CAPO VII.

CAPO VII.Processo cosciente del delitto.Stadio di sviluppo.1.—Le diverse classi di elementi constatativi dell’io cosciente del criminale.—2. Sviluppo del carattere individuale; sua importanza nella psicologia criminale dell’infanzia.—3. Condizioni e modi onde si organizza la coscienza comune e quella del delinquente.—4. Le fasi di successiva integrazione della psiche del criminale.—5. Esame delle emozioni criminose; le diverse teoriche—6. Svolgimento della essenza unitaria dell’evento psichico, dalla forma monistica alla manifestazione complessa del pensiero.—7. Errori di James e di Lange intorno alla genesi delle emozioni.—8. Natura delle emozioni criminose.—9. Reazione, periodicità, antagonismo delle emozioni: la reazione.—10. La periodicità.—11. L’antagonismo.—12. La dissoluzione psicologica; teorica meccanica.1.—Lo stadio di sviluppo di coscienza del delitto suppone un materiale, ereditario ed acquisito, di fattori antropologici, fisici e sociali criminosi. L’io del delinquente si viene plasmando gradualmente quale prodotto di assimilazione dei motivi che a lui porge l’ambiente in mezzo al quale si svolge. Gli elementi, ond’egli assomma e trasforma le energie, sono i medesimi che nella esistenza di ciascun individuo concorrono a dare il peculiare assetto differenziato alla singola coscienza. Questi elementi, secondo la giusta teoria di James, si possono dividere in tante classi costituite rispettivamente:a) dall’io materiale;b) dall’io sociale;c) dall’io spirituale;d) dall’io puro.Il delinquente comincia col risentire, sopratutto, gli effetti del proprio organismo, o che funzioni nello stato di equilibrio, dirò così, fisiologico, o che risenta l’influsso di cause patologiche. Indi egli assimila i germi deleterî del vizio o delle tendenze depravate nella propria famiglia, e molto in ciò influisce la condizione economica di privazione di mezzi necessarîperchè egli sollevi il suo stato morale con sufficiente coltura e retta educazione. Le enunciate cause sono altri tanti elementi costitutivi dell’iomaterialedel delinquente.Vengon dopo gli elementi sociali, quei fattori che promanano dalla vita di relazione con i simili; quindi gli esempî di virtù o di vizî, che eccitano la nostra tendenza imitativa; l’influsso della pubblica opinione col corredo dei pregiudizî, degli usi, dei costumi, specialmente tradizionali; la cura, la sollecitudine di conservare integra la buona fama personale, comunque essa s’intenda e per qualunque via si giunga a conquistarla.Ed eccoci all’io spirituale, cioè alla somma delle disposizioni e delle attitudini personali, al complesso delle energie di cui disponiamo per estrinsecarci nella realtà della vita. Sostanzialmente, per questo verso, l’io si viene sviluppando attraverso una lotta continua di tendenze in contrasto tra loro, una successione ininterrotta d’impulsi e d’inibizioni; in guisa che si dovrebbe concludere che ciò che costituisce la coscienza, che noi abbiamo di noi stessi, è essenzialmente il sentimento dimovimenti accomodativi, oppure, se si vuole, di impulsioni motrici, di riflessi inibiti[33].Il primo effetto peculiare, che ne emerge dallo sviluppo organicamente composto dell’io criminoso, è l’antagonismo che vieppiù si viene accentuando tra il fattore antropologico, il cui esponente si sostanzia nella aperta tendenza di egoismo, ed il fattore di ordine sociale nascente dal complesso dei controstimoli, naturali od imposti.Il fattore antropologico agisce perazione impulsiva; il sociale perazione repulsiva; il primo, nel ritmo dinamico della vita di relazione, è l’equivalente d’unmoto accelerato; il secondo di unmoto ritardato. Il diritto ed il dovere si limitano reciprocamente; ove l’uno finisce, l’altro comincia. Non è concepibile l’individuo in società senza che a lui si imponga di sacrificar qualche cosa pel benessere altrui: data la ipotesi che l’individuo sia regolato da impulsi incomposti di egoismo, l’armonia tra la parte ed il tutto scompare, e nell’urto dei moti, con opposte direzioni, l’equilibrio è indottoda una forza estranea, la quale impedisce che ne provengano disastrose conseguenze: indi la legge repressiva, la funzione del magistrato.2.—Dalla lenta o accelerata lotta antagonista tra i sentimenti e le idee del delinquente, improntate ad un fondo di egoismo, manifestantisi in atti di squilibrio psichico, ed i freni imposti dalla sanzione naturale e sociale in correlazione alle umane azioni, si viene assodando e sviluppando il carattere individuale. La fisonomia del criminale si rende meglio delineata; spuntano i segni della specie a cui egli in avvenire apparterrà: la coscienza criminosa si fa più salda, più sicura; l’io personale, bene organizzato, può dire oramai di essere una individualità a sè, non confondibile, per chi sappia bene osservarla, con le rimanenti individualità in comunione.La psicologia criminale dell’infanzia dovrebbe aver di mira, segnatamente, questo periodo di sviluppo del delinquente; periodo fecondo di utilissime osservazioni, perchè l’io criminoso, non trovando peranco la via unica d’incanalamento (mi si passi la frase) della propria energia, la via del delitto, è proteiforme e si lascia sorprendere senza difficoltà nelle attinenze con la vita esteriore. Si vedrà, per esempio, subito il futuro sanguinario, nel fanciullo, alquanto adulto, che compie, senza mostrare di impressionarsi, atti di crudeltà sulle bestie; che, ribelle o impulsivo, corre là dove lo chiamano le compagnie dei peggiori; che ha posa di prepotente, si accende ad ira per la minima offesa, per un benevolo richiamo; serba odio, cova la vendetta, si sente felice di sacrificare l’altrui benessere ad un momento solo di felicità. Egli ha mobilità di atti, ha scatti felini; esuberante, alle volte, nell’affetto, non sa nascondere il fondo egoistico: la passione lo accieca; lo alletta, lo trascina l’idea di sè, l’umiliazione del debole, dell’oppresso.3.—È da osservare con Wundt, che «la coscienza individuale soggiace alle stesse condizioni esterne che tutto l’insieme dei fatti psichici, del quale essa è soltanto una espressione diversa, che serve specialmente a mettere in luce le relazioni reciproche delle parti onde esso è costituito. Come sostrato delle manifestazioni di una coscienza individuale cisi offre dappertutto un individuale organismo animale; nell’uomo e negli animali a lui somiglianti l’organo principale della coscienza è la corteccia del cervello, nei cui tessuti cellulari e fibrosi sono rappresentati tutti gli organi che stanno in relazione coi processi psichici. Noi possiamo considerare la connessione generale degli elementi corticali del cervello come l’espressione fisiologica della connessione dei processi psichici data nella coscienza; e la divisione di funzioni nelle diverse regioni corticali, come il correlativo fisiologico delle varietà numerose dei singoli processi di coscienza. Ma, certamente, in quel centralissimo organo del nostro corpo la divisione di funzioni è pur sempre soltanto relativa; ogni formazione psichica composta presuppone sempre la cooperazione di numerosi elementi e di molte regioni centrali»[34].Ugualmente, nella coscienza del delinquente, si organizzano e si unificano tutti i germi degenerativi che si accumulano per le forme atipiche delle funzioni a lui proprie. L’antropologia vi dirà in che consistano i caratteri differenziali tra il fondo permanente del delinquente e quello dell’uomo normale; la fisiologia descriverà il funzionamento anormale dell’organismo fisico, onde gli atti psichici hanno il primo materiale avariato; la psicologia, prevalendosi dei lumi tolti alle discipline affini, dirà come e perchè il delitto sia il prodotto naturale di condizioni psichiche, il cui esponente causale è nello squilibrio di stati di coscienza.4.—I germi criminosi, fermentando, componendosi, organizzandosi, con processo parallelo psicofisico, vengono gradatamente trasformandosi da forme omogenee ed indistinte in eterogenee e definite. Dapprima le tendenze egoistiche non sono che l’indice generale di stato funzionale di squilibrio: i segni esteriori, in età, in ambienti diversi del delinquente, lasciano appena intravedere l’essere futuro; il nucleo, dirò, centrale di ciascuna formazione psichica, il colorito dei sentimenti, gl’intenti prossimi o remoti della vita di relazione, il tutto insieme dei processi di affettività, di attività addimostrano il fondo di incoerenza, di insensibilità, di immoralità: il vizio ed il delitto, nei primi stadî di sviluppodell’anima del criminale, si confondono e si unificano. Ma, se le forze ambienti non giungono a modificare le correnti malefiche dei germi in fermentazione, verrà giorno in cui queste prenderanno direzioni distinte, e l’io del criminale, organizzandosi, si unificherà e rafforzerà, mercè l’assorbimento e la fusione, con la propria energia, di tutte le energie similari coerenti alla inclinazione verso data specie di delitto. Avviene, allora, che tutto intero l’organismo psichico subisca novella trasformazione, e, seguendo un’altra fase di processo disintegrativo ed integrativo, abbandonerà, per legge di selezione organica, gli elementi difformi alla specie di delitto in prevalenza e si rafforzerà a percorrere la discesa fatale su cui si è messo. Le idee morali, i sentimenti, l’intero corredo dei pregiudizî, il cumulo delle impulsioni sociali, fin i convincimenti religiosi avranno modificazioni appariscenti: un nuovo mondo si va enucleando, con leggi e con moto proprio.Il sanguinario, l’uomo dall’abitudine alla violenza, attingerà coraggio all’offesa, alla vendetta da idee strane, ma sistemate, di falsi pretesti protettivi dell’onore e della dignità personale; da sentimenti morbosi di alterigia di supremazia; da passioni dissolute al giuoco, all’alcoolismo, ai piaceri sessuali; dalla frequenza del delirio di persecuzione; da credenze religiose inchinevoli piuttosto al feticismo, che alla concezione di sanzione dell’ordine etico. Egli, assorbito dall’io egoistico primeggiante, sdegnerà di attentare alla proprietà, di commettere furti; rifuggirà dall’abusare dell’altrui buona fede, dal commettere frodi o falsità; anzi, la esagerata coscienza di sè, gli imporrà l’obbligo di prestare, financo, aiuto a chi sia caduto vittima dell’altrui ingordigia e raggiri. Quante volte, dimandando ad un omicida se in precedenza abbia riportate altre condanne, sentirete rispondere: per ferimenti, per oltraggi; ma giammai per furto! Ogni specie di delinquente ha la sua morale: pel sanguinario è obbligo imprescindibile di non macchiarsi di reati di furto: il rispetto verso i simili si limita alla proprietà, non alla persona!Ben altrimenti accade per i truffatori ed i ladri. Il fondo comune è sempre lo stato di squilibrio degenerativo. Tra i primi, giusta le osservazioni del Marro, prevalgono le anomaliepatologiche; nelle atipiche essi eguagliano i normali, e solo li superano d’alquanto nelle ataviche: l’alcoolismo assume forme più gravi che non nei feritori, in grazia del più propizio terreno naturale che trova in essi; non rare manifestansi le alienazioni mentali; loro tratto caratteristico è la diffidenza, che in nessun’altra classe di delinquenti trovasi così spiccata e generale; avvi frequente propensione al giuoco, l’avidità e la cupidigia del guadagno[35].—I ladri, nel significato generico, sono anch’essi alcoolisti, pieni di pregiudizî religiosi, deficienti di mente, ma astuti e cauti; per lo più timidi; soggetti a forme tipiche di manie impulsive; con scarsezza di sentimenti etici, anzi questi, per loro, messi in ostentazione, servono quali motivi di scuse, quali mezzi onde sfuggire la responsabilità: dediti all’ozio, il lavoro è pretesto di disgusto d’una condotta retta; l’allettamento suggestivo della riuscita della impresa li solletica, li anima, li conquide.5.—A questo stadio cosciente del delitto appartiene l’esame delle emozioni criminose.Le percezioni e le rappresentazioni, oltre ad avere un contenuto ideale permanente, sono accompagnate da tono sentimentale di piacere e di dolore. Abbiamo visto che il piacere ed il dolore non sieno che stati integrativi o disintegrativi di coscienza, seguìti da aumento o diminuzione di energia personale. Le emozioni sono stati interni, i quali alterano il senso generale cenestetico e tendono ad impedire il corso naturale di correnti della vita ideale ed affettiva. Circa la loro origine vi sono differenti teoriche. La prima, desunta dalla comune esperienza, ammette che gli stati emotivi sieno di origine centrale ed affatto interna: una rappresentazione, una percezione, una idea destano sentimento piacevole o doloroso che si diffonde e si ripercuote sull’organismo producendo espressioni somatiche. L’ira, l’odio, l’amore sono il prodotto dell’energia di analoghi motivi: il loro equivalente fisico è rappresentato da concomitanti fenomeni vaso-motori.La seconda teorica, propugnata da Lange e da James, segue il processo inverso. Essa sostiene,che le modificazioni fisiche conseguono direttamente alla percezione del fatto eccitante, e che il senso nostro di quelle modificazioni, mentre avvengono, costituisce l’emozione. James spiega: «Il senso comune dice: Noi perdiamo la nostra fortuna, siamo tristi, piangiamo; incontriamo un orso, siamo spaventati e scappiamo; veniamo insultati da un rivale, siamo arrabbiati e reagiamo. L’ipotesi, che qui difenderemo, afferma che tale ordine di seguenza è scorretto, che l’uno stato mentale non è indotto immediatamente dall’altro, ma che vi si debbano dapprima frapporre le modificazioni organiche, e che l’affermazione più razionale è, che noi siamo tristi perchè piangiamo, siamo spaventati perchè tremiamo, arrabbiati perchè reagiamo, e non che piangiamo, tremiamo, reagiamo perchè siamo tristi, spaventati, arrabbiati, secondo i casi. Se le modificazioni organiche non tenessero dietro immediatamente alla percezione, quest’ultima sarebbe soltanto cognitiva, pallida, fredda, destituita di colore emotivo. Potremmo in tal caso vedere l’orso e giudicare che fosse meglio fuggire; ricevere un insulto e decidere di reagire, ma non sapremmo sentirci effettivamente spaventati o arrabbiati»[36].A meglio dilucidare le sue idee, James ricorda i seguenti fatti: che gli oggetti eccitano modificazioni organiche mediante un meccanismo preorganizzato, oppure che le modificazioni sono così indefinitamente numerose e sottili, che l’intero organismo può venir chiamato unrisonatoreche ogni modificazione della coscienza, per quanto lieve, può porre in vibrazione; che ogni manifestazione organica, qualunque essa sia, èsentita, acutamente od oscuramente, appena si produce. «Se ci immaginiamo qualche emozione forte, quindi cerchiamo di astrarre, dalla coscienza che di essa abbiamo, tutte le sensazioni dei suoi sintomi fisici, troviamo che non ci resta alcun residuo, nessunasostanza mentaleonde possa constare l’emozione, ma che non ci resta che uno stato freddo e indifferente di percezione intellettuale. Vero è che, sebbenemolte persone interrogate dicano che la loro introspezione verifica questa asserzione, altre persistono nel negare. Molti ancora non arrivano ad intendere la questione..... Un’emozione umana incorporea è una non-entità. Non dico già che essa sia una contraddizione nella natura delle cose, o che i puri spiriti siano condannati ad una fredda vita intellettuale; ma dico che, pernoi, è inconcepibile l’emozione dissociata da ogni sensazione organica. Quanto più intimamente io indago i miei stati d’animo, e più mi persuado che tutte le condizioni, gli affetti, le passioni che io ho sono veramente costituite da quelle modificazioni organiche che ordinariamente diciamo essere la loro espressione o la loro conseguenza; e, più, mi sembra che, se mi accadesse di diventare anestesico in tutto il corpo, verrei ad essere escluso dalla vita degli affetti, aspri o teneri, per menare una vita puramente conoscitiva e intellettiva. Una simile esistenza, se anche è apparsa come una vita ideale a certi antichi saggi, è troppo apatica per essere desiderata da coloro che sono nati da qualche generazione, dopo che la sensibilità è tornata in grazia»[37].6.—Per bene apprezzare la esposta teoria, sostenuta anche dal Ribot, dal Sergi e dall’alienista francese G. Dumas, è d’uopo rifarci alquanto indietro e svolgere l’essenza unitaria, di cui già facemmo parola, dell’evento psichico, dalla più bassa forma monistica alla più complessa manifestazione del pensiero.La scala psicologica evolutiva, dalpsicoplasma(o sostanza psichica nel senso monistico) agli atti volitivi, percorre degli stadî che sono altrettanti gradi integrativi organici differenziati. A prescindere dagli strati più bassi, arriviamo a comprendere che, rispetto alla vita psichica dell’uomo, il fenomeno fondamentale sia la rappresentazione (Herbart). Il gruppo importante delle attività psichiche emotive interessa specialmente perchè dimostra immediatamente il nesso diretto delle percezioni cerebrali con altre percezioni fisiologiche (impulso cardiaco, attività dei sensi, contrazionemuscolare); perciò diventa chiaro quanto c’è di non naturale e di insostenibile in quella filosofia, che vuole separare fondamentalmente la psicologia dalla fisiologia (Haeckel). Il principale problema, al quale si attese da chi volle sorprendere il mistero della vita psicofisica, fu posto, innanzi tutto, nella ricerca dell’equivalente meccanico, chimico o fisico, e fisiologico degli stati di coscienza; indi fu allargato alle forme primigenie dell’attività psichica. Il primo aspetto del problema, però, è un residuo, o non confessato o inconsapevole, del vecchio dualismo, che distingueva la forza vitale dalle altre forze naturali; peggio ancora, l’anima dei bruti da quella dell’uomo.—Senonchè «il pensiero, la coscienza, non è altro che il lato subbiettivo dei fenomeni vitali, e però non può differenziarsi da questi, meno che mai può mettersi di fronte ad essi in una specie di antagonismo, come in fin dei conti avviene del lavoro meccanico di fronte al calore, di guisa che l’uno abbia finito di essere quando l’altro incomincia ad essere. Il fenomenocoscienzaaccompagna i mutamenti interni trofici e metagenetici del cervello, non li anticipa nè li sussegue; perciò malamente si capisce come entro allo stesso cervello debbano prodursialtrimutamenti o assimilativi o dissimilativi, di cui il pensiero sarebbe la manifestazione subbiettiva. Si dovrebbe perciò supporre (cosa assurda e antibiologica) che i centri nervosi sieno sede di due diverse specie di metabolismo!»[38].Il principio unitario dell’evento psichico (Mili, Lewes, Spencer, Lotze, Horwicz, Lippe, Haeckel, Morselli, ecc.) si riassume nel ritenere, con Ardigò, che quelle, che i metafisici chiamano facoltà attive e passive, interne ed esterne, animali e razionali, rappresentative affettive e volutive, e così via, non sono infine che combinazioni variate dei medesimi elementi, come altrettante parole, di suono e di significato diverso, formate colle medesime lettere dello stesso alfabeto[39].7.—Dopo aver ciò premesso, sarà agevole inferire in che consista l’equivoco del James, del Lange e dei loro seguaci. Si è voluto spezzare l’unità psicofisica del fenomeno interno della emozione; si è voluto credere che ciò che per mera opportunità metodica gnoseologica poteva essere avvisato in due momenti differenti (il momento fisico ed il momento psichico) fosse davvero il prodotto di due fatti separati con seguenza necessaria. La verità è, che i due momenti, in apparenza analoghi a fatti diversi, non sono che due lati di unico fenomeno, il cui sostrato dinamico ha l’equivalente nella energia trasformata del motivo esterno od interno. Il Lange e James, separando il contenuto della percezione dal tono sentimentale della emozione, credono di aver trovata la possibilità di uno stato di freddezza e di indifferenza intellettuale; l’argomento, cioè, che la emozione non sia concepibile se non quale effetto di modificazioni organiche. Essi non si avvedono che la fatta ipotesi poggia sull’errore di credere che davvero possa ricorrere una percezione intellettuale fredda ed indifferente, e che sia a noi concesso di astrarre, dalla emozione, tutti i sintomi fisici, senza che di essa non si muti sostanzialmente l’intima essenza. Ogni percezione non è mai disgiunta da un grado di equivalente dinamico: se alla emozione si sottraggono i concomitanti fisici, sopprimendosene fin il ricordo, essa si trasforma in idea; dal campo affettivo passa nel campo intellettivo. A che, dunque, parlare di precedenza o di seguenza, se nella continuità degli stati di coscienza la singola unità d’un fenomeno per tanto serba la fisonomia di processo differenziato per quanto si concepisce quale somma o composto di elementi constitutivi? I fenomeni intellettivi e gli affettivi son due rami del medesimo tronco, le cui radici si profondano nel suolo sottostante delle funzioni riflesse, automatiche ed istintive: la psicologia comparata ci sospinge ancora oltre, e ci induce a concludere con Haeckel, che una catena ininterrotta di tutti i gradi di passaggio possibili riunisca gli stati originarî primitivi del sentimento nel psicoplasma dei protisti unicellulari con queste altissime forme evolutive della passione nell’uomo, che hanno la loro sede nelle cellule gangliari della corteccia cerebrale.8.—Passando a trattare delle emozioni criminose, non possiamo che ripetere ciò che altrove[40]scrivemmo.Poichè, come osserva il Sergi, sono varie le vie di attività, varie le condizioni dell’ambiente e di diverso carattere i bisogni animali e umani, varî gruppi di percezioni e di stati psichici, che si riferiscono a dolori e a piaceri associati organicamente, devono essersi formati; i quali gruppi sono come tanti centri psicorganici di emozioni diverse e secondo le condizioni speciali e la composizione degli elementi psichici e degli organici tutti insieme e delle cause esterne determinatrici dei medesimi stati coscienti[41].Tali gruppi psicorganici,centri emozionali derivati o istintivi, considerati riguardo al delitto, sono la base reale delle tendenze criminose; quindi il vero criterio per una differenziazione scientifica di tipi di delinquenti. La emozione è la scaturigine, prossima o remota, dell’umana attività; ad essa si ricongiungono tutte le nostre azioni. Data, dunque, la ipotesi di centri emotivi differenziati, per lunga azione integrativa di coefficienti d’ambiente o di cause contingenti, l’attività individuale si indirizzerà a fini analoghi alla natura degli impulsi che ne sono la manifestazione, e di qui i caratteri distintivi di tipi criminali.9.—Questicentri emotiviobbediscono, non che alle leggi statiche e dinamiche, eziandio a dei modi che possono raccogliersi sotto gl’infrascritti termini:reazione,periodicità,antagonismo.Nel mondo psichico, similmente che nel mondo esterno della materia, è dominante la legge dellainerzia, per la quale non sarebbe possibile la produzione di un fenomeno di movimento senza che in precedenza non fosse impresso l’impulso che valga a determinarlo; nè, determinato che sia, si avrebbe la cessazione se il moto non fosse arrestato da ostacoli o da contrario impulso. La coscienza, prodotto di processi accumulatisi, resterebbe in condizione invariata se non sopravvenissero continui motivi, che ne producono i cambiamenti ene alterano il contenuto. Di qui l’azionedi questi motivi, alla quale corrisponde egualereazione.10.—Laperiodicitàdelle emozioni rientra nella gran legge delritmo del moto.—La prova della periodicità di emozioni criminose noi la troviamo nella influenza delle età, dello stato sociale, delle meteore, degli elementi etnici sulla produzione di taluni crimini in aumento o in diminuzione con costante processo statistico. Che se da considerazioni generali scendiamo all’analisi di singole emozioni, vedremo che la legge ha riscontro indefettibile e che ci serve, alle volte, per elevarci a dei criterî logici preziosi di cui ci avvaliamo nella prova della successione degli atti incriminabili e della entità di ciascuno.Consideriamo, ad esempio, la collera, che, ridestata dall’idea di offesa ricevuta, è emozione caratteristica la quale accompagna i reati d’impeto. L’individuo, che n’è affetto, dapprima è come travolto da tempesta, che gli toglie il discernimento e lo spinge ad atti incomposti di violenza. Poco a poco, dopo che sia avvenuta, mediante una mimica concitata di reazione, la scarica della energia accumulata, subentra lo stato di calma apparente; l’individuo resta oppresso sotto l’incubo della idea che ne ha invasa la coscienza: nell’oscillazione tra il passato ed il presente, il pensiero ed il sentimento ora attingono il grado di esplosione, ora si abbassano fino allo stato di abbattimento, di umiliazione: basterà che qualunque circostanza aggiunga o tolga peso al motivo di offesa perchè o si precipiti difilato all’azione reattiva, o ritorni la calma e si ristabilisca l’equilibrio.11.—Intendo perantagonismo delle emozioni criminosela concorrenza, simultanea o successiva, di correnti di attività ridestatesi nella coscienza del delinquente, a séguito del motivo interno, per conseguire lo scopo del delitto. Queste correnti sono energie attuali, che partono dal medesimo fondo degenerativo e che, ad un punto del campo della coscienza, insorgono e tendono a prevalere, ciascuna per la sua direzione; alcuna volta fondendosi insieme, altra volta sforzandosi o di elidersi o di sovrapporsi con vicendevole moto, per opposte impulsioni. Nella ipotesi di fusione, la energia emotiva si rafforza in ragione delle coefficienze di correnti; nella ipotesi dicontrasto, si hanno i seguenti stati interni: turbamento generale del soggetto, che dapprima tentenna a quale fine indirizzarsi, indi a quali mezzi di scelta appigliarsi; indebolimento dell’eccitamento emotivo iniziale; equilibrio instabile di condizioni associative o appercettive; esaurimento di eccitazione o prevalenza d’una corrente sulle altre ed impulsione unica all’azione.12.—Parlando della dissoluzione psicofisica del delinquente, ci fermammo segnatamente ad osservarne la forma morbosa o patologica. Dobbiamo completare la trattazione restringendoci, con maggiore attenzione, alla sfera della affettività e della ideazione, in istato non patologico, ma fisiologico; vale a dire durante il processo disintegrativo ordinario della psiche del delinquente, senza che vi intervenga l’influsso deleterio di qualche specie di malattia.Il Ribot scrive: «La legge di dissoluzione, in psicologia, consiste in una regressione continua che discende dal di sopra al disotto, dal complesso al semplice, dall’instabile allo stabile, dal meno organizzato al meglio organizzato: in altri termini, le manifestazioni, che sono le ultime in data nella evoluzione, spariscono le prime; quelle che sono apparse le prime spariscono le ultime. L’evoluzione e la dissoluzione seguono un ordine inverso»[42].Il Janet, al Congresso di psicologia di Roma, ha svolto un tema sulleoscillazioni del livello mentale, dimostrando che il progresso e il regresso del livello mentale non sono costanti; che grandi fluttuazioni di questo livello sono state osservate da lungo tempo negli isterici, ma sarebbe un errore il credere che gli individui normali ne vadano esenti. Questo abbassamento del livello mentale è costituito da grande depressione psichica, da un senso di depressione, di diminuzione di sè, di amnesie e da amnesie retrograde. L’ultima cosa appresa è la prima ad essere distrutta nell’abbassamento del livello mentale; ed è perciò che quello che vi è di più nuovo, di più recente, cioè il momento attuale, è ciò appunto che per primo viene a perdere il suo interesse quandolo spirito s’indebolisce; e il primo sintomo dell’indebolimento mentale è appunto l’inseguire fantasticamente oggetti o idee lontane od inutili, perdendo di vista la necessità e l’attività del presente[43].Rifacendoci alquanto indietro, diamo la teorica più probabile da adottare. Le sensazioni, le rappresentazioni, le idee, i sentimenti, serbando il doppio ritmo di coesistenza e di successione, si fondono, si organizzano, si unificano in composti psichici separati, che tra loro sono in relazioni di affinità o di identità. Il funzionamento psichico, in generale, ha l’equivalenza in analoga funzione cerebrale, che non ammette energie singole ristrette, con attività chimico-fisica, in centri qualitativamente differenziati, nè ammette la localizzazione di facoltà in senso materiale ed assoluto. La localizzazione cerebrale funzionale deve intendersi nel senso di maggiore attitudine di alcuni centri, rispetto agli altri, nel ridestare la efficacia di data energia, o, meglio, nel far sì che l’attività dell’io, fisica o psichica, prenda una direzione o un’altra, si manifesti in modo speciale. Il solo vero interessante è di sapere, che la funzione del cervello sia l’attività risultante di tante energie componenti, e che «una mentalità sia una specialità di onda cerebrale, più o meno estendentesi nella trama craniale, più o meno composta di varie concorrenti, più o meno normalmente spiegantesi, più o meno alterantesi, per le condizioni diversificate del cervello»[44].Psichicamente avvisata, la risultante ultima della funzione cerebrale corrisponde ai due atti più complessi, il mentale e l’affettivo, la intelligenza e la volontà. La intelligenza, unificando il prodotto psichico delle rappresentazioni, è alla sua volta un composto decomponibile negli elementi di idee e di appercezioni; la volontà, assommando il cumulo delle energie attuali di motivi e di sentimenti, segna la linea discendente della curva descritta dall’integrarsi della psiche, poichè essa corrisponde al momento dinamico in cui l’io tende a proiettarsial di fuori ed a completarsi nell’azione esteriore. In questo ascendere o discendere continuo, in questa organizzazione vicendevole del tutto insieme e delle parti, in questa relazione statica (o di solasussistenza) e dinamica (o di solaoperazione) tra i centri funzionali cerebrali, o tra i composti psichici, è tutta la vita dell’io, è la origine degli stati di coscienza, della evoluzione e della dissoluzione della personalità; evoluzione quando si ascende, dissoluzione quando si discende.La coscienza si rende più complessa, più stabile a seconda che meglio si organizzi; i suoi piani, o strati, si consolidano come più le rappresentazioni acquistano maggiore compattezza.L’ultimo composto psichico formatosi è il primo a dissolversi nella disintegrazione della personalità; le emozioni disinteressate, cioè che attingono la più alta cima della vita affettiva, sono le prime, secondo Ribot, a scomparire nella discesa morale. L’importante a ricordare è però questo, che la esaminata dissoluzione è modificata dal duplice ordine di vita di relazione, l’ordine di tempo o della seguenza degli stati di coscienza, e l’ordine di coesistenza o del simultaneo concorso di energie convergenti.Chi voglia formarsi l’idea approssimativa di ciò che sia la coscienza nello stato normale e nello stato di alterazione, immagini un piano liquido, sotto limpido cielo, attorniato da verdeggianti alberi, rispecchiante i molti oggetti cosparsi sulla riva.Il cielo, gli alberi si riflettono col colore, con le forme naturali. Anche a non rivolgere gli occhi attorno, basterà fissarli sulla superficie dell’acqua per vedere e riconoscere la realtà di esistenti sopra ed in giro, da vicino e da lontano.Le onde, che appena si increspano, fan fluttuare le immagini, rendendole, talfiata, poco visibili; altra volta confuse, ondeggianti, di forme alterate: ma, purchè si porga un po’ d’attenzione, purchè si fissi meglio l’occhio, è facile accorgersi dell’errore di senso, ed avere la percezione esatta degli oggetti riflessi.—Suppongasi che qualcuno gitti nell’acqua un grosso sasso. Al rumore del tonfo, subito vi accorgete che succede gran turbamento. La luce più non espande il suoriflesso; le immagini degli oggetti spariscono, le correnti si intorbidano e confondono. Se attendete alcun poco, permettendo che ritorni alquanto la calma, vi accorgete subito che attorno al punto dell’urto, là dove il tonfo è avvenuto, cominciano a descriversi dei cerchi concentrici, con movimenti repulsivi e con ritmo decrescente.Il piano liquido è la coscienza allo stato normale: essa rispecchia il mondo esterno con naturalezza di forme e di colorito; l’osservazione introspettiva, l’occhio della mente, che si riflette sul suo campo visivo, ne percepisce la realtà; la più perfetta armonia esiste tra il mondo esterno e l’interno, tra le immagini, o le rappresentazioni, e gli stati oscillanti ed instabili, ma contenuti in ritmo di equilibrio. Alla scossa d’un’idea, che viene dal di fuori o insorge repentina dal fondo dell’anima; al furioso assalto di un sentimento, che mette il tutto in subbuglio, succede lo scompiglio della coscienza e scompare la serenità e la calma. Passa alcun tempo, l’ordine si ristabilisce alquanto, ma dal punto, ove la scossa è avvenuta, si seguono continue impulsioni, le quali, con moto centrifugo, sprigionano, con seguenza di scariche, la energia accumulata in grado esuberante.Suppongasi ancora che, invece dell’urto del sasso (della scossa d’una idea), senza che altra causa di turbamento vi si aggiunga, l’acqua sia messa in moto da tempestose correnti che ne alterino profondamente la superficie e ne sconvolgano il fondo: ov’è più l’agio di veder riflessi gli oggetti esterni, ov’è il flusso e riflusso delle onde, l’avvicendarsi tranquillo di tenui movimenti? Ed ugualmente, se la coscienza sia profondamente turbata, gli stati psichici sovrapposti si infrangono, le energie accumulate ed omogenee si confondono, vengono, con moto incomposto, furiosamente a galla e si espandono; le tendenze, che ad esse sono unite, di impulsività egoistiche, riprendono il sopravvento a detrimento di nuove energie sovrapposte; il fondo rimugghia e distrugge, col sollevarsi, l’ultimo piano, il meno differenziato, ma il più perfetto nella selezione organica della coscienza.CAPO VIII.Concetto psicologico del delinquente.1. Che cosa sia il delinquente.—2. Il prodotto psichico del delitto nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico.—3. Il tipo di Caliban nellaTempestadi Shakspeare.—4. Il Tersite di Omero.—5. Caratteri morali dei delinquenti in formazione.—6. L’integrazione evolutiva anomala del delinquente.—7. Analisi delRiccardo IIIdi Shakspeare.1.—Dopo aver esaminati gli elementi dinamici della psiche del delinquente, non che i due stadi di coscienza del medesimo, lo stadio di formazione e lo stadio di sviluppo, ci sentiamo in dovere di rivolgerci la dimanda: che è mai il delinquente? In parte vi abbiamo risposto, analizzando i coefficienti psicofisici del delitto; ma è bisogno che si esprima con più chiarezza il nostro concetto, raccogliendo in sintesi ultima le esposte idee.La dimanda non è nuova, anzi risale al problema fondamentale della genesi del delitto e della imputabilità. Le risposte furono difformi; ciascuna ritraendo del sistema di idee, onde si partiva, e dell’intento pratico cui si tendeva. Maudsley, alla dimanda che cosa fossero i delinquenti, risponde: sono esseri intermedî fra i pazzi e i sani; Albrecht: i criminali sono i normali della umanità; Lombroso: i delinquenti sono i selvaggi di un popolo civile; Sergi: i delinquenti sono degenerati; Minzloff: i criminali non sono che ammalati; Dally: i criminali non sono che pazzi; Benedikt: i delinquenti sono neurastenici fisici e morali; Féré: i criminali sono gl’inadatti all’ambiente sociale; Colajanni: i criminali sono moralmente atavici; Riccardi: i criminali sono inferiori dannosi[45].2.—Tutte coteste risposte sono abbastanza generiche ed indeterminate per non soddisfare la nostra richiesta. Il problema resta insoluto, il problema della genesi psichica e della imputabilità del delitto.Per bene intenderci e per liberarci dagli equivoci, presceglieremo metodo diverso da quello fin’ora adottato. Che cosa abbiamo fatto con le precedenti indagini? Niente altro che, per via analitica, tentare di ricostruire la formazione naturale dell’anima del delinquente, cominciando dall’assodare le leggi dinamiche dei motivi criminosi, proseguendo col vedere il processo evolutivo ed integrativo degli stati di coscienza, per finire col prospettare lo stato di dissoluzione della medesima, sia per effetto di cause ereditarie e latenti, che per effetto di cause acquisite ed attuali.Indugiamoci e riflettiamo. Gli elementi formativi della psiche sol per comodità scientifica si dispongono in serie di atti o di stati simultanei o successivi; ma essi formano un tutto insieme organicamente unificato. La forza psichica, nella risultante finale di ciascuno stato, di ciascun atteggiamento e produzione, non è che energia unica, per quanto complessa altrettanto identificata nel funzionamento totale di azioni coscienti.L’unità, la totalità, la funzionalità non sarebbero da noi apprese se non si estrinsecassero in atti aventi il valore di tanti effetti, i quali ritraggono dei caratteri qualitativi e quantitativi della causa onde promanano. Il delitto—concepito nella sintesi psichica di stati di coscienza analogamente differenziati—non è che attività, la cui genesi è nella natura del soggetto e nell’azione degli stimoli, o motivi, e la cui perfezione si sostanzia nel fatto violatore dell’altrui diritto.Abbiamo visto che tale attività criminosa percorre un primo periodo embrionale o di formazione, la cui nota culminante è lo stato tuttavia involuto degli elementi che poscia, allo stadio di sviluppo, debbono, per effetto di selezione organica, attingere il grado di omogeneità e distinzione. Or, dopo che con l’uso dell’analisi ci siam resi conto dei coefficienti dinamici di ciascuno dei due sovraccennati stadî, possiamo, adoperando vedute sintetiche, completare la nostra conoscenza,che deve, poscia, facilitarci la via per più difficili induzioni e deduzioni pratiche e scientifiche.Nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico, il prodotto psichico del delitto prende la forma istintiva, immanente, quasi automatica. L’animabilità ha predominio incondizionato. Il contrasto di correnti antagoniste segue il ritmo sincrono: le energie si mantengono nello stato di latenza; ma, appunto perchè poco coerenti, sfuggono al potere di controllo e di arresto. A volte, se un forte stimolo ne ecciti la scarica, riappariscono con scoppî istantanei ed imprevisti; poi, incontrando difficoltà a fondersi ed assimilarsi con le energie esterne trasformate, ritornano in istato di inerzia accompagnata da equilibrio stabile.3.—La concezione artistica più perfetta, che io mi conosca, di questo stadio di formazione psichica del delitto, credo sia il Caliban della «Tempesta» di Shakspeare. Altrove ne scrissi, dimostrandone segnatamente il lato dell’azione inconscia[46]; qui ne completerò l’esame, che tornerà molto utile per concretare gli esposti criterî scientifici.Caliban, deforme e selvaggio, era figlio della strega Sicora, che per mille malefizî e sortilegi fu sbandita da Algeri e confinata in un’isola ov’ella si sgravò. Prospero, privato, ad opera di suo fratello Antonio, del ducato di Milano, venne insieme alla figlia Miranda abbandonato in alto mare, alla balìa dei venti, e capitò di approdare all’isola di Caliban. Costui fu subito spogliato del possesso dell’isola, e, poichè egli era un essere stupido, un mezzo idiota, il buon Prospero lo commiserò, prese il fastidio di insegnargli a parlare, ed a conoscere ora una cosa ora l’altra. Ma, ad onta di tali insegnamenti, nessun essere buono poteva sostenere il suo ignobile contatto: fino a che, quantunque trattato umanamente ed albergato nella stessa cella del benefattore, un bel giorno osò attentare all’onore di sua figlia! La bestia umana si svegliava cogli impulsi del senso. Prospero ne comprese la natura di fango e lo assoggettò ai più bassi e degradanti uffici. Non l’ombra d’un rimorso turbò l’anima delloschiavo, che, alla deformità del corpo, per degenerazione ereditaria, univa istinti e sentimenti criminosi, indole perversa, odio profondo irresistibile contro Prospero che gli carpì quell’isola, a lui appartenuta per cagione di sua madre Sicora.La bellezza, la innocenza di Miranda avrebbero dovuto agire, con forza rigeneratrice, sull’anima di Caliban; ma questi nulla poteva sentire di elevato, ed ai rimproveri di Prospero per la immonda azione, invece di scusarsi, risponde: oh, oh ... così fossi riuscito! Tu me lo impedisti, altrimenti avrei popolata quest’isola di Calibani!»Le continue esplosioni di mal compresa ira, le invettive fiorite sì spontanee sulle labbra del mostro, tuttochè a lui fossero minacciati atroci castighi, vi fanno indovinare che la sua psiche era tuttavia involuta, sotto l’azione immanente di stimoli senza freno, non illuminata dalla luce del vero, non confortata dal desiderio del bene. La scena seconda del secondo atto è tutta una rivelazione incomposta della natura primitiva e bestiale dell’uomo. Caliban, con un carico di legna, si avvia verso casa di Prospero: si ode il rumore del tuono e lo schiavo non sa che profferire maledizioni di odio e di vendetta. «Tutte le infezioni—egli esclama—che il sole estrae dalle acque stagnanti, dalle paludi e dai pantani, cadano su di Prospero e lo convertano in tutto una piaga. I suoi spiriti mi ascoltano, e nondimeno mi è forza il maledirlo!» La fantasia, non sorretta dal sussidio della ragione, facilmente si turba ed è preda di balorde illusioni. Caliban crede nella grande arte magica di Prospero: vede attorno a sè scimie che gli fanno i versacci; tal’altra ei son ricci che gli stan sotto i piedi ignudi appuntando le loro spine; spesso egli è tutto fasciato di serpenti, che colle loro lingue forcute gli sibilano nelle orecchie in modo da farlo diventar pazzo. Egli vede avvicinarsi il buffone Trinculo e, prendendolo per uno spirito, gittasi bocconi per terra, sperando di non esser visto. Gli si avvicina Stefano e Caliban prende lui e Trinculo per discesi dal cielo. È appellato mostro assai balordo, debole e credulo, ed è schernito; ma egli di nulla si risente ed a coloro che lo insultano risponde con atti sommessi, con parole melate, con profferte di obbedienza e di servitù. Traspare,nonpertanto, in tutto ciò, l’istinto vendicativo del criminale e l’accenno a qualche disegno delittuoso che cominciava a profilarsi ed a prender forma nella mente. Il mostro—ed è qualità di animi degenerati—abbassa la sua dignità fino a voler leccar le zampe a Stefano; lo circuisce, lo lusinga, lo attrae a sè soffrendo le più atroci ingiurie, gli scherni più inumani. Dimentica ogni cosa che lo circonda, non pensa che alla vendetta, a procacciar la morte di Prospero con orrendo assassinio. In quell’anima mostruosa, impasto informe di degenerazione ereditata dalla strega Sicora, la donna da’ sortilegi e da’ malefizî, e di sentimenti sistemati, per lungo adattamento, di odio cieco e di malfrenata ira, il delitto si vien disegnando con tinte fosche, con particolari di inaudita ferocia. La simulazione, l’astuzia, trasparenti nel linguaggio accorto e melato, si scovrono; il criminale, in formazione, non sa concepire le difficoltà del progetto, non vede ostacoli: la vendetta si materializza, e la mente, funestata da luce vermiglia di sangue, gode di prospettare innanzi a sè la scena omicida; ei ne racconta i particolari ed anima Stefano a metterli ad esecuzione. Promette di accompagnare costui alla capanna di Prospero; glielo farà trovare addormentato e potrà conficcargli un chiodo nella testa!E, come se ciò non bastasse, aggiunge: «egli ha il costume di dormire dopo il mezzodì; allora potrai strappargli le cervella, essendoti prima impadronito dei suoi libri; o potrai con una pertica fendergli il cranio, o sventrarlo con un palo, o tagliargli l’arteria maestra col tuo coltello. Ricorda di impadronirti prima dei suoi libri, chè, senza di essi, egli non è che uno sciocco come son io, nè ha più uno spirito al suo comando ... Ma il più importante è la bellezza di sua figlia; egli stesso la dice incomparabile; non ho veduto altre femmine che mia madre Sicora e lei; ma ella è così superiore a Sicora, come quello che v’è di più grande è superiore a quello che vi è di più piccolo».—L’odio è tal sentimento che, se mette nel cuore le radici, aduggia e perverte ogni impulso, sia pure sensuale, istintivo, fortemente passionale. Il pervertimento morale spinge, fin’anco, Caliban a persuadere Stefano al delitto, solleticandolo colla speranza della conquista di Miranda, la bella fanciulla pelcui amore perdette le grazie di Prospero—È proprio così bella fanciulla?—dimanda Stefano: ed egli: sì, monsignore; starà a meraviglia nel tuo letto, te ne assicuro, e ti darà una magnifica prole»—Stefano è deciso: «mostro, io ucciderò quell’uomo; sua figlia ed io saremo re e regina». Gli assassini son pronti al delitto; ma Prospero è sull’avviso. Egli è compreso di meraviglia per l’indole sì perfida di Caliban: «un demonio, un vero demonio, per cui l’educazione può nulla; per cui vane, interamente vane furono tutte le pene che pietosamente mi presi; e, come, col crescer degl’anni, cresce la sua deformità corporea, così si corrompe la sua anima». Avvicinasi il momento di operare; Stefano, Trinculo sono presso la grotta di Prospero: Caliban, nell’ebbrezza di entusiasmo e di gioia pel delitto, esclama: «te ne prego, mio re, fermati. Vedi tu costà? Questa è la bocca della grotta: entra senza strepito. Compi questobelmaleficio, che farà tua sempre quest’isola, ed io, tuo Calibano, leccherò per sempre i tuoi piedi». Ma essi sono assaliti da parecchi spiriti sotto forma di cani che, incitati da Prospero e da Ariele, si avventano sui tre malandrini e li mettono in fuga.Caliban,tanto deforme, come Prospero afferma,nella parte morale come nella fisica, insuscettibile di miglioramento, si arrestainvolutotra le tendenze della bassa animalità. Non l’idea del vero, non il sentimento del dovere han presa in quella coscienza mostruosa: solo la fantasia, facoltà puramente sensibile, talora gli apre la mente alla visione di immagini e di cose che, dilettandolo, lo sollevano ad una sfera alquanto superiore: in quel momento la bestia tace e spunta l’uomo, al cui sguardo appariscono novelli orizzonti di idealità e di bellezza. «Non aver paura—Caliban dice a Stefano—l’isola è piena di suoni, di rumori, di arie dolci, che dilettano e non fan male. Talvolta sento mille istrumenti sonori a rombarmi all’orecchio; e talvolta odo voci che, se mi fossi anche allora svegliato dopo un lungo sonno, mi fanno dormir di nuovo; poi, nei miei sogni mi sembra di veder aprirsi le nubi, per mostrarmi in procinto di cader su di me le più belle cose; e allora, svegliandomi, desidero di sognare ancora!».4.—Altro tipo di delinquente in formazione, meravigliosamente abbozzato, è il Tersite di Omero.Non venne a Troia di costui più bruttoCeffo: era guercio e zoppo, e di contrattaGran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparsoDi raro pelo..........[47].In lui l’istinto della malvagità si era arrestato al disotto della soglia della coscienza criminosa: non il delitto, ma i bassi sensi dell’odio, dell’invidia lo mettevano in mostra e gli procacciavano la repugnanza o lo scherno di tutti. Se l’assemblea del popolo si riunisce per udire i progetti di Agamennone, e se Ulisse interviene, assieme a Nestore, per esortare i Greci a proseguire la guerra, il petulante Tersite non resta di gracchiare e fa tomulto.Avea costuiDi scurrili indigeste dicerìePieno il cerébro, e fuor di tempo e senzaO ritegno o pudor le vomitavaContro i re tutti; e quanto a destar risoInfra gli Achivi gli venia sul labbro,Tanto il protervo beffator dicea[48].Le rampogne del triste, senza motivo, erano l’effetto di impulsività perversa: egli rivolse ad Atride ingiurie atrocissime. Ma gli fu sopra repente il figlio di Laerte e, guatandolo torvo, gridò:Fine alle tueFaconde ingiurie, ciarlator Tersite;E tu, sendo il peggior di quanti a TroiaCon gli Atridi passar, tu audace e soloNon dar di cozzo ai re, nè rimenarliSu quella lingua con villane arringhe,Nè del ritorno t’impacciar; chè il fineDi queste cose al nostro sguardo è oscuro,Nè sappiam se felice o sventuratoQuesto ritorno riuscir ne debba[49].Così dicendo, gli percuote con lo scettro le terga e le spalle; il manigoldo si contorce e lagrima dirottamente:Di dolor macerato o di pauraS’assise, e obliquo riguardando intorno,Col dosso della man si terse il pianto[50].Gli Achivi si rallegrarono di quella scena; in mezzo alla tristezza sorse il riso e vi fu chi (interpetre della comune opinione) dicea:Molte in vero d’Ulisse opre vedemmoEccellenti e di guerra e di consiglio;Ma questa volta fra gli Achei, per dio!Fe’ la più bella delle belle imprese,Frenando l’abbaiar di questo caneDileggiator. Che sì, che all’arrogantePassò la frega di dar morso ai regi?[51].5.—In delinquenti di simile specie nè la minaccia della legge, nè la sanzione o morale o sociale han freno di sorta: il potere assoluto dell’animalità non ancora differenziata in tendenze più umane, avendo la insidenza in organismi in formazione ed a cui l’avvenire forse, sviluppando i germi del male, contrapporrà i rimedî del bene, priva l’individuo di regolare le proprie azioni con intenti altruisti e lo tiene stretto alla dura necessità istintiva. Per i medesimi, ugualmente che per qualunque delinquente a forma tipica di degenerazione organica, va ben appropriato ciò che Tucidide mette sulle labbra a Diodoto, che, combattendo l’opinione di chi consigliava doversi dar morte a quei di Mitilene, osserva: «l’uomo è tratto dalla sua stessa natura ad errare; nè vi ha legge atta a ritenerlo; ed invano sono stati trovati e profusi i più crudeli supplizî per tenere in freno i malvagi. Ed egli è a credere, che ab antico fossero assai più miti le pene, ma che, non valendo a porre riparo ai misfatti, elle s’inacerbissero fino al punto di punire di morte. Ma, per dirla in brevi parole, ella è stolta cosa il credere che le leggi o iltimore di ogni più grandissimo male ritenga l’uomo dall’errare, allorchè vel trascina una irresistibile natura»[52].6.—Il delitto, allo stadio di sviluppo, si trasmuta in forza specifica del complesso organismo individuale. Gli elementi, innanzi discorsi, concorrono tutti insieme, o in parte, a plasmare il nuovo essere, che, differenziandosi, prende il suo posto di dinamica sociale col causare effetti disorganizzatori del concetto etico e giuridico di ordine. La nuova personalità può percorrere tutti i gradi ascendenti di integrazione anomala, dal più basso, a cui appartiene il crimine per assenza ereditaria di controstimoli e per deficienza di attività intellettuale, al più alto rappresentato dal delitto geniale, preparato ed accompagnato dal proteiforme corteggio di astuzia, di riflessione, di tradimento, di insidia: onde più grande sorge il pericolo sociale e più urgente l’obbligo di prevenzione e di repressione. Accetto la teorica deldelitto naturaleescogitata dal Garofalo, consistente in un fatto nocivo dei sentimenti altruisti elementari, lapietàe laprobità. Ma, a dir vero, simile teorica, tuttochè scientificamente sostenibile, non ha che valore puramente metodico; essa, limitandosi alla parte sopra tutto emotiva dell’azione criminosa, ne trascura i rimanenti fattori psicofisici, che, organizzandosi, per tendenze ereditarie o attitudini acquisite, si assommano in intimo meccanismo individuale, con equivalenza e funzionamento di speciale energia.Il meglio che sia possibile ci adopreremo di rendere vieppiù evidente il nostro pensiero; il che faremo col ricorrere a qualche esempio che possegga la virtù di metterci sott’occhio in forma vivente e drammatica quanto la scienza ci apprende. Nè ad altro sussidio potremo più opportunamente far capo che all’arte, la quale, come ben dimostrò l’Alimena, si accompagna con la scienza: ad ogni manifestazione scientifica, come ad ogni manifestazione sociale, corrisponde una parallela manifestazione artistica. E questo parallelismo non è nuovo, poichè esso è inerente alla natura umana; per cui, dato un problema, il quale, per cosìdire, acquista tanto volume da occupare buona parte dell’aria che si respira, ciascheduno deve assorbirne una parte, e, alla sua volta, la comunica agli altri, secondo le sue proprie attitudini[53].Esamineremo Riccardo III di Shakspeare con uguale intento pratico ed esito abbastanza proficuo onde esaminammo Macbeth del medesimo, i Masnadieri di Schiller ed alcuni drammi di Ibsen. Per penetrare nei profondi ed oscuri abissi del cuore umano non havvi guida più fida che i lumi prestatici dall’arte, e, chi sappia servirsene, renderà più evidenti e sicure delle norme il cui valore altamente scientifico o non è, di per sè, bene appreso, o lascia sempre incancellabili tracce di dubbio.7.—Iago e Riccardo III—scrive l’Alimena—sono i delinquenti per eccellenza: in essi, cercheremmo invano la più lieve orma di rimorso[54].Non siamo interamente d’accordo; poichè, se Iago ordisce, pari ad un freddo ed abile giuocatore di scacchi, insidie all’altrui felicità, per odio e gelosia dell’altrui grandezza, non mostra di sentire l’impulso cieco aberrante del delitto: in lui la dissoluzione si arresta alla sfera della vita morale.Riccardo III, invece, trova i germi di rassomiglianza nei grandi delinquenti del teatro tragico greco, in Egisto specialmente, e fu il modello cui ebbe presente Schiller nell’ideare Francesco dei Moor, questo tipo di criminale tra l’istintivo, il pazzo e l’impulsivo, rimasto famoso per chi ne comprenda l’importanza profondamente artistica e scientifica.Riccardo III anche lui ha fondo ereditario degenerativo; il suo corpo, la sua anima troppo si rassomigliano. Egli, ruvidamente sbozzato, ha il viso asimmetrico; è deforme, zoppo, ridicolo nell’incesso: lo sa, e non osa rimirarsi allo specchio. Ma sa puranco di avere a disposizione una grande potenza malefica; e, poichè non gli è dato godere come gli altri, fa proposito di divenire uno scellerato e abborrire i frivoli diletti. Comincia l’infame vita di delinquente con l’uccidere Enrico VI; indi passa all’uccisione deldi lui figlio Eduardo di Galles. Geloso del fratello Clarenza, usa insidiose macchinazioni per farlo venire in disgrazia del re e chiudere in prigione. La sua anima demoniaca è tutta palese fin dal principio dell’azione drammatica: Shakspeare, presentandolo intero nella sua mostruosità, ottiene l’effetto desiderato, di colpire la fantasia e di eccitare la riflessione a sprofondarsi nell’abisso dei misteri del cuore umano.Siamo alla scena II dell’atto primo: si vede giungere un corteggio funebre; il corpo del re Enrico VI è portato in un feretro scoperto. Lady Anna, in gramaglia, lo accompagna e, versando amare lagrime, lo compiange ricordando il suo sposo Eduardo caduto vittima dalla stessa mano omicida di Riccardo. Costui si avvicina ed ordina che il feretro sia deposto: Anna lo redarguisce, lo insulta, gli ricorda il duplice assassinio, di Enrico e di Eduardo; dapprima egli nega, poi confessa con cinismo ributtante. Al ricordo, fatto da Anna, della virtù dello sposo, risponde, con scherno, dapprima che fosse tanto più degno del re del cielo che lo possiede; e poscia: riconoscente mi sia di averlo inviato in cielo, più adatto egli era a quel luogo che alla terra! Anna maggiormente se ne duole e lo maledice; ma qui avviene qualche cosa che davvero sorprenderebbe se la scienza non ci venisse in aiuto. L’energia criminosa è sommamente suggestiva: ce lo dimostra la psicologia deimeneurs, dominatori della folla delinquente; ce lo mostra l’esperienza di grandi malfattori dal fascino irresistibile nel destare ogni forma di passione nell’animo di persone che furono loro a contatto: Musolino conquistatore della protezione, della simpatia e dell’amore di donne di ogni ceto n’è esempio recente. Ebbene, avviene l’istesso per Riccardo: alla presenza d’un feretro, egli osa tentare il cuore di Anna; costei, dapprima sorpresa, poi renitente, in ultimo dubitante, finisce col cedere e col dare una promessa che era speranza di favorevole condiscendenza. Riccardo se ne meraviglia: Che!—egli esclama—Io che le uccisi lo sposo e il padre, trovarla nell’impeto del suo odio, colle maledizioni alla bocca, le lagrime agli occhi, accanto al testimonio sanguinoso che eccitava la sua vendetta, e in onta del cielo, della sua coscienza e di quel feretro..... io, senz’alcun amico che secondasse le mie preghiere, senzaaltro sussidio che l’inferno e imiei sguardi diabolici, vincerla? Sì, giuoco il mondo contro nulla, ch’ella è mia»[55].Il colloquio con Margherita[56], l’infelice vedova di Enrico VI, è improntato ad un senso di ironia e di scherno, indice della insensibilità morale dell’omicida; anche il sentimento di gratitudine è messo in dileggio. Rimasto solo, Riccardo confessa a sè stesso le proprie colpe, le segrete tristizie che andava ordendo e che egli poneva a conto altrui. Fa porre in carcere Clarenza, e lo compiange, a suo dire, innanzi a molti stolti, quali sono Stanley, Hastings e Buckingham, sostenendo che la regina e la sua famiglia inveleniscano il re contro suo fratello. «Questo essi credono e quindi mi esortano a vendicarmi di Riverys e di Grey; senonchè allora io gemo e con un brano di scrittura dico ad essi che Dio ci impone di fare il bene per il male. Così è che io cuopro la mia perfidia col manto di quell’antica e strana morale, tolta dai libri sacri, e rassembro un santo allorchè recito le parti del demonio!»[57]. Allorchè la energia criminosa perviene a sistemarsi, convertendosi in potere specifico, atteggia tutta intera la coscienza, imprimendo la efficacia sui sentimenti, le idee, i convincimenti, i propositi: la serietà dei controstimoli morali, perdendo qualsiasi valore, è motivo di ridicolo; appunto perchè, avendo l’etica la sanzione nelle migliori attitudini dell’uomo a conformarsi ad intenti di ordine, se queste attitudini mancano, i sacrificî, che altri faccia del proprio benessere per l’altrui, non ha significato; onde l’ironico compatimento per azioni le quali si informano ad illusioni di menti deboli e vinte da pregiudizî.Lo schernire e mettere in dileggio le credenze, le abitudini, che altri predilige in adempimento di dovere religioso o morale e che abbiano scopi altruisti, è segno di malferma coscienza etica e di inclinazioni poco adatte ad opere lodevoli. La delinquenza innalza il culto alle sue divinità sugli altari da cui ha scacciato financo il ricordo del rispetto alla morale: il contrasto perenne, che ne promana,tra le sue opere ed i sentimenti e le idee della comune degli uomini o è incentivo a nascondere, sotto la maschera della astuzia e della simulazione, l’interno pervertimento, o, se non si teme la immanenza di minacce della legge, è fonte di scherno e di dileggio che ora traspare evidente nel gergo adoperato da’ malfattori, ora è perpetuato in segni e figure strane del tatuaggio. Chi ha pratica con grandi delinquenti sa da quanto scetticismo è circondata la loro condotta nei minimi atti della vita. Musolino mostrò divertirsi della requisitoria del Pubblico Ministero; P., famoso in un’associazione a delinquere della mia provincia, tante e tante volte recidivo in reati di sangue, da me difeso, mi confessò di non sapersi ancora persuadere del perchè i magistrati qualificassero le sue azioni per riprovevoli, mentre egli aveva fatto quello che nessuno avrebbe saputo e potuto fare, poichè impotente a farlo!—Il male ha grandi risorse nella coscienza del proprio potere: il mezzo migliore per combatterlo è di diminuire le lusinghe e le speranze che di questo potere sono l’ordinario corteggio; ma ciò torna impossibile fin quando la società non sostituisce, e ne vedremo il perchè ed il come, all’unica sanzione della pena, altri mezzi che, in date evenienze, abbattono il male attaccandolo alle radici.Riccardo—sulla china del delitto—non sente neanche il dubbio ad arrestarsi: egli chiama a sè due sgherri cui commette il mandato di uccidere il povero Clarenza. Il dialogo, tra’ tre malfattori, procede rapido, incisivo; l’idea del delitto infiamma vieppiù mandante e sicarî: Riccardo, licenziandoli, dice: «I vostri occhi versano folgori quando quelli dei pazzi spargono pianti. Vi amo, garzoni; all’opera, presto; ite, ite, affrettatevi»[58].Clarenza fu trucidato, nè Riccardo è pago di sua morte; egli sentivasi così sprofondato nel sangue che un delitto dovea richiamar l’altro. Nè è a meravigliarsi; per lui il delitto era il prodotto spontaneo di tempra morale sortita dalla culla, non modificata dall’età o dalla educazione. La duchessa di York, di lui madre, gli dice: «No, per la santa croce, tuben sai che venisti sulla terra per far della terra l’inferno mio. La tua nascita fu un peso doloroso per me: bieca e caparbia fu la tua infanzia; la tua adolescenza violenta, selvaggia, forsennata; la giovinezza scapigliata, cupida, temeraria. Nell’età matura divenisti altero, astuto, dissimulato, sanguinario, meno fiero, ma più pericoloso, carezzevole mentre odiavi»[59].Alleatosi con Buckingham, triste e remissivo consigliere, Riccardo fa uccidere coloro che avrebbero potuto ostacolare le mire di assorgere al trono, Rivers, Grey, Waugan, Hastings: temendo di affrontare la responsabilità di sì riprovevole condotta, innanzi la pubblica opinione, trova complici che ne mistificano le notizie, ne coonestano gli eventi. Malleabile, simulatore e dissimulatore in pari tempo, mentre medita la morte del legittimo erede al trono, si circonda di religiosi, piega il capo con l’umile posa di uomo contrito e pietoso. Pregato—a sua istanza e sollecitazione—di accettare il trono d’Inghilterra, si scusa, rinunzia; in apparenza costretto, pienamente accetta. Anna, la vedova dell’ucciso Eduardo, è richiamata alla promessa di addivenire sua moglie: ella, tra i tristi ricordi del passato e le maledizioni, che erompono veementi di sua bocca, subisce tuttavia l’effetto suggestivo dellemelate paroledi lui, e cede, pur sapendo che e’ l’odia a cagione del padre, Warwick, e che fra breve debba da lei disciogliersi. Salito sul trono, ricorre alla mano del sicario Tyrrel per far trucidare i figli del fratello, calunniandoli per bastardi: uccide la moglie Anna, per sposare la figlia del fratello; insospettito di Buckingham, gli nega il premio della cooperazione in tante opere di scelleraggini. Costui si ribella, ma arrestato è messo a morte.Il dramma di sangue procede alla fine: un esercito, capitanato da Richmond, si avanza contro l’infame usurpatore; costui si prepara a resistere, ma sente di essere impari alla impresa. L’anima del criminale, dopo di essere ascesa all’apice del maleficio, comincia a dissolversi sotto il peso della propria ambizione soddisfatta. Mentre pel passato non un rimpianto,non un solco di rimorso lasciavan dietro di sè gli inumani delitti, la compagine morale di Riccardo, al primo urto di imminenti pericoli, va in frantumi, e dal fondo buio misterioso del suo interno vien su il cumulo di controstimoli morali, la cui forza era stata repressa dal sovrapposto e saldo strato di degenerata coscienza. La fantasia, turbata dall’insorgere di morbosi sentimenti, diffonde una triste luce su quell’anima tenebrosa: cadono le lusinghe, le ardite speranze, e su quel cuore deserto giganteggia minaccioso il dubbio. L’io, la coscienza perdono l’equilibro; le energie si disorganizzano, e l’uomo dal freddo scetticismo è in preda al ribollimento incomposto di timori e di preoccupazioni manifestate in un vero accesso di delirio. Leggasi il soliloquio nella tenda, pria della battaglia, dopo l’apparizione, in sogno, degli spettri delle persone trucidate, e si avrà una pagina di profonda psicologia dello stadio di dissoluzione dell’anima del criminale. Nel primo momento evvi la sorpresa di insolite rappresentazioni: l’idea di imprevista sventura, esercitando forte e repentina scossa sulla compagine della coscienza, eccita lo strazio del rimorso: Riccardo esclama: e Datemi un altro cavallo ... fasciate le mie ferite ... abbi pietà, Gesù!... Silenzio, ho soltanto sognato—Oh rea coscienza, come mi strazî!... Le lampade mandano raggi azzurri ... È la morta ora della mezzanotte ... Fredde goccie spremute dal terrore stanno sulla mia carne tremante»[60].L’io, disgregato, si sdoppia e si prospetta alla mente personeggiato in duplice immagine: le due coscienze per un momento acquistano opposta omogeneità; il contrasto dinamico di prevalenza si accentua nell’antagonismo di ricordi del passato e di realtà del presente, e, perdutosi il freno di arresto, le idee, i sentimenti si svolgono con la fuga tumultuosa del delirante. «Che! Temo io me stesso? Qui non è alcun altro; Riccardo ama Riccardo; io, son pure io ... È qui qualche omicida? No; ... sì; io ci sono,.. allora si fugga ... Che! Da me stesso? Efficace movente ... Come?... Per paura della mia vendetta ... Oh? Di me, sopra di me? Oimè, io amome stesso»[61].—Finalmente, nel turbinìo della mente, la coscienza riacquista un certo equilibrio instabile: il passato s’integra col presente e l’uomo, giudicando sè medesimo, si prevale, in parte, delle proprie energie e si accascia sotto il peso d’una realtà tenuta nascosta per forza di abituale dissimulazione.«Perchè? Per qualche bene ch’io stesso abbia a me stesso fatto? No, sciagurato, mi abborro piuttosto per opere ree da me concepite. Io sono uno scellerato ... No, mento, tale non sono ... Insensato, di’ bene di te ... Insensato, non adularti. La mia coscienza ha mille lingue, ed ognuna di esse ha il suo racconto, ed ogni racconto mi condanna come uno scellerato. Lo spergiuro, lo spergiuro, al sommo grado; l’omicidio, il crudele omicidio, in tutta la sua efferatezza; tutti i delitti, praticati tutti nelle loro varie forme, si accalcano alla sbarra gridando: Colpevole! colpevole! Mi è forza disperare ...»[62].—L’isolamento dell’animo porta lo sconforto; l’ambizione, perduta l’aureola delle intime risorse, cade abbattuta dinanzi al minimo ostacolo; l’annichilimento dello spirito, ultimo termine di dissoluzione affettiva, paralizza la forza del volere e l’anima si spegne nel doloroso rimpianto d’una pietà che si sa di non meritare. «Nessuno mi ama e, se muoio, nessuno mi rimpiangerà..... In effetto, perchè lo farebbero? Dacchè io stesso in me non trovo alcuna pietà per me ... Mi parve che le anime di tutti coloro che ho trucidato venissero nella mia tenda e che ognuno minacciasse per dimani vendetta sulla testa di Riccardo»[63].Passata l’onda tempestosa del rimordente delirio, ritorna, con la calma dello spirito, la insensibilità, lo scetticismo. In Riccardo la psiche criminosa è, come dicemmo, solidamente organizzata; la propensione al delitto ha la scaturigine nel sentimento di orgoglio, nella speranza di soddisfare la sfrenata ambizione d’un regno. Non manca perciò la tenacia delle imprese, il coraggio di eseguirle. Ed i propositi rei, tuttochè alle volte impulsivi, si fondano in convincimenti, chehanno modificato completamente l’interno ambiente morale. La fortezza di propositi e la tempra salda di carattere pel criminale evoluto son suffragate dal disprezzo di principî direttivi della comune condotta; egli sente di impersonare una forza che fa eccezione in mezzo ai simili, e se ne vanta e si adopra di conservarne la dignità, aureola di luce fosca e di triste augurio. «La coscienza—egli dice—è parola che adoprano i codardi, inventata per tenere i forti in rispetto; le nostre nodose braccia siano la nostra coscienza; le nostre spade siano la nostra legge»[64].Francesco Moor, sorpreso dall’estremo pericolo, presso a soccombere vittima dell’imperversare di furibondi nemici, trema, si dispera, finisce col suicidio. In lui la degenerazione fisica avea il sopravvento sulle tendenze morali; epperò, di fronte al pericolo, il coraggio mancò, per dar luogo allo estremo sussidio di animo debole e disperato, il suicidio. Riccardo, per esuberante combattività, trova in sè la leva di coraggio e di audacia; pugna e cade sul campo di battaglia, incontrando la fine degna di ben altra sorte!

CAPO VII.Processo cosciente del delitto.Stadio di sviluppo.1.—Le diverse classi di elementi constatativi dell’io cosciente del criminale.—2. Sviluppo del carattere individuale; sua importanza nella psicologia criminale dell’infanzia.—3. Condizioni e modi onde si organizza la coscienza comune e quella del delinquente.—4. Le fasi di successiva integrazione della psiche del criminale.—5. Esame delle emozioni criminose; le diverse teoriche—6. Svolgimento della essenza unitaria dell’evento psichico, dalla forma monistica alla manifestazione complessa del pensiero.—7. Errori di James e di Lange intorno alla genesi delle emozioni.—8. Natura delle emozioni criminose.—9. Reazione, periodicità, antagonismo delle emozioni: la reazione.—10. La periodicità.—11. L’antagonismo.—12. La dissoluzione psicologica; teorica meccanica.1.—Lo stadio di sviluppo di coscienza del delitto suppone un materiale, ereditario ed acquisito, di fattori antropologici, fisici e sociali criminosi. L’io del delinquente si viene plasmando gradualmente quale prodotto di assimilazione dei motivi che a lui porge l’ambiente in mezzo al quale si svolge. Gli elementi, ond’egli assomma e trasforma le energie, sono i medesimi che nella esistenza di ciascun individuo concorrono a dare il peculiare assetto differenziato alla singola coscienza. Questi elementi, secondo la giusta teoria di James, si possono dividere in tante classi costituite rispettivamente:a) dall’io materiale;b) dall’io sociale;c) dall’io spirituale;d) dall’io puro.Il delinquente comincia col risentire, sopratutto, gli effetti del proprio organismo, o che funzioni nello stato di equilibrio, dirò così, fisiologico, o che risenta l’influsso di cause patologiche. Indi egli assimila i germi deleterî del vizio o delle tendenze depravate nella propria famiglia, e molto in ciò influisce la condizione economica di privazione di mezzi necessarîperchè egli sollevi il suo stato morale con sufficiente coltura e retta educazione. Le enunciate cause sono altri tanti elementi costitutivi dell’iomaterialedel delinquente.Vengon dopo gli elementi sociali, quei fattori che promanano dalla vita di relazione con i simili; quindi gli esempî di virtù o di vizî, che eccitano la nostra tendenza imitativa; l’influsso della pubblica opinione col corredo dei pregiudizî, degli usi, dei costumi, specialmente tradizionali; la cura, la sollecitudine di conservare integra la buona fama personale, comunque essa s’intenda e per qualunque via si giunga a conquistarla.Ed eccoci all’io spirituale, cioè alla somma delle disposizioni e delle attitudini personali, al complesso delle energie di cui disponiamo per estrinsecarci nella realtà della vita. Sostanzialmente, per questo verso, l’io si viene sviluppando attraverso una lotta continua di tendenze in contrasto tra loro, una successione ininterrotta d’impulsi e d’inibizioni; in guisa che si dovrebbe concludere che ciò che costituisce la coscienza, che noi abbiamo di noi stessi, è essenzialmente il sentimento dimovimenti accomodativi, oppure, se si vuole, di impulsioni motrici, di riflessi inibiti[33].Il primo effetto peculiare, che ne emerge dallo sviluppo organicamente composto dell’io criminoso, è l’antagonismo che vieppiù si viene accentuando tra il fattore antropologico, il cui esponente si sostanzia nella aperta tendenza di egoismo, ed il fattore di ordine sociale nascente dal complesso dei controstimoli, naturali od imposti.Il fattore antropologico agisce perazione impulsiva; il sociale perazione repulsiva; il primo, nel ritmo dinamico della vita di relazione, è l’equivalente d’unmoto accelerato; il secondo di unmoto ritardato. Il diritto ed il dovere si limitano reciprocamente; ove l’uno finisce, l’altro comincia. Non è concepibile l’individuo in società senza che a lui si imponga di sacrificar qualche cosa pel benessere altrui: data la ipotesi che l’individuo sia regolato da impulsi incomposti di egoismo, l’armonia tra la parte ed il tutto scompare, e nell’urto dei moti, con opposte direzioni, l’equilibrio è indottoda una forza estranea, la quale impedisce che ne provengano disastrose conseguenze: indi la legge repressiva, la funzione del magistrato.2.—Dalla lenta o accelerata lotta antagonista tra i sentimenti e le idee del delinquente, improntate ad un fondo di egoismo, manifestantisi in atti di squilibrio psichico, ed i freni imposti dalla sanzione naturale e sociale in correlazione alle umane azioni, si viene assodando e sviluppando il carattere individuale. La fisonomia del criminale si rende meglio delineata; spuntano i segni della specie a cui egli in avvenire apparterrà: la coscienza criminosa si fa più salda, più sicura; l’io personale, bene organizzato, può dire oramai di essere una individualità a sè, non confondibile, per chi sappia bene osservarla, con le rimanenti individualità in comunione.La psicologia criminale dell’infanzia dovrebbe aver di mira, segnatamente, questo periodo di sviluppo del delinquente; periodo fecondo di utilissime osservazioni, perchè l’io criminoso, non trovando peranco la via unica d’incanalamento (mi si passi la frase) della propria energia, la via del delitto, è proteiforme e si lascia sorprendere senza difficoltà nelle attinenze con la vita esteriore. Si vedrà, per esempio, subito il futuro sanguinario, nel fanciullo, alquanto adulto, che compie, senza mostrare di impressionarsi, atti di crudeltà sulle bestie; che, ribelle o impulsivo, corre là dove lo chiamano le compagnie dei peggiori; che ha posa di prepotente, si accende ad ira per la minima offesa, per un benevolo richiamo; serba odio, cova la vendetta, si sente felice di sacrificare l’altrui benessere ad un momento solo di felicità. Egli ha mobilità di atti, ha scatti felini; esuberante, alle volte, nell’affetto, non sa nascondere il fondo egoistico: la passione lo accieca; lo alletta, lo trascina l’idea di sè, l’umiliazione del debole, dell’oppresso.3.—È da osservare con Wundt, che «la coscienza individuale soggiace alle stesse condizioni esterne che tutto l’insieme dei fatti psichici, del quale essa è soltanto una espressione diversa, che serve specialmente a mettere in luce le relazioni reciproche delle parti onde esso è costituito. Come sostrato delle manifestazioni di una coscienza individuale cisi offre dappertutto un individuale organismo animale; nell’uomo e negli animali a lui somiglianti l’organo principale della coscienza è la corteccia del cervello, nei cui tessuti cellulari e fibrosi sono rappresentati tutti gli organi che stanno in relazione coi processi psichici. Noi possiamo considerare la connessione generale degli elementi corticali del cervello come l’espressione fisiologica della connessione dei processi psichici data nella coscienza; e la divisione di funzioni nelle diverse regioni corticali, come il correlativo fisiologico delle varietà numerose dei singoli processi di coscienza. Ma, certamente, in quel centralissimo organo del nostro corpo la divisione di funzioni è pur sempre soltanto relativa; ogni formazione psichica composta presuppone sempre la cooperazione di numerosi elementi e di molte regioni centrali»[34].Ugualmente, nella coscienza del delinquente, si organizzano e si unificano tutti i germi degenerativi che si accumulano per le forme atipiche delle funzioni a lui proprie. L’antropologia vi dirà in che consistano i caratteri differenziali tra il fondo permanente del delinquente e quello dell’uomo normale; la fisiologia descriverà il funzionamento anormale dell’organismo fisico, onde gli atti psichici hanno il primo materiale avariato; la psicologia, prevalendosi dei lumi tolti alle discipline affini, dirà come e perchè il delitto sia il prodotto naturale di condizioni psichiche, il cui esponente causale è nello squilibrio di stati di coscienza.4.—I germi criminosi, fermentando, componendosi, organizzandosi, con processo parallelo psicofisico, vengono gradatamente trasformandosi da forme omogenee ed indistinte in eterogenee e definite. Dapprima le tendenze egoistiche non sono che l’indice generale di stato funzionale di squilibrio: i segni esteriori, in età, in ambienti diversi del delinquente, lasciano appena intravedere l’essere futuro; il nucleo, dirò, centrale di ciascuna formazione psichica, il colorito dei sentimenti, gl’intenti prossimi o remoti della vita di relazione, il tutto insieme dei processi di affettività, di attività addimostrano il fondo di incoerenza, di insensibilità, di immoralità: il vizio ed il delitto, nei primi stadî di sviluppodell’anima del criminale, si confondono e si unificano. Ma, se le forze ambienti non giungono a modificare le correnti malefiche dei germi in fermentazione, verrà giorno in cui queste prenderanno direzioni distinte, e l’io del criminale, organizzandosi, si unificherà e rafforzerà, mercè l’assorbimento e la fusione, con la propria energia, di tutte le energie similari coerenti alla inclinazione verso data specie di delitto. Avviene, allora, che tutto intero l’organismo psichico subisca novella trasformazione, e, seguendo un’altra fase di processo disintegrativo ed integrativo, abbandonerà, per legge di selezione organica, gli elementi difformi alla specie di delitto in prevalenza e si rafforzerà a percorrere la discesa fatale su cui si è messo. Le idee morali, i sentimenti, l’intero corredo dei pregiudizî, il cumulo delle impulsioni sociali, fin i convincimenti religiosi avranno modificazioni appariscenti: un nuovo mondo si va enucleando, con leggi e con moto proprio.Il sanguinario, l’uomo dall’abitudine alla violenza, attingerà coraggio all’offesa, alla vendetta da idee strane, ma sistemate, di falsi pretesti protettivi dell’onore e della dignità personale; da sentimenti morbosi di alterigia di supremazia; da passioni dissolute al giuoco, all’alcoolismo, ai piaceri sessuali; dalla frequenza del delirio di persecuzione; da credenze religiose inchinevoli piuttosto al feticismo, che alla concezione di sanzione dell’ordine etico. Egli, assorbito dall’io egoistico primeggiante, sdegnerà di attentare alla proprietà, di commettere furti; rifuggirà dall’abusare dell’altrui buona fede, dal commettere frodi o falsità; anzi, la esagerata coscienza di sè, gli imporrà l’obbligo di prestare, financo, aiuto a chi sia caduto vittima dell’altrui ingordigia e raggiri. Quante volte, dimandando ad un omicida se in precedenza abbia riportate altre condanne, sentirete rispondere: per ferimenti, per oltraggi; ma giammai per furto! Ogni specie di delinquente ha la sua morale: pel sanguinario è obbligo imprescindibile di non macchiarsi di reati di furto: il rispetto verso i simili si limita alla proprietà, non alla persona!Ben altrimenti accade per i truffatori ed i ladri. Il fondo comune è sempre lo stato di squilibrio degenerativo. Tra i primi, giusta le osservazioni del Marro, prevalgono le anomaliepatologiche; nelle atipiche essi eguagliano i normali, e solo li superano d’alquanto nelle ataviche: l’alcoolismo assume forme più gravi che non nei feritori, in grazia del più propizio terreno naturale che trova in essi; non rare manifestansi le alienazioni mentali; loro tratto caratteristico è la diffidenza, che in nessun’altra classe di delinquenti trovasi così spiccata e generale; avvi frequente propensione al giuoco, l’avidità e la cupidigia del guadagno[35].—I ladri, nel significato generico, sono anch’essi alcoolisti, pieni di pregiudizî religiosi, deficienti di mente, ma astuti e cauti; per lo più timidi; soggetti a forme tipiche di manie impulsive; con scarsezza di sentimenti etici, anzi questi, per loro, messi in ostentazione, servono quali motivi di scuse, quali mezzi onde sfuggire la responsabilità: dediti all’ozio, il lavoro è pretesto di disgusto d’una condotta retta; l’allettamento suggestivo della riuscita della impresa li solletica, li anima, li conquide.5.—A questo stadio cosciente del delitto appartiene l’esame delle emozioni criminose.Le percezioni e le rappresentazioni, oltre ad avere un contenuto ideale permanente, sono accompagnate da tono sentimentale di piacere e di dolore. Abbiamo visto che il piacere ed il dolore non sieno che stati integrativi o disintegrativi di coscienza, seguìti da aumento o diminuzione di energia personale. Le emozioni sono stati interni, i quali alterano il senso generale cenestetico e tendono ad impedire il corso naturale di correnti della vita ideale ed affettiva. Circa la loro origine vi sono differenti teoriche. La prima, desunta dalla comune esperienza, ammette che gli stati emotivi sieno di origine centrale ed affatto interna: una rappresentazione, una percezione, una idea destano sentimento piacevole o doloroso che si diffonde e si ripercuote sull’organismo producendo espressioni somatiche. L’ira, l’odio, l’amore sono il prodotto dell’energia di analoghi motivi: il loro equivalente fisico è rappresentato da concomitanti fenomeni vaso-motori.La seconda teorica, propugnata da Lange e da James, segue il processo inverso. Essa sostiene,che le modificazioni fisiche conseguono direttamente alla percezione del fatto eccitante, e che il senso nostro di quelle modificazioni, mentre avvengono, costituisce l’emozione. James spiega: «Il senso comune dice: Noi perdiamo la nostra fortuna, siamo tristi, piangiamo; incontriamo un orso, siamo spaventati e scappiamo; veniamo insultati da un rivale, siamo arrabbiati e reagiamo. L’ipotesi, che qui difenderemo, afferma che tale ordine di seguenza è scorretto, che l’uno stato mentale non è indotto immediatamente dall’altro, ma che vi si debbano dapprima frapporre le modificazioni organiche, e che l’affermazione più razionale è, che noi siamo tristi perchè piangiamo, siamo spaventati perchè tremiamo, arrabbiati perchè reagiamo, e non che piangiamo, tremiamo, reagiamo perchè siamo tristi, spaventati, arrabbiati, secondo i casi. Se le modificazioni organiche non tenessero dietro immediatamente alla percezione, quest’ultima sarebbe soltanto cognitiva, pallida, fredda, destituita di colore emotivo. Potremmo in tal caso vedere l’orso e giudicare che fosse meglio fuggire; ricevere un insulto e decidere di reagire, ma non sapremmo sentirci effettivamente spaventati o arrabbiati»[36].A meglio dilucidare le sue idee, James ricorda i seguenti fatti: che gli oggetti eccitano modificazioni organiche mediante un meccanismo preorganizzato, oppure che le modificazioni sono così indefinitamente numerose e sottili, che l’intero organismo può venir chiamato unrisonatoreche ogni modificazione della coscienza, per quanto lieve, può porre in vibrazione; che ogni manifestazione organica, qualunque essa sia, èsentita, acutamente od oscuramente, appena si produce. «Se ci immaginiamo qualche emozione forte, quindi cerchiamo di astrarre, dalla coscienza che di essa abbiamo, tutte le sensazioni dei suoi sintomi fisici, troviamo che non ci resta alcun residuo, nessunasostanza mentaleonde possa constare l’emozione, ma che non ci resta che uno stato freddo e indifferente di percezione intellettuale. Vero è che, sebbenemolte persone interrogate dicano che la loro introspezione verifica questa asserzione, altre persistono nel negare. Molti ancora non arrivano ad intendere la questione..... Un’emozione umana incorporea è una non-entità. Non dico già che essa sia una contraddizione nella natura delle cose, o che i puri spiriti siano condannati ad una fredda vita intellettuale; ma dico che, pernoi, è inconcepibile l’emozione dissociata da ogni sensazione organica. Quanto più intimamente io indago i miei stati d’animo, e più mi persuado che tutte le condizioni, gli affetti, le passioni che io ho sono veramente costituite da quelle modificazioni organiche che ordinariamente diciamo essere la loro espressione o la loro conseguenza; e, più, mi sembra che, se mi accadesse di diventare anestesico in tutto il corpo, verrei ad essere escluso dalla vita degli affetti, aspri o teneri, per menare una vita puramente conoscitiva e intellettiva. Una simile esistenza, se anche è apparsa come una vita ideale a certi antichi saggi, è troppo apatica per essere desiderata da coloro che sono nati da qualche generazione, dopo che la sensibilità è tornata in grazia»[37].6.—Per bene apprezzare la esposta teoria, sostenuta anche dal Ribot, dal Sergi e dall’alienista francese G. Dumas, è d’uopo rifarci alquanto indietro e svolgere l’essenza unitaria, di cui già facemmo parola, dell’evento psichico, dalla più bassa forma monistica alla più complessa manifestazione del pensiero.La scala psicologica evolutiva, dalpsicoplasma(o sostanza psichica nel senso monistico) agli atti volitivi, percorre degli stadî che sono altrettanti gradi integrativi organici differenziati. A prescindere dagli strati più bassi, arriviamo a comprendere che, rispetto alla vita psichica dell’uomo, il fenomeno fondamentale sia la rappresentazione (Herbart). Il gruppo importante delle attività psichiche emotive interessa specialmente perchè dimostra immediatamente il nesso diretto delle percezioni cerebrali con altre percezioni fisiologiche (impulso cardiaco, attività dei sensi, contrazionemuscolare); perciò diventa chiaro quanto c’è di non naturale e di insostenibile in quella filosofia, che vuole separare fondamentalmente la psicologia dalla fisiologia (Haeckel). Il principale problema, al quale si attese da chi volle sorprendere il mistero della vita psicofisica, fu posto, innanzi tutto, nella ricerca dell’equivalente meccanico, chimico o fisico, e fisiologico degli stati di coscienza; indi fu allargato alle forme primigenie dell’attività psichica. Il primo aspetto del problema, però, è un residuo, o non confessato o inconsapevole, del vecchio dualismo, che distingueva la forza vitale dalle altre forze naturali; peggio ancora, l’anima dei bruti da quella dell’uomo.—Senonchè «il pensiero, la coscienza, non è altro che il lato subbiettivo dei fenomeni vitali, e però non può differenziarsi da questi, meno che mai può mettersi di fronte ad essi in una specie di antagonismo, come in fin dei conti avviene del lavoro meccanico di fronte al calore, di guisa che l’uno abbia finito di essere quando l’altro incomincia ad essere. Il fenomenocoscienzaaccompagna i mutamenti interni trofici e metagenetici del cervello, non li anticipa nè li sussegue; perciò malamente si capisce come entro allo stesso cervello debbano prodursialtrimutamenti o assimilativi o dissimilativi, di cui il pensiero sarebbe la manifestazione subbiettiva. Si dovrebbe perciò supporre (cosa assurda e antibiologica) che i centri nervosi sieno sede di due diverse specie di metabolismo!»[38].Il principio unitario dell’evento psichico (Mili, Lewes, Spencer, Lotze, Horwicz, Lippe, Haeckel, Morselli, ecc.) si riassume nel ritenere, con Ardigò, che quelle, che i metafisici chiamano facoltà attive e passive, interne ed esterne, animali e razionali, rappresentative affettive e volutive, e così via, non sono infine che combinazioni variate dei medesimi elementi, come altrettante parole, di suono e di significato diverso, formate colle medesime lettere dello stesso alfabeto[39].7.—Dopo aver ciò premesso, sarà agevole inferire in che consista l’equivoco del James, del Lange e dei loro seguaci. Si è voluto spezzare l’unità psicofisica del fenomeno interno della emozione; si è voluto credere che ciò che per mera opportunità metodica gnoseologica poteva essere avvisato in due momenti differenti (il momento fisico ed il momento psichico) fosse davvero il prodotto di due fatti separati con seguenza necessaria. La verità è, che i due momenti, in apparenza analoghi a fatti diversi, non sono che due lati di unico fenomeno, il cui sostrato dinamico ha l’equivalente nella energia trasformata del motivo esterno od interno. Il Lange e James, separando il contenuto della percezione dal tono sentimentale della emozione, credono di aver trovata la possibilità di uno stato di freddezza e di indifferenza intellettuale; l’argomento, cioè, che la emozione non sia concepibile se non quale effetto di modificazioni organiche. Essi non si avvedono che la fatta ipotesi poggia sull’errore di credere che davvero possa ricorrere una percezione intellettuale fredda ed indifferente, e che sia a noi concesso di astrarre, dalla emozione, tutti i sintomi fisici, senza che di essa non si muti sostanzialmente l’intima essenza. Ogni percezione non è mai disgiunta da un grado di equivalente dinamico: se alla emozione si sottraggono i concomitanti fisici, sopprimendosene fin il ricordo, essa si trasforma in idea; dal campo affettivo passa nel campo intellettivo. A che, dunque, parlare di precedenza o di seguenza, se nella continuità degli stati di coscienza la singola unità d’un fenomeno per tanto serba la fisonomia di processo differenziato per quanto si concepisce quale somma o composto di elementi constitutivi? I fenomeni intellettivi e gli affettivi son due rami del medesimo tronco, le cui radici si profondano nel suolo sottostante delle funzioni riflesse, automatiche ed istintive: la psicologia comparata ci sospinge ancora oltre, e ci induce a concludere con Haeckel, che una catena ininterrotta di tutti i gradi di passaggio possibili riunisca gli stati originarî primitivi del sentimento nel psicoplasma dei protisti unicellulari con queste altissime forme evolutive della passione nell’uomo, che hanno la loro sede nelle cellule gangliari della corteccia cerebrale.8.—Passando a trattare delle emozioni criminose, non possiamo che ripetere ciò che altrove[40]scrivemmo.Poichè, come osserva il Sergi, sono varie le vie di attività, varie le condizioni dell’ambiente e di diverso carattere i bisogni animali e umani, varî gruppi di percezioni e di stati psichici, che si riferiscono a dolori e a piaceri associati organicamente, devono essersi formati; i quali gruppi sono come tanti centri psicorganici di emozioni diverse e secondo le condizioni speciali e la composizione degli elementi psichici e degli organici tutti insieme e delle cause esterne determinatrici dei medesimi stati coscienti[41].Tali gruppi psicorganici,centri emozionali derivati o istintivi, considerati riguardo al delitto, sono la base reale delle tendenze criminose; quindi il vero criterio per una differenziazione scientifica di tipi di delinquenti. La emozione è la scaturigine, prossima o remota, dell’umana attività; ad essa si ricongiungono tutte le nostre azioni. Data, dunque, la ipotesi di centri emotivi differenziati, per lunga azione integrativa di coefficienti d’ambiente o di cause contingenti, l’attività individuale si indirizzerà a fini analoghi alla natura degli impulsi che ne sono la manifestazione, e di qui i caratteri distintivi di tipi criminali.9.—Questicentri emotiviobbediscono, non che alle leggi statiche e dinamiche, eziandio a dei modi che possono raccogliersi sotto gl’infrascritti termini:reazione,periodicità,antagonismo.Nel mondo psichico, similmente che nel mondo esterno della materia, è dominante la legge dellainerzia, per la quale non sarebbe possibile la produzione di un fenomeno di movimento senza che in precedenza non fosse impresso l’impulso che valga a determinarlo; nè, determinato che sia, si avrebbe la cessazione se il moto non fosse arrestato da ostacoli o da contrario impulso. La coscienza, prodotto di processi accumulatisi, resterebbe in condizione invariata se non sopravvenissero continui motivi, che ne producono i cambiamenti ene alterano il contenuto. Di qui l’azionedi questi motivi, alla quale corrisponde egualereazione.10.—Laperiodicitàdelle emozioni rientra nella gran legge delritmo del moto.—La prova della periodicità di emozioni criminose noi la troviamo nella influenza delle età, dello stato sociale, delle meteore, degli elementi etnici sulla produzione di taluni crimini in aumento o in diminuzione con costante processo statistico. Che se da considerazioni generali scendiamo all’analisi di singole emozioni, vedremo che la legge ha riscontro indefettibile e che ci serve, alle volte, per elevarci a dei criterî logici preziosi di cui ci avvaliamo nella prova della successione degli atti incriminabili e della entità di ciascuno.Consideriamo, ad esempio, la collera, che, ridestata dall’idea di offesa ricevuta, è emozione caratteristica la quale accompagna i reati d’impeto. L’individuo, che n’è affetto, dapprima è come travolto da tempesta, che gli toglie il discernimento e lo spinge ad atti incomposti di violenza. Poco a poco, dopo che sia avvenuta, mediante una mimica concitata di reazione, la scarica della energia accumulata, subentra lo stato di calma apparente; l’individuo resta oppresso sotto l’incubo della idea che ne ha invasa la coscienza: nell’oscillazione tra il passato ed il presente, il pensiero ed il sentimento ora attingono il grado di esplosione, ora si abbassano fino allo stato di abbattimento, di umiliazione: basterà che qualunque circostanza aggiunga o tolga peso al motivo di offesa perchè o si precipiti difilato all’azione reattiva, o ritorni la calma e si ristabilisca l’equilibrio.11.—Intendo perantagonismo delle emozioni criminosela concorrenza, simultanea o successiva, di correnti di attività ridestatesi nella coscienza del delinquente, a séguito del motivo interno, per conseguire lo scopo del delitto. Queste correnti sono energie attuali, che partono dal medesimo fondo degenerativo e che, ad un punto del campo della coscienza, insorgono e tendono a prevalere, ciascuna per la sua direzione; alcuna volta fondendosi insieme, altra volta sforzandosi o di elidersi o di sovrapporsi con vicendevole moto, per opposte impulsioni. Nella ipotesi di fusione, la energia emotiva si rafforza in ragione delle coefficienze di correnti; nella ipotesi dicontrasto, si hanno i seguenti stati interni: turbamento generale del soggetto, che dapprima tentenna a quale fine indirizzarsi, indi a quali mezzi di scelta appigliarsi; indebolimento dell’eccitamento emotivo iniziale; equilibrio instabile di condizioni associative o appercettive; esaurimento di eccitazione o prevalenza d’una corrente sulle altre ed impulsione unica all’azione.12.—Parlando della dissoluzione psicofisica del delinquente, ci fermammo segnatamente ad osservarne la forma morbosa o patologica. Dobbiamo completare la trattazione restringendoci, con maggiore attenzione, alla sfera della affettività e della ideazione, in istato non patologico, ma fisiologico; vale a dire durante il processo disintegrativo ordinario della psiche del delinquente, senza che vi intervenga l’influsso deleterio di qualche specie di malattia.Il Ribot scrive: «La legge di dissoluzione, in psicologia, consiste in una regressione continua che discende dal di sopra al disotto, dal complesso al semplice, dall’instabile allo stabile, dal meno organizzato al meglio organizzato: in altri termini, le manifestazioni, che sono le ultime in data nella evoluzione, spariscono le prime; quelle che sono apparse le prime spariscono le ultime. L’evoluzione e la dissoluzione seguono un ordine inverso»[42].Il Janet, al Congresso di psicologia di Roma, ha svolto un tema sulleoscillazioni del livello mentale, dimostrando che il progresso e il regresso del livello mentale non sono costanti; che grandi fluttuazioni di questo livello sono state osservate da lungo tempo negli isterici, ma sarebbe un errore il credere che gli individui normali ne vadano esenti. Questo abbassamento del livello mentale è costituito da grande depressione psichica, da un senso di depressione, di diminuzione di sè, di amnesie e da amnesie retrograde. L’ultima cosa appresa è la prima ad essere distrutta nell’abbassamento del livello mentale; ed è perciò che quello che vi è di più nuovo, di più recente, cioè il momento attuale, è ciò appunto che per primo viene a perdere il suo interesse quandolo spirito s’indebolisce; e il primo sintomo dell’indebolimento mentale è appunto l’inseguire fantasticamente oggetti o idee lontane od inutili, perdendo di vista la necessità e l’attività del presente[43].Rifacendoci alquanto indietro, diamo la teorica più probabile da adottare. Le sensazioni, le rappresentazioni, le idee, i sentimenti, serbando il doppio ritmo di coesistenza e di successione, si fondono, si organizzano, si unificano in composti psichici separati, che tra loro sono in relazioni di affinità o di identità. Il funzionamento psichico, in generale, ha l’equivalenza in analoga funzione cerebrale, che non ammette energie singole ristrette, con attività chimico-fisica, in centri qualitativamente differenziati, nè ammette la localizzazione di facoltà in senso materiale ed assoluto. La localizzazione cerebrale funzionale deve intendersi nel senso di maggiore attitudine di alcuni centri, rispetto agli altri, nel ridestare la efficacia di data energia, o, meglio, nel far sì che l’attività dell’io, fisica o psichica, prenda una direzione o un’altra, si manifesti in modo speciale. Il solo vero interessante è di sapere, che la funzione del cervello sia l’attività risultante di tante energie componenti, e che «una mentalità sia una specialità di onda cerebrale, più o meno estendentesi nella trama craniale, più o meno composta di varie concorrenti, più o meno normalmente spiegantesi, più o meno alterantesi, per le condizioni diversificate del cervello»[44].Psichicamente avvisata, la risultante ultima della funzione cerebrale corrisponde ai due atti più complessi, il mentale e l’affettivo, la intelligenza e la volontà. La intelligenza, unificando il prodotto psichico delle rappresentazioni, è alla sua volta un composto decomponibile negli elementi di idee e di appercezioni; la volontà, assommando il cumulo delle energie attuali di motivi e di sentimenti, segna la linea discendente della curva descritta dall’integrarsi della psiche, poichè essa corrisponde al momento dinamico in cui l’io tende a proiettarsial di fuori ed a completarsi nell’azione esteriore. In questo ascendere o discendere continuo, in questa organizzazione vicendevole del tutto insieme e delle parti, in questa relazione statica (o di solasussistenza) e dinamica (o di solaoperazione) tra i centri funzionali cerebrali, o tra i composti psichici, è tutta la vita dell’io, è la origine degli stati di coscienza, della evoluzione e della dissoluzione della personalità; evoluzione quando si ascende, dissoluzione quando si discende.La coscienza si rende più complessa, più stabile a seconda che meglio si organizzi; i suoi piani, o strati, si consolidano come più le rappresentazioni acquistano maggiore compattezza.L’ultimo composto psichico formatosi è il primo a dissolversi nella disintegrazione della personalità; le emozioni disinteressate, cioè che attingono la più alta cima della vita affettiva, sono le prime, secondo Ribot, a scomparire nella discesa morale. L’importante a ricordare è però questo, che la esaminata dissoluzione è modificata dal duplice ordine di vita di relazione, l’ordine di tempo o della seguenza degli stati di coscienza, e l’ordine di coesistenza o del simultaneo concorso di energie convergenti.Chi voglia formarsi l’idea approssimativa di ciò che sia la coscienza nello stato normale e nello stato di alterazione, immagini un piano liquido, sotto limpido cielo, attorniato da verdeggianti alberi, rispecchiante i molti oggetti cosparsi sulla riva.Il cielo, gli alberi si riflettono col colore, con le forme naturali. Anche a non rivolgere gli occhi attorno, basterà fissarli sulla superficie dell’acqua per vedere e riconoscere la realtà di esistenti sopra ed in giro, da vicino e da lontano.Le onde, che appena si increspano, fan fluttuare le immagini, rendendole, talfiata, poco visibili; altra volta confuse, ondeggianti, di forme alterate: ma, purchè si porga un po’ d’attenzione, purchè si fissi meglio l’occhio, è facile accorgersi dell’errore di senso, ed avere la percezione esatta degli oggetti riflessi.—Suppongasi che qualcuno gitti nell’acqua un grosso sasso. Al rumore del tonfo, subito vi accorgete che succede gran turbamento. La luce più non espande il suoriflesso; le immagini degli oggetti spariscono, le correnti si intorbidano e confondono. Se attendete alcun poco, permettendo che ritorni alquanto la calma, vi accorgete subito che attorno al punto dell’urto, là dove il tonfo è avvenuto, cominciano a descriversi dei cerchi concentrici, con movimenti repulsivi e con ritmo decrescente.Il piano liquido è la coscienza allo stato normale: essa rispecchia il mondo esterno con naturalezza di forme e di colorito; l’osservazione introspettiva, l’occhio della mente, che si riflette sul suo campo visivo, ne percepisce la realtà; la più perfetta armonia esiste tra il mondo esterno e l’interno, tra le immagini, o le rappresentazioni, e gli stati oscillanti ed instabili, ma contenuti in ritmo di equilibrio. Alla scossa d’un’idea, che viene dal di fuori o insorge repentina dal fondo dell’anima; al furioso assalto di un sentimento, che mette il tutto in subbuglio, succede lo scompiglio della coscienza e scompare la serenità e la calma. Passa alcun tempo, l’ordine si ristabilisce alquanto, ma dal punto, ove la scossa è avvenuta, si seguono continue impulsioni, le quali, con moto centrifugo, sprigionano, con seguenza di scariche, la energia accumulata in grado esuberante.Suppongasi ancora che, invece dell’urto del sasso (della scossa d’una idea), senza che altra causa di turbamento vi si aggiunga, l’acqua sia messa in moto da tempestose correnti che ne alterino profondamente la superficie e ne sconvolgano il fondo: ov’è più l’agio di veder riflessi gli oggetti esterni, ov’è il flusso e riflusso delle onde, l’avvicendarsi tranquillo di tenui movimenti? Ed ugualmente, se la coscienza sia profondamente turbata, gli stati psichici sovrapposti si infrangono, le energie accumulate ed omogenee si confondono, vengono, con moto incomposto, furiosamente a galla e si espandono; le tendenze, che ad esse sono unite, di impulsività egoistiche, riprendono il sopravvento a detrimento di nuove energie sovrapposte; il fondo rimugghia e distrugge, col sollevarsi, l’ultimo piano, il meno differenziato, ma il più perfetto nella selezione organica della coscienza.

Processo cosciente del delitto.Stadio di sviluppo.

1.—Le diverse classi di elementi constatativi dell’io cosciente del criminale.—2. Sviluppo del carattere individuale; sua importanza nella psicologia criminale dell’infanzia.—3. Condizioni e modi onde si organizza la coscienza comune e quella del delinquente.—4. Le fasi di successiva integrazione della psiche del criminale.—5. Esame delle emozioni criminose; le diverse teoriche—6. Svolgimento della essenza unitaria dell’evento psichico, dalla forma monistica alla manifestazione complessa del pensiero.—7. Errori di James e di Lange intorno alla genesi delle emozioni.—8. Natura delle emozioni criminose.—9. Reazione, periodicità, antagonismo delle emozioni: la reazione.—10. La periodicità.—11. L’antagonismo.—12. La dissoluzione psicologica; teorica meccanica.

1.—Lo stadio di sviluppo di coscienza del delitto suppone un materiale, ereditario ed acquisito, di fattori antropologici, fisici e sociali criminosi. L’io del delinquente si viene plasmando gradualmente quale prodotto di assimilazione dei motivi che a lui porge l’ambiente in mezzo al quale si svolge. Gli elementi, ond’egli assomma e trasforma le energie, sono i medesimi che nella esistenza di ciascun individuo concorrono a dare il peculiare assetto differenziato alla singola coscienza. Questi elementi, secondo la giusta teoria di James, si possono dividere in tante classi costituite rispettivamente:a) dall’io materiale;b) dall’io sociale;c) dall’io spirituale;d) dall’io puro.

Il delinquente comincia col risentire, sopratutto, gli effetti del proprio organismo, o che funzioni nello stato di equilibrio, dirò così, fisiologico, o che risenta l’influsso di cause patologiche. Indi egli assimila i germi deleterî del vizio o delle tendenze depravate nella propria famiglia, e molto in ciò influisce la condizione economica di privazione di mezzi necessarîperchè egli sollevi il suo stato morale con sufficiente coltura e retta educazione. Le enunciate cause sono altri tanti elementi costitutivi dell’iomaterialedel delinquente.

Vengon dopo gli elementi sociali, quei fattori che promanano dalla vita di relazione con i simili; quindi gli esempî di virtù o di vizî, che eccitano la nostra tendenza imitativa; l’influsso della pubblica opinione col corredo dei pregiudizî, degli usi, dei costumi, specialmente tradizionali; la cura, la sollecitudine di conservare integra la buona fama personale, comunque essa s’intenda e per qualunque via si giunga a conquistarla.

Ed eccoci all’io spirituale, cioè alla somma delle disposizioni e delle attitudini personali, al complesso delle energie di cui disponiamo per estrinsecarci nella realtà della vita. Sostanzialmente, per questo verso, l’io si viene sviluppando attraverso una lotta continua di tendenze in contrasto tra loro, una successione ininterrotta d’impulsi e d’inibizioni; in guisa che si dovrebbe concludere che ciò che costituisce la coscienza, che noi abbiamo di noi stessi, è essenzialmente il sentimento dimovimenti accomodativi, oppure, se si vuole, di impulsioni motrici, di riflessi inibiti[33].

Il primo effetto peculiare, che ne emerge dallo sviluppo organicamente composto dell’io criminoso, è l’antagonismo che vieppiù si viene accentuando tra il fattore antropologico, il cui esponente si sostanzia nella aperta tendenza di egoismo, ed il fattore di ordine sociale nascente dal complesso dei controstimoli, naturali od imposti.

Il fattore antropologico agisce perazione impulsiva; il sociale perazione repulsiva; il primo, nel ritmo dinamico della vita di relazione, è l’equivalente d’unmoto accelerato; il secondo di unmoto ritardato. Il diritto ed il dovere si limitano reciprocamente; ove l’uno finisce, l’altro comincia. Non è concepibile l’individuo in società senza che a lui si imponga di sacrificar qualche cosa pel benessere altrui: data la ipotesi che l’individuo sia regolato da impulsi incomposti di egoismo, l’armonia tra la parte ed il tutto scompare, e nell’urto dei moti, con opposte direzioni, l’equilibrio è indottoda una forza estranea, la quale impedisce che ne provengano disastrose conseguenze: indi la legge repressiva, la funzione del magistrato.

2.—Dalla lenta o accelerata lotta antagonista tra i sentimenti e le idee del delinquente, improntate ad un fondo di egoismo, manifestantisi in atti di squilibrio psichico, ed i freni imposti dalla sanzione naturale e sociale in correlazione alle umane azioni, si viene assodando e sviluppando il carattere individuale. La fisonomia del criminale si rende meglio delineata; spuntano i segni della specie a cui egli in avvenire apparterrà: la coscienza criminosa si fa più salda, più sicura; l’io personale, bene organizzato, può dire oramai di essere una individualità a sè, non confondibile, per chi sappia bene osservarla, con le rimanenti individualità in comunione.

La psicologia criminale dell’infanzia dovrebbe aver di mira, segnatamente, questo periodo di sviluppo del delinquente; periodo fecondo di utilissime osservazioni, perchè l’io criminoso, non trovando peranco la via unica d’incanalamento (mi si passi la frase) della propria energia, la via del delitto, è proteiforme e si lascia sorprendere senza difficoltà nelle attinenze con la vita esteriore. Si vedrà, per esempio, subito il futuro sanguinario, nel fanciullo, alquanto adulto, che compie, senza mostrare di impressionarsi, atti di crudeltà sulle bestie; che, ribelle o impulsivo, corre là dove lo chiamano le compagnie dei peggiori; che ha posa di prepotente, si accende ad ira per la minima offesa, per un benevolo richiamo; serba odio, cova la vendetta, si sente felice di sacrificare l’altrui benessere ad un momento solo di felicità. Egli ha mobilità di atti, ha scatti felini; esuberante, alle volte, nell’affetto, non sa nascondere il fondo egoistico: la passione lo accieca; lo alletta, lo trascina l’idea di sè, l’umiliazione del debole, dell’oppresso.

3.—È da osservare con Wundt, che «la coscienza individuale soggiace alle stesse condizioni esterne che tutto l’insieme dei fatti psichici, del quale essa è soltanto una espressione diversa, che serve specialmente a mettere in luce le relazioni reciproche delle parti onde esso è costituito. Come sostrato delle manifestazioni di una coscienza individuale cisi offre dappertutto un individuale organismo animale; nell’uomo e negli animali a lui somiglianti l’organo principale della coscienza è la corteccia del cervello, nei cui tessuti cellulari e fibrosi sono rappresentati tutti gli organi che stanno in relazione coi processi psichici. Noi possiamo considerare la connessione generale degli elementi corticali del cervello come l’espressione fisiologica della connessione dei processi psichici data nella coscienza; e la divisione di funzioni nelle diverse regioni corticali, come il correlativo fisiologico delle varietà numerose dei singoli processi di coscienza. Ma, certamente, in quel centralissimo organo del nostro corpo la divisione di funzioni è pur sempre soltanto relativa; ogni formazione psichica composta presuppone sempre la cooperazione di numerosi elementi e di molte regioni centrali»[34].

Ugualmente, nella coscienza del delinquente, si organizzano e si unificano tutti i germi degenerativi che si accumulano per le forme atipiche delle funzioni a lui proprie. L’antropologia vi dirà in che consistano i caratteri differenziali tra il fondo permanente del delinquente e quello dell’uomo normale; la fisiologia descriverà il funzionamento anormale dell’organismo fisico, onde gli atti psichici hanno il primo materiale avariato; la psicologia, prevalendosi dei lumi tolti alle discipline affini, dirà come e perchè il delitto sia il prodotto naturale di condizioni psichiche, il cui esponente causale è nello squilibrio di stati di coscienza.

4.—I germi criminosi, fermentando, componendosi, organizzandosi, con processo parallelo psicofisico, vengono gradatamente trasformandosi da forme omogenee ed indistinte in eterogenee e definite. Dapprima le tendenze egoistiche non sono che l’indice generale di stato funzionale di squilibrio: i segni esteriori, in età, in ambienti diversi del delinquente, lasciano appena intravedere l’essere futuro; il nucleo, dirò, centrale di ciascuna formazione psichica, il colorito dei sentimenti, gl’intenti prossimi o remoti della vita di relazione, il tutto insieme dei processi di affettività, di attività addimostrano il fondo di incoerenza, di insensibilità, di immoralità: il vizio ed il delitto, nei primi stadî di sviluppodell’anima del criminale, si confondono e si unificano. Ma, se le forze ambienti non giungono a modificare le correnti malefiche dei germi in fermentazione, verrà giorno in cui queste prenderanno direzioni distinte, e l’io del criminale, organizzandosi, si unificherà e rafforzerà, mercè l’assorbimento e la fusione, con la propria energia, di tutte le energie similari coerenti alla inclinazione verso data specie di delitto. Avviene, allora, che tutto intero l’organismo psichico subisca novella trasformazione, e, seguendo un’altra fase di processo disintegrativo ed integrativo, abbandonerà, per legge di selezione organica, gli elementi difformi alla specie di delitto in prevalenza e si rafforzerà a percorrere la discesa fatale su cui si è messo. Le idee morali, i sentimenti, l’intero corredo dei pregiudizî, il cumulo delle impulsioni sociali, fin i convincimenti religiosi avranno modificazioni appariscenti: un nuovo mondo si va enucleando, con leggi e con moto proprio.

Il sanguinario, l’uomo dall’abitudine alla violenza, attingerà coraggio all’offesa, alla vendetta da idee strane, ma sistemate, di falsi pretesti protettivi dell’onore e della dignità personale; da sentimenti morbosi di alterigia di supremazia; da passioni dissolute al giuoco, all’alcoolismo, ai piaceri sessuali; dalla frequenza del delirio di persecuzione; da credenze religiose inchinevoli piuttosto al feticismo, che alla concezione di sanzione dell’ordine etico. Egli, assorbito dall’io egoistico primeggiante, sdegnerà di attentare alla proprietà, di commettere furti; rifuggirà dall’abusare dell’altrui buona fede, dal commettere frodi o falsità; anzi, la esagerata coscienza di sè, gli imporrà l’obbligo di prestare, financo, aiuto a chi sia caduto vittima dell’altrui ingordigia e raggiri. Quante volte, dimandando ad un omicida se in precedenza abbia riportate altre condanne, sentirete rispondere: per ferimenti, per oltraggi; ma giammai per furto! Ogni specie di delinquente ha la sua morale: pel sanguinario è obbligo imprescindibile di non macchiarsi di reati di furto: il rispetto verso i simili si limita alla proprietà, non alla persona!

Ben altrimenti accade per i truffatori ed i ladri. Il fondo comune è sempre lo stato di squilibrio degenerativo. Tra i primi, giusta le osservazioni del Marro, prevalgono le anomaliepatologiche; nelle atipiche essi eguagliano i normali, e solo li superano d’alquanto nelle ataviche: l’alcoolismo assume forme più gravi che non nei feritori, in grazia del più propizio terreno naturale che trova in essi; non rare manifestansi le alienazioni mentali; loro tratto caratteristico è la diffidenza, che in nessun’altra classe di delinquenti trovasi così spiccata e generale; avvi frequente propensione al giuoco, l’avidità e la cupidigia del guadagno[35].—I ladri, nel significato generico, sono anch’essi alcoolisti, pieni di pregiudizî religiosi, deficienti di mente, ma astuti e cauti; per lo più timidi; soggetti a forme tipiche di manie impulsive; con scarsezza di sentimenti etici, anzi questi, per loro, messi in ostentazione, servono quali motivi di scuse, quali mezzi onde sfuggire la responsabilità: dediti all’ozio, il lavoro è pretesto di disgusto d’una condotta retta; l’allettamento suggestivo della riuscita della impresa li solletica, li anima, li conquide.

5.—A questo stadio cosciente del delitto appartiene l’esame delle emozioni criminose.

Le percezioni e le rappresentazioni, oltre ad avere un contenuto ideale permanente, sono accompagnate da tono sentimentale di piacere e di dolore. Abbiamo visto che il piacere ed il dolore non sieno che stati integrativi o disintegrativi di coscienza, seguìti da aumento o diminuzione di energia personale. Le emozioni sono stati interni, i quali alterano il senso generale cenestetico e tendono ad impedire il corso naturale di correnti della vita ideale ed affettiva. Circa la loro origine vi sono differenti teoriche. La prima, desunta dalla comune esperienza, ammette che gli stati emotivi sieno di origine centrale ed affatto interna: una rappresentazione, una percezione, una idea destano sentimento piacevole o doloroso che si diffonde e si ripercuote sull’organismo producendo espressioni somatiche. L’ira, l’odio, l’amore sono il prodotto dell’energia di analoghi motivi: il loro equivalente fisico è rappresentato da concomitanti fenomeni vaso-motori.

La seconda teorica, propugnata da Lange e da James, segue il processo inverso. Essa sostiene,che le modificazioni fisiche conseguono direttamente alla percezione del fatto eccitante, e che il senso nostro di quelle modificazioni, mentre avvengono, costituisce l’emozione. James spiega: «Il senso comune dice: Noi perdiamo la nostra fortuna, siamo tristi, piangiamo; incontriamo un orso, siamo spaventati e scappiamo; veniamo insultati da un rivale, siamo arrabbiati e reagiamo. L’ipotesi, che qui difenderemo, afferma che tale ordine di seguenza è scorretto, che l’uno stato mentale non è indotto immediatamente dall’altro, ma che vi si debbano dapprima frapporre le modificazioni organiche, e che l’affermazione più razionale è, che noi siamo tristi perchè piangiamo, siamo spaventati perchè tremiamo, arrabbiati perchè reagiamo, e non che piangiamo, tremiamo, reagiamo perchè siamo tristi, spaventati, arrabbiati, secondo i casi. Se le modificazioni organiche non tenessero dietro immediatamente alla percezione, quest’ultima sarebbe soltanto cognitiva, pallida, fredda, destituita di colore emotivo. Potremmo in tal caso vedere l’orso e giudicare che fosse meglio fuggire; ricevere un insulto e decidere di reagire, ma non sapremmo sentirci effettivamente spaventati o arrabbiati»[36].

A meglio dilucidare le sue idee, James ricorda i seguenti fatti: che gli oggetti eccitano modificazioni organiche mediante un meccanismo preorganizzato, oppure che le modificazioni sono così indefinitamente numerose e sottili, che l’intero organismo può venir chiamato unrisonatoreche ogni modificazione della coscienza, per quanto lieve, può porre in vibrazione; che ogni manifestazione organica, qualunque essa sia, èsentita, acutamente od oscuramente, appena si produce. «Se ci immaginiamo qualche emozione forte, quindi cerchiamo di astrarre, dalla coscienza che di essa abbiamo, tutte le sensazioni dei suoi sintomi fisici, troviamo che non ci resta alcun residuo, nessunasostanza mentaleonde possa constare l’emozione, ma che non ci resta che uno stato freddo e indifferente di percezione intellettuale. Vero è che, sebbenemolte persone interrogate dicano che la loro introspezione verifica questa asserzione, altre persistono nel negare. Molti ancora non arrivano ad intendere la questione..... Un’emozione umana incorporea è una non-entità. Non dico già che essa sia una contraddizione nella natura delle cose, o che i puri spiriti siano condannati ad una fredda vita intellettuale; ma dico che, pernoi, è inconcepibile l’emozione dissociata da ogni sensazione organica. Quanto più intimamente io indago i miei stati d’animo, e più mi persuado che tutte le condizioni, gli affetti, le passioni che io ho sono veramente costituite da quelle modificazioni organiche che ordinariamente diciamo essere la loro espressione o la loro conseguenza; e, più, mi sembra che, se mi accadesse di diventare anestesico in tutto il corpo, verrei ad essere escluso dalla vita degli affetti, aspri o teneri, per menare una vita puramente conoscitiva e intellettiva. Una simile esistenza, se anche è apparsa come una vita ideale a certi antichi saggi, è troppo apatica per essere desiderata da coloro che sono nati da qualche generazione, dopo che la sensibilità è tornata in grazia»[37].

6.—Per bene apprezzare la esposta teoria, sostenuta anche dal Ribot, dal Sergi e dall’alienista francese G. Dumas, è d’uopo rifarci alquanto indietro e svolgere l’essenza unitaria, di cui già facemmo parola, dell’evento psichico, dalla più bassa forma monistica alla più complessa manifestazione del pensiero.

La scala psicologica evolutiva, dalpsicoplasma(o sostanza psichica nel senso monistico) agli atti volitivi, percorre degli stadî che sono altrettanti gradi integrativi organici differenziati. A prescindere dagli strati più bassi, arriviamo a comprendere che, rispetto alla vita psichica dell’uomo, il fenomeno fondamentale sia la rappresentazione (Herbart). Il gruppo importante delle attività psichiche emotive interessa specialmente perchè dimostra immediatamente il nesso diretto delle percezioni cerebrali con altre percezioni fisiologiche (impulso cardiaco, attività dei sensi, contrazionemuscolare); perciò diventa chiaro quanto c’è di non naturale e di insostenibile in quella filosofia, che vuole separare fondamentalmente la psicologia dalla fisiologia (Haeckel). Il principale problema, al quale si attese da chi volle sorprendere il mistero della vita psicofisica, fu posto, innanzi tutto, nella ricerca dell’equivalente meccanico, chimico o fisico, e fisiologico degli stati di coscienza; indi fu allargato alle forme primigenie dell’attività psichica. Il primo aspetto del problema, però, è un residuo, o non confessato o inconsapevole, del vecchio dualismo, che distingueva la forza vitale dalle altre forze naturali; peggio ancora, l’anima dei bruti da quella dell’uomo.—Senonchè «il pensiero, la coscienza, non è altro che il lato subbiettivo dei fenomeni vitali, e però non può differenziarsi da questi, meno che mai può mettersi di fronte ad essi in una specie di antagonismo, come in fin dei conti avviene del lavoro meccanico di fronte al calore, di guisa che l’uno abbia finito di essere quando l’altro incomincia ad essere. Il fenomenocoscienzaaccompagna i mutamenti interni trofici e metagenetici del cervello, non li anticipa nè li sussegue; perciò malamente si capisce come entro allo stesso cervello debbano prodursialtrimutamenti o assimilativi o dissimilativi, di cui il pensiero sarebbe la manifestazione subbiettiva. Si dovrebbe perciò supporre (cosa assurda e antibiologica) che i centri nervosi sieno sede di due diverse specie di metabolismo!»[38].

Il principio unitario dell’evento psichico (Mili, Lewes, Spencer, Lotze, Horwicz, Lippe, Haeckel, Morselli, ecc.) si riassume nel ritenere, con Ardigò, che quelle, che i metafisici chiamano facoltà attive e passive, interne ed esterne, animali e razionali, rappresentative affettive e volutive, e così via, non sono infine che combinazioni variate dei medesimi elementi, come altrettante parole, di suono e di significato diverso, formate colle medesime lettere dello stesso alfabeto[39].

7.—Dopo aver ciò premesso, sarà agevole inferire in che consista l’equivoco del James, del Lange e dei loro seguaci. Si è voluto spezzare l’unità psicofisica del fenomeno interno della emozione; si è voluto credere che ciò che per mera opportunità metodica gnoseologica poteva essere avvisato in due momenti differenti (il momento fisico ed il momento psichico) fosse davvero il prodotto di due fatti separati con seguenza necessaria. La verità è, che i due momenti, in apparenza analoghi a fatti diversi, non sono che due lati di unico fenomeno, il cui sostrato dinamico ha l’equivalente nella energia trasformata del motivo esterno od interno. Il Lange e James, separando il contenuto della percezione dal tono sentimentale della emozione, credono di aver trovata la possibilità di uno stato di freddezza e di indifferenza intellettuale; l’argomento, cioè, che la emozione non sia concepibile se non quale effetto di modificazioni organiche. Essi non si avvedono che la fatta ipotesi poggia sull’errore di credere che davvero possa ricorrere una percezione intellettuale fredda ed indifferente, e che sia a noi concesso di astrarre, dalla emozione, tutti i sintomi fisici, senza che di essa non si muti sostanzialmente l’intima essenza. Ogni percezione non è mai disgiunta da un grado di equivalente dinamico: se alla emozione si sottraggono i concomitanti fisici, sopprimendosene fin il ricordo, essa si trasforma in idea; dal campo affettivo passa nel campo intellettivo. A che, dunque, parlare di precedenza o di seguenza, se nella continuità degli stati di coscienza la singola unità d’un fenomeno per tanto serba la fisonomia di processo differenziato per quanto si concepisce quale somma o composto di elementi constitutivi? I fenomeni intellettivi e gli affettivi son due rami del medesimo tronco, le cui radici si profondano nel suolo sottostante delle funzioni riflesse, automatiche ed istintive: la psicologia comparata ci sospinge ancora oltre, e ci induce a concludere con Haeckel, che una catena ininterrotta di tutti i gradi di passaggio possibili riunisca gli stati originarî primitivi del sentimento nel psicoplasma dei protisti unicellulari con queste altissime forme evolutive della passione nell’uomo, che hanno la loro sede nelle cellule gangliari della corteccia cerebrale.

8.—Passando a trattare delle emozioni criminose, non possiamo che ripetere ciò che altrove[40]scrivemmo.

Poichè, come osserva il Sergi, sono varie le vie di attività, varie le condizioni dell’ambiente e di diverso carattere i bisogni animali e umani, varî gruppi di percezioni e di stati psichici, che si riferiscono a dolori e a piaceri associati organicamente, devono essersi formati; i quali gruppi sono come tanti centri psicorganici di emozioni diverse e secondo le condizioni speciali e la composizione degli elementi psichici e degli organici tutti insieme e delle cause esterne determinatrici dei medesimi stati coscienti[41].

Tali gruppi psicorganici,centri emozionali derivati o istintivi, considerati riguardo al delitto, sono la base reale delle tendenze criminose; quindi il vero criterio per una differenziazione scientifica di tipi di delinquenti. La emozione è la scaturigine, prossima o remota, dell’umana attività; ad essa si ricongiungono tutte le nostre azioni. Data, dunque, la ipotesi di centri emotivi differenziati, per lunga azione integrativa di coefficienti d’ambiente o di cause contingenti, l’attività individuale si indirizzerà a fini analoghi alla natura degli impulsi che ne sono la manifestazione, e di qui i caratteri distintivi di tipi criminali.

9.—Questicentri emotiviobbediscono, non che alle leggi statiche e dinamiche, eziandio a dei modi che possono raccogliersi sotto gl’infrascritti termini:reazione,periodicità,antagonismo.

Nel mondo psichico, similmente che nel mondo esterno della materia, è dominante la legge dellainerzia, per la quale non sarebbe possibile la produzione di un fenomeno di movimento senza che in precedenza non fosse impresso l’impulso che valga a determinarlo; nè, determinato che sia, si avrebbe la cessazione se il moto non fosse arrestato da ostacoli o da contrario impulso. La coscienza, prodotto di processi accumulatisi, resterebbe in condizione invariata se non sopravvenissero continui motivi, che ne producono i cambiamenti ene alterano il contenuto. Di qui l’azionedi questi motivi, alla quale corrisponde egualereazione.

10.—Laperiodicitàdelle emozioni rientra nella gran legge delritmo del moto.—La prova della periodicità di emozioni criminose noi la troviamo nella influenza delle età, dello stato sociale, delle meteore, degli elementi etnici sulla produzione di taluni crimini in aumento o in diminuzione con costante processo statistico. Che se da considerazioni generali scendiamo all’analisi di singole emozioni, vedremo che la legge ha riscontro indefettibile e che ci serve, alle volte, per elevarci a dei criterî logici preziosi di cui ci avvaliamo nella prova della successione degli atti incriminabili e della entità di ciascuno.

Consideriamo, ad esempio, la collera, che, ridestata dall’idea di offesa ricevuta, è emozione caratteristica la quale accompagna i reati d’impeto. L’individuo, che n’è affetto, dapprima è come travolto da tempesta, che gli toglie il discernimento e lo spinge ad atti incomposti di violenza. Poco a poco, dopo che sia avvenuta, mediante una mimica concitata di reazione, la scarica della energia accumulata, subentra lo stato di calma apparente; l’individuo resta oppresso sotto l’incubo della idea che ne ha invasa la coscienza: nell’oscillazione tra il passato ed il presente, il pensiero ed il sentimento ora attingono il grado di esplosione, ora si abbassano fino allo stato di abbattimento, di umiliazione: basterà che qualunque circostanza aggiunga o tolga peso al motivo di offesa perchè o si precipiti difilato all’azione reattiva, o ritorni la calma e si ristabilisca l’equilibrio.

11.—Intendo perantagonismo delle emozioni criminosela concorrenza, simultanea o successiva, di correnti di attività ridestatesi nella coscienza del delinquente, a séguito del motivo interno, per conseguire lo scopo del delitto. Queste correnti sono energie attuali, che partono dal medesimo fondo degenerativo e che, ad un punto del campo della coscienza, insorgono e tendono a prevalere, ciascuna per la sua direzione; alcuna volta fondendosi insieme, altra volta sforzandosi o di elidersi o di sovrapporsi con vicendevole moto, per opposte impulsioni. Nella ipotesi di fusione, la energia emotiva si rafforza in ragione delle coefficienze di correnti; nella ipotesi dicontrasto, si hanno i seguenti stati interni: turbamento generale del soggetto, che dapprima tentenna a quale fine indirizzarsi, indi a quali mezzi di scelta appigliarsi; indebolimento dell’eccitamento emotivo iniziale; equilibrio instabile di condizioni associative o appercettive; esaurimento di eccitazione o prevalenza d’una corrente sulle altre ed impulsione unica all’azione.

12.—Parlando della dissoluzione psicofisica del delinquente, ci fermammo segnatamente ad osservarne la forma morbosa o patologica. Dobbiamo completare la trattazione restringendoci, con maggiore attenzione, alla sfera della affettività e della ideazione, in istato non patologico, ma fisiologico; vale a dire durante il processo disintegrativo ordinario della psiche del delinquente, senza che vi intervenga l’influsso deleterio di qualche specie di malattia.

Il Ribot scrive: «La legge di dissoluzione, in psicologia, consiste in una regressione continua che discende dal di sopra al disotto, dal complesso al semplice, dall’instabile allo stabile, dal meno organizzato al meglio organizzato: in altri termini, le manifestazioni, che sono le ultime in data nella evoluzione, spariscono le prime; quelle che sono apparse le prime spariscono le ultime. L’evoluzione e la dissoluzione seguono un ordine inverso»[42].

Il Janet, al Congresso di psicologia di Roma, ha svolto un tema sulleoscillazioni del livello mentale, dimostrando che il progresso e il regresso del livello mentale non sono costanti; che grandi fluttuazioni di questo livello sono state osservate da lungo tempo negli isterici, ma sarebbe un errore il credere che gli individui normali ne vadano esenti. Questo abbassamento del livello mentale è costituito da grande depressione psichica, da un senso di depressione, di diminuzione di sè, di amnesie e da amnesie retrograde. L’ultima cosa appresa è la prima ad essere distrutta nell’abbassamento del livello mentale; ed è perciò che quello che vi è di più nuovo, di più recente, cioè il momento attuale, è ciò appunto che per primo viene a perdere il suo interesse quandolo spirito s’indebolisce; e il primo sintomo dell’indebolimento mentale è appunto l’inseguire fantasticamente oggetti o idee lontane od inutili, perdendo di vista la necessità e l’attività del presente[43].

Rifacendoci alquanto indietro, diamo la teorica più probabile da adottare. Le sensazioni, le rappresentazioni, le idee, i sentimenti, serbando il doppio ritmo di coesistenza e di successione, si fondono, si organizzano, si unificano in composti psichici separati, che tra loro sono in relazioni di affinità o di identità. Il funzionamento psichico, in generale, ha l’equivalenza in analoga funzione cerebrale, che non ammette energie singole ristrette, con attività chimico-fisica, in centri qualitativamente differenziati, nè ammette la localizzazione di facoltà in senso materiale ed assoluto. La localizzazione cerebrale funzionale deve intendersi nel senso di maggiore attitudine di alcuni centri, rispetto agli altri, nel ridestare la efficacia di data energia, o, meglio, nel far sì che l’attività dell’io, fisica o psichica, prenda una direzione o un’altra, si manifesti in modo speciale. Il solo vero interessante è di sapere, che la funzione del cervello sia l’attività risultante di tante energie componenti, e che «una mentalità sia una specialità di onda cerebrale, più o meno estendentesi nella trama craniale, più o meno composta di varie concorrenti, più o meno normalmente spiegantesi, più o meno alterantesi, per le condizioni diversificate del cervello»[44].

Psichicamente avvisata, la risultante ultima della funzione cerebrale corrisponde ai due atti più complessi, il mentale e l’affettivo, la intelligenza e la volontà. La intelligenza, unificando il prodotto psichico delle rappresentazioni, è alla sua volta un composto decomponibile negli elementi di idee e di appercezioni; la volontà, assommando il cumulo delle energie attuali di motivi e di sentimenti, segna la linea discendente della curva descritta dall’integrarsi della psiche, poichè essa corrisponde al momento dinamico in cui l’io tende a proiettarsial di fuori ed a completarsi nell’azione esteriore. In questo ascendere o discendere continuo, in questa organizzazione vicendevole del tutto insieme e delle parti, in questa relazione statica (o di solasussistenza) e dinamica (o di solaoperazione) tra i centri funzionali cerebrali, o tra i composti psichici, è tutta la vita dell’io, è la origine degli stati di coscienza, della evoluzione e della dissoluzione della personalità; evoluzione quando si ascende, dissoluzione quando si discende.

La coscienza si rende più complessa, più stabile a seconda che meglio si organizzi; i suoi piani, o strati, si consolidano come più le rappresentazioni acquistano maggiore compattezza.

L’ultimo composto psichico formatosi è il primo a dissolversi nella disintegrazione della personalità; le emozioni disinteressate, cioè che attingono la più alta cima della vita affettiva, sono le prime, secondo Ribot, a scomparire nella discesa morale. L’importante a ricordare è però questo, che la esaminata dissoluzione è modificata dal duplice ordine di vita di relazione, l’ordine di tempo o della seguenza degli stati di coscienza, e l’ordine di coesistenza o del simultaneo concorso di energie convergenti.

Chi voglia formarsi l’idea approssimativa di ciò che sia la coscienza nello stato normale e nello stato di alterazione, immagini un piano liquido, sotto limpido cielo, attorniato da verdeggianti alberi, rispecchiante i molti oggetti cosparsi sulla riva.

Il cielo, gli alberi si riflettono col colore, con le forme naturali. Anche a non rivolgere gli occhi attorno, basterà fissarli sulla superficie dell’acqua per vedere e riconoscere la realtà di esistenti sopra ed in giro, da vicino e da lontano.

Le onde, che appena si increspano, fan fluttuare le immagini, rendendole, talfiata, poco visibili; altra volta confuse, ondeggianti, di forme alterate: ma, purchè si porga un po’ d’attenzione, purchè si fissi meglio l’occhio, è facile accorgersi dell’errore di senso, ed avere la percezione esatta degli oggetti riflessi.—Suppongasi che qualcuno gitti nell’acqua un grosso sasso. Al rumore del tonfo, subito vi accorgete che succede gran turbamento. La luce più non espande il suoriflesso; le immagini degli oggetti spariscono, le correnti si intorbidano e confondono. Se attendete alcun poco, permettendo che ritorni alquanto la calma, vi accorgete subito che attorno al punto dell’urto, là dove il tonfo è avvenuto, cominciano a descriversi dei cerchi concentrici, con movimenti repulsivi e con ritmo decrescente.

Il piano liquido è la coscienza allo stato normale: essa rispecchia il mondo esterno con naturalezza di forme e di colorito; l’osservazione introspettiva, l’occhio della mente, che si riflette sul suo campo visivo, ne percepisce la realtà; la più perfetta armonia esiste tra il mondo esterno e l’interno, tra le immagini, o le rappresentazioni, e gli stati oscillanti ed instabili, ma contenuti in ritmo di equilibrio. Alla scossa d’un’idea, che viene dal di fuori o insorge repentina dal fondo dell’anima; al furioso assalto di un sentimento, che mette il tutto in subbuglio, succede lo scompiglio della coscienza e scompare la serenità e la calma. Passa alcun tempo, l’ordine si ristabilisce alquanto, ma dal punto, ove la scossa è avvenuta, si seguono continue impulsioni, le quali, con moto centrifugo, sprigionano, con seguenza di scariche, la energia accumulata in grado esuberante.

Suppongasi ancora che, invece dell’urto del sasso (della scossa d’una idea), senza che altra causa di turbamento vi si aggiunga, l’acqua sia messa in moto da tempestose correnti che ne alterino profondamente la superficie e ne sconvolgano il fondo: ov’è più l’agio di veder riflessi gli oggetti esterni, ov’è il flusso e riflusso delle onde, l’avvicendarsi tranquillo di tenui movimenti? Ed ugualmente, se la coscienza sia profondamente turbata, gli stati psichici sovrapposti si infrangono, le energie accumulate ed omogenee si confondono, vengono, con moto incomposto, furiosamente a galla e si espandono; le tendenze, che ad esse sono unite, di impulsività egoistiche, riprendono il sopravvento a detrimento di nuove energie sovrapposte; il fondo rimugghia e distrugge, col sollevarsi, l’ultimo piano, il meno differenziato, ma il più perfetto nella selezione organica della coscienza.

CAPO VIII.Concetto psicologico del delinquente.1. Che cosa sia il delinquente.—2. Il prodotto psichico del delitto nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico.—3. Il tipo di Caliban nellaTempestadi Shakspeare.—4. Il Tersite di Omero.—5. Caratteri morali dei delinquenti in formazione.—6. L’integrazione evolutiva anomala del delinquente.—7. Analisi delRiccardo IIIdi Shakspeare.1.—Dopo aver esaminati gli elementi dinamici della psiche del delinquente, non che i due stadi di coscienza del medesimo, lo stadio di formazione e lo stadio di sviluppo, ci sentiamo in dovere di rivolgerci la dimanda: che è mai il delinquente? In parte vi abbiamo risposto, analizzando i coefficienti psicofisici del delitto; ma è bisogno che si esprima con più chiarezza il nostro concetto, raccogliendo in sintesi ultima le esposte idee.La dimanda non è nuova, anzi risale al problema fondamentale della genesi del delitto e della imputabilità. Le risposte furono difformi; ciascuna ritraendo del sistema di idee, onde si partiva, e dell’intento pratico cui si tendeva. Maudsley, alla dimanda che cosa fossero i delinquenti, risponde: sono esseri intermedî fra i pazzi e i sani; Albrecht: i criminali sono i normali della umanità; Lombroso: i delinquenti sono i selvaggi di un popolo civile; Sergi: i delinquenti sono degenerati; Minzloff: i criminali non sono che ammalati; Dally: i criminali non sono che pazzi; Benedikt: i delinquenti sono neurastenici fisici e morali; Féré: i criminali sono gl’inadatti all’ambiente sociale; Colajanni: i criminali sono moralmente atavici; Riccardi: i criminali sono inferiori dannosi[45].2.—Tutte coteste risposte sono abbastanza generiche ed indeterminate per non soddisfare la nostra richiesta. Il problema resta insoluto, il problema della genesi psichica e della imputabilità del delitto.Per bene intenderci e per liberarci dagli equivoci, presceglieremo metodo diverso da quello fin’ora adottato. Che cosa abbiamo fatto con le precedenti indagini? Niente altro che, per via analitica, tentare di ricostruire la formazione naturale dell’anima del delinquente, cominciando dall’assodare le leggi dinamiche dei motivi criminosi, proseguendo col vedere il processo evolutivo ed integrativo degli stati di coscienza, per finire col prospettare lo stato di dissoluzione della medesima, sia per effetto di cause ereditarie e latenti, che per effetto di cause acquisite ed attuali.Indugiamoci e riflettiamo. Gli elementi formativi della psiche sol per comodità scientifica si dispongono in serie di atti o di stati simultanei o successivi; ma essi formano un tutto insieme organicamente unificato. La forza psichica, nella risultante finale di ciascuno stato, di ciascun atteggiamento e produzione, non è che energia unica, per quanto complessa altrettanto identificata nel funzionamento totale di azioni coscienti.L’unità, la totalità, la funzionalità non sarebbero da noi apprese se non si estrinsecassero in atti aventi il valore di tanti effetti, i quali ritraggono dei caratteri qualitativi e quantitativi della causa onde promanano. Il delitto—concepito nella sintesi psichica di stati di coscienza analogamente differenziati—non è che attività, la cui genesi è nella natura del soggetto e nell’azione degli stimoli, o motivi, e la cui perfezione si sostanzia nel fatto violatore dell’altrui diritto.Abbiamo visto che tale attività criminosa percorre un primo periodo embrionale o di formazione, la cui nota culminante è lo stato tuttavia involuto degli elementi che poscia, allo stadio di sviluppo, debbono, per effetto di selezione organica, attingere il grado di omogeneità e distinzione. Or, dopo che con l’uso dell’analisi ci siam resi conto dei coefficienti dinamici di ciascuno dei due sovraccennati stadî, possiamo, adoperando vedute sintetiche, completare la nostra conoscenza,che deve, poscia, facilitarci la via per più difficili induzioni e deduzioni pratiche e scientifiche.Nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico, il prodotto psichico del delitto prende la forma istintiva, immanente, quasi automatica. L’animabilità ha predominio incondizionato. Il contrasto di correnti antagoniste segue il ritmo sincrono: le energie si mantengono nello stato di latenza; ma, appunto perchè poco coerenti, sfuggono al potere di controllo e di arresto. A volte, se un forte stimolo ne ecciti la scarica, riappariscono con scoppî istantanei ed imprevisti; poi, incontrando difficoltà a fondersi ed assimilarsi con le energie esterne trasformate, ritornano in istato di inerzia accompagnata da equilibrio stabile.3.—La concezione artistica più perfetta, che io mi conosca, di questo stadio di formazione psichica del delitto, credo sia il Caliban della «Tempesta» di Shakspeare. Altrove ne scrissi, dimostrandone segnatamente il lato dell’azione inconscia[46]; qui ne completerò l’esame, che tornerà molto utile per concretare gli esposti criterî scientifici.Caliban, deforme e selvaggio, era figlio della strega Sicora, che per mille malefizî e sortilegi fu sbandita da Algeri e confinata in un’isola ov’ella si sgravò. Prospero, privato, ad opera di suo fratello Antonio, del ducato di Milano, venne insieme alla figlia Miranda abbandonato in alto mare, alla balìa dei venti, e capitò di approdare all’isola di Caliban. Costui fu subito spogliato del possesso dell’isola, e, poichè egli era un essere stupido, un mezzo idiota, il buon Prospero lo commiserò, prese il fastidio di insegnargli a parlare, ed a conoscere ora una cosa ora l’altra. Ma, ad onta di tali insegnamenti, nessun essere buono poteva sostenere il suo ignobile contatto: fino a che, quantunque trattato umanamente ed albergato nella stessa cella del benefattore, un bel giorno osò attentare all’onore di sua figlia! La bestia umana si svegliava cogli impulsi del senso. Prospero ne comprese la natura di fango e lo assoggettò ai più bassi e degradanti uffici. Non l’ombra d’un rimorso turbò l’anima delloschiavo, che, alla deformità del corpo, per degenerazione ereditaria, univa istinti e sentimenti criminosi, indole perversa, odio profondo irresistibile contro Prospero che gli carpì quell’isola, a lui appartenuta per cagione di sua madre Sicora.La bellezza, la innocenza di Miranda avrebbero dovuto agire, con forza rigeneratrice, sull’anima di Caliban; ma questi nulla poteva sentire di elevato, ed ai rimproveri di Prospero per la immonda azione, invece di scusarsi, risponde: oh, oh ... così fossi riuscito! Tu me lo impedisti, altrimenti avrei popolata quest’isola di Calibani!»Le continue esplosioni di mal compresa ira, le invettive fiorite sì spontanee sulle labbra del mostro, tuttochè a lui fossero minacciati atroci castighi, vi fanno indovinare che la sua psiche era tuttavia involuta, sotto l’azione immanente di stimoli senza freno, non illuminata dalla luce del vero, non confortata dal desiderio del bene. La scena seconda del secondo atto è tutta una rivelazione incomposta della natura primitiva e bestiale dell’uomo. Caliban, con un carico di legna, si avvia verso casa di Prospero: si ode il rumore del tuono e lo schiavo non sa che profferire maledizioni di odio e di vendetta. «Tutte le infezioni—egli esclama—che il sole estrae dalle acque stagnanti, dalle paludi e dai pantani, cadano su di Prospero e lo convertano in tutto una piaga. I suoi spiriti mi ascoltano, e nondimeno mi è forza il maledirlo!» La fantasia, non sorretta dal sussidio della ragione, facilmente si turba ed è preda di balorde illusioni. Caliban crede nella grande arte magica di Prospero: vede attorno a sè scimie che gli fanno i versacci; tal’altra ei son ricci che gli stan sotto i piedi ignudi appuntando le loro spine; spesso egli è tutto fasciato di serpenti, che colle loro lingue forcute gli sibilano nelle orecchie in modo da farlo diventar pazzo. Egli vede avvicinarsi il buffone Trinculo e, prendendolo per uno spirito, gittasi bocconi per terra, sperando di non esser visto. Gli si avvicina Stefano e Caliban prende lui e Trinculo per discesi dal cielo. È appellato mostro assai balordo, debole e credulo, ed è schernito; ma egli di nulla si risente ed a coloro che lo insultano risponde con atti sommessi, con parole melate, con profferte di obbedienza e di servitù. Traspare,nonpertanto, in tutto ciò, l’istinto vendicativo del criminale e l’accenno a qualche disegno delittuoso che cominciava a profilarsi ed a prender forma nella mente. Il mostro—ed è qualità di animi degenerati—abbassa la sua dignità fino a voler leccar le zampe a Stefano; lo circuisce, lo lusinga, lo attrae a sè soffrendo le più atroci ingiurie, gli scherni più inumani. Dimentica ogni cosa che lo circonda, non pensa che alla vendetta, a procacciar la morte di Prospero con orrendo assassinio. In quell’anima mostruosa, impasto informe di degenerazione ereditata dalla strega Sicora, la donna da’ sortilegi e da’ malefizî, e di sentimenti sistemati, per lungo adattamento, di odio cieco e di malfrenata ira, il delitto si vien disegnando con tinte fosche, con particolari di inaudita ferocia. La simulazione, l’astuzia, trasparenti nel linguaggio accorto e melato, si scovrono; il criminale, in formazione, non sa concepire le difficoltà del progetto, non vede ostacoli: la vendetta si materializza, e la mente, funestata da luce vermiglia di sangue, gode di prospettare innanzi a sè la scena omicida; ei ne racconta i particolari ed anima Stefano a metterli ad esecuzione. Promette di accompagnare costui alla capanna di Prospero; glielo farà trovare addormentato e potrà conficcargli un chiodo nella testa!E, come se ciò non bastasse, aggiunge: «egli ha il costume di dormire dopo il mezzodì; allora potrai strappargli le cervella, essendoti prima impadronito dei suoi libri; o potrai con una pertica fendergli il cranio, o sventrarlo con un palo, o tagliargli l’arteria maestra col tuo coltello. Ricorda di impadronirti prima dei suoi libri, chè, senza di essi, egli non è che uno sciocco come son io, nè ha più uno spirito al suo comando ... Ma il più importante è la bellezza di sua figlia; egli stesso la dice incomparabile; non ho veduto altre femmine che mia madre Sicora e lei; ma ella è così superiore a Sicora, come quello che v’è di più grande è superiore a quello che vi è di più piccolo».—L’odio è tal sentimento che, se mette nel cuore le radici, aduggia e perverte ogni impulso, sia pure sensuale, istintivo, fortemente passionale. Il pervertimento morale spinge, fin’anco, Caliban a persuadere Stefano al delitto, solleticandolo colla speranza della conquista di Miranda, la bella fanciulla pelcui amore perdette le grazie di Prospero—È proprio così bella fanciulla?—dimanda Stefano: ed egli: sì, monsignore; starà a meraviglia nel tuo letto, te ne assicuro, e ti darà una magnifica prole»—Stefano è deciso: «mostro, io ucciderò quell’uomo; sua figlia ed io saremo re e regina». Gli assassini son pronti al delitto; ma Prospero è sull’avviso. Egli è compreso di meraviglia per l’indole sì perfida di Caliban: «un demonio, un vero demonio, per cui l’educazione può nulla; per cui vane, interamente vane furono tutte le pene che pietosamente mi presi; e, come, col crescer degl’anni, cresce la sua deformità corporea, così si corrompe la sua anima». Avvicinasi il momento di operare; Stefano, Trinculo sono presso la grotta di Prospero: Caliban, nell’ebbrezza di entusiasmo e di gioia pel delitto, esclama: «te ne prego, mio re, fermati. Vedi tu costà? Questa è la bocca della grotta: entra senza strepito. Compi questobelmaleficio, che farà tua sempre quest’isola, ed io, tuo Calibano, leccherò per sempre i tuoi piedi». Ma essi sono assaliti da parecchi spiriti sotto forma di cani che, incitati da Prospero e da Ariele, si avventano sui tre malandrini e li mettono in fuga.Caliban,tanto deforme, come Prospero afferma,nella parte morale come nella fisica, insuscettibile di miglioramento, si arrestainvolutotra le tendenze della bassa animalità. Non l’idea del vero, non il sentimento del dovere han presa in quella coscienza mostruosa: solo la fantasia, facoltà puramente sensibile, talora gli apre la mente alla visione di immagini e di cose che, dilettandolo, lo sollevano ad una sfera alquanto superiore: in quel momento la bestia tace e spunta l’uomo, al cui sguardo appariscono novelli orizzonti di idealità e di bellezza. «Non aver paura—Caliban dice a Stefano—l’isola è piena di suoni, di rumori, di arie dolci, che dilettano e non fan male. Talvolta sento mille istrumenti sonori a rombarmi all’orecchio; e talvolta odo voci che, se mi fossi anche allora svegliato dopo un lungo sonno, mi fanno dormir di nuovo; poi, nei miei sogni mi sembra di veder aprirsi le nubi, per mostrarmi in procinto di cader su di me le più belle cose; e allora, svegliandomi, desidero di sognare ancora!».4.—Altro tipo di delinquente in formazione, meravigliosamente abbozzato, è il Tersite di Omero.Non venne a Troia di costui più bruttoCeffo: era guercio e zoppo, e di contrattaGran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparsoDi raro pelo..........[47].In lui l’istinto della malvagità si era arrestato al disotto della soglia della coscienza criminosa: non il delitto, ma i bassi sensi dell’odio, dell’invidia lo mettevano in mostra e gli procacciavano la repugnanza o lo scherno di tutti. Se l’assemblea del popolo si riunisce per udire i progetti di Agamennone, e se Ulisse interviene, assieme a Nestore, per esortare i Greci a proseguire la guerra, il petulante Tersite non resta di gracchiare e fa tomulto.Avea costuiDi scurrili indigeste dicerìePieno il cerébro, e fuor di tempo e senzaO ritegno o pudor le vomitavaContro i re tutti; e quanto a destar risoInfra gli Achivi gli venia sul labbro,Tanto il protervo beffator dicea[48].Le rampogne del triste, senza motivo, erano l’effetto di impulsività perversa: egli rivolse ad Atride ingiurie atrocissime. Ma gli fu sopra repente il figlio di Laerte e, guatandolo torvo, gridò:Fine alle tueFaconde ingiurie, ciarlator Tersite;E tu, sendo il peggior di quanti a TroiaCon gli Atridi passar, tu audace e soloNon dar di cozzo ai re, nè rimenarliSu quella lingua con villane arringhe,Nè del ritorno t’impacciar; chè il fineDi queste cose al nostro sguardo è oscuro,Nè sappiam se felice o sventuratoQuesto ritorno riuscir ne debba[49].Così dicendo, gli percuote con lo scettro le terga e le spalle; il manigoldo si contorce e lagrima dirottamente:Di dolor macerato o di pauraS’assise, e obliquo riguardando intorno,Col dosso della man si terse il pianto[50].Gli Achivi si rallegrarono di quella scena; in mezzo alla tristezza sorse il riso e vi fu chi (interpetre della comune opinione) dicea:Molte in vero d’Ulisse opre vedemmoEccellenti e di guerra e di consiglio;Ma questa volta fra gli Achei, per dio!Fe’ la più bella delle belle imprese,Frenando l’abbaiar di questo caneDileggiator. Che sì, che all’arrogantePassò la frega di dar morso ai regi?[51].5.—In delinquenti di simile specie nè la minaccia della legge, nè la sanzione o morale o sociale han freno di sorta: il potere assoluto dell’animalità non ancora differenziata in tendenze più umane, avendo la insidenza in organismi in formazione ed a cui l’avvenire forse, sviluppando i germi del male, contrapporrà i rimedî del bene, priva l’individuo di regolare le proprie azioni con intenti altruisti e lo tiene stretto alla dura necessità istintiva. Per i medesimi, ugualmente che per qualunque delinquente a forma tipica di degenerazione organica, va ben appropriato ciò che Tucidide mette sulle labbra a Diodoto, che, combattendo l’opinione di chi consigliava doversi dar morte a quei di Mitilene, osserva: «l’uomo è tratto dalla sua stessa natura ad errare; nè vi ha legge atta a ritenerlo; ed invano sono stati trovati e profusi i più crudeli supplizî per tenere in freno i malvagi. Ed egli è a credere, che ab antico fossero assai più miti le pene, ma che, non valendo a porre riparo ai misfatti, elle s’inacerbissero fino al punto di punire di morte. Ma, per dirla in brevi parole, ella è stolta cosa il credere che le leggi o iltimore di ogni più grandissimo male ritenga l’uomo dall’errare, allorchè vel trascina una irresistibile natura»[52].6.—Il delitto, allo stadio di sviluppo, si trasmuta in forza specifica del complesso organismo individuale. Gli elementi, innanzi discorsi, concorrono tutti insieme, o in parte, a plasmare il nuovo essere, che, differenziandosi, prende il suo posto di dinamica sociale col causare effetti disorganizzatori del concetto etico e giuridico di ordine. La nuova personalità può percorrere tutti i gradi ascendenti di integrazione anomala, dal più basso, a cui appartiene il crimine per assenza ereditaria di controstimoli e per deficienza di attività intellettuale, al più alto rappresentato dal delitto geniale, preparato ed accompagnato dal proteiforme corteggio di astuzia, di riflessione, di tradimento, di insidia: onde più grande sorge il pericolo sociale e più urgente l’obbligo di prevenzione e di repressione. Accetto la teorica deldelitto naturaleescogitata dal Garofalo, consistente in un fatto nocivo dei sentimenti altruisti elementari, lapietàe laprobità. Ma, a dir vero, simile teorica, tuttochè scientificamente sostenibile, non ha che valore puramente metodico; essa, limitandosi alla parte sopra tutto emotiva dell’azione criminosa, ne trascura i rimanenti fattori psicofisici, che, organizzandosi, per tendenze ereditarie o attitudini acquisite, si assommano in intimo meccanismo individuale, con equivalenza e funzionamento di speciale energia.Il meglio che sia possibile ci adopreremo di rendere vieppiù evidente il nostro pensiero; il che faremo col ricorrere a qualche esempio che possegga la virtù di metterci sott’occhio in forma vivente e drammatica quanto la scienza ci apprende. Nè ad altro sussidio potremo più opportunamente far capo che all’arte, la quale, come ben dimostrò l’Alimena, si accompagna con la scienza: ad ogni manifestazione scientifica, come ad ogni manifestazione sociale, corrisponde una parallela manifestazione artistica. E questo parallelismo non è nuovo, poichè esso è inerente alla natura umana; per cui, dato un problema, il quale, per cosìdire, acquista tanto volume da occupare buona parte dell’aria che si respira, ciascheduno deve assorbirne una parte, e, alla sua volta, la comunica agli altri, secondo le sue proprie attitudini[53].Esamineremo Riccardo III di Shakspeare con uguale intento pratico ed esito abbastanza proficuo onde esaminammo Macbeth del medesimo, i Masnadieri di Schiller ed alcuni drammi di Ibsen. Per penetrare nei profondi ed oscuri abissi del cuore umano non havvi guida più fida che i lumi prestatici dall’arte, e, chi sappia servirsene, renderà più evidenti e sicure delle norme il cui valore altamente scientifico o non è, di per sè, bene appreso, o lascia sempre incancellabili tracce di dubbio.7.—Iago e Riccardo III—scrive l’Alimena—sono i delinquenti per eccellenza: in essi, cercheremmo invano la più lieve orma di rimorso[54].Non siamo interamente d’accordo; poichè, se Iago ordisce, pari ad un freddo ed abile giuocatore di scacchi, insidie all’altrui felicità, per odio e gelosia dell’altrui grandezza, non mostra di sentire l’impulso cieco aberrante del delitto: in lui la dissoluzione si arresta alla sfera della vita morale.Riccardo III, invece, trova i germi di rassomiglianza nei grandi delinquenti del teatro tragico greco, in Egisto specialmente, e fu il modello cui ebbe presente Schiller nell’ideare Francesco dei Moor, questo tipo di criminale tra l’istintivo, il pazzo e l’impulsivo, rimasto famoso per chi ne comprenda l’importanza profondamente artistica e scientifica.Riccardo III anche lui ha fondo ereditario degenerativo; il suo corpo, la sua anima troppo si rassomigliano. Egli, ruvidamente sbozzato, ha il viso asimmetrico; è deforme, zoppo, ridicolo nell’incesso: lo sa, e non osa rimirarsi allo specchio. Ma sa puranco di avere a disposizione una grande potenza malefica; e, poichè non gli è dato godere come gli altri, fa proposito di divenire uno scellerato e abborrire i frivoli diletti. Comincia l’infame vita di delinquente con l’uccidere Enrico VI; indi passa all’uccisione deldi lui figlio Eduardo di Galles. Geloso del fratello Clarenza, usa insidiose macchinazioni per farlo venire in disgrazia del re e chiudere in prigione. La sua anima demoniaca è tutta palese fin dal principio dell’azione drammatica: Shakspeare, presentandolo intero nella sua mostruosità, ottiene l’effetto desiderato, di colpire la fantasia e di eccitare la riflessione a sprofondarsi nell’abisso dei misteri del cuore umano.Siamo alla scena II dell’atto primo: si vede giungere un corteggio funebre; il corpo del re Enrico VI è portato in un feretro scoperto. Lady Anna, in gramaglia, lo accompagna e, versando amare lagrime, lo compiange ricordando il suo sposo Eduardo caduto vittima dalla stessa mano omicida di Riccardo. Costui si avvicina ed ordina che il feretro sia deposto: Anna lo redarguisce, lo insulta, gli ricorda il duplice assassinio, di Enrico e di Eduardo; dapprima egli nega, poi confessa con cinismo ributtante. Al ricordo, fatto da Anna, della virtù dello sposo, risponde, con scherno, dapprima che fosse tanto più degno del re del cielo che lo possiede; e poscia: riconoscente mi sia di averlo inviato in cielo, più adatto egli era a quel luogo che alla terra! Anna maggiormente se ne duole e lo maledice; ma qui avviene qualche cosa che davvero sorprenderebbe se la scienza non ci venisse in aiuto. L’energia criminosa è sommamente suggestiva: ce lo dimostra la psicologia deimeneurs, dominatori della folla delinquente; ce lo mostra l’esperienza di grandi malfattori dal fascino irresistibile nel destare ogni forma di passione nell’animo di persone che furono loro a contatto: Musolino conquistatore della protezione, della simpatia e dell’amore di donne di ogni ceto n’è esempio recente. Ebbene, avviene l’istesso per Riccardo: alla presenza d’un feretro, egli osa tentare il cuore di Anna; costei, dapprima sorpresa, poi renitente, in ultimo dubitante, finisce col cedere e col dare una promessa che era speranza di favorevole condiscendenza. Riccardo se ne meraviglia: Che!—egli esclama—Io che le uccisi lo sposo e il padre, trovarla nell’impeto del suo odio, colle maledizioni alla bocca, le lagrime agli occhi, accanto al testimonio sanguinoso che eccitava la sua vendetta, e in onta del cielo, della sua coscienza e di quel feretro..... io, senz’alcun amico che secondasse le mie preghiere, senzaaltro sussidio che l’inferno e imiei sguardi diabolici, vincerla? Sì, giuoco il mondo contro nulla, ch’ella è mia»[55].Il colloquio con Margherita[56], l’infelice vedova di Enrico VI, è improntato ad un senso di ironia e di scherno, indice della insensibilità morale dell’omicida; anche il sentimento di gratitudine è messo in dileggio. Rimasto solo, Riccardo confessa a sè stesso le proprie colpe, le segrete tristizie che andava ordendo e che egli poneva a conto altrui. Fa porre in carcere Clarenza, e lo compiange, a suo dire, innanzi a molti stolti, quali sono Stanley, Hastings e Buckingham, sostenendo che la regina e la sua famiglia inveleniscano il re contro suo fratello. «Questo essi credono e quindi mi esortano a vendicarmi di Riverys e di Grey; senonchè allora io gemo e con un brano di scrittura dico ad essi che Dio ci impone di fare il bene per il male. Così è che io cuopro la mia perfidia col manto di quell’antica e strana morale, tolta dai libri sacri, e rassembro un santo allorchè recito le parti del demonio!»[57]. Allorchè la energia criminosa perviene a sistemarsi, convertendosi in potere specifico, atteggia tutta intera la coscienza, imprimendo la efficacia sui sentimenti, le idee, i convincimenti, i propositi: la serietà dei controstimoli morali, perdendo qualsiasi valore, è motivo di ridicolo; appunto perchè, avendo l’etica la sanzione nelle migliori attitudini dell’uomo a conformarsi ad intenti di ordine, se queste attitudini mancano, i sacrificî, che altri faccia del proprio benessere per l’altrui, non ha significato; onde l’ironico compatimento per azioni le quali si informano ad illusioni di menti deboli e vinte da pregiudizî.Lo schernire e mettere in dileggio le credenze, le abitudini, che altri predilige in adempimento di dovere religioso o morale e che abbiano scopi altruisti, è segno di malferma coscienza etica e di inclinazioni poco adatte ad opere lodevoli. La delinquenza innalza il culto alle sue divinità sugli altari da cui ha scacciato financo il ricordo del rispetto alla morale: il contrasto perenne, che ne promana,tra le sue opere ed i sentimenti e le idee della comune degli uomini o è incentivo a nascondere, sotto la maschera della astuzia e della simulazione, l’interno pervertimento, o, se non si teme la immanenza di minacce della legge, è fonte di scherno e di dileggio che ora traspare evidente nel gergo adoperato da’ malfattori, ora è perpetuato in segni e figure strane del tatuaggio. Chi ha pratica con grandi delinquenti sa da quanto scetticismo è circondata la loro condotta nei minimi atti della vita. Musolino mostrò divertirsi della requisitoria del Pubblico Ministero; P., famoso in un’associazione a delinquere della mia provincia, tante e tante volte recidivo in reati di sangue, da me difeso, mi confessò di non sapersi ancora persuadere del perchè i magistrati qualificassero le sue azioni per riprovevoli, mentre egli aveva fatto quello che nessuno avrebbe saputo e potuto fare, poichè impotente a farlo!—Il male ha grandi risorse nella coscienza del proprio potere: il mezzo migliore per combatterlo è di diminuire le lusinghe e le speranze che di questo potere sono l’ordinario corteggio; ma ciò torna impossibile fin quando la società non sostituisce, e ne vedremo il perchè ed il come, all’unica sanzione della pena, altri mezzi che, in date evenienze, abbattono il male attaccandolo alle radici.Riccardo—sulla china del delitto—non sente neanche il dubbio ad arrestarsi: egli chiama a sè due sgherri cui commette il mandato di uccidere il povero Clarenza. Il dialogo, tra’ tre malfattori, procede rapido, incisivo; l’idea del delitto infiamma vieppiù mandante e sicarî: Riccardo, licenziandoli, dice: «I vostri occhi versano folgori quando quelli dei pazzi spargono pianti. Vi amo, garzoni; all’opera, presto; ite, ite, affrettatevi»[58].Clarenza fu trucidato, nè Riccardo è pago di sua morte; egli sentivasi così sprofondato nel sangue che un delitto dovea richiamar l’altro. Nè è a meravigliarsi; per lui il delitto era il prodotto spontaneo di tempra morale sortita dalla culla, non modificata dall’età o dalla educazione. La duchessa di York, di lui madre, gli dice: «No, per la santa croce, tuben sai che venisti sulla terra per far della terra l’inferno mio. La tua nascita fu un peso doloroso per me: bieca e caparbia fu la tua infanzia; la tua adolescenza violenta, selvaggia, forsennata; la giovinezza scapigliata, cupida, temeraria. Nell’età matura divenisti altero, astuto, dissimulato, sanguinario, meno fiero, ma più pericoloso, carezzevole mentre odiavi»[59].Alleatosi con Buckingham, triste e remissivo consigliere, Riccardo fa uccidere coloro che avrebbero potuto ostacolare le mire di assorgere al trono, Rivers, Grey, Waugan, Hastings: temendo di affrontare la responsabilità di sì riprovevole condotta, innanzi la pubblica opinione, trova complici che ne mistificano le notizie, ne coonestano gli eventi. Malleabile, simulatore e dissimulatore in pari tempo, mentre medita la morte del legittimo erede al trono, si circonda di religiosi, piega il capo con l’umile posa di uomo contrito e pietoso. Pregato—a sua istanza e sollecitazione—di accettare il trono d’Inghilterra, si scusa, rinunzia; in apparenza costretto, pienamente accetta. Anna, la vedova dell’ucciso Eduardo, è richiamata alla promessa di addivenire sua moglie: ella, tra i tristi ricordi del passato e le maledizioni, che erompono veementi di sua bocca, subisce tuttavia l’effetto suggestivo dellemelate paroledi lui, e cede, pur sapendo che e’ l’odia a cagione del padre, Warwick, e che fra breve debba da lei disciogliersi. Salito sul trono, ricorre alla mano del sicario Tyrrel per far trucidare i figli del fratello, calunniandoli per bastardi: uccide la moglie Anna, per sposare la figlia del fratello; insospettito di Buckingham, gli nega il premio della cooperazione in tante opere di scelleraggini. Costui si ribella, ma arrestato è messo a morte.Il dramma di sangue procede alla fine: un esercito, capitanato da Richmond, si avanza contro l’infame usurpatore; costui si prepara a resistere, ma sente di essere impari alla impresa. L’anima del criminale, dopo di essere ascesa all’apice del maleficio, comincia a dissolversi sotto il peso della propria ambizione soddisfatta. Mentre pel passato non un rimpianto,non un solco di rimorso lasciavan dietro di sè gli inumani delitti, la compagine morale di Riccardo, al primo urto di imminenti pericoli, va in frantumi, e dal fondo buio misterioso del suo interno vien su il cumulo di controstimoli morali, la cui forza era stata repressa dal sovrapposto e saldo strato di degenerata coscienza. La fantasia, turbata dall’insorgere di morbosi sentimenti, diffonde una triste luce su quell’anima tenebrosa: cadono le lusinghe, le ardite speranze, e su quel cuore deserto giganteggia minaccioso il dubbio. L’io, la coscienza perdono l’equilibro; le energie si disorganizzano, e l’uomo dal freddo scetticismo è in preda al ribollimento incomposto di timori e di preoccupazioni manifestate in un vero accesso di delirio. Leggasi il soliloquio nella tenda, pria della battaglia, dopo l’apparizione, in sogno, degli spettri delle persone trucidate, e si avrà una pagina di profonda psicologia dello stadio di dissoluzione dell’anima del criminale. Nel primo momento evvi la sorpresa di insolite rappresentazioni: l’idea di imprevista sventura, esercitando forte e repentina scossa sulla compagine della coscienza, eccita lo strazio del rimorso: Riccardo esclama: e Datemi un altro cavallo ... fasciate le mie ferite ... abbi pietà, Gesù!... Silenzio, ho soltanto sognato—Oh rea coscienza, come mi strazî!... Le lampade mandano raggi azzurri ... È la morta ora della mezzanotte ... Fredde goccie spremute dal terrore stanno sulla mia carne tremante»[60].L’io, disgregato, si sdoppia e si prospetta alla mente personeggiato in duplice immagine: le due coscienze per un momento acquistano opposta omogeneità; il contrasto dinamico di prevalenza si accentua nell’antagonismo di ricordi del passato e di realtà del presente, e, perdutosi il freno di arresto, le idee, i sentimenti si svolgono con la fuga tumultuosa del delirante. «Che! Temo io me stesso? Qui non è alcun altro; Riccardo ama Riccardo; io, son pure io ... È qui qualche omicida? No; ... sì; io ci sono,.. allora si fugga ... Che! Da me stesso? Efficace movente ... Come?... Per paura della mia vendetta ... Oh? Di me, sopra di me? Oimè, io amome stesso»[61].—Finalmente, nel turbinìo della mente, la coscienza riacquista un certo equilibrio instabile: il passato s’integra col presente e l’uomo, giudicando sè medesimo, si prevale, in parte, delle proprie energie e si accascia sotto il peso d’una realtà tenuta nascosta per forza di abituale dissimulazione.«Perchè? Per qualche bene ch’io stesso abbia a me stesso fatto? No, sciagurato, mi abborro piuttosto per opere ree da me concepite. Io sono uno scellerato ... No, mento, tale non sono ... Insensato, di’ bene di te ... Insensato, non adularti. La mia coscienza ha mille lingue, ed ognuna di esse ha il suo racconto, ed ogni racconto mi condanna come uno scellerato. Lo spergiuro, lo spergiuro, al sommo grado; l’omicidio, il crudele omicidio, in tutta la sua efferatezza; tutti i delitti, praticati tutti nelle loro varie forme, si accalcano alla sbarra gridando: Colpevole! colpevole! Mi è forza disperare ...»[62].—L’isolamento dell’animo porta lo sconforto; l’ambizione, perduta l’aureola delle intime risorse, cade abbattuta dinanzi al minimo ostacolo; l’annichilimento dello spirito, ultimo termine di dissoluzione affettiva, paralizza la forza del volere e l’anima si spegne nel doloroso rimpianto d’una pietà che si sa di non meritare. «Nessuno mi ama e, se muoio, nessuno mi rimpiangerà..... In effetto, perchè lo farebbero? Dacchè io stesso in me non trovo alcuna pietà per me ... Mi parve che le anime di tutti coloro che ho trucidato venissero nella mia tenda e che ognuno minacciasse per dimani vendetta sulla testa di Riccardo»[63].Passata l’onda tempestosa del rimordente delirio, ritorna, con la calma dello spirito, la insensibilità, lo scetticismo. In Riccardo la psiche criminosa è, come dicemmo, solidamente organizzata; la propensione al delitto ha la scaturigine nel sentimento di orgoglio, nella speranza di soddisfare la sfrenata ambizione d’un regno. Non manca perciò la tenacia delle imprese, il coraggio di eseguirle. Ed i propositi rei, tuttochè alle volte impulsivi, si fondano in convincimenti, chehanno modificato completamente l’interno ambiente morale. La fortezza di propositi e la tempra salda di carattere pel criminale evoluto son suffragate dal disprezzo di principî direttivi della comune condotta; egli sente di impersonare una forza che fa eccezione in mezzo ai simili, e se ne vanta e si adopra di conservarne la dignità, aureola di luce fosca e di triste augurio. «La coscienza—egli dice—è parola che adoprano i codardi, inventata per tenere i forti in rispetto; le nostre nodose braccia siano la nostra coscienza; le nostre spade siano la nostra legge»[64].Francesco Moor, sorpreso dall’estremo pericolo, presso a soccombere vittima dell’imperversare di furibondi nemici, trema, si dispera, finisce col suicidio. In lui la degenerazione fisica avea il sopravvento sulle tendenze morali; epperò, di fronte al pericolo, il coraggio mancò, per dar luogo allo estremo sussidio di animo debole e disperato, il suicidio. Riccardo, per esuberante combattività, trova in sè la leva di coraggio e di audacia; pugna e cade sul campo di battaglia, incontrando la fine degna di ben altra sorte!

Concetto psicologico del delinquente.

1. Che cosa sia il delinquente.—2. Il prodotto psichico del delitto nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico.—3. Il tipo di Caliban nellaTempestadi Shakspeare.—4. Il Tersite di Omero.—5. Caratteri morali dei delinquenti in formazione.—6. L’integrazione evolutiva anomala del delinquente.—7. Analisi delRiccardo IIIdi Shakspeare.

1.—Dopo aver esaminati gli elementi dinamici della psiche del delinquente, non che i due stadi di coscienza del medesimo, lo stadio di formazione e lo stadio di sviluppo, ci sentiamo in dovere di rivolgerci la dimanda: che è mai il delinquente? In parte vi abbiamo risposto, analizzando i coefficienti psicofisici del delitto; ma è bisogno che si esprima con più chiarezza il nostro concetto, raccogliendo in sintesi ultima le esposte idee.

La dimanda non è nuova, anzi risale al problema fondamentale della genesi del delitto e della imputabilità. Le risposte furono difformi; ciascuna ritraendo del sistema di idee, onde si partiva, e dell’intento pratico cui si tendeva. Maudsley, alla dimanda che cosa fossero i delinquenti, risponde: sono esseri intermedî fra i pazzi e i sani; Albrecht: i criminali sono i normali della umanità; Lombroso: i delinquenti sono i selvaggi di un popolo civile; Sergi: i delinquenti sono degenerati; Minzloff: i criminali non sono che ammalati; Dally: i criminali non sono che pazzi; Benedikt: i delinquenti sono neurastenici fisici e morali; Féré: i criminali sono gl’inadatti all’ambiente sociale; Colajanni: i criminali sono moralmente atavici; Riccardi: i criminali sono inferiori dannosi[45].

2.—Tutte coteste risposte sono abbastanza generiche ed indeterminate per non soddisfare la nostra richiesta. Il problema resta insoluto, il problema della genesi psichica e della imputabilità del delitto.

Per bene intenderci e per liberarci dagli equivoci, presceglieremo metodo diverso da quello fin’ora adottato. Che cosa abbiamo fatto con le precedenti indagini? Niente altro che, per via analitica, tentare di ricostruire la formazione naturale dell’anima del delinquente, cominciando dall’assodare le leggi dinamiche dei motivi criminosi, proseguendo col vedere il processo evolutivo ed integrativo degli stati di coscienza, per finire col prospettare lo stato di dissoluzione della medesima, sia per effetto di cause ereditarie e latenti, che per effetto di cause acquisite ed attuali.

Indugiamoci e riflettiamo. Gli elementi formativi della psiche sol per comodità scientifica si dispongono in serie di atti o di stati simultanei o successivi; ma essi formano un tutto insieme organicamente unificato. La forza psichica, nella risultante finale di ciascuno stato, di ciascun atteggiamento e produzione, non è che energia unica, per quanto complessa altrettanto identificata nel funzionamento totale di azioni coscienti.

L’unità, la totalità, la funzionalità non sarebbero da noi apprese se non si estrinsecassero in atti aventi il valore di tanti effetti, i quali ritraggono dei caratteri qualitativi e quantitativi della causa onde promanano. Il delitto—concepito nella sintesi psichica di stati di coscienza analogamente differenziati—non è che attività, la cui genesi è nella natura del soggetto e nell’azione degli stimoli, o motivi, e la cui perfezione si sostanzia nel fatto violatore dell’altrui diritto.

Abbiamo visto che tale attività criminosa percorre un primo periodo embrionale o di formazione, la cui nota culminante è lo stato tuttavia involuto degli elementi che poscia, allo stadio di sviluppo, debbono, per effetto di selezione organica, attingere il grado di omogeneità e distinzione. Or, dopo che con l’uso dell’analisi ci siam resi conto dei coefficienti dinamici di ciascuno dei due sovraccennati stadî, possiamo, adoperando vedute sintetiche, completare la nostra conoscenza,che deve, poscia, facilitarci la via per più difficili induzioni e deduzioni pratiche e scientifiche.

Nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico, il prodotto psichico del delitto prende la forma istintiva, immanente, quasi automatica. L’animabilità ha predominio incondizionato. Il contrasto di correnti antagoniste segue il ritmo sincrono: le energie si mantengono nello stato di latenza; ma, appunto perchè poco coerenti, sfuggono al potere di controllo e di arresto. A volte, se un forte stimolo ne ecciti la scarica, riappariscono con scoppî istantanei ed imprevisti; poi, incontrando difficoltà a fondersi ed assimilarsi con le energie esterne trasformate, ritornano in istato di inerzia accompagnata da equilibrio stabile.

3.—La concezione artistica più perfetta, che io mi conosca, di questo stadio di formazione psichica del delitto, credo sia il Caliban della «Tempesta» di Shakspeare. Altrove ne scrissi, dimostrandone segnatamente il lato dell’azione inconscia[46]; qui ne completerò l’esame, che tornerà molto utile per concretare gli esposti criterî scientifici.

Caliban, deforme e selvaggio, era figlio della strega Sicora, che per mille malefizî e sortilegi fu sbandita da Algeri e confinata in un’isola ov’ella si sgravò. Prospero, privato, ad opera di suo fratello Antonio, del ducato di Milano, venne insieme alla figlia Miranda abbandonato in alto mare, alla balìa dei venti, e capitò di approdare all’isola di Caliban. Costui fu subito spogliato del possesso dell’isola, e, poichè egli era un essere stupido, un mezzo idiota, il buon Prospero lo commiserò, prese il fastidio di insegnargli a parlare, ed a conoscere ora una cosa ora l’altra. Ma, ad onta di tali insegnamenti, nessun essere buono poteva sostenere il suo ignobile contatto: fino a che, quantunque trattato umanamente ed albergato nella stessa cella del benefattore, un bel giorno osò attentare all’onore di sua figlia! La bestia umana si svegliava cogli impulsi del senso. Prospero ne comprese la natura di fango e lo assoggettò ai più bassi e degradanti uffici. Non l’ombra d’un rimorso turbò l’anima delloschiavo, che, alla deformità del corpo, per degenerazione ereditaria, univa istinti e sentimenti criminosi, indole perversa, odio profondo irresistibile contro Prospero che gli carpì quell’isola, a lui appartenuta per cagione di sua madre Sicora.

La bellezza, la innocenza di Miranda avrebbero dovuto agire, con forza rigeneratrice, sull’anima di Caliban; ma questi nulla poteva sentire di elevato, ed ai rimproveri di Prospero per la immonda azione, invece di scusarsi, risponde: oh, oh ... così fossi riuscito! Tu me lo impedisti, altrimenti avrei popolata quest’isola di Calibani!»

Le continue esplosioni di mal compresa ira, le invettive fiorite sì spontanee sulle labbra del mostro, tuttochè a lui fossero minacciati atroci castighi, vi fanno indovinare che la sua psiche era tuttavia involuta, sotto l’azione immanente di stimoli senza freno, non illuminata dalla luce del vero, non confortata dal desiderio del bene. La scena seconda del secondo atto è tutta una rivelazione incomposta della natura primitiva e bestiale dell’uomo. Caliban, con un carico di legna, si avvia verso casa di Prospero: si ode il rumore del tuono e lo schiavo non sa che profferire maledizioni di odio e di vendetta. «Tutte le infezioni—egli esclama—che il sole estrae dalle acque stagnanti, dalle paludi e dai pantani, cadano su di Prospero e lo convertano in tutto una piaga. I suoi spiriti mi ascoltano, e nondimeno mi è forza il maledirlo!» La fantasia, non sorretta dal sussidio della ragione, facilmente si turba ed è preda di balorde illusioni. Caliban crede nella grande arte magica di Prospero: vede attorno a sè scimie che gli fanno i versacci; tal’altra ei son ricci che gli stan sotto i piedi ignudi appuntando le loro spine; spesso egli è tutto fasciato di serpenti, che colle loro lingue forcute gli sibilano nelle orecchie in modo da farlo diventar pazzo. Egli vede avvicinarsi il buffone Trinculo e, prendendolo per uno spirito, gittasi bocconi per terra, sperando di non esser visto. Gli si avvicina Stefano e Caliban prende lui e Trinculo per discesi dal cielo. È appellato mostro assai balordo, debole e credulo, ed è schernito; ma egli di nulla si risente ed a coloro che lo insultano risponde con atti sommessi, con parole melate, con profferte di obbedienza e di servitù. Traspare,nonpertanto, in tutto ciò, l’istinto vendicativo del criminale e l’accenno a qualche disegno delittuoso che cominciava a profilarsi ed a prender forma nella mente. Il mostro—ed è qualità di animi degenerati—abbassa la sua dignità fino a voler leccar le zampe a Stefano; lo circuisce, lo lusinga, lo attrae a sè soffrendo le più atroci ingiurie, gli scherni più inumani. Dimentica ogni cosa che lo circonda, non pensa che alla vendetta, a procacciar la morte di Prospero con orrendo assassinio. In quell’anima mostruosa, impasto informe di degenerazione ereditata dalla strega Sicora, la donna da’ sortilegi e da’ malefizî, e di sentimenti sistemati, per lungo adattamento, di odio cieco e di malfrenata ira, il delitto si vien disegnando con tinte fosche, con particolari di inaudita ferocia. La simulazione, l’astuzia, trasparenti nel linguaggio accorto e melato, si scovrono; il criminale, in formazione, non sa concepire le difficoltà del progetto, non vede ostacoli: la vendetta si materializza, e la mente, funestata da luce vermiglia di sangue, gode di prospettare innanzi a sè la scena omicida; ei ne racconta i particolari ed anima Stefano a metterli ad esecuzione. Promette di accompagnare costui alla capanna di Prospero; glielo farà trovare addormentato e potrà conficcargli un chiodo nella testa!

E, come se ciò non bastasse, aggiunge: «egli ha il costume di dormire dopo il mezzodì; allora potrai strappargli le cervella, essendoti prima impadronito dei suoi libri; o potrai con una pertica fendergli il cranio, o sventrarlo con un palo, o tagliargli l’arteria maestra col tuo coltello. Ricorda di impadronirti prima dei suoi libri, chè, senza di essi, egli non è che uno sciocco come son io, nè ha più uno spirito al suo comando ... Ma il più importante è la bellezza di sua figlia; egli stesso la dice incomparabile; non ho veduto altre femmine che mia madre Sicora e lei; ma ella è così superiore a Sicora, come quello che v’è di più grande è superiore a quello che vi è di più piccolo».—L’odio è tal sentimento che, se mette nel cuore le radici, aduggia e perverte ogni impulso, sia pure sensuale, istintivo, fortemente passionale. Il pervertimento morale spinge, fin’anco, Caliban a persuadere Stefano al delitto, solleticandolo colla speranza della conquista di Miranda, la bella fanciulla pelcui amore perdette le grazie di Prospero—È proprio così bella fanciulla?—dimanda Stefano: ed egli: sì, monsignore; starà a meraviglia nel tuo letto, te ne assicuro, e ti darà una magnifica prole»—Stefano è deciso: «mostro, io ucciderò quell’uomo; sua figlia ed io saremo re e regina». Gli assassini son pronti al delitto; ma Prospero è sull’avviso. Egli è compreso di meraviglia per l’indole sì perfida di Caliban: «un demonio, un vero demonio, per cui l’educazione può nulla; per cui vane, interamente vane furono tutte le pene che pietosamente mi presi; e, come, col crescer degl’anni, cresce la sua deformità corporea, così si corrompe la sua anima». Avvicinasi il momento di operare; Stefano, Trinculo sono presso la grotta di Prospero: Caliban, nell’ebbrezza di entusiasmo e di gioia pel delitto, esclama: «te ne prego, mio re, fermati. Vedi tu costà? Questa è la bocca della grotta: entra senza strepito. Compi questobelmaleficio, che farà tua sempre quest’isola, ed io, tuo Calibano, leccherò per sempre i tuoi piedi». Ma essi sono assaliti da parecchi spiriti sotto forma di cani che, incitati da Prospero e da Ariele, si avventano sui tre malandrini e li mettono in fuga.

Caliban,tanto deforme, come Prospero afferma,nella parte morale come nella fisica, insuscettibile di miglioramento, si arrestainvolutotra le tendenze della bassa animalità. Non l’idea del vero, non il sentimento del dovere han presa in quella coscienza mostruosa: solo la fantasia, facoltà puramente sensibile, talora gli apre la mente alla visione di immagini e di cose che, dilettandolo, lo sollevano ad una sfera alquanto superiore: in quel momento la bestia tace e spunta l’uomo, al cui sguardo appariscono novelli orizzonti di idealità e di bellezza. «Non aver paura—Caliban dice a Stefano—l’isola è piena di suoni, di rumori, di arie dolci, che dilettano e non fan male. Talvolta sento mille istrumenti sonori a rombarmi all’orecchio; e talvolta odo voci che, se mi fossi anche allora svegliato dopo un lungo sonno, mi fanno dormir di nuovo; poi, nei miei sogni mi sembra di veder aprirsi le nubi, per mostrarmi in procinto di cader su di me le più belle cose; e allora, svegliandomi, desidero di sognare ancora!».

4.—Altro tipo di delinquente in formazione, meravigliosamente abbozzato, è il Tersite di Omero.

Non venne a Troia di costui più bruttoCeffo: era guercio e zoppo, e di contrattaGran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparsoDi raro pelo..........[47].

In lui l’istinto della malvagità si era arrestato al disotto della soglia della coscienza criminosa: non il delitto, ma i bassi sensi dell’odio, dell’invidia lo mettevano in mostra e gli procacciavano la repugnanza o lo scherno di tutti. Se l’assemblea del popolo si riunisce per udire i progetti di Agamennone, e se Ulisse interviene, assieme a Nestore, per esortare i Greci a proseguire la guerra, il petulante Tersite non resta di gracchiare e fa tomulto.

Avea costui

Di scurrili indigeste dicerìePieno il cerébro, e fuor di tempo e senzaO ritegno o pudor le vomitavaContro i re tutti; e quanto a destar risoInfra gli Achivi gli venia sul labbro,Tanto il protervo beffator dicea[48].

Le rampogne del triste, senza motivo, erano l’effetto di impulsività perversa: egli rivolse ad Atride ingiurie atrocissime. Ma gli fu sopra repente il figlio di Laerte e, guatandolo torvo, gridò:

Fine alle tue

Faconde ingiurie, ciarlator Tersite;E tu, sendo il peggior di quanti a TroiaCon gli Atridi passar, tu audace e soloNon dar di cozzo ai re, nè rimenarliSu quella lingua con villane arringhe,Nè del ritorno t’impacciar; chè il fineDi queste cose al nostro sguardo è oscuro,Nè sappiam se felice o sventuratoQuesto ritorno riuscir ne debba[49].

Così dicendo, gli percuote con lo scettro le terga e le spalle; il manigoldo si contorce e lagrima dirottamente:

Di dolor macerato o di pauraS’assise, e obliquo riguardando intorno,Col dosso della man si terse il pianto[50].

Gli Achivi si rallegrarono di quella scena; in mezzo alla tristezza sorse il riso e vi fu chi (interpetre della comune opinione) dicea:

Molte in vero d’Ulisse opre vedemmoEccellenti e di guerra e di consiglio;Ma questa volta fra gli Achei, per dio!Fe’ la più bella delle belle imprese,Frenando l’abbaiar di questo caneDileggiator. Che sì, che all’arrogantePassò la frega di dar morso ai regi?[51].

5.—In delinquenti di simile specie nè la minaccia della legge, nè la sanzione o morale o sociale han freno di sorta: il potere assoluto dell’animalità non ancora differenziata in tendenze più umane, avendo la insidenza in organismi in formazione ed a cui l’avvenire forse, sviluppando i germi del male, contrapporrà i rimedî del bene, priva l’individuo di regolare le proprie azioni con intenti altruisti e lo tiene stretto alla dura necessità istintiva. Per i medesimi, ugualmente che per qualunque delinquente a forma tipica di degenerazione organica, va ben appropriato ciò che Tucidide mette sulle labbra a Diodoto, che, combattendo l’opinione di chi consigliava doversi dar morte a quei di Mitilene, osserva: «l’uomo è tratto dalla sua stessa natura ad errare; nè vi ha legge atta a ritenerlo; ed invano sono stati trovati e profusi i più crudeli supplizî per tenere in freno i malvagi. Ed egli è a credere, che ab antico fossero assai più miti le pene, ma che, non valendo a porre riparo ai misfatti, elle s’inacerbissero fino al punto di punire di morte. Ma, per dirla in brevi parole, ella è stolta cosa il credere che le leggi o iltimore di ogni più grandissimo male ritenga l’uomo dall’errare, allorchè vel trascina una irresistibile natura»[52].

6.—Il delitto, allo stadio di sviluppo, si trasmuta in forza specifica del complesso organismo individuale. Gli elementi, innanzi discorsi, concorrono tutti insieme, o in parte, a plasmare il nuovo essere, che, differenziandosi, prende il suo posto di dinamica sociale col causare effetti disorganizzatori del concetto etico e giuridico di ordine. La nuova personalità può percorrere tutti i gradi ascendenti di integrazione anomala, dal più basso, a cui appartiene il crimine per assenza ereditaria di controstimoli e per deficienza di attività intellettuale, al più alto rappresentato dal delitto geniale, preparato ed accompagnato dal proteiforme corteggio di astuzia, di riflessione, di tradimento, di insidia: onde più grande sorge il pericolo sociale e più urgente l’obbligo di prevenzione e di repressione. Accetto la teorica deldelitto naturaleescogitata dal Garofalo, consistente in un fatto nocivo dei sentimenti altruisti elementari, lapietàe laprobità. Ma, a dir vero, simile teorica, tuttochè scientificamente sostenibile, non ha che valore puramente metodico; essa, limitandosi alla parte sopra tutto emotiva dell’azione criminosa, ne trascura i rimanenti fattori psicofisici, che, organizzandosi, per tendenze ereditarie o attitudini acquisite, si assommano in intimo meccanismo individuale, con equivalenza e funzionamento di speciale energia.

Il meglio che sia possibile ci adopreremo di rendere vieppiù evidente il nostro pensiero; il che faremo col ricorrere a qualche esempio che possegga la virtù di metterci sott’occhio in forma vivente e drammatica quanto la scienza ci apprende. Nè ad altro sussidio potremo più opportunamente far capo che all’arte, la quale, come ben dimostrò l’Alimena, si accompagna con la scienza: ad ogni manifestazione scientifica, come ad ogni manifestazione sociale, corrisponde una parallela manifestazione artistica. E questo parallelismo non è nuovo, poichè esso è inerente alla natura umana; per cui, dato un problema, il quale, per cosìdire, acquista tanto volume da occupare buona parte dell’aria che si respira, ciascheduno deve assorbirne una parte, e, alla sua volta, la comunica agli altri, secondo le sue proprie attitudini[53].

Esamineremo Riccardo III di Shakspeare con uguale intento pratico ed esito abbastanza proficuo onde esaminammo Macbeth del medesimo, i Masnadieri di Schiller ed alcuni drammi di Ibsen. Per penetrare nei profondi ed oscuri abissi del cuore umano non havvi guida più fida che i lumi prestatici dall’arte, e, chi sappia servirsene, renderà più evidenti e sicure delle norme il cui valore altamente scientifico o non è, di per sè, bene appreso, o lascia sempre incancellabili tracce di dubbio.

7.—Iago e Riccardo III—scrive l’Alimena—sono i delinquenti per eccellenza: in essi, cercheremmo invano la più lieve orma di rimorso[54].

Non siamo interamente d’accordo; poichè, se Iago ordisce, pari ad un freddo ed abile giuocatore di scacchi, insidie all’altrui felicità, per odio e gelosia dell’altrui grandezza, non mostra di sentire l’impulso cieco aberrante del delitto: in lui la dissoluzione si arresta alla sfera della vita morale.

Riccardo III, invece, trova i germi di rassomiglianza nei grandi delinquenti del teatro tragico greco, in Egisto specialmente, e fu il modello cui ebbe presente Schiller nell’ideare Francesco dei Moor, questo tipo di criminale tra l’istintivo, il pazzo e l’impulsivo, rimasto famoso per chi ne comprenda l’importanza profondamente artistica e scientifica.

Riccardo III anche lui ha fondo ereditario degenerativo; il suo corpo, la sua anima troppo si rassomigliano. Egli, ruvidamente sbozzato, ha il viso asimmetrico; è deforme, zoppo, ridicolo nell’incesso: lo sa, e non osa rimirarsi allo specchio. Ma sa puranco di avere a disposizione una grande potenza malefica; e, poichè non gli è dato godere come gli altri, fa proposito di divenire uno scellerato e abborrire i frivoli diletti. Comincia l’infame vita di delinquente con l’uccidere Enrico VI; indi passa all’uccisione deldi lui figlio Eduardo di Galles. Geloso del fratello Clarenza, usa insidiose macchinazioni per farlo venire in disgrazia del re e chiudere in prigione. La sua anima demoniaca è tutta palese fin dal principio dell’azione drammatica: Shakspeare, presentandolo intero nella sua mostruosità, ottiene l’effetto desiderato, di colpire la fantasia e di eccitare la riflessione a sprofondarsi nell’abisso dei misteri del cuore umano.

Siamo alla scena II dell’atto primo: si vede giungere un corteggio funebre; il corpo del re Enrico VI è portato in un feretro scoperto. Lady Anna, in gramaglia, lo accompagna e, versando amare lagrime, lo compiange ricordando il suo sposo Eduardo caduto vittima dalla stessa mano omicida di Riccardo. Costui si avvicina ed ordina che il feretro sia deposto: Anna lo redarguisce, lo insulta, gli ricorda il duplice assassinio, di Enrico e di Eduardo; dapprima egli nega, poi confessa con cinismo ributtante. Al ricordo, fatto da Anna, della virtù dello sposo, risponde, con scherno, dapprima che fosse tanto più degno del re del cielo che lo possiede; e poscia: riconoscente mi sia di averlo inviato in cielo, più adatto egli era a quel luogo che alla terra! Anna maggiormente se ne duole e lo maledice; ma qui avviene qualche cosa che davvero sorprenderebbe se la scienza non ci venisse in aiuto. L’energia criminosa è sommamente suggestiva: ce lo dimostra la psicologia deimeneurs, dominatori della folla delinquente; ce lo mostra l’esperienza di grandi malfattori dal fascino irresistibile nel destare ogni forma di passione nell’animo di persone che furono loro a contatto: Musolino conquistatore della protezione, della simpatia e dell’amore di donne di ogni ceto n’è esempio recente. Ebbene, avviene l’istesso per Riccardo: alla presenza d’un feretro, egli osa tentare il cuore di Anna; costei, dapprima sorpresa, poi renitente, in ultimo dubitante, finisce col cedere e col dare una promessa che era speranza di favorevole condiscendenza. Riccardo se ne meraviglia: Che!—egli esclama—Io che le uccisi lo sposo e il padre, trovarla nell’impeto del suo odio, colle maledizioni alla bocca, le lagrime agli occhi, accanto al testimonio sanguinoso che eccitava la sua vendetta, e in onta del cielo, della sua coscienza e di quel feretro..... io, senz’alcun amico che secondasse le mie preghiere, senzaaltro sussidio che l’inferno e imiei sguardi diabolici, vincerla? Sì, giuoco il mondo contro nulla, ch’ella è mia»[55].

Il colloquio con Margherita[56], l’infelice vedova di Enrico VI, è improntato ad un senso di ironia e di scherno, indice della insensibilità morale dell’omicida; anche il sentimento di gratitudine è messo in dileggio. Rimasto solo, Riccardo confessa a sè stesso le proprie colpe, le segrete tristizie che andava ordendo e che egli poneva a conto altrui. Fa porre in carcere Clarenza, e lo compiange, a suo dire, innanzi a molti stolti, quali sono Stanley, Hastings e Buckingham, sostenendo che la regina e la sua famiglia inveleniscano il re contro suo fratello. «Questo essi credono e quindi mi esortano a vendicarmi di Riverys e di Grey; senonchè allora io gemo e con un brano di scrittura dico ad essi che Dio ci impone di fare il bene per il male. Così è che io cuopro la mia perfidia col manto di quell’antica e strana morale, tolta dai libri sacri, e rassembro un santo allorchè recito le parti del demonio!»[57]. Allorchè la energia criminosa perviene a sistemarsi, convertendosi in potere specifico, atteggia tutta intera la coscienza, imprimendo la efficacia sui sentimenti, le idee, i convincimenti, i propositi: la serietà dei controstimoli morali, perdendo qualsiasi valore, è motivo di ridicolo; appunto perchè, avendo l’etica la sanzione nelle migliori attitudini dell’uomo a conformarsi ad intenti di ordine, se queste attitudini mancano, i sacrificî, che altri faccia del proprio benessere per l’altrui, non ha significato; onde l’ironico compatimento per azioni le quali si informano ad illusioni di menti deboli e vinte da pregiudizî.

Lo schernire e mettere in dileggio le credenze, le abitudini, che altri predilige in adempimento di dovere religioso o morale e che abbiano scopi altruisti, è segno di malferma coscienza etica e di inclinazioni poco adatte ad opere lodevoli. La delinquenza innalza il culto alle sue divinità sugli altari da cui ha scacciato financo il ricordo del rispetto alla morale: il contrasto perenne, che ne promana,tra le sue opere ed i sentimenti e le idee della comune degli uomini o è incentivo a nascondere, sotto la maschera della astuzia e della simulazione, l’interno pervertimento, o, se non si teme la immanenza di minacce della legge, è fonte di scherno e di dileggio che ora traspare evidente nel gergo adoperato da’ malfattori, ora è perpetuato in segni e figure strane del tatuaggio. Chi ha pratica con grandi delinquenti sa da quanto scetticismo è circondata la loro condotta nei minimi atti della vita. Musolino mostrò divertirsi della requisitoria del Pubblico Ministero; P., famoso in un’associazione a delinquere della mia provincia, tante e tante volte recidivo in reati di sangue, da me difeso, mi confessò di non sapersi ancora persuadere del perchè i magistrati qualificassero le sue azioni per riprovevoli, mentre egli aveva fatto quello che nessuno avrebbe saputo e potuto fare, poichè impotente a farlo!—Il male ha grandi risorse nella coscienza del proprio potere: il mezzo migliore per combatterlo è di diminuire le lusinghe e le speranze che di questo potere sono l’ordinario corteggio; ma ciò torna impossibile fin quando la società non sostituisce, e ne vedremo il perchè ed il come, all’unica sanzione della pena, altri mezzi che, in date evenienze, abbattono il male attaccandolo alle radici.

Riccardo—sulla china del delitto—non sente neanche il dubbio ad arrestarsi: egli chiama a sè due sgherri cui commette il mandato di uccidere il povero Clarenza. Il dialogo, tra’ tre malfattori, procede rapido, incisivo; l’idea del delitto infiamma vieppiù mandante e sicarî: Riccardo, licenziandoli, dice: «I vostri occhi versano folgori quando quelli dei pazzi spargono pianti. Vi amo, garzoni; all’opera, presto; ite, ite, affrettatevi»[58].

Clarenza fu trucidato, nè Riccardo è pago di sua morte; egli sentivasi così sprofondato nel sangue che un delitto dovea richiamar l’altro. Nè è a meravigliarsi; per lui il delitto era il prodotto spontaneo di tempra morale sortita dalla culla, non modificata dall’età o dalla educazione. La duchessa di York, di lui madre, gli dice: «No, per la santa croce, tuben sai che venisti sulla terra per far della terra l’inferno mio. La tua nascita fu un peso doloroso per me: bieca e caparbia fu la tua infanzia; la tua adolescenza violenta, selvaggia, forsennata; la giovinezza scapigliata, cupida, temeraria. Nell’età matura divenisti altero, astuto, dissimulato, sanguinario, meno fiero, ma più pericoloso, carezzevole mentre odiavi»[59].

Alleatosi con Buckingham, triste e remissivo consigliere, Riccardo fa uccidere coloro che avrebbero potuto ostacolare le mire di assorgere al trono, Rivers, Grey, Waugan, Hastings: temendo di affrontare la responsabilità di sì riprovevole condotta, innanzi la pubblica opinione, trova complici che ne mistificano le notizie, ne coonestano gli eventi. Malleabile, simulatore e dissimulatore in pari tempo, mentre medita la morte del legittimo erede al trono, si circonda di religiosi, piega il capo con l’umile posa di uomo contrito e pietoso. Pregato—a sua istanza e sollecitazione—di accettare il trono d’Inghilterra, si scusa, rinunzia; in apparenza costretto, pienamente accetta. Anna, la vedova dell’ucciso Eduardo, è richiamata alla promessa di addivenire sua moglie: ella, tra i tristi ricordi del passato e le maledizioni, che erompono veementi di sua bocca, subisce tuttavia l’effetto suggestivo dellemelate paroledi lui, e cede, pur sapendo che e’ l’odia a cagione del padre, Warwick, e che fra breve debba da lei disciogliersi. Salito sul trono, ricorre alla mano del sicario Tyrrel per far trucidare i figli del fratello, calunniandoli per bastardi: uccide la moglie Anna, per sposare la figlia del fratello; insospettito di Buckingham, gli nega il premio della cooperazione in tante opere di scelleraggini. Costui si ribella, ma arrestato è messo a morte.

Il dramma di sangue procede alla fine: un esercito, capitanato da Richmond, si avanza contro l’infame usurpatore; costui si prepara a resistere, ma sente di essere impari alla impresa. L’anima del criminale, dopo di essere ascesa all’apice del maleficio, comincia a dissolversi sotto il peso della propria ambizione soddisfatta. Mentre pel passato non un rimpianto,non un solco di rimorso lasciavan dietro di sè gli inumani delitti, la compagine morale di Riccardo, al primo urto di imminenti pericoli, va in frantumi, e dal fondo buio misterioso del suo interno vien su il cumulo di controstimoli morali, la cui forza era stata repressa dal sovrapposto e saldo strato di degenerata coscienza. La fantasia, turbata dall’insorgere di morbosi sentimenti, diffonde una triste luce su quell’anima tenebrosa: cadono le lusinghe, le ardite speranze, e su quel cuore deserto giganteggia minaccioso il dubbio. L’io, la coscienza perdono l’equilibro; le energie si disorganizzano, e l’uomo dal freddo scetticismo è in preda al ribollimento incomposto di timori e di preoccupazioni manifestate in un vero accesso di delirio. Leggasi il soliloquio nella tenda, pria della battaglia, dopo l’apparizione, in sogno, degli spettri delle persone trucidate, e si avrà una pagina di profonda psicologia dello stadio di dissoluzione dell’anima del criminale. Nel primo momento evvi la sorpresa di insolite rappresentazioni: l’idea di imprevista sventura, esercitando forte e repentina scossa sulla compagine della coscienza, eccita lo strazio del rimorso: Riccardo esclama: e Datemi un altro cavallo ... fasciate le mie ferite ... abbi pietà, Gesù!... Silenzio, ho soltanto sognato—Oh rea coscienza, come mi strazî!... Le lampade mandano raggi azzurri ... È la morta ora della mezzanotte ... Fredde goccie spremute dal terrore stanno sulla mia carne tremante»[60].

L’io, disgregato, si sdoppia e si prospetta alla mente personeggiato in duplice immagine: le due coscienze per un momento acquistano opposta omogeneità; il contrasto dinamico di prevalenza si accentua nell’antagonismo di ricordi del passato e di realtà del presente, e, perdutosi il freno di arresto, le idee, i sentimenti si svolgono con la fuga tumultuosa del delirante. «Che! Temo io me stesso? Qui non è alcun altro; Riccardo ama Riccardo; io, son pure io ... È qui qualche omicida? No; ... sì; io ci sono,.. allora si fugga ... Che! Da me stesso? Efficace movente ... Come?... Per paura della mia vendetta ... Oh? Di me, sopra di me? Oimè, io amome stesso»[61].—Finalmente, nel turbinìo della mente, la coscienza riacquista un certo equilibrio instabile: il passato s’integra col presente e l’uomo, giudicando sè medesimo, si prevale, in parte, delle proprie energie e si accascia sotto il peso d’una realtà tenuta nascosta per forza di abituale dissimulazione.

«Perchè? Per qualche bene ch’io stesso abbia a me stesso fatto? No, sciagurato, mi abborro piuttosto per opere ree da me concepite. Io sono uno scellerato ... No, mento, tale non sono ... Insensato, di’ bene di te ... Insensato, non adularti. La mia coscienza ha mille lingue, ed ognuna di esse ha il suo racconto, ed ogni racconto mi condanna come uno scellerato. Lo spergiuro, lo spergiuro, al sommo grado; l’omicidio, il crudele omicidio, in tutta la sua efferatezza; tutti i delitti, praticati tutti nelle loro varie forme, si accalcano alla sbarra gridando: Colpevole! colpevole! Mi è forza disperare ...»[62].—L’isolamento dell’animo porta lo sconforto; l’ambizione, perduta l’aureola delle intime risorse, cade abbattuta dinanzi al minimo ostacolo; l’annichilimento dello spirito, ultimo termine di dissoluzione affettiva, paralizza la forza del volere e l’anima si spegne nel doloroso rimpianto d’una pietà che si sa di non meritare. «Nessuno mi ama e, se muoio, nessuno mi rimpiangerà..... In effetto, perchè lo farebbero? Dacchè io stesso in me non trovo alcuna pietà per me ... Mi parve che le anime di tutti coloro che ho trucidato venissero nella mia tenda e che ognuno minacciasse per dimani vendetta sulla testa di Riccardo»[63].

Passata l’onda tempestosa del rimordente delirio, ritorna, con la calma dello spirito, la insensibilità, lo scetticismo. In Riccardo la psiche criminosa è, come dicemmo, solidamente organizzata; la propensione al delitto ha la scaturigine nel sentimento di orgoglio, nella speranza di soddisfare la sfrenata ambizione d’un regno. Non manca perciò la tenacia delle imprese, il coraggio di eseguirle. Ed i propositi rei, tuttochè alle volte impulsivi, si fondano in convincimenti, chehanno modificato completamente l’interno ambiente morale. La fortezza di propositi e la tempra salda di carattere pel criminale evoluto son suffragate dal disprezzo di principî direttivi della comune condotta; egli sente di impersonare una forza che fa eccezione in mezzo ai simili, e se ne vanta e si adopra di conservarne la dignità, aureola di luce fosca e di triste augurio. «La coscienza—egli dice—è parola che adoprano i codardi, inventata per tenere i forti in rispetto; le nostre nodose braccia siano la nostra coscienza; le nostre spade siano la nostra legge»[64].

Francesco Moor, sorpreso dall’estremo pericolo, presso a soccombere vittima dell’imperversare di furibondi nemici, trema, si dispera, finisce col suicidio. In lui la degenerazione fisica avea il sopravvento sulle tendenze morali; epperò, di fronte al pericolo, il coraggio mancò, per dar luogo allo estremo sussidio di animo debole e disperato, il suicidio. Riccardo, per esuberante combattività, trova in sè la leva di coraggio e di audacia; pugna e cade sul campo di battaglia, incontrando la fine degna di ben altra sorte!


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