CAPO IX.La dinamica della psiche criminosa.1. Efficacia genetica del motivo.—2. La psicologia delleidee-forze; stadî integrativi di coscienza percorsi dal motivo.—3. Stadio di discernimento del motivo.—4. Stadio di rappresentazione piacevole o dolorosa; conseguenze, dei due descritti stadî, nella vita psichica del delinquente; le manifestazioni istintive; meccanismo dell’attenzione criminosa.—5. La dottrina della conoscenza ed il problema del contenuto dinamico del pensiero; l’unità di legge nella natura, nel pensiero, nella storia; come agisca l’energia criminosa nell’atteggiare diversamente la psiche.—6. Influenza della immaginazione o della fantasia nel processo psichico del delinquente,—7. Analisi, della detta influenza, specialmente nel delinquente epilettico ed in quello affettivo.—8. La legge dirassomiglianzae la legge dicontiguità nel tempo e nello spazio, e la dinamica della psiche criminosa.—9. La dinamica psichica del delinquente negli atti del volere.—10. Lo stato di ansia conseguenza della polarizzazione della volontà criminosa; psicologia dell’emozione della paura; differenza tra l’atto spontaneo ed il volontario.—11. Le oscillazioni del volere ed il relativo processo meccanico-cerebrale.—12. Gli attialternantiointermittentidi azioni di motivi sopraggiunti; esempio dell’Alfieri nell’Agamennone.1.—Il motivo, com’è stato da noi concepito, è il dato mentale o primordiale della vita psichica. Esso, tuttochè si apprenda isolatamente, non resta staccato dalla serie degli atti precedenti di coscienza; ma si fonde e si integra coi medesimi. «Nel cosmo mentale di un individuo—scrive l’Ardigò—i dati cogitativi emergono e stanno come emergono e stanno le cose nel cosmo materiale universo. Qui per una data pianta, ad esempio, si deve pensare, che il seme, onde è nata, è il compendio di una serie infinita di azioni esercitate dall’ambiente a ridurlo alla sua specie; e si deve pensare, che lo sviluppo del seme stesso esige l’azione su di esso del terreno, dell’acqua, dell’aria, del calore, della luce, che operano in quanto il potere loro è determinato dall’insiemedi tutte le esistenze; e si deve pensare, che lo stesso è da dirsi per la continuità della esistenza come individuo vegetante, il quale, come tale, si risente di quanto avviene nell’ambiente più distante, fino a quello infinitamente lontano. E allo stesso modo è un pensiero nel cosmo mentale. Nascendovi, concorrono tanto o quanto tutti gli altri a farlo emergere come emerge; standovi, non vi sta isolato, ma coll’accompagnamento, anzi col sostegno, per quello che apparisce che sia, di tutta la psichicità già preparata»[65].A parte la quistione se le rappresentazioni sieno di origine primitiva o derivata nella dinamica della psiche, certa cosa è che i fenomeni mentali sono in sè stessiappetizioni, le quali, contrariate o favorite, si accompagnano a sensazioni dolorose o piacevoli; in conseguenza, essi sono delleazioniereazioni(Fouillée).Allorchè noi parliamo di motivo, dobbiamo estenderne la efficacia dinamica a tutta la serie degli atti psichici, la totalità dei quali, in forma permanente o transitoria, s’incentra nelle qualità psicofisiche organiche fondamentali, ereditate od acquisite, dell’individuo.È grande illusione di considerare, nel prodotto psichico del delitto, i coefficienti dinamici in modo separato e formanti, ciascuno di per sè, il contenuto logico dell’azione; donde l’erroneo sistema di ricorrere senz’altro a questo o quel movente, o fattore, morale, etnico, sociale ed economico, per spiegare il perchè del delitto.Il motivo è energia, è attività, è azione: dalla sensazione, percezione o rappresentazione fino al volere non vi sono che stadî di trasformazione e di integrazione della energia iniziale; è perciò che il motivo da efficiente finisce col convertirsi in finale. La psicologia delle idee-forze svolta dal Fouillée credo che abbia l’identico fondamento dei concetti qui enunciati: per essa gli stati mentali debbono avere efficacia interna ed indivisibilmente esterna in ragione della unità del fisico e del morale. Il principio donde parte la psicologia delle idee-forze è il seguente, che stabilisce l’unitàdi composizione mentale: «Ogni fatto di coscienza è costituito per un processo di tre termini inseparabili: 1oun discernimento qualunque, il quale fa sì che l’essere senta il suo cambiamento di stato, ed è così il germe della sensazione e della intelligenza; 2ounbenessereomalesserequalunque, per quanto sordo che vogliasi, ma che fa sì che l’essere non siaindifferenteal suo cambiamento; 3ounareazionequalunque, la quale è il germe della preferenza e della scelta, cioè a dire dell’appetizione. Quando questo processo indivisibilmente sensitivo, emotivo e appetitivo, arriva a riflettersi su sè stesso e a costituire unaformadistinta della coscienza, noi l’appelliamo, in senso cartesiano o spinoziano, unaidea, cioè a dire undiscernimentoinseparabile d’unapreferenza»[66].Il motivo, qualunque forma psichica prenda, o di sentimento o di idea, deve percorrere i seguenti stadî integrativi di coscienza: 1ostadio,discernimentod’un cambiamento avvenuto; 2ostadio,rappresentazionepiacevole o dolorosa del cambiamento; 3ostadio,discriminazionedel perchè del cambiamento; 4ostadio,fusionecoi precedenti stati emotivi od ideativi, con analoga eliminazione degli stati antagonisti; 5ostadio,unificazionequalitativa della energia specifica criminosa; 6ostadio,unificazionequantitativa dell’attività iniziale dell’azione.2.—Giustamente osserva Fouillée, che il discernimento di cambiamento di stato sia il germe della sensazione e della intelligenza. La cenestesi, o sensibilità generale, non si specificherebbe, in qualunque prodotto sensitivo, se non ci fosse accordato il potere di concepire questo effetto isolatamente dagli altri, di discernerlo e di fissarlo nel campo del pensiero. Dal punto di vista dell’intelligenza, aggiunge Fouillée, il discernimento può essere implicito, quando un solo termine è presente allo spirito, senza comparazione con altro. Ma la facoltà di discernere non si sviluppa che con la scelta: se noi abbiamo coscienza delledifferenze, principalmente sensitive, è perchè queste differenze sensitive trascinanodelle differenze reattive. «Si può anche andar più lontano e dire, che ogni discernimento contiene già una scelta pratica rudimentale, che ogni determinazione intellettuale è nello stesso tempo una determinazione dell’attività, sopratutto nei sensi primordiali, i quali sono per essenza vitali, e dove la reazione è inseparabile dalla sensazione. Discernere il piacere di mangiare ed il dolore della fame è indivisibilmente preferire l’uno all’altra. I discernimenti in apparenza indifferenti sono un risultato ulteriore; anche in questo caso l’adesione, che noi accordiamo a ciò che ci apparisce tale o tale, è ancora una preferenza intellettuale, una determinazione in un senso piuttosto che in un altro, ciò che, ben inteso, non implica alcun libero arbitrio»[67].L’unità indissolubile delpensaree dell’agireè la legge psicologica di importanza capitale riassunta nella espressione diidea-forza.In cotesto primo stadio, di discernimento del motivo o di energia cosciente nel cambiamento dei precedenti stati di coscienza, ha molta importanza lainerzia psichica. Ciascuno, in fatti, si accorge dello sforzo adoperato ogni qualvolta la coscienza debba modificare il suo stato totale o parziale: la causa è nella forza di resistenza delle energie organizzate, massimamente per la fusione con gli elementi statici dei residui psichici del passato. L’inerzia, però, della psiche dev’essere intesa non in senso assoluto, ma in relazione al movimento già stabilito con dato ritmo; mentre il cambiamento, sostituendo novello ritmo, mette in giuoco attività che prima o restavano tuttavia in istato latente, ovvero non erano discernibili alla coscienza.Il lettore si sarà accorto che, trattando della dinamica della psiche criminosa, noi completiamo quanto scrivemmo intorno alla dinamica dei motivi. Allora vedemmo la efficaciaisolatadel motivo, ora ne esaminiamo l’azione complessa, nell’insieme di tutti gli stati psichici costituiti ed unificati organicamente.3.—Lo stadio di rappresentazione psichica integrativa della energia criminosa, messa in giuoco dal motivo, è contrassegnato da stato piacevole o doloroso; di che abbiamo esaurientemente discorso trattando della genesi evolutiva e dissolutiva delle emozioni o della vita affettiva.La legge di composizione e decomposizione della vita fisica, per l’alternarsi continuo di fenomeni di riparazione e di consumo, vale ancora per la vita dello spirito, dove la funzionalità cosciente si polarizza o in sensazione piacevole o in sensazione dolorosa. È da questo momento che l’attività cogitativa, servendosi dell’appercezione, afferma la propria esistenza di forza autonoma o differenziata e l’io personale comincia a costruirsi con materiali consistenti. Il mondo ambiente non è più visto al di fuori, ma si soggettivizza e le energie, che ci partecipa, prendono il posto, che meritano, negli atti successivi o coesistenti interni. L’io, in quanto afferma il novello stato rappresentativo, afferma se stesso, e pone la base d’una realtà soggettiva, che ha il corrispettivo dinamico nel prodotto di attività psichica risultata dalla somma delle energie precedenti fuse con la energia del motivo. Essendo così, la ragione dell’affermazione della rappresentazione non deve attingersi in altro principio che in quello di necessità di effettuarsi. «Per cui—scrive Ardigò—colle diverse forme della rappresentazione si hanno pure diverse forme dell’affermazione. E cioè, affermazione del dato puro della sensazione nella psiche iniziale o del dato integrale nella psiche adulta; del dato di coesistenti o del dato di successivi; del dato intuitivo o del dato discorsivo; del me o del non me; del sentito o del percepito o del ricordato o del riconosciuto; del singolo o del concreto o dell’astratto; del reale o dell’ideale; dell’a priorio dell’a posteriori; del relativo o dell’assoluto; del necessario o dell’esistente o del possibile»[68].4.—I due primi stadî integrativi, di cambiamento di stato e di rappresentazione con funzionalità piacevole o dolorosa, portano, nella vita psichica del delinquente, o un’alterazionenelle manifestazioni istintive, ovvero il processo di attenzione più o meno intenso e duraturo. Il Despine bene osserva «che, quantunque l’organismo presieda alla natura delle facoltà istintive, nel senso che noi non possediamo se non quelle di cui esso permette la manifestazione, e che queste facoltà cangiano di natura a misura che i nostri organi subiscono profonde modificazioni o impressioni passeggiere, c’inganneremmo molto se attribuissimo tutti i cambiamenti, che hanno luogo nelle manifestazioni morali, a delle cause fisiche, a delle modificazioni o a delle impressioni organiche. Si operano cambiamenti considerevoli nel carattere, sotto l’influenza di cause le quali eccitano vivamente certi sentimenti rimasti latenti, e la cui attività sostituisce quella di altri sentimenti che avevano predominio fino ad allora nell’individuo»[69].—Lo stadio di cambiamento, dunque, nella psiche del delinquente, riducesi al destarsi di attività istintive latenti con immediata formazione di tendenza verso l’azione.Non si saprebbe comprendere come mai il criminale nato, a cui la sensibilità morale fa completamente difetto, trovi in sè le risorse di una potenzialità di tanta attività da meravigliare. «Se l’individuo moralmente insensibile—scrive Despine—la perversità del quale non è affatto attiva, si trova in condizioni che gli permettono di soddisfare i suoi gusti con fortuna, ed alcuna causa non interviene ad eccitare vivamente in lui dei desideri perversi, la sua insensibilità morale non si manifesterà punto, non avendone l’occasione. Questo uomo, tuttochè moralmente insensibile, non essendo trasportato al male, si comporterà in maniera da non meritare biasimo. Tutte le cause che eccitano nelle popolazioni le passioni perverse, cagionano, presso un certo numero di individui, la manifestazione di loro insensibilità, rimasta latente per manco di una causa che abbia eccitato prima in essi dei desideri perversi, criminali»[70]. Il che può essere eziandio l’effetto momentaneo della influenza di violenta passionela quale, se imperiosamente lo richiede, è causa per cui qualcuno sia spinto a commettere un misfatto proprio allo stesso modo di chi sia in permanenza privo di senso morale. Ma, tostochè cessa lo stato passionale, ed accade in generale molto prontamente dopo l’atto compiuto, il senso morale si fa sentir di nuovo e, vivamente compunto, da luogo al rimorso[71].Per legge fondamentale dinamica evvi, dunque, gran differenza tra l’attività psichica iniziale del delinquente nato e quella del delinquente per passione; nel primo è la energia latente istintiva, che si mette in giuoco, nel secondo il cambiamento è l’effetto transitorio di eccitamento passionale.Il criminale che uccide per uccidere, che ruba per soddisfare piuttosto al potere imperioso istintivo e non al desiderio di procacciarsi dei mezzi necessarî ai bisogni; che incendia, distrugge sotto l’azione di impulsioni irresistibili, non trova affatto nel compimento delle sue opere il corrispettivo di piacere o di dolore. Tanto è vero che, molte volte, non ne serba ricordo; pare che abbia agito in istato d’incoscienza. Il contrario interviene pel delinquente di occasione, gli atti del quale sono l’effetto transitorio di momentanea sospensione della vita affettiva altruista; forse potrà in esso appalesarsi la più grande ferocia, ma, tornata la calma, l’animo riacquista il perduto equilibrio sentimentale ed il malfatto è causa di rimpianto.Non essendo la vita affettiva in giuoco, o per la qualità dello stimolo o per la natura del soggetto passivo, bensì la vita cogitativa, il cambiamento di stato è rappresentato dall’atto col quale la mente prende possesso in forma limpida e vivace di uno fra tanti oggetti o fra diverse correnti di pensieri che si presentano come simultaneamente possibili (James). In simile atto, di spontanea o volontaria attenzione, la finalità è di localizzare la coscienza concentrandone la peculiare energia, e ciò vuoi pel maggiore interessamento che alcun elemento sperimentale ha per noi, vuoi perchè ne siamo sollecitati dalla impulsione inerente ad ogni cambiamentoavvenga nel dominio dello spirito. L’analogia riscontrata dal Wundt[72]tra l’attenzione, rispetto alla coscienza, e la fissazione rispetto alla retina dell’occhio, sembrami molto esatta. L’attenzione è sforzoselettivo; è processo di arresto ed è funzionamento diretto del potere inibitorio.Fissandosi la rappresentazione sulla linea degli assi visuali della mente, si prospetta con più chiarezza e distinzione. Ma, si è detto che tutto ciò non è che effetto diinteressamentoe diimpulsioneemotiva; la qual cosa ci richiama al punto vero della indagine, il punto in cui la dinamica del motivo si converte in dinamica rappresentativa e cogitativa pel delinquente.L’attenzione è sollecitata a concentrarsi, sul novello stato interno, dall’appetizione di qualche cosa di cui si sente il difetto o la mancanza: quest’appetizione già di per sè equivaleva ad un movimento vago ed indeterminato con tendenza a determinarsi. E poichè, per legge meccanica, il movimento cominciato nell’organismo si continua, si propaga e si traduce in atto, basta che vi si offra l’incentivo perchè l’appetizione prenda consistenza e si idealizzi, non solo, ma partecipi la energia alla rappresentazione presente alla mente in contrapposizione della cosa di cui si abbia difetto o mancanza, e ci spinga ad opere di estrinsecazioni necessarie a renderci soddisfatti. La scaturigine del movimento della appetizione è nel ricordo di atti e di godimenti reali o possibili, che si provarono pel possesso della cosa in difetto o mancante, o che si ha speranza di provare in conformità della esperienza fatta su altri: indi ne risulta la verità del principio Spenceriano, che la tendenza a produrre un atto non è altro che l’eccitazione nascente dagli stati psichici implicati in quest’atto. In altri termini, la idea d’un movimento è questo movimento cominciato e, per conseguenza, l’idea intensa ed esclusiva d’un movimento trascina il movimento reale (Fouillée). Un ladro, ad esempio, si decide a commettere un dato furto: il fondamento dinamico di questoatto psichico implica parecchi dati: 1oche si senta il bisogno di qualche cosa di cui si abbia difetto o mancanza; 2oche questa qualche cosa sia proprio presente alla mente; 3oche la rappresentazione avutane abbia prodotto un cambiamento nello stato di coscienza; 4oche insieme al bisogno sia nato il desiderio della cosa e l’animo versi nello stato di agitazione o movimento, sollecitato, più o meno, dalla intensità del bisogno; 5oche la idea di aver posseduta la cosa e volerla ripossedere, ovvero la speranza di possederla, eserciti azione stimolatrice acciò il movimento interno indeterminato si determini e la impulsione del bisogno si trasformi in energia attrattiva dell’intento perseguibile. Veggasi, quindi, che l’opera dell’attenzione a fissare, nel campo della coscienza, qualche corrente di pensiero, o ad arrestarne l’apparizione, per risentirne la efficacia dinamica, deve riferirsi alla legge di unità continuativa dei processi psichici; nel senso che l’insorgenza di qualche stato di coscienza, obbietto dell’attenzione, si connetta alla esistenza di precedenti stati. La fatta osservazione ha la riprova eziandio nelle singole impulsioni di delinquenti nati, pazzi od epilettici che siano.Che è mai la manìa omicida se non la impulsione irresistibile ad estinguere la vita dei simili? Ebbene, anche in ciò non si constaterebbe la tendenza a sparger sangue, se non se ne sentisse il bisogno, e se in precedenza non si fosse creato nell’animo quello stato di agitazione, di commozione, di cui l’ultimo termine è il delitto. La differenza, anche qui, tra il delinquente nato ed il delinquente d’occasione risiede nel dato psichico; che pel primo il movimento psichico iniziale è originato da costituzione organica, è istintivo, e l’attenzionenon fa chepassivamenterisentirne l’eco con risonanza stridente; pel secondo l’attenzione è analoga ai precedenti stimoli ed alla energia del motivo che ha dato l’estremo impulso all’azione.5.—Trattando della dinamica dei motivi e delle norme generali della nostra disciplina, parlammo del terzo e del quarto stadio percorsi dal motivo: qualche cosa sentiamo di dover aggiungere sul quinto e sesto stadio, vale a dire intorno alla unificazione qualitativa della energia specifica criminosa, ed alla unificazione quantitativa dell’attività iniziale dell’azione.Premettiamo, che la dottrina della conoscenza sembra che abbia risoluto, con probabile competenza, il problema dell’originedel contenuto dinamico del pensiero, nonchè delle forme graduali in cui successivamente si va esplicando. Il funzionamento cerebrale presuppone il funzionamento fisiologico dell’organismo, ed il funzionamento fisico il mondo ambiente. La sfera dell’attività psichica è l’ultimo modo di essere dell’attività fisica della natura e dell’attività biologica; il pensiero, dunque, in quanto si organizza, è la formazione naturale più alta nella scala delle sottostanti formazioni puramente inorganiche ed organiche. Il cervello non è solo l’organo di risonanza delle note armoniche, onde la natura afferma la sua esistenza e la evoluzione ritmica dei fenomeni; nè è lo specchio che riflette, semplicemente, in vane immagini il mondo esterno; ma è l’organo d’una manifestazione reale delle energie della natura, è l’estremo limite in cui si polarizza la vita nella immanenza di movimento conservato con equivalenza.Tutto ciò fu formolato dal nostro Bovio nel principio di unità di legge nella natura, nel pensiero, nella storia: il pensiero è la natura che si conosce, la storia è il pensiero che si muove. Il che torna a dire, che la legge di reciprocità è sempre la medesima necessità, che nella natura esteriore opera come gravitazione universale, a cui la natura obbedisce e non sa; nel cervello opera come gravitazione ideale a cui il cervello obbedisce, la intuisce, la insegue, e cerca tramutarla in sistema; nella storia opera come gravitazione di tempi, a cui la storia obbedisce e cerca tramutarla in codici, tirando dal passato i documenti per l’avvenire[73].La evoluzione è conservazione di energia con parallela continuità di moto: dunque, passando le attività dal mondo esterno all’interno, tramutandosi da attività fisiche in cerebrali, assommando il pensiero i coefficienti dinamici dei motivi, la coscienza, col cambiar di stato, cambia il funzionamento degli atti che ne conseguono, sia qualitativamente che quantitativamente. La qualità non attiene alla essenza o permanenza di identità personale, ma ai modi onde la energia specifica passa di prodotto in prodotto psichico, di meccanismoin meccanismo dell’io, di formazione in formazione, dalla rappresentazione ed appercezione all’attenzione, alla riflessione ed al volere.L’io senziente, intelligente, attivo son tre fasi dell’identica energia vivente, ma tre fasi che si differenziano sì da non permettere che l’una si scambi nell’altra, se non perchè tutt’e tre sono dipendenti dall’unica ed identica sorgente di energia personale: alla stessa guisa che l’organismo, nel tempo, non resta identico a sè stesso meno che per la conservazione equivalente della energia individuale, la psiche; permutando fisonomia e contenuto, non conserva la identità se non nella sua natura differenziata rispetto ad altri individui della medesima specie.Si conclude, che la energia criminosa, atteggiando diversamente la psiche, imprime la propria caratteristica e grado di attività alle facoltà messe in moto, il sentimento, la intelligenza, la volontà.Anche in natura le forze, in correlazione, si trasformano qualitativamente e quantitativamente: «in ogni cambiamento la forza subisce una metamorfosi; e a seconda delle forme che essa assume può risultarne o la ripetizione delle condizioni precedenti, o condizioni nuove in un numero infinito di ordini e combinazioni. Inoltre si vede nettamente che le forze fisiche, non solo presentano tra di loro delle correlazioni qualitative, ma anche quantitative. Dopo aver provato che un modo di forza può trasformarsi in un altro, le esperienze mostrano ancora che da una definita quantità di forza nascono sempre definite quantità di un’altra»[74].Indi è che l’evento psichico del delitto, effettuatosi nell’azione, esaurisce, individualmente preso, la totalità della energia che lo informa: quel che resta è la conseguenza obbiettiva, fatto imputabile, e qualche traccia di attitudine meglio rafforzatasi per la futura ripetizione dell’atto. Dunque, a che varranno le indagini meramente antropologiche e psichiatriche, non che le norme aprioristiche giuridiche sul giudizio che il magistrato dovrà emettere intorno alla imputabilitàsoggettiva del fatto incriminato? Tutte coteste indagini e norme si limitano all’ufficio di prove dell’evento psichico criminoso: alla sola psicologia criminale è riservato il debito di sintetizzare i dati psicofisici del delinquente e di unificarli in un giudizio definitivo, tenuto conto di tutti i coefficienti dinamici che precedettero ed accompagnarono la perpetrazione del maleficio.6.—Avvenuta la rappresentazione del motivo, ed avvertito il cambiamento di coscienza seguitone; fusi ed unificati in un solo processo gli elementi dinamici similari della mentalità; eliminati gli elementi antagonisti, la dinamica ideativa ed affettiva è sussidiata dall’intervento della immaginazione o della fantasia. Nel mondo psichico del criminale questa potenza ha imperio assoluto: essa assoggetta, modifica, trasforma tutto ciò che incontra; dai più lontani orizzonti, di lusinghiere speranze, all’ambiente attuale di turbamento per l’azione soppravenuta di cause passionali, la immaginazione influisce nell’atteggiare e predisporre l’animo a sentire, a pensare, a volere in modo affatto proprio e secondo lo schema ed i fantasmi che ella gli appresta. Le rappresentazioni presenti si rafforzano, le passate si ridestano; le naturali inclinazioni acquistano un più facile avviamento di attività; la realtà obbiettiva delle cose a poco a poco si scolorisce, perde i contorni, è ricoverta dal velo diafano e denso dell’oblio; e, a séguito di processo astrattivo, la immagine ed il fantasma dell’intento logico, compresi nel contenuto statico del motivo, si prospettano alla mente ed esercitano azione immanente suggestiva. Tacciono i ricordi dei controstimoli; sulla superficie della coscienza si ristabilisce un’apparente calma; ma, sotto ad un cielo plumbeo ed attraversato da dense nubi, gli oggetti si confondono, e l’animo è aduggiato dal senso di ansia e di tristizia. Le immagini, i fantasmi si intensificano, si circondano del corteggio lusinghiero di appetiti insoddisfatti, di promettenti speranze; la visione periferica della coscienza si restringe, la centrale si acutizza; il fantasma, idealizzato, dapprima oscillante, finisce col fissarsi sulla linea degli assi visuali; l’occhio della mente n’è attratto, dominato, ossessionato. Le potenze inibitorie, le correnti intercerebrali, subiscono un periodo d’intermittenza;la memoria è lacunare. È cotesto lo stato più interessante della dinamica psichica criminosa; stato in cui la coscienza insensibilmente è travolta dal fondo e la meccanica cerebrale segue il ritmo di movimenti instabili, varianti, dissociati. La fantasia, malefica maliarda, con ghigno satanico innalza il suo trono sulla rovina delle più nobili aspirazioni, e consacra, nel cupo tempio dell’anima del criminale, la religione del delitto!7.—Chi, di tutto ciò, desideri la prova evidente, rivolga l’osservazione a quanto avviene nella psiche del delinquente epilettico.La immaginazione e la fantasia sono per l’epilettico la forza specifica della impulsività irresistibile. La emotività enorme (Krafft-Ebing); la straordinaria irritabilità morbosa (Schüle); la lesione delle affezioni (Despine); l’anestesia fisica e morale (Thompson); i facili accessi maniaci, fanno sì che l’epilettico sia davvero lo zimbello di morbosi fantasmi, che gli attraversano la mente e ne travolgono il ritmo ideativo ed affettivo. Il processo morboso ha principio con intensa e protratta preoccupazione, che è la caratteristica istintiva delcarattere epilettico: è l’ansioso desiderio di qualche cosa d’indeciso, di vago; è il bisogno di estrinsecare attività latenti di natura incompresa, della cui esistenza appena ci accorgiamo.Mancando il fondo di realtà al processo ideativo e la coordinazione associativa agli stati emotivi, la fantasia dell’epilettico giuoca una parte essenzialissima nella trama cerebrale. L’equilibrio di facoltà e di atti si mantiene oscillante; la mente, sorpresa, cerca un centro stabile di gravità; attratta dal fantasma, lo scambia con la realtà e lo insegue e vi si affida: ma, in un momento, perdesi del tutto l’equilibrio, la base ideale ed affettiva vacilla, l’abisso si apre repentinamente dinanzi. La stessa vittima se ne spaventa; al fremito passionale, alla scossa, che si diffonde in tutte le regioni dello spirito, risponde il gemito convulso di chi comprende a quale cieco fatale destino sia nato soggetto!La nota morale di anomalia del delinquente, e specie del delinquente epilettico, risiede proprio nel funzionamento fantastico della dinamica psichica. Il prodotto fittizio ed attrattivo del contenuto ideale ed affettivo risulta dal compenetrarsied assommarsi di discrepanti elementi frammentarî, i quali, non trovando posto stabile nella coscienza, o son passati nel fondo di riserva dell’inconscio, ovvero vagano nel vuoto oscuro della mente. Qualcuno di questi elementi, per l’affinità dinamica col novello motivo rappresentativo, insorge ed è attratto verso il centro visivo della coscienza: esso—chi il crederebbe?—molte volte si sviluppa, si svolge in forma così imponente da predominare l’ambiente con potere pieno ed assoluto. Le difficoltà, che di frequente si incontrano nell’indagare il perchè prossimo o remoto di azioni delittuose, sorgono dall’abitudine, tanto comune, di credere che la logica del delinquente sia la logica dell’uomo normale, e che la causa intima o psichica dell’azione debba esser sempre ricercata nel motivo che, in apparenza, è percepito il più sufficiente ed il più coerente con l’insieme logico del processo speciale mentale. E poichè con la prova dei fatti o vien meno la speranza di attingere il movente causativo in qualche circostanza o avvenimento, il quale abbia la sufficienza logica di erudirci circa la origine soggettiva del delitto; ovvero trascuriamo di accordare la debita importanza a dati processuali irrilevanti, si finisce o con erroneo giudizio sulla quantità morale del delitto o col credere che questo sia l’effetto di brutale malvagità!8.—Indugiandoci, chè ne vale la pena, sulla dinamica coordinatrice o di relazione delle immagini o dei fantasmi a cui, in gran parte, si connette la causalità criminosa, io credo che essa obbedisca alle due leggi essenziali del meccanismo dell’associazione, la legge di rassomiglianza e la legge di contiguità nel tempo e nello spazio. La tendenza di connessione, secondo Stuart Mill, tra idee che si richiamano, dopo che furono pensate insieme, è, sopra tutto, osservabile tra le immagini ed i ricordi fantastici della mentalità criminosa. Il contagio morale del delitto n’è l’esempio ordinario e più apparente.Le idee, i sentimenti, i giudizî, le rappresentazioni di fatti sensibili, di avvenimenti complessi, sono, bene spesso, i precedenti veri di azioni con le quali la rassomiglianza è equivalenza dinamica di energia causativa; il che può avvenire eziandio in modo incosciente.Talune persone, ad esempio, molto facilmente perdonerebbero una ingiuria; ma nel loro animo si sveglia il ricordo che altri, in simile contingenza, ricorse alla vendetta consumata in determinata guisa; si affaccia il presentimento della disistima, nella pubblica opinione, a cagione della diminuita dignità personale offesa, e così via discorrendo. Nella prima ipotesi, per seguire l’esempio, la efficacia del ricordo del caso simile si fonde con la efficacia operativa della ingiuria sofferta; l’azione delittuosa altrui si delinea innanzi alla mente con colori fantastici attrattivi e, poco a poco, i due elementi, quello dinamico attuale e quello di ricordo, si unificano ed organizzano in un solo evento psichico ed invadono e preoccupano intero il campo della coscienza. Anzi, evvi di più. La ingiuria subita, forse, di sua natura non avrebbe avuta forza impulsiva, perchè scusata dalla supposizione di un equivoco: ma lasuggestione motricedel ricordo è sì potente che, per illusione non guari difficile a verificarsi, noi scambiamo, nel prodotto fantastico, il valore dei due termini mentali e crediamo di sentirci sospinti, all’azione, dalla idea dell’offesa ricevuta, mentre non ci accorgiamo che questa passa in seconda linea nell’associazione, per contiguità di tempo, con la idea dell’avvenimento al quale siamo guidati dalla rassomiglianza dei due fatti presenti al pensiero.Nella seconda ipotesi, sopra riferita, la connessione fantastica è tra la idea attuale dell’ingiuria ed il sentimento doloroso in noi destato dal presentimento di diminuita dignità o reputazione. Il risultato psichico, derivatone, sarà composto dalla realtà rappresentativa della ingiuria in unione alla coefficienza di sentimentalità associata; ossia, mentre il contenuto sostanziale sarà l’idea della ingiuria, la fisonomia o colorito affettivo corrisponderà al sentimento doloroso inerente al presentimento di dignità personale diminuita di fronte alla pubblica stima.9.—La dinamica psichica del delinquente rendesi più complessa e più difficile negli atti del volere.Il Wundt vede, come noi, il fondamento degli atti del volere nei motivi, di cui egli distingue una parte rappresentativa ed una sentimentale, la prima delle quali è dettaragione determinantee la secondaforza impellente. Dalla combinazione di una varietà di motivi, cioè di rappresentazioni e sentimenti, i quali in un composto decorso di emozioni si presentano come quelli che sono decisivi per il compimento di un’azione, sta la condizione essenziale da un lato per losviluppodel volere, dall’altro per la distinzione dellesingole forme di atti volitivi[75].Generalmente, nei Codici penali, la responsabilità d’un delitto si fa risalire al fattore soggettivo deldolo, e questo si fa consistere in atti liberi del volere ora avvisato come sempliceintenzioneed ora comevolontarietàdell’effetto antigiuridico. Sceverando l’estremo grado evolutivo dell’attività psichica criminosa, cioè il volere, dalla serie dei gradi ond’è preceduto, e dando esclusivo rilievo all’evento psichico il più complesso, col trascurarne gli elementi rappresentativi ed intellettivi, si comprende la incertezza del dato giuridico il quale in pratica deve incontrare insuperabili difficoltà di applicazione.Chi non sa, in vero, in quale buio si versi allorchè, chiamati ad assodare la imputabilità penale d’un reato, ci sentiamo in dovere, anzitutto, di ricercare la esistenza o meno del dolo?La legge fa obbligo ai magistrati di enunciare nelle sentenze imotivisu cui fondano il loro convincimento; l’art. 45 Cod. pen., pone il cànone fondamentale, che nessuno possa essere punito per un delitto, se non abbiavolutoil fatto che lo costituisce: ma in che consiste laragionevolezzadei motivi, in che lavolontarietà del fatto, staccata dal complesso degli elementi psichici o stati di coscienza, dei quali è il delitto l’esponente ultimo? Dimandatelo al magistrato, ed egli, nelle sue sentenze, si aggirerà tra concetti e giudizî affatto arbitrarî e che, mentre pretendono di rispecchiare cànoni scientifici, sono il riverbero di impressioni fugaci, talvolta passionali, sulla natura dell’atto incriminato e della prova raccolta contro l’imputato. Io mi sono sforzato, in altri miei libri, di assegnare il valore logico al fattore soggettivo del reato così com’è formolatodal patrio legislatore; ma, debbo confessarlo, durante la lunga pratica professionale, ho dovuto, dolorosamente, constatare quale e quanta incertezza resti sempre nell’animo di tutti, giudici, avvocati e pubblico, per riguardo ai criterî di prova sufficiente a ritenere, in singoli reati, il concorso dell’elemento del dolo. Nè altrimenti dovea avvenire. L’opera del giudice non è l’opera dello scienziato; solo a quest’ultimo è affidato il còmpito di mettere in chiaro le norme regolatrici delle umane azioni, ed il modo di interpretarne il significato: voler convertire un codice in trattato di teorie e di cànoni dottrinarî è lo stesso che sottoporre l’alto ed indipendente ufficio del magistrato a restrizioni mentali arbitrarie e pericolosissime. Ed ecco, anche in ciò, la riprova del danno di sistemi aprioristici scientifici, e dell’errore di trascurare, nelle umane cognizioni, il principio logico fondamentale dellarelatività.Tornando in argomento, diciamo che il volere è atto complementare del processo psichico, appunto perchè, secondo James,i movimenti volontarî debbono essere funzioni secondarie, non primitive, del nostroorganismo. La prima conseguenza, che ne emerge, è di dover ritenere che la facoltà del volere si connetta alla esistenza di rappresentazioni e sentimenti, che formano il suo presupposto dinamico; e che, secondo Wundt, l’ipotesi di un atto di volere sorgente da considerazioni puramente intellettuali, di una decisione volitiva contraria alle tendenze che si esplicano nei sentimenti, ecc. racchiude in sè contraddizione psicologica. Essa si fonda sul concetto astratto di un volere trascendente, assolutamente diverso dai reali processi psichici di volere.«Nella fisiologia—scrive Fouillée—la dottrina della evoluzione esplica, a mezzo dello sviluppo d’un organo rudimentale e primitivo, la formazione d’un organo posteriore più completo; allo stesso modo, nella psicologia, tutti gli atti riflessi o istintivi, con la loro varietà attuale, debbono essere i derivati d’una sola impulsione essenziale e primitiva. Trasportate questa impulsione in tutte le cellule elementari d’un organismo, ella sarà il fondo psicologico di ciò che succede nei piccoli esseri viventi ond’è composto l’organismo totale. D’altra parte, le reazioni esteriori di queste cellule cadono, com’egliè inevitabile, sotto la legge del meccanismo. Per simile combinazione d’impulsioni psichiche semplici all’interno, di rapporti meccanici all’esterno, voi potrete esplicare i fenomeni più complessi e le adattazioni della volontà alle svariate circostanze»[76].La meccanica psicologica del cervello ci è nota. Ogni eccitazione periferica o intercerebrale è trasportata e risentita in analoghi centri; indi, mercè l’apparato efferente, si diffonde in operazioni riflesse. Il cervello è l’organo dell’attività, cosciente o incosciente, della psiche: noi abbiamo il senso di questaattivitàpiù specialmente all’apparire dell’atto volitivo. «Questo sentimento dell’attività è di natura spiccatamente eccitante e a seconda degli speciali motivi di volere è a vicenda accompagnato da elementi di piacere o di dispiacere, i quali, alla loro volta, nel corso dell’atto possono mutare e gli uni prendere il posto degli altri. Come sentimento totale, il sentimento di attività è un processo crescente e decrescente nel tempo, il quale si stende su tutto il corso dell’azione e col finire di questa passa nei sentimenti, molto varî, di soddisfazione, contentezza, delusione, ecc., come pure in sentimenti ed emozioni diversi, che sono legati alla speciale riuscita dell’azione»[77].La consapevolezza di possedere l’attività necessaria al delitto è il primo e fondamentale effetto immanente della energia criminosa. Non si può sentire la spinta al delitto, nè pensarlo nè volerlo, se non se ne possegga l’attitudine; se l’organismo, e per esso il cervello, non risentano l’azione specifica di forze esterne od interne trasformate e concorrenti a quell’evento esteriore dalla legge represso.Messasi in attività la energia criminosa, ella, diffondendosi riflessivamente, in primo luogo è causa di atti ditensione; la quale potenza di tendere è in ragione della intensità della eccitazione centrale, ed è soggetta alla dispersione della energia eccitatrice, non che all’aumento od alla diminuzione di equivalenti dinamici fisiologici. Le ipotesi verificabili sonosvariate, a seconda della natura intensiva dell’attività, dell’attitudine dell’apparato efferente, delle maggiori o minori difficoltà fisiopsichiche della funzionalità organica. È possibile, primamente, che dallo stadio iniziale emotivo all’azione non vi intervenga che trascurabile intervallo, quasi che l’atto esteriore fosse di natura automatica o riflessa. Il perchè del fenomeno si riconnette al problema formolato, nel seguente modo, da James: La semplice idea degli effetti sensibili di un movimento è uno stimolo motore sufficiente, o vi deve essere uno antecedente mentale addizionale, come unfiat, una decisione, un acconsentimento di un mandato imperativo, o qualche altro fenomeno analogo, perchè si possa avere il movimento? Ed egli risponde, che talvolta la semplice idea è sufficiente, ma tal’altra il movimento è proceduto da un elemento addizionale cosciente. Ogni qualvolta un movimento tien dietrosenza esitazione ed immediatamenteal pensiero di esso, noi abbiamo l’azione ideo-motrice[78].—Le azioni impulsivamente istantanee, effetti di impeti passionali, di scoppî di ira, di odio senza la previsione delle difficoltà e delle conseguenze, appartengono allo stadio attivo qui descritto. Tostochè evvi insorgenza di antagonismo tra le correnti intercerebrali, e le linee di movimenti efferenti o divergono o si elidono, la vivezza della psichicità si diminuisce; i poteri inibitori si riattivano, e gli atti del volere obbediscono a delle fasi tipiche, che giova ricordare.10.—Al senso ed alla consapevolezza di un’attività disponibile, accompagnata da tensione, tien subito dietro l’ansia impazientedi veder cessare il presente stato di incertezza e di dubbio, come anche di dar libero corso alla scarica delle energie reattive. La intensità e la specie di cotesta ansia sono analoghe alla specie ed alla intensità dell’affettività sentimentale del motivo. La volontà è tra due poli della vita psichica: tra la emotività, che attira ed assorbe tutte le risorse di equilibrio della coscienza, e l’idea motrice o suggestiva dell’intento dell’azione esteriore. Or, nei riguardi del delinquente, egli è d’uopo ricordare, che lo stato di ansia,qui accennato, si riconnette, molto di frequente, a due emozioni di cui dobbiamo tenere gran calcolo, la emozione dellapaurae la emozione dell’irao dellacollera.Il Lange, il Bain, il Ribot ed il Mosso ci hanno data la descrizione più accurata dei sintomi fisici e psichici della paura. Noi li riassumeremo seguendo segnatamente il Lange[79], che, se non andiamo errati, è sulla materia lo scrittore più autorevole. La paura è ligata alla tristezza: in ambedue evvi paralisi dell’apparato motore volontario e costrizione spasmodica dei vasi-motori; però, alla paura è da aggiungere una contrazione spasmodica di tutti i muscoli organici, ed un sentimento d’oppressione, con consecutivo sforzo centrifugo cerebrale o segni esterni somatici abbastanza pronunziati.Il Ribot nota, che la psicologia della paura comprende due momenti ben distinti da studiare. Il primo momento sembra rapportarsi a tendenze ereditarie che appariscono molto evidenti nell’età infantile dell’uomo. Al secondo momento appartiene la paura cosciente, ragionevole, posteriore alla esperienza. Essa ha per base la memoria, non intellettuale, ma affettiva; onde si è accessibile al timore nella misura in cui la rappresentazione del male futuro è intensa, cioè a dire affettiva e non intellettuale, sentita e non concepita. Presso molti l’assenza di paura non è che un’assenza di immaginazione[80].Circa la emozione della collera ci basti, per ora, notare, col Ribot, che ella ha origine dall’istinto di conservazione individuale, sotto la forma offensiva; e che, secondo Bain, può definirsi: una impulsione cosciente che spinge ad infliggere una sofferenza ed a trarre da ciò un piacere positivo.La emozione della paura, deprimendo l’energia reattiva ed abbassando il livello cosciente dell’io, fa risentire più a lungo il senso di ansia della irrisolutezza e del dubbio. Assorbita la mente a misurare la probabilità e l’importanza del pericolo presente o futuro; oppresso l’animo dal sentimentovago e doloroso d’un male o danno che è per coglierci; turbata la mente da improvvise rappresentazioni le quali sfuggono al controllo dell’attenzione e della riflessione, il giudizio che ci formiamo del nostro stato è d’imperiosa necessità ad agire in qualsiasi senso, preoccupati dalla sola idea che forse non riusciremo ad allontanare da noi l’imminente pericolo che ci sovrasta. Al primo periodo di depressione succede un secondo periodo di turbamento misto a sentimento d’odio e d’ira per colui che è causa della minaccia; l’equilibrio mentale si ristabilisce in parte, e noi ci accorgiamo di sentirci autorizzati ad usare di tutta la nostra energia per respingere il pericolo, anche a costo di violare la integrità fisica o morale altrui. A questo secondo momento l’emozione della paura ha molta somiglianza con l’emozione della collera: tutt’e due divengono impulsive, con la differenza che la paura è tenuta in certi confini dal calcolo del pericolo minacciato, e la collera, invadendo l’intero campo della coscienza, travolge tempestosamente qualunque sforzo di inibizione e precipita l’azione. In ciò ha grande influenza il carattere risoluto o irresoluto dell’individuo: l’impulso a persistere nella presa risoluzione è, al dir di James, un’altra componente costante nella rete delle motivazioni.La rapida ed istantanea impulsività degli atti emotivi dell’ira, dell’odio, della tensione risolventesi in energia reattiva, è generalmente qualificata perspontaneaed irresistibile; mentre ritiensi perdeliberataqualunque propensione in cui avvi minor grado di sentimentalità passionale. Nella forma volitiva della deliberazione si fa intervenire con maggior potere la libertà di scelta e di azione; credesi che la spontaneità equivalga ad assenza di sforzo di tensione, e che negli atti deliberati noi godessimo lapienezzadi forza disponibile, non che a discernere tra motivo e motivo, a risolverci per l’un verso e non per l’altro.È questa un’illusione molto facilmente dimostrabile per l’analisi del momento genetico della spontaneità degli atti. È illusione pari all’altra di supporre che nella psiche possa esservi uno stato di inerzia assoluta o di assoluto equilibrio stabile. Queste differenze, che appartengono, per linguaggio usuale, alla qualità di stati interni, non sono, infondo, che differenze di quantità; ed è perciò, che, secondo l’Ardigò, spontaneo si dice quando lo sforzo del centro in tensione è minimo, e quindi non ne è avvertibile il senso; volontario, quando lo sforzo è grande, prolungato e a riprese, e quindi è distintamente rilevabile il senso di esso. Nella deliberazione la volontarietà dello sforzo è accompagnata da più risentita psichicità mentale; per cui, tra l’antagonismo dei controstimoli, si riattiva un ritmo ideativo più costante e la selezione inibitoria riesce ad allontanare le difficoltà apparse sulla linea della corrente cerebrale predominante.11.—L’ultima conclusione, a cui siamo pervenuti, ci ricorda la esatta osservazione del Wundt, che le emozioni, dalle quali sono introdotti i processi di volere, sempre più decrescono in intensità a causa dell’azione contraria di sentimenti diversi e inibentisi a vicenda, così che alla fine i processi di volere possono nascere da un decorso sentimentale apparentemente tutt’affatto libero di emozioni: di fatto, però, non si ha mai una mancanza assoluta d’emozione.Intanto, succede che la indecisione si protrae, anche se i motivi contrarî siensi affievoliti, ed il volere non sa prendere stabile direzione, non perchè gli manchi la spinta, ma perchè l’azione attrattiva dell’intento non si fa sentire abbastanza. Quante volte il pensiero fluttua tra disparati ricordi ed opposti propositi, senza tregua incessanti ed opprimenti, nè si è in grado di appigliarsi a qualche divisamento pur di far cessare il doloroso stato di dubbio! Dopo ore, dopo giorni, dopo mesi, l’intervento di qualche motivo irrilevante, la cui accidentale insorgenza resta per noi innavvertita, dà l’ultimo tracollo alla bilancia e noi ci sentiamo senza ulteriore difficoltà trascinati all’opera. Come avviene tutto questo? La meccanica del cervello ci presta una ipotesi molto plausibile. Sappiamo che l’associazione delle rappresentazioni e delle idee si effettua in due modi, o in formalineareetemporaleo in formaspaziale.L’associazione lineare, giusta l’osservazione di Henle, ha il campo d’azione in un solo e medesimo organo, nell’organo del pensiero sotto forma di associazione di idee, nell’organo centrale dell’udito sotto forma di melodia, assonanza e via dicendo. La seconda specie, cioè l’associazione spaziale, saltada un organo all’altro, dall’organo dei concetti a quello delle rappresentazioni sensorie e viceversa. Essa è identica alla simpatia nervosa[81]. Or, che l’associazione spaziale abbia per punto di partenza la struttura del sistema nervoso centrale, e che i prolungamenti colleganti fra di loro le cellule nervose acquistano tanto maggiore conduttibilità, quanto più frequentemente essi si adoprano, sono ipotesi più o meno plausibili per spiegarci il passaggio dall’un centro all’altro, con collegamento spaziale; ma la difficoltà non è neppure quella proposta da Henle, cioè come l’associazione delle rappresentazioni tra loro corrispondenti sia tratta dal patrimonio dell’uno e dell’altro centro. La difficoltà emerge dal vedere che tra due vicini o lontani centri si generi una corrente, o delle serie di correnti, senza che vi sia stato da parte nostra veruno sforzo, o senza che tra le due lontane sedi di attività cerebrali sia intervenuto un motivo medio che collegasse gli estremi come anello di ininterrotta catena.Qui, certamente, dobbiamo far ricorso alla causa di energie latenti, per lo più ereditarie; per le quali, in casi simili, si svegliano simpatie nervose, attrattive ideali impreviste. Ciò lo vediamo, con processi più sistematizzati, in forme morbose di squilibrî mentali: le idee fisse, le tendenze irresistibili rinascono con la identica modalità ritmica di forme ereditarie od ataviche; lo stesso, senza dubbio, è per le associazioni tra elementi psichici discrepanti, i quali, poi, sono i fattori immediati o mediati di impulsioni o di deliberazioni volitive. Apprezzando il perchè di date decisioni, noi facciamo le grandi meraviglie del come, per motivi estranei o irrilevanti, si sia pervenuto all’azione di grave delitto; perchè, in oltre, mentre, subito dopo la ragione di odio e di ira, niente di anormale mostrò il paziente, nè alcuno avrebbe dubitato di lui, poscia, all’impensata, egli siasi reso autore di atti feroci di vendetta. Il motivo di odio, nel momento occasionale, restringeva l’efficacia nel mettere in moto l’attività di un solo centro rappresentativo ed ideale; ma, col passare del tempo, altri centri, vicini o lontani, si ridestarono,mettendosi con esso in relazione, alcuna volta per accidentalità sopraggiunta; e, per la confluenza di correnti similari, avvenne, nel momento dato, la fusione e quindi il formarsi di novella energia con potenzialità sufficiente a trascinar seco il pravo volere. Nei reati premeditati il fenomeno è costante, ed è per questo che, in simili reati, evvi la presunzione di maggiore imputabilità e temibilità del reo; supponendosi che nel medesimo siavi un fondo di perversità degenerativa, non domabile sì facilmente, riferendosi ad attitudini antropologiche eccezionali.Se non che, io dico, che una seconda causa concorre a produrre il fenomeno, e si riferisce al mutamento di stato organico dell’individuo, in periodi di tempo. L’illusione della piena libertà di arbitrio ci persuade che sempre ed ovunque noi disponiamo di forza sufficiente per scegliere e seguire gli intenti delle nostre azioni. Ma la cosa è ben altrimenti. Molta parte del funzionamento cerebrale ci riesce ignota e misteriosa; argomento, per molti, di ricorrere all’ipotesi dicerebrazione incosciente. Certo è che lo sforzo a sovvenirci di alcuna idea, di ristabilire la trama ideale tra centri similari mentali, di riprodurre le rappresentazioni di già avveratesi, spesso ci torna di impossibile esecuzione; e che, mentre meno ci pensavamo, improvvisamente le correnti, che sembravano spente, di pensieri e di sentimenti, si riattivano e producono effetti meravigliosi.Il citato Henle molto opportunamente, osserva, che la volontà non è assoluta, ma dipende dallo stato d’animo e dal particolare sviluppo della materia pensante. «Quanto i pensieri appaiano arbitrarî, lo attesta anche l’Apostolo allorchè dice che essi reciprocamente si accusano e si scusano. «Essi vengono quando vogliono» lamenta Rousseau, «e non quando voglio io»; e Lichtenberg caratterizza in modo energico la sensazione per cui noi assistiamo quasi come spettatori allo svolgersi del processo dialettico nel nostro intimo, affermando che non si dovrebbe dire «io penso», ma «pensa», come si direbbe «lampeggia». E Goethe esprime la stessa idea, con quella forma vivace che gli è propria: «Il male è che ogni pensiero non aiuta a pensare; dobbiamo essere retti per natura, cosicchè le idee felici si presentino dinanzi a noicome libere figlie di Dio e ci dicano: Eccoci qua!» Goethe c’insegna, inoltre, cosa avvenga nel laboratorio intimo del poeta, con queste parole colle quali egli nella dedica del Faust evoca le fugaci immagini della sua fantasia:«Cingetemi di voi, spettri diletti,Come da nebbia o da vapor suoi farsi»[82].Non trascuriamo di aggiungere che, all’alternarsi di idee, di pensieri e di voleri, in molta parte dobbiam far capo alle opinioni individuali. Allorchè le credenze inspirate da’ sentimenti e dalle passioni sono combinate in sistema su d’un obbietto determinato, o religioso, o politico, o artistico, esse costituiscono le opinioni (Despine). Le quali, nè è difficile sperimentarlo, informano di sè tutta la vita psichica; formano il fondo permanente donde si diramano le correnti di energie direttive del lavoro cerebrale; forniscono il materiale di riserva ai deficienti processi mentali.12.—L’ultima specie dinamica del volere ricorre negli attialternantiointermittentidi azioni impulsive di motivi sopraggiunti. La relatività temporale e spaziale del contenuto attivo del pensiero alcuna volta apparisce in momenti così staccati e per sì differenti impulsioni, che la nostra attenzione può fissarne la separata entità dinamica. Volontà deboli, caratteri incerti sono alla discrezione di moventi alternanti, e, talora, tra loro discrepanti; di guisa che, in definitiva, è assai incerto stabilire quando la decisione criminosa ebbe luogo, quale ne sia stato il motivoefficiente. Prima che si generi lapersuasione, ossia prima che gli atti mentali si equilibrino e si muovano attorno ad un centro fisso di gravità, si è a discrezione di attività sentimentali od ideali con differenti movimenti suggestivi distaccati: l’ultimo impulso fissa la direzione associativa ed emotiva e decide l’idea dell’azione.Il fenomeno qui descritto venne intuito in modo sorprendente dall’Alfieri nell’Agamennone. Egisto, l’uomo dalla premeditata e feroce vendetta, arriva ad assoggettare ai suoi voleri Clitennestra, la quale, resa vittima di morbosa passione,dovea servirgli di strumento per sfogare sui discendenti di Atrèo l’odio ereditato dal padre Tieste. La infelice donna sa che il marito Agamennone è di ritorno in Argo dopo i trionfi della distrutta Troia, e teme di per sè e dell’amante costretto ad allontanarsi, esulando dalla reggia ov’egli era dimorato colla speranza che, morto il re in battaglia, ne potesse usurpare il trono. Clitennestra, agitata tra timori e speranze, sente di non potere staccarsi dall’uomo fatale che ne avea conquistato il cuore: ella chiede un sol giorno per escogitare un rimedio, ma invano la sua mente si dibatte, che tutto concorreva a persuaderla dover Egisto allontanarsi di Argo, se a maggiori sventure ambidue non avessero voluto andare incontro. Il periodo di incertezza, di ansia dolorosa dell’animo di lei è riprodotto dal poeta con esatto rilievo: sotto il dominio suggestivo della passione, ella è chiusa, cogitabonda; dinanzi al marito non sa trovare il verso di dissimulare l’interno stato, di simulare un tratto solo dell’antico affetto che a lui la legava; dinanzi ad Elettra, sua figlia, non sa far altro che scusare Egisto, e, se con qualche affettuoso ricordo è richiamata alla spaventevole realtà del presente, esplode in atti di veemenza e dice:SolaCol pensier miei, colla funesta fiamma,Che mi divora, lasciami—L’impongo[83].È profondamente artistico, e troppo verisimile, il modo onde Egisto insinua nella mente della donna il reo proposito di uccidere il marito: si mediti la scena prima del quarto atto; la drammaticità passionale, la sentimentalità persuasiva criminosa attingono il colmo di colorito e di efficacia intensiva. Egisto dapprima accenna, poi si ritrae dissimulando; Clitennestra dapprima non intende e vuole essere illuminata, poi intuisce il reo pensiero e, sorpresa, esclama:Or t’intendo—Oh qualeLampo feral di orribil luco a un trattoLa ottusa mente a me rischiara! oh qualeBollor mi sento entro ogni vena!—Intendo:Crudo rimedio,... e sol rimedio..., è il sangueDi Atride[84].Eppure, ella resta scossa sì ma titubante; la passione amorosa era insufficiente a deciderla di eseguire l’orrendo maleficio. La sua volontà versa in quello stato di tentennamento che è proprio dell’equilibrio instabile per manco di poteri attrattivi predominanti di qualche idea o sentimento in giuoco. Ma Egisto se ne avvede ed aggiunge esca al fuoco, forza alla spinta: confessa alla donna, dissimulandone accortamente il mendacio, che Agamennone sia preso d’amore per Cassandra, la bella fanciulla da lui condotta schiava da Troia. La misura è colma; Clitennestra esclama: «Che ascolto!». Egisto insiste:Aspetta intantoChe, di te stanco, egli con lei dividaRegno e talamo; aspetta, che a’ tuoi danniL’onta si aggiunga; e sola omai, tu sola,Non ti sdegnar di ciò, che a sdegno muoveArgo tutta.L’effetto è immediato: Clitennestra più non tentenna; ella dice: «Atride pera!».—Egisto:Or come?Di qual mano?Clit.:————————Di questa, in questa notte,Entro a quel letto, ch’ei divider speraCon l’abborrita schiava[85].Ma, non ostante la presa decisione, trascorse poche ore, la donna non ha più la forza di tradurre in atto il reo proposito: col pugnale tra mano, sulla soglia della stanza ove dorme Agamennone, ella si arresta. La sua mente vacilla; onde di pensieri, di ricordi, di rimorsi, si accavallano, ribollono, la turbano, la travolgono: dal fondo di quell’anima passionata già veniva su la idea di arretrarsi, e forse, perla fusione di concomitanti motivi, la controspinta avrebbe trionfato: ma Egisto appare, e la misera dice a sè stessa: «Io sono perduta, oimè!».—Si ridesta la interna lotta per nuovi coefficienti suggeriti, accumulati dal reo eccitatore: la vista del ferro, a lei offerto dall’uomo che le ricorda il sangue sparso della propria figlia, Ifigenia, da Agamennone, la riaccende; la volontà omicida esplode e l’azione precipita. Clitennestra penetra nella stanza del marito e lo trafigge!...Quanta verità di naturale riproduzione di cose: quale visione reale di stati di animo sì fugaci e per ciò sì difficili ad esser compresi!...
CAPO IX.La dinamica della psiche criminosa.1. Efficacia genetica del motivo.—2. La psicologia delleidee-forze; stadî integrativi di coscienza percorsi dal motivo.—3. Stadio di discernimento del motivo.—4. Stadio di rappresentazione piacevole o dolorosa; conseguenze, dei due descritti stadî, nella vita psichica del delinquente; le manifestazioni istintive; meccanismo dell’attenzione criminosa.—5. La dottrina della conoscenza ed il problema del contenuto dinamico del pensiero; l’unità di legge nella natura, nel pensiero, nella storia; come agisca l’energia criminosa nell’atteggiare diversamente la psiche.—6. Influenza della immaginazione o della fantasia nel processo psichico del delinquente,—7. Analisi, della detta influenza, specialmente nel delinquente epilettico ed in quello affettivo.—8. La legge dirassomiglianzae la legge dicontiguità nel tempo e nello spazio, e la dinamica della psiche criminosa.—9. La dinamica psichica del delinquente negli atti del volere.—10. Lo stato di ansia conseguenza della polarizzazione della volontà criminosa; psicologia dell’emozione della paura; differenza tra l’atto spontaneo ed il volontario.—11. Le oscillazioni del volere ed il relativo processo meccanico-cerebrale.—12. Gli attialternantiointermittentidi azioni di motivi sopraggiunti; esempio dell’Alfieri nell’Agamennone.1.—Il motivo, com’è stato da noi concepito, è il dato mentale o primordiale della vita psichica. Esso, tuttochè si apprenda isolatamente, non resta staccato dalla serie degli atti precedenti di coscienza; ma si fonde e si integra coi medesimi. «Nel cosmo mentale di un individuo—scrive l’Ardigò—i dati cogitativi emergono e stanno come emergono e stanno le cose nel cosmo materiale universo. Qui per una data pianta, ad esempio, si deve pensare, che il seme, onde è nata, è il compendio di una serie infinita di azioni esercitate dall’ambiente a ridurlo alla sua specie; e si deve pensare, che lo sviluppo del seme stesso esige l’azione su di esso del terreno, dell’acqua, dell’aria, del calore, della luce, che operano in quanto il potere loro è determinato dall’insiemedi tutte le esistenze; e si deve pensare, che lo stesso è da dirsi per la continuità della esistenza come individuo vegetante, il quale, come tale, si risente di quanto avviene nell’ambiente più distante, fino a quello infinitamente lontano. E allo stesso modo è un pensiero nel cosmo mentale. Nascendovi, concorrono tanto o quanto tutti gli altri a farlo emergere come emerge; standovi, non vi sta isolato, ma coll’accompagnamento, anzi col sostegno, per quello che apparisce che sia, di tutta la psichicità già preparata»[65].A parte la quistione se le rappresentazioni sieno di origine primitiva o derivata nella dinamica della psiche, certa cosa è che i fenomeni mentali sono in sè stessiappetizioni, le quali, contrariate o favorite, si accompagnano a sensazioni dolorose o piacevoli; in conseguenza, essi sono delleazioniereazioni(Fouillée).Allorchè noi parliamo di motivo, dobbiamo estenderne la efficacia dinamica a tutta la serie degli atti psichici, la totalità dei quali, in forma permanente o transitoria, s’incentra nelle qualità psicofisiche organiche fondamentali, ereditate od acquisite, dell’individuo.È grande illusione di considerare, nel prodotto psichico del delitto, i coefficienti dinamici in modo separato e formanti, ciascuno di per sè, il contenuto logico dell’azione; donde l’erroneo sistema di ricorrere senz’altro a questo o quel movente, o fattore, morale, etnico, sociale ed economico, per spiegare il perchè del delitto.Il motivo è energia, è attività, è azione: dalla sensazione, percezione o rappresentazione fino al volere non vi sono che stadî di trasformazione e di integrazione della energia iniziale; è perciò che il motivo da efficiente finisce col convertirsi in finale. La psicologia delle idee-forze svolta dal Fouillée credo che abbia l’identico fondamento dei concetti qui enunciati: per essa gli stati mentali debbono avere efficacia interna ed indivisibilmente esterna in ragione della unità del fisico e del morale. Il principio donde parte la psicologia delle idee-forze è il seguente, che stabilisce l’unitàdi composizione mentale: «Ogni fatto di coscienza è costituito per un processo di tre termini inseparabili: 1oun discernimento qualunque, il quale fa sì che l’essere senta il suo cambiamento di stato, ed è così il germe della sensazione e della intelligenza; 2ounbenessereomalesserequalunque, per quanto sordo che vogliasi, ma che fa sì che l’essere non siaindifferenteal suo cambiamento; 3ounareazionequalunque, la quale è il germe della preferenza e della scelta, cioè a dire dell’appetizione. Quando questo processo indivisibilmente sensitivo, emotivo e appetitivo, arriva a riflettersi su sè stesso e a costituire unaformadistinta della coscienza, noi l’appelliamo, in senso cartesiano o spinoziano, unaidea, cioè a dire undiscernimentoinseparabile d’unapreferenza»[66].Il motivo, qualunque forma psichica prenda, o di sentimento o di idea, deve percorrere i seguenti stadî integrativi di coscienza: 1ostadio,discernimentod’un cambiamento avvenuto; 2ostadio,rappresentazionepiacevole o dolorosa del cambiamento; 3ostadio,discriminazionedel perchè del cambiamento; 4ostadio,fusionecoi precedenti stati emotivi od ideativi, con analoga eliminazione degli stati antagonisti; 5ostadio,unificazionequalitativa della energia specifica criminosa; 6ostadio,unificazionequantitativa dell’attività iniziale dell’azione.2.—Giustamente osserva Fouillée, che il discernimento di cambiamento di stato sia il germe della sensazione e della intelligenza. La cenestesi, o sensibilità generale, non si specificherebbe, in qualunque prodotto sensitivo, se non ci fosse accordato il potere di concepire questo effetto isolatamente dagli altri, di discernerlo e di fissarlo nel campo del pensiero. Dal punto di vista dell’intelligenza, aggiunge Fouillée, il discernimento può essere implicito, quando un solo termine è presente allo spirito, senza comparazione con altro. Ma la facoltà di discernere non si sviluppa che con la scelta: se noi abbiamo coscienza delledifferenze, principalmente sensitive, è perchè queste differenze sensitive trascinanodelle differenze reattive. «Si può anche andar più lontano e dire, che ogni discernimento contiene già una scelta pratica rudimentale, che ogni determinazione intellettuale è nello stesso tempo una determinazione dell’attività, sopratutto nei sensi primordiali, i quali sono per essenza vitali, e dove la reazione è inseparabile dalla sensazione. Discernere il piacere di mangiare ed il dolore della fame è indivisibilmente preferire l’uno all’altra. I discernimenti in apparenza indifferenti sono un risultato ulteriore; anche in questo caso l’adesione, che noi accordiamo a ciò che ci apparisce tale o tale, è ancora una preferenza intellettuale, una determinazione in un senso piuttosto che in un altro, ciò che, ben inteso, non implica alcun libero arbitrio»[67].L’unità indissolubile delpensaree dell’agireè la legge psicologica di importanza capitale riassunta nella espressione diidea-forza.In cotesto primo stadio, di discernimento del motivo o di energia cosciente nel cambiamento dei precedenti stati di coscienza, ha molta importanza lainerzia psichica. Ciascuno, in fatti, si accorge dello sforzo adoperato ogni qualvolta la coscienza debba modificare il suo stato totale o parziale: la causa è nella forza di resistenza delle energie organizzate, massimamente per la fusione con gli elementi statici dei residui psichici del passato. L’inerzia, però, della psiche dev’essere intesa non in senso assoluto, ma in relazione al movimento già stabilito con dato ritmo; mentre il cambiamento, sostituendo novello ritmo, mette in giuoco attività che prima o restavano tuttavia in istato latente, ovvero non erano discernibili alla coscienza.Il lettore si sarà accorto che, trattando della dinamica della psiche criminosa, noi completiamo quanto scrivemmo intorno alla dinamica dei motivi. Allora vedemmo la efficaciaisolatadel motivo, ora ne esaminiamo l’azione complessa, nell’insieme di tutti gli stati psichici costituiti ed unificati organicamente.3.—Lo stadio di rappresentazione psichica integrativa della energia criminosa, messa in giuoco dal motivo, è contrassegnato da stato piacevole o doloroso; di che abbiamo esaurientemente discorso trattando della genesi evolutiva e dissolutiva delle emozioni o della vita affettiva.La legge di composizione e decomposizione della vita fisica, per l’alternarsi continuo di fenomeni di riparazione e di consumo, vale ancora per la vita dello spirito, dove la funzionalità cosciente si polarizza o in sensazione piacevole o in sensazione dolorosa. È da questo momento che l’attività cogitativa, servendosi dell’appercezione, afferma la propria esistenza di forza autonoma o differenziata e l’io personale comincia a costruirsi con materiali consistenti. Il mondo ambiente non è più visto al di fuori, ma si soggettivizza e le energie, che ci partecipa, prendono il posto, che meritano, negli atti successivi o coesistenti interni. L’io, in quanto afferma il novello stato rappresentativo, afferma se stesso, e pone la base d’una realtà soggettiva, che ha il corrispettivo dinamico nel prodotto di attività psichica risultata dalla somma delle energie precedenti fuse con la energia del motivo. Essendo così, la ragione dell’affermazione della rappresentazione non deve attingersi in altro principio che in quello di necessità di effettuarsi. «Per cui—scrive Ardigò—colle diverse forme della rappresentazione si hanno pure diverse forme dell’affermazione. E cioè, affermazione del dato puro della sensazione nella psiche iniziale o del dato integrale nella psiche adulta; del dato di coesistenti o del dato di successivi; del dato intuitivo o del dato discorsivo; del me o del non me; del sentito o del percepito o del ricordato o del riconosciuto; del singolo o del concreto o dell’astratto; del reale o dell’ideale; dell’a priorio dell’a posteriori; del relativo o dell’assoluto; del necessario o dell’esistente o del possibile»[68].4.—I due primi stadî integrativi, di cambiamento di stato e di rappresentazione con funzionalità piacevole o dolorosa, portano, nella vita psichica del delinquente, o un’alterazionenelle manifestazioni istintive, ovvero il processo di attenzione più o meno intenso e duraturo. Il Despine bene osserva «che, quantunque l’organismo presieda alla natura delle facoltà istintive, nel senso che noi non possediamo se non quelle di cui esso permette la manifestazione, e che queste facoltà cangiano di natura a misura che i nostri organi subiscono profonde modificazioni o impressioni passeggiere, c’inganneremmo molto se attribuissimo tutti i cambiamenti, che hanno luogo nelle manifestazioni morali, a delle cause fisiche, a delle modificazioni o a delle impressioni organiche. Si operano cambiamenti considerevoli nel carattere, sotto l’influenza di cause le quali eccitano vivamente certi sentimenti rimasti latenti, e la cui attività sostituisce quella di altri sentimenti che avevano predominio fino ad allora nell’individuo»[69].—Lo stadio di cambiamento, dunque, nella psiche del delinquente, riducesi al destarsi di attività istintive latenti con immediata formazione di tendenza verso l’azione.Non si saprebbe comprendere come mai il criminale nato, a cui la sensibilità morale fa completamente difetto, trovi in sè le risorse di una potenzialità di tanta attività da meravigliare. «Se l’individuo moralmente insensibile—scrive Despine—la perversità del quale non è affatto attiva, si trova in condizioni che gli permettono di soddisfare i suoi gusti con fortuna, ed alcuna causa non interviene ad eccitare vivamente in lui dei desideri perversi, la sua insensibilità morale non si manifesterà punto, non avendone l’occasione. Questo uomo, tuttochè moralmente insensibile, non essendo trasportato al male, si comporterà in maniera da non meritare biasimo. Tutte le cause che eccitano nelle popolazioni le passioni perverse, cagionano, presso un certo numero di individui, la manifestazione di loro insensibilità, rimasta latente per manco di una causa che abbia eccitato prima in essi dei desideri perversi, criminali»[70]. Il che può essere eziandio l’effetto momentaneo della influenza di violenta passionela quale, se imperiosamente lo richiede, è causa per cui qualcuno sia spinto a commettere un misfatto proprio allo stesso modo di chi sia in permanenza privo di senso morale. Ma, tostochè cessa lo stato passionale, ed accade in generale molto prontamente dopo l’atto compiuto, il senso morale si fa sentir di nuovo e, vivamente compunto, da luogo al rimorso[71].Per legge fondamentale dinamica evvi, dunque, gran differenza tra l’attività psichica iniziale del delinquente nato e quella del delinquente per passione; nel primo è la energia latente istintiva, che si mette in giuoco, nel secondo il cambiamento è l’effetto transitorio di eccitamento passionale.Il criminale che uccide per uccidere, che ruba per soddisfare piuttosto al potere imperioso istintivo e non al desiderio di procacciarsi dei mezzi necessarî ai bisogni; che incendia, distrugge sotto l’azione di impulsioni irresistibili, non trova affatto nel compimento delle sue opere il corrispettivo di piacere o di dolore. Tanto è vero che, molte volte, non ne serba ricordo; pare che abbia agito in istato d’incoscienza. Il contrario interviene pel delinquente di occasione, gli atti del quale sono l’effetto transitorio di momentanea sospensione della vita affettiva altruista; forse potrà in esso appalesarsi la più grande ferocia, ma, tornata la calma, l’animo riacquista il perduto equilibrio sentimentale ed il malfatto è causa di rimpianto.Non essendo la vita affettiva in giuoco, o per la qualità dello stimolo o per la natura del soggetto passivo, bensì la vita cogitativa, il cambiamento di stato è rappresentato dall’atto col quale la mente prende possesso in forma limpida e vivace di uno fra tanti oggetti o fra diverse correnti di pensieri che si presentano come simultaneamente possibili (James). In simile atto, di spontanea o volontaria attenzione, la finalità è di localizzare la coscienza concentrandone la peculiare energia, e ciò vuoi pel maggiore interessamento che alcun elemento sperimentale ha per noi, vuoi perchè ne siamo sollecitati dalla impulsione inerente ad ogni cambiamentoavvenga nel dominio dello spirito. L’analogia riscontrata dal Wundt[72]tra l’attenzione, rispetto alla coscienza, e la fissazione rispetto alla retina dell’occhio, sembrami molto esatta. L’attenzione è sforzoselettivo; è processo di arresto ed è funzionamento diretto del potere inibitorio.Fissandosi la rappresentazione sulla linea degli assi visuali della mente, si prospetta con più chiarezza e distinzione. Ma, si è detto che tutto ciò non è che effetto diinteressamentoe diimpulsioneemotiva; la qual cosa ci richiama al punto vero della indagine, il punto in cui la dinamica del motivo si converte in dinamica rappresentativa e cogitativa pel delinquente.L’attenzione è sollecitata a concentrarsi, sul novello stato interno, dall’appetizione di qualche cosa di cui si sente il difetto o la mancanza: quest’appetizione già di per sè equivaleva ad un movimento vago ed indeterminato con tendenza a determinarsi. E poichè, per legge meccanica, il movimento cominciato nell’organismo si continua, si propaga e si traduce in atto, basta che vi si offra l’incentivo perchè l’appetizione prenda consistenza e si idealizzi, non solo, ma partecipi la energia alla rappresentazione presente alla mente in contrapposizione della cosa di cui si abbia difetto o mancanza, e ci spinga ad opere di estrinsecazioni necessarie a renderci soddisfatti. La scaturigine del movimento della appetizione è nel ricordo di atti e di godimenti reali o possibili, che si provarono pel possesso della cosa in difetto o mancante, o che si ha speranza di provare in conformità della esperienza fatta su altri: indi ne risulta la verità del principio Spenceriano, che la tendenza a produrre un atto non è altro che l’eccitazione nascente dagli stati psichici implicati in quest’atto. In altri termini, la idea d’un movimento è questo movimento cominciato e, per conseguenza, l’idea intensa ed esclusiva d’un movimento trascina il movimento reale (Fouillée). Un ladro, ad esempio, si decide a commettere un dato furto: il fondamento dinamico di questoatto psichico implica parecchi dati: 1oche si senta il bisogno di qualche cosa di cui si abbia difetto o mancanza; 2oche questa qualche cosa sia proprio presente alla mente; 3oche la rappresentazione avutane abbia prodotto un cambiamento nello stato di coscienza; 4oche insieme al bisogno sia nato il desiderio della cosa e l’animo versi nello stato di agitazione o movimento, sollecitato, più o meno, dalla intensità del bisogno; 5oche la idea di aver posseduta la cosa e volerla ripossedere, ovvero la speranza di possederla, eserciti azione stimolatrice acciò il movimento interno indeterminato si determini e la impulsione del bisogno si trasformi in energia attrattiva dell’intento perseguibile. Veggasi, quindi, che l’opera dell’attenzione a fissare, nel campo della coscienza, qualche corrente di pensiero, o ad arrestarne l’apparizione, per risentirne la efficacia dinamica, deve riferirsi alla legge di unità continuativa dei processi psichici; nel senso che l’insorgenza di qualche stato di coscienza, obbietto dell’attenzione, si connetta alla esistenza di precedenti stati. La fatta osservazione ha la riprova eziandio nelle singole impulsioni di delinquenti nati, pazzi od epilettici che siano.Che è mai la manìa omicida se non la impulsione irresistibile ad estinguere la vita dei simili? Ebbene, anche in ciò non si constaterebbe la tendenza a sparger sangue, se non se ne sentisse il bisogno, e se in precedenza non si fosse creato nell’animo quello stato di agitazione, di commozione, di cui l’ultimo termine è il delitto. La differenza, anche qui, tra il delinquente nato ed il delinquente d’occasione risiede nel dato psichico; che pel primo il movimento psichico iniziale è originato da costituzione organica, è istintivo, e l’attenzionenon fa chepassivamenterisentirne l’eco con risonanza stridente; pel secondo l’attenzione è analoga ai precedenti stimoli ed alla energia del motivo che ha dato l’estremo impulso all’azione.5.—Trattando della dinamica dei motivi e delle norme generali della nostra disciplina, parlammo del terzo e del quarto stadio percorsi dal motivo: qualche cosa sentiamo di dover aggiungere sul quinto e sesto stadio, vale a dire intorno alla unificazione qualitativa della energia specifica criminosa, ed alla unificazione quantitativa dell’attività iniziale dell’azione.Premettiamo, che la dottrina della conoscenza sembra che abbia risoluto, con probabile competenza, il problema dell’originedel contenuto dinamico del pensiero, nonchè delle forme graduali in cui successivamente si va esplicando. Il funzionamento cerebrale presuppone il funzionamento fisiologico dell’organismo, ed il funzionamento fisico il mondo ambiente. La sfera dell’attività psichica è l’ultimo modo di essere dell’attività fisica della natura e dell’attività biologica; il pensiero, dunque, in quanto si organizza, è la formazione naturale più alta nella scala delle sottostanti formazioni puramente inorganiche ed organiche. Il cervello non è solo l’organo di risonanza delle note armoniche, onde la natura afferma la sua esistenza e la evoluzione ritmica dei fenomeni; nè è lo specchio che riflette, semplicemente, in vane immagini il mondo esterno; ma è l’organo d’una manifestazione reale delle energie della natura, è l’estremo limite in cui si polarizza la vita nella immanenza di movimento conservato con equivalenza.Tutto ciò fu formolato dal nostro Bovio nel principio di unità di legge nella natura, nel pensiero, nella storia: il pensiero è la natura che si conosce, la storia è il pensiero che si muove. Il che torna a dire, che la legge di reciprocità è sempre la medesima necessità, che nella natura esteriore opera come gravitazione universale, a cui la natura obbedisce e non sa; nel cervello opera come gravitazione ideale a cui il cervello obbedisce, la intuisce, la insegue, e cerca tramutarla in sistema; nella storia opera come gravitazione di tempi, a cui la storia obbedisce e cerca tramutarla in codici, tirando dal passato i documenti per l’avvenire[73].La evoluzione è conservazione di energia con parallela continuità di moto: dunque, passando le attività dal mondo esterno all’interno, tramutandosi da attività fisiche in cerebrali, assommando il pensiero i coefficienti dinamici dei motivi, la coscienza, col cambiar di stato, cambia il funzionamento degli atti che ne conseguono, sia qualitativamente che quantitativamente. La qualità non attiene alla essenza o permanenza di identità personale, ma ai modi onde la energia specifica passa di prodotto in prodotto psichico, di meccanismoin meccanismo dell’io, di formazione in formazione, dalla rappresentazione ed appercezione all’attenzione, alla riflessione ed al volere.L’io senziente, intelligente, attivo son tre fasi dell’identica energia vivente, ma tre fasi che si differenziano sì da non permettere che l’una si scambi nell’altra, se non perchè tutt’e tre sono dipendenti dall’unica ed identica sorgente di energia personale: alla stessa guisa che l’organismo, nel tempo, non resta identico a sè stesso meno che per la conservazione equivalente della energia individuale, la psiche; permutando fisonomia e contenuto, non conserva la identità se non nella sua natura differenziata rispetto ad altri individui della medesima specie.Si conclude, che la energia criminosa, atteggiando diversamente la psiche, imprime la propria caratteristica e grado di attività alle facoltà messe in moto, il sentimento, la intelligenza, la volontà.Anche in natura le forze, in correlazione, si trasformano qualitativamente e quantitativamente: «in ogni cambiamento la forza subisce una metamorfosi; e a seconda delle forme che essa assume può risultarne o la ripetizione delle condizioni precedenti, o condizioni nuove in un numero infinito di ordini e combinazioni. Inoltre si vede nettamente che le forze fisiche, non solo presentano tra di loro delle correlazioni qualitative, ma anche quantitative. Dopo aver provato che un modo di forza può trasformarsi in un altro, le esperienze mostrano ancora che da una definita quantità di forza nascono sempre definite quantità di un’altra»[74].Indi è che l’evento psichico del delitto, effettuatosi nell’azione, esaurisce, individualmente preso, la totalità della energia che lo informa: quel che resta è la conseguenza obbiettiva, fatto imputabile, e qualche traccia di attitudine meglio rafforzatasi per la futura ripetizione dell’atto. Dunque, a che varranno le indagini meramente antropologiche e psichiatriche, non che le norme aprioristiche giuridiche sul giudizio che il magistrato dovrà emettere intorno alla imputabilitàsoggettiva del fatto incriminato? Tutte coteste indagini e norme si limitano all’ufficio di prove dell’evento psichico criminoso: alla sola psicologia criminale è riservato il debito di sintetizzare i dati psicofisici del delinquente e di unificarli in un giudizio definitivo, tenuto conto di tutti i coefficienti dinamici che precedettero ed accompagnarono la perpetrazione del maleficio.6.—Avvenuta la rappresentazione del motivo, ed avvertito il cambiamento di coscienza seguitone; fusi ed unificati in un solo processo gli elementi dinamici similari della mentalità; eliminati gli elementi antagonisti, la dinamica ideativa ed affettiva è sussidiata dall’intervento della immaginazione o della fantasia. Nel mondo psichico del criminale questa potenza ha imperio assoluto: essa assoggetta, modifica, trasforma tutto ciò che incontra; dai più lontani orizzonti, di lusinghiere speranze, all’ambiente attuale di turbamento per l’azione soppravenuta di cause passionali, la immaginazione influisce nell’atteggiare e predisporre l’animo a sentire, a pensare, a volere in modo affatto proprio e secondo lo schema ed i fantasmi che ella gli appresta. Le rappresentazioni presenti si rafforzano, le passate si ridestano; le naturali inclinazioni acquistano un più facile avviamento di attività; la realtà obbiettiva delle cose a poco a poco si scolorisce, perde i contorni, è ricoverta dal velo diafano e denso dell’oblio; e, a séguito di processo astrattivo, la immagine ed il fantasma dell’intento logico, compresi nel contenuto statico del motivo, si prospettano alla mente ed esercitano azione immanente suggestiva. Tacciono i ricordi dei controstimoli; sulla superficie della coscienza si ristabilisce un’apparente calma; ma, sotto ad un cielo plumbeo ed attraversato da dense nubi, gli oggetti si confondono, e l’animo è aduggiato dal senso di ansia e di tristizia. Le immagini, i fantasmi si intensificano, si circondano del corteggio lusinghiero di appetiti insoddisfatti, di promettenti speranze; la visione periferica della coscienza si restringe, la centrale si acutizza; il fantasma, idealizzato, dapprima oscillante, finisce col fissarsi sulla linea degli assi visuali; l’occhio della mente n’è attratto, dominato, ossessionato. Le potenze inibitorie, le correnti intercerebrali, subiscono un periodo d’intermittenza;la memoria è lacunare. È cotesto lo stato più interessante della dinamica psichica criminosa; stato in cui la coscienza insensibilmente è travolta dal fondo e la meccanica cerebrale segue il ritmo di movimenti instabili, varianti, dissociati. La fantasia, malefica maliarda, con ghigno satanico innalza il suo trono sulla rovina delle più nobili aspirazioni, e consacra, nel cupo tempio dell’anima del criminale, la religione del delitto!7.—Chi, di tutto ciò, desideri la prova evidente, rivolga l’osservazione a quanto avviene nella psiche del delinquente epilettico.La immaginazione e la fantasia sono per l’epilettico la forza specifica della impulsività irresistibile. La emotività enorme (Krafft-Ebing); la straordinaria irritabilità morbosa (Schüle); la lesione delle affezioni (Despine); l’anestesia fisica e morale (Thompson); i facili accessi maniaci, fanno sì che l’epilettico sia davvero lo zimbello di morbosi fantasmi, che gli attraversano la mente e ne travolgono il ritmo ideativo ed affettivo. Il processo morboso ha principio con intensa e protratta preoccupazione, che è la caratteristica istintiva delcarattere epilettico: è l’ansioso desiderio di qualche cosa d’indeciso, di vago; è il bisogno di estrinsecare attività latenti di natura incompresa, della cui esistenza appena ci accorgiamo.Mancando il fondo di realtà al processo ideativo e la coordinazione associativa agli stati emotivi, la fantasia dell’epilettico giuoca una parte essenzialissima nella trama cerebrale. L’equilibrio di facoltà e di atti si mantiene oscillante; la mente, sorpresa, cerca un centro stabile di gravità; attratta dal fantasma, lo scambia con la realtà e lo insegue e vi si affida: ma, in un momento, perdesi del tutto l’equilibrio, la base ideale ed affettiva vacilla, l’abisso si apre repentinamente dinanzi. La stessa vittima se ne spaventa; al fremito passionale, alla scossa, che si diffonde in tutte le regioni dello spirito, risponde il gemito convulso di chi comprende a quale cieco fatale destino sia nato soggetto!La nota morale di anomalia del delinquente, e specie del delinquente epilettico, risiede proprio nel funzionamento fantastico della dinamica psichica. Il prodotto fittizio ed attrattivo del contenuto ideale ed affettivo risulta dal compenetrarsied assommarsi di discrepanti elementi frammentarî, i quali, non trovando posto stabile nella coscienza, o son passati nel fondo di riserva dell’inconscio, ovvero vagano nel vuoto oscuro della mente. Qualcuno di questi elementi, per l’affinità dinamica col novello motivo rappresentativo, insorge ed è attratto verso il centro visivo della coscienza: esso—chi il crederebbe?—molte volte si sviluppa, si svolge in forma così imponente da predominare l’ambiente con potere pieno ed assoluto. Le difficoltà, che di frequente si incontrano nell’indagare il perchè prossimo o remoto di azioni delittuose, sorgono dall’abitudine, tanto comune, di credere che la logica del delinquente sia la logica dell’uomo normale, e che la causa intima o psichica dell’azione debba esser sempre ricercata nel motivo che, in apparenza, è percepito il più sufficiente ed il più coerente con l’insieme logico del processo speciale mentale. E poichè con la prova dei fatti o vien meno la speranza di attingere il movente causativo in qualche circostanza o avvenimento, il quale abbia la sufficienza logica di erudirci circa la origine soggettiva del delitto; ovvero trascuriamo di accordare la debita importanza a dati processuali irrilevanti, si finisce o con erroneo giudizio sulla quantità morale del delitto o col credere che questo sia l’effetto di brutale malvagità!8.—Indugiandoci, chè ne vale la pena, sulla dinamica coordinatrice o di relazione delle immagini o dei fantasmi a cui, in gran parte, si connette la causalità criminosa, io credo che essa obbedisca alle due leggi essenziali del meccanismo dell’associazione, la legge di rassomiglianza e la legge di contiguità nel tempo e nello spazio. La tendenza di connessione, secondo Stuart Mill, tra idee che si richiamano, dopo che furono pensate insieme, è, sopra tutto, osservabile tra le immagini ed i ricordi fantastici della mentalità criminosa. Il contagio morale del delitto n’è l’esempio ordinario e più apparente.Le idee, i sentimenti, i giudizî, le rappresentazioni di fatti sensibili, di avvenimenti complessi, sono, bene spesso, i precedenti veri di azioni con le quali la rassomiglianza è equivalenza dinamica di energia causativa; il che può avvenire eziandio in modo incosciente.Talune persone, ad esempio, molto facilmente perdonerebbero una ingiuria; ma nel loro animo si sveglia il ricordo che altri, in simile contingenza, ricorse alla vendetta consumata in determinata guisa; si affaccia il presentimento della disistima, nella pubblica opinione, a cagione della diminuita dignità personale offesa, e così via discorrendo. Nella prima ipotesi, per seguire l’esempio, la efficacia del ricordo del caso simile si fonde con la efficacia operativa della ingiuria sofferta; l’azione delittuosa altrui si delinea innanzi alla mente con colori fantastici attrattivi e, poco a poco, i due elementi, quello dinamico attuale e quello di ricordo, si unificano ed organizzano in un solo evento psichico ed invadono e preoccupano intero il campo della coscienza. Anzi, evvi di più. La ingiuria subita, forse, di sua natura non avrebbe avuta forza impulsiva, perchè scusata dalla supposizione di un equivoco: ma lasuggestione motricedel ricordo è sì potente che, per illusione non guari difficile a verificarsi, noi scambiamo, nel prodotto fantastico, il valore dei due termini mentali e crediamo di sentirci sospinti, all’azione, dalla idea dell’offesa ricevuta, mentre non ci accorgiamo che questa passa in seconda linea nell’associazione, per contiguità di tempo, con la idea dell’avvenimento al quale siamo guidati dalla rassomiglianza dei due fatti presenti al pensiero.Nella seconda ipotesi, sopra riferita, la connessione fantastica è tra la idea attuale dell’ingiuria ed il sentimento doloroso in noi destato dal presentimento di diminuita dignità o reputazione. Il risultato psichico, derivatone, sarà composto dalla realtà rappresentativa della ingiuria in unione alla coefficienza di sentimentalità associata; ossia, mentre il contenuto sostanziale sarà l’idea della ingiuria, la fisonomia o colorito affettivo corrisponderà al sentimento doloroso inerente al presentimento di dignità personale diminuita di fronte alla pubblica stima.9.—La dinamica psichica del delinquente rendesi più complessa e più difficile negli atti del volere.Il Wundt vede, come noi, il fondamento degli atti del volere nei motivi, di cui egli distingue una parte rappresentativa ed una sentimentale, la prima delle quali è dettaragione determinantee la secondaforza impellente. Dalla combinazione di una varietà di motivi, cioè di rappresentazioni e sentimenti, i quali in un composto decorso di emozioni si presentano come quelli che sono decisivi per il compimento di un’azione, sta la condizione essenziale da un lato per losviluppodel volere, dall’altro per la distinzione dellesingole forme di atti volitivi[75].Generalmente, nei Codici penali, la responsabilità d’un delitto si fa risalire al fattore soggettivo deldolo, e questo si fa consistere in atti liberi del volere ora avvisato come sempliceintenzioneed ora comevolontarietàdell’effetto antigiuridico. Sceverando l’estremo grado evolutivo dell’attività psichica criminosa, cioè il volere, dalla serie dei gradi ond’è preceduto, e dando esclusivo rilievo all’evento psichico il più complesso, col trascurarne gli elementi rappresentativi ed intellettivi, si comprende la incertezza del dato giuridico il quale in pratica deve incontrare insuperabili difficoltà di applicazione.Chi non sa, in vero, in quale buio si versi allorchè, chiamati ad assodare la imputabilità penale d’un reato, ci sentiamo in dovere, anzitutto, di ricercare la esistenza o meno del dolo?La legge fa obbligo ai magistrati di enunciare nelle sentenze imotivisu cui fondano il loro convincimento; l’art. 45 Cod. pen., pone il cànone fondamentale, che nessuno possa essere punito per un delitto, se non abbiavolutoil fatto che lo costituisce: ma in che consiste laragionevolezzadei motivi, in che lavolontarietà del fatto, staccata dal complesso degli elementi psichici o stati di coscienza, dei quali è il delitto l’esponente ultimo? Dimandatelo al magistrato, ed egli, nelle sue sentenze, si aggirerà tra concetti e giudizî affatto arbitrarî e che, mentre pretendono di rispecchiare cànoni scientifici, sono il riverbero di impressioni fugaci, talvolta passionali, sulla natura dell’atto incriminato e della prova raccolta contro l’imputato. Io mi sono sforzato, in altri miei libri, di assegnare il valore logico al fattore soggettivo del reato così com’è formolatodal patrio legislatore; ma, debbo confessarlo, durante la lunga pratica professionale, ho dovuto, dolorosamente, constatare quale e quanta incertezza resti sempre nell’animo di tutti, giudici, avvocati e pubblico, per riguardo ai criterî di prova sufficiente a ritenere, in singoli reati, il concorso dell’elemento del dolo. Nè altrimenti dovea avvenire. L’opera del giudice non è l’opera dello scienziato; solo a quest’ultimo è affidato il còmpito di mettere in chiaro le norme regolatrici delle umane azioni, ed il modo di interpretarne il significato: voler convertire un codice in trattato di teorie e di cànoni dottrinarî è lo stesso che sottoporre l’alto ed indipendente ufficio del magistrato a restrizioni mentali arbitrarie e pericolosissime. Ed ecco, anche in ciò, la riprova del danno di sistemi aprioristici scientifici, e dell’errore di trascurare, nelle umane cognizioni, il principio logico fondamentale dellarelatività.Tornando in argomento, diciamo che il volere è atto complementare del processo psichico, appunto perchè, secondo James,i movimenti volontarî debbono essere funzioni secondarie, non primitive, del nostroorganismo. La prima conseguenza, che ne emerge, è di dover ritenere che la facoltà del volere si connetta alla esistenza di rappresentazioni e sentimenti, che formano il suo presupposto dinamico; e che, secondo Wundt, l’ipotesi di un atto di volere sorgente da considerazioni puramente intellettuali, di una decisione volitiva contraria alle tendenze che si esplicano nei sentimenti, ecc. racchiude in sè contraddizione psicologica. Essa si fonda sul concetto astratto di un volere trascendente, assolutamente diverso dai reali processi psichici di volere.«Nella fisiologia—scrive Fouillée—la dottrina della evoluzione esplica, a mezzo dello sviluppo d’un organo rudimentale e primitivo, la formazione d’un organo posteriore più completo; allo stesso modo, nella psicologia, tutti gli atti riflessi o istintivi, con la loro varietà attuale, debbono essere i derivati d’una sola impulsione essenziale e primitiva. Trasportate questa impulsione in tutte le cellule elementari d’un organismo, ella sarà il fondo psicologico di ciò che succede nei piccoli esseri viventi ond’è composto l’organismo totale. D’altra parte, le reazioni esteriori di queste cellule cadono, com’egliè inevitabile, sotto la legge del meccanismo. Per simile combinazione d’impulsioni psichiche semplici all’interno, di rapporti meccanici all’esterno, voi potrete esplicare i fenomeni più complessi e le adattazioni della volontà alle svariate circostanze»[76].La meccanica psicologica del cervello ci è nota. Ogni eccitazione periferica o intercerebrale è trasportata e risentita in analoghi centri; indi, mercè l’apparato efferente, si diffonde in operazioni riflesse. Il cervello è l’organo dell’attività, cosciente o incosciente, della psiche: noi abbiamo il senso di questaattivitàpiù specialmente all’apparire dell’atto volitivo. «Questo sentimento dell’attività è di natura spiccatamente eccitante e a seconda degli speciali motivi di volere è a vicenda accompagnato da elementi di piacere o di dispiacere, i quali, alla loro volta, nel corso dell’atto possono mutare e gli uni prendere il posto degli altri. Come sentimento totale, il sentimento di attività è un processo crescente e decrescente nel tempo, il quale si stende su tutto il corso dell’azione e col finire di questa passa nei sentimenti, molto varî, di soddisfazione, contentezza, delusione, ecc., come pure in sentimenti ed emozioni diversi, che sono legati alla speciale riuscita dell’azione»[77].La consapevolezza di possedere l’attività necessaria al delitto è il primo e fondamentale effetto immanente della energia criminosa. Non si può sentire la spinta al delitto, nè pensarlo nè volerlo, se non se ne possegga l’attitudine; se l’organismo, e per esso il cervello, non risentano l’azione specifica di forze esterne od interne trasformate e concorrenti a quell’evento esteriore dalla legge represso.Messasi in attività la energia criminosa, ella, diffondendosi riflessivamente, in primo luogo è causa di atti ditensione; la quale potenza di tendere è in ragione della intensità della eccitazione centrale, ed è soggetta alla dispersione della energia eccitatrice, non che all’aumento od alla diminuzione di equivalenti dinamici fisiologici. Le ipotesi verificabili sonosvariate, a seconda della natura intensiva dell’attività, dell’attitudine dell’apparato efferente, delle maggiori o minori difficoltà fisiopsichiche della funzionalità organica. È possibile, primamente, che dallo stadio iniziale emotivo all’azione non vi intervenga che trascurabile intervallo, quasi che l’atto esteriore fosse di natura automatica o riflessa. Il perchè del fenomeno si riconnette al problema formolato, nel seguente modo, da James: La semplice idea degli effetti sensibili di un movimento è uno stimolo motore sufficiente, o vi deve essere uno antecedente mentale addizionale, come unfiat, una decisione, un acconsentimento di un mandato imperativo, o qualche altro fenomeno analogo, perchè si possa avere il movimento? Ed egli risponde, che talvolta la semplice idea è sufficiente, ma tal’altra il movimento è proceduto da un elemento addizionale cosciente. Ogni qualvolta un movimento tien dietrosenza esitazione ed immediatamenteal pensiero di esso, noi abbiamo l’azione ideo-motrice[78].—Le azioni impulsivamente istantanee, effetti di impeti passionali, di scoppî di ira, di odio senza la previsione delle difficoltà e delle conseguenze, appartengono allo stadio attivo qui descritto. Tostochè evvi insorgenza di antagonismo tra le correnti intercerebrali, e le linee di movimenti efferenti o divergono o si elidono, la vivezza della psichicità si diminuisce; i poteri inibitori si riattivano, e gli atti del volere obbediscono a delle fasi tipiche, che giova ricordare.10.—Al senso ed alla consapevolezza di un’attività disponibile, accompagnata da tensione, tien subito dietro l’ansia impazientedi veder cessare il presente stato di incertezza e di dubbio, come anche di dar libero corso alla scarica delle energie reattive. La intensità e la specie di cotesta ansia sono analoghe alla specie ed alla intensità dell’affettività sentimentale del motivo. La volontà è tra due poli della vita psichica: tra la emotività, che attira ed assorbe tutte le risorse di equilibrio della coscienza, e l’idea motrice o suggestiva dell’intento dell’azione esteriore. Or, nei riguardi del delinquente, egli è d’uopo ricordare, che lo stato di ansia,qui accennato, si riconnette, molto di frequente, a due emozioni di cui dobbiamo tenere gran calcolo, la emozione dellapaurae la emozione dell’irao dellacollera.Il Lange, il Bain, il Ribot ed il Mosso ci hanno data la descrizione più accurata dei sintomi fisici e psichici della paura. Noi li riassumeremo seguendo segnatamente il Lange[79], che, se non andiamo errati, è sulla materia lo scrittore più autorevole. La paura è ligata alla tristezza: in ambedue evvi paralisi dell’apparato motore volontario e costrizione spasmodica dei vasi-motori; però, alla paura è da aggiungere una contrazione spasmodica di tutti i muscoli organici, ed un sentimento d’oppressione, con consecutivo sforzo centrifugo cerebrale o segni esterni somatici abbastanza pronunziati.Il Ribot nota, che la psicologia della paura comprende due momenti ben distinti da studiare. Il primo momento sembra rapportarsi a tendenze ereditarie che appariscono molto evidenti nell’età infantile dell’uomo. Al secondo momento appartiene la paura cosciente, ragionevole, posteriore alla esperienza. Essa ha per base la memoria, non intellettuale, ma affettiva; onde si è accessibile al timore nella misura in cui la rappresentazione del male futuro è intensa, cioè a dire affettiva e non intellettuale, sentita e non concepita. Presso molti l’assenza di paura non è che un’assenza di immaginazione[80].Circa la emozione della collera ci basti, per ora, notare, col Ribot, che ella ha origine dall’istinto di conservazione individuale, sotto la forma offensiva; e che, secondo Bain, può definirsi: una impulsione cosciente che spinge ad infliggere una sofferenza ed a trarre da ciò un piacere positivo.La emozione della paura, deprimendo l’energia reattiva ed abbassando il livello cosciente dell’io, fa risentire più a lungo il senso di ansia della irrisolutezza e del dubbio. Assorbita la mente a misurare la probabilità e l’importanza del pericolo presente o futuro; oppresso l’animo dal sentimentovago e doloroso d’un male o danno che è per coglierci; turbata la mente da improvvise rappresentazioni le quali sfuggono al controllo dell’attenzione e della riflessione, il giudizio che ci formiamo del nostro stato è d’imperiosa necessità ad agire in qualsiasi senso, preoccupati dalla sola idea che forse non riusciremo ad allontanare da noi l’imminente pericolo che ci sovrasta. Al primo periodo di depressione succede un secondo periodo di turbamento misto a sentimento d’odio e d’ira per colui che è causa della minaccia; l’equilibrio mentale si ristabilisce in parte, e noi ci accorgiamo di sentirci autorizzati ad usare di tutta la nostra energia per respingere il pericolo, anche a costo di violare la integrità fisica o morale altrui. A questo secondo momento l’emozione della paura ha molta somiglianza con l’emozione della collera: tutt’e due divengono impulsive, con la differenza che la paura è tenuta in certi confini dal calcolo del pericolo minacciato, e la collera, invadendo l’intero campo della coscienza, travolge tempestosamente qualunque sforzo di inibizione e precipita l’azione. In ciò ha grande influenza il carattere risoluto o irresoluto dell’individuo: l’impulso a persistere nella presa risoluzione è, al dir di James, un’altra componente costante nella rete delle motivazioni.La rapida ed istantanea impulsività degli atti emotivi dell’ira, dell’odio, della tensione risolventesi in energia reattiva, è generalmente qualificata perspontaneaed irresistibile; mentre ritiensi perdeliberataqualunque propensione in cui avvi minor grado di sentimentalità passionale. Nella forma volitiva della deliberazione si fa intervenire con maggior potere la libertà di scelta e di azione; credesi che la spontaneità equivalga ad assenza di sforzo di tensione, e che negli atti deliberati noi godessimo lapienezzadi forza disponibile, non che a discernere tra motivo e motivo, a risolverci per l’un verso e non per l’altro.È questa un’illusione molto facilmente dimostrabile per l’analisi del momento genetico della spontaneità degli atti. È illusione pari all’altra di supporre che nella psiche possa esservi uno stato di inerzia assoluta o di assoluto equilibrio stabile. Queste differenze, che appartengono, per linguaggio usuale, alla qualità di stati interni, non sono, infondo, che differenze di quantità; ed è perciò, che, secondo l’Ardigò, spontaneo si dice quando lo sforzo del centro in tensione è minimo, e quindi non ne è avvertibile il senso; volontario, quando lo sforzo è grande, prolungato e a riprese, e quindi è distintamente rilevabile il senso di esso. Nella deliberazione la volontarietà dello sforzo è accompagnata da più risentita psichicità mentale; per cui, tra l’antagonismo dei controstimoli, si riattiva un ritmo ideativo più costante e la selezione inibitoria riesce ad allontanare le difficoltà apparse sulla linea della corrente cerebrale predominante.11.—L’ultima conclusione, a cui siamo pervenuti, ci ricorda la esatta osservazione del Wundt, che le emozioni, dalle quali sono introdotti i processi di volere, sempre più decrescono in intensità a causa dell’azione contraria di sentimenti diversi e inibentisi a vicenda, così che alla fine i processi di volere possono nascere da un decorso sentimentale apparentemente tutt’affatto libero di emozioni: di fatto, però, non si ha mai una mancanza assoluta d’emozione.Intanto, succede che la indecisione si protrae, anche se i motivi contrarî siensi affievoliti, ed il volere non sa prendere stabile direzione, non perchè gli manchi la spinta, ma perchè l’azione attrattiva dell’intento non si fa sentire abbastanza. Quante volte il pensiero fluttua tra disparati ricordi ed opposti propositi, senza tregua incessanti ed opprimenti, nè si è in grado di appigliarsi a qualche divisamento pur di far cessare il doloroso stato di dubbio! Dopo ore, dopo giorni, dopo mesi, l’intervento di qualche motivo irrilevante, la cui accidentale insorgenza resta per noi innavvertita, dà l’ultimo tracollo alla bilancia e noi ci sentiamo senza ulteriore difficoltà trascinati all’opera. Come avviene tutto questo? La meccanica del cervello ci presta una ipotesi molto plausibile. Sappiamo che l’associazione delle rappresentazioni e delle idee si effettua in due modi, o in formalineareetemporaleo in formaspaziale.L’associazione lineare, giusta l’osservazione di Henle, ha il campo d’azione in un solo e medesimo organo, nell’organo del pensiero sotto forma di associazione di idee, nell’organo centrale dell’udito sotto forma di melodia, assonanza e via dicendo. La seconda specie, cioè l’associazione spaziale, saltada un organo all’altro, dall’organo dei concetti a quello delle rappresentazioni sensorie e viceversa. Essa è identica alla simpatia nervosa[81]. Or, che l’associazione spaziale abbia per punto di partenza la struttura del sistema nervoso centrale, e che i prolungamenti colleganti fra di loro le cellule nervose acquistano tanto maggiore conduttibilità, quanto più frequentemente essi si adoprano, sono ipotesi più o meno plausibili per spiegarci il passaggio dall’un centro all’altro, con collegamento spaziale; ma la difficoltà non è neppure quella proposta da Henle, cioè come l’associazione delle rappresentazioni tra loro corrispondenti sia tratta dal patrimonio dell’uno e dell’altro centro. La difficoltà emerge dal vedere che tra due vicini o lontani centri si generi una corrente, o delle serie di correnti, senza che vi sia stato da parte nostra veruno sforzo, o senza che tra le due lontane sedi di attività cerebrali sia intervenuto un motivo medio che collegasse gli estremi come anello di ininterrotta catena.Qui, certamente, dobbiamo far ricorso alla causa di energie latenti, per lo più ereditarie; per le quali, in casi simili, si svegliano simpatie nervose, attrattive ideali impreviste. Ciò lo vediamo, con processi più sistematizzati, in forme morbose di squilibrî mentali: le idee fisse, le tendenze irresistibili rinascono con la identica modalità ritmica di forme ereditarie od ataviche; lo stesso, senza dubbio, è per le associazioni tra elementi psichici discrepanti, i quali, poi, sono i fattori immediati o mediati di impulsioni o di deliberazioni volitive. Apprezzando il perchè di date decisioni, noi facciamo le grandi meraviglie del come, per motivi estranei o irrilevanti, si sia pervenuto all’azione di grave delitto; perchè, in oltre, mentre, subito dopo la ragione di odio e di ira, niente di anormale mostrò il paziente, nè alcuno avrebbe dubitato di lui, poscia, all’impensata, egli siasi reso autore di atti feroci di vendetta. Il motivo di odio, nel momento occasionale, restringeva l’efficacia nel mettere in moto l’attività di un solo centro rappresentativo ed ideale; ma, col passare del tempo, altri centri, vicini o lontani, si ridestarono,mettendosi con esso in relazione, alcuna volta per accidentalità sopraggiunta; e, per la confluenza di correnti similari, avvenne, nel momento dato, la fusione e quindi il formarsi di novella energia con potenzialità sufficiente a trascinar seco il pravo volere. Nei reati premeditati il fenomeno è costante, ed è per questo che, in simili reati, evvi la presunzione di maggiore imputabilità e temibilità del reo; supponendosi che nel medesimo siavi un fondo di perversità degenerativa, non domabile sì facilmente, riferendosi ad attitudini antropologiche eccezionali.Se non che, io dico, che una seconda causa concorre a produrre il fenomeno, e si riferisce al mutamento di stato organico dell’individuo, in periodi di tempo. L’illusione della piena libertà di arbitrio ci persuade che sempre ed ovunque noi disponiamo di forza sufficiente per scegliere e seguire gli intenti delle nostre azioni. Ma la cosa è ben altrimenti. Molta parte del funzionamento cerebrale ci riesce ignota e misteriosa; argomento, per molti, di ricorrere all’ipotesi dicerebrazione incosciente. Certo è che lo sforzo a sovvenirci di alcuna idea, di ristabilire la trama ideale tra centri similari mentali, di riprodurre le rappresentazioni di già avveratesi, spesso ci torna di impossibile esecuzione; e che, mentre meno ci pensavamo, improvvisamente le correnti, che sembravano spente, di pensieri e di sentimenti, si riattivano e producono effetti meravigliosi.Il citato Henle molto opportunamente, osserva, che la volontà non è assoluta, ma dipende dallo stato d’animo e dal particolare sviluppo della materia pensante. «Quanto i pensieri appaiano arbitrarî, lo attesta anche l’Apostolo allorchè dice che essi reciprocamente si accusano e si scusano. «Essi vengono quando vogliono» lamenta Rousseau, «e non quando voglio io»; e Lichtenberg caratterizza in modo energico la sensazione per cui noi assistiamo quasi come spettatori allo svolgersi del processo dialettico nel nostro intimo, affermando che non si dovrebbe dire «io penso», ma «pensa», come si direbbe «lampeggia». E Goethe esprime la stessa idea, con quella forma vivace che gli è propria: «Il male è che ogni pensiero non aiuta a pensare; dobbiamo essere retti per natura, cosicchè le idee felici si presentino dinanzi a noicome libere figlie di Dio e ci dicano: Eccoci qua!» Goethe c’insegna, inoltre, cosa avvenga nel laboratorio intimo del poeta, con queste parole colle quali egli nella dedica del Faust evoca le fugaci immagini della sua fantasia:«Cingetemi di voi, spettri diletti,Come da nebbia o da vapor suoi farsi»[82].Non trascuriamo di aggiungere che, all’alternarsi di idee, di pensieri e di voleri, in molta parte dobbiam far capo alle opinioni individuali. Allorchè le credenze inspirate da’ sentimenti e dalle passioni sono combinate in sistema su d’un obbietto determinato, o religioso, o politico, o artistico, esse costituiscono le opinioni (Despine). Le quali, nè è difficile sperimentarlo, informano di sè tutta la vita psichica; formano il fondo permanente donde si diramano le correnti di energie direttive del lavoro cerebrale; forniscono il materiale di riserva ai deficienti processi mentali.12.—L’ultima specie dinamica del volere ricorre negli attialternantiointermittentidi azioni impulsive di motivi sopraggiunti. La relatività temporale e spaziale del contenuto attivo del pensiero alcuna volta apparisce in momenti così staccati e per sì differenti impulsioni, che la nostra attenzione può fissarne la separata entità dinamica. Volontà deboli, caratteri incerti sono alla discrezione di moventi alternanti, e, talora, tra loro discrepanti; di guisa che, in definitiva, è assai incerto stabilire quando la decisione criminosa ebbe luogo, quale ne sia stato il motivoefficiente. Prima che si generi lapersuasione, ossia prima che gli atti mentali si equilibrino e si muovano attorno ad un centro fisso di gravità, si è a discrezione di attività sentimentali od ideali con differenti movimenti suggestivi distaccati: l’ultimo impulso fissa la direzione associativa ed emotiva e decide l’idea dell’azione.Il fenomeno qui descritto venne intuito in modo sorprendente dall’Alfieri nell’Agamennone. Egisto, l’uomo dalla premeditata e feroce vendetta, arriva ad assoggettare ai suoi voleri Clitennestra, la quale, resa vittima di morbosa passione,dovea servirgli di strumento per sfogare sui discendenti di Atrèo l’odio ereditato dal padre Tieste. La infelice donna sa che il marito Agamennone è di ritorno in Argo dopo i trionfi della distrutta Troia, e teme di per sè e dell’amante costretto ad allontanarsi, esulando dalla reggia ov’egli era dimorato colla speranza che, morto il re in battaglia, ne potesse usurpare il trono. Clitennestra, agitata tra timori e speranze, sente di non potere staccarsi dall’uomo fatale che ne avea conquistato il cuore: ella chiede un sol giorno per escogitare un rimedio, ma invano la sua mente si dibatte, che tutto concorreva a persuaderla dover Egisto allontanarsi di Argo, se a maggiori sventure ambidue non avessero voluto andare incontro. Il periodo di incertezza, di ansia dolorosa dell’animo di lei è riprodotto dal poeta con esatto rilievo: sotto il dominio suggestivo della passione, ella è chiusa, cogitabonda; dinanzi al marito non sa trovare il verso di dissimulare l’interno stato, di simulare un tratto solo dell’antico affetto che a lui la legava; dinanzi ad Elettra, sua figlia, non sa far altro che scusare Egisto, e, se con qualche affettuoso ricordo è richiamata alla spaventevole realtà del presente, esplode in atti di veemenza e dice:SolaCol pensier miei, colla funesta fiamma,Che mi divora, lasciami—L’impongo[83].È profondamente artistico, e troppo verisimile, il modo onde Egisto insinua nella mente della donna il reo proposito di uccidere il marito: si mediti la scena prima del quarto atto; la drammaticità passionale, la sentimentalità persuasiva criminosa attingono il colmo di colorito e di efficacia intensiva. Egisto dapprima accenna, poi si ritrae dissimulando; Clitennestra dapprima non intende e vuole essere illuminata, poi intuisce il reo pensiero e, sorpresa, esclama:Or t’intendo—Oh qualeLampo feral di orribil luco a un trattoLa ottusa mente a me rischiara! oh qualeBollor mi sento entro ogni vena!—Intendo:Crudo rimedio,... e sol rimedio..., è il sangueDi Atride[84].Eppure, ella resta scossa sì ma titubante; la passione amorosa era insufficiente a deciderla di eseguire l’orrendo maleficio. La sua volontà versa in quello stato di tentennamento che è proprio dell’equilibrio instabile per manco di poteri attrattivi predominanti di qualche idea o sentimento in giuoco. Ma Egisto se ne avvede ed aggiunge esca al fuoco, forza alla spinta: confessa alla donna, dissimulandone accortamente il mendacio, che Agamennone sia preso d’amore per Cassandra, la bella fanciulla da lui condotta schiava da Troia. La misura è colma; Clitennestra esclama: «Che ascolto!». Egisto insiste:Aspetta intantoChe, di te stanco, egli con lei dividaRegno e talamo; aspetta, che a’ tuoi danniL’onta si aggiunga; e sola omai, tu sola,Non ti sdegnar di ciò, che a sdegno muoveArgo tutta.L’effetto è immediato: Clitennestra più non tentenna; ella dice: «Atride pera!».—Egisto:Or come?Di qual mano?Clit.:————————Di questa, in questa notte,Entro a quel letto, ch’ei divider speraCon l’abborrita schiava[85].Ma, non ostante la presa decisione, trascorse poche ore, la donna non ha più la forza di tradurre in atto il reo proposito: col pugnale tra mano, sulla soglia della stanza ove dorme Agamennone, ella si arresta. La sua mente vacilla; onde di pensieri, di ricordi, di rimorsi, si accavallano, ribollono, la turbano, la travolgono: dal fondo di quell’anima passionata già veniva su la idea di arretrarsi, e forse, perla fusione di concomitanti motivi, la controspinta avrebbe trionfato: ma Egisto appare, e la misera dice a sè stessa: «Io sono perduta, oimè!».—Si ridesta la interna lotta per nuovi coefficienti suggeriti, accumulati dal reo eccitatore: la vista del ferro, a lei offerto dall’uomo che le ricorda il sangue sparso della propria figlia, Ifigenia, da Agamennone, la riaccende; la volontà omicida esplode e l’azione precipita. Clitennestra penetra nella stanza del marito e lo trafigge!...Quanta verità di naturale riproduzione di cose: quale visione reale di stati di animo sì fugaci e per ciò sì difficili ad esser compresi!...
La dinamica della psiche criminosa.
1. Efficacia genetica del motivo.—2. La psicologia delleidee-forze; stadî integrativi di coscienza percorsi dal motivo.—3. Stadio di discernimento del motivo.—4. Stadio di rappresentazione piacevole o dolorosa; conseguenze, dei due descritti stadî, nella vita psichica del delinquente; le manifestazioni istintive; meccanismo dell’attenzione criminosa.—5. La dottrina della conoscenza ed il problema del contenuto dinamico del pensiero; l’unità di legge nella natura, nel pensiero, nella storia; come agisca l’energia criminosa nell’atteggiare diversamente la psiche.—6. Influenza della immaginazione o della fantasia nel processo psichico del delinquente,—7. Analisi, della detta influenza, specialmente nel delinquente epilettico ed in quello affettivo.—8. La legge dirassomiglianzae la legge dicontiguità nel tempo e nello spazio, e la dinamica della psiche criminosa.—9. La dinamica psichica del delinquente negli atti del volere.—10. Lo stato di ansia conseguenza della polarizzazione della volontà criminosa; psicologia dell’emozione della paura; differenza tra l’atto spontaneo ed il volontario.—11. Le oscillazioni del volere ed il relativo processo meccanico-cerebrale.—12. Gli attialternantiointermittentidi azioni di motivi sopraggiunti; esempio dell’Alfieri nell’Agamennone.
1.—Il motivo, com’è stato da noi concepito, è il dato mentale o primordiale della vita psichica. Esso, tuttochè si apprenda isolatamente, non resta staccato dalla serie degli atti precedenti di coscienza; ma si fonde e si integra coi medesimi. «Nel cosmo mentale di un individuo—scrive l’Ardigò—i dati cogitativi emergono e stanno come emergono e stanno le cose nel cosmo materiale universo. Qui per una data pianta, ad esempio, si deve pensare, che il seme, onde è nata, è il compendio di una serie infinita di azioni esercitate dall’ambiente a ridurlo alla sua specie; e si deve pensare, che lo sviluppo del seme stesso esige l’azione su di esso del terreno, dell’acqua, dell’aria, del calore, della luce, che operano in quanto il potere loro è determinato dall’insiemedi tutte le esistenze; e si deve pensare, che lo stesso è da dirsi per la continuità della esistenza come individuo vegetante, il quale, come tale, si risente di quanto avviene nell’ambiente più distante, fino a quello infinitamente lontano. E allo stesso modo è un pensiero nel cosmo mentale. Nascendovi, concorrono tanto o quanto tutti gli altri a farlo emergere come emerge; standovi, non vi sta isolato, ma coll’accompagnamento, anzi col sostegno, per quello che apparisce che sia, di tutta la psichicità già preparata»[65].
A parte la quistione se le rappresentazioni sieno di origine primitiva o derivata nella dinamica della psiche, certa cosa è che i fenomeni mentali sono in sè stessiappetizioni, le quali, contrariate o favorite, si accompagnano a sensazioni dolorose o piacevoli; in conseguenza, essi sono delleazioniereazioni(Fouillée).
Allorchè noi parliamo di motivo, dobbiamo estenderne la efficacia dinamica a tutta la serie degli atti psichici, la totalità dei quali, in forma permanente o transitoria, s’incentra nelle qualità psicofisiche organiche fondamentali, ereditate od acquisite, dell’individuo.
È grande illusione di considerare, nel prodotto psichico del delitto, i coefficienti dinamici in modo separato e formanti, ciascuno di per sè, il contenuto logico dell’azione; donde l’erroneo sistema di ricorrere senz’altro a questo o quel movente, o fattore, morale, etnico, sociale ed economico, per spiegare il perchè del delitto.
Il motivo è energia, è attività, è azione: dalla sensazione, percezione o rappresentazione fino al volere non vi sono che stadî di trasformazione e di integrazione della energia iniziale; è perciò che il motivo da efficiente finisce col convertirsi in finale. La psicologia delle idee-forze svolta dal Fouillée credo che abbia l’identico fondamento dei concetti qui enunciati: per essa gli stati mentali debbono avere efficacia interna ed indivisibilmente esterna in ragione della unità del fisico e del morale. Il principio donde parte la psicologia delle idee-forze è il seguente, che stabilisce l’unitàdi composizione mentale: «Ogni fatto di coscienza è costituito per un processo di tre termini inseparabili: 1oun discernimento qualunque, il quale fa sì che l’essere senta il suo cambiamento di stato, ed è così il germe della sensazione e della intelligenza; 2ounbenessereomalesserequalunque, per quanto sordo che vogliasi, ma che fa sì che l’essere non siaindifferenteal suo cambiamento; 3ounareazionequalunque, la quale è il germe della preferenza e della scelta, cioè a dire dell’appetizione. Quando questo processo indivisibilmente sensitivo, emotivo e appetitivo, arriva a riflettersi su sè stesso e a costituire unaformadistinta della coscienza, noi l’appelliamo, in senso cartesiano o spinoziano, unaidea, cioè a dire undiscernimentoinseparabile d’unapreferenza»[66].
Il motivo, qualunque forma psichica prenda, o di sentimento o di idea, deve percorrere i seguenti stadî integrativi di coscienza: 1ostadio,discernimentod’un cambiamento avvenuto; 2ostadio,rappresentazionepiacevole o dolorosa del cambiamento; 3ostadio,discriminazionedel perchè del cambiamento; 4ostadio,fusionecoi precedenti stati emotivi od ideativi, con analoga eliminazione degli stati antagonisti; 5ostadio,unificazionequalitativa della energia specifica criminosa; 6ostadio,unificazionequantitativa dell’attività iniziale dell’azione.
2.—Giustamente osserva Fouillée, che il discernimento di cambiamento di stato sia il germe della sensazione e della intelligenza. La cenestesi, o sensibilità generale, non si specificherebbe, in qualunque prodotto sensitivo, se non ci fosse accordato il potere di concepire questo effetto isolatamente dagli altri, di discernerlo e di fissarlo nel campo del pensiero. Dal punto di vista dell’intelligenza, aggiunge Fouillée, il discernimento può essere implicito, quando un solo termine è presente allo spirito, senza comparazione con altro. Ma la facoltà di discernere non si sviluppa che con la scelta: se noi abbiamo coscienza delledifferenze, principalmente sensitive, è perchè queste differenze sensitive trascinanodelle differenze reattive. «Si può anche andar più lontano e dire, che ogni discernimento contiene già una scelta pratica rudimentale, che ogni determinazione intellettuale è nello stesso tempo una determinazione dell’attività, sopratutto nei sensi primordiali, i quali sono per essenza vitali, e dove la reazione è inseparabile dalla sensazione. Discernere il piacere di mangiare ed il dolore della fame è indivisibilmente preferire l’uno all’altra. I discernimenti in apparenza indifferenti sono un risultato ulteriore; anche in questo caso l’adesione, che noi accordiamo a ciò che ci apparisce tale o tale, è ancora una preferenza intellettuale, una determinazione in un senso piuttosto che in un altro, ciò che, ben inteso, non implica alcun libero arbitrio»[67].
L’unità indissolubile delpensaree dell’agireè la legge psicologica di importanza capitale riassunta nella espressione diidea-forza.
In cotesto primo stadio, di discernimento del motivo o di energia cosciente nel cambiamento dei precedenti stati di coscienza, ha molta importanza lainerzia psichica. Ciascuno, in fatti, si accorge dello sforzo adoperato ogni qualvolta la coscienza debba modificare il suo stato totale o parziale: la causa è nella forza di resistenza delle energie organizzate, massimamente per la fusione con gli elementi statici dei residui psichici del passato. L’inerzia, però, della psiche dev’essere intesa non in senso assoluto, ma in relazione al movimento già stabilito con dato ritmo; mentre il cambiamento, sostituendo novello ritmo, mette in giuoco attività che prima o restavano tuttavia in istato latente, ovvero non erano discernibili alla coscienza.
Il lettore si sarà accorto che, trattando della dinamica della psiche criminosa, noi completiamo quanto scrivemmo intorno alla dinamica dei motivi. Allora vedemmo la efficaciaisolatadel motivo, ora ne esaminiamo l’azione complessa, nell’insieme di tutti gli stati psichici costituiti ed unificati organicamente.
3.—Lo stadio di rappresentazione psichica integrativa della energia criminosa, messa in giuoco dal motivo, è contrassegnato da stato piacevole o doloroso; di che abbiamo esaurientemente discorso trattando della genesi evolutiva e dissolutiva delle emozioni o della vita affettiva.
La legge di composizione e decomposizione della vita fisica, per l’alternarsi continuo di fenomeni di riparazione e di consumo, vale ancora per la vita dello spirito, dove la funzionalità cosciente si polarizza o in sensazione piacevole o in sensazione dolorosa. È da questo momento che l’attività cogitativa, servendosi dell’appercezione, afferma la propria esistenza di forza autonoma o differenziata e l’io personale comincia a costruirsi con materiali consistenti. Il mondo ambiente non è più visto al di fuori, ma si soggettivizza e le energie, che ci partecipa, prendono il posto, che meritano, negli atti successivi o coesistenti interni. L’io, in quanto afferma il novello stato rappresentativo, afferma se stesso, e pone la base d’una realtà soggettiva, che ha il corrispettivo dinamico nel prodotto di attività psichica risultata dalla somma delle energie precedenti fuse con la energia del motivo. Essendo così, la ragione dell’affermazione della rappresentazione non deve attingersi in altro principio che in quello di necessità di effettuarsi. «Per cui—scrive Ardigò—colle diverse forme della rappresentazione si hanno pure diverse forme dell’affermazione. E cioè, affermazione del dato puro della sensazione nella psiche iniziale o del dato integrale nella psiche adulta; del dato di coesistenti o del dato di successivi; del dato intuitivo o del dato discorsivo; del me o del non me; del sentito o del percepito o del ricordato o del riconosciuto; del singolo o del concreto o dell’astratto; del reale o dell’ideale; dell’a priorio dell’a posteriori; del relativo o dell’assoluto; del necessario o dell’esistente o del possibile»[68].
4.—I due primi stadî integrativi, di cambiamento di stato e di rappresentazione con funzionalità piacevole o dolorosa, portano, nella vita psichica del delinquente, o un’alterazionenelle manifestazioni istintive, ovvero il processo di attenzione più o meno intenso e duraturo. Il Despine bene osserva «che, quantunque l’organismo presieda alla natura delle facoltà istintive, nel senso che noi non possediamo se non quelle di cui esso permette la manifestazione, e che queste facoltà cangiano di natura a misura che i nostri organi subiscono profonde modificazioni o impressioni passeggiere, c’inganneremmo molto se attribuissimo tutti i cambiamenti, che hanno luogo nelle manifestazioni morali, a delle cause fisiche, a delle modificazioni o a delle impressioni organiche. Si operano cambiamenti considerevoli nel carattere, sotto l’influenza di cause le quali eccitano vivamente certi sentimenti rimasti latenti, e la cui attività sostituisce quella di altri sentimenti che avevano predominio fino ad allora nell’individuo»[69].—Lo stadio di cambiamento, dunque, nella psiche del delinquente, riducesi al destarsi di attività istintive latenti con immediata formazione di tendenza verso l’azione.
Non si saprebbe comprendere come mai il criminale nato, a cui la sensibilità morale fa completamente difetto, trovi in sè le risorse di una potenzialità di tanta attività da meravigliare. «Se l’individuo moralmente insensibile—scrive Despine—la perversità del quale non è affatto attiva, si trova in condizioni che gli permettono di soddisfare i suoi gusti con fortuna, ed alcuna causa non interviene ad eccitare vivamente in lui dei desideri perversi, la sua insensibilità morale non si manifesterà punto, non avendone l’occasione. Questo uomo, tuttochè moralmente insensibile, non essendo trasportato al male, si comporterà in maniera da non meritare biasimo. Tutte le cause che eccitano nelle popolazioni le passioni perverse, cagionano, presso un certo numero di individui, la manifestazione di loro insensibilità, rimasta latente per manco di una causa che abbia eccitato prima in essi dei desideri perversi, criminali»[70]. Il che può essere eziandio l’effetto momentaneo della influenza di violenta passionela quale, se imperiosamente lo richiede, è causa per cui qualcuno sia spinto a commettere un misfatto proprio allo stesso modo di chi sia in permanenza privo di senso morale. Ma, tostochè cessa lo stato passionale, ed accade in generale molto prontamente dopo l’atto compiuto, il senso morale si fa sentir di nuovo e, vivamente compunto, da luogo al rimorso[71].
Per legge fondamentale dinamica evvi, dunque, gran differenza tra l’attività psichica iniziale del delinquente nato e quella del delinquente per passione; nel primo è la energia latente istintiva, che si mette in giuoco, nel secondo il cambiamento è l’effetto transitorio di eccitamento passionale.
Il criminale che uccide per uccidere, che ruba per soddisfare piuttosto al potere imperioso istintivo e non al desiderio di procacciarsi dei mezzi necessarî ai bisogni; che incendia, distrugge sotto l’azione di impulsioni irresistibili, non trova affatto nel compimento delle sue opere il corrispettivo di piacere o di dolore. Tanto è vero che, molte volte, non ne serba ricordo; pare che abbia agito in istato d’incoscienza. Il contrario interviene pel delinquente di occasione, gli atti del quale sono l’effetto transitorio di momentanea sospensione della vita affettiva altruista; forse potrà in esso appalesarsi la più grande ferocia, ma, tornata la calma, l’animo riacquista il perduto equilibrio sentimentale ed il malfatto è causa di rimpianto.
Non essendo la vita affettiva in giuoco, o per la qualità dello stimolo o per la natura del soggetto passivo, bensì la vita cogitativa, il cambiamento di stato è rappresentato dall’atto col quale la mente prende possesso in forma limpida e vivace di uno fra tanti oggetti o fra diverse correnti di pensieri che si presentano come simultaneamente possibili (James). In simile atto, di spontanea o volontaria attenzione, la finalità è di localizzare la coscienza concentrandone la peculiare energia, e ciò vuoi pel maggiore interessamento che alcun elemento sperimentale ha per noi, vuoi perchè ne siamo sollecitati dalla impulsione inerente ad ogni cambiamentoavvenga nel dominio dello spirito. L’analogia riscontrata dal Wundt[72]tra l’attenzione, rispetto alla coscienza, e la fissazione rispetto alla retina dell’occhio, sembrami molto esatta. L’attenzione è sforzoselettivo; è processo di arresto ed è funzionamento diretto del potere inibitorio.
Fissandosi la rappresentazione sulla linea degli assi visuali della mente, si prospetta con più chiarezza e distinzione. Ma, si è detto che tutto ciò non è che effetto diinteressamentoe diimpulsioneemotiva; la qual cosa ci richiama al punto vero della indagine, il punto in cui la dinamica del motivo si converte in dinamica rappresentativa e cogitativa pel delinquente.
L’attenzione è sollecitata a concentrarsi, sul novello stato interno, dall’appetizione di qualche cosa di cui si sente il difetto o la mancanza: quest’appetizione già di per sè equivaleva ad un movimento vago ed indeterminato con tendenza a determinarsi. E poichè, per legge meccanica, il movimento cominciato nell’organismo si continua, si propaga e si traduce in atto, basta che vi si offra l’incentivo perchè l’appetizione prenda consistenza e si idealizzi, non solo, ma partecipi la energia alla rappresentazione presente alla mente in contrapposizione della cosa di cui si abbia difetto o mancanza, e ci spinga ad opere di estrinsecazioni necessarie a renderci soddisfatti. La scaturigine del movimento della appetizione è nel ricordo di atti e di godimenti reali o possibili, che si provarono pel possesso della cosa in difetto o mancante, o che si ha speranza di provare in conformità della esperienza fatta su altri: indi ne risulta la verità del principio Spenceriano, che la tendenza a produrre un atto non è altro che l’eccitazione nascente dagli stati psichici implicati in quest’atto. In altri termini, la idea d’un movimento è questo movimento cominciato e, per conseguenza, l’idea intensa ed esclusiva d’un movimento trascina il movimento reale (Fouillée). Un ladro, ad esempio, si decide a commettere un dato furto: il fondamento dinamico di questoatto psichico implica parecchi dati: 1oche si senta il bisogno di qualche cosa di cui si abbia difetto o mancanza; 2oche questa qualche cosa sia proprio presente alla mente; 3oche la rappresentazione avutane abbia prodotto un cambiamento nello stato di coscienza; 4oche insieme al bisogno sia nato il desiderio della cosa e l’animo versi nello stato di agitazione o movimento, sollecitato, più o meno, dalla intensità del bisogno; 5oche la idea di aver posseduta la cosa e volerla ripossedere, ovvero la speranza di possederla, eserciti azione stimolatrice acciò il movimento interno indeterminato si determini e la impulsione del bisogno si trasformi in energia attrattiva dell’intento perseguibile. Veggasi, quindi, che l’opera dell’attenzione a fissare, nel campo della coscienza, qualche corrente di pensiero, o ad arrestarne l’apparizione, per risentirne la efficacia dinamica, deve riferirsi alla legge di unità continuativa dei processi psichici; nel senso che l’insorgenza di qualche stato di coscienza, obbietto dell’attenzione, si connetta alla esistenza di precedenti stati. La fatta osservazione ha la riprova eziandio nelle singole impulsioni di delinquenti nati, pazzi od epilettici che siano.
Che è mai la manìa omicida se non la impulsione irresistibile ad estinguere la vita dei simili? Ebbene, anche in ciò non si constaterebbe la tendenza a sparger sangue, se non se ne sentisse il bisogno, e se in precedenza non si fosse creato nell’animo quello stato di agitazione, di commozione, di cui l’ultimo termine è il delitto. La differenza, anche qui, tra il delinquente nato ed il delinquente d’occasione risiede nel dato psichico; che pel primo il movimento psichico iniziale è originato da costituzione organica, è istintivo, e l’attenzionenon fa chepassivamenterisentirne l’eco con risonanza stridente; pel secondo l’attenzione è analoga ai precedenti stimoli ed alla energia del motivo che ha dato l’estremo impulso all’azione.
5.—Trattando della dinamica dei motivi e delle norme generali della nostra disciplina, parlammo del terzo e del quarto stadio percorsi dal motivo: qualche cosa sentiamo di dover aggiungere sul quinto e sesto stadio, vale a dire intorno alla unificazione qualitativa della energia specifica criminosa, ed alla unificazione quantitativa dell’attività iniziale dell’azione.
Premettiamo, che la dottrina della conoscenza sembra che abbia risoluto, con probabile competenza, il problema dell’originedel contenuto dinamico del pensiero, nonchè delle forme graduali in cui successivamente si va esplicando. Il funzionamento cerebrale presuppone il funzionamento fisiologico dell’organismo, ed il funzionamento fisico il mondo ambiente. La sfera dell’attività psichica è l’ultimo modo di essere dell’attività fisica della natura e dell’attività biologica; il pensiero, dunque, in quanto si organizza, è la formazione naturale più alta nella scala delle sottostanti formazioni puramente inorganiche ed organiche. Il cervello non è solo l’organo di risonanza delle note armoniche, onde la natura afferma la sua esistenza e la evoluzione ritmica dei fenomeni; nè è lo specchio che riflette, semplicemente, in vane immagini il mondo esterno; ma è l’organo d’una manifestazione reale delle energie della natura, è l’estremo limite in cui si polarizza la vita nella immanenza di movimento conservato con equivalenza.
Tutto ciò fu formolato dal nostro Bovio nel principio di unità di legge nella natura, nel pensiero, nella storia: il pensiero è la natura che si conosce, la storia è il pensiero che si muove. Il che torna a dire, che la legge di reciprocità è sempre la medesima necessità, che nella natura esteriore opera come gravitazione universale, a cui la natura obbedisce e non sa; nel cervello opera come gravitazione ideale a cui il cervello obbedisce, la intuisce, la insegue, e cerca tramutarla in sistema; nella storia opera come gravitazione di tempi, a cui la storia obbedisce e cerca tramutarla in codici, tirando dal passato i documenti per l’avvenire[73].
La evoluzione è conservazione di energia con parallela continuità di moto: dunque, passando le attività dal mondo esterno all’interno, tramutandosi da attività fisiche in cerebrali, assommando il pensiero i coefficienti dinamici dei motivi, la coscienza, col cambiar di stato, cambia il funzionamento degli atti che ne conseguono, sia qualitativamente che quantitativamente. La qualità non attiene alla essenza o permanenza di identità personale, ma ai modi onde la energia specifica passa di prodotto in prodotto psichico, di meccanismoin meccanismo dell’io, di formazione in formazione, dalla rappresentazione ed appercezione all’attenzione, alla riflessione ed al volere.
L’io senziente, intelligente, attivo son tre fasi dell’identica energia vivente, ma tre fasi che si differenziano sì da non permettere che l’una si scambi nell’altra, se non perchè tutt’e tre sono dipendenti dall’unica ed identica sorgente di energia personale: alla stessa guisa che l’organismo, nel tempo, non resta identico a sè stesso meno che per la conservazione equivalente della energia individuale, la psiche; permutando fisonomia e contenuto, non conserva la identità se non nella sua natura differenziata rispetto ad altri individui della medesima specie.
Si conclude, che la energia criminosa, atteggiando diversamente la psiche, imprime la propria caratteristica e grado di attività alle facoltà messe in moto, il sentimento, la intelligenza, la volontà.
Anche in natura le forze, in correlazione, si trasformano qualitativamente e quantitativamente: «in ogni cambiamento la forza subisce una metamorfosi; e a seconda delle forme che essa assume può risultarne o la ripetizione delle condizioni precedenti, o condizioni nuove in un numero infinito di ordini e combinazioni. Inoltre si vede nettamente che le forze fisiche, non solo presentano tra di loro delle correlazioni qualitative, ma anche quantitative. Dopo aver provato che un modo di forza può trasformarsi in un altro, le esperienze mostrano ancora che da una definita quantità di forza nascono sempre definite quantità di un’altra»[74].
Indi è che l’evento psichico del delitto, effettuatosi nell’azione, esaurisce, individualmente preso, la totalità della energia che lo informa: quel che resta è la conseguenza obbiettiva, fatto imputabile, e qualche traccia di attitudine meglio rafforzatasi per la futura ripetizione dell’atto. Dunque, a che varranno le indagini meramente antropologiche e psichiatriche, non che le norme aprioristiche giuridiche sul giudizio che il magistrato dovrà emettere intorno alla imputabilitàsoggettiva del fatto incriminato? Tutte coteste indagini e norme si limitano all’ufficio di prove dell’evento psichico criminoso: alla sola psicologia criminale è riservato il debito di sintetizzare i dati psicofisici del delinquente e di unificarli in un giudizio definitivo, tenuto conto di tutti i coefficienti dinamici che precedettero ed accompagnarono la perpetrazione del maleficio.
6.—Avvenuta la rappresentazione del motivo, ed avvertito il cambiamento di coscienza seguitone; fusi ed unificati in un solo processo gli elementi dinamici similari della mentalità; eliminati gli elementi antagonisti, la dinamica ideativa ed affettiva è sussidiata dall’intervento della immaginazione o della fantasia. Nel mondo psichico del criminale questa potenza ha imperio assoluto: essa assoggetta, modifica, trasforma tutto ciò che incontra; dai più lontani orizzonti, di lusinghiere speranze, all’ambiente attuale di turbamento per l’azione soppravenuta di cause passionali, la immaginazione influisce nell’atteggiare e predisporre l’animo a sentire, a pensare, a volere in modo affatto proprio e secondo lo schema ed i fantasmi che ella gli appresta. Le rappresentazioni presenti si rafforzano, le passate si ridestano; le naturali inclinazioni acquistano un più facile avviamento di attività; la realtà obbiettiva delle cose a poco a poco si scolorisce, perde i contorni, è ricoverta dal velo diafano e denso dell’oblio; e, a séguito di processo astrattivo, la immagine ed il fantasma dell’intento logico, compresi nel contenuto statico del motivo, si prospettano alla mente ed esercitano azione immanente suggestiva. Tacciono i ricordi dei controstimoli; sulla superficie della coscienza si ristabilisce un’apparente calma; ma, sotto ad un cielo plumbeo ed attraversato da dense nubi, gli oggetti si confondono, e l’animo è aduggiato dal senso di ansia e di tristizia. Le immagini, i fantasmi si intensificano, si circondano del corteggio lusinghiero di appetiti insoddisfatti, di promettenti speranze; la visione periferica della coscienza si restringe, la centrale si acutizza; il fantasma, idealizzato, dapprima oscillante, finisce col fissarsi sulla linea degli assi visuali; l’occhio della mente n’è attratto, dominato, ossessionato. Le potenze inibitorie, le correnti intercerebrali, subiscono un periodo d’intermittenza;la memoria è lacunare. È cotesto lo stato più interessante della dinamica psichica criminosa; stato in cui la coscienza insensibilmente è travolta dal fondo e la meccanica cerebrale segue il ritmo di movimenti instabili, varianti, dissociati. La fantasia, malefica maliarda, con ghigno satanico innalza il suo trono sulla rovina delle più nobili aspirazioni, e consacra, nel cupo tempio dell’anima del criminale, la religione del delitto!
7.—Chi, di tutto ciò, desideri la prova evidente, rivolga l’osservazione a quanto avviene nella psiche del delinquente epilettico.
La immaginazione e la fantasia sono per l’epilettico la forza specifica della impulsività irresistibile. La emotività enorme (Krafft-Ebing); la straordinaria irritabilità morbosa (Schüle); la lesione delle affezioni (Despine); l’anestesia fisica e morale (Thompson); i facili accessi maniaci, fanno sì che l’epilettico sia davvero lo zimbello di morbosi fantasmi, che gli attraversano la mente e ne travolgono il ritmo ideativo ed affettivo. Il processo morboso ha principio con intensa e protratta preoccupazione, che è la caratteristica istintiva delcarattere epilettico: è l’ansioso desiderio di qualche cosa d’indeciso, di vago; è il bisogno di estrinsecare attività latenti di natura incompresa, della cui esistenza appena ci accorgiamo.
Mancando il fondo di realtà al processo ideativo e la coordinazione associativa agli stati emotivi, la fantasia dell’epilettico giuoca una parte essenzialissima nella trama cerebrale. L’equilibrio di facoltà e di atti si mantiene oscillante; la mente, sorpresa, cerca un centro stabile di gravità; attratta dal fantasma, lo scambia con la realtà e lo insegue e vi si affida: ma, in un momento, perdesi del tutto l’equilibrio, la base ideale ed affettiva vacilla, l’abisso si apre repentinamente dinanzi. La stessa vittima se ne spaventa; al fremito passionale, alla scossa, che si diffonde in tutte le regioni dello spirito, risponde il gemito convulso di chi comprende a quale cieco fatale destino sia nato soggetto!
La nota morale di anomalia del delinquente, e specie del delinquente epilettico, risiede proprio nel funzionamento fantastico della dinamica psichica. Il prodotto fittizio ed attrattivo del contenuto ideale ed affettivo risulta dal compenetrarsied assommarsi di discrepanti elementi frammentarî, i quali, non trovando posto stabile nella coscienza, o son passati nel fondo di riserva dell’inconscio, ovvero vagano nel vuoto oscuro della mente. Qualcuno di questi elementi, per l’affinità dinamica col novello motivo rappresentativo, insorge ed è attratto verso il centro visivo della coscienza: esso—chi il crederebbe?—molte volte si sviluppa, si svolge in forma così imponente da predominare l’ambiente con potere pieno ed assoluto. Le difficoltà, che di frequente si incontrano nell’indagare il perchè prossimo o remoto di azioni delittuose, sorgono dall’abitudine, tanto comune, di credere che la logica del delinquente sia la logica dell’uomo normale, e che la causa intima o psichica dell’azione debba esser sempre ricercata nel motivo che, in apparenza, è percepito il più sufficiente ed il più coerente con l’insieme logico del processo speciale mentale. E poichè con la prova dei fatti o vien meno la speranza di attingere il movente causativo in qualche circostanza o avvenimento, il quale abbia la sufficienza logica di erudirci circa la origine soggettiva del delitto; ovvero trascuriamo di accordare la debita importanza a dati processuali irrilevanti, si finisce o con erroneo giudizio sulla quantità morale del delitto o col credere che questo sia l’effetto di brutale malvagità!
8.—Indugiandoci, chè ne vale la pena, sulla dinamica coordinatrice o di relazione delle immagini o dei fantasmi a cui, in gran parte, si connette la causalità criminosa, io credo che essa obbedisca alle due leggi essenziali del meccanismo dell’associazione, la legge di rassomiglianza e la legge di contiguità nel tempo e nello spazio. La tendenza di connessione, secondo Stuart Mill, tra idee che si richiamano, dopo che furono pensate insieme, è, sopra tutto, osservabile tra le immagini ed i ricordi fantastici della mentalità criminosa. Il contagio morale del delitto n’è l’esempio ordinario e più apparente.
Le idee, i sentimenti, i giudizî, le rappresentazioni di fatti sensibili, di avvenimenti complessi, sono, bene spesso, i precedenti veri di azioni con le quali la rassomiglianza è equivalenza dinamica di energia causativa; il che può avvenire eziandio in modo incosciente.
Talune persone, ad esempio, molto facilmente perdonerebbero una ingiuria; ma nel loro animo si sveglia il ricordo che altri, in simile contingenza, ricorse alla vendetta consumata in determinata guisa; si affaccia il presentimento della disistima, nella pubblica opinione, a cagione della diminuita dignità personale offesa, e così via discorrendo. Nella prima ipotesi, per seguire l’esempio, la efficacia del ricordo del caso simile si fonde con la efficacia operativa della ingiuria sofferta; l’azione delittuosa altrui si delinea innanzi alla mente con colori fantastici attrattivi e, poco a poco, i due elementi, quello dinamico attuale e quello di ricordo, si unificano ed organizzano in un solo evento psichico ed invadono e preoccupano intero il campo della coscienza. Anzi, evvi di più. La ingiuria subita, forse, di sua natura non avrebbe avuta forza impulsiva, perchè scusata dalla supposizione di un equivoco: ma lasuggestione motricedel ricordo è sì potente che, per illusione non guari difficile a verificarsi, noi scambiamo, nel prodotto fantastico, il valore dei due termini mentali e crediamo di sentirci sospinti, all’azione, dalla idea dell’offesa ricevuta, mentre non ci accorgiamo che questa passa in seconda linea nell’associazione, per contiguità di tempo, con la idea dell’avvenimento al quale siamo guidati dalla rassomiglianza dei due fatti presenti al pensiero.
Nella seconda ipotesi, sopra riferita, la connessione fantastica è tra la idea attuale dell’ingiuria ed il sentimento doloroso in noi destato dal presentimento di diminuita dignità o reputazione. Il risultato psichico, derivatone, sarà composto dalla realtà rappresentativa della ingiuria in unione alla coefficienza di sentimentalità associata; ossia, mentre il contenuto sostanziale sarà l’idea della ingiuria, la fisonomia o colorito affettivo corrisponderà al sentimento doloroso inerente al presentimento di dignità personale diminuita di fronte alla pubblica stima.
9.—La dinamica psichica del delinquente rendesi più complessa e più difficile negli atti del volere.
Il Wundt vede, come noi, il fondamento degli atti del volere nei motivi, di cui egli distingue una parte rappresentativa ed una sentimentale, la prima delle quali è dettaragione determinantee la secondaforza impellente. Dalla combinazione di una varietà di motivi, cioè di rappresentazioni e sentimenti, i quali in un composto decorso di emozioni si presentano come quelli che sono decisivi per il compimento di un’azione, sta la condizione essenziale da un lato per losviluppodel volere, dall’altro per la distinzione dellesingole forme di atti volitivi[75].
Generalmente, nei Codici penali, la responsabilità d’un delitto si fa risalire al fattore soggettivo deldolo, e questo si fa consistere in atti liberi del volere ora avvisato come sempliceintenzioneed ora comevolontarietàdell’effetto antigiuridico. Sceverando l’estremo grado evolutivo dell’attività psichica criminosa, cioè il volere, dalla serie dei gradi ond’è preceduto, e dando esclusivo rilievo all’evento psichico il più complesso, col trascurarne gli elementi rappresentativi ed intellettivi, si comprende la incertezza del dato giuridico il quale in pratica deve incontrare insuperabili difficoltà di applicazione.
Chi non sa, in vero, in quale buio si versi allorchè, chiamati ad assodare la imputabilità penale d’un reato, ci sentiamo in dovere, anzitutto, di ricercare la esistenza o meno del dolo?
La legge fa obbligo ai magistrati di enunciare nelle sentenze imotivisu cui fondano il loro convincimento; l’art. 45 Cod. pen., pone il cànone fondamentale, che nessuno possa essere punito per un delitto, se non abbiavolutoil fatto che lo costituisce: ma in che consiste laragionevolezzadei motivi, in che lavolontarietà del fatto, staccata dal complesso degli elementi psichici o stati di coscienza, dei quali è il delitto l’esponente ultimo? Dimandatelo al magistrato, ed egli, nelle sue sentenze, si aggirerà tra concetti e giudizî affatto arbitrarî e che, mentre pretendono di rispecchiare cànoni scientifici, sono il riverbero di impressioni fugaci, talvolta passionali, sulla natura dell’atto incriminato e della prova raccolta contro l’imputato. Io mi sono sforzato, in altri miei libri, di assegnare il valore logico al fattore soggettivo del reato così com’è formolatodal patrio legislatore; ma, debbo confessarlo, durante la lunga pratica professionale, ho dovuto, dolorosamente, constatare quale e quanta incertezza resti sempre nell’animo di tutti, giudici, avvocati e pubblico, per riguardo ai criterî di prova sufficiente a ritenere, in singoli reati, il concorso dell’elemento del dolo. Nè altrimenti dovea avvenire. L’opera del giudice non è l’opera dello scienziato; solo a quest’ultimo è affidato il còmpito di mettere in chiaro le norme regolatrici delle umane azioni, ed il modo di interpretarne il significato: voler convertire un codice in trattato di teorie e di cànoni dottrinarî è lo stesso che sottoporre l’alto ed indipendente ufficio del magistrato a restrizioni mentali arbitrarie e pericolosissime. Ed ecco, anche in ciò, la riprova del danno di sistemi aprioristici scientifici, e dell’errore di trascurare, nelle umane cognizioni, il principio logico fondamentale dellarelatività.
Tornando in argomento, diciamo che il volere è atto complementare del processo psichico, appunto perchè, secondo James,i movimenti volontarî debbono essere funzioni secondarie, non primitive, del nostroorganismo. La prima conseguenza, che ne emerge, è di dover ritenere che la facoltà del volere si connetta alla esistenza di rappresentazioni e sentimenti, che formano il suo presupposto dinamico; e che, secondo Wundt, l’ipotesi di un atto di volere sorgente da considerazioni puramente intellettuali, di una decisione volitiva contraria alle tendenze che si esplicano nei sentimenti, ecc. racchiude in sè contraddizione psicologica. Essa si fonda sul concetto astratto di un volere trascendente, assolutamente diverso dai reali processi psichici di volere.
«Nella fisiologia—scrive Fouillée—la dottrina della evoluzione esplica, a mezzo dello sviluppo d’un organo rudimentale e primitivo, la formazione d’un organo posteriore più completo; allo stesso modo, nella psicologia, tutti gli atti riflessi o istintivi, con la loro varietà attuale, debbono essere i derivati d’una sola impulsione essenziale e primitiva. Trasportate questa impulsione in tutte le cellule elementari d’un organismo, ella sarà il fondo psicologico di ciò che succede nei piccoli esseri viventi ond’è composto l’organismo totale. D’altra parte, le reazioni esteriori di queste cellule cadono, com’egliè inevitabile, sotto la legge del meccanismo. Per simile combinazione d’impulsioni psichiche semplici all’interno, di rapporti meccanici all’esterno, voi potrete esplicare i fenomeni più complessi e le adattazioni della volontà alle svariate circostanze»[76].
La meccanica psicologica del cervello ci è nota. Ogni eccitazione periferica o intercerebrale è trasportata e risentita in analoghi centri; indi, mercè l’apparato efferente, si diffonde in operazioni riflesse. Il cervello è l’organo dell’attività, cosciente o incosciente, della psiche: noi abbiamo il senso di questaattivitàpiù specialmente all’apparire dell’atto volitivo. «Questo sentimento dell’attività è di natura spiccatamente eccitante e a seconda degli speciali motivi di volere è a vicenda accompagnato da elementi di piacere o di dispiacere, i quali, alla loro volta, nel corso dell’atto possono mutare e gli uni prendere il posto degli altri. Come sentimento totale, il sentimento di attività è un processo crescente e decrescente nel tempo, il quale si stende su tutto il corso dell’azione e col finire di questa passa nei sentimenti, molto varî, di soddisfazione, contentezza, delusione, ecc., come pure in sentimenti ed emozioni diversi, che sono legati alla speciale riuscita dell’azione»[77].
La consapevolezza di possedere l’attività necessaria al delitto è il primo e fondamentale effetto immanente della energia criminosa. Non si può sentire la spinta al delitto, nè pensarlo nè volerlo, se non se ne possegga l’attitudine; se l’organismo, e per esso il cervello, non risentano l’azione specifica di forze esterne od interne trasformate e concorrenti a quell’evento esteriore dalla legge represso.
Messasi in attività la energia criminosa, ella, diffondendosi riflessivamente, in primo luogo è causa di atti ditensione; la quale potenza di tendere è in ragione della intensità della eccitazione centrale, ed è soggetta alla dispersione della energia eccitatrice, non che all’aumento od alla diminuzione di equivalenti dinamici fisiologici. Le ipotesi verificabili sonosvariate, a seconda della natura intensiva dell’attività, dell’attitudine dell’apparato efferente, delle maggiori o minori difficoltà fisiopsichiche della funzionalità organica. È possibile, primamente, che dallo stadio iniziale emotivo all’azione non vi intervenga che trascurabile intervallo, quasi che l’atto esteriore fosse di natura automatica o riflessa. Il perchè del fenomeno si riconnette al problema formolato, nel seguente modo, da James: La semplice idea degli effetti sensibili di un movimento è uno stimolo motore sufficiente, o vi deve essere uno antecedente mentale addizionale, come unfiat, una decisione, un acconsentimento di un mandato imperativo, o qualche altro fenomeno analogo, perchè si possa avere il movimento? Ed egli risponde, che talvolta la semplice idea è sufficiente, ma tal’altra il movimento è proceduto da un elemento addizionale cosciente. Ogni qualvolta un movimento tien dietrosenza esitazione ed immediatamenteal pensiero di esso, noi abbiamo l’azione ideo-motrice[78].—Le azioni impulsivamente istantanee, effetti di impeti passionali, di scoppî di ira, di odio senza la previsione delle difficoltà e delle conseguenze, appartengono allo stadio attivo qui descritto. Tostochè evvi insorgenza di antagonismo tra le correnti intercerebrali, e le linee di movimenti efferenti o divergono o si elidono, la vivezza della psichicità si diminuisce; i poteri inibitori si riattivano, e gli atti del volere obbediscono a delle fasi tipiche, che giova ricordare.
10.—Al senso ed alla consapevolezza di un’attività disponibile, accompagnata da tensione, tien subito dietro l’ansia impazientedi veder cessare il presente stato di incertezza e di dubbio, come anche di dar libero corso alla scarica delle energie reattive. La intensità e la specie di cotesta ansia sono analoghe alla specie ed alla intensità dell’affettività sentimentale del motivo. La volontà è tra due poli della vita psichica: tra la emotività, che attira ed assorbe tutte le risorse di equilibrio della coscienza, e l’idea motrice o suggestiva dell’intento dell’azione esteriore. Or, nei riguardi del delinquente, egli è d’uopo ricordare, che lo stato di ansia,qui accennato, si riconnette, molto di frequente, a due emozioni di cui dobbiamo tenere gran calcolo, la emozione dellapaurae la emozione dell’irao dellacollera.
Il Lange, il Bain, il Ribot ed il Mosso ci hanno data la descrizione più accurata dei sintomi fisici e psichici della paura. Noi li riassumeremo seguendo segnatamente il Lange[79], che, se non andiamo errati, è sulla materia lo scrittore più autorevole. La paura è ligata alla tristezza: in ambedue evvi paralisi dell’apparato motore volontario e costrizione spasmodica dei vasi-motori; però, alla paura è da aggiungere una contrazione spasmodica di tutti i muscoli organici, ed un sentimento d’oppressione, con consecutivo sforzo centrifugo cerebrale o segni esterni somatici abbastanza pronunziati.
Il Ribot nota, che la psicologia della paura comprende due momenti ben distinti da studiare. Il primo momento sembra rapportarsi a tendenze ereditarie che appariscono molto evidenti nell’età infantile dell’uomo. Al secondo momento appartiene la paura cosciente, ragionevole, posteriore alla esperienza. Essa ha per base la memoria, non intellettuale, ma affettiva; onde si è accessibile al timore nella misura in cui la rappresentazione del male futuro è intensa, cioè a dire affettiva e non intellettuale, sentita e non concepita. Presso molti l’assenza di paura non è che un’assenza di immaginazione[80].
Circa la emozione della collera ci basti, per ora, notare, col Ribot, che ella ha origine dall’istinto di conservazione individuale, sotto la forma offensiva; e che, secondo Bain, può definirsi: una impulsione cosciente che spinge ad infliggere una sofferenza ed a trarre da ciò un piacere positivo.
La emozione della paura, deprimendo l’energia reattiva ed abbassando il livello cosciente dell’io, fa risentire più a lungo il senso di ansia della irrisolutezza e del dubbio. Assorbita la mente a misurare la probabilità e l’importanza del pericolo presente o futuro; oppresso l’animo dal sentimentovago e doloroso d’un male o danno che è per coglierci; turbata la mente da improvvise rappresentazioni le quali sfuggono al controllo dell’attenzione e della riflessione, il giudizio che ci formiamo del nostro stato è d’imperiosa necessità ad agire in qualsiasi senso, preoccupati dalla sola idea che forse non riusciremo ad allontanare da noi l’imminente pericolo che ci sovrasta. Al primo periodo di depressione succede un secondo periodo di turbamento misto a sentimento d’odio e d’ira per colui che è causa della minaccia; l’equilibrio mentale si ristabilisce in parte, e noi ci accorgiamo di sentirci autorizzati ad usare di tutta la nostra energia per respingere il pericolo, anche a costo di violare la integrità fisica o morale altrui. A questo secondo momento l’emozione della paura ha molta somiglianza con l’emozione della collera: tutt’e due divengono impulsive, con la differenza che la paura è tenuta in certi confini dal calcolo del pericolo minacciato, e la collera, invadendo l’intero campo della coscienza, travolge tempestosamente qualunque sforzo di inibizione e precipita l’azione. In ciò ha grande influenza il carattere risoluto o irresoluto dell’individuo: l’impulso a persistere nella presa risoluzione è, al dir di James, un’altra componente costante nella rete delle motivazioni.
La rapida ed istantanea impulsività degli atti emotivi dell’ira, dell’odio, della tensione risolventesi in energia reattiva, è generalmente qualificata perspontaneaed irresistibile; mentre ritiensi perdeliberataqualunque propensione in cui avvi minor grado di sentimentalità passionale. Nella forma volitiva della deliberazione si fa intervenire con maggior potere la libertà di scelta e di azione; credesi che la spontaneità equivalga ad assenza di sforzo di tensione, e che negli atti deliberati noi godessimo lapienezzadi forza disponibile, non che a discernere tra motivo e motivo, a risolverci per l’un verso e non per l’altro.
È questa un’illusione molto facilmente dimostrabile per l’analisi del momento genetico della spontaneità degli atti. È illusione pari all’altra di supporre che nella psiche possa esservi uno stato di inerzia assoluta o di assoluto equilibrio stabile. Queste differenze, che appartengono, per linguaggio usuale, alla qualità di stati interni, non sono, infondo, che differenze di quantità; ed è perciò, che, secondo l’Ardigò, spontaneo si dice quando lo sforzo del centro in tensione è minimo, e quindi non ne è avvertibile il senso; volontario, quando lo sforzo è grande, prolungato e a riprese, e quindi è distintamente rilevabile il senso di esso. Nella deliberazione la volontarietà dello sforzo è accompagnata da più risentita psichicità mentale; per cui, tra l’antagonismo dei controstimoli, si riattiva un ritmo ideativo più costante e la selezione inibitoria riesce ad allontanare le difficoltà apparse sulla linea della corrente cerebrale predominante.
11.—L’ultima conclusione, a cui siamo pervenuti, ci ricorda la esatta osservazione del Wundt, che le emozioni, dalle quali sono introdotti i processi di volere, sempre più decrescono in intensità a causa dell’azione contraria di sentimenti diversi e inibentisi a vicenda, così che alla fine i processi di volere possono nascere da un decorso sentimentale apparentemente tutt’affatto libero di emozioni: di fatto, però, non si ha mai una mancanza assoluta d’emozione.
Intanto, succede che la indecisione si protrae, anche se i motivi contrarî siensi affievoliti, ed il volere non sa prendere stabile direzione, non perchè gli manchi la spinta, ma perchè l’azione attrattiva dell’intento non si fa sentire abbastanza. Quante volte il pensiero fluttua tra disparati ricordi ed opposti propositi, senza tregua incessanti ed opprimenti, nè si è in grado di appigliarsi a qualche divisamento pur di far cessare il doloroso stato di dubbio! Dopo ore, dopo giorni, dopo mesi, l’intervento di qualche motivo irrilevante, la cui accidentale insorgenza resta per noi innavvertita, dà l’ultimo tracollo alla bilancia e noi ci sentiamo senza ulteriore difficoltà trascinati all’opera. Come avviene tutto questo? La meccanica del cervello ci presta una ipotesi molto plausibile. Sappiamo che l’associazione delle rappresentazioni e delle idee si effettua in due modi, o in formalineareetemporaleo in formaspaziale.
L’associazione lineare, giusta l’osservazione di Henle, ha il campo d’azione in un solo e medesimo organo, nell’organo del pensiero sotto forma di associazione di idee, nell’organo centrale dell’udito sotto forma di melodia, assonanza e via dicendo. La seconda specie, cioè l’associazione spaziale, saltada un organo all’altro, dall’organo dei concetti a quello delle rappresentazioni sensorie e viceversa. Essa è identica alla simpatia nervosa[81]. Or, che l’associazione spaziale abbia per punto di partenza la struttura del sistema nervoso centrale, e che i prolungamenti colleganti fra di loro le cellule nervose acquistano tanto maggiore conduttibilità, quanto più frequentemente essi si adoprano, sono ipotesi più o meno plausibili per spiegarci il passaggio dall’un centro all’altro, con collegamento spaziale; ma la difficoltà non è neppure quella proposta da Henle, cioè come l’associazione delle rappresentazioni tra loro corrispondenti sia tratta dal patrimonio dell’uno e dell’altro centro. La difficoltà emerge dal vedere che tra due vicini o lontani centri si generi una corrente, o delle serie di correnti, senza che vi sia stato da parte nostra veruno sforzo, o senza che tra le due lontane sedi di attività cerebrali sia intervenuto un motivo medio che collegasse gli estremi come anello di ininterrotta catena.
Qui, certamente, dobbiamo far ricorso alla causa di energie latenti, per lo più ereditarie; per le quali, in casi simili, si svegliano simpatie nervose, attrattive ideali impreviste. Ciò lo vediamo, con processi più sistematizzati, in forme morbose di squilibrî mentali: le idee fisse, le tendenze irresistibili rinascono con la identica modalità ritmica di forme ereditarie od ataviche; lo stesso, senza dubbio, è per le associazioni tra elementi psichici discrepanti, i quali, poi, sono i fattori immediati o mediati di impulsioni o di deliberazioni volitive. Apprezzando il perchè di date decisioni, noi facciamo le grandi meraviglie del come, per motivi estranei o irrilevanti, si sia pervenuto all’azione di grave delitto; perchè, in oltre, mentre, subito dopo la ragione di odio e di ira, niente di anormale mostrò il paziente, nè alcuno avrebbe dubitato di lui, poscia, all’impensata, egli siasi reso autore di atti feroci di vendetta. Il motivo di odio, nel momento occasionale, restringeva l’efficacia nel mettere in moto l’attività di un solo centro rappresentativo ed ideale; ma, col passare del tempo, altri centri, vicini o lontani, si ridestarono,mettendosi con esso in relazione, alcuna volta per accidentalità sopraggiunta; e, per la confluenza di correnti similari, avvenne, nel momento dato, la fusione e quindi il formarsi di novella energia con potenzialità sufficiente a trascinar seco il pravo volere. Nei reati premeditati il fenomeno è costante, ed è per questo che, in simili reati, evvi la presunzione di maggiore imputabilità e temibilità del reo; supponendosi che nel medesimo siavi un fondo di perversità degenerativa, non domabile sì facilmente, riferendosi ad attitudini antropologiche eccezionali.
Se non che, io dico, che una seconda causa concorre a produrre il fenomeno, e si riferisce al mutamento di stato organico dell’individuo, in periodi di tempo. L’illusione della piena libertà di arbitrio ci persuade che sempre ed ovunque noi disponiamo di forza sufficiente per scegliere e seguire gli intenti delle nostre azioni. Ma la cosa è ben altrimenti. Molta parte del funzionamento cerebrale ci riesce ignota e misteriosa; argomento, per molti, di ricorrere all’ipotesi dicerebrazione incosciente. Certo è che lo sforzo a sovvenirci di alcuna idea, di ristabilire la trama ideale tra centri similari mentali, di riprodurre le rappresentazioni di già avveratesi, spesso ci torna di impossibile esecuzione; e che, mentre meno ci pensavamo, improvvisamente le correnti, che sembravano spente, di pensieri e di sentimenti, si riattivano e producono effetti meravigliosi.
Il citato Henle molto opportunamente, osserva, che la volontà non è assoluta, ma dipende dallo stato d’animo e dal particolare sviluppo della materia pensante. «Quanto i pensieri appaiano arbitrarî, lo attesta anche l’Apostolo allorchè dice che essi reciprocamente si accusano e si scusano. «Essi vengono quando vogliono» lamenta Rousseau, «e non quando voglio io»; e Lichtenberg caratterizza in modo energico la sensazione per cui noi assistiamo quasi come spettatori allo svolgersi del processo dialettico nel nostro intimo, affermando che non si dovrebbe dire «io penso», ma «pensa», come si direbbe «lampeggia». E Goethe esprime la stessa idea, con quella forma vivace che gli è propria: «Il male è che ogni pensiero non aiuta a pensare; dobbiamo essere retti per natura, cosicchè le idee felici si presentino dinanzi a noicome libere figlie di Dio e ci dicano: Eccoci qua!» Goethe c’insegna, inoltre, cosa avvenga nel laboratorio intimo del poeta, con queste parole colle quali egli nella dedica del Faust evoca le fugaci immagini della sua fantasia:
«Cingetemi di voi, spettri diletti,Come da nebbia o da vapor suoi farsi»[82].
Non trascuriamo di aggiungere che, all’alternarsi di idee, di pensieri e di voleri, in molta parte dobbiam far capo alle opinioni individuali. Allorchè le credenze inspirate da’ sentimenti e dalle passioni sono combinate in sistema su d’un obbietto determinato, o religioso, o politico, o artistico, esse costituiscono le opinioni (Despine). Le quali, nè è difficile sperimentarlo, informano di sè tutta la vita psichica; formano il fondo permanente donde si diramano le correnti di energie direttive del lavoro cerebrale; forniscono il materiale di riserva ai deficienti processi mentali.
12.—L’ultima specie dinamica del volere ricorre negli attialternantiointermittentidi azioni impulsive di motivi sopraggiunti. La relatività temporale e spaziale del contenuto attivo del pensiero alcuna volta apparisce in momenti così staccati e per sì differenti impulsioni, che la nostra attenzione può fissarne la separata entità dinamica. Volontà deboli, caratteri incerti sono alla discrezione di moventi alternanti, e, talora, tra loro discrepanti; di guisa che, in definitiva, è assai incerto stabilire quando la decisione criminosa ebbe luogo, quale ne sia stato il motivoefficiente. Prima che si generi lapersuasione, ossia prima che gli atti mentali si equilibrino e si muovano attorno ad un centro fisso di gravità, si è a discrezione di attività sentimentali od ideali con differenti movimenti suggestivi distaccati: l’ultimo impulso fissa la direzione associativa ed emotiva e decide l’idea dell’azione.
Il fenomeno qui descritto venne intuito in modo sorprendente dall’Alfieri nell’Agamennone. Egisto, l’uomo dalla premeditata e feroce vendetta, arriva ad assoggettare ai suoi voleri Clitennestra, la quale, resa vittima di morbosa passione,dovea servirgli di strumento per sfogare sui discendenti di Atrèo l’odio ereditato dal padre Tieste. La infelice donna sa che il marito Agamennone è di ritorno in Argo dopo i trionfi della distrutta Troia, e teme di per sè e dell’amante costretto ad allontanarsi, esulando dalla reggia ov’egli era dimorato colla speranza che, morto il re in battaglia, ne potesse usurpare il trono. Clitennestra, agitata tra timori e speranze, sente di non potere staccarsi dall’uomo fatale che ne avea conquistato il cuore: ella chiede un sol giorno per escogitare un rimedio, ma invano la sua mente si dibatte, che tutto concorreva a persuaderla dover Egisto allontanarsi di Argo, se a maggiori sventure ambidue non avessero voluto andare incontro. Il periodo di incertezza, di ansia dolorosa dell’animo di lei è riprodotto dal poeta con esatto rilievo: sotto il dominio suggestivo della passione, ella è chiusa, cogitabonda; dinanzi al marito non sa trovare il verso di dissimulare l’interno stato, di simulare un tratto solo dell’antico affetto che a lui la legava; dinanzi ad Elettra, sua figlia, non sa far altro che scusare Egisto, e, se con qualche affettuoso ricordo è richiamata alla spaventevole realtà del presente, esplode in atti di veemenza e dice:
Sola
Col pensier miei, colla funesta fiamma,Che mi divora, lasciami—L’impongo[83].
È profondamente artistico, e troppo verisimile, il modo onde Egisto insinua nella mente della donna il reo proposito di uccidere il marito: si mediti la scena prima del quarto atto; la drammaticità passionale, la sentimentalità persuasiva criminosa attingono il colmo di colorito e di efficacia intensiva. Egisto dapprima accenna, poi si ritrae dissimulando; Clitennestra dapprima non intende e vuole essere illuminata, poi intuisce il reo pensiero e, sorpresa, esclama:
Or t’intendo—Oh quale
Lampo feral di orribil luco a un trattoLa ottusa mente a me rischiara! oh qualeBollor mi sento entro ogni vena!—Intendo:Crudo rimedio,... e sol rimedio..., è il sangueDi Atride[84].
Eppure, ella resta scossa sì ma titubante; la passione amorosa era insufficiente a deciderla di eseguire l’orrendo maleficio. La sua volontà versa in quello stato di tentennamento che è proprio dell’equilibrio instabile per manco di poteri attrattivi predominanti di qualche idea o sentimento in giuoco. Ma Egisto se ne avvede ed aggiunge esca al fuoco, forza alla spinta: confessa alla donna, dissimulandone accortamente il mendacio, che Agamennone sia preso d’amore per Cassandra, la bella fanciulla da lui condotta schiava da Troia. La misura è colma; Clitennestra esclama: «Che ascolto!». Egisto insiste:
Aspetta intanto
Che, di te stanco, egli con lei dividaRegno e talamo; aspetta, che a’ tuoi danniL’onta si aggiunga; e sola omai, tu sola,Non ti sdegnar di ciò, che a sdegno muoveArgo tutta.
L’effetto è immediato: Clitennestra più non tentenna; ella dice: «Atride pera!».—Egisto:
Or come?
Di qual mano?
Clit.:————————Di questa, in questa notte,
Entro a quel letto, ch’ei divider speraCon l’abborrita schiava[85].
Ma, non ostante la presa decisione, trascorse poche ore, la donna non ha più la forza di tradurre in atto il reo proposito: col pugnale tra mano, sulla soglia della stanza ove dorme Agamennone, ella si arresta. La sua mente vacilla; onde di pensieri, di ricordi, di rimorsi, si accavallano, ribollono, la turbano, la travolgono: dal fondo di quell’anima passionata già veniva su la idea di arretrarsi, e forse, perla fusione di concomitanti motivi, la controspinta avrebbe trionfato: ma Egisto appare, e la misera dice a sè stessa: «Io sono perduta, oimè!».—Si ridesta la interna lotta per nuovi coefficienti suggeriti, accumulati dal reo eccitatore: la vista del ferro, a lei offerto dall’uomo che le ricorda il sangue sparso della propria figlia, Ifigenia, da Agamennone, la riaccende; la volontà omicida esplode e l’azione precipita. Clitennestra penetra nella stanza del marito e lo trafigge!...
Quanta verità di naturale riproduzione di cose: quale visione reale di stati di animo sì fugaci e per ciò sì difficili ad esser compresi!...