CAPO X.Psicologia dell’azione criminosa.1. Che cosa debba intendersi per azione criminosa.—2. Anomalie ed esquilibrio del carattere del delinquente.—3. Stato di esquilibrio psichico del delinquente nato: caratteri distintivi che accompagnano la sua azione criminosa.—4. La organizzazione psicofisica anomala del delinquente nato: le note culminanti psico-patologiche proprie della sua attività.—5. L’azione del delinquente folle; la pazzia a forma melanconica.—6. La manìa impulsiva; le ossessioni psichiche criminose.—7. Esame dell’Ercole furentedi Euripide, esempio di manìa omicida accompagnata da allucinazione impulsiva; leemozioni ossessivecon impulsioni di fobia.—8. L’azione criminosa dell’epilettico.—9. La epilessia larvata oequivalente epilettico.—10. Il delinquente per passione.—11. Psicologia dell’odio.—12. Psicologia dellagelosia: Fedra e Medea.—13. L’azione criminosa del delinquente per passione: psicologia dell’ira.—14. Esame di Oreste, secondo Eschilo, Sofocle ed Euripide, quale esempio di delinquente per passione.—15. Il delinquente di occasione.1.—Intendiamo per azione criminosa la sintesi degli atti che preparano, accompagnano e susseguono il delitto. L’opera esteriore, non che essere il compimento di ciò che entro siasi divisato, ne è la prova più appariscente; quella prova onde, con metodo induttivo, noi procediamo dalla constatazione del noto per arrivare a comprendere l’ignoto. È così che il rito giudiziario completa le prescrizioni della legge repressiva; poichè la imputabilità, avendo bisogno di individualizzarsi per partorire la responsabilità, non può far a meno di date prove di fatto raccolte e coordinate secondo norme logiche prestabilite e consecrate da apposite prescrizioni rituali.Chi opera, esteriorizza il suo essere intrinseco; ondechè l’azione non è che la manifestazione di ciò che rimane occulto; di ciò che è la somma della vita psichica individuale, dagli elementi sensitivi, emotivi ed intellettivi, alla più completaformazione della coscienza, della intelligenza, della volontà. Il delitto, dunque, considerato obbiettivamente nella azione, non è mai un fattofortuito, dipendente del tutto da accidentalità di tempo e di luogo; è l’indice della costituzione organica dell’agente, fisica e psichica: il suo fattore è sempre a ricercarsi, come bene si esprime il Garofalo, nellaspecialitàdell’individuo, plasmato dalla natura in modo da esseredelinquente[86].Gli atti esecutivi si differenziano secondo il fine cui tendono; il fine rispecchia gl’interni propositi e completa la fisonomia morale del carattere individuale. La composizione di questo carattere, pel delinquente, perchè sia bene compresa, ci obbliga a rifarci alquanto indietro ed a ricordare parecchie anomalie psichiche le quali informano le modalità dell’azione, imprimendovi delle note interessantissime nello apprezzamento degli elementi di prova processuale.2.—Il Marro scrive, che il carattere saliente della mente dei delinquenti è dato per lo più da una mancanza di riflessione, che, congiunta ad egual difetto di affettività, li dispone a forme più o meno gravi del delirio di persecuzione[87].—Questa anomalia di esquilibrio dipendente dal prevalere di morbosa sentimentalità sul contenuto ideale di associazione riflessa è causa di frequentiossessionicongiunte ad instabilità di propositi e di atti; il che, a prima vista, sembra contraddittorio, ma è pur corrispondente al vero. I delinquenti, per chi ne abbia pratica, sono i vinti, più che della lotta per la vita, dell’invincibile potere di idee fisse o ricorrenti di persecuzioni immaginarie, che, prendendo corpo e rilievo per l’influsso deleterio di scompigliata fantasia, partecipano alla psiche il fondo di grande vulnerabilità, predisponendola ad atteggiarsi, senza difficoltà, secondo gli instabili eventi quotidiani. Dai facili trascorsi in famiglia, nella tenera età, al continuo cambiamento di occupazione e, in fine, al vagabondaggio, la esistenza di codesti disgraziati è alla mercè di perenne flusso e riflusso di forze antagoniste: la personalitàsi disgregherebbe più facilmente del consueto, se non fosse tenuta salda da idee fisse, da sentimenti giganteggianti, il cui esito è di ossessionare la mente, alterando il carattere di volta in volta che le impulsioni rendonsi più intense.La incoerenza psichica è causa di imprevidenza sulla possibilità probatoria, di responsabilità, di atti che potevansi evitare o effettuare altrimenti. Chi guarda l’azione criminosa, partendo dall’atto compiuto, è soggetto ad ingannarsi se crede di dover seguire i dettami della comune logica, cioè se crede di scorgere il necessario legame causale tra i precedenti ed i concomitanti del delitto. Questo legame esiste, ma è l’effetto di processo mentale anomalo, perchè predisposto ed originato da fattori rappresentativi ed ideali di cui difficilmente ci è concesso,a posteriori, di riprodurre in noi la trama mentale.L’eccessiva vanità dei delinquenti spiega come essi, con un’imprevidenza inconcepibile, escano a parlare dei proprî delitti prima e dopo d’averli compiuti, fornendo, così, l’arma più potente che abbia la giustizia per coglierli e condannarli (Lombroso). Il che, aggiungerei, è da manco di riflessione, perchè non si ha il potere di controllare quel che si dice o si opera: il campo visivo della mente è alterato da correnti di sentimentalità invadenti; l’io, staccandosi dalla normale vita di relazione con l’ambiente, si isola e troneggia in una sfera di fantasioso egoismo.3.—Per procedere con più esattezza in quest’ultima parte del processo psicologico del delitto, esamineremo separatamente:a) la psicologia dell’azione criminosa dei delinquenti nati, o con fondo di pazzia morale o di epilessia;b) quella dei delinquenti passionali;c) quella dei delinquenti di occasione.Facendo principio dal delinquente nato, osserviamo che in esso lo stato di esquilibrio psichico presenta completa organizzazione a base di fattori degenerativi ereditarî e di fusione integrativa degli elementi similari dell’ambiente. La energia criminosa ereditaria, a contatto con le forze ambienti, si è corroborata, intensificata, ed eliminando, dalla organizzazione dell’io individuale, gli elementi estranei alla sua natura,si è unificata con analoga specificazione. La forma psichica, che ne risulta, apparisce senza veruna impronta di rappresentazione dell’ordine dinamico esteriore con l’ordine immanente di stati di coscienza: il sentimento altruista, di famiglia, di sociabilità, di simpatia non esiste, e dal suo luogo domina assoluto il senso di egotismo, che dispone il delinquente a sentirsi estraneo tra’ simili, anzi in lotta con essi perchè diversamente da lui conformati. Se lo sviluppo mentale si è tenuto basso, il delinquente nato neppur bada ai controstimoli del delitto; per lui la legge penale, la morale, i costumi, la pubblica opinione son come non esistessero; appena, ma di rado, son percepiti o ricordati siccome incentivi ad eseguire il maleficio con maggiore astuzia ed accortezza. Se, poi, lo sviluppo mentale si è arricchito di alquanta coltura e la vita di relazione si è resa vieppiù complessa, il ricordo dei controstimoli serve ad accrescere la morbosità fantastica dell’azione criminosa, poichè è causa per cui dal fondo pervertito del criminale venga su la irresistibile tendenza ad agire in controsenso ed a dispetto del comune modo di sentire e di giudicare. La lotta di prevalenza sociale, che per l’uomo normale si svolge con lo sforzo di arricchirsi di qualità morali preminenti o di maggiori sostanze economiche, frutto di progredita attività, nella mente del criminale si prospetta con le parvenze di antagonismo brutale, con l’urto dispettoso di presunti nemici o persecutori, con l’assenza di ogni traccia di probità o di pietà. Basta il minimo motivo per coonestare i più atroci misfatti: leggasi in Despine[88], in Lombroso[89]i moltissimi esempî di delinquenti, che si scusarono da immani delitti adducendo dei motivi i quali sembravano ridicoli pretesti. La polizia giudiziaria, messa sulla traccia di trovare il responsabile di alcun grave delitto, molte volte erra nel seguire ipotesi, che a lei vengono suggerite dai presupposti di ordinaria esperienza dei fatti umani; perchè credesi che il reo abbia dovuto aver rilevante motivo all’azione, e chequesta abbia dovuto consumarsi con tutto l’apparato di mezzi scelti e creduti meglio adatti all’intento criminoso. Niente di tutto questo: il delitto è l’effetto di circostanza, di motivo futilissimo; talfiata è il mezzo di soddisfazione degli istinti perversi che trovano nell’azione il completamento ad una attività irrefrenabile. Il vero motivo presupposto di processo logico degenerativo è a ricercarlo nel fondo anomalo dell’anima del criminale; fondo che ben può indovinarsi apprezzando senza preoccupazioni le modalità esteriori dell’azione, le quali, tuttochè testimoni muti, sono abbastanza eloquenti per indurci a scovrire il vero agente del delitto.La fredda ferocia e la sensibilità apatica[90]di molti omicidî sono l’indice dello stato psichico dei rei. La sensibilità, fisica e morale, è nell’uomo integro il frutto di coefficienti organici biologici: se questi coefficienti mancano, i nostri atti debbono essere in palese opposizione con la comune condotta.4.—Trattando degli stadi coscienti di formazione e di sviluppo del delitto, mostrammo il processo integrativo o disintegrativo dell’anima del criminale. Dovendo, ora, veder tali elementi rispecchiati esteriormente nell’azione, converrà aggiungere altre osservazioni che in precedenza furono appena adombrate.La organizzazione anomala del delinquente nato percorre le fasi di arresti dello sviluppo psichico: di qui la relazione biologica ed antropologica tra il pazzo morale, l’epilettico ed il criminale. Dallo stato di idiozia al deficiente equilibrio psichico ed all’equilibrio pieno si hanno gradi considerevoli, a cui il psicologo è obbligato a rivolgere la sua attenzione. «Per quanto svariati—scrive Krafft-Ebing—possano essere i gradi della idiozia (idiozia propriamente detta e imbecillità) pure vi ha sempre una frontiera che la separa dalla debolezza mentale, e ciò consiste nel fatto che le rappresentazioni psichiche, per quanto frammentarie ed elementari, non possono compiersi spontaneamente ed indipendentemente dagli elementi sensoriali, nè possono servire ad elaborare delle idee astratte (concetti, giudizî). Ma anche la riproduzione delleidee, pur ammesso che avvenga, si fa in modo incompleto, come quella che per la massima parte tien dietro soltanto ad una eccitazione esterna o ad un bisogno organico che si faccia sentire. È perciò che tutto quanto l’andamento del processo ideativo decorre in modo puramente meccanico, come se l’idea si fosse formata primitivamente. L’idiota completo non è suscettibile di emozioni. Sono a lui sconosciuti e simpatia e sentimenti sociali, ed esso non prova nemmeno il bisogno della vita in società: egli ne gode i vantaggi senza comprenderne affatto il significato etico. Egli è capace di reagire in un solo senso, e cioè quando il suoio, così limitato, è contrariato. Allora reagisce con la esplosione dell’ira la più veemente, ma che è addirittura esagerata, e che si manifesta con una brutalità assolutamente sproporzionata allo scopo»[91].Lo stato più normale del delinquente nato è di debolezza o di insufficienza nei processi mentali. Difettosa l’attività sensoriale, difettosa la rappresentazione del mondo esterno; privo dell’idea dell’intima essenza delle cose e dei loro minuti rapporti; privo della ricchezza necessaria di linguaggio onde ricordare od esprimere le idee che sorpassino le comunicazioni della vita, esso è insensibile al bene ed al male altrui; credulo, inesperto, difeso più dall’astuzia del felino che dalla previdenza di bruti alquanto evoluti. «A causa della facile suggestionabilità, gli individui deboli di mente si possono facilmente incitare a commettere dei gravi delitti con minacce, intimidazioni e prestigio di autorità, e spesso diventano dei docili strumenti nella mano di delinquenti nati più perversi»[92]. In omicidî per mandato, in complicità per assistenza ed aiuto è molto facile incontrarsi in uomini di tale natura: essi subiscono il fascino dell’altrui azione suggestionatrice; obbedendo agli istinti malefici, provano soddisfazione e piacere a sentirsi capaci, ciechi strumenti nell’altrui mano, a commettere qualche impresa criminosa: per costoro l’azione del delitto reca sforzi minori che il vincere l’ordinaria apatia di carattere, poichè nel delitto essi trovano l’incentivo piùforte a rendersi attivi, a vivere della vita esteriore. Dopo il delitto, la fantasia si accende e si esalta alla idea delle conseguenze penali; la pubblica riprovazione del fatto risuona con eco di sorpresa sulla indifferenza di animo di malfattori così fatti; ond’essi, trasportati dalla corrente della pubblica curiosità ed incitati dal solletico della vanità, non sanno a lungo nascondere il loro malfatto; ma, o simulando o dissimulando, accentuano talmente i loro atti, il linguaggio, le precauzioni, che finiscono con lo scoprirsi ed esser puniti. Durante la esecuzione del maleficio, son mossi ed accompagnati da contegno di tanto scetticismo da destare ribrezzo: solo in qualche momento, il supremo dell’azione, la loro anima è tempestosa; la mimica è felina, precipitosa fino alla incoscienza. L’intento dell’utile, della vendetta, dello sfogo di odio, per cotesti disgraziati, è piuttosto in apparenza il motivo del misfatto: essi sono attratti dall’ignoto, che circonda sempre il maleficio: se questo debba consumarsi a tradimento, con agguato, di notte, con mezzi pericolosi, il delinquente nato, dalla mente debole, è più proclive ad accettare; egli vede, nelle difficili circostanze, onde l’opera dovrà accompagnarsi, tanti motivi che svegliano in lui un’attività nuova, che lusingano la sua debolezza creandogli la illusione di compiere imprese pari a quelle di uomini superiori per fortezza ed astuzia. La idea di provarsi nei pericoli dell’azione ha attrattiva irresistibile: insemina l’apatia, l’atonia di animo, la coscienza di debolezza, di inferiorità è pel criminale la fonte d’un senso di avvilimento, di disgusto da cui egli cerca tutte le vie per liberarsi; la prima che gli si offra, sia anche pericolosa, è da lui accettata con entusiasmo. Che se, poi, il delitto debba commettersi in più persone, da individui di tempra superiore e da degenerati inferiori, questi ultimi si trascinano con moto automatico: son pronti ed esatti nell’apprestare i mezzi al delitto, fanno mostra di porsi in prima linea, e, compiuto il fatto, acquistano la coscienza fittizia di sì grande superiorità da schernire i complici ed arrogare a sè tutto il merito della riuscita. Guai—però—se durante la esecuzione si è sorpresi da reazione per parte della vittima, o la pubblica forza trovasi pronta ad arrestare i rei: il delinquente, di che scriviamo, è preso da vero panico; manca in lui la forzasufficiente a resistere, manca il coraggio di uomini che abbiano la tempra morale elevata, tuttochè con impronta malefica.5.—Tra le forme più accentuate della delinquenza con fondo degenerativo ricorrono i casi di follie morali ed epilettiche.Il delinquente folle è vittima di alterazioni psichiche, le quali o spingono all’azione per stato depressivo di coscienza, ovvero per stato impulsivo. Esempio della prima specie osservasi nella pazzia a forma melanconica, i cui fenomeni consistono in una dolorosa disposizione dell’animo, della quale mancano affatto o non vi sono sufficienti ragioni nel mondo esterno, in un decadimento del sentimento di sè stesso ed in una difficoltà generale nello svolgersi di tutti quanti i processi psichici, la quale può giungere sino al loro temporaneo arresto (Krafft-Ebing). L’individuo è oppresso da un’ansia angosciosa, che lo circonda di tristizia e di sospetto; l’avvenire è buio, il presente è opprimente, privo di speranza e di lusinghe. Quindi è che il melanconico è spesso l’esecutore di azioni violente ed incomposte ed è in preda ad una impulsività sfrenata con furore. «Questa attività del melanconico—scrive Krafft-Ebing—non è che un fatto di reazione provocata dalla tormentosa agitazione della coscienza, che può giungere a tale da spingere il malato alla disperazione; ed allora la potente eccitazione così prodotta può, almeno temporaneamente, spezzare ogni freno interiore. A queste esplosioni affettive e a queste reazioni del malato possono dar occasione delle impulsioni penose o delle memorie dolorose, con i conseguenti moti passionali della sorpresa e dell’attesa, nonchè delle sensazioni pervertite sia fisiche (nevralgie, ecc.), sia psichiche (senso di sconsolata anestesia psichica, inceppamento del pensiero, idee fisse, indecisioni, il sentirsi come soggiogato dalla malattia). A ciò si aggiungono, quali motivi importanti determinanti all’azione, e come complicanze del quadro morboso sinora abbozzato della malinconia senza delirio, certe sensazioni di angoscia (ansia precordiale) tali da provocare un violento scoppio affettivo, nonchè delle allucinazioni sensoriali e delle idee deliranti»[93].6.—La manìa impulsiva merita più seria considerazione. «Un modo di estrinsecarsi degli stati di degenerazione psichica estremamente importante dal punto di vista medico legale è rappresentato dal verificarsi di certi atti, i quali non hanno il loro movente in idee chiaramente definite nella coscienza,—il cui meccanismo non si svolge secondo lo schema dalla riflessione sulle svariate possibilità del volere, con una savia valutazione dei motivi e con la decisione in favore di ciò che appare il giusto,—ma nei quali l’idea, che muove all’azione, prima ancora di essersi affacciata ben netta e chiara alla soglia della coscienza, si trasforma in azione; o, per parlar in termini anche più generali, mai arriva a tale da esser ben apprezzata e valutata dalla coscienza. Ond’è che l’atto apparisce, tanto a chi lo compie come a chi lo osserva, addirittura senza motivo e perciò inconcepibile,—il modo nel quale esso vien compiuto ha in sè l’impronta dell’azione coatta, impulsiva, istintiva e sorprende anche l’individuo stesso che la compie. Essa apparisce come una necessità organica, la quale sorga su dal fondo incosciente dalla vii» psichica, paragonabile ad una convulsione nel campo psicomotorio»[94].Accetto la teoria del Bianchi, che laossessionisiano elementi psichici non eliminati: nelle menti male organizzate (ereditarietà morbosa o altre influenze degenerative) può accadere che il processo di ricambio psichico sia turbato, e che un componente psichico, destinato a passare transitoriamente per il campo della coscienza ed a cadere nell’incosciente, invece vi resti, e non possa venir eliminato: così come talvolta alcuni veleni fabbricati nell’organismo e sostanze introdotte dal di fuori non possono venire espulsi, rimangono e si accumulano nell’organismo[95].—Questa invasione eterogenea di prodotti psichici, con forma statica o diossessionepropriamente detta, e con forma dinamica oimpulsiva(Féré) è accompagnata da emotività morbosa (Morel, Ballet, Seglas, Dallemagne, Pitras, Régis); nè dipende da fiacchezza di volontà(Magnan); nè va confusa con malattia della attenzione (Ribot).Il fenomeno è essenzialmente di insorgenza e di predominio dinamico.La mancata eliminazione di prodotti psichici avviene perchè le correnti ideative ed emotive sono ostacolate da qualche intoppo che loro impedisce il libero corso; e, come nella confluenza di correnti di acqua, se ad un punto esse incontransi senza sfogo e declivio, si verifica il gorgoglio, così nel flusso delle idee e dei sentimenti qualunque specie di arresto produce disturbo di funzionamento generale psichico. Da principio la invasione è limitata ad un punto solo del campo della coscienza, la quale, accorgendosene, mette in atto tutti gli sforzi, di cui dispone, per liberarsene: subito dopo, se resta impotente ad ottenere lo scopo, la visione mentale è ottenebrata e poscia circonfusa di colori abbaglianti; la volontà resiste tuttavia, ricorrendo al sussidio dei controstimoli ideativi ed emotivi; forse vi riuscirebbe, ma, per l’avvenuto disturbo funzionale, sopravvengono delle illusioni ed allucinazioni, le quali travolgono e trasformano completamente la natura dell’io cosciente.7.—Una classica intuizione artistica della manìa omicida, accompagnata da allucinazione impulsiva, la troviamo nell’Ercole furentedi Euripide. Ercole, dopo lunga assenza, ritorna in Tebe, ove era suo padre Anfitrione, sua moglie Megara ed i suoi figli. Tostochè giunge presso la sua casa, sa da Megara che Lico, il re di Tebe, avea deciso di sacrificare l’intera famiglia di lui, e già i figli intorno al capo aveano avvolte funeree corone ed attendevano il momento fatale. Egli entra in casa per venerare i domestici dei, deciso a far aspra vendetta su Lico. Costui giunge accompagnato dai suoi sergenti, e, nulla sapendo dell’inatteso ritorno di Ercole, penetra in casa per trarre a morte Megara ed i figli. Ma, abbattutosi in Ercole, è tosto ucciso. Però, per volere degli dei ed accompagnata da Iride, sopravviene l’Insania (ἡ Λύττα), detta vergine figlia della fosca notte, nata del nobile sangue di Urano, ed inviata per castigare il misero Ercole. Un nunzio, sbigottito, racconta che Ercole, dopo la uccisione di Lico, apprestava un sacrificio innanzi all’aradi Giove: erano accolti i suoi figli con l’avo e con la madre, e già portato era in giro all’altare il canestro ed elevavansi sacre preci:Ma ecco, allor che con la destra il tizzoTôrre, e nella lustrale acqua tuffarloDovea d’Alcmena il figlio, immoto stette,E tacito. In quell’atto lungamenteSi rimase e teneano i figli in luiFisso il guardo. Più desso egli non era.La idea o l’ossessione omicida invade repentinamente l’animo con la scintilla di una sensazione o di un pensiero improvviso; indi—in un terreno predisposto per degenerazione personale o ereditaria—va poi divampando e preoccupando l’attività mentale dell’ammalato e può assumere e presentare tutti i diversi gradi di intensità dell’ossessione morbosa, vincibile od invincibile (Ferri).—Dapprima è un arresto improvviso dei movimenti intercerebrali; un rapido restringersi, con senso di angoscia, del campo della coscienza; l’oscillamento della percezione della realtà; lo sforzo di rendersi conto di ciò che si ha consapevolezza che avvenga: poscia, perdutosi l’equilibrio o il centro dei moti ideativi ed affettivi, gli occhi, la fisonomia, la mimica presentano i segni evidenti del delirio invadente.Gli occhi stravolti roteggiava intorno,Le sanguigne radici in fuor spingendone;E una schiuma stillava dalla boccaGiù sul mento barbuto.Completatosi l’accesso, comincia l’allucinazione: l’ammalato dimentica il luogo ov’è, le persone ond’è circondato. Tra le idee ricorrenti, con turbinìo di sangue e di vendetta, una gli si fissa nella mente, con insistenza, l’idea di dar morte ad Euristeo, altro suo nemico. E l’uomo che, pochi istanti prima, avea con calma e freddo discernimento disegnato il come ed il perchè di sue future imprese; inebbriato, pel sopravvenuto delirio, dall’insania di odio irresistibile, è spinto, anzi trascinato a quell’azione che gli si riproduce in modo fantastico, con fondo tenebroso, con contorni foschi, ed alla quale egli già crede di prender parte con la veemenza di chi è di fronte all’aborrito nemico.Indi proruppeCon risa forsennate in questo dire:«Padre, a che accendo or io, pria di dar morteAd Euristeo, l’espiatrice fiamma,E fo doppia opra, ove pur tutto io possoCompier con una? D’Euristeo qui portoLa tronca testa, e di più morti a un trattoPoi mi purgo le mani. Olà, versateL’acqua a terra: i canestri al suoi gittate:Chi mi dà l’arco? chi mi dà la clava?Corro a Micene. Oprar picconi e leveA spezzarne fia d’uopo, a rovesciarneQuelle sue mura, che i Ciclopi un giornoCostruir con le subbie alla rubrica».Dettò ciò, quivi presto immaginandoIl cocchio aver, fa di salirvi, e spinge(Come avesse la aferza) i corridori,Dimenando la destra. Eran quegli attiE di riso a’ sergenti e di paura:E l’un l’altro guatandosi, diceaQuesti a quello: di noi gioco si prendeIl signor nostro, o ch’ei delira?Intanto, scorrendo su e giù la casa, dice di esser giunto a Megara; si adagia sul suolo e si apparecchia la cena; indi, levatosi, si dà a lottare, ignudo, senza avversario di fronte; poi, ordinato a tutti di ascoltare, si proclama vincitore del giuoco. Credendosi in Micene, scaglia, fremendo, fiere minacce contro Euristeo.Il padre, allora, gli afferra la mano e gli dice: figlio, che cosa fai? che strana cosa è questa? Forse ti tolse il senno il sangue che qui hai sparso poc’anzi?Ei d’Euristeo credendoLui genitor, che supplice la manoPer timor gli toccasse, lo respinge,E dardi trae della feretra, e l’arcoTende contro i suoi figli, uccider quelliD’Euristeo divisando. EsterrefattiChi qua, chi là si sgominar quei miseri;E l’un corse alle vesti della madre;L’un si acquattò d’una colonna all’ombra:L’altro come augellin tremante stetteDell’ara a piè. Grida la madre: oh sposo,Che fai? che fai? tuoi proprî figli uccidi?Grida il vecchio e i famigli: ei non abbada;E l’un dei figli alla colonna intornoInsegue pria, poi con terribil voltoVoltasi indietro, gli si pianta incontro,E nel cor lo saetta. Supin cadeIl pargoletto, e la marmorea baseBagna di sangue, l’anima spirando.Ercole crede di aver ucciso un figlio di Euristeo; così continua ad infuriar contro altro figlio: invano è richiamato alla realtà, l’allucinazione dura prepotente; finchè, essendosi egli slanciato alla strage del padre, dopo aver ucciso figli e consorte, Pallade, comparsa, gli gitta sul petto un sasso (detto, secondo Pausania, sofronistèro, cioè risanator della mente) e, rattenendo il di lui furore, lo fa cadere in profondo sonno.Siamo allo stadio di esaurimento dell’accesso maniaco. La energia impulsiva, scaricatasi nell’incomposta e turbinosa azione omicida, conduce l’individuo in istato di abbattimento e di prostrazione. Quando Ercole rinviene, si meraviglia di trovarsi legato e di ciò che gli si dice aver commesso; con la calma ritorna la coscienza, ma, ahi!, il misero non può che rimpiangere la sventura toccatagli!Un tal Fortuna, da me difeso, guardia di finanza, un giorno era in sentinella in un posto di guardia. Vede un amico, lo chiama a sè e, nello stato di semicoscienza, gli porge un orologio con l’incarico di consegnarlo in ricordo alla madre.—Poscia si avvia alla volta del paese, tira una fucilata contro il primo compagno che incontra; si avanza fino al corpo di guardia, e tira, all’impazzata, contro amici e superiori, dieci o dodici fucilate: ferisce qualcuno gravemente. Tra le grida della gente accorsa, si dibatte, si difende, minacciando morte a tutti: è preso, finalmente, ed egli, fissando gli occhi sbalorditi sui presenti, cade in profondo sonno, che dura più di un’ora. I suoi precedenti erano ottimi; niuna causale lo aveva spinto al delitto.Sostenni il vizio parziale di mente, che, senza difficoltà, mi fu accordato dalla giuria. Il giorno seguente alla condanna, mi recai in carcere per chiedergli se desiderasse voler produrre ricorso in Cassazione. Lo trovai depresso, avvilito.Parlandogli, gli ricordai le modalità del processo. Egli mi fissò lo sguardo, muto, impassibile. Ad un certo punto del discorso mi accorsi che il misero cominciava a tremare, sbarrava gli occhi, avea le pupille dilatate. Mi accorsi che cominciava ad essere in preda ad allucinazione: dopo poco perdette la coscienza del luogo ove trovavasi, di quanto gli era accaduto.Mi chiese—si crederebbe?—la restituzione dell’orologio consegnato all’amico, scambiando me per costui; finì col minacciare le guardie carcerarie presenti, le quali furono costrette, con forza, a trascinarlo altrove. Mi fu detto che, dopo un’ora e più, riacquistò la coscienza, serbando appena un barlume di ricordo di quanto avea detto ed operato.Alcuna volta la follia del delitto prende la forma diemozioni ossessivecon impulsioni di fobia: l’equivalente psichico è nello scoppio repentino di illusioni sensorie o di allucinazioni. La volontà è trasportata a credere alla realtà di semplici apprensioni, il cui fondo può avere la lontana origine di odio o di altra passione: la coscienza è sconvolta grandemente, nè è più atta a percepire la realtà vera delle cose. Il paziente, se l’accesso è repentino, è preso da angosciosa costrizione di idee e di atti; egli credesi in imminente pericolo, ed è necessitato a veemente reazione.R. R. da me difeso, un giorno sa che suo fratello, reduce da Napoli, ove dimorava, desiderava vederlo ed abbracciarlo. Egli fu ben lieto dell’incontro, nè frappose tempo a recarsi nella propria abitazione, ove il fratello lo attendeva. Le accoglienze reciproche furono affettuose. Se non che, discorrendo, il fratello lo rimproverò di alcuni dissensi tra lui ed il padre. R. lo fissa, non risponde. Poscia, con azione rapida, corre alla caserma dei carabinieri e, spaventato, chiede aiuto contro un forestiere il quale era in sua casa e tentava di assassinare lui e la moglie! Accorrono un brigadiere ed un carabiniere. Ma quale fu la loro sorpresa nel vedere che il forestiere fosse il fratello di R.? Costui, presente alla scena, insiste a richiamarsi di imminenti pericoli, e, poichè il fratello rispondeva scherzosamente, egli guarda un tiretto, lo apre, tira fuori la rivoltella e la esplode, in mezzo ai carabinieri, ferendo mortalmente il germano.Arrestato, è tradotto in carcere, senza che nulla osservasse; però, dimandato, lungo il tragitto, da un amico che cosa avesse commesso, ed inteso dai carabinieri di aver ferito il fratello, riacquistò la coscienza del mal fatto, diede in ismanie, ruppe in dirotto pianto, dichiarandosi innocente di ciò che si diceva aver commesso.—In famiglia vi erano casi di isteria, di epilessia. Al dibattimento si svolse la più commovente scena: tutti i testimoni parlarono dell’affetto cordiale tra i due fratelli: gli stessi carabinieri, presenti al fatto, dissero essersi persuasi trattarsi di accesso maniaco. I giurati concessero il vizio parziale di mente.8.—Ed ora diremo dell’azione criminosa dell’epilettico. Rimandando il lettore ai libri tecnici sulla materia, ci restringeremo a considerare i sintomi che più appartengono alla parte psicologica del delinquente e che, nella pratica, con maggiori difficoltà sono conosciuti ed adeguatamente estimati. È da pochi anni che nelle aule giudiziarie la psicosi epilettica ha cominciato ad avere la debita considerazione sotto il lato scientifico ed il lato giuridico. In generale credevasi che l’epilettico, quando non commettesse i delitti in istato di accesso, dovesse rispondere nel medesimo modo che qualunque individuo normale, perchè, aggiungevasi, la malattia o la frenosi dura i pochi momenti dell’attacco, passato il quale, la coscienza ritorna nel suo decorso normale. Oggi si ammette, in generale, che la epilessia di per sè sia una psicosi e che apporti, in chi n’è affetto, disturbi mentali e morali: durasi, tuttavia, nel credere che questi disturbi debbano limitarsi a certi casi molto gravi, e a quelli in cui l’azione, per prove evidenti, non sia l’effetto di motivi sufficienti e non abbia il decorso di atti in apparenza coscienti. Donde le molte difficoltà e le continue distinzioni di una casistica indegna di tempi sì progrediti nelle scienze positive e sperimentali, inutili, anzi pregiudizievoli e contrarie a giustizia, quando la psichiatria ha detto ormai la sua ultima parola sulla natura della epilessia, assicurando che le sue manifestazioni sono così multiformi e singolari, da costringerci a ritenere che il giudizio di apprezzamento sulla loro imputabilità debba essere molto circospetto, ma tale da non escludere, in qualunque ipotesi, la diminuente di responsabilità pel vizio parziale di mente.La continuità e l’unità nella organizzazione dei fatti psichici debbono convincerci non esser possibile che chi sia affetto da epilessia, quantunque mostrisi ad intervalli sano di mente, goda la pienezza di equilibrio psichico: certi difetti organici, insiti alla vita intima della coscienza, sfuggono alla prova esteriore, ma sono il presupposto scientifico imprescindibile per arrivare a conclusioni giuste che, altrimenti, non sarebbero suffragate dal criterio dottrinale e dalla pratica della esperienza.9.—Il problema rendesi molto più difficile e complesso nel caso di epilessia larvata o diequivalente epilettico. Essa —al dir di Bianchi—è un disturbo mentale a breve e rapida evoluzione, d’ordinario accompagnato da profondo turbamento della coscienza e amnesia più o meno completa del periodo di durata dell’attacco. Assume le forme più differenti: talora è una qualunque delle psicosi descritte comeprae-epilettiche opost-epilettiche; la differenza sta solo nel fatto che manca la convulsione epilettica, la quale è sostituita dal disordine psichico. Molte forme maniache o psicosi allucinatorie ricorrenti, di breve durata, di cui i rispettivi infermi non serbano ricordo, sono di natura epilettica, veri equivalenti psichici della epilessia[96].Questa forma di epilessiapsichicaha la genesi fisiologica nella estrema irritabilità di carattere del paziente, la genesi patologica in disturbi, per lo più ereditarî, dei centri psichici corticali, con esaurimento dei poteri direttivi, ed atrofia parziale od assoluta delle energie associative e coordinatrici degli atti interni e delle azioni esterne, che ne sono la conseguenza. La coscienza è o intermittente o a fondo di continuato turbamento; la memoria è lacunare; la fantasia accesa, veemente; la sentimentalità con decorso tumultuoso ed impulsività furiosa. Ma—nè è raro il caso—talvolta il disturbo epilettico si sistematizza in periodi abbastanza lunghi; la coscienza funziona, ma è dominata da ossessione o da esquilibrio costituzionale: il paziente ha l’agio ed il tempo di preordinare gli atti alla esecuzione del delitto, di scegliere i mezzi; di cogliere la vittima nel luogo, nel momento più adatto. L’apparenzadel fatto induce il magistrato ad elevare rubrica di piena responsabilità con l’aggravante della premeditazione, o, mancando una causale, con la qualifica della brutale malvagità. Il psicologo, intanto, osserva;a) che tra i precedenti, i concomitanti ed i susseguenti del fatto incriminato non è possibile, quando l’imputato sia affetto da epilessia, che esistano e si provino quei nessi logici, di cause e di effetti, i quali sono la prova più evidente della normalità psichica d’un individuo;b) che l’azione dell’epilettico è sempre disordinata, repentina, furiosa, sebbene rapportisi a precedenti motivi sufficienti ed a preordinazione di mezzi. La morbosità dell’atto è messa in mostra dalla mimica incoordinata, dalla fisonomia stravolta, dall’occhio torbido, da parole incomposte, dalla assenza di previdenza nell’affrontare i pericoli di reazione della vittima o di sorpresa della pubblica forza; dall’immediato abbassamento, dopo il delitto, dell’energia attiva, o dal totale esaurimento della stessa, con stupore morale consecutivo, tendenza al suicidio, ovvero apatica indifferenza come di chi non senta il peso della responsabilità incorsa e non si scuota al ricordo rappresentativo degli atti constituenti il delitto. Infine, il psicologo conclude, che la misura della imputabilità di simili atti dev’essere apprezzata con processo logico sintetico, poichè, se gli atti, normali o morbosi che siano, ma più in quest’ultima ipotesi, si staccano l’uno dall’altro e si valutano isolatamente, non è strano s’incorra in flagrante errore: l’unità del prodotto psichico del reato, corrispondendo, nel caso in esame, ad equivalente epilettico, deve, nella totalità del funzionamento interno ed esterno, portare la nota del disordine e d’un esquilibrio spiegabile non più con germi organici criminosi, ma come l’effetto di affezione morbosa.Il lettore, che ci ha seguìti fino a questo punto, avrà avuta la prova irrefutabile della verità del nostro indirizzo positivo, di scorgere, in qualsivoglia manifestazione tipica del delitto, il germe della degenerazione, dell’esquilibrio, della anomalia. O che l’anima del criminale versi nello stato di dissoluzione, o che, più propriamente, sia il subbietto di follia morale o di psicosi epilettica, il fondo disintegrativo è identico: i fenomeni interni ed esterni sono i medesimi, con relazione e decorso alternantisi diversamente, e conconcorso or di tutti or specificatamente di taluni. Il patrio legislatore, ad imitazione dei migliori codici vigenti, ha per avventura ben fatto a raccogliere in una formola generica tutte le molteplici specie di psicosi, le quali possono diminuire od escludere, secondo il grado, la responsabilità di fatti incriminabili. È affidato al giudizio pratico del giudice, la cui mente sia stata di già illuminata dalla luce della scienza, di schematizzare i singoli fatti sotto il punto di vista generale e di concludere con l’ammettere od escludere la responsabilità penale dell’agente. Le distinzioni scientifiche debbono valere perchè si abbiano norme sicure nella disamina dei fatti; ma la conseguenza è unica: nè il convincimento del giudice, in definitiva, deve preoccuparsi di dettagli teoretici i quali, qualche volta, meglio che illuminare, confondono la rettitudine della sua mente.1O.—I delinquenti per passione formano una categoria speciale: essi, come osserva il Lombroso, dovrebbero dirsi per impeto, perchè tutti i delitti hanno per substrato la violenza di alcune passioni; ma, mentre nel delinquente abituale, in quello per riflessione l’impulso della passione non è subitaneo, nè isolato, ma cova da lungo tempo e si ripete e rinnova sempre, e si associa, quasi sempre, alla riflessione,—qui accade tutto il contrario.La passione ha il fondamento negli affetti ed è accompagnata da emozione o di piacere o di dolore. Però, al dir del Tommaseo, la passione è distruggitrice, inaridisce l’anima e la tormenta; l’affetto la solleva e la scalda: la passione è cieca, imprudente, provocatrice; l’affetto è costante, umano, magnanimo: la passione è torrente che assorda, trascina e, per vincere, devasta: l’affetto scorre quieto, ma inesauribile, e per vari rivi discende a portare nei luoghi più riposti le gioie della vita.Il delinquente passionale non ha le stigmate della degenerazione; in lui la sensibilità, la emotività sono sviluppate in grado elevato, qualche volta eccessivo: la vita psichica superiore, della intelligenza e della riflessione, è alquanto meno accentuata; la fantasia, non che la immaginazione, è predominante, impetuosa, a forti colori, a tinte abbaglianti. La passione, e qualsiasi energia sentimentale, si organizza,si sistematizza, cristallizzandosi, stratificandosi nella coscienza. Dapprincipio l’idea, che ne forma il contenuto; il sentimento, ond’è resa piacevole, scorrono sul campo della coscienza come un giuoco della immaginazione: l’attrattiva, ad essi inerente, sfugge alla riflessione e si rende accetta per le lusinghe, ond’è circondata, per la speranza di futuri intenti desiderati, pel bagliore d’una luce diafana suffusa nell’intera serie delle rappresentazioni, dei ricordi che formano il materiale attuale delle nostre cognizioni. Poco a poco ciò che dapprima era inavvertito prende consistenza, e noi sentiamo il potere di una seduzione lenta, inconscia, ma costante, e tanto più forte quanto più vi si adatta all’ambiente morale e trascina a sè, paralizzandole, le altre inclinazioni della nostra vita affettiva. Il Bergier riteneva, che i moti delle passioni non siano volontari, e che l’uomo è puramente passivo quando vi acconsente o li reprime: no; la passività comincia gradatamente solo dal momento che noi abbiamo accolto nell’animo il germe della passione; ma, se l’attenzione fosse stata più vigile vedetta sulla rocca del cuore, i poteri inibitori potevano allontanare e respingere l’insidioso assalto della passione e questa sarebbe rimasta abortita prima che fosse stata riconosciuta vitale.11.—Nei delinquenti lo stato passionale si germina dal contrasto di opposte idee e sentimenti; l’idea, il sentimento di qualche bene, di cui manchiamo, o di cui siamo privati, e l’idea ed il sentimento di odio contro chi o vi si oppone o ne contrastò il possesso. È perciò che Plutarco scriveva esser l’odio una disposizione e volontà osservatrice dell’occasione di far male[97]; ed il Machiavelli, che l’odio produce timore e che dal timore si passa all’offesa.—Tra l’idea del bene sperato o perduto e la persuasione, che di ciò sia qualcuno colpevole, si va scavando un abisso in cui precipitano tutti i buoni propositi, i sentimenti altruisti, le idee di simpatia e di benevolenza verso i simili. Questo è ordinariamente verificabile trattandosi di odio muto concentrato. L’intensificarsi del sentimento di ripugnanza della personadell’avversario; la risonanza dolorosa d’un affetto tradito, d’un’offesa ricevuta; gli scatti ripetuti di interna energia emotiva; il vuoto, che si va formando attorno per la cagione ricorrente ed iniziale dell’ansia, dell’angoscia, dell’incertezza, assorbono tutta la personalità ed ottenebrano la mente. La mimica, che esternamente esprime gli interni moti, è caratteristica. All’inizio della passione, qualora non sia originata da forte impulsione dolorosa, l’animo è compreso da tal quale ilarità o eccitazione piacevole, nascente dalla coscienza della propria superiorità di fronte al nemico. Addensatosi il sentimento di ripugnanza e disegnatasi la idea reattiva, l’individuo è preoccupato, tetro: talora il suo volto è chiuso in tenebrosi pensieri; tal’altra, allo scoppio improvviso di lusinghiera speranza di vendetta, un sorriso sardonico, con ostentata jattanza, sfiora le labbra; l’occhio brilla di luce sinistra ed il cuore anticipa il piacere del castigo destinato al nemico. Ad intervalli sempre meno lunghi, la calma è indotta dalle quotidiane occupazioni della vita, dagli interessi che ne distraggono; ma, nel momento in cui il motivo dell’odio risorge, l’animo è sinistramente scosso e col dolore, resosi più acuto, noi sentiamo accrescersi la repugnanza, l’avversione, finchè si aggiunge un sentimento di particolare dispetto che ci costringe e ci trascina all’azione.Nella donna l’odio è più profondo, meno soggetto ad esser represso: massime allorchè esso scaturisce dalla passione di amore tradito, o dalla gelosia, arriva financo alla forma di delirio.12.—Il psicologo criminale deve tenere gran conto di quest’ultima potente cagione di odio, che finisce d’ordinario con l’esplodere in aspra vendetta. Il Mantegazza tentò dare la definizione della gelosia, dicendo: gelosia vuol dire propriamente un dolore del sentimento dell’amore, e quello precisamente che è prodotto dall’offesa recata a noi dall’infedeltà dell’oggetto amato. Questo dolore è naturale in tutti gli uomini, in tutti i tempi e in quasi tutte le razze. È l’offesa della nostra proprietà applicata all’amore[98]. Meglio, però, il Metastasio:O di soave pianta amaro frutto,Furia ingiusta e crudele,Che di velen ti pasci,E dal fuoco d’amor gelida nasci.Il Descuret, in un libro che ha tuttavia valore psicologico, scrive: «A vicenda tiranno e schiavo, il geloso si lascia trasportar dall’ira senza misura, o vilmente prega: agitano il suo cervello malato le supposizioni più bizzarre: quindi non riposa mai; chè i sospetti, i timori lo perseguitano in fin nei sogni. Nei gesti, negli atti e massimamente nello sguardo ha qualche cosa di sinistro che fa paura e spegne qualunque simpatia uno provasse per le pene ch’ei soffre. Non è possibile giustificarsi con un geloso: se un moto di pietà gli lascia accordare qualche testimonianza di affetto da colei che egli accusa, questa testimonianza non è agli occhi suoi che dissimulazione abilmente calcolata. Allora i sospetti raddoppiano; ingiuria e minaccia o, anche cedendo ad un moto di convinzione e di pentimento, ammette le prove che gli dànno; ma ricade ben presto ne’ suoi terrori immaginarî, e ritorna non meno ingiusto, nè meno furibondo di prima.«In generale, il geloso si sforza di nascondere ad ogni sguardo i tormenti che l’agitano, se ne vergogna come di una vil debolezza: non è raro udirlo parlar con disprezzo di chi si abbandona alla gelosia. Ma se prescrive a sè stesso tal riserva innanzi agli estranei, se ne compensa a usura contro la sua vittima, massimamente ove abbia acquistato sopra di lei diritto da far valere. Accade d’ordinario nelle sorde e ascose violenze della domestica tirannia che più terribili sono gli effetti di questa passione; imperciocchè allora la lotta accade fra la forza e la debolezza, e questa non ha che lacrime in sua difesa»[99].L’arte greca ha rappresentato in Fedra e Medea il delitto passionale della donna portato fino al delirio. Sono due tipi concepiti da Euripide in modo sorprendente. Fedra, presa da cieco amore pel figliastro Ippolito, versa in fenomeni di isterismo, e si abbatte e si dispera e giunge infine all’esaurimentomorboso, fisico e morale. Ella si accorge di essere schiava di Ciprigna, e lotta con i ciechi impulsi ond’è dominata, ora col tacere, col chiudersi e raccogliersi tra le domestiche mura, le cure familiari; ora col confessare, disperandosi, ogni cosa alla nutrice.Ben si avvede che in lei si riproduce, ereditariamente, la passione brutale della madre Pasifae, la quale si innamorò d’un bianco toro visto nelle valli dell’Ida in Creta ed,imbestiandosi nelle imbastiate scheggedi una giovenca di legno costruita da Dedalo, fece copia di sè, e ne nacque il minotauro. La nutrice procura di apprestarle soccorso, e ne fa accenno ad Ippolito, il quale, inorridito, minaccia di rivelar tutto al padre. Fedra, travagliata dalla insoddisfatta passione e turbata dal timore della vergogna, decide di suicidarsi; ma in pari tempo concepisce il reo disegno di vendicarsi del virtuoso giovane lanciando contro di lui la più infame accusa. Alla nutrice ella confessa:Oggi, uscendo di vita, io, sì, contentaFarò Ciprigna che a perir mi porta.D’acerbo amor vinta morrò; ma infestaPur farò la mia morte anco ad un altro,Sì che male esser vegga di mie peneAltero andar. Sua parte anch’ei provandoDi questi guai, fia che umiltade impari[100].Ella s’impicca, ma in una scritta lascia detto di aver ciò fatto perchè a viva forza violata da Ippolito!Medea è la furia personificata della gelosia. Ella, posposta da Giasone ad altra donna, dissimula la profonda angoscia, simula contegno calmo remissivo e, per infliggere il castigo al suo offensore, gli uccide la sposa, uccide i proprî figli e si confessa felice di aver tutto ciò commesso![101].13.—Il delinquente passionale, vittima di spinta veemente, aberrante, di rado si attiene al piano preordinato di esecuzione del delitto. Egli è imprudente; si serve della prima arma che gli capiti; gode di far mostra della vendettacompiuta. Affronta il pericolo con incosciente coraggio, appunto perchè in lui è fermo il convincimento che senza lo sfogo della passione, ond’è agitato, la esistenza rendesi insopportabile: qualunque danno ne consegua sarà minore della tempesta, che lo mette in iscompiglio. Dopo commesso il fatto, il delinquente per passione non sfugge il giudizio della pubblica opinione, che egli sa a sè favorevole; ma rendesi alla pubblica forza e confessa il suo operato senza nulla tacere.Ritornata la calma, egli è assalito dal rimorso e, sotto il peso della sventura toccatagli, si rammarica, piange, e mostrasi dimesso ed avvilito. Ben osserva il Lombroso, che simili delinquenti, assai più che ai rei comuni, si avvicinano ai pazzi impulsivi e meglio agli epilettici, per l’impetuosità, istantaneità, ferocia degli atti, di alcuni dei quali, notisi l’importante analogia, non ricordansi spesso che incompletamente.La rassomiglianza è tanto più vera perchè costoro sono vittime dell’ira, il cui scoppio fu da Orazio e dal Petrarca paragonato abreve furore. Gli antichi, allo stesso modo che gli odierni scrittori, ne ebbero cognizione completa, e Seneca scrisse sull’iratre libri che desidererei fossero consultati da chi voglia sulla materia aver preziose nozioni. «Alcuni savî—egli scrive—dissero che l’ira sia breve pazzia, perciocchè parimenti con quella è priva di poter signoreggiare a sè stessa; non si ricorda dell’onore, non tien memoria delle amicizie: ostinata ed intenta in quello che una volta ha principiato, serra la via alla ragione ed ai consigli, ed, agitata da vane cause, è inabile a distinguere il giusto ed il vero, somigliante molto alle rovine, le quali si fiaccano e si rompono sopra quello che hanno oppressato. Ma perchè tu conosca esser pazzi quelli che dall’ira dominati sono, pon mente all’abito loro: perciocchè, come dei pazzi sono indizî certi il volto audace e minaccioso, la fronte malinconica, la faccia torva ed aspra, l’andar frettoloso, le mani inquiete, il colore mutato, i sospiri spessi e veementi, così degli irati sono i medesimi segni. Gli occhi sono vermigli e focosi, in tutto l’aspetto è un rossore acceso; bollendo il sangue nei più bassi precordi, le labbra si muovono e si stringono i denti; s’arricciano e si rizzano i capelli; lo spirito è in loro ristretto e stride, le membra, torcendosi, risuonano; essi sospirano, mugghiano e parlanointerrotto con voci non bene spiegate, e le mani spesso si percuotono; batton la terra coi piedi, e tutto il corpo si commuove, facendo molte minacce di collera, ed han la faccia brutta e spaventevole a vedere; perciocchè si contraffanno e gonfiano. Tu non sapresti dire se gli è vizio più detestabile o brutto. L’altre cose si possono ascondere e tener coperte; l’ira scoppia ed esce in faccia, e quanto è maggiore, tanto più manifestamente trabocca. Non vedi come in tutti gli animali, subito che insorgono a nuocere, precorrono indizî, e che in tutto il corpo escono del solito e queto abito, ed esasperano la loro fierezza? Ai cignali esce la spuma di bocca; arrotano ed aguzzano i denti stropicciandoli insieme; i tori muovon le corna al vento e spargono l’arena coi piedi; i leoni fremono; i serpenti istizziti alzano il collo; le cagne, arrabbiate, sono spaventevoli a vedere. Non è alcun animale tanto orrendo e tanto per natura pernicioso, che non appaja in esso, sendo dalla collera assalito, aggiunta di nuova fierezza, Ben so che gli altri affetti ancora mai si occultano, e che la libidine, la paura e l’audacia dànno segni di sè e si possono antivedere. Perciocchè non si sveglia cogitazione alcuna veemente nell’animo nostro, che non muova qualcosa nel volto. Che differenza c’è, dunque? Che gli altri affetti appariscono, questo più di tutti si scopre e si palesa»[102].E Seneca pone la distinzione tra gli atti, che rapportar si possono alla passione dell’ira, e gli atti che sono l’effetto diferità; siccome avviene per coloro che d’ordinario incrudeliscono e s’allegrano del sangue umano senza che si avessero ricevuta ingiuria: non cercando essi di battere e lacerare gli uomini per vendetta, ma per piacere. Cita l’esempio del crudele Annibale, che, vedendo una fossa piena di sangue umano, disse: «Oh! bello spettacolo!»; e l’esempio di Voleso, il quale, sendo proconsole dell’Asia sotto il divo Augusto, ed avendo in un giorno decapitati trecento, e andando con superbo volto tra i corpi morti, come se avesse fatta una cosa magnifica e degna di ammirazione, gridò in lingua greca: «oh cosa regia!».—Il filosofo conclude: che avrebbe fatto costui sefosse stato re? Non fu ira questa, no, ma un male maggiore ed insanabile![103].14.—Negli scrittori di antropologia criminale troverete raccolti esempî molti, i quali illustrano le sintetiche osservazioni psicologiche qui esposte; eppoi, non basterebbe la quotidiana esperienza delle aule giudiziarie? Meglio, mi avviso, sia rammentare al lettore la più perfetta rappresentazione tragica, tramandataci dall’antichità, del tipo di delinquente per passione: intendo parlare di Oreste. Eschilo, Sofocle, Euripide se ne occuparono: il primo trattando del delitto passionale con la profondità che gli veniva dalla intuizione dei più ascosi misteri dell’umana natura; il secondo con la sentimentalità e fantasia d’un’arte che attinge ispirazione e colorito dal bello armonico di facoltà e di contrasti; il terzo coll’uniformarsi alla realtà immanente e spontanea dei comuni fenomeni della vita. Fu osservato, che Oreste abbia molto di Amleto; rassomiglianza nelle vicende storiche di vendetta imposta dalla necessità degli eventi, nell’angoscioso contrasto tra l’apparenza dell’azione ed il fondo dell’anima, nella fine egualmente disavventurata. Se non che Oreste, coonestando l’operato col volere inoppugnabile degli dei e la spinta necessitante del fato, ha meno di contenuto personale, e ritrae in sè l’indeterminatezza psicologica di quella vita greca, che da un sommo poeta fu appellata ombra d’un sogno. Amleto è l’uomo moderno, tutto riflessione, scetticismo, forte sentire temperato dal dubbio della scelta, dalla titubanza dell’azione.Oreste, bandito anzi trafugato dalle mura domestiche, cresce, alla mercè d’un amico, alimentando nel cuore la speranza, la passione di vendetta contro la madre Clitennestra, non che contro il drudo Egisto, rei di aver ucciso il padre Agamennone. All’opera vendicatrice si unisce Elettra, sorella di Oreste, anima or cupa or simulatrice, ma tenace nell’odio, ispiratrice dei mezzi bene adatti all’intento: ella, con la sentimentalità suggestiva, allontana il dubbio dalla mente del fratello, ne sollecita l’operare. In Eschilo[104]la scena, in cui,dopo la uccisione di Egisto, Oreste mette a morte la madre, è qualificata da tutto l’impeto cieco, tempestoso dell’uomo reso schiavo da prepotente passione: invano la donna ricorda al figlio rispetto a quel seno da cui egli con tenere labbra succhiò il vitale latte, e su cui tante volte si addormentò. Oreste ha un momento, meglio che di pietà, di dubbio e ne chiede consiglio a Pilade: al ricordo che costui gli fa degli oracoli di Apollo e dei sacri suoi giuramenti, lo snaturato figlio dice:Vince, lo sentoIl tuo giusto parer—Seguimi; io voglioSvenarti là, presso colui. Lui vivoPiù in pregio assai del padre mio tenesti:Morta or posa con lui; poi che pur amiUom tale, e l’uom che amar dovevi aborri.Ma, non appena commessa la strage, il delinquente passionale è colto da una specie di accesso di epilessia psichica, con turbamento funzionale ed allucinazione. Agli elogi del Coro, egli, che poco prima erasi addimostrato soddisfatto del duplice delitto, esclama:Ahi ahi! che veggo?Come Gòrgoni, avvolte in negri panni,Eccole, o donne, e d’affollate serpiAttorte i crini... Io più non resto.Il Coro lo richiama e dimanda quali fantasie lo perturbino; Oreste risponde:Non fantasie, non fantasie: le furieDella madre son queste.Il Coro:Un fresco sangueSu le mani ti sta: quindi spaventoSu l’animo ti piomba.Oreste:Oh sire Apollo!Cresce la turba; affollansi; e dagli occhiStillano sangue che mette ribrezzo.Fa’ cor; d’Apollo ti avvicina all’ara:Ei ti sciorrà da questi mali.Oreste:VoiNon le vedete: io si le veggo; e sento,Sento incalzarmi, e più restar non posso!Sofocle[105]rappresenta Oreste alquanto più calmo: in lui l’odio, essendosi sistemato, ha minori parvenze di impeto: Elettra è più feroce. Mentre Oreste pugnala la madre, e questa chiede da lui pietà, la figlia la schernisce; e quando la misera grida: ahi! son ferita!—ella incita l’uccisore dicendo: ancor, se puoi, ferisci!Per Euripide[106]la strage si consuma con preordinazione di tempo e di luogo e con scelta di mezzi. Clitennestra è tratta, con inganno, in casa di Elettra data in isposa ad un contadino; Egisto accoglie Oreste e Pilade con l’affabilità dovuta a due ospiti, li invita a prender parte ad un sacrificio. È ucciso prima lui e poscia sua moglie. Anche qui Oreste tituba all’idea di mettere a morte la madre; ma Elettra ve lo incita. Commesso il delitto, essi son presi da turbamento e da rimorsi: veggono il precipizio sotto i loro piedi, e si sforzano di destare pietà: Oreste, però, osserva:Or la tua mente, or l’animoTuo si rivolge, come l’aura spira.Pia di sensi or tu sei, pia di pensieri:E tal dianzi non eri,Quando, o sorella, a diraOpra il fratel, che non volea, spingesti.Visto hai come le vestiVia strappando la misera,Nudo mostrommi agonizzando il seno...Ahi ahi, me lasso!... e le ginocchia al suoloMettea, misera! ed io mi venia menoDi pietade e di duolo!Con più naturalezza di concezione, Euripide in altra tragedia, l’Oreste, rappresenta gli effetti del delitto. Oreste, agitato da insano furore, cade in istato di estremo esaurimento, ha il volto squallido, irto il crine, e giace di continuodisteso in letto. Egli è di tratto in tratto assalito da accessi di allucinazioni: Elettra, che, pel rimorso, vede laparte migliore di sua vita trascorrere in gemiti e lamenti, consumata in insonni e lacrimose notti, lo assiste, lo conforta; ma ben si avvede trattarsi diimpeti insani; ed il Coro parla dimanìa furente, e Menelao vuol sapere il momento in cui questa la prima volta ebbe a prorompere.Tostochè sopraggiunge il pericolo di essere sopraffatto dagli Argivi, ei riacquista le forze, riprende l’usato furore ed affronta imperterrito l’ira dei nemici,addossando morte a morte, come Menelao si esprime; nè, com’egli medesimo dice, mostrandosi giammai stanco di uccidere ree donne. Aumentandosi il pericolo, la passione infierisce e si converte in impulso di distruzione: egli è pronto ad incendiare la reggia ed a svenare tra le fiamme altra vittima (Ermione) alla presenza del padre: costui, Menelao, implora pietà, ma l’altro è fermo e impone ad Elettra di accender le fiamme in basso, e a Pilade di metter fuoco agli alti palchi. Il reo proposito sarebbe stato messo in atto se opportunamente non fosse comparso Apollo a calmare l’animo tempestoso di Oreste ed a porre fine alla triste istoria di violenze e di delitti.Ed è così che la Grecia, coll’armonico accordo di facoltà e di atti, di arte e di vita pratica, di entusiasmo pel bello e di sacrificio eroico pel trionfo del bene (il che Socrate, a riguardo della didattica, esprimeva con la parolamusica), personificò il tipo del delinquente per passione contornato da soggetti a lui affini e materiato in forma d’arte a cui la scienza invidia tuttavia la perfetta interpetrazione della verità e dei particolari.15.—Completeremo l’assunto di trattare la psicologia dell’azione criminosa, scrivendo del delinquente di occasione.Il Lombroso, ammettendo l’esistenza del reo d’occasione, ritiene che esso non offre un tipo omogeneo come potrebbe offrirlo il reo-nato od il reo per passione; ma esso è costituito da molti gruppi disparati, e sopratutto dai pseudo-criminali, indi daicriminaloidipropriamente detti[107]. Il Ferri, poi, osserva che delle due condizioni, onde si determina psicologicamenteil delitto, insensibilità morale ed imprevidenza, a questa risale in prevalenza il delitto d’occasione, a quella invece la delinquenza congenita ed abituale; perchè, mentre nel delinquente nato è sopratutto la mancanza di senso morale che non rattiene dal delitto, nel delinquente d’occasione, invece, questo senso morale esiste ed è assai meno ottuso, e soltanto, non aiutato da una vivace previsione delle conseguenze del delitto, cede all’impulso esterno, senza del quale era e sarebbe stato sufficiente a mantenere la via diritta[108]. Io credo che le osservazioni qui riferite, pur mostrando di contenere, in apparenza, qualche importanza, non spiegano punto la genesi psicologica del delitto di occasione. La previsione più o meno degli effetti del proprio operato, o dell’azione di incentivi a cui ci troviamo esposti, non ci induce a discernere il perchè, in pratica, di tanti uomini imprevidenti, che tuttodì dànno fondo alle loro fortune economiche ed incorrono in errori deplorevoli; ma che pure, messi a contatto con moventi criminosi, sanno opporre più energica resistenza.Il delitto di occasione ha per genesi psicologica una energia criminosa rimasta, per manco di organizzazione, in istato latente, nè con grado di sviluppo tale da suscitare singole tendenze distinte. Vi è, dunque, il germe del delitto; manca la disposizione del terreno in cui si fecondi e cresca. Ecco perchè nei delinquenti di occasione non vi sono tipi spiccati, ed il Lombroso ha dovuto ricercarli tra gruppi disparati e sopratutto tra’ pseudo-criminali.—La vita di relazione, col mondo esterno e con i simili, è tutta un complesso di incentivi che, in date favorevoli contingenze, ci spingono ad infrangere i dettami dell’etica e le sanzioni della legge: quando l’equilibrio psichico è ben rafforzato ed è reso stabile, il potere dell’incentivo o passa inavvertito o è facilmente vinto; se l’equilibrio è instabile ed incerto, a causa di contrastanti energie opposte, le propizie occasioni possono produrre delitti di cui noi medesimi non avremmo mai creduto di esser capaci.
CAPO X.Psicologia dell’azione criminosa.1. Che cosa debba intendersi per azione criminosa.—2. Anomalie ed esquilibrio del carattere del delinquente.—3. Stato di esquilibrio psichico del delinquente nato: caratteri distintivi che accompagnano la sua azione criminosa.—4. La organizzazione psicofisica anomala del delinquente nato: le note culminanti psico-patologiche proprie della sua attività.—5. L’azione del delinquente folle; la pazzia a forma melanconica.—6. La manìa impulsiva; le ossessioni psichiche criminose.—7. Esame dell’Ercole furentedi Euripide, esempio di manìa omicida accompagnata da allucinazione impulsiva; leemozioni ossessivecon impulsioni di fobia.—8. L’azione criminosa dell’epilettico.—9. La epilessia larvata oequivalente epilettico.—10. Il delinquente per passione.—11. Psicologia dell’odio.—12. Psicologia dellagelosia: Fedra e Medea.—13. L’azione criminosa del delinquente per passione: psicologia dell’ira.—14. Esame di Oreste, secondo Eschilo, Sofocle ed Euripide, quale esempio di delinquente per passione.—15. Il delinquente di occasione.1.—Intendiamo per azione criminosa la sintesi degli atti che preparano, accompagnano e susseguono il delitto. L’opera esteriore, non che essere il compimento di ciò che entro siasi divisato, ne è la prova più appariscente; quella prova onde, con metodo induttivo, noi procediamo dalla constatazione del noto per arrivare a comprendere l’ignoto. È così che il rito giudiziario completa le prescrizioni della legge repressiva; poichè la imputabilità, avendo bisogno di individualizzarsi per partorire la responsabilità, non può far a meno di date prove di fatto raccolte e coordinate secondo norme logiche prestabilite e consecrate da apposite prescrizioni rituali.Chi opera, esteriorizza il suo essere intrinseco; ondechè l’azione non è che la manifestazione di ciò che rimane occulto; di ciò che è la somma della vita psichica individuale, dagli elementi sensitivi, emotivi ed intellettivi, alla più completaformazione della coscienza, della intelligenza, della volontà. Il delitto, dunque, considerato obbiettivamente nella azione, non è mai un fattofortuito, dipendente del tutto da accidentalità di tempo e di luogo; è l’indice della costituzione organica dell’agente, fisica e psichica: il suo fattore è sempre a ricercarsi, come bene si esprime il Garofalo, nellaspecialitàdell’individuo, plasmato dalla natura in modo da esseredelinquente[86].Gli atti esecutivi si differenziano secondo il fine cui tendono; il fine rispecchia gl’interni propositi e completa la fisonomia morale del carattere individuale. La composizione di questo carattere, pel delinquente, perchè sia bene compresa, ci obbliga a rifarci alquanto indietro ed a ricordare parecchie anomalie psichiche le quali informano le modalità dell’azione, imprimendovi delle note interessantissime nello apprezzamento degli elementi di prova processuale.2.—Il Marro scrive, che il carattere saliente della mente dei delinquenti è dato per lo più da una mancanza di riflessione, che, congiunta ad egual difetto di affettività, li dispone a forme più o meno gravi del delirio di persecuzione[87].—Questa anomalia di esquilibrio dipendente dal prevalere di morbosa sentimentalità sul contenuto ideale di associazione riflessa è causa di frequentiossessionicongiunte ad instabilità di propositi e di atti; il che, a prima vista, sembra contraddittorio, ma è pur corrispondente al vero. I delinquenti, per chi ne abbia pratica, sono i vinti, più che della lotta per la vita, dell’invincibile potere di idee fisse o ricorrenti di persecuzioni immaginarie, che, prendendo corpo e rilievo per l’influsso deleterio di scompigliata fantasia, partecipano alla psiche il fondo di grande vulnerabilità, predisponendola ad atteggiarsi, senza difficoltà, secondo gli instabili eventi quotidiani. Dai facili trascorsi in famiglia, nella tenera età, al continuo cambiamento di occupazione e, in fine, al vagabondaggio, la esistenza di codesti disgraziati è alla mercè di perenne flusso e riflusso di forze antagoniste: la personalitàsi disgregherebbe più facilmente del consueto, se non fosse tenuta salda da idee fisse, da sentimenti giganteggianti, il cui esito è di ossessionare la mente, alterando il carattere di volta in volta che le impulsioni rendonsi più intense.La incoerenza psichica è causa di imprevidenza sulla possibilità probatoria, di responsabilità, di atti che potevansi evitare o effettuare altrimenti. Chi guarda l’azione criminosa, partendo dall’atto compiuto, è soggetto ad ingannarsi se crede di dover seguire i dettami della comune logica, cioè se crede di scorgere il necessario legame causale tra i precedenti ed i concomitanti del delitto. Questo legame esiste, ma è l’effetto di processo mentale anomalo, perchè predisposto ed originato da fattori rappresentativi ed ideali di cui difficilmente ci è concesso,a posteriori, di riprodurre in noi la trama mentale.L’eccessiva vanità dei delinquenti spiega come essi, con un’imprevidenza inconcepibile, escano a parlare dei proprî delitti prima e dopo d’averli compiuti, fornendo, così, l’arma più potente che abbia la giustizia per coglierli e condannarli (Lombroso). Il che, aggiungerei, è da manco di riflessione, perchè non si ha il potere di controllare quel che si dice o si opera: il campo visivo della mente è alterato da correnti di sentimentalità invadenti; l’io, staccandosi dalla normale vita di relazione con l’ambiente, si isola e troneggia in una sfera di fantasioso egoismo.3.—Per procedere con più esattezza in quest’ultima parte del processo psicologico del delitto, esamineremo separatamente:a) la psicologia dell’azione criminosa dei delinquenti nati, o con fondo di pazzia morale o di epilessia;b) quella dei delinquenti passionali;c) quella dei delinquenti di occasione.Facendo principio dal delinquente nato, osserviamo che in esso lo stato di esquilibrio psichico presenta completa organizzazione a base di fattori degenerativi ereditarî e di fusione integrativa degli elementi similari dell’ambiente. La energia criminosa ereditaria, a contatto con le forze ambienti, si è corroborata, intensificata, ed eliminando, dalla organizzazione dell’io individuale, gli elementi estranei alla sua natura,si è unificata con analoga specificazione. La forma psichica, che ne risulta, apparisce senza veruna impronta di rappresentazione dell’ordine dinamico esteriore con l’ordine immanente di stati di coscienza: il sentimento altruista, di famiglia, di sociabilità, di simpatia non esiste, e dal suo luogo domina assoluto il senso di egotismo, che dispone il delinquente a sentirsi estraneo tra’ simili, anzi in lotta con essi perchè diversamente da lui conformati. Se lo sviluppo mentale si è tenuto basso, il delinquente nato neppur bada ai controstimoli del delitto; per lui la legge penale, la morale, i costumi, la pubblica opinione son come non esistessero; appena, ma di rado, son percepiti o ricordati siccome incentivi ad eseguire il maleficio con maggiore astuzia ed accortezza. Se, poi, lo sviluppo mentale si è arricchito di alquanta coltura e la vita di relazione si è resa vieppiù complessa, il ricordo dei controstimoli serve ad accrescere la morbosità fantastica dell’azione criminosa, poichè è causa per cui dal fondo pervertito del criminale venga su la irresistibile tendenza ad agire in controsenso ed a dispetto del comune modo di sentire e di giudicare. La lotta di prevalenza sociale, che per l’uomo normale si svolge con lo sforzo di arricchirsi di qualità morali preminenti o di maggiori sostanze economiche, frutto di progredita attività, nella mente del criminale si prospetta con le parvenze di antagonismo brutale, con l’urto dispettoso di presunti nemici o persecutori, con l’assenza di ogni traccia di probità o di pietà. Basta il minimo motivo per coonestare i più atroci misfatti: leggasi in Despine[88], in Lombroso[89]i moltissimi esempî di delinquenti, che si scusarono da immani delitti adducendo dei motivi i quali sembravano ridicoli pretesti. La polizia giudiziaria, messa sulla traccia di trovare il responsabile di alcun grave delitto, molte volte erra nel seguire ipotesi, che a lei vengono suggerite dai presupposti di ordinaria esperienza dei fatti umani; perchè credesi che il reo abbia dovuto aver rilevante motivo all’azione, e chequesta abbia dovuto consumarsi con tutto l’apparato di mezzi scelti e creduti meglio adatti all’intento criminoso. Niente di tutto questo: il delitto è l’effetto di circostanza, di motivo futilissimo; talfiata è il mezzo di soddisfazione degli istinti perversi che trovano nell’azione il completamento ad una attività irrefrenabile. Il vero motivo presupposto di processo logico degenerativo è a ricercarlo nel fondo anomalo dell’anima del criminale; fondo che ben può indovinarsi apprezzando senza preoccupazioni le modalità esteriori dell’azione, le quali, tuttochè testimoni muti, sono abbastanza eloquenti per indurci a scovrire il vero agente del delitto.La fredda ferocia e la sensibilità apatica[90]di molti omicidî sono l’indice dello stato psichico dei rei. La sensibilità, fisica e morale, è nell’uomo integro il frutto di coefficienti organici biologici: se questi coefficienti mancano, i nostri atti debbono essere in palese opposizione con la comune condotta.4.—Trattando degli stadi coscienti di formazione e di sviluppo del delitto, mostrammo il processo integrativo o disintegrativo dell’anima del criminale. Dovendo, ora, veder tali elementi rispecchiati esteriormente nell’azione, converrà aggiungere altre osservazioni che in precedenza furono appena adombrate.La organizzazione anomala del delinquente nato percorre le fasi di arresti dello sviluppo psichico: di qui la relazione biologica ed antropologica tra il pazzo morale, l’epilettico ed il criminale. Dallo stato di idiozia al deficiente equilibrio psichico ed all’equilibrio pieno si hanno gradi considerevoli, a cui il psicologo è obbligato a rivolgere la sua attenzione. «Per quanto svariati—scrive Krafft-Ebing—possano essere i gradi della idiozia (idiozia propriamente detta e imbecillità) pure vi ha sempre una frontiera che la separa dalla debolezza mentale, e ciò consiste nel fatto che le rappresentazioni psichiche, per quanto frammentarie ed elementari, non possono compiersi spontaneamente ed indipendentemente dagli elementi sensoriali, nè possono servire ad elaborare delle idee astratte (concetti, giudizî). Ma anche la riproduzione delleidee, pur ammesso che avvenga, si fa in modo incompleto, come quella che per la massima parte tien dietro soltanto ad una eccitazione esterna o ad un bisogno organico che si faccia sentire. È perciò che tutto quanto l’andamento del processo ideativo decorre in modo puramente meccanico, come se l’idea si fosse formata primitivamente. L’idiota completo non è suscettibile di emozioni. Sono a lui sconosciuti e simpatia e sentimenti sociali, ed esso non prova nemmeno il bisogno della vita in società: egli ne gode i vantaggi senza comprenderne affatto il significato etico. Egli è capace di reagire in un solo senso, e cioè quando il suoio, così limitato, è contrariato. Allora reagisce con la esplosione dell’ira la più veemente, ma che è addirittura esagerata, e che si manifesta con una brutalità assolutamente sproporzionata allo scopo»[91].Lo stato più normale del delinquente nato è di debolezza o di insufficienza nei processi mentali. Difettosa l’attività sensoriale, difettosa la rappresentazione del mondo esterno; privo dell’idea dell’intima essenza delle cose e dei loro minuti rapporti; privo della ricchezza necessaria di linguaggio onde ricordare od esprimere le idee che sorpassino le comunicazioni della vita, esso è insensibile al bene ed al male altrui; credulo, inesperto, difeso più dall’astuzia del felino che dalla previdenza di bruti alquanto evoluti. «A causa della facile suggestionabilità, gli individui deboli di mente si possono facilmente incitare a commettere dei gravi delitti con minacce, intimidazioni e prestigio di autorità, e spesso diventano dei docili strumenti nella mano di delinquenti nati più perversi»[92]. In omicidî per mandato, in complicità per assistenza ed aiuto è molto facile incontrarsi in uomini di tale natura: essi subiscono il fascino dell’altrui azione suggestionatrice; obbedendo agli istinti malefici, provano soddisfazione e piacere a sentirsi capaci, ciechi strumenti nell’altrui mano, a commettere qualche impresa criminosa: per costoro l’azione del delitto reca sforzi minori che il vincere l’ordinaria apatia di carattere, poichè nel delitto essi trovano l’incentivo piùforte a rendersi attivi, a vivere della vita esteriore. Dopo il delitto, la fantasia si accende e si esalta alla idea delle conseguenze penali; la pubblica riprovazione del fatto risuona con eco di sorpresa sulla indifferenza di animo di malfattori così fatti; ond’essi, trasportati dalla corrente della pubblica curiosità ed incitati dal solletico della vanità, non sanno a lungo nascondere il loro malfatto; ma, o simulando o dissimulando, accentuano talmente i loro atti, il linguaggio, le precauzioni, che finiscono con lo scoprirsi ed esser puniti. Durante la esecuzione del maleficio, son mossi ed accompagnati da contegno di tanto scetticismo da destare ribrezzo: solo in qualche momento, il supremo dell’azione, la loro anima è tempestosa; la mimica è felina, precipitosa fino alla incoscienza. L’intento dell’utile, della vendetta, dello sfogo di odio, per cotesti disgraziati, è piuttosto in apparenza il motivo del misfatto: essi sono attratti dall’ignoto, che circonda sempre il maleficio: se questo debba consumarsi a tradimento, con agguato, di notte, con mezzi pericolosi, il delinquente nato, dalla mente debole, è più proclive ad accettare; egli vede, nelle difficili circostanze, onde l’opera dovrà accompagnarsi, tanti motivi che svegliano in lui un’attività nuova, che lusingano la sua debolezza creandogli la illusione di compiere imprese pari a quelle di uomini superiori per fortezza ed astuzia. La idea di provarsi nei pericoli dell’azione ha attrattiva irresistibile: insemina l’apatia, l’atonia di animo, la coscienza di debolezza, di inferiorità è pel criminale la fonte d’un senso di avvilimento, di disgusto da cui egli cerca tutte le vie per liberarsi; la prima che gli si offra, sia anche pericolosa, è da lui accettata con entusiasmo. Che se, poi, il delitto debba commettersi in più persone, da individui di tempra superiore e da degenerati inferiori, questi ultimi si trascinano con moto automatico: son pronti ed esatti nell’apprestare i mezzi al delitto, fanno mostra di porsi in prima linea, e, compiuto il fatto, acquistano la coscienza fittizia di sì grande superiorità da schernire i complici ed arrogare a sè tutto il merito della riuscita. Guai—però—se durante la esecuzione si è sorpresi da reazione per parte della vittima, o la pubblica forza trovasi pronta ad arrestare i rei: il delinquente, di che scriviamo, è preso da vero panico; manca in lui la forzasufficiente a resistere, manca il coraggio di uomini che abbiano la tempra morale elevata, tuttochè con impronta malefica.5.—Tra le forme più accentuate della delinquenza con fondo degenerativo ricorrono i casi di follie morali ed epilettiche.Il delinquente folle è vittima di alterazioni psichiche, le quali o spingono all’azione per stato depressivo di coscienza, ovvero per stato impulsivo. Esempio della prima specie osservasi nella pazzia a forma melanconica, i cui fenomeni consistono in una dolorosa disposizione dell’animo, della quale mancano affatto o non vi sono sufficienti ragioni nel mondo esterno, in un decadimento del sentimento di sè stesso ed in una difficoltà generale nello svolgersi di tutti quanti i processi psichici, la quale può giungere sino al loro temporaneo arresto (Krafft-Ebing). L’individuo è oppresso da un’ansia angosciosa, che lo circonda di tristizia e di sospetto; l’avvenire è buio, il presente è opprimente, privo di speranza e di lusinghe. Quindi è che il melanconico è spesso l’esecutore di azioni violente ed incomposte ed è in preda ad una impulsività sfrenata con furore. «Questa attività del melanconico—scrive Krafft-Ebing—non è che un fatto di reazione provocata dalla tormentosa agitazione della coscienza, che può giungere a tale da spingere il malato alla disperazione; ed allora la potente eccitazione così prodotta può, almeno temporaneamente, spezzare ogni freno interiore. A queste esplosioni affettive e a queste reazioni del malato possono dar occasione delle impulsioni penose o delle memorie dolorose, con i conseguenti moti passionali della sorpresa e dell’attesa, nonchè delle sensazioni pervertite sia fisiche (nevralgie, ecc.), sia psichiche (senso di sconsolata anestesia psichica, inceppamento del pensiero, idee fisse, indecisioni, il sentirsi come soggiogato dalla malattia). A ciò si aggiungono, quali motivi importanti determinanti all’azione, e come complicanze del quadro morboso sinora abbozzato della malinconia senza delirio, certe sensazioni di angoscia (ansia precordiale) tali da provocare un violento scoppio affettivo, nonchè delle allucinazioni sensoriali e delle idee deliranti»[93].6.—La manìa impulsiva merita più seria considerazione. «Un modo di estrinsecarsi degli stati di degenerazione psichica estremamente importante dal punto di vista medico legale è rappresentato dal verificarsi di certi atti, i quali non hanno il loro movente in idee chiaramente definite nella coscienza,—il cui meccanismo non si svolge secondo lo schema dalla riflessione sulle svariate possibilità del volere, con una savia valutazione dei motivi e con la decisione in favore di ciò che appare il giusto,—ma nei quali l’idea, che muove all’azione, prima ancora di essersi affacciata ben netta e chiara alla soglia della coscienza, si trasforma in azione; o, per parlar in termini anche più generali, mai arriva a tale da esser ben apprezzata e valutata dalla coscienza. Ond’è che l’atto apparisce, tanto a chi lo compie come a chi lo osserva, addirittura senza motivo e perciò inconcepibile,—il modo nel quale esso vien compiuto ha in sè l’impronta dell’azione coatta, impulsiva, istintiva e sorprende anche l’individuo stesso che la compie. Essa apparisce come una necessità organica, la quale sorga su dal fondo incosciente dalla vii» psichica, paragonabile ad una convulsione nel campo psicomotorio»[94].Accetto la teoria del Bianchi, che laossessionisiano elementi psichici non eliminati: nelle menti male organizzate (ereditarietà morbosa o altre influenze degenerative) può accadere che il processo di ricambio psichico sia turbato, e che un componente psichico, destinato a passare transitoriamente per il campo della coscienza ed a cadere nell’incosciente, invece vi resti, e non possa venir eliminato: così come talvolta alcuni veleni fabbricati nell’organismo e sostanze introdotte dal di fuori non possono venire espulsi, rimangono e si accumulano nell’organismo[95].—Questa invasione eterogenea di prodotti psichici, con forma statica o diossessionepropriamente detta, e con forma dinamica oimpulsiva(Féré) è accompagnata da emotività morbosa (Morel, Ballet, Seglas, Dallemagne, Pitras, Régis); nè dipende da fiacchezza di volontà(Magnan); nè va confusa con malattia della attenzione (Ribot).Il fenomeno è essenzialmente di insorgenza e di predominio dinamico.La mancata eliminazione di prodotti psichici avviene perchè le correnti ideative ed emotive sono ostacolate da qualche intoppo che loro impedisce il libero corso; e, come nella confluenza di correnti di acqua, se ad un punto esse incontransi senza sfogo e declivio, si verifica il gorgoglio, così nel flusso delle idee e dei sentimenti qualunque specie di arresto produce disturbo di funzionamento generale psichico. Da principio la invasione è limitata ad un punto solo del campo della coscienza, la quale, accorgendosene, mette in atto tutti gli sforzi, di cui dispone, per liberarsene: subito dopo, se resta impotente ad ottenere lo scopo, la visione mentale è ottenebrata e poscia circonfusa di colori abbaglianti; la volontà resiste tuttavia, ricorrendo al sussidio dei controstimoli ideativi ed emotivi; forse vi riuscirebbe, ma, per l’avvenuto disturbo funzionale, sopravvengono delle illusioni ed allucinazioni, le quali travolgono e trasformano completamente la natura dell’io cosciente.7.—Una classica intuizione artistica della manìa omicida, accompagnata da allucinazione impulsiva, la troviamo nell’Ercole furentedi Euripide. Ercole, dopo lunga assenza, ritorna in Tebe, ove era suo padre Anfitrione, sua moglie Megara ed i suoi figli. Tostochè giunge presso la sua casa, sa da Megara che Lico, il re di Tebe, avea deciso di sacrificare l’intera famiglia di lui, e già i figli intorno al capo aveano avvolte funeree corone ed attendevano il momento fatale. Egli entra in casa per venerare i domestici dei, deciso a far aspra vendetta su Lico. Costui giunge accompagnato dai suoi sergenti, e, nulla sapendo dell’inatteso ritorno di Ercole, penetra in casa per trarre a morte Megara ed i figli. Ma, abbattutosi in Ercole, è tosto ucciso. Però, per volere degli dei ed accompagnata da Iride, sopravviene l’Insania (ἡ Λύττα), detta vergine figlia della fosca notte, nata del nobile sangue di Urano, ed inviata per castigare il misero Ercole. Un nunzio, sbigottito, racconta che Ercole, dopo la uccisione di Lico, apprestava un sacrificio innanzi all’aradi Giove: erano accolti i suoi figli con l’avo e con la madre, e già portato era in giro all’altare il canestro ed elevavansi sacre preci:Ma ecco, allor che con la destra il tizzoTôrre, e nella lustrale acqua tuffarloDovea d’Alcmena il figlio, immoto stette,E tacito. In quell’atto lungamenteSi rimase e teneano i figli in luiFisso il guardo. Più desso egli non era.La idea o l’ossessione omicida invade repentinamente l’animo con la scintilla di una sensazione o di un pensiero improvviso; indi—in un terreno predisposto per degenerazione personale o ereditaria—va poi divampando e preoccupando l’attività mentale dell’ammalato e può assumere e presentare tutti i diversi gradi di intensità dell’ossessione morbosa, vincibile od invincibile (Ferri).—Dapprima è un arresto improvviso dei movimenti intercerebrali; un rapido restringersi, con senso di angoscia, del campo della coscienza; l’oscillamento della percezione della realtà; lo sforzo di rendersi conto di ciò che si ha consapevolezza che avvenga: poscia, perdutosi l’equilibrio o il centro dei moti ideativi ed affettivi, gli occhi, la fisonomia, la mimica presentano i segni evidenti del delirio invadente.Gli occhi stravolti roteggiava intorno,Le sanguigne radici in fuor spingendone;E una schiuma stillava dalla boccaGiù sul mento barbuto.Completatosi l’accesso, comincia l’allucinazione: l’ammalato dimentica il luogo ov’è, le persone ond’è circondato. Tra le idee ricorrenti, con turbinìo di sangue e di vendetta, una gli si fissa nella mente, con insistenza, l’idea di dar morte ad Euristeo, altro suo nemico. E l’uomo che, pochi istanti prima, avea con calma e freddo discernimento disegnato il come ed il perchè di sue future imprese; inebbriato, pel sopravvenuto delirio, dall’insania di odio irresistibile, è spinto, anzi trascinato a quell’azione che gli si riproduce in modo fantastico, con fondo tenebroso, con contorni foschi, ed alla quale egli già crede di prender parte con la veemenza di chi è di fronte all’aborrito nemico.Indi proruppeCon risa forsennate in questo dire:«Padre, a che accendo or io, pria di dar morteAd Euristeo, l’espiatrice fiamma,E fo doppia opra, ove pur tutto io possoCompier con una? D’Euristeo qui portoLa tronca testa, e di più morti a un trattoPoi mi purgo le mani. Olà, versateL’acqua a terra: i canestri al suoi gittate:Chi mi dà l’arco? chi mi dà la clava?Corro a Micene. Oprar picconi e leveA spezzarne fia d’uopo, a rovesciarneQuelle sue mura, che i Ciclopi un giornoCostruir con le subbie alla rubrica».Dettò ciò, quivi presto immaginandoIl cocchio aver, fa di salirvi, e spinge(Come avesse la aferza) i corridori,Dimenando la destra. Eran quegli attiE di riso a’ sergenti e di paura:E l’un l’altro guatandosi, diceaQuesti a quello: di noi gioco si prendeIl signor nostro, o ch’ei delira?Intanto, scorrendo su e giù la casa, dice di esser giunto a Megara; si adagia sul suolo e si apparecchia la cena; indi, levatosi, si dà a lottare, ignudo, senza avversario di fronte; poi, ordinato a tutti di ascoltare, si proclama vincitore del giuoco. Credendosi in Micene, scaglia, fremendo, fiere minacce contro Euristeo.Il padre, allora, gli afferra la mano e gli dice: figlio, che cosa fai? che strana cosa è questa? Forse ti tolse il senno il sangue che qui hai sparso poc’anzi?Ei d’Euristeo credendoLui genitor, che supplice la manoPer timor gli toccasse, lo respinge,E dardi trae della feretra, e l’arcoTende contro i suoi figli, uccider quelliD’Euristeo divisando. EsterrefattiChi qua, chi là si sgominar quei miseri;E l’un corse alle vesti della madre;L’un si acquattò d’una colonna all’ombra:L’altro come augellin tremante stetteDell’ara a piè. Grida la madre: oh sposo,Che fai? che fai? tuoi proprî figli uccidi?Grida il vecchio e i famigli: ei non abbada;E l’un dei figli alla colonna intornoInsegue pria, poi con terribil voltoVoltasi indietro, gli si pianta incontro,E nel cor lo saetta. Supin cadeIl pargoletto, e la marmorea baseBagna di sangue, l’anima spirando.Ercole crede di aver ucciso un figlio di Euristeo; così continua ad infuriar contro altro figlio: invano è richiamato alla realtà, l’allucinazione dura prepotente; finchè, essendosi egli slanciato alla strage del padre, dopo aver ucciso figli e consorte, Pallade, comparsa, gli gitta sul petto un sasso (detto, secondo Pausania, sofronistèro, cioè risanator della mente) e, rattenendo il di lui furore, lo fa cadere in profondo sonno.Siamo allo stadio di esaurimento dell’accesso maniaco. La energia impulsiva, scaricatasi nell’incomposta e turbinosa azione omicida, conduce l’individuo in istato di abbattimento e di prostrazione. Quando Ercole rinviene, si meraviglia di trovarsi legato e di ciò che gli si dice aver commesso; con la calma ritorna la coscienza, ma, ahi!, il misero non può che rimpiangere la sventura toccatagli!Un tal Fortuna, da me difeso, guardia di finanza, un giorno era in sentinella in un posto di guardia. Vede un amico, lo chiama a sè e, nello stato di semicoscienza, gli porge un orologio con l’incarico di consegnarlo in ricordo alla madre.—Poscia si avvia alla volta del paese, tira una fucilata contro il primo compagno che incontra; si avanza fino al corpo di guardia, e tira, all’impazzata, contro amici e superiori, dieci o dodici fucilate: ferisce qualcuno gravemente. Tra le grida della gente accorsa, si dibatte, si difende, minacciando morte a tutti: è preso, finalmente, ed egli, fissando gli occhi sbalorditi sui presenti, cade in profondo sonno, che dura più di un’ora. I suoi precedenti erano ottimi; niuna causale lo aveva spinto al delitto.Sostenni il vizio parziale di mente, che, senza difficoltà, mi fu accordato dalla giuria. Il giorno seguente alla condanna, mi recai in carcere per chiedergli se desiderasse voler produrre ricorso in Cassazione. Lo trovai depresso, avvilito.Parlandogli, gli ricordai le modalità del processo. Egli mi fissò lo sguardo, muto, impassibile. Ad un certo punto del discorso mi accorsi che il misero cominciava a tremare, sbarrava gli occhi, avea le pupille dilatate. Mi accorsi che cominciava ad essere in preda ad allucinazione: dopo poco perdette la coscienza del luogo ove trovavasi, di quanto gli era accaduto.Mi chiese—si crederebbe?—la restituzione dell’orologio consegnato all’amico, scambiando me per costui; finì col minacciare le guardie carcerarie presenti, le quali furono costrette, con forza, a trascinarlo altrove. Mi fu detto che, dopo un’ora e più, riacquistò la coscienza, serbando appena un barlume di ricordo di quanto avea detto ed operato.Alcuna volta la follia del delitto prende la forma diemozioni ossessivecon impulsioni di fobia: l’equivalente psichico è nello scoppio repentino di illusioni sensorie o di allucinazioni. La volontà è trasportata a credere alla realtà di semplici apprensioni, il cui fondo può avere la lontana origine di odio o di altra passione: la coscienza è sconvolta grandemente, nè è più atta a percepire la realtà vera delle cose. Il paziente, se l’accesso è repentino, è preso da angosciosa costrizione di idee e di atti; egli credesi in imminente pericolo, ed è necessitato a veemente reazione.R. R. da me difeso, un giorno sa che suo fratello, reduce da Napoli, ove dimorava, desiderava vederlo ed abbracciarlo. Egli fu ben lieto dell’incontro, nè frappose tempo a recarsi nella propria abitazione, ove il fratello lo attendeva. Le accoglienze reciproche furono affettuose. Se non che, discorrendo, il fratello lo rimproverò di alcuni dissensi tra lui ed il padre. R. lo fissa, non risponde. Poscia, con azione rapida, corre alla caserma dei carabinieri e, spaventato, chiede aiuto contro un forestiere il quale era in sua casa e tentava di assassinare lui e la moglie! Accorrono un brigadiere ed un carabiniere. Ma quale fu la loro sorpresa nel vedere che il forestiere fosse il fratello di R.? Costui, presente alla scena, insiste a richiamarsi di imminenti pericoli, e, poichè il fratello rispondeva scherzosamente, egli guarda un tiretto, lo apre, tira fuori la rivoltella e la esplode, in mezzo ai carabinieri, ferendo mortalmente il germano.Arrestato, è tradotto in carcere, senza che nulla osservasse; però, dimandato, lungo il tragitto, da un amico che cosa avesse commesso, ed inteso dai carabinieri di aver ferito il fratello, riacquistò la coscienza del mal fatto, diede in ismanie, ruppe in dirotto pianto, dichiarandosi innocente di ciò che si diceva aver commesso.—In famiglia vi erano casi di isteria, di epilessia. Al dibattimento si svolse la più commovente scena: tutti i testimoni parlarono dell’affetto cordiale tra i due fratelli: gli stessi carabinieri, presenti al fatto, dissero essersi persuasi trattarsi di accesso maniaco. I giurati concessero il vizio parziale di mente.8.—Ed ora diremo dell’azione criminosa dell’epilettico. Rimandando il lettore ai libri tecnici sulla materia, ci restringeremo a considerare i sintomi che più appartengono alla parte psicologica del delinquente e che, nella pratica, con maggiori difficoltà sono conosciuti ed adeguatamente estimati. È da pochi anni che nelle aule giudiziarie la psicosi epilettica ha cominciato ad avere la debita considerazione sotto il lato scientifico ed il lato giuridico. In generale credevasi che l’epilettico, quando non commettesse i delitti in istato di accesso, dovesse rispondere nel medesimo modo che qualunque individuo normale, perchè, aggiungevasi, la malattia o la frenosi dura i pochi momenti dell’attacco, passato il quale, la coscienza ritorna nel suo decorso normale. Oggi si ammette, in generale, che la epilessia di per sè sia una psicosi e che apporti, in chi n’è affetto, disturbi mentali e morali: durasi, tuttavia, nel credere che questi disturbi debbano limitarsi a certi casi molto gravi, e a quelli in cui l’azione, per prove evidenti, non sia l’effetto di motivi sufficienti e non abbia il decorso di atti in apparenza coscienti. Donde le molte difficoltà e le continue distinzioni di una casistica indegna di tempi sì progrediti nelle scienze positive e sperimentali, inutili, anzi pregiudizievoli e contrarie a giustizia, quando la psichiatria ha detto ormai la sua ultima parola sulla natura della epilessia, assicurando che le sue manifestazioni sono così multiformi e singolari, da costringerci a ritenere che il giudizio di apprezzamento sulla loro imputabilità debba essere molto circospetto, ma tale da non escludere, in qualunque ipotesi, la diminuente di responsabilità pel vizio parziale di mente.La continuità e l’unità nella organizzazione dei fatti psichici debbono convincerci non esser possibile che chi sia affetto da epilessia, quantunque mostrisi ad intervalli sano di mente, goda la pienezza di equilibrio psichico: certi difetti organici, insiti alla vita intima della coscienza, sfuggono alla prova esteriore, ma sono il presupposto scientifico imprescindibile per arrivare a conclusioni giuste che, altrimenti, non sarebbero suffragate dal criterio dottrinale e dalla pratica della esperienza.9.—Il problema rendesi molto più difficile e complesso nel caso di epilessia larvata o diequivalente epilettico. Essa —al dir di Bianchi—è un disturbo mentale a breve e rapida evoluzione, d’ordinario accompagnato da profondo turbamento della coscienza e amnesia più o meno completa del periodo di durata dell’attacco. Assume le forme più differenti: talora è una qualunque delle psicosi descritte comeprae-epilettiche opost-epilettiche; la differenza sta solo nel fatto che manca la convulsione epilettica, la quale è sostituita dal disordine psichico. Molte forme maniache o psicosi allucinatorie ricorrenti, di breve durata, di cui i rispettivi infermi non serbano ricordo, sono di natura epilettica, veri equivalenti psichici della epilessia[96].Questa forma di epilessiapsichicaha la genesi fisiologica nella estrema irritabilità di carattere del paziente, la genesi patologica in disturbi, per lo più ereditarî, dei centri psichici corticali, con esaurimento dei poteri direttivi, ed atrofia parziale od assoluta delle energie associative e coordinatrici degli atti interni e delle azioni esterne, che ne sono la conseguenza. La coscienza è o intermittente o a fondo di continuato turbamento; la memoria è lacunare; la fantasia accesa, veemente; la sentimentalità con decorso tumultuoso ed impulsività furiosa. Ma—nè è raro il caso—talvolta il disturbo epilettico si sistematizza in periodi abbastanza lunghi; la coscienza funziona, ma è dominata da ossessione o da esquilibrio costituzionale: il paziente ha l’agio ed il tempo di preordinare gli atti alla esecuzione del delitto, di scegliere i mezzi; di cogliere la vittima nel luogo, nel momento più adatto. L’apparenzadel fatto induce il magistrato ad elevare rubrica di piena responsabilità con l’aggravante della premeditazione, o, mancando una causale, con la qualifica della brutale malvagità. Il psicologo, intanto, osserva;a) che tra i precedenti, i concomitanti ed i susseguenti del fatto incriminato non è possibile, quando l’imputato sia affetto da epilessia, che esistano e si provino quei nessi logici, di cause e di effetti, i quali sono la prova più evidente della normalità psichica d’un individuo;b) che l’azione dell’epilettico è sempre disordinata, repentina, furiosa, sebbene rapportisi a precedenti motivi sufficienti ed a preordinazione di mezzi. La morbosità dell’atto è messa in mostra dalla mimica incoordinata, dalla fisonomia stravolta, dall’occhio torbido, da parole incomposte, dalla assenza di previdenza nell’affrontare i pericoli di reazione della vittima o di sorpresa della pubblica forza; dall’immediato abbassamento, dopo il delitto, dell’energia attiva, o dal totale esaurimento della stessa, con stupore morale consecutivo, tendenza al suicidio, ovvero apatica indifferenza come di chi non senta il peso della responsabilità incorsa e non si scuota al ricordo rappresentativo degli atti constituenti il delitto. Infine, il psicologo conclude, che la misura della imputabilità di simili atti dev’essere apprezzata con processo logico sintetico, poichè, se gli atti, normali o morbosi che siano, ma più in quest’ultima ipotesi, si staccano l’uno dall’altro e si valutano isolatamente, non è strano s’incorra in flagrante errore: l’unità del prodotto psichico del reato, corrispondendo, nel caso in esame, ad equivalente epilettico, deve, nella totalità del funzionamento interno ed esterno, portare la nota del disordine e d’un esquilibrio spiegabile non più con germi organici criminosi, ma come l’effetto di affezione morbosa.Il lettore, che ci ha seguìti fino a questo punto, avrà avuta la prova irrefutabile della verità del nostro indirizzo positivo, di scorgere, in qualsivoglia manifestazione tipica del delitto, il germe della degenerazione, dell’esquilibrio, della anomalia. O che l’anima del criminale versi nello stato di dissoluzione, o che, più propriamente, sia il subbietto di follia morale o di psicosi epilettica, il fondo disintegrativo è identico: i fenomeni interni ed esterni sono i medesimi, con relazione e decorso alternantisi diversamente, e conconcorso or di tutti or specificatamente di taluni. Il patrio legislatore, ad imitazione dei migliori codici vigenti, ha per avventura ben fatto a raccogliere in una formola generica tutte le molteplici specie di psicosi, le quali possono diminuire od escludere, secondo il grado, la responsabilità di fatti incriminabili. È affidato al giudizio pratico del giudice, la cui mente sia stata di già illuminata dalla luce della scienza, di schematizzare i singoli fatti sotto il punto di vista generale e di concludere con l’ammettere od escludere la responsabilità penale dell’agente. Le distinzioni scientifiche debbono valere perchè si abbiano norme sicure nella disamina dei fatti; ma la conseguenza è unica: nè il convincimento del giudice, in definitiva, deve preoccuparsi di dettagli teoretici i quali, qualche volta, meglio che illuminare, confondono la rettitudine della sua mente.1O.—I delinquenti per passione formano una categoria speciale: essi, come osserva il Lombroso, dovrebbero dirsi per impeto, perchè tutti i delitti hanno per substrato la violenza di alcune passioni; ma, mentre nel delinquente abituale, in quello per riflessione l’impulso della passione non è subitaneo, nè isolato, ma cova da lungo tempo e si ripete e rinnova sempre, e si associa, quasi sempre, alla riflessione,—qui accade tutto il contrario.La passione ha il fondamento negli affetti ed è accompagnata da emozione o di piacere o di dolore. Però, al dir del Tommaseo, la passione è distruggitrice, inaridisce l’anima e la tormenta; l’affetto la solleva e la scalda: la passione è cieca, imprudente, provocatrice; l’affetto è costante, umano, magnanimo: la passione è torrente che assorda, trascina e, per vincere, devasta: l’affetto scorre quieto, ma inesauribile, e per vari rivi discende a portare nei luoghi più riposti le gioie della vita.Il delinquente passionale non ha le stigmate della degenerazione; in lui la sensibilità, la emotività sono sviluppate in grado elevato, qualche volta eccessivo: la vita psichica superiore, della intelligenza e della riflessione, è alquanto meno accentuata; la fantasia, non che la immaginazione, è predominante, impetuosa, a forti colori, a tinte abbaglianti. La passione, e qualsiasi energia sentimentale, si organizza,si sistematizza, cristallizzandosi, stratificandosi nella coscienza. Dapprincipio l’idea, che ne forma il contenuto; il sentimento, ond’è resa piacevole, scorrono sul campo della coscienza come un giuoco della immaginazione: l’attrattiva, ad essi inerente, sfugge alla riflessione e si rende accetta per le lusinghe, ond’è circondata, per la speranza di futuri intenti desiderati, pel bagliore d’una luce diafana suffusa nell’intera serie delle rappresentazioni, dei ricordi che formano il materiale attuale delle nostre cognizioni. Poco a poco ciò che dapprima era inavvertito prende consistenza, e noi sentiamo il potere di una seduzione lenta, inconscia, ma costante, e tanto più forte quanto più vi si adatta all’ambiente morale e trascina a sè, paralizzandole, le altre inclinazioni della nostra vita affettiva. Il Bergier riteneva, che i moti delle passioni non siano volontari, e che l’uomo è puramente passivo quando vi acconsente o li reprime: no; la passività comincia gradatamente solo dal momento che noi abbiamo accolto nell’animo il germe della passione; ma, se l’attenzione fosse stata più vigile vedetta sulla rocca del cuore, i poteri inibitori potevano allontanare e respingere l’insidioso assalto della passione e questa sarebbe rimasta abortita prima che fosse stata riconosciuta vitale.11.—Nei delinquenti lo stato passionale si germina dal contrasto di opposte idee e sentimenti; l’idea, il sentimento di qualche bene, di cui manchiamo, o di cui siamo privati, e l’idea ed il sentimento di odio contro chi o vi si oppone o ne contrastò il possesso. È perciò che Plutarco scriveva esser l’odio una disposizione e volontà osservatrice dell’occasione di far male[97]; ed il Machiavelli, che l’odio produce timore e che dal timore si passa all’offesa.—Tra l’idea del bene sperato o perduto e la persuasione, che di ciò sia qualcuno colpevole, si va scavando un abisso in cui precipitano tutti i buoni propositi, i sentimenti altruisti, le idee di simpatia e di benevolenza verso i simili. Questo è ordinariamente verificabile trattandosi di odio muto concentrato. L’intensificarsi del sentimento di ripugnanza della personadell’avversario; la risonanza dolorosa d’un affetto tradito, d’un’offesa ricevuta; gli scatti ripetuti di interna energia emotiva; il vuoto, che si va formando attorno per la cagione ricorrente ed iniziale dell’ansia, dell’angoscia, dell’incertezza, assorbono tutta la personalità ed ottenebrano la mente. La mimica, che esternamente esprime gli interni moti, è caratteristica. All’inizio della passione, qualora non sia originata da forte impulsione dolorosa, l’animo è compreso da tal quale ilarità o eccitazione piacevole, nascente dalla coscienza della propria superiorità di fronte al nemico. Addensatosi il sentimento di ripugnanza e disegnatasi la idea reattiva, l’individuo è preoccupato, tetro: talora il suo volto è chiuso in tenebrosi pensieri; tal’altra, allo scoppio improvviso di lusinghiera speranza di vendetta, un sorriso sardonico, con ostentata jattanza, sfiora le labbra; l’occhio brilla di luce sinistra ed il cuore anticipa il piacere del castigo destinato al nemico. Ad intervalli sempre meno lunghi, la calma è indotta dalle quotidiane occupazioni della vita, dagli interessi che ne distraggono; ma, nel momento in cui il motivo dell’odio risorge, l’animo è sinistramente scosso e col dolore, resosi più acuto, noi sentiamo accrescersi la repugnanza, l’avversione, finchè si aggiunge un sentimento di particolare dispetto che ci costringe e ci trascina all’azione.Nella donna l’odio è più profondo, meno soggetto ad esser represso: massime allorchè esso scaturisce dalla passione di amore tradito, o dalla gelosia, arriva financo alla forma di delirio.12.—Il psicologo criminale deve tenere gran conto di quest’ultima potente cagione di odio, che finisce d’ordinario con l’esplodere in aspra vendetta. Il Mantegazza tentò dare la definizione della gelosia, dicendo: gelosia vuol dire propriamente un dolore del sentimento dell’amore, e quello precisamente che è prodotto dall’offesa recata a noi dall’infedeltà dell’oggetto amato. Questo dolore è naturale in tutti gli uomini, in tutti i tempi e in quasi tutte le razze. È l’offesa della nostra proprietà applicata all’amore[98]. Meglio, però, il Metastasio:O di soave pianta amaro frutto,Furia ingiusta e crudele,Che di velen ti pasci,E dal fuoco d’amor gelida nasci.Il Descuret, in un libro che ha tuttavia valore psicologico, scrive: «A vicenda tiranno e schiavo, il geloso si lascia trasportar dall’ira senza misura, o vilmente prega: agitano il suo cervello malato le supposizioni più bizzarre: quindi non riposa mai; chè i sospetti, i timori lo perseguitano in fin nei sogni. Nei gesti, negli atti e massimamente nello sguardo ha qualche cosa di sinistro che fa paura e spegne qualunque simpatia uno provasse per le pene ch’ei soffre. Non è possibile giustificarsi con un geloso: se un moto di pietà gli lascia accordare qualche testimonianza di affetto da colei che egli accusa, questa testimonianza non è agli occhi suoi che dissimulazione abilmente calcolata. Allora i sospetti raddoppiano; ingiuria e minaccia o, anche cedendo ad un moto di convinzione e di pentimento, ammette le prove che gli dànno; ma ricade ben presto ne’ suoi terrori immaginarî, e ritorna non meno ingiusto, nè meno furibondo di prima.«In generale, il geloso si sforza di nascondere ad ogni sguardo i tormenti che l’agitano, se ne vergogna come di una vil debolezza: non è raro udirlo parlar con disprezzo di chi si abbandona alla gelosia. Ma se prescrive a sè stesso tal riserva innanzi agli estranei, se ne compensa a usura contro la sua vittima, massimamente ove abbia acquistato sopra di lei diritto da far valere. Accade d’ordinario nelle sorde e ascose violenze della domestica tirannia che più terribili sono gli effetti di questa passione; imperciocchè allora la lotta accade fra la forza e la debolezza, e questa non ha che lacrime in sua difesa»[99].L’arte greca ha rappresentato in Fedra e Medea il delitto passionale della donna portato fino al delirio. Sono due tipi concepiti da Euripide in modo sorprendente. Fedra, presa da cieco amore pel figliastro Ippolito, versa in fenomeni di isterismo, e si abbatte e si dispera e giunge infine all’esaurimentomorboso, fisico e morale. Ella si accorge di essere schiava di Ciprigna, e lotta con i ciechi impulsi ond’è dominata, ora col tacere, col chiudersi e raccogliersi tra le domestiche mura, le cure familiari; ora col confessare, disperandosi, ogni cosa alla nutrice.Ben si avvede che in lei si riproduce, ereditariamente, la passione brutale della madre Pasifae, la quale si innamorò d’un bianco toro visto nelle valli dell’Ida in Creta ed,imbestiandosi nelle imbastiate scheggedi una giovenca di legno costruita da Dedalo, fece copia di sè, e ne nacque il minotauro. La nutrice procura di apprestarle soccorso, e ne fa accenno ad Ippolito, il quale, inorridito, minaccia di rivelar tutto al padre. Fedra, travagliata dalla insoddisfatta passione e turbata dal timore della vergogna, decide di suicidarsi; ma in pari tempo concepisce il reo disegno di vendicarsi del virtuoso giovane lanciando contro di lui la più infame accusa. Alla nutrice ella confessa:Oggi, uscendo di vita, io, sì, contentaFarò Ciprigna che a perir mi porta.D’acerbo amor vinta morrò; ma infestaPur farò la mia morte anco ad un altro,Sì che male esser vegga di mie peneAltero andar. Sua parte anch’ei provandoDi questi guai, fia che umiltade impari[100].Ella s’impicca, ma in una scritta lascia detto di aver ciò fatto perchè a viva forza violata da Ippolito!Medea è la furia personificata della gelosia. Ella, posposta da Giasone ad altra donna, dissimula la profonda angoscia, simula contegno calmo remissivo e, per infliggere il castigo al suo offensore, gli uccide la sposa, uccide i proprî figli e si confessa felice di aver tutto ciò commesso![101].13.—Il delinquente passionale, vittima di spinta veemente, aberrante, di rado si attiene al piano preordinato di esecuzione del delitto. Egli è imprudente; si serve della prima arma che gli capiti; gode di far mostra della vendettacompiuta. Affronta il pericolo con incosciente coraggio, appunto perchè in lui è fermo il convincimento che senza lo sfogo della passione, ond’è agitato, la esistenza rendesi insopportabile: qualunque danno ne consegua sarà minore della tempesta, che lo mette in iscompiglio. Dopo commesso il fatto, il delinquente per passione non sfugge il giudizio della pubblica opinione, che egli sa a sè favorevole; ma rendesi alla pubblica forza e confessa il suo operato senza nulla tacere.Ritornata la calma, egli è assalito dal rimorso e, sotto il peso della sventura toccatagli, si rammarica, piange, e mostrasi dimesso ed avvilito. Ben osserva il Lombroso, che simili delinquenti, assai più che ai rei comuni, si avvicinano ai pazzi impulsivi e meglio agli epilettici, per l’impetuosità, istantaneità, ferocia degli atti, di alcuni dei quali, notisi l’importante analogia, non ricordansi spesso che incompletamente.La rassomiglianza è tanto più vera perchè costoro sono vittime dell’ira, il cui scoppio fu da Orazio e dal Petrarca paragonato abreve furore. Gli antichi, allo stesso modo che gli odierni scrittori, ne ebbero cognizione completa, e Seneca scrisse sull’iratre libri che desidererei fossero consultati da chi voglia sulla materia aver preziose nozioni. «Alcuni savî—egli scrive—dissero che l’ira sia breve pazzia, perciocchè parimenti con quella è priva di poter signoreggiare a sè stessa; non si ricorda dell’onore, non tien memoria delle amicizie: ostinata ed intenta in quello che una volta ha principiato, serra la via alla ragione ed ai consigli, ed, agitata da vane cause, è inabile a distinguere il giusto ed il vero, somigliante molto alle rovine, le quali si fiaccano e si rompono sopra quello che hanno oppressato. Ma perchè tu conosca esser pazzi quelli che dall’ira dominati sono, pon mente all’abito loro: perciocchè, come dei pazzi sono indizî certi il volto audace e minaccioso, la fronte malinconica, la faccia torva ed aspra, l’andar frettoloso, le mani inquiete, il colore mutato, i sospiri spessi e veementi, così degli irati sono i medesimi segni. Gli occhi sono vermigli e focosi, in tutto l’aspetto è un rossore acceso; bollendo il sangue nei più bassi precordi, le labbra si muovono e si stringono i denti; s’arricciano e si rizzano i capelli; lo spirito è in loro ristretto e stride, le membra, torcendosi, risuonano; essi sospirano, mugghiano e parlanointerrotto con voci non bene spiegate, e le mani spesso si percuotono; batton la terra coi piedi, e tutto il corpo si commuove, facendo molte minacce di collera, ed han la faccia brutta e spaventevole a vedere; perciocchè si contraffanno e gonfiano. Tu non sapresti dire se gli è vizio più detestabile o brutto. L’altre cose si possono ascondere e tener coperte; l’ira scoppia ed esce in faccia, e quanto è maggiore, tanto più manifestamente trabocca. Non vedi come in tutti gli animali, subito che insorgono a nuocere, precorrono indizî, e che in tutto il corpo escono del solito e queto abito, ed esasperano la loro fierezza? Ai cignali esce la spuma di bocca; arrotano ed aguzzano i denti stropicciandoli insieme; i tori muovon le corna al vento e spargono l’arena coi piedi; i leoni fremono; i serpenti istizziti alzano il collo; le cagne, arrabbiate, sono spaventevoli a vedere. Non è alcun animale tanto orrendo e tanto per natura pernicioso, che non appaja in esso, sendo dalla collera assalito, aggiunta di nuova fierezza, Ben so che gli altri affetti ancora mai si occultano, e che la libidine, la paura e l’audacia dànno segni di sè e si possono antivedere. Perciocchè non si sveglia cogitazione alcuna veemente nell’animo nostro, che non muova qualcosa nel volto. Che differenza c’è, dunque? Che gli altri affetti appariscono, questo più di tutti si scopre e si palesa»[102].E Seneca pone la distinzione tra gli atti, che rapportar si possono alla passione dell’ira, e gli atti che sono l’effetto diferità; siccome avviene per coloro che d’ordinario incrudeliscono e s’allegrano del sangue umano senza che si avessero ricevuta ingiuria: non cercando essi di battere e lacerare gli uomini per vendetta, ma per piacere. Cita l’esempio del crudele Annibale, che, vedendo una fossa piena di sangue umano, disse: «Oh! bello spettacolo!»; e l’esempio di Voleso, il quale, sendo proconsole dell’Asia sotto il divo Augusto, ed avendo in un giorno decapitati trecento, e andando con superbo volto tra i corpi morti, come se avesse fatta una cosa magnifica e degna di ammirazione, gridò in lingua greca: «oh cosa regia!».—Il filosofo conclude: che avrebbe fatto costui sefosse stato re? Non fu ira questa, no, ma un male maggiore ed insanabile![103].14.—Negli scrittori di antropologia criminale troverete raccolti esempî molti, i quali illustrano le sintetiche osservazioni psicologiche qui esposte; eppoi, non basterebbe la quotidiana esperienza delle aule giudiziarie? Meglio, mi avviso, sia rammentare al lettore la più perfetta rappresentazione tragica, tramandataci dall’antichità, del tipo di delinquente per passione: intendo parlare di Oreste. Eschilo, Sofocle, Euripide se ne occuparono: il primo trattando del delitto passionale con la profondità che gli veniva dalla intuizione dei più ascosi misteri dell’umana natura; il secondo con la sentimentalità e fantasia d’un’arte che attinge ispirazione e colorito dal bello armonico di facoltà e di contrasti; il terzo coll’uniformarsi alla realtà immanente e spontanea dei comuni fenomeni della vita. Fu osservato, che Oreste abbia molto di Amleto; rassomiglianza nelle vicende storiche di vendetta imposta dalla necessità degli eventi, nell’angoscioso contrasto tra l’apparenza dell’azione ed il fondo dell’anima, nella fine egualmente disavventurata. Se non che Oreste, coonestando l’operato col volere inoppugnabile degli dei e la spinta necessitante del fato, ha meno di contenuto personale, e ritrae in sè l’indeterminatezza psicologica di quella vita greca, che da un sommo poeta fu appellata ombra d’un sogno. Amleto è l’uomo moderno, tutto riflessione, scetticismo, forte sentire temperato dal dubbio della scelta, dalla titubanza dell’azione.Oreste, bandito anzi trafugato dalle mura domestiche, cresce, alla mercè d’un amico, alimentando nel cuore la speranza, la passione di vendetta contro la madre Clitennestra, non che contro il drudo Egisto, rei di aver ucciso il padre Agamennone. All’opera vendicatrice si unisce Elettra, sorella di Oreste, anima or cupa or simulatrice, ma tenace nell’odio, ispiratrice dei mezzi bene adatti all’intento: ella, con la sentimentalità suggestiva, allontana il dubbio dalla mente del fratello, ne sollecita l’operare. In Eschilo[104]la scena, in cui,dopo la uccisione di Egisto, Oreste mette a morte la madre, è qualificata da tutto l’impeto cieco, tempestoso dell’uomo reso schiavo da prepotente passione: invano la donna ricorda al figlio rispetto a quel seno da cui egli con tenere labbra succhiò il vitale latte, e su cui tante volte si addormentò. Oreste ha un momento, meglio che di pietà, di dubbio e ne chiede consiglio a Pilade: al ricordo che costui gli fa degli oracoli di Apollo e dei sacri suoi giuramenti, lo snaturato figlio dice:Vince, lo sentoIl tuo giusto parer—Seguimi; io voglioSvenarti là, presso colui. Lui vivoPiù in pregio assai del padre mio tenesti:Morta or posa con lui; poi che pur amiUom tale, e l’uom che amar dovevi aborri.Ma, non appena commessa la strage, il delinquente passionale è colto da una specie di accesso di epilessia psichica, con turbamento funzionale ed allucinazione. Agli elogi del Coro, egli, che poco prima erasi addimostrato soddisfatto del duplice delitto, esclama:Ahi ahi! che veggo?Come Gòrgoni, avvolte in negri panni,Eccole, o donne, e d’affollate serpiAttorte i crini... Io più non resto.Il Coro lo richiama e dimanda quali fantasie lo perturbino; Oreste risponde:Non fantasie, non fantasie: le furieDella madre son queste.Il Coro:Un fresco sangueSu le mani ti sta: quindi spaventoSu l’animo ti piomba.Oreste:Oh sire Apollo!Cresce la turba; affollansi; e dagli occhiStillano sangue che mette ribrezzo.Fa’ cor; d’Apollo ti avvicina all’ara:Ei ti sciorrà da questi mali.Oreste:VoiNon le vedete: io si le veggo; e sento,Sento incalzarmi, e più restar non posso!Sofocle[105]rappresenta Oreste alquanto più calmo: in lui l’odio, essendosi sistemato, ha minori parvenze di impeto: Elettra è più feroce. Mentre Oreste pugnala la madre, e questa chiede da lui pietà, la figlia la schernisce; e quando la misera grida: ahi! son ferita!—ella incita l’uccisore dicendo: ancor, se puoi, ferisci!Per Euripide[106]la strage si consuma con preordinazione di tempo e di luogo e con scelta di mezzi. Clitennestra è tratta, con inganno, in casa di Elettra data in isposa ad un contadino; Egisto accoglie Oreste e Pilade con l’affabilità dovuta a due ospiti, li invita a prender parte ad un sacrificio. È ucciso prima lui e poscia sua moglie. Anche qui Oreste tituba all’idea di mettere a morte la madre; ma Elettra ve lo incita. Commesso il delitto, essi son presi da turbamento e da rimorsi: veggono il precipizio sotto i loro piedi, e si sforzano di destare pietà: Oreste, però, osserva:Or la tua mente, or l’animoTuo si rivolge, come l’aura spira.Pia di sensi or tu sei, pia di pensieri:E tal dianzi non eri,Quando, o sorella, a diraOpra il fratel, che non volea, spingesti.Visto hai come le vestiVia strappando la misera,Nudo mostrommi agonizzando il seno...Ahi ahi, me lasso!... e le ginocchia al suoloMettea, misera! ed io mi venia menoDi pietade e di duolo!Con più naturalezza di concezione, Euripide in altra tragedia, l’Oreste, rappresenta gli effetti del delitto. Oreste, agitato da insano furore, cade in istato di estremo esaurimento, ha il volto squallido, irto il crine, e giace di continuodisteso in letto. Egli è di tratto in tratto assalito da accessi di allucinazioni: Elettra, che, pel rimorso, vede laparte migliore di sua vita trascorrere in gemiti e lamenti, consumata in insonni e lacrimose notti, lo assiste, lo conforta; ma ben si avvede trattarsi diimpeti insani; ed il Coro parla dimanìa furente, e Menelao vuol sapere il momento in cui questa la prima volta ebbe a prorompere.Tostochè sopraggiunge il pericolo di essere sopraffatto dagli Argivi, ei riacquista le forze, riprende l’usato furore ed affronta imperterrito l’ira dei nemici,addossando morte a morte, come Menelao si esprime; nè, com’egli medesimo dice, mostrandosi giammai stanco di uccidere ree donne. Aumentandosi il pericolo, la passione infierisce e si converte in impulso di distruzione: egli è pronto ad incendiare la reggia ed a svenare tra le fiamme altra vittima (Ermione) alla presenza del padre: costui, Menelao, implora pietà, ma l’altro è fermo e impone ad Elettra di accender le fiamme in basso, e a Pilade di metter fuoco agli alti palchi. Il reo proposito sarebbe stato messo in atto se opportunamente non fosse comparso Apollo a calmare l’animo tempestoso di Oreste ed a porre fine alla triste istoria di violenze e di delitti.Ed è così che la Grecia, coll’armonico accordo di facoltà e di atti, di arte e di vita pratica, di entusiasmo pel bello e di sacrificio eroico pel trionfo del bene (il che Socrate, a riguardo della didattica, esprimeva con la parolamusica), personificò il tipo del delinquente per passione contornato da soggetti a lui affini e materiato in forma d’arte a cui la scienza invidia tuttavia la perfetta interpetrazione della verità e dei particolari.15.—Completeremo l’assunto di trattare la psicologia dell’azione criminosa, scrivendo del delinquente di occasione.Il Lombroso, ammettendo l’esistenza del reo d’occasione, ritiene che esso non offre un tipo omogeneo come potrebbe offrirlo il reo-nato od il reo per passione; ma esso è costituito da molti gruppi disparati, e sopratutto dai pseudo-criminali, indi daicriminaloidipropriamente detti[107]. Il Ferri, poi, osserva che delle due condizioni, onde si determina psicologicamenteil delitto, insensibilità morale ed imprevidenza, a questa risale in prevalenza il delitto d’occasione, a quella invece la delinquenza congenita ed abituale; perchè, mentre nel delinquente nato è sopratutto la mancanza di senso morale che non rattiene dal delitto, nel delinquente d’occasione, invece, questo senso morale esiste ed è assai meno ottuso, e soltanto, non aiutato da una vivace previsione delle conseguenze del delitto, cede all’impulso esterno, senza del quale era e sarebbe stato sufficiente a mantenere la via diritta[108]. Io credo che le osservazioni qui riferite, pur mostrando di contenere, in apparenza, qualche importanza, non spiegano punto la genesi psicologica del delitto di occasione. La previsione più o meno degli effetti del proprio operato, o dell’azione di incentivi a cui ci troviamo esposti, non ci induce a discernere il perchè, in pratica, di tanti uomini imprevidenti, che tuttodì dànno fondo alle loro fortune economiche ed incorrono in errori deplorevoli; ma che pure, messi a contatto con moventi criminosi, sanno opporre più energica resistenza.Il delitto di occasione ha per genesi psicologica una energia criminosa rimasta, per manco di organizzazione, in istato latente, nè con grado di sviluppo tale da suscitare singole tendenze distinte. Vi è, dunque, il germe del delitto; manca la disposizione del terreno in cui si fecondi e cresca. Ecco perchè nei delinquenti di occasione non vi sono tipi spiccati, ed il Lombroso ha dovuto ricercarli tra gruppi disparati e sopratutto tra’ pseudo-criminali.—La vita di relazione, col mondo esterno e con i simili, è tutta un complesso di incentivi che, in date favorevoli contingenze, ci spingono ad infrangere i dettami dell’etica e le sanzioni della legge: quando l’equilibrio psichico è ben rafforzato ed è reso stabile, il potere dell’incentivo o passa inavvertito o è facilmente vinto; se l’equilibrio è instabile ed incerto, a causa di contrastanti energie opposte, le propizie occasioni possono produrre delitti di cui noi medesimi non avremmo mai creduto di esser capaci.
Psicologia dell’azione criminosa.
1. Che cosa debba intendersi per azione criminosa.—2. Anomalie ed esquilibrio del carattere del delinquente.—3. Stato di esquilibrio psichico del delinquente nato: caratteri distintivi che accompagnano la sua azione criminosa.—4. La organizzazione psicofisica anomala del delinquente nato: le note culminanti psico-patologiche proprie della sua attività.—5. L’azione del delinquente folle; la pazzia a forma melanconica.—6. La manìa impulsiva; le ossessioni psichiche criminose.—7. Esame dell’Ercole furentedi Euripide, esempio di manìa omicida accompagnata da allucinazione impulsiva; leemozioni ossessivecon impulsioni di fobia.—8. L’azione criminosa dell’epilettico.—9. La epilessia larvata oequivalente epilettico.—10. Il delinquente per passione.—11. Psicologia dell’odio.—12. Psicologia dellagelosia: Fedra e Medea.—13. L’azione criminosa del delinquente per passione: psicologia dell’ira.—14. Esame di Oreste, secondo Eschilo, Sofocle ed Euripide, quale esempio di delinquente per passione.—15. Il delinquente di occasione.
1.—Intendiamo per azione criminosa la sintesi degli atti che preparano, accompagnano e susseguono il delitto. L’opera esteriore, non che essere il compimento di ciò che entro siasi divisato, ne è la prova più appariscente; quella prova onde, con metodo induttivo, noi procediamo dalla constatazione del noto per arrivare a comprendere l’ignoto. È così che il rito giudiziario completa le prescrizioni della legge repressiva; poichè la imputabilità, avendo bisogno di individualizzarsi per partorire la responsabilità, non può far a meno di date prove di fatto raccolte e coordinate secondo norme logiche prestabilite e consecrate da apposite prescrizioni rituali.
Chi opera, esteriorizza il suo essere intrinseco; ondechè l’azione non è che la manifestazione di ciò che rimane occulto; di ciò che è la somma della vita psichica individuale, dagli elementi sensitivi, emotivi ed intellettivi, alla più completaformazione della coscienza, della intelligenza, della volontà. Il delitto, dunque, considerato obbiettivamente nella azione, non è mai un fattofortuito, dipendente del tutto da accidentalità di tempo e di luogo; è l’indice della costituzione organica dell’agente, fisica e psichica: il suo fattore è sempre a ricercarsi, come bene si esprime il Garofalo, nellaspecialitàdell’individuo, plasmato dalla natura in modo da esseredelinquente[86].
Gli atti esecutivi si differenziano secondo il fine cui tendono; il fine rispecchia gl’interni propositi e completa la fisonomia morale del carattere individuale. La composizione di questo carattere, pel delinquente, perchè sia bene compresa, ci obbliga a rifarci alquanto indietro ed a ricordare parecchie anomalie psichiche le quali informano le modalità dell’azione, imprimendovi delle note interessantissime nello apprezzamento degli elementi di prova processuale.
2.—Il Marro scrive, che il carattere saliente della mente dei delinquenti è dato per lo più da una mancanza di riflessione, che, congiunta ad egual difetto di affettività, li dispone a forme più o meno gravi del delirio di persecuzione[87].—Questa anomalia di esquilibrio dipendente dal prevalere di morbosa sentimentalità sul contenuto ideale di associazione riflessa è causa di frequentiossessionicongiunte ad instabilità di propositi e di atti; il che, a prima vista, sembra contraddittorio, ma è pur corrispondente al vero. I delinquenti, per chi ne abbia pratica, sono i vinti, più che della lotta per la vita, dell’invincibile potere di idee fisse o ricorrenti di persecuzioni immaginarie, che, prendendo corpo e rilievo per l’influsso deleterio di scompigliata fantasia, partecipano alla psiche il fondo di grande vulnerabilità, predisponendola ad atteggiarsi, senza difficoltà, secondo gli instabili eventi quotidiani. Dai facili trascorsi in famiglia, nella tenera età, al continuo cambiamento di occupazione e, in fine, al vagabondaggio, la esistenza di codesti disgraziati è alla mercè di perenne flusso e riflusso di forze antagoniste: la personalitàsi disgregherebbe più facilmente del consueto, se non fosse tenuta salda da idee fisse, da sentimenti giganteggianti, il cui esito è di ossessionare la mente, alterando il carattere di volta in volta che le impulsioni rendonsi più intense.
La incoerenza psichica è causa di imprevidenza sulla possibilità probatoria, di responsabilità, di atti che potevansi evitare o effettuare altrimenti. Chi guarda l’azione criminosa, partendo dall’atto compiuto, è soggetto ad ingannarsi se crede di dover seguire i dettami della comune logica, cioè se crede di scorgere il necessario legame causale tra i precedenti ed i concomitanti del delitto. Questo legame esiste, ma è l’effetto di processo mentale anomalo, perchè predisposto ed originato da fattori rappresentativi ed ideali di cui difficilmente ci è concesso,a posteriori, di riprodurre in noi la trama mentale.
L’eccessiva vanità dei delinquenti spiega come essi, con un’imprevidenza inconcepibile, escano a parlare dei proprî delitti prima e dopo d’averli compiuti, fornendo, così, l’arma più potente che abbia la giustizia per coglierli e condannarli (Lombroso). Il che, aggiungerei, è da manco di riflessione, perchè non si ha il potere di controllare quel che si dice o si opera: il campo visivo della mente è alterato da correnti di sentimentalità invadenti; l’io, staccandosi dalla normale vita di relazione con l’ambiente, si isola e troneggia in una sfera di fantasioso egoismo.
3.—Per procedere con più esattezza in quest’ultima parte del processo psicologico del delitto, esamineremo separatamente:
a) la psicologia dell’azione criminosa dei delinquenti nati, o con fondo di pazzia morale o di epilessia;
b) quella dei delinquenti passionali;
c) quella dei delinquenti di occasione.
Facendo principio dal delinquente nato, osserviamo che in esso lo stato di esquilibrio psichico presenta completa organizzazione a base di fattori degenerativi ereditarî e di fusione integrativa degli elementi similari dell’ambiente. La energia criminosa ereditaria, a contatto con le forze ambienti, si è corroborata, intensificata, ed eliminando, dalla organizzazione dell’io individuale, gli elementi estranei alla sua natura,si è unificata con analoga specificazione. La forma psichica, che ne risulta, apparisce senza veruna impronta di rappresentazione dell’ordine dinamico esteriore con l’ordine immanente di stati di coscienza: il sentimento altruista, di famiglia, di sociabilità, di simpatia non esiste, e dal suo luogo domina assoluto il senso di egotismo, che dispone il delinquente a sentirsi estraneo tra’ simili, anzi in lotta con essi perchè diversamente da lui conformati. Se lo sviluppo mentale si è tenuto basso, il delinquente nato neppur bada ai controstimoli del delitto; per lui la legge penale, la morale, i costumi, la pubblica opinione son come non esistessero; appena, ma di rado, son percepiti o ricordati siccome incentivi ad eseguire il maleficio con maggiore astuzia ed accortezza. Se, poi, lo sviluppo mentale si è arricchito di alquanta coltura e la vita di relazione si è resa vieppiù complessa, il ricordo dei controstimoli serve ad accrescere la morbosità fantastica dell’azione criminosa, poichè è causa per cui dal fondo pervertito del criminale venga su la irresistibile tendenza ad agire in controsenso ed a dispetto del comune modo di sentire e di giudicare. La lotta di prevalenza sociale, che per l’uomo normale si svolge con lo sforzo di arricchirsi di qualità morali preminenti o di maggiori sostanze economiche, frutto di progredita attività, nella mente del criminale si prospetta con le parvenze di antagonismo brutale, con l’urto dispettoso di presunti nemici o persecutori, con l’assenza di ogni traccia di probità o di pietà. Basta il minimo motivo per coonestare i più atroci misfatti: leggasi in Despine[88], in Lombroso[89]i moltissimi esempî di delinquenti, che si scusarono da immani delitti adducendo dei motivi i quali sembravano ridicoli pretesti. La polizia giudiziaria, messa sulla traccia di trovare il responsabile di alcun grave delitto, molte volte erra nel seguire ipotesi, che a lei vengono suggerite dai presupposti di ordinaria esperienza dei fatti umani; perchè credesi che il reo abbia dovuto aver rilevante motivo all’azione, e chequesta abbia dovuto consumarsi con tutto l’apparato di mezzi scelti e creduti meglio adatti all’intento criminoso. Niente di tutto questo: il delitto è l’effetto di circostanza, di motivo futilissimo; talfiata è il mezzo di soddisfazione degli istinti perversi che trovano nell’azione il completamento ad una attività irrefrenabile. Il vero motivo presupposto di processo logico degenerativo è a ricercarlo nel fondo anomalo dell’anima del criminale; fondo che ben può indovinarsi apprezzando senza preoccupazioni le modalità esteriori dell’azione, le quali, tuttochè testimoni muti, sono abbastanza eloquenti per indurci a scovrire il vero agente del delitto.
La fredda ferocia e la sensibilità apatica[90]di molti omicidî sono l’indice dello stato psichico dei rei. La sensibilità, fisica e morale, è nell’uomo integro il frutto di coefficienti organici biologici: se questi coefficienti mancano, i nostri atti debbono essere in palese opposizione con la comune condotta.
4.—Trattando degli stadi coscienti di formazione e di sviluppo del delitto, mostrammo il processo integrativo o disintegrativo dell’anima del criminale. Dovendo, ora, veder tali elementi rispecchiati esteriormente nell’azione, converrà aggiungere altre osservazioni che in precedenza furono appena adombrate.
La organizzazione anomala del delinquente nato percorre le fasi di arresti dello sviluppo psichico: di qui la relazione biologica ed antropologica tra il pazzo morale, l’epilettico ed il criminale. Dallo stato di idiozia al deficiente equilibrio psichico ed all’equilibrio pieno si hanno gradi considerevoli, a cui il psicologo è obbligato a rivolgere la sua attenzione. «Per quanto svariati—scrive Krafft-Ebing—possano essere i gradi della idiozia (idiozia propriamente detta e imbecillità) pure vi ha sempre una frontiera che la separa dalla debolezza mentale, e ciò consiste nel fatto che le rappresentazioni psichiche, per quanto frammentarie ed elementari, non possono compiersi spontaneamente ed indipendentemente dagli elementi sensoriali, nè possono servire ad elaborare delle idee astratte (concetti, giudizî). Ma anche la riproduzione delleidee, pur ammesso che avvenga, si fa in modo incompleto, come quella che per la massima parte tien dietro soltanto ad una eccitazione esterna o ad un bisogno organico che si faccia sentire. È perciò che tutto quanto l’andamento del processo ideativo decorre in modo puramente meccanico, come se l’idea si fosse formata primitivamente. L’idiota completo non è suscettibile di emozioni. Sono a lui sconosciuti e simpatia e sentimenti sociali, ed esso non prova nemmeno il bisogno della vita in società: egli ne gode i vantaggi senza comprenderne affatto il significato etico. Egli è capace di reagire in un solo senso, e cioè quando il suoio, così limitato, è contrariato. Allora reagisce con la esplosione dell’ira la più veemente, ma che è addirittura esagerata, e che si manifesta con una brutalità assolutamente sproporzionata allo scopo»[91].
Lo stato più normale del delinquente nato è di debolezza o di insufficienza nei processi mentali. Difettosa l’attività sensoriale, difettosa la rappresentazione del mondo esterno; privo dell’idea dell’intima essenza delle cose e dei loro minuti rapporti; privo della ricchezza necessaria di linguaggio onde ricordare od esprimere le idee che sorpassino le comunicazioni della vita, esso è insensibile al bene ed al male altrui; credulo, inesperto, difeso più dall’astuzia del felino che dalla previdenza di bruti alquanto evoluti. «A causa della facile suggestionabilità, gli individui deboli di mente si possono facilmente incitare a commettere dei gravi delitti con minacce, intimidazioni e prestigio di autorità, e spesso diventano dei docili strumenti nella mano di delinquenti nati più perversi»[92]. In omicidî per mandato, in complicità per assistenza ed aiuto è molto facile incontrarsi in uomini di tale natura: essi subiscono il fascino dell’altrui azione suggestionatrice; obbedendo agli istinti malefici, provano soddisfazione e piacere a sentirsi capaci, ciechi strumenti nell’altrui mano, a commettere qualche impresa criminosa: per costoro l’azione del delitto reca sforzi minori che il vincere l’ordinaria apatia di carattere, poichè nel delitto essi trovano l’incentivo piùforte a rendersi attivi, a vivere della vita esteriore. Dopo il delitto, la fantasia si accende e si esalta alla idea delle conseguenze penali; la pubblica riprovazione del fatto risuona con eco di sorpresa sulla indifferenza di animo di malfattori così fatti; ond’essi, trasportati dalla corrente della pubblica curiosità ed incitati dal solletico della vanità, non sanno a lungo nascondere il loro malfatto; ma, o simulando o dissimulando, accentuano talmente i loro atti, il linguaggio, le precauzioni, che finiscono con lo scoprirsi ed esser puniti. Durante la esecuzione del maleficio, son mossi ed accompagnati da contegno di tanto scetticismo da destare ribrezzo: solo in qualche momento, il supremo dell’azione, la loro anima è tempestosa; la mimica è felina, precipitosa fino alla incoscienza. L’intento dell’utile, della vendetta, dello sfogo di odio, per cotesti disgraziati, è piuttosto in apparenza il motivo del misfatto: essi sono attratti dall’ignoto, che circonda sempre il maleficio: se questo debba consumarsi a tradimento, con agguato, di notte, con mezzi pericolosi, il delinquente nato, dalla mente debole, è più proclive ad accettare; egli vede, nelle difficili circostanze, onde l’opera dovrà accompagnarsi, tanti motivi che svegliano in lui un’attività nuova, che lusingano la sua debolezza creandogli la illusione di compiere imprese pari a quelle di uomini superiori per fortezza ed astuzia. La idea di provarsi nei pericoli dell’azione ha attrattiva irresistibile: insemina l’apatia, l’atonia di animo, la coscienza di debolezza, di inferiorità è pel criminale la fonte d’un senso di avvilimento, di disgusto da cui egli cerca tutte le vie per liberarsi; la prima che gli si offra, sia anche pericolosa, è da lui accettata con entusiasmo. Che se, poi, il delitto debba commettersi in più persone, da individui di tempra superiore e da degenerati inferiori, questi ultimi si trascinano con moto automatico: son pronti ed esatti nell’apprestare i mezzi al delitto, fanno mostra di porsi in prima linea, e, compiuto il fatto, acquistano la coscienza fittizia di sì grande superiorità da schernire i complici ed arrogare a sè tutto il merito della riuscita. Guai—però—se durante la esecuzione si è sorpresi da reazione per parte della vittima, o la pubblica forza trovasi pronta ad arrestare i rei: il delinquente, di che scriviamo, è preso da vero panico; manca in lui la forzasufficiente a resistere, manca il coraggio di uomini che abbiano la tempra morale elevata, tuttochè con impronta malefica.
5.—Tra le forme più accentuate della delinquenza con fondo degenerativo ricorrono i casi di follie morali ed epilettiche.
Il delinquente folle è vittima di alterazioni psichiche, le quali o spingono all’azione per stato depressivo di coscienza, ovvero per stato impulsivo. Esempio della prima specie osservasi nella pazzia a forma melanconica, i cui fenomeni consistono in una dolorosa disposizione dell’animo, della quale mancano affatto o non vi sono sufficienti ragioni nel mondo esterno, in un decadimento del sentimento di sè stesso ed in una difficoltà generale nello svolgersi di tutti quanti i processi psichici, la quale può giungere sino al loro temporaneo arresto (Krafft-Ebing). L’individuo è oppresso da un’ansia angosciosa, che lo circonda di tristizia e di sospetto; l’avvenire è buio, il presente è opprimente, privo di speranza e di lusinghe. Quindi è che il melanconico è spesso l’esecutore di azioni violente ed incomposte ed è in preda ad una impulsività sfrenata con furore. «Questa attività del melanconico—scrive Krafft-Ebing—non è che un fatto di reazione provocata dalla tormentosa agitazione della coscienza, che può giungere a tale da spingere il malato alla disperazione; ed allora la potente eccitazione così prodotta può, almeno temporaneamente, spezzare ogni freno interiore. A queste esplosioni affettive e a queste reazioni del malato possono dar occasione delle impulsioni penose o delle memorie dolorose, con i conseguenti moti passionali della sorpresa e dell’attesa, nonchè delle sensazioni pervertite sia fisiche (nevralgie, ecc.), sia psichiche (senso di sconsolata anestesia psichica, inceppamento del pensiero, idee fisse, indecisioni, il sentirsi come soggiogato dalla malattia). A ciò si aggiungono, quali motivi importanti determinanti all’azione, e come complicanze del quadro morboso sinora abbozzato della malinconia senza delirio, certe sensazioni di angoscia (ansia precordiale) tali da provocare un violento scoppio affettivo, nonchè delle allucinazioni sensoriali e delle idee deliranti»[93].
6.—La manìa impulsiva merita più seria considerazione. «Un modo di estrinsecarsi degli stati di degenerazione psichica estremamente importante dal punto di vista medico legale è rappresentato dal verificarsi di certi atti, i quali non hanno il loro movente in idee chiaramente definite nella coscienza,—il cui meccanismo non si svolge secondo lo schema dalla riflessione sulle svariate possibilità del volere, con una savia valutazione dei motivi e con la decisione in favore di ciò che appare il giusto,—ma nei quali l’idea, che muove all’azione, prima ancora di essersi affacciata ben netta e chiara alla soglia della coscienza, si trasforma in azione; o, per parlar in termini anche più generali, mai arriva a tale da esser ben apprezzata e valutata dalla coscienza. Ond’è che l’atto apparisce, tanto a chi lo compie come a chi lo osserva, addirittura senza motivo e perciò inconcepibile,—il modo nel quale esso vien compiuto ha in sè l’impronta dell’azione coatta, impulsiva, istintiva e sorprende anche l’individuo stesso che la compie. Essa apparisce come una necessità organica, la quale sorga su dal fondo incosciente dalla vii» psichica, paragonabile ad una convulsione nel campo psicomotorio»[94].
Accetto la teoria del Bianchi, che laossessionisiano elementi psichici non eliminati: nelle menti male organizzate (ereditarietà morbosa o altre influenze degenerative) può accadere che il processo di ricambio psichico sia turbato, e che un componente psichico, destinato a passare transitoriamente per il campo della coscienza ed a cadere nell’incosciente, invece vi resti, e non possa venir eliminato: così come talvolta alcuni veleni fabbricati nell’organismo e sostanze introdotte dal di fuori non possono venire espulsi, rimangono e si accumulano nell’organismo[95].—Questa invasione eterogenea di prodotti psichici, con forma statica o diossessionepropriamente detta, e con forma dinamica oimpulsiva(Féré) è accompagnata da emotività morbosa (Morel, Ballet, Seglas, Dallemagne, Pitras, Régis); nè dipende da fiacchezza di volontà(Magnan); nè va confusa con malattia della attenzione (Ribot).
Il fenomeno è essenzialmente di insorgenza e di predominio dinamico.
La mancata eliminazione di prodotti psichici avviene perchè le correnti ideative ed emotive sono ostacolate da qualche intoppo che loro impedisce il libero corso; e, come nella confluenza di correnti di acqua, se ad un punto esse incontransi senza sfogo e declivio, si verifica il gorgoglio, così nel flusso delle idee e dei sentimenti qualunque specie di arresto produce disturbo di funzionamento generale psichico. Da principio la invasione è limitata ad un punto solo del campo della coscienza, la quale, accorgendosene, mette in atto tutti gli sforzi, di cui dispone, per liberarsene: subito dopo, se resta impotente ad ottenere lo scopo, la visione mentale è ottenebrata e poscia circonfusa di colori abbaglianti; la volontà resiste tuttavia, ricorrendo al sussidio dei controstimoli ideativi ed emotivi; forse vi riuscirebbe, ma, per l’avvenuto disturbo funzionale, sopravvengono delle illusioni ed allucinazioni, le quali travolgono e trasformano completamente la natura dell’io cosciente.
7.—Una classica intuizione artistica della manìa omicida, accompagnata da allucinazione impulsiva, la troviamo nell’Ercole furentedi Euripide. Ercole, dopo lunga assenza, ritorna in Tebe, ove era suo padre Anfitrione, sua moglie Megara ed i suoi figli. Tostochè giunge presso la sua casa, sa da Megara che Lico, il re di Tebe, avea deciso di sacrificare l’intera famiglia di lui, e già i figli intorno al capo aveano avvolte funeree corone ed attendevano il momento fatale. Egli entra in casa per venerare i domestici dei, deciso a far aspra vendetta su Lico. Costui giunge accompagnato dai suoi sergenti, e, nulla sapendo dell’inatteso ritorno di Ercole, penetra in casa per trarre a morte Megara ed i figli. Ma, abbattutosi in Ercole, è tosto ucciso. Però, per volere degli dei ed accompagnata da Iride, sopravviene l’Insania (ἡ Λύττα), detta vergine figlia della fosca notte, nata del nobile sangue di Urano, ed inviata per castigare il misero Ercole. Un nunzio, sbigottito, racconta che Ercole, dopo la uccisione di Lico, apprestava un sacrificio innanzi all’aradi Giove: erano accolti i suoi figli con l’avo e con la madre, e già portato era in giro all’altare il canestro ed elevavansi sacre preci:
Ma ecco, allor che con la destra il tizzoTôrre, e nella lustrale acqua tuffarloDovea d’Alcmena il figlio, immoto stette,E tacito. In quell’atto lungamenteSi rimase e teneano i figli in luiFisso il guardo. Più desso egli non era.
La idea o l’ossessione omicida invade repentinamente l’animo con la scintilla di una sensazione o di un pensiero improvviso; indi—in un terreno predisposto per degenerazione personale o ereditaria—va poi divampando e preoccupando l’attività mentale dell’ammalato e può assumere e presentare tutti i diversi gradi di intensità dell’ossessione morbosa, vincibile od invincibile (Ferri).—Dapprima è un arresto improvviso dei movimenti intercerebrali; un rapido restringersi, con senso di angoscia, del campo della coscienza; l’oscillamento della percezione della realtà; lo sforzo di rendersi conto di ciò che si ha consapevolezza che avvenga: poscia, perdutosi l’equilibrio o il centro dei moti ideativi ed affettivi, gli occhi, la fisonomia, la mimica presentano i segni evidenti del delirio invadente.
Gli occhi stravolti roteggiava intorno,Le sanguigne radici in fuor spingendone;E una schiuma stillava dalla boccaGiù sul mento barbuto.
Completatosi l’accesso, comincia l’allucinazione: l’ammalato dimentica il luogo ov’è, le persone ond’è circondato. Tra le idee ricorrenti, con turbinìo di sangue e di vendetta, una gli si fissa nella mente, con insistenza, l’idea di dar morte ad Euristeo, altro suo nemico. E l’uomo che, pochi istanti prima, avea con calma e freddo discernimento disegnato il come ed il perchè di sue future imprese; inebbriato, pel sopravvenuto delirio, dall’insania di odio irresistibile, è spinto, anzi trascinato a quell’azione che gli si riproduce in modo fantastico, con fondo tenebroso, con contorni foschi, ed alla quale egli già crede di prender parte con la veemenza di chi è di fronte all’aborrito nemico.
Indi proruppe
Con risa forsennate in questo dire:«Padre, a che accendo or io, pria di dar morteAd Euristeo, l’espiatrice fiamma,E fo doppia opra, ove pur tutto io possoCompier con una? D’Euristeo qui portoLa tronca testa, e di più morti a un trattoPoi mi purgo le mani. Olà, versateL’acqua a terra: i canestri al suoi gittate:Chi mi dà l’arco? chi mi dà la clava?Corro a Micene. Oprar picconi e leveA spezzarne fia d’uopo, a rovesciarneQuelle sue mura, che i Ciclopi un giornoCostruir con le subbie alla rubrica».Dettò ciò, quivi presto immaginandoIl cocchio aver, fa di salirvi, e spinge(Come avesse la aferza) i corridori,Dimenando la destra. Eran quegli attiE di riso a’ sergenti e di paura:E l’un l’altro guatandosi, diceaQuesti a quello: di noi gioco si prendeIl signor nostro, o ch’ei delira?
Intanto, scorrendo su e giù la casa, dice di esser giunto a Megara; si adagia sul suolo e si apparecchia la cena; indi, levatosi, si dà a lottare, ignudo, senza avversario di fronte; poi, ordinato a tutti di ascoltare, si proclama vincitore del giuoco. Credendosi in Micene, scaglia, fremendo, fiere minacce contro Euristeo.
Il padre, allora, gli afferra la mano e gli dice: figlio, che cosa fai? che strana cosa è questa? Forse ti tolse il senno il sangue che qui hai sparso poc’anzi?
Ei d’Euristeo credendo
Lui genitor, che supplice la manoPer timor gli toccasse, lo respinge,E dardi trae della feretra, e l’arcoTende contro i suoi figli, uccider quelliD’Euristeo divisando. EsterrefattiChi qua, chi là si sgominar quei miseri;E l’un corse alle vesti della madre;L’un si acquattò d’una colonna all’ombra:L’altro come augellin tremante stetteDell’ara a piè. Grida la madre: oh sposo,Che fai? che fai? tuoi proprî figli uccidi?Grida il vecchio e i famigli: ei non abbada;E l’un dei figli alla colonna intornoInsegue pria, poi con terribil voltoVoltasi indietro, gli si pianta incontro,E nel cor lo saetta. Supin cadeIl pargoletto, e la marmorea baseBagna di sangue, l’anima spirando.
Ercole crede di aver ucciso un figlio di Euristeo; così continua ad infuriar contro altro figlio: invano è richiamato alla realtà, l’allucinazione dura prepotente; finchè, essendosi egli slanciato alla strage del padre, dopo aver ucciso figli e consorte, Pallade, comparsa, gli gitta sul petto un sasso (detto, secondo Pausania, sofronistèro, cioè risanator della mente) e, rattenendo il di lui furore, lo fa cadere in profondo sonno.
Siamo allo stadio di esaurimento dell’accesso maniaco. La energia impulsiva, scaricatasi nell’incomposta e turbinosa azione omicida, conduce l’individuo in istato di abbattimento e di prostrazione. Quando Ercole rinviene, si meraviglia di trovarsi legato e di ciò che gli si dice aver commesso; con la calma ritorna la coscienza, ma, ahi!, il misero non può che rimpiangere la sventura toccatagli!
Un tal Fortuna, da me difeso, guardia di finanza, un giorno era in sentinella in un posto di guardia. Vede un amico, lo chiama a sè e, nello stato di semicoscienza, gli porge un orologio con l’incarico di consegnarlo in ricordo alla madre.—Poscia si avvia alla volta del paese, tira una fucilata contro il primo compagno che incontra; si avanza fino al corpo di guardia, e tira, all’impazzata, contro amici e superiori, dieci o dodici fucilate: ferisce qualcuno gravemente. Tra le grida della gente accorsa, si dibatte, si difende, minacciando morte a tutti: è preso, finalmente, ed egli, fissando gli occhi sbalorditi sui presenti, cade in profondo sonno, che dura più di un’ora. I suoi precedenti erano ottimi; niuna causale lo aveva spinto al delitto.
Sostenni il vizio parziale di mente, che, senza difficoltà, mi fu accordato dalla giuria. Il giorno seguente alla condanna, mi recai in carcere per chiedergli se desiderasse voler produrre ricorso in Cassazione. Lo trovai depresso, avvilito.Parlandogli, gli ricordai le modalità del processo. Egli mi fissò lo sguardo, muto, impassibile. Ad un certo punto del discorso mi accorsi che il misero cominciava a tremare, sbarrava gli occhi, avea le pupille dilatate. Mi accorsi che cominciava ad essere in preda ad allucinazione: dopo poco perdette la coscienza del luogo ove trovavasi, di quanto gli era accaduto.
Mi chiese—si crederebbe?—la restituzione dell’orologio consegnato all’amico, scambiando me per costui; finì col minacciare le guardie carcerarie presenti, le quali furono costrette, con forza, a trascinarlo altrove. Mi fu detto che, dopo un’ora e più, riacquistò la coscienza, serbando appena un barlume di ricordo di quanto avea detto ed operato.
Alcuna volta la follia del delitto prende la forma diemozioni ossessivecon impulsioni di fobia: l’equivalente psichico è nello scoppio repentino di illusioni sensorie o di allucinazioni. La volontà è trasportata a credere alla realtà di semplici apprensioni, il cui fondo può avere la lontana origine di odio o di altra passione: la coscienza è sconvolta grandemente, nè è più atta a percepire la realtà vera delle cose. Il paziente, se l’accesso è repentino, è preso da angosciosa costrizione di idee e di atti; egli credesi in imminente pericolo, ed è necessitato a veemente reazione.
R. R. da me difeso, un giorno sa che suo fratello, reduce da Napoli, ove dimorava, desiderava vederlo ed abbracciarlo. Egli fu ben lieto dell’incontro, nè frappose tempo a recarsi nella propria abitazione, ove il fratello lo attendeva. Le accoglienze reciproche furono affettuose. Se non che, discorrendo, il fratello lo rimproverò di alcuni dissensi tra lui ed il padre. R. lo fissa, non risponde. Poscia, con azione rapida, corre alla caserma dei carabinieri e, spaventato, chiede aiuto contro un forestiere il quale era in sua casa e tentava di assassinare lui e la moglie! Accorrono un brigadiere ed un carabiniere. Ma quale fu la loro sorpresa nel vedere che il forestiere fosse il fratello di R.? Costui, presente alla scena, insiste a richiamarsi di imminenti pericoli, e, poichè il fratello rispondeva scherzosamente, egli guarda un tiretto, lo apre, tira fuori la rivoltella e la esplode, in mezzo ai carabinieri, ferendo mortalmente il germano.
Arrestato, è tradotto in carcere, senza che nulla osservasse; però, dimandato, lungo il tragitto, da un amico che cosa avesse commesso, ed inteso dai carabinieri di aver ferito il fratello, riacquistò la coscienza del mal fatto, diede in ismanie, ruppe in dirotto pianto, dichiarandosi innocente di ciò che si diceva aver commesso.—In famiglia vi erano casi di isteria, di epilessia. Al dibattimento si svolse la più commovente scena: tutti i testimoni parlarono dell’affetto cordiale tra i due fratelli: gli stessi carabinieri, presenti al fatto, dissero essersi persuasi trattarsi di accesso maniaco. I giurati concessero il vizio parziale di mente.
8.—Ed ora diremo dell’azione criminosa dell’epilettico. Rimandando il lettore ai libri tecnici sulla materia, ci restringeremo a considerare i sintomi che più appartengono alla parte psicologica del delinquente e che, nella pratica, con maggiori difficoltà sono conosciuti ed adeguatamente estimati. È da pochi anni che nelle aule giudiziarie la psicosi epilettica ha cominciato ad avere la debita considerazione sotto il lato scientifico ed il lato giuridico. In generale credevasi che l’epilettico, quando non commettesse i delitti in istato di accesso, dovesse rispondere nel medesimo modo che qualunque individuo normale, perchè, aggiungevasi, la malattia o la frenosi dura i pochi momenti dell’attacco, passato il quale, la coscienza ritorna nel suo decorso normale. Oggi si ammette, in generale, che la epilessia di per sè sia una psicosi e che apporti, in chi n’è affetto, disturbi mentali e morali: durasi, tuttavia, nel credere che questi disturbi debbano limitarsi a certi casi molto gravi, e a quelli in cui l’azione, per prove evidenti, non sia l’effetto di motivi sufficienti e non abbia il decorso di atti in apparenza coscienti. Donde le molte difficoltà e le continue distinzioni di una casistica indegna di tempi sì progrediti nelle scienze positive e sperimentali, inutili, anzi pregiudizievoli e contrarie a giustizia, quando la psichiatria ha detto ormai la sua ultima parola sulla natura della epilessia, assicurando che le sue manifestazioni sono così multiformi e singolari, da costringerci a ritenere che il giudizio di apprezzamento sulla loro imputabilità debba essere molto circospetto, ma tale da non escludere, in qualunque ipotesi, la diminuente di responsabilità pel vizio parziale di mente.La continuità e l’unità nella organizzazione dei fatti psichici debbono convincerci non esser possibile che chi sia affetto da epilessia, quantunque mostrisi ad intervalli sano di mente, goda la pienezza di equilibrio psichico: certi difetti organici, insiti alla vita intima della coscienza, sfuggono alla prova esteriore, ma sono il presupposto scientifico imprescindibile per arrivare a conclusioni giuste che, altrimenti, non sarebbero suffragate dal criterio dottrinale e dalla pratica della esperienza.
9.—Il problema rendesi molto più difficile e complesso nel caso di epilessia larvata o diequivalente epilettico. Essa —al dir di Bianchi—è un disturbo mentale a breve e rapida evoluzione, d’ordinario accompagnato da profondo turbamento della coscienza e amnesia più o meno completa del periodo di durata dell’attacco. Assume le forme più differenti: talora è una qualunque delle psicosi descritte comeprae-epilettiche opost-epilettiche; la differenza sta solo nel fatto che manca la convulsione epilettica, la quale è sostituita dal disordine psichico. Molte forme maniache o psicosi allucinatorie ricorrenti, di breve durata, di cui i rispettivi infermi non serbano ricordo, sono di natura epilettica, veri equivalenti psichici della epilessia[96].
Questa forma di epilessiapsichicaha la genesi fisiologica nella estrema irritabilità di carattere del paziente, la genesi patologica in disturbi, per lo più ereditarî, dei centri psichici corticali, con esaurimento dei poteri direttivi, ed atrofia parziale od assoluta delle energie associative e coordinatrici degli atti interni e delle azioni esterne, che ne sono la conseguenza. La coscienza è o intermittente o a fondo di continuato turbamento; la memoria è lacunare; la fantasia accesa, veemente; la sentimentalità con decorso tumultuoso ed impulsività furiosa. Ma—nè è raro il caso—talvolta il disturbo epilettico si sistematizza in periodi abbastanza lunghi; la coscienza funziona, ma è dominata da ossessione o da esquilibrio costituzionale: il paziente ha l’agio ed il tempo di preordinare gli atti alla esecuzione del delitto, di scegliere i mezzi; di cogliere la vittima nel luogo, nel momento più adatto. L’apparenzadel fatto induce il magistrato ad elevare rubrica di piena responsabilità con l’aggravante della premeditazione, o, mancando una causale, con la qualifica della brutale malvagità. Il psicologo, intanto, osserva;a) che tra i precedenti, i concomitanti ed i susseguenti del fatto incriminato non è possibile, quando l’imputato sia affetto da epilessia, che esistano e si provino quei nessi logici, di cause e di effetti, i quali sono la prova più evidente della normalità psichica d’un individuo;b) che l’azione dell’epilettico è sempre disordinata, repentina, furiosa, sebbene rapportisi a precedenti motivi sufficienti ed a preordinazione di mezzi. La morbosità dell’atto è messa in mostra dalla mimica incoordinata, dalla fisonomia stravolta, dall’occhio torbido, da parole incomposte, dalla assenza di previdenza nell’affrontare i pericoli di reazione della vittima o di sorpresa della pubblica forza; dall’immediato abbassamento, dopo il delitto, dell’energia attiva, o dal totale esaurimento della stessa, con stupore morale consecutivo, tendenza al suicidio, ovvero apatica indifferenza come di chi non senta il peso della responsabilità incorsa e non si scuota al ricordo rappresentativo degli atti constituenti il delitto. Infine, il psicologo conclude, che la misura della imputabilità di simili atti dev’essere apprezzata con processo logico sintetico, poichè, se gli atti, normali o morbosi che siano, ma più in quest’ultima ipotesi, si staccano l’uno dall’altro e si valutano isolatamente, non è strano s’incorra in flagrante errore: l’unità del prodotto psichico del reato, corrispondendo, nel caso in esame, ad equivalente epilettico, deve, nella totalità del funzionamento interno ed esterno, portare la nota del disordine e d’un esquilibrio spiegabile non più con germi organici criminosi, ma come l’effetto di affezione morbosa.
Il lettore, che ci ha seguìti fino a questo punto, avrà avuta la prova irrefutabile della verità del nostro indirizzo positivo, di scorgere, in qualsivoglia manifestazione tipica del delitto, il germe della degenerazione, dell’esquilibrio, della anomalia. O che l’anima del criminale versi nello stato di dissoluzione, o che, più propriamente, sia il subbietto di follia morale o di psicosi epilettica, il fondo disintegrativo è identico: i fenomeni interni ed esterni sono i medesimi, con relazione e decorso alternantisi diversamente, e conconcorso or di tutti or specificatamente di taluni. Il patrio legislatore, ad imitazione dei migliori codici vigenti, ha per avventura ben fatto a raccogliere in una formola generica tutte le molteplici specie di psicosi, le quali possono diminuire od escludere, secondo il grado, la responsabilità di fatti incriminabili. È affidato al giudizio pratico del giudice, la cui mente sia stata di già illuminata dalla luce della scienza, di schematizzare i singoli fatti sotto il punto di vista generale e di concludere con l’ammettere od escludere la responsabilità penale dell’agente. Le distinzioni scientifiche debbono valere perchè si abbiano norme sicure nella disamina dei fatti; ma la conseguenza è unica: nè il convincimento del giudice, in definitiva, deve preoccuparsi di dettagli teoretici i quali, qualche volta, meglio che illuminare, confondono la rettitudine della sua mente.
1O.—I delinquenti per passione formano una categoria speciale: essi, come osserva il Lombroso, dovrebbero dirsi per impeto, perchè tutti i delitti hanno per substrato la violenza di alcune passioni; ma, mentre nel delinquente abituale, in quello per riflessione l’impulso della passione non è subitaneo, nè isolato, ma cova da lungo tempo e si ripete e rinnova sempre, e si associa, quasi sempre, alla riflessione,—qui accade tutto il contrario.
La passione ha il fondamento negli affetti ed è accompagnata da emozione o di piacere o di dolore. Però, al dir del Tommaseo, la passione è distruggitrice, inaridisce l’anima e la tormenta; l’affetto la solleva e la scalda: la passione è cieca, imprudente, provocatrice; l’affetto è costante, umano, magnanimo: la passione è torrente che assorda, trascina e, per vincere, devasta: l’affetto scorre quieto, ma inesauribile, e per vari rivi discende a portare nei luoghi più riposti le gioie della vita.
Il delinquente passionale non ha le stigmate della degenerazione; in lui la sensibilità, la emotività sono sviluppate in grado elevato, qualche volta eccessivo: la vita psichica superiore, della intelligenza e della riflessione, è alquanto meno accentuata; la fantasia, non che la immaginazione, è predominante, impetuosa, a forti colori, a tinte abbaglianti. La passione, e qualsiasi energia sentimentale, si organizza,si sistematizza, cristallizzandosi, stratificandosi nella coscienza. Dapprincipio l’idea, che ne forma il contenuto; il sentimento, ond’è resa piacevole, scorrono sul campo della coscienza come un giuoco della immaginazione: l’attrattiva, ad essi inerente, sfugge alla riflessione e si rende accetta per le lusinghe, ond’è circondata, per la speranza di futuri intenti desiderati, pel bagliore d’una luce diafana suffusa nell’intera serie delle rappresentazioni, dei ricordi che formano il materiale attuale delle nostre cognizioni. Poco a poco ciò che dapprima era inavvertito prende consistenza, e noi sentiamo il potere di una seduzione lenta, inconscia, ma costante, e tanto più forte quanto più vi si adatta all’ambiente morale e trascina a sè, paralizzandole, le altre inclinazioni della nostra vita affettiva. Il Bergier riteneva, che i moti delle passioni non siano volontari, e che l’uomo è puramente passivo quando vi acconsente o li reprime: no; la passività comincia gradatamente solo dal momento che noi abbiamo accolto nell’animo il germe della passione; ma, se l’attenzione fosse stata più vigile vedetta sulla rocca del cuore, i poteri inibitori potevano allontanare e respingere l’insidioso assalto della passione e questa sarebbe rimasta abortita prima che fosse stata riconosciuta vitale.
11.—Nei delinquenti lo stato passionale si germina dal contrasto di opposte idee e sentimenti; l’idea, il sentimento di qualche bene, di cui manchiamo, o di cui siamo privati, e l’idea ed il sentimento di odio contro chi o vi si oppone o ne contrastò il possesso. È perciò che Plutarco scriveva esser l’odio una disposizione e volontà osservatrice dell’occasione di far male[97]; ed il Machiavelli, che l’odio produce timore e che dal timore si passa all’offesa.—Tra l’idea del bene sperato o perduto e la persuasione, che di ciò sia qualcuno colpevole, si va scavando un abisso in cui precipitano tutti i buoni propositi, i sentimenti altruisti, le idee di simpatia e di benevolenza verso i simili. Questo è ordinariamente verificabile trattandosi di odio muto concentrato. L’intensificarsi del sentimento di ripugnanza della personadell’avversario; la risonanza dolorosa d’un affetto tradito, d’un’offesa ricevuta; gli scatti ripetuti di interna energia emotiva; il vuoto, che si va formando attorno per la cagione ricorrente ed iniziale dell’ansia, dell’angoscia, dell’incertezza, assorbono tutta la personalità ed ottenebrano la mente. La mimica, che esternamente esprime gli interni moti, è caratteristica. All’inizio della passione, qualora non sia originata da forte impulsione dolorosa, l’animo è compreso da tal quale ilarità o eccitazione piacevole, nascente dalla coscienza della propria superiorità di fronte al nemico. Addensatosi il sentimento di ripugnanza e disegnatasi la idea reattiva, l’individuo è preoccupato, tetro: talora il suo volto è chiuso in tenebrosi pensieri; tal’altra, allo scoppio improvviso di lusinghiera speranza di vendetta, un sorriso sardonico, con ostentata jattanza, sfiora le labbra; l’occhio brilla di luce sinistra ed il cuore anticipa il piacere del castigo destinato al nemico. Ad intervalli sempre meno lunghi, la calma è indotta dalle quotidiane occupazioni della vita, dagli interessi che ne distraggono; ma, nel momento in cui il motivo dell’odio risorge, l’animo è sinistramente scosso e col dolore, resosi più acuto, noi sentiamo accrescersi la repugnanza, l’avversione, finchè si aggiunge un sentimento di particolare dispetto che ci costringe e ci trascina all’azione.
Nella donna l’odio è più profondo, meno soggetto ad esser represso: massime allorchè esso scaturisce dalla passione di amore tradito, o dalla gelosia, arriva financo alla forma di delirio.
12.—Il psicologo criminale deve tenere gran conto di quest’ultima potente cagione di odio, che finisce d’ordinario con l’esplodere in aspra vendetta. Il Mantegazza tentò dare la definizione della gelosia, dicendo: gelosia vuol dire propriamente un dolore del sentimento dell’amore, e quello precisamente che è prodotto dall’offesa recata a noi dall’infedeltà dell’oggetto amato. Questo dolore è naturale in tutti gli uomini, in tutti i tempi e in quasi tutte le razze. È l’offesa della nostra proprietà applicata all’amore[98]. Meglio, però, il Metastasio:
O di soave pianta amaro frutto,Furia ingiusta e crudele,Che di velen ti pasci,E dal fuoco d’amor gelida nasci.
Il Descuret, in un libro che ha tuttavia valore psicologico, scrive: «A vicenda tiranno e schiavo, il geloso si lascia trasportar dall’ira senza misura, o vilmente prega: agitano il suo cervello malato le supposizioni più bizzarre: quindi non riposa mai; chè i sospetti, i timori lo perseguitano in fin nei sogni. Nei gesti, negli atti e massimamente nello sguardo ha qualche cosa di sinistro che fa paura e spegne qualunque simpatia uno provasse per le pene ch’ei soffre. Non è possibile giustificarsi con un geloso: se un moto di pietà gli lascia accordare qualche testimonianza di affetto da colei che egli accusa, questa testimonianza non è agli occhi suoi che dissimulazione abilmente calcolata. Allora i sospetti raddoppiano; ingiuria e minaccia o, anche cedendo ad un moto di convinzione e di pentimento, ammette le prove che gli dànno; ma ricade ben presto ne’ suoi terrori immaginarî, e ritorna non meno ingiusto, nè meno furibondo di prima.
«In generale, il geloso si sforza di nascondere ad ogni sguardo i tormenti che l’agitano, se ne vergogna come di una vil debolezza: non è raro udirlo parlar con disprezzo di chi si abbandona alla gelosia. Ma se prescrive a sè stesso tal riserva innanzi agli estranei, se ne compensa a usura contro la sua vittima, massimamente ove abbia acquistato sopra di lei diritto da far valere. Accade d’ordinario nelle sorde e ascose violenze della domestica tirannia che più terribili sono gli effetti di questa passione; imperciocchè allora la lotta accade fra la forza e la debolezza, e questa non ha che lacrime in sua difesa»[99].
L’arte greca ha rappresentato in Fedra e Medea il delitto passionale della donna portato fino al delirio. Sono due tipi concepiti da Euripide in modo sorprendente. Fedra, presa da cieco amore pel figliastro Ippolito, versa in fenomeni di isterismo, e si abbatte e si dispera e giunge infine all’esaurimentomorboso, fisico e morale. Ella si accorge di essere schiava di Ciprigna, e lotta con i ciechi impulsi ond’è dominata, ora col tacere, col chiudersi e raccogliersi tra le domestiche mura, le cure familiari; ora col confessare, disperandosi, ogni cosa alla nutrice.
Ben si avvede che in lei si riproduce, ereditariamente, la passione brutale della madre Pasifae, la quale si innamorò d’un bianco toro visto nelle valli dell’Ida in Creta ed,imbestiandosi nelle imbastiate scheggedi una giovenca di legno costruita da Dedalo, fece copia di sè, e ne nacque il minotauro. La nutrice procura di apprestarle soccorso, e ne fa accenno ad Ippolito, il quale, inorridito, minaccia di rivelar tutto al padre. Fedra, travagliata dalla insoddisfatta passione e turbata dal timore della vergogna, decide di suicidarsi; ma in pari tempo concepisce il reo disegno di vendicarsi del virtuoso giovane lanciando contro di lui la più infame accusa. Alla nutrice ella confessa:
Oggi, uscendo di vita, io, sì, contentaFarò Ciprigna che a perir mi porta.D’acerbo amor vinta morrò; ma infestaPur farò la mia morte anco ad un altro,Sì che male esser vegga di mie peneAltero andar. Sua parte anch’ei provandoDi questi guai, fia che umiltade impari[100].
Ella s’impicca, ma in una scritta lascia detto di aver ciò fatto perchè a viva forza violata da Ippolito!
Medea è la furia personificata della gelosia. Ella, posposta da Giasone ad altra donna, dissimula la profonda angoscia, simula contegno calmo remissivo e, per infliggere il castigo al suo offensore, gli uccide la sposa, uccide i proprî figli e si confessa felice di aver tutto ciò commesso![101].
13.—Il delinquente passionale, vittima di spinta veemente, aberrante, di rado si attiene al piano preordinato di esecuzione del delitto. Egli è imprudente; si serve della prima arma che gli capiti; gode di far mostra della vendettacompiuta. Affronta il pericolo con incosciente coraggio, appunto perchè in lui è fermo il convincimento che senza lo sfogo della passione, ond’è agitato, la esistenza rendesi insopportabile: qualunque danno ne consegua sarà minore della tempesta, che lo mette in iscompiglio. Dopo commesso il fatto, il delinquente per passione non sfugge il giudizio della pubblica opinione, che egli sa a sè favorevole; ma rendesi alla pubblica forza e confessa il suo operato senza nulla tacere.
Ritornata la calma, egli è assalito dal rimorso e, sotto il peso della sventura toccatagli, si rammarica, piange, e mostrasi dimesso ed avvilito. Ben osserva il Lombroso, che simili delinquenti, assai più che ai rei comuni, si avvicinano ai pazzi impulsivi e meglio agli epilettici, per l’impetuosità, istantaneità, ferocia degli atti, di alcuni dei quali, notisi l’importante analogia, non ricordansi spesso che incompletamente.
La rassomiglianza è tanto più vera perchè costoro sono vittime dell’ira, il cui scoppio fu da Orazio e dal Petrarca paragonato abreve furore. Gli antichi, allo stesso modo che gli odierni scrittori, ne ebbero cognizione completa, e Seneca scrisse sull’iratre libri che desidererei fossero consultati da chi voglia sulla materia aver preziose nozioni. «Alcuni savî—egli scrive—dissero che l’ira sia breve pazzia, perciocchè parimenti con quella è priva di poter signoreggiare a sè stessa; non si ricorda dell’onore, non tien memoria delle amicizie: ostinata ed intenta in quello che una volta ha principiato, serra la via alla ragione ed ai consigli, ed, agitata da vane cause, è inabile a distinguere il giusto ed il vero, somigliante molto alle rovine, le quali si fiaccano e si rompono sopra quello che hanno oppressato. Ma perchè tu conosca esser pazzi quelli che dall’ira dominati sono, pon mente all’abito loro: perciocchè, come dei pazzi sono indizî certi il volto audace e minaccioso, la fronte malinconica, la faccia torva ed aspra, l’andar frettoloso, le mani inquiete, il colore mutato, i sospiri spessi e veementi, così degli irati sono i medesimi segni. Gli occhi sono vermigli e focosi, in tutto l’aspetto è un rossore acceso; bollendo il sangue nei più bassi precordi, le labbra si muovono e si stringono i denti; s’arricciano e si rizzano i capelli; lo spirito è in loro ristretto e stride, le membra, torcendosi, risuonano; essi sospirano, mugghiano e parlanointerrotto con voci non bene spiegate, e le mani spesso si percuotono; batton la terra coi piedi, e tutto il corpo si commuove, facendo molte minacce di collera, ed han la faccia brutta e spaventevole a vedere; perciocchè si contraffanno e gonfiano. Tu non sapresti dire se gli è vizio più detestabile o brutto. L’altre cose si possono ascondere e tener coperte; l’ira scoppia ed esce in faccia, e quanto è maggiore, tanto più manifestamente trabocca. Non vedi come in tutti gli animali, subito che insorgono a nuocere, precorrono indizî, e che in tutto il corpo escono del solito e queto abito, ed esasperano la loro fierezza? Ai cignali esce la spuma di bocca; arrotano ed aguzzano i denti stropicciandoli insieme; i tori muovon le corna al vento e spargono l’arena coi piedi; i leoni fremono; i serpenti istizziti alzano il collo; le cagne, arrabbiate, sono spaventevoli a vedere. Non è alcun animale tanto orrendo e tanto per natura pernicioso, che non appaja in esso, sendo dalla collera assalito, aggiunta di nuova fierezza, Ben so che gli altri affetti ancora mai si occultano, e che la libidine, la paura e l’audacia dànno segni di sè e si possono antivedere. Perciocchè non si sveglia cogitazione alcuna veemente nell’animo nostro, che non muova qualcosa nel volto. Che differenza c’è, dunque? Che gli altri affetti appariscono, questo più di tutti si scopre e si palesa»[102].
E Seneca pone la distinzione tra gli atti, che rapportar si possono alla passione dell’ira, e gli atti che sono l’effetto diferità; siccome avviene per coloro che d’ordinario incrudeliscono e s’allegrano del sangue umano senza che si avessero ricevuta ingiuria: non cercando essi di battere e lacerare gli uomini per vendetta, ma per piacere. Cita l’esempio del crudele Annibale, che, vedendo una fossa piena di sangue umano, disse: «Oh! bello spettacolo!»; e l’esempio di Voleso, il quale, sendo proconsole dell’Asia sotto il divo Augusto, ed avendo in un giorno decapitati trecento, e andando con superbo volto tra i corpi morti, come se avesse fatta una cosa magnifica e degna di ammirazione, gridò in lingua greca: «oh cosa regia!».—Il filosofo conclude: che avrebbe fatto costui sefosse stato re? Non fu ira questa, no, ma un male maggiore ed insanabile![103].
14.—Negli scrittori di antropologia criminale troverete raccolti esempî molti, i quali illustrano le sintetiche osservazioni psicologiche qui esposte; eppoi, non basterebbe la quotidiana esperienza delle aule giudiziarie? Meglio, mi avviso, sia rammentare al lettore la più perfetta rappresentazione tragica, tramandataci dall’antichità, del tipo di delinquente per passione: intendo parlare di Oreste. Eschilo, Sofocle, Euripide se ne occuparono: il primo trattando del delitto passionale con la profondità che gli veniva dalla intuizione dei più ascosi misteri dell’umana natura; il secondo con la sentimentalità e fantasia d’un’arte che attinge ispirazione e colorito dal bello armonico di facoltà e di contrasti; il terzo coll’uniformarsi alla realtà immanente e spontanea dei comuni fenomeni della vita. Fu osservato, che Oreste abbia molto di Amleto; rassomiglianza nelle vicende storiche di vendetta imposta dalla necessità degli eventi, nell’angoscioso contrasto tra l’apparenza dell’azione ed il fondo dell’anima, nella fine egualmente disavventurata. Se non che Oreste, coonestando l’operato col volere inoppugnabile degli dei e la spinta necessitante del fato, ha meno di contenuto personale, e ritrae in sè l’indeterminatezza psicologica di quella vita greca, che da un sommo poeta fu appellata ombra d’un sogno. Amleto è l’uomo moderno, tutto riflessione, scetticismo, forte sentire temperato dal dubbio della scelta, dalla titubanza dell’azione.
Oreste, bandito anzi trafugato dalle mura domestiche, cresce, alla mercè d’un amico, alimentando nel cuore la speranza, la passione di vendetta contro la madre Clitennestra, non che contro il drudo Egisto, rei di aver ucciso il padre Agamennone. All’opera vendicatrice si unisce Elettra, sorella di Oreste, anima or cupa or simulatrice, ma tenace nell’odio, ispiratrice dei mezzi bene adatti all’intento: ella, con la sentimentalità suggestiva, allontana il dubbio dalla mente del fratello, ne sollecita l’operare. In Eschilo[104]la scena, in cui,dopo la uccisione di Egisto, Oreste mette a morte la madre, è qualificata da tutto l’impeto cieco, tempestoso dell’uomo reso schiavo da prepotente passione: invano la donna ricorda al figlio rispetto a quel seno da cui egli con tenere labbra succhiò il vitale latte, e su cui tante volte si addormentò. Oreste ha un momento, meglio che di pietà, di dubbio e ne chiede consiglio a Pilade: al ricordo che costui gli fa degli oracoli di Apollo e dei sacri suoi giuramenti, lo snaturato figlio dice:
Vince, lo sento
Il tuo giusto parer—Seguimi; io voglioSvenarti là, presso colui. Lui vivoPiù in pregio assai del padre mio tenesti:Morta or posa con lui; poi che pur amiUom tale, e l’uom che amar dovevi aborri.
Ma, non appena commessa la strage, il delinquente passionale è colto da una specie di accesso di epilessia psichica, con turbamento funzionale ed allucinazione. Agli elogi del Coro, egli, che poco prima erasi addimostrato soddisfatto del duplice delitto, esclama:
Ahi ahi! che veggo?
Come Gòrgoni, avvolte in negri panni,Eccole, o donne, e d’affollate serpiAttorte i crini... Io più non resto.
Il Coro lo richiama e dimanda quali fantasie lo perturbino; Oreste risponde:
Non fantasie, non fantasie: le furieDella madre son queste.
Il Coro:
Un fresco sangue
Su le mani ti sta: quindi spaventoSu l’animo ti piomba.
Oreste:
Oh sire Apollo!
Cresce la turba; affollansi; e dagli occhiStillano sangue che mette ribrezzo.Fa’ cor; d’Apollo ti avvicina all’ara:Ei ti sciorrà da questi mali.
Oreste:
Voi
Non le vedete: io si le veggo; e sento,Sento incalzarmi, e più restar non posso!
Sofocle[105]rappresenta Oreste alquanto più calmo: in lui l’odio, essendosi sistemato, ha minori parvenze di impeto: Elettra è più feroce. Mentre Oreste pugnala la madre, e questa chiede da lui pietà, la figlia la schernisce; e quando la misera grida: ahi! son ferita!—ella incita l’uccisore dicendo: ancor, se puoi, ferisci!
Per Euripide[106]la strage si consuma con preordinazione di tempo e di luogo e con scelta di mezzi. Clitennestra è tratta, con inganno, in casa di Elettra data in isposa ad un contadino; Egisto accoglie Oreste e Pilade con l’affabilità dovuta a due ospiti, li invita a prender parte ad un sacrificio. È ucciso prima lui e poscia sua moglie. Anche qui Oreste tituba all’idea di mettere a morte la madre; ma Elettra ve lo incita. Commesso il delitto, essi son presi da turbamento e da rimorsi: veggono il precipizio sotto i loro piedi, e si sforzano di destare pietà: Oreste, però, osserva:
Or la tua mente, or l’animoTuo si rivolge, come l’aura spira.Pia di sensi or tu sei, pia di pensieri:E tal dianzi non eri,Quando, o sorella, a diraOpra il fratel, che non volea, spingesti.Visto hai come le vestiVia strappando la misera,Nudo mostrommi agonizzando il seno...Ahi ahi, me lasso!... e le ginocchia al suoloMettea, misera! ed io mi venia menoDi pietade e di duolo!
Con più naturalezza di concezione, Euripide in altra tragedia, l’Oreste, rappresenta gli effetti del delitto. Oreste, agitato da insano furore, cade in istato di estremo esaurimento, ha il volto squallido, irto il crine, e giace di continuodisteso in letto. Egli è di tratto in tratto assalito da accessi di allucinazioni: Elettra, che, pel rimorso, vede laparte migliore di sua vita trascorrere in gemiti e lamenti, consumata in insonni e lacrimose notti, lo assiste, lo conforta; ma ben si avvede trattarsi diimpeti insani; ed il Coro parla dimanìa furente, e Menelao vuol sapere il momento in cui questa la prima volta ebbe a prorompere.
Tostochè sopraggiunge il pericolo di essere sopraffatto dagli Argivi, ei riacquista le forze, riprende l’usato furore ed affronta imperterrito l’ira dei nemici,addossando morte a morte, come Menelao si esprime; nè, com’egli medesimo dice, mostrandosi giammai stanco di uccidere ree donne. Aumentandosi il pericolo, la passione infierisce e si converte in impulso di distruzione: egli è pronto ad incendiare la reggia ed a svenare tra le fiamme altra vittima (Ermione) alla presenza del padre: costui, Menelao, implora pietà, ma l’altro è fermo e impone ad Elettra di accender le fiamme in basso, e a Pilade di metter fuoco agli alti palchi. Il reo proposito sarebbe stato messo in atto se opportunamente non fosse comparso Apollo a calmare l’animo tempestoso di Oreste ed a porre fine alla triste istoria di violenze e di delitti.
Ed è così che la Grecia, coll’armonico accordo di facoltà e di atti, di arte e di vita pratica, di entusiasmo pel bello e di sacrificio eroico pel trionfo del bene (il che Socrate, a riguardo della didattica, esprimeva con la parolamusica), personificò il tipo del delinquente per passione contornato da soggetti a lui affini e materiato in forma d’arte a cui la scienza invidia tuttavia la perfetta interpetrazione della verità e dei particolari.
15.—Completeremo l’assunto di trattare la psicologia dell’azione criminosa, scrivendo del delinquente di occasione.
Il Lombroso, ammettendo l’esistenza del reo d’occasione, ritiene che esso non offre un tipo omogeneo come potrebbe offrirlo il reo-nato od il reo per passione; ma esso è costituito da molti gruppi disparati, e sopratutto dai pseudo-criminali, indi daicriminaloidipropriamente detti[107]. Il Ferri, poi, osserva che delle due condizioni, onde si determina psicologicamenteil delitto, insensibilità morale ed imprevidenza, a questa risale in prevalenza il delitto d’occasione, a quella invece la delinquenza congenita ed abituale; perchè, mentre nel delinquente nato è sopratutto la mancanza di senso morale che non rattiene dal delitto, nel delinquente d’occasione, invece, questo senso morale esiste ed è assai meno ottuso, e soltanto, non aiutato da una vivace previsione delle conseguenze del delitto, cede all’impulso esterno, senza del quale era e sarebbe stato sufficiente a mantenere la via diritta[108]. Io credo che le osservazioni qui riferite, pur mostrando di contenere, in apparenza, qualche importanza, non spiegano punto la genesi psicologica del delitto di occasione. La previsione più o meno degli effetti del proprio operato, o dell’azione di incentivi a cui ci troviamo esposti, non ci induce a discernere il perchè, in pratica, di tanti uomini imprevidenti, che tuttodì dànno fondo alle loro fortune economiche ed incorrono in errori deplorevoli; ma che pure, messi a contatto con moventi criminosi, sanno opporre più energica resistenza.
Il delitto di occasione ha per genesi psicologica una energia criminosa rimasta, per manco di organizzazione, in istato latente, nè con grado di sviluppo tale da suscitare singole tendenze distinte. Vi è, dunque, il germe del delitto; manca la disposizione del terreno in cui si fecondi e cresca. Ecco perchè nei delinquenti di occasione non vi sono tipi spiccati, ed il Lombroso ha dovuto ricercarli tra gruppi disparati e sopratutto tra’ pseudo-criminali.—La vita di relazione, col mondo esterno e con i simili, è tutta un complesso di incentivi che, in date favorevoli contingenze, ci spingono ad infrangere i dettami dell’etica e le sanzioni della legge: quando l’equilibrio psichico è ben rafforzato ed è reso stabile, il potere dell’incentivo o passa inavvertito o è facilmente vinto; se l’equilibrio è instabile ed incerto, a causa di contrastanti energie opposte, le propizie occasioni possono produrre delitti di cui noi medesimi non avremmo mai creduto di esser capaci.