CAPO VI.

CAPO VI.Le norme fondamentali della psicologia criminale.1. Si riassumono le principali verità in precedenza svolte.—2. Norma che guidar deve la conoscenza dei rapporti interni con i fenomeni esterni; legge principale di anomalia del delitto.—3. L’ordine morale ed il processo di arresto inibitorio.—4. L’autosuggestione motrice; legge della risultante impulsiva al delitto.—5. Rapporti dinamici e logici tra i motivi.—6. Processo organico ed accidentale dei motivi criminosi.—7. Conservazione e sviluppo dei fattori psicofisici del delitto.—8. Legge diatipicità; tipo antropologico del criminale.—9. Disintegrazione dell’anima del criminale; dissoluzione della funzionalità psicofisica organica.—10. In che, psicologicamente, consiste tale dissoluzione.—11. La teoria degenerativa del delitto.—12. La fenomenologia clinica di dissoluzione della personalità.—13. Norma per constatare la ipotesi del processo evolutivo della energia criminosa e la ipotesi d’intervento di qualche affezione patologica; differenza tra anomalia ed infermità; importanza psicologica del criterio della pena.—14. Inefficacia scientifica e pratica delle perizie psichiatriche.—15. Disposizioni dell’articolo 46 e 47 del Codice penale; quali sieno le norme dei periti perchè riescano a constatare le condizioni di integrità psichica necessaria alla imputabilità penale.—16. Necessità, pel perito, di una seria coltura psicologica.—17. In che consistano il metodo diesperimentoe quello diosservazione; l’indirizzo sperimentale nei fenomeni psicologici; come debbano servirsene i periti psichiatri.—18. Ragioni di antagonismo tra periti e magistrati: dovere del perito psichiatra; dovere del psicologo e del giurista.1.—Pervenuti a questo punto sentiamo il bisogno di riassumere le verità che sono la base di ciò che in prosieguo verrà svolto.Abbiamo detto che il delitto sia un prodotto di attività psicofisica effettuata nell’azione antigiuridica esteriore. Questa attività è sottoposta allacontinuità; il suo processo, nel tempo, ha un principio ed una serie di atti consecutivi i quali cessano con la violazione della legge penale. La detta attività, soggettivamentepresa, tende alla formazione della coscienza criminosa; gli atti psichici corrispondenti si risolvono nell’associazione di fatti elementari organizzati ed unificati secondo leggi statiche e dinamiche. I fatti psichici criminosi non sarebbero possibili senza il fondo di degenerazione ereditaria o acquisita, senza ladivergenzao l’allontanamentodell’attività psichica dalla comune linea di condotta sociale. L’attività soggettiva del delinquente è causata pel funzionamento di un’energia criminosaspecializzatasi nella trasformazione, dell’azione esterna o interna dei motivi, in impulsi al delitto; oggettivamente essa consiste nella serie dei fattori fisici e sociali che predispongono l’azione esterna in antagonismo con l’interno processo di arresto inibitorio e con i controstimoli reattivi.2.—Ammessa l’anomalia del delitto, le leggi che ne accompagnano la genesi e lo sviluppo debbono presiedere fin dai fattori elementari dell’attività psichica; da quando incomincia la organizzazione della coscienza criminosa con integrazione degli elementi costitutivi.Nella serie dei rapporti interni con i fenomeni esterni, in particolar guisa se trattasi di conoscenza di fenomeni sociali, la norma che ne regola la disamina e la nozione è quella che non si scosta dalla costanza di realtà delle cose. Sorprendere e concepire la realtà dei fenomeni esterni val quanto sentire e rappresentare nel campo visivo della coscienza la identicaattualitàstatica o dinamica di ciò che corrisponde alla verità degli obbietti presi a considerare. Il che, a ben riflettere, non si verifica se le condizioni antropologiche del soggetto non sono in istato di equilibrio funzionale; se tra esse non esiste coerenza di facoltà ed armonia di atti. Or, nella dinamica del mondo psichico in relazione col mondo esterno, l’alterazione di funzionamento avviene o perchè l’obbietto della cognizione non si percepisce adeguatamente per difetto dei sensi, o perchè, percepito, non si assimila che in modo erroneo. L’errore è relativo o alla conoscenza o all’affettività, perchè o nasce da alterazione di nessi di causalità, o è prodotto da esuberanza passionale del sentimento che ci offusca la mente e fuorvia la volontà. Dicendocondotta retta, vogliamo intendere conformazione delle nostre azioni alla realtà delle esigenzesociali: con lo scostarci dalla realtà non soltanto neghiamo implicitamente ed esplicitamente il nesso intrinseco di verità tra le cose, ma ci allontaniamo dalla maniera onde le cose ci si rappresentano.Ciò premesso, osserviamo che la legge principale di anomalia del delitto è inerente allo stato di squilibrio di coscienza in contatto col mondo esterno; essa si concreta nella tendenza ad alterare l’ordine reale delle cose col seguire dettami di falsa logica. Questa tendenza, che assomma i coefficienti psicofisici degenerativi, si sostanzia nella preponderanza di sentimenti egoistici e nel difetto di adattamento di relazione.3.—L’ordine morale, o armonia di doveri e di diritti, non è che adattamento di arresto delle tendenze individuali entro i limiti imposti dalla necessità della vita in comune. Nel detto arresto è riposto il fondamento del dovere etico. Chi non possa o non sappia comprenderlo trovasi straniero tra simili: in lui gl’impulsi alla soddisfazione dei bisogni s’impongono senza freno e la vita di relazione si svolge attraverso continui sacrificî della felicità altrui per assicurare la propria. Si consideri la fase evolutiva dell’anima del criminale: ogni tappa sulla via del delitto è segnata da un accumulo e da una scarica di energia; accumulo il quale, in definitiva, non appare altrimenti che quale aumento di attitudine a date azioni esteriori, mediante l’opera dell’adattamento. Gli atti psichici, dalla sensazione alla volizione, sia che integrino o che disintegrino la coscienza, sono riducibili ad accumulo o scarica di energia: in altri termini, essi sono gli equivalenti di stimoli ed impulsioni, isolate od organizzate, nel ritmo perenne della vita dello spirito.4.—Il processo qui descritto diselezione organicaè specialmente l’effetto diautosuggestione motrice. La vita sensitiva e la percettiva, addivenute coscienti, si convertono in cause interne di analoghi atti esteriori. Si giunge così—attraverso mutamenti di coscienza—a rinnovare di continuo la fisonomia della personalità, pur rimanendo integra l’unità sostanziale. Ma questi rinnovamenti non restano inefficaci: essi finiscono con lo scuotere le basi naturali dell’io e col creare delle inclinazioni, dei sentimenti e delle volizioni per lo innanzi sconosciute.In ciò è a segnalare lo sforzo sopportato per fissare il motivo così da renderlo centro del nucleo accumulativo di energia la cui azione immediata è di mutare i precedenti stati di coscienza nel novello stato che è l’ambiente morale meglio adatto agli ulteriori gradi evolutivi degli interni atti psichici. I modi, onde il novello stato di coscienza si esplica, sono:a) di sopire o reprimere le correnti di attività psichica inerenti agli accumuli di energie di precedenti stati;b) di creare novelli centri di impulsività in proporzione della spinta del motivo;c) di restringere o allargare il campo visivo della coscienza nei confini permessi dalla efficacia quantitativa della energia volontariamente accumulata.Il motivo, tuttochè sia da noi concepito quale unità astratta, è, a sua volta, risultanza di coefficienti dinamici decomponibili. L’idea di offesa comprende tante idee sottostanti; il sentimento ed il concetto della dignità personale violata, l’ingiustizia dell’atto, le conseguenze del medesimo e via dicendo. «In un pensiero—scrive l’Ardigò—anche singolo, di un uomo, molti e diversi sono gli elementi psichici costitutivi: come gli elementi materiali in ogni individualità fisica. E l’unità propria di un pensiero non è altro che il fenomeno accidentalissimo della concorrenza dei momenti mentali, che entrano a formarlo; vale a dire, in ultima analisi, delle sensazioni elementari e dei tenuissimi risentimenti non avvertiti ed innumerevoli, nei quali ciascuna di esse si risolve»[26]. L’estimare l’idea di offesa nel senso logico di causa a reagire o di forza motrice alla vendetta, trascurando gli elementi onde promana, sarebbe grave errore, poichè si verserebbe nella ipotesi di spiegare l’ignoto con l’ignoto; l’ignoto della ragione del delitto con l’ignoto insito a ciascun elemento inavvertito del motivo impulsivo all’azione.Raccogliendo le esposte osservazioni e facendone l’applicazione alla nostra disciplina, abbiamo l’infrascritta legge:che nella serie consecutiva di stati di coscienza, per l’accumulo o la scarica di energia criminosa, la risultante impulsiva al delitto è proporzionata alla somma degli elementi psichici del motivo.5.—Non basta: proseguendo l’analisi degli elementi del motivo, ci troviamo a considerare i rapporti dinamici e logici tra gli stessi. Così, nella idea di offesa, gli elementi sopra enumerati si compongono diversamente tra loro e la diversità trae al risultato:a) di differenza qualitativa o quantitativa del motivo;b) di modalità o fisonomia peculiare del medesimo. Il predominio della idea di dignitá individuale violata, su i rimanenti componenti della idea di offesa, ci trascinerà, per esempio, a ricorrere ad una riparazione per le vie cavalleresche; prendendo la reazione, dirò così, fisonomia più analoga allo stato di civiltà in cui si vive.Il sentimento di ingiustizia dell’atto, se accompagnato da ambiente morale corretto del paziente, indurrà costui a ricorrere all’ausilio della legge. Ma, data la preponderanza, nell’offeso, di energia reattiva impulsiva, con deficiente potere di arresto, si vedrà subito l’effetto di immediata personale vendetta.6.—Gli elementi dei motivi criminosi s’integrano per processo organico, ovvero accidentale. L’integrazione organica è per sovrapposizione di fattori similari agli ereditarî. La tendenza ereditaria, per esempio, ai reati di sangue non raggiungerà subito il grado estremo; ma si rafforzerà durante la perpetrazione di reati consecutivi, passando dai delitti di lesioni all’omicidio; il che, nei riguardi della forza dei motivi, vi dice che gli elementi, onde questi si compongono, acquistano efficacia maggiore secondo la progressiva integrazione nel tempo.La integrazione si concreta o perconcezioneediscriminazionedei fattori fisici e sociali, o in virtù diesperienza. La serie cogitativa degli elementi del motivo, obbietto della conoscenza, comincia dalla oscura visione d’un mondo, dello spirito, confinante con l’inconscio, e si estende ed eleva alla forma più complessa ed evoluta del pensiero. Ne acquistiamo consapevolezza soltanto dopo che neconcepiamola forza rinnovatrice di stati precedenti: ciò che ratifica la legge di relatività, secondo il concetto di Bain, il quale ammette che noi non percepiamo una impressione, non diventiamo coscienti senza un cambiamento di stato o d’impressione.Il processo didiscriminazionecomincia dal momento che,accumulato il materiale integrativo del motivo, ci sentiamo in grado di porre tra gli elementi una distinzione qualitativa o quantitativa. Colui che voglia dare sfogo all’ira, col far ricorso alla vendetta, dapprima avverte in complesso i coefficienti determinanti all’azione criminosa, non scorgendo innanzi a sè che l’intento d’un castigo da infliggersi all’avversario; poscia egli distingue e misura la importanza (qualità) e la efficacia (quantità) di ciascuno dei detti coefficienti in relazione al fine da conseguire pel mezzo del delitto.La esperienza completa la discriminazione, dando peso, per la conoscenza degli effetti degli atti a compiersi, al valore rappresentativo e logico di ciascun elemento del motivo. In che mai va riposto questo valore? Nella possibilità maggioro o minore di creare il nesso causale tra la idea astratta del motivo e l’intento ultimo e reale del delitto: possibilità la quale, relativamente alla ricerca della prova, si traduce in quelperchèlogico di imputabilità generalmente inteso con la espressione dicausale a delinquere.7.—Un’altra legge qui ricorre: quella diconservazione di sviluppo dei fattori psicofisici del delitto. Lo sviluppo non significa soltanto accrescimento dinamico dei fatti, o aumento della energia risultante pel composto organico degli stati di coscienza; ma significa ben anche maggiore coerenza degli stati di già rassodati.La educazione morale, abituandoci all’idea del bene, alla pratica della virtù, forma il tipo dell’onesto; l’azione lenta o rapida, che sia, del male, aiuta i germi degenerativi a metter radice e a crescere; il rigoglio, che ne segue, è effetto duraturo di alterazione e ricomposizione di sopravvenuti stati di coscienza.Insomma, la energia criminosa, conservandosi, non perde le forme psichiche acquisite; onde, in estremo limite, i caratteri differenziati delle specie di delinquenti. È interessante osservare, oltre al già detto, che la enunciata legge di conservazione è soggetta ad un ritmo di qualità morali, che indicherò col principio dicompensazione di qualità negative. I termini più opposti e contrarî si compensano con costanza infallibile.Potremmo tracciare una tabella quasi esatta per scriverci,l’una accanto all’altra, qualità di natura opposta e che pure ricorrono nei singoli individui. La timidezza, per esempio, è compensata dall’astuzia; la mancanza di discernimento e di riflessione è compensata da grande impulsività. Sono osservazioni di pratica comune; caratteristiche non sfuggite a scrittori di antropologia criminale. Ma che questo debba riferirsi ad una legge, non credo sia stato detto.8.—Avanzandoci nel processo di differenziazione dei caratteri dei delinquenti, comprendiamo che ciò segue un’altra legge, la quale, allontanando i singoli caratteri da quelli della comune degli uomini, ci fa acquistare il concetto più preciso dell’anormalità integrata di ciascuna specie di delinquente. Tale legge la denomineremo diatipicità, appunto perchè per essa il delinquente, differenziandosi dal tipo dell’uomo comune, ne apparisce da questo palesemente dissimile. Quanto più l’atipicità è perfetta, altrettanto si ingenera il tipo antropologico del criminale.Discutere se questo tipo esista o non esista in forma perfetta, cioè distinto al grado da essere una individualità a sè, è ignorare la relatività delle umane concezioni, delle nozioni scientifiche.—Il diritto penale è il portato della civiltà sociale; esso spunta tostochè le relazioni individuali si tramutano in relazioni collettive, e la idea della difesa personale si allarga fino al concetto di guarentigia dell’ordine giuridico. Eguale processo evolutivo ha subita la idea di delinquente. Dall’inimico individuale al tipo criminale evvi una serie indefinita di concezioni di atipicità, le quali si distinguono a seconda il grado di avanzamento del concetto del diritto di difesa, dalla guarentigia della persona privata, rispetto alla integrità fisica o morale ed ai beni patrimoniali, alla guarentigia delle relazioni tra’ simili e dei bisogni nascenti dallo stato di avanzata civiltà sociale. Dire, dunque, secondo qualcuno, che il criminale rappresenti un tipo a sè e che esso abbia qualità tali da non trovare riscontro se non con folli e degenerati, non altrimenti deve intendersi che nel senso di un essere racchiudente note sì spiccate da indurre se ne abbia speciale concetto antropologico.9.—Le svolte osservazioni ci agevolano il mezzo onde studiare la psiche del delinquente da un punto nuovo di vista.Ci siamo sforzati di dimostrare come dalla cenestesi, o sensibilità generale, agli estremi e più complessi atti della coscienza criminosa si proceda per alterna integrazione e disintegrazione, assorbendosi ed assimilandosi i germi malefici ed affievolendosi i poteri morali di arresto, con risultato ultimo di squilibrio funzionale instabile. L’anima del criminale, abbiamo anche detto, si accompagna a forme specifiche di degenerazione; ond’è che molta analogia esiste tra i suoi atti e gli atti di persone affette da affezioni morbose. Anzi alcuni non dissimularono il convincimento che il delitto, in fondo, non sia che una delle tante specie della umana degenerazione, mettendo, così, più in evidenza il lato patologico dello stato psicofisico del criminale, e confondendo questo col pazzo morale e con l’epilettico psichico. Noi, proseguendo il precedente sistema di studi, diciamo che la morbosità del delitto sia un altro lato della genesi e sviluppo di fenomeni psicofisici che, avendo la base in leggi puramente naturali, possono però giungere ad assumere caratteri talmente patologici da costringerci a ravvisarli sotto l’aspetto di vere affezioni morbose. Lo stadio di formazione della psiche criminale, nel processo, dirò, ordinario, non è che graduale trasformazione evolutiva di una energia che, messa in moto dalla dinamica dei motivi, si organizza in istati specifici di coscienza ed è la causa di azioni la cui equivalenza morale è nella negazione della condotta comune informata a principî di ordine sociale.Ma—dato che il lato degenerativo del delitto si accentui ed affetti sì il delinquente da trasformarlo in soggetto del tutto patologico—la conseguenza è di assistere, non più a processievolutividella energia criminosa, ma ad uno stadio didissoluzione psicofisica. Anche nel delitto, dunque, e negli analoghi stati psichici, ha vigore la legge della evoluzione e della dissoluzione; legge universale degli esseri inorganici, organici e superorganici, ed a cui dobbiamo riferire le nozioni della nostra disciplina se non vogliamo che essa si distacchi dalla conoscenza unitaria fondamento dell’odierno indirizzo positivo scientifico.Vi sono forme fisiologiche e forme patologiche del delitto; la distinzione serve a farci meglio apprendere il doppio latodell’identico fenomeno, non che il grado minore o maggiore del germe degenerativo fondamentale del medesimo.Delle distinzioni, per esempio, fin’ora seguite di delinquente di occasione e di delinquente nato o epilettico psichico o pazzo morale, possiamo ritenere che la prima specie risulti propriamente dalla forma comune fisiologica di manifestazione della energia criminosa: non così la seconda specie che si sostanzia nello stato morboso di evidentedissoluzionedella funzionalità psicofisica organica.10.—In che, psicologicamente considerata, consiste essa mai questa dissoluzione?Abbiamo detto che lo stato interno normale del delinquente sia contraddistinto dasquilibriofunzionaleinstabile; ne abbiamo inferito che da ciò appunto nasce il carattere dianomaliadel delitto. Ora, ammesso il caso di malattia ereditaria od acquisita, che, aumentando l’effetto degenerativo di germi criminosi, giunga ad alterare talmente l’organismo da invertire o pervertire completamente lo stato funzionale psicofisico, si avrà, in conseguenza, che lo squilibrio instabile addiverràstabilee l’anomalia si convertirà inaffezione morbosa.Krafft-Ebing scrive: «Tra gli arresti di sviluppo e le alienazioni mentali v’ha un gruppo intermedio che comprende delle forme psicopatiche le più svariate a seconda dei varî individui. Esse, in rapporto con le malattie mentali propriamente dette, vanno considerate come dei semplici vizî di conformazione, e tra questi e quelle intercorre la stessa differenza che passa tra unaanomaliadi sviluppo ed una malattia. Del resto, la parentela che queste speciali forme, di cui veniamo ad occuparci, hanno con le malattie mentali è dimostrata prima di ogni altra cosa dal fatto che quelle molto spesso rappresentano il rudimento, il periodo premonitorio, od uno stato di transizione alle psicosi vere e proprie. Immenso è il pericolo che corrono questi individui di perdere illabile equilibrio. A ciò portano facilmente le critiche situazioni nelle quali essi facilmente si trovano a causa della loro stravaganza e del deficiente adattamento alla vita sociale, in dissolutezze di ogni genere (eccessi sessuali, alcoolici, ecc.), ai quali essi sono singolarmente predisposti a motivo della deficiente evoluzione del loro carattere, dell’astenia del lorosistema nervoso e dell’anomalia della loro vita istintiva, ed in fine a causa delle passioni e delle nevrosi le quali rappresentano una delle molte manifestazioni della labe organica da cui sono bollati.—Ora, appunto per il fatto che le loro funzioni psichiche più elevate in parte non hanno raggiunto la loro maturità di evoluzione ed in parte sono foggiate in modo pervertito; e altresì per il fatto che in conformità di ciò questi individui deviano dal normale sviluppo psichico e da ciò che costituisce il normale processo di formazione della individualità psichica, essi si possono designare come deidegeneratie l’anomalia della loro esistenza psichica come unadegenerazione psichica.—Questi stati degenerativi hanno dei punti di ravvicinamento e di transizione negli stati d’arresto di sviluppo, inquantochè anche in quelli si tratta, in definitiva, di un cervello in via di sviluppo che in questa sua evoluzione naturale viene disturbato per delle cause organiche. Per altro, questo danno che il cervello viene a risentire non ne ferma addirittura l’ulteriore sviluppo in modo da portare per effetto finale la idiozia o una imbecillità; chè anzi permette che esso sviluppo progredisca; soltanto ciò avviene in una direzione morbosamente pervertita e spesso in maniera incompleta. Questo disturbo della evoluzione cerebrale, pur non portando, come dicemmo, ad una vera e propria debolezza mentale (a meno che nei casi in cui trattasi di forme di transizione), rende difettoso lo sviluppo delle funzioni psichiche più elevate (giudizio, sentimenti ed idee morali). Mentre il processo formale della ideazione può essere risparmiato, la elaborazione delle intuizioni fondamentali ed universali superiori, sia nell’orbita della morale che in quella della ragione e che guidar debbono un ben determinato volere, è incompleta e non può farsi addirittura.Ne risulta che in questi individui manca il carattere e lo spirito di penetrazione del valore, dei doveri e dell’importanza della propria esistenza. Le conseguenze psichiche di ciò sono la inettitudine a raggiungere ed a mantenere una posizione nella società; la incapacità a pensare e ad agire con salda energia e con coscienza sicura dello scopo a cui mirasi, ad utilizzare i mezzi, come, ad esempio, il danaro, a conseguire uno scopo elevato nella vita; la incapacità acondursi secondo i dettami della morale, con il pericolo di dover soccombere ad istinti immorali ed anche criminosi, i quali, per giunta, per lo più sono pervertiti e si fanno sentire con una potenza veramente morbosa. Il pubblico non vede in questi individui che dei vagabondi, della gente di scarsa moralità, degli scialacquatori, dei delinquenti; l’uomo di scienza, invece, vi riscontra le stigmate di un infralimento delle funzioni psichiche più elevate, il quale può a volte aver i caratteri di una vera e propria imbecillità.—Questi stati degenerativi si distinguono poi dalle psicosi—quali malattie acquisite di un cervello che nella maggior parte dei casi ha raggiunto il suo completo sviluppo e che fin qui ha funzionato normalmente,—per il fatto che sollecitamente e stabilmente le funzioni psichiche si alterano, per il sopravvento che le anomalie dei sentimenti superiori e degli istinti ed in generale del carattere prendono sopra i fenomeni intellettuali (imbecillità, delirio, illusioni sensoriali); però anche sotto questo rispetto è da avvertire che talvolta trovansi delle sfumature e delle forme di transizione per il fatto che su questo fondo degenerativo si possono sviluppare, sia a mo’ di episodio o come forme terminali, delle psicosi. Talchè può dirsi che in questi stati degenerativi l’intimo nucleo della personalità psichica venga colpito mentre trovasi in via di sviluppo»[27].—Ed il Sergi: «Di che parlano quelle anomalie, quelle deformità, quegli stati morbosi, quelle perturbazioni funzionali, quando s’incontrano nel delinquente? di che sono indizio? Ricerchiamo. O l’organismo psichico non si è mai formato, o è in dissoluzione; manca l’equilibrio delle funzioni e manca assai spesso qualche elemento integrante dello stesso organismo psichico. Il carattere o non esiste affatto, o è a frammenti, mescolati i nuovi coi vecchi strati e confusamente. La condotta diventa frammentaria e perciò squilibrata. L’organismo psichico, cioè, non è normale, quando non è normale il fisico; l’abnormità totale o parziale di questo apporta abnormità analoga in quello: ciò è una condizione morbosa»[28].11.—La unilateralità della teoria degenerativa del delitto segna una fase dell’antropologia criminale, con i nomi, specialmente, del Morel, Lucas, Ferrus, Despine, Thompson, Wilson, Nicolson, Maudsley, Féré. Oggi appena, con i progressi fatti dalla psicologia sperimentale e dalla psichiatria, i due campi dell’antropologia criminale, il psicologico ed il patologico, hanno proprî confini delineati. È quindi oggi possibile integrare le cognizioni tutte scientifiche intorno alla psiche del delinquente, seguendone le ricerche funzionali nella fase affatto normale o fisiologica e nella fase patologica, nello stadio di evoluzione e nello stadio di dissoluzione.12.—La fenomenologia clinica degli stati morbosi, a cui si riferisce la fase degenerativa di dissoluzione della umana personalità, è svariatissima quant’altra mai. La ereditarietà ha importanza principalissima, fino ad ammettersi che vi sieno intere famiglie fatalmente destinate alla degenerazione criminosa. Nel campo dellafunzionalità sensitivaspesso verificasi una abnorme suscettibilità; dallato sensorialesi trova la propensione alle iperestesie, fin anco alle allucinazioni, ed una accentuazione estremamente energica e talvolta anche pervertita (idiosincrasia) delle percezioni piacevoli o spiacevoli; in ciò che si riferisce allafunzionalità vasomotoriasi manifesta il labile equilibrio dei centri nervosi; dal lato dellamotilitàsi riscontrano, quali residui del disturbo funzionale indotto da quei processi morbosi che colpirono il cervello durante la vita fetale o l’età infantile, il nistagmo, lo strabismo, le paralisi spastiche, gli accessi epilettici ed epilettoidi, ecc.; oppure, quali estrinsecazioni di una reattività convulsivante agli stimoli sensitivi, le smorfie della faccia, il tic convulsivo e via dicendo (Krafft-Ebing).Nel campo della ideazione manca la coordinazione, la coerenza; vi è, ora sistematicamente ora ad intervalli, insorgenza di idee coatte, di intenti fissi o a sbalzi, senza motivi o interesse reale.La vita affettiva è disturbata da impreveduti turbamenti, da morbosa eccitabilità, che dà luogo, il più delle volte, a passioni impulsive, ad atti irresistibili. Nell’animo di cotesti degenerati ora evvi la calma ed il sereno, ora la tempestae l’uragano: manca il centro sicuro di gravità delle correnti psichiche, manca qualunque freno morale. La facoltà che più se ne risente è la volontà, che è debole, ed obbedisce alla azione rapida di stimoli accidentali, in forma esplosiva; ovvero mostra impronte di tanta apatia ed indifferenza da far sospettare che qualunque energia personale siasi spenta. Il delitto, che sì di frequente corona l’opera disordinata di costoro, finisce col concorrere a prestare le occasioni di più celere dissoluzione psichica. La vita in prigione, tra stenti, al contatto di altri degenerati, che facilmente si prestano a porgere l’esempio e le istruzioni del male, crea l’ambiente meglio adatto di pericolosissimo contagio morale, le cui tracce restano, durante la vita seguente, a maggiormente disintegrare le poche attitudini che ancora rimanevano in istato di integrità.In generale, la media della intelligenza—nei degenerati—delinquenti—è molto bassa. Molte volte noi ci inganniamo alle apparenze. Confondiamo l’intelligenza con l’astuzia, con l’avvedutezza nel disimpegno di peculiari atti della vita. Chi è abituato, però, a frequentare la popolazione carceraria, ed a studiarla, si accorge subito che la media dei delinquenti è affetta da palese depressione psichica e che coloro, i quali mostrano maggiori anomalie fisiche teratologiche od atipiche, sono anche meno adatti ad un’associazione ideativa coordinata o ad atti volitivi coonestati da intenti logici. «Malizia, simulazione ed insensibilità—scrive il Marro—sono i tratti caratteristici di questi miserabili, discendenti quasi sempre di genitori alcoolisti, neuropatici od alienati. Le sorgenti dell’affettività sono in essi pressochè inaridite: disamorati della famiglia, incapaci di amicizia ai compagni, essi sono indifferenti per lo stesso loro benessere, che ogni momento compromettono, ed incuranti della propria vita, di cui per un nulla tentano spogliarsi col suicidio. La loro esistenza segna un tormento continuo per tutti; per le famiglie cui procurano mille angustie, non che per la società che è continuamente minacciata dalle stranezze dei loro impulsi; ed in carcere, dopo avere stancate guardie e direttore, vengono colle loro finzioni e simulazioni a mettere in imbarazzo il medico, il quale, mentre le scopre, è obbligato a riconoscerel’anormalità del loro stato psichico ed a tenerne conto nei giudizî che emette su di essi, non che nel trattamento che adotta a loro riguardo»[29]. Son cotesti i caratteri spiccati della forma più culminante della dissoluzione psichica, la forma della pazzia morale. Essa, secondo le osservazioni fatte dal Marro e che corrispondono a verità, è così connaturata coi delinquenti che il numero dei pazzi, a stretto rigore, abbraccierebbe buona parte di quanti frequentano il carcere.13.—Il psicologo criminalista, contemplando il delinquente nella doppia fase, di uomo il cui organismo psicofisico si distingue per speciali anomalie e di un degenerato affetto da grado più o meno di dissoluzione, ha il dovere di domandarsi: come si farà a porre un criterio teoretico il quale riesca sufficiente, nella pratica, a far bene indicare quando, per assodare la causa del delitto, si debba far ricorso al processo evolutivo di energia criminosa, e quando si debba accontentarsi di constatare l’azione morbosa di qualche affezione patologica? Ben osserva il Maudsley, che come in tutti i fatti naturali v’hanno gradazioni d’intelligenza dal genio all’idiozia, così ancora, secondo la legge naturale, v’hanno gradazioni della forza morale fra la suprema energia d’una volontà ben costrutta e l’assenza completa del senso morale. Ed in oltre, egli aggiunge: fra il delitto e la pazzia corre una linea intermedia; da una parte osservasi poca pazzia e molta perversità; dall’altra è insignificante la perversità e tiranna la pazzia[30].Insomma, ritornando a quanto già scrivemmo, lo squilibrio psicofisico, caratteristica del delinquente, allorchè si arresta a semplice anomalia funzionale o percettiva o di stati di coscienza, ci faculta a servirci delle comuni nozioni che sono il fondamento della imputabilità; se poi esso giunga a prendere le parvenze di stato patologico, effetto di disintegrazione psichica morbosa, ci costringe a ricorrere al giudizio peritale del medico, con previsioni di trovarci dinanzi piuttosto ad un infermo che ad un delinquente.Ma—si aggiungerà—e qual’è la differenza tra anomalia ed infermità? Comincio con l’accettare quanto scrive il Maudsley a proposito della nota zona intermedia tra pazzia e stato di ragione, e che essa sia popolata da così fatti equivoci che mette bene studiare. «A nostro avviso—la conseguenza d’un simile studio, sebbene a tutta prima sembra miri a cancellare distinzioni da tutti accettate, e a rendere incerto ciò che prima appariva sicuro, non può che riuscire ad una reale utilità. L’esperienza giornaliera ci addita come molte persone, senz’essere pazze, presentano talune originalità di pensieri, di sentimenti, di carattere che le fan ben spiccare dalla comune degli uomini e le rendono oggetto di rimarco. Può darsi che queste persone divengano o non divengano mai pazze, ma esse discendono da famiglie in cui esiste o la pazzia o qualche altra affezione nervosa; esse, infatti, portano nel loro carattere l’impronta della loro peculiare eredità: hanno un temperamento nervoso particolare, una certanevrosi, e talune altre ancora un temperamento più peculiarmente pazzo, vale a dire unanevrosi mattesca»[31].Ritenuta la continuità di processi psicofisici dallo stato normale all’esquilibrato ed al patologico, a meno che non ricorrano casi spiccati e tipici da non farci dubitare del grado cosciente di azione nella perpetrazione del delitto, il criterio da seguire, in pratica, credo che debba,a posteriori, attingersi da una nozione estranea alla diretta indagine del delinquente, dalla nozione dellapena. Il perito, il magistrato, invitati a pronunciarsi sulle condizioni fisiche e morali d’un delinquente, sono obbligati, mercè il cumulo di fatti che potranno assodare, di risolvere il quesito, se, nella specie, trattisi di fatto imputabile e punibilepenalmente, ovvero se trattisi di atti che si rapportano ad una causa morbosa, priva delle qualità necessarie perchè si ricorra a mezzi repressivi. Assunto gravissimo, siccome ognun vede; ma che, con l’uso dei mezzi sperimentali o peritali, onde disponiamo, può essere conseguito con speranza di molta esattezza.Il criterio della pena, innanzi enunciato, è criterio, oltre che giuridico, sopratutto psicologico; perchè esso implica ilconcetto che, e riguardo all’individuo e riguardo alla società, sia vano ricorrere a mezzi repressivi nel caso che l’individuo, incapace a comprenderne e risentirne la efficacia, non ne otterrebbe alcun utile; e la società, in contemplazione della incoscienza del soggetto, ne risentirebbe piuttosto pietà e repugnanza. Anzi, il criterio psicologico ne avverte che la pena, in esseri degenerati o mentecatti, è nuova cagione di danno all’individuo e di pericolo alla società; all’individuo che, nell’ambiente propizio del carcere, perverrebbe al risultato di definitiva dissoluzione psichica, ed alla società che da un essere di simile specie dovrebbe, in avvenire, temere maggiori delitti. Non sarà mai proclamata abbastanza la verità, che rischiarar deve l’attenzione di ognuno sulla necessaria instituzione di ricoveri di cura di uomini la cui eccezionale natura degenerata attende dalla scienza e dalla pratica illuminata i pronti rimedî! La legge repressiva, la pena per costoro non ha effetto di sorta, quando pure non concorra ad esserne di nocumento. Il pubblico, che assiste nelle aule di giustizia, il magistrato che pronuncia la sentenza, pur troppo si accorgono della differenza onde la pena è accolta da molti condannati: essi ciò chiamano cinismo, depravazione morale!—Nessuno, o qualcuno appena, si accorge che il presente stato di indifferenza cinica sia causato da incoscienza; da sì profondo ottundimento morale che non lascia neppure il modo, al disgraziato, di comprendere quanto avvenga a lui dintorno. Non una, ma tante volte, dopo grave condanna, il detenuto è stato condotto via tra la curiosità ed i lazzi del pubblico: il dì seguente—dopo 24 ore!—recatomi in carcere a porgere la parola di conforto al misero, che indarno io cercai dimostrare ai giudici trattarsi di epilettico o di pazzo morale, egli, tra lo stordito e l’apatico, mi ha dimandato quale condanna si abbia ricevuta, non avendo nulla compreso della sentenza del tribunale!Le guardie carcerarie, se dotate di alquanta coltura e sano discernimento, hanno intimo il convincimento della inutilità della pena per la maggior parte dei detenuti. Essi sanno che costoro, nelle carceri, sono il tormento dei superiori: la disciplina, per loro, è motivo non di freno ma di intemperanza,di stranezze, di atti pazzeschi. Molte volte, per liberarsene o aver tregua, li assegnano nelle infermerie dove il detenuto è trattato da infermo, mentre non ha mali apparenti; trova, però, la calma relativa, vivendo lontano dagli incentivi ad esaltarsi, a commettere atti pericolosi verso le persone con cui tratta.14.—È utile aggiungere alcune altre osservazioni, che riflettono sopratutto il modo onde generalmente si suol procedere alle perizie psichiatriche su delinquenti il cui stato di mente offra dei sospetti di infermità. Oggi, in generale, i cultori di psichiatria comprendono il dovere di erudirsi negli studi di psicologia per le ricerche da praticare sugli stati mentali dei soggetti loro affidati. Ma, oh quanto talune perizie lasciano a desiderare di esattezza scientifica e di chiarezza di vedute!—Ordinariamente gli esami procedono piuttosto bene nella constatazione delle misure antropometriche, delle rilevanti note somatiche, della vita psichica minore (sensibilità, emotività, affetti, sentimenti); ma quando si passa alla vita psichica superiore, a dover assodare la maniera onde funziona la coscienza, la intelligenza, la volontà, i periti psichiatri, se non posseggono soda coltura psicologica, incorrono in inesattezza ed errori da meritare il biasimo del giudice, chiamato, sui lumi da essi forniti, a decidere sulla imputabilità del prevenuto. Lo stesso Lombroso, che con l’ultimo suo libro dal titolo «La perizia psichiatrico-legale» si è proposto di assegnare i cànoni ed i metodi da seguire nell’esame peritale dei delinquenti, è abbastanza limitato nella parte psicologica. Egli dà molto rilievo alla scrittura, alla pronunzia, alla misura dell’emozione e riflessi vasali; alla attenzione; alla suggestibilità visiva; alla misura del campo appercettivo; alla memoria, ed a niente altro! Dovremmo concludere che, a seguire i dettami peritali del Lombroso, ben scarso materiale psicologico avrebbe a sua disposizione chi volesse risolvere, nei singoli casi, il problema della responsabilità.15.—L’ultima conclusione, cui deve tendere il perìto psichiatra, nel campo psicologico, è di risolvere il problema giuridico col constatare se nel fatto in esame esista o non esista punibilità per colui che n’è autore, tenuto conto delsuo stato di mente. Acciò si riesca nell’arduo còmpito, è necessario che, prima di qualunque altra nozione, il perito abbia il concetto esatto del contenuto giuridico degli art. 46 e 47 del nostro Codice penale. Nel primo articolo è detto: «Non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza o la libertà dei proprî atti». La parolamente, giusta quando scrisse il Zanardelli, va intesa nel suo più ampio significato, sì da comprendere tutte le facoltà psichiche dell’uomo, innate ed acquisite, semplici e composte, dalla memoria alla coscienza, dall’intelligenza alla volontà, dal raziocinio al senso morale. Il legislatore, con la formola sanzionata, non ha voluto, dunque, indicar altro se non uno stato psichico affetto da tale malattia che tolga il funzionamento di qualcuna o di tutte le facoltà onde promana la consapevolezza dell’atto antigiuridico e la libera esplicazione della volontà. Chi non ha compresa la natura criminosa di ciò che operava o, per forza irresistibile impulsiva, non era in condizione di far uso dei poteri inibitorî, non deve rispondere penalmente del suo operato: egli è un povero infermo, non un delinquente.Il perito, usando delle cognizioni tecniche, desunte dalla psichiatria, ha il dovere, primamente, di constatare l’esistenza d’una malattia, fisica o psichica, che affetti il funzionamento cosciente ed affettivo del soggetto; e non basta: dopo di aver fatto questo, egli entra nel dominio esclusivo della psicologia, perchè è chiamato a dire se e fino a che punto lo stato morboso abbia agito sugli atti coscienti e liberi. Poichè, o lo stato morboso è sì grave da far scomparire completamente la imputabilità penale dell’atto, e quindi la responsabilità, e si versa nella ipotesi dell’art. 46; ovvero esso è tale da scemare grandemente la imputabilità, senza escluderla, e si versa nella ipotesi dell’art. 47. Riassumendo, dunque, il problema complesso, la cui soluzione formar deve il còmpito del perito, diciamo che questi debba:a) intendere chiaramente il disposto di legge, sulla cui base il giudice è necessitato di far ricorso al di lui giudizio tecnico;b) indagare se nel soggetto si riscontri, o non, una malattia la quale interessi il suo funzionamento psichico;c) determinare la facoltà lesa o,meglio, quale regione cerebrale e quale serie di atti psichici ne risentano la patologica influenza;d) dire il grado maggiore o minore della malattia e della sua influenza;e) esaminare se la detta influenza si versi nel campo della coscienza od in quello della volontà, e se produca l’effetto di alterare, di restringere, di sopprimere il primo, annullandone la internavisione; od anche di turbare il secondo sì da abbattere e distruggere il potere della pienezza di arbitrio.A prescindere dalle cognizioni tecniche attenenti alle forme molteplici di malattie che affettano la sensibilità, la ideazione, l’attenzione, la emotività, la personalità, la volontà, la libera o spontanea esplicazione degli atti interni; il perito, nel risolvere il problema psicologico, cioè il problema delfunzionamento normale o meno della coscienza e della volontà, non che il grado di responsabilità soggettiva dell’atto formante obbietto d’imputazione, devea) aver chiare ed esatte nozioni psicologiche sulle leggi onde si producono e si effettuano tutti i fenomeni interni, dalla sensazione all’ideazione, dall’attenzione al giudizio, dalla riflessione alla volizione, dalla consapevolezza dell’io alla sua spontanea manifestazione nel mondo esterno;b) saper cogliere ilmotivovero dell’azione incriminata, misurarne ed apprezzarne l’efficacia dinamica in relazione agli stadî di coscienza del prevenuto;c) mettere in palese, non solo il rapporto logico tra il motivo e l’azione, ma ancora lo statofunzionaledella coscienza e della volontà circa l’effetto esercitato dal motivo o isolatamente (ipotesi diresponsabilità) o in concorso con cause patologiche (ipotesi diirresponsabilità), per concludere alla normalità o non degli atti psichici ed alla spontaneità (libertà) dell’azione, ovvero al carattere dinecessitàdella medesima.16.—Donde trarrà il perito le cognizioni utili ed i metodi per riuscire nell’intento di risolvere il problema concernente lo stato psichico del prevenuto, non che le condizioni di responsabilità per l’atto da lui compiuto? Dai sommi scrittori di psicologia. Ma non è sufficiente; chè, in complesso, i risultati della odierna psicologia, per quanto ammirevoli, non sono poi tali da suffragare abbastanza tutte le esigenze pratiche a cui deve giungere l’esame peritale. Per provare l’asserto e perchè nello studio del delinquentesi abbia il concetto dei giusti confini, entro i quali debbono limitarsi le pretese del perito, ci permetteremo, a compimento di questo capo, di tracciare sommariamente le nozioni alle quali deve farsi ricorso se vuolsi avere i criterî scientifici in materia di coltura generale psicologica.17.—Qualunque fenomeno psichico è di sua natura un processo composto risolvibile in elementi. Anche in ciò evvi la riprova d’una legge fondamentale di natura, che ogni parte sia un tutto e che ogni tutto sia il prodotto di parti; non solo, ma che ogni formazione naturale sia il risultato di unità relative. Così, i primi elementi psichici, secondo l’Ardigò, sono i proestemi, le sensazioni minime, i dati ipotetici non sperimentabili direttamente e che entrano nella somma di ciascuna sensazione da noi percepita.La psicologia, avendo per proprio oggetto non contenuti specifici dell’esperienza ma l’esperienza generale nella sua natura immediata, non può servirsi di altri metodi che di quelli usati dalle scienze empiriche, così per l’affermazione dei fatti, come per l’analisi e pel causale collegamento di essi (Wundt).Due sono i metodi, di cui dispongono le scienze naturali, l’esperimentoe l’osservazione. L’esperimentoconsiste, giusta le definizioni del Wundt, in un’osservazione, nella quale i fenomeni da osservare sorgono e si svolgono per l’opera volontaria dell’osservatore; l’osservazione, poi, in senso stretto, studia i fenomeni senza un tale intervento dello sperimentatore, ma così come si presentano all’osservatore nella continuità dell’esperienza.L’indirizzo sperimentale (e vedremo fino a che punto) nei fenomeni psicologici è tutto una conquista dell’odierno positivismo filosofico.Esso, per non parlare che dei fondatori, si deve sopratutto all’opera di Tetens, del Weber, del Fechner, del Wundt. Gli esperimenti che si eseguono nei laboratorî sono di due specie; alcuni attengono alla misura della sensazione ed all’esame delle rappresentazioni, rientrando nel còmpito dellapsicofisica; altri si estendono ai processi psichici più complessi ed interessanti, formando materia dellapsicometria. L’indole del mio libro mi dispensa dal rassegnare tutti isistemi pratici che si tengono per constatare le leggi, a cui obbediscono i rapporti tra gli stimoli e le sensazioni, le rappresentazioni di spazio e di tempo; non che dal ricordare che, con l’uso degli esperimentipsicometrici, si pervenga a misurare il cosidettotempo di reazione, l’estensione della coscienza e dell’attenzione, i processi mnemonici ed associativi. Il Wundt pretende che la psicologia, per il modo naturale in cui sorgono i processi psichici, è costretta al metodo sperimentale, appunto come la fisica e la fisiologia. Egli spiega: «Una sensazione si presenta in noi sotto condizioni favorevoli all’osservazione, se essa è suscitata da uno stimolo esterno; una sensazione di suono, ad esempio, da un movimento sonoro esterno, una sensazione di luce da uno stimolo luminoso esterno. La rappresentazione di un oggetto è originariamente determinata da un insieme sempre più o meno complesso di stimoli esterni. Se noi vogliamo studiare il modo psicologico in cui sorge una rappresentazione, noi non possiamo usare alcun altro metodo che quello di imitare questo processo nel suo svolgimento naturale. In questo modo abbiamo il grande vantaggio di potere volontariamente variare le rappresentazioni stesse, facendo variare le combinazioni degli stimoli agenti nelle rappresentazioni, e così di giungere ad una spiegazione dell’influenza che ogni singola condizione esercita sul nuovo prodotto. Le rappresentazioni della memoria non sono, è ben vero, direttamente suscitate da impressioni sensibili esterne, bensì le seguono solo dopo un tempo più o meno lungo; ma è chiaro che anche sulle loro proprietà, e specialmente sul rapporto loro alle rappresentazioni primarie svegliate da impressioni dirette, si giunge alla più sicura spiegazione quando non ci si affidi alla loro casuale apparizione, ma si tragga vantaggio di quelle immagini che sono lasciate dagli stimoli precedenti in un modo sperimentalmente regolato. Non altrimenti si fa coi sentimenti e coi processi volitivi; noi li potremo porre nella condizione più opportuna ad un’esatta ricerca, se a nostra volontà produrremo quelle impressioni che, secondo l’esperienza, sono regolarmente legate alla reazione del sentimento e del volere. Non vi è quindi alcuno dei fondamentali processi psichici pel quale non sia possibile usare il metodo sperimentale edegualmente alcuno per la cui ricerca questo metodo non sia richiesto da ragioni logiche»[32].Io non oso contestare al Wundt quanto egli ritiene nel campo della psicologia generale; forse qualche eccezione va fatta per i sentimenti e la volontà; ma, ripeto, fino a che noi versiamo nell’esame di processi psichici comuni, il metodo sperimentale riuscirà di inestimabile vantaggio. È lo stesso per i processi psichici criminosi?I periti psichiatri se ne servono, con buon risultato, nell’esame della vita psichica inferiore (la sensazione, la emotività, l’appercezione, la memoria); ma che diremo delle applicazioni da essi fatte nel dominio della intelligenza o della coscienza, e tanto più nel proporsi l’intento di risolvere il quesito psicologico-giuridico intorno alla responsabilità del prevenuto pel reato da lui commesso? I periti, di consueto, credono di aver adempito al dovere se, con adatti istrumenti, abbiano avuto i dati psicofisici del soggetto; convinti che gli atti di coscienza, di intelligenza o di volontà non dipendano che dalla vita fisica, o che il parallelismo psicofisico si estenda, non solo ai processi sensitivi ed appercettivi, ma eziandio a tutti gli altri che costituiscono la nostra vita psichica superiore. L’errore non è perdonabile. Poichè la vita dello spirito, nella crescente evoluzione delle funzioni coscienti, si appalesa di grado in grado più svariata, più complessa: dagli elementi protoestematici, o dalle impercettibili e minime sensazioni, alle più alte concezioni dei rapporti causali tra le cose ed alle ideali aspirazioni d’un bene altruista, vi è, è vero, continuità di processi, ma vi è puranco sì differenziata distinzione qualitativa di fenomeni, che, ad estimarne l’intima essenza, non bastano le leggi apprese per spiegarci gli atti puramente fisici della vita psichica inferiore. A tutti ormai è noto, che negli atti o nelle manifestazioni della psiche non è a cogliere solamente una somma di elementi informativi, quantitativamente multipli; ma un’unità ed identità che, nel mentre suppongono dei processi composti, si staccano dalla serie degli stati sottostanti e permangono con attivitàe leggi proprie. La sensibilità, la emotività, chi ne dubita?, si ricongiungono, per leggi dinamiche, con la potenzialità della intelligenza e della volontà: ma altra cosa è la eccitazione prodotta da movente passionale, altra cosa scorgere il nesso causale tra un atto e la responsabilità che se ne assume; tra la scelta di qualsiasi mezzo e l’effetto che vuolsi raggiungere; tra la rappresentazione del motivo a delinquere ed i moltiplici stati di coscienza prodotti; tra il cumulo di nozioni e di apprezzamenti sulla natura soggettiva dell’agente e la conclusione giuridica di ammettere od escludere o graduare la responsabilità delle azioni di cui questi fu causa.18.—Il delitto, avvisato soggettivamente, è un processo di organizzazione della energia criminosa. La scienza sua propria è la psicologia criminale. E, allo stesso modo che ogni scienza si risolve in unità elementare—la biologia nella molecola, la fisica nell’atomo, la chimica nella monade eterea—la psicologia criminale si risolve nei motivi, che sono i minimi psicofisici del fenomeno complesso dell’anima del delinquente.Ha il perito la coltura sufficiente per risalire, con analisi minuta, dal motivo criminoso alla determinazione del delitto? Ha egli l’abitudine, per non dir l’attitudine, di riunire in sintesi i dati raccolti e rivolgerli ad illuminare sè medesimo ed il giudice nella risoluzione, alla base di criterî affatto giuridici, del problema penale? Quante volte mi son trovato di fronte a coltissimi medici, i quali, credendo di avere esaurientemente risposto all’ufficio di perito psichiatra, col constatare la esistenza, nel soggetto sottoposto ad esperimenti, di qualsiasi manifestazione psicopatica, concludevano, senz’altro considerare, pel vizio totale o parziale di mente; per la irresponsabilità o per la semiresponsabilità! Essi, come negli esercizî acrobatici, facevano un salto nel vuoto: e se la parola del magistrato o del difensore li richiamava all’apprezzamento psicopatologico della causale del delitto, al decorso dell’azione impulsiva di qualche motivo; eppoi, allo stato normale o transitorio di coscienza, al grado e specie di coordinazione associativa delle idee, dei sentimenti, delle volizioni del prevenuto; alla estensione del di lui campo visivo di coscienza, all’attitudine di attendere, di riflettere,di prevedere; alla forza maggiore o minore di far uso dei poteri inibitorî; alla fisonomia che d’ordinario prendono gli affetti; alla vivacità delle immagini, alla energia delle idee; alla specie dei ligami delle vita di relazione; ed, in ultimo, al complesso di levatura della mente del soggetto, di energia della sua volontà; i periti, d’ordinario, o rimanevano incerti e reticenti, ovvero finivano col confessare che ciò non rientrava nel loro assunto tecnico. Peggio, poi, è avvenuto nel caso siasi richiesto al perito, che cosa ne pensasse, tenuto conto dello stato psicopatico dell’imputato, circa la responsabilità attribuitagli del fatto compiuto. O non si aveva che risposta evasiva, ovvero i giudici doveano accorgersi che una qualsiasi risposta era data senza tener punto calcolo, non solo dello stato del soggetto, bensì di tutti i coefficienti processuali; epperò si è sempre finito coll’annettere minima importanza al giudizio dell’uomo che dicesitecnico! Di qui l’antagonismo sistematico tra periti e magistrati. Si riconosca una volta per sempre: le perizie, come generalmente son praticate, hanno gran valore pel lato esclusivo dell’esame patologico dell’imputato: il rimanente appartiene al cultore di psicologia, appartiene al giurista: voler confondere l’un ufficio con l’altro è lo stesso che emettere giudizî unilaterali, o erronei o punto confortati dai lumi della scienza. Le nozioni peritali debbono servire di punto di partenza nell’apprezzamento dello stato psichico dell’accusato; esse, cioè, debbono servirci per premettere che l’atto incriminato non possa avere che decorso morboso; mentre, il pronunziarsi sul come e perchè del decorso istesso, sulla genesi e sulle fasi di progresso, non che sulla opportunità di ricorrere, tenuto riguardo alla difesa sociale ed al pericolo di ripetizione dell’atto commesso, a mezzi repressivi, rientra nella sfera di altra coltura che non sia la patologia o la psichiatria: è per altra via, che quella segnata dal perito, che il criterioa posterioridella pena, del quale avanti facemmo motto, si integrerà col criterioa prioridell’intima conoscenza del prevenuto, ed è così che il giudice emetterà il suo giudizio retto ed illuminato.

CAPO VI.Le norme fondamentali della psicologia criminale.1. Si riassumono le principali verità in precedenza svolte.—2. Norma che guidar deve la conoscenza dei rapporti interni con i fenomeni esterni; legge principale di anomalia del delitto.—3. L’ordine morale ed il processo di arresto inibitorio.—4. L’autosuggestione motrice; legge della risultante impulsiva al delitto.—5. Rapporti dinamici e logici tra i motivi.—6. Processo organico ed accidentale dei motivi criminosi.—7. Conservazione e sviluppo dei fattori psicofisici del delitto.—8. Legge diatipicità; tipo antropologico del criminale.—9. Disintegrazione dell’anima del criminale; dissoluzione della funzionalità psicofisica organica.—10. In che, psicologicamente, consiste tale dissoluzione.—11. La teoria degenerativa del delitto.—12. La fenomenologia clinica di dissoluzione della personalità.—13. Norma per constatare la ipotesi del processo evolutivo della energia criminosa e la ipotesi d’intervento di qualche affezione patologica; differenza tra anomalia ed infermità; importanza psicologica del criterio della pena.—14. Inefficacia scientifica e pratica delle perizie psichiatriche.—15. Disposizioni dell’articolo 46 e 47 del Codice penale; quali sieno le norme dei periti perchè riescano a constatare le condizioni di integrità psichica necessaria alla imputabilità penale.—16. Necessità, pel perito, di una seria coltura psicologica.—17. In che consistano il metodo diesperimentoe quello diosservazione; l’indirizzo sperimentale nei fenomeni psicologici; come debbano servirsene i periti psichiatri.—18. Ragioni di antagonismo tra periti e magistrati: dovere del perito psichiatra; dovere del psicologo e del giurista.1.—Pervenuti a questo punto sentiamo il bisogno di riassumere le verità che sono la base di ciò che in prosieguo verrà svolto.Abbiamo detto che il delitto sia un prodotto di attività psicofisica effettuata nell’azione antigiuridica esteriore. Questa attività è sottoposta allacontinuità; il suo processo, nel tempo, ha un principio ed una serie di atti consecutivi i quali cessano con la violazione della legge penale. La detta attività, soggettivamentepresa, tende alla formazione della coscienza criminosa; gli atti psichici corrispondenti si risolvono nell’associazione di fatti elementari organizzati ed unificati secondo leggi statiche e dinamiche. I fatti psichici criminosi non sarebbero possibili senza il fondo di degenerazione ereditaria o acquisita, senza ladivergenzao l’allontanamentodell’attività psichica dalla comune linea di condotta sociale. L’attività soggettiva del delinquente è causata pel funzionamento di un’energia criminosaspecializzatasi nella trasformazione, dell’azione esterna o interna dei motivi, in impulsi al delitto; oggettivamente essa consiste nella serie dei fattori fisici e sociali che predispongono l’azione esterna in antagonismo con l’interno processo di arresto inibitorio e con i controstimoli reattivi.2.—Ammessa l’anomalia del delitto, le leggi che ne accompagnano la genesi e lo sviluppo debbono presiedere fin dai fattori elementari dell’attività psichica; da quando incomincia la organizzazione della coscienza criminosa con integrazione degli elementi costitutivi.Nella serie dei rapporti interni con i fenomeni esterni, in particolar guisa se trattasi di conoscenza di fenomeni sociali, la norma che ne regola la disamina e la nozione è quella che non si scosta dalla costanza di realtà delle cose. Sorprendere e concepire la realtà dei fenomeni esterni val quanto sentire e rappresentare nel campo visivo della coscienza la identicaattualitàstatica o dinamica di ciò che corrisponde alla verità degli obbietti presi a considerare. Il che, a ben riflettere, non si verifica se le condizioni antropologiche del soggetto non sono in istato di equilibrio funzionale; se tra esse non esiste coerenza di facoltà ed armonia di atti. Or, nella dinamica del mondo psichico in relazione col mondo esterno, l’alterazione di funzionamento avviene o perchè l’obbietto della cognizione non si percepisce adeguatamente per difetto dei sensi, o perchè, percepito, non si assimila che in modo erroneo. L’errore è relativo o alla conoscenza o all’affettività, perchè o nasce da alterazione di nessi di causalità, o è prodotto da esuberanza passionale del sentimento che ci offusca la mente e fuorvia la volontà. Dicendocondotta retta, vogliamo intendere conformazione delle nostre azioni alla realtà delle esigenzesociali: con lo scostarci dalla realtà non soltanto neghiamo implicitamente ed esplicitamente il nesso intrinseco di verità tra le cose, ma ci allontaniamo dalla maniera onde le cose ci si rappresentano.Ciò premesso, osserviamo che la legge principale di anomalia del delitto è inerente allo stato di squilibrio di coscienza in contatto col mondo esterno; essa si concreta nella tendenza ad alterare l’ordine reale delle cose col seguire dettami di falsa logica. Questa tendenza, che assomma i coefficienti psicofisici degenerativi, si sostanzia nella preponderanza di sentimenti egoistici e nel difetto di adattamento di relazione.3.—L’ordine morale, o armonia di doveri e di diritti, non è che adattamento di arresto delle tendenze individuali entro i limiti imposti dalla necessità della vita in comune. Nel detto arresto è riposto il fondamento del dovere etico. Chi non possa o non sappia comprenderlo trovasi straniero tra simili: in lui gl’impulsi alla soddisfazione dei bisogni s’impongono senza freno e la vita di relazione si svolge attraverso continui sacrificî della felicità altrui per assicurare la propria. Si consideri la fase evolutiva dell’anima del criminale: ogni tappa sulla via del delitto è segnata da un accumulo e da una scarica di energia; accumulo il quale, in definitiva, non appare altrimenti che quale aumento di attitudine a date azioni esteriori, mediante l’opera dell’adattamento. Gli atti psichici, dalla sensazione alla volizione, sia che integrino o che disintegrino la coscienza, sono riducibili ad accumulo o scarica di energia: in altri termini, essi sono gli equivalenti di stimoli ed impulsioni, isolate od organizzate, nel ritmo perenne della vita dello spirito.4.—Il processo qui descritto diselezione organicaè specialmente l’effetto diautosuggestione motrice. La vita sensitiva e la percettiva, addivenute coscienti, si convertono in cause interne di analoghi atti esteriori. Si giunge così—attraverso mutamenti di coscienza—a rinnovare di continuo la fisonomia della personalità, pur rimanendo integra l’unità sostanziale. Ma questi rinnovamenti non restano inefficaci: essi finiscono con lo scuotere le basi naturali dell’io e col creare delle inclinazioni, dei sentimenti e delle volizioni per lo innanzi sconosciute.In ciò è a segnalare lo sforzo sopportato per fissare il motivo così da renderlo centro del nucleo accumulativo di energia la cui azione immediata è di mutare i precedenti stati di coscienza nel novello stato che è l’ambiente morale meglio adatto agli ulteriori gradi evolutivi degli interni atti psichici. I modi, onde il novello stato di coscienza si esplica, sono:a) di sopire o reprimere le correnti di attività psichica inerenti agli accumuli di energie di precedenti stati;b) di creare novelli centri di impulsività in proporzione della spinta del motivo;c) di restringere o allargare il campo visivo della coscienza nei confini permessi dalla efficacia quantitativa della energia volontariamente accumulata.Il motivo, tuttochè sia da noi concepito quale unità astratta, è, a sua volta, risultanza di coefficienti dinamici decomponibili. L’idea di offesa comprende tante idee sottostanti; il sentimento ed il concetto della dignità personale violata, l’ingiustizia dell’atto, le conseguenze del medesimo e via dicendo. «In un pensiero—scrive l’Ardigò—anche singolo, di un uomo, molti e diversi sono gli elementi psichici costitutivi: come gli elementi materiali in ogni individualità fisica. E l’unità propria di un pensiero non è altro che il fenomeno accidentalissimo della concorrenza dei momenti mentali, che entrano a formarlo; vale a dire, in ultima analisi, delle sensazioni elementari e dei tenuissimi risentimenti non avvertiti ed innumerevoli, nei quali ciascuna di esse si risolve»[26]. L’estimare l’idea di offesa nel senso logico di causa a reagire o di forza motrice alla vendetta, trascurando gli elementi onde promana, sarebbe grave errore, poichè si verserebbe nella ipotesi di spiegare l’ignoto con l’ignoto; l’ignoto della ragione del delitto con l’ignoto insito a ciascun elemento inavvertito del motivo impulsivo all’azione.Raccogliendo le esposte osservazioni e facendone l’applicazione alla nostra disciplina, abbiamo l’infrascritta legge:che nella serie consecutiva di stati di coscienza, per l’accumulo o la scarica di energia criminosa, la risultante impulsiva al delitto è proporzionata alla somma degli elementi psichici del motivo.5.—Non basta: proseguendo l’analisi degli elementi del motivo, ci troviamo a considerare i rapporti dinamici e logici tra gli stessi. Così, nella idea di offesa, gli elementi sopra enumerati si compongono diversamente tra loro e la diversità trae al risultato:a) di differenza qualitativa o quantitativa del motivo;b) di modalità o fisonomia peculiare del medesimo. Il predominio della idea di dignitá individuale violata, su i rimanenti componenti della idea di offesa, ci trascinerà, per esempio, a ricorrere ad una riparazione per le vie cavalleresche; prendendo la reazione, dirò così, fisonomia più analoga allo stato di civiltà in cui si vive.Il sentimento di ingiustizia dell’atto, se accompagnato da ambiente morale corretto del paziente, indurrà costui a ricorrere all’ausilio della legge. Ma, data la preponderanza, nell’offeso, di energia reattiva impulsiva, con deficiente potere di arresto, si vedrà subito l’effetto di immediata personale vendetta.6.—Gli elementi dei motivi criminosi s’integrano per processo organico, ovvero accidentale. L’integrazione organica è per sovrapposizione di fattori similari agli ereditarî. La tendenza ereditaria, per esempio, ai reati di sangue non raggiungerà subito il grado estremo; ma si rafforzerà durante la perpetrazione di reati consecutivi, passando dai delitti di lesioni all’omicidio; il che, nei riguardi della forza dei motivi, vi dice che gli elementi, onde questi si compongono, acquistano efficacia maggiore secondo la progressiva integrazione nel tempo.La integrazione si concreta o perconcezioneediscriminazionedei fattori fisici e sociali, o in virtù diesperienza. La serie cogitativa degli elementi del motivo, obbietto della conoscenza, comincia dalla oscura visione d’un mondo, dello spirito, confinante con l’inconscio, e si estende ed eleva alla forma più complessa ed evoluta del pensiero. Ne acquistiamo consapevolezza soltanto dopo che neconcepiamola forza rinnovatrice di stati precedenti: ciò che ratifica la legge di relatività, secondo il concetto di Bain, il quale ammette che noi non percepiamo una impressione, non diventiamo coscienti senza un cambiamento di stato o d’impressione.Il processo didiscriminazionecomincia dal momento che,accumulato il materiale integrativo del motivo, ci sentiamo in grado di porre tra gli elementi una distinzione qualitativa o quantitativa. Colui che voglia dare sfogo all’ira, col far ricorso alla vendetta, dapprima avverte in complesso i coefficienti determinanti all’azione criminosa, non scorgendo innanzi a sè che l’intento d’un castigo da infliggersi all’avversario; poscia egli distingue e misura la importanza (qualità) e la efficacia (quantità) di ciascuno dei detti coefficienti in relazione al fine da conseguire pel mezzo del delitto.La esperienza completa la discriminazione, dando peso, per la conoscenza degli effetti degli atti a compiersi, al valore rappresentativo e logico di ciascun elemento del motivo. In che mai va riposto questo valore? Nella possibilità maggioro o minore di creare il nesso causale tra la idea astratta del motivo e l’intento ultimo e reale del delitto: possibilità la quale, relativamente alla ricerca della prova, si traduce in quelperchèlogico di imputabilità generalmente inteso con la espressione dicausale a delinquere.7.—Un’altra legge qui ricorre: quella diconservazione di sviluppo dei fattori psicofisici del delitto. Lo sviluppo non significa soltanto accrescimento dinamico dei fatti, o aumento della energia risultante pel composto organico degli stati di coscienza; ma significa ben anche maggiore coerenza degli stati di già rassodati.La educazione morale, abituandoci all’idea del bene, alla pratica della virtù, forma il tipo dell’onesto; l’azione lenta o rapida, che sia, del male, aiuta i germi degenerativi a metter radice e a crescere; il rigoglio, che ne segue, è effetto duraturo di alterazione e ricomposizione di sopravvenuti stati di coscienza.Insomma, la energia criminosa, conservandosi, non perde le forme psichiche acquisite; onde, in estremo limite, i caratteri differenziati delle specie di delinquenti. È interessante osservare, oltre al già detto, che la enunciata legge di conservazione è soggetta ad un ritmo di qualità morali, che indicherò col principio dicompensazione di qualità negative. I termini più opposti e contrarî si compensano con costanza infallibile.Potremmo tracciare una tabella quasi esatta per scriverci,l’una accanto all’altra, qualità di natura opposta e che pure ricorrono nei singoli individui. La timidezza, per esempio, è compensata dall’astuzia; la mancanza di discernimento e di riflessione è compensata da grande impulsività. Sono osservazioni di pratica comune; caratteristiche non sfuggite a scrittori di antropologia criminale. Ma che questo debba riferirsi ad una legge, non credo sia stato detto.8.—Avanzandoci nel processo di differenziazione dei caratteri dei delinquenti, comprendiamo che ciò segue un’altra legge, la quale, allontanando i singoli caratteri da quelli della comune degli uomini, ci fa acquistare il concetto più preciso dell’anormalità integrata di ciascuna specie di delinquente. Tale legge la denomineremo diatipicità, appunto perchè per essa il delinquente, differenziandosi dal tipo dell’uomo comune, ne apparisce da questo palesemente dissimile. Quanto più l’atipicità è perfetta, altrettanto si ingenera il tipo antropologico del criminale.Discutere se questo tipo esista o non esista in forma perfetta, cioè distinto al grado da essere una individualità a sè, è ignorare la relatività delle umane concezioni, delle nozioni scientifiche.—Il diritto penale è il portato della civiltà sociale; esso spunta tostochè le relazioni individuali si tramutano in relazioni collettive, e la idea della difesa personale si allarga fino al concetto di guarentigia dell’ordine giuridico. Eguale processo evolutivo ha subita la idea di delinquente. Dall’inimico individuale al tipo criminale evvi una serie indefinita di concezioni di atipicità, le quali si distinguono a seconda il grado di avanzamento del concetto del diritto di difesa, dalla guarentigia della persona privata, rispetto alla integrità fisica o morale ed ai beni patrimoniali, alla guarentigia delle relazioni tra’ simili e dei bisogni nascenti dallo stato di avanzata civiltà sociale. Dire, dunque, secondo qualcuno, che il criminale rappresenti un tipo a sè e che esso abbia qualità tali da non trovare riscontro se non con folli e degenerati, non altrimenti deve intendersi che nel senso di un essere racchiudente note sì spiccate da indurre se ne abbia speciale concetto antropologico.9.—Le svolte osservazioni ci agevolano il mezzo onde studiare la psiche del delinquente da un punto nuovo di vista.Ci siamo sforzati di dimostrare come dalla cenestesi, o sensibilità generale, agli estremi e più complessi atti della coscienza criminosa si proceda per alterna integrazione e disintegrazione, assorbendosi ed assimilandosi i germi malefici ed affievolendosi i poteri morali di arresto, con risultato ultimo di squilibrio funzionale instabile. L’anima del criminale, abbiamo anche detto, si accompagna a forme specifiche di degenerazione; ond’è che molta analogia esiste tra i suoi atti e gli atti di persone affette da affezioni morbose. Anzi alcuni non dissimularono il convincimento che il delitto, in fondo, non sia che una delle tante specie della umana degenerazione, mettendo, così, più in evidenza il lato patologico dello stato psicofisico del criminale, e confondendo questo col pazzo morale e con l’epilettico psichico. Noi, proseguendo il precedente sistema di studi, diciamo che la morbosità del delitto sia un altro lato della genesi e sviluppo di fenomeni psicofisici che, avendo la base in leggi puramente naturali, possono però giungere ad assumere caratteri talmente patologici da costringerci a ravvisarli sotto l’aspetto di vere affezioni morbose. Lo stadio di formazione della psiche criminale, nel processo, dirò, ordinario, non è che graduale trasformazione evolutiva di una energia che, messa in moto dalla dinamica dei motivi, si organizza in istati specifici di coscienza ed è la causa di azioni la cui equivalenza morale è nella negazione della condotta comune informata a principî di ordine sociale.Ma—dato che il lato degenerativo del delitto si accentui ed affetti sì il delinquente da trasformarlo in soggetto del tutto patologico—la conseguenza è di assistere, non più a processievolutividella energia criminosa, ma ad uno stadio didissoluzione psicofisica. Anche nel delitto, dunque, e negli analoghi stati psichici, ha vigore la legge della evoluzione e della dissoluzione; legge universale degli esseri inorganici, organici e superorganici, ed a cui dobbiamo riferire le nozioni della nostra disciplina se non vogliamo che essa si distacchi dalla conoscenza unitaria fondamento dell’odierno indirizzo positivo scientifico.Vi sono forme fisiologiche e forme patologiche del delitto; la distinzione serve a farci meglio apprendere il doppio latodell’identico fenomeno, non che il grado minore o maggiore del germe degenerativo fondamentale del medesimo.Delle distinzioni, per esempio, fin’ora seguite di delinquente di occasione e di delinquente nato o epilettico psichico o pazzo morale, possiamo ritenere che la prima specie risulti propriamente dalla forma comune fisiologica di manifestazione della energia criminosa: non così la seconda specie che si sostanzia nello stato morboso di evidentedissoluzionedella funzionalità psicofisica organica.10.—In che, psicologicamente considerata, consiste essa mai questa dissoluzione?Abbiamo detto che lo stato interno normale del delinquente sia contraddistinto dasquilibriofunzionaleinstabile; ne abbiamo inferito che da ciò appunto nasce il carattere dianomaliadel delitto. Ora, ammesso il caso di malattia ereditaria od acquisita, che, aumentando l’effetto degenerativo di germi criminosi, giunga ad alterare talmente l’organismo da invertire o pervertire completamente lo stato funzionale psicofisico, si avrà, in conseguenza, che lo squilibrio instabile addiverràstabilee l’anomalia si convertirà inaffezione morbosa.Krafft-Ebing scrive: «Tra gli arresti di sviluppo e le alienazioni mentali v’ha un gruppo intermedio che comprende delle forme psicopatiche le più svariate a seconda dei varî individui. Esse, in rapporto con le malattie mentali propriamente dette, vanno considerate come dei semplici vizî di conformazione, e tra questi e quelle intercorre la stessa differenza che passa tra unaanomaliadi sviluppo ed una malattia. Del resto, la parentela che queste speciali forme, di cui veniamo ad occuparci, hanno con le malattie mentali è dimostrata prima di ogni altra cosa dal fatto che quelle molto spesso rappresentano il rudimento, il periodo premonitorio, od uno stato di transizione alle psicosi vere e proprie. Immenso è il pericolo che corrono questi individui di perdere illabile equilibrio. A ciò portano facilmente le critiche situazioni nelle quali essi facilmente si trovano a causa della loro stravaganza e del deficiente adattamento alla vita sociale, in dissolutezze di ogni genere (eccessi sessuali, alcoolici, ecc.), ai quali essi sono singolarmente predisposti a motivo della deficiente evoluzione del loro carattere, dell’astenia del lorosistema nervoso e dell’anomalia della loro vita istintiva, ed in fine a causa delle passioni e delle nevrosi le quali rappresentano una delle molte manifestazioni della labe organica da cui sono bollati.—Ora, appunto per il fatto che le loro funzioni psichiche più elevate in parte non hanno raggiunto la loro maturità di evoluzione ed in parte sono foggiate in modo pervertito; e altresì per il fatto che in conformità di ciò questi individui deviano dal normale sviluppo psichico e da ciò che costituisce il normale processo di formazione della individualità psichica, essi si possono designare come deidegeneratie l’anomalia della loro esistenza psichica come unadegenerazione psichica.—Questi stati degenerativi hanno dei punti di ravvicinamento e di transizione negli stati d’arresto di sviluppo, inquantochè anche in quelli si tratta, in definitiva, di un cervello in via di sviluppo che in questa sua evoluzione naturale viene disturbato per delle cause organiche. Per altro, questo danno che il cervello viene a risentire non ne ferma addirittura l’ulteriore sviluppo in modo da portare per effetto finale la idiozia o una imbecillità; chè anzi permette che esso sviluppo progredisca; soltanto ciò avviene in una direzione morbosamente pervertita e spesso in maniera incompleta. Questo disturbo della evoluzione cerebrale, pur non portando, come dicemmo, ad una vera e propria debolezza mentale (a meno che nei casi in cui trattasi di forme di transizione), rende difettoso lo sviluppo delle funzioni psichiche più elevate (giudizio, sentimenti ed idee morali). Mentre il processo formale della ideazione può essere risparmiato, la elaborazione delle intuizioni fondamentali ed universali superiori, sia nell’orbita della morale che in quella della ragione e che guidar debbono un ben determinato volere, è incompleta e non può farsi addirittura.Ne risulta che in questi individui manca il carattere e lo spirito di penetrazione del valore, dei doveri e dell’importanza della propria esistenza. Le conseguenze psichiche di ciò sono la inettitudine a raggiungere ed a mantenere una posizione nella società; la incapacità a pensare e ad agire con salda energia e con coscienza sicura dello scopo a cui mirasi, ad utilizzare i mezzi, come, ad esempio, il danaro, a conseguire uno scopo elevato nella vita; la incapacità acondursi secondo i dettami della morale, con il pericolo di dover soccombere ad istinti immorali ed anche criminosi, i quali, per giunta, per lo più sono pervertiti e si fanno sentire con una potenza veramente morbosa. Il pubblico non vede in questi individui che dei vagabondi, della gente di scarsa moralità, degli scialacquatori, dei delinquenti; l’uomo di scienza, invece, vi riscontra le stigmate di un infralimento delle funzioni psichiche più elevate, il quale può a volte aver i caratteri di una vera e propria imbecillità.—Questi stati degenerativi si distinguono poi dalle psicosi—quali malattie acquisite di un cervello che nella maggior parte dei casi ha raggiunto il suo completo sviluppo e che fin qui ha funzionato normalmente,—per il fatto che sollecitamente e stabilmente le funzioni psichiche si alterano, per il sopravvento che le anomalie dei sentimenti superiori e degli istinti ed in generale del carattere prendono sopra i fenomeni intellettuali (imbecillità, delirio, illusioni sensoriali); però anche sotto questo rispetto è da avvertire che talvolta trovansi delle sfumature e delle forme di transizione per il fatto che su questo fondo degenerativo si possono sviluppare, sia a mo’ di episodio o come forme terminali, delle psicosi. Talchè può dirsi che in questi stati degenerativi l’intimo nucleo della personalità psichica venga colpito mentre trovasi in via di sviluppo»[27].—Ed il Sergi: «Di che parlano quelle anomalie, quelle deformità, quegli stati morbosi, quelle perturbazioni funzionali, quando s’incontrano nel delinquente? di che sono indizio? Ricerchiamo. O l’organismo psichico non si è mai formato, o è in dissoluzione; manca l’equilibrio delle funzioni e manca assai spesso qualche elemento integrante dello stesso organismo psichico. Il carattere o non esiste affatto, o è a frammenti, mescolati i nuovi coi vecchi strati e confusamente. La condotta diventa frammentaria e perciò squilibrata. L’organismo psichico, cioè, non è normale, quando non è normale il fisico; l’abnormità totale o parziale di questo apporta abnormità analoga in quello: ciò è una condizione morbosa»[28].11.—La unilateralità della teoria degenerativa del delitto segna una fase dell’antropologia criminale, con i nomi, specialmente, del Morel, Lucas, Ferrus, Despine, Thompson, Wilson, Nicolson, Maudsley, Féré. Oggi appena, con i progressi fatti dalla psicologia sperimentale e dalla psichiatria, i due campi dell’antropologia criminale, il psicologico ed il patologico, hanno proprî confini delineati. È quindi oggi possibile integrare le cognizioni tutte scientifiche intorno alla psiche del delinquente, seguendone le ricerche funzionali nella fase affatto normale o fisiologica e nella fase patologica, nello stadio di evoluzione e nello stadio di dissoluzione.12.—La fenomenologia clinica degli stati morbosi, a cui si riferisce la fase degenerativa di dissoluzione della umana personalità, è svariatissima quant’altra mai. La ereditarietà ha importanza principalissima, fino ad ammettersi che vi sieno intere famiglie fatalmente destinate alla degenerazione criminosa. Nel campo dellafunzionalità sensitivaspesso verificasi una abnorme suscettibilità; dallato sensorialesi trova la propensione alle iperestesie, fin anco alle allucinazioni, ed una accentuazione estremamente energica e talvolta anche pervertita (idiosincrasia) delle percezioni piacevoli o spiacevoli; in ciò che si riferisce allafunzionalità vasomotoriasi manifesta il labile equilibrio dei centri nervosi; dal lato dellamotilitàsi riscontrano, quali residui del disturbo funzionale indotto da quei processi morbosi che colpirono il cervello durante la vita fetale o l’età infantile, il nistagmo, lo strabismo, le paralisi spastiche, gli accessi epilettici ed epilettoidi, ecc.; oppure, quali estrinsecazioni di una reattività convulsivante agli stimoli sensitivi, le smorfie della faccia, il tic convulsivo e via dicendo (Krafft-Ebing).Nel campo della ideazione manca la coordinazione, la coerenza; vi è, ora sistematicamente ora ad intervalli, insorgenza di idee coatte, di intenti fissi o a sbalzi, senza motivi o interesse reale.La vita affettiva è disturbata da impreveduti turbamenti, da morbosa eccitabilità, che dà luogo, il più delle volte, a passioni impulsive, ad atti irresistibili. Nell’animo di cotesti degenerati ora evvi la calma ed il sereno, ora la tempestae l’uragano: manca il centro sicuro di gravità delle correnti psichiche, manca qualunque freno morale. La facoltà che più se ne risente è la volontà, che è debole, ed obbedisce alla azione rapida di stimoli accidentali, in forma esplosiva; ovvero mostra impronte di tanta apatia ed indifferenza da far sospettare che qualunque energia personale siasi spenta. Il delitto, che sì di frequente corona l’opera disordinata di costoro, finisce col concorrere a prestare le occasioni di più celere dissoluzione psichica. La vita in prigione, tra stenti, al contatto di altri degenerati, che facilmente si prestano a porgere l’esempio e le istruzioni del male, crea l’ambiente meglio adatto di pericolosissimo contagio morale, le cui tracce restano, durante la vita seguente, a maggiormente disintegrare le poche attitudini che ancora rimanevano in istato di integrità.In generale, la media della intelligenza—nei degenerati—delinquenti—è molto bassa. Molte volte noi ci inganniamo alle apparenze. Confondiamo l’intelligenza con l’astuzia, con l’avvedutezza nel disimpegno di peculiari atti della vita. Chi è abituato, però, a frequentare la popolazione carceraria, ed a studiarla, si accorge subito che la media dei delinquenti è affetta da palese depressione psichica e che coloro, i quali mostrano maggiori anomalie fisiche teratologiche od atipiche, sono anche meno adatti ad un’associazione ideativa coordinata o ad atti volitivi coonestati da intenti logici. «Malizia, simulazione ed insensibilità—scrive il Marro—sono i tratti caratteristici di questi miserabili, discendenti quasi sempre di genitori alcoolisti, neuropatici od alienati. Le sorgenti dell’affettività sono in essi pressochè inaridite: disamorati della famiglia, incapaci di amicizia ai compagni, essi sono indifferenti per lo stesso loro benessere, che ogni momento compromettono, ed incuranti della propria vita, di cui per un nulla tentano spogliarsi col suicidio. La loro esistenza segna un tormento continuo per tutti; per le famiglie cui procurano mille angustie, non che per la società che è continuamente minacciata dalle stranezze dei loro impulsi; ed in carcere, dopo avere stancate guardie e direttore, vengono colle loro finzioni e simulazioni a mettere in imbarazzo il medico, il quale, mentre le scopre, è obbligato a riconoscerel’anormalità del loro stato psichico ed a tenerne conto nei giudizî che emette su di essi, non che nel trattamento che adotta a loro riguardo»[29]. Son cotesti i caratteri spiccati della forma più culminante della dissoluzione psichica, la forma della pazzia morale. Essa, secondo le osservazioni fatte dal Marro e che corrispondono a verità, è così connaturata coi delinquenti che il numero dei pazzi, a stretto rigore, abbraccierebbe buona parte di quanti frequentano il carcere.13.—Il psicologo criminalista, contemplando il delinquente nella doppia fase, di uomo il cui organismo psicofisico si distingue per speciali anomalie e di un degenerato affetto da grado più o meno di dissoluzione, ha il dovere di domandarsi: come si farà a porre un criterio teoretico il quale riesca sufficiente, nella pratica, a far bene indicare quando, per assodare la causa del delitto, si debba far ricorso al processo evolutivo di energia criminosa, e quando si debba accontentarsi di constatare l’azione morbosa di qualche affezione patologica? Ben osserva il Maudsley, che come in tutti i fatti naturali v’hanno gradazioni d’intelligenza dal genio all’idiozia, così ancora, secondo la legge naturale, v’hanno gradazioni della forza morale fra la suprema energia d’una volontà ben costrutta e l’assenza completa del senso morale. Ed in oltre, egli aggiunge: fra il delitto e la pazzia corre una linea intermedia; da una parte osservasi poca pazzia e molta perversità; dall’altra è insignificante la perversità e tiranna la pazzia[30].Insomma, ritornando a quanto già scrivemmo, lo squilibrio psicofisico, caratteristica del delinquente, allorchè si arresta a semplice anomalia funzionale o percettiva o di stati di coscienza, ci faculta a servirci delle comuni nozioni che sono il fondamento della imputabilità; se poi esso giunga a prendere le parvenze di stato patologico, effetto di disintegrazione psichica morbosa, ci costringe a ricorrere al giudizio peritale del medico, con previsioni di trovarci dinanzi piuttosto ad un infermo che ad un delinquente.Ma—si aggiungerà—e qual’è la differenza tra anomalia ed infermità? Comincio con l’accettare quanto scrive il Maudsley a proposito della nota zona intermedia tra pazzia e stato di ragione, e che essa sia popolata da così fatti equivoci che mette bene studiare. «A nostro avviso—la conseguenza d’un simile studio, sebbene a tutta prima sembra miri a cancellare distinzioni da tutti accettate, e a rendere incerto ciò che prima appariva sicuro, non può che riuscire ad una reale utilità. L’esperienza giornaliera ci addita come molte persone, senz’essere pazze, presentano talune originalità di pensieri, di sentimenti, di carattere che le fan ben spiccare dalla comune degli uomini e le rendono oggetto di rimarco. Può darsi che queste persone divengano o non divengano mai pazze, ma esse discendono da famiglie in cui esiste o la pazzia o qualche altra affezione nervosa; esse, infatti, portano nel loro carattere l’impronta della loro peculiare eredità: hanno un temperamento nervoso particolare, una certanevrosi, e talune altre ancora un temperamento più peculiarmente pazzo, vale a dire unanevrosi mattesca»[31].Ritenuta la continuità di processi psicofisici dallo stato normale all’esquilibrato ed al patologico, a meno che non ricorrano casi spiccati e tipici da non farci dubitare del grado cosciente di azione nella perpetrazione del delitto, il criterio da seguire, in pratica, credo che debba,a posteriori, attingersi da una nozione estranea alla diretta indagine del delinquente, dalla nozione dellapena. Il perito, il magistrato, invitati a pronunciarsi sulle condizioni fisiche e morali d’un delinquente, sono obbligati, mercè il cumulo di fatti che potranno assodare, di risolvere il quesito, se, nella specie, trattisi di fatto imputabile e punibilepenalmente, ovvero se trattisi di atti che si rapportano ad una causa morbosa, priva delle qualità necessarie perchè si ricorra a mezzi repressivi. Assunto gravissimo, siccome ognun vede; ma che, con l’uso dei mezzi sperimentali o peritali, onde disponiamo, può essere conseguito con speranza di molta esattezza.Il criterio della pena, innanzi enunciato, è criterio, oltre che giuridico, sopratutto psicologico; perchè esso implica ilconcetto che, e riguardo all’individuo e riguardo alla società, sia vano ricorrere a mezzi repressivi nel caso che l’individuo, incapace a comprenderne e risentirne la efficacia, non ne otterrebbe alcun utile; e la società, in contemplazione della incoscienza del soggetto, ne risentirebbe piuttosto pietà e repugnanza. Anzi, il criterio psicologico ne avverte che la pena, in esseri degenerati o mentecatti, è nuova cagione di danno all’individuo e di pericolo alla società; all’individuo che, nell’ambiente propizio del carcere, perverrebbe al risultato di definitiva dissoluzione psichica, ed alla società che da un essere di simile specie dovrebbe, in avvenire, temere maggiori delitti. Non sarà mai proclamata abbastanza la verità, che rischiarar deve l’attenzione di ognuno sulla necessaria instituzione di ricoveri di cura di uomini la cui eccezionale natura degenerata attende dalla scienza e dalla pratica illuminata i pronti rimedî! La legge repressiva, la pena per costoro non ha effetto di sorta, quando pure non concorra ad esserne di nocumento. Il pubblico, che assiste nelle aule di giustizia, il magistrato che pronuncia la sentenza, pur troppo si accorgono della differenza onde la pena è accolta da molti condannati: essi ciò chiamano cinismo, depravazione morale!—Nessuno, o qualcuno appena, si accorge che il presente stato di indifferenza cinica sia causato da incoscienza; da sì profondo ottundimento morale che non lascia neppure il modo, al disgraziato, di comprendere quanto avvenga a lui dintorno. Non una, ma tante volte, dopo grave condanna, il detenuto è stato condotto via tra la curiosità ed i lazzi del pubblico: il dì seguente—dopo 24 ore!—recatomi in carcere a porgere la parola di conforto al misero, che indarno io cercai dimostrare ai giudici trattarsi di epilettico o di pazzo morale, egli, tra lo stordito e l’apatico, mi ha dimandato quale condanna si abbia ricevuta, non avendo nulla compreso della sentenza del tribunale!Le guardie carcerarie, se dotate di alquanta coltura e sano discernimento, hanno intimo il convincimento della inutilità della pena per la maggior parte dei detenuti. Essi sanno che costoro, nelle carceri, sono il tormento dei superiori: la disciplina, per loro, è motivo non di freno ma di intemperanza,di stranezze, di atti pazzeschi. Molte volte, per liberarsene o aver tregua, li assegnano nelle infermerie dove il detenuto è trattato da infermo, mentre non ha mali apparenti; trova, però, la calma relativa, vivendo lontano dagli incentivi ad esaltarsi, a commettere atti pericolosi verso le persone con cui tratta.14.—È utile aggiungere alcune altre osservazioni, che riflettono sopratutto il modo onde generalmente si suol procedere alle perizie psichiatriche su delinquenti il cui stato di mente offra dei sospetti di infermità. Oggi, in generale, i cultori di psichiatria comprendono il dovere di erudirsi negli studi di psicologia per le ricerche da praticare sugli stati mentali dei soggetti loro affidati. Ma, oh quanto talune perizie lasciano a desiderare di esattezza scientifica e di chiarezza di vedute!—Ordinariamente gli esami procedono piuttosto bene nella constatazione delle misure antropometriche, delle rilevanti note somatiche, della vita psichica minore (sensibilità, emotività, affetti, sentimenti); ma quando si passa alla vita psichica superiore, a dover assodare la maniera onde funziona la coscienza, la intelligenza, la volontà, i periti psichiatri, se non posseggono soda coltura psicologica, incorrono in inesattezza ed errori da meritare il biasimo del giudice, chiamato, sui lumi da essi forniti, a decidere sulla imputabilità del prevenuto. Lo stesso Lombroso, che con l’ultimo suo libro dal titolo «La perizia psichiatrico-legale» si è proposto di assegnare i cànoni ed i metodi da seguire nell’esame peritale dei delinquenti, è abbastanza limitato nella parte psicologica. Egli dà molto rilievo alla scrittura, alla pronunzia, alla misura dell’emozione e riflessi vasali; alla attenzione; alla suggestibilità visiva; alla misura del campo appercettivo; alla memoria, ed a niente altro! Dovremmo concludere che, a seguire i dettami peritali del Lombroso, ben scarso materiale psicologico avrebbe a sua disposizione chi volesse risolvere, nei singoli casi, il problema della responsabilità.15.—L’ultima conclusione, cui deve tendere il perìto psichiatra, nel campo psicologico, è di risolvere il problema giuridico col constatare se nel fatto in esame esista o non esista punibilità per colui che n’è autore, tenuto conto delsuo stato di mente. Acciò si riesca nell’arduo còmpito, è necessario che, prima di qualunque altra nozione, il perito abbia il concetto esatto del contenuto giuridico degli art. 46 e 47 del nostro Codice penale. Nel primo articolo è detto: «Non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza o la libertà dei proprî atti». La parolamente, giusta quando scrisse il Zanardelli, va intesa nel suo più ampio significato, sì da comprendere tutte le facoltà psichiche dell’uomo, innate ed acquisite, semplici e composte, dalla memoria alla coscienza, dall’intelligenza alla volontà, dal raziocinio al senso morale. Il legislatore, con la formola sanzionata, non ha voluto, dunque, indicar altro se non uno stato psichico affetto da tale malattia che tolga il funzionamento di qualcuna o di tutte le facoltà onde promana la consapevolezza dell’atto antigiuridico e la libera esplicazione della volontà. Chi non ha compresa la natura criminosa di ciò che operava o, per forza irresistibile impulsiva, non era in condizione di far uso dei poteri inibitorî, non deve rispondere penalmente del suo operato: egli è un povero infermo, non un delinquente.Il perito, usando delle cognizioni tecniche, desunte dalla psichiatria, ha il dovere, primamente, di constatare l’esistenza d’una malattia, fisica o psichica, che affetti il funzionamento cosciente ed affettivo del soggetto; e non basta: dopo di aver fatto questo, egli entra nel dominio esclusivo della psicologia, perchè è chiamato a dire se e fino a che punto lo stato morboso abbia agito sugli atti coscienti e liberi. Poichè, o lo stato morboso è sì grave da far scomparire completamente la imputabilità penale dell’atto, e quindi la responsabilità, e si versa nella ipotesi dell’art. 46; ovvero esso è tale da scemare grandemente la imputabilità, senza escluderla, e si versa nella ipotesi dell’art. 47. Riassumendo, dunque, il problema complesso, la cui soluzione formar deve il còmpito del perito, diciamo che questi debba:a) intendere chiaramente il disposto di legge, sulla cui base il giudice è necessitato di far ricorso al di lui giudizio tecnico;b) indagare se nel soggetto si riscontri, o non, una malattia la quale interessi il suo funzionamento psichico;c) determinare la facoltà lesa o,meglio, quale regione cerebrale e quale serie di atti psichici ne risentano la patologica influenza;d) dire il grado maggiore o minore della malattia e della sua influenza;e) esaminare se la detta influenza si versi nel campo della coscienza od in quello della volontà, e se produca l’effetto di alterare, di restringere, di sopprimere il primo, annullandone la internavisione; od anche di turbare il secondo sì da abbattere e distruggere il potere della pienezza di arbitrio.A prescindere dalle cognizioni tecniche attenenti alle forme molteplici di malattie che affettano la sensibilità, la ideazione, l’attenzione, la emotività, la personalità, la volontà, la libera o spontanea esplicazione degli atti interni; il perito, nel risolvere il problema psicologico, cioè il problema delfunzionamento normale o meno della coscienza e della volontà, non che il grado di responsabilità soggettiva dell’atto formante obbietto d’imputazione, devea) aver chiare ed esatte nozioni psicologiche sulle leggi onde si producono e si effettuano tutti i fenomeni interni, dalla sensazione all’ideazione, dall’attenzione al giudizio, dalla riflessione alla volizione, dalla consapevolezza dell’io alla sua spontanea manifestazione nel mondo esterno;b) saper cogliere ilmotivovero dell’azione incriminata, misurarne ed apprezzarne l’efficacia dinamica in relazione agli stadî di coscienza del prevenuto;c) mettere in palese, non solo il rapporto logico tra il motivo e l’azione, ma ancora lo statofunzionaledella coscienza e della volontà circa l’effetto esercitato dal motivo o isolatamente (ipotesi diresponsabilità) o in concorso con cause patologiche (ipotesi diirresponsabilità), per concludere alla normalità o non degli atti psichici ed alla spontaneità (libertà) dell’azione, ovvero al carattere dinecessitàdella medesima.16.—Donde trarrà il perito le cognizioni utili ed i metodi per riuscire nell’intento di risolvere il problema concernente lo stato psichico del prevenuto, non che le condizioni di responsabilità per l’atto da lui compiuto? Dai sommi scrittori di psicologia. Ma non è sufficiente; chè, in complesso, i risultati della odierna psicologia, per quanto ammirevoli, non sono poi tali da suffragare abbastanza tutte le esigenze pratiche a cui deve giungere l’esame peritale. Per provare l’asserto e perchè nello studio del delinquentesi abbia il concetto dei giusti confini, entro i quali debbono limitarsi le pretese del perito, ci permetteremo, a compimento di questo capo, di tracciare sommariamente le nozioni alle quali deve farsi ricorso se vuolsi avere i criterî scientifici in materia di coltura generale psicologica.17.—Qualunque fenomeno psichico è di sua natura un processo composto risolvibile in elementi. Anche in ciò evvi la riprova d’una legge fondamentale di natura, che ogni parte sia un tutto e che ogni tutto sia il prodotto di parti; non solo, ma che ogni formazione naturale sia il risultato di unità relative. Così, i primi elementi psichici, secondo l’Ardigò, sono i proestemi, le sensazioni minime, i dati ipotetici non sperimentabili direttamente e che entrano nella somma di ciascuna sensazione da noi percepita.La psicologia, avendo per proprio oggetto non contenuti specifici dell’esperienza ma l’esperienza generale nella sua natura immediata, non può servirsi di altri metodi che di quelli usati dalle scienze empiriche, così per l’affermazione dei fatti, come per l’analisi e pel causale collegamento di essi (Wundt).Due sono i metodi, di cui dispongono le scienze naturali, l’esperimentoe l’osservazione. L’esperimentoconsiste, giusta le definizioni del Wundt, in un’osservazione, nella quale i fenomeni da osservare sorgono e si svolgono per l’opera volontaria dell’osservatore; l’osservazione, poi, in senso stretto, studia i fenomeni senza un tale intervento dello sperimentatore, ma così come si presentano all’osservatore nella continuità dell’esperienza.L’indirizzo sperimentale (e vedremo fino a che punto) nei fenomeni psicologici è tutto una conquista dell’odierno positivismo filosofico.Esso, per non parlare che dei fondatori, si deve sopratutto all’opera di Tetens, del Weber, del Fechner, del Wundt. Gli esperimenti che si eseguono nei laboratorî sono di due specie; alcuni attengono alla misura della sensazione ed all’esame delle rappresentazioni, rientrando nel còmpito dellapsicofisica; altri si estendono ai processi psichici più complessi ed interessanti, formando materia dellapsicometria. L’indole del mio libro mi dispensa dal rassegnare tutti isistemi pratici che si tengono per constatare le leggi, a cui obbediscono i rapporti tra gli stimoli e le sensazioni, le rappresentazioni di spazio e di tempo; non che dal ricordare che, con l’uso degli esperimentipsicometrici, si pervenga a misurare il cosidettotempo di reazione, l’estensione della coscienza e dell’attenzione, i processi mnemonici ed associativi. Il Wundt pretende che la psicologia, per il modo naturale in cui sorgono i processi psichici, è costretta al metodo sperimentale, appunto come la fisica e la fisiologia. Egli spiega: «Una sensazione si presenta in noi sotto condizioni favorevoli all’osservazione, se essa è suscitata da uno stimolo esterno; una sensazione di suono, ad esempio, da un movimento sonoro esterno, una sensazione di luce da uno stimolo luminoso esterno. La rappresentazione di un oggetto è originariamente determinata da un insieme sempre più o meno complesso di stimoli esterni. Se noi vogliamo studiare il modo psicologico in cui sorge una rappresentazione, noi non possiamo usare alcun altro metodo che quello di imitare questo processo nel suo svolgimento naturale. In questo modo abbiamo il grande vantaggio di potere volontariamente variare le rappresentazioni stesse, facendo variare le combinazioni degli stimoli agenti nelle rappresentazioni, e così di giungere ad una spiegazione dell’influenza che ogni singola condizione esercita sul nuovo prodotto. Le rappresentazioni della memoria non sono, è ben vero, direttamente suscitate da impressioni sensibili esterne, bensì le seguono solo dopo un tempo più o meno lungo; ma è chiaro che anche sulle loro proprietà, e specialmente sul rapporto loro alle rappresentazioni primarie svegliate da impressioni dirette, si giunge alla più sicura spiegazione quando non ci si affidi alla loro casuale apparizione, ma si tragga vantaggio di quelle immagini che sono lasciate dagli stimoli precedenti in un modo sperimentalmente regolato. Non altrimenti si fa coi sentimenti e coi processi volitivi; noi li potremo porre nella condizione più opportuna ad un’esatta ricerca, se a nostra volontà produrremo quelle impressioni che, secondo l’esperienza, sono regolarmente legate alla reazione del sentimento e del volere. Non vi è quindi alcuno dei fondamentali processi psichici pel quale non sia possibile usare il metodo sperimentale edegualmente alcuno per la cui ricerca questo metodo non sia richiesto da ragioni logiche»[32].Io non oso contestare al Wundt quanto egli ritiene nel campo della psicologia generale; forse qualche eccezione va fatta per i sentimenti e la volontà; ma, ripeto, fino a che noi versiamo nell’esame di processi psichici comuni, il metodo sperimentale riuscirà di inestimabile vantaggio. È lo stesso per i processi psichici criminosi?I periti psichiatri se ne servono, con buon risultato, nell’esame della vita psichica inferiore (la sensazione, la emotività, l’appercezione, la memoria); ma che diremo delle applicazioni da essi fatte nel dominio della intelligenza o della coscienza, e tanto più nel proporsi l’intento di risolvere il quesito psicologico-giuridico intorno alla responsabilità del prevenuto pel reato da lui commesso? I periti, di consueto, credono di aver adempito al dovere se, con adatti istrumenti, abbiano avuto i dati psicofisici del soggetto; convinti che gli atti di coscienza, di intelligenza o di volontà non dipendano che dalla vita fisica, o che il parallelismo psicofisico si estenda, non solo ai processi sensitivi ed appercettivi, ma eziandio a tutti gli altri che costituiscono la nostra vita psichica superiore. L’errore non è perdonabile. Poichè la vita dello spirito, nella crescente evoluzione delle funzioni coscienti, si appalesa di grado in grado più svariata, più complessa: dagli elementi protoestematici, o dalle impercettibili e minime sensazioni, alle più alte concezioni dei rapporti causali tra le cose ed alle ideali aspirazioni d’un bene altruista, vi è, è vero, continuità di processi, ma vi è puranco sì differenziata distinzione qualitativa di fenomeni, che, ad estimarne l’intima essenza, non bastano le leggi apprese per spiegarci gli atti puramente fisici della vita psichica inferiore. A tutti ormai è noto, che negli atti o nelle manifestazioni della psiche non è a cogliere solamente una somma di elementi informativi, quantitativamente multipli; ma un’unità ed identità che, nel mentre suppongono dei processi composti, si staccano dalla serie degli stati sottostanti e permangono con attivitàe leggi proprie. La sensibilità, la emotività, chi ne dubita?, si ricongiungono, per leggi dinamiche, con la potenzialità della intelligenza e della volontà: ma altra cosa è la eccitazione prodotta da movente passionale, altra cosa scorgere il nesso causale tra un atto e la responsabilità che se ne assume; tra la scelta di qualsiasi mezzo e l’effetto che vuolsi raggiungere; tra la rappresentazione del motivo a delinquere ed i moltiplici stati di coscienza prodotti; tra il cumulo di nozioni e di apprezzamenti sulla natura soggettiva dell’agente e la conclusione giuridica di ammettere od escludere o graduare la responsabilità delle azioni di cui questi fu causa.18.—Il delitto, avvisato soggettivamente, è un processo di organizzazione della energia criminosa. La scienza sua propria è la psicologia criminale. E, allo stesso modo che ogni scienza si risolve in unità elementare—la biologia nella molecola, la fisica nell’atomo, la chimica nella monade eterea—la psicologia criminale si risolve nei motivi, che sono i minimi psicofisici del fenomeno complesso dell’anima del delinquente.Ha il perito la coltura sufficiente per risalire, con analisi minuta, dal motivo criminoso alla determinazione del delitto? Ha egli l’abitudine, per non dir l’attitudine, di riunire in sintesi i dati raccolti e rivolgerli ad illuminare sè medesimo ed il giudice nella risoluzione, alla base di criterî affatto giuridici, del problema penale? Quante volte mi son trovato di fronte a coltissimi medici, i quali, credendo di avere esaurientemente risposto all’ufficio di perito psichiatra, col constatare la esistenza, nel soggetto sottoposto ad esperimenti, di qualsiasi manifestazione psicopatica, concludevano, senz’altro considerare, pel vizio totale o parziale di mente; per la irresponsabilità o per la semiresponsabilità! Essi, come negli esercizî acrobatici, facevano un salto nel vuoto: e se la parola del magistrato o del difensore li richiamava all’apprezzamento psicopatologico della causale del delitto, al decorso dell’azione impulsiva di qualche motivo; eppoi, allo stato normale o transitorio di coscienza, al grado e specie di coordinazione associativa delle idee, dei sentimenti, delle volizioni del prevenuto; alla estensione del di lui campo visivo di coscienza, all’attitudine di attendere, di riflettere,di prevedere; alla forza maggiore o minore di far uso dei poteri inibitorî; alla fisonomia che d’ordinario prendono gli affetti; alla vivacità delle immagini, alla energia delle idee; alla specie dei ligami delle vita di relazione; ed, in ultimo, al complesso di levatura della mente del soggetto, di energia della sua volontà; i periti, d’ordinario, o rimanevano incerti e reticenti, ovvero finivano col confessare che ciò non rientrava nel loro assunto tecnico. Peggio, poi, è avvenuto nel caso siasi richiesto al perito, che cosa ne pensasse, tenuto conto dello stato psicopatico dell’imputato, circa la responsabilità attribuitagli del fatto compiuto. O non si aveva che risposta evasiva, ovvero i giudici doveano accorgersi che una qualsiasi risposta era data senza tener punto calcolo, non solo dello stato del soggetto, bensì di tutti i coefficienti processuali; epperò si è sempre finito coll’annettere minima importanza al giudizio dell’uomo che dicesitecnico! Di qui l’antagonismo sistematico tra periti e magistrati. Si riconosca una volta per sempre: le perizie, come generalmente son praticate, hanno gran valore pel lato esclusivo dell’esame patologico dell’imputato: il rimanente appartiene al cultore di psicologia, appartiene al giurista: voler confondere l’un ufficio con l’altro è lo stesso che emettere giudizî unilaterali, o erronei o punto confortati dai lumi della scienza. Le nozioni peritali debbono servire di punto di partenza nell’apprezzamento dello stato psichico dell’accusato; esse, cioè, debbono servirci per premettere che l’atto incriminato non possa avere che decorso morboso; mentre, il pronunziarsi sul come e perchè del decorso istesso, sulla genesi e sulle fasi di progresso, non che sulla opportunità di ricorrere, tenuto riguardo alla difesa sociale ed al pericolo di ripetizione dell’atto commesso, a mezzi repressivi, rientra nella sfera di altra coltura che non sia la patologia o la psichiatria: è per altra via, che quella segnata dal perito, che il criterioa posterioridella pena, del quale avanti facemmo motto, si integrerà col criterioa prioridell’intima conoscenza del prevenuto, ed è così che il giudice emetterà il suo giudizio retto ed illuminato.

Le norme fondamentali della psicologia criminale.

1. Si riassumono le principali verità in precedenza svolte.—2. Norma che guidar deve la conoscenza dei rapporti interni con i fenomeni esterni; legge principale di anomalia del delitto.—3. L’ordine morale ed il processo di arresto inibitorio.—4. L’autosuggestione motrice; legge della risultante impulsiva al delitto.—5. Rapporti dinamici e logici tra i motivi.—6. Processo organico ed accidentale dei motivi criminosi.—7. Conservazione e sviluppo dei fattori psicofisici del delitto.—8. Legge diatipicità; tipo antropologico del criminale.—9. Disintegrazione dell’anima del criminale; dissoluzione della funzionalità psicofisica organica.—10. In che, psicologicamente, consiste tale dissoluzione.—11. La teoria degenerativa del delitto.—12. La fenomenologia clinica di dissoluzione della personalità.—13. Norma per constatare la ipotesi del processo evolutivo della energia criminosa e la ipotesi d’intervento di qualche affezione patologica; differenza tra anomalia ed infermità; importanza psicologica del criterio della pena.—14. Inefficacia scientifica e pratica delle perizie psichiatriche.—15. Disposizioni dell’articolo 46 e 47 del Codice penale; quali sieno le norme dei periti perchè riescano a constatare le condizioni di integrità psichica necessaria alla imputabilità penale.—16. Necessità, pel perito, di una seria coltura psicologica.—17. In che consistano il metodo diesperimentoe quello diosservazione; l’indirizzo sperimentale nei fenomeni psicologici; come debbano servirsene i periti psichiatri.—18. Ragioni di antagonismo tra periti e magistrati: dovere del perito psichiatra; dovere del psicologo e del giurista.

1.—Pervenuti a questo punto sentiamo il bisogno di riassumere le verità che sono la base di ciò che in prosieguo verrà svolto.

Abbiamo detto che il delitto sia un prodotto di attività psicofisica effettuata nell’azione antigiuridica esteriore. Questa attività è sottoposta allacontinuità; il suo processo, nel tempo, ha un principio ed una serie di atti consecutivi i quali cessano con la violazione della legge penale. La detta attività, soggettivamentepresa, tende alla formazione della coscienza criminosa; gli atti psichici corrispondenti si risolvono nell’associazione di fatti elementari organizzati ed unificati secondo leggi statiche e dinamiche. I fatti psichici criminosi non sarebbero possibili senza il fondo di degenerazione ereditaria o acquisita, senza ladivergenzao l’allontanamentodell’attività psichica dalla comune linea di condotta sociale. L’attività soggettiva del delinquente è causata pel funzionamento di un’energia criminosaspecializzatasi nella trasformazione, dell’azione esterna o interna dei motivi, in impulsi al delitto; oggettivamente essa consiste nella serie dei fattori fisici e sociali che predispongono l’azione esterna in antagonismo con l’interno processo di arresto inibitorio e con i controstimoli reattivi.

2.—Ammessa l’anomalia del delitto, le leggi che ne accompagnano la genesi e lo sviluppo debbono presiedere fin dai fattori elementari dell’attività psichica; da quando incomincia la organizzazione della coscienza criminosa con integrazione degli elementi costitutivi.

Nella serie dei rapporti interni con i fenomeni esterni, in particolar guisa se trattasi di conoscenza di fenomeni sociali, la norma che ne regola la disamina e la nozione è quella che non si scosta dalla costanza di realtà delle cose. Sorprendere e concepire la realtà dei fenomeni esterni val quanto sentire e rappresentare nel campo visivo della coscienza la identicaattualitàstatica o dinamica di ciò che corrisponde alla verità degli obbietti presi a considerare. Il che, a ben riflettere, non si verifica se le condizioni antropologiche del soggetto non sono in istato di equilibrio funzionale; se tra esse non esiste coerenza di facoltà ed armonia di atti. Or, nella dinamica del mondo psichico in relazione col mondo esterno, l’alterazione di funzionamento avviene o perchè l’obbietto della cognizione non si percepisce adeguatamente per difetto dei sensi, o perchè, percepito, non si assimila che in modo erroneo. L’errore è relativo o alla conoscenza o all’affettività, perchè o nasce da alterazione di nessi di causalità, o è prodotto da esuberanza passionale del sentimento che ci offusca la mente e fuorvia la volontà. Dicendocondotta retta, vogliamo intendere conformazione delle nostre azioni alla realtà delle esigenzesociali: con lo scostarci dalla realtà non soltanto neghiamo implicitamente ed esplicitamente il nesso intrinseco di verità tra le cose, ma ci allontaniamo dalla maniera onde le cose ci si rappresentano.

Ciò premesso, osserviamo che la legge principale di anomalia del delitto è inerente allo stato di squilibrio di coscienza in contatto col mondo esterno; essa si concreta nella tendenza ad alterare l’ordine reale delle cose col seguire dettami di falsa logica. Questa tendenza, che assomma i coefficienti psicofisici degenerativi, si sostanzia nella preponderanza di sentimenti egoistici e nel difetto di adattamento di relazione.

3.—L’ordine morale, o armonia di doveri e di diritti, non è che adattamento di arresto delle tendenze individuali entro i limiti imposti dalla necessità della vita in comune. Nel detto arresto è riposto il fondamento del dovere etico. Chi non possa o non sappia comprenderlo trovasi straniero tra simili: in lui gl’impulsi alla soddisfazione dei bisogni s’impongono senza freno e la vita di relazione si svolge attraverso continui sacrificî della felicità altrui per assicurare la propria. Si consideri la fase evolutiva dell’anima del criminale: ogni tappa sulla via del delitto è segnata da un accumulo e da una scarica di energia; accumulo il quale, in definitiva, non appare altrimenti che quale aumento di attitudine a date azioni esteriori, mediante l’opera dell’adattamento. Gli atti psichici, dalla sensazione alla volizione, sia che integrino o che disintegrino la coscienza, sono riducibili ad accumulo o scarica di energia: in altri termini, essi sono gli equivalenti di stimoli ed impulsioni, isolate od organizzate, nel ritmo perenne della vita dello spirito.

4.—Il processo qui descritto diselezione organicaè specialmente l’effetto diautosuggestione motrice. La vita sensitiva e la percettiva, addivenute coscienti, si convertono in cause interne di analoghi atti esteriori. Si giunge così—attraverso mutamenti di coscienza—a rinnovare di continuo la fisonomia della personalità, pur rimanendo integra l’unità sostanziale. Ma questi rinnovamenti non restano inefficaci: essi finiscono con lo scuotere le basi naturali dell’io e col creare delle inclinazioni, dei sentimenti e delle volizioni per lo innanzi sconosciute.

In ciò è a segnalare lo sforzo sopportato per fissare il motivo così da renderlo centro del nucleo accumulativo di energia la cui azione immediata è di mutare i precedenti stati di coscienza nel novello stato che è l’ambiente morale meglio adatto agli ulteriori gradi evolutivi degli interni atti psichici. I modi, onde il novello stato di coscienza si esplica, sono:a) di sopire o reprimere le correnti di attività psichica inerenti agli accumuli di energie di precedenti stati;b) di creare novelli centri di impulsività in proporzione della spinta del motivo;c) di restringere o allargare il campo visivo della coscienza nei confini permessi dalla efficacia quantitativa della energia volontariamente accumulata.

Il motivo, tuttochè sia da noi concepito quale unità astratta, è, a sua volta, risultanza di coefficienti dinamici decomponibili. L’idea di offesa comprende tante idee sottostanti; il sentimento ed il concetto della dignità personale violata, l’ingiustizia dell’atto, le conseguenze del medesimo e via dicendo. «In un pensiero—scrive l’Ardigò—anche singolo, di un uomo, molti e diversi sono gli elementi psichici costitutivi: come gli elementi materiali in ogni individualità fisica. E l’unità propria di un pensiero non è altro che il fenomeno accidentalissimo della concorrenza dei momenti mentali, che entrano a formarlo; vale a dire, in ultima analisi, delle sensazioni elementari e dei tenuissimi risentimenti non avvertiti ed innumerevoli, nei quali ciascuna di esse si risolve»[26]. L’estimare l’idea di offesa nel senso logico di causa a reagire o di forza motrice alla vendetta, trascurando gli elementi onde promana, sarebbe grave errore, poichè si verserebbe nella ipotesi di spiegare l’ignoto con l’ignoto; l’ignoto della ragione del delitto con l’ignoto insito a ciascun elemento inavvertito del motivo impulsivo all’azione.

Raccogliendo le esposte osservazioni e facendone l’applicazione alla nostra disciplina, abbiamo l’infrascritta legge:che nella serie consecutiva di stati di coscienza, per l’accumulo o la scarica di energia criminosa, la risultante impulsiva al delitto è proporzionata alla somma degli elementi psichici del motivo.

5.—Non basta: proseguendo l’analisi degli elementi del motivo, ci troviamo a considerare i rapporti dinamici e logici tra gli stessi. Così, nella idea di offesa, gli elementi sopra enumerati si compongono diversamente tra loro e la diversità trae al risultato:a) di differenza qualitativa o quantitativa del motivo;b) di modalità o fisonomia peculiare del medesimo. Il predominio della idea di dignitá individuale violata, su i rimanenti componenti della idea di offesa, ci trascinerà, per esempio, a ricorrere ad una riparazione per le vie cavalleresche; prendendo la reazione, dirò così, fisonomia più analoga allo stato di civiltà in cui si vive.

Il sentimento di ingiustizia dell’atto, se accompagnato da ambiente morale corretto del paziente, indurrà costui a ricorrere all’ausilio della legge. Ma, data la preponderanza, nell’offeso, di energia reattiva impulsiva, con deficiente potere di arresto, si vedrà subito l’effetto di immediata personale vendetta.

6.—Gli elementi dei motivi criminosi s’integrano per processo organico, ovvero accidentale. L’integrazione organica è per sovrapposizione di fattori similari agli ereditarî. La tendenza ereditaria, per esempio, ai reati di sangue non raggiungerà subito il grado estremo; ma si rafforzerà durante la perpetrazione di reati consecutivi, passando dai delitti di lesioni all’omicidio; il che, nei riguardi della forza dei motivi, vi dice che gli elementi, onde questi si compongono, acquistano efficacia maggiore secondo la progressiva integrazione nel tempo.

La integrazione si concreta o perconcezioneediscriminazionedei fattori fisici e sociali, o in virtù diesperienza. La serie cogitativa degli elementi del motivo, obbietto della conoscenza, comincia dalla oscura visione d’un mondo, dello spirito, confinante con l’inconscio, e si estende ed eleva alla forma più complessa ed evoluta del pensiero. Ne acquistiamo consapevolezza soltanto dopo che neconcepiamola forza rinnovatrice di stati precedenti: ciò che ratifica la legge di relatività, secondo il concetto di Bain, il quale ammette che noi non percepiamo una impressione, non diventiamo coscienti senza un cambiamento di stato o d’impressione.

Il processo didiscriminazionecomincia dal momento che,accumulato il materiale integrativo del motivo, ci sentiamo in grado di porre tra gli elementi una distinzione qualitativa o quantitativa. Colui che voglia dare sfogo all’ira, col far ricorso alla vendetta, dapprima avverte in complesso i coefficienti determinanti all’azione criminosa, non scorgendo innanzi a sè che l’intento d’un castigo da infliggersi all’avversario; poscia egli distingue e misura la importanza (qualità) e la efficacia (quantità) di ciascuno dei detti coefficienti in relazione al fine da conseguire pel mezzo del delitto.

La esperienza completa la discriminazione, dando peso, per la conoscenza degli effetti degli atti a compiersi, al valore rappresentativo e logico di ciascun elemento del motivo. In che mai va riposto questo valore? Nella possibilità maggioro o minore di creare il nesso causale tra la idea astratta del motivo e l’intento ultimo e reale del delitto: possibilità la quale, relativamente alla ricerca della prova, si traduce in quelperchèlogico di imputabilità generalmente inteso con la espressione dicausale a delinquere.

7.—Un’altra legge qui ricorre: quella diconservazione di sviluppo dei fattori psicofisici del delitto. Lo sviluppo non significa soltanto accrescimento dinamico dei fatti, o aumento della energia risultante pel composto organico degli stati di coscienza; ma significa ben anche maggiore coerenza degli stati di già rassodati.

La educazione morale, abituandoci all’idea del bene, alla pratica della virtù, forma il tipo dell’onesto; l’azione lenta o rapida, che sia, del male, aiuta i germi degenerativi a metter radice e a crescere; il rigoglio, che ne segue, è effetto duraturo di alterazione e ricomposizione di sopravvenuti stati di coscienza.

Insomma, la energia criminosa, conservandosi, non perde le forme psichiche acquisite; onde, in estremo limite, i caratteri differenziati delle specie di delinquenti. È interessante osservare, oltre al già detto, che la enunciata legge di conservazione è soggetta ad un ritmo di qualità morali, che indicherò col principio dicompensazione di qualità negative. I termini più opposti e contrarî si compensano con costanza infallibile.

Potremmo tracciare una tabella quasi esatta per scriverci,l’una accanto all’altra, qualità di natura opposta e che pure ricorrono nei singoli individui. La timidezza, per esempio, è compensata dall’astuzia; la mancanza di discernimento e di riflessione è compensata da grande impulsività. Sono osservazioni di pratica comune; caratteristiche non sfuggite a scrittori di antropologia criminale. Ma che questo debba riferirsi ad una legge, non credo sia stato detto.

8.—Avanzandoci nel processo di differenziazione dei caratteri dei delinquenti, comprendiamo che ciò segue un’altra legge, la quale, allontanando i singoli caratteri da quelli della comune degli uomini, ci fa acquistare il concetto più preciso dell’anormalità integrata di ciascuna specie di delinquente. Tale legge la denomineremo diatipicità, appunto perchè per essa il delinquente, differenziandosi dal tipo dell’uomo comune, ne apparisce da questo palesemente dissimile. Quanto più l’atipicità è perfetta, altrettanto si ingenera il tipo antropologico del criminale.

Discutere se questo tipo esista o non esista in forma perfetta, cioè distinto al grado da essere una individualità a sè, è ignorare la relatività delle umane concezioni, delle nozioni scientifiche.—Il diritto penale è il portato della civiltà sociale; esso spunta tostochè le relazioni individuali si tramutano in relazioni collettive, e la idea della difesa personale si allarga fino al concetto di guarentigia dell’ordine giuridico. Eguale processo evolutivo ha subita la idea di delinquente. Dall’inimico individuale al tipo criminale evvi una serie indefinita di concezioni di atipicità, le quali si distinguono a seconda il grado di avanzamento del concetto del diritto di difesa, dalla guarentigia della persona privata, rispetto alla integrità fisica o morale ed ai beni patrimoniali, alla guarentigia delle relazioni tra’ simili e dei bisogni nascenti dallo stato di avanzata civiltà sociale. Dire, dunque, secondo qualcuno, che il criminale rappresenti un tipo a sè e che esso abbia qualità tali da non trovare riscontro se non con folli e degenerati, non altrimenti deve intendersi che nel senso di un essere racchiudente note sì spiccate da indurre se ne abbia speciale concetto antropologico.

9.—Le svolte osservazioni ci agevolano il mezzo onde studiare la psiche del delinquente da un punto nuovo di vista.

Ci siamo sforzati di dimostrare come dalla cenestesi, o sensibilità generale, agli estremi e più complessi atti della coscienza criminosa si proceda per alterna integrazione e disintegrazione, assorbendosi ed assimilandosi i germi malefici ed affievolendosi i poteri morali di arresto, con risultato ultimo di squilibrio funzionale instabile. L’anima del criminale, abbiamo anche detto, si accompagna a forme specifiche di degenerazione; ond’è che molta analogia esiste tra i suoi atti e gli atti di persone affette da affezioni morbose. Anzi alcuni non dissimularono il convincimento che il delitto, in fondo, non sia che una delle tante specie della umana degenerazione, mettendo, così, più in evidenza il lato patologico dello stato psicofisico del criminale, e confondendo questo col pazzo morale e con l’epilettico psichico. Noi, proseguendo il precedente sistema di studi, diciamo che la morbosità del delitto sia un altro lato della genesi e sviluppo di fenomeni psicofisici che, avendo la base in leggi puramente naturali, possono però giungere ad assumere caratteri talmente patologici da costringerci a ravvisarli sotto l’aspetto di vere affezioni morbose. Lo stadio di formazione della psiche criminale, nel processo, dirò, ordinario, non è che graduale trasformazione evolutiva di una energia che, messa in moto dalla dinamica dei motivi, si organizza in istati specifici di coscienza ed è la causa di azioni la cui equivalenza morale è nella negazione della condotta comune informata a principî di ordine sociale.

Ma—dato che il lato degenerativo del delitto si accentui ed affetti sì il delinquente da trasformarlo in soggetto del tutto patologico—la conseguenza è di assistere, non più a processievolutividella energia criminosa, ma ad uno stadio didissoluzione psicofisica. Anche nel delitto, dunque, e negli analoghi stati psichici, ha vigore la legge della evoluzione e della dissoluzione; legge universale degli esseri inorganici, organici e superorganici, ed a cui dobbiamo riferire le nozioni della nostra disciplina se non vogliamo che essa si distacchi dalla conoscenza unitaria fondamento dell’odierno indirizzo positivo scientifico.

Vi sono forme fisiologiche e forme patologiche del delitto; la distinzione serve a farci meglio apprendere il doppio latodell’identico fenomeno, non che il grado minore o maggiore del germe degenerativo fondamentale del medesimo.

Delle distinzioni, per esempio, fin’ora seguite di delinquente di occasione e di delinquente nato o epilettico psichico o pazzo morale, possiamo ritenere che la prima specie risulti propriamente dalla forma comune fisiologica di manifestazione della energia criminosa: non così la seconda specie che si sostanzia nello stato morboso di evidentedissoluzionedella funzionalità psicofisica organica.

10.—In che, psicologicamente considerata, consiste essa mai questa dissoluzione?

Abbiamo detto che lo stato interno normale del delinquente sia contraddistinto dasquilibriofunzionaleinstabile; ne abbiamo inferito che da ciò appunto nasce il carattere dianomaliadel delitto. Ora, ammesso il caso di malattia ereditaria od acquisita, che, aumentando l’effetto degenerativo di germi criminosi, giunga ad alterare talmente l’organismo da invertire o pervertire completamente lo stato funzionale psicofisico, si avrà, in conseguenza, che lo squilibrio instabile addiverràstabilee l’anomalia si convertirà inaffezione morbosa.

Krafft-Ebing scrive: «Tra gli arresti di sviluppo e le alienazioni mentali v’ha un gruppo intermedio che comprende delle forme psicopatiche le più svariate a seconda dei varî individui. Esse, in rapporto con le malattie mentali propriamente dette, vanno considerate come dei semplici vizî di conformazione, e tra questi e quelle intercorre la stessa differenza che passa tra unaanomaliadi sviluppo ed una malattia. Del resto, la parentela che queste speciali forme, di cui veniamo ad occuparci, hanno con le malattie mentali è dimostrata prima di ogni altra cosa dal fatto che quelle molto spesso rappresentano il rudimento, il periodo premonitorio, od uno stato di transizione alle psicosi vere e proprie. Immenso è il pericolo che corrono questi individui di perdere illabile equilibrio. A ciò portano facilmente le critiche situazioni nelle quali essi facilmente si trovano a causa della loro stravaganza e del deficiente adattamento alla vita sociale, in dissolutezze di ogni genere (eccessi sessuali, alcoolici, ecc.), ai quali essi sono singolarmente predisposti a motivo della deficiente evoluzione del loro carattere, dell’astenia del lorosistema nervoso e dell’anomalia della loro vita istintiva, ed in fine a causa delle passioni e delle nevrosi le quali rappresentano una delle molte manifestazioni della labe organica da cui sono bollati.—Ora, appunto per il fatto che le loro funzioni psichiche più elevate in parte non hanno raggiunto la loro maturità di evoluzione ed in parte sono foggiate in modo pervertito; e altresì per il fatto che in conformità di ciò questi individui deviano dal normale sviluppo psichico e da ciò che costituisce il normale processo di formazione della individualità psichica, essi si possono designare come deidegeneratie l’anomalia della loro esistenza psichica come unadegenerazione psichica.—Questi stati degenerativi hanno dei punti di ravvicinamento e di transizione negli stati d’arresto di sviluppo, inquantochè anche in quelli si tratta, in definitiva, di un cervello in via di sviluppo che in questa sua evoluzione naturale viene disturbato per delle cause organiche. Per altro, questo danno che il cervello viene a risentire non ne ferma addirittura l’ulteriore sviluppo in modo da portare per effetto finale la idiozia o una imbecillità; chè anzi permette che esso sviluppo progredisca; soltanto ciò avviene in una direzione morbosamente pervertita e spesso in maniera incompleta. Questo disturbo della evoluzione cerebrale, pur non portando, come dicemmo, ad una vera e propria debolezza mentale (a meno che nei casi in cui trattasi di forme di transizione), rende difettoso lo sviluppo delle funzioni psichiche più elevate (giudizio, sentimenti ed idee morali). Mentre il processo formale della ideazione può essere risparmiato, la elaborazione delle intuizioni fondamentali ed universali superiori, sia nell’orbita della morale che in quella della ragione e che guidar debbono un ben determinato volere, è incompleta e non può farsi addirittura.

Ne risulta che in questi individui manca il carattere e lo spirito di penetrazione del valore, dei doveri e dell’importanza della propria esistenza. Le conseguenze psichiche di ciò sono la inettitudine a raggiungere ed a mantenere una posizione nella società; la incapacità a pensare e ad agire con salda energia e con coscienza sicura dello scopo a cui mirasi, ad utilizzare i mezzi, come, ad esempio, il danaro, a conseguire uno scopo elevato nella vita; la incapacità acondursi secondo i dettami della morale, con il pericolo di dover soccombere ad istinti immorali ed anche criminosi, i quali, per giunta, per lo più sono pervertiti e si fanno sentire con una potenza veramente morbosa. Il pubblico non vede in questi individui che dei vagabondi, della gente di scarsa moralità, degli scialacquatori, dei delinquenti; l’uomo di scienza, invece, vi riscontra le stigmate di un infralimento delle funzioni psichiche più elevate, il quale può a volte aver i caratteri di una vera e propria imbecillità.—Questi stati degenerativi si distinguono poi dalle psicosi—quali malattie acquisite di un cervello che nella maggior parte dei casi ha raggiunto il suo completo sviluppo e che fin qui ha funzionato normalmente,—per il fatto che sollecitamente e stabilmente le funzioni psichiche si alterano, per il sopravvento che le anomalie dei sentimenti superiori e degli istinti ed in generale del carattere prendono sopra i fenomeni intellettuali (imbecillità, delirio, illusioni sensoriali); però anche sotto questo rispetto è da avvertire che talvolta trovansi delle sfumature e delle forme di transizione per il fatto che su questo fondo degenerativo si possono sviluppare, sia a mo’ di episodio o come forme terminali, delle psicosi. Talchè può dirsi che in questi stati degenerativi l’intimo nucleo della personalità psichica venga colpito mentre trovasi in via di sviluppo»[27].—Ed il Sergi: «Di che parlano quelle anomalie, quelle deformità, quegli stati morbosi, quelle perturbazioni funzionali, quando s’incontrano nel delinquente? di che sono indizio? Ricerchiamo. O l’organismo psichico non si è mai formato, o è in dissoluzione; manca l’equilibrio delle funzioni e manca assai spesso qualche elemento integrante dello stesso organismo psichico. Il carattere o non esiste affatto, o è a frammenti, mescolati i nuovi coi vecchi strati e confusamente. La condotta diventa frammentaria e perciò squilibrata. L’organismo psichico, cioè, non è normale, quando non è normale il fisico; l’abnormità totale o parziale di questo apporta abnormità analoga in quello: ciò è una condizione morbosa»[28].

11.—La unilateralità della teoria degenerativa del delitto segna una fase dell’antropologia criminale, con i nomi, specialmente, del Morel, Lucas, Ferrus, Despine, Thompson, Wilson, Nicolson, Maudsley, Féré. Oggi appena, con i progressi fatti dalla psicologia sperimentale e dalla psichiatria, i due campi dell’antropologia criminale, il psicologico ed il patologico, hanno proprî confini delineati. È quindi oggi possibile integrare le cognizioni tutte scientifiche intorno alla psiche del delinquente, seguendone le ricerche funzionali nella fase affatto normale o fisiologica e nella fase patologica, nello stadio di evoluzione e nello stadio di dissoluzione.

12.—La fenomenologia clinica degli stati morbosi, a cui si riferisce la fase degenerativa di dissoluzione della umana personalità, è svariatissima quant’altra mai. La ereditarietà ha importanza principalissima, fino ad ammettersi che vi sieno intere famiglie fatalmente destinate alla degenerazione criminosa. Nel campo dellafunzionalità sensitivaspesso verificasi una abnorme suscettibilità; dallato sensorialesi trova la propensione alle iperestesie, fin anco alle allucinazioni, ed una accentuazione estremamente energica e talvolta anche pervertita (idiosincrasia) delle percezioni piacevoli o spiacevoli; in ciò che si riferisce allafunzionalità vasomotoriasi manifesta il labile equilibrio dei centri nervosi; dal lato dellamotilitàsi riscontrano, quali residui del disturbo funzionale indotto da quei processi morbosi che colpirono il cervello durante la vita fetale o l’età infantile, il nistagmo, lo strabismo, le paralisi spastiche, gli accessi epilettici ed epilettoidi, ecc.; oppure, quali estrinsecazioni di una reattività convulsivante agli stimoli sensitivi, le smorfie della faccia, il tic convulsivo e via dicendo (Krafft-Ebing).

Nel campo della ideazione manca la coordinazione, la coerenza; vi è, ora sistematicamente ora ad intervalli, insorgenza di idee coatte, di intenti fissi o a sbalzi, senza motivi o interesse reale.

La vita affettiva è disturbata da impreveduti turbamenti, da morbosa eccitabilità, che dà luogo, il più delle volte, a passioni impulsive, ad atti irresistibili. Nell’animo di cotesti degenerati ora evvi la calma ed il sereno, ora la tempestae l’uragano: manca il centro sicuro di gravità delle correnti psichiche, manca qualunque freno morale. La facoltà che più se ne risente è la volontà, che è debole, ed obbedisce alla azione rapida di stimoli accidentali, in forma esplosiva; ovvero mostra impronte di tanta apatia ed indifferenza da far sospettare che qualunque energia personale siasi spenta. Il delitto, che sì di frequente corona l’opera disordinata di costoro, finisce col concorrere a prestare le occasioni di più celere dissoluzione psichica. La vita in prigione, tra stenti, al contatto di altri degenerati, che facilmente si prestano a porgere l’esempio e le istruzioni del male, crea l’ambiente meglio adatto di pericolosissimo contagio morale, le cui tracce restano, durante la vita seguente, a maggiormente disintegrare le poche attitudini che ancora rimanevano in istato di integrità.

In generale, la media della intelligenza—nei degenerati—delinquenti—è molto bassa. Molte volte noi ci inganniamo alle apparenze. Confondiamo l’intelligenza con l’astuzia, con l’avvedutezza nel disimpegno di peculiari atti della vita. Chi è abituato, però, a frequentare la popolazione carceraria, ed a studiarla, si accorge subito che la media dei delinquenti è affetta da palese depressione psichica e che coloro, i quali mostrano maggiori anomalie fisiche teratologiche od atipiche, sono anche meno adatti ad un’associazione ideativa coordinata o ad atti volitivi coonestati da intenti logici. «Malizia, simulazione ed insensibilità—scrive il Marro—sono i tratti caratteristici di questi miserabili, discendenti quasi sempre di genitori alcoolisti, neuropatici od alienati. Le sorgenti dell’affettività sono in essi pressochè inaridite: disamorati della famiglia, incapaci di amicizia ai compagni, essi sono indifferenti per lo stesso loro benessere, che ogni momento compromettono, ed incuranti della propria vita, di cui per un nulla tentano spogliarsi col suicidio. La loro esistenza segna un tormento continuo per tutti; per le famiglie cui procurano mille angustie, non che per la società che è continuamente minacciata dalle stranezze dei loro impulsi; ed in carcere, dopo avere stancate guardie e direttore, vengono colle loro finzioni e simulazioni a mettere in imbarazzo il medico, il quale, mentre le scopre, è obbligato a riconoscerel’anormalità del loro stato psichico ed a tenerne conto nei giudizî che emette su di essi, non che nel trattamento che adotta a loro riguardo»[29]. Son cotesti i caratteri spiccati della forma più culminante della dissoluzione psichica, la forma della pazzia morale. Essa, secondo le osservazioni fatte dal Marro e che corrispondono a verità, è così connaturata coi delinquenti che il numero dei pazzi, a stretto rigore, abbraccierebbe buona parte di quanti frequentano il carcere.

13.—Il psicologo criminalista, contemplando il delinquente nella doppia fase, di uomo il cui organismo psicofisico si distingue per speciali anomalie e di un degenerato affetto da grado più o meno di dissoluzione, ha il dovere di domandarsi: come si farà a porre un criterio teoretico il quale riesca sufficiente, nella pratica, a far bene indicare quando, per assodare la causa del delitto, si debba far ricorso al processo evolutivo di energia criminosa, e quando si debba accontentarsi di constatare l’azione morbosa di qualche affezione patologica? Ben osserva il Maudsley, che come in tutti i fatti naturali v’hanno gradazioni d’intelligenza dal genio all’idiozia, così ancora, secondo la legge naturale, v’hanno gradazioni della forza morale fra la suprema energia d’una volontà ben costrutta e l’assenza completa del senso morale. Ed in oltre, egli aggiunge: fra il delitto e la pazzia corre una linea intermedia; da una parte osservasi poca pazzia e molta perversità; dall’altra è insignificante la perversità e tiranna la pazzia[30].

Insomma, ritornando a quanto già scrivemmo, lo squilibrio psicofisico, caratteristica del delinquente, allorchè si arresta a semplice anomalia funzionale o percettiva o di stati di coscienza, ci faculta a servirci delle comuni nozioni che sono il fondamento della imputabilità; se poi esso giunga a prendere le parvenze di stato patologico, effetto di disintegrazione psichica morbosa, ci costringe a ricorrere al giudizio peritale del medico, con previsioni di trovarci dinanzi piuttosto ad un infermo che ad un delinquente.

Ma—si aggiungerà—e qual’è la differenza tra anomalia ed infermità? Comincio con l’accettare quanto scrive il Maudsley a proposito della nota zona intermedia tra pazzia e stato di ragione, e che essa sia popolata da così fatti equivoci che mette bene studiare. «A nostro avviso—la conseguenza d’un simile studio, sebbene a tutta prima sembra miri a cancellare distinzioni da tutti accettate, e a rendere incerto ciò che prima appariva sicuro, non può che riuscire ad una reale utilità. L’esperienza giornaliera ci addita come molte persone, senz’essere pazze, presentano talune originalità di pensieri, di sentimenti, di carattere che le fan ben spiccare dalla comune degli uomini e le rendono oggetto di rimarco. Può darsi che queste persone divengano o non divengano mai pazze, ma esse discendono da famiglie in cui esiste o la pazzia o qualche altra affezione nervosa; esse, infatti, portano nel loro carattere l’impronta della loro peculiare eredità: hanno un temperamento nervoso particolare, una certanevrosi, e talune altre ancora un temperamento più peculiarmente pazzo, vale a dire unanevrosi mattesca»[31].

Ritenuta la continuità di processi psicofisici dallo stato normale all’esquilibrato ed al patologico, a meno che non ricorrano casi spiccati e tipici da non farci dubitare del grado cosciente di azione nella perpetrazione del delitto, il criterio da seguire, in pratica, credo che debba,a posteriori, attingersi da una nozione estranea alla diretta indagine del delinquente, dalla nozione dellapena. Il perito, il magistrato, invitati a pronunciarsi sulle condizioni fisiche e morali d’un delinquente, sono obbligati, mercè il cumulo di fatti che potranno assodare, di risolvere il quesito, se, nella specie, trattisi di fatto imputabile e punibilepenalmente, ovvero se trattisi di atti che si rapportano ad una causa morbosa, priva delle qualità necessarie perchè si ricorra a mezzi repressivi. Assunto gravissimo, siccome ognun vede; ma che, con l’uso dei mezzi sperimentali o peritali, onde disponiamo, può essere conseguito con speranza di molta esattezza.

Il criterio della pena, innanzi enunciato, è criterio, oltre che giuridico, sopratutto psicologico; perchè esso implica ilconcetto che, e riguardo all’individuo e riguardo alla società, sia vano ricorrere a mezzi repressivi nel caso che l’individuo, incapace a comprenderne e risentirne la efficacia, non ne otterrebbe alcun utile; e la società, in contemplazione della incoscienza del soggetto, ne risentirebbe piuttosto pietà e repugnanza. Anzi, il criterio psicologico ne avverte che la pena, in esseri degenerati o mentecatti, è nuova cagione di danno all’individuo e di pericolo alla società; all’individuo che, nell’ambiente propizio del carcere, perverrebbe al risultato di definitiva dissoluzione psichica, ed alla società che da un essere di simile specie dovrebbe, in avvenire, temere maggiori delitti. Non sarà mai proclamata abbastanza la verità, che rischiarar deve l’attenzione di ognuno sulla necessaria instituzione di ricoveri di cura di uomini la cui eccezionale natura degenerata attende dalla scienza e dalla pratica illuminata i pronti rimedî! La legge repressiva, la pena per costoro non ha effetto di sorta, quando pure non concorra ad esserne di nocumento. Il pubblico, che assiste nelle aule di giustizia, il magistrato che pronuncia la sentenza, pur troppo si accorgono della differenza onde la pena è accolta da molti condannati: essi ciò chiamano cinismo, depravazione morale!—Nessuno, o qualcuno appena, si accorge che il presente stato di indifferenza cinica sia causato da incoscienza; da sì profondo ottundimento morale che non lascia neppure il modo, al disgraziato, di comprendere quanto avvenga a lui dintorno. Non una, ma tante volte, dopo grave condanna, il detenuto è stato condotto via tra la curiosità ed i lazzi del pubblico: il dì seguente—dopo 24 ore!—recatomi in carcere a porgere la parola di conforto al misero, che indarno io cercai dimostrare ai giudici trattarsi di epilettico o di pazzo morale, egli, tra lo stordito e l’apatico, mi ha dimandato quale condanna si abbia ricevuta, non avendo nulla compreso della sentenza del tribunale!

Le guardie carcerarie, se dotate di alquanta coltura e sano discernimento, hanno intimo il convincimento della inutilità della pena per la maggior parte dei detenuti. Essi sanno che costoro, nelle carceri, sono il tormento dei superiori: la disciplina, per loro, è motivo non di freno ma di intemperanza,di stranezze, di atti pazzeschi. Molte volte, per liberarsene o aver tregua, li assegnano nelle infermerie dove il detenuto è trattato da infermo, mentre non ha mali apparenti; trova, però, la calma relativa, vivendo lontano dagli incentivi ad esaltarsi, a commettere atti pericolosi verso le persone con cui tratta.

14.—È utile aggiungere alcune altre osservazioni, che riflettono sopratutto il modo onde generalmente si suol procedere alle perizie psichiatriche su delinquenti il cui stato di mente offra dei sospetti di infermità. Oggi, in generale, i cultori di psichiatria comprendono il dovere di erudirsi negli studi di psicologia per le ricerche da praticare sugli stati mentali dei soggetti loro affidati. Ma, oh quanto talune perizie lasciano a desiderare di esattezza scientifica e di chiarezza di vedute!—Ordinariamente gli esami procedono piuttosto bene nella constatazione delle misure antropometriche, delle rilevanti note somatiche, della vita psichica minore (sensibilità, emotività, affetti, sentimenti); ma quando si passa alla vita psichica superiore, a dover assodare la maniera onde funziona la coscienza, la intelligenza, la volontà, i periti psichiatri, se non posseggono soda coltura psicologica, incorrono in inesattezza ed errori da meritare il biasimo del giudice, chiamato, sui lumi da essi forniti, a decidere sulla imputabilità del prevenuto. Lo stesso Lombroso, che con l’ultimo suo libro dal titolo «La perizia psichiatrico-legale» si è proposto di assegnare i cànoni ed i metodi da seguire nell’esame peritale dei delinquenti, è abbastanza limitato nella parte psicologica. Egli dà molto rilievo alla scrittura, alla pronunzia, alla misura dell’emozione e riflessi vasali; alla attenzione; alla suggestibilità visiva; alla misura del campo appercettivo; alla memoria, ed a niente altro! Dovremmo concludere che, a seguire i dettami peritali del Lombroso, ben scarso materiale psicologico avrebbe a sua disposizione chi volesse risolvere, nei singoli casi, il problema della responsabilità.

15.—L’ultima conclusione, cui deve tendere il perìto psichiatra, nel campo psicologico, è di risolvere il problema giuridico col constatare se nel fatto in esame esista o non esista punibilità per colui che n’è autore, tenuto conto delsuo stato di mente. Acciò si riesca nell’arduo còmpito, è necessario che, prima di qualunque altra nozione, il perito abbia il concetto esatto del contenuto giuridico degli art. 46 e 47 del nostro Codice penale. Nel primo articolo è detto: «Non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza o la libertà dei proprî atti». La parolamente, giusta quando scrisse il Zanardelli, va intesa nel suo più ampio significato, sì da comprendere tutte le facoltà psichiche dell’uomo, innate ed acquisite, semplici e composte, dalla memoria alla coscienza, dall’intelligenza alla volontà, dal raziocinio al senso morale. Il legislatore, con la formola sanzionata, non ha voluto, dunque, indicar altro se non uno stato psichico affetto da tale malattia che tolga il funzionamento di qualcuna o di tutte le facoltà onde promana la consapevolezza dell’atto antigiuridico e la libera esplicazione della volontà. Chi non ha compresa la natura criminosa di ciò che operava o, per forza irresistibile impulsiva, non era in condizione di far uso dei poteri inibitorî, non deve rispondere penalmente del suo operato: egli è un povero infermo, non un delinquente.

Il perito, usando delle cognizioni tecniche, desunte dalla psichiatria, ha il dovere, primamente, di constatare l’esistenza d’una malattia, fisica o psichica, che affetti il funzionamento cosciente ed affettivo del soggetto; e non basta: dopo di aver fatto questo, egli entra nel dominio esclusivo della psicologia, perchè è chiamato a dire se e fino a che punto lo stato morboso abbia agito sugli atti coscienti e liberi. Poichè, o lo stato morboso è sì grave da far scomparire completamente la imputabilità penale dell’atto, e quindi la responsabilità, e si versa nella ipotesi dell’art. 46; ovvero esso è tale da scemare grandemente la imputabilità, senza escluderla, e si versa nella ipotesi dell’art. 47. Riassumendo, dunque, il problema complesso, la cui soluzione formar deve il còmpito del perito, diciamo che questi debba:a) intendere chiaramente il disposto di legge, sulla cui base il giudice è necessitato di far ricorso al di lui giudizio tecnico;b) indagare se nel soggetto si riscontri, o non, una malattia la quale interessi il suo funzionamento psichico;c) determinare la facoltà lesa o,meglio, quale regione cerebrale e quale serie di atti psichici ne risentano la patologica influenza;d) dire il grado maggiore o minore della malattia e della sua influenza;e) esaminare se la detta influenza si versi nel campo della coscienza od in quello della volontà, e se produca l’effetto di alterare, di restringere, di sopprimere il primo, annullandone la internavisione; od anche di turbare il secondo sì da abbattere e distruggere il potere della pienezza di arbitrio.

A prescindere dalle cognizioni tecniche attenenti alle forme molteplici di malattie che affettano la sensibilità, la ideazione, l’attenzione, la emotività, la personalità, la volontà, la libera o spontanea esplicazione degli atti interni; il perito, nel risolvere il problema psicologico, cioè il problema delfunzionamento normale o meno della coscienza e della volontà, non che il grado di responsabilità soggettiva dell’atto formante obbietto d’imputazione, devea) aver chiare ed esatte nozioni psicologiche sulle leggi onde si producono e si effettuano tutti i fenomeni interni, dalla sensazione all’ideazione, dall’attenzione al giudizio, dalla riflessione alla volizione, dalla consapevolezza dell’io alla sua spontanea manifestazione nel mondo esterno;b) saper cogliere ilmotivovero dell’azione incriminata, misurarne ed apprezzarne l’efficacia dinamica in relazione agli stadî di coscienza del prevenuto;c) mettere in palese, non solo il rapporto logico tra il motivo e l’azione, ma ancora lo statofunzionaledella coscienza e della volontà circa l’effetto esercitato dal motivo o isolatamente (ipotesi diresponsabilità) o in concorso con cause patologiche (ipotesi diirresponsabilità), per concludere alla normalità o non degli atti psichici ed alla spontaneità (libertà) dell’azione, ovvero al carattere dinecessitàdella medesima.

16.—Donde trarrà il perito le cognizioni utili ed i metodi per riuscire nell’intento di risolvere il problema concernente lo stato psichico del prevenuto, non che le condizioni di responsabilità per l’atto da lui compiuto? Dai sommi scrittori di psicologia. Ma non è sufficiente; chè, in complesso, i risultati della odierna psicologia, per quanto ammirevoli, non sono poi tali da suffragare abbastanza tutte le esigenze pratiche a cui deve giungere l’esame peritale. Per provare l’asserto e perchè nello studio del delinquentesi abbia il concetto dei giusti confini, entro i quali debbono limitarsi le pretese del perito, ci permetteremo, a compimento di questo capo, di tracciare sommariamente le nozioni alle quali deve farsi ricorso se vuolsi avere i criterî scientifici in materia di coltura generale psicologica.

17.—Qualunque fenomeno psichico è di sua natura un processo composto risolvibile in elementi. Anche in ciò evvi la riprova d’una legge fondamentale di natura, che ogni parte sia un tutto e che ogni tutto sia il prodotto di parti; non solo, ma che ogni formazione naturale sia il risultato di unità relative. Così, i primi elementi psichici, secondo l’Ardigò, sono i proestemi, le sensazioni minime, i dati ipotetici non sperimentabili direttamente e che entrano nella somma di ciascuna sensazione da noi percepita.

La psicologia, avendo per proprio oggetto non contenuti specifici dell’esperienza ma l’esperienza generale nella sua natura immediata, non può servirsi di altri metodi che di quelli usati dalle scienze empiriche, così per l’affermazione dei fatti, come per l’analisi e pel causale collegamento di essi (Wundt).

Due sono i metodi, di cui dispongono le scienze naturali, l’esperimentoe l’osservazione. L’esperimentoconsiste, giusta le definizioni del Wundt, in un’osservazione, nella quale i fenomeni da osservare sorgono e si svolgono per l’opera volontaria dell’osservatore; l’osservazione, poi, in senso stretto, studia i fenomeni senza un tale intervento dello sperimentatore, ma così come si presentano all’osservatore nella continuità dell’esperienza.

L’indirizzo sperimentale (e vedremo fino a che punto) nei fenomeni psicologici è tutto una conquista dell’odierno positivismo filosofico.

Esso, per non parlare che dei fondatori, si deve sopratutto all’opera di Tetens, del Weber, del Fechner, del Wundt. Gli esperimenti che si eseguono nei laboratorî sono di due specie; alcuni attengono alla misura della sensazione ed all’esame delle rappresentazioni, rientrando nel còmpito dellapsicofisica; altri si estendono ai processi psichici più complessi ed interessanti, formando materia dellapsicometria. L’indole del mio libro mi dispensa dal rassegnare tutti isistemi pratici che si tengono per constatare le leggi, a cui obbediscono i rapporti tra gli stimoli e le sensazioni, le rappresentazioni di spazio e di tempo; non che dal ricordare che, con l’uso degli esperimentipsicometrici, si pervenga a misurare il cosidettotempo di reazione, l’estensione della coscienza e dell’attenzione, i processi mnemonici ed associativi. Il Wundt pretende che la psicologia, per il modo naturale in cui sorgono i processi psichici, è costretta al metodo sperimentale, appunto come la fisica e la fisiologia. Egli spiega: «Una sensazione si presenta in noi sotto condizioni favorevoli all’osservazione, se essa è suscitata da uno stimolo esterno; una sensazione di suono, ad esempio, da un movimento sonoro esterno, una sensazione di luce da uno stimolo luminoso esterno. La rappresentazione di un oggetto è originariamente determinata da un insieme sempre più o meno complesso di stimoli esterni. Se noi vogliamo studiare il modo psicologico in cui sorge una rappresentazione, noi non possiamo usare alcun altro metodo che quello di imitare questo processo nel suo svolgimento naturale. In questo modo abbiamo il grande vantaggio di potere volontariamente variare le rappresentazioni stesse, facendo variare le combinazioni degli stimoli agenti nelle rappresentazioni, e così di giungere ad una spiegazione dell’influenza che ogni singola condizione esercita sul nuovo prodotto. Le rappresentazioni della memoria non sono, è ben vero, direttamente suscitate da impressioni sensibili esterne, bensì le seguono solo dopo un tempo più o meno lungo; ma è chiaro che anche sulle loro proprietà, e specialmente sul rapporto loro alle rappresentazioni primarie svegliate da impressioni dirette, si giunge alla più sicura spiegazione quando non ci si affidi alla loro casuale apparizione, ma si tragga vantaggio di quelle immagini che sono lasciate dagli stimoli precedenti in un modo sperimentalmente regolato. Non altrimenti si fa coi sentimenti e coi processi volitivi; noi li potremo porre nella condizione più opportuna ad un’esatta ricerca, se a nostra volontà produrremo quelle impressioni che, secondo l’esperienza, sono regolarmente legate alla reazione del sentimento e del volere. Non vi è quindi alcuno dei fondamentali processi psichici pel quale non sia possibile usare il metodo sperimentale edegualmente alcuno per la cui ricerca questo metodo non sia richiesto da ragioni logiche»[32].

Io non oso contestare al Wundt quanto egli ritiene nel campo della psicologia generale; forse qualche eccezione va fatta per i sentimenti e la volontà; ma, ripeto, fino a che noi versiamo nell’esame di processi psichici comuni, il metodo sperimentale riuscirà di inestimabile vantaggio. È lo stesso per i processi psichici criminosi?

I periti psichiatri se ne servono, con buon risultato, nell’esame della vita psichica inferiore (la sensazione, la emotività, l’appercezione, la memoria); ma che diremo delle applicazioni da essi fatte nel dominio della intelligenza o della coscienza, e tanto più nel proporsi l’intento di risolvere il quesito psicologico-giuridico intorno alla responsabilità del prevenuto pel reato da lui commesso? I periti, di consueto, credono di aver adempito al dovere se, con adatti istrumenti, abbiano avuto i dati psicofisici del soggetto; convinti che gli atti di coscienza, di intelligenza o di volontà non dipendano che dalla vita fisica, o che il parallelismo psicofisico si estenda, non solo ai processi sensitivi ed appercettivi, ma eziandio a tutti gli altri che costituiscono la nostra vita psichica superiore. L’errore non è perdonabile. Poichè la vita dello spirito, nella crescente evoluzione delle funzioni coscienti, si appalesa di grado in grado più svariata, più complessa: dagli elementi protoestematici, o dalle impercettibili e minime sensazioni, alle più alte concezioni dei rapporti causali tra le cose ed alle ideali aspirazioni d’un bene altruista, vi è, è vero, continuità di processi, ma vi è puranco sì differenziata distinzione qualitativa di fenomeni, che, ad estimarne l’intima essenza, non bastano le leggi apprese per spiegarci gli atti puramente fisici della vita psichica inferiore. A tutti ormai è noto, che negli atti o nelle manifestazioni della psiche non è a cogliere solamente una somma di elementi informativi, quantitativamente multipli; ma un’unità ed identità che, nel mentre suppongono dei processi composti, si staccano dalla serie degli stati sottostanti e permangono con attivitàe leggi proprie. La sensibilità, la emotività, chi ne dubita?, si ricongiungono, per leggi dinamiche, con la potenzialità della intelligenza e della volontà: ma altra cosa è la eccitazione prodotta da movente passionale, altra cosa scorgere il nesso causale tra un atto e la responsabilità che se ne assume; tra la scelta di qualsiasi mezzo e l’effetto che vuolsi raggiungere; tra la rappresentazione del motivo a delinquere ed i moltiplici stati di coscienza prodotti; tra il cumulo di nozioni e di apprezzamenti sulla natura soggettiva dell’agente e la conclusione giuridica di ammettere od escludere o graduare la responsabilità delle azioni di cui questi fu causa.

18.—Il delitto, avvisato soggettivamente, è un processo di organizzazione della energia criminosa. La scienza sua propria è la psicologia criminale. E, allo stesso modo che ogni scienza si risolve in unità elementare—la biologia nella molecola, la fisica nell’atomo, la chimica nella monade eterea—la psicologia criminale si risolve nei motivi, che sono i minimi psicofisici del fenomeno complesso dell’anima del delinquente.

Ha il perito la coltura sufficiente per risalire, con analisi minuta, dal motivo criminoso alla determinazione del delitto? Ha egli l’abitudine, per non dir l’attitudine, di riunire in sintesi i dati raccolti e rivolgerli ad illuminare sè medesimo ed il giudice nella risoluzione, alla base di criterî affatto giuridici, del problema penale? Quante volte mi son trovato di fronte a coltissimi medici, i quali, credendo di avere esaurientemente risposto all’ufficio di perito psichiatra, col constatare la esistenza, nel soggetto sottoposto ad esperimenti, di qualsiasi manifestazione psicopatica, concludevano, senz’altro considerare, pel vizio totale o parziale di mente; per la irresponsabilità o per la semiresponsabilità! Essi, come negli esercizî acrobatici, facevano un salto nel vuoto: e se la parola del magistrato o del difensore li richiamava all’apprezzamento psicopatologico della causale del delitto, al decorso dell’azione impulsiva di qualche motivo; eppoi, allo stato normale o transitorio di coscienza, al grado e specie di coordinazione associativa delle idee, dei sentimenti, delle volizioni del prevenuto; alla estensione del di lui campo visivo di coscienza, all’attitudine di attendere, di riflettere,di prevedere; alla forza maggiore o minore di far uso dei poteri inibitorî; alla fisonomia che d’ordinario prendono gli affetti; alla vivacità delle immagini, alla energia delle idee; alla specie dei ligami delle vita di relazione; ed, in ultimo, al complesso di levatura della mente del soggetto, di energia della sua volontà; i periti, d’ordinario, o rimanevano incerti e reticenti, ovvero finivano col confessare che ciò non rientrava nel loro assunto tecnico. Peggio, poi, è avvenuto nel caso siasi richiesto al perito, che cosa ne pensasse, tenuto conto dello stato psicopatico dell’imputato, circa la responsabilità attribuitagli del fatto compiuto. O non si aveva che risposta evasiva, ovvero i giudici doveano accorgersi che una qualsiasi risposta era data senza tener punto calcolo, non solo dello stato del soggetto, bensì di tutti i coefficienti processuali; epperò si è sempre finito coll’annettere minima importanza al giudizio dell’uomo che dicesitecnico! Di qui l’antagonismo sistematico tra periti e magistrati. Si riconosca una volta per sempre: le perizie, come generalmente son praticate, hanno gran valore pel lato esclusivo dell’esame patologico dell’imputato: il rimanente appartiene al cultore di psicologia, appartiene al giurista: voler confondere l’un ufficio con l’altro è lo stesso che emettere giudizî unilaterali, o erronei o punto confortati dai lumi della scienza. Le nozioni peritali debbono servire di punto di partenza nell’apprezzamento dello stato psichico dell’accusato; esse, cioè, debbono servirci per premettere che l’atto incriminato non possa avere che decorso morboso; mentre, il pronunziarsi sul come e perchè del decorso istesso, sulla genesi e sulle fasi di progresso, non che sulla opportunità di ricorrere, tenuto riguardo alla difesa sociale ed al pericolo di ripetizione dell’atto commesso, a mezzi repressivi, rientra nella sfera di altra coltura che non sia la patologia o la psichiatria: è per altra via, che quella segnata dal perito, che il criterioa posterioridella pena, del quale avanti facemmo motto, si integrerà col criterioa prioridell’intima conoscenza del prevenuto, ed è così che il giudice emetterà il suo giudizio retto ed illuminato.


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