CAPO XI.

CAPO XI.Psicologia degli aggregati criminosi.1. Relazioni tra singole coscienze.—2. Leggi d’integrazione e disintegrazione della coscienza in quanto si irradia nel mondo psichico esterno.—3. Luce e calore delle energie irradiate; qualità delle correnti di riflesso.—4. Il ritmo dinamico delle psichi concorrenti.—5. L’inconscio dell’anima della folla: la specie di imputabilità dei delitti da questa commessi.—6. Organizzazione delle energie della folla.—7. Le emozioni della folla; il loro ritmo di depressione e di esaltamento.—8. L’esaltamento in forma di psicosi con influsso epidemico; il contagio passionale morboso di sentimenti e di idee.—9. L’azione deimeneursnella folla.—10. L’associazione per delinquere; germinazione e sviluppo del microbo del delitto associato.—11. La forma e l’esplicamento delle emozioni ed il complesso dei principî etici messi a base delle azioni criminose associate.—12. L’anima della folla e quella delle associazioni criminose.1.—In altro lavoro[109]noi scrivemmo: la coscienza individuale è a considerarsi come centro di molte attività convergenti, e come energia risultante pel cumulo di aggregati di componenti che nella successione di stati interni, trasformandosi, conservano la loro natura essenziale. Uscendo dalla sfera delle azioni puramente individuali, e coordinando queste ultime alle azioni di altri individui, ci accorgeremo che tra le singole coscienze possono intercedere delle relazioni le quali aprono l’adito ad importantissime nozioni, che interessano tanto il cultore di psicologia generale, quanto quello di psicologia criminale.La coscienza individuale, quale attività, si irradia nel mondo esterno e comunica la sua energia attraendo nella propria orbita le attività concentriche delle coscienze altrui.La parolaconcentricheesprime la condizione, perchè ciò avvenga, di centri coscienti di natura simile, ossia che abbiano caratteri che tra loro non si elidano col neutralizzare le energie comunicatesi.2.—In quanto la coscienza si irradia nel mondo esterno, sottostà alle infrascritte leggi di integrazione e disintegrazione:1aGli elementi psichici della coscienza attiva, non trovando contrasto di resistenza negli elementi d’una coscienza passiva, imprimono la propria energia in guisa che il novello aggregato psichico sia il composto associativo degli elementi anteriori sommati con gli elementi assimilati.L’azione integrativa o disintegrativa d’una coscienza sull’altra avviene per addizione o per sottrazione: si aumenta, mercè la partecipazione di attività, il contenuto degli stati interni; si modifica il tono della personalità col privarsi in parte dei caratteri che demarcavano la precedente fisonomia psichica individuale. Tutto ciò avviene per l’atto associativo degli elementi psichici; poichè, nel dominio della coscienza, la serie progressiva di stati è prodotta da connessioni successive di rapporti e di processi.2aGli elementi psichici passivi, assimilando l’energia partecipata, si differenziano; e, o integrando maggiormente il precedente aggregato ovvero disintegrandolo, permangono, col trasformarsi, nel contenuto della coscienza attiva.La differenziazione degli elementi psichici con analoga integrazione del sistema indica progresso della coscienza passiva; il che avviene, tuttodì, nelle relazioni tra insegnante e discepolo, superiore e dipendente. Nella ipotesi di disintegrazione, invece, la coscienza passiva perde lo speciale contenuto e si modella sull’intima natura della coscienza alla cui energia di assorbimento non ha potuto resistere. Il che si riscontra nei caratteri deboli o poco progrediti, i quali molto facilmente sottostanno alla influenza prepotente altrui.3aLa trasformazione, per integrazione o disintegrazione, della coscienza passiva avviene in ragione dei caratteri simili tra i suoi elementi e quelli della coscienza altrui.Qualunque alterazione psichica, in conseguenza di energia partecipata, dipende dal grado di recettività specifica deglielementi onde l’aggregato è composto; tale grado corrisponde alla maggiore o minore identità degli elementi in relazione. Gli elementi della coscienza, tuttochè parti di aggregati, sono di per sè dei composti di coefficienti psichici primitivi; ond’è che tra essi, come tra particelle materiali, vige la legge di coesione, che dinota la mutua attrazione dimolecoledello stesso corpo, cioè di molecole le quali, non che scomporsi in atomi, abbiano tra loro identità organica. Per l’Ardigò lacoesione psichicaè la legge onde nelle formazioni psichiche gli elementi si compongono con ligami minori o maggiori. Massima è la coesione nellapercezione, media nelle formazioniideali, minima nei rapportilogici: la norma fondamentale è, che la coesione sta in rapporto inverso con la complessità del lavoro mentale.4aDelle energie partecipate, quelle che, per manco di attitudine della coscienza passiva, non sono state nè paralizzate nè assimilate, dànno luogo ad uno stato impulsivo di azione associativa automatica.Il moto trasmesso dall’urto, diciamo così, di due aggregati psichici o entra nel campo visivo della coscienza passiva, ed allora questa trasforma il contenuto in novello sistema di coefficienti; o in parte si arresta sotto la soglia della coscienza, ed allora, continuando nell’impulsione attrattiva, agisce e trascina, con azione automatica, nella propria orbita gli elementi sottoposti.3.—Oltre all’effetto integrativo o disintegrativo degli aggregati di coscienze in relazione, le energie irradiate contengono, riguardo alla trasmissione di attività psichica, un grado diluceche ha l’equivalente ontologico nelverocomunicato, non che un grado dicaloreper i fenomeniaffettivicausati.Le correnti irradiate o trasmesse, esteriorizzandosi, ritornano, per riflesso, nel centro di origine, rafforzandone la intensità del campo visivo. Questo s’intenderà agevolmente considerando che l’assorbimento, di cui abbiamo parlato, da parte della coscienza attiva non è che accumulo di attività pel soprappiù di energia attratta e ritornata nel punto iniziale di movimento impulsivo. Chi ne voglia l’esempio, consideri quanto si rafforzi la coscienza di un convincimento percolui che, messosi in comunicazione con altri, siasi persuaso di averne l’approvazione.4.—Dall’unione a due, alla forma più complessa della folla delinquente, la dinamica delle psichi concorrenti segue il ritmo d’un differenziamento che comincia dalla identificazione di due volontà in una sola e giunge alla formazione di coscienza collettiva, il cui esponente estremo è un risultato di cui non si hanno che i germi negli individui che vi prendono parte. Come nella dinamica cerebrale, ciascunacellula psichica, per usare l’espressione di Haeckel, ha vita propria, ma nell’accordo di infinite altre cellule si trasforma in elemento di organo del pensiero; nella composizione di individui, mentre ognuno è di per sè una coscienza integrata, in unione con altri concorre alla formazione psichica della collettività, la quale ha funzione più o meno variata. La suggestione, la imitazione, a cui si è fatto ricorso per fissare il perchè del fenomeno dinamico dell’aggregato psichico, non ne sono che i dati apparenti o accidentali: il meccanismo intimo è nel sincronismo di correnti di energie trasmesse ed accumulate in un centro unico, che, senza aver esistenza a sè od indipendente, si manifesta nel perfezionamento di unicaattività complessa, alla stessa guisa che il pensiero, la coscienza individuale siano a considerarsi risultanti di infinite componenti psicofisiche, che, isolatamente prese, hanno vita ed energia propria.5.—In fondo all’anima della folla evvi molto dell’inconscio, di quell’inconscio che è ripercussione di energie coincidenti, che, per la rapidità d’azione ed il ritmo incomposto, inerente all’equilibrio instabile di sentimenti passionali, si arrestano al disotto della soglia della coscienza e, turbinando, spingono, saltuariamente, ad intenti imprecisi. Vero è che su tutti gli individui affollati si diffonde la efficacia della idea, del pensiero comune, a cui si riferisce il movimento iniziale dell’azione; ma è pur vero che tra l’effetto verificatosi e la relativa causa motrice, a chi ben mediti, non si troverà mai nè la proporzione logica nè la equipollenza dinamica. L’inconscio, del quale parliamo, è nel gesto, nella instabilità del volere, negli accenti inconsulti, negli atti senza significato; ai quali fanno eco i sentimenti di odio, di simpatiasenza un perchè chiaro; il rapido svolgersi d’azioni di ferocia, inconcepibili in ciascuno degli associati; la esuberante espansività per scopi o ignoti o per sè poco calcolabili.Io che ho assistito—per ufficio di difensore—a processi di delitti perpetrati dalla folla, mi son convinto, che l’attenuazione di responsabilità è insita al comune stato d’inconscio ond’è accompagnato il simultaneo concorso di coloro che presero parte all’azione. Pare che tutti, meno chi ne abbia preordinato gli atti, agiscano in condizioni diautomatismo psicologico, fino al punto da obliare quel che ciascuno operò e da sconfessare ciò che tutti, con consenso in apparenza evidente, vollero conseguire. Il magistrato, tante volte, non crede alla schiettezza di confessione degli imputati, anzi li sospetta di mala fede e corre dietro alle fantastiche ed architettate accuse di agenti di pubblica sicurezza, i quali, non sapendo approfondire un giudizio su quanto effettivamente si svolse sotto i loro occhi, ricorrono ad opera misteriosa di sobillatori e prospettano intenti criminosi che non furon mai nelle menti dei giudicabili.Il problema della responsabilità di azioni collettive non sarà mai risoluto fino a quando non si acquisti l’abitudine di prescindere, per l’apprezzamento dell’operato comune, dal l’opera dei singoli. Insomma, la imputabilità della folla deve essere illuminata da concetti affatto diversi da quelli che comunemente seguiamo nella valutazione dei delitti individuali, sia che questi avvengano isolatamente, sia che avvengano in conseguenza di moventi collettivi. La partecipazione maggiore o minore, verificabile nel concorso di pochi individui in un delitto, può dipendere da maggiore o minore volontà ed azione negli atti esteriori. Per la folla succede altrimenti. I più volenterosi, i più attivi non sono sempre i più pericolosi; ma lo sono coloro sulla cui psiche con più vigore si ripercosse la coincidenza attrattiva o repulsiva delle psichi altrui. Sono questi i più deboli alla resistenza: nè è da imputarsi a lor conto; perchè nell’aggregato psichico di pochi concorrenti si ha l’agio di riflettere e di resistere, ma nella folla ciò riesce difficilissimo per la legge, che la inibizione rendesi tanto più difficile per quanto non ci è permesso disceverare la nostra energia individuale dalle energie ambienti a cui siamo soggetti.Il Sighele scrive, che la folla sia un terreno in cui si sviluppa assai facilmente il microbo del male, e in cui il microbo del bene quasi sempre muore, non trovandovi le condizioni della vita; ciò perchè in una moltitudine le facoltà buone dei singoli, anzichè sommarsi, si elidono. «Si elidono, in primo luogo, per una necessità naturale e, direi, aritmetica, come una media di molte cifre non può, evidentemente, essere eguale alle più alte fra queste cifre, così un aggregato di uomini non può rispecchiare, nelle sue manifestazioni, le facoltà più elevate, proprie di alcuni tra questi uomini; esso rispecchierà soltanto le facoltà medie che risiedono in tutti o almeno nella gran maggioranza degli individui. Gli strati ultimi e migliori del carattere, direbbe il Sergi, quelli che la civiltà e l’educazione sono riuscite a formare in alcuni individui privilegiati, restano eclissati di fronte agli strati medî che sono il patrimonio di tutti; nella somma totale questi prevalgono e gli altri scompariscono»[110].6.—La osservazione del Sighele e del Sergi è acutissima; ma non pare che la spiegazione addotta sia molto chiara. Perchè le migliori qualità individuali restano eclissate di fronte agli strati medî della comune degli uomini? Il motivo è nella maggiore energia organizzata di quelli stati di coscienza, che, pel tempo e per forza di naturale selezione organica, acquistarono maggiore compattezza ed unità. Il tronco d’un albero è sempre più resistente della foglia e del fiorellino, ultimi a spuntare sui suoi rami. Le qualità prevalenti ed eccezionali dell’individuo, in confronto delle qualità fondamentali e stratificate della coscienza, hanno minor presa nella trasmissione della loro energia sul fondo dell’animo della collettività. Di qui la forza del costume, delle abitudini, delle comuni credenze, dei pregiudizî. Il delitto è bene spesso il frutto di sentimenti ed idee germinate nell’ambiente morale di falsi principî, di erronee credenze, di inconsulte e cieche passioni. La folla è in soprammodo vittimadi questo ambiente morale. I suggerimenti, i consigli, l’azione dei pochi privilegiati non arrivano a scuotere, a rompere lo strato malefico della comune coscienza. Anzi succede, nè è raro, che per una naturale legge dinamica di assorbimento, i pochi finiscono col cedere ai più, non solo perchè impotenti materialmente alla resistenza, ma perchè la loro energia, trasfusa nella larga piena dell’energia altrui, ne è trasformata e sparisce travolta da correnti le quali ne modificano sostanzialmente l’indole. Fate che nella corrente impura d’un fiume cada una quantità di pura acqua, essa perderà tosto la sua purezza e finirà con identificarsi alla gran massa di liquido con cui va confusa.È legge costante, che le energie, fisiche o psichiche, poste a contatto, tendono a compenetrarsi ed unificarsi. Il centro attrattivo in prevalenza, o il nucleo del nuovo aggregato, si fissa per la affinità di energie similari; la risultante non solo ne comprende la somma, ma ne segna il grado diidentificazione.7.—Nella folla è da apprezzare, segnatamente, lo stato di emotività. Le emozioni, componendosi, si intensificano e si accrescono. Il che avviene in ragion diretta degli incentivi individuali ed in ragione inversa dei controstimoli eliminati o attenuati dall’ambiente di contrarie tendenze in prevalenze.Le emozioni della folla dapprima sorgono con caratteredepressivo, in ultimo prendono il carattere diesaltamento. Sono depressi i controstimoli della calma, dell’ordine: indi sorge la impulsività ad azioni subitanee ed incomposte. Il ritmo è incostante: allo stato caotico o di confusione, che turba le coscienze e fa che ognuno, incerto, tentenni e versi in equilibrio instabile di sentimenti e di idee, sopravviene il rifluire di correnti attive che, fissando uno o più centri di emotività, finiscono con l’imprimere al novello aggregato la fisonomia e la tonalità di atti impreveduti. L’esaltamento produce l’effetto di sospendere il funzionamento autonomo di ciascuna coscienza: sugli animi degli aggregati si diffonde una luce diafana e triste, si va addensando una nube, la quale, mentre toglie allo spettatore l’agio di distinguere i tratti caratteristici e la fisonomia di ciascun partecipante, elimina le singole iniziative e le confonde e le identifica nella unità di prodotto sinergetico.L’azione delittuosa, per chi ne ignori la genesi in moventi prossimi o lontani, ha l’apparenza di scoppio fulmineo: essa sorprende con fasi impetuose; non ha altri limiti che nelle accidentali difficoltà del momento; scorre con la rapidità spaventevole di corrente tempestosa e, quando giunge alla fine, lascia dietro di sè la distruzione e lo squallore, ma non la prova di chi ne debba dirsi responsabile.8.—Talora l’esaltamento, per favorevoli circostanze di tempo, investe così l’anima della folla da ingenerare una vera forma di psicosi con influsso epidemico.—Il Rossi—che per profondità ed originalità di vedute io giudico il vero fondatore, in Italia, della psicologia collettiva—così scrive: «Un sentimento od un’idea che si diffonda con una celerità più o meno grande; che conquisti, più o meno prestamente, molta gente, che ad esso creda fermamente, fortemente, è una epidemia psichica». Essa è dunque «uno stato ideo-emotivo che da uno o da pochi si diffonde a molti in maniera rapida ed intensa da produrre un arresto nel flusso della coscienza, e da dominarla, dando luogo a fenomeni strani di psicologia e di neuropatia». Gli elementi, adunque, d’una epidemia o d’un contagio psichico sono tre: uno stato ideo-emotivo, una diffusione anormale, un arresto ed un ingigantimento nel campo consciente capace di generare fenomeni anormali del corpo e della psiche. Abbiamo detto «uno stato ideo-emotivo», ossia uno stato di coscienza, giacchè una idea sola o una sola emozione non avrebbe in sè la forza di determinare uno stato di condotta, una piega del carattere qual’è quella che da un’epidemia psichica. La quale, a coloro che ne sono investiti e trascinati, dà come una personalità nuova. Ora questo non avverrebbe, se il contenuto della psicosi epidemica non fosse un pensiero ed un sentimento, giacchè è risaputo oramai che il carattere è donato non meno dal sentimento che dal pensiero. Inoltre, come noi dicemmo più volte, quelli che compongono la maggior parte della folla sono della gente amorfa o parziale—caratteri, cioè, o non ben definiti o incompleti—; mentre imeneurssono, a seconda la classificazione del Ribot, dei caratteri «attivi o contradditorî successivi». E gli uni e gli altri—meneurse folla—per formarsi una personalità nuova o per modificare l’antica,hanno bisogno di essere pervasi in tutto il loro essere; han bisogno di rifarsi o di crearsi il carattere e questo—lo si sa—non è meno pensiero che sentimento, idea meno che emozione»[111].Il contagio passionale paralizza la facoltà di attendere in persone che, per altre contingenze, han mostrato di possedere il potere di frenare o di indirizzare i voleri, i desideri, le convinzioni dei molti. Lo scompiglio o il turbamento generale di animo fa sì che si perda la visione di un perchè chiaro nelle proprie operazioni: le correnti impulsive e repulsive sovrastano il piano visivo della mente; fin l’istinto di conservazione si indebolisce, perchè pare che tutto sia per crollare; che leggi, costumi, interessi non abbiano più valore, che la vita sia alla mercè d’un evento o sperato o immaginato o temuto. È l’effetto dell’uragano, che sconvolge tutto quello che incontra, abbatte le messi e gli alberi, travolge, rimescola, trascina e precipita in lontani baratri quanto gli si offre dinanzi; il che avviene specialmente nei casi di esplosione degli stati emotivi collettivi. Ma vi sono altri esempî, in cui la idea, il sentimento si sistematizzano lentamente: evvi un periodo di incubazione ed uno di rigoglio; durante il primo l’aggregato si organizza, nel secondo vive di vita tutta propria ed imprime orme indelebili. Fa meraviglia, ed in pari tempo desta orrore, vedere a qual segno possa giungere il contagio epidemico di credenze, di pregiudizî in epoche e tra persone che pur, sotto altro aspetto, restano ammirevoli nella storia della umana civiltà! Basterà citare la epidemia di credenze, al secoloxvexvi, nelle stregherie, col relativo corredo di occultismo, per persuadersi di quanto danno alla umanità tornino i pregiudizî ed i falsi convincimenti allorchè si diffondano nelle turbe ed acquistino il potere di ottenebrare le coscienze della collettività. «Siffatte credenze—scrive il Cantù—si conservarono traverso al medio evo, sicchè ne son piene le leggende, nelle quali si confondono il misticismo e l’empietà, il tremendo e il grottesco; repulsate dai legislatori e dai dottori, ma serbatetenacemente dal vulgo, finchè vennero a mescolarsi con quella fungaia delle scienze occulte: i Settentrionali vi unirono il tributo delle loro saghe e valchirie e oldi e gnomi e spiriti elementari; gli Arabi le loro fate»[112]. «Massime nella Germania—prosegue il Cantù—così proclive al misticismo, erasi largamente diffuso il timor delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, e spedì due inquisitori, Enrico Institore e Giacomo Sprenger, con facoltà d’estinguere tali infamie con qual fosse mezzo. Appoggiati da Massimiliano I, essi inquisitori si vantano d’averne mandate a morte quatrocentotto in cinque anni nella diocesi di Costanza; nel solo elettorato di Treveri, racconta Möhsen, fossero processate in pochi anni seimila cinquecento persone per stregheria; moltissime trucidate nelle Fiandre il 1459; a Ginevra in tre mesi se ne condannarono più di cinquecento, convinte; Spagna e Francia ne furono insanguinate. Pietro Crespet dice che, al tempo di Francesco I, v’avea centomila streghe; ma Trescale, condannato il 1571 e avuta l’impunità, confessò che erano assai più. Nicola Remy, profondo criminalista e gran giureconsulto, consigliere intimo del duca di Lorena, vanta averne in quindici anni fatte morire novecento: dicono che Enrico IV ne mandasse al fuoco più di seicento nella sola provincia di Labourd; in Slesia nel 1651 ne furono arse ducento; cencinquantotto negli anni 1627, e 28 a Wurtzburg, fra cui quattordici curati e cinque canonici. In Italia pare, per questa sciagura, specialmente segnalata la diocesi di Como, il cui inquisitore nel 1485 ben quarantuno ne bruciò; e Bartolomeo Spina asserisce, che oltre mille in un anno vi si processavano, e più di cento bruciavansi»[113].—Non mancarono spiriti indipendenti, e scevri di apprensioni, nel combattere, ora apertamente ed ora sotto il velame d’una fede religiosa meglio diretta ed illuminata, errori di cotanto nocumento alla umanità; fino al famoso Reginaldo Scoto, il quale negava che il demonio possa cambiar corso alla natura. I supplizî, i roghi moltiplicavansi ovunque; la fantasia popolareera eccitata, nutrita dai pubblici sermoni, dai suffumigi e dalle unzioni, dal secreto di processi terminati quasi sempre con la confessione del paziente estorta col mezzo della tortura. Quando si pensa agli effetti di un’epidemia psichica durata, forse, fino a qualche secolo fa, si resta colpiti dal profondo dubbio se tante credenze reputate oggi scientifiche ed irrefutabili non abbiano la base nell’opera della suggestione e della illusione, e se davvero quella, che noi appelliamo verità, non sia che il prodotto soggettivo di passeggiare stato di coscienza!9.—Il citato Rossi constata, che «la folla riceve impronta, nelle sue manifestazioni, da coloro che la compongono; massa talora amorfa, talora no per ciò che riguarda il carattere, e sui quali imeneursgettano l’ombra immane della propria psiche. Onde l’azione della folla nasce da un incontro deimeneurse degli uomini a fondo attivo su altri a fondo inerte, plastico, facile ad essere dominato e a seconda che gli attivi son volti al bene o al male, sono normali o no, l’azione della folla è buona o triste, normale o criminosa. Ora nella folla delittuosa, oltre imeneursche vedemmo quali sieno, prevalgono i criminali nati, i pazzi, gli abituali, i quali la conducono al delitto, avvolgendo, nelle sfere d’una passione criminosa, gli amorfi, gli squilibrati, i parziali e facendone dei delinquenti passionali»[114].—La osservazione è esattissima, però richiede che sia completata. È vero che imeneurs, suggestionando la folla, le dànno una forma qualsiasi, il più spesso criminosa; ma è anche vero che essi sono coinvolti nelle spire dell’anima dell’aggregato, ed a seconda della natura di quest’ultima inconsciamente plasmano i loro convincimenti e le loro passioni. L’ambiente, di qualsiasi specie, è dominato dalla potenza di energia di individui predominanti, ma questi, alla loro volta, sono il portato dell’ambiente istesso: ciò che potrebbe semplificarsi nella legge, che tra gl’individui e la folla evvi rapporto di scambievole influenza; con questo di singolare, che la forza definitiva è equivalente alla somma delle forze concorrenti, e l’indirizzo dell’azione è impresso dallaspinta dell’individuo la cui attività suggestiva s’impone alle attività dei componenti l’aggregato.10.—Tra le forme di aggregati criminosi, che maggiormente attirano l’attenzione del psicologo, va notata laassociazione per delinquere. Il patrio legislatore, riproducendo dettami di legge seguìti in tutti i tempi, con gli art. 248-251, ha voluto disciplinare questa forma di delinquenza, la quale, tuttochè per l’influsso della civiltà vada perdendo le modalità più gravi sì frequenti in tempi antecedenti, suscita tuttavia grande preoccupazione, poichè contiene la maggiore minaccia contro il diritto privato ed il pubblico ordine. Gli associati per delinquere, ossia, giusta la definizione non molto felice ma perspicua di Zanardelli, coloro che si uniscono, non già per commettere questo o quel reato, ma in genere una serie di delinquenze, per far quasi, a così dire, il mestiere del delinquente, sono tra loro stretti da vincoli di comune sentire, pensare e volere, e le aspirazioni, ond’essi sono animati, riescono a formare di molteplici energie una sola energia, quasi organismo composto dalla fusione di corpi concorrenti e compenetrati da potente forza coesiva. Non è, dunque, come nella folla, che la dinamica di sentimenti e di idee subisca l’antagonismo e l’alternativa di azione e reazione, per la fusione accidentale di energie di natura simile o diversa; ma le energie associate si organizzano ed unificano con più spontanei e forti vincoli, appunto perchè di natura similare e tra loro congiunti dopo reciproca elaborazione selettiva.La psicologia di qualunque specie di associazione criminosa procede per virtù di energie attrattivelatentie per azione immanente di assorbimento di energiepalesiedattuali.Contingenze favorevoli predispongono l’ambiente ad accogliere e far germogliare il microbo del delitto associato. Capita in una città, in una regione, per motivo di occupazioni familiari, un individuo rotto al vizio, proclive al mal fare. Fungendo da nucleolo germinativo del male, egli comincia col circondarsi di persone che posseggano qualità simili alle sue; più spesso di giovani, dall’indole più espansiva, dalla mente meglio accensibile ed inclinevole ad esser vinta dal miraggio della imitazione. La fantasia dei neofiti è colpita dall’attrattiva del mistero; gli animi sono sollecitati dallasperanza di conquistare, senza grandi sacrificî e duri sforzi, un posto di rispetto, di prestigio tra’ compagni; le virtù dei capi, esaltate da cointeressati, esercitano il fascino delle leggende: poco a poco, per la confluenza di elementi estranei, si forma uno speciale consorzio, che, dapprima ristretto a pochi, poscia in più larga sfera, stringe gli affiliati in piccolo mondo e lusinga ed attira gli altri a farvi parte, blandendone le volontà con la promessa di dolci premi, rafforzando il desiderio e le innate tendenze con l’agevolare il loro potere di espansività e renderne più facile lo sperato intento. L’obbligo del secreto, la obbedienza passiva, la ignoranza del perchè di ordini o di comandate azioni; eppoi, il racconto, susurrato appreso di straforo, di imprese, di avventure strane passionali di compagni, che cominciano a mettersi in evidenza; il piacere di sorprendere la buona fede altrui, di violentarne il dominio, di credersi fuori l’imperio della legge, anzi di ridersi del prestigio dei suoi funzionanti, sono tanti incentivi a che l’associazione del delitto prenda consistenza, metta salde radici, si espanda, si imponga.Le energie latenti e malefiche dei consociati si sviluppano: col vincere la resistenza opposta dai controstimoli etici, sociali e giuridici, si raffermano, e, da principio incerte di sè, finiscono con l’assicurare il loro potere; finchè, cogliendo le occasioni, producono i primi frutti in azioni o disordinate o viziose o delittuose. I vincoli interposti tra individui tratti al male, meglio che da chiari propositi, per opera suggestiva di comunione ed uniformità di tendenze, trascorso alcun tempo, si rendono più stretti e più saldi; n’è motivo principale la coscienza del comune interesse, la reciproca fiducia negli intenti formanti lo scopo o gli scopi di un’unione animata e sorretta da qualche bene o dal cumulo di beni posti a base del novello aggregato.11.—Due coefficienti principali vanno ricordati nelle associazioni ad organismi composti di persone strette, con lento processo, da fini criminosi effettuabili per ordini ed obbedienza gerarchica; la forma e l’esplicamento delle emozioni, ed il complesso dei principî etici qualificanti le azioni.Chi ha studiato qualcuna delle vaste associazioni criminose, le quali, com’è quella dellaMala vitae dellaCamorra,fioriscono in grandi centri industriosi e commerciali, di leggieri avrà potuto osservare come tra gli associati si stabiliscano correnti morbose passionali, che accecano e trascinano al delitto per motivo di jattanza, meglio che per intenti di serio interesse ed utilità: la vendetta, lo spirito di rivincita, di sopraffazione simulata sotto le parvenze di giusta reazione, sono ragioni poco attendibili per spiegarci il perchè logico di atti dei quali la vera causa è nel travolgimento del senso di civiltà, nell’abitudine contratta ad esser dominati da basse passioni, che estinguono l’idea di dovere, di previdenza, di rispetto dei simili. Nella scala della decadenza morale dell’uomo, l’ultimo gradino è contrassegnato dall’assenza completa di sentimenti di ordine o di premura del proprio benessere d’accordo con le leggi protettrici del benessere altrui: il vincolo di sociabilità, di solidarietà è spezzato, e l’individuo, raccogliendo gli sforzi nel conato supremo dell’egoismo, si inabissa nella perdizione!L’abitudine a miscredere alla forza della morale e della legge, l’abbiettezza contratta in consorzio privo di risorse della personale dignità, l’abbandono cieco passivo alla volontà altrui, imposta con la idea di superiorità gerarchica, finiscono col disseccare nell’animo di delinquenti associati la fonte o di rimorso o di resipiscenza, ingenerando lo stato di supina incoscienza, indice di completa dissoluzione morale. Salvo i capi, la massa dei seguaci è poco differenziata, materia amorfa, irreducibile: il delitto si desidera, si compie più istintivamente o per jattanza, che suggerito da necessità o sufficiente motivo; ed è così che l’aggregato di coteste associazioni, formate con processo lento e per effetto di energie latenti sistemate, non presenta al sociologo od al magistrato verun piano certo di prove o di argomenti onde concludere alla imputabilità di tutti o di parte dei prevenuti, ed abilitarci a misurare il grado della responsabilità di ciascuno.12.—Nella folla, agglomerata e trascinata da subitaneo motivo passionale, evvi un’anima collettiva che vibra e s’impone: non così nelle associazioni criminose, di che discorriamo. Mancando l’unità assoluta d’intenti, e frazionandosi le volontà individuali in atti criminosi isolati e sol tra loro congiunti da uniformità di tendenze, le energie si armonizzanoin serie poco compatte, tenute strette dalla forza suggestiva del potere intransigente ed assoluto nell’ordine della gerarchia. La lealtà, la onorabilità, ostentate ad ogni momento, opportunamente o inopportunamente, sono tra gli associati i facili pretesti per coonestare atti turpi, disonorevoli anche per chi della parolaonoresi serve come scudo di difesa contro i giusti richiami dell’intima coscienza, dei mòniti della morale, delle minacce della legge. Lo spirito abituale di simili disgraziati, diffuso su tutte le operazioni buone o riprovevoli della loro esistenza, è quello di un pessimismo reso leggiero e mutabile per indifferentismo di carattere causato da assenza di sensibilità, di solito fisica, ordinariamente morale. Simulatori e dissimulatori, non è raro il caso che difensori e magistrati sien presi per essi da sentimento di sincera pietà, attenuando le loro colpe con argomenti i quali o nascono dal dubbio sulla prova di responsabilità, o dal convincimento trattarsi di disgraziati, invece che di delinquenti.Per disilludersi, basterà—a processo finito—informarsi della impressione prodotta sui loro animi dalla mitezza di condanna o dall’assoluzione: il ghigno ributtante, lo scherno cinico accompagna la sentenza del magistrato!—Ricordo d’un famoso capo d’associazione dellamala vita, condannato a lieve pena per scatto di arma in rissa, assoluto da altri reati: in un’ora circa di colloquio, il giorno seguente al dibattimento, rideva, rideva sgangheratamente, asserendo che la magistratura dovesse riformarsi permandare a casa(sue parole) uomini inetti come quel signor presidente, il quale si era fatto gabbare dal suo contegno e dalle sue profferte di innocenza!..... E dire che, in udienza, il furbo avea sì ben simulato tutto ciò che anch’io, e con me il pubblico, mi convinsi della schiettezza e verità di quanto asseriva!...CAPO XII.La vita del delitto.1. Vita individuale e collettiva del delitto.—2. Vita storica del delitto.—3. Lanecessitànell’apparizione del delitto; teoria del Bovio: la legge di continuità nel fenomeno del delitto.—4. Coefficientequalitativoequantitativonel processo vitale del delitto.—5. Causalità ed uniformità di fenomeni; contenuto metodico e scientifico della statistica; psicologia criminale e statistica.—6. Obbietto della statistica criminale: valoreprobatoriodelle leggi statistiche.—7. Principio fondamentale del calcolo di probabilità applicato alla vita del delitto: norme relative ai dati numerici delle leggi statiche e dinamiche del delitto; opinione del Ferri intorno alla influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto; confutazione.—8. Criterî da seguire nel calcolo di probabilità dei dati statistici criminosi.—9. La psicologia criminale etnografica, suo còmpito e suoi principali obbietti.1.—Il delitto, fenomeno affatto naturale, ha una vita individuale ed una vita collettiva e storica. Individualmente, il delitto si germina ed apparisce azione di disordine causata da coefficienti statici e dinamici di atipicità antropologica e di anomalia funzionale nel processo evolutivo o dissolutivo di moventi esterni od interni. L’esame da noi fatto, degli stati di formazione e di sviluppo di cotesto processo, ci autorizza a concludere, che il delitto, dalla genesi cenestetica alla consumazione esteriore, non sia che esplicamento della forma dienergiada noi appellatacriminosa. Abbiamo, quindi, nel delitto i due estremi necessarî alla vitalità o realtà di qualunque fenomeno naturale, unaenergia in atto, ed illimite,di spazioedi tempo, entro il quale essa si viene effettuando. Inoltre, da quanto abbiamo svolto nei precedenti capi si deduce, che l’attività vitale del delitto dall’individuo si proietta nella collettività, vuoi per la ripercussione del danno privato e pubblico, che per la possibilità di svariate forme diorganizzazione negli aggregati. La energia criminosa trova la via di funzionare sia per azioni individuali, che per azioni collettive: nell’uno e nell’altro caso obbedisce a quelle leggi meccaniche, la cui espressione fondamentale è nel principio dicausalità.2.—Il delitto, in fine, ha una vita storica. Il fattore storico, agendo con il cumulo dei coefficienti formanti il proprio ambiente, predispone la energia criminosa a manifestarsi in taluni effetti a preferenza che in altri. Da ciò il mutamento di specie di delitti secondo le epoche; la scomparsa, cioè, di alcuni di essi per la trasformazione del clima storico o l’intervento di nuovi elementi di progresso e di civiltà; l’attenuazione di altri per la eliminazione delle cause onde erano prima resi più gravi.L’individuo, la collettività, la storia, ecco le tre fasi percorse dal delitto in quanto afferma la propria vitalità. E questa vitalità, si noti, ècontinuativa, per la legge di permanenza della energia; e le modificazioni, ond’è segnata in apparenza, non la privano dellaidentitàdi contenuto, poichè, nella indefinita variazione di forme, essa conserva la nota culminante dell’esquilibrio funzionale psicofisico e dell’anomalia antropologica.La scuola classica, astraendo il concetto del delitto dalla realtà naturale, ne creò unente giuridico; il positivismo, partendo dalla nozione unitaria o monistica della natura, scorge nel delitto una vitalità accompagnata dal carattere di necessità e di permanenza. Di necessità, perchè in esso i fattori individuali, collettivi e storici agiscono in forza della causalità; di permanenza, perchè la energia criminosa si connette alla legge generale della conservazione, con equivalenza, della energia in genere.3.—Il Bovio ebbe l’intuito della influenza dellanecessitàsull’apparizione del delitto. Egli divise questa necessità in naturale, storica e sociale. Ricordando le tre possibilità del reato secondo la scuola dei giureconsulti, vale a dire la possibilità del dolo, la possibilità del danno e la possibilità di trasmutare il dolo in danno, domandava: «è compiuta questa dottrina della possibilità o è difettiva, astratta, unilaterale, governata da presupposti ciechi d’una vecchia ebolsa metafisica? Io domando: la possibilità subbiettiva è tutta individuale o entravi in dose più o meno densa la necessità naturale? Domando ancora: nella possibilità obbiettiva entra e in quanta parte la necessità storica? Domando in ultimo: nella possibilità esecutiva entravi e come la necessità sociale? Lanecessità, in somma, è qualcosa o niente nella storia dell’uomo, della quale il reato è parte sì larga? Sarebbe stato, adunque, assai desiderabile che accanto a quelle tre possibilità si fossero vedute queste tre necessità. Ma niente:—si credette sempre sconfinata la libertà, gelosa cavallerescamente di sè e disdegnosa d’ogni necessità; si credette l’individuo umano affatto autogenetico, autonomo e prodotto d’un solo fattore, di sè solo; e però furono escogitate quelle tre grandi menzogne che furono chiamate tre possibilità»[115].—«La natura ferma il destino d’ogni specie, non esclusa l’umana, e dà carattere e fisonomia così a ciascuna persona come a ciascun popolo: dallo svolgimento di questo carattere per asseguire il proprio destino deriva il presente in cui consiste la necessità sociale; dunque la necessità sociale deriva dalla necessità storica e questa dalla naturale. Ogni libertà deriva da una libertà; ogni necessità da una necessità: la libertà è necessaria; la necessità è libera. I codici dispaiano questa profonda armonia dei contrarî, rompono la dialettica del mondo, divellono la libertà dalla necessità, l’individuo dal popolo, il popolo dal tempo, il tempo dalla natura, e con un fattore credono trovare il prodotto storico e sociale»[116]. Concludendo, il Bovio, proclama, che in ogni reato entrano complici lanatura, lasocietàe lastoria, oltre la volontà individuale.E sia. Ma il Bovio, non peranco liberato dalla influenza del sistema sillogistico, crede aver scossa la base del diritto di punire sol perchè in questo entrano elementi che ne modificano profondamente i modi di applicazione. E che è mai la necessità sceverata dalla legge dicontinuitàdel fenomeno?; che la ragion penale dissociata dalla causalità naturale, edall’unità di legge meccanica guidatrice dei fenomeni da noi percepibili? Potete pur negare la proporzione penale, e dire che essa, essendo tra il reato e la pena, che sono termini eterogenei, è intrinsecamente assurda: ma il delitto esiste, ed esiste la necessità sociale di combatterlo e di attenuarne, se non eliminarne, gli effetti.Il fenomeno, umano o puramente materiale, in sè e nei limiti della conoscenza non ha esistenza assoluta, ma relativa. Relativa è la energia parziale rispetto alla forza universale; relativo è il suo modo di essere e di apparire; relativo il modo onde noi la percepiamo; relativa la conoscenza del suo passato e dell’avvenire. Eppure, in tanta relatività, non evvi forse un che di certo, di permanente? Lo stesso è del delitto: il suo essere individuale, collettivo e storico sono fasi, ond’è segnato il suo cammino: la vitalità, che gli è propria, è, nella energia criminosa, una delle tante guise onde la forza universale si realizza, il perchè dinamico e logico di fenomeni di esquilibrio e di anomalie, il tratto di tenebra che oscura, a momenti, la luce che rischiara ed abbella la nostra esistenza terrena.4.—La conclusione delle sopraesposte idee è la seguente: il delitto, avendo una vita, con fasi successive nello individuo, nella collettività sociale e nella storia, deve di necessità risentire dei coefficienti statici e dinamici che, qualitativamente e quantitativamente, presiedono al suo nascere ed al suo sviluppo. Due specie di coefficienti, dunque, debbono riscontrarsi nel processo vitale del delitto; un coefficiente che attiene allaqualitàed uno allaquantitàdel suo contenuto intrinseco ed estrinseco: qualità e quantità che rispondono, nei medesimi fenomeni, all’elemento statico ed al dinamico. È elemento statico del delitto ciò che di esso permane attraverso le forme assunte durante le diverse fasi; è elemento dinamico ciò che cambia di apparenza e di atto, ovvero ciò che è inerente agli effetti multiformi e variabili nella violazione dei diritti individuali e collettivi. L’elemento statico è insito allaspecialitàdella energia criminosa, la quale ha la essenza nello stato di esquilibrio e nell’anormalità di azioni disturbatici dell’ordine sociale; l’elemento dinamico, poi, si ravvisa nella serie degli atti di coscienza,che preparano, accompagnano e seguono gli stadî psicofisici del funzionamento criminoso, individuale o collettivo, non che le forme successive onde la delinquenza si attenua, si aggrava, si trasmuta durante il percorso del progresso o regresso storico.5.—«Dalla legge causale generale—scrive il Tammeo—deriva come deduzione la uniformità generale dei fenomeni, la quale, a sua volta, risulta dalla coesistenza di uniformità parziali. Il che vuol dire che il corso generale della natura è uniforme, perchè uniforme è il corso degli innumerevoli fenomeni di cui la natura si compone. Date certe condizioni, è necessario quel determinato effetto, e, viceversa, un qualunque fenomeno è necessario così come si manifesta; il che vuol dire che avrebbe potuto essere diverso, se le cause che lo hanno prodotto fossero state diverse. Ciò parrebbe una nozione volgare; eppure tale non è quando si vede che quasi tutti nei giudizî intorno ai fatti sociali dimenticano di considerarli come conseguenze necessarie di cause immutabili. La legge causale spiega le uniformità dei fenomeni, il meccanismo cioè della natura e dei fatti sociali»[117].Causalità ed uniformità di fenomeni: onde nei fatti sociali la energia criminosa, principio vitale della immanenza e permanenza del delitto, va appresa e dimostrata con la osservazione intorno ad azioni, le quali nei loro caratteri anomali e di esquilibrio conservino il meccanismo necessario alla produzione d’ogni formazione naturale, fisica o morale che sia. Dunque il calcolo numerico nelle grandi masse di dati di osservazione, quando abbia per obbietto la constatazione della vitalità spaziale o temporanea del delitto, non deve essere solamente reputato opera di metodo, ma materia di scienza.È dall’essersi trascurati i veri principî della statistica, che dura tuttavia il dibattito tra chi in essa non riconosce che solo un metodo, negandole il carattere di scienza (Lo Savio, Guerry, Körösi, Lilienfeld, Gumplowicz, Benini, ecc.),e coloro che in essa riconoscono una scienza ed un metodo (Mayr, Conrad, Engel, Rawson, Block, Wagner, Bodio, Ferraris, Gabaglio, ecc.)[118].L’aggruppamento e la enumerazione dei fatti sociali, pur essendo il frutto di accurata rilevazione, non saranno mai sufficienti ad insegnarci alcun concetto scientifico, se non sieno lumeggiati da verità e leggi apprese in precedenza e dedotte da principî universali ed inconcussi. La statistica, dunque, perchè ci aiuti ad apprendere la nozione della vita del delitto, importa che non si limiti alla semplice raccolta e comparazione dei dati; deve integrarli con le norme psicologiche criminali, ossia deve saperli rapportare alle leggi generali meccaniche della psiche del delinquente, o che questi sia studiato isolatamente, o che formi parte di aggregato collettivo.Che cosa è mai lo spettacolo meraviglioso di mondi di esseri viventi per chi non ne conosca che l’apparenza esteriore fenomenica?—per chi non ne comprenda le intime leggi, e non sappia sollevarsi col pensiero a quell’unità di forza universale che tutto spiega e semplifica nel concetto assoluto della conservazione della sostanza? Che son mai le cifre numeriche per chi in esse non sappia leggere, in caratteri muti sì, ma eloquenti, il processo psichico del delitto, formazione naturale di fattori antropologici, fisici e sociali?La probabilità delle leggi statistiche acquista certezza in ragione della perfetta comparazione ed integrazione con le verità inconcusse delle scienze alle quali si appartengono i dati elaborati. La statistica criminale deve ricorrere alla nostra disciplina, se non vuole errare nelle conclusioni. Ne volete l’esempio? Suppongasi che in una data località, in dato tempo, la media dei reati di sangue si aumenti rapidamente. Lo statista vi segnerà il fenomeno e, per spiegarselo, ricorrerà, in ipotesi, al consumo aumentato di alcool, ad accidentali frangenti di accanite lotte politiche, alla deficienza di pubblica sicurezza, alla mancata percentuale di emigrazione,tante volte valvola di salvezza di fronte ad individui spostati e bisognosi di lavoro o di maggiore espansione di attività.Quali ne saranno le conclusioni? Che tutte coteste cause abbiano potuto influire alla determinazione di aumento di reati di sangue; ma come, perchè? La psicologia criminale, intervenendo all’uopo, studierà il processo psicofisico dell’aumento della speciale criminalità, ossia vi dirà come dati coefficienti sociali agiscano, trasformandosi in energie individuali, ad eccitare e corroborare le tendenze, latenti od attuali, criminose; ad alterare gli stati di coscienza, far insorgere impulsioni irrefrenabili, creare l’ambiente morale del delitto.—Insomma, per noi la statistica è metodo ed è scienza: è metodo perchè ci dimostra ad evidenza l’utile della osservazione e della induzione indirizzate a raccogliere fatti numericamente noti onde elevarci a conclusioni definitive: è scienza in quanto serve a semplificare quantitativamente la esattezza razionale di cànoni appartenenti a discipline a cui si riferiscono i dati raccolti in grandi masse.6.—Intesa così la statistica, ben si conclude, che ella debba sussidiarci nello studio della vita del delitto.Le energie criminose, le attività disorganizzatrici dell’ordine sociale, prese isolatamente, o nell’individuo o nella collettività, formano il contenuto della psicologia criminale; studiate nella media quantitativa di tempo e di luogo entrano nel dominio della statistica criminale e ci insegnano:a) come e perchè l’evento psichico del delitto, allargando l’attività entro i limiti quantitativi di grandi cifre numeriche, giunga a certo grado di intensità della energia criminosa;b) come e perchè il meccanismo, statico e dinamico, delle contingenze accidentali temporanee e spaziali influiscano ad imprimere la direzione alle tendenze criminose;c) come e perchè si debba ricorrere alla scelta di taluni mezzi, di preferenza, per ostacolare l’incremento maggiore di cause predisponenti al delitto.Le leggi statistiche non esprimono lanecessitàdell’evento; ma il grado approssimativo diprobabilità. Il loro contenuto è eminentemente condizionato all’ambiente mutabile dei fattori sociali: è perciò che Rümelin negava di attribuiread esse il valore di leggi nel senso assoluto della parola, ed insieme al Mayr le chiamaregolaritàenormalità.Nondimeno, anche nella sfera limitata della probabilità, le leggi della statistica, allorchè sieno precedute da induzione su fatti raccolti con accuratezza, hanno valore logico importantissimo; poichè, nei limiti soggettivi della conoscenza, servono di argomento onde assorgere ad intuizioni, che qualche volta hanno l’effetto di divinazioni. Herschel scriveva: «fu inventata l’espressioneprobabilità, voce che dimostra la nostra ignoranza nell’analisi degli avvenimenti e delle cause efficienti che guidanonecessariamentei passi successivi pei quali essi accadono, non già in modo generale, ma bensì speciale e personale a chi usa questa espressione, per cui una relazione fisica, una esposizione storica, un avvenimento futuro possano avere gradi di probabilità molto vari all’occhio delle parti diversamente informate delle circostanze, delle cause in azione, della riputazione di veracità degli autori che ne fanno testimonianza, o delle occasioni che ebbero per conoscere i fatti in questione.«La scala di probabilità, considerata nella sua maggiore lunghezza, stendesi evidentemente dall’impossibilitàcerta dell’avvenimento considerato, allacertezzache accadrà. L’intervallo totale fra questi estremi, ciascuno dei quali è una completa conoscenza, trovasi occupato da gradi più o meno alti o bassi di aspettazione o di credenza, determinati per mezzo della parziale conoscenza che ci è dato possedere, e può essere riguardata come una unità naturale, suscettibile di essere divisa numericamente in parti frazionarie, esattamente come l’intervallo fra il punto di congelazione e quello dell’acqua bollente, sulla scala termometrica, può essere suddivisa in parti aliquote o gradi. Realmente, non esiste unamisuranumerica naturale di una impressione mentale, come non esiste per le sensazioni corporali; ma in ambi i casi noi siamo certi che gradi più elevati della scala numerica possono ben rappresentare intensità più grandi di impressioni, ed in tutti due vi sono prove che accrescimenti uguali di un certo elemento puramente ideale per l’uno, e che potrebbe essere sostanziale per l’altro, corrispondono a diversità numeriche eguali nella scala, e che l’abbondanzapiù o meno grande di questo elementodeterminain una maniera o in un’altra il grado d’intensità dell’impressione di cui si tratta»[119].7.—Il calcolo della probabilità, fondato da Pascal e via via perfezionato e svolto da Fermat, Leibnitz, Huyghens, Hudde, Halley, Buffon, Bernouilli. De Moivre, Laplace, Quetelet, ecc., applicato alla constatazione delle leggi concernenti la vita del delitto deve basarsi sul principio, chenel processo evolutivo delle formazioni psichiche, con rispondenza in effetti integrativi o disintegrativi dell’ordine sociale, la permanenza della energia in atto, trasformandosi, conserva qualitativamente e quantitativamente la efficacia di ripresentarsi se concorrano date circostanze favorevoli.Fissato il punto di partenza, o la stabilità effettuale della energia, ne viene logica la illazione, che la probabilità di riapparizione di certa specie di delitti non sia cheaccidentalmentel’effetto di circostanze predisponenti, poichè, in essenza, essa riposa sull’opera costante della energia criminosa attutita o scomparsa, non distrutta. Insomma, la statistica criminale deve, prima dei calcoli numerici, accertare il fondamento dinamico del delitto o di generi di delitti; il primo quesito è questo: evvi presso il tal popolo, in tale regione la proclività, l’attitudine, che mostrino la tale specie dienergia criminosapropria dei delitti di sangue, dei furti e via dicendo? La risposta affermativa non deve esser data dalle cifre se non di accordo con la nozione di cause esaminate dapprimaisolatamente: il fatto di aumento o diminuzione di omicidî può essere l’opera accidentale e passeggiera di torbidi politici, di brigantaggio, di conflitti locali; che direbbe mai il calcolo quantitativo al riguardo?Trasportate nei rilievi numerici le leggi statiche e dinamiche del delitto; applicate alla vita progressiva o regressiva del delitto nel tempo le norme che accompagnano le oscillazioni della coscienza individuale criminosa, ed avrete il bandolo onde percorrere, senza tema di smarrirvi, il laberintointricato delle umane azioni in controsenso della morale e della legge. Ciò facendo, però, occorre prescindere da’ singoli casi: il Quetelet, rispondendo alla dimanda, se le azioni dell’uomo morale ed intellettuale siano sottoposte a leggi, scriveva: «impossibile sarebbe il risolvere una simile questione apriori: se vogliamo procedere in modo sicuro, bisogna ricercarne la soluzione nell’esperienza.—Noi dobbiamo, prima di tutto, perdere di vista l’uomo preso isolatamente e considerarlo soltanto siccome una frazione della specie. Spogliandolo della sua individualità, noi elimineremo tutto ciò che non è che accidentale; e le particolarità individuali, che hanno poca o nessuna azione sulla massa, si cancelleranno da sè stesse e permetteranno di afferrare i generali risultati»[120]. Dello stesso Quetelet giova rammentare le infrascritte altre osservazioni: che sia difficilissimo il determinare la divisione delle forze umane e delle forze materiali che agiscono nei fenomeni; ciò che di leggieri si può vedere si è che le leggi del mondo materiale cambiano infinitamente di più mediante le forze della natura, che per l’intervento dell’uomoin generale; e più ancora, che l’azioneindividualedell’uomo può essere considerata siccome sensibilmente nulla[121]. Finchè trattasi di cambiamento di leggi fenomeniche io son d’accordo col Quetelet; e son d’accordo nel doversi prescindere, per i calcoli di probabilità, dai casi singoli: ma sarebbe imperdonabile errore voler esagerare la teoria sino a cancellare, nell’ordine logico delle leggi sociali, la improntainizialeedefinitivadell’azione individuale. La famiglia, la società, la nazione non sono che concetti astratti, di mero interesse logico soggettivo; di reale non evvi che l’individuo. Similmente è nella conoscenza della vita del delitto; la fase storica-sociale, in fondo, non è che il compimento della fase individuale: in sintesi essa è rappresentata dal complesso di cause accidentali temporaneamente sistematizzate da produrre, in forme costanti, l’aumento o la diminuzione della efficacia vitale della energia criminosa.L’azione delittuosa, non essendo immaginabile senza il soggetto cui inerisca, non è neppure apprezzabile se non si percepisca siccome l’effetto disingola energia, centro dinamico del concorso di coefficienti accidentali e causa prima in atto.Il Ferri, esaminando la influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto, scrisse: «Quando noi assistiamo al movimento della criminalità per una data serie di anni, in questo o quel paese, con un generale ritmo di aumento o di diminuzione, non è neppur pensabile che questo dipenda da analoghe e costanti ed accumulate variazioni dei fattori antropologici e fisici. Infatti, mentre le cifre assolute della delinquenza sono assai lontane dal presentare quella stabilità, che fu molto esagerata dal Quetelet in poi, le cifre proporzionali invece sui fattori antropologici, per il concorso delle diverse età, sesso, stato civile, ecc., nel movimento criminale, presentano in realtà minime differenze, anche in lunghe serie di anni. E per quanto riguarda i fattori fisici, se con taluni di essi potremo spiegarci, come ho dimostrato altrove, le oscillazioni repentine, in epoche determinate, evidentemente però nè il clima, nè la disposizione del suolo, nè lo stato meteorico, nè l’avvicendarsi delle stagioni, nè le temperature annuali possono aver subite nell’ultimo mezzo secolo tali cambiamenti costanti e generali, che neppur di lontano siano paragonabili all’aumento continuo di criminalità, con una serie incalzante di vere ondate del delitto, che ora constateremo in alcuni paesi d’Europa.—È dunque ai fattori sociali, a quelle «altre cause, come dice il Tarde, più o meno facili ad estirparsi, ma di cui non ci si preoccupa abbastanza», che noi dobbiamo attribuire l’andamento generale della criminalità, anche per queste altre ragioni. Primo, che le variazioni pur verificatesi o che si possono verificare in alcuni fattori antropologici, come il vario concorso della età e dei sessi al delitto e la maggior o minor libertà di esplosione lasciata alle tendenze antisociali, congenite o per alienazione mentale, dipendono, per rimbalzo, esse stesse, dai fattori sociali, quali sono le istituzioni relative alla protezione dell’infanzia abbandonata, al lavoro industriale dei fanciulli, alla partecipazione delle donnealla vita esterna e commerciale, ai provvedimenti di sicurezza preventiva o repressiva sulla segregazione degli individui pericolosi e via dicendo: e sono perciò un effetto mediato degli stessi fattori sociali. Secondo, perchè, prevalendo questi fattori sociali nella delinquenza di occasione e per abitudine acquisita, ed essendo queste il contingente più numeroso della criminalità totale, è chiaro come ai fattori sociali spetti in maggior parte l’andamento di rialzo o di ribasso, segnato dalla delinquenza in una lunga serie d’anni. Tanto è vero questo, che, mentre i maggiori reati, specie contro le persone, che rappresentano cioè in prevalenza la delinquenza congenita e per alienazione mentale, offrono una costanza di ritmo, veramente straordinaria, con lievi aumenti e diminuzioni, il movimento generale della criminalità, invece, prende la sua fisonomia da quei piccoli ma molto numerosi reati contro le proprietà, le persone, l’ordine pubblico, che più hanno l’indole occasionale, e, quasi microbi del mondo criminale, più direttamente dipendono dall’ambiente sociale»[122].Innanzi discorremmo della influenza esercitata dalle necessità sociali sul delitto. La società, comunione di beni e di mali tra gl’individui che ne partecipano, è la fonte delle condizioni e dei moventi alla criminalità; è il terreno in cui germina il microbo del delitto. Grande errore, peraltro, sarebbe confondere il terreno adatto alla cultura con la forza germinativa del seme in esso sparso. Il fattore sociale è secondario in paragone del fattore antropologico; l’evento criminoso è effetto psichico dell’individuo, fuori la sfera del quale le leggi dinamiche non rientrano più nella serie dei fenomeni umani, ma nella serie dei fenomeni materiali. È per l’individuo e con l’individuo che le forze, fisiche o sociali che siano, si compongono e si unificano in formazioni psichiche coscienti; il delitto è una di queste formazioni. Il che, altresì, è dimostrato dall’argomento, che l’estremo del danno, privato e pubblico, prodotto dalle nostre azioni, attinge il carattere di punibilità, o di ragione di mera risarcibilità civile, dall’elemento soggettivo del fatto. Dunque,sia come genesi dinamica, che come effetto di nocumento, nella criminalità è in prevalenza il fattore individuale antropologico sul fattore sociale. Le quali osservazioni smentiscono in parte le conclusioni a cui il Ferri è pervenuto.8.—Dall’individuo alla società, dalla società alla storia, la vita del delitto, con ritmo statico e dinamico di aumento e di diminuzione, con effetti ora integrativi dei processi di squilibrio psicofisico ed ora dissolutivi della personalità, permane con costanza di organizzazione e di effetti.La statistica, nel significato di scienza e di metodo, ha il fine di apprestarci i dati numerici e le leggi onde conoscere i processi vitali del delitto nei limiti di spazio e di tempo: perchè ella vi riesca, non deve trascurare due cose:a) il significato logico da attribuire al calcolo di probabilità degli avvenimenti criminosi;b) i termini delimitativi di cotesto calcolo.Laplace disse: la probabilità è relativa in parte alle nostre conoscenze ed in parte alla nostra ignoranza.—Ed, inoltre, spiegò: «tutte le nostre conoscenze non sono che probabili; e nel piccolo numero delle cose che noi possiamo sapere con certezza, nelle medesime scienze matematiche, i principali mezzi di pervenire alla verità, la induzione e l’analogia, si fondano su probabilità.»[123]—Forse con più esattezza, il nostro Mario Pagano osservò: «Il regno della probabilità è confinante con quello della certezza, ma è diviso da quello. La massima probabilità si ha per certezza, ma è distinta da quella. Nelle probabilità la mente non vede nè intuitivamente la verità, nè per necessaria dimostrazione, ma per congettura, la quale, più o meno, si può avvicinare alla dimostrazione. In questa la mente intuitivamente vede la necessaria connessione della media idea cogli estremi della proposizione, onde conchiude la necessaria connessione dei due estremi»[124].Ritenuto, che il grado di probabilità degli avvenimenti percepibili sia in ragione degli argomenti concorrenti ad aumentare in noi la possibilità dello stato di certezza, siconclude che quanto più cotesti argomenti poggino su nozioni inconcusse di principî e di leggi affatto naturali, altrettanto debbono influire a fermare in noi il convincimento logico di certezza degli avvenimenti.Nei dati statistici criminosi il calcolo di probabilità deve, innanzitutto, fondarsi sulla conoscenza delle leggi psicologiche, individuali e collettive, del processo evolutivo e dissolutivo dell’evento del delitto; la quale conoscenza ci agevolerà il lavoro di rilevazione dei dati e ci faculterà alla migliore scelta comparativa degli stessi. Nè basta: la probabilità deve estendersi tra due limiti estremi di conoscenza; il primo, soggettivo, consistente nella nozione sintetica delle leggi proprie dellaenergia criminosa; il secondo, obbiettivo, consistente nelle prescrizioni della legge penale, racchiudenti la semplificazione delle differenti specie di delitti. Ma, perchè si ottemperi a tutto ciò, la statistica criminale, invece che attenersi alla legge o, meglio, ai mezzi dei grandi numeri, deve aver cura di compiere le sue osservazioni sul cumulo dei casi studiati con i lumi o con i criterî desunti dalle leggi della psicologia criminale. L’aumento o la diminuzione per questo o quel motivo sociale è scevro di valore scientifico, se non si conosca l’azione dinamica del motivo sulla genesi e la organizzazione vitale e permanente del delitto nell’ambiente sociale o storico. È desiderabile, quindi, tra i mezzi pratici usati dalla statistica, di aggiungere un giudizio definitivo o sintetico delperchèdel delitto e delcomesiasi venuto producendo nel prevenuto: acciò, raccogliendo dopo un periodo di tempo tutti cotesti giudizî, si abbia la cognizione della equivalenza psichica e sociale dei fattori dinamici del delitto, e si scovrano le leggi onde la energia criminosa permane organicamente vitale attraverso le forme sociali e storiche.9.—È da aggiungere, oltre a ciò, che, nella pratica, le norme della psicologia criminale generale riuscirebbero insufficienti ad illuminare il lavoro statistico: la relatività abbastanza nota del modo onde, in luoghi assegnati, il delitto funziona, ci apprende che, per ottenere risultati statistici probabilmente esatti, occorra conoscere, in precedenza e bene, la psicologia criminaleetnograficadella regione sulla quale cadono le nostre ricerche.È qui opportuno ricordare due osservazioni del Quetelet: la prima, che le piante e gli animali sembrano, come i mondi, obbedire alle leggi immutabili della natura, e queste leggi si verificherebbero senza dubbio colla stessa regolarità per gli uni e per gli altri, senza l’intervenzione dell’uomo, il quale esercita sopra sè stesso e sopra tutto ciò che lo circonda una veraazione perturbatrice, la cui intensità pare svolgersi in ragione della sua intelligenza, ed i cui effetti sono tali, che la società potrebbe non rassomigliarsi più in due epoche diverse[125];—la seconda osservazione è, che l’uomo, in società, sia l’analogo dei centri di gravità dei corpi; esso è la media intorno a cui oscillano gli elementi sociali; sarà, se vuolsi, un essere fittizio pel quale le cose tutte accadranno in conformità dei risultati medî ottenuti per la società[126].L’uomo è forza perturbatrice dell’imprescindibile funzionamento delle leggi di natura, ed è altresì il centro di gravità dei fenomeni sociali. Dunque il primo e principale còmpito della psicologia criminale etnografica è di esaminare lagenesi e lo svolgimento del processo di perturbazione della energia criminosa considerata centro di gravità di elementi sociali omogenei in data località. Il detto còmpito è complesso e si risolve negli infrascritti doveri:a) esatta descrizione della regione scelta ad esaminare; rilievo di tutti i dati fisici che hanno relazione col fenomeno del delitto;b) rassegna dei costumi, delle credenze, dei pregiudizî, che influir possono a generare e ad aggravare i moventi criminosi;c) rilevazione delle principali note antropometriche in massa secondo la età, il sesso, le condizioni sociali ed economiche;d) apprezzamento delle qualitàanomaleedatipiche, ereditarie o transitorie.Dopo coteste notizie di fatto, si ha l’obbligo, servendosi di nozioni psicologiche, di attendere a considerazioni, affatto soggettive, sulle persone, con l’assodare il grado medio di sensibilità generale, di coltura, di proclività a credenzeetiche, a principî di progresso, ad abiti di civiltà. L’ultima specie di considerazione mette capo al dettame spenceriano, che la morale non sia che adattamento alle buone abitudini, e deve reputarsi il concetto sintetico delle qualità psichiche individuali e collettive, poichè quanto appartiene alle nostre facoltà affettive e volitive presuppone il fondamento della sensibilità e della intelligenza.Compiuto il lavoro di analisi, si passerà a fissare, con ordine regolato da vedute scientifiche, le specie di tendenze criminose locali, compartendo la serie dei delitti in categorie generali; ad esempio:a) delitti contro la persona (fisica e morale);b) delitti contro la proprietà (semplici o aggravati);c) delitti appartenenti alla vita morale e fisica di relazione (violazioni della fede pubblica e privata, della libertà, del buon costume, ecc.).Estimandosi le tendenze criminose, si avrà cura di rammentare quel che si debba alla costituzione organica e psichica, alla tradizione di credenze, usi e pregiudizî, alle peculiari anomalie e, segnatamente, alle più abituali passioni pel giuoco, per l’alcool, e via dicendo.Lo statista—volendo, in ultimo, tirare delle leggi distato, della criminalità, o disviluppo—si avvedrà, che gli elementi numerici sono, in concreto, l’indice, oscillante ma indicativo, della genesi ed evoluzione della vita del delitto nelle tre fasi, individuale, sociale e storica. Adempiendo a questo intento, egli appresterà alla nostra disciplina il sussidio numerico del calcolo, ossia avvalorerà le sue leggi con dati probabili sì, ma che rendono meno astratte e più reali le nostre conoscenze.

CAPO XI.Psicologia degli aggregati criminosi.1. Relazioni tra singole coscienze.—2. Leggi d’integrazione e disintegrazione della coscienza in quanto si irradia nel mondo psichico esterno.—3. Luce e calore delle energie irradiate; qualità delle correnti di riflesso.—4. Il ritmo dinamico delle psichi concorrenti.—5. L’inconscio dell’anima della folla: la specie di imputabilità dei delitti da questa commessi.—6. Organizzazione delle energie della folla.—7. Le emozioni della folla; il loro ritmo di depressione e di esaltamento.—8. L’esaltamento in forma di psicosi con influsso epidemico; il contagio passionale morboso di sentimenti e di idee.—9. L’azione deimeneursnella folla.—10. L’associazione per delinquere; germinazione e sviluppo del microbo del delitto associato.—11. La forma e l’esplicamento delle emozioni ed il complesso dei principî etici messi a base delle azioni criminose associate.—12. L’anima della folla e quella delle associazioni criminose.1.—In altro lavoro[109]noi scrivemmo: la coscienza individuale è a considerarsi come centro di molte attività convergenti, e come energia risultante pel cumulo di aggregati di componenti che nella successione di stati interni, trasformandosi, conservano la loro natura essenziale. Uscendo dalla sfera delle azioni puramente individuali, e coordinando queste ultime alle azioni di altri individui, ci accorgeremo che tra le singole coscienze possono intercedere delle relazioni le quali aprono l’adito ad importantissime nozioni, che interessano tanto il cultore di psicologia generale, quanto quello di psicologia criminale.La coscienza individuale, quale attività, si irradia nel mondo esterno e comunica la sua energia attraendo nella propria orbita le attività concentriche delle coscienze altrui.La parolaconcentricheesprime la condizione, perchè ciò avvenga, di centri coscienti di natura simile, ossia che abbiano caratteri che tra loro non si elidano col neutralizzare le energie comunicatesi.2.—In quanto la coscienza si irradia nel mondo esterno, sottostà alle infrascritte leggi di integrazione e disintegrazione:1aGli elementi psichici della coscienza attiva, non trovando contrasto di resistenza negli elementi d’una coscienza passiva, imprimono la propria energia in guisa che il novello aggregato psichico sia il composto associativo degli elementi anteriori sommati con gli elementi assimilati.L’azione integrativa o disintegrativa d’una coscienza sull’altra avviene per addizione o per sottrazione: si aumenta, mercè la partecipazione di attività, il contenuto degli stati interni; si modifica il tono della personalità col privarsi in parte dei caratteri che demarcavano la precedente fisonomia psichica individuale. Tutto ciò avviene per l’atto associativo degli elementi psichici; poichè, nel dominio della coscienza, la serie progressiva di stati è prodotta da connessioni successive di rapporti e di processi.2aGli elementi psichici passivi, assimilando l’energia partecipata, si differenziano; e, o integrando maggiormente il precedente aggregato ovvero disintegrandolo, permangono, col trasformarsi, nel contenuto della coscienza attiva.La differenziazione degli elementi psichici con analoga integrazione del sistema indica progresso della coscienza passiva; il che avviene, tuttodì, nelle relazioni tra insegnante e discepolo, superiore e dipendente. Nella ipotesi di disintegrazione, invece, la coscienza passiva perde lo speciale contenuto e si modella sull’intima natura della coscienza alla cui energia di assorbimento non ha potuto resistere. Il che si riscontra nei caratteri deboli o poco progrediti, i quali molto facilmente sottostanno alla influenza prepotente altrui.3aLa trasformazione, per integrazione o disintegrazione, della coscienza passiva avviene in ragione dei caratteri simili tra i suoi elementi e quelli della coscienza altrui.Qualunque alterazione psichica, in conseguenza di energia partecipata, dipende dal grado di recettività specifica deglielementi onde l’aggregato è composto; tale grado corrisponde alla maggiore o minore identità degli elementi in relazione. Gli elementi della coscienza, tuttochè parti di aggregati, sono di per sè dei composti di coefficienti psichici primitivi; ond’è che tra essi, come tra particelle materiali, vige la legge di coesione, che dinota la mutua attrazione dimolecoledello stesso corpo, cioè di molecole le quali, non che scomporsi in atomi, abbiano tra loro identità organica. Per l’Ardigò lacoesione psichicaè la legge onde nelle formazioni psichiche gli elementi si compongono con ligami minori o maggiori. Massima è la coesione nellapercezione, media nelle formazioniideali, minima nei rapportilogici: la norma fondamentale è, che la coesione sta in rapporto inverso con la complessità del lavoro mentale.4aDelle energie partecipate, quelle che, per manco di attitudine della coscienza passiva, non sono state nè paralizzate nè assimilate, dànno luogo ad uno stato impulsivo di azione associativa automatica.Il moto trasmesso dall’urto, diciamo così, di due aggregati psichici o entra nel campo visivo della coscienza passiva, ed allora questa trasforma il contenuto in novello sistema di coefficienti; o in parte si arresta sotto la soglia della coscienza, ed allora, continuando nell’impulsione attrattiva, agisce e trascina, con azione automatica, nella propria orbita gli elementi sottoposti.3.—Oltre all’effetto integrativo o disintegrativo degli aggregati di coscienze in relazione, le energie irradiate contengono, riguardo alla trasmissione di attività psichica, un grado diluceche ha l’equivalente ontologico nelverocomunicato, non che un grado dicaloreper i fenomeniaffettivicausati.Le correnti irradiate o trasmesse, esteriorizzandosi, ritornano, per riflesso, nel centro di origine, rafforzandone la intensità del campo visivo. Questo s’intenderà agevolmente considerando che l’assorbimento, di cui abbiamo parlato, da parte della coscienza attiva non è che accumulo di attività pel soprappiù di energia attratta e ritornata nel punto iniziale di movimento impulsivo. Chi ne voglia l’esempio, consideri quanto si rafforzi la coscienza di un convincimento percolui che, messosi in comunicazione con altri, siasi persuaso di averne l’approvazione.4.—Dall’unione a due, alla forma più complessa della folla delinquente, la dinamica delle psichi concorrenti segue il ritmo d’un differenziamento che comincia dalla identificazione di due volontà in una sola e giunge alla formazione di coscienza collettiva, il cui esponente estremo è un risultato di cui non si hanno che i germi negli individui che vi prendono parte. Come nella dinamica cerebrale, ciascunacellula psichica, per usare l’espressione di Haeckel, ha vita propria, ma nell’accordo di infinite altre cellule si trasforma in elemento di organo del pensiero; nella composizione di individui, mentre ognuno è di per sè una coscienza integrata, in unione con altri concorre alla formazione psichica della collettività, la quale ha funzione più o meno variata. La suggestione, la imitazione, a cui si è fatto ricorso per fissare il perchè del fenomeno dinamico dell’aggregato psichico, non ne sono che i dati apparenti o accidentali: il meccanismo intimo è nel sincronismo di correnti di energie trasmesse ed accumulate in un centro unico, che, senza aver esistenza a sè od indipendente, si manifesta nel perfezionamento di unicaattività complessa, alla stessa guisa che il pensiero, la coscienza individuale siano a considerarsi risultanti di infinite componenti psicofisiche, che, isolatamente prese, hanno vita ed energia propria.5.—In fondo all’anima della folla evvi molto dell’inconscio, di quell’inconscio che è ripercussione di energie coincidenti, che, per la rapidità d’azione ed il ritmo incomposto, inerente all’equilibrio instabile di sentimenti passionali, si arrestano al disotto della soglia della coscienza e, turbinando, spingono, saltuariamente, ad intenti imprecisi. Vero è che su tutti gli individui affollati si diffonde la efficacia della idea, del pensiero comune, a cui si riferisce il movimento iniziale dell’azione; ma è pur vero che tra l’effetto verificatosi e la relativa causa motrice, a chi ben mediti, non si troverà mai nè la proporzione logica nè la equipollenza dinamica. L’inconscio, del quale parliamo, è nel gesto, nella instabilità del volere, negli accenti inconsulti, negli atti senza significato; ai quali fanno eco i sentimenti di odio, di simpatiasenza un perchè chiaro; il rapido svolgersi d’azioni di ferocia, inconcepibili in ciascuno degli associati; la esuberante espansività per scopi o ignoti o per sè poco calcolabili.Io che ho assistito—per ufficio di difensore—a processi di delitti perpetrati dalla folla, mi son convinto, che l’attenuazione di responsabilità è insita al comune stato d’inconscio ond’è accompagnato il simultaneo concorso di coloro che presero parte all’azione. Pare che tutti, meno chi ne abbia preordinato gli atti, agiscano in condizioni diautomatismo psicologico, fino al punto da obliare quel che ciascuno operò e da sconfessare ciò che tutti, con consenso in apparenza evidente, vollero conseguire. Il magistrato, tante volte, non crede alla schiettezza di confessione degli imputati, anzi li sospetta di mala fede e corre dietro alle fantastiche ed architettate accuse di agenti di pubblica sicurezza, i quali, non sapendo approfondire un giudizio su quanto effettivamente si svolse sotto i loro occhi, ricorrono ad opera misteriosa di sobillatori e prospettano intenti criminosi che non furon mai nelle menti dei giudicabili.Il problema della responsabilità di azioni collettive non sarà mai risoluto fino a quando non si acquisti l’abitudine di prescindere, per l’apprezzamento dell’operato comune, dal l’opera dei singoli. Insomma, la imputabilità della folla deve essere illuminata da concetti affatto diversi da quelli che comunemente seguiamo nella valutazione dei delitti individuali, sia che questi avvengano isolatamente, sia che avvengano in conseguenza di moventi collettivi. La partecipazione maggiore o minore, verificabile nel concorso di pochi individui in un delitto, può dipendere da maggiore o minore volontà ed azione negli atti esteriori. Per la folla succede altrimenti. I più volenterosi, i più attivi non sono sempre i più pericolosi; ma lo sono coloro sulla cui psiche con più vigore si ripercosse la coincidenza attrattiva o repulsiva delle psichi altrui. Sono questi i più deboli alla resistenza: nè è da imputarsi a lor conto; perchè nell’aggregato psichico di pochi concorrenti si ha l’agio di riflettere e di resistere, ma nella folla ciò riesce difficilissimo per la legge, che la inibizione rendesi tanto più difficile per quanto non ci è permesso disceverare la nostra energia individuale dalle energie ambienti a cui siamo soggetti.Il Sighele scrive, che la folla sia un terreno in cui si sviluppa assai facilmente il microbo del male, e in cui il microbo del bene quasi sempre muore, non trovandovi le condizioni della vita; ciò perchè in una moltitudine le facoltà buone dei singoli, anzichè sommarsi, si elidono. «Si elidono, in primo luogo, per una necessità naturale e, direi, aritmetica, come una media di molte cifre non può, evidentemente, essere eguale alle più alte fra queste cifre, così un aggregato di uomini non può rispecchiare, nelle sue manifestazioni, le facoltà più elevate, proprie di alcuni tra questi uomini; esso rispecchierà soltanto le facoltà medie che risiedono in tutti o almeno nella gran maggioranza degli individui. Gli strati ultimi e migliori del carattere, direbbe il Sergi, quelli che la civiltà e l’educazione sono riuscite a formare in alcuni individui privilegiati, restano eclissati di fronte agli strati medî che sono il patrimonio di tutti; nella somma totale questi prevalgono e gli altri scompariscono»[110].6.—La osservazione del Sighele e del Sergi è acutissima; ma non pare che la spiegazione addotta sia molto chiara. Perchè le migliori qualità individuali restano eclissate di fronte agli strati medî della comune degli uomini? Il motivo è nella maggiore energia organizzata di quelli stati di coscienza, che, pel tempo e per forza di naturale selezione organica, acquistarono maggiore compattezza ed unità. Il tronco d’un albero è sempre più resistente della foglia e del fiorellino, ultimi a spuntare sui suoi rami. Le qualità prevalenti ed eccezionali dell’individuo, in confronto delle qualità fondamentali e stratificate della coscienza, hanno minor presa nella trasmissione della loro energia sul fondo dell’animo della collettività. Di qui la forza del costume, delle abitudini, delle comuni credenze, dei pregiudizî. Il delitto è bene spesso il frutto di sentimenti ed idee germinate nell’ambiente morale di falsi principî, di erronee credenze, di inconsulte e cieche passioni. La folla è in soprammodo vittimadi questo ambiente morale. I suggerimenti, i consigli, l’azione dei pochi privilegiati non arrivano a scuotere, a rompere lo strato malefico della comune coscienza. Anzi succede, nè è raro, che per una naturale legge dinamica di assorbimento, i pochi finiscono col cedere ai più, non solo perchè impotenti materialmente alla resistenza, ma perchè la loro energia, trasfusa nella larga piena dell’energia altrui, ne è trasformata e sparisce travolta da correnti le quali ne modificano sostanzialmente l’indole. Fate che nella corrente impura d’un fiume cada una quantità di pura acqua, essa perderà tosto la sua purezza e finirà con identificarsi alla gran massa di liquido con cui va confusa.È legge costante, che le energie, fisiche o psichiche, poste a contatto, tendono a compenetrarsi ed unificarsi. Il centro attrattivo in prevalenza, o il nucleo del nuovo aggregato, si fissa per la affinità di energie similari; la risultante non solo ne comprende la somma, ma ne segna il grado diidentificazione.7.—Nella folla è da apprezzare, segnatamente, lo stato di emotività. Le emozioni, componendosi, si intensificano e si accrescono. Il che avviene in ragion diretta degli incentivi individuali ed in ragione inversa dei controstimoli eliminati o attenuati dall’ambiente di contrarie tendenze in prevalenze.Le emozioni della folla dapprima sorgono con caratteredepressivo, in ultimo prendono il carattere diesaltamento. Sono depressi i controstimoli della calma, dell’ordine: indi sorge la impulsività ad azioni subitanee ed incomposte. Il ritmo è incostante: allo stato caotico o di confusione, che turba le coscienze e fa che ognuno, incerto, tentenni e versi in equilibrio instabile di sentimenti e di idee, sopravviene il rifluire di correnti attive che, fissando uno o più centri di emotività, finiscono con l’imprimere al novello aggregato la fisonomia e la tonalità di atti impreveduti. L’esaltamento produce l’effetto di sospendere il funzionamento autonomo di ciascuna coscienza: sugli animi degli aggregati si diffonde una luce diafana e triste, si va addensando una nube, la quale, mentre toglie allo spettatore l’agio di distinguere i tratti caratteristici e la fisonomia di ciascun partecipante, elimina le singole iniziative e le confonde e le identifica nella unità di prodotto sinergetico.L’azione delittuosa, per chi ne ignori la genesi in moventi prossimi o lontani, ha l’apparenza di scoppio fulmineo: essa sorprende con fasi impetuose; non ha altri limiti che nelle accidentali difficoltà del momento; scorre con la rapidità spaventevole di corrente tempestosa e, quando giunge alla fine, lascia dietro di sè la distruzione e lo squallore, ma non la prova di chi ne debba dirsi responsabile.8.—Talora l’esaltamento, per favorevoli circostanze di tempo, investe così l’anima della folla da ingenerare una vera forma di psicosi con influsso epidemico.—Il Rossi—che per profondità ed originalità di vedute io giudico il vero fondatore, in Italia, della psicologia collettiva—così scrive: «Un sentimento od un’idea che si diffonda con una celerità più o meno grande; che conquisti, più o meno prestamente, molta gente, che ad esso creda fermamente, fortemente, è una epidemia psichica». Essa è dunque «uno stato ideo-emotivo che da uno o da pochi si diffonde a molti in maniera rapida ed intensa da produrre un arresto nel flusso della coscienza, e da dominarla, dando luogo a fenomeni strani di psicologia e di neuropatia». Gli elementi, adunque, d’una epidemia o d’un contagio psichico sono tre: uno stato ideo-emotivo, una diffusione anormale, un arresto ed un ingigantimento nel campo consciente capace di generare fenomeni anormali del corpo e della psiche. Abbiamo detto «uno stato ideo-emotivo», ossia uno stato di coscienza, giacchè una idea sola o una sola emozione non avrebbe in sè la forza di determinare uno stato di condotta, una piega del carattere qual’è quella che da un’epidemia psichica. La quale, a coloro che ne sono investiti e trascinati, dà come una personalità nuova. Ora questo non avverrebbe, se il contenuto della psicosi epidemica non fosse un pensiero ed un sentimento, giacchè è risaputo oramai che il carattere è donato non meno dal sentimento che dal pensiero. Inoltre, come noi dicemmo più volte, quelli che compongono la maggior parte della folla sono della gente amorfa o parziale—caratteri, cioè, o non ben definiti o incompleti—; mentre imeneurssono, a seconda la classificazione del Ribot, dei caratteri «attivi o contradditorî successivi». E gli uni e gli altri—meneurse folla—per formarsi una personalità nuova o per modificare l’antica,hanno bisogno di essere pervasi in tutto il loro essere; han bisogno di rifarsi o di crearsi il carattere e questo—lo si sa—non è meno pensiero che sentimento, idea meno che emozione»[111].Il contagio passionale paralizza la facoltà di attendere in persone che, per altre contingenze, han mostrato di possedere il potere di frenare o di indirizzare i voleri, i desideri, le convinzioni dei molti. Lo scompiglio o il turbamento generale di animo fa sì che si perda la visione di un perchè chiaro nelle proprie operazioni: le correnti impulsive e repulsive sovrastano il piano visivo della mente; fin l’istinto di conservazione si indebolisce, perchè pare che tutto sia per crollare; che leggi, costumi, interessi non abbiano più valore, che la vita sia alla mercè d’un evento o sperato o immaginato o temuto. È l’effetto dell’uragano, che sconvolge tutto quello che incontra, abbatte le messi e gli alberi, travolge, rimescola, trascina e precipita in lontani baratri quanto gli si offre dinanzi; il che avviene specialmente nei casi di esplosione degli stati emotivi collettivi. Ma vi sono altri esempî, in cui la idea, il sentimento si sistematizzano lentamente: evvi un periodo di incubazione ed uno di rigoglio; durante il primo l’aggregato si organizza, nel secondo vive di vita tutta propria ed imprime orme indelebili. Fa meraviglia, ed in pari tempo desta orrore, vedere a qual segno possa giungere il contagio epidemico di credenze, di pregiudizî in epoche e tra persone che pur, sotto altro aspetto, restano ammirevoli nella storia della umana civiltà! Basterà citare la epidemia di credenze, al secoloxvexvi, nelle stregherie, col relativo corredo di occultismo, per persuadersi di quanto danno alla umanità tornino i pregiudizî ed i falsi convincimenti allorchè si diffondano nelle turbe ed acquistino il potere di ottenebrare le coscienze della collettività. «Siffatte credenze—scrive il Cantù—si conservarono traverso al medio evo, sicchè ne son piene le leggende, nelle quali si confondono il misticismo e l’empietà, il tremendo e il grottesco; repulsate dai legislatori e dai dottori, ma serbatetenacemente dal vulgo, finchè vennero a mescolarsi con quella fungaia delle scienze occulte: i Settentrionali vi unirono il tributo delle loro saghe e valchirie e oldi e gnomi e spiriti elementari; gli Arabi le loro fate»[112]. «Massime nella Germania—prosegue il Cantù—così proclive al misticismo, erasi largamente diffuso il timor delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, e spedì due inquisitori, Enrico Institore e Giacomo Sprenger, con facoltà d’estinguere tali infamie con qual fosse mezzo. Appoggiati da Massimiliano I, essi inquisitori si vantano d’averne mandate a morte quatrocentotto in cinque anni nella diocesi di Costanza; nel solo elettorato di Treveri, racconta Möhsen, fossero processate in pochi anni seimila cinquecento persone per stregheria; moltissime trucidate nelle Fiandre il 1459; a Ginevra in tre mesi se ne condannarono più di cinquecento, convinte; Spagna e Francia ne furono insanguinate. Pietro Crespet dice che, al tempo di Francesco I, v’avea centomila streghe; ma Trescale, condannato il 1571 e avuta l’impunità, confessò che erano assai più. Nicola Remy, profondo criminalista e gran giureconsulto, consigliere intimo del duca di Lorena, vanta averne in quindici anni fatte morire novecento: dicono che Enrico IV ne mandasse al fuoco più di seicento nella sola provincia di Labourd; in Slesia nel 1651 ne furono arse ducento; cencinquantotto negli anni 1627, e 28 a Wurtzburg, fra cui quattordici curati e cinque canonici. In Italia pare, per questa sciagura, specialmente segnalata la diocesi di Como, il cui inquisitore nel 1485 ben quarantuno ne bruciò; e Bartolomeo Spina asserisce, che oltre mille in un anno vi si processavano, e più di cento bruciavansi»[113].—Non mancarono spiriti indipendenti, e scevri di apprensioni, nel combattere, ora apertamente ed ora sotto il velame d’una fede religiosa meglio diretta ed illuminata, errori di cotanto nocumento alla umanità; fino al famoso Reginaldo Scoto, il quale negava che il demonio possa cambiar corso alla natura. I supplizî, i roghi moltiplicavansi ovunque; la fantasia popolareera eccitata, nutrita dai pubblici sermoni, dai suffumigi e dalle unzioni, dal secreto di processi terminati quasi sempre con la confessione del paziente estorta col mezzo della tortura. Quando si pensa agli effetti di un’epidemia psichica durata, forse, fino a qualche secolo fa, si resta colpiti dal profondo dubbio se tante credenze reputate oggi scientifiche ed irrefutabili non abbiano la base nell’opera della suggestione e della illusione, e se davvero quella, che noi appelliamo verità, non sia che il prodotto soggettivo di passeggiare stato di coscienza!9.—Il citato Rossi constata, che «la folla riceve impronta, nelle sue manifestazioni, da coloro che la compongono; massa talora amorfa, talora no per ciò che riguarda il carattere, e sui quali imeneursgettano l’ombra immane della propria psiche. Onde l’azione della folla nasce da un incontro deimeneurse degli uomini a fondo attivo su altri a fondo inerte, plastico, facile ad essere dominato e a seconda che gli attivi son volti al bene o al male, sono normali o no, l’azione della folla è buona o triste, normale o criminosa. Ora nella folla delittuosa, oltre imeneursche vedemmo quali sieno, prevalgono i criminali nati, i pazzi, gli abituali, i quali la conducono al delitto, avvolgendo, nelle sfere d’una passione criminosa, gli amorfi, gli squilibrati, i parziali e facendone dei delinquenti passionali»[114].—La osservazione è esattissima, però richiede che sia completata. È vero che imeneurs, suggestionando la folla, le dànno una forma qualsiasi, il più spesso criminosa; ma è anche vero che essi sono coinvolti nelle spire dell’anima dell’aggregato, ed a seconda della natura di quest’ultima inconsciamente plasmano i loro convincimenti e le loro passioni. L’ambiente, di qualsiasi specie, è dominato dalla potenza di energia di individui predominanti, ma questi, alla loro volta, sono il portato dell’ambiente istesso: ciò che potrebbe semplificarsi nella legge, che tra gl’individui e la folla evvi rapporto di scambievole influenza; con questo di singolare, che la forza definitiva è equivalente alla somma delle forze concorrenti, e l’indirizzo dell’azione è impresso dallaspinta dell’individuo la cui attività suggestiva s’impone alle attività dei componenti l’aggregato.10.—Tra le forme di aggregati criminosi, che maggiormente attirano l’attenzione del psicologo, va notata laassociazione per delinquere. Il patrio legislatore, riproducendo dettami di legge seguìti in tutti i tempi, con gli art. 248-251, ha voluto disciplinare questa forma di delinquenza, la quale, tuttochè per l’influsso della civiltà vada perdendo le modalità più gravi sì frequenti in tempi antecedenti, suscita tuttavia grande preoccupazione, poichè contiene la maggiore minaccia contro il diritto privato ed il pubblico ordine. Gli associati per delinquere, ossia, giusta la definizione non molto felice ma perspicua di Zanardelli, coloro che si uniscono, non già per commettere questo o quel reato, ma in genere una serie di delinquenze, per far quasi, a così dire, il mestiere del delinquente, sono tra loro stretti da vincoli di comune sentire, pensare e volere, e le aspirazioni, ond’essi sono animati, riescono a formare di molteplici energie una sola energia, quasi organismo composto dalla fusione di corpi concorrenti e compenetrati da potente forza coesiva. Non è, dunque, come nella folla, che la dinamica di sentimenti e di idee subisca l’antagonismo e l’alternativa di azione e reazione, per la fusione accidentale di energie di natura simile o diversa; ma le energie associate si organizzano ed unificano con più spontanei e forti vincoli, appunto perchè di natura similare e tra loro congiunti dopo reciproca elaborazione selettiva.La psicologia di qualunque specie di associazione criminosa procede per virtù di energie attrattivelatentie per azione immanente di assorbimento di energiepalesiedattuali.Contingenze favorevoli predispongono l’ambiente ad accogliere e far germogliare il microbo del delitto associato. Capita in una città, in una regione, per motivo di occupazioni familiari, un individuo rotto al vizio, proclive al mal fare. Fungendo da nucleolo germinativo del male, egli comincia col circondarsi di persone che posseggano qualità simili alle sue; più spesso di giovani, dall’indole più espansiva, dalla mente meglio accensibile ed inclinevole ad esser vinta dal miraggio della imitazione. La fantasia dei neofiti è colpita dall’attrattiva del mistero; gli animi sono sollecitati dallasperanza di conquistare, senza grandi sacrificî e duri sforzi, un posto di rispetto, di prestigio tra’ compagni; le virtù dei capi, esaltate da cointeressati, esercitano il fascino delle leggende: poco a poco, per la confluenza di elementi estranei, si forma uno speciale consorzio, che, dapprima ristretto a pochi, poscia in più larga sfera, stringe gli affiliati in piccolo mondo e lusinga ed attira gli altri a farvi parte, blandendone le volontà con la promessa di dolci premi, rafforzando il desiderio e le innate tendenze con l’agevolare il loro potere di espansività e renderne più facile lo sperato intento. L’obbligo del secreto, la obbedienza passiva, la ignoranza del perchè di ordini o di comandate azioni; eppoi, il racconto, susurrato appreso di straforo, di imprese, di avventure strane passionali di compagni, che cominciano a mettersi in evidenza; il piacere di sorprendere la buona fede altrui, di violentarne il dominio, di credersi fuori l’imperio della legge, anzi di ridersi del prestigio dei suoi funzionanti, sono tanti incentivi a che l’associazione del delitto prenda consistenza, metta salde radici, si espanda, si imponga.Le energie latenti e malefiche dei consociati si sviluppano: col vincere la resistenza opposta dai controstimoli etici, sociali e giuridici, si raffermano, e, da principio incerte di sè, finiscono con l’assicurare il loro potere; finchè, cogliendo le occasioni, producono i primi frutti in azioni o disordinate o viziose o delittuose. I vincoli interposti tra individui tratti al male, meglio che da chiari propositi, per opera suggestiva di comunione ed uniformità di tendenze, trascorso alcun tempo, si rendono più stretti e più saldi; n’è motivo principale la coscienza del comune interesse, la reciproca fiducia negli intenti formanti lo scopo o gli scopi di un’unione animata e sorretta da qualche bene o dal cumulo di beni posti a base del novello aggregato.11.—Due coefficienti principali vanno ricordati nelle associazioni ad organismi composti di persone strette, con lento processo, da fini criminosi effettuabili per ordini ed obbedienza gerarchica; la forma e l’esplicamento delle emozioni, ed il complesso dei principî etici qualificanti le azioni.Chi ha studiato qualcuna delle vaste associazioni criminose, le quali, com’è quella dellaMala vitae dellaCamorra,fioriscono in grandi centri industriosi e commerciali, di leggieri avrà potuto osservare come tra gli associati si stabiliscano correnti morbose passionali, che accecano e trascinano al delitto per motivo di jattanza, meglio che per intenti di serio interesse ed utilità: la vendetta, lo spirito di rivincita, di sopraffazione simulata sotto le parvenze di giusta reazione, sono ragioni poco attendibili per spiegarci il perchè logico di atti dei quali la vera causa è nel travolgimento del senso di civiltà, nell’abitudine contratta ad esser dominati da basse passioni, che estinguono l’idea di dovere, di previdenza, di rispetto dei simili. Nella scala della decadenza morale dell’uomo, l’ultimo gradino è contrassegnato dall’assenza completa di sentimenti di ordine o di premura del proprio benessere d’accordo con le leggi protettrici del benessere altrui: il vincolo di sociabilità, di solidarietà è spezzato, e l’individuo, raccogliendo gli sforzi nel conato supremo dell’egoismo, si inabissa nella perdizione!L’abitudine a miscredere alla forza della morale e della legge, l’abbiettezza contratta in consorzio privo di risorse della personale dignità, l’abbandono cieco passivo alla volontà altrui, imposta con la idea di superiorità gerarchica, finiscono col disseccare nell’animo di delinquenti associati la fonte o di rimorso o di resipiscenza, ingenerando lo stato di supina incoscienza, indice di completa dissoluzione morale. Salvo i capi, la massa dei seguaci è poco differenziata, materia amorfa, irreducibile: il delitto si desidera, si compie più istintivamente o per jattanza, che suggerito da necessità o sufficiente motivo; ed è così che l’aggregato di coteste associazioni, formate con processo lento e per effetto di energie latenti sistemate, non presenta al sociologo od al magistrato verun piano certo di prove o di argomenti onde concludere alla imputabilità di tutti o di parte dei prevenuti, ed abilitarci a misurare il grado della responsabilità di ciascuno.12.—Nella folla, agglomerata e trascinata da subitaneo motivo passionale, evvi un’anima collettiva che vibra e s’impone: non così nelle associazioni criminose, di che discorriamo. Mancando l’unità assoluta d’intenti, e frazionandosi le volontà individuali in atti criminosi isolati e sol tra loro congiunti da uniformità di tendenze, le energie si armonizzanoin serie poco compatte, tenute strette dalla forza suggestiva del potere intransigente ed assoluto nell’ordine della gerarchia. La lealtà, la onorabilità, ostentate ad ogni momento, opportunamente o inopportunamente, sono tra gli associati i facili pretesti per coonestare atti turpi, disonorevoli anche per chi della parolaonoresi serve come scudo di difesa contro i giusti richiami dell’intima coscienza, dei mòniti della morale, delle minacce della legge. Lo spirito abituale di simili disgraziati, diffuso su tutte le operazioni buone o riprovevoli della loro esistenza, è quello di un pessimismo reso leggiero e mutabile per indifferentismo di carattere causato da assenza di sensibilità, di solito fisica, ordinariamente morale. Simulatori e dissimulatori, non è raro il caso che difensori e magistrati sien presi per essi da sentimento di sincera pietà, attenuando le loro colpe con argomenti i quali o nascono dal dubbio sulla prova di responsabilità, o dal convincimento trattarsi di disgraziati, invece che di delinquenti.Per disilludersi, basterà—a processo finito—informarsi della impressione prodotta sui loro animi dalla mitezza di condanna o dall’assoluzione: il ghigno ributtante, lo scherno cinico accompagna la sentenza del magistrato!—Ricordo d’un famoso capo d’associazione dellamala vita, condannato a lieve pena per scatto di arma in rissa, assoluto da altri reati: in un’ora circa di colloquio, il giorno seguente al dibattimento, rideva, rideva sgangheratamente, asserendo che la magistratura dovesse riformarsi permandare a casa(sue parole) uomini inetti come quel signor presidente, il quale si era fatto gabbare dal suo contegno e dalle sue profferte di innocenza!..... E dire che, in udienza, il furbo avea sì ben simulato tutto ciò che anch’io, e con me il pubblico, mi convinsi della schiettezza e verità di quanto asseriva!...

Psicologia degli aggregati criminosi.

1. Relazioni tra singole coscienze.—2. Leggi d’integrazione e disintegrazione della coscienza in quanto si irradia nel mondo psichico esterno.—3. Luce e calore delle energie irradiate; qualità delle correnti di riflesso.—4. Il ritmo dinamico delle psichi concorrenti.—5. L’inconscio dell’anima della folla: la specie di imputabilità dei delitti da questa commessi.—6. Organizzazione delle energie della folla.—7. Le emozioni della folla; il loro ritmo di depressione e di esaltamento.—8. L’esaltamento in forma di psicosi con influsso epidemico; il contagio passionale morboso di sentimenti e di idee.—9. L’azione deimeneursnella folla.—10. L’associazione per delinquere; germinazione e sviluppo del microbo del delitto associato.—11. La forma e l’esplicamento delle emozioni ed il complesso dei principî etici messi a base delle azioni criminose associate.—12. L’anima della folla e quella delle associazioni criminose.

1.—In altro lavoro[109]noi scrivemmo: la coscienza individuale è a considerarsi come centro di molte attività convergenti, e come energia risultante pel cumulo di aggregati di componenti che nella successione di stati interni, trasformandosi, conservano la loro natura essenziale. Uscendo dalla sfera delle azioni puramente individuali, e coordinando queste ultime alle azioni di altri individui, ci accorgeremo che tra le singole coscienze possono intercedere delle relazioni le quali aprono l’adito ad importantissime nozioni, che interessano tanto il cultore di psicologia generale, quanto quello di psicologia criminale.

La coscienza individuale, quale attività, si irradia nel mondo esterno e comunica la sua energia attraendo nella propria orbita le attività concentriche delle coscienze altrui.La parolaconcentricheesprime la condizione, perchè ciò avvenga, di centri coscienti di natura simile, ossia che abbiano caratteri che tra loro non si elidano col neutralizzare le energie comunicatesi.

2.—In quanto la coscienza si irradia nel mondo esterno, sottostà alle infrascritte leggi di integrazione e disintegrazione:

1aGli elementi psichici della coscienza attiva, non trovando contrasto di resistenza negli elementi d’una coscienza passiva, imprimono la propria energia in guisa che il novello aggregato psichico sia il composto associativo degli elementi anteriori sommati con gli elementi assimilati.

L’azione integrativa o disintegrativa d’una coscienza sull’altra avviene per addizione o per sottrazione: si aumenta, mercè la partecipazione di attività, il contenuto degli stati interni; si modifica il tono della personalità col privarsi in parte dei caratteri che demarcavano la precedente fisonomia psichica individuale. Tutto ciò avviene per l’atto associativo degli elementi psichici; poichè, nel dominio della coscienza, la serie progressiva di stati è prodotta da connessioni successive di rapporti e di processi.

2aGli elementi psichici passivi, assimilando l’energia partecipata, si differenziano; e, o integrando maggiormente il precedente aggregato ovvero disintegrandolo, permangono, col trasformarsi, nel contenuto della coscienza attiva.

La differenziazione degli elementi psichici con analoga integrazione del sistema indica progresso della coscienza passiva; il che avviene, tuttodì, nelle relazioni tra insegnante e discepolo, superiore e dipendente. Nella ipotesi di disintegrazione, invece, la coscienza passiva perde lo speciale contenuto e si modella sull’intima natura della coscienza alla cui energia di assorbimento non ha potuto resistere. Il che si riscontra nei caratteri deboli o poco progrediti, i quali molto facilmente sottostanno alla influenza prepotente altrui.

3aLa trasformazione, per integrazione o disintegrazione, della coscienza passiva avviene in ragione dei caratteri simili tra i suoi elementi e quelli della coscienza altrui.

Qualunque alterazione psichica, in conseguenza di energia partecipata, dipende dal grado di recettività specifica deglielementi onde l’aggregato è composto; tale grado corrisponde alla maggiore o minore identità degli elementi in relazione. Gli elementi della coscienza, tuttochè parti di aggregati, sono di per sè dei composti di coefficienti psichici primitivi; ond’è che tra essi, come tra particelle materiali, vige la legge di coesione, che dinota la mutua attrazione dimolecoledello stesso corpo, cioè di molecole le quali, non che scomporsi in atomi, abbiano tra loro identità organica. Per l’Ardigò lacoesione psichicaè la legge onde nelle formazioni psichiche gli elementi si compongono con ligami minori o maggiori. Massima è la coesione nellapercezione, media nelle formazioniideali, minima nei rapportilogici: la norma fondamentale è, che la coesione sta in rapporto inverso con la complessità del lavoro mentale.

4aDelle energie partecipate, quelle che, per manco di attitudine della coscienza passiva, non sono state nè paralizzate nè assimilate, dànno luogo ad uno stato impulsivo di azione associativa automatica.

Il moto trasmesso dall’urto, diciamo così, di due aggregati psichici o entra nel campo visivo della coscienza passiva, ed allora questa trasforma il contenuto in novello sistema di coefficienti; o in parte si arresta sotto la soglia della coscienza, ed allora, continuando nell’impulsione attrattiva, agisce e trascina, con azione automatica, nella propria orbita gli elementi sottoposti.

3.—Oltre all’effetto integrativo o disintegrativo degli aggregati di coscienze in relazione, le energie irradiate contengono, riguardo alla trasmissione di attività psichica, un grado diluceche ha l’equivalente ontologico nelverocomunicato, non che un grado dicaloreper i fenomeniaffettivicausati.

Le correnti irradiate o trasmesse, esteriorizzandosi, ritornano, per riflesso, nel centro di origine, rafforzandone la intensità del campo visivo. Questo s’intenderà agevolmente considerando che l’assorbimento, di cui abbiamo parlato, da parte della coscienza attiva non è che accumulo di attività pel soprappiù di energia attratta e ritornata nel punto iniziale di movimento impulsivo. Chi ne voglia l’esempio, consideri quanto si rafforzi la coscienza di un convincimento percolui che, messosi in comunicazione con altri, siasi persuaso di averne l’approvazione.

4.—Dall’unione a due, alla forma più complessa della folla delinquente, la dinamica delle psichi concorrenti segue il ritmo d’un differenziamento che comincia dalla identificazione di due volontà in una sola e giunge alla formazione di coscienza collettiva, il cui esponente estremo è un risultato di cui non si hanno che i germi negli individui che vi prendono parte. Come nella dinamica cerebrale, ciascunacellula psichica, per usare l’espressione di Haeckel, ha vita propria, ma nell’accordo di infinite altre cellule si trasforma in elemento di organo del pensiero; nella composizione di individui, mentre ognuno è di per sè una coscienza integrata, in unione con altri concorre alla formazione psichica della collettività, la quale ha funzione più o meno variata. La suggestione, la imitazione, a cui si è fatto ricorso per fissare il perchè del fenomeno dinamico dell’aggregato psichico, non ne sono che i dati apparenti o accidentali: il meccanismo intimo è nel sincronismo di correnti di energie trasmesse ed accumulate in un centro unico, che, senza aver esistenza a sè od indipendente, si manifesta nel perfezionamento di unicaattività complessa, alla stessa guisa che il pensiero, la coscienza individuale siano a considerarsi risultanti di infinite componenti psicofisiche, che, isolatamente prese, hanno vita ed energia propria.

5.—In fondo all’anima della folla evvi molto dell’inconscio, di quell’inconscio che è ripercussione di energie coincidenti, che, per la rapidità d’azione ed il ritmo incomposto, inerente all’equilibrio instabile di sentimenti passionali, si arrestano al disotto della soglia della coscienza e, turbinando, spingono, saltuariamente, ad intenti imprecisi. Vero è che su tutti gli individui affollati si diffonde la efficacia della idea, del pensiero comune, a cui si riferisce il movimento iniziale dell’azione; ma è pur vero che tra l’effetto verificatosi e la relativa causa motrice, a chi ben mediti, non si troverà mai nè la proporzione logica nè la equipollenza dinamica. L’inconscio, del quale parliamo, è nel gesto, nella instabilità del volere, negli accenti inconsulti, negli atti senza significato; ai quali fanno eco i sentimenti di odio, di simpatiasenza un perchè chiaro; il rapido svolgersi d’azioni di ferocia, inconcepibili in ciascuno degli associati; la esuberante espansività per scopi o ignoti o per sè poco calcolabili.

Io che ho assistito—per ufficio di difensore—a processi di delitti perpetrati dalla folla, mi son convinto, che l’attenuazione di responsabilità è insita al comune stato d’inconscio ond’è accompagnato il simultaneo concorso di coloro che presero parte all’azione. Pare che tutti, meno chi ne abbia preordinato gli atti, agiscano in condizioni diautomatismo psicologico, fino al punto da obliare quel che ciascuno operò e da sconfessare ciò che tutti, con consenso in apparenza evidente, vollero conseguire. Il magistrato, tante volte, non crede alla schiettezza di confessione degli imputati, anzi li sospetta di mala fede e corre dietro alle fantastiche ed architettate accuse di agenti di pubblica sicurezza, i quali, non sapendo approfondire un giudizio su quanto effettivamente si svolse sotto i loro occhi, ricorrono ad opera misteriosa di sobillatori e prospettano intenti criminosi che non furon mai nelle menti dei giudicabili.

Il problema della responsabilità di azioni collettive non sarà mai risoluto fino a quando non si acquisti l’abitudine di prescindere, per l’apprezzamento dell’operato comune, dal l’opera dei singoli. Insomma, la imputabilità della folla deve essere illuminata da concetti affatto diversi da quelli che comunemente seguiamo nella valutazione dei delitti individuali, sia che questi avvengano isolatamente, sia che avvengano in conseguenza di moventi collettivi. La partecipazione maggiore o minore, verificabile nel concorso di pochi individui in un delitto, può dipendere da maggiore o minore volontà ed azione negli atti esteriori. Per la folla succede altrimenti. I più volenterosi, i più attivi non sono sempre i più pericolosi; ma lo sono coloro sulla cui psiche con più vigore si ripercosse la coincidenza attrattiva o repulsiva delle psichi altrui. Sono questi i più deboli alla resistenza: nè è da imputarsi a lor conto; perchè nell’aggregato psichico di pochi concorrenti si ha l’agio di riflettere e di resistere, ma nella folla ciò riesce difficilissimo per la legge, che la inibizione rendesi tanto più difficile per quanto non ci è permesso disceverare la nostra energia individuale dalle energie ambienti a cui siamo soggetti.

Il Sighele scrive, che la folla sia un terreno in cui si sviluppa assai facilmente il microbo del male, e in cui il microbo del bene quasi sempre muore, non trovandovi le condizioni della vita; ciò perchè in una moltitudine le facoltà buone dei singoli, anzichè sommarsi, si elidono. «Si elidono, in primo luogo, per una necessità naturale e, direi, aritmetica, come una media di molte cifre non può, evidentemente, essere eguale alle più alte fra queste cifre, così un aggregato di uomini non può rispecchiare, nelle sue manifestazioni, le facoltà più elevate, proprie di alcuni tra questi uomini; esso rispecchierà soltanto le facoltà medie che risiedono in tutti o almeno nella gran maggioranza degli individui. Gli strati ultimi e migliori del carattere, direbbe il Sergi, quelli che la civiltà e l’educazione sono riuscite a formare in alcuni individui privilegiati, restano eclissati di fronte agli strati medî che sono il patrimonio di tutti; nella somma totale questi prevalgono e gli altri scompariscono»[110].

6.—La osservazione del Sighele e del Sergi è acutissima; ma non pare che la spiegazione addotta sia molto chiara. Perchè le migliori qualità individuali restano eclissate di fronte agli strati medî della comune degli uomini? Il motivo è nella maggiore energia organizzata di quelli stati di coscienza, che, pel tempo e per forza di naturale selezione organica, acquistarono maggiore compattezza ed unità. Il tronco d’un albero è sempre più resistente della foglia e del fiorellino, ultimi a spuntare sui suoi rami. Le qualità prevalenti ed eccezionali dell’individuo, in confronto delle qualità fondamentali e stratificate della coscienza, hanno minor presa nella trasmissione della loro energia sul fondo dell’animo della collettività. Di qui la forza del costume, delle abitudini, delle comuni credenze, dei pregiudizî. Il delitto è bene spesso il frutto di sentimenti ed idee germinate nell’ambiente morale di falsi principî, di erronee credenze, di inconsulte e cieche passioni. La folla è in soprammodo vittimadi questo ambiente morale. I suggerimenti, i consigli, l’azione dei pochi privilegiati non arrivano a scuotere, a rompere lo strato malefico della comune coscienza. Anzi succede, nè è raro, che per una naturale legge dinamica di assorbimento, i pochi finiscono col cedere ai più, non solo perchè impotenti materialmente alla resistenza, ma perchè la loro energia, trasfusa nella larga piena dell’energia altrui, ne è trasformata e sparisce travolta da correnti le quali ne modificano sostanzialmente l’indole. Fate che nella corrente impura d’un fiume cada una quantità di pura acqua, essa perderà tosto la sua purezza e finirà con identificarsi alla gran massa di liquido con cui va confusa.

È legge costante, che le energie, fisiche o psichiche, poste a contatto, tendono a compenetrarsi ed unificarsi. Il centro attrattivo in prevalenza, o il nucleo del nuovo aggregato, si fissa per la affinità di energie similari; la risultante non solo ne comprende la somma, ma ne segna il grado diidentificazione.

7.—Nella folla è da apprezzare, segnatamente, lo stato di emotività. Le emozioni, componendosi, si intensificano e si accrescono. Il che avviene in ragion diretta degli incentivi individuali ed in ragione inversa dei controstimoli eliminati o attenuati dall’ambiente di contrarie tendenze in prevalenze.

Le emozioni della folla dapprima sorgono con caratteredepressivo, in ultimo prendono il carattere diesaltamento. Sono depressi i controstimoli della calma, dell’ordine: indi sorge la impulsività ad azioni subitanee ed incomposte. Il ritmo è incostante: allo stato caotico o di confusione, che turba le coscienze e fa che ognuno, incerto, tentenni e versi in equilibrio instabile di sentimenti e di idee, sopravviene il rifluire di correnti attive che, fissando uno o più centri di emotività, finiscono con l’imprimere al novello aggregato la fisonomia e la tonalità di atti impreveduti. L’esaltamento produce l’effetto di sospendere il funzionamento autonomo di ciascuna coscienza: sugli animi degli aggregati si diffonde una luce diafana e triste, si va addensando una nube, la quale, mentre toglie allo spettatore l’agio di distinguere i tratti caratteristici e la fisonomia di ciascun partecipante, elimina le singole iniziative e le confonde e le identifica nella unità di prodotto sinergetico.

L’azione delittuosa, per chi ne ignori la genesi in moventi prossimi o lontani, ha l’apparenza di scoppio fulmineo: essa sorprende con fasi impetuose; non ha altri limiti che nelle accidentali difficoltà del momento; scorre con la rapidità spaventevole di corrente tempestosa e, quando giunge alla fine, lascia dietro di sè la distruzione e lo squallore, ma non la prova di chi ne debba dirsi responsabile.

8.—Talora l’esaltamento, per favorevoli circostanze di tempo, investe così l’anima della folla da ingenerare una vera forma di psicosi con influsso epidemico.—Il Rossi—che per profondità ed originalità di vedute io giudico il vero fondatore, in Italia, della psicologia collettiva—così scrive: «Un sentimento od un’idea che si diffonda con una celerità più o meno grande; che conquisti, più o meno prestamente, molta gente, che ad esso creda fermamente, fortemente, è una epidemia psichica». Essa è dunque «uno stato ideo-emotivo che da uno o da pochi si diffonde a molti in maniera rapida ed intensa da produrre un arresto nel flusso della coscienza, e da dominarla, dando luogo a fenomeni strani di psicologia e di neuropatia». Gli elementi, adunque, d’una epidemia o d’un contagio psichico sono tre: uno stato ideo-emotivo, una diffusione anormale, un arresto ed un ingigantimento nel campo consciente capace di generare fenomeni anormali del corpo e della psiche. Abbiamo detto «uno stato ideo-emotivo», ossia uno stato di coscienza, giacchè una idea sola o una sola emozione non avrebbe in sè la forza di determinare uno stato di condotta, una piega del carattere qual’è quella che da un’epidemia psichica. La quale, a coloro che ne sono investiti e trascinati, dà come una personalità nuova. Ora questo non avverrebbe, se il contenuto della psicosi epidemica non fosse un pensiero ed un sentimento, giacchè è risaputo oramai che il carattere è donato non meno dal sentimento che dal pensiero. Inoltre, come noi dicemmo più volte, quelli che compongono la maggior parte della folla sono della gente amorfa o parziale—caratteri, cioè, o non ben definiti o incompleti—; mentre imeneurssono, a seconda la classificazione del Ribot, dei caratteri «attivi o contradditorî successivi». E gli uni e gli altri—meneurse folla—per formarsi una personalità nuova o per modificare l’antica,hanno bisogno di essere pervasi in tutto il loro essere; han bisogno di rifarsi o di crearsi il carattere e questo—lo si sa—non è meno pensiero che sentimento, idea meno che emozione»[111].

Il contagio passionale paralizza la facoltà di attendere in persone che, per altre contingenze, han mostrato di possedere il potere di frenare o di indirizzare i voleri, i desideri, le convinzioni dei molti. Lo scompiglio o il turbamento generale di animo fa sì che si perda la visione di un perchè chiaro nelle proprie operazioni: le correnti impulsive e repulsive sovrastano il piano visivo della mente; fin l’istinto di conservazione si indebolisce, perchè pare che tutto sia per crollare; che leggi, costumi, interessi non abbiano più valore, che la vita sia alla mercè d’un evento o sperato o immaginato o temuto. È l’effetto dell’uragano, che sconvolge tutto quello che incontra, abbatte le messi e gli alberi, travolge, rimescola, trascina e precipita in lontani baratri quanto gli si offre dinanzi; il che avviene specialmente nei casi di esplosione degli stati emotivi collettivi. Ma vi sono altri esempî, in cui la idea, il sentimento si sistematizzano lentamente: evvi un periodo di incubazione ed uno di rigoglio; durante il primo l’aggregato si organizza, nel secondo vive di vita tutta propria ed imprime orme indelebili. Fa meraviglia, ed in pari tempo desta orrore, vedere a qual segno possa giungere il contagio epidemico di credenze, di pregiudizî in epoche e tra persone che pur, sotto altro aspetto, restano ammirevoli nella storia della umana civiltà! Basterà citare la epidemia di credenze, al secoloxvexvi, nelle stregherie, col relativo corredo di occultismo, per persuadersi di quanto danno alla umanità tornino i pregiudizî ed i falsi convincimenti allorchè si diffondano nelle turbe ed acquistino il potere di ottenebrare le coscienze della collettività. «Siffatte credenze—scrive il Cantù—si conservarono traverso al medio evo, sicchè ne son piene le leggende, nelle quali si confondono il misticismo e l’empietà, il tremendo e il grottesco; repulsate dai legislatori e dai dottori, ma serbatetenacemente dal vulgo, finchè vennero a mescolarsi con quella fungaia delle scienze occulte: i Settentrionali vi unirono il tributo delle loro saghe e valchirie e oldi e gnomi e spiriti elementari; gli Arabi le loro fate»[112]. «Massime nella Germania—prosegue il Cantù—così proclive al misticismo, erasi largamente diffuso il timor delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, e spedì due inquisitori, Enrico Institore e Giacomo Sprenger, con facoltà d’estinguere tali infamie con qual fosse mezzo. Appoggiati da Massimiliano I, essi inquisitori si vantano d’averne mandate a morte quatrocentotto in cinque anni nella diocesi di Costanza; nel solo elettorato di Treveri, racconta Möhsen, fossero processate in pochi anni seimila cinquecento persone per stregheria; moltissime trucidate nelle Fiandre il 1459; a Ginevra in tre mesi se ne condannarono più di cinquecento, convinte; Spagna e Francia ne furono insanguinate. Pietro Crespet dice che, al tempo di Francesco I, v’avea centomila streghe; ma Trescale, condannato il 1571 e avuta l’impunità, confessò che erano assai più. Nicola Remy, profondo criminalista e gran giureconsulto, consigliere intimo del duca di Lorena, vanta averne in quindici anni fatte morire novecento: dicono che Enrico IV ne mandasse al fuoco più di seicento nella sola provincia di Labourd; in Slesia nel 1651 ne furono arse ducento; cencinquantotto negli anni 1627, e 28 a Wurtzburg, fra cui quattordici curati e cinque canonici. In Italia pare, per questa sciagura, specialmente segnalata la diocesi di Como, il cui inquisitore nel 1485 ben quarantuno ne bruciò; e Bartolomeo Spina asserisce, che oltre mille in un anno vi si processavano, e più di cento bruciavansi»[113].—Non mancarono spiriti indipendenti, e scevri di apprensioni, nel combattere, ora apertamente ed ora sotto il velame d’una fede religiosa meglio diretta ed illuminata, errori di cotanto nocumento alla umanità; fino al famoso Reginaldo Scoto, il quale negava che il demonio possa cambiar corso alla natura. I supplizî, i roghi moltiplicavansi ovunque; la fantasia popolareera eccitata, nutrita dai pubblici sermoni, dai suffumigi e dalle unzioni, dal secreto di processi terminati quasi sempre con la confessione del paziente estorta col mezzo della tortura. Quando si pensa agli effetti di un’epidemia psichica durata, forse, fino a qualche secolo fa, si resta colpiti dal profondo dubbio se tante credenze reputate oggi scientifiche ed irrefutabili non abbiano la base nell’opera della suggestione e della illusione, e se davvero quella, che noi appelliamo verità, non sia che il prodotto soggettivo di passeggiare stato di coscienza!

9.—Il citato Rossi constata, che «la folla riceve impronta, nelle sue manifestazioni, da coloro che la compongono; massa talora amorfa, talora no per ciò che riguarda il carattere, e sui quali imeneursgettano l’ombra immane della propria psiche. Onde l’azione della folla nasce da un incontro deimeneurse degli uomini a fondo attivo su altri a fondo inerte, plastico, facile ad essere dominato e a seconda che gli attivi son volti al bene o al male, sono normali o no, l’azione della folla è buona o triste, normale o criminosa. Ora nella folla delittuosa, oltre imeneursche vedemmo quali sieno, prevalgono i criminali nati, i pazzi, gli abituali, i quali la conducono al delitto, avvolgendo, nelle sfere d’una passione criminosa, gli amorfi, gli squilibrati, i parziali e facendone dei delinquenti passionali»[114].—La osservazione è esattissima, però richiede che sia completata. È vero che imeneurs, suggestionando la folla, le dànno una forma qualsiasi, il più spesso criminosa; ma è anche vero che essi sono coinvolti nelle spire dell’anima dell’aggregato, ed a seconda della natura di quest’ultima inconsciamente plasmano i loro convincimenti e le loro passioni. L’ambiente, di qualsiasi specie, è dominato dalla potenza di energia di individui predominanti, ma questi, alla loro volta, sono il portato dell’ambiente istesso: ciò che potrebbe semplificarsi nella legge, che tra gl’individui e la folla evvi rapporto di scambievole influenza; con questo di singolare, che la forza definitiva è equivalente alla somma delle forze concorrenti, e l’indirizzo dell’azione è impresso dallaspinta dell’individuo la cui attività suggestiva s’impone alle attività dei componenti l’aggregato.

10.—Tra le forme di aggregati criminosi, che maggiormente attirano l’attenzione del psicologo, va notata laassociazione per delinquere. Il patrio legislatore, riproducendo dettami di legge seguìti in tutti i tempi, con gli art. 248-251, ha voluto disciplinare questa forma di delinquenza, la quale, tuttochè per l’influsso della civiltà vada perdendo le modalità più gravi sì frequenti in tempi antecedenti, suscita tuttavia grande preoccupazione, poichè contiene la maggiore minaccia contro il diritto privato ed il pubblico ordine. Gli associati per delinquere, ossia, giusta la definizione non molto felice ma perspicua di Zanardelli, coloro che si uniscono, non già per commettere questo o quel reato, ma in genere una serie di delinquenze, per far quasi, a così dire, il mestiere del delinquente, sono tra loro stretti da vincoli di comune sentire, pensare e volere, e le aspirazioni, ond’essi sono animati, riescono a formare di molteplici energie una sola energia, quasi organismo composto dalla fusione di corpi concorrenti e compenetrati da potente forza coesiva. Non è, dunque, come nella folla, che la dinamica di sentimenti e di idee subisca l’antagonismo e l’alternativa di azione e reazione, per la fusione accidentale di energie di natura simile o diversa; ma le energie associate si organizzano ed unificano con più spontanei e forti vincoli, appunto perchè di natura similare e tra loro congiunti dopo reciproca elaborazione selettiva.

La psicologia di qualunque specie di associazione criminosa procede per virtù di energie attrattivelatentie per azione immanente di assorbimento di energiepalesiedattuali.

Contingenze favorevoli predispongono l’ambiente ad accogliere e far germogliare il microbo del delitto associato. Capita in una città, in una regione, per motivo di occupazioni familiari, un individuo rotto al vizio, proclive al mal fare. Fungendo da nucleolo germinativo del male, egli comincia col circondarsi di persone che posseggano qualità simili alle sue; più spesso di giovani, dall’indole più espansiva, dalla mente meglio accensibile ed inclinevole ad esser vinta dal miraggio della imitazione. La fantasia dei neofiti è colpita dall’attrattiva del mistero; gli animi sono sollecitati dallasperanza di conquistare, senza grandi sacrificî e duri sforzi, un posto di rispetto, di prestigio tra’ compagni; le virtù dei capi, esaltate da cointeressati, esercitano il fascino delle leggende: poco a poco, per la confluenza di elementi estranei, si forma uno speciale consorzio, che, dapprima ristretto a pochi, poscia in più larga sfera, stringe gli affiliati in piccolo mondo e lusinga ed attira gli altri a farvi parte, blandendone le volontà con la promessa di dolci premi, rafforzando il desiderio e le innate tendenze con l’agevolare il loro potere di espansività e renderne più facile lo sperato intento. L’obbligo del secreto, la obbedienza passiva, la ignoranza del perchè di ordini o di comandate azioni; eppoi, il racconto, susurrato appreso di straforo, di imprese, di avventure strane passionali di compagni, che cominciano a mettersi in evidenza; il piacere di sorprendere la buona fede altrui, di violentarne il dominio, di credersi fuori l’imperio della legge, anzi di ridersi del prestigio dei suoi funzionanti, sono tanti incentivi a che l’associazione del delitto prenda consistenza, metta salde radici, si espanda, si imponga.

Le energie latenti e malefiche dei consociati si sviluppano: col vincere la resistenza opposta dai controstimoli etici, sociali e giuridici, si raffermano, e, da principio incerte di sè, finiscono con l’assicurare il loro potere; finchè, cogliendo le occasioni, producono i primi frutti in azioni o disordinate o viziose o delittuose. I vincoli interposti tra individui tratti al male, meglio che da chiari propositi, per opera suggestiva di comunione ed uniformità di tendenze, trascorso alcun tempo, si rendono più stretti e più saldi; n’è motivo principale la coscienza del comune interesse, la reciproca fiducia negli intenti formanti lo scopo o gli scopi di un’unione animata e sorretta da qualche bene o dal cumulo di beni posti a base del novello aggregato.

11.—Due coefficienti principali vanno ricordati nelle associazioni ad organismi composti di persone strette, con lento processo, da fini criminosi effettuabili per ordini ed obbedienza gerarchica; la forma e l’esplicamento delle emozioni, ed il complesso dei principî etici qualificanti le azioni.

Chi ha studiato qualcuna delle vaste associazioni criminose, le quali, com’è quella dellaMala vitae dellaCamorra,fioriscono in grandi centri industriosi e commerciali, di leggieri avrà potuto osservare come tra gli associati si stabiliscano correnti morbose passionali, che accecano e trascinano al delitto per motivo di jattanza, meglio che per intenti di serio interesse ed utilità: la vendetta, lo spirito di rivincita, di sopraffazione simulata sotto le parvenze di giusta reazione, sono ragioni poco attendibili per spiegarci il perchè logico di atti dei quali la vera causa è nel travolgimento del senso di civiltà, nell’abitudine contratta ad esser dominati da basse passioni, che estinguono l’idea di dovere, di previdenza, di rispetto dei simili. Nella scala della decadenza morale dell’uomo, l’ultimo gradino è contrassegnato dall’assenza completa di sentimenti di ordine o di premura del proprio benessere d’accordo con le leggi protettrici del benessere altrui: il vincolo di sociabilità, di solidarietà è spezzato, e l’individuo, raccogliendo gli sforzi nel conato supremo dell’egoismo, si inabissa nella perdizione!

L’abitudine a miscredere alla forza della morale e della legge, l’abbiettezza contratta in consorzio privo di risorse della personale dignità, l’abbandono cieco passivo alla volontà altrui, imposta con la idea di superiorità gerarchica, finiscono col disseccare nell’animo di delinquenti associati la fonte o di rimorso o di resipiscenza, ingenerando lo stato di supina incoscienza, indice di completa dissoluzione morale. Salvo i capi, la massa dei seguaci è poco differenziata, materia amorfa, irreducibile: il delitto si desidera, si compie più istintivamente o per jattanza, che suggerito da necessità o sufficiente motivo; ed è così che l’aggregato di coteste associazioni, formate con processo lento e per effetto di energie latenti sistemate, non presenta al sociologo od al magistrato verun piano certo di prove o di argomenti onde concludere alla imputabilità di tutti o di parte dei prevenuti, ed abilitarci a misurare il grado della responsabilità di ciascuno.

12.—Nella folla, agglomerata e trascinata da subitaneo motivo passionale, evvi un’anima collettiva che vibra e s’impone: non così nelle associazioni criminose, di che discorriamo. Mancando l’unità assoluta d’intenti, e frazionandosi le volontà individuali in atti criminosi isolati e sol tra loro congiunti da uniformità di tendenze, le energie si armonizzanoin serie poco compatte, tenute strette dalla forza suggestiva del potere intransigente ed assoluto nell’ordine della gerarchia. La lealtà, la onorabilità, ostentate ad ogni momento, opportunamente o inopportunamente, sono tra gli associati i facili pretesti per coonestare atti turpi, disonorevoli anche per chi della parolaonoresi serve come scudo di difesa contro i giusti richiami dell’intima coscienza, dei mòniti della morale, delle minacce della legge. Lo spirito abituale di simili disgraziati, diffuso su tutte le operazioni buone o riprovevoli della loro esistenza, è quello di un pessimismo reso leggiero e mutabile per indifferentismo di carattere causato da assenza di sensibilità, di solito fisica, ordinariamente morale. Simulatori e dissimulatori, non è raro il caso che difensori e magistrati sien presi per essi da sentimento di sincera pietà, attenuando le loro colpe con argomenti i quali o nascono dal dubbio sulla prova di responsabilità, o dal convincimento trattarsi di disgraziati, invece che di delinquenti.

Per disilludersi, basterà—a processo finito—informarsi della impressione prodotta sui loro animi dalla mitezza di condanna o dall’assoluzione: il ghigno ributtante, lo scherno cinico accompagna la sentenza del magistrato!—Ricordo d’un famoso capo d’associazione dellamala vita, condannato a lieve pena per scatto di arma in rissa, assoluto da altri reati: in un’ora circa di colloquio, il giorno seguente al dibattimento, rideva, rideva sgangheratamente, asserendo che la magistratura dovesse riformarsi permandare a casa(sue parole) uomini inetti come quel signor presidente, il quale si era fatto gabbare dal suo contegno e dalle sue profferte di innocenza!..... E dire che, in udienza, il furbo avea sì ben simulato tutto ciò che anch’io, e con me il pubblico, mi convinsi della schiettezza e verità di quanto asseriva!...

CAPO XII.La vita del delitto.1. Vita individuale e collettiva del delitto.—2. Vita storica del delitto.—3. Lanecessitànell’apparizione del delitto; teoria del Bovio: la legge di continuità nel fenomeno del delitto.—4. Coefficientequalitativoequantitativonel processo vitale del delitto.—5. Causalità ed uniformità di fenomeni; contenuto metodico e scientifico della statistica; psicologia criminale e statistica.—6. Obbietto della statistica criminale: valoreprobatoriodelle leggi statistiche.—7. Principio fondamentale del calcolo di probabilità applicato alla vita del delitto: norme relative ai dati numerici delle leggi statiche e dinamiche del delitto; opinione del Ferri intorno alla influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto; confutazione.—8. Criterî da seguire nel calcolo di probabilità dei dati statistici criminosi.—9. La psicologia criminale etnografica, suo còmpito e suoi principali obbietti.1.—Il delitto, fenomeno affatto naturale, ha una vita individuale ed una vita collettiva e storica. Individualmente, il delitto si germina ed apparisce azione di disordine causata da coefficienti statici e dinamici di atipicità antropologica e di anomalia funzionale nel processo evolutivo o dissolutivo di moventi esterni od interni. L’esame da noi fatto, degli stati di formazione e di sviluppo di cotesto processo, ci autorizza a concludere, che il delitto, dalla genesi cenestetica alla consumazione esteriore, non sia che esplicamento della forma dienergiada noi appellatacriminosa. Abbiamo, quindi, nel delitto i due estremi necessarî alla vitalità o realtà di qualunque fenomeno naturale, unaenergia in atto, ed illimite,di spazioedi tempo, entro il quale essa si viene effettuando. Inoltre, da quanto abbiamo svolto nei precedenti capi si deduce, che l’attività vitale del delitto dall’individuo si proietta nella collettività, vuoi per la ripercussione del danno privato e pubblico, che per la possibilità di svariate forme diorganizzazione negli aggregati. La energia criminosa trova la via di funzionare sia per azioni individuali, che per azioni collettive: nell’uno e nell’altro caso obbedisce a quelle leggi meccaniche, la cui espressione fondamentale è nel principio dicausalità.2.—Il delitto, in fine, ha una vita storica. Il fattore storico, agendo con il cumulo dei coefficienti formanti il proprio ambiente, predispone la energia criminosa a manifestarsi in taluni effetti a preferenza che in altri. Da ciò il mutamento di specie di delitti secondo le epoche; la scomparsa, cioè, di alcuni di essi per la trasformazione del clima storico o l’intervento di nuovi elementi di progresso e di civiltà; l’attenuazione di altri per la eliminazione delle cause onde erano prima resi più gravi.L’individuo, la collettività, la storia, ecco le tre fasi percorse dal delitto in quanto afferma la propria vitalità. E questa vitalità, si noti, ècontinuativa, per la legge di permanenza della energia; e le modificazioni, ond’è segnata in apparenza, non la privano dellaidentitàdi contenuto, poichè, nella indefinita variazione di forme, essa conserva la nota culminante dell’esquilibrio funzionale psicofisico e dell’anomalia antropologica.La scuola classica, astraendo il concetto del delitto dalla realtà naturale, ne creò unente giuridico; il positivismo, partendo dalla nozione unitaria o monistica della natura, scorge nel delitto una vitalità accompagnata dal carattere di necessità e di permanenza. Di necessità, perchè in esso i fattori individuali, collettivi e storici agiscono in forza della causalità; di permanenza, perchè la energia criminosa si connette alla legge generale della conservazione, con equivalenza, della energia in genere.3.—Il Bovio ebbe l’intuito della influenza dellanecessitàsull’apparizione del delitto. Egli divise questa necessità in naturale, storica e sociale. Ricordando le tre possibilità del reato secondo la scuola dei giureconsulti, vale a dire la possibilità del dolo, la possibilità del danno e la possibilità di trasmutare il dolo in danno, domandava: «è compiuta questa dottrina della possibilità o è difettiva, astratta, unilaterale, governata da presupposti ciechi d’una vecchia ebolsa metafisica? Io domando: la possibilità subbiettiva è tutta individuale o entravi in dose più o meno densa la necessità naturale? Domando ancora: nella possibilità obbiettiva entra e in quanta parte la necessità storica? Domando in ultimo: nella possibilità esecutiva entravi e come la necessità sociale? Lanecessità, in somma, è qualcosa o niente nella storia dell’uomo, della quale il reato è parte sì larga? Sarebbe stato, adunque, assai desiderabile che accanto a quelle tre possibilità si fossero vedute queste tre necessità. Ma niente:—si credette sempre sconfinata la libertà, gelosa cavallerescamente di sè e disdegnosa d’ogni necessità; si credette l’individuo umano affatto autogenetico, autonomo e prodotto d’un solo fattore, di sè solo; e però furono escogitate quelle tre grandi menzogne che furono chiamate tre possibilità»[115].—«La natura ferma il destino d’ogni specie, non esclusa l’umana, e dà carattere e fisonomia così a ciascuna persona come a ciascun popolo: dallo svolgimento di questo carattere per asseguire il proprio destino deriva il presente in cui consiste la necessità sociale; dunque la necessità sociale deriva dalla necessità storica e questa dalla naturale. Ogni libertà deriva da una libertà; ogni necessità da una necessità: la libertà è necessaria; la necessità è libera. I codici dispaiano questa profonda armonia dei contrarî, rompono la dialettica del mondo, divellono la libertà dalla necessità, l’individuo dal popolo, il popolo dal tempo, il tempo dalla natura, e con un fattore credono trovare il prodotto storico e sociale»[116]. Concludendo, il Bovio, proclama, che in ogni reato entrano complici lanatura, lasocietàe lastoria, oltre la volontà individuale.E sia. Ma il Bovio, non peranco liberato dalla influenza del sistema sillogistico, crede aver scossa la base del diritto di punire sol perchè in questo entrano elementi che ne modificano profondamente i modi di applicazione. E che è mai la necessità sceverata dalla legge dicontinuitàdel fenomeno?; che la ragion penale dissociata dalla causalità naturale, edall’unità di legge meccanica guidatrice dei fenomeni da noi percepibili? Potete pur negare la proporzione penale, e dire che essa, essendo tra il reato e la pena, che sono termini eterogenei, è intrinsecamente assurda: ma il delitto esiste, ed esiste la necessità sociale di combatterlo e di attenuarne, se non eliminarne, gli effetti.Il fenomeno, umano o puramente materiale, in sè e nei limiti della conoscenza non ha esistenza assoluta, ma relativa. Relativa è la energia parziale rispetto alla forza universale; relativo è il suo modo di essere e di apparire; relativo il modo onde noi la percepiamo; relativa la conoscenza del suo passato e dell’avvenire. Eppure, in tanta relatività, non evvi forse un che di certo, di permanente? Lo stesso è del delitto: il suo essere individuale, collettivo e storico sono fasi, ond’è segnato il suo cammino: la vitalità, che gli è propria, è, nella energia criminosa, una delle tante guise onde la forza universale si realizza, il perchè dinamico e logico di fenomeni di esquilibrio e di anomalie, il tratto di tenebra che oscura, a momenti, la luce che rischiara ed abbella la nostra esistenza terrena.4.—La conclusione delle sopraesposte idee è la seguente: il delitto, avendo una vita, con fasi successive nello individuo, nella collettività sociale e nella storia, deve di necessità risentire dei coefficienti statici e dinamici che, qualitativamente e quantitativamente, presiedono al suo nascere ed al suo sviluppo. Due specie di coefficienti, dunque, debbono riscontrarsi nel processo vitale del delitto; un coefficiente che attiene allaqualitàed uno allaquantitàdel suo contenuto intrinseco ed estrinseco: qualità e quantità che rispondono, nei medesimi fenomeni, all’elemento statico ed al dinamico. È elemento statico del delitto ciò che di esso permane attraverso le forme assunte durante le diverse fasi; è elemento dinamico ciò che cambia di apparenza e di atto, ovvero ciò che è inerente agli effetti multiformi e variabili nella violazione dei diritti individuali e collettivi. L’elemento statico è insito allaspecialitàdella energia criminosa, la quale ha la essenza nello stato di esquilibrio e nell’anormalità di azioni disturbatici dell’ordine sociale; l’elemento dinamico, poi, si ravvisa nella serie degli atti di coscienza,che preparano, accompagnano e seguono gli stadî psicofisici del funzionamento criminoso, individuale o collettivo, non che le forme successive onde la delinquenza si attenua, si aggrava, si trasmuta durante il percorso del progresso o regresso storico.5.—«Dalla legge causale generale—scrive il Tammeo—deriva come deduzione la uniformità generale dei fenomeni, la quale, a sua volta, risulta dalla coesistenza di uniformità parziali. Il che vuol dire che il corso generale della natura è uniforme, perchè uniforme è il corso degli innumerevoli fenomeni di cui la natura si compone. Date certe condizioni, è necessario quel determinato effetto, e, viceversa, un qualunque fenomeno è necessario così come si manifesta; il che vuol dire che avrebbe potuto essere diverso, se le cause che lo hanno prodotto fossero state diverse. Ciò parrebbe una nozione volgare; eppure tale non è quando si vede che quasi tutti nei giudizî intorno ai fatti sociali dimenticano di considerarli come conseguenze necessarie di cause immutabili. La legge causale spiega le uniformità dei fenomeni, il meccanismo cioè della natura e dei fatti sociali»[117].Causalità ed uniformità di fenomeni: onde nei fatti sociali la energia criminosa, principio vitale della immanenza e permanenza del delitto, va appresa e dimostrata con la osservazione intorno ad azioni, le quali nei loro caratteri anomali e di esquilibrio conservino il meccanismo necessario alla produzione d’ogni formazione naturale, fisica o morale che sia. Dunque il calcolo numerico nelle grandi masse di dati di osservazione, quando abbia per obbietto la constatazione della vitalità spaziale o temporanea del delitto, non deve essere solamente reputato opera di metodo, ma materia di scienza.È dall’essersi trascurati i veri principî della statistica, che dura tuttavia il dibattito tra chi in essa non riconosce che solo un metodo, negandole il carattere di scienza (Lo Savio, Guerry, Körösi, Lilienfeld, Gumplowicz, Benini, ecc.),e coloro che in essa riconoscono una scienza ed un metodo (Mayr, Conrad, Engel, Rawson, Block, Wagner, Bodio, Ferraris, Gabaglio, ecc.)[118].L’aggruppamento e la enumerazione dei fatti sociali, pur essendo il frutto di accurata rilevazione, non saranno mai sufficienti ad insegnarci alcun concetto scientifico, se non sieno lumeggiati da verità e leggi apprese in precedenza e dedotte da principî universali ed inconcussi. La statistica, dunque, perchè ci aiuti ad apprendere la nozione della vita del delitto, importa che non si limiti alla semplice raccolta e comparazione dei dati; deve integrarli con le norme psicologiche criminali, ossia deve saperli rapportare alle leggi generali meccaniche della psiche del delinquente, o che questi sia studiato isolatamente, o che formi parte di aggregato collettivo.Che cosa è mai lo spettacolo meraviglioso di mondi di esseri viventi per chi non ne conosca che l’apparenza esteriore fenomenica?—per chi non ne comprenda le intime leggi, e non sappia sollevarsi col pensiero a quell’unità di forza universale che tutto spiega e semplifica nel concetto assoluto della conservazione della sostanza? Che son mai le cifre numeriche per chi in esse non sappia leggere, in caratteri muti sì, ma eloquenti, il processo psichico del delitto, formazione naturale di fattori antropologici, fisici e sociali?La probabilità delle leggi statistiche acquista certezza in ragione della perfetta comparazione ed integrazione con le verità inconcusse delle scienze alle quali si appartengono i dati elaborati. La statistica criminale deve ricorrere alla nostra disciplina, se non vuole errare nelle conclusioni. Ne volete l’esempio? Suppongasi che in una data località, in dato tempo, la media dei reati di sangue si aumenti rapidamente. Lo statista vi segnerà il fenomeno e, per spiegarselo, ricorrerà, in ipotesi, al consumo aumentato di alcool, ad accidentali frangenti di accanite lotte politiche, alla deficienza di pubblica sicurezza, alla mancata percentuale di emigrazione,tante volte valvola di salvezza di fronte ad individui spostati e bisognosi di lavoro o di maggiore espansione di attività.Quali ne saranno le conclusioni? Che tutte coteste cause abbiano potuto influire alla determinazione di aumento di reati di sangue; ma come, perchè? La psicologia criminale, intervenendo all’uopo, studierà il processo psicofisico dell’aumento della speciale criminalità, ossia vi dirà come dati coefficienti sociali agiscano, trasformandosi in energie individuali, ad eccitare e corroborare le tendenze, latenti od attuali, criminose; ad alterare gli stati di coscienza, far insorgere impulsioni irrefrenabili, creare l’ambiente morale del delitto.—Insomma, per noi la statistica è metodo ed è scienza: è metodo perchè ci dimostra ad evidenza l’utile della osservazione e della induzione indirizzate a raccogliere fatti numericamente noti onde elevarci a conclusioni definitive: è scienza in quanto serve a semplificare quantitativamente la esattezza razionale di cànoni appartenenti a discipline a cui si riferiscono i dati raccolti in grandi masse.6.—Intesa così la statistica, ben si conclude, che ella debba sussidiarci nello studio della vita del delitto.Le energie criminose, le attività disorganizzatrici dell’ordine sociale, prese isolatamente, o nell’individuo o nella collettività, formano il contenuto della psicologia criminale; studiate nella media quantitativa di tempo e di luogo entrano nel dominio della statistica criminale e ci insegnano:a) come e perchè l’evento psichico del delitto, allargando l’attività entro i limiti quantitativi di grandi cifre numeriche, giunga a certo grado di intensità della energia criminosa;b) come e perchè il meccanismo, statico e dinamico, delle contingenze accidentali temporanee e spaziali influiscano ad imprimere la direzione alle tendenze criminose;c) come e perchè si debba ricorrere alla scelta di taluni mezzi, di preferenza, per ostacolare l’incremento maggiore di cause predisponenti al delitto.Le leggi statistiche non esprimono lanecessitàdell’evento; ma il grado approssimativo diprobabilità. Il loro contenuto è eminentemente condizionato all’ambiente mutabile dei fattori sociali: è perciò che Rümelin negava di attribuiread esse il valore di leggi nel senso assoluto della parola, ed insieme al Mayr le chiamaregolaritàenormalità.Nondimeno, anche nella sfera limitata della probabilità, le leggi della statistica, allorchè sieno precedute da induzione su fatti raccolti con accuratezza, hanno valore logico importantissimo; poichè, nei limiti soggettivi della conoscenza, servono di argomento onde assorgere ad intuizioni, che qualche volta hanno l’effetto di divinazioni. Herschel scriveva: «fu inventata l’espressioneprobabilità, voce che dimostra la nostra ignoranza nell’analisi degli avvenimenti e delle cause efficienti che guidanonecessariamentei passi successivi pei quali essi accadono, non già in modo generale, ma bensì speciale e personale a chi usa questa espressione, per cui una relazione fisica, una esposizione storica, un avvenimento futuro possano avere gradi di probabilità molto vari all’occhio delle parti diversamente informate delle circostanze, delle cause in azione, della riputazione di veracità degli autori che ne fanno testimonianza, o delle occasioni che ebbero per conoscere i fatti in questione.«La scala di probabilità, considerata nella sua maggiore lunghezza, stendesi evidentemente dall’impossibilitàcerta dell’avvenimento considerato, allacertezzache accadrà. L’intervallo totale fra questi estremi, ciascuno dei quali è una completa conoscenza, trovasi occupato da gradi più o meno alti o bassi di aspettazione o di credenza, determinati per mezzo della parziale conoscenza che ci è dato possedere, e può essere riguardata come una unità naturale, suscettibile di essere divisa numericamente in parti frazionarie, esattamente come l’intervallo fra il punto di congelazione e quello dell’acqua bollente, sulla scala termometrica, può essere suddivisa in parti aliquote o gradi. Realmente, non esiste unamisuranumerica naturale di una impressione mentale, come non esiste per le sensazioni corporali; ma in ambi i casi noi siamo certi che gradi più elevati della scala numerica possono ben rappresentare intensità più grandi di impressioni, ed in tutti due vi sono prove che accrescimenti uguali di un certo elemento puramente ideale per l’uno, e che potrebbe essere sostanziale per l’altro, corrispondono a diversità numeriche eguali nella scala, e che l’abbondanzapiù o meno grande di questo elementodeterminain una maniera o in un’altra il grado d’intensità dell’impressione di cui si tratta»[119].7.—Il calcolo della probabilità, fondato da Pascal e via via perfezionato e svolto da Fermat, Leibnitz, Huyghens, Hudde, Halley, Buffon, Bernouilli. De Moivre, Laplace, Quetelet, ecc., applicato alla constatazione delle leggi concernenti la vita del delitto deve basarsi sul principio, chenel processo evolutivo delle formazioni psichiche, con rispondenza in effetti integrativi o disintegrativi dell’ordine sociale, la permanenza della energia in atto, trasformandosi, conserva qualitativamente e quantitativamente la efficacia di ripresentarsi se concorrano date circostanze favorevoli.Fissato il punto di partenza, o la stabilità effettuale della energia, ne viene logica la illazione, che la probabilità di riapparizione di certa specie di delitti non sia cheaccidentalmentel’effetto di circostanze predisponenti, poichè, in essenza, essa riposa sull’opera costante della energia criminosa attutita o scomparsa, non distrutta. Insomma, la statistica criminale deve, prima dei calcoli numerici, accertare il fondamento dinamico del delitto o di generi di delitti; il primo quesito è questo: evvi presso il tal popolo, in tale regione la proclività, l’attitudine, che mostrino la tale specie dienergia criminosapropria dei delitti di sangue, dei furti e via dicendo? La risposta affermativa non deve esser data dalle cifre se non di accordo con la nozione di cause esaminate dapprimaisolatamente: il fatto di aumento o diminuzione di omicidî può essere l’opera accidentale e passeggiera di torbidi politici, di brigantaggio, di conflitti locali; che direbbe mai il calcolo quantitativo al riguardo?Trasportate nei rilievi numerici le leggi statiche e dinamiche del delitto; applicate alla vita progressiva o regressiva del delitto nel tempo le norme che accompagnano le oscillazioni della coscienza individuale criminosa, ed avrete il bandolo onde percorrere, senza tema di smarrirvi, il laberintointricato delle umane azioni in controsenso della morale e della legge. Ciò facendo, però, occorre prescindere da’ singoli casi: il Quetelet, rispondendo alla dimanda, se le azioni dell’uomo morale ed intellettuale siano sottoposte a leggi, scriveva: «impossibile sarebbe il risolvere una simile questione apriori: se vogliamo procedere in modo sicuro, bisogna ricercarne la soluzione nell’esperienza.—Noi dobbiamo, prima di tutto, perdere di vista l’uomo preso isolatamente e considerarlo soltanto siccome una frazione della specie. Spogliandolo della sua individualità, noi elimineremo tutto ciò che non è che accidentale; e le particolarità individuali, che hanno poca o nessuna azione sulla massa, si cancelleranno da sè stesse e permetteranno di afferrare i generali risultati»[120]. Dello stesso Quetelet giova rammentare le infrascritte altre osservazioni: che sia difficilissimo il determinare la divisione delle forze umane e delle forze materiali che agiscono nei fenomeni; ciò che di leggieri si può vedere si è che le leggi del mondo materiale cambiano infinitamente di più mediante le forze della natura, che per l’intervento dell’uomoin generale; e più ancora, che l’azioneindividualedell’uomo può essere considerata siccome sensibilmente nulla[121]. Finchè trattasi di cambiamento di leggi fenomeniche io son d’accordo col Quetelet; e son d’accordo nel doversi prescindere, per i calcoli di probabilità, dai casi singoli: ma sarebbe imperdonabile errore voler esagerare la teoria sino a cancellare, nell’ordine logico delle leggi sociali, la improntainizialeedefinitivadell’azione individuale. La famiglia, la società, la nazione non sono che concetti astratti, di mero interesse logico soggettivo; di reale non evvi che l’individuo. Similmente è nella conoscenza della vita del delitto; la fase storica-sociale, in fondo, non è che il compimento della fase individuale: in sintesi essa è rappresentata dal complesso di cause accidentali temporaneamente sistematizzate da produrre, in forme costanti, l’aumento o la diminuzione della efficacia vitale della energia criminosa.L’azione delittuosa, non essendo immaginabile senza il soggetto cui inerisca, non è neppure apprezzabile se non si percepisca siccome l’effetto disingola energia, centro dinamico del concorso di coefficienti accidentali e causa prima in atto.Il Ferri, esaminando la influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto, scrisse: «Quando noi assistiamo al movimento della criminalità per una data serie di anni, in questo o quel paese, con un generale ritmo di aumento o di diminuzione, non è neppur pensabile che questo dipenda da analoghe e costanti ed accumulate variazioni dei fattori antropologici e fisici. Infatti, mentre le cifre assolute della delinquenza sono assai lontane dal presentare quella stabilità, che fu molto esagerata dal Quetelet in poi, le cifre proporzionali invece sui fattori antropologici, per il concorso delle diverse età, sesso, stato civile, ecc., nel movimento criminale, presentano in realtà minime differenze, anche in lunghe serie di anni. E per quanto riguarda i fattori fisici, se con taluni di essi potremo spiegarci, come ho dimostrato altrove, le oscillazioni repentine, in epoche determinate, evidentemente però nè il clima, nè la disposizione del suolo, nè lo stato meteorico, nè l’avvicendarsi delle stagioni, nè le temperature annuali possono aver subite nell’ultimo mezzo secolo tali cambiamenti costanti e generali, che neppur di lontano siano paragonabili all’aumento continuo di criminalità, con una serie incalzante di vere ondate del delitto, che ora constateremo in alcuni paesi d’Europa.—È dunque ai fattori sociali, a quelle «altre cause, come dice il Tarde, più o meno facili ad estirparsi, ma di cui non ci si preoccupa abbastanza», che noi dobbiamo attribuire l’andamento generale della criminalità, anche per queste altre ragioni. Primo, che le variazioni pur verificatesi o che si possono verificare in alcuni fattori antropologici, come il vario concorso della età e dei sessi al delitto e la maggior o minor libertà di esplosione lasciata alle tendenze antisociali, congenite o per alienazione mentale, dipendono, per rimbalzo, esse stesse, dai fattori sociali, quali sono le istituzioni relative alla protezione dell’infanzia abbandonata, al lavoro industriale dei fanciulli, alla partecipazione delle donnealla vita esterna e commerciale, ai provvedimenti di sicurezza preventiva o repressiva sulla segregazione degli individui pericolosi e via dicendo: e sono perciò un effetto mediato degli stessi fattori sociali. Secondo, perchè, prevalendo questi fattori sociali nella delinquenza di occasione e per abitudine acquisita, ed essendo queste il contingente più numeroso della criminalità totale, è chiaro come ai fattori sociali spetti in maggior parte l’andamento di rialzo o di ribasso, segnato dalla delinquenza in una lunga serie d’anni. Tanto è vero questo, che, mentre i maggiori reati, specie contro le persone, che rappresentano cioè in prevalenza la delinquenza congenita e per alienazione mentale, offrono una costanza di ritmo, veramente straordinaria, con lievi aumenti e diminuzioni, il movimento generale della criminalità, invece, prende la sua fisonomia da quei piccoli ma molto numerosi reati contro le proprietà, le persone, l’ordine pubblico, che più hanno l’indole occasionale, e, quasi microbi del mondo criminale, più direttamente dipendono dall’ambiente sociale»[122].Innanzi discorremmo della influenza esercitata dalle necessità sociali sul delitto. La società, comunione di beni e di mali tra gl’individui che ne partecipano, è la fonte delle condizioni e dei moventi alla criminalità; è il terreno in cui germina il microbo del delitto. Grande errore, peraltro, sarebbe confondere il terreno adatto alla cultura con la forza germinativa del seme in esso sparso. Il fattore sociale è secondario in paragone del fattore antropologico; l’evento criminoso è effetto psichico dell’individuo, fuori la sfera del quale le leggi dinamiche non rientrano più nella serie dei fenomeni umani, ma nella serie dei fenomeni materiali. È per l’individuo e con l’individuo che le forze, fisiche o sociali che siano, si compongono e si unificano in formazioni psichiche coscienti; il delitto è una di queste formazioni. Il che, altresì, è dimostrato dall’argomento, che l’estremo del danno, privato e pubblico, prodotto dalle nostre azioni, attinge il carattere di punibilità, o di ragione di mera risarcibilità civile, dall’elemento soggettivo del fatto. Dunque,sia come genesi dinamica, che come effetto di nocumento, nella criminalità è in prevalenza il fattore individuale antropologico sul fattore sociale. Le quali osservazioni smentiscono in parte le conclusioni a cui il Ferri è pervenuto.8.—Dall’individuo alla società, dalla società alla storia, la vita del delitto, con ritmo statico e dinamico di aumento e di diminuzione, con effetti ora integrativi dei processi di squilibrio psicofisico ed ora dissolutivi della personalità, permane con costanza di organizzazione e di effetti.La statistica, nel significato di scienza e di metodo, ha il fine di apprestarci i dati numerici e le leggi onde conoscere i processi vitali del delitto nei limiti di spazio e di tempo: perchè ella vi riesca, non deve trascurare due cose:a) il significato logico da attribuire al calcolo di probabilità degli avvenimenti criminosi;b) i termini delimitativi di cotesto calcolo.Laplace disse: la probabilità è relativa in parte alle nostre conoscenze ed in parte alla nostra ignoranza.—Ed, inoltre, spiegò: «tutte le nostre conoscenze non sono che probabili; e nel piccolo numero delle cose che noi possiamo sapere con certezza, nelle medesime scienze matematiche, i principali mezzi di pervenire alla verità, la induzione e l’analogia, si fondano su probabilità.»[123]—Forse con più esattezza, il nostro Mario Pagano osservò: «Il regno della probabilità è confinante con quello della certezza, ma è diviso da quello. La massima probabilità si ha per certezza, ma è distinta da quella. Nelle probabilità la mente non vede nè intuitivamente la verità, nè per necessaria dimostrazione, ma per congettura, la quale, più o meno, si può avvicinare alla dimostrazione. In questa la mente intuitivamente vede la necessaria connessione della media idea cogli estremi della proposizione, onde conchiude la necessaria connessione dei due estremi»[124].Ritenuto, che il grado di probabilità degli avvenimenti percepibili sia in ragione degli argomenti concorrenti ad aumentare in noi la possibilità dello stato di certezza, siconclude che quanto più cotesti argomenti poggino su nozioni inconcusse di principî e di leggi affatto naturali, altrettanto debbono influire a fermare in noi il convincimento logico di certezza degli avvenimenti.Nei dati statistici criminosi il calcolo di probabilità deve, innanzitutto, fondarsi sulla conoscenza delle leggi psicologiche, individuali e collettive, del processo evolutivo e dissolutivo dell’evento del delitto; la quale conoscenza ci agevolerà il lavoro di rilevazione dei dati e ci faculterà alla migliore scelta comparativa degli stessi. Nè basta: la probabilità deve estendersi tra due limiti estremi di conoscenza; il primo, soggettivo, consistente nella nozione sintetica delle leggi proprie dellaenergia criminosa; il secondo, obbiettivo, consistente nelle prescrizioni della legge penale, racchiudenti la semplificazione delle differenti specie di delitti. Ma, perchè si ottemperi a tutto ciò, la statistica criminale, invece che attenersi alla legge o, meglio, ai mezzi dei grandi numeri, deve aver cura di compiere le sue osservazioni sul cumulo dei casi studiati con i lumi o con i criterî desunti dalle leggi della psicologia criminale. L’aumento o la diminuzione per questo o quel motivo sociale è scevro di valore scientifico, se non si conosca l’azione dinamica del motivo sulla genesi e la organizzazione vitale e permanente del delitto nell’ambiente sociale o storico. È desiderabile, quindi, tra i mezzi pratici usati dalla statistica, di aggiungere un giudizio definitivo o sintetico delperchèdel delitto e delcomesiasi venuto producendo nel prevenuto: acciò, raccogliendo dopo un periodo di tempo tutti cotesti giudizî, si abbia la cognizione della equivalenza psichica e sociale dei fattori dinamici del delitto, e si scovrano le leggi onde la energia criminosa permane organicamente vitale attraverso le forme sociali e storiche.9.—È da aggiungere, oltre a ciò, che, nella pratica, le norme della psicologia criminale generale riuscirebbero insufficienti ad illuminare il lavoro statistico: la relatività abbastanza nota del modo onde, in luoghi assegnati, il delitto funziona, ci apprende che, per ottenere risultati statistici probabilmente esatti, occorra conoscere, in precedenza e bene, la psicologia criminaleetnograficadella regione sulla quale cadono le nostre ricerche.È qui opportuno ricordare due osservazioni del Quetelet: la prima, che le piante e gli animali sembrano, come i mondi, obbedire alle leggi immutabili della natura, e queste leggi si verificherebbero senza dubbio colla stessa regolarità per gli uni e per gli altri, senza l’intervenzione dell’uomo, il quale esercita sopra sè stesso e sopra tutto ciò che lo circonda una veraazione perturbatrice, la cui intensità pare svolgersi in ragione della sua intelligenza, ed i cui effetti sono tali, che la società potrebbe non rassomigliarsi più in due epoche diverse[125];—la seconda osservazione è, che l’uomo, in società, sia l’analogo dei centri di gravità dei corpi; esso è la media intorno a cui oscillano gli elementi sociali; sarà, se vuolsi, un essere fittizio pel quale le cose tutte accadranno in conformità dei risultati medî ottenuti per la società[126].L’uomo è forza perturbatrice dell’imprescindibile funzionamento delle leggi di natura, ed è altresì il centro di gravità dei fenomeni sociali. Dunque il primo e principale còmpito della psicologia criminale etnografica è di esaminare lagenesi e lo svolgimento del processo di perturbazione della energia criminosa considerata centro di gravità di elementi sociali omogenei in data località. Il detto còmpito è complesso e si risolve negli infrascritti doveri:a) esatta descrizione della regione scelta ad esaminare; rilievo di tutti i dati fisici che hanno relazione col fenomeno del delitto;b) rassegna dei costumi, delle credenze, dei pregiudizî, che influir possono a generare e ad aggravare i moventi criminosi;c) rilevazione delle principali note antropometriche in massa secondo la età, il sesso, le condizioni sociali ed economiche;d) apprezzamento delle qualitàanomaleedatipiche, ereditarie o transitorie.Dopo coteste notizie di fatto, si ha l’obbligo, servendosi di nozioni psicologiche, di attendere a considerazioni, affatto soggettive, sulle persone, con l’assodare il grado medio di sensibilità generale, di coltura, di proclività a credenzeetiche, a principî di progresso, ad abiti di civiltà. L’ultima specie di considerazione mette capo al dettame spenceriano, che la morale non sia che adattamento alle buone abitudini, e deve reputarsi il concetto sintetico delle qualità psichiche individuali e collettive, poichè quanto appartiene alle nostre facoltà affettive e volitive presuppone il fondamento della sensibilità e della intelligenza.Compiuto il lavoro di analisi, si passerà a fissare, con ordine regolato da vedute scientifiche, le specie di tendenze criminose locali, compartendo la serie dei delitti in categorie generali; ad esempio:a) delitti contro la persona (fisica e morale);b) delitti contro la proprietà (semplici o aggravati);c) delitti appartenenti alla vita morale e fisica di relazione (violazioni della fede pubblica e privata, della libertà, del buon costume, ecc.).Estimandosi le tendenze criminose, si avrà cura di rammentare quel che si debba alla costituzione organica e psichica, alla tradizione di credenze, usi e pregiudizî, alle peculiari anomalie e, segnatamente, alle più abituali passioni pel giuoco, per l’alcool, e via dicendo.Lo statista—volendo, in ultimo, tirare delle leggi distato, della criminalità, o disviluppo—si avvedrà, che gli elementi numerici sono, in concreto, l’indice, oscillante ma indicativo, della genesi ed evoluzione della vita del delitto nelle tre fasi, individuale, sociale e storica. Adempiendo a questo intento, egli appresterà alla nostra disciplina il sussidio numerico del calcolo, ossia avvalorerà le sue leggi con dati probabili sì, ma che rendono meno astratte e più reali le nostre conoscenze.

La vita del delitto.

1. Vita individuale e collettiva del delitto.—2. Vita storica del delitto.—3. Lanecessitànell’apparizione del delitto; teoria del Bovio: la legge di continuità nel fenomeno del delitto.—4. Coefficientequalitativoequantitativonel processo vitale del delitto.—5. Causalità ed uniformità di fenomeni; contenuto metodico e scientifico della statistica; psicologia criminale e statistica.—6. Obbietto della statistica criminale: valoreprobatoriodelle leggi statistiche.—7. Principio fondamentale del calcolo di probabilità applicato alla vita del delitto: norme relative ai dati numerici delle leggi statiche e dinamiche del delitto; opinione del Ferri intorno alla influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto; confutazione.—8. Criterî da seguire nel calcolo di probabilità dei dati statistici criminosi.—9. La psicologia criminale etnografica, suo còmpito e suoi principali obbietti.

1.—Il delitto, fenomeno affatto naturale, ha una vita individuale ed una vita collettiva e storica. Individualmente, il delitto si germina ed apparisce azione di disordine causata da coefficienti statici e dinamici di atipicità antropologica e di anomalia funzionale nel processo evolutivo o dissolutivo di moventi esterni od interni. L’esame da noi fatto, degli stati di formazione e di sviluppo di cotesto processo, ci autorizza a concludere, che il delitto, dalla genesi cenestetica alla consumazione esteriore, non sia che esplicamento della forma dienergiada noi appellatacriminosa. Abbiamo, quindi, nel delitto i due estremi necessarî alla vitalità o realtà di qualunque fenomeno naturale, unaenergia in atto, ed illimite,di spazioedi tempo, entro il quale essa si viene effettuando. Inoltre, da quanto abbiamo svolto nei precedenti capi si deduce, che l’attività vitale del delitto dall’individuo si proietta nella collettività, vuoi per la ripercussione del danno privato e pubblico, che per la possibilità di svariate forme diorganizzazione negli aggregati. La energia criminosa trova la via di funzionare sia per azioni individuali, che per azioni collettive: nell’uno e nell’altro caso obbedisce a quelle leggi meccaniche, la cui espressione fondamentale è nel principio dicausalità.

2.—Il delitto, in fine, ha una vita storica. Il fattore storico, agendo con il cumulo dei coefficienti formanti il proprio ambiente, predispone la energia criminosa a manifestarsi in taluni effetti a preferenza che in altri. Da ciò il mutamento di specie di delitti secondo le epoche; la scomparsa, cioè, di alcuni di essi per la trasformazione del clima storico o l’intervento di nuovi elementi di progresso e di civiltà; l’attenuazione di altri per la eliminazione delle cause onde erano prima resi più gravi.

L’individuo, la collettività, la storia, ecco le tre fasi percorse dal delitto in quanto afferma la propria vitalità. E questa vitalità, si noti, ècontinuativa, per la legge di permanenza della energia; e le modificazioni, ond’è segnata in apparenza, non la privano dellaidentitàdi contenuto, poichè, nella indefinita variazione di forme, essa conserva la nota culminante dell’esquilibrio funzionale psicofisico e dell’anomalia antropologica.

La scuola classica, astraendo il concetto del delitto dalla realtà naturale, ne creò unente giuridico; il positivismo, partendo dalla nozione unitaria o monistica della natura, scorge nel delitto una vitalità accompagnata dal carattere di necessità e di permanenza. Di necessità, perchè in esso i fattori individuali, collettivi e storici agiscono in forza della causalità; di permanenza, perchè la energia criminosa si connette alla legge generale della conservazione, con equivalenza, della energia in genere.

3.—Il Bovio ebbe l’intuito della influenza dellanecessitàsull’apparizione del delitto. Egli divise questa necessità in naturale, storica e sociale. Ricordando le tre possibilità del reato secondo la scuola dei giureconsulti, vale a dire la possibilità del dolo, la possibilità del danno e la possibilità di trasmutare il dolo in danno, domandava: «è compiuta questa dottrina della possibilità o è difettiva, astratta, unilaterale, governata da presupposti ciechi d’una vecchia ebolsa metafisica? Io domando: la possibilità subbiettiva è tutta individuale o entravi in dose più o meno densa la necessità naturale? Domando ancora: nella possibilità obbiettiva entra e in quanta parte la necessità storica? Domando in ultimo: nella possibilità esecutiva entravi e come la necessità sociale? Lanecessità, in somma, è qualcosa o niente nella storia dell’uomo, della quale il reato è parte sì larga? Sarebbe stato, adunque, assai desiderabile che accanto a quelle tre possibilità si fossero vedute queste tre necessità. Ma niente:—si credette sempre sconfinata la libertà, gelosa cavallerescamente di sè e disdegnosa d’ogni necessità; si credette l’individuo umano affatto autogenetico, autonomo e prodotto d’un solo fattore, di sè solo; e però furono escogitate quelle tre grandi menzogne che furono chiamate tre possibilità»[115].—«La natura ferma il destino d’ogni specie, non esclusa l’umana, e dà carattere e fisonomia così a ciascuna persona come a ciascun popolo: dallo svolgimento di questo carattere per asseguire il proprio destino deriva il presente in cui consiste la necessità sociale; dunque la necessità sociale deriva dalla necessità storica e questa dalla naturale. Ogni libertà deriva da una libertà; ogni necessità da una necessità: la libertà è necessaria; la necessità è libera. I codici dispaiano questa profonda armonia dei contrarî, rompono la dialettica del mondo, divellono la libertà dalla necessità, l’individuo dal popolo, il popolo dal tempo, il tempo dalla natura, e con un fattore credono trovare il prodotto storico e sociale»[116]. Concludendo, il Bovio, proclama, che in ogni reato entrano complici lanatura, lasocietàe lastoria, oltre la volontà individuale.

E sia. Ma il Bovio, non peranco liberato dalla influenza del sistema sillogistico, crede aver scossa la base del diritto di punire sol perchè in questo entrano elementi che ne modificano profondamente i modi di applicazione. E che è mai la necessità sceverata dalla legge dicontinuitàdel fenomeno?; che la ragion penale dissociata dalla causalità naturale, edall’unità di legge meccanica guidatrice dei fenomeni da noi percepibili? Potete pur negare la proporzione penale, e dire che essa, essendo tra il reato e la pena, che sono termini eterogenei, è intrinsecamente assurda: ma il delitto esiste, ed esiste la necessità sociale di combatterlo e di attenuarne, se non eliminarne, gli effetti.

Il fenomeno, umano o puramente materiale, in sè e nei limiti della conoscenza non ha esistenza assoluta, ma relativa. Relativa è la energia parziale rispetto alla forza universale; relativo è il suo modo di essere e di apparire; relativo il modo onde noi la percepiamo; relativa la conoscenza del suo passato e dell’avvenire. Eppure, in tanta relatività, non evvi forse un che di certo, di permanente? Lo stesso è del delitto: il suo essere individuale, collettivo e storico sono fasi, ond’è segnato il suo cammino: la vitalità, che gli è propria, è, nella energia criminosa, una delle tante guise onde la forza universale si realizza, il perchè dinamico e logico di fenomeni di esquilibrio e di anomalie, il tratto di tenebra che oscura, a momenti, la luce che rischiara ed abbella la nostra esistenza terrena.

4.—La conclusione delle sopraesposte idee è la seguente: il delitto, avendo una vita, con fasi successive nello individuo, nella collettività sociale e nella storia, deve di necessità risentire dei coefficienti statici e dinamici che, qualitativamente e quantitativamente, presiedono al suo nascere ed al suo sviluppo. Due specie di coefficienti, dunque, debbono riscontrarsi nel processo vitale del delitto; un coefficiente che attiene allaqualitàed uno allaquantitàdel suo contenuto intrinseco ed estrinseco: qualità e quantità che rispondono, nei medesimi fenomeni, all’elemento statico ed al dinamico. È elemento statico del delitto ciò che di esso permane attraverso le forme assunte durante le diverse fasi; è elemento dinamico ciò che cambia di apparenza e di atto, ovvero ciò che è inerente agli effetti multiformi e variabili nella violazione dei diritti individuali e collettivi. L’elemento statico è insito allaspecialitàdella energia criminosa, la quale ha la essenza nello stato di esquilibrio e nell’anormalità di azioni disturbatici dell’ordine sociale; l’elemento dinamico, poi, si ravvisa nella serie degli atti di coscienza,che preparano, accompagnano e seguono gli stadî psicofisici del funzionamento criminoso, individuale o collettivo, non che le forme successive onde la delinquenza si attenua, si aggrava, si trasmuta durante il percorso del progresso o regresso storico.

5.—«Dalla legge causale generale—scrive il Tammeo—deriva come deduzione la uniformità generale dei fenomeni, la quale, a sua volta, risulta dalla coesistenza di uniformità parziali. Il che vuol dire che il corso generale della natura è uniforme, perchè uniforme è il corso degli innumerevoli fenomeni di cui la natura si compone. Date certe condizioni, è necessario quel determinato effetto, e, viceversa, un qualunque fenomeno è necessario così come si manifesta; il che vuol dire che avrebbe potuto essere diverso, se le cause che lo hanno prodotto fossero state diverse. Ciò parrebbe una nozione volgare; eppure tale non è quando si vede che quasi tutti nei giudizî intorno ai fatti sociali dimenticano di considerarli come conseguenze necessarie di cause immutabili. La legge causale spiega le uniformità dei fenomeni, il meccanismo cioè della natura e dei fatti sociali»[117].

Causalità ed uniformità di fenomeni: onde nei fatti sociali la energia criminosa, principio vitale della immanenza e permanenza del delitto, va appresa e dimostrata con la osservazione intorno ad azioni, le quali nei loro caratteri anomali e di esquilibrio conservino il meccanismo necessario alla produzione d’ogni formazione naturale, fisica o morale che sia. Dunque il calcolo numerico nelle grandi masse di dati di osservazione, quando abbia per obbietto la constatazione della vitalità spaziale o temporanea del delitto, non deve essere solamente reputato opera di metodo, ma materia di scienza.

È dall’essersi trascurati i veri principî della statistica, che dura tuttavia il dibattito tra chi in essa non riconosce che solo un metodo, negandole il carattere di scienza (Lo Savio, Guerry, Körösi, Lilienfeld, Gumplowicz, Benini, ecc.),e coloro che in essa riconoscono una scienza ed un metodo (Mayr, Conrad, Engel, Rawson, Block, Wagner, Bodio, Ferraris, Gabaglio, ecc.)[118].

L’aggruppamento e la enumerazione dei fatti sociali, pur essendo il frutto di accurata rilevazione, non saranno mai sufficienti ad insegnarci alcun concetto scientifico, se non sieno lumeggiati da verità e leggi apprese in precedenza e dedotte da principî universali ed inconcussi. La statistica, dunque, perchè ci aiuti ad apprendere la nozione della vita del delitto, importa che non si limiti alla semplice raccolta e comparazione dei dati; deve integrarli con le norme psicologiche criminali, ossia deve saperli rapportare alle leggi generali meccaniche della psiche del delinquente, o che questi sia studiato isolatamente, o che formi parte di aggregato collettivo.

Che cosa è mai lo spettacolo meraviglioso di mondi di esseri viventi per chi non ne conosca che l’apparenza esteriore fenomenica?—per chi non ne comprenda le intime leggi, e non sappia sollevarsi col pensiero a quell’unità di forza universale che tutto spiega e semplifica nel concetto assoluto della conservazione della sostanza? Che son mai le cifre numeriche per chi in esse non sappia leggere, in caratteri muti sì, ma eloquenti, il processo psichico del delitto, formazione naturale di fattori antropologici, fisici e sociali?

La probabilità delle leggi statistiche acquista certezza in ragione della perfetta comparazione ed integrazione con le verità inconcusse delle scienze alle quali si appartengono i dati elaborati. La statistica criminale deve ricorrere alla nostra disciplina, se non vuole errare nelle conclusioni. Ne volete l’esempio? Suppongasi che in una data località, in dato tempo, la media dei reati di sangue si aumenti rapidamente. Lo statista vi segnerà il fenomeno e, per spiegarselo, ricorrerà, in ipotesi, al consumo aumentato di alcool, ad accidentali frangenti di accanite lotte politiche, alla deficienza di pubblica sicurezza, alla mancata percentuale di emigrazione,tante volte valvola di salvezza di fronte ad individui spostati e bisognosi di lavoro o di maggiore espansione di attività.

Quali ne saranno le conclusioni? Che tutte coteste cause abbiano potuto influire alla determinazione di aumento di reati di sangue; ma come, perchè? La psicologia criminale, intervenendo all’uopo, studierà il processo psicofisico dell’aumento della speciale criminalità, ossia vi dirà come dati coefficienti sociali agiscano, trasformandosi in energie individuali, ad eccitare e corroborare le tendenze, latenti od attuali, criminose; ad alterare gli stati di coscienza, far insorgere impulsioni irrefrenabili, creare l’ambiente morale del delitto.—Insomma, per noi la statistica è metodo ed è scienza: è metodo perchè ci dimostra ad evidenza l’utile della osservazione e della induzione indirizzate a raccogliere fatti numericamente noti onde elevarci a conclusioni definitive: è scienza in quanto serve a semplificare quantitativamente la esattezza razionale di cànoni appartenenti a discipline a cui si riferiscono i dati raccolti in grandi masse.

6.—Intesa così la statistica, ben si conclude, che ella debba sussidiarci nello studio della vita del delitto.

Le energie criminose, le attività disorganizzatrici dell’ordine sociale, prese isolatamente, o nell’individuo o nella collettività, formano il contenuto della psicologia criminale; studiate nella media quantitativa di tempo e di luogo entrano nel dominio della statistica criminale e ci insegnano:a) come e perchè l’evento psichico del delitto, allargando l’attività entro i limiti quantitativi di grandi cifre numeriche, giunga a certo grado di intensità della energia criminosa;b) come e perchè il meccanismo, statico e dinamico, delle contingenze accidentali temporanee e spaziali influiscano ad imprimere la direzione alle tendenze criminose;c) come e perchè si debba ricorrere alla scelta di taluni mezzi, di preferenza, per ostacolare l’incremento maggiore di cause predisponenti al delitto.

Le leggi statistiche non esprimono lanecessitàdell’evento; ma il grado approssimativo diprobabilità. Il loro contenuto è eminentemente condizionato all’ambiente mutabile dei fattori sociali: è perciò che Rümelin negava di attribuiread esse il valore di leggi nel senso assoluto della parola, ed insieme al Mayr le chiamaregolaritàenormalità.

Nondimeno, anche nella sfera limitata della probabilità, le leggi della statistica, allorchè sieno precedute da induzione su fatti raccolti con accuratezza, hanno valore logico importantissimo; poichè, nei limiti soggettivi della conoscenza, servono di argomento onde assorgere ad intuizioni, che qualche volta hanno l’effetto di divinazioni. Herschel scriveva: «fu inventata l’espressioneprobabilità, voce che dimostra la nostra ignoranza nell’analisi degli avvenimenti e delle cause efficienti che guidanonecessariamentei passi successivi pei quali essi accadono, non già in modo generale, ma bensì speciale e personale a chi usa questa espressione, per cui una relazione fisica, una esposizione storica, un avvenimento futuro possano avere gradi di probabilità molto vari all’occhio delle parti diversamente informate delle circostanze, delle cause in azione, della riputazione di veracità degli autori che ne fanno testimonianza, o delle occasioni che ebbero per conoscere i fatti in questione.

«La scala di probabilità, considerata nella sua maggiore lunghezza, stendesi evidentemente dall’impossibilitàcerta dell’avvenimento considerato, allacertezzache accadrà. L’intervallo totale fra questi estremi, ciascuno dei quali è una completa conoscenza, trovasi occupato da gradi più o meno alti o bassi di aspettazione o di credenza, determinati per mezzo della parziale conoscenza che ci è dato possedere, e può essere riguardata come una unità naturale, suscettibile di essere divisa numericamente in parti frazionarie, esattamente come l’intervallo fra il punto di congelazione e quello dell’acqua bollente, sulla scala termometrica, può essere suddivisa in parti aliquote o gradi. Realmente, non esiste unamisuranumerica naturale di una impressione mentale, come non esiste per le sensazioni corporali; ma in ambi i casi noi siamo certi che gradi più elevati della scala numerica possono ben rappresentare intensità più grandi di impressioni, ed in tutti due vi sono prove che accrescimenti uguali di un certo elemento puramente ideale per l’uno, e che potrebbe essere sostanziale per l’altro, corrispondono a diversità numeriche eguali nella scala, e che l’abbondanzapiù o meno grande di questo elementodeterminain una maniera o in un’altra il grado d’intensità dell’impressione di cui si tratta»[119].

7.—Il calcolo della probabilità, fondato da Pascal e via via perfezionato e svolto da Fermat, Leibnitz, Huyghens, Hudde, Halley, Buffon, Bernouilli. De Moivre, Laplace, Quetelet, ecc., applicato alla constatazione delle leggi concernenti la vita del delitto deve basarsi sul principio, chenel processo evolutivo delle formazioni psichiche, con rispondenza in effetti integrativi o disintegrativi dell’ordine sociale, la permanenza della energia in atto, trasformandosi, conserva qualitativamente e quantitativamente la efficacia di ripresentarsi se concorrano date circostanze favorevoli.

Fissato il punto di partenza, o la stabilità effettuale della energia, ne viene logica la illazione, che la probabilità di riapparizione di certa specie di delitti non sia cheaccidentalmentel’effetto di circostanze predisponenti, poichè, in essenza, essa riposa sull’opera costante della energia criminosa attutita o scomparsa, non distrutta. Insomma, la statistica criminale deve, prima dei calcoli numerici, accertare il fondamento dinamico del delitto o di generi di delitti; il primo quesito è questo: evvi presso il tal popolo, in tale regione la proclività, l’attitudine, che mostrino la tale specie dienergia criminosapropria dei delitti di sangue, dei furti e via dicendo? La risposta affermativa non deve esser data dalle cifre se non di accordo con la nozione di cause esaminate dapprimaisolatamente: il fatto di aumento o diminuzione di omicidî può essere l’opera accidentale e passeggiera di torbidi politici, di brigantaggio, di conflitti locali; che direbbe mai il calcolo quantitativo al riguardo?

Trasportate nei rilievi numerici le leggi statiche e dinamiche del delitto; applicate alla vita progressiva o regressiva del delitto nel tempo le norme che accompagnano le oscillazioni della coscienza individuale criminosa, ed avrete il bandolo onde percorrere, senza tema di smarrirvi, il laberintointricato delle umane azioni in controsenso della morale e della legge. Ciò facendo, però, occorre prescindere da’ singoli casi: il Quetelet, rispondendo alla dimanda, se le azioni dell’uomo morale ed intellettuale siano sottoposte a leggi, scriveva: «impossibile sarebbe il risolvere una simile questione apriori: se vogliamo procedere in modo sicuro, bisogna ricercarne la soluzione nell’esperienza.—Noi dobbiamo, prima di tutto, perdere di vista l’uomo preso isolatamente e considerarlo soltanto siccome una frazione della specie. Spogliandolo della sua individualità, noi elimineremo tutto ciò che non è che accidentale; e le particolarità individuali, che hanno poca o nessuna azione sulla massa, si cancelleranno da sè stesse e permetteranno di afferrare i generali risultati»[120]. Dello stesso Quetelet giova rammentare le infrascritte altre osservazioni: che sia difficilissimo il determinare la divisione delle forze umane e delle forze materiali che agiscono nei fenomeni; ciò che di leggieri si può vedere si è che le leggi del mondo materiale cambiano infinitamente di più mediante le forze della natura, che per l’intervento dell’uomoin generale; e più ancora, che l’azioneindividualedell’uomo può essere considerata siccome sensibilmente nulla[121]. Finchè trattasi di cambiamento di leggi fenomeniche io son d’accordo col Quetelet; e son d’accordo nel doversi prescindere, per i calcoli di probabilità, dai casi singoli: ma sarebbe imperdonabile errore voler esagerare la teoria sino a cancellare, nell’ordine logico delle leggi sociali, la improntainizialeedefinitivadell’azione individuale. La famiglia, la società, la nazione non sono che concetti astratti, di mero interesse logico soggettivo; di reale non evvi che l’individuo. Similmente è nella conoscenza della vita del delitto; la fase storica-sociale, in fondo, non è che il compimento della fase individuale: in sintesi essa è rappresentata dal complesso di cause accidentali temporaneamente sistematizzate da produrre, in forme costanti, l’aumento o la diminuzione della efficacia vitale della energia criminosa.L’azione delittuosa, non essendo immaginabile senza il soggetto cui inerisca, non è neppure apprezzabile se non si percepisca siccome l’effetto disingola energia, centro dinamico del concorso di coefficienti accidentali e causa prima in atto.

Il Ferri, esaminando la influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto, scrisse: «Quando noi assistiamo al movimento della criminalità per una data serie di anni, in questo o quel paese, con un generale ritmo di aumento o di diminuzione, non è neppur pensabile che questo dipenda da analoghe e costanti ed accumulate variazioni dei fattori antropologici e fisici. Infatti, mentre le cifre assolute della delinquenza sono assai lontane dal presentare quella stabilità, che fu molto esagerata dal Quetelet in poi, le cifre proporzionali invece sui fattori antropologici, per il concorso delle diverse età, sesso, stato civile, ecc., nel movimento criminale, presentano in realtà minime differenze, anche in lunghe serie di anni. E per quanto riguarda i fattori fisici, se con taluni di essi potremo spiegarci, come ho dimostrato altrove, le oscillazioni repentine, in epoche determinate, evidentemente però nè il clima, nè la disposizione del suolo, nè lo stato meteorico, nè l’avvicendarsi delle stagioni, nè le temperature annuali possono aver subite nell’ultimo mezzo secolo tali cambiamenti costanti e generali, che neppur di lontano siano paragonabili all’aumento continuo di criminalità, con una serie incalzante di vere ondate del delitto, che ora constateremo in alcuni paesi d’Europa.—È dunque ai fattori sociali, a quelle «altre cause, come dice il Tarde, più o meno facili ad estirparsi, ma di cui non ci si preoccupa abbastanza», che noi dobbiamo attribuire l’andamento generale della criminalità, anche per queste altre ragioni. Primo, che le variazioni pur verificatesi o che si possono verificare in alcuni fattori antropologici, come il vario concorso della età e dei sessi al delitto e la maggior o minor libertà di esplosione lasciata alle tendenze antisociali, congenite o per alienazione mentale, dipendono, per rimbalzo, esse stesse, dai fattori sociali, quali sono le istituzioni relative alla protezione dell’infanzia abbandonata, al lavoro industriale dei fanciulli, alla partecipazione delle donnealla vita esterna e commerciale, ai provvedimenti di sicurezza preventiva o repressiva sulla segregazione degli individui pericolosi e via dicendo: e sono perciò un effetto mediato degli stessi fattori sociali. Secondo, perchè, prevalendo questi fattori sociali nella delinquenza di occasione e per abitudine acquisita, ed essendo queste il contingente più numeroso della criminalità totale, è chiaro come ai fattori sociali spetti in maggior parte l’andamento di rialzo o di ribasso, segnato dalla delinquenza in una lunga serie d’anni. Tanto è vero questo, che, mentre i maggiori reati, specie contro le persone, che rappresentano cioè in prevalenza la delinquenza congenita e per alienazione mentale, offrono una costanza di ritmo, veramente straordinaria, con lievi aumenti e diminuzioni, il movimento generale della criminalità, invece, prende la sua fisonomia da quei piccoli ma molto numerosi reati contro le proprietà, le persone, l’ordine pubblico, che più hanno l’indole occasionale, e, quasi microbi del mondo criminale, più direttamente dipendono dall’ambiente sociale»[122].

Innanzi discorremmo della influenza esercitata dalle necessità sociali sul delitto. La società, comunione di beni e di mali tra gl’individui che ne partecipano, è la fonte delle condizioni e dei moventi alla criminalità; è il terreno in cui germina il microbo del delitto. Grande errore, peraltro, sarebbe confondere il terreno adatto alla cultura con la forza germinativa del seme in esso sparso. Il fattore sociale è secondario in paragone del fattore antropologico; l’evento criminoso è effetto psichico dell’individuo, fuori la sfera del quale le leggi dinamiche non rientrano più nella serie dei fenomeni umani, ma nella serie dei fenomeni materiali. È per l’individuo e con l’individuo che le forze, fisiche o sociali che siano, si compongono e si unificano in formazioni psichiche coscienti; il delitto è una di queste formazioni. Il che, altresì, è dimostrato dall’argomento, che l’estremo del danno, privato e pubblico, prodotto dalle nostre azioni, attinge il carattere di punibilità, o di ragione di mera risarcibilità civile, dall’elemento soggettivo del fatto. Dunque,sia come genesi dinamica, che come effetto di nocumento, nella criminalità è in prevalenza il fattore individuale antropologico sul fattore sociale. Le quali osservazioni smentiscono in parte le conclusioni a cui il Ferri è pervenuto.

8.—Dall’individuo alla società, dalla società alla storia, la vita del delitto, con ritmo statico e dinamico di aumento e di diminuzione, con effetti ora integrativi dei processi di squilibrio psicofisico ed ora dissolutivi della personalità, permane con costanza di organizzazione e di effetti.

La statistica, nel significato di scienza e di metodo, ha il fine di apprestarci i dati numerici e le leggi onde conoscere i processi vitali del delitto nei limiti di spazio e di tempo: perchè ella vi riesca, non deve trascurare due cose:a) il significato logico da attribuire al calcolo di probabilità degli avvenimenti criminosi;b) i termini delimitativi di cotesto calcolo.

Laplace disse: la probabilità è relativa in parte alle nostre conoscenze ed in parte alla nostra ignoranza.—Ed, inoltre, spiegò: «tutte le nostre conoscenze non sono che probabili; e nel piccolo numero delle cose che noi possiamo sapere con certezza, nelle medesime scienze matematiche, i principali mezzi di pervenire alla verità, la induzione e l’analogia, si fondano su probabilità.»[123]—Forse con più esattezza, il nostro Mario Pagano osservò: «Il regno della probabilità è confinante con quello della certezza, ma è diviso da quello. La massima probabilità si ha per certezza, ma è distinta da quella. Nelle probabilità la mente non vede nè intuitivamente la verità, nè per necessaria dimostrazione, ma per congettura, la quale, più o meno, si può avvicinare alla dimostrazione. In questa la mente intuitivamente vede la necessaria connessione della media idea cogli estremi della proposizione, onde conchiude la necessaria connessione dei due estremi»[124].

Ritenuto, che il grado di probabilità degli avvenimenti percepibili sia in ragione degli argomenti concorrenti ad aumentare in noi la possibilità dello stato di certezza, siconclude che quanto più cotesti argomenti poggino su nozioni inconcusse di principî e di leggi affatto naturali, altrettanto debbono influire a fermare in noi il convincimento logico di certezza degli avvenimenti.

Nei dati statistici criminosi il calcolo di probabilità deve, innanzitutto, fondarsi sulla conoscenza delle leggi psicologiche, individuali e collettive, del processo evolutivo e dissolutivo dell’evento del delitto; la quale conoscenza ci agevolerà il lavoro di rilevazione dei dati e ci faculterà alla migliore scelta comparativa degli stessi. Nè basta: la probabilità deve estendersi tra due limiti estremi di conoscenza; il primo, soggettivo, consistente nella nozione sintetica delle leggi proprie dellaenergia criminosa; il secondo, obbiettivo, consistente nelle prescrizioni della legge penale, racchiudenti la semplificazione delle differenti specie di delitti. Ma, perchè si ottemperi a tutto ciò, la statistica criminale, invece che attenersi alla legge o, meglio, ai mezzi dei grandi numeri, deve aver cura di compiere le sue osservazioni sul cumulo dei casi studiati con i lumi o con i criterî desunti dalle leggi della psicologia criminale. L’aumento o la diminuzione per questo o quel motivo sociale è scevro di valore scientifico, se non si conosca l’azione dinamica del motivo sulla genesi e la organizzazione vitale e permanente del delitto nell’ambiente sociale o storico. È desiderabile, quindi, tra i mezzi pratici usati dalla statistica, di aggiungere un giudizio definitivo o sintetico delperchèdel delitto e delcomesiasi venuto producendo nel prevenuto: acciò, raccogliendo dopo un periodo di tempo tutti cotesti giudizî, si abbia la cognizione della equivalenza psichica e sociale dei fattori dinamici del delitto, e si scovrano le leggi onde la energia criminosa permane organicamente vitale attraverso le forme sociali e storiche.

9.—È da aggiungere, oltre a ciò, che, nella pratica, le norme della psicologia criminale generale riuscirebbero insufficienti ad illuminare il lavoro statistico: la relatività abbastanza nota del modo onde, in luoghi assegnati, il delitto funziona, ci apprende che, per ottenere risultati statistici probabilmente esatti, occorra conoscere, in precedenza e bene, la psicologia criminaleetnograficadella regione sulla quale cadono le nostre ricerche.

È qui opportuno ricordare due osservazioni del Quetelet: la prima, che le piante e gli animali sembrano, come i mondi, obbedire alle leggi immutabili della natura, e queste leggi si verificherebbero senza dubbio colla stessa regolarità per gli uni e per gli altri, senza l’intervenzione dell’uomo, il quale esercita sopra sè stesso e sopra tutto ciò che lo circonda una veraazione perturbatrice, la cui intensità pare svolgersi in ragione della sua intelligenza, ed i cui effetti sono tali, che la società potrebbe non rassomigliarsi più in due epoche diverse[125];—la seconda osservazione è, che l’uomo, in società, sia l’analogo dei centri di gravità dei corpi; esso è la media intorno a cui oscillano gli elementi sociali; sarà, se vuolsi, un essere fittizio pel quale le cose tutte accadranno in conformità dei risultati medî ottenuti per la società[126].

L’uomo è forza perturbatrice dell’imprescindibile funzionamento delle leggi di natura, ed è altresì il centro di gravità dei fenomeni sociali. Dunque il primo e principale còmpito della psicologia criminale etnografica è di esaminare lagenesi e lo svolgimento del processo di perturbazione della energia criminosa considerata centro di gravità di elementi sociali omogenei in data località. Il detto còmpito è complesso e si risolve negli infrascritti doveri:a) esatta descrizione della regione scelta ad esaminare; rilievo di tutti i dati fisici che hanno relazione col fenomeno del delitto;b) rassegna dei costumi, delle credenze, dei pregiudizî, che influir possono a generare e ad aggravare i moventi criminosi;c) rilevazione delle principali note antropometriche in massa secondo la età, il sesso, le condizioni sociali ed economiche;d) apprezzamento delle qualitàanomaleedatipiche, ereditarie o transitorie.

Dopo coteste notizie di fatto, si ha l’obbligo, servendosi di nozioni psicologiche, di attendere a considerazioni, affatto soggettive, sulle persone, con l’assodare il grado medio di sensibilità generale, di coltura, di proclività a credenzeetiche, a principî di progresso, ad abiti di civiltà. L’ultima specie di considerazione mette capo al dettame spenceriano, che la morale non sia che adattamento alle buone abitudini, e deve reputarsi il concetto sintetico delle qualità psichiche individuali e collettive, poichè quanto appartiene alle nostre facoltà affettive e volitive presuppone il fondamento della sensibilità e della intelligenza.

Compiuto il lavoro di analisi, si passerà a fissare, con ordine regolato da vedute scientifiche, le specie di tendenze criminose locali, compartendo la serie dei delitti in categorie generali; ad esempio:a) delitti contro la persona (fisica e morale);b) delitti contro la proprietà (semplici o aggravati);c) delitti appartenenti alla vita morale e fisica di relazione (violazioni della fede pubblica e privata, della libertà, del buon costume, ecc.).

Estimandosi le tendenze criminose, si avrà cura di rammentare quel che si debba alla costituzione organica e psichica, alla tradizione di credenze, usi e pregiudizî, alle peculiari anomalie e, segnatamente, alle più abituali passioni pel giuoco, per l’alcool, e via dicendo.

Lo statista—volendo, in ultimo, tirare delle leggi distato, della criminalità, o disviluppo—si avvedrà, che gli elementi numerici sono, in concreto, l’indice, oscillante ma indicativo, della genesi ed evoluzione della vita del delitto nelle tre fasi, individuale, sociale e storica. Adempiendo a questo intento, egli appresterà alla nostra disciplina il sussidio numerico del calcolo, ossia avvalorerà le sue leggi con dati probabili sì, ma che rendono meno astratte e più reali le nostre conoscenze.


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