla psicologia. La biologia ci apprende come tutti i fenomeni di coscienza si connettano alla vita di relazione col mondo esterno; che dal protoplasma alla più elevata funzione cerebrale qualunque cambiamento organico abbia per esponente uguale modificazione integrativa o disintegrativa della vita psichica; che il nesso causale tra losviluppobiontico(individuale) e quellofiletico(storico), legge suprema d’ogni ricerca biogenetica, ha lo stesso valore per la psicologia, come per la morfologia (Haeckel). Ci apprende eziandio che lasensibilitànon sia che carattere di vita degli esseri, e che dalpsicoplasma(o sostanza psichica nel senso monistico), dalriflessoofunzione riflessao, meglio,atto riflesso, alla rappresentazione cosciente ed all’intelletto non evvi che trasformazioni continue di sanzioni soggette alla legge di eredità e di adattamento. La mente, sintesi delle leggi psicologiche, non è in fin dei conti che l’altra faccia della vita e costituisce come un organismo che ha la sua storia evolutiva ed è retta nelle sue esplicazioni da leggi fondamentali comuni alla vita in genere (Bianchi). La concezione unitaria, adunque, o monistica degli esseri ci obbliga a concludere, che la genesi cenestetica del delitto, fenomeno affatto naturale, si connetta alla legge di continuità, o che vogliasi semplicemente riferire alla psicogenia individuale o biontica, o che si estenda alla storia genealogica della specie.3.—Il Lombroso, riflettendo sulla preferenza singolare dei delinquenti per un’operazione così dolorosa e spesso lunghissima e pericolosa, com’è quella del tatuaggio, e la grande frequenza in loro dei traumi, s’indusse a sospettare in essi una sensibilità ai dolori più ottusa del comune degli uomini, come per l’appunto accade in alcuni alienati, dementi in ispecie[19]. Dall’insieme dei fatti da lui osservati dedusse, in effetti, la verità della tesi, concludendo che la insensibilità al dolore ricorda assai bene quella dei popoli selvaggi che possono sopportare, per le iniziazioni della pubertà, torture non tollerabili da un uomo bianco[20]. Al che si aggiunge una gran forza vitale che ripara prontamente i tessuti in caso di ferite o di lesioni gravi, ciò che Benedick designa col nome didisvulnerabilità[21]. Uguali caratteri si riscontrano nella sfera della sensibilità morale, causa dell’assenza di pietà o della ferocia onde si consumano molti delitti.Fisiologicamente la spiegazione è nella genesi del dolore, il quale, dipendendo da differenziazione progressiva ontogenetica e filogenetica, pel perfezionamento e sviluppo maggiore degli organi dei sensi, non che per raffinata squisitezza di sentimenti altruistici, nel criminale ha dovuto arrestarsi in un grado molto basso, indice o di forma degenerativa o di reversione atavica ad organismi meno perfetti.4.—Ontogeneticamente la sensibilità del criminale dipende in primo luogo dallaeredità. È fin dal momento della generazione e della vita intrauterina che le qualità malefiche pigliano consistenza e cominciano a palesarsi. Le leggi della eredità fisiologica e patologica si applicano specialmente alla biogenesi del delitto. Le varietà di risultati, che spesso mettono in dubbio la verità delle leggi generali, dipendono dalla infinita serie di circostanze imprevedibili. Ma la indagine accurata sui germi embriologici del delitto, non trascurando alcuno degli elementi ereditarî ed atavici, i quali potettero influire direttamente o indirettamente sulle qualità acquisite dalla nascita, deve fornirci molti lumi, intorno alla conoscenza delle qualità medesime, senza i quali resteremmo di fronte ad imperscrutabili misteri.Fin dal momento che la vita individua comincia con la cellula-uovo fecondata o cellula stipite (cytula), i caratteri organici dei genitori si trasmettono nella prole. Il dubbio che ne potrebbe sorgere, secondo che abbiamo detto, è dal non conoscersi ancora esattamente le trasformazioni tutte inerenti alla legge divariazionenei novelli organismi sôrti dalla unione dei germi dei genitori: però eziandio in ciò vige il principio universale dell’unità della vita nello spazio e nel tempo, non che l’altro della varietà con la identità sostanziale degli esseri.5.—Dalla biogenesi cenestetica del criminale passiamo ai primi stadî di sviluppo, alla infanzia. Qui troveremo analoghi caratteri tra ciò che si osserva nei fanciulli e la delinquenza nei selvaggi. L’imprevidenza, la crudeltà, la insensibilità, l’impetuosità, sono distintivi dell’infanzia del criminale e trovano perfetto riscontro in uomini barbari a livello sottostante alla civiltà. La natura di questo scritto mi dispensa dall’addurre esempî comprovanti l’asserto, iquali, d’altronde, furono così bene raccolti dal Lombroso nel primo volume del suoUomo delinquente. Concludendo, diciamo, che la genealogia del delitto, sopratutto nelle forme inferiori della vita psicofisica, non deve mai scompagnarsi dagli opportuni riscontri con lo sviluppo delle qualità criminose dell’individuo; i due campi di studî s’integrano e si completano a vicenda.Vogliamo soltanto aggiungere, che le anomalie di sensibilità, fisica o morale, del fanciullo, più che da costituzione organica, dipendono dalla deficienza o mancanza di discernimento di molte operazioni causanti effetti dolorosi per sè o per gli altri. Molti psicologi dell’infanzia furono sorpresi di atti in apparenza crudeli in fanciulli che, cresciuti in età adulta, diedero prova di squisita sensibilità e tendenze altruistiche. Essi attribuirono il mutamento, in bene, all’opera della istruzione e della educazione. Si ingannarono. La insensibilità era l’effetto dello stato d’incoscienza o di imprevidenza del fanciullo; la qualità opposta nacque dal momento che si acquistò consapevolezza di ciò che equivalga produrre uno stato doloroso. L’attenzione, facoltà molto tarda a svilupparsi; la riflessione, prodotta dalla padronanza negli interni processi di arresto, giuocano influenza massima sui fenomeni di percezioni sensitive: mancando di regola, od essendo molto deboli nei fanciulli, non vi è a meravigliarsi se questi si mostrino così poco sensibili e sì poco inchinevoli alla pietà per i dolori altrui.6.—Conosciuta la cenestesi del criminale, riprendiamo la trattazione dei motivi, sotto il riguardo della teoria fisio-psicologica. Abbiamo visto che l’azione dei motivi, sulla nostra sensibilità, interna od esterna, obbedisce a leggi affatto dinamiche. Essi, in altri termini, non sono che altrettanti coefficienti di energie.La loro principale legge è lalegge della dinamogenesi, per cui ogni stato di coscienza tende a continuarsi in un movimento. I motivi furono da noi distinti in esterni ed interni. Essi, però, in quanto sono efficienti o coefficienti dei delitti, non sono che equivalenti disentimentio diidee. Vedremo, a suo tempo, la natura differenziale delle emozioni criminose, e quanta efficacia abbiano nel predisporre al delitto.Per ora diciamo, che l’azione dei motivi, con la energia di sentimenti, svolgesi nella regione dei fenomeni affettivi. Senza pretendere, che non ne sarebbe il luogo, di fare distinzioni dei fenomeni medesimi, basterà dire, pel nostro intento, che essi tutti o sono causa didolore, ovvero dipiacere. Ridotta la energia dei motivi alle due forme primigenie della nostra vita emotiva od affettiva, non resta che ricorrere alle leggi generali, onde quelle sono rette, per concludere a nozioni soddisfacenti.Il piacere ed il dolore sono i due limiti estremi in cui si polarizza la nostra vita. Corrispondono al primo tutti gli stati psicofisici che rialzano la tonalità delle funzioni al grado di maggiore successo, per esuberanza di energia attuale che non superi la media del bisogno e che agevoli l’opera dell’attenzione ad effettuarsi senza incontrare ostacoli.Corrispondono al secondo gli stati depressivi delle energie psicofisiche; ne sono cause le difficoltà al funzionamento, l’arresto o l’impedimento alla soddisfazione di bisogni, lo squilibrio parziale o totale dell’organismo. Che vi sieno stati interni indifferenti io non ne dubito; ma indifferenti verso chi?—Certo verso il soggetto che non li avverte, non in sè stessi considerati o nelle loro cause. Il passaggio da un estremo ad un altro, in ogni specie di fenomeno, è segnato da punti intermedî. Il campo visivo della coscienza ha dei limiti abbastanza mutabili, che acquistano o perdono estensione a seconda della luce mentale riflessa: ma chi può dire che nei più oscuri confini essa manchi di contenuto; o che, al disotto o nei pressi della sua soglia, non funzionino delle energie di cui non abbiamo neppure il sospetto?7.—I motivi o agiscono per efficaciaattualeo per efficaciapotenziale. Diciamo che la efficacia sia attuale allorchè dipende da motivo presente; diciamo che sia potenziale allorchè dipende da motivo trascorso e del quale si serbi ricordo.L’attualità del motivo ha importanza grande nei delitti passionali o d’impeto, non così nei delitti di calcolo per i quali il materiale dinamico della determinazione consiste nella risonanza piacevole o dolorosa di svegliati ricordi.Di qualunque genere si consideri il motivo, purchè sia causa di stato piacevole o doloroso, esso si accompagna aconcomitanti somatici caratteristici. «Concomitanti somatici—scrive il Bianchi—del piacere sono: aumento della circolazione del capo senza corrispondente aumento della pressione arteriosa (secondo Meynert, il quale ammette dilatazione vasale con pressione arteriosa diminuita); dilatazione volumetrica degli organi periferici (Lehmann); elevazione del polso; acceleramento del cuore; viso raggiante (si dice gonfio dalla gioia); aumento delle sensazioni; rapidità ed energia dei movimenti; aumento della profondità dell’ispirazione, ritmo respiratorio accelerato; aumento della potenza muscolare. Il piacere è dinamogeno.—Concomitanti somatici del dolore sono: diminuzione del calibro dei vasi per contrazione delle pareti vasali; pallore della cute per ischemia; diminuzione di alcune secrezioni (la bocca secca, la scomparsa del latte) e l’aumento di alcune altre (lagrime); costrizione dei vasi polmonari donde quel senso d’oppressione che avvertono tutti quelli che sono sotto la tirannia del dolore; senso di freddo; atonia dei muscoli volontari, donde il capo curvo (curvato dalla tristezza, dice Lange), la faccia allungata; la voce fioca; gli occhi più grandi (maggiore apertura delle rime palpebrali); il dolore è paralizzante»[22].8.—Allorchè il motivo si trasformi in equivalente ideale, dal campo affettivo passa nel campo percettivo o rappresentativo. All’azione diretta dell’efficacia determinante si sostituisce l’azione riflessa. Il fenomeno è molto complesso e formerà obbietto degli ulteriori studî sul processo formativo della coscienza criminosa. Limitandoci ora alla parte affattodeterminantedelmotivo-idea, non ci allontaneremo dal rapporto puramentecausale, che intercede tra la dinamica ideale del motivo criminoso e l’effetto di squilibrio di coscienza.L’idea, chi lo ignora? è di per sè un composto psichico. I coefficienti sensitivi o fisiologici ne sono la base soggettiva; le presentazioni o percezioni del mondo esterno ne apprestano il materiale. La forza, dunque, integrante o disintegrante dell’idea equivale alla risultante di componenti fusi insieme in fenomeno di tensione sulla medesima linea direttiva.Scomposta negli elementi, l’idea si risolverà in fattori fisici e psichici assimilati od unificati percoesioneimmediata o successiva. Ma perchè il motivo-idea pel criminale è causa di squilibrio, a differenza di quanto avviene nell’uomo normale? Perchè l’offesa è respinta sempre con pari o maggiore offesa dall’impulsivo ed è motivo di generoso perdono per l’uomo virtuoso? La risposta è contenuta nelle nozioni svolte intorno allo stato di equilibrio e di squilibrio psichico, non che nelle leggi della dinamica dei motivi criminosi, secondo le quali, nel criminale, la nota culminante dello stato psicofisico è l’anomalia. Manca, non per tanto, un altro dato ai precedenti e qui crediamo utile ricordarlo.La legge di coesione nelle formazioni psichiche ci dà il grado e la fisonomia di ciascun nuovo composto. Essa, però, è completata dalla legge dicontinuità nella coesione psichica. Più coesione, più specificazione; meno coesione, meno specificazione (Ardigò). Quindi, date le attitudini del criminale a maggiormente assimilare le energie squilibranti dei motivi, ed a renderne più coerenti gli effetti, lo stato proprio che ne seguirà, di squilibrio, sarà più differenziato o specificato. Nel ritmo psichico le energie seguono la linea di minore resistenza. Il fondo degenerativo del criminale, meno ostacolando il predominio di tendenze malefiche, più ne rende agevole la specificazione; il che vale tanto per la singola formazione psichica, quanto per la continuità della intera vita psichica.CAPO V.Il processo cosciente del delitto.Stadio di formazione.1. Formazione naturale della psiche.—2. I germi malefici del delitto nei primordi della vita. 3. La genesi di forze antagoniste nella vita di relazione.—4. Il periodo primordiale di tendenze criminose nel fanciullo.— 5. Il secondo periodo formativo della personalità individua del delinquente.—6. La legge di imitazione nell’infanzia del delinquente.—7. La selezione organica degli elementi integrativi del delitto.—8. Il fenomeno dellasimpatiae le sue leggi—9. Influenza dell’ambiente di famiglia e del fattore economico sul delitto; la educazione ed i pervertimenti ereditarî. —10. Influenza delle necessità sociali.—11. Effetto degenerativo dell’azione suggestiva criminosa.—12. Influenza dei motivi sentimentali che agiscono sulla immaginazione.1.—La nostra vita psichica non è che un alternarsi di stati di coscienza. Dalla sensazione alla ideazione, dalla volizione all’azione il processo integrativo dell’io si risolve in atti successivi che o si collegano o si elidono o si fondono insieme. La consapevolezza della vita psichica comincia dal momento che lo stimolo, coefficiente dinamico, agendo sulle nostre tendenze ereditarie od acquisite, entra nel campo visivo della coscienza e ne muta la superficie.Da siffatto momento ha principio la vita psichica con equivalenti paralleli alle funzioni organiche. Da siffatto momento comincia il processo di formazione della coscienza e nel singolo individuo si rendono percepibili le prime distinzioni di qualità destinate ad ulteriori progressi nel tempo.Chi desideri formarsi esatti giudizî sul perchè di tendenze spiccate ad azioni virtuose o meno, deve, fin da questo primo periodo, dirò embrionale, della psiche, non tralasciare di notare tutti i modi onde l’organismo psicofisico si va formando, e le leggi che ne regolano lo sviluppo.Avanti ci occupammo della delinquenza nella età dell’infanzia e ne rassegnammo le somiglianze con la natura dell’uomo selvaggio. Simile analogia ontogenetica e filogenetica, in gran parte, ha la origine in germi ereditarî non per anco differenziati per l’adattamento dell’ambiente sociale; ciò che, con l’opera del tempo, molto facilmente potrà avvenire.Volendo, frattanto, conoscere come, fin dall’indicato periodo, l’anima del delinquente a poco a poco si venga plasmando, egli è d’uopo rifarci alquanto indietro e, ripigliando la trattazione dei motivi o dei determinanti al delitto, vedere quale efficacia essi giuochino in concorso a tutti gli altri coefficienti, esterni ed interni, nel dare il primo contenuto organico alla coscienza.2.—La forma indistinta delle tendenze ereditarie ci apprende, che nei primordi della vita i germi malefici del delitto siano involuti in centri di energie di natura siffatta da non sottostare necessariamente alla immanenza di speciale differenziazione. La ereditarietà, tuttochè sia la principale scaturigine del bene o del male operato dall’individuo, non è a concepirsi sotto l’aspetto dicausa fatale; chè, così dicendo, si trascurerebbero tutti gli elementi di ambiente e di adattamento, i quali concorrono, simultaneamente o successivamente, alla formazione dell’organismo psicofisico. Invece egli sembra più esatto il pensare, che i germi ereditarî o, meglio, le energie costituenti l’organismo dell’individuo, nella loro forma involuta primigenia, diano luogo all’apparire di caratteri che facilmente si confondono insieme ed agevolmente sono convertibili negli atti esteriori.La inclinazione al mal fare, all’altruismo, alla carità, alla beneficenza sono qualità che in pratica possono effettuarsi in maniere svariate. Mal fa l’egoista, l’ambizioso, il delinquente; eppure non si dirà che l’uno equivalga gli altri. In breve, è verità incontrastabile che la ricerca del male, o etico o giuridico, debba eseguirsi non già in sè o nella essenza organica germinativa, bensì nei primi atti esteriori con note differenziali.Proponiamoci, dunque, il dovere di vedere perchè ordinariamente nel fanciullo si riscontrino le qualità dell’uomo selvaggio; vale a dire perchè nei primordi della nostra esistenzail delitto rimugghi dal fondo dell’anima e desti l’allarme in chi n’è spettatore.3.—Il sentimento primo fondamentale della nostra vita è il sentimento di esistenza. Esistere non significa soltanto essere o vivere, ma avere il senso immanente della potenzialità ad agire ed a mettersi a contatto col mondo esterno. Insieme a questo sentimento un altro ne sorge: il sentimento della difficoltà nell’esplicarsi, ossia il senso di ostacoli frapposti al proprio funzionamento organico. È dal contrasto dei due sentimenti suddetti che sorge la prima forma di forze antagoniste nella vita di relazione; è dalle successive vittorie, effettuate dalla potenzialità sugli ostacoli funzionali, che il progresso personale si concreta con gradi vieppiù ascendenti.Dagli atti riflessi dei primi mesi di vita, del fanciullo, alle azioni reattive contro qualunque ostacolo si frapponga alla soddisfazione dei più vivi suoi desideri, vi sono esempî d’una coscienza automatica ed istintiva ad affermare vieppiù la prevalenza di energia del tutto personale, base della vita incipiente della psiche e della identità dell’io in mezzo alla varietà incessante dei fenomeni. Fra le relazioni interne, o delle funzioni interne, e le relazioni esterne si stabilisce un rapporto sempreppiù costante: più l’ambiente addiviene complesso e più l’individuo, differenziandosi, si organizza, fino a che egli, in mezzo a’ simili, assume fisonomia personale stabile.4.—Or, considerate il fanciullo nel descritto periodo primordiale di vita di relazione, e vi accorgerete, di leggieri, che, se germi malefici egli ha ereditati, questi faranno la loro prima comparsa nell’accentuare la energia reattiva personale verso intenti per nulla altruisti, con la scelta di mezzi meno adatti all’ambiente civile. In somma, a dir breve, la genesi psicofisica del delitto, mentre biologicamente non si allontana dalle leggi dell’ontogenesi e della filogenesi, leggi comuni a tutte le specie degli organismi viventi, si ricongiunge al principio generale di perenne lotta per l’esistenza, con la prevalenza degli organismi più adatti all’ambiente. Il senso di delitto, a certe azioni eticamente condannabili e legalmente reprimibili, trova la spiegazione giuridica nella necessitàdell’ordine sociale: la sua origine naturale deve attingersi direttamente alle leggi della vita ed alle condizioni ond’essa si accompagna pel progresso dell’organismo umano. Data la lotta tra l’energia individuale e le energie antagoniste, si ha contrasto tra stimoli e controstimoli, e l’aumento di potenzialità è a detrimento della possibilità ad essere indirizzati dalla forza degli agenti esterni che, o naturalmente o artificialmente, hanno effetto su noi.La prima ed elementare differenza avvertita dal fanciullo, nell’apprezzare l’entità d’un’azione, è improntata dall’attrattiva di sentimento piacevole o doloroso. L’ostacolo, un impedimento alle nostre funzioni, reca dispiacere; l’azione istintiva è di allontanarlo. Il contrario avviene con obbietti piacevoli, i quali ci attraggono a contendercene il possesso.Il sacrificio di astenersi da ciò che piaccia è ben raro che si esperimenti nel bambino. La ragione è perchè esso si connette ad un processo di arresto, che nei primi anni della vita manca in noi. Nel bambino la sensazione del piacere è seguìta immediatamente da impulsione esterna: mancando l’ideazione dell’atto, il fenomeno è semplicemente riflesso ed istintivo.5.—Formatosi il primo abbozzo della personalità individua, i dati della coscienza si vanno gradatamente aumentando e spunta la prima volta la distinzione in principio semplicemente intuita poi imposta dalla necessità di adattamento tra le azioni lecite e le non lecite o, meglio, tra ciò che è conseguibile e ciò che dev’essere rispettato. Le impulsioni verso oggetti o atti piacevoli sono frenate dal contrasto dei controstimoli, di cui si comincia a percepire la esistenza; il mondo esterno, durante la lotta, è rappresentato con più precise modalità e confini; fino a che, nel ritmo di azioni e reazioni crescenti, non cominci ad apparire la prima forma di equilibrio o di squilibrio.Il fanciullo, proiettando al di fuori la sua personalità, assorbe dalle personalità altrui le energie similari alle ereditarie o, accidentalmente, acquisite per sopravvenute modificazioni organiche. Di qui i due potenti coefficienti della evoluzione o dissoluzione personale, laimitazionee lasimpatia.6.—Nessuno scrittore, che io mi sappia, ha dato al adeguata importanza alla imitazione quale coefficiente geneticodel delitto, anzi quale mezzo principale di organizzazione spontanea della coscienza del delinquente.La origine della imitazione si connette ad un fenomeno di verasuggestione, che distingueremo col nome dimotrice. Ogni atto, anzi ogni pensiero, ogni sentimento implicano movimento o muscolare o cerebrale: movimento che deve trasmettersi esternamente.I fenomeni telepatici, e ciò che la quotidiana esperienza ci apprende, sono lì per dimostrarci che nei nostri centri cerebrali, ideativi, emotivi o volitivi, si ripercuotono ininterrottamente movimenti che ci vengono dal di fuori e che rispondono alla equivalenza di energie in via di trasformazione. Reciprocandosi, in tal modo, la relazione dinamica tra noi ed i nostri simili, finiamo col prendere le abitudini mentali, le inclinazioni morali trasmesseci a contatto od a distanza. La imitazione è il fatto più complesso del riferito principio. Essa si connette dall’un lato alla energia potenziale delle qualità ereditarie, dall’altro alle influenze attrattive degli atti o delle azioni costituenti l’ambiente morale e civile in mezzo al quale ci esplichiamo.È sì grande la influenza imitativa che, qualche volta, arriva alla forza di contagio. Tra la infezione delle malattie fisiche e la infezione delle malattie morali evvi sì stretta analogia che quasi noi possiamo, per spiegarcene l’essenza, supporre dei microbi del vizio e del delitto.Alcuni scrittori, sforzandosi con pazienti osservazioni di costruire una psicologia scientifica dell’infanzia, incorsero nel difetto di origine di porsi sempre da un sol punto di vista; facendo le loro osservazioni e gli esperimenti in ambienti privilegiati, tra fanciulli nati e cresciuti in famiglie civili, con qualità ereditarie normali. Ben altrimenti dovrebbe praticare chi desiderasse formarsi opinioni illuminate sulla psicologia della delinquenza, il cui massimo esponente si ritrova nei bassi fondi sociali, negli ambienti preparati alla fecondazione spontanea dei germi del male.Non giova farsi illusioni: la vita sociale, come ovunque si svolge, è formata a strati sì differenti tra loro da non permettere neppure la rassomiglianza di analogia. Pensieri, costumi, azioni son tanto diversi dall’uno all’altro stratosociale che erroneo sistema sarebbe quello di confonderne le osservazioni e le illazioni; peggiore il credere di aver conseguito l’intento scientifico col raccogliere dei principî o dei cànoni d’indole interamente relativa, di valore unilaterale.7.—La imitazione ad assorbire, ad assimilare gli elementi psicofisici del delitto succede, in ambienti adatti, per legge spontanea di selezione organica. Il delinquente, piccolo o adulto, non si accorge neppure delle infezioni malefiche delle quali è la vittima; proprio allo stesso modo onde le più letali malattie ci trasmettono il loro germe senza che ne avessimo consapevolezza. Durante il periodo di incubazione, embriologico del delitto, la imitazione, agevolandoci i mezzi di contatto e di riproduzione dei germi del male, è la via meglio adatta per la trasmissione di energie criminose destinate a causare, nel soggetto passivo, cambiamenti ed impulsioni a futuri delitti.Per comprendere il meccanismo o la statica e la dinamica della imitazione criminosa, noi dobbiamo ricordare un altro fenomeno abbastanza trascurato in psicologia, il fenomeno dellasimpatia, sulla quale non a torto Adamo Smith fondava la morale.8.—La simpatia fisiologicamente si rapporta alla teoria delle azioni riflesse; psicologicamente è l’attitudine a riprodurre in noi i piaceri ed i dolori dei simili; sociologicamente è la base della legge di solidarietà umana; naturalmente non è che uno dei tanti modi della legge universale di attrazione. Le distinzioni, che delle forme svariate della simpatia, massime sotto il riguardo fisio-patologico, fecero gli scrittori, sono argomenti della importanza ad essa generalmente attribuita e dell’obbligo che si ha di tenerne quel conto che effettivamente merita.Barthez distingue lesinergiedallesimpatie; Tissot le simpatieattivee lepassive; Hunter le simpatie per continuità e le simpatie per contiguità. Noi, riferendoci al sistema meccanico unitario, diciamo che anche la simpatia debba spiegarsi con la legge di attrazione di centri di energie e con la più agevole trasformazione di movimenti per le vie diminore resistenza. Quindi è che la simpatia, nelle relazioni con i simili, è la ragione davvero efficiente della imitazione; poichè questanon si verificherebbe se tra esseri consimili intercedesse tale avversione da allontanarci irremissibilmente l’uno dall’altro. In conclusione, e tenuto presente tutto quanto è sopra detto, possiamo tirare l’infrascritta prima legge: L’attitudine ereditaria inclina verso l’azione attrattiva di energia similare per la prevalenza di potere di simpatia. L’osservazione quotidiana è che i simili si attraggono con i simili; tra essi, qualche volta, si desta una corrente di affinità irresistibile. Sono le molecole fisiche sociali, che si attraggono, si unificano per formare l’essere virtuoso o il delinquente: è l’immanente potere della vita nelle variazioni delle forme omogenee ed eterogenee, è la perpetuazione degli individui e delle specie nella selezione continua organica e sociale.La seconda legge, di evidente applicazione all’ambiente del delitto, è chela simpatia agisce con l’attenuare la forza di arresto delle tendenze antagoniste, col rafforzare la efficacia degli stimoli analoghi tra energie a contatto, con l’abituare l’attenzione a trascurare ciò che meno ci alletta, con l’unificare i motivi sinergici.Chi abbia l’agio di osservare l’amicizia di individui dediti al delitto, vedrà che tra gli stessi ogni divergenza di opinioni o di abitudini tace allorchè trattasi di stringersi nella vicendevole fiducia di sentirsi adatti a commettere date azioni, e nel suggestionarsi, con sforzi reciproci, a non temere la minaccia della legge o le difficoltà che ostacolano la perpetrazione del reo disegno. La forza di simpatia duplica in ciascuno la spinta al delitto, come smorza o attenua l’opera della controspinta; oltre che fa sorgere un senso di compiacimento per l’opera propria, purchè questa riesca gradevole altrui.Una terza legge, che nelle osservazioni pratiche potrà tanto giovare, è la seguente:La simpatia, in quanto influisce ad organizzare la coscienza criminosa, distinguesi in individuale o collettiva, diretta od indiretta; la prima attiene alle persone con cui si abbia uniformità; la seconda dipende dalla inclinazione a voler commuovere favorevolmente la pubblica opinione.—L’influsso della pubblica opinione sull’animo del delinquente è di estrema considerazione. Consistendo, d’ordinario, il delitto in prevalenza diforzao diastuzia, portaseco la lusinghiera persuasione del compiacimento di coloro da cui amiamo essere ammirati e dell’ammirazione della generalità degli uomini.9.—La prima fonte di morale degenerazione è la mal costituita famiglia; il primo rimarchevole fattore è l’economico.Anche a non accettare le estreme conclusioni del materialismo storico, che coordina tutti i fenomeni sociali al sottosuolo dei rapporti economici e pretende che dall’espandersi delle energie produttive sieno determinati gli incessanti contrasti, cause di cambiamenti nella vita pubblica o privata, egli è ragionevole ritenere che la mancanza o la deficienza dei mezzi necessarî alla esistenza ed alla disciplina delle personali facoltà debba molto concorrere all’arresto d’incremento progressivo dell’organismo fisico e morale. Il problema, tuttochè complesso negli elementi, è di facilissima soluzione a chi attenda a quanto avviene tuttodì sotto gli stessi suoi occhi. La miseria è baratro scavato ai più nobili sentimenti morali, alle migliori iniziative dell’esistenza: è tenebra in cui il lume della intelligenza poco a poco si spegne; è causa di sconforto e di esaurimento per le volontà più robuste e meglio agguerrite. A contatto forzato con genitori scioperati, bevoni, dediti al vizio, al delitto; in mezzo a gente non guidata che da motivi di egoismo; privi di controstimoli o di esempî di virtù; col microbo latente e costituzionale del delitto, chi vorrà pretendere atti onesti da uomini sì sventurati? Aggiungasi l’opera incessante, potente dei pregiudizî, il falso convincimento d’una morale fittizia esclusivista, e si avrà il dato giusto del come e perchè la famiglia sia, nei bassi fondi sociali, la vera scuola della demoralizzazione e degli istinti perversi.—Dimandato F. B., un giovanetto di 17 anni, da me difeso pel reato di omicidio, dopo altre due condanne per ferimenti, perchè mai, senza sufficiente motivo, in tenera età si fosse reso colpevole di delitto sì grave, rispondendomi, mi raccontò una lunga istoria di reati in famiglia, dei quali uno di assassinio commesso dal padre morto in carcere, e concluse: «Che cosa potevo far io se non uccidere il primo che mi avesse offeso?». Difesi, in tempi diversi, sei individui della famiglia D. F., tutti per delitti di sangue: l’ultimo rivoltosi al mio patrocinio, perchèresponsabile di ferimento, essendo stato richiamato sui precedenti dei congiunti, mi rispose: «Non è a meravigliarsi; è malattia di famiglia!...».La educazione può molto modificare i pervertimenti ereditarî, ed aiutare lo sviluppo dei buoni semi: ma per educazione, osserva Lombroso, intendiamo non le semplici istruzioni teoriche che di raro giovano, anche agli adulti, per cui vediamo sì poco approdare la letteratura, i discorsi, le arti dette moralizzatrici, e meno ancora le violenze con cui al più si ingenerano degl’ipocriti, si trasforma non il vizio in virtù, ma il vizio in un altro vizio; bensì una serie di impulsioni, moti riflessi sostituiti lentamente a quegli altri che furono cause dirette o almeno favorevoli al mantenimento delle prave tendenze, e ciò col mezzo dell’imitazione, delle abitudini gradualmente introdotte colla convivenza in mezzo a persone oneste e con precauzioni sapienti per evitare che sorga in terreno adatto a proliferarsi l’idea fissa che vedemmo divenire sì fatale nell’infanzia»[23].10.—La seconda fonte più abbondante e più probabile di morale degenerazione e di preparazione al delitto è l’ambiente di necessità sociali analogo alla classe a cui ciascun di noi appartiene.I fattori dell’umano progresso, generalmente intesi sotto il nome comune di civiltà, in quanto sono elementi differenziati di maggiori attitudini nella lotta per la vita portano la conseguenza di accrescere la incapacità di adattarsi alle risorse di cui si contentavano i nostri avi. Indi è che, come bene osserva Féré, la consumazione di alimenti, di eccitanti, di materie d’ogni specie da soddisfarsi si accresce di giorno in giorno.«Per soddisfare i suoi bisogni incessantemente moltiplicati, l’uomo si esaurisce nella lotta contro gli elementi; ed è per compensare gli effetti di questo esaurimento ch’egli si sforza di chiamare in aiuto delle deboli sue braccia le risorse del suo spirito, le quali dovranno compensare con molteplici invenzioni la insufficienza delle lor proprie forze. Ma ciascun nuovo sforzo di adattazione, ciascun progresso di ciò che noichiamiamo civilizzazione, è una nuova causa di esaurimento il quale si manifesta ognora con più intensità sugli individui maggiormente indeboliti. Questi individui divengono ben tosto incapaci di continuare la lotta, e soccombono sia a disordini generali della nutrizione, sia a degenerazioni più o meno localizzate, trasformandosi in affezioni organiche diverse o in disordini funzionali con predominio verso l’organo il più debole»[24].Nelle attuali condizioni di lotta per l’esistenza, in particolare nelle città, è sopratutto il sistema nervoso centrale che sopporta le spese del lavoro d’adattazione; l’esaurimento può risultare tanto per sforzi fisici che psichici. «Uno dei principali effetti dell’esaurimento nervoso è l’incapacità dello sforzo continuato. È vero che per i soggetti congenitamente sani e ben conservati il lavoro eccessivo non determina che una fatica in generale facilmente riparabile; ma, se a questo lavoro eccessivo si aggiungono delle privazioni di ogni sorta, ne segue un esaurimento più profondo e più duraturo, il quale non pure favorisce la discesa individuale, ma ancora prepara le attitudini morbose della generazione seguente. È meno in ragione della fatica personale che in ragione dell’esaurimento ereditario, dello spossamento capitalizzato, che la razza subisce l’imposta progressiva della degenerazione e diviene meno capace di sforzi produttivi»[25].11.—I moltiplici esempî di vizî e di azioni delittuose agiscono, sulla organizzazione della coscienza criminosa, con la forza di stimoli suggestivi. Nè alcuno più dubita sull’effetto degenerativo della suggestione in ambiente propizio alla germinazione di esempî viziosi. Essa altera profondamente la psiche, producendo perversioni nella sensibilità e nelle più alte funzioni cerebrali; giunge perfino a mutare interamente i caratteri della personalità ed a far sorgere inclinazioni e bisogni per lo innanzi sconosciuti. L’effetto equivale ad una stratificazione graduale di sentimenti e di idee, all’abitudine d’adattazioni coscienti o incoscienti a percepire in diverso modo la realtà, a creazione di poteri psichici difformi daiprecedenti, a risultati psicofisici con relazioni ed indirizzi nuovi. Dopo alcun tempo, più o meno lungo, il candidato al delitto si trova preformato e preparato all’esperimento; non mancano che le occasioni, le quali, di certo, non si faranno guari attendere.Lo avete voi mai osservato quel fanciullo che, poco amante di un’ordinata e costante occupazione, ama spesso sfuggire all’autorità paterna e si abbandona al vagabondaggio; buona parte della giornata, di niente altro preoccupato che di provar gusto nel giuoco, nei piccoli vizî, negli atti di sopraffazione, nell’uso di audace astuzia pel conseguimento di qualche intento, con imprevidenza dell’avvenire, con trascuratezza di ogni atto meritevole di lode? Seguitelo nei susseguenti anni della vita. Egli un bel giorno si ribellerà all’autorità dei genitori; ne schernirà i consigli, acquisterà di sè la coscienza autonoma d’una energia disordinata, in lotta con i freni sociali, con chiunque gli apparisca di ostacolo alla soddisfazione di bisogni resi urgenti dalla eccezionalità di vita. Lo sforzo di vincere le difficoltà, nella lotta impegnata, si traduce in un aumento di pericoli di soccombere, da un istante all’altro, sia sotto la sanzione repressiva della legge, sia sotto la reazione altrui; finisce, però, sempre o con l’esaurire la energia, causando qualche forma di degenerazione, ovvero col trasformare fisicamente e psichicamente il soggetto e spingerlo irremissibilmente nel baratro del delitto. È la storia uniforme di quasi tutti i frequentatori della prigione: dalla vita di disordine si passa al vizio; dal vizio al delitto.12.—Non poca influenza deve attribuirsi a tutti i motivi sentimentali che agiscono direttamente sulla immaginazione. È incredibile dire quanta forza suggestiva sulla pubblica opinione e sui singoli animi possano esercitar delle credenze artificiosamente o morbosamente ridestate; dei sentimenti di malintesa pietà, di falso entusiasmo, di un’attesa ansiosa, di un volere imposto fin con la costrizione di morale supremazia. Dapprima quello che è impossibile fin anche a pensarsi, appare possibile, ma sotto condizioni eccezionali; poi si rende plausibile con le date circostanze di fatti; indi si ritiene per sicuro, anzi certo, e finisce con l’impossessarsidegli animi e col trascinarli fatalmente là dove la ragione non avrebbe giammai permesso che si arrivasse.La immaginazione, massimamente se ravvivata dal sentimento, è la facoltà magica che tutto trasforma e colorisce, alcuna volta in bene, quasi sempre in male. Chi potrà mai calcolare l’effetto dinamico, sulla immaginazione di poveri degenerati o deboli di mente, prodotto per la teatralità di drammi giudiziarî dai colori i più foschi, dalle scene le più atroci? Chi è abituato, avvocato o magistrato, nelle aule dei Tribunali e della Corte di assise, ha dovuto, oh! quante volte, accorgersi che di fronte alla figura audace, feroce d’un imputato od accusato, il pubblico minuto di persone indifferenti, di donne, di ragazzi, restava estasiato, ammirato. In quelle ore di pubblico spettacolo, in quel periodo di ansie, di godimento morboso, la coscienza degli spettatori è così suggestionata, è così scossa che, quando si arriva all’epilogo o della condanna o dell’assoluzione, molti buoni sentimenti si saranno affievoliti, correnti passionali han preso possesso della coscienza, germi deleterî di pervertimenti futuri han messo radice: e dire che tutto questo succede perchè la giustizia funzioni!
CAPO III.La dinamica dei motivi.1. Centro di attività psichica; che si intenda per motivo, impulso, movente.—2. Motivi sensitivi, rappresentativi ed ideali.—3. Che cosa s’intenda permotivo criminoso; differenza tra i motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli.—4. Postulati sull’energia del motivo e sullo stadio evolutivo dei motivi criminosi.—5. La dottrina della inibizione, base dinamica della coscienza criminosa.—6. Modi onde avviene il processo integrativo psichico della energia dei motivi.—7. Assimilazione e fusione dei motivi.—8. L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi.—9. Stato emotivo criminoso.1.—Nella coesistenza e successione degli stati di coscienza è a notare la maggiore o minore permanenza di qualche centro, sensitivo o intellettivo, di attività, al quale convergono, per impulso di affinità o di analogia, delle correnti che atteggiano l’io a propria fisonomia e ne differenziano le qualità accidentali. Il centro di attività psichica è causato dalla sovrapposizione, agli stati precedenti di coscienza, di novello elemento il quale, cominciando col divergere le correnti interne, finisce per dirizzarle ad un punto diverso od opposto a quello cui dianzi tendevano. La espressionecentro di attività psichicaè presa nel senso reale, perchè l’alterazione o cambiamento di coscienza per noi equivale a nuovo modo onde l’energia dell’io sposta il suo centro di gravità; dovendosi ritenere che, nella reciproca attrazione di coefficienti interni, la gravità prevalente sia prodotta dalla maggiore energia di azione o di reazione di fronte alle energie concorrenti. L’elemento transitorio integrativo o disintegrativo degli stati di coscienza noi l’appelliamomotivo,impulso,movente. Essoa) è contraddistinto da una energia propria iniziale;b) è sottoposto alla legge generale di causalità ed alla speciale di assimilazione;c) agisce o reagisce sugli statiprecedenti concomitanti o consecutivi secondochè corrisponde ai medesimi per natura organica ereditaria, per grado di attività genetica o per unità di coerenza.2.—I motivi si distinguono, secondo i piani successivi degli stati di coscienza, in sensitivi, rappresentativi ed ideali. Il lato sensitivo del motivo è accidentale, transitorio; resta, però, di esso, nella serie progressiva di trasformazione psicofisica, qualche cosa corrispondente algradoed allanaturadella energia in attività, e che, permanendo, si riproduce quantitativamente nei fenomeni di coscienza ond’è seguito.Maggiore energia occorre perchè l’impulso o motivo sensitivo si ripresenti o riproduca; il che s’intende dal riflettere che il motivo, per la primitiva azione sensitiva, trova il soggetto in istato di più o meno passività e quindi incontra minori ostacoli reattivi; mentre, riproducendosi, deve vincere le difficoltà provenienti da stati similari od opposti coesistenti ed il cumulo di reazioni inerenti alla natura del soggetto.Nel piano ideale il motivo assomma la energia di tutti i sentimenti ed i rapporti mentali ond’è preceduto ed accompagnato. Trasformatosi in idea od in concetto esercita sulla condotta la influenza che il Baldwin chiamasuggestione motrice. Essa significa—secondo il detto psicologo—che noi non possiamo avere alcun pensiero o sentimento, sia che provenga dai sensi, dalla memoria, dalle parole, dal contegno o dal comando degli altri, che non abbia una influenza diretta sulla nostra condotta. Noi non possiamo per nulla evitare l’influenza dei nostri proprî pensieri sulla nostra condotta, e spesso gli avvenimenti più comuni della nostra vita quotidiana agiscono come suggestione di fatti di grandissima importanza per noi stessi e per gli altri[13].—E qui cade a proposito un’altra originale osservazione del Baldwin; che cioè noi non possiamo eseguire un atto qualsiasi senza che gli corrisponda nella nostra mente il pensiero o l’immagine o la memoria che spinge all’azione. Questa dipendenza dell’atto dal pensiero, che lo spirito ha in un dato momento, si dimostra in modo evidentissimo in certi casi di paralisi parziali, ecc. Un numero considerevole di tali casi autorizza astabilire il principio generale, che per ognuno degli atti, che abbiamo intenzione di compiere, noi dobbiamo avere qualche modo particolare di pensare l’atto stesso, o di ricordare l’impressione che esso produce e la forma che possiede; noi dobbiamo avere nello spirito qualcosa diequivalenteall’esperienza del movimento stesso. Questo principio vien detto dell’equivalente cinestetico, espressione che perde il suo imponente aspetto quando ci ricordiamo checinesteticonon significa altro se non la coscienza del movimento[14].3.—Quando diciamomotivo criminosointendiamo dire determinante del delitto. Ne segue, che la parte fondamentale della psicologia criminale consista appunto nell’esame dinamico dei motivi. Il che non sfuggiva al grande Romagnosi, il quale assegnava tanta parte, nella genesi del diritto punitivo, alla dottrina dei motivi. Sarei, anzi, per dire, che la specialità delle discipline repressive sia la conseguenza di vedute teoretiche e pratiche intorno ai motivi delle azioni che noi giudichiamo violatrici della legge penale.Tra’ motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli non vi ha differenza dinamica se non per gli elementi che, nel dominio psichico, li generarono o li precedettero ed accompagnarono. Questi elementi sono di natura rappresentativa ed ideale; sono anche di natura emotiva e si distinguono per certo grado di intensità della loro attività evolutiva. Suppongasi, ad esempio, che Tizio abbia ucciso Sempronio: il motivo può essere la vendetta o l’odio. Ma ciò nulla spiegherebbe, chè la vendetta o l’odio per tanto mostrano di impulsività per quanto, alla loro volta, sono generati ed animati da altro stato di coscienza, o coefficiente dinamico, che, nella fatta ipotesi, potrebbe essere l’idea ed il sentimento dell’offesaricevuta. E non basta ancora. La offesa qualche volta merita ed attira il perdono: perchè nel caso di Tizio fu cagione di spinta all’omicidio? È da osservare due cose: la prima, che qualunque stato di coscienza agisce e reagisce sugli stati concomitanti; ha un ritmo di equilibrio mobile con tendenza ad addivenire stabile: la seconda, che nell’azione e reazione di ciascuno stato sugli altri, il processo integrativopsichico, che ne consegue, ha per fulcro l’unità cosciente dell’io col grado quantitativo di attitudine all’adattamento. Chi voglia, perciò, dallo stato emotivo interno, prodotto dall’offesa, estendere la riflessione sugli stati che, in dato momento della nostra vita psichica, sono ad esso concomitanti, deve rendersi di ciò conto col constatare i rapporti intercedenti fenomenici, senza punto pretendere di coglierne il nesso intimo ed essenziale: l’umana conoscenza non può estendere il suo potere oltre la ricerca delle circostanze subbiettive ed obbiettive dello stato individuale di coscienza, circostanze che formano l’ambiente in mezzo a cui il motivo agisce ed a cui l’io è indotto necessariamente ad adattarsi. Tizio, per proseguire l’esempio, nel momento dell’offesa era eccitato per questa o quest’altra ragione; in lui la offesa ebbe presa maggiore perchè fatta alla presenza di persone di cui egli voleva conservare la stima; in pubblico, mentre, per circostanza accidentale, egli era alquanto ebbro, esaltato da precedente dispiacere, e così via dicendo.4.—In conclusione di quanto si è esposto raccogliamo i seguenti postulati:a) La energia del motivo ritrae dell’azione o reazione degli stati di coscienza similari coesistenti e successivi; ne aumenta o diminuisce il grado secondo lo adattamento individuale alle circostanze favorevoli o sfavorevoli;b) I motivicriminosiappartengono segnatamente allostadio evolutivodegli stati rappresentativi od ideali; la loro energia è in ragione della complessità degli elementi con i quali sono in rapporto di causalità e di successione.Il primo postulato è abbastanza chiaro da non richiedere ulteriore spiegazione. Non così il secondo. Esso s’intenderà bene quando si pensi, che perstadio evolutivovogliamo significare il processo dinamico integrativo o disintegrativo di coscienza, quel periodo, breve o lungo che sia, durante il quale avviene il cambiamento di stati interni con moto equivalente all’impulso iniziale, trasformato, del motivo. Il cambiamento o il moto si determina tra stati rappresentativi ed ideali. Finchè il motivo fosse presente, senza uscire dalla sfera della sensibilità o dell’affettività, non produrrebbe reazione se non istintiva od automatica. Noi istintivamente allontaniamo la mano dalla fiamma che ci scotta, ci avviciniamoal cibo quando siamo tormentati dalla fame. Se, in simili operazioni, alla mente non si affaccia o ripresenta l’idea, che la fiamma bruci, che il cibo sia il mezzo per soddisfare il bisogno della fame, non si hanno azioni coscienti di cui si possa esser chiamato a rispondere. Il processo psichico evolutivo comincia dal momento che la energia del motivo passa la soglia della coscienza e si prospetta all’attenzione con fisonomia propria, sia trasformandosi in immagine, più o meno vivace e colorita, del fatto esteriore, sia destando sentimento di piacere o di dolore in precedenza non provato. Si ha la prima ipotesi allorchè la mente ha avuto agio di riprodurre, o per ricordo o per istantanea rappresentazione, il fatto nella totalità delle circostanze determinanti il cambiamento, integrativo o disintegrativo, di coscienza; il che succede quando l’individuo ha qualità atte ad imporsi una certa calma, mediante l’uso, anco momentaneo, dei poteri inibitorî di arresto. Il cambiamento, che ne segue, o integra la coscienza, procurandole nuovo stato che con i precedenti si accordi e si armonizzi, dando luogo ad equilibrio più stabile; ovvero la disintegra, causando un turbamento, il cui effetto si compie esternamente con azione criminosa. Chi ne desideri la dimostrazione ricordi due esempî. Per fortunate circostanze della vita versiamo in istato di contentezza; inopinatamente ci si annunzia qualche notizia apportatrice di grande consolazione. La notizia è appresa e ripresentata alla mente con i caratteri piacevoli, ond’è accompagnata; essa influisce ad accrescere lo stato interno di felicità, ossia integra, rafforzandolo, il precedente stato di equilibrio di coscienza.Suppongasi, all’opposto, che ci venga riferita qualche notizia dolorosa; essa mette subito in agitazione l’animo e finisce con lo squilibrare, disintegrandolo, il precedente stato di coscienza.Ognuno vede che nella rappresentazione, o riproduzione immaginaria, del fatto esterno, si accompagna un senso di piacere o di dolore. Allorchè tale senso, attesa la intensità, è fenomeno secondario o semplicemente conseguenziale della rappresentazione ideale del fatto, obbietto del motivo, il cambiamento di coscienza segue il processo più normale, conserie di trasformazioni interne percepibili; ma, avvenendo il contrario, nella ipotesi che la impressione piacevole o dolorosa predomini con potere irresistibile, qualunque reazione di arresto si indebolisce o sparisce, e ne succede il repentino scoppio dell’azione.5.—A meglio chiarire gli enunciati principî, racchiudenti la teoria fondamentale della dinamica dei motivi in genere, e dei criminosi in ispecie, sentiamo il dovere di ritornare sulle idee avanti espresse intorno alla importanza da accordarsi alla dottrina della inibizione, base, senza dubbio, della genesi dinamica degli atti di coscienza più interessanti allo studio del delinquente.Tra le teorie svolte da Lourie, e riassunte magistralmente dall’Oddi, in un libro[15]che tutti i cultori di psicologia dovrebbero meditare, intorno alla inibizione, opino che la più esatta sia quella insegnata dal Wundt, cioè che non vi sono apparati distinti per l’inibizione, bensì esistono diversi processi, unoattivodieccitamento, l’altrodepressivodiinibizione.È teoria fondata sullameccanica molecolare; sul principio che l’aggregazione fisica (molecolare) e l’associazione chimica (atomica) presentano analogia completa in quanto si riferisce al lavoro molecolare. «Il sistema nervoso—riferisce l’Oddi—non entra in attività se non vieneirritatoda qualche stimolo. È mestieri dunque distinguere lo stato di attività e lo stato di riposo. Questo stato di riposo non è che apparente, come in tutti i casi nei quali si tratta di stati stazionarî del movimento. Gli atomi di queste combinazioni complesse eseguiscono dei movimenti continui. Essi sortono da tutti i lati, dalle sfere di azione degli atomi, ai quali essi erano legati fino a quel momento, entrano nelle sfere d’azione di altri atomi, che sono egualmente divenuti liberi. In altri termini, si hanno dissociazioni ed associazioni; e se all’esterno non apparisce nulla, gli è perchè questi due processi contrarî si compensano vicendevolmente. Lo stato di riposo, adunque, è uno stato di equilibrio. Il lavoro molecolare interno resta press’a pococostante, il lavoro esterno press’a poconullo. Nel nervo, durante il processo di eccitamento,quando, cioè, ad esso viene applicato uno stimolo, due effetti opposti si manifestano: un effettostimolante, che apparisce sotto forma di contrazione muscolare, secrezione, sensazione, ecc.; un altroinibitore, che tende a sopprimere il movimento, a sospendere la secrezione, a ricondurre il nervo allo stato primitivo di equilibrio. Questi due effetti cominciano nel nervo contemporaneamente: sul principio predominano gli effetti di arresto; quando lo stimolo è molto debole, questi possono essere la sola manifestazione dell’irritazione, poichè gli effetti opposti non arrivano ad estrinsecarsi; se invece lo stimolo è forte, gli effetti d’arresto, che crescono molto più lentamente che non quelli di eccitamento, vengono tosto superati da questi ultimi. L’effetto finale, il risultato esterno, è una contrazione muscolare o un equivalente. Riferendoci ai dati meccanici sopra esposti, ciò vuol dire che per l’influenza dello stimolo irritante si rompe nel nervo lo stato di equilibrio: le molecole e gli atomi subiscono una specie d’urto che li spinge ad entrare in nuove combinazioni. E la spinta è doppia, poichè doppî sono gli effetti; e si ha contemporaneamente lavoro positivo e lavoro negativo, con prevalenza del primo.—In ultima analisi ed in modo riassuntivo, si può dire che per Wundt il processo di eccitamento rappresenta l’effetto della disintegrazione del tessuto nervoso, quello dell’inibizione è l’espressione della sua integrazione»[16].6.—La efficacia criminosa del motivo non si comprende bene se, dopo essersene conosciuta la genesi, non se ne conoscano i modi di adattamento nella coscienza individuale o collettiva.Il processo integrativo psichico della energia dei motivi avviene:a) o per assimilazione;b) o per fusione;c) o per addizione o sovrapposizione sulle energie dei precedenti stati di coscienza.L’assimilazione del motivo criminoso va intesa nel senso che le qualità ereditarie individuali si prestino ad identificare, con la propria natura essenziale, la efficacia dinamica delnovello coefficiente entrato nel campo della coscienza; il che importa adattamento, dell’elemento accidentale, all’ambiente morale predisposto dalla natura ereditaria dell’individuo. L’adattamento avviene in modospontaneoquando tra il novello coefficiente ed i vecchi siaviidentitàassoluta; mentre, poi, occorre un certo sforzo di interna tensione allorachè tra essi siavi solauniformità. La proclività, o facilità, e la repugnanza ad assimilare dati sentimenti o date idee non sono che effetti di quanto è detto: noi crediamo che ciò dipenda da libera scelta, ma non è guari difficile accorgerci di essere soggetti ad un’illusione, facilmente spiegabile se si rifletta allo sforzo, qualche volta inutile, per vincere la tendenza o la resistenza di stati di animo in contrasto con impulsi che ne variano l’atteggiamento.Se due correnti di due diversi fiumi si incontrano in un punto e scorrono sul medesimo declivio, si mescoleranno senza difficoltà e continueranno il loro percorso: ma, se le correnti sono di opposta direzione, prima che si uniscano e perdano l’apparenza di direzione diversa, è d’uopo che tra loro succeda un contrasto, un gorgoglio, e che insieme si rimescolino a seconda la prevalenza di spinta o di più agevole piano su cui ciascuna scorre.7.—Nel processo di assimilazione, dei motivi, si tien conto dell’adattamento alla natura ereditaria individuale; in quello difusionel’attenzione cade specialmente sulle relazioni intercedenti tra la energia del coefficiente psichico rappresentato dal motivo e l’energia di coefficienti acquisiti ed assimilati in precedenza. Nella fusione dei motivi le correnti psichiche impulsive al delitto sono tante forze concorrenti la cui risultante consiste nella loro somma organizzata ed unificata dalla tempra del carattere individuale. La convergenza delle correnti si verifica per l’attrazione di qualità ereditarie o acquisite; la differenza, tra esse, sparisce subito che il moto potenziale addiviene attuale e si ristabilisce l’equilibrio relativo.8.—L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi si origina, per lo più, in un periodostaticodell’io criminoso.O che questo periodo sia precedente all’altro di preparazionee di esecuzione del delitto, o che interceda tra atti intermedî, certo è che esso è contrassegnato da maggior calma interna e comporta il potere di controllo della riflessione. Insomma, nell’addizione dei motivi, alla mente appariscono chiari i termini che debbono sommarsi o sovrapporsi. La educazione e le mal contratte abitudini molto influiscono a sovrapporre, al carattere primigenio e spontaneo personale, delle tendenze o inclinazioni le quali finiscono per avere il sopravvento ed alterare l’equilibrio interno; di guisa che, data la occasione propizia, lo stato di coscienza si turba e subisce la trasformazione che ad esso imprime qualche motivo accidentale sopravvenuto.Non essendo avvenuta la fusione delle correnti di energie sovrapposte, sarà agevole, mediante l’uso di potere inibitorio, di sceverare, nell’addizione, i termini a sommarsi, e di paralizzare quei motivi che, estranei all’indole ed al carattere individuale, riescirebbero altrimenti a turbare l’equilibrio ed a spingerci al delitto: il che avviene quando, con mezzi preventivi, si allontanano le occasioni propizie all’insorgere di sentimenti e di passioni incomposte, oppure al formarsi di idee di egoistici intenti prevalenti.9.—Il lato emotivo del motivo criminoso attiene al sentimento. Dipendendo l’azione del motivo dalla serie di atti ripetuti in tempi successivi, il sentimento dapprima è di disgusto, di repulsione ed ha pochissima presa nel campo della coscienza. Basta che correnti piacevoli o dolorose attraversino l’animo perchè il velo dell’oblio si estenda sulla triste impressione provata. Ma, ammesso che il motivo si ripeta e la riflessione ci avverta che possa ulteriormente rinnovarsi, al disgusto succede l’impulso rapido ed alquanto intenso che, rafforzandosi pel ricordo del precedente atto repulsivo, si trasforma in sentimento di odio. Comincia dal fondo della coscienza a venire a galla il primo conato reattivo; però ben tosto è represso per la speranza che l’atto non abbia a ripetersi e per l’influenza dei controstimoli emotivi interni. Durando l’azione del motivo, con graduale attenuazione si indebolisce in noi il potere spontaneo inibitorio e si crea un ambiente psichico più adatto alla germinazione di sentimenti e passioni di cui per lo innanzi non si aveva l’esempio.Lo stato interno, che vieppiù si va specializzando, è qualificato da un senso di costrizione o di depressione; l’io si avvede di esser sotto l’incubo di potere estraneo e, per quanto si sforzi a liberarsene, comprende che riesce vano. Ne succede lo stato di sconforto: la vittima è consapevole che la forza di resistenza comincia a venir meno, e si addolora al pensiero dell’abisso che si scava nell’animo ed in cui potrebbero precipitare tutte le buone intenzioni, i naturali istinti di rettitudine. Durando tuttavia il motivo, di tratto in tratto il campo visivo della coscienza si restringe, si abbuia: l’inconscio piglia il predominio e l’animo è maggiormente oppresso da ricordi di precedenti stati di felicità, da idee frammentarie che passano con rapido corso innanzi alla mente, mostrando appena da lontano un lembo luminoso od oscuro di loro esistenza, la visione crepuscolare di avvenire incerto, alterato dalla fantasia, con aspetto reso pauroso dall’incertezza e dal mistero. L’epilogo di questo dramma psichico si compie o con irresistibile reazione, per la scarica di energia scoppiata con atti rapidi ed irrefrenabili, ovvero, allorchè l’azione del motivo sia perdurata, con indebolimento totale dei controstimoli e con l’insorgenza di poteri reattivi di disordine.La emotività del motivo è ben altra cosa dalla serie di emozioni speciali che, in tempo più o meno prossimo alla prima spinta al delitto, destansi nell’animo. Inoltre, lo stadio criminoso della emotività, per chi voglia comprenderne a fondo lo sviluppo, dev’essere esaminato, non solo nel corso ordinario di genesi e di progresso, ma, in singolar guisa, per rispetto alle categorie di delitti ed alla diversità dei motivi capaci ad esercitare un’azione sui medesimi. La emotività, nei delitti di scoppio repentino e tumultuoso di passioni di ira, di odio, di vendetta, non sorpassa la sfera del sentimento; mentre, nei delitti di calcolo e di riflessione, si estende fin nel campo della ideazione. Si prenda in esame il delitto di furto. Il ladro, nel concertare il piano della sua azione, è animato dalla idea di arricchire, la quale idea, alla sua volta, si converte in iscopo o intento del delitto. Chi ben rifletta sul contenuto dinamico dei motivi del furto, si accorgerà di leggieri che questi sono scevri della vivace impulsitàpassionale propria dei reati d’impeto, causati da odio o da vendetta. Il lato emotivo rilevante, nel furto, è affatto ideale, nel significato d’intento calcolato alla stregua di mero interesse. Ciò costituisce il peculiare stato psichico che io chiamostato emotivo ideale criminoso, dipendente da bisogni insoddisfatti, da desideri vivi, da speranze o lusinghe di miglioramento di benessere personale.
La dinamica dei motivi.
1. Centro di attività psichica; che si intenda per motivo, impulso, movente.—2. Motivi sensitivi, rappresentativi ed ideali.—3. Che cosa s’intenda permotivo criminoso; differenza tra i motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli.—4. Postulati sull’energia del motivo e sullo stadio evolutivo dei motivi criminosi.—5. La dottrina della inibizione, base dinamica della coscienza criminosa.—6. Modi onde avviene il processo integrativo psichico della energia dei motivi.—7. Assimilazione e fusione dei motivi.—8. L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi.—9. Stato emotivo criminoso.
1.—Nella coesistenza e successione degli stati di coscienza è a notare la maggiore o minore permanenza di qualche centro, sensitivo o intellettivo, di attività, al quale convergono, per impulso di affinità o di analogia, delle correnti che atteggiano l’io a propria fisonomia e ne differenziano le qualità accidentali. Il centro di attività psichica è causato dalla sovrapposizione, agli stati precedenti di coscienza, di novello elemento il quale, cominciando col divergere le correnti interne, finisce per dirizzarle ad un punto diverso od opposto a quello cui dianzi tendevano. La espressionecentro di attività psichicaè presa nel senso reale, perchè l’alterazione o cambiamento di coscienza per noi equivale a nuovo modo onde l’energia dell’io sposta il suo centro di gravità; dovendosi ritenere che, nella reciproca attrazione di coefficienti interni, la gravità prevalente sia prodotta dalla maggiore energia di azione o di reazione di fronte alle energie concorrenti. L’elemento transitorio integrativo o disintegrativo degli stati di coscienza noi l’appelliamomotivo,impulso,movente. Essoa) è contraddistinto da una energia propria iniziale;b) è sottoposto alla legge generale di causalità ed alla speciale di assimilazione;c) agisce o reagisce sugli statiprecedenti concomitanti o consecutivi secondochè corrisponde ai medesimi per natura organica ereditaria, per grado di attività genetica o per unità di coerenza.
2.—I motivi si distinguono, secondo i piani successivi degli stati di coscienza, in sensitivi, rappresentativi ed ideali. Il lato sensitivo del motivo è accidentale, transitorio; resta, però, di esso, nella serie progressiva di trasformazione psicofisica, qualche cosa corrispondente algradoed allanaturadella energia in attività, e che, permanendo, si riproduce quantitativamente nei fenomeni di coscienza ond’è seguito.
Maggiore energia occorre perchè l’impulso o motivo sensitivo si ripresenti o riproduca; il che s’intende dal riflettere che il motivo, per la primitiva azione sensitiva, trova il soggetto in istato di più o meno passività e quindi incontra minori ostacoli reattivi; mentre, riproducendosi, deve vincere le difficoltà provenienti da stati similari od opposti coesistenti ed il cumulo di reazioni inerenti alla natura del soggetto.
Nel piano ideale il motivo assomma la energia di tutti i sentimenti ed i rapporti mentali ond’è preceduto ed accompagnato. Trasformatosi in idea od in concetto esercita sulla condotta la influenza che il Baldwin chiamasuggestione motrice. Essa significa—secondo il detto psicologo—che noi non possiamo avere alcun pensiero o sentimento, sia che provenga dai sensi, dalla memoria, dalle parole, dal contegno o dal comando degli altri, che non abbia una influenza diretta sulla nostra condotta. Noi non possiamo per nulla evitare l’influenza dei nostri proprî pensieri sulla nostra condotta, e spesso gli avvenimenti più comuni della nostra vita quotidiana agiscono come suggestione di fatti di grandissima importanza per noi stessi e per gli altri[13].—E qui cade a proposito un’altra originale osservazione del Baldwin; che cioè noi non possiamo eseguire un atto qualsiasi senza che gli corrisponda nella nostra mente il pensiero o l’immagine o la memoria che spinge all’azione. Questa dipendenza dell’atto dal pensiero, che lo spirito ha in un dato momento, si dimostra in modo evidentissimo in certi casi di paralisi parziali, ecc. Un numero considerevole di tali casi autorizza astabilire il principio generale, che per ognuno degli atti, che abbiamo intenzione di compiere, noi dobbiamo avere qualche modo particolare di pensare l’atto stesso, o di ricordare l’impressione che esso produce e la forma che possiede; noi dobbiamo avere nello spirito qualcosa diequivalenteall’esperienza del movimento stesso. Questo principio vien detto dell’equivalente cinestetico, espressione che perde il suo imponente aspetto quando ci ricordiamo checinesteticonon significa altro se non la coscienza del movimento[14].
3.—Quando diciamomotivo criminosointendiamo dire determinante del delitto. Ne segue, che la parte fondamentale della psicologia criminale consista appunto nell’esame dinamico dei motivi. Il che non sfuggiva al grande Romagnosi, il quale assegnava tanta parte, nella genesi del diritto punitivo, alla dottrina dei motivi. Sarei, anzi, per dire, che la specialità delle discipline repressive sia la conseguenza di vedute teoretiche e pratiche intorno ai motivi delle azioni che noi giudichiamo violatrici della legge penale.
Tra’ motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli non vi ha differenza dinamica se non per gli elementi che, nel dominio psichico, li generarono o li precedettero ed accompagnarono. Questi elementi sono di natura rappresentativa ed ideale; sono anche di natura emotiva e si distinguono per certo grado di intensità della loro attività evolutiva. Suppongasi, ad esempio, che Tizio abbia ucciso Sempronio: il motivo può essere la vendetta o l’odio. Ma ciò nulla spiegherebbe, chè la vendetta o l’odio per tanto mostrano di impulsività per quanto, alla loro volta, sono generati ed animati da altro stato di coscienza, o coefficiente dinamico, che, nella fatta ipotesi, potrebbe essere l’idea ed il sentimento dell’offesaricevuta. E non basta ancora. La offesa qualche volta merita ed attira il perdono: perchè nel caso di Tizio fu cagione di spinta all’omicidio? È da osservare due cose: la prima, che qualunque stato di coscienza agisce e reagisce sugli stati concomitanti; ha un ritmo di equilibrio mobile con tendenza ad addivenire stabile: la seconda, che nell’azione e reazione di ciascuno stato sugli altri, il processo integrativopsichico, che ne consegue, ha per fulcro l’unità cosciente dell’io col grado quantitativo di attitudine all’adattamento. Chi voglia, perciò, dallo stato emotivo interno, prodotto dall’offesa, estendere la riflessione sugli stati che, in dato momento della nostra vita psichica, sono ad esso concomitanti, deve rendersi di ciò conto col constatare i rapporti intercedenti fenomenici, senza punto pretendere di coglierne il nesso intimo ed essenziale: l’umana conoscenza non può estendere il suo potere oltre la ricerca delle circostanze subbiettive ed obbiettive dello stato individuale di coscienza, circostanze che formano l’ambiente in mezzo a cui il motivo agisce ed a cui l’io è indotto necessariamente ad adattarsi. Tizio, per proseguire l’esempio, nel momento dell’offesa era eccitato per questa o quest’altra ragione; in lui la offesa ebbe presa maggiore perchè fatta alla presenza di persone di cui egli voleva conservare la stima; in pubblico, mentre, per circostanza accidentale, egli era alquanto ebbro, esaltato da precedente dispiacere, e così via dicendo.
4.—In conclusione di quanto si è esposto raccogliamo i seguenti postulati:a) La energia del motivo ritrae dell’azione o reazione degli stati di coscienza similari coesistenti e successivi; ne aumenta o diminuisce il grado secondo lo adattamento individuale alle circostanze favorevoli o sfavorevoli;b) I motivicriminosiappartengono segnatamente allostadio evolutivodegli stati rappresentativi od ideali; la loro energia è in ragione della complessità degli elementi con i quali sono in rapporto di causalità e di successione.
Il primo postulato è abbastanza chiaro da non richiedere ulteriore spiegazione. Non così il secondo. Esso s’intenderà bene quando si pensi, che perstadio evolutivovogliamo significare il processo dinamico integrativo o disintegrativo di coscienza, quel periodo, breve o lungo che sia, durante il quale avviene il cambiamento di stati interni con moto equivalente all’impulso iniziale, trasformato, del motivo. Il cambiamento o il moto si determina tra stati rappresentativi ed ideali. Finchè il motivo fosse presente, senza uscire dalla sfera della sensibilità o dell’affettività, non produrrebbe reazione se non istintiva od automatica. Noi istintivamente allontaniamo la mano dalla fiamma che ci scotta, ci avviciniamoal cibo quando siamo tormentati dalla fame. Se, in simili operazioni, alla mente non si affaccia o ripresenta l’idea, che la fiamma bruci, che il cibo sia il mezzo per soddisfare il bisogno della fame, non si hanno azioni coscienti di cui si possa esser chiamato a rispondere. Il processo psichico evolutivo comincia dal momento che la energia del motivo passa la soglia della coscienza e si prospetta all’attenzione con fisonomia propria, sia trasformandosi in immagine, più o meno vivace e colorita, del fatto esteriore, sia destando sentimento di piacere o di dolore in precedenza non provato. Si ha la prima ipotesi allorchè la mente ha avuto agio di riprodurre, o per ricordo o per istantanea rappresentazione, il fatto nella totalità delle circostanze determinanti il cambiamento, integrativo o disintegrativo, di coscienza; il che succede quando l’individuo ha qualità atte ad imporsi una certa calma, mediante l’uso, anco momentaneo, dei poteri inibitorî di arresto. Il cambiamento, che ne segue, o integra la coscienza, procurandole nuovo stato che con i precedenti si accordi e si armonizzi, dando luogo ad equilibrio più stabile; ovvero la disintegra, causando un turbamento, il cui effetto si compie esternamente con azione criminosa. Chi ne desideri la dimostrazione ricordi due esempî. Per fortunate circostanze della vita versiamo in istato di contentezza; inopinatamente ci si annunzia qualche notizia apportatrice di grande consolazione. La notizia è appresa e ripresentata alla mente con i caratteri piacevoli, ond’è accompagnata; essa influisce ad accrescere lo stato interno di felicità, ossia integra, rafforzandolo, il precedente stato di equilibrio di coscienza.
Suppongasi, all’opposto, che ci venga riferita qualche notizia dolorosa; essa mette subito in agitazione l’animo e finisce con lo squilibrare, disintegrandolo, il precedente stato di coscienza.
Ognuno vede che nella rappresentazione, o riproduzione immaginaria, del fatto esterno, si accompagna un senso di piacere o di dolore. Allorchè tale senso, attesa la intensità, è fenomeno secondario o semplicemente conseguenziale della rappresentazione ideale del fatto, obbietto del motivo, il cambiamento di coscienza segue il processo più normale, conserie di trasformazioni interne percepibili; ma, avvenendo il contrario, nella ipotesi che la impressione piacevole o dolorosa predomini con potere irresistibile, qualunque reazione di arresto si indebolisce o sparisce, e ne succede il repentino scoppio dell’azione.
5.—A meglio chiarire gli enunciati principî, racchiudenti la teoria fondamentale della dinamica dei motivi in genere, e dei criminosi in ispecie, sentiamo il dovere di ritornare sulle idee avanti espresse intorno alla importanza da accordarsi alla dottrina della inibizione, base, senza dubbio, della genesi dinamica degli atti di coscienza più interessanti allo studio del delinquente.
Tra le teorie svolte da Lourie, e riassunte magistralmente dall’Oddi, in un libro[15]che tutti i cultori di psicologia dovrebbero meditare, intorno alla inibizione, opino che la più esatta sia quella insegnata dal Wundt, cioè che non vi sono apparati distinti per l’inibizione, bensì esistono diversi processi, unoattivodieccitamento, l’altrodepressivodiinibizione.
È teoria fondata sullameccanica molecolare; sul principio che l’aggregazione fisica (molecolare) e l’associazione chimica (atomica) presentano analogia completa in quanto si riferisce al lavoro molecolare. «Il sistema nervoso—riferisce l’Oddi—non entra in attività se non vieneirritatoda qualche stimolo. È mestieri dunque distinguere lo stato di attività e lo stato di riposo. Questo stato di riposo non è che apparente, come in tutti i casi nei quali si tratta di stati stazionarî del movimento. Gli atomi di queste combinazioni complesse eseguiscono dei movimenti continui. Essi sortono da tutti i lati, dalle sfere di azione degli atomi, ai quali essi erano legati fino a quel momento, entrano nelle sfere d’azione di altri atomi, che sono egualmente divenuti liberi. In altri termini, si hanno dissociazioni ed associazioni; e se all’esterno non apparisce nulla, gli è perchè questi due processi contrarî si compensano vicendevolmente. Lo stato di riposo, adunque, è uno stato di equilibrio. Il lavoro molecolare interno resta press’a pococostante, il lavoro esterno press’a poconullo. Nel nervo, durante il processo di eccitamento,quando, cioè, ad esso viene applicato uno stimolo, due effetti opposti si manifestano: un effettostimolante, che apparisce sotto forma di contrazione muscolare, secrezione, sensazione, ecc.; un altroinibitore, che tende a sopprimere il movimento, a sospendere la secrezione, a ricondurre il nervo allo stato primitivo di equilibrio. Questi due effetti cominciano nel nervo contemporaneamente: sul principio predominano gli effetti di arresto; quando lo stimolo è molto debole, questi possono essere la sola manifestazione dell’irritazione, poichè gli effetti opposti non arrivano ad estrinsecarsi; se invece lo stimolo è forte, gli effetti d’arresto, che crescono molto più lentamente che non quelli di eccitamento, vengono tosto superati da questi ultimi. L’effetto finale, il risultato esterno, è una contrazione muscolare o un equivalente. Riferendoci ai dati meccanici sopra esposti, ciò vuol dire che per l’influenza dello stimolo irritante si rompe nel nervo lo stato di equilibrio: le molecole e gli atomi subiscono una specie d’urto che li spinge ad entrare in nuove combinazioni. E la spinta è doppia, poichè doppî sono gli effetti; e si ha contemporaneamente lavoro positivo e lavoro negativo, con prevalenza del primo.—In ultima analisi ed in modo riassuntivo, si può dire che per Wundt il processo di eccitamento rappresenta l’effetto della disintegrazione del tessuto nervoso, quello dell’inibizione è l’espressione della sua integrazione»[16].
6.—La efficacia criminosa del motivo non si comprende bene se, dopo essersene conosciuta la genesi, non se ne conoscano i modi di adattamento nella coscienza individuale o collettiva.
Il processo integrativo psichico della energia dei motivi avviene:a) o per assimilazione;b) o per fusione;c) o per addizione o sovrapposizione sulle energie dei precedenti stati di coscienza.
L’assimilazione del motivo criminoso va intesa nel senso che le qualità ereditarie individuali si prestino ad identificare, con la propria natura essenziale, la efficacia dinamica delnovello coefficiente entrato nel campo della coscienza; il che importa adattamento, dell’elemento accidentale, all’ambiente morale predisposto dalla natura ereditaria dell’individuo. L’adattamento avviene in modospontaneoquando tra il novello coefficiente ed i vecchi siaviidentitàassoluta; mentre, poi, occorre un certo sforzo di interna tensione allorachè tra essi siavi solauniformità. La proclività, o facilità, e la repugnanza ad assimilare dati sentimenti o date idee non sono che effetti di quanto è detto: noi crediamo che ciò dipenda da libera scelta, ma non è guari difficile accorgerci di essere soggetti ad un’illusione, facilmente spiegabile se si rifletta allo sforzo, qualche volta inutile, per vincere la tendenza o la resistenza di stati di animo in contrasto con impulsi che ne variano l’atteggiamento.
Se due correnti di due diversi fiumi si incontrano in un punto e scorrono sul medesimo declivio, si mescoleranno senza difficoltà e continueranno il loro percorso: ma, se le correnti sono di opposta direzione, prima che si uniscano e perdano l’apparenza di direzione diversa, è d’uopo che tra loro succeda un contrasto, un gorgoglio, e che insieme si rimescolino a seconda la prevalenza di spinta o di più agevole piano su cui ciascuna scorre.
7.—Nel processo di assimilazione, dei motivi, si tien conto dell’adattamento alla natura ereditaria individuale; in quello difusionel’attenzione cade specialmente sulle relazioni intercedenti tra la energia del coefficiente psichico rappresentato dal motivo e l’energia di coefficienti acquisiti ed assimilati in precedenza. Nella fusione dei motivi le correnti psichiche impulsive al delitto sono tante forze concorrenti la cui risultante consiste nella loro somma organizzata ed unificata dalla tempra del carattere individuale. La convergenza delle correnti si verifica per l’attrazione di qualità ereditarie o acquisite; la differenza, tra esse, sparisce subito che il moto potenziale addiviene attuale e si ristabilisce l’equilibrio relativo.
8.—L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi si origina, per lo più, in un periodostaticodell’io criminoso.
O che questo periodo sia precedente all’altro di preparazionee di esecuzione del delitto, o che interceda tra atti intermedî, certo è che esso è contrassegnato da maggior calma interna e comporta il potere di controllo della riflessione. Insomma, nell’addizione dei motivi, alla mente appariscono chiari i termini che debbono sommarsi o sovrapporsi. La educazione e le mal contratte abitudini molto influiscono a sovrapporre, al carattere primigenio e spontaneo personale, delle tendenze o inclinazioni le quali finiscono per avere il sopravvento ed alterare l’equilibrio interno; di guisa che, data la occasione propizia, lo stato di coscienza si turba e subisce la trasformazione che ad esso imprime qualche motivo accidentale sopravvenuto.
Non essendo avvenuta la fusione delle correnti di energie sovrapposte, sarà agevole, mediante l’uso di potere inibitorio, di sceverare, nell’addizione, i termini a sommarsi, e di paralizzare quei motivi che, estranei all’indole ed al carattere individuale, riescirebbero altrimenti a turbare l’equilibrio ed a spingerci al delitto: il che avviene quando, con mezzi preventivi, si allontanano le occasioni propizie all’insorgere di sentimenti e di passioni incomposte, oppure al formarsi di idee di egoistici intenti prevalenti.
9.—Il lato emotivo del motivo criminoso attiene al sentimento. Dipendendo l’azione del motivo dalla serie di atti ripetuti in tempi successivi, il sentimento dapprima è di disgusto, di repulsione ed ha pochissima presa nel campo della coscienza. Basta che correnti piacevoli o dolorose attraversino l’animo perchè il velo dell’oblio si estenda sulla triste impressione provata. Ma, ammesso che il motivo si ripeta e la riflessione ci avverta che possa ulteriormente rinnovarsi, al disgusto succede l’impulso rapido ed alquanto intenso che, rafforzandosi pel ricordo del precedente atto repulsivo, si trasforma in sentimento di odio. Comincia dal fondo della coscienza a venire a galla il primo conato reattivo; però ben tosto è represso per la speranza che l’atto non abbia a ripetersi e per l’influenza dei controstimoli emotivi interni. Durando l’azione del motivo, con graduale attenuazione si indebolisce in noi il potere spontaneo inibitorio e si crea un ambiente psichico più adatto alla germinazione di sentimenti e passioni di cui per lo innanzi non si aveva l’esempio.
Lo stato interno, che vieppiù si va specializzando, è qualificato da un senso di costrizione o di depressione; l’io si avvede di esser sotto l’incubo di potere estraneo e, per quanto si sforzi a liberarsene, comprende che riesce vano. Ne succede lo stato di sconforto: la vittima è consapevole che la forza di resistenza comincia a venir meno, e si addolora al pensiero dell’abisso che si scava nell’animo ed in cui potrebbero precipitare tutte le buone intenzioni, i naturali istinti di rettitudine. Durando tuttavia il motivo, di tratto in tratto il campo visivo della coscienza si restringe, si abbuia: l’inconscio piglia il predominio e l’animo è maggiormente oppresso da ricordi di precedenti stati di felicità, da idee frammentarie che passano con rapido corso innanzi alla mente, mostrando appena da lontano un lembo luminoso od oscuro di loro esistenza, la visione crepuscolare di avvenire incerto, alterato dalla fantasia, con aspetto reso pauroso dall’incertezza e dal mistero. L’epilogo di questo dramma psichico si compie o con irresistibile reazione, per la scarica di energia scoppiata con atti rapidi ed irrefrenabili, ovvero, allorchè l’azione del motivo sia perdurata, con indebolimento totale dei controstimoli e con l’insorgenza di poteri reattivi di disordine.
La emotività del motivo è ben altra cosa dalla serie di emozioni speciali che, in tempo più o meno prossimo alla prima spinta al delitto, destansi nell’animo. Inoltre, lo stadio criminoso della emotività, per chi voglia comprenderne a fondo lo sviluppo, dev’essere esaminato, non solo nel corso ordinario di genesi e di progresso, ma, in singolar guisa, per rispetto alle categorie di delitti ed alla diversità dei motivi capaci ad esercitare un’azione sui medesimi. La emotività, nei delitti di scoppio repentino e tumultuoso di passioni di ira, di odio, di vendetta, non sorpassa la sfera del sentimento; mentre, nei delitti di calcolo e di riflessione, si estende fin nel campo della ideazione. Si prenda in esame il delitto di furto. Il ladro, nel concertare il piano della sua azione, è animato dalla idea di arricchire, la quale idea, alla sua volta, si converte in iscopo o intento del delitto. Chi ben rifletta sul contenuto dinamico dei motivi del furto, si accorgerà di leggieri che questi sono scevri della vivace impulsitàpassionale propria dei reati d’impeto, causati da odio o da vendetta. Il lato emotivo rilevante, nel furto, è affatto ideale, nel significato d’intento calcolato alla stregua di mero interesse. Ciò costituisce il peculiare stato psichico che io chiamostato emotivo ideale criminoso, dipendente da bisogni insoddisfatti, da desideri vivi, da speranze o lusinghe di miglioramento di benessere personale.
CAPO IV.Cenestesi del criminale—Fisio-psicologia dei motivi.1. Cenestesi o sensibilità generale del criminale.—2. Ontogenesi e filogenesi dell’anima del criminale.—3. Insensibilità e disvulnerabilità dei criminali.—4. La eredità.—5. L’infanzia del delinquente.—6. La teoria psico-fisiologica dei motivi.—7. Efficacia attuale e potenziale dei motivi; concomitanti somatici caratteristici del piacere e del dolore.—8. La dinamica delmotivo-idea; specificazione della coscienza criminosa.1.—Allargando ed approfondendo l’esame della vita psicofisica minore dei criminale, c’incontriamo nel problema della sensibilità generale o cenestesi del medesimo. «Il senso cenestetico—scrive il Bianchi—è la sintesi di tutte le sensazioni, in cui si riassume la personalità organica. Le informazioni di tutte le funzioni organiche, e di tutto il lavoro compiuto dagli organi nelle diverse officine organiche della vita, vengono trasmesse ai centri nervosi superiori. Da tutte le parti dell’organismo, anche le meno importanti e le più lontane, è un continuo flusso di onde nervose che stabiliscono rapporti tra tutti gli organi ed i centri nervosi superiori. A queste si aggiungono tutte le sensazioni specifiche, per mezzo delle quali il soggetto sperimenta una serie infinita di mutazioni per gli immediati contatti col mondo esterno, la cui ultima risultante è la progressiva comprensione del proprio organismo, sempre più distinto nell’ambiente in cui vive, mercè la riproduzione mnemonica di tutte le qualità fisiche del mezzo e delle modificazioni che l’organismo subisce sotto l’influenza degli agenti che operano su di esso»[17].Questo apparato o composto organico, il cui equivalente psicologico corrisponde alla neuropsiche, quarto grado principaledella psicogenesi filetica, è il sostrato della vita psichica di tutti gli animali superiori, non che di quella dell’uomo, la quale, secondo l’Haeckel, «è legata ad unapparato psichicopiù o meno complicato, e questo si compone sempre di tre parti principali: gliorgani di sensoportano le varie sensazioni; imuscoli, per contro, determinano i movimenti; i nervi compiono la comunicazione tra i primi e gli ultimi, attraversando un organo centrale particolare, ilcervellooganglio. La disposizione e il funzionamento di questo apparato psichico si paragona comunemente con un sistema di telegrafo elettrico; i nervi sono i fili conduttori, il cervello è la stazione centrale, i muscoli e gli organi di senso sono le stazioni locali subordinate. Le fibre nervose motrici conducono centrifugamente ai muscoli gli stimoli volontari o impulsi, e determinano il movimento con la contrazione muscolare; le fibre nervose sensitive, per contro, conducono centripetamente le varie sensazioni degli organi di senso periferici al cervello, e riferiscono le impressioni ricevute dal mondo esterno. Le cellule gangliari opsichiche, che compongono l’organo nervoso centrale, sono le più perfette di tutte le parti organiche elementari; poichè esse non compiono solo la comunicazione tra i muscoli e gli organi di senso, ma anche le più alte tra tutte le funzioni della psiche animale, la formazione di rappresentazioni e di pensieri ed all’apice di tutto la coscienza»[18].2.—La cenestesi del criminale, analogamente a quella dell’uomo normale, va considerata sotto il duplice aspetto, ontogenetico e filogenetico. Le conseguenze, che ne trarremo, agevoleranno il còmpito di seguire la formazione dell’anima del criminale nelle fasi d’integrazione fino all’ultimo grado evolutivo di coscienti azioni esterne. Sono nozioni appartenenti alla biologia ed alla psicologia. La biologia ci apprende come tutti i fenomeni di coscienza si connettano alla vita di relazione col mondo esterno; che dal protoplasma alla più elevata funzione cerebrale qualunque cambiamento organico abbia per esponente uguale modificazione integrativa o disintegrativa della vita psichica; che il nesso causale tra losviluppobiontico(individuale) e quellofiletico(storico), legge suprema d’ogni ricerca biogenetica, ha lo stesso valore per la psicologia, come per la morfologia (Haeckel). Ci apprende eziandio che lasensibilitànon sia che carattere di vita degli esseri, e che dalpsicoplasma(o sostanza psichica nel senso monistico), dalriflessoofunzione riflessao, meglio,atto riflesso, alla rappresentazione cosciente ed all’intelletto non evvi che trasformazioni continue di sanzioni soggette alla legge di eredità e di adattamento. La mente, sintesi delle leggi psicologiche, non è in fin dei conti che l’altra faccia della vita e costituisce come un organismo che ha la sua storia evolutiva ed è retta nelle sue esplicazioni da leggi fondamentali comuni alla vita in genere (Bianchi). La concezione unitaria, adunque, o monistica degli esseri ci obbliga a concludere, che la genesi cenestetica del delitto, fenomeno affatto naturale, si connetta alla legge di continuità, o che vogliasi semplicemente riferire alla psicogenia individuale o biontica, o che si estenda alla storia genealogica della specie.3.—Il Lombroso, riflettendo sulla preferenza singolare dei delinquenti per un’operazione così dolorosa e spesso lunghissima e pericolosa, com’è quella del tatuaggio, e la grande frequenza in loro dei traumi, s’indusse a sospettare in essi una sensibilità ai dolori più ottusa del comune degli uomini, come per l’appunto accade in alcuni alienati, dementi in ispecie[19]. Dall’insieme dei fatti da lui osservati dedusse, in effetti, la verità della tesi, concludendo che la insensibilità al dolore ricorda assai bene quella dei popoli selvaggi che possono sopportare, per le iniziazioni della pubertà, torture non tollerabili da un uomo bianco[20]. Al che si aggiunge una gran forza vitale che ripara prontamente i tessuti in caso di ferite o di lesioni gravi, ciò che Benedick designa col nome didisvulnerabilità[21]. Uguali caratteri si riscontrano nella sfera della sensibilità morale, causa dell’assenza di pietà o della ferocia onde si consumano molti delitti.Fisiologicamente la spiegazione è nella genesi del dolore, il quale, dipendendo da differenziazione progressiva ontogenetica e filogenetica, pel perfezionamento e sviluppo maggiore degli organi dei sensi, non che per raffinata squisitezza di sentimenti altruistici, nel criminale ha dovuto arrestarsi in un grado molto basso, indice o di forma degenerativa o di reversione atavica ad organismi meno perfetti.4.—Ontogeneticamente la sensibilità del criminale dipende in primo luogo dallaeredità. È fin dal momento della generazione e della vita intrauterina che le qualità malefiche pigliano consistenza e cominciano a palesarsi. Le leggi della eredità fisiologica e patologica si applicano specialmente alla biogenesi del delitto. Le varietà di risultati, che spesso mettono in dubbio la verità delle leggi generali, dipendono dalla infinita serie di circostanze imprevedibili. Ma la indagine accurata sui germi embriologici del delitto, non trascurando alcuno degli elementi ereditarî ed atavici, i quali potettero influire direttamente o indirettamente sulle qualità acquisite dalla nascita, deve fornirci molti lumi, intorno alla conoscenza delle qualità medesime, senza i quali resteremmo di fronte ad imperscrutabili misteri.Fin dal momento che la vita individua comincia con la cellula-uovo fecondata o cellula stipite (cytula), i caratteri organici dei genitori si trasmettono nella prole. Il dubbio che ne potrebbe sorgere, secondo che abbiamo detto, è dal non conoscersi ancora esattamente le trasformazioni tutte inerenti alla legge divariazionenei novelli organismi sôrti dalla unione dei germi dei genitori: però eziandio in ciò vige il principio universale dell’unità della vita nello spazio e nel tempo, non che l’altro della varietà con la identità sostanziale degli esseri.5.—Dalla biogenesi cenestetica del criminale passiamo ai primi stadî di sviluppo, alla infanzia. Qui troveremo analoghi caratteri tra ciò che si osserva nei fanciulli e la delinquenza nei selvaggi. L’imprevidenza, la crudeltà, la insensibilità, l’impetuosità, sono distintivi dell’infanzia del criminale e trovano perfetto riscontro in uomini barbari a livello sottostante alla civiltà. La natura di questo scritto mi dispensa dall’addurre esempî comprovanti l’asserto, iquali, d’altronde, furono così bene raccolti dal Lombroso nel primo volume del suoUomo delinquente. Concludendo, diciamo, che la genealogia del delitto, sopratutto nelle forme inferiori della vita psicofisica, non deve mai scompagnarsi dagli opportuni riscontri con lo sviluppo delle qualità criminose dell’individuo; i due campi di studî s’integrano e si completano a vicenda.Vogliamo soltanto aggiungere, che le anomalie di sensibilità, fisica o morale, del fanciullo, più che da costituzione organica, dipendono dalla deficienza o mancanza di discernimento di molte operazioni causanti effetti dolorosi per sè o per gli altri. Molti psicologi dell’infanzia furono sorpresi di atti in apparenza crudeli in fanciulli che, cresciuti in età adulta, diedero prova di squisita sensibilità e tendenze altruistiche. Essi attribuirono il mutamento, in bene, all’opera della istruzione e della educazione. Si ingannarono. La insensibilità era l’effetto dello stato d’incoscienza o di imprevidenza del fanciullo; la qualità opposta nacque dal momento che si acquistò consapevolezza di ciò che equivalga produrre uno stato doloroso. L’attenzione, facoltà molto tarda a svilupparsi; la riflessione, prodotta dalla padronanza negli interni processi di arresto, giuocano influenza massima sui fenomeni di percezioni sensitive: mancando di regola, od essendo molto deboli nei fanciulli, non vi è a meravigliarsi se questi si mostrino così poco sensibili e sì poco inchinevoli alla pietà per i dolori altrui.6.—Conosciuta la cenestesi del criminale, riprendiamo la trattazione dei motivi, sotto il riguardo della teoria fisio-psicologica. Abbiamo visto che l’azione dei motivi, sulla nostra sensibilità, interna od esterna, obbedisce a leggi affatto dinamiche. Essi, in altri termini, non sono che altrettanti coefficienti di energie.La loro principale legge è lalegge della dinamogenesi, per cui ogni stato di coscienza tende a continuarsi in un movimento. I motivi furono da noi distinti in esterni ed interni. Essi, però, in quanto sono efficienti o coefficienti dei delitti, non sono che equivalenti disentimentio diidee. Vedremo, a suo tempo, la natura differenziale delle emozioni criminose, e quanta efficacia abbiano nel predisporre al delitto.Per ora diciamo, che l’azione dei motivi, con la energia di sentimenti, svolgesi nella regione dei fenomeni affettivi. Senza pretendere, che non ne sarebbe il luogo, di fare distinzioni dei fenomeni medesimi, basterà dire, pel nostro intento, che essi tutti o sono causa didolore, ovvero dipiacere. Ridotta la energia dei motivi alle due forme primigenie della nostra vita emotiva od affettiva, non resta che ricorrere alle leggi generali, onde quelle sono rette, per concludere a nozioni soddisfacenti.Il piacere ed il dolore sono i due limiti estremi in cui si polarizza la nostra vita. Corrispondono al primo tutti gli stati psicofisici che rialzano la tonalità delle funzioni al grado di maggiore successo, per esuberanza di energia attuale che non superi la media del bisogno e che agevoli l’opera dell’attenzione ad effettuarsi senza incontrare ostacoli.Corrispondono al secondo gli stati depressivi delle energie psicofisiche; ne sono cause le difficoltà al funzionamento, l’arresto o l’impedimento alla soddisfazione di bisogni, lo squilibrio parziale o totale dell’organismo. Che vi sieno stati interni indifferenti io non ne dubito; ma indifferenti verso chi?—Certo verso il soggetto che non li avverte, non in sè stessi considerati o nelle loro cause. Il passaggio da un estremo ad un altro, in ogni specie di fenomeno, è segnato da punti intermedî. Il campo visivo della coscienza ha dei limiti abbastanza mutabili, che acquistano o perdono estensione a seconda della luce mentale riflessa: ma chi può dire che nei più oscuri confini essa manchi di contenuto; o che, al disotto o nei pressi della sua soglia, non funzionino delle energie di cui non abbiamo neppure il sospetto?7.—I motivi o agiscono per efficaciaattualeo per efficaciapotenziale. Diciamo che la efficacia sia attuale allorchè dipende da motivo presente; diciamo che sia potenziale allorchè dipende da motivo trascorso e del quale si serbi ricordo.L’attualità del motivo ha importanza grande nei delitti passionali o d’impeto, non così nei delitti di calcolo per i quali il materiale dinamico della determinazione consiste nella risonanza piacevole o dolorosa di svegliati ricordi.Di qualunque genere si consideri il motivo, purchè sia causa di stato piacevole o doloroso, esso si accompagna aconcomitanti somatici caratteristici. «Concomitanti somatici—scrive il Bianchi—del piacere sono: aumento della circolazione del capo senza corrispondente aumento della pressione arteriosa (secondo Meynert, il quale ammette dilatazione vasale con pressione arteriosa diminuita); dilatazione volumetrica degli organi periferici (Lehmann); elevazione del polso; acceleramento del cuore; viso raggiante (si dice gonfio dalla gioia); aumento delle sensazioni; rapidità ed energia dei movimenti; aumento della profondità dell’ispirazione, ritmo respiratorio accelerato; aumento della potenza muscolare. Il piacere è dinamogeno.—Concomitanti somatici del dolore sono: diminuzione del calibro dei vasi per contrazione delle pareti vasali; pallore della cute per ischemia; diminuzione di alcune secrezioni (la bocca secca, la scomparsa del latte) e l’aumento di alcune altre (lagrime); costrizione dei vasi polmonari donde quel senso d’oppressione che avvertono tutti quelli che sono sotto la tirannia del dolore; senso di freddo; atonia dei muscoli volontari, donde il capo curvo (curvato dalla tristezza, dice Lange), la faccia allungata; la voce fioca; gli occhi più grandi (maggiore apertura delle rime palpebrali); il dolore è paralizzante»[22].8.—Allorchè il motivo si trasformi in equivalente ideale, dal campo affettivo passa nel campo percettivo o rappresentativo. All’azione diretta dell’efficacia determinante si sostituisce l’azione riflessa. Il fenomeno è molto complesso e formerà obbietto degli ulteriori studî sul processo formativo della coscienza criminosa. Limitandoci ora alla parte affattodeterminantedelmotivo-idea, non ci allontaneremo dal rapporto puramentecausale, che intercede tra la dinamica ideale del motivo criminoso e l’effetto di squilibrio di coscienza.L’idea, chi lo ignora? è di per sè un composto psichico. I coefficienti sensitivi o fisiologici ne sono la base soggettiva; le presentazioni o percezioni del mondo esterno ne apprestano il materiale. La forza, dunque, integrante o disintegrante dell’idea equivale alla risultante di componenti fusi insieme in fenomeno di tensione sulla medesima linea direttiva.Scomposta negli elementi, l’idea si risolverà in fattori fisici e psichici assimilati od unificati percoesioneimmediata o successiva. Ma perchè il motivo-idea pel criminale è causa di squilibrio, a differenza di quanto avviene nell’uomo normale? Perchè l’offesa è respinta sempre con pari o maggiore offesa dall’impulsivo ed è motivo di generoso perdono per l’uomo virtuoso? La risposta è contenuta nelle nozioni svolte intorno allo stato di equilibrio e di squilibrio psichico, non che nelle leggi della dinamica dei motivi criminosi, secondo le quali, nel criminale, la nota culminante dello stato psicofisico è l’anomalia. Manca, non per tanto, un altro dato ai precedenti e qui crediamo utile ricordarlo.La legge di coesione nelle formazioni psichiche ci dà il grado e la fisonomia di ciascun nuovo composto. Essa, però, è completata dalla legge dicontinuità nella coesione psichica. Più coesione, più specificazione; meno coesione, meno specificazione (Ardigò). Quindi, date le attitudini del criminale a maggiormente assimilare le energie squilibranti dei motivi, ed a renderne più coerenti gli effetti, lo stato proprio che ne seguirà, di squilibrio, sarà più differenziato o specificato. Nel ritmo psichico le energie seguono la linea di minore resistenza. Il fondo degenerativo del criminale, meno ostacolando il predominio di tendenze malefiche, più ne rende agevole la specificazione; il che vale tanto per la singola formazione psichica, quanto per la continuità della intera vita psichica.
Cenestesi del criminale—Fisio-psicologia dei motivi.
1. Cenestesi o sensibilità generale del criminale.—2. Ontogenesi e filogenesi dell’anima del criminale.—3. Insensibilità e disvulnerabilità dei criminali.—4. La eredità.—5. L’infanzia del delinquente.—6. La teoria psico-fisiologica dei motivi.—7. Efficacia attuale e potenziale dei motivi; concomitanti somatici caratteristici del piacere e del dolore.—8. La dinamica delmotivo-idea; specificazione della coscienza criminosa.
1.—Allargando ed approfondendo l’esame della vita psicofisica minore dei criminale, c’incontriamo nel problema della sensibilità generale o cenestesi del medesimo. «Il senso cenestetico—scrive il Bianchi—è la sintesi di tutte le sensazioni, in cui si riassume la personalità organica. Le informazioni di tutte le funzioni organiche, e di tutto il lavoro compiuto dagli organi nelle diverse officine organiche della vita, vengono trasmesse ai centri nervosi superiori. Da tutte le parti dell’organismo, anche le meno importanti e le più lontane, è un continuo flusso di onde nervose che stabiliscono rapporti tra tutti gli organi ed i centri nervosi superiori. A queste si aggiungono tutte le sensazioni specifiche, per mezzo delle quali il soggetto sperimenta una serie infinita di mutazioni per gli immediati contatti col mondo esterno, la cui ultima risultante è la progressiva comprensione del proprio organismo, sempre più distinto nell’ambiente in cui vive, mercè la riproduzione mnemonica di tutte le qualità fisiche del mezzo e delle modificazioni che l’organismo subisce sotto l’influenza degli agenti che operano su di esso»[17].
Questo apparato o composto organico, il cui equivalente psicologico corrisponde alla neuropsiche, quarto grado principaledella psicogenesi filetica, è il sostrato della vita psichica di tutti gli animali superiori, non che di quella dell’uomo, la quale, secondo l’Haeckel, «è legata ad unapparato psichicopiù o meno complicato, e questo si compone sempre di tre parti principali: gliorgani di sensoportano le varie sensazioni; imuscoli, per contro, determinano i movimenti; i nervi compiono la comunicazione tra i primi e gli ultimi, attraversando un organo centrale particolare, ilcervellooganglio. La disposizione e il funzionamento di questo apparato psichico si paragona comunemente con un sistema di telegrafo elettrico; i nervi sono i fili conduttori, il cervello è la stazione centrale, i muscoli e gli organi di senso sono le stazioni locali subordinate. Le fibre nervose motrici conducono centrifugamente ai muscoli gli stimoli volontari o impulsi, e determinano il movimento con la contrazione muscolare; le fibre nervose sensitive, per contro, conducono centripetamente le varie sensazioni degli organi di senso periferici al cervello, e riferiscono le impressioni ricevute dal mondo esterno. Le cellule gangliari opsichiche, che compongono l’organo nervoso centrale, sono le più perfette di tutte le parti organiche elementari; poichè esse non compiono solo la comunicazione tra i muscoli e gli organi di senso, ma anche le più alte tra tutte le funzioni della psiche animale, la formazione di rappresentazioni e di pensieri ed all’apice di tutto la coscienza»[18].
2.—La cenestesi del criminale, analogamente a quella dell’uomo normale, va considerata sotto il duplice aspetto, ontogenetico e filogenetico. Le conseguenze, che ne trarremo, agevoleranno il còmpito di seguire la formazione dell’anima del criminale nelle fasi d’integrazione fino all’ultimo grado evolutivo di coscienti azioni esterne. Sono nozioni appartenenti alla biologia ed alla psicologia. La biologia ci apprende come tutti i fenomeni di coscienza si connettano alla vita di relazione col mondo esterno; che dal protoplasma alla più elevata funzione cerebrale qualunque cambiamento organico abbia per esponente uguale modificazione integrativa o disintegrativa della vita psichica; che il nesso causale tra losviluppobiontico(individuale) e quellofiletico(storico), legge suprema d’ogni ricerca biogenetica, ha lo stesso valore per la psicologia, come per la morfologia (Haeckel). Ci apprende eziandio che lasensibilitànon sia che carattere di vita degli esseri, e che dalpsicoplasma(o sostanza psichica nel senso monistico), dalriflessoofunzione riflessao, meglio,atto riflesso, alla rappresentazione cosciente ed all’intelletto non evvi che trasformazioni continue di sanzioni soggette alla legge di eredità e di adattamento. La mente, sintesi delle leggi psicologiche, non è in fin dei conti che l’altra faccia della vita e costituisce come un organismo che ha la sua storia evolutiva ed è retta nelle sue esplicazioni da leggi fondamentali comuni alla vita in genere (Bianchi). La concezione unitaria, adunque, o monistica degli esseri ci obbliga a concludere, che la genesi cenestetica del delitto, fenomeno affatto naturale, si connetta alla legge di continuità, o che vogliasi semplicemente riferire alla psicogenia individuale o biontica, o che si estenda alla storia genealogica della specie.
3.—Il Lombroso, riflettendo sulla preferenza singolare dei delinquenti per un’operazione così dolorosa e spesso lunghissima e pericolosa, com’è quella del tatuaggio, e la grande frequenza in loro dei traumi, s’indusse a sospettare in essi una sensibilità ai dolori più ottusa del comune degli uomini, come per l’appunto accade in alcuni alienati, dementi in ispecie[19]. Dall’insieme dei fatti da lui osservati dedusse, in effetti, la verità della tesi, concludendo che la insensibilità al dolore ricorda assai bene quella dei popoli selvaggi che possono sopportare, per le iniziazioni della pubertà, torture non tollerabili da un uomo bianco[20]. Al che si aggiunge una gran forza vitale che ripara prontamente i tessuti in caso di ferite o di lesioni gravi, ciò che Benedick designa col nome didisvulnerabilità[21]. Uguali caratteri si riscontrano nella sfera della sensibilità morale, causa dell’assenza di pietà o della ferocia onde si consumano molti delitti.
Fisiologicamente la spiegazione è nella genesi del dolore, il quale, dipendendo da differenziazione progressiva ontogenetica e filogenetica, pel perfezionamento e sviluppo maggiore degli organi dei sensi, non che per raffinata squisitezza di sentimenti altruistici, nel criminale ha dovuto arrestarsi in un grado molto basso, indice o di forma degenerativa o di reversione atavica ad organismi meno perfetti.
4.—Ontogeneticamente la sensibilità del criminale dipende in primo luogo dallaeredità. È fin dal momento della generazione e della vita intrauterina che le qualità malefiche pigliano consistenza e cominciano a palesarsi. Le leggi della eredità fisiologica e patologica si applicano specialmente alla biogenesi del delitto. Le varietà di risultati, che spesso mettono in dubbio la verità delle leggi generali, dipendono dalla infinita serie di circostanze imprevedibili. Ma la indagine accurata sui germi embriologici del delitto, non trascurando alcuno degli elementi ereditarî ed atavici, i quali potettero influire direttamente o indirettamente sulle qualità acquisite dalla nascita, deve fornirci molti lumi, intorno alla conoscenza delle qualità medesime, senza i quali resteremmo di fronte ad imperscrutabili misteri.
Fin dal momento che la vita individua comincia con la cellula-uovo fecondata o cellula stipite (cytula), i caratteri organici dei genitori si trasmettono nella prole. Il dubbio che ne potrebbe sorgere, secondo che abbiamo detto, è dal non conoscersi ancora esattamente le trasformazioni tutte inerenti alla legge divariazionenei novelli organismi sôrti dalla unione dei germi dei genitori: però eziandio in ciò vige il principio universale dell’unità della vita nello spazio e nel tempo, non che l’altro della varietà con la identità sostanziale degli esseri.
5.—Dalla biogenesi cenestetica del criminale passiamo ai primi stadî di sviluppo, alla infanzia. Qui troveremo analoghi caratteri tra ciò che si osserva nei fanciulli e la delinquenza nei selvaggi. L’imprevidenza, la crudeltà, la insensibilità, l’impetuosità, sono distintivi dell’infanzia del criminale e trovano perfetto riscontro in uomini barbari a livello sottostante alla civiltà. La natura di questo scritto mi dispensa dall’addurre esempî comprovanti l’asserto, iquali, d’altronde, furono così bene raccolti dal Lombroso nel primo volume del suoUomo delinquente. Concludendo, diciamo, che la genealogia del delitto, sopratutto nelle forme inferiori della vita psicofisica, non deve mai scompagnarsi dagli opportuni riscontri con lo sviluppo delle qualità criminose dell’individuo; i due campi di studî s’integrano e si completano a vicenda.
Vogliamo soltanto aggiungere, che le anomalie di sensibilità, fisica o morale, del fanciullo, più che da costituzione organica, dipendono dalla deficienza o mancanza di discernimento di molte operazioni causanti effetti dolorosi per sè o per gli altri. Molti psicologi dell’infanzia furono sorpresi di atti in apparenza crudeli in fanciulli che, cresciuti in età adulta, diedero prova di squisita sensibilità e tendenze altruistiche. Essi attribuirono il mutamento, in bene, all’opera della istruzione e della educazione. Si ingannarono. La insensibilità era l’effetto dello stato d’incoscienza o di imprevidenza del fanciullo; la qualità opposta nacque dal momento che si acquistò consapevolezza di ciò che equivalga produrre uno stato doloroso. L’attenzione, facoltà molto tarda a svilupparsi; la riflessione, prodotta dalla padronanza negli interni processi di arresto, giuocano influenza massima sui fenomeni di percezioni sensitive: mancando di regola, od essendo molto deboli nei fanciulli, non vi è a meravigliarsi se questi si mostrino così poco sensibili e sì poco inchinevoli alla pietà per i dolori altrui.
6.—Conosciuta la cenestesi del criminale, riprendiamo la trattazione dei motivi, sotto il riguardo della teoria fisio-psicologica. Abbiamo visto che l’azione dei motivi, sulla nostra sensibilità, interna od esterna, obbedisce a leggi affatto dinamiche. Essi, in altri termini, non sono che altrettanti coefficienti di energie.
La loro principale legge è lalegge della dinamogenesi, per cui ogni stato di coscienza tende a continuarsi in un movimento. I motivi furono da noi distinti in esterni ed interni. Essi, però, in quanto sono efficienti o coefficienti dei delitti, non sono che equivalenti disentimentio diidee. Vedremo, a suo tempo, la natura differenziale delle emozioni criminose, e quanta efficacia abbiano nel predisporre al delitto.
Per ora diciamo, che l’azione dei motivi, con la energia di sentimenti, svolgesi nella regione dei fenomeni affettivi. Senza pretendere, che non ne sarebbe il luogo, di fare distinzioni dei fenomeni medesimi, basterà dire, pel nostro intento, che essi tutti o sono causa didolore, ovvero dipiacere. Ridotta la energia dei motivi alle due forme primigenie della nostra vita emotiva od affettiva, non resta che ricorrere alle leggi generali, onde quelle sono rette, per concludere a nozioni soddisfacenti.
Il piacere ed il dolore sono i due limiti estremi in cui si polarizza la nostra vita. Corrispondono al primo tutti gli stati psicofisici che rialzano la tonalità delle funzioni al grado di maggiore successo, per esuberanza di energia attuale che non superi la media del bisogno e che agevoli l’opera dell’attenzione ad effettuarsi senza incontrare ostacoli.
Corrispondono al secondo gli stati depressivi delle energie psicofisiche; ne sono cause le difficoltà al funzionamento, l’arresto o l’impedimento alla soddisfazione di bisogni, lo squilibrio parziale o totale dell’organismo. Che vi sieno stati interni indifferenti io non ne dubito; ma indifferenti verso chi?—Certo verso il soggetto che non li avverte, non in sè stessi considerati o nelle loro cause. Il passaggio da un estremo ad un altro, in ogni specie di fenomeno, è segnato da punti intermedî. Il campo visivo della coscienza ha dei limiti abbastanza mutabili, che acquistano o perdono estensione a seconda della luce mentale riflessa: ma chi può dire che nei più oscuri confini essa manchi di contenuto; o che, al disotto o nei pressi della sua soglia, non funzionino delle energie di cui non abbiamo neppure il sospetto?
7.—I motivi o agiscono per efficaciaattualeo per efficaciapotenziale. Diciamo che la efficacia sia attuale allorchè dipende da motivo presente; diciamo che sia potenziale allorchè dipende da motivo trascorso e del quale si serbi ricordo.
L’attualità del motivo ha importanza grande nei delitti passionali o d’impeto, non così nei delitti di calcolo per i quali il materiale dinamico della determinazione consiste nella risonanza piacevole o dolorosa di svegliati ricordi.
Di qualunque genere si consideri il motivo, purchè sia causa di stato piacevole o doloroso, esso si accompagna aconcomitanti somatici caratteristici. «Concomitanti somatici—scrive il Bianchi—del piacere sono: aumento della circolazione del capo senza corrispondente aumento della pressione arteriosa (secondo Meynert, il quale ammette dilatazione vasale con pressione arteriosa diminuita); dilatazione volumetrica degli organi periferici (Lehmann); elevazione del polso; acceleramento del cuore; viso raggiante (si dice gonfio dalla gioia); aumento delle sensazioni; rapidità ed energia dei movimenti; aumento della profondità dell’ispirazione, ritmo respiratorio accelerato; aumento della potenza muscolare. Il piacere è dinamogeno.—Concomitanti somatici del dolore sono: diminuzione del calibro dei vasi per contrazione delle pareti vasali; pallore della cute per ischemia; diminuzione di alcune secrezioni (la bocca secca, la scomparsa del latte) e l’aumento di alcune altre (lagrime); costrizione dei vasi polmonari donde quel senso d’oppressione che avvertono tutti quelli che sono sotto la tirannia del dolore; senso di freddo; atonia dei muscoli volontari, donde il capo curvo (curvato dalla tristezza, dice Lange), la faccia allungata; la voce fioca; gli occhi più grandi (maggiore apertura delle rime palpebrali); il dolore è paralizzante»[22].
8.—Allorchè il motivo si trasformi in equivalente ideale, dal campo affettivo passa nel campo percettivo o rappresentativo. All’azione diretta dell’efficacia determinante si sostituisce l’azione riflessa. Il fenomeno è molto complesso e formerà obbietto degli ulteriori studî sul processo formativo della coscienza criminosa. Limitandoci ora alla parte affattodeterminantedelmotivo-idea, non ci allontaneremo dal rapporto puramentecausale, che intercede tra la dinamica ideale del motivo criminoso e l’effetto di squilibrio di coscienza.
L’idea, chi lo ignora? è di per sè un composto psichico. I coefficienti sensitivi o fisiologici ne sono la base soggettiva; le presentazioni o percezioni del mondo esterno ne apprestano il materiale. La forza, dunque, integrante o disintegrante dell’idea equivale alla risultante di componenti fusi insieme in fenomeno di tensione sulla medesima linea direttiva.
Scomposta negli elementi, l’idea si risolverà in fattori fisici e psichici assimilati od unificati percoesioneimmediata o successiva. Ma perchè il motivo-idea pel criminale è causa di squilibrio, a differenza di quanto avviene nell’uomo normale? Perchè l’offesa è respinta sempre con pari o maggiore offesa dall’impulsivo ed è motivo di generoso perdono per l’uomo virtuoso? La risposta è contenuta nelle nozioni svolte intorno allo stato di equilibrio e di squilibrio psichico, non che nelle leggi della dinamica dei motivi criminosi, secondo le quali, nel criminale, la nota culminante dello stato psicofisico è l’anomalia. Manca, non per tanto, un altro dato ai precedenti e qui crediamo utile ricordarlo.
La legge di coesione nelle formazioni psichiche ci dà il grado e la fisonomia di ciascun nuovo composto. Essa, però, è completata dalla legge dicontinuità nella coesione psichica. Più coesione, più specificazione; meno coesione, meno specificazione (Ardigò). Quindi, date le attitudini del criminale a maggiormente assimilare le energie squilibranti dei motivi, ed a renderne più coerenti gli effetti, lo stato proprio che ne seguirà, di squilibrio, sarà più differenziato o specificato. Nel ritmo psichico le energie seguono la linea di minore resistenza. Il fondo degenerativo del criminale, meno ostacolando il predominio di tendenze malefiche, più ne rende agevole la specificazione; il che vale tanto per la singola formazione psichica, quanto per la continuità della intera vita psichica.
CAPO V.Il processo cosciente del delitto.Stadio di formazione.1. Formazione naturale della psiche.—2. I germi malefici del delitto nei primordi della vita. 3. La genesi di forze antagoniste nella vita di relazione.—4. Il periodo primordiale di tendenze criminose nel fanciullo.— 5. Il secondo periodo formativo della personalità individua del delinquente.—6. La legge di imitazione nell’infanzia del delinquente.—7. La selezione organica degli elementi integrativi del delitto.—8. Il fenomeno dellasimpatiae le sue leggi—9. Influenza dell’ambiente di famiglia e del fattore economico sul delitto; la educazione ed i pervertimenti ereditarî. —10. Influenza delle necessità sociali.—11. Effetto degenerativo dell’azione suggestiva criminosa.—12. Influenza dei motivi sentimentali che agiscono sulla immaginazione.1.—La nostra vita psichica non è che un alternarsi di stati di coscienza. Dalla sensazione alla ideazione, dalla volizione all’azione il processo integrativo dell’io si risolve in atti successivi che o si collegano o si elidono o si fondono insieme. La consapevolezza della vita psichica comincia dal momento che lo stimolo, coefficiente dinamico, agendo sulle nostre tendenze ereditarie od acquisite, entra nel campo visivo della coscienza e ne muta la superficie.Da siffatto momento ha principio la vita psichica con equivalenti paralleli alle funzioni organiche. Da siffatto momento comincia il processo di formazione della coscienza e nel singolo individuo si rendono percepibili le prime distinzioni di qualità destinate ad ulteriori progressi nel tempo.Chi desideri formarsi esatti giudizî sul perchè di tendenze spiccate ad azioni virtuose o meno, deve, fin da questo primo periodo, dirò embrionale, della psiche, non tralasciare di notare tutti i modi onde l’organismo psicofisico si va formando, e le leggi che ne regolano lo sviluppo.Avanti ci occupammo della delinquenza nella età dell’infanzia e ne rassegnammo le somiglianze con la natura dell’uomo selvaggio. Simile analogia ontogenetica e filogenetica, in gran parte, ha la origine in germi ereditarî non per anco differenziati per l’adattamento dell’ambiente sociale; ciò che, con l’opera del tempo, molto facilmente potrà avvenire.Volendo, frattanto, conoscere come, fin dall’indicato periodo, l’anima del delinquente a poco a poco si venga plasmando, egli è d’uopo rifarci alquanto indietro e, ripigliando la trattazione dei motivi o dei determinanti al delitto, vedere quale efficacia essi giuochino in concorso a tutti gli altri coefficienti, esterni ed interni, nel dare il primo contenuto organico alla coscienza.2.—La forma indistinta delle tendenze ereditarie ci apprende, che nei primordi della vita i germi malefici del delitto siano involuti in centri di energie di natura siffatta da non sottostare necessariamente alla immanenza di speciale differenziazione. La ereditarietà, tuttochè sia la principale scaturigine del bene o del male operato dall’individuo, non è a concepirsi sotto l’aspetto dicausa fatale; chè, così dicendo, si trascurerebbero tutti gli elementi di ambiente e di adattamento, i quali concorrono, simultaneamente o successivamente, alla formazione dell’organismo psicofisico. Invece egli sembra più esatto il pensare, che i germi ereditarî o, meglio, le energie costituenti l’organismo dell’individuo, nella loro forma involuta primigenia, diano luogo all’apparire di caratteri che facilmente si confondono insieme ed agevolmente sono convertibili negli atti esteriori.La inclinazione al mal fare, all’altruismo, alla carità, alla beneficenza sono qualità che in pratica possono effettuarsi in maniere svariate. Mal fa l’egoista, l’ambizioso, il delinquente; eppure non si dirà che l’uno equivalga gli altri. In breve, è verità incontrastabile che la ricerca del male, o etico o giuridico, debba eseguirsi non già in sè o nella essenza organica germinativa, bensì nei primi atti esteriori con note differenziali.Proponiamoci, dunque, il dovere di vedere perchè ordinariamente nel fanciullo si riscontrino le qualità dell’uomo selvaggio; vale a dire perchè nei primordi della nostra esistenzail delitto rimugghi dal fondo dell’anima e desti l’allarme in chi n’è spettatore.3.—Il sentimento primo fondamentale della nostra vita è il sentimento di esistenza. Esistere non significa soltanto essere o vivere, ma avere il senso immanente della potenzialità ad agire ed a mettersi a contatto col mondo esterno. Insieme a questo sentimento un altro ne sorge: il sentimento della difficoltà nell’esplicarsi, ossia il senso di ostacoli frapposti al proprio funzionamento organico. È dal contrasto dei due sentimenti suddetti che sorge la prima forma di forze antagoniste nella vita di relazione; è dalle successive vittorie, effettuate dalla potenzialità sugli ostacoli funzionali, che il progresso personale si concreta con gradi vieppiù ascendenti.Dagli atti riflessi dei primi mesi di vita, del fanciullo, alle azioni reattive contro qualunque ostacolo si frapponga alla soddisfazione dei più vivi suoi desideri, vi sono esempî d’una coscienza automatica ed istintiva ad affermare vieppiù la prevalenza di energia del tutto personale, base della vita incipiente della psiche e della identità dell’io in mezzo alla varietà incessante dei fenomeni. Fra le relazioni interne, o delle funzioni interne, e le relazioni esterne si stabilisce un rapporto sempreppiù costante: più l’ambiente addiviene complesso e più l’individuo, differenziandosi, si organizza, fino a che egli, in mezzo a’ simili, assume fisonomia personale stabile.4.—Or, considerate il fanciullo nel descritto periodo primordiale di vita di relazione, e vi accorgerete, di leggieri, che, se germi malefici egli ha ereditati, questi faranno la loro prima comparsa nell’accentuare la energia reattiva personale verso intenti per nulla altruisti, con la scelta di mezzi meno adatti all’ambiente civile. In somma, a dir breve, la genesi psicofisica del delitto, mentre biologicamente non si allontana dalle leggi dell’ontogenesi e della filogenesi, leggi comuni a tutte le specie degli organismi viventi, si ricongiunge al principio generale di perenne lotta per l’esistenza, con la prevalenza degli organismi più adatti all’ambiente. Il senso di delitto, a certe azioni eticamente condannabili e legalmente reprimibili, trova la spiegazione giuridica nella necessitàdell’ordine sociale: la sua origine naturale deve attingersi direttamente alle leggi della vita ed alle condizioni ond’essa si accompagna pel progresso dell’organismo umano. Data la lotta tra l’energia individuale e le energie antagoniste, si ha contrasto tra stimoli e controstimoli, e l’aumento di potenzialità è a detrimento della possibilità ad essere indirizzati dalla forza degli agenti esterni che, o naturalmente o artificialmente, hanno effetto su noi.La prima ed elementare differenza avvertita dal fanciullo, nell’apprezzare l’entità d’un’azione, è improntata dall’attrattiva di sentimento piacevole o doloroso. L’ostacolo, un impedimento alle nostre funzioni, reca dispiacere; l’azione istintiva è di allontanarlo. Il contrario avviene con obbietti piacevoli, i quali ci attraggono a contendercene il possesso.Il sacrificio di astenersi da ciò che piaccia è ben raro che si esperimenti nel bambino. La ragione è perchè esso si connette ad un processo di arresto, che nei primi anni della vita manca in noi. Nel bambino la sensazione del piacere è seguìta immediatamente da impulsione esterna: mancando l’ideazione dell’atto, il fenomeno è semplicemente riflesso ed istintivo.5.—Formatosi il primo abbozzo della personalità individua, i dati della coscienza si vanno gradatamente aumentando e spunta la prima volta la distinzione in principio semplicemente intuita poi imposta dalla necessità di adattamento tra le azioni lecite e le non lecite o, meglio, tra ciò che è conseguibile e ciò che dev’essere rispettato. Le impulsioni verso oggetti o atti piacevoli sono frenate dal contrasto dei controstimoli, di cui si comincia a percepire la esistenza; il mondo esterno, durante la lotta, è rappresentato con più precise modalità e confini; fino a che, nel ritmo di azioni e reazioni crescenti, non cominci ad apparire la prima forma di equilibrio o di squilibrio.Il fanciullo, proiettando al di fuori la sua personalità, assorbe dalle personalità altrui le energie similari alle ereditarie o, accidentalmente, acquisite per sopravvenute modificazioni organiche. Di qui i due potenti coefficienti della evoluzione o dissoluzione personale, laimitazionee lasimpatia.6.—Nessuno scrittore, che io mi sappia, ha dato al adeguata importanza alla imitazione quale coefficiente geneticodel delitto, anzi quale mezzo principale di organizzazione spontanea della coscienza del delinquente.La origine della imitazione si connette ad un fenomeno di verasuggestione, che distingueremo col nome dimotrice. Ogni atto, anzi ogni pensiero, ogni sentimento implicano movimento o muscolare o cerebrale: movimento che deve trasmettersi esternamente.I fenomeni telepatici, e ciò che la quotidiana esperienza ci apprende, sono lì per dimostrarci che nei nostri centri cerebrali, ideativi, emotivi o volitivi, si ripercuotono ininterrottamente movimenti che ci vengono dal di fuori e che rispondono alla equivalenza di energie in via di trasformazione. Reciprocandosi, in tal modo, la relazione dinamica tra noi ed i nostri simili, finiamo col prendere le abitudini mentali, le inclinazioni morali trasmesseci a contatto od a distanza. La imitazione è il fatto più complesso del riferito principio. Essa si connette dall’un lato alla energia potenziale delle qualità ereditarie, dall’altro alle influenze attrattive degli atti o delle azioni costituenti l’ambiente morale e civile in mezzo al quale ci esplichiamo.È sì grande la influenza imitativa che, qualche volta, arriva alla forza di contagio. Tra la infezione delle malattie fisiche e la infezione delle malattie morali evvi sì stretta analogia che quasi noi possiamo, per spiegarcene l’essenza, supporre dei microbi del vizio e del delitto.Alcuni scrittori, sforzandosi con pazienti osservazioni di costruire una psicologia scientifica dell’infanzia, incorsero nel difetto di origine di porsi sempre da un sol punto di vista; facendo le loro osservazioni e gli esperimenti in ambienti privilegiati, tra fanciulli nati e cresciuti in famiglie civili, con qualità ereditarie normali. Ben altrimenti dovrebbe praticare chi desiderasse formarsi opinioni illuminate sulla psicologia della delinquenza, il cui massimo esponente si ritrova nei bassi fondi sociali, negli ambienti preparati alla fecondazione spontanea dei germi del male.Non giova farsi illusioni: la vita sociale, come ovunque si svolge, è formata a strati sì differenti tra loro da non permettere neppure la rassomiglianza di analogia. Pensieri, costumi, azioni son tanto diversi dall’uno all’altro stratosociale che erroneo sistema sarebbe quello di confonderne le osservazioni e le illazioni; peggiore il credere di aver conseguito l’intento scientifico col raccogliere dei principî o dei cànoni d’indole interamente relativa, di valore unilaterale.7.—La imitazione ad assorbire, ad assimilare gli elementi psicofisici del delitto succede, in ambienti adatti, per legge spontanea di selezione organica. Il delinquente, piccolo o adulto, non si accorge neppure delle infezioni malefiche delle quali è la vittima; proprio allo stesso modo onde le più letali malattie ci trasmettono il loro germe senza che ne avessimo consapevolezza. Durante il periodo di incubazione, embriologico del delitto, la imitazione, agevolandoci i mezzi di contatto e di riproduzione dei germi del male, è la via meglio adatta per la trasmissione di energie criminose destinate a causare, nel soggetto passivo, cambiamenti ed impulsioni a futuri delitti.Per comprendere il meccanismo o la statica e la dinamica della imitazione criminosa, noi dobbiamo ricordare un altro fenomeno abbastanza trascurato in psicologia, il fenomeno dellasimpatia, sulla quale non a torto Adamo Smith fondava la morale.8.—La simpatia fisiologicamente si rapporta alla teoria delle azioni riflesse; psicologicamente è l’attitudine a riprodurre in noi i piaceri ed i dolori dei simili; sociologicamente è la base della legge di solidarietà umana; naturalmente non è che uno dei tanti modi della legge universale di attrazione. Le distinzioni, che delle forme svariate della simpatia, massime sotto il riguardo fisio-patologico, fecero gli scrittori, sono argomenti della importanza ad essa generalmente attribuita e dell’obbligo che si ha di tenerne quel conto che effettivamente merita.Barthez distingue lesinergiedallesimpatie; Tissot le simpatieattivee lepassive; Hunter le simpatie per continuità e le simpatie per contiguità. Noi, riferendoci al sistema meccanico unitario, diciamo che anche la simpatia debba spiegarsi con la legge di attrazione di centri di energie e con la più agevole trasformazione di movimenti per le vie diminore resistenza. Quindi è che la simpatia, nelle relazioni con i simili, è la ragione davvero efficiente della imitazione; poichè questanon si verificherebbe se tra esseri consimili intercedesse tale avversione da allontanarci irremissibilmente l’uno dall’altro. In conclusione, e tenuto presente tutto quanto è sopra detto, possiamo tirare l’infrascritta prima legge: L’attitudine ereditaria inclina verso l’azione attrattiva di energia similare per la prevalenza di potere di simpatia. L’osservazione quotidiana è che i simili si attraggono con i simili; tra essi, qualche volta, si desta una corrente di affinità irresistibile. Sono le molecole fisiche sociali, che si attraggono, si unificano per formare l’essere virtuoso o il delinquente: è l’immanente potere della vita nelle variazioni delle forme omogenee ed eterogenee, è la perpetuazione degli individui e delle specie nella selezione continua organica e sociale.La seconda legge, di evidente applicazione all’ambiente del delitto, è chela simpatia agisce con l’attenuare la forza di arresto delle tendenze antagoniste, col rafforzare la efficacia degli stimoli analoghi tra energie a contatto, con l’abituare l’attenzione a trascurare ciò che meno ci alletta, con l’unificare i motivi sinergici.Chi abbia l’agio di osservare l’amicizia di individui dediti al delitto, vedrà che tra gli stessi ogni divergenza di opinioni o di abitudini tace allorchè trattasi di stringersi nella vicendevole fiducia di sentirsi adatti a commettere date azioni, e nel suggestionarsi, con sforzi reciproci, a non temere la minaccia della legge o le difficoltà che ostacolano la perpetrazione del reo disegno. La forza di simpatia duplica in ciascuno la spinta al delitto, come smorza o attenua l’opera della controspinta; oltre che fa sorgere un senso di compiacimento per l’opera propria, purchè questa riesca gradevole altrui.Una terza legge, che nelle osservazioni pratiche potrà tanto giovare, è la seguente:La simpatia, in quanto influisce ad organizzare la coscienza criminosa, distinguesi in individuale o collettiva, diretta od indiretta; la prima attiene alle persone con cui si abbia uniformità; la seconda dipende dalla inclinazione a voler commuovere favorevolmente la pubblica opinione.—L’influsso della pubblica opinione sull’animo del delinquente è di estrema considerazione. Consistendo, d’ordinario, il delitto in prevalenza diforzao diastuzia, portaseco la lusinghiera persuasione del compiacimento di coloro da cui amiamo essere ammirati e dell’ammirazione della generalità degli uomini.9.—La prima fonte di morale degenerazione è la mal costituita famiglia; il primo rimarchevole fattore è l’economico.Anche a non accettare le estreme conclusioni del materialismo storico, che coordina tutti i fenomeni sociali al sottosuolo dei rapporti economici e pretende che dall’espandersi delle energie produttive sieno determinati gli incessanti contrasti, cause di cambiamenti nella vita pubblica o privata, egli è ragionevole ritenere che la mancanza o la deficienza dei mezzi necessarî alla esistenza ed alla disciplina delle personali facoltà debba molto concorrere all’arresto d’incremento progressivo dell’organismo fisico e morale. Il problema, tuttochè complesso negli elementi, è di facilissima soluzione a chi attenda a quanto avviene tuttodì sotto gli stessi suoi occhi. La miseria è baratro scavato ai più nobili sentimenti morali, alle migliori iniziative dell’esistenza: è tenebra in cui il lume della intelligenza poco a poco si spegne; è causa di sconforto e di esaurimento per le volontà più robuste e meglio agguerrite. A contatto forzato con genitori scioperati, bevoni, dediti al vizio, al delitto; in mezzo a gente non guidata che da motivi di egoismo; privi di controstimoli o di esempî di virtù; col microbo latente e costituzionale del delitto, chi vorrà pretendere atti onesti da uomini sì sventurati? Aggiungasi l’opera incessante, potente dei pregiudizî, il falso convincimento d’una morale fittizia esclusivista, e si avrà il dato giusto del come e perchè la famiglia sia, nei bassi fondi sociali, la vera scuola della demoralizzazione e degli istinti perversi.—Dimandato F. B., un giovanetto di 17 anni, da me difeso pel reato di omicidio, dopo altre due condanne per ferimenti, perchè mai, senza sufficiente motivo, in tenera età si fosse reso colpevole di delitto sì grave, rispondendomi, mi raccontò una lunga istoria di reati in famiglia, dei quali uno di assassinio commesso dal padre morto in carcere, e concluse: «Che cosa potevo far io se non uccidere il primo che mi avesse offeso?». Difesi, in tempi diversi, sei individui della famiglia D. F., tutti per delitti di sangue: l’ultimo rivoltosi al mio patrocinio, perchèresponsabile di ferimento, essendo stato richiamato sui precedenti dei congiunti, mi rispose: «Non è a meravigliarsi; è malattia di famiglia!...».La educazione può molto modificare i pervertimenti ereditarî, ed aiutare lo sviluppo dei buoni semi: ma per educazione, osserva Lombroso, intendiamo non le semplici istruzioni teoriche che di raro giovano, anche agli adulti, per cui vediamo sì poco approdare la letteratura, i discorsi, le arti dette moralizzatrici, e meno ancora le violenze con cui al più si ingenerano degl’ipocriti, si trasforma non il vizio in virtù, ma il vizio in un altro vizio; bensì una serie di impulsioni, moti riflessi sostituiti lentamente a quegli altri che furono cause dirette o almeno favorevoli al mantenimento delle prave tendenze, e ciò col mezzo dell’imitazione, delle abitudini gradualmente introdotte colla convivenza in mezzo a persone oneste e con precauzioni sapienti per evitare che sorga in terreno adatto a proliferarsi l’idea fissa che vedemmo divenire sì fatale nell’infanzia»[23].10.—La seconda fonte più abbondante e più probabile di morale degenerazione e di preparazione al delitto è l’ambiente di necessità sociali analogo alla classe a cui ciascun di noi appartiene.I fattori dell’umano progresso, generalmente intesi sotto il nome comune di civiltà, in quanto sono elementi differenziati di maggiori attitudini nella lotta per la vita portano la conseguenza di accrescere la incapacità di adattarsi alle risorse di cui si contentavano i nostri avi. Indi è che, come bene osserva Féré, la consumazione di alimenti, di eccitanti, di materie d’ogni specie da soddisfarsi si accresce di giorno in giorno.«Per soddisfare i suoi bisogni incessantemente moltiplicati, l’uomo si esaurisce nella lotta contro gli elementi; ed è per compensare gli effetti di questo esaurimento ch’egli si sforza di chiamare in aiuto delle deboli sue braccia le risorse del suo spirito, le quali dovranno compensare con molteplici invenzioni la insufficienza delle lor proprie forze. Ma ciascun nuovo sforzo di adattazione, ciascun progresso di ciò che noichiamiamo civilizzazione, è una nuova causa di esaurimento il quale si manifesta ognora con più intensità sugli individui maggiormente indeboliti. Questi individui divengono ben tosto incapaci di continuare la lotta, e soccombono sia a disordini generali della nutrizione, sia a degenerazioni più o meno localizzate, trasformandosi in affezioni organiche diverse o in disordini funzionali con predominio verso l’organo il più debole»[24].Nelle attuali condizioni di lotta per l’esistenza, in particolare nelle città, è sopratutto il sistema nervoso centrale che sopporta le spese del lavoro d’adattazione; l’esaurimento può risultare tanto per sforzi fisici che psichici. «Uno dei principali effetti dell’esaurimento nervoso è l’incapacità dello sforzo continuato. È vero che per i soggetti congenitamente sani e ben conservati il lavoro eccessivo non determina che una fatica in generale facilmente riparabile; ma, se a questo lavoro eccessivo si aggiungono delle privazioni di ogni sorta, ne segue un esaurimento più profondo e più duraturo, il quale non pure favorisce la discesa individuale, ma ancora prepara le attitudini morbose della generazione seguente. È meno in ragione della fatica personale che in ragione dell’esaurimento ereditario, dello spossamento capitalizzato, che la razza subisce l’imposta progressiva della degenerazione e diviene meno capace di sforzi produttivi»[25].11.—I moltiplici esempî di vizî e di azioni delittuose agiscono, sulla organizzazione della coscienza criminosa, con la forza di stimoli suggestivi. Nè alcuno più dubita sull’effetto degenerativo della suggestione in ambiente propizio alla germinazione di esempî viziosi. Essa altera profondamente la psiche, producendo perversioni nella sensibilità e nelle più alte funzioni cerebrali; giunge perfino a mutare interamente i caratteri della personalità ed a far sorgere inclinazioni e bisogni per lo innanzi sconosciuti. L’effetto equivale ad una stratificazione graduale di sentimenti e di idee, all’abitudine d’adattazioni coscienti o incoscienti a percepire in diverso modo la realtà, a creazione di poteri psichici difformi daiprecedenti, a risultati psicofisici con relazioni ed indirizzi nuovi. Dopo alcun tempo, più o meno lungo, il candidato al delitto si trova preformato e preparato all’esperimento; non mancano che le occasioni, le quali, di certo, non si faranno guari attendere.Lo avete voi mai osservato quel fanciullo che, poco amante di un’ordinata e costante occupazione, ama spesso sfuggire all’autorità paterna e si abbandona al vagabondaggio; buona parte della giornata, di niente altro preoccupato che di provar gusto nel giuoco, nei piccoli vizî, negli atti di sopraffazione, nell’uso di audace astuzia pel conseguimento di qualche intento, con imprevidenza dell’avvenire, con trascuratezza di ogni atto meritevole di lode? Seguitelo nei susseguenti anni della vita. Egli un bel giorno si ribellerà all’autorità dei genitori; ne schernirà i consigli, acquisterà di sè la coscienza autonoma d’una energia disordinata, in lotta con i freni sociali, con chiunque gli apparisca di ostacolo alla soddisfazione di bisogni resi urgenti dalla eccezionalità di vita. Lo sforzo di vincere le difficoltà, nella lotta impegnata, si traduce in un aumento di pericoli di soccombere, da un istante all’altro, sia sotto la sanzione repressiva della legge, sia sotto la reazione altrui; finisce, però, sempre o con l’esaurire la energia, causando qualche forma di degenerazione, ovvero col trasformare fisicamente e psichicamente il soggetto e spingerlo irremissibilmente nel baratro del delitto. È la storia uniforme di quasi tutti i frequentatori della prigione: dalla vita di disordine si passa al vizio; dal vizio al delitto.12.—Non poca influenza deve attribuirsi a tutti i motivi sentimentali che agiscono direttamente sulla immaginazione. È incredibile dire quanta forza suggestiva sulla pubblica opinione e sui singoli animi possano esercitar delle credenze artificiosamente o morbosamente ridestate; dei sentimenti di malintesa pietà, di falso entusiasmo, di un’attesa ansiosa, di un volere imposto fin con la costrizione di morale supremazia. Dapprima quello che è impossibile fin anche a pensarsi, appare possibile, ma sotto condizioni eccezionali; poi si rende plausibile con le date circostanze di fatti; indi si ritiene per sicuro, anzi certo, e finisce con l’impossessarsidegli animi e col trascinarli fatalmente là dove la ragione non avrebbe giammai permesso che si arrivasse.La immaginazione, massimamente se ravvivata dal sentimento, è la facoltà magica che tutto trasforma e colorisce, alcuna volta in bene, quasi sempre in male. Chi potrà mai calcolare l’effetto dinamico, sulla immaginazione di poveri degenerati o deboli di mente, prodotto per la teatralità di drammi giudiziarî dai colori i più foschi, dalle scene le più atroci? Chi è abituato, avvocato o magistrato, nelle aule dei Tribunali e della Corte di assise, ha dovuto, oh! quante volte, accorgersi che di fronte alla figura audace, feroce d’un imputato od accusato, il pubblico minuto di persone indifferenti, di donne, di ragazzi, restava estasiato, ammirato. In quelle ore di pubblico spettacolo, in quel periodo di ansie, di godimento morboso, la coscienza degli spettatori è così suggestionata, è così scossa che, quando si arriva all’epilogo o della condanna o dell’assoluzione, molti buoni sentimenti si saranno affievoliti, correnti passionali han preso possesso della coscienza, germi deleterî di pervertimenti futuri han messo radice: e dire che tutto questo succede perchè la giustizia funzioni!
Il processo cosciente del delitto.Stadio di formazione.
1. Formazione naturale della psiche.—2. I germi malefici del delitto nei primordi della vita. 3. La genesi di forze antagoniste nella vita di relazione.—4. Il periodo primordiale di tendenze criminose nel fanciullo.— 5. Il secondo periodo formativo della personalità individua del delinquente.—6. La legge di imitazione nell’infanzia del delinquente.—7. La selezione organica degli elementi integrativi del delitto.—8. Il fenomeno dellasimpatiae le sue leggi—9. Influenza dell’ambiente di famiglia e del fattore economico sul delitto; la educazione ed i pervertimenti ereditarî. —10. Influenza delle necessità sociali.—11. Effetto degenerativo dell’azione suggestiva criminosa.—12. Influenza dei motivi sentimentali che agiscono sulla immaginazione.
1.—La nostra vita psichica non è che un alternarsi di stati di coscienza. Dalla sensazione alla ideazione, dalla volizione all’azione il processo integrativo dell’io si risolve in atti successivi che o si collegano o si elidono o si fondono insieme. La consapevolezza della vita psichica comincia dal momento che lo stimolo, coefficiente dinamico, agendo sulle nostre tendenze ereditarie od acquisite, entra nel campo visivo della coscienza e ne muta la superficie.
Da siffatto momento ha principio la vita psichica con equivalenti paralleli alle funzioni organiche. Da siffatto momento comincia il processo di formazione della coscienza e nel singolo individuo si rendono percepibili le prime distinzioni di qualità destinate ad ulteriori progressi nel tempo.
Chi desideri formarsi esatti giudizî sul perchè di tendenze spiccate ad azioni virtuose o meno, deve, fin da questo primo periodo, dirò embrionale, della psiche, non tralasciare di notare tutti i modi onde l’organismo psicofisico si va formando, e le leggi che ne regolano lo sviluppo.
Avanti ci occupammo della delinquenza nella età dell’infanzia e ne rassegnammo le somiglianze con la natura dell’uomo selvaggio. Simile analogia ontogenetica e filogenetica, in gran parte, ha la origine in germi ereditarî non per anco differenziati per l’adattamento dell’ambiente sociale; ciò che, con l’opera del tempo, molto facilmente potrà avvenire.
Volendo, frattanto, conoscere come, fin dall’indicato periodo, l’anima del delinquente a poco a poco si venga plasmando, egli è d’uopo rifarci alquanto indietro e, ripigliando la trattazione dei motivi o dei determinanti al delitto, vedere quale efficacia essi giuochino in concorso a tutti gli altri coefficienti, esterni ed interni, nel dare il primo contenuto organico alla coscienza.
2.—La forma indistinta delle tendenze ereditarie ci apprende, che nei primordi della vita i germi malefici del delitto siano involuti in centri di energie di natura siffatta da non sottostare necessariamente alla immanenza di speciale differenziazione. La ereditarietà, tuttochè sia la principale scaturigine del bene o del male operato dall’individuo, non è a concepirsi sotto l’aspetto dicausa fatale; chè, così dicendo, si trascurerebbero tutti gli elementi di ambiente e di adattamento, i quali concorrono, simultaneamente o successivamente, alla formazione dell’organismo psicofisico. Invece egli sembra più esatto il pensare, che i germi ereditarî o, meglio, le energie costituenti l’organismo dell’individuo, nella loro forma involuta primigenia, diano luogo all’apparire di caratteri che facilmente si confondono insieme ed agevolmente sono convertibili negli atti esteriori.
La inclinazione al mal fare, all’altruismo, alla carità, alla beneficenza sono qualità che in pratica possono effettuarsi in maniere svariate. Mal fa l’egoista, l’ambizioso, il delinquente; eppure non si dirà che l’uno equivalga gli altri. In breve, è verità incontrastabile che la ricerca del male, o etico o giuridico, debba eseguirsi non già in sè o nella essenza organica germinativa, bensì nei primi atti esteriori con note differenziali.
Proponiamoci, dunque, il dovere di vedere perchè ordinariamente nel fanciullo si riscontrino le qualità dell’uomo selvaggio; vale a dire perchè nei primordi della nostra esistenzail delitto rimugghi dal fondo dell’anima e desti l’allarme in chi n’è spettatore.
3.—Il sentimento primo fondamentale della nostra vita è il sentimento di esistenza. Esistere non significa soltanto essere o vivere, ma avere il senso immanente della potenzialità ad agire ed a mettersi a contatto col mondo esterno. Insieme a questo sentimento un altro ne sorge: il sentimento della difficoltà nell’esplicarsi, ossia il senso di ostacoli frapposti al proprio funzionamento organico. È dal contrasto dei due sentimenti suddetti che sorge la prima forma di forze antagoniste nella vita di relazione; è dalle successive vittorie, effettuate dalla potenzialità sugli ostacoli funzionali, che il progresso personale si concreta con gradi vieppiù ascendenti.
Dagli atti riflessi dei primi mesi di vita, del fanciullo, alle azioni reattive contro qualunque ostacolo si frapponga alla soddisfazione dei più vivi suoi desideri, vi sono esempî d’una coscienza automatica ed istintiva ad affermare vieppiù la prevalenza di energia del tutto personale, base della vita incipiente della psiche e della identità dell’io in mezzo alla varietà incessante dei fenomeni. Fra le relazioni interne, o delle funzioni interne, e le relazioni esterne si stabilisce un rapporto sempreppiù costante: più l’ambiente addiviene complesso e più l’individuo, differenziandosi, si organizza, fino a che egli, in mezzo a’ simili, assume fisonomia personale stabile.
4.—Or, considerate il fanciullo nel descritto periodo primordiale di vita di relazione, e vi accorgerete, di leggieri, che, se germi malefici egli ha ereditati, questi faranno la loro prima comparsa nell’accentuare la energia reattiva personale verso intenti per nulla altruisti, con la scelta di mezzi meno adatti all’ambiente civile. In somma, a dir breve, la genesi psicofisica del delitto, mentre biologicamente non si allontana dalle leggi dell’ontogenesi e della filogenesi, leggi comuni a tutte le specie degli organismi viventi, si ricongiunge al principio generale di perenne lotta per l’esistenza, con la prevalenza degli organismi più adatti all’ambiente. Il senso di delitto, a certe azioni eticamente condannabili e legalmente reprimibili, trova la spiegazione giuridica nella necessitàdell’ordine sociale: la sua origine naturale deve attingersi direttamente alle leggi della vita ed alle condizioni ond’essa si accompagna pel progresso dell’organismo umano. Data la lotta tra l’energia individuale e le energie antagoniste, si ha contrasto tra stimoli e controstimoli, e l’aumento di potenzialità è a detrimento della possibilità ad essere indirizzati dalla forza degli agenti esterni che, o naturalmente o artificialmente, hanno effetto su noi.
La prima ed elementare differenza avvertita dal fanciullo, nell’apprezzare l’entità d’un’azione, è improntata dall’attrattiva di sentimento piacevole o doloroso. L’ostacolo, un impedimento alle nostre funzioni, reca dispiacere; l’azione istintiva è di allontanarlo. Il contrario avviene con obbietti piacevoli, i quali ci attraggono a contendercene il possesso.
Il sacrificio di astenersi da ciò che piaccia è ben raro che si esperimenti nel bambino. La ragione è perchè esso si connette ad un processo di arresto, che nei primi anni della vita manca in noi. Nel bambino la sensazione del piacere è seguìta immediatamente da impulsione esterna: mancando l’ideazione dell’atto, il fenomeno è semplicemente riflesso ed istintivo.
5.—Formatosi il primo abbozzo della personalità individua, i dati della coscienza si vanno gradatamente aumentando e spunta la prima volta la distinzione in principio semplicemente intuita poi imposta dalla necessità di adattamento tra le azioni lecite e le non lecite o, meglio, tra ciò che è conseguibile e ciò che dev’essere rispettato. Le impulsioni verso oggetti o atti piacevoli sono frenate dal contrasto dei controstimoli, di cui si comincia a percepire la esistenza; il mondo esterno, durante la lotta, è rappresentato con più precise modalità e confini; fino a che, nel ritmo di azioni e reazioni crescenti, non cominci ad apparire la prima forma di equilibrio o di squilibrio.
Il fanciullo, proiettando al di fuori la sua personalità, assorbe dalle personalità altrui le energie similari alle ereditarie o, accidentalmente, acquisite per sopravvenute modificazioni organiche. Di qui i due potenti coefficienti della evoluzione o dissoluzione personale, laimitazionee lasimpatia.
6.—Nessuno scrittore, che io mi sappia, ha dato al adeguata importanza alla imitazione quale coefficiente geneticodel delitto, anzi quale mezzo principale di organizzazione spontanea della coscienza del delinquente.
La origine della imitazione si connette ad un fenomeno di verasuggestione, che distingueremo col nome dimotrice. Ogni atto, anzi ogni pensiero, ogni sentimento implicano movimento o muscolare o cerebrale: movimento che deve trasmettersi esternamente.
I fenomeni telepatici, e ciò che la quotidiana esperienza ci apprende, sono lì per dimostrarci che nei nostri centri cerebrali, ideativi, emotivi o volitivi, si ripercuotono ininterrottamente movimenti che ci vengono dal di fuori e che rispondono alla equivalenza di energie in via di trasformazione. Reciprocandosi, in tal modo, la relazione dinamica tra noi ed i nostri simili, finiamo col prendere le abitudini mentali, le inclinazioni morali trasmesseci a contatto od a distanza. La imitazione è il fatto più complesso del riferito principio. Essa si connette dall’un lato alla energia potenziale delle qualità ereditarie, dall’altro alle influenze attrattive degli atti o delle azioni costituenti l’ambiente morale e civile in mezzo al quale ci esplichiamo.
È sì grande la influenza imitativa che, qualche volta, arriva alla forza di contagio. Tra la infezione delle malattie fisiche e la infezione delle malattie morali evvi sì stretta analogia che quasi noi possiamo, per spiegarcene l’essenza, supporre dei microbi del vizio e del delitto.
Alcuni scrittori, sforzandosi con pazienti osservazioni di costruire una psicologia scientifica dell’infanzia, incorsero nel difetto di origine di porsi sempre da un sol punto di vista; facendo le loro osservazioni e gli esperimenti in ambienti privilegiati, tra fanciulli nati e cresciuti in famiglie civili, con qualità ereditarie normali. Ben altrimenti dovrebbe praticare chi desiderasse formarsi opinioni illuminate sulla psicologia della delinquenza, il cui massimo esponente si ritrova nei bassi fondi sociali, negli ambienti preparati alla fecondazione spontanea dei germi del male.
Non giova farsi illusioni: la vita sociale, come ovunque si svolge, è formata a strati sì differenti tra loro da non permettere neppure la rassomiglianza di analogia. Pensieri, costumi, azioni son tanto diversi dall’uno all’altro stratosociale che erroneo sistema sarebbe quello di confonderne le osservazioni e le illazioni; peggiore il credere di aver conseguito l’intento scientifico col raccogliere dei principî o dei cànoni d’indole interamente relativa, di valore unilaterale.
7.—La imitazione ad assorbire, ad assimilare gli elementi psicofisici del delitto succede, in ambienti adatti, per legge spontanea di selezione organica. Il delinquente, piccolo o adulto, non si accorge neppure delle infezioni malefiche delle quali è la vittima; proprio allo stesso modo onde le più letali malattie ci trasmettono il loro germe senza che ne avessimo consapevolezza. Durante il periodo di incubazione, embriologico del delitto, la imitazione, agevolandoci i mezzi di contatto e di riproduzione dei germi del male, è la via meglio adatta per la trasmissione di energie criminose destinate a causare, nel soggetto passivo, cambiamenti ed impulsioni a futuri delitti.
Per comprendere il meccanismo o la statica e la dinamica della imitazione criminosa, noi dobbiamo ricordare un altro fenomeno abbastanza trascurato in psicologia, il fenomeno dellasimpatia, sulla quale non a torto Adamo Smith fondava la morale.
8.—La simpatia fisiologicamente si rapporta alla teoria delle azioni riflesse; psicologicamente è l’attitudine a riprodurre in noi i piaceri ed i dolori dei simili; sociologicamente è la base della legge di solidarietà umana; naturalmente non è che uno dei tanti modi della legge universale di attrazione. Le distinzioni, che delle forme svariate della simpatia, massime sotto il riguardo fisio-patologico, fecero gli scrittori, sono argomenti della importanza ad essa generalmente attribuita e dell’obbligo che si ha di tenerne quel conto che effettivamente merita.
Barthez distingue lesinergiedallesimpatie; Tissot le simpatieattivee lepassive; Hunter le simpatie per continuità e le simpatie per contiguità. Noi, riferendoci al sistema meccanico unitario, diciamo che anche la simpatia debba spiegarsi con la legge di attrazione di centri di energie e con la più agevole trasformazione di movimenti per le vie diminore resistenza. Quindi è che la simpatia, nelle relazioni con i simili, è la ragione davvero efficiente della imitazione; poichè questanon si verificherebbe se tra esseri consimili intercedesse tale avversione da allontanarci irremissibilmente l’uno dall’altro. In conclusione, e tenuto presente tutto quanto è sopra detto, possiamo tirare l’infrascritta prima legge: L’attitudine ereditaria inclina verso l’azione attrattiva di energia similare per la prevalenza di potere di simpatia. L’osservazione quotidiana è che i simili si attraggono con i simili; tra essi, qualche volta, si desta una corrente di affinità irresistibile. Sono le molecole fisiche sociali, che si attraggono, si unificano per formare l’essere virtuoso o il delinquente: è l’immanente potere della vita nelle variazioni delle forme omogenee ed eterogenee, è la perpetuazione degli individui e delle specie nella selezione continua organica e sociale.
La seconda legge, di evidente applicazione all’ambiente del delitto, è chela simpatia agisce con l’attenuare la forza di arresto delle tendenze antagoniste, col rafforzare la efficacia degli stimoli analoghi tra energie a contatto, con l’abituare l’attenzione a trascurare ciò che meno ci alletta, con l’unificare i motivi sinergici.
Chi abbia l’agio di osservare l’amicizia di individui dediti al delitto, vedrà che tra gli stessi ogni divergenza di opinioni o di abitudini tace allorchè trattasi di stringersi nella vicendevole fiducia di sentirsi adatti a commettere date azioni, e nel suggestionarsi, con sforzi reciproci, a non temere la minaccia della legge o le difficoltà che ostacolano la perpetrazione del reo disegno. La forza di simpatia duplica in ciascuno la spinta al delitto, come smorza o attenua l’opera della controspinta; oltre che fa sorgere un senso di compiacimento per l’opera propria, purchè questa riesca gradevole altrui.
Una terza legge, che nelle osservazioni pratiche potrà tanto giovare, è la seguente:La simpatia, in quanto influisce ad organizzare la coscienza criminosa, distinguesi in individuale o collettiva, diretta od indiretta; la prima attiene alle persone con cui si abbia uniformità; la seconda dipende dalla inclinazione a voler commuovere favorevolmente la pubblica opinione.—L’influsso della pubblica opinione sull’animo del delinquente è di estrema considerazione. Consistendo, d’ordinario, il delitto in prevalenza diforzao diastuzia, portaseco la lusinghiera persuasione del compiacimento di coloro da cui amiamo essere ammirati e dell’ammirazione della generalità degli uomini.
9.—La prima fonte di morale degenerazione è la mal costituita famiglia; il primo rimarchevole fattore è l’economico.
Anche a non accettare le estreme conclusioni del materialismo storico, che coordina tutti i fenomeni sociali al sottosuolo dei rapporti economici e pretende che dall’espandersi delle energie produttive sieno determinati gli incessanti contrasti, cause di cambiamenti nella vita pubblica o privata, egli è ragionevole ritenere che la mancanza o la deficienza dei mezzi necessarî alla esistenza ed alla disciplina delle personali facoltà debba molto concorrere all’arresto d’incremento progressivo dell’organismo fisico e morale. Il problema, tuttochè complesso negli elementi, è di facilissima soluzione a chi attenda a quanto avviene tuttodì sotto gli stessi suoi occhi. La miseria è baratro scavato ai più nobili sentimenti morali, alle migliori iniziative dell’esistenza: è tenebra in cui il lume della intelligenza poco a poco si spegne; è causa di sconforto e di esaurimento per le volontà più robuste e meglio agguerrite. A contatto forzato con genitori scioperati, bevoni, dediti al vizio, al delitto; in mezzo a gente non guidata che da motivi di egoismo; privi di controstimoli o di esempî di virtù; col microbo latente e costituzionale del delitto, chi vorrà pretendere atti onesti da uomini sì sventurati? Aggiungasi l’opera incessante, potente dei pregiudizî, il falso convincimento d’una morale fittizia esclusivista, e si avrà il dato giusto del come e perchè la famiglia sia, nei bassi fondi sociali, la vera scuola della demoralizzazione e degli istinti perversi.—Dimandato F. B., un giovanetto di 17 anni, da me difeso pel reato di omicidio, dopo altre due condanne per ferimenti, perchè mai, senza sufficiente motivo, in tenera età si fosse reso colpevole di delitto sì grave, rispondendomi, mi raccontò una lunga istoria di reati in famiglia, dei quali uno di assassinio commesso dal padre morto in carcere, e concluse: «Che cosa potevo far io se non uccidere il primo che mi avesse offeso?». Difesi, in tempi diversi, sei individui della famiglia D. F., tutti per delitti di sangue: l’ultimo rivoltosi al mio patrocinio, perchèresponsabile di ferimento, essendo stato richiamato sui precedenti dei congiunti, mi rispose: «Non è a meravigliarsi; è malattia di famiglia!...».
La educazione può molto modificare i pervertimenti ereditarî, ed aiutare lo sviluppo dei buoni semi: ma per educazione, osserva Lombroso, intendiamo non le semplici istruzioni teoriche che di raro giovano, anche agli adulti, per cui vediamo sì poco approdare la letteratura, i discorsi, le arti dette moralizzatrici, e meno ancora le violenze con cui al più si ingenerano degl’ipocriti, si trasforma non il vizio in virtù, ma il vizio in un altro vizio; bensì una serie di impulsioni, moti riflessi sostituiti lentamente a quegli altri che furono cause dirette o almeno favorevoli al mantenimento delle prave tendenze, e ciò col mezzo dell’imitazione, delle abitudini gradualmente introdotte colla convivenza in mezzo a persone oneste e con precauzioni sapienti per evitare che sorga in terreno adatto a proliferarsi l’idea fissa che vedemmo divenire sì fatale nell’infanzia»[23].
10.—La seconda fonte più abbondante e più probabile di morale degenerazione e di preparazione al delitto è l’ambiente di necessità sociali analogo alla classe a cui ciascun di noi appartiene.
I fattori dell’umano progresso, generalmente intesi sotto il nome comune di civiltà, in quanto sono elementi differenziati di maggiori attitudini nella lotta per la vita portano la conseguenza di accrescere la incapacità di adattarsi alle risorse di cui si contentavano i nostri avi. Indi è che, come bene osserva Féré, la consumazione di alimenti, di eccitanti, di materie d’ogni specie da soddisfarsi si accresce di giorno in giorno.
«Per soddisfare i suoi bisogni incessantemente moltiplicati, l’uomo si esaurisce nella lotta contro gli elementi; ed è per compensare gli effetti di questo esaurimento ch’egli si sforza di chiamare in aiuto delle deboli sue braccia le risorse del suo spirito, le quali dovranno compensare con molteplici invenzioni la insufficienza delle lor proprie forze. Ma ciascun nuovo sforzo di adattazione, ciascun progresso di ciò che noichiamiamo civilizzazione, è una nuova causa di esaurimento il quale si manifesta ognora con più intensità sugli individui maggiormente indeboliti. Questi individui divengono ben tosto incapaci di continuare la lotta, e soccombono sia a disordini generali della nutrizione, sia a degenerazioni più o meno localizzate, trasformandosi in affezioni organiche diverse o in disordini funzionali con predominio verso l’organo il più debole»[24].
Nelle attuali condizioni di lotta per l’esistenza, in particolare nelle città, è sopratutto il sistema nervoso centrale che sopporta le spese del lavoro d’adattazione; l’esaurimento può risultare tanto per sforzi fisici che psichici. «Uno dei principali effetti dell’esaurimento nervoso è l’incapacità dello sforzo continuato. È vero che per i soggetti congenitamente sani e ben conservati il lavoro eccessivo non determina che una fatica in generale facilmente riparabile; ma, se a questo lavoro eccessivo si aggiungono delle privazioni di ogni sorta, ne segue un esaurimento più profondo e più duraturo, il quale non pure favorisce la discesa individuale, ma ancora prepara le attitudini morbose della generazione seguente. È meno in ragione della fatica personale che in ragione dell’esaurimento ereditario, dello spossamento capitalizzato, che la razza subisce l’imposta progressiva della degenerazione e diviene meno capace di sforzi produttivi»[25].
11.—I moltiplici esempî di vizî e di azioni delittuose agiscono, sulla organizzazione della coscienza criminosa, con la forza di stimoli suggestivi. Nè alcuno più dubita sull’effetto degenerativo della suggestione in ambiente propizio alla germinazione di esempî viziosi. Essa altera profondamente la psiche, producendo perversioni nella sensibilità e nelle più alte funzioni cerebrali; giunge perfino a mutare interamente i caratteri della personalità ed a far sorgere inclinazioni e bisogni per lo innanzi sconosciuti. L’effetto equivale ad una stratificazione graduale di sentimenti e di idee, all’abitudine d’adattazioni coscienti o incoscienti a percepire in diverso modo la realtà, a creazione di poteri psichici difformi daiprecedenti, a risultati psicofisici con relazioni ed indirizzi nuovi. Dopo alcun tempo, più o meno lungo, il candidato al delitto si trova preformato e preparato all’esperimento; non mancano che le occasioni, le quali, di certo, non si faranno guari attendere.
Lo avete voi mai osservato quel fanciullo che, poco amante di un’ordinata e costante occupazione, ama spesso sfuggire all’autorità paterna e si abbandona al vagabondaggio; buona parte della giornata, di niente altro preoccupato che di provar gusto nel giuoco, nei piccoli vizî, negli atti di sopraffazione, nell’uso di audace astuzia pel conseguimento di qualche intento, con imprevidenza dell’avvenire, con trascuratezza di ogni atto meritevole di lode? Seguitelo nei susseguenti anni della vita. Egli un bel giorno si ribellerà all’autorità dei genitori; ne schernirà i consigli, acquisterà di sè la coscienza autonoma d’una energia disordinata, in lotta con i freni sociali, con chiunque gli apparisca di ostacolo alla soddisfazione di bisogni resi urgenti dalla eccezionalità di vita. Lo sforzo di vincere le difficoltà, nella lotta impegnata, si traduce in un aumento di pericoli di soccombere, da un istante all’altro, sia sotto la sanzione repressiva della legge, sia sotto la reazione altrui; finisce, però, sempre o con l’esaurire la energia, causando qualche forma di degenerazione, ovvero col trasformare fisicamente e psichicamente il soggetto e spingerlo irremissibilmente nel baratro del delitto. È la storia uniforme di quasi tutti i frequentatori della prigione: dalla vita di disordine si passa al vizio; dal vizio al delitto.
12.—Non poca influenza deve attribuirsi a tutti i motivi sentimentali che agiscono direttamente sulla immaginazione. È incredibile dire quanta forza suggestiva sulla pubblica opinione e sui singoli animi possano esercitar delle credenze artificiosamente o morbosamente ridestate; dei sentimenti di malintesa pietà, di falso entusiasmo, di un’attesa ansiosa, di un volere imposto fin con la costrizione di morale supremazia. Dapprima quello che è impossibile fin anche a pensarsi, appare possibile, ma sotto condizioni eccezionali; poi si rende plausibile con le date circostanze di fatti; indi si ritiene per sicuro, anzi certo, e finisce con l’impossessarsidegli animi e col trascinarli fatalmente là dove la ragione non avrebbe giammai permesso che si arrivasse.
La immaginazione, massimamente se ravvivata dal sentimento, è la facoltà magica che tutto trasforma e colorisce, alcuna volta in bene, quasi sempre in male. Chi potrà mai calcolare l’effetto dinamico, sulla immaginazione di poveri degenerati o deboli di mente, prodotto per la teatralità di drammi giudiziarî dai colori i più foschi, dalle scene le più atroci? Chi è abituato, avvocato o magistrato, nelle aule dei Tribunali e della Corte di assise, ha dovuto, oh! quante volte, accorgersi che di fronte alla figura audace, feroce d’un imputato od accusato, il pubblico minuto di persone indifferenti, di donne, di ragazzi, restava estasiato, ammirato. In quelle ore di pubblico spettacolo, in quel periodo di ansie, di godimento morboso, la coscienza degli spettatori è così suggestionata, è così scossa che, quando si arriva all’epilogo o della condanna o dell’assoluzione, molti buoni sentimenti si saranno affievoliti, correnti passionali han preso possesso della coscienza, germi deleterî di pervertimenti futuri han messo radice: e dire che tutto questo succede perchè la giustizia funzioni!