CAPO XIV.Di alcune forme giuridiche della psicologia criminaleI.La provocazione.1. Origine dinamica dello stato affettivo.—2. L’azione diarrestonei fenomeni affettivi.—3. Soggettività dell’atto provocativo.—4. Forme anomale di sensibilità nella scusa della provocazione; leillusioni.—5. Leallucinazioni.—6. Illinguaggio interiore; sdoppiamento dell’io, esempio d’un soliloquio di Lancilotto, nelMercante di Veneziadi Shakspeare.—7. Conseguenza giuridica del turbamento d’animo nello stato di agitazione allucinatoria.—8. Anomaliaincosciented’interno processo provocativo.—9. La provocazione e l’isterismo.—10. La provocazione neinevrastenici.—11. Psicologia dell’intenso dolore.1.—Lo stato passionale, che abbiamo detto esser causa di tendenza impulsiva al delitto, non dovea trascurarsi dal legislatore chiamato a proporzionare la responsabilità al grado della forza soggettiva dell’azione, diminuita da alcun motivo che ne abbia turbato il naturale funzionamento. È legge fondamentale dinamica, che a qualsiasi azione corrisponda uguale reazione; com’è istintiva nostra inclinazione di respingere l’offesa con l’offesa pel risentimento contro chiunque attenti al benessere personale od alteri l’economia psicofisica della vita. Da ciò la prima specie di giustizia repressiva affidata alla vendetta personale, ed il primo apparire di quella lotta pel diritto, la quale è guarentigia di conservazione della propria esistenza. Da ciò il dovere, nell’aggregato sociale, di limitare l’attività individuale con apposite prescrizioni, che, degradando la responsabilità dei malefici scusati dal turbamento della passione,sanciscano una pena col fine di impedire l’irrompere sconfinato degli istinti brutali della vendetta, e di ristabilire l’imperio del reciproco rispetto tra’ consociati.Il concetto della provocazione, com’è fermato dal nostro legislatore con l’art. 51 Codice penale, fa sì che noi ci rifacessimo alquanto indietro col ricordare quanto si disse circa la origine delle emozioni, massimamente di quelle dell’ira e dell’odio, e delle leggi dinamiche onde in noi si producono gli stati affettivi di coscienza e son cagione di atti esteriori contrarî al buon ordine sociale. Dobbiamo, primieramente, rammentare, che qual si sia specie di sensazione non è che cangiamento di movimento, il quale dal di fuori si trasforma nel nostro interno ed è indizio d’una forza che agisca in conflitto od in concorso con le altre forze esteriori.«La sensazione—scrive il Fouillée—non è un riflesso passivo della realtà: essa è la realtà medesima in travaglio e che senta il suo travaglio. Il tutto non avverrebbe affatto, nel mondo, al modo usato, se non vi avesse alcuna sensazione, ma solo dei movimenti non sentiti. Nella ipotesi che questi movimenti fossero stati sufficienti a produrre i medesimi effetti che oggi si producono, per preservare gli esseri organizzati contro le influenze distruttive del di fuori, per assicurar loro il vantaggio della lotta per la esistenza, le sensazioni, essendoinutili, non si sarebbero punto prodotte, ed i fenomeni meccanici non avrebbero provato il bisogno di aggiungersi questo estraneo epifenomeno»[145].Ilbisogno, che qui il Fouillée ricava da un ragionamento di logica conseguenza, non è che l’esponente della legge biologica di azione delle forze sulla materia organica, non che dell’altra di reazioni della materia organica sulle forze[146], nel senso, cioè, generale, che la forza incidente sul nostro organismo, mentre ne altera la precedente economia, deve essa stessa soggiacere ad una corrispondente differenziazione.2.—Il legislatore, attribuendo la ragion di scusa, della provocazione, al momento dell’impetopassionale di ira o di intenso dolore, suppone che il giudice non trascuri gli statiprecedenti affettivi dell’animo dell’agente; anzi vuole che egli debba farne minuta analisi per concludere, in singoli casi, se e fino a qual punto la passione abbia degradata la coscienza e la libertà degli atti, sì da richiedere che non si applichi la pena in tutta la estensione voluta dalla legge. L’uomo può esser considerato come un complesso di fenomeni, che tendono in una certa misura a sistematizzarsi: ciascuna sua parte fisica o morale tende ad organizzarsi per suo conto, e sovente questa organizzazione d’una parte si opera a spese d’un’altra parte (Paulhan). Il che, a ben considerare, è la fonte della nostra spontanea attività, che, a cominciare dal preservare l’economia organica, è immanente in tutti gli atti della esistenza e, mentre si appalesa nei fenomeni della vita interna ed esterna, acquista vigore dalla lotta con i perenni ostacoli che incontra. È accettabile, quindi, il concetto di coloro i quali nel fenomeno affettivo non scorgono che unatendenza arrestata, o, in altri termini, secondo il Paulhan, un’azione riflessa più o meno complicata, che non può riescire al termine verso il quale riescirebbe se la organizzazione de’ fenomeni fosse stata completa, se vi fosse armonia completa tra l’organismo o le sue parti e la loro combinazione di esistenza, se il sistema, formato a cagion dell’uomo dapprima e poscia a cagion dell’uomo e del mondo esteriore, fosse perfetto[147].3.—Dopo ciò, egli è a concludere, che il primo elemento ed il più importante della scusa sia l’atto ingiusto, che ebbe a disorganizzare l’equilibrio delle nostre facoltà, convertendosi in motivo di arresto di quel normale funzionamento psichico che è condizione imprescindibile del proprio benessere. Il quale atto, secondo che prescriveva l’abolito Codice sardo e ritengono gl’insegnamenti della dottrina, deve essere valutato in modo soggettivo al provocato; ondechè, al dire del Carrara, «purchè la non sia irragionevole del tutto e bestiale, anche la credulità erronea di aver patito un oltraggio, di avere ragione di temere imminenti percosse o danni nella persona, deve nei congrui termini valutarsi. Altrimenti si farebbe l’uomo responsabile della ignoranza delproprio intelletto, o di un errore involontario. Se, desto ad un rumore notturno, io veggo introdursi nelle mie stanze furtivamente un estraneo, e, credendolo un ladro od un assassino, esplodo un’arme contro di lui, non sarò io più scusabile se viene poscia a verificarsi che nè un ladro nè un assassino era colui, ma sibbene un infelice sonnambulo, oppure l’amante occulto della fantesca, che aveva sbagliato di camera?»[148].La giustizia o la ingiustizia dell’atto è in relazione ad un concetto variabile desunto dalla somma delle circostanze che lo occasionarono, ed in ragione al grado disensibilitàcon cui l’atto fu appreso dal soggetto passivo. Indi l’infrascritto cànone:il grado di efficacia del motivo provocatore è indicato dalla serie delle circostanze, le quali influirono ad aumentarne la ingiustizia e ad eccitare la sensibilità di chi ne risentì la influenza.Dal quale cànone dipendono i due seguenti corollarî: 1oil grado di efficacia del motivo provocatore s’innalza per le circostanze che meno scusano l’ingiustizia dell’atto e favoriscono la proclività a reagire;2odiminuisce per circostanze in contrario senso.La ingiustizia dell’atto e la sensibilità del soggetto, ecco i due termini i quali, componendosi in unico stato transitorio di coscienza, debbono servirci per concludere alla scusa di imputabilità in chi, reagendo, fu trasportato a commettere un maleficio. Il primo termine è appreso dal soggetto con rapido giudizio, che si estende a constatare la contraddizione tra l’operare altrui ed il proprio diritto al rispetto; la niuna necessità dell’offesa, la diminuita dignità personale, la costrizione a far ciò che non si avea in animo di fare. Elementi o modi, questi, d’un solo giudizio, che preoccupa l’attenzione ed, affievolendo ovvero ottenebrando ogni contrario fattore sentimentale ed ideale, assorbe tutta l’energia in uno sforzo reattivo, con l’oblio fin del pericolo cui si va incontro.4.—Per sensibilità intendiamo il potere di recettività o di passività del soggetto; ossia il grado di attitudine a ripercuotere in sè le impressioni con maggiore o minore tonalità sentimentale, colorito fantastico, senso affettivo.Parlando delle passioni in genere, notammo il tipo del delinquente impulsivo o d’impeto: per completare l’assunto, dobbiamo occuparci di talune forme anomale di sensibilità ricorrenti sì spesso in delitti che diconsi occasionati da precedente provocazione.Parleremo, in primo luogo, delleillusionie delleallucinazioni.—Non è raro il caso di assistere all’interrogatorio d’un imputato, il quale chieda al giudice la scusa di provocazione per fatti che la vittima nega e che nessun testimone ebbe agio di poter constatare. Se il chiesto beneficio non sia vano pretesto suggerito dall’astuzia o dall’interesse di ottenere una diminuzione di pena, potrebbe esser coonestato, in congrui casi, dalla ipotesi di illusione o di allucinazione. L’illusione è apparenza ingannatrice, errore dei sensi: essa potrebbe definirsil’alterata percezione d’un obbietto al quale si attribuiscono, per disturbo associativo o disordine funzionale dei sensi, qualità apparenti non rispondenti al vero e che siano il prodotto di ricordi mal tra loro organizzati, vivificati dalla immaginazione.È legge generale della percezione, che,mentre una parte di ciò che noi percepiamo viene dagli oggetti che ci stanno dinanzi, attraverso i nostri organi di senso, un’altra parte, ed è possibile sia la parte maggiore, proviene sempre(secondo la frase di Lazarus)dal nostro proprio cervello(James).Il materiale della esperienza e della coltura permane nei centri cerebrali con nesso logico di ricordi e di immagini organizzati insieme dall’unità funzionale dell’equilibrio psichico. Mettendosi gli organi di sensi in relazione col mondo esterno, noi apprendiamo gli oggetti con la esattezza rispondente, non che allarealtàobbiettiva, benanche allaveritàsoggettiva: rispecchiarne in noi il mondo esterno con visione non ingannatrice, e possiamo, con certezza di convincimento, dar giudizio sulla esistenza ed importanza di nozioni acquistate. Ma talora i ricordi, le immagini sono frammentarî; i nessi logici tra le idee sono deboli ed instabili, e sulla estensione della coscienza i pensieri fluttuano con correnti indeterminate, senza che tra esse l’attenzione abbia sufficiente forza per arrestarne il corso tumultuoso. È possibile, allora, che qualche ricordo sensorio-ideale prenda, di botto, il sopravento,stimolato da sensazione di oggetto esterno, ravvivato da interna impulsione, e che la coscienza, come sorpresa, si arresti nel suo oscillare: ne seguirà che all’occhio della mente si prospetti una visione che non è conforme a realtà, ma che pure s’impossessa di noi con tal forza da farcene risentire gli effetti fin nel fondo dell’animo. Crediamo di vedere quel che non è; e, ciò che maggiormente preme, l’inganno proietta, nella trama cerebrale, la sua influenza deleteria fino a travolgere il precedente ritmo psichico ed imprimere ai nostri atti inattesa direzione.Il fenomeno è molto più facile che avvenga tra idee emotive, appunto perchè le illusioni, fisiologiche o patologiche, si germinano in ambiente psichico preparato da antecedenti impulsioni rimaste abortite, da sentimenti repressi o soffocati, da sensazioni piacevoli o dolorose non completamente dileguate, da vivaci tendenze mal represse.Io so di un marito geloso, che giurava di aver scorto sulla guancia della moglie la impronta di un bacio a lei dato dal suo amante; di un altro marito che, osservando gli occhi di un figlio neonato, giurava che fossero celesti e somiglianti a quelli del sospettato drudo della moglie; mentre, senza dubbio, eran neri. So di un imputato che vide l’avversario in atto di slanciarsi contro di lui armata mano, mentre questi non si mosse dal posto ed aveva solo il pugno stretto pel risentimento di ingiurie contro lui pronunziate; di un altro imputato il quale diceva di aver visto nelle mani della moglie il ritratto dell’amante, di averlo proprio riconosciuto, mentre trattavasi, e fu dimostrato ad evidenza, di immagine di un santo!Riguardo ai motivi provocatori, vi sono illusioni meno considerevoli dal lato patologico di serî disturbi sensoriali, ma, peraltro, vieppiù importanti dal lato psicologico. Intendo parlare delle percezioni alterate per interne disposizioni di animo, massime provenienti da tonalità sentimentale o depressa o troppo eccitata; da qualche idea dominante nel processo associativo; da transitoria intermittenza di poteri riflessivi.L’oggetto, o l’atto percepito, atteggia e riverbera il modo di sentire e di pensare: senza accorgerci dell’errore, ne restiamo impressionati. Un avversario avrà sorriso con ariaindifferente? Noi vi scorgiamo il sogghigno dello scherno e ce ne adontiamo. Altri avrà pronunziato parole di consigli? Noi vi leggiamo, dal tono della voce e dal gesto, la intenzione di disistima e di offesa.Usualmente diciamo esser questiingannevoli errori: ma, chi ben guardi, si avvedrà che il difetto non è nell’intelletto, sibbene nei sensi; e che l’erroneo giudizio è dipendente da una illusione.5.—Affine alla illusione, ma con disturbo sensoriale più grave, è l’allucinazione. «L’allucinazione—scrive il Bianchi—è una percezione subbiettiva. Mentre nella illusione è l’obbietto mal percepito, perchè il soggetto ha fornito i connotati di cui è piena la sua coscienza, e che non appartenevano a quello, nell’allucinazione manca addirittura lo stimolo esterno, e la riproduzione è originaria, primitiva, dai centri sensoriali, di immagini che forse altra volta sono state formate e registrate nei rispettivi centri. Ovvero risultano da connotati forniti da diverse sensazioni in tempi diversi, ed associate ora in un’immagine concreta per la proprietà creatrice del cervello nelle stesse aree sensoriali, nelle quali sono formate e registrate le immagini per processo fisiologico, onde queste vengono risvegliate, per intrinseca attività degli elementi nervosi, e proiettate di fuori, o, come si suoi dire, obbiettivate»[149].In pratica sogliamo dire, che, dovendosi giudicare gli stati soggettivi, l’ipotetico equivalga al reale, e noi sopra abbiamo riportato il giudizio autorevole del Carrara per ciò che sia l’effetto di errore: tanto più varrà nella ipotesi di illusioni o di allucinazione.La psicologia allucinatoria, dopo gli studi classici di Brierre de Boismont, ha esteso il dominio in ampi confini, e si è resa dominante nella interpetrazione di fenomeni un tempo appartenenti alle credenze religiose e che ebbero tanto peso in avvenimenti storici di individui e di nazioni.La idea, il sentimento, lo abbiamo visto, hanno attività propria, anzi non sono che forme di attività cerebrale. Ilmateriale psichico, nell’attualità di formazioni, ha rapporto accidentale col mondo esterno: esso conserva le energie immagazzinate, le attitudini latenti atte ad insorgere e addivenire operanti, indipendentemente dalle eccitazioni sensoriali. Il lavorio scientifico speculativo, tutto giorno in progresso, il perfezionamento delle belle arti e gli innumeri atti di automatismo psicologico ci addimostrano, che il mondo dello spirito ha vita a sè, quantunque le ricchezze, di cui dispone, gli sian venute d’altronde e si aumentino o si alterino continuamente mercè l’opera dei sensi. In un opificio meccanico vi si osservano gli istrumenti pel lavoro geniale: essi vennero dal di fuori; ma gli operai, impossessatisene, se ne servono per loro conto senza che alcuno, all’esterno, ne abbia sentore. È così che si comprende l’allucinazione, fenomeno tutto interno, scevro dall’influsso del senso, senza riferenza con oggetti fuori dell’io; fatto psichico isolato o staccato dal nesso di continuità con la vita di relazione.L’analisi introspettiva ci fa consapevoli, che le immagini percepite si proiettano all’occhio della mente e, con moto incerto, prendono fisonomia conforme al nostro desiderio affettivo, alle condizioni passionali di tristezza, di gioia, di simpatia, di odio: ciò è per ciascuno la fonte di quel vagare della mente, or dolce, or doloroso; ora dubbio, or animato da sicurezza, or vinto da sconforto.La sensazione fissata, sotto forma di immagine, nella memoria, si ripresenta ed è causa di unavisione mentaleche, giusta la definizione di Ballet, «è quella facoltà che noi abbiamo di conservare, sotto forma di immagini, il ricordo più o meno indebolito delle nostre sensazioni visuali, e di riprodurre e ravvivare queste immagini sotto la influenza di diverse sollecitazioni, per associazione di idee»[150]. E lo stesso prosegue: «Questa facoltà esiste appo ciascun di noi. Ma essa è molto diversamente sviluppata. Mentre che alcune persone non conservano, degli obbietti, che un ricordo vago ed una immagine a contorni indecisi, altre ravvivano le loro immagini visuali con grande facilità; queste immagini hannopresso essi una chiarezza tale che l’oggetto immaginario ha quasi tutta la precisione dell’oggetto reale»[151].6.—Incontra spesso di osservare che, oltre alla visione mentale di immagini riprodotte, andiamo soggetti al fenomeno inteso col nome dilinguaggio interioreo diparola interiore, cioè di udizione mentale consistente nel risveglio delle sensazioni uditive percepite dal nostro cervello e ritenute sotto forma d’immagini, specialmente rappresentative di segni del linguaggio (Rivarol, Egger, Paulhan, Taine, Binet, Charma, Ballet, ecc.). La persona, la cui immagine ci si presenta, dev’essere già stata a contatto con noi per via di qualche atto che ci abbia lasciato nella memoria il ricordo impressionante di disgusto o di odio; com’è, ad esempio, per antipatia, contrarietà o dispetto. Mentrechè pel momento non ne abbiamo risentito che passeggera impressione, in corso di tempo la rappresentazione dell’atto può intensificarsi e convertirsi in visione allucinatoria accompagnata, financo, da sensazioni uditive del linguaggio dell’avversario. Se, per strana combinazione, dopo cotesto lavorio di autosuggestione, il creduto nemico s’incontra, basterà leggiero incidente perchè l’allucinazione, dianzi poco vivace, si accenda e scoppi con impeto tempestoso di ira.Altra volta, dopo la impressione, poniamo, di dispetto verso qualcuno a séguito di sufficiente motivo, lo stato di equilibrio di animo si affievolisce, la personalità si disgrega, si sdoppia; e noi avvertiamo che l’io si è messo in contrasto con sè medesimo, raddoppiandosi in una visione immaginaria persistente, in atteggiamento di aperta opposizione. L’io primitivo, sorretto dalla ragione, dalla forza persuasiva della educazione e dei principî di ordine, tenta e si ingegna di lottare contro l’io novello che più e più insorge e si ribella e contorna la persona dell’avversario con note repugnanti, ingigantisce l’atto da lui commesso, lo delinea con tinte oscure; risveglia, dai bassi fondi della vita animale, gli istinti sopiti della vendetta; fa sentire, con allucinazione uditiva, proprio la voce, il linguaggio offensivo dell’uomo che di già si odia;accende il fuoco dell’ira e, avuta la occasione propizia, ci spinge impetuosamente al delitto.Un esempio di questo sdoppiamento dell’io, con la visione di contrasto tra immaginarie energie simbolizzate nel demone e nella coscienza, lo abbiamo in un soliloquio di Lancilotto, nelMercante di Veneziadi Shakespeare.Certo è per me dover di coscienzaTormi al servizio di cotesto Ebreo:Il diavol mi sta al pelo; egli mi tentaE dice:gobbo—o gobbo Lancilotto,Buon Lancilotto—ovver:buon gobbo—od anco:Buon Lancilotto gobbo;su, ti spaccia,Dàlle a gambe, va via!—La coscienzaRisponde:bada bene, onesto gobbo,Onesto Lancilotto, bada bene;Od anche:Onesto Lancilotto gobbo,Com’io dicea pur or,non andar via,L’aiuto non cercar delle calecagne.E il dimon, più animoso, di rimbeccoM’ordina di sfrattar:Via!mi ripete:Vattene! per lo ciel!dice il dimonio:Ti decidi da forte, a dir ritornaMesser lo dimonio,e netta il campo.Allor si apprende del mio core al colloLa coscienza, e con gran senno:o mioOnesto amico, Lancilotto, aggiunge,Tu che figliuolo sei d’un uom dabbene:O meglio:d’una femmina dabbene—(Poichè a mio padre talor pizzicavaNon so ch’altro sapor, non so che gusto):La coscienza, dunque:Statti fermoDice; e il dimonio:Va;—No statti, l’altraReplica—[152].7.—Chi mi domandasse come debba estimarsi l’ultimo atto esecutivo dell’interno proposito criminoso di individuo in preda al sopradescritto stato di agitazione allucinatoria, risponderei: la legge intende minorare la responsabilità in proporzione della degradata coscienza e libertà di arbitrio; intende calcolare, tra’ criterî di imputabilità, di temibilità del reo, di ingiustizia dell’atto, lo stato di turbamento dianimo del prevenuto: se tutto questo trova applicazione nella specie dianzi esaminata, perchè non dev’essere accordato il beneficio della provocazione? Il giudice ricordi sempre l’infrascritto mònito del Romagnosi: «A parlar precisamente, l’uomo non è mosso più o meno ad agire a misura dellarealtàdell’utile, cioè di quello, che le sue cagioni reali prese in sè stesse e combinate colla natura e costituzione dell’uomo possono costantemente e veramente apportare di bene o di male; nè meno a proporzione che certi combinati rapporti fisico-morali possono specialmente apportare di utile aglialtrisuoi simili; nemmeno a proporzione che l’uomo stesso deliberante e delinquente lo conosce più o menochiaramente, o semplicemente se lo può ripromettere con maggiore o minorecertezza; ma bensì a proporzione, che la di lui idea solletica ed attrae con più o meno di forza la di lui sensibilità»[153].8.—Un’altra forma, più difficile a considerarsi, di anomalia di interno processo provocativo (mi si passi la frase) è quella che, di origine, o non, patologica, si elabora nel dominio dell’inconscio, al disotto della soglia della coscienza, tra attività ereditarie istintive. Di ciò abbiamo, sotto altri riguardi, parlato ripetutamele innanzi: crediamo, nonpertanto, ripeterne qui l’esame, con novelle applicazioni.Verificatosi il motivo, che abbia impressionata la nostra sensibilità, ne rimaniamo turbati: tosto ritorna la calma e, per seguite distrazioni, obliamo fin il ricordo di quanto sia avvenuto. Che anzi, qualche volta, ritornando, con la riflessione, sul risentimento provato, ce ne meravigliamo, sicuri di noi stessi, del potere inibitore onde disponiamo, della forza di resistenza a qualsivoglia, non dico reazione delittuosa, ma intemperanza di condotta. Frattanto, in corso di tempo, il motivo provocatore, nascostosi nel buio dell’inconscio, prende vigore a contatto di energie rimaste in perenne stato di potenzialità: non avendo forza sufficiente di venire a galla sulla superficie del piano visivo, rimane involuto in una specie di vita embrionale. Ma—quando meno vi pensiamo—qualche circostanza accidentale ferma, di sorpresa, l’attenzione sull’insorgere d’una preoccupazione che, apparendo tra reminiscenze del passato, fa sì che si squarci il velo del mistero e ci si mostri la idea ridestata dellaoffesaobliata. L’animo è preso da fremito; e noi rimaniamo vinti, scorati sotto l’incubo opprimente di sentimenti e di triste incertezza. Contro questo stato doloroso, affannoso si spuntano le armi della ragione; par che all’apparire del mostro, rimasto infino a quel momento nascosto nella tenebra, ogni buona intenzione sia messa in fuga. Occorrendo favorevoli circostanze di ritornare a contatto con l’offensore, noi, mercè sforzi estremi, ci adoperiamo, col trattarlo ed esagerare la di lui vicinanza, di sfidare quasi noi medesimi a mostrarci superiori, vittoriosi di fronte all’eccitamento emozionale del ricordo doloroso. Però, senza avvedercene, così operando, aggiungiamo esca al fuoco: ad un dato istante, allorchè, per accidentalità, la vigile nostra resistenza riflessiva si indebolisca, la marea monta rapidamente, eccitata da impreveduto pretesto; la tempesta rugge dal fondo e la nostra volontà è travolta da impeto infrenabile di collera. Se, in conseguenza di ciò, si verifica un delitto, non è improbabile che il giudice, riandando sui precedenti del fatto e notando, dall’apparenza degli avvenimenti, un presunto stato di calma del prevenuto, la insufficienza di motivo ultimo dell’azione, concluda per l’aggravante della premeditazione! E tuttodì simili ingiustizie si deplorano, coonestate da niente altro che dalla ignoranza di fenomeni per quanto strani, altrettanto conformi all’umana natura.9.—Trattando della specie e del grado di sensibilità, misura di attenuazione d’imputabilità in dipendenza di atti provocativi, non dobbiamo trasandare d’intrattenerci a parlare dello stato di emotività di chi sia affetto daisterismoo danevrastenia, due forme cliniche morbose altrettanto comuni ai nostri dì, quanto trascurate nelle aule giudiziarie.Consiste l’isteria in unostato costituzionale abnormedel cervello, che si appalesa in tutte le funzioni, lemotorie, lesensitive, lepsichiche(Borri). In chi ne sia affetto, i disturbi della sensibilità e della emotività sono polimorfi: evvi irruenza o apatia nella vita di relazione; percezione reattiva sproporzionata agli stimoli; esaltamento della fantasia; suggestibilità irresistibile; predominio dell’automatismo; vivace rappresentazionee mutabilità di carattere sui minimi toni della sentimentalità; strani orientamenti della coscienza; saltuaria associazione tra le idee più dissimili; fissità di idee fino alla ossessione; insorgenza di prepotenti atti istintivi per effetto del più lieve motivo autosuggestionante (Laségue, Esquirol, Janet, Pitres, Dally, Bianchi ed altri). La gioia ed il dolore, la calma e la tempesta, la simpatia e l’antipatia, l’ira e la quiete sono nella isterica gli eccessi opposti in cui si polarizza la vita dello spirito; epperò sono i tanti segni che debbono metterci in guardia al momento di dover giudicare su azioni commesse in conseguenza di stati cotanto anomali. Bene spesso siamo ingannati dalle apparenze, ondechè qualifichiamo per generosi atti ispirati al più profondo egoismo, ed in cui non evvi di vero che la teatralità, la quale, per la isterica, giunge fino all’architettura dei più fantasiosi progetti. La menzogna, l’inganno sono l’armi onde questa si avvale per lo sfogo di odi mal repressi, di preordinati propositi di vendetta: il sentimento non si limita a muover ed ispirare le comuni disposizioni dell’animo, i varî umori, ma invece si esalta e degenera in un vero moto passionale, iperestesia psichica (Krafft-Ebing).La sovraeccitabilità morbosa delle isteriche ci autorizza a ritenere in esse estrema suscettibilità ad esaltarsi per qualsiasi motivo di provocazione, massime, poi, allorchè questo appartenga alla sfera dell’affettività erotica, e quindi concorra a suscitare la gelosia, il dispetto, l’ansia del contrasto, la disperazione d’un abbandono. L’azione suggestiva, resa incoercibile pel fascino della immaginazione, molto facilmente, in casi trascurabili, da corpo alle ombre, finisce di scompigliare il labile equilibrio psichico, e l’ira è l’effetto di delirio persecutorio, con scatti od irruzione di estrema violenza.In processi penali i più complicati, in sensazionali dibattimenti il giudice, e massimamente il giurato, non sa rendersi ragione di delitti atroci per fugaci motivi, che non meritano neanche l’onore di esser presi in considerazione: l’accusata o non sa difendersi, chiusa nel cupo dolore della sventura in cui sia precipitata, o esagera talmente in addurre le sue ragioni da non esser creduta e, quasi sempre, da ingenerare biechi sospetti di malizia, simulazione o dissimulazioni inesistenti.Quando il difensore, in vista di analoghi casi, si sforzerà di chiedere la scusa della provocazione, sia pure per motivi futili, ma che, per lo stato abnorme psichico della isterica, furon causa di sì gravi effetti disorganizzatori della coscienza e di profondi turbamenti nel dominio dell’affettività, l’accusatore, se non è all’altezza scientifica del suo ministero, comincerà a sillogizzare sulla sproporzionalità della causa con l’effetto, per indurne il convincimento che, riuscendo financo strano, nella specie, che un omicidio fosse commesso per sì lieve motivo, altrettanto più strano sarebbe lo ammettere che all’accusata competa il beneficio della provocazione!Fino a che, si ricordi, dalle aule della giustizia non siano banditi gli astratti aforismi sillogistici, e non sarà sostituita, in quella vece, la temperanza che viene dallarelativitàdelle nostre convinzioni, l’errore troverà la via di penetrare nella mente del giudice e di sconvolgere i più santi principî della equità e del vero!Tra’ criterî misuratori della scusa della provocazione il Carrara voleva quello desunto dall’intervallopiù o meno lungo interceduto fra la offesa e la reazione; appunto perchè, secondo il detto scrittore ed altri della scuola classica, gli affetti non valgono a costituire scusa, se non in quanto abbiano, tra gli altri, il carattere di un’azionerapidae dentro certi limiti breve,veemente, che vinca la ordinaria calma della ragione.Noi conveniamo, in genere, ad ammettere gli enunciati criterî, ma guai, nella pratica, ad accordar loro autorità assoluta! L’elasso del tempo può dar luogo alla calma, dopo che l’animo sia stato turbato da motivo qualunque di offesa; ma, nè è raro che avvenga, può essere ancora cagione per cui il risentimento si intensifichi e scoppî in impeto susseguente di ira; la qual cosa s’incontra di solito nelle isteriche ed in chiunque non goda la piena integrità delle facoltà sensitive ed emotive.10.—Dopo di aver accennato allo stato di sensibilità ed emotività delle isteriche, rispetto alle conseguenze di scusa della provocazione, diremo deinevrastenici.La nevrastenia, questo stato nevropatico, che ai nostri giorni ripercuote i suoi effetti in sì larga misura su tutte le classi sociali e che è l’esponente così dell’esaurimento dellospirito in lotta con sè stesso, come dello sperpero inadeguato di energia per le necessità dell’esistenza, è da poco tempo che dallo studio del psichiatra è passato allo studio del psicologo-giurista, e ciò pel fine di illuminare il giudice in continui dubbî e difficoltà ingenerati in lui allorchè si trova a dover sentenziare sul grado di imputabilità di infelici talora reputati ingiustamente i più proclivi artefici di delitti, sol perchè meno adatti ad avvalersi dei mezzi di freno suggeriti dalla società civile. Avendo per fondo degenerativo unadebolezza irritabile del sistema nervoso(Krafft-Ebing), la nevrastenia va distinta dai seguenti caratteri psichici: atonia generale, con alterazione funzionale del senso cenestetico; passività della coscienza a qual si sia stimolazione esterna o interna; abbassamento dei poteri discriminatori con relativa ripercussione nei processi associativi; affettività tumultuosa, violenta; intermittenza di coscienza in periodi transitori; avventatezza nelle azioni; imprevidenza dell’avvenire; veemente insorgenza di idee fisse, che assediano l’animo, e ne turbano il ritmo dell’equilibrio; proclività alle passioni impetuose, massime all’ira, alla vendetta; sovraeccitazione, commozione che possono giungere al grado di scompigli deliranti. Specialmente la forma eretistica comprende, al dir del Bianchi, individui spesso abbastanza evoluti nella sfera dei sentimenti e dell’intelligenza, ma che sotto i più leggieri stimoli si sovraeccitano, si commuovono, esagerano nei giudizî e nelle azioni sulle quali non possono esercitare il debito controllo, con sperpero mutile di energia; sono violenti, impulsivi, si allarmano per nulla e precipitano le cose[154].11.—Fu lodevole pensiero del nostro legislatore di aggiungere alla vecchia nozione della provocazione, ristretta al turbamento dell’ira, benanco la ipotesi di minorata responsabilità in conseguenza d’impeto d’intenso dolore.Discorremmo della cenestesi del criminale e dei concomitanti somatici del dolore: per completarne la conoscenza dobbiamo penetrare più addentro nell’anima del delinquente e veder come, esso dolore, si germini e si confonda con l’attivitàdell’energia criminosa, e si addensi e preoccupi di sè le più ascose ed intime parti del cuore.Lo vedete quell’uomo che, ricco per fortunata posizione sociale, rispettato ovunque, traeva, non è guari, vita tranquilla e felice, abbellita dalla pace domestica, lusingata da fulgide speranze nell’avvenire? Egli ora è cogitabondo, è stanco, abbattuto; poco ama il conversare, punto si diletta delle comodità onde dispone: talora inclinato a mestizia, il più delle volte concentrato in cupi pensieri, preoccupato da un mistero che ei si adopera di tener chiuso in sè, geloso che se ne indovini l’esistenza. Se egli opera, se ei conversa, l’acuto osservatore indovina in lui il turbamento, l’indecisione, il timido balenare del pensiero: la fede nell’avvenire è scossa; la mente, ad intervalli, si abbuia, e l’uomo, che poco prima parea oggetto d’invidia, è reso segno di curiosa attenzione del pubblico, di diffidenti riguardi da parte degli intimi. Nell’animo di lui è penetrato dapprima il sospetto, poscia il convincimento di tradimento della fede coniugale, in addietro fonte di beatitudine tranquilla, di fervido lavoro, di sacrificî pazienti. In lui ha preso imperio il dolore, il quale, per essere più intimo, è altrettanto più mesto, più sconsolante: non trovando sfogo nelle affettuose confidenze, si concentra ed assedia l’animo e ne estingue qualunque risorsa di sollievo.Incerto sui rimedî a tanto male, l’infelice non sa che straziare sè medesimo; ansioso che da sè si allontani l’amaro calice costretto a sorbire goccia a goccia, non sente più amore alla vita trasmutatasi in teatro di amarezze: premuroso di conservare il bene sommo dell’esistenza, l’onore, sente ribollire nel cuore la passione dell’odio, dell’ira contro chi fu causa volontaria della grave offesa: sull’orlo del baratro scavatosi sotto i suoi piedi, egli non teme d’altro che di non soddisfare al dovere impostogli di vendicare l’oltraggio sopportato, di ristabilire, quand’anche col delitto, il suo equilibrio morale sconvolto dall’onta del talamo violato. L’idea fissa—scrive Bourget—produce sul nostro cuore il medesimo effetto che un punto brillante ed immobile sui nostri occhi; ella ipnotizza l’essere dominato e circoscrive la sua sensibilità ad un cerchio affatto piccolo di sensazioni.Così, lo sventurato coniuge tradito, vittima di intenso dolore, o agitato da tutte le furie; dalla gelosia, che lo richiama alla perduta dolcezza dei godimenti dell’amore e gli incute repugnanza per chi sprezzava la sua felicità nel darsi alle voglie altrui; dal pensiero del disonore cagionato alla persona, al cognome, ai figli, ai parenti; dal convincimento di un male irrimediabile, non colmandosi il vuoto scavato dal disonore se non col ricorrere al mezzo estremo della vendetta!Il descritto esempio è tra i tanti di dolori intensi per motivi intimi; ma altri vi sono, che si convertono in cause di delitti e si scusano, oltre che dalla legge, per comune sentimento di pietà, di compatimento dei tristi destini inseparabili dalla misera vita umana.La emozione comune agli stati, alternanti o continui dell’intenso dolore, è latristezza, il cui tratto caratteristico fisiologico e della fisonomia è l’azione paralizzante ch’ella esercita sui muscoli volontarî (Lange).Ella o è negativa o positiva: nella prima forma invade e riempie di sè l’animo, abbattendolo e privandolo fin della speranza di rimedio; l’energia personale si abbassa al disotto del livello di reazione istintiva; è disseccata la fonte del desiderio, del volere; è ottenebrato l’orizzonte del pensiero; annichilito lo spirito, chiusa la via alla speranza; prostrata benanco la forza di protestare o di chieder l’altrui compianto. L’uomo è distrutto, poichè a lui venne meno ogni puntello all’esistenza, ed è noto a tutti, che la vita è sorretta da illusioni, da fede, da ideali; guai a chi se ne spogli e crea a sè d’intorno il vuoto; misero chi, per disavventura, siasi ridotto in condizione cotanto abbietta!Ma la tristezza può essere attiva (seconda forma); quel che, di solito, incontra nel secondo stadio di forte dolore morale. L’uomo comincia, poco a poco, col riattivare i motivi d’interesse alla vita; con sforzi di autosuggestione ricupera la fede in sè, e negli altri; l’orizzonte del pensiero si spiana, il volere è pronto, impaziente d’indugi. Molti—osservatori poco accorti—facilmente scambiano questo stadio, dirò così, accomodativo dell’intimo dolore d’un’offesa, con la calma generata dal convincimento e dall’assuefazione, nella vittima,di deporre il risentimento e sopportare, anche in avvenire, con rassegnazione l’onta patita o direttamente o indirettamente. La calma apparente può nascondere, al disotto, il furore tempestoso dell’anima di Otello, ovvero la riflessione cupa, inflessibile, aspettante l’opportunità della vendetta, siccome in Amleto; ma il dolore continua a dominare, e, quando altri meno sel creda, irrompe furente alla vendetta, con meraviglia di chi credette, per l’apparente calma, quetata la tempesta, la quale, all’incontro, tenendosi nascosta nel fondo dell’animo, avea bisogno di nuovo soffio di vento per scoppiare e travolgere ogni cosa!II.Legittima difesa e stato di necessità.1. Carattere dilegittimitào digiustizia, dinecessitàe diattualitànella discriminante della legittima difesa.—2. Stadio fisio-psicologico del meccanismo della difesa dell’uomo: coefficienti fisici, intellettivi e morali.—3. Valutazione deltimorequal fondamentonaturaledella legalità dell’offesa.—4. Psicologia del timore; esquilibrio psichico; coefficienti secondarî della necessità di difesa.—5. Sistema seguito dal nostro Codice.—6. Delimitazione della legittima difesa.—7. Legittima difesa in persona degli altri.—8. Dello stato dinecessità; suo contenuto giuridico e logico.—9. Teoria dei giureconsulti romani.—10. Differenza tra lo stato di necessità e la legittima difesa.—11. Estremi dello stato di necessità.—12. Lagravezzae laimminenzadel pericolo.—13. L’accidentalitàe lainevitabilitàdel pericolo.—14. Lo stato di necessità per la salvezza deglialtri.1.—A completamento di alcune forme giuridiche di psicologia criminale, tratteremo della legittima difesa e dello stato di necessità. Ciò facendo, prescinderemo dalle nozioni puramente di diritto, estranee alla materia di questo libro.Parlando della legittima difesa, altrove[155]scrivevamo le seguenti osservazioni, le quali, ricordate dopo circa dieci anni, servono quale nuovo argomento onde convincere il lettoredel come fosse costante in noi la persuasione, che l’unico ed efficace indirizzo positivo in materia criminale fosse quello non difforme dai principî scientifici dellascuola dinamica, e che a torto i cultori di antropologia e di sociologia criminale han voluto allontanarsene, allora quando ponevano a sostegno delle loro teorie o l’esclusivo elemento somatico dell’individuo, ovvero la influenza assoluta delle necessità sociali.Quasi tutti gli scrittori avvisano nella difesa il carattere dilegittimitào digiustizia; dinecessitàe diattualità. È legittimo tutto quello che non è fatto contro la legge, anzi per respingere un attacco antigiuridico: ciò che più non avviene quando si è cagione prima del male che poscia si respinge col danno altrui. La necessità è inerente al pericolo imminente del male minacciato; è imposta dalla eccezionale condizione di non essere alcuno più in grado di far ricorso alla tutela delle leggi, ma di doversi avvalere della forza privata, dell’opera individuale. L’attualità, poi, contiene l’obbligo di far cessare il diritto di reazione tostochè sia cessata l’azione. Il carattere di legittimità è valutabile obbiettivamente, alla base di qualche prescrizione legale, che, determinando l’indole permessa o vietata dei nostri atti, ci apprende altresì il modo di estimarla. Ma il carattere di necessità e di attualità sono da considerarsi soggettivamente ed in relazione, non solo alle circostanze speciali che accompagnarono la violenza, o l’attacco, e la offesa o reazione, ma altresì in relazione all’indole dell’offeso e dell’offensore ed allo stato peculiare di animo che determinò l’offeso a reagire.Con questo metodo, risalendo alla natura intima e primitiva dell’uomo, si avrà che la discriminante della legittima difesa, piuttosto che poggiare sul godimento di un diritto o l’adempimento d’un dovere, e sulla necessità d’obbedire ad una coazione, sia il risultato spontaneo di una legge dinamica, la quale è costante; presiede a qualunque umana operazione, individuale o collettiva, e si effettua nellaprevalenza dell’energia di conservazione dell’essere, in collisione con altre energie che ne vorrebbero distruggere la natura sostanziale ovvero ostacolarne il perfezionamento. La lotta di esistenza o di conservazione, che costituisce la naturale dimostrazione dellavitadinamicadegli esseri animati, quando vogliasi riguardare nelle relazioni tra gli individui, si converte in prevalenza di energia di conservazione; appunto perchè, come fu da noi accennato, gli esseri individui, e l’uomo segnatamente, sono il prodotto di qualche speciale energia che, per natura propria ond’è differenziata dalle rimanenti, ottiene il sopravvento nella lotta di continua produzione e trasformazione degli esseri, ed impronta di sè la nuova apparizione fenomenica risultatane. L’uomo che, aggredito, si difende, non ha, certamente, il tempo di pensare al diritto o al dovere che gli compete, ovvero di misurare lo stato di coazione in cui versa: in lui l’istinto della conservazione rimugghia potente dall’intimo del cuore, e la reazione è il compimento di un moto meccanico che spontaneamente insorge e si esplica.Chi ne desideri la prova palese, riguardi a quei nostri movimenti automatici ed incoscienti alla presenza di qualche fatto che all’improvviso e, quasi sempre per caso, minacci il nostro benessere: la mano corre rapida ad allontanare un oggetto che era per riversarsi addosso; l’occhio, pel movimento delle palpebre, è difeso dal pericolo di contatto offensivo con oggetti esterni; la repugnanza dell’olfatto per alcuni cibi vi dice, che questi mal si confanno ai nostri bisogni di nutrizione e di benessere. In questi moti istintivi è la sede della reazione di offesa per respingere la ingiusta violenza, la quale ne minaccia di pericolo; e la ragione per cui appo tutti i popoli e tutte le legislazioni non si dubitò mai dell’origine naturale del moderarne d’incolpata tutela, quantunque discrepanti applicazioni se ne facciano in pratica.2.—Senonchè, il meccanismo della difesa dell’uomo, per la facoltà di razionalità in lui, quantunque cominci da moto spontaneo, si compie in moti riflessi: alla semplice impulsività iniziale della violenza attuale si aggiungono svariati coefficienti, che conviene classificare in tre ordini; in fisici, intellettivi e morali. Sono fisici tutti quei coefficienti che, dipendendo dalla presenza di un dolore o dall’assenza di un piacere goduto, determinano lo stato psichico conveniente alla scelta del mezzo dell’offesa in preferenza del ricorso alla guarentigia dell’autorità o della legge. È tanto forte la proclività, nello stato di dolore, all’offesa, chequalche volta siamo indotti a respingere, nostro malgrado, colui che, cagionandoci un dolore passeggiero, intende procurarci il risanamento da qualche morbosa affezione fisica. I bruti, che, meglio di noi, sentono la forza degli istinti puramente fisiologici, respingono l’azione dolorosa con reazione altrettanto potente che subitanea.Sono coefficienti intellettivi quelli che si connettono allarelazionedegli eventi, o precedenti o concomitanti o successivi: cioè a dire, che fanno dipendere la prevalenza di una data disposizione dal concorso simultaneo di efficacia psichica di tutte leidee, che abbiano nesso con l’evento verificatosi della violenza e con quello da verificarsi della reazione per respingerla. Sono coefficienti morali quelli che si riferiscono ai sentimenti od alle passioni, le quali preparano o accompagnano il conflitto criminoso dell’attacco e della difesa. Tutti questi coefficienti possono riassumersi in un concetto ed in un sentimento; il concetto dipericoloe quello ditimore.Il pericolo o è fisico, e produce la costrizione di allontanare una causa disorganizzatrice del nostro benessere fisiologico; o intellettivo, ed è la sintesi di tutte le idee che sono il frutto della istruzione ed educazione, non che delle prescrizioni legali ed etiche e della misura o proporzione tra il danno, che si cerca di evitare e quello che ne deriverà dall’appigliarci, con preferenza, all’uso della forza privata, e non al mezzo della legge o dell’autorità competente. Il pericolo, in fine, se è morale, si muta in sentimento ditimore, il quale consiste in un turbamento psichico, ovvero in un disordine di facoltà con aumento delle energie istintive di conservazione e diminuzione di energia delle attitudini acquisite e delle cause che loro si riferiscono.Nel contrasto di tendenze, ogni energia istintiva piglia il sopravvento; la cagione è perchè le facoltà da noi acquistate o, meglio, sviluppate, per lo stato sociale, presuppongono, perchè abbiano peso, la condizione di ordine giuridico; la quale condizione, laddove sparisca con la eccezionale evenienza di non poterci avvalere della protezione delle leggi, mena seco l’indebolimento o la sparizione del potere dei motivi che ci contengono ad agire nei limiti della legalità edel rispetto dell’altrui diritto. Chi fino a questo punto ci ha seguito, nell’analisi della teorica dinamica in materia criminale, intenderà facilmente, che lo stato di necessaria difesa sia il contrapposto dello stato di delinquenza punibile. Pel delinquente evvi prevalenza di energia criminosa con scelta, più o meno cosciente, di mezzi adatti al fine di dar corso all’efficacia del motivo, il quale si è convertito in iscopo; per chi legittimamente si difende, la prevalenza di energia è per una azione di ordine ovvero di ristabilimento dell’equilibrio, naturale e civile, contro cui è dirizzata la violenza dell’aggressore. Se, dunque, vi sono delle leggi che puniscono il primo, perchè non vi deve altresì essere una legge che assolva il secondo?3.—Parlandosi del timore, fondamentonaturaledi legalità della reazione, alcuni ne vollero, come pel pericolo, formolare un precetto esclusivo, il quale si adottasse quasi regola logica e costante. Si disse, quindi, che siffatto precetto fosse deducibile dalla natura del danno, che ci vien minacciato; dalla gravezza ed inevitabilità dello stesso, e dalla specie dei mezzi di che facciamo o potevamo far uso, nel respingerlo. Il Carrara, per esempio, scrive[156], che, perchè al timore si accordi questo potente effetto di rendere legittimo un atto violatore dei diritti altrui e materialmente contrario alla legge, è in tutti i casi necessario per regolaassoluta, che nel male minacciato si trovino questi tre requisiti: 1oingiustizia, 2ogravità, 3oinevitabilità. E, parlando del requisito di inevitabilità, aggiunge: «Certamente, se al male, che ci minaccia, potevamo sottrarcialtrimentiche col violare la legge, la violazione deve rimanere punibile; perchè l’arbitrio dell’agente non era più ristretto fra la scelta di due mali ugualmente gravi; e la legge dell’ordine poteva essere osservata, purchè egli eleggesse il mezzo innocente col quale avrebbe evitato e il danno proprio e l’altrui. Sottrarsialtrimentidal male, che ci è minacciato, si può o con previsionianteriori, o con provvedimentisuccessivi, o con ripariconcomitanti. Perciò lainevitabilitànel pericolo, che indusse adagire o reagire, si desume datrecriterî distinti: 1oche siaimprovviso; 2oche siapresente; 3oche siaassoluto»[157]. Ecco un ragionamento il quale pecca di eccesso: perchè, quando anche si giunga a definire il significato di ciascuno dei tre distinti criterî, non si arriverà mai a precisare, nella indefinita serie dei fatti, la ipotesi in cui o l’uno o l’altro, o tutti insieme, abbiano a riscontrarsi. Il Berner[158], partendo dalla necessità di proteggere un diritto aggredito, che vuol mantenersi contro un assalto ingiusto ed attuale, conclude molto piùlogicamente, che «non è necessario che lo assalto siaimpreveduto, nè che il diritto difeso sia irreparabile. Se si mantiene la legittima difesa nel suo concetto semplice, che il diritto, cioè, non deve piegare davanti una ingiustizia, risulta evidente che essa è applicabile anche per un diritto risarcibile». Esagerando in sistemi restrittivi, si giunge a creare delle norme troppo astratte ed arbitrarie, le quali, se accontentano lo scienziato, non possono a meno che essere dannose pel giudice, che, non della imputabilità, ma della imputazione è chiamato a decidere, ed ha l’obbligo di tenere presenti tutte le circostanze le quali accompagnano il fatto e ne modificano l’indole; lo attenuano o lo aggravano.4.—L’errore degli scrittori, che posero a fondamento della legittima difesa la teorica dellacoazione, è nell’avere trasformata la nozione del timore da idea soggettiva e relativa in criterio imprescindibile ed obbiettivo. Indi si adottarono dei concetti digravezzae diassolutezzanon sempre congrui alla realtà delle cose, anzi il più delle volte troppo ipotetici. Il timore, causa morale dell’azione difensiva, non è a staccarsi dalle altre cause fisiche ed intellettive che determinano la scelta e l’uso della forza privata e non della forza pubblica e delle leggi. Fino a che il pericolo è puramente fisico, non sarà difficile il ricorrere a mezzi legali, reprimendo l’atto della istintiva reazione; parimente avviene nel pericolo dall’aspetto intellettivo, perchè vi è l’agio di rafforzarsi nell’intenzionedi non reagire pel concorso opportuno di tutte le idee che sono la fonte del diritto e del dovere; ma non è più così pel pericolo addivenuto timore, perchè in questo caso l’equilibrio morale o è indebolito o distrutto. Tornerà chiaro quanto qui è detto se si esaminano alcuni esempî. Tizio è minacciato da Caio per azione involontaria o colposa. Il pericolo per Tizio è già fisico, perchè qualche cosa si è realizzata, la quale mette in dubbio l’animo sulla conservazione della nostra integrità corporale; eppure Tizio sarà facile che non reagisca.La ragione è perchè egli sa con certezza, che il fatto delittuoso non dovrà ripetersi; epperò non richiede che sia antivenuto o prontamente represso. E del pari: Tizio minaccia Caio di morte; questi, se la esecuzione della minaccia non è immediata, non crederà dì reagire usando della propria forza, perchè riflette alla opportunità di aver comodo a mettersi in condizione, nell’avvenire, di non cadere vittima dell’avversario, e di prendersi la giusta vendetta, che a lui competa, dal soccorso punitivo della legge. Ma non è lo stesso quando il pericolo fisico, vincendo ogni freno intellettivo, si converte in sentimento di timore e giunge ad impossessarsi del nostro animo. Il turbamento, che ne segue, distrugge in pochi istanti l’opera faticosa di buona e lunga educazione, di virtù ereditarie di rispetto della legge; fa scomparire o attenua la forza proveniente dal convincimento di incorrere in possibile responsabilità, dovendosi un giorno dar conto del proprio operato sebbene non delittuoso.Sapere, però, comprendere l’intimo nesso tra le energie psicofisiche, e vederne poscia lo stato di turbamento, è solo contemplare in apparenza il problema psicologico del moderarne d’incolpata tutela. La maggiore difficoltà è quando ci facciamo a studiare la relazione disorganizzatrice tra l’energia del motivo, causa del pericolo, trasformata in sentimento di timore ossia in causa di esquilibrio (perchè non coerente alla nostra abituale natura), e le facoltà psicofisiche armonizzate ad unità razionale e tendenti alla conservazione dell’ordine giuridico, il quale rispecchia esternamente il nostro ordine interno. È d’ogni stato di squilibrio affettivo l’indebolimento o l’obliterazione della coscienza; ond’è che neppure dal lato meramente morale, o soggettivo, l’azionecriminosa commessa nel descritto stato avrebbe sufficiente e plausibile argomento di responsabilità penale.La legge di necessità,necessaria difesa, è la legge dominante dell’azione reattiva: essa, comechè non sia tutta meccanica, come nei fenomeni puramente automatici, obbedisce alla dinamica di conservazione e si proporziona istintivamente all’energia di tendenza protettiva della integrità personale. Lo stato psichico qui descritto è il normale per chi reagisce spinto dalla necessità di difendersi; è lo stato, cioè, di chi si appiglia all’uso della forza privata perchè veramente ed assolutamente non è in grado di ricorrere all’ausilio della legge. Ma, bene spesso, l’azione è il risultato di un concorso di parecchi altri fattori che mette bene di esaminare. Il primo e più ordinario fattore è quello divendetta.Il timore abbatte l’animo, il sentimento di vendetta lo rialza, e la passività prodotta dalla sorpresa dell’attacco è vinta dalla rinata attività di reazione, che di automatica addiviene cosciente. A questo punto, dal fondo della coscienza si desta un secondo fattore, l’idea del diritto proprio in correlazione col dovere dell’avversario; il diritto al rispetto, il dovere, in altri, di non rompere l’ordine imposto dalla legge e dalla necessità della vita sociale. In pari tempo si affaccia alla mente una serie di idee, le quali per lo innanzi non facevano avvertire la loro presenza; idee di tutti i doveri da noi adempiti per conservarci il rispetto alla conservazione; idee delle conseguenze dannose, morali e materiali, che ne deriverebbero, se l’atto illecito non fosse represso: al che si aggiunge un certo istinto, per quanto domato dal progresso e dalla civiltà dell’uomo, altrettanto potente (laddove non ricorrano le ordinarie condizioni della vita giuridica) a sentirci trascinati alla distruzione del simile per blandizia di preminenza, sia pure di forza bruta, contro chiunque osi esserci di contrasto. Il diritto della forza, condannato dalla morale, represso dal mònito della legge, rinasce potente, in tutto il vigore brutale, ogni qualvolta la morale e la legge perdono l’imperio: l’individuo si sostituisce alla società, e nel momento supremo della lotta tra la propria esistenza, protetta dal convincimento del diritto, e l’operare altrui in contraddizione deldovere, la scelta non è dubbia, poichè la conservazione dell’essere, oltrechè spontanea, è frutto di abituale riflessione e di adattamento al consorzio sociale cui apparteniamo.5.—Pel nostro Codice la legittima difesa è limitata allapersona, cioè, come si espresse il Zanardelli, alla vita, all’integrità personale ed al pudore, non aibeni; salvochè la violenza ai medesimi vada unita ad un attacco alla persona. Il § 53 Cod. pen. tedesco, da cui l’art. 49 del nostro Codice penale è tolto, prescrive che «necessaria difesa è quella che è richiesta per respingere da sè o da un altro un’aggressione attuale ed ingiusta». E gli scrittori interpetrano, secondo il Berner[159], che, essendo il fondamento della legittima difesa la protezione del diritto, ella si estende non solo alla difesa del corpo, della vita, della proprietà e dell’onore, ma anche dei diritti famigliari (adulterio), della libertà, del pegno, di una servitù, ecc.6.—Questa teorica, com’è detto, non è accettata dal nostro legislatore.Il Zanardelli, commentando l’art. 357 del suo progetto ultimo[160], così ne significava le ragioni: «Si è dubitato se la giustificazione per l’omicidio e per la lesione personale, universalmente ammessa quando si tratta di difendere a persona, debba ammettersi anche nel caso in cui si tratti di difendere la proprietà. I nostri progetti di codice hanno costantemente respinta, come esorbitante, la teoria accolta da alcuni scrittori ed in qualche codice, secondo la quale si ammetterebbe che, anche al solo fine di salvare la roba, sia sempre legittima l’uccisione del ladro. «La proprietà (scriveva il Nicolini) è cosa sì lieve a fronte dell’onore e della vita, che sarebbe avvilir troppo questi beni sovrani dando a quella i privilegi medesimi; per essa vi è sempre tempo di implorare i giudizî. Che se è violenza, sempre inescusabile,quoties quis id quod sibi debetur non per judicem reposcit(L. 7, D. XLVIII, 7, ad leg. Iul.de vi privata), molto più dev’esserlo quando in vendetta della proprietà violata sitrascorre a’ corrucci ed al sangue»[161]. Ma, se l’attentato alla proprietà abbia tali caratteri, o avvenga in tali circostanze da presentarsi quasi inseparabile dall’attentato alla vita o alla sicurezza personale del proprietario, allora ogni ritegno deve cessare verso i ladri e gli aggressori; e chi è posto in pericolo ha diritto di respingere l’aggressione con tutti i mezzi che a questo effetto siano necessarî. Per tali considerazioni, e limitatamente ai delitti di omicidio e di lesione personale, la giustificazione della legittima difesa, di cui è proposito nell’art. 50, num. 2 (del Progetto), viene estesa alla necessità di difendersi contro gli autori di violenti attentati alla proprietà, come sarebbe nel caso di furto violento o di saccheggio, o quando si respingano i ladri, che scalano o scassano la casa in tempo di notte, o quando, avvenendo ciò in tempo di giorno, la casa sia posta in luogo isolato».7.—La legittima difesa non è soltanto ammessa per respingere da sè una violenza attuale ed ingiusta, ma ancora per respingerla da altri. Chi desiderasse apprendere la ragione vera ed ascosa di questo precetto, che è sanzionato ben anco dalla morale, dovrebbe risalire a due nozioni essenzialissime del progresso dell’umanità; la prima, che le medesime leggi, le quali regolano la natura individuale dell’uomo, ne regolano la collettiva; la seconda, che il diritto, mediante lo stato sociale o l’integrazione graduale della nostra personalità, si è venuto universalizzando nel suo contenuto di relazione e di imperio. L’individuo, unendosi ai suoi simili, non pure rendesi partecipe dei diritti da lui estimati essenziali e costanti della vita, ma di tutti gli altri onde accidentalmente egli potrebb’essere in facoltà di servirsi: quindi è che la famiglia sociale, mentre è un tutto composto di svariate parti, ciascuna delle quali ha diritti e fini proprî, è parimente unità organica stretta da vincoli di necessità di esistenza, e da bisogni sviluppatisi tra i suoi membri per legge di reciproca convivenza. L’amore, la simpatia tra gli uomini, tutti i sentimenti altruisti, quantunque abbiano lalontana fonte nell’egoismo, sono, allo stato di civiltà, così spontanei ed imprescindibili che, per essere messi in atto, non esigono sforzo, ma sono rivelazione del carattere di espansività della nostra vita affettiva e del fine del progresso di avvicinare i due poli estremi della sociale esistenza, quello dell’individuo e quello della umanità.Qualunque idea o legge, teoricamente riconosciuta e fermata, ha dovuto, in precedenza, essere da noi scorta quale condizione permanente di un singolo essere o fenomeno; il carattere di universalità è dato dall’astrazione, la quale col considerare i fenomeni individuali si solleva alla serie di verità generali, la cui assolutezza è causa del convincimento e della certezza, che è in noi, quando ci facciamo a giudicare od operare guidati dal lume di nozioni già acquistate. La religione, divinizzando questo principio, fa che tutti dobbiamo considerarci figli d’un solo padre: ognuno sente di non essere nato per vivere isolato o per sè solo, ma di compartecipare al benessere dei simili; poichè l’eccitamento delle tendenze altruiste e la voce della coscienza morale e giuridica ci richiamano al dovere di considerare negli altri noi stessi, e di fare per i medesimi quello che per noi avremmo voluto che fosse fatto. «Il quale, a dir vero, come osserva il Nicolini, non è che il principio ben inteso della conservazione di noi stessi. Imperocchè non vi ha mezzo di esistere, non che di essere educati e giungere all’estrema vecchiezza; non vi ha sicurtà di poter soddisfare alle necessità, alle utilità, ai comodi ed anche ai piaceri della vita, senza concorso di altri. Che se natural cosa è il volgerci altrui per aiuto in qualunque nostro bisogno, natura ci comanda di non esser lenti ad accorrere quando altri ci invoca. Qual’è quell’uomo che in un incendio, in una ruina, in un naufragio o in un assalto repentino, che da qualche fiera, o da uomo peggior di fiera ei sostiene; chi è che pronta non desideri una mano soccorrevole? Ed egli poscia, invocato nel bisogno altrui, si mostrerà restìo, benchè col suo pericolo, ad accorrere? Disse già quel grande interpetre di ogni sentimento umano e della ragione:chi ne ricusa il peso, rinunzia al benefizio[162]. Ma chi può fartal rinunzia senza perire? È dunque un tal peso inerente alla natura dell’uomo, e condizione necessaria della sua esistenza»[163].8.—Ci resta ora a dire alcun che dellostato di necessità[164]. Il suo contenuto giuridico è in un conflitto tra il proprio e l’altrui diritto a motivo di evento fortuito o di accidenti naturali; il fondamento logico è nell’imperio assoluto ed ineluttabile della legge di necessità. La lotta che si impegna tra la forza uomo e le altre forze della natura; tra il diritto personale e quello dei consociati, è cagione, talfiata, di collisione di interessi, la quale giunge fino al punto di persuaderci ad agire a detrimento altrui, senzachè fossimo animati da sentimento di odio o da vendetta verso la vittima.9.—Il diritto romano derivava la irresponsabilità dal riguardo di preferenza di un bene maggiore rispetto ad uno minore; epperò Labeone scrive: Se l’impeto dei venti spinse una nave nelle gomene dell’ancora di un’altra, ed i nocchieri hanno tagliate le gomene, non competerebbe verun’azione, qualora non si avesse potuto liberarsi in altro modo che col tagliare le funi. Lo stesso Labeone e Procolo pensarono, che ciò si dovesse applicare anche al caso delle reti de’ pescatori, nelle quali avesse urtata la nave. Certamente, se ciò avvenne per colpa dei nocchieri, avrà luogo l’azione della legge Aquilia[165]. Ed Ulpiano aggiunge, che quegli che, per salvare le proprie merci, ha gittato in mare le altrui, non è tenuto per veruna azione. Ma, se ciò avesse fatto senza giusto motivo, sarebbe tenuto per l’azione del fatto (in factum); se con dolo, per quella del dolo[166].La ragione discriminatrice di responsabilità era da Gelso, secondochè Ulpiano riferisce[167], ammessa in considerazione dijustus metus; ciò che è qualche cosa di più della semplice considerazione di entità materiale di un bene in paragone di un altro. Ad uguali risultati arrivarono il diritto canonico e gli antichi giureconsulti.10.—Secondo il legislatore italiano, dobbiamo, in primo luogo, distinguere lo stato di necessità dalla legittima difesa; in quanto che la difesa legittima è diretta a respingere la violenza altrui, cioè a dire un’aggressione, laddove nello stato di necessità il conflitto tra il proprio e l’altrui diritto è creato da un evento fortuito o da accidenti naturali. Nella quale distinzione è solo indicato il lato oggettivo della giustificazione, di cui ci occupiamo; il che riscontrasi appo tutti coloro i quali si sforzarono di non dipartirsi, nell’assegnare il fondamento giuridico dello stato di necessità, da formole contenenti, con maggiore o minore esattezza, il conflitto tra due beni in lotta, ed il dovere di sacrificare il minore per conservare quello di entità maggiore.Se fosse così, come da molti è ritenuto, si confonderebbe il caso di giustificazione di inimputabilità penale, con quello di irresponsabilità civile; potendo avvenire, che lanecessità, anche in caso di infrangimento di diritto risarcibile civilmente, escluda l’azione di responsabilità, salvo che non si ravvisi nel fatto qualche traccia di colpa da parte dell’agente, relativa all’avvenimento fortuito di cui si deplorano le conseguenze dannose. La essenza propria della discriminante dello stato di necessità parmi che debba cogliersi nell’estremo delpericolo grave ed imminente; ch’è a dire, in uno stato tale di animo da rendere dubbio quel concorso di coscienza e di libertà di atti, che pel nostro legislatore è il primo requisito di qualunque fatto imputabile penalmente. Ed è troppo noto, che vi sono degli stati di coscienza nei quali l’intelligenza e l’attività dell’uomo si arrestano, o per manco di sviluppo o per causa accidentale, e l’azione, che ne deriva, deve rapportarsi piuttosto all’azione meramentemeccanica del motivo iniziale, esterno o interno che sia, che all’azione riflessa della nostra mente.11.—Gli estremi dello stato di necessità sono:a) unpericolo grave ed imminente alla persona;b) l’accidentalità e l’inevitabilitàdi tale pericolo;c)la necessità di salvare sè od altri.Il contenuto reale è sempre unpericolo, il quale esternamente si converte in unbenecontro cui è rivolto l’evento fortuito, e soggettivamente in uno stato digiusto timore. La necessità è termine medio tra il bene minacciato ed il timore suscitatosi nell’animo dell’agente; termine medio che sorge quando innanzi alla mente dell’individuo sia preclusa qualunque via di salvezza, meno quella di sacrificare l’altrui diritto; e quando, perciò, la coscienza di scelta di mezzi all’operare è obliterata, o distrutta, dall’esquilibrio psichico causato per l’imminenza del pericolo cui si è di fronte. Ed il legislatore, col fine di rendere meno equivoci gli esposti concetti, ha limitato l’evento del pericolo allapersona, con significato restrittivo che noi facciamo voto sia serbato dalla giureprudenza, acciò non si esageri in arbitrarie ipotesi.12.—Il pericolo dev’esseregrave ed imminente: donde trarremo le regole per giustamente estimarlo? Il Codice tace, ed è logico; perchè anche qui, come per la legittima difesa, versiamo in apprezzamenti del tutto soggettivi. La gravezza e la imminenza non sono caratteri permanenti, ma transitorî; la loro influenza sulla nostra attività è regolata da una serie indefinita di circostanze che torna impossibile esaminare singolarmente.13.—Il pericolo dev’essereaccidentale(«al quale non avea dato volontariamente causa») einevitabile(«che non si poteva altrimenti evitare»). È accidentale il pericolo che non potè essere previsto, ed al quale non si è concorso in guisa veruna. Che se il pericolo fosse l’effetto di qualche nostro fatto volontario, non saremmo più nel diritto di invocare la giustificazione della necessità, dovendo sopportare le conseguenze del proprio inconsulto operato. Dev’essere anche inevitabile, ch’è a dire, non poteasi altrimenti sfuggire che col produrre un nocumento altrui. L’obbligo, a siffatto riguardo, imposto dalla legge è molto più stretto che non per la legittimadifesa. Chi è aggredito ingiustamente, oltre ad avere il diritto di respingere la violenza pel fine di garentirsi dalla offesa minacciata, ha il dovere di opporsi a che altri infranga quell’ordine giuridico che è cardine del consorzio civile, e che limita l’azione di ciascuno al punto di non permettere che si violi la sicurezza altrui. Ma chi, necessitato, sacrifica il bene di un altro al bene proprio, non si propone che un solo scopo, quello della sua conservazione; ogni motivo diverso, invece di accrescere in lui il diritto di respingere il pericolo, ne attenua il carattere di giustizia e rende eccessivo e punibile l’atto eseguito. Quindi si comprende come lanecessità della salvezza, ultimo requisito che accompagnar deve il pericolo, non sia giustificabile le quante volte l’agente abbia fatto prevalere qualche altro motivo che non sia l’esclusivo ed ineluttabile di sottrarsi dalla imminente minaccia di grave danno: dico qualche altro motivo, intendendo di parlare di qualunque coefficiente che, senza essere l’unica determinante dell’azione, vi ha però influito in grado apprezzabile, rendendo, per avventura, necessario ciò che poteva non esser tale. Non è difficile riscontrare dei casi in cui il nostro concetto apparisca chiaro. Ammettasi, ad esempio, che l’incendio si appicchi ad un teatro; e che gli spettatori si accalchino alle porte per mettersi in salvo. Un infelice casca per terra e, calpestato, è in evidente pericolo di morte. Se altri, senza badargli, gli è sopra e gli è cagione di grave lesione, sarà responsabile dell’operato?—ovvero dovrà rispondere in parte del danno, di cui fu l’autore? La risposta equa sarà data dal considerare se tutto quello, che è avvenuto, eranecessariamenteoccorrente per la salvezza di chi ha cagionata la lesione all’infelice caduto; che, se chi si è all’impazzata precipitato alla porta di uscita, senza badare che altri ne soffrisse danno, poteva ancora indugiare ma non lo ha voluto pelmotivo, poniamo, o di uscir subito di teatro o di recarsi a chiamar gente che accorresse a spegnere il fuoco, o per ogni altra ragione, la quale non sia propriamente quella di mettersi in salvo, egli risponderà, della lesione cagionata, in proporzione della importanza del motivo secondario in comparazione al principale ed impellente di procurarsi, a qualunque costo, la salvezza.«E più particolarmente—scrive il Conti—non vi ha necessità quando non sia legittimo il motivo che indusse l’agente alla violazione del diritto altrui, quando, cioè, il minacciato non agisca pel principio della conservazione giuridica. Non vi è necessità, se la rinuncia al bene proprio sarebbe stata giusta e naturale, secondo le idee ed i sentimenti della comune dei cittadini onesti in dato Stato e in data civiltà. Non vi è necessità, se non vi è lotta fra due diritti preesistenti, senza che per questo si fondi l’eccezione dello stato di necessità sulla teorica della collisione e sulla prevalenza, in ogni caso, del diritto maggiore al minore. Ma, certo, il concetto di necessità va basato specialmente sul criterio, inapprezzabilea priori, dellaproporzionefra i beni tolti ed i beni salvati. Ed esclusa così assolutamente la necessità, resta il fatto delittuoso passibile di pena ordinaria; esclusa solo in parte, resta un fatto solo parzialmente illegittimo, e quindi passibile di pena diminuita. Se non vi ha necessità, non vi ha nè scusa, nè giustificazione; se vi ha tuttora necessità, ma per imprudenza od imprevidenza si diè causa al pericolo, lo si affrontò potendolo evitare, gli si contrappose un’azione sproporzionata, vi ha l’eccesso nello stato di necessità»[168].14.—Il legislatore estende alla salvezzadi altrila giustificante dello stato di necessità; strana, invero, ipotesi di scriminazione; sembrando esorbitante, al dire del Villa, fuori di ragione, che sia lecito sacrificare il diritto di taluno per beneficare un terzo qualsiasi. Checchè si opponga in contrario, noi ci avvisiamo che, estesa fino a questo punto la necessità, molto facilmente può dar luogo all’arbitrio; mancando, in atto, l’estremo vero della giustificazione, vale a dire iltimore, e riscontrandosi invece lacompassione, la quale, se pure è ragione di attenuare la responsabilità, non può esimere, senza che non si commetta ingiustizia, da pena chi, seguendone il consiglio, infranse la legge.Il magistrato, ricordando i principî sui quali noi abbiamo creduto di riporre la discriminante in parola, sarà oculatonell’apprezzare molto scrupolosamente i fatti, e nel ritenere, in casi molto eccezionali, la ipotesi di giustificazione per delitti commessi da chi invoca lo stato di necessità di un pericolo che altri correva. La carità, l’amore del prossimo non distinguono individuo da individuo se non pel riguardo di maggiore bisogno di ciascuno; il quale dettame suona ingiustizia allorchè il bisogno, non che essere giustificato da ragionevole opinione di torto o di ragione, è motivato da eventi fortuiti ed accidentali, a cui nessuno degli individui versanti in pericolo ha dato causa.
CAPO XIV.Di alcune forme giuridiche della psicologia criminaleI.La provocazione.1. Origine dinamica dello stato affettivo.—2. L’azione diarrestonei fenomeni affettivi.—3. Soggettività dell’atto provocativo.—4. Forme anomale di sensibilità nella scusa della provocazione; leillusioni.—5. Leallucinazioni.—6. Illinguaggio interiore; sdoppiamento dell’io, esempio d’un soliloquio di Lancilotto, nelMercante di Veneziadi Shakspeare.—7. Conseguenza giuridica del turbamento d’animo nello stato di agitazione allucinatoria.—8. Anomaliaincosciented’interno processo provocativo.—9. La provocazione e l’isterismo.—10. La provocazione neinevrastenici.—11. Psicologia dell’intenso dolore.1.—Lo stato passionale, che abbiamo detto esser causa di tendenza impulsiva al delitto, non dovea trascurarsi dal legislatore chiamato a proporzionare la responsabilità al grado della forza soggettiva dell’azione, diminuita da alcun motivo che ne abbia turbato il naturale funzionamento. È legge fondamentale dinamica, che a qualsiasi azione corrisponda uguale reazione; com’è istintiva nostra inclinazione di respingere l’offesa con l’offesa pel risentimento contro chiunque attenti al benessere personale od alteri l’economia psicofisica della vita. Da ciò la prima specie di giustizia repressiva affidata alla vendetta personale, ed il primo apparire di quella lotta pel diritto, la quale è guarentigia di conservazione della propria esistenza. Da ciò il dovere, nell’aggregato sociale, di limitare l’attività individuale con apposite prescrizioni, che, degradando la responsabilità dei malefici scusati dal turbamento della passione,sanciscano una pena col fine di impedire l’irrompere sconfinato degli istinti brutali della vendetta, e di ristabilire l’imperio del reciproco rispetto tra’ consociati.Il concetto della provocazione, com’è fermato dal nostro legislatore con l’art. 51 Codice penale, fa sì che noi ci rifacessimo alquanto indietro col ricordare quanto si disse circa la origine delle emozioni, massimamente di quelle dell’ira e dell’odio, e delle leggi dinamiche onde in noi si producono gli stati affettivi di coscienza e son cagione di atti esteriori contrarî al buon ordine sociale. Dobbiamo, primieramente, rammentare, che qual si sia specie di sensazione non è che cangiamento di movimento, il quale dal di fuori si trasforma nel nostro interno ed è indizio d’una forza che agisca in conflitto od in concorso con le altre forze esteriori.«La sensazione—scrive il Fouillée—non è un riflesso passivo della realtà: essa è la realtà medesima in travaglio e che senta il suo travaglio. Il tutto non avverrebbe affatto, nel mondo, al modo usato, se non vi avesse alcuna sensazione, ma solo dei movimenti non sentiti. Nella ipotesi che questi movimenti fossero stati sufficienti a produrre i medesimi effetti che oggi si producono, per preservare gli esseri organizzati contro le influenze distruttive del di fuori, per assicurar loro il vantaggio della lotta per la esistenza, le sensazioni, essendoinutili, non si sarebbero punto prodotte, ed i fenomeni meccanici non avrebbero provato il bisogno di aggiungersi questo estraneo epifenomeno»[145].Ilbisogno, che qui il Fouillée ricava da un ragionamento di logica conseguenza, non è che l’esponente della legge biologica di azione delle forze sulla materia organica, non che dell’altra di reazioni della materia organica sulle forze[146], nel senso, cioè, generale, che la forza incidente sul nostro organismo, mentre ne altera la precedente economia, deve essa stessa soggiacere ad una corrispondente differenziazione.2.—Il legislatore, attribuendo la ragion di scusa, della provocazione, al momento dell’impetopassionale di ira o di intenso dolore, suppone che il giudice non trascuri gli statiprecedenti affettivi dell’animo dell’agente; anzi vuole che egli debba farne minuta analisi per concludere, in singoli casi, se e fino a qual punto la passione abbia degradata la coscienza e la libertà degli atti, sì da richiedere che non si applichi la pena in tutta la estensione voluta dalla legge. L’uomo può esser considerato come un complesso di fenomeni, che tendono in una certa misura a sistematizzarsi: ciascuna sua parte fisica o morale tende ad organizzarsi per suo conto, e sovente questa organizzazione d’una parte si opera a spese d’un’altra parte (Paulhan). Il che, a ben considerare, è la fonte della nostra spontanea attività, che, a cominciare dal preservare l’economia organica, è immanente in tutti gli atti della esistenza e, mentre si appalesa nei fenomeni della vita interna ed esterna, acquista vigore dalla lotta con i perenni ostacoli che incontra. È accettabile, quindi, il concetto di coloro i quali nel fenomeno affettivo non scorgono che unatendenza arrestata, o, in altri termini, secondo il Paulhan, un’azione riflessa più o meno complicata, che non può riescire al termine verso il quale riescirebbe se la organizzazione de’ fenomeni fosse stata completa, se vi fosse armonia completa tra l’organismo o le sue parti e la loro combinazione di esistenza, se il sistema, formato a cagion dell’uomo dapprima e poscia a cagion dell’uomo e del mondo esteriore, fosse perfetto[147].3.—Dopo ciò, egli è a concludere, che il primo elemento ed il più importante della scusa sia l’atto ingiusto, che ebbe a disorganizzare l’equilibrio delle nostre facoltà, convertendosi in motivo di arresto di quel normale funzionamento psichico che è condizione imprescindibile del proprio benessere. Il quale atto, secondo che prescriveva l’abolito Codice sardo e ritengono gl’insegnamenti della dottrina, deve essere valutato in modo soggettivo al provocato; ondechè, al dire del Carrara, «purchè la non sia irragionevole del tutto e bestiale, anche la credulità erronea di aver patito un oltraggio, di avere ragione di temere imminenti percosse o danni nella persona, deve nei congrui termini valutarsi. Altrimenti si farebbe l’uomo responsabile della ignoranza delproprio intelletto, o di un errore involontario. Se, desto ad un rumore notturno, io veggo introdursi nelle mie stanze furtivamente un estraneo, e, credendolo un ladro od un assassino, esplodo un’arme contro di lui, non sarò io più scusabile se viene poscia a verificarsi che nè un ladro nè un assassino era colui, ma sibbene un infelice sonnambulo, oppure l’amante occulto della fantesca, che aveva sbagliato di camera?»[148].La giustizia o la ingiustizia dell’atto è in relazione ad un concetto variabile desunto dalla somma delle circostanze che lo occasionarono, ed in ragione al grado disensibilitàcon cui l’atto fu appreso dal soggetto passivo. Indi l’infrascritto cànone:il grado di efficacia del motivo provocatore è indicato dalla serie delle circostanze, le quali influirono ad aumentarne la ingiustizia e ad eccitare la sensibilità di chi ne risentì la influenza.Dal quale cànone dipendono i due seguenti corollarî: 1oil grado di efficacia del motivo provocatore s’innalza per le circostanze che meno scusano l’ingiustizia dell’atto e favoriscono la proclività a reagire;2odiminuisce per circostanze in contrario senso.La ingiustizia dell’atto e la sensibilità del soggetto, ecco i due termini i quali, componendosi in unico stato transitorio di coscienza, debbono servirci per concludere alla scusa di imputabilità in chi, reagendo, fu trasportato a commettere un maleficio. Il primo termine è appreso dal soggetto con rapido giudizio, che si estende a constatare la contraddizione tra l’operare altrui ed il proprio diritto al rispetto; la niuna necessità dell’offesa, la diminuita dignità personale, la costrizione a far ciò che non si avea in animo di fare. Elementi o modi, questi, d’un solo giudizio, che preoccupa l’attenzione ed, affievolendo ovvero ottenebrando ogni contrario fattore sentimentale ed ideale, assorbe tutta l’energia in uno sforzo reattivo, con l’oblio fin del pericolo cui si va incontro.4.—Per sensibilità intendiamo il potere di recettività o di passività del soggetto; ossia il grado di attitudine a ripercuotere in sè le impressioni con maggiore o minore tonalità sentimentale, colorito fantastico, senso affettivo.Parlando delle passioni in genere, notammo il tipo del delinquente impulsivo o d’impeto: per completare l’assunto, dobbiamo occuparci di talune forme anomale di sensibilità ricorrenti sì spesso in delitti che diconsi occasionati da precedente provocazione.Parleremo, in primo luogo, delleillusionie delleallucinazioni.—Non è raro il caso di assistere all’interrogatorio d’un imputato, il quale chieda al giudice la scusa di provocazione per fatti che la vittima nega e che nessun testimone ebbe agio di poter constatare. Se il chiesto beneficio non sia vano pretesto suggerito dall’astuzia o dall’interesse di ottenere una diminuzione di pena, potrebbe esser coonestato, in congrui casi, dalla ipotesi di illusione o di allucinazione. L’illusione è apparenza ingannatrice, errore dei sensi: essa potrebbe definirsil’alterata percezione d’un obbietto al quale si attribuiscono, per disturbo associativo o disordine funzionale dei sensi, qualità apparenti non rispondenti al vero e che siano il prodotto di ricordi mal tra loro organizzati, vivificati dalla immaginazione.È legge generale della percezione, che,mentre una parte di ciò che noi percepiamo viene dagli oggetti che ci stanno dinanzi, attraverso i nostri organi di senso, un’altra parte, ed è possibile sia la parte maggiore, proviene sempre(secondo la frase di Lazarus)dal nostro proprio cervello(James).Il materiale della esperienza e della coltura permane nei centri cerebrali con nesso logico di ricordi e di immagini organizzati insieme dall’unità funzionale dell’equilibrio psichico. Mettendosi gli organi di sensi in relazione col mondo esterno, noi apprendiamo gli oggetti con la esattezza rispondente, non che allarealtàobbiettiva, benanche allaveritàsoggettiva: rispecchiarne in noi il mondo esterno con visione non ingannatrice, e possiamo, con certezza di convincimento, dar giudizio sulla esistenza ed importanza di nozioni acquistate. Ma talora i ricordi, le immagini sono frammentarî; i nessi logici tra le idee sono deboli ed instabili, e sulla estensione della coscienza i pensieri fluttuano con correnti indeterminate, senza che tra esse l’attenzione abbia sufficiente forza per arrestarne il corso tumultuoso. È possibile, allora, che qualche ricordo sensorio-ideale prenda, di botto, il sopravento,stimolato da sensazione di oggetto esterno, ravvivato da interna impulsione, e che la coscienza, come sorpresa, si arresti nel suo oscillare: ne seguirà che all’occhio della mente si prospetti una visione che non è conforme a realtà, ma che pure s’impossessa di noi con tal forza da farcene risentire gli effetti fin nel fondo dell’animo. Crediamo di vedere quel che non è; e, ciò che maggiormente preme, l’inganno proietta, nella trama cerebrale, la sua influenza deleteria fino a travolgere il precedente ritmo psichico ed imprimere ai nostri atti inattesa direzione.Il fenomeno è molto più facile che avvenga tra idee emotive, appunto perchè le illusioni, fisiologiche o patologiche, si germinano in ambiente psichico preparato da antecedenti impulsioni rimaste abortite, da sentimenti repressi o soffocati, da sensazioni piacevoli o dolorose non completamente dileguate, da vivaci tendenze mal represse.Io so di un marito geloso, che giurava di aver scorto sulla guancia della moglie la impronta di un bacio a lei dato dal suo amante; di un altro marito che, osservando gli occhi di un figlio neonato, giurava che fossero celesti e somiglianti a quelli del sospettato drudo della moglie; mentre, senza dubbio, eran neri. So di un imputato che vide l’avversario in atto di slanciarsi contro di lui armata mano, mentre questi non si mosse dal posto ed aveva solo il pugno stretto pel risentimento di ingiurie contro lui pronunziate; di un altro imputato il quale diceva di aver visto nelle mani della moglie il ritratto dell’amante, di averlo proprio riconosciuto, mentre trattavasi, e fu dimostrato ad evidenza, di immagine di un santo!Riguardo ai motivi provocatori, vi sono illusioni meno considerevoli dal lato patologico di serî disturbi sensoriali, ma, peraltro, vieppiù importanti dal lato psicologico. Intendo parlare delle percezioni alterate per interne disposizioni di animo, massime provenienti da tonalità sentimentale o depressa o troppo eccitata; da qualche idea dominante nel processo associativo; da transitoria intermittenza di poteri riflessivi.L’oggetto, o l’atto percepito, atteggia e riverbera il modo di sentire e di pensare: senza accorgerci dell’errore, ne restiamo impressionati. Un avversario avrà sorriso con ariaindifferente? Noi vi scorgiamo il sogghigno dello scherno e ce ne adontiamo. Altri avrà pronunziato parole di consigli? Noi vi leggiamo, dal tono della voce e dal gesto, la intenzione di disistima e di offesa.Usualmente diciamo esser questiingannevoli errori: ma, chi ben guardi, si avvedrà che il difetto non è nell’intelletto, sibbene nei sensi; e che l’erroneo giudizio è dipendente da una illusione.5.—Affine alla illusione, ma con disturbo sensoriale più grave, è l’allucinazione. «L’allucinazione—scrive il Bianchi—è una percezione subbiettiva. Mentre nella illusione è l’obbietto mal percepito, perchè il soggetto ha fornito i connotati di cui è piena la sua coscienza, e che non appartenevano a quello, nell’allucinazione manca addirittura lo stimolo esterno, e la riproduzione è originaria, primitiva, dai centri sensoriali, di immagini che forse altra volta sono state formate e registrate nei rispettivi centri. Ovvero risultano da connotati forniti da diverse sensazioni in tempi diversi, ed associate ora in un’immagine concreta per la proprietà creatrice del cervello nelle stesse aree sensoriali, nelle quali sono formate e registrate le immagini per processo fisiologico, onde queste vengono risvegliate, per intrinseca attività degli elementi nervosi, e proiettate di fuori, o, come si suoi dire, obbiettivate»[149].In pratica sogliamo dire, che, dovendosi giudicare gli stati soggettivi, l’ipotetico equivalga al reale, e noi sopra abbiamo riportato il giudizio autorevole del Carrara per ciò che sia l’effetto di errore: tanto più varrà nella ipotesi di illusioni o di allucinazione.La psicologia allucinatoria, dopo gli studi classici di Brierre de Boismont, ha esteso il dominio in ampi confini, e si è resa dominante nella interpetrazione di fenomeni un tempo appartenenti alle credenze religiose e che ebbero tanto peso in avvenimenti storici di individui e di nazioni.La idea, il sentimento, lo abbiamo visto, hanno attività propria, anzi non sono che forme di attività cerebrale. Ilmateriale psichico, nell’attualità di formazioni, ha rapporto accidentale col mondo esterno: esso conserva le energie immagazzinate, le attitudini latenti atte ad insorgere e addivenire operanti, indipendentemente dalle eccitazioni sensoriali. Il lavorio scientifico speculativo, tutto giorno in progresso, il perfezionamento delle belle arti e gli innumeri atti di automatismo psicologico ci addimostrano, che il mondo dello spirito ha vita a sè, quantunque le ricchezze, di cui dispone, gli sian venute d’altronde e si aumentino o si alterino continuamente mercè l’opera dei sensi. In un opificio meccanico vi si osservano gli istrumenti pel lavoro geniale: essi vennero dal di fuori; ma gli operai, impossessatisene, se ne servono per loro conto senza che alcuno, all’esterno, ne abbia sentore. È così che si comprende l’allucinazione, fenomeno tutto interno, scevro dall’influsso del senso, senza riferenza con oggetti fuori dell’io; fatto psichico isolato o staccato dal nesso di continuità con la vita di relazione.L’analisi introspettiva ci fa consapevoli, che le immagini percepite si proiettano all’occhio della mente e, con moto incerto, prendono fisonomia conforme al nostro desiderio affettivo, alle condizioni passionali di tristezza, di gioia, di simpatia, di odio: ciò è per ciascuno la fonte di quel vagare della mente, or dolce, or doloroso; ora dubbio, or animato da sicurezza, or vinto da sconforto.La sensazione fissata, sotto forma di immagine, nella memoria, si ripresenta ed è causa di unavisione mentaleche, giusta la definizione di Ballet, «è quella facoltà che noi abbiamo di conservare, sotto forma di immagini, il ricordo più o meno indebolito delle nostre sensazioni visuali, e di riprodurre e ravvivare queste immagini sotto la influenza di diverse sollecitazioni, per associazione di idee»[150]. E lo stesso prosegue: «Questa facoltà esiste appo ciascun di noi. Ma essa è molto diversamente sviluppata. Mentre che alcune persone non conservano, degli obbietti, che un ricordo vago ed una immagine a contorni indecisi, altre ravvivano le loro immagini visuali con grande facilità; queste immagini hannopresso essi una chiarezza tale che l’oggetto immaginario ha quasi tutta la precisione dell’oggetto reale»[151].6.—Incontra spesso di osservare che, oltre alla visione mentale di immagini riprodotte, andiamo soggetti al fenomeno inteso col nome dilinguaggio interioreo diparola interiore, cioè di udizione mentale consistente nel risveglio delle sensazioni uditive percepite dal nostro cervello e ritenute sotto forma d’immagini, specialmente rappresentative di segni del linguaggio (Rivarol, Egger, Paulhan, Taine, Binet, Charma, Ballet, ecc.). La persona, la cui immagine ci si presenta, dev’essere già stata a contatto con noi per via di qualche atto che ci abbia lasciato nella memoria il ricordo impressionante di disgusto o di odio; com’è, ad esempio, per antipatia, contrarietà o dispetto. Mentrechè pel momento non ne abbiamo risentito che passeggera impressione, in corso di tempo la rappresentazione dell’atto può intensificarsi e convertirsi in visione allucinatoria accompagnata, financo, da sensazioni uditive del linguaggio dell’avversario. Se, per strana combinazione, dopo cotesto lavorio di autosuggestione, il creduto nemico s’incontra, basterà leggiero incidente perchè l’allucinazione, dianzi poco vivace, si accenda e scoppi con impeto tempestoso di ira.Altra volta, dopo la impressione, poniamo, di dispetto verso qualcuno a séguito di sufficiente motivo, lo stato di equilibrio di animo si affievolisce, la personalità si disgrega, si sdoppia; e noi avvertiamo che l’io si è messo in contrasto con sè medesimo, raddoppiandosi in una visione immaginaria persistente, in atteggiamento di aperta opposizione. L’io primitivo, sorretto dalla ragione, dalla forza persuasiva della educazione e dei principî di ordine, tenta e si ingegna di lottare contro l’io novello che più e più insorge e si ribella e contorna la persona dell’avversario con note repugnanti, ingigantisce l’atto da lui commesso, lo delinea con tinte oscure; risveglia, dai bassi fondi della vita animale, gli istinti sopiti della vendetta; fa sentire, con allucinazione uditiva, proprio la voce, il linguaggio offensivo dell’uomo che di già si odia;accende il fuoco dell’ira e, avuta la occasione propizia, ci spinge impetuosamente al delitto.Un esempio di questo sdoppiamento dell’io, con la visione di contrasto tra immaginarie energie simbolizzate nel demone e nella coscienza, lo abbiamo in un soliloquio di Lancilotto, nelMercante di Veneziadi Shakespeare.Certo è per me dover di coscienzaTormi al servizio di cotesto Ebreo:Il diavol mi sta al pelo; egli mi tentaE dice:gobbo—o gobbo Lancilotto,Buon Lancilotto—ovver:buon gobbo—od anco:Buon Lancilotto gobbo;su, ti spaccia,Dàlle a gambe, va via!—La coscienzaRisponde:bada bene, onesto gobbo,Onesto Lancilotto, bada bene;Od anche:Onesto Lancilotto gobbo,Com’io dicea pur or,non andar via,L’aiuto non cercar delle calecagne.E il dimon, più animoso, di rimbeccoM’ordina di sfrattar:Via!mi ripete:Vattene! per lo ciel!dice il dimonio:Ti decidi da forte, a dir ritornaMesser lo dimonio,e netta il campo.Allor si apprende del mio core al colloLa coscienza, e con gran senno:o mioOnesto amico, Lancilotto, aggiunge,Tu che figliuolo sei d’un uom dabbene:O meglio:d’una femmina dabbene—(Poichè a mio padre talor pizzicavaNon so ch’altro sapor, non so che gusto):La coscienza, dunque:Statti fermoDice; e il dimonio:Va;—No statti, l’altraReplica—[152].7.—Chi mi domandasse come debba estimarsi l’ultimo atto esecutivo dell’interno proposito criminoso di individuo in preda al sopradescritto stato di agitazione allucinatoria, risponderei: la legge intende minorare la responsabilità in proporzione della degradata coscienza e libertà di arbitrio; intende calcolare, tra’ criterî di imputabilità, di temibilità del reo, di ingiustizia dell’atto, lo stato di turbamento dianimo del prevenuto: se tutto questo trova applicazione nella specie dianzi esaminata, perchè non dev’essere accordato il beneficio della provocazione? Il giudice ricordi sempre l’infrascritto mònito del Romagnosi: «A parlar precisamente, l’uomo non è mosso più o meno ad agire a misura dellarealtàdell’utile, cioè di quello, che le sue cagioni reali prese in sè stesse e combinate colla natura e costituzione dell’uomo possono costantemente e veramente apportare di bene o di male; nè meno a proporzione che certi combinati rapporti fisico-morali possono specialmente apportare di utile aglialtrisuoi simili; nemmeno a proporzione che l’uomo stesso deliberante e delinquente lo conosce più o menochiaramente, o semplicemente se lo può ripromettere con maggiore o minorecertezza; ma bensì a proporzione, che la di lui idea solletica ed attrae con più o meno di forza la di lui sensibilità»[153].8.—Un’altra forma, più difficile a considerarsi, di anomalia di interno processo provocativo (mi si passi la frase) è quella che, di origine, o non, patologica, si elabora nel dominio dell’inconscio, al disotto della soglia della coscienza, tra attività ereditarie istintive. Di ciò abbiamo, sotto altri riguardi, parlato ripetutamele innanzi: crediamo, nonpertanto, ripeterne qui l’esame, con novelle applicazioni.Verificatosi il motivo, che abbia impressionata la nostra sensibilità, ne rimaniamo turbati: tosto ritorna la calma e, per seguite distrazioni, obliamo fin il ricordo di quanto sia avvenuto. Che anzi, qualche volta, ritornando, con la riflessione, sul risentimento provato, ce ne meravigliamo, sicuri di noi stessi, del potere inibitore onde disponiamo, della forza di resistenza a qualsivoglia, non dico reazione delittuosa, ma intemperanza di condotta. Frattanto, in corso di tempo, il motivo provocatore, nascostosi nel buio dell’inconscio, prende vigore a contatto di energie rimaste in perenne stato di potenzialità: non avendo forza sufficiente di venire a galla sulla superficie del piano visivo, rimane involuto in una specie di vita embrionale. Ma—quando meno vi pensiamo—qualche circostanza accidentale ferma, di sorpresa, l’attenzione sull’insorgere d’una preoccupazione che, apparendo tra reminiscenze del passato, fa sì che si squarci il velo del mistero e ci si mostri la idea ridestata dellaoffesaobliata. L’animo è preso da fremito; e noi rimaniamo vinti, scorati sotto l’incubo opprimente di sentimenti e di triste incertezza. Contro questo stato doloroso, affannoso si spuntano le armi della ragione; par che all’apparire del mostro, rimasto infino a quel momento nascosto nella tenebra, ogni buona intenzione sia messa in fuga. Occorrendo favorevoli circostanze di ritornare a contatto con l’offensore, noi, mercè sforzi estremi, ci adoperiamo, col trattarlo ed esagerare la di lui vicinanza, di sfidare quasi noi medesimi a mostrarci superiori, vittoriosi di fronte all’eccitamento emozionale del ricordo doloroso. Però, senza avvedercene, così operando, aggiungiamo esca al fuoco: ad un dato istante, allorchè, per accidentalità, la vigile nostra resistenza riflessiva si indebolisca, la marea monta rapidamente, eccitata da impreveduto pretesto; la tempesta rugge dal fondo e la nostra volontà è travolta da impeto infrenabile di collera. Se, in conseguenza di ciò, si verifica un delitto, non è improbabile che il giudice, riandando sui precedenti del fatto e notando, dall’apparenza degli avvenimenti, un presunto stato di calma del prevenuto, la insufficienza di motivo ultimo dell’azione, concluda per l’aggravante della premeditazione! E tuttodì simili ingiustizie si deplorano, coonestate da niente altro che dalla ignoranza di fenomeni per quanto strani, altrettanto conformi all’umana natura.9.—Trattando della specie e del grado di sensibilità, misura di attenuazione d’imputabilità in dipendenza di atti provocativi, non dobbiamo trasandare d’intrattenerci a parlare dello stato di emotività di chi sia affetto daisterismoo danevrastenia, due forme cliniche morbose altrettanto comuni ai nostri dì, quanto trascurate nelle aule giudiziarie.Consiste l’isteria in unostato costituzionale abnormedel cervello, che si appalesa in tutte le funzioni, lemotorie, lesensitive, lepsichiche(Borri). In chi ne sia affetto, i disturbi della sensibilità e della emotività sono polimorfi: evvi irruenza o apatia nella vita di relazione; percezione reattiva sproporzionata agli stimoli; esaltamento della fantasia; suggestibilità irresistibile; predominio dell’automatismo; vivace rappresentazionee mutabilità di carattere sui minimi toni della sentimentalità; strani orientamenti della coscienza; saltuaria associazione tra le idee più dissimili; fissità di idee fino alla ossessione; insorgenza di prepotenti atti istintivi per effetto del più lieve motivo autosuggestionante (Laségue, Esquirol, Janet, Pitres, Dally, Bianchi ed altri). La gioia ed il dolore, la calma e la tempesta, la simpatia e l’antipatia, l’ira e la quiete sono nella isterica gli eccessi opposti in cui si polarizza la vita dello spirito; epperò sono i tanti segni che debbono metterci in guardia al momento di dover giudicare su azioni commesse in conseguenza di stati cotanto anomali. Bene spesso siamo ingannati dalle apparenze, ondechè qualifichiamo per generosi atti ispirati al più profondo egoismo, ed in cui non evvi di vero che la teatralità, la quale, per la isterica, giunge fino all’architettura dei più fantasiosi progetti. La menzogna, l’inganno sono l’armi onde questa si avvale per lo sfogo di odi mal repressi, di preordinati propositi di vendetta: il sentimento non si limita a muover ed ispirare le comuni disposizioni dell’animo, i varî umori, ma invece si esalta e degenera in un vero moto passionale, iperestesia psichica (Krafft-Ebing).La sovraeccitabilità morbosa delle isteriche ci autorizza a ritenere in esse estrema suscettibilità ad esaltarsi per qualsiasi motivo di provocazione, massime, poi, allorchè questo appartenga alla sfera dell’affettività erotica, e quindi concorra a suscitare la gelosia, il dispetto, l’ansia del contrasto, la disperazione d’un abbandono. L’azione suggestiva, resa incoercibile pel fascino della immaginazione, molto facilmente, in casi trascurabili, da corpo alle ombre, finisce di scompigliare il labile equilibrio psichico, e l’ira è l’effetto di delirio persecutorio, con scatti od irruzione di estrema violenza.In processi penali i più complicati, in sensazionali dibattimenti il giudice, e massimamente il giurato, non sa rendersi ragione di delitti atroci per fugaci motivi, che non meritano neanche l’onore di esser presi in considerazione: l’accusata o non sa difendersi, chiusa nel cupo dolore della sventura in cui sia precipitata, o esagera talmente in addurre le sue ragioni da non esser creduta e, quasi sempre, da ingenerare biechi sospetti di malizia, simulazione o dissimulazioni inesistenti.Quando il difensore, in vista di analoghi casi, si sforzerà di chiedere la scusa della provocazione, sia pure per motivi futili, ma che, per lo stato abnorme psichico della isterica, furon causa di sì gravi effetti disorganizzatori della coscienza e di profondi turbamenti nel dominio dell’affettività, l’accusatore, se non è all’altezza scientifica del suo ministero, comincerà a sillogizzare sulla sproporzionalità della causa con l’effetto, per indurne il convincimento che, riuscendo financo strano, nella specie, che un omicidio fosse commesso per sì lieve motivo, altrettanto più strano sarebbe lo ammettere che all’accusata competa il beneficio della provocazione!Fino a che, si ricordi, dalle aule della giustizia non siano banditi gli astratti aforismi sillogistici, e non sarà sostituita, in quella vece, la temperanza che viene dallarelativitàdelle nostre convinzioni, l’errore troverà la via di penetrare nella mente del giudice e di sconvolgere i più santi principî della equità e del vero!Tra’ criterî misuratori della scusa della provocazione il Carrara voleva quello desunto dall’intervallopiù o meno lungo interceduto fra la offesa e la reazione; appunto perchè, secondo il detto scrittore ed altri della scuola classica, gli affetti non valgono a costituire scusa, se non in quanto abbiano, tra gli altri, il carattere di un’azionerapidae dentro certi limiti breve,veemente, che vinca la ordinaria calma della ragione.Noi conveniamo, in genere, ad ammettere gli enunciati criterî, ma guai, nella pratica, ad accordar loro autorità assoluta! L’elasso del tempo può dar luogo alla calma, dopo che l’animo sia stato turbato da motivo qualunque di offesa; ma, nè è raro che avvenga, può essere ancora cagione per cui il risentimento si intensifichi e scoppî in impeto susseguente di ira; la qual cosa s’incontra di solito nelle isteriche ed in chiunque non goda la piena integrità delle facoltà sensitive ed emotive.10.—Dopo di aver accennato allo stato di sensibilità ed emotività delle isteriche, rispetto alle conseguenze di scusa della provocazione, diremo deinevrastenici.La nevrastenia, questo stato nevropatico, che ai nostri giorni ripercuote i suoi effetti in sì larga misura su tutte le classi sociali e che è l’esponente così dell’esaurimento dellospirito in lotta con sè stesso, come dello sperpero inadeguato di energia per le necessità dell’esistenza, è da poco tempo che dallo studio del psichiatra è passato allo studio del psicologo-giurista, e ciò pel fine di illuminare il giudice in continui dubbî e difficoltà ingenerati in lui allorchè si trova a dover sentenziare sul grado di imputabilità di infelici talora reputati ingiustamente i più proclivi artefici di delitti, sol perchè meno adatti ad avvalersi dei mezzi di freno suggeriti dalla società civile. Avendo per fondo degenerativo unadebolezza irritabile del sistema nervoso(Krafft-Ebing), la nevrastenia va distinta dai seguenti caratteri psichici: atonia generale, con alterazione funzionale del senso cenestetico; passività della coscienza a qual si sia stimolazione esterna o interna; abbassamento dei poteri discriminatori con relativa ripercussione nei processi associativi; affettività tumultuosa, violenta; intermittenza di coscienza in periodi transitori; avventatezza nelle azioni; imprevidenza dell’avvenire; veemente insorgenza di idee fisse, che assediano l’animo, e ne turbano il ritmo dell’equilibrio; proclività alle passioni impetuose, massime all’ira, alla vendetta; sovraeccitazione, commozione che possono giungere al grado di scompigli deliranti. Specialmente la forma eretistica comprende, al dir del Bianchi, individui spesso abbastanza evoluti nella sfera dei sentimenti e dell’intelligenza, ma che sotto i più leggieri stimoli si sovraeccitano, si commuovono, esagerano nei giudizî e nelle azioni sulle quali non possono esercitare il debito controllo, con sperpero mutile di energia; sono violenti, impulsivi, si allarmano per nulla e precipitano le cose[154].11.—Fu lodevole pensiero del nostro legislatore di aggiungere alla vecchia nozione della provocazione, ristretta al turbamento dell’ira, benanco la ipotesi di minorata responsabilità in conseguenza d’impeto d’intenso dolore.Discorremmo della cenestesi del criminale e dei concomitanti somatici del dolore: per completarne la conoscenza dobbiamo penetrare più addentro nell’anima del delinquente e veder come, esso dolore, si germini e si confonda con l’attivitàdell’energia criminosa, e si addensi e preoccupi di sè le più ascose ed intime parti del cuore.Lo vedete quell’uomo che, ricco per fortunata posizione sociale, rispettato ovunque, traeva, non è guari, vita tranquilla e felice, abbellita dalla pace domestica, lusingata da fulgide speranze nell’avvenire? Egli ora è cogitabondo, è stanco, abbattuto; poco ama il conversare, punto si diletta delle comodità onde dispone: talora inclinato a mestizia, il più delle volte concentrato in cupi pensieri, preoccupato da un mistero che ei si adopera di tener chiuso in sè, geloso che se ne indovini l’esistenza. Se egli opera, se ei conversa, l’acuto osservatore indovina in lui il turbamento, l’indecisione, il timido balenare del pensiero: la fede nell’avvenire è scossa; la mente, ad intervalli, si abbuia, e l’uomo, che poco prima parea oggetto d’invidia, è reso segno di curiosa attenzione del pubblico, di diffidenti riguardi da parte degli intimi. Nell’animo di lui è penetrato dapprima il sospetto, poscia il convincimento di tradimento della fede coniugale, in addietro fonte di beatitudine tranquilla, di fervido lavoro, di sacrificî pazienti. In lui ha preso imperio il dolore, il quale, per essere più intimo, è altrettanto più mesto, più sconsolante: non trovando sfogo nelle affettuose confidenze, si concentra ed assedia l’animo e ne estingue qualunque risorsa di sollievo.Incerto sui rimedî a tanto male, l’infelice non sa che straziare sè medesimo; ansioso che da sè si allontani l’amaro calice costretto a sorbire goccia a goccia, non sente più amore alla vita trasmutatasi in teatro di amarezze: premuroso di conservare il bene sommo dell’esistenza, l’onore, sente ribollire nel cuore la passione dell’odio, dell’ira contro chi fu causa volontaria della grave offesa: sull’orlo del baratro scavatosi sotto i suoi piedi, egli non teme d’altro che di non soddisfare al dovere impostogli di vendicare l’oltraggio sopportato, di ristabilire, quand’anche col delitto, il suo equilibrio morale sconvolto dall’onta del talamo violato. L’idea fissa—scrive Bourget—produce sul nostro cuore il medesimo effetto che un punto brillante ed immobile sui nostri occhi; ella ipnotizza l’essere dominato e circoscrive la sua sensibilità ad un cerchio affatto piccolo di sensazioni.Così, lo sventurato coniuge tradito, vittima di intenso dolore, o agitato da tutte le furie; dalla gelosia, che lo richiama alla perduta dolcezza dei godimenti dell’amore e gli incute repugnanza per chi sprezzava la sua felicità nel darsi alle voglie altrui; dal pensiero del disonore cagionato alla persona, al cognome, ai figli, ai parenti; dal convincimento di un male irrimediabile, non colmandosi il vuoto scavato dal disonore se non col ricorrere al mezzo estremo della vendetta!Il descritto esempio è tra i tanti di dolori intensi per motivi intimi; ma altri vi sono, che si convertono in cause di delitti e si scusano, oltre che dalla legge, per comune sentimento di pietà, di compatimento dei tristi destini inseparabili dalla misera vita umana.La emozione comune agli stati, alternanti o continui dell’intenso dolore, è latristezza, il cui tratto caratteristico fisiologico e della fisonomia è l’azione paralizzante ch’ella esercita sui muscoli volontarî (Lange).Ella o è negativa o positiva: nella prima forma invade e riempie di sè l’animo, abbattendolo e privandolo fin della speranza di rimedio; l’energia personale si abbassa al disotto del livello di reazione istintiva; è disseccata la fonte del desiderio, del volere; è ottenebrato l’orizzonte del pensiero; annichilito lo spirito, chiusa la via alla speranza; prostrata benanco la forza di protestare o di chieder l’altrui compianto. L’uomo è distrutto, poichè a lui venne meno ogni puntello all’esistenza, ed è noto a tutti, che la vita è sorretta da illusioni, da fede, da ideali; guai a chi se ne spogli e crea a sè d’intorno il vuoto; misero chi, per disavventura, siasi ridotto in condizione cotanto abbietta!Ma la tristezza può essere attiva (seconda forma); quel che, di solito, incontra nel secondo stadio di forte dolore morale. L’uomo comincia, poco a poco, col riattivare i motivi d’interesse alla vita; con sforzi di autosuggestione ricupera la fede in sè, e negli altri; l’orizzonte del pensiero si spiana, il volere è pronto, impaziente d’indugi. Molti—osservatori poco accorti—facilmente scambiano questo stadio, dirò così, accomodativo dell’intimo dolore d’un’offesa, con la calma generata dal convincimento e dall’assuefazione, nella vittima,di deporre il risentimento e sopportare, anche in avvenire, con rassegnazione l’onta patita o direttamente o indirettamente. La calma apparente può nascondere, al disotto, il furore tempestoso dell’anima di Otello, ovvero la riflessione cupa, inflessibile, aspettante l’opportunità della vendetta, siccome in Amleto; ma il dolore continua a dominare, e, quando altri meno sel creda, irrompe furente alla vendetta, con meraviglia di chi credette, per l’apparente calma, quetata la tempesta, la quale, all’incontro, tenendosi nascosta nel fondo dell’animo, avea bisogno di nuovo soffio di vento per scoppiare e travolgere ogni cosa!II.Legittima difesa e stato di necessità.1. Carattere dilegittimitào digiustizia, dinecessitàe diattualitànella discriminante della legittima difesa.—2. Stadio fisio-psicologico del meccanismo della difesa dell’uomo: coefficienti fisici, intellettivi e morali.—3. Valutazione deltimorequal fondamentonaturaledella legalità dell’offesa.—4. Psicologia del timore; esquilibrio psichico; coefficienti secondarî della necessità di difesa.—5. Sistema seguito dal nostro Codice.—6. Delimitazione della legittima difesa.—7. Legittima difesa in persona degli altri.—8. Dello stato dinecessità; suo contenuto giuridico e logico.—9. Teoria dei giureconsulti romani.—10. Differenza tra lo stato di necessità e la legittima difesa.—11. Estremi dello stato di necessità.—12. Lagravezzae laimminenzadel pericolo.—13. L’accidentalitàe lainevitabilitàdel pericolo.—14. Lo stato di necessità per la salvezza deglialtri.1.—A completamento di alcune forme giuridiche di psicologia criminale, tratteremo della legittima difesa e dello stato di necessità. Ciò facendo, prescinderemo dalle nozioni puramente di diritto, estranee alla materia di questo libro.Parlando della legittima difesa, altrove[155]scrivevamo le seguenti osservazioni, le quali, ricordate dopo circa dieci anni, servono quale nuovo argomento onde convincere il lettoredel come fosse costante in noi la persuasione, che l’unico ed efficace indirizzo positivo in materia criminale fosse quello non difforme dai principî scientifici dellascuola dinamica, e che a torto i cultori di antropologia e di sociologia criminale han voluto allontanarsene, allora quando ponevano a sostegno delle loro teorie o l’esclusivo elemento somatico dell’individuo, ovvero la influenza assoluta delle necessità sociali.Quasi tutti gli scrittori avvisano nella difesa il carattere dilegittimitào digiustizia; dinecessitàe diattualità. È legittimo tutto quello che non è fatto contro la legge, anzi per respingere un attacco antigiuridico: ciò che più non avviene quando si è cagione prima del male che poscia si respinge col danno altrui. La necessità è inerente al pericolo imminente del male minacciato; è imposta dalla eccezionale condizione di non essere alcuno più in grado di far ricorso alla tutela delle leggi, ma di doversi avvalere della forza privata, dell’opera individuale. L’attualità, poi, contiene l’obbligo di far cessare il diritto di reazione tostochè sia cessata l’azione. Il carattere di legittimità è valutabile obbiettivamente, alla base di qualche prescrizione legale, che, determinando l’indole permessa o vietata dei nostri atti, ci apprende altresì il modo di estimarla. Ma il carattere di necessità e di attualità sono da considerarsi soggettivamente ed in relazione, non solo alle circostanze speciali che accompagnarono la violenza, o l’attacco, e la offesa o reazione, ma altresì in relazione all’indole dell’offeso e dell’offensore ed allo stato peculiare di animo che determinò l’offeso a reagire.Con questo metodo, risalendo alla natura intima e primitiva dell’uomo, si avrà che la discriminante della legittima difesa, piuttosto che poggiare sul godimento di un diritto o l’adempimento d’un dovere, e sulla necessità d’obbedire ad una coazione, sia il risultato spontaneo di una legge dinamica, la quale è costante; presiede a qualunque umana operazione, individuale o collettiva, e si effettua nellaprevalenza dell’energia di conservazione dell’essere, in collisione con altre energie che ne vorrebbero distruggere la natura sostanziale ovvero ostacolarne il perfezionamento. La lotta di esistenza o di conservazione, che costituisce la naturale dimostrazione dellavitadinamicadegli esseri animati, quando vogliasi riguardare nelle relazioni tra gli individui, si converte in prevalenza di energia di conservazione; appunto perchè, come fu da noi accennato, gli esseri individui, e l’uomo segnatamente, sono il prodotto di qualche speciale energia che, per natura propria ond’è differenziata dalle rimanenti, ottiene il sopravvento nella lotta di continua produzione e trasformazione degli esseri, ed impronta di sè la nuova apparizione fenomenica risultatane. L’uomo che, aggredito, si difende, non ha, certamente, il tempo di pensare al diritto o al dovere che gli compete, ovvero di misurare lo stato di coazione in cui versa: in lui l’istinto della conservazione rimugghia potente dall’intimo del cuore, e la reazione è il compimento di un moto meccanico che spontaneamente insorge e si esplica.Chi ne desideri la prova palese, riguardi a quei nostri movimenti automatici ed incoscienti alla presenza di qualche fatto che all’improvviso e, quasi sempre per caso, minacci il nostro benessere: la mano corre rapida ad allontanare un oggetto che era per riversarsi addosso; l’occhio, pel movimento delle palpebre, è difeso dal pericolo di contatto offensivo con oggetti esterni; la repugnanza dell’olfatto per alcuni cibi vi dice, che questi mal si confanno ai nostri bisogni di nutrizione e di benessere. In questi moti istintivi è la sede della reazione di offesa per respingere la ingiusta violenza, la quale ne minaccia di pericolo; e la ragione per cui appo tutti i popoli e tutte le legislazioni non si dubitò mai dell’origine naturale del moderarne d’incolpata tutela, quantunque discrepanti applicazioni se ne facciano in pratica.2.—Senonchè, il meccanismo della difesa dell’uomo, per la facoltà di razionalità in lui, quantunque cominci da moto spontaneo, si compie in moti riflessi: alla semplice impulsività iniziale della violenza attuale si aggiungono svariati coefficienti, che conviene classificare in tre ordini; in fisici, intellettivi e morali. Sono fisici tutti quei coefficienti che, dipendendo dalla presenza di un dolore o dall’assenza di un piacere goduto, determinano lo stato psichico conveniente alla scelta del mezzo dell’offesa in preferenza del ricorso alla guarentigia dell’autorità o della legge. È tanto forte la proclività, nello stato di dolore, all’offesa, chequalche volta siamo indotti a respingere, nostro malgrado, colui che, cagionandoci un dolore passeggiero, intende procurarci il risanamento da qualche morbosa affezione fisica. I bruti, che, meglio di noi, sentono la forza degli istinti puramente fisiologici, respingono l’azione dolorosa con reazione altrettanto potente che subitanea.Sono coefficienti intellettivi quelli che si connettono allarelazionedegli eventi, o precedenti o concomitanti o successivi: cioè a dire, che fanno dipendere la prevalenza di una data disposizione dal concorso simultaneo di efficacia psichica di tutte leidee, che abbiano nesso con l’evento verificatosi della violenza e con quello da verificarsi della reazione per respingerla. Sono coefficienti morali quelli che si riferiscono ai sentimenti od alle passioni, le quali preparano o accompagnano il conflitto criminoso dell’attacco e della difesa. Tutti questi coefficienti possono riassumersi in un concetto ed in un sentimento; il concetto dipericoloe quello ditimore.Il pericolo o è fisico, e produce la costrizione di allontanare una causa disorganizzatrice del nostro benessere fisiologico; o intellettivo, ed è la sintesi di tutte le idee che sono il frutto della istruzione ed educazione, non che delle prescrizioni legali ed etiche e della misura o proporzione tra il danno, che si cerca di evitare e quello che ne deriverà dall’appigliarci, con preferenza, all’uso della forza privata, e non al mezzo della legge o dell’autorità competente. Il pericolo, in fine, se è morale, si muta in sentimento ditimore, il quale consiste in un turbamento psichico, ovvero in un disordine di facoltà con aumento delle energie istintive di conservazione e diminuzione di energia delle attitudini acquisite e delle cause che loro si riferiscono.Nel contrasto di tendenze, ogni energia istintiva piglia il sopravvento; la cagione è perchè le facoltà da noi acquistate o, meglio, sviluppate, per lo stato sociale, presuppongono, perchè abbiano peso, la condizione di ordine giuridico; la quale condizione, laddove sparisca con la eccezionale evenienza di non poterci avvalere della protezione delle leggi, mena seco l’indebolimento o la sparizione del potere dei motivi che ci contengono ad agire nei limiti della legalità edel rispetto dell’altrui diritto. Chi fino a questo punto ci ha seguito, nell’analisi della teorica dinamica in materia criminale, intenderà facilmente, che lo stato di necessaria difesa sia il contrapposto dello stato di delinquenza punibile. Pel delinquente evvi prevalenza di energia criminosa con scelta, più o meno cosciente, di mezzi adatti al fine di dar corso all’efficacia del motivo, il quale si è convertito in iscopo; per chi legittimamente si difende, la prevalenza di energia è per una azione di ordine ovvero di ristabilimento dell’equilibrio, naturale e civile, contro cui è dirizzata la violenza dell’aggressore. Se, dunque, vi sono delle leggi che puniscono il primo, perchè non vi deve altresì essere una legge che assolva il secondo?3.—Parlandosi del timore, fondamentonaturaledi legalità della reazione, alcuni ne vollero, come pel pericolo, formolare un precetto esclusivo, il quale si adottasse quasi regola logica e costante. Si disse, quindi, che siffatto precetto fosse deducibile dalla natura del danno, che ci vien minacciato; dalla gravezza ed inevitabilità dello stesso, e dalla specie dei mezzi di che facciamo o potevamo far uso, nel respingerlo. Il Carrara, per esempio, scrive[156], che, perchè al timore si accordi questo potente effetto di rendere legittimo un atto violatore dei diritti altrui e materialmente contrario alla legge, è in tutti i casi necessario per regolaassoluta, che nel male minacciato si trovino questi tre requisiti: 1oingiustizia, 2ogravità, 3oinevitabilità. E, parlando del requisito di inevitabilità, aggiunge: «Certamente, se al male, che ci minaccia, potevamo sottrarcialtrimentiche col violare la legge, la violazione deve rimanere punibile; perchè l’arbitrio dell’agente non era più ristretto fra la scelta di due mali ugualmente gravi; e la legge dell’ordine poteva essere osservata, purchè egli eleggesse il mezzo innocente col quale avrebbe evitato e il danno proprio e l’altrui. Sottrarsialtrimentidal male, che ci è minacciato, si può o con previsionianteriori, o con provvedimentisuccessivi, o con ripariconcomitanti. Perciò lainevitabilitànel pericolo, che indusse adagire o reagire, si desume datrecriterî distinti: 1oche siaimprovviso; 2oche siapresente; 3oche siaassoluto»[157]. Ecco un ragionamento il quale pecca di eccesso: perchè, quando anche si giunga a definire il significato di ciascuno dei tre distinti criterî, non si arriverà mai a precisare, nella indefinita serie dei fatti, la ipotesi in cui o l’uno o l’altro, o tutti insieme, abbiano a riscontrarsi. Il Berner[158], partendo dalla necessità di proteggere un diritto aggredito, che vuol mantenersi contro un assalto ingiusto ed attuale, conclude molto piùlogicamente, che «non è necessario che lo assalto siaimpreveduto, nè che il diritto difeso sia irreparabile. Se si mantiene la legittima difesa nel suo concetto semplice, che il diritto, cioè, non deve piegare davanti una ingiustizia, risulta evidente che essa è applicabile anche per un diritto risarcibile». Esagerando in sistemi restrittivi, si giunge a creare delle norme troppo astratte ed arbitrarie, le quali, se accontentano lo scienziato, non possono a meno che essere dannose pel giudice, che, non della imputabilità, ma della imputazione è chiamato a decidere, ed ha l’obbligo di tenere presenti tutte le circostanze le quali accompagnano il fatto e ne modificano l’indole; lo attenuano o lo aggravano.4.—L’errore degli scrittori, che posero a fondamento della legittima difesa la teorica dellacoazione, è nell’avere trasformata la nozione del timore da idea soggettiva e relativa in criterio imprescindibile ed obbiettivo. Indi si adottarono dei concetti digravezzae diassolutezzanon sempre congrui alla realtà delle cose, anzi il più delle volte troppo ipotetici. Il timore, causa morale dell’azione difensiva, non è a staccarsi dalle altre cause fisiche ed intellettive che determinano la scelta e l’uso della forza privata e non della forza pubblica e delle leggi. Fino a che il pericolo è puramente fisico, non sarà difficile il ricorrere a mezzi legali, reprimendo l’atto della istintiva reazione; parimente avviene nel pericolo dall’aspetto intellettivo, perchè vi è l’agio di rafforzarsi nell’intenzionedi non reagire pel concorso opportuno di tutte le idee che sono la fonte del diritto e del dovere; ma non è più così pel pericolo addivenuto timore, perchè in questo caso l’equilibrio morale o è indebolito o distrutto. Tornerà chiaro quanto qui è detto se si esaminano alcuni esempî. Tizio è minacciato da Caio per azione involontaria o colposa. Il pericolo per Tizio è già fisico, perchè qualche cosa si è realizzata, la quale mette in dubbio l’animo sulla conservazione della nostra integrità corporale; eppure Tizio sarà facile che non reagisca.La ragione è perchè egli sa con certezza, che il fatto delittuoso non dovrà ripetersi; epperò non richiede che sia antivenuto o prontamente represso. E del pari: Tizio minaccia Caio di morte; questi, se la esecuzione della minaccia non è immediata, non crederà dì reagire usando della propria forza, perchè riflette alla opportunità di aver comodo a mettersi in condizione, nell’avvenire, di non cadere vittima dell’avversario, e di prendersi la giusta vendetta, che a lui competa, dal soccorso punitivo della legge. Ma non è lo stesso quando il pericolo fisico, vincendo ogni freno intellettivo, si converte in sentimento di timore e giunge ad impossessarsi del nostro animo. Il turbamento, che ne segue, distrugge in pochi istanti l’opera faticosa di buona e lunga educazione, di virtù ereditarie di rispetto della legge; fa scomparire o attenua la forza proveniente dal convincimento di incorrere in possibile responsabilità, dovendosi un giorno dar conto del proprio operato sebbene non delittuoso.Sapere, però, comprendere l’intimo nesso tra le energie psicofisiche, e vederne poscia lo stato di turbamento, è solo contemplare in apparenza il problema psicologico del moderarne d’incolpata tutela. La maggiore difficoltà è quando ci facciamo a studiare la relazione disorganizzatrice tra l’energia del motivo, causa del pericolo, trasformata in sentimento di timore ossia in causa di esquilibrio (perchè non coerente alla nostra abituale natura), e le facoltà psicofisiche armonizzate ad unità razionale e tendenti alla conservazione dell’ordine giuridico, il quale rispecchia esternamente il nostro ordine interno. È d’ogni stato di squilibrio affettivo l’indebolimento o l’obliterazione della coscienza; ond’è che neppure dal lato meramente morale, o soggettivo, l’azionecriminosa commessa nel descritto stato avrebbe sufficiente e plausibile argomento di responsabilità penale.La legge di necessità,necessaria difesa, è la legge dominante dell’azione reattiva: essa, comechè non sia tutta meccanica, come nei fenomeni puramente automatici, obbedisce alla dinamica di conservazione e si proporziona istintivamente all’energia di tendenza protettiva della integrità personale. Lo stato psichico qui descritto è il normale per chi reagisce spinto dalla necessità di difendersi; è lo stato, cioè, di chi si appiglia all’uso della forza privata perchè veramente ed assolutamente non è in grado di ricorrere all’ausilio della legge. Ma, bene spesso, l’azione è il risultato di un concorso di parecchi altri fattori che mette bene di esaminare. Il primo e più ordinario fattore è quello divendetta.Il timore abbatte l’animo, il sentimento di vendetta lo rialza, e la passività prodotta dalla sorpresa dell’attacco è vinta dalla rinata attività di reazione, che di automatica addiviene cosciente. A questo punto, dal fondo della coscienza si desta un secondo fattore, l’idea del diritto proprio in correlazione col dovere dell’avversario; il diritto al rispetto, il dovere, in altri, di non rompere l’ordine imposto dalla legge e dalla necessità della vita sociale. In pari tempo si affaccia alla mente una serie di idee, le quali per lo innanzi non facevano avvertire la loro presenza; idee di tutti i doveri da noi adempiti per conservarci il rispetto alla conservazione; idee delle conseguenze dannose, morali e materiali, che ne deriverebbero, se l’atto illecito non fosse represso: al che si aggiunge un certo istinto, per quanto domato dal progresso e dalla civiltà dell’uomo, altrettanto potente (laddove non ricorrano le ordinarie condizioni della vita giuridica) a sentirci trascinati alla distruzione del simile per blandizia di preminenza, sia pure di forza bruta, contro chiunque osi esserci di contrasto. Il diritto della forza, condannato dalla morale, represso dal mònito della legge, rinasce potente, in tutto il vigore brutale, ogni qualvolta la morale e la legge perdono l’imperio: l’individuo si sostituisce alla società, e nel momento supremo della lotta tra la propria esistenza, protetta dal convincimento del diritto, e l’operare altrui in contraddizione deldovere, la scelta non è dubbia, poichè la conservazione dell’essere, oltrechè spontanea, è frutto di abituale riflessione e di adattamento al consorzio sociale cui apparteniamo.5.—Pel nostro Codice la legittima difesa è limitata allapersona, cioè, come si espresse il Zanardelli, alla vita, all’integrità personale ed al pudore, non aibeni; salvochè la violenza ai medesimi vada unita ad un attacco alla persona. Il § 53 Cod. pen. tedesco, da cui l’art. 49 del nostro Codice penale è tolto, prescrive che «necessaria difesa è quella che è richiesta per respingere da sè o da un altro un’aggressione attuale ed ingiusta». E gli scrittori interpetrano, secondo il Berner[159], che, essendo il fondamento della legittima difesa la protezione del diritto, ella si estende non solo alla difesa del corpo, della vita, della proprietà e dell’onore, ma anche dei diritti famigliari (adulterio), della libertà, del pegno, di una servitù, ecc.6.—Questa teorica, com’è detto, non è accettata dal nostro legislatore.Il Zanardelli, commentando l’art. 357 del suo progetto ultimo[160], così ne significava le ragioni: «Si è dubitato se la giustificazione per l’omicidio e per la lesione personale, universalmente ammessa quando si tratta di difendere a persona, debba ammettersi anche nel caso in cui si tratti di difendere la proprietà. I nostri progetti di codice hanno costantemente respinta, come esorbitante, la teoria accolta da alcuni scrittori ed in qualche codice, secondo la quale si ammetterebbe che, anche al solo fine di salvare la roba, sia sempre legittima l’uccisione del ladro. «La proprietà (scriveva il Nicolini) è cosa sì lieve a fronte dell’onore e della vita, che sarebbe avvilir troppo questi beni sovrani dando a quella i privilegi medesimi; per essa vi è sempre tempo di implorare i giudizî. Che se è violenza, sempre inescusabile,quoties quis id quod sibi debetur non per judicem reposcit(L. 7, D. XLVIII, 7, ad leg. Iul.de vi privata), molto più dev’esserlo quando in vendetta della proprietà violata sitrascorre a’ corrucci ed al sangue»[161]. Ma, se l’attentato alla proprietà abbia tali caratteri, o avvenga in tali circostanze da presentarsi quasi inseparabile dall’attentato alla vita o alla sicurezza personale del proprietario, allora ogni ritegno deve cessare verso i ladri e gli aggressori; e chi è posto in pericolo ha diritto di respingere l’aggressione con tutti i mezzi che a questo effetto siano necessarî. Per tali considerazioni, e limitatamente ai delitti di omicidio e di lesione personale, la giustificazione della legittima difesa, di cui è proposito nell’art. 50, num. 2 (del Progetto), viene estesa alla necessità di difendersi contro gli autori di violenti attentati alla proprietà, come sarebbe nel caso di furto violento o di saccheggio, o quando si respingano i ladri, che scalano o scassano la casa in tempo di notte, o quando, avvenendo ciò in tempo di giorno, la casa sia posta in luogo isolato».7.—La legittima difesa non è soltanto ammessa per respingere da sè una violenza attuale ed ingiusta, ma ancora per respingerla da altri. Chi desiderasse apprendere la ragione vera ed ascosa di questo precetto, che è sanzionato ben anco dalla morale, dovrebbe risalire a due nozioni essenzialissime del progresso dell’umanità; la prima, che le medesime leggi, le quali regolano la natura individuale dell’uomo, ne regolano la collettiva; la seconda, che il diritto, mediante lo stato sociale o l’integrazione graduale della nostra personalità, si è venuto universalizzando nel suo contenuto di relazione e di imperio. L’individuo, unendosi ai suoi simili, non pure rendesi partecipe dei diritti da lui estimati essenziali e costanti della vita, ma di tutti gli altri onde accidentalmente egli potrebb’essere in facoltà di servirsi: quindi è che la famiglia sociale, mentre è un tutto composto di svariate parti, ciascuna delle quali ha diritti e fini proprî, è parimente unità organica stretta da vincoli di necessità di esistenza, e da bisogni sviluppatisi tra i suoi membri per legge di reciproca convivenza. L’amore, la simpatia tra gli uomini, tutti i sentimenti altruisti, quantunque abbiano lalontana fonte nell’egoismo, sono, allo stato di civiltà, così spontanei ed imprescindibili che, per essere messi in atto, non esigono sforzo, ma sono rivelazione del carattere di espansività della nostra vita affettiva e del fine del progresso di avvicinare i due poli estremi della sociale esistenza, quello dell’individuo e quello della umanità.Qualunque idea o legge, teoricamente riconosciuta e fermata, ha dovuto, in precedenza, essere da noi scorta quale condizione permanente di un singolo essere o fenomeno; il carattere di universalità è dato dall’astrazione, la quale col considerare i fenomeni individuali si solleva alla serie di verità generali, la cui assolutezza è causa del convincimento e della certezza, che è in noi, quando ci facciamo a giudicare od operare guidati dal lume di nozioni già acquistate. La religione, divinizzando questo principio, fa che tutti dobbiamo considerarci figli d’un solo padre: ognuno sente di non essere nato per vivere isolato o per sè solo, ma di compartecipare al benessere dei simili; poichè l’eccitamento delle tendenze altruiste e la voce della coscienza morale e giuridica ci richiamano al dovere di considerare negli altri noi stessi, e di fare per i medesimi quello che per noi avremmo voluto che fosse fatto. «Il quale, a dir vero, come osserva il Nicolini, non è che il principio ben inteso della conservazione di noi stessi. Imperocchè non vi ha mezzo di esistere, non che di essere educati e giungere all’estrema vecchiezza; non vi ha sicurtà di poter soddisfare alle necessità, alle utilità, ai comodi ed anche ai piaceri della vita, senza concorso di altri. Che se natural cosa è il volgerci altrui per aiuto in qualunque nostro bisogno, natura ci comanda di non esser lenti ad accorrere quando altri ci invoca. Qual’è quell’uomo che in un incendio, in una ruina, in un naufragio o in un assalto repentino, che da qualche fiera, o da uomo peggior di fiera ei sostiene; chi è che pronta non desideri una mano soccorrevole? Ed egli poscia, invocato nel bisogno altrui, si mostrerà restìo, benchè col suo pericolo, ad accorrere? Disse già quel grande interpetre di ogni sentimento umano e della ragione:chi ne ricusa il peso, rinunzia al benefizio[162]. Ma chi può fartal rinunzia senza perire? È dunque un tal peso inerente alla natura dell’uomo, e condizione necessaria della sua esistenza»[163].8.—Ci resta ora a dire alcun che dellostato di necessità[164]. Il suo contenuto giuridico è in un conflitto tra il proprio e l’altrui diritto a motivo di evento fortuito o di accidenti naturali; il fondamento logico è nell’imperio assoluto ed ineluttabile della legge di necessità. La lotta che si impegna tra la forza uomo e le altre forze della natura; tra il diritto personale e quello dei consociati, è cagione, talfiata, di collisione di interessi, la quale giunge fino al punto di persuaderci ad agire a detrimento altrui, senzachè fossimo animati da sentimento di odio o da vendetta verso la vittima.9.—Il diritto romano derivava la irresponsabilità dal riguardo di preferenza di un bene maggiore rispetto ad uno minore; epperò Labeone scrive: Se l’impeto dei venti spinse una nave nelle gomene dell’ancora di un’altra, ed i nocchieri hanno tagliate le gomene, non competerebbe verun’azione, qualora non si avesse potuto liberarsi in altro modo che col tagliare le funi. Lo stesso Labeone e Procolo pensarono, che ciò si dovesse applicare anche al caso delle reti de’ pescatori, nelle quali avesse urtata la nave. Certamente, se ciò avvenne per colpa dei nocchieri, avrà luogo l’azione della legge Aquilia[165]. Ed Ulpiano aggiunge, che quegli che, per salvare le proprie merci, ha gittato in mare le altrui, non è tenuto per veruna azione. Ma, se ciò avesse fatto senza giusto motivo, sarebbe tenuto per l’azione del fatto (in factum); se con dolo, per quella del dolo[166].La ragione discriminatrice di responsabilità era da Gelso, secondochè Ulpiano riferisce[167], ammessa in considerazione dijustus metus; ciò che è qualche cosa di più della semplice considerazione di entità materiale di un bene in paragone di un altro. Ad uguali risultati arrivarono il diritto canonico e gli antichi giureconsulti.10.—Secondo il legislatore italiano, dobbiamo, in primo luogo, distinguere lo stato di necessità dalla legittima difesa; in quanto che la difesa legittima è diretta a respingere la violenza altrui, cioè a dire un’aggressione, laddove nello stato di necessità il conflitto tra il proprio e l’altrui diritto è creato da un evento fortuito o da accidenti naturali. Nella quale distinzione è solo indicato il lato oggettivo della giustificazione, di cui ci occupiamo; il che riscontrasi appo tutti coloro i quali si sforzarono di non dipartirsi, nell’assegnare il fondamento giuridico dello stato di necessità, da formole contenenti, con maggiore o minore esattezza, il conflitto tra due beni in lotta, ed il dovere di sacrificare il minore per conservare quello di entità maggiore.Se fosse così, come da molti è ritenuto, si confonderebbe il caso di giustificazione di inimputabilità penale, con quello di irresponsabilità civile; potendo avvenire, che lanecessità, anche in caso di infrangimento di diritto risarcibile civilmente, escluda l’azione di responsabilità, salvo che non si ravvisi nel fatto qualche traccia di colpa da parte dell’agente, relativa all’avvenimento fortuito di cui si deplorano le conseguenze dannose. La essenza propria della discriminante dello stato di necessità parmi che debba cogliersi nell’estremo delpericolo grave ed imminente; ch’è a dire, in uno stato tale di animo da rendere dubbio quel concorso di coscienza e di libertà di atti, che pel nostro legislatore è il primo requisito di qualunque fatto imputabile penalmente. Ed è troppo noto, che vi sono degli stati di coscienza nei quali l’intelligenza e l’attività dell’uomo si arrestano, o per manco di sviluppo o per causa accidentale, e l’azione, che ne deriva, deve rapportarsi piuttosto all’azione meramentemeccanica del motivo iniziale, esterno o interno che sia, che all’azione riflessa della nostra mente.11.—Gli estremi dello stato di necessità sono:a) unpericolo grave ed imminente alla persona;b) l’accidentalità e l’inevitabilitàdi tale pericolo;c)la necessità di salvare sè od altri.Il contenuto reale è sempre unpericolo, il quale esternamente si converte in unbenecontro cui è rivolto l’evento fortuito, e soggettivamente in uno stato digiusto timore. La necessità è termine medio tra il bene minacciato ed il timore suscitatosi nell’animo dell’agente; termine medio che sorge quando innanzi alla mente dell’individuo sia preclusa qualunque via di salvezza, meno quella di sacrificare l’altrui diritto; e quando, perciò, la coscienza di scelta di mezzi all’operare è obliterata, o distrutta, dall’esquilibrio psichico causato per l’imminenza del pericolo cui si è di fronte. Ed il legislatore, col fine di rendere meno equivoci gli esposti concetti, ha limitato l’evento del pericolo allapersona, con significato restrittivo che noi facciamo voto sia serbato dalla giureprudenza, acciò non si esageri in arbitrarie ipotesi.12.—Il pericolo dev’esseregrave ed imminente: donde trarremo le regole per giustamente estimarlo? Il Codice tace, ed è logico; perchè anche qui, come per la legittima difesa, versiamo in apprezzamenti del tutto soggettivi. La gravezza e la imminenza non sono caratteri permanenti, ma transitorî; la loro influenza sulla nostra attività è regolata da una serie indefinita di circostanze che torna impossibile esaminare singolarmente.13.—Il pericolo dev’essereaccidentale(«al quale non avea dato volontariamente causa») einevitabile(«che non si poteva altrimenti evitare»). È accidentale il pericolo che non potè essere previsto, ed al quale non si è concorso in guisa veruna. Che se il pericolo fosse l’effetto di qualche nostro fatto volontario, non saremmo più nel diritto di invocare la giustificazione della necessità, dovendo sopportare le conseguenze del proprio inconsulto operato. Dev’essere anche inevitabile, ch’è a dire, non poteasi altrimenti sfuggire che col produrre un nocumento altrui. L’obbligo, a siffatto riguardo, imposto dalla legge è molto più stretto che non per la legittimadifesa. Chi è aggredito ingiustamente, oltre ad avere il diritto di respingere la violenza pel fine di garentirsi dalla offesa minacciata, ha il dovere di opporsi a che altri infranga quell’ordine giuridico che è cardine del consorzio civile, e che limita l’azione di ciascuno al punto di non permettere che si violi la sicurezza altrui. Ma chi, necessitato, sacrifica il bene di un altro al bene proprio, non si propone che un solo scopo, quello della sua conservazione; ogni motivo diverso, invece di accrescere in lui il diritto di respingere il pericolo, ne attenua il carattere di giustizia e rende eccessivo e punibile l’atto eseguito. Quindi si comprende come lanecessità della salvezza, ultimo requisito che accompagnar deve il pericolo, non sia giustificabile le quante volte l’agente abbia fatto prevalere qualche altro motivo che non sia l’esclusivo ed ineluttabile di sottrarsi dalla imminente minaccia di grave danno: dico qualche altro motivo, intendendo di parlare di qualunque coefficiente che, senza essere l’unica determinante dell’azione, vi ha però influito in grado apprezzabile, rendendo, per avventura, necessario ciò che poteva non esser tale. Non è difficile riscontrare dei casi in cui il nostro concetto apparisca chiaro. Ammettasi, ad esempio, che l’incendio si appicchi ad un teatro; e che gli spettatori si accalchino alle porte per mettersi in salvo. Un infelice casca per terra e, calpestato, è in evidente pericolo di morte. Se altri, senza badargli, gli è sopra e gli è cagione di grave lesione, sarà responsabile dell’operato?—ovvero dovrà rispondere in parte del danno, di cui fu l’autore? La risposta equa sarà data dal considerare se tutto quello, che è avvenuto, eranecessariamenteoccorrente per la salvezza di chi ha cagionata la lesione all’infelice caduto; che, se chi si è all’impazzata precipitato alla porta di uscita, senza badare che altri ne soffrisse danno, poteva ancora indugiare ma non lo ha voluto pelmotivo, poniamo, o di uscir subito di teatro o di recarsi a chiamar gente che accorresse a spegnere il fuoco, o per ogni altra ragione, la quale non sia propriamente quella di mettersi in salvo, egli risponderà, della lesione cagionata, in proporzione della importanza del motivo secondario in comparazione al principale ed impellente di procurarsi, a qualunque costo, la salvezza.«E più particolarmente—scrive il Conti—non vi ha necessità quando non sia legittimo il motivo che indusse l’agente alla violazione del diritto altrui, quando, cioè, il minacciato non agisca pel principio della conservazione giuridica. Non vi è necessità, se la rinuncia al bene proprio sarebbe stata giusta e naturale, secondo le idee ed i sentimenti della comune dei cittadini onesti in dato Stato e in data civiltà. Non vi è necessità, se non vi è lotta fra due diritti preesistenti, senza che per questo si fondi l’eccezione dello stato di necessità sulla teorica della collisione e sulla prevalenza, in ogni caso, del diritto maggiore al minore. Ma, certo, il concetto di necessità va basato specialmente sul criterio, inapprezzabilea priori, dellaproporzionefra i beni tolti ed i beni salvati. Ed esclusa così assolutamente la necessità, resta il fatto delittuoso passibile di pena ordinaria; esclusa solo in parte, resta un fatto solo parzialmente illegittimo, e quindi passibile di pena diminuita. Se non vi ha necessità, non vi ha nè scusa, nè giustificazione; se vi ha tuttora necessità, ma per imprudenza od imprevidenza si diè causa al pericolo, lo si affrontò potendolo evitare, gli si contrappose un’azione sproporzionata, vi ha l’eccesso nello stato di necessità»[168].14.—Il legislatore estende alla salvezzadi altrila giustificante dello stato di necessità; strana, invero, ipotesi di scriminazione; sembrando esorbitante, al dire del Villa, fuori di ragione, che sia lecito sacrificare il diritto di taluno per beneficare un terzo qualsiasi. Checchè si opponga in contrario, noi ci avvisiamo che, estesa fino a questo punto la necessità, molto facilmente può dar luogo all’arbitrio; mancando, in atto, l’estremo vero della giustificazione, vale a dire iltimore, e riscontrandosi invece lacompassione, la quale, se pure è ragione di attenuare la responsabilità, non può esimere, senza che non si commetta ingiustizia, da pena chi, seguendone il consiglio, infranse la legge.Il magistrato, ricordando i principî sui quali noi abbiamo creduto di riporre la discriminante in parola, sarà oculatonell’apprezzare molto scrupolosamente i fatti, e nel ritenere, in casi molto eccezionali, la ipotesi di giustificazione per delitti commessi da chi invoca lo stato di necessità di un pericolo che altri correva. La carità, l’amore del prossimo non distinguono individuo da individuo se non pel riguardo di maggiore bisogno di ciascuno; il quale dettame suona ingiustizia allorchè il bisogno, non che essere giustificato da ragionevole opinione di torto o di ragione, è motivato da eventi fortuiti ed accidentali, a cui nessuno degli individui versanti in pericolo ha dato causa.
Di alcune forme giuridiche della psicologia criminale
I.
La provocazione.
1. Origine dinamica dello stato affettivo.—2. L’azione diarrestonei fenomeni affettivi.—3. Soggettività dell’atto provocativo.—4. Forme anomale di sensibilità nella scusa della provocazione; leillusioni.—5. Leallucinazioni.—6. Illinguaggio interiore; sdoppiamento dell’io, esempio d’un soliloquio di Lancilotto, nelMercante di Veneziadi Shakspeare.—7. Conseguenza giuridica del turbamento d’animo nello stato di agitazione allucinatoria.—8. Anomaliaincosciented’interno processo provocativo.—9. La provocazione e l’isterismo.—10. La provocazione neinevrastenici.—11. Psicologia dell’intenso dolore.
1.—Lo stato passionale, che abbiamo detto esser causa di tendenza impulsiva al delitto, non dovea trascurarsi dal legislatore chiamato a proporzionare la responsabilità al grado della forza soggettiva dell’azione, diminuita da alcun motivo che ne abbia turbato il naturale funzionamento. È legge fondamentale dinamica, che a qualsiasi azione corrisponda uguale reazione; com’è istintiva nostra inclinazione di respingere l’offesa con l’offesa pel risentimento contro chiunque attenti al benessere personale od alteri l’economia psicofisica della vita. Da ciò la prima specie di giustizia repressiva affidata alla vendetta personale, ed il primo apparire di quella lotta pel diritto, la quale è guarentigia di conservazione della propria esistenza. Da ciò il dovere, nell’aggregato sociale, di limitare l’attività individuale con apposite prescrizioni, che, degradando la responsabilità dei malefici scusati dal turbamento della passione,sanciscano una pena col fine di impedire l’irrompere sconfinato degli istinti brutali della vendetta, e di ristabilire l’imperio del reciproco rispetto tra’ consociati.
Il concetto della provocazione, com’è fermato dal nostro legislatore con l’art. 51 Codice penale, fa sì che noi ci rifacessimo alquanto indietro col ricordare quanto si disse circa la origine delle emozioni, massimamente di quelle dell’ira e dell’odio, e delle leggi dinamiche onde in noi si producono gli stati affettivi di coscienza e son cagione di atti esteriori contrarî al buon ordine sociale. Dobbiamo, primieramente, rammentare, che qual si sia specie di sensazione non è che cangiamento di movimento, il quale dal di fuori si trasforma nel nostro interno ed è indizio d’una forza che agisca in conflitto od in concorso con le altre forze esteriori.
«La sensazione—scrive il Fouillée—non è un riflesso passivo della realtà: essa è la realtà medesima in travaglio e che senta il suo travaglio. Il tutto non avverrebbe affatto, nel mondo, al modo usato, se non vi avesse alcuna sensazione, ma solo dei movimenti non sentiti. Nella ipotesi che questi movimenti fossero stati sufficienti a produrre i medesimi effetti che oggi si producono, per preservare gli esseri organizzati contro le influenze distruttive del di fuori, per assicurar loro il vantaggio della lotta per la esistenza, le sensazioni, essendoinutili, non si sarebbero punto prodotte, ed i fenomeni meccanici non avrebbero provato il bisogno di aggiungersi questo estraneo epifenomeno»[145].
Ilbisogno, che qui il Fouillée ricava da un ragionamento di logica conseguenza, non è che l’esponente della legge biologica di azione delle forze sulla materia organica, non che dell’altra di reazioni della materia organica sulle forze[146], nel senso, cioè, generale, che la forza incidente sul nostro organismo, mentre ne altera la precedente economia, deve essa stessa soggiacere ad una corrispondente differenziazione.
2.—Il legislatore, attribuendo la ragion di scusa, della provocazione, al momento dell’impetopassionale di ira o di intenso dolore, suppone che il giudice non trascuri gli statiprecedenti affettivi dell’animo dell’agente; anzi vuole che egli debba farne minuta analisi per concludere, in singoli casi, se e fino a qual punto la passione abbia degradata la coscienza e la libertà degli atti, sì da richiedere che non si applichi la pena in tutta la estensione voluta dalla legge. L’uomo può esser considerato come un complesso di fenomeni, che tendono in una certa misura a sistematizzarsi: ciascuna sua parte fisica o morale tende ad organizzarsi per suo conto, e sovente questa organizzazione d’una parte si opera a spese d’un’altra parte (Paulhan). Il che, a ben considerare, è la fonte della nostra spontanea attività, che, a cominciare dal preservare l’economia organica, è immanente in tutti gli atti della esistenza e, mentre si appalesa nei fenomeni della vita interna ed esterna, acquista vigore dalla lotta con i perenni ostacoli che incontra. È accettabile, quindi, il concetto di coloro i quali nel fenomeno affettivo non scorgono che unatendenza arrestata, o, in altri termini, secondo il Paulhan, un’azione riflessa più o meno complicata, che non può riescire al termine verso il quale riescirebbe se la organizzazione de’ fenomeni fosse stata completa, se vi fosse armonia completa tra l’organismo o le sue parti e la loro combinazione di esistenza, se il sistema, formato a cagion dell’uomo dapprima e poscia a cagion dell’uomo e del mondo esteriore, fosse perfetto[147].
3.—Dopo ciò, egli è a concludere, che il primo elemento ed il più importante della scusa sia l’atto ingiusto, che ebbe a disorganizzare l’equilibrio delle nostre facoltà, convertendosi in motivo di arresto di quel normale funzionamento psichico che è condizione imprescindibile del proprio benessere. Il quale atto, secondo che prescriveva l’abolito Codice sardo e ritengono gl’insegnamenti della dottrina, deve essere valutato in modo soggettivo al provocato; ondechè, al dire del Carrara, «purchè la non sia irragionevole del tutto e bestiale, anche la credulità erronea di aver patito un oltraggio, di avere ragione di temere imminenti percosse o danni nella persona, deve nei congrui termini valutarsi. Altrimenti si farebbe l’uomo responsabile della ignoranza delproprio intelletto, o di un errore involontario. Se, desto ad un rumore notturno, io veggo introdursi nelle mie stanze furtivamente un estraneo, e, credendolo un ladro od un assassino, esplodo un’arme contro di lui, non sarò io più scusabile se viene poscia a verificarsi che nè un ladro nè un assassino era colui, ma sibbene un infelice sonnambulo, oppure l’amante occulto della fantesca, che aveva sbagliato di camera?»[148].
La giustizia o la ingiustizia dell’atto è in relazione ad un concetto variabile desunto dalla somma delle circostanze che lo occasionarono, ed in ragione al grado disensibilitàcon cui l’atto fu appreso dal soggetto passivo. Indi l’infrascritto cànone:il grado di efficacia del motivo provocatore è indicato dalla serie delle circostanze, le quali influirono ad aumentarne la ingiustizia e ad eccitare la sensibilità di chi ne risentì la influenza.
Dal quale cànone dipendono i due seguenti corollarî: 1oil grado di efficacia del motivo provocatore s’innalza per le circostanze che meno scusano l’ingiustizia dell’atto e favoriscono la proclività a reagire;2odiminuisce per circostanze in contrario senso.
La ingiustizia dell’atto e la sensibilità del soggetto, ecco i due termini i quali, componendosi in unico stato transitorio di coscienza, debbono servirci per concludere alla scusa di imputabilità in chi, reagendo, fu trasportato a commettere un maleficio. Il primo termine è appreso dal soggetto con rapido giudizio, che si estende a constatare la contraddizione tra l’operare altrui ed il proprio diritto al rispetto; la niuna necessità dell’offesa, la diminuita dignità personale, la costrizione a far ciò che non si avea in animo di fare. Elementi o modi, questi, d’un solo giudizio, che preoccupa l’attenzione ed, affievolendo ovvero ottenebrando ogni contrario fattore sentimentale ed ideale, assorbe tutta l’energia in uno sforzo reattivo, con l’oblio fin del pericolo cui si va incontro.
4.—Per sensibilità intendiamo il potere di recettività o di passività del soggetto; ossia il grado di attitudine a ripercuotere in sè le impressioni con maggiore o minore tonalità sentimentale, colorito fantastico, senso affettivo.
Parlando delle passioni in genere, notammo il tipo del delinquente impulsivo o d’impeto: per completare l’assunto, dobbiamo occuparci di talune forme anomale di sensibilità ricorrenti sì spesso in delitti che diconsi occasionati da precedente provocazione.
Parleremo, in primo luogo, delleillusionie delleallucinazioni.—Non è raro il caso di assistere all’interrogatorio d’un imputato, il quale chieda al giudice la scusa di provocazione per fatti che la vittima nega e che nessun testimone ebbe agio di poter constatare. Se il chiesto beneficio non sia vano pretesto suggerito dall’astuzia o dall’interesse di ottenere una diminuzione di pena, potrebbe esser coonestato, in congrui casi, dalla ipotesi di illusione o di allucinazione. L’illusione è apparenza ingannatrice, errore dei sensi: essa potrebbe definirsil’alterata percezione d’un obbietto al quale si attribuiscono, per disturbo associativo o disordine funzionale dei sensi, qualità apparenti non rispondenti al vero e che siano il prodotto di ricordi mal tra loro organizzati, vivificati dalla immaginazione.
È legge generale della percezione, che,mentre una parte di ciò che noi percepiamo viene dagli oggetti che ci stanno dinanzi, attraverso i nostri organi di senso, un’altra parte, ed è possibile sia la parte maggiore, proviene sempre(secondo la frase di Lazarus)dal nostro proprio cervello(James).
Il materiale della esperienza e della coltura permane nei centri cerebrali con nesso logico di ricordi e di immagini organizzati insieme dall’unità funzionale dell’equilibrio psichico. Mettendosi gli organi di sensi in relazione col mondo esterno, noi apprendiamo gli oggetti con la esattezza rispondente, non che allarealtàobbiettiva, benanche allaveritàsoggettiva: rispecchiarne in noi il mondo esterno con visione non ingannatrice, e possiamo, con certezza di convincimento, dar giudizio sulla esistenza ed importanza di nozioni acquistate. Ma talora i ricordi, le immagini sono frammentarî; i nessi logici tra le idee sono deboli ed instabili, e sulla estensione della coscienza i pensieri fluttuano con correnti indeterminate, senza che tra esse l’attenzione abbia sufficiente forza per arrestarne il corso tumultuoso. È possibile, allora, che qualche ricordo sensorio-ideale prenda, di botto, il sopravento,stimolato da sensazione di oggetto esterno, ravvivato da interna impulsione, e che la coscienza, come sorpresa, si arresti nel suo oscillare: ne seguirà che all’occhio della mente si prospetti una visione che non è conforme a realtà, ma che pure s’impossessa di noi con tal forza da farcene risentire gli effetti fin nel fondo dell’animo. Crediamo di vedere quel che non è; e, ciò che maggiormente preme, l’inganno proietta, nella trama cerebrale, la sua influenza deleteria fino a travolgere il precedente ritmo psichico ed imprimere ai nostri atti inattesa direzione.
Il fenomeno è molto più facile che avvenga tra idee emotive, appunto perchè le illusioni, fisiologiche o patologiche, si germinano in ambiente psichico preparato da antecedenti impulsioni rimaste abortite, da sentimenti repressi o soffocati, da sensazioni piacevoli o dolorose non completamente dileguate, da vivaci tendenze mal represse.
Io so di un marito geloso, che giurava di aver scorto sulla guancia della moglie la impronta di un bacio a lei dato dal suo amante; di un altro marito che, osservando gli occhi di un figlio neonato, giurava che fossero celesti e somiglianti a quelli del sospettato drudo della moglie; mentre, senza dubbio, eran neri. So di un imputato che vide l’avversario in atto di slanciarsi contro di lui armata mano, mentre questi non si mosse dal posto ed aveva solo il pugno stretto pel risentimento di ingiurie contro lui pronunziate; di un altro imputato il quale diceva di aver visto nelle mani della moglie il ritratto dell’amante, di averlo proprio riconosciuto, mentre trattavasi, e fu dimostrato ad evidenza, di immagine di un santo!
Riguardo ai motivi provocatori, vi sono illusioni meno considerevoli dal lato patologico di serî disturbi sensoriali, ma, peraltro, vieppiù importanti dal lato psicologico. Intendo parlare delle percezioni alterate per interne disposizioni di animo, massime provenienti da tonalità sentimentale o depressa o troppo eccitata; da qualche idea dominante nel processo associativo; da transitoria intermittenza di poteri riflessivi.
L’oggetto, o l’atto percepito, atteggia e riverbera il modo di sentire e di pensare: senza accorgerci dell’errore, ne restiamo impressionati. Un avversario avrà sorriso con ariaindifferente? Noi vi scorgiamo il sogghigno dello scherno e ce ne adontiamo. Altri avrà pronunziato parole di consigli? Noi vi leggiamo, dal tono della voce e dal gesto, la intenzione di disistima e di offesa.
Usualmente diciamo esser questiingannevoli errori: ma, chi ben guardi, si avvedrà che il difetto non è nell’intelletto, sibbene nei sensi; e che l’erroneo giudizio è dipendente da una illusione.
5.—Affine alla illusione, ma con disturbo sensoriale più grave, è l’allucinazione. «L’allucinazione—scrive il Bianchi—è una percezione subbiettiva. Mentre nella illusione è l’obbietto mal percepito, perchè il soggetto ha fornito i connotati di cui è piena la sua coscienza, e che non appartenevano a quello, nell’allucinazione manca addirittura lo stimolo esterno, e la riproduzione è originaria, primitiva, dai centri sensoriali, di immagini che forse altra volta sono state formate e registrate nei rispettivi centri. Ovvero risultano da connotati forniti da diverse sensazioni in tempi diversi, ed associate ora in un’immagine concreta per la proprietà creatrice del cervello nelle stesse aree sensoriali, nelle quali sono formate e registrate le immagini per processo fisiologico, onde queste vengono risvegliate, per intrinseca attività degli elementi nervosi, e proiettate di fuori, o, come si suoi dire, obbiettivate»[149].
In pratica sogliamo dire, che, dovendosi giudicare gli stati soggettivi, l’ipotetico equivalga al reale, e noi sopra abbiamo riportato il giudizio autorevole del Carrara per ciò che sia l’effetto di errore: tanto più varrà nella ipotesi di illusioni o di allucinazione.
La psicologia allucinatoria, dopo gli studi classici di Brierre de Boismont, ha esteso il dominio in ampi confini, e si è resa dominante nella interpetrazione di fenomeni un tempo appartenenti alle credenze religiose e che ebbero tanto peso in avvenimenti storici di individui e di nazioni.
La idea, il sentimento, lo abbiamo visto, hanno attività propria, anzi non sono che forme di attività cerebrale. Ilmateriale psichico, nell’attualità di formazioni, ha rapporto accidentale col mondo esterno: esso conserva le energie immagazzinate, le attitudini latenti atte ad insorgere e addivenire operanti, indipendentemente dalle eccitazioni sensoriali. Il lavorio scientifico speculativo, tutto giorno in progresso, il perfezionamento delle belle arti e gli innumeri atti di automatismo psicologico ci addimostrano, che il mondo dello spirito ha vita a sè, quantunque le ricchezze, di cui dispone, gli sian venute d’altronde e si aumentino o si alterino continuamente mercè l’opera dei sensi. In un opificio meccanico vi si osservano gli istrumenti pel lavoro geniale: essi vennero dal di fuori; ma gli operai, impossessatisene, se ne servono per loro conto senza che alcuno, all’esterno, ne abbia sentore. È così che si comprende l’allucinazione, fenomeno tutto interno, scevro dall’influsso del senso, senza riferenza con oggetti fuori dell’io; fatto psichico isolato o staccato dal nesso di continuità con la vita di relazione.
L’analisi introspettiva ci fa consapevoli, che le immagini percepite si proiettano all’occhio della mente e, con moto incerto, prendono fisonomia conforme al nostro desiderio affettivo, alle condizioni passionali di tristezza, di gioia, di simpatia, di odio: ciò è per ciascuno la fonte di quel vagare della mente, or dolce, or doloroso; ora dubbio, or animato da sicurezza, or vinto da sconforto.
La sensazione fissata, sotto forma di immagine, nella memoria, si ripresenta ed è causa di unavisione mentaleche, giusta la definizione di Ballet, «è quella facoltà che noi abbiamo di conservare, sotto forma di immagini, il ricordo più o meno indebolito delle nostre sensazioni visuali, e di riprodurre e ravvivare queste immagini sotto la influenza di diverse sollecitazioni, per associazione di idee»[150]. E lo stesso prosegue: «Questa facoltà esiste appo ciascun di noi. Ma essa è molto diversamente sviluppata. Mentre che alcune persone non conservano, degli obbietti, che un ricordo vago ed una immagine a contorni indecisi, altre ravvivano le loro immagini visuali con grande facilità; queste immagini hannopresso essi una chiarezza tale che l’oggetto immaginario ha quasi tutta la precisione dell’oggetto reale»[151].
6.—Incontra spesso di osservare che, oltre alla visione mentale di immagini riprodotte, andiamo soggetti al fenomeno inteso col nome dilinguaggio interioreo diparola interiore, cioè di udizione mentale consistente nel risveglio delle sensazioni uditive percepite dal nostro cervello e ritenute sotto forma d’immagini, specialmente rappresentative di segni del linguaggio (Rivarol, Egger, Paulhan, Taine, Binet, Charma, Ballet, ecc.). La persona, la cui immagine ci si presenta, dev’essere già stata a contatto con noi per via di qualche atto che ci abbia lasciato nella memoria il ricordo impressionante di disgusto o di odio; com’è, ad esempio, per antipatia, contrarietà o dispetto. Mentrechè pel momento non ne abbiamo risentito che passeggera impressione, in corso di tempo la rappresentazione dell’atto può intensificarsi e convertirsi in visione allucinatoria accompagnata, financo, da sensazioni uditive del linguaggio dell’avversario. Se, per strana combinazione, dopo cotesto lavorio di autosuggestione, il creduto nemico s’incontra, basterà leggiero incidente perchè l’allucinazione, dianzi poco vivace, si accenda e scoppi con impeto tempestoso di ira.
Altra volta, dopo la impressione, poniamo, di dispetto verso qualcuno a séguito di sufficiente motivo, lo stato di equilibrio di animo si affievolisce, la personalità si disgrega, si sdoppia; e noi avvertiamo che l’io si è messo in contrasto con sè medesimo, raddoppiandosi in una visione immaginaria persistente, in atteggiamento di aperta opposizione. L’io primitivo, sorretto dalla ragione, dalla forza persuasiva della educazione e dei principî di ordine, tenta e si ingegna di lottare contro l’io novello che più e più insorge e si ribella e contorna la persona dell’avversario con note repugnanti, ingigantisce l’atto da lui commesso, lo delinea con tinte oscure; risveglia, dai bassi fondi della vita animale, gli istinti sopiti della vendetta; fa sentire, con allucinazione uditiva, proprio la voce, il linguaggio offensivo dell’uomo che di già si odia;accende il fuoco dell’ira e, avuta la occasione propizia, ci spinge impetuosamente al delitto.
Un esempio di questo sdoppiamento dell’io, con la visione di contrasto tra immaginarie energie simbolizzate nel demone e nella coscienza, lo abbiamo in un soliloquio di Lancilotto, nelMercante di Veneziadi Shakespeare.
Certo è per me dover di coscienzaTormi al servizio di cotesto Ebreo:Il diavol mi sta al pelo; egli mi tentaE dice:gobbo—o gobbo Lancilotto,Buon Lancilotto—ovver:buon gobbo—od anco:Buon Lancilotto gobbo;su, ti spaccia,Dàlle a gambe, va via!—La coscienzaRisponde:bada bene, onesto gobbo,Onesto Lancilotto, bada bene;Od anche:Onesto Lancilotto gobbo,Com’io dicea pur or,non andar via,L’aiuto non cercar delle calecagne.E il dimon, più animoso, di rimbeccoM’ordina di sfrattar:Via!mi ripete:Vattene! per lo ciel!dice il dimonio:Ti decidi da forte, a dir ritornaMesser lo dimonio,e netta il campo.Allor si apprende del mio core al colloLa coscienza, e con gran senno:o mioOnesto amico, Lancilotto, aggiunge,Tu che figliuolo sei d’un uom dabbene:O meglio:d’una femmina dabbene—(Poichè a mio padre talor pizzicavaNon so ch’altro sapor, non so che gusto):La coscienza, dunque:Statti fermoDice; e il dimonio:Va;—No statti, l’altraReplica—[152].
7.—Chi mi domandasse come debba estimarsi l’ultimo atto esecutivo dell’interno proposito criminoso di individuo in preda al sopradescritto stato di agitazione allucinatoria, risponderei: la legge intende minorare la responsabilità in proporzione della degradata coscienza e libertà di arbitrio; intende calcolare, tra’ criterî di imputabilità, di temibilità del reo, di ingiustizia dell’atto, lo stato di turbamento dianimo del prevenuto: se tutto questo trova applicazione nella specie dianzi esaminata, perchè non dev’essere accordato il beneficio della provocazione? Il giudice ricordi sempre l’infrascritto mònito del Romagnosi: «A parlar precisamente, l’uomo non è mosso più o meno ad agire a misura dellarealtàdell’utile, cioè di quello, che le sue cagioni reali prese in sè stesse e combinate colla natura e costituzione dell’uomo possono costantemente e veramente apportare di bene o di male; nè meno a proporzione che certi combinati rapporti fisico-morali possono specialmente apportare di utile aglialtrisuoi simili; nemmeno a proporzione che l’uomo stesso deliberante e delinquente lo conosce più o menochiaramente, o semplicemente se lo può ripromettere con maggiore o minorecertezza; ma bensì a proporzione, che la di lui idea solletica ed attrae con più o meno di forza la di lui sensibilità»[153].
8.—Un’altra forma, più difficile a considerarsi, di anomalia di interno processo provocativo (mi si passi la frase) è quella che, di origine, o non, patologica, si elabora nel dominio dell’inconscio, al disotto della soglia della coscienza, tra attività ereditarie istintive. Di ciò abbiamo, sotto altri riguardi, parlato ripetutamele innanzi: crediamo, nonpertanto, ripeterne qui l’esame, con novelle applicazioni.
Verificatosi il motivo, che abbia impressionata la nostra sensibilità, ne rimaniamo turbati: tosto ritorna la calma e, per seguite distrazioni, obliamo fin il ricordo di quanto sia avvenuto. Che anzi, qualche volta, ritornando, con la riflessione, sul risentimento provato, ce ne meravigliamo, sicuri di noi stessi, del potere inibitore onde disponiamo, della forza di resistenza a qualsivoglia, non dico reazione delittuosa, ma intemperanza di condotta. Frattanto, in corso di tempo, il motivo provocatore, nascostosi nel buio dell’inconscio, prende vigore a contatto di energie rimaste in perenne stato di potenzialità: non avendo forza sufficiente di venire a galla sulla superficie del piano visivo, rimane involuto in una specie di vita embrionale. Ma—quando meno vi pensiamo—qualche circostanza accidentale ferma, di sorpresa, l’attenzione sull’insorgere d’una preoccupazione che, apparendo tra reminiscenze del passato, fa sì che si squarci il velo del mistero e ci si mostri la idea ridestata dellaoffesaobliata. L’animo è preso da fremito; e noi rimaniamo vinti, scorati sotto l’incubo opprimente di sentimenti e di triste incertezza. Contro questo stato doloroso, affannoso si spuntano le armi della ragione; par che all’apparire del mostro, rimasto infino a quel momento nascosto nella tenebra, ogni buona intenzione sia messa in fuga. Occorrendo favorevoli circostanze di ritornare a contatto con l’offensore, noi, mercè sforzi estremi, ci adoperiamo, col trattarlo ed esagerare la di lui vicinanza, di sfidare quasi noi medesimi a mostrarci superiori, vittoriosi di fronte all’eccitamento emozionale del ricordo doloroso. Però, senza avvedercene, così operando, aggiungiamo esca al fuoco: ad un dato istante, allorchè, per accidentalità, la vigile nostra resistenza riflessiva si indebolisca, la marea monta rapidamente, eccitata da impreveduto pretesto; la tempesta rugge dal fondo e la nostra volontà è travolta da impeto infrenabile di collera. Se, in conseguenza di ciò, si verifica un delitto, non è improbabile che il giudice, riandando sui precedenti del fatto e notando, dall’apparenza degli avvenimenti, un presunto stato di calma del prevenuto, la insufficienza di motivo ultimo dell’azione, concluda per l’aggravante della premeditazione! E tuttodì simili ingiustizie si deplorano, coonestate da niente altro che dalla ignoranza di fenomeni per quanto strani, altrettanto conformi all’umana natura.
9.—Trattando della specie e del grado di sensibilità, misura di attenuazione d’imputabilità in dipendenza di atti provocativi, non dobbiamo trasandare d’intrattenerci a parlare dello stato di emotività di chi sia affetto daisterismoo danevrastenia, due forme cliniche morbose altrettanto comuni ai nostri dì, quanto trascurate nelle aule giudiziarie.
Consiste l’isteria in unostato costituzionale abnormedel cervello, che si appalesa in tutte le funzioni, lemotorie, lesensitive, lepsichiche(Borri). In chi ne sia affetto, i disturbi della sensibilità e della emotività sono polimorfi: evvi irruenza o apatia nella vita di relazione; percezione reattiva sproporzionata agli stimoli; esaltamento della fantasia; suggestibilità irresistibile; predominio dell’automatismo; vivace rappresentazionee mutabilità di carattere sui minimi toni della sentimentalità; strani orientamenti della coscienza; saltuaria associazione tra le idee più dissimili; fissità di idee fino alla ossessione; insorgenza di prepotenti atti istintivi per effetto del più lieve motivo autosuggestionante (Laségue, Esquirol, Janet, Pitres, Dally, Bianchi ed altri). La gioia ed il dolore, la calma e la tempesta, la simpatia e l’antipatia, l’ira e la quiete sono nella isterica gli eccessi opposti in cui si polarizza la vita dello spirito; epperò sono i tanti segni che debbono metterci in guardia al momento di dover giudicare su azioni commesse in conseguenza di stati cotanto anomali. Bene spesso siamo ingannati dalle apparenze, ondechè qualifichiamo per generosi atti ispirati al più profondo egoismo, ed in cui non evvi di vero che la teatralità, la quale, per la isterica, giunge fino all’architettura dei più fantasiosi progetti. La menzogna, l’inganno sono l’armi onde questa si avvale per lo sfogo di odi mal repressi, di preordinati propositi di vendetta: il sentimento non si limita a muover ed ispirare le comuni disposizioni dell’animo, i varî umori, ma invece si esalta e degenera in un vero moto passionale, iperestesia psichica (Krafft-Ebing).
La sovraeccitabilità morbosa delle isteriche ci autorizza a ritenere in esse estrema suscettibilità ad esaltarsi per qualsiasi motivo di provocazione, massime, poi, allorchè questo appartenga alla sfera dell’affettività erotica, e quindi concorra a suscitare la gelosia, il dispetto, l’ansia del contrasto, la disperazione d’un abbandono. L’azione suggestiva, resa incoercibile pel fascino della immaginazione, molto facilmente, in casi trascurabili, da corpo alle ombre, finisce di scompigliare il labile equilibrio psichico, e l’ira è l’effetto di delirio persecutorio, con scatti od irruzione di estrema violenza.
In processi penali i più complicati, in sensazionali dibattimenti il giudice, e massimamente il giurato, non sa rendersi ragione di delitti atroci per fugaci motivi, che non meritano neanche l’onore di esser presi in considerazione: l’accusata o non sa difendersi, chiusa nel cupo dolore della sventura in cui sia precipitata, o esagera talmente in addurre le sue ragioni da non esser creduta e, quasi sempre, da ingenerare biechi sospetti di malizia, simulazione o dissimulazioni inesistenti.
Quando il difensore, in vista di analoghi casi, si sforzerà di chiedere la scusa della provocazione, sia pure per motivi futili, ma che, per lo stato abnorme psichico della isterica, furon causa di sì gravi effetti disorganizzatori della coscienza e di profondi turbamenti nel dominio dell’affettività, l’accusatore, se non è all’altezza scientifica del suo ministero, comincerà a sillogizzare sulla sproporzionalità della causa con l’effetto, per indurne il convincimento che, riuscendo financo strano, nella specie, che un omicidio fosse commesso per sì lieve motivo, altrettanto più strano sarebbe lo ammettere che all’accusata competa il beneficio della provocazione!
Fino a che, si ricordi, dalle aule della giustizia non siano banditi gli astratti aforismi sillogistici, e non sarà sostituita, in quella vece, la temperanza che viene dallarelativitàdelle nostre convinzioni, l’errore troverà la via di penetrare nella mente del giudice e di sconvolgere i più santi principî della equità e del vero!
Tra’ criterî misuratori della scusa della provocazione il Carrara voleva quello desunto dall’intervallopiù o meno lungo interceduto fra la offesa e la reazione; appunto perchè, secondo il detto scrittore ed altri della scuola classica, gli affetti non valgono a costituire scusa, se non in quanto abbiano, tra gli altri, il carattere di un’azionerapidae dentro certi limiti breve,veemente, che vinca la ordinaria calma della ragione.
Noi conveniamo, in genere, ad ammettere gli enunciati criterî, ma guai, nella pratica, ad accordar loro autorità assoluta! L’elasso del tempo può dar luogo alla calma, dopo che l’animo sia stato turbato da motivo qualunque di offesa; ma, nè è raro che avvenga, può essere ancora cagione per cui il risentimento si intensifichi e scoppî in impeto susseguente di ira; la qual cosa s’incontra di solito nelle isteriche ed in chiunque non goda la piena integrità delle facoltà sensitive ed emotive.
10.—Dopo di aver accennato allo stato di sensibilità ed emotività delle isteriche, rispetto alle conseguenze di scusa della provocazione, diremo deinevrastenici.
La nevrastenia, questo stato nevropatico, che ai nostri giorni ripercuote i suoi effetti in sì larga misura su tutte le classi sociali e che è l’esponente così dell’esaurimento dellospirito in lotta con sè stesso, come dello sperpero inadeguato di energia per le necessità dell’esistenza, è da poco tempo che dallo studio del psichiatra è passato allo studio del psicologo-giurista, e ciò pel fine di illuminare il giudice in continui dubbî e difficoltà ingenerati in lui allorchè si trova a dover sentenziare sul grado di imputabilità di infelici talora reputati ingiustamente i più proclivi artefici di delitti, sol perchè meno adatti ad avvalersi dei mezzi di freno suggeriti dalla società civile. Avendo per fondo degenerativo unadebolezza irritabile del sistema nervoso(Krafft-Ebing), la nevrastenia va distinta dai seguenti caratteri psichici: atonia generale, con alterazione funzionale del senso cenestetico; passività della coscienza a qual si sia stimolazione esterna o interna; abbassamento dei poteri discriminatori con relativa ripercussione nei processi associativi; affettività tumultuosa, violenta; intermittenza di coscienza in periodi transitori; avventatezza nelle azioni; imprevidenza dell’avvenire; veemente insorgenza di idee fisse, che assediano l’animo, e ne turbano il ritmo dell’equilibrio; proclività alle passioni impetuose, massime all’ira, alla vendetta; sovraeccitazione, commozione che possono giungere al grado di scompigli deliranti. Specialmente la forma eretistica comprende, al dir del Bianchi, individui spesso abbastanza evoluti nella sfera dei sentimenti e dell’intelligenza, ma che sotto i più leggieri stimoli si sovraeccitano, si commuovono, esagerano nei giudizî e nelle azioni sulle quali non possono esercitare il debito controllo, con sperpero mutile di energia; sono violenti, impulsivi, si allarmano per nulla e precipitano le cose[154].
11.—Fu lodevole pensiero del nostro legislatore di aggiungere alla vecchia nozione della provocazione, ristretta al turbamento dell’ira, benanco la ipotesi di minorata responsabilità in conseguenza d’impeto d’intenso dolore.
Discorremmo della cenestesi del criminale e dei concomitanti somatici del dolore: per completarne la conoscenza dobbiamo penetrare più addentro nell’anima del delinquente e veder come, esso dolore, si germini e si confonda con l’attivitàdell’energia criminosa, e si addensi e preoccupi di sè le più ascose ed intime parti del cuore.
Lo vedete quell’uomo che, ricco per fortunata posizione sociale, rispettato ovunque, traeva, non è guari, vita tranquilla e felice, abbellita dalla pace domestica, lusingata da fulgide speranze nell’avvenire? Egli ora è cogitabondo, è stanco, abbattuto; poco ama il conversare, punto si diletta delle comodità onde dispone: talora inclinato a mestizia, il più delle volte concentrato in cupi pensieri, preoccupato da un mistero che ei si adopera di tener chiuso in sè, geloso che se ne indovini l’esistenza. Se egli opera, se ei conversa, l’acuto osservatore indovina in lui il turbamento, l’indecisione, il timido balenare del pensiero: la fede nell’avvenire è scossa; la mente, ad intervalli, si abbuia, e l’uomo, che poco prima parea oggetto d’invidia, è reso segno di curiosa attenzione del pubblico, di diffidenti riguardi da parte degli intimi. Nell’animo di lui è penetrato dapprima il sospetto, poscia il convincimento di tradimento della fede coniugale, in addietro fonte di beatitudine tranquilla, di fervido lavoro, di sacrificî pazienti. In lui ha preso imperio il dolore, il quale, per essere più intimo, è altrettanto più mesto, più sconsolante: non trovando sfogo nelle affettuose confidenze, si concentra ed assedia l’animo e ne estingue qualunque risorsa di sollievo.
Incerto sui rimedî a tanto male, l’infelice non sa che straziare sè medesimo; ansioso che da sè si allontani l’amaro calice costretto a sorbire goccia a goccia, non sente più amore alla vita trasmutatasi in teatro di amarezze: premuroso di conservare il bene sommo dell’esistenza, l’onore, sente ribollire nel cuore la passione dell’odio, dell’ira contro chi fu causa volontaria della grave offesa: sull’orlo del baratro scavatosi sotto i suoi piedi, egli non teme d’altro che di non soddisfare al dovere impostogli di vendicare l’oltraggio sopportato, di ristabilire, quand’anche col delitto, il suo equilibrio morale sconvolto dall’onta del talamo violato. L’idea fissa—scrive Bourget—produce sul nostro cuore il medesimo effetto che un punto brillante ed immobile sui nostri occhi; ella ipnotizza l’essere dominato e circoscrive la sua sensibilità ad un cerchio affatto piccolo di sensazioni.
Così, lo sventurato coniuge tradito, vittima di intenso dolore, o agitato da tutte le furie; dalla gelosia, che lo richiama alla perduta dolcezza dei godimenti dell’amore e gli incute repugnanza per chi sprezzava la sua felicità nel darsi alle voglie altrui; dal pensiero del disonore cagionato alla persona, al cognome, ai figli, ai parenti; dal convincimento di un male irrimediabile, non colmandosi il vuoto scavato dal disonore se non col ricorrere al mezzo estremo della vendetta!
Il descritto esempio è tra i tanti di dolori intensi per motivi intimi; ma altri vi sono, che si convertono in cause di delitti e si scusano, oltre che dalla legge, per comune sentimento di pietà, di compatimento dei tristi destini inseparabili dalla misera vita umana.
La emozione comune agli stati, alternanti o continui dell’intenso dolore, è latristezza, il cui tratto caratteristico fisiologico e della fisonomia è l’azione paralizzante ch’ella esercita sui muscoli volontarî (Lange).
Ella o è negativa o positiva: nella prima forma invade e riempie di sè l’animo, abbattendolo e privandolo fin della speranza di rimedio; l’energia personale si abbassa al disotto del livello di reazione istintiva; è disseccata la fonte del desiderio, del volere; è ottenebrato l’orizzonte del pensiero; annichilito lo spirito, chiusa la via alla speranza; prostrata benanco la forza di protestare o di chieder l’altrui compianto. L’uomo è distrutto, poichè a lui venne meno ogni puntello all’esistenza, ed è noto a tutti, che la vita è sorretta da illusioni, da fede, da ideali; guai a chi se ne spogli e crea a sè d’intorno il vuoto; misero chi, per disavventura, siasi ridotto in condizione cotanto abbietta!
Ma la tristezza può essere attiva (seconda forma); quel che, di solito, incontra nel secondo stadio di forte dolore morale. L’uomo comincia, poco a poco, col riattivare i motivi d’interesse alla vita; con sforzi di autosuggestione ricupera la fede in sè, e negli altri; l’orizzonte del pensiero si spiana, il volere è pronto, impaziente d’indugi. Molti—osservatori poco accorti—facilmente scambiano questo stadio, dirò così, accomodativo dell’intimo dolore d’un’offesa, con la calma generata dal convincimento e dall’assuefazione, nella vittima,di deporre il risentimento e sopportare, anche in avvenire, con rassegnazione l’onta patita o direttamente o indirettamente. La calma apparente può nascondere, al disotto, il furore tempestoso dell’anima di Otello, ovvero la riflessione cupa, inflessibile, aspettante l’opportunità della vendetta, siccome in Amleto; ma il dolore continua a dominare, e, quando altri meno sel creda, irrompe furente alla vendetta, con meraviglia di chi credette, per l’apparente calma, quetata la tempesta, la quale, all’incontro, tenendosi nascosta nel fondo dell’animo, avea bisogno di nuovo soffio di vento per scoppiare e travolgere ogni cosa!
II.
Legittima difesa e stato di necessità.
1. Carattere dilegittimitào digiustizia, dinecessitàe diattualitànella discriminante della legittima difesa.—2. Stadio fisio-psicologico del meccanismo della difesa dell’uomo: coefficienti fisici, intellettivi e morali.—3. Valutazione deltimorequal fondamentonaturaledella legalità dell’offesa.—4. Psicologia del timore; esquilibrio psichico; coefficienti secondarî della necessità di difesa.—5. Sistema seguito dal nostro Codice.—6. Delimitazione della legittima difesa.—7. Legittima difesa in persona degli altri.—8. Dello stato dinecessità; suo contenuto giuridico e logico.—9. Teoria dei giureconsulti romani.—10. Differenza tra lo stato di necessità e la legittima difesa.—11. Estremi dello stato di necessità.—12. Lagravezzae laimminenzadel pericolo.—13. L’accidentalitàe lainevitabilitàdel pericolo.—14. Lo stato di necessità per la salvezza deglialtri.
1.—A completamento di alcune forme giuridiche di psicologia criminale, tratteremo della legittima difesa e dello stato di necessità. Ciò facendo, prescinderemo dalle nozioni puramente di diritto, estranee alla materia di questo libro.
Parlando della legittima difesa, altrove[155]scrivevamo le seguenti osservazioni, le quali, ricordate dopo circa dieci anni, servono quale nuovo argomento onde convincere il lettoredel come fosse costante in noi la persuasione, che l’unico ed efficace indirizzo positivo in materia criminale fosse quello non difforme dai principî scientifici dellascuola dinamica, e che a torto i cultori di antropologia e di sociologia criminale han voluto allontanarsene, allora quando ponevano a sostegno delle loro teorie o l’esclusivo elemento somatico dell’individuo, ovvero la influenza assoluta delle necessità sociali.
Quasi tutti gli scrittori avvisano nella difesa il carattere dilegittimitào digiustizia; dinecessitàe diattualità. È legittimo tutto quello che non è fatto contro la legge, anzi per respingere un attacco antigiuridico: ciò che più non avviene quando si è cagione prima del male che poscia si respinge col danno altrui. La necessità è inerente al pericolo imminente del male minacciato; è imposta dalla eccezionale condizione di non essere alcuno più in grado di far ricorso alla tutela delle leggi, ma di doversi avvalere della forza privata, dell’opera individuale. L’attualità, poi, contiene l’obbligo di far cessare il diritto di reazione tostochè sia cessata l’azione. Il carattere di legittimità è valutabile obbiettivamente, alla base di qualche prescrizione legale, che, determinando l’indole permessa o vietata dei nostri atti, ci apprende altresì il modo di estimarla. Ma il carattere di necessità e di attualità sono da considerarsi soggettivamente ed in relazione, non solo alle circostanze speciali che accompagnarono la violenza, o l’attacco, e la offesa o reazione, ma altresì in relazione all’indole dell’offeso e dell’offensore ed allo stato peculiare di animo che determinò l’offeso a reagire.
Con questo metodo, risalendo alla natura intima e primitiva dell’uomo, si avrà che la discriminante della legittima difesa, piuttosto che poggiare sul godimento di un diritto o l’adempimento d’un dovere, e sulla necessità d’obbedire ad una coazione, sia il risultato spontaneo di una legge dinamica, la quale è costante; presiede a qualunque umana operazione, individuale o collettiva, e si effettua nellaprevalenza dell’energia di conservazione dell’essere, in collisione con altre energie che ne vorrebbero distruggere la natura sostanziale ovvero ostacolarne il perfezionamento. La lotta di esistenza o di conservazione, che costituisce la naturale dimostrazione dellavitadinamicadegli esseri animati, quando vogliasi riguardare nelle relazioni tra gli individui, si converte in prevalenza di energia di conservazione; appunto perchè, come fu da noi accennato, gli esseri individui, e l’uomo segnatamente, sono il prodotto di qualche speciale energia che, per natura propria ond’è differenziata dalle rimanenti, ottiene il sopravvento nella lotta di continua produzione e trasformazione degli esseri, ed impronta di sè la nuova apparizione fenomenica risultatane. L’uomo che, aggredito, si difende, non ha, certamente, il tempo di pensare al diritto o al dovere che gli compete, ovvero di misurare lo stato di coazione in cui versa: in lui l’istinto della conservazione rimugghia potente dall’intimo del cuore, e la reazione è il compimento di un moto meccanico che spontaneamente insorge e si esplica.
Chi ne desideri la prova palese, riguardi a quei nostri movimenti automatici ed incoscienti alla presenza di qualche fatto che all’improvviso e, quasi sempre per caso, minacci il nostro benessere: la mano corre rapida ad allontanare un oggetto che era per riversarsi addosso; l’occhio, pel movimento delle palpebre, è difeso dal pericolo di contatto offensivo con oggetti esterni; la repugnanza dell’olfatto per alcuni cibi vi dice, che questi mal si confanno ai nostri bisogni di nutrizione e di benessere. In questi moti istintivi è la sede della reazione di offesa per respingere la ingiusta violenza, la quale ne minaccia di pericolo; e la ragione per cui appo tutti i popoli e tutte le legislazioni non si dubitò mai dell’origine naturale del moderarne d’incolpata tutela, quantunque discrepanti applicazioni se ne facciano in pratica.
2.—Senonchè, il meccanismo della difesa dell’uomo, per la facoltà di razionalità in lui, quantunque cominci da moto spontaneo, si compie in moti riflessi: alla semplice impulsività iniziale della violenza attuale si aggiungono svariati coefficienti, che conviene classificare in tre ordini; in fisici, intellettivi e morali. Sono fisici tutti quei coefficienti che, dipendendo dalla presenza di un dolore o dall’assenza di un piacere goduto, determinano lo stato psichico conveniente alla scelta del mezzo dell’offesa in preferenza del ricorso alla guarentigia dell’autorità o della legge. È tanto forte la proclività, nello stato di dolore, all’offesa, chequalche volta siamo indotti a respingere, nostro malgrado, colui che, cagionandoci un dolore passeggiero, intende procurarci il risanamento da qualche morbosa affezione fisica. I bruti, che, meglio di noi, sentono la forza degli istinti puramente fisiologici, respingono l’azione dolorosa con reazione altrettanto potente che subitanea.
Sono coefficienti intellettivi quelli che si connettono allarelazionedegli eventi, o precedenti o concomitanti o successivi: cioè a dire, che fanno dipendere la prevalenza di una data disposizione dal concorso simultaneo di efficacia psichica di tutte leidee, che abbiano nesso con l’evento verificatosi della violenza e con quello da verificarsi della reazione per respingerla. Sono coefficienti morali quelli che si riferiscono ai sentimenti od alle passioni, le quali preparano o accompagnano il conflitto criminoso dell’attacco e della difesa. Tutti questi coefficienti possono riassumersi in un concetto ed in un sentimento; il concetto dipericoloe quello ditimore.
Il pericolo o è fisico, e produce la costrizione di allontanare una causa disorganizzatrice del nostro benessere fisiologico; o intellettivo, ed è la sintesi di tutte le idee che sono il frutto della istruzione ed educazione, non che delle prescrizioni legali ed etiche e della misura o proporzione tra il danno, che si cerca di evitare e quello che ne deriverà dall’appigliarci, con preferenza, all’uso della forza privata, e non al mezzo della legge o dell’autorità competente. Il pericolo, in fine, se è morale, si muta in sentimento ditimore, il quale consiste in un turbamento psichico, ovvero in un disordine di facoltà con aumento delle energie istintive di conservazione e diminuzione di energia delle attitudini acquisite e delle cause che loro si riferiscono.
Nel contrasto di tendenze, ogni energia istintiva piglia il sopravvento; la cagione è perchè le facoltà da noi acquistate o, meglio, sviluppate, per lo stato sociale, presuppongono, perchè abbiano peso, la condizione di ordine giuridico; la quale condizione, laddove sparisca con la eccezionale evenienza di non poterci avvalere della protezione delle leggi, mena seco l’indebolimento o la sparizione del potere dei motivi che ci contengono ad agire nei limiti della legalità edel rispetto dell’altrui diritto. Chi fino a questo punto ci ha seguito, nell’analisi della teorica dinamica in materia criminale, intenderà facilmente, che lo stato di necessaria difesa sia il contrapposto dello stato di delinquenza punibile. Pel delinquente evvi prevalenza di energia criminosa con scelta, più o meno cosciente, di mezzi adatti al fine di dar corso all’efficacia del motivo, il quale si è convertito in iscopo; per chi legittimamente si difende, la prevalenza di energia è per una azione di ordine ovvero di ristabilimento dell’equilibrio, naturale e civile, contro cui è dirizzata la violenza dell’aggressore. Se, dunque, vi sono delle leggi che puniscono il primo, perchè non vi deve altresì essere una legge che assolva il secondo?
3.—Parlandosi del timore, fondamentonaturaledi legalità della reazione, alcuni ne vollero, come pel pericolo, formolare un precetto esclusivo, il quale si adottasse quasi regola logica e costante. Si disse, quindi, che siffatto precetto fosse deducibile dalla natura del danno, che ci vien minacciato; dalla gravezza ed inevitabilità dello stesso, e dalla specie dei mezzi di che facciamo o potevamo far uso, nel respingerlo. Il Carrara, per esempio, scrive[156], che, perchè al timore si accordi questo potente effetto di rendere legittimo un atto violatore dei diritti altrui e materialmente contrario alla legge, è in tutti i casi necessario per regolaassoluta, che nel male minacciato si trovino questi tre requisiti: 1oingiustizia, 2ogravità, 3oinevitabilità. E, parlando del requisito di inevitabilità, aggiunge: «Certamente, se al male, che ci minaccia, potevamo sottrarcialtrimentiche col violare la legge, la violazione deve rimanere punibile; perchè l’arbitrio dell’agente non era più ristretto fra la scelta di due mali ugualmente gravi; e la legge dell’ordine poteva essere osservata, purchè egli eleggesse il mezzo innocente col quale avrebbe evitato e il danno proprio e l’altrui. Sottrarsialtrimentidal male, che ci è minacciato, si può o con previsionianteriori, o con provvedimentisuccessivi, o con ripariconcomitanti. Perciò lainevitabilitànel pericolo, che indusse adagire o reagire, si desume datrecriterî distinti: 1oche siaimprovviso; 2oche siapresente; 3oche siaassoluto»[157]. Ecco un ragionamento il quale pecca di eccesso: perchè, quando anche si giunga a definire il significato di ciascuno dei tre distinti criterî, non si arriverà mai a precisare, nella indefinita serie dei fatti, la ipotesi in cui o l’uno o l’altro, o tutti insieme, abbiano a riscontrarsi. Il Berner[158], partendo dalla necessità di proteggere un diritto aggredito, che vuol mantenersi contro un assalto ingiusto ed attuale, conclude molto piùlogicamente, che «non è necessario che lo assalto siaimpreveduto, nè che il diritto difeso sia irreparabile. Se si mantiene la legittima difesa nel suo concetto semplice, che il diritto, cioè, non deve piegare davanti una ingiustizia, risulta evidente che essa è applicabile anche per un diritto risarcibile». Esagerando in sistemi restrittivi, si giunge a creare delle norme troppo astratte ed arbitrarie, le quali, se accontentano lo scienziato, non possono a meno che essere dannose pel giudice, che, non della imputabilità, ma della imputazione è chiamato a decidere, ed ha l’obbligo di tenere presenti tutte le circostanze le quali accompagnano il fatto e ne modificano l’indole; lo attenuano o lo aggravano.
4.—L’errore degli scrittori, che posero a fondamento della legittima difesa la teorica dellacoazione, è nell’avere trasformata la nozione del timore da idea soggettiva e relativa in criterio imprescindibile ed obbiettivo. Indi si adottarono dei concetti digravezzae diassolutezzanon sempre congrui alla realtà delle cose, anzi il più delle volte troppo ipotetici. Il timore, causa morale dell’azione difensiva, non è a staccarsi dalle altre cause fisiche ed intellettive che determinano la scelta e l’uso della forza privata e non della forza pubblica e delle leggi. Fino a che il pericolo è puramente fisico, non sarà difficile il ricorrere a mezzi legali, reprimendo l’atto della istintiva reazione; parimente avviene nel pericolo dall’aspetto intellettivo, perchè vi è l’agio di rafforzarsi nell’intenzionedi non reagire pel concorso opportuno di tutte le idee che sono la fonte del diritto e del dovere; ma non è più così pel pericolo addivenuto timore, perchè in questo caso l’equilibrio morale o è indebolito o distrutto. Tornerà chiaro quanto qui è detto se si esaminano alcuni esempî. Tizio è minacciato da Caio per azione involontaria o colposa. Il pericolo per Tizio è già fisico, perchè qualche cosa si è realizzata, la quale mette in dubbio l’animo sulla conservazione della nostra integrità corporale; eppure Tizio sarà facile che non reagisca.
La ragione è perchè egli sa con certezza, che il fatto delittuoso non dovrà ripetersi; epperò non richiede che sia antivenuto o prontamente represso. E del pari: Tizio minaccia Caio di morte; questi, se la esecuzione della minaccia non è immediata, non crederà dì reagire usando della propria forza, perchè riflette alla opportunità di aver comodo a mettersi in condizione, nell’avvenire, di non cadere vittima dell’avversario, e di prendersi la giusta vendetta, che a lui competa, dal soccorso punitivo della legge. Ma non è lo stesso quando il pericolo fisico, vincendo ogni freno intellettivo, si converte in sentimento di timore e giunge ad impossessarsi del nostro animo. Il turbamento, che ne segue, distrugge in pochi istanti l’opera faticosa di buona e lunga educazione, di virtù ereditarie di rispetto della legge; fa scomparire o attenua la forza proveniente dal convincimento di incorrere in possibile responsabilità, dovendosi un giorno dar conto del proprio operato sebbene non delittuoso.
Sapere, però, comprendere l’intimo nesso tra le energie psicofisiche, e vederne poscia lo stato di turbamento, è solo contemplare in apparenza il problema psicologico del moderarne d’incolpata tutela. La maggiore difficoltà è quando ci facciamo a studiare la relazione disorganizzatrice tra l’energia del motivo, causa del pericolo, trasformata in sentimento di timore ossia in causa di esquilibrio (perchè non coerente alla nostra abituale natura), e le facoltà psicofisiche armonizzate ad unità razionale e tendenti alla conservazione dell’ordine giuridico, il quale rispecchia esternamente il nostro ordine interno. È d’ogni stato di squilibrio affettivo l’indebolimento o l’obliterazione della coscienza; ond’è che neppure dal lato meramente morale, o soggettivo, l’azionecriminosa commessa nel descritto stato avrebbe sufficiente e plausibile argomento di responsabilità penale.
La legge di necessità,necessaria difesa, è la legge dominante dell’azione reattiva: essa, comechè non sia tutta meccanica, come nei fenomeni puramente automatici, obbedisce alla dinamica di conservazione e si proporziona istintivamente all’energia di tendenza protettiva della integrità personale. Lo stato psichico qui descritto è il normale per chi reagisce spinto dalla necessità di difendersi; è lo stato, cioè, di chi si appiglia all’uso della forza privata perchè veramente ed assolutamente non è in grado di ricorrere all’ausilio della legge. Ma, bene spesso, l’azione è il risultato di un concorso di parecchi altri fattori che mette bene di esaminare. Il primo e più ordinario fattore è quello divendetta.
Il timore abbatte l’animo, il sentimento di vendetta lo rialza, e la passività prodotta dalla sorpresa dell’attacco è vinta dalla rinata attività di reazione, che di automatica addiviene cosciente. A questo punto, dal fondo della coscienza si desta un secondo fattore, l’idea del diritto proprio in correlazione col dovere dell’avversario; il diritto al rispetto, il dovere, in altri, di non rompere l’ordine imposto dalla legge e dalla necessità della vita sociale. In pari tempo si affaccia alla mente una serie di idee, le quali per lo innanzi non facevano avvertire la loro presenza; idee di tutti i doveri da noi adempiti per conservarci il rispetto alla conservazione; idee delle conseguenze dannose, morali e materiali, che ne deriverebbero, se l’atto illecito non fosse represso: al che si aggiunge un certo istinto, per quanto domato dal progresso e dalla civiltà dell’uomo, altrettanto potente (laddove non ricorrano le ordinarie condizioni della vita giuridica) a sentirci trascinati alla distruzione del simile per blandizia di preminenza, sia pure di forza bruta, contro chiunque osi esserci di contrasto. Il diritto della forza, condannato dalla morale, represso dal mònito della legge, rinasce potente, in tutto il vigore brutale, ogni qualvolta la morale e la legge perdono l’imperio: l’individuo si sostituisce alla società, e nel momento supremo della lotta tra la propria esistenza, protetta dal convincimento del diritto, e l’operare altrui in contraddizione deldovere, la scelta non è dubbia, poichè la conservazione dell’essere, oltrechè spontanea, è frutto di abituale riflessione e di adattamento al consorzio sociale cui apparteniamo.
5.—Pel nostro Codice la legittima difesa è limitata allapersona, cioè, come si espresse il Zanardelli, alla vita, all’integrità personale ed al pudore, non aibeni; salvochè la violenza ai medesimi vada unita ad un attacco alla persona. Il § 53 Cod. pen. tedesco, da cui l’art. 49 del nostro Codice penale è tolto, prescrive che «necessaria difesa è quella che è richiesta per respingere da sè o da un altro un’aggressione attuale ed ingiusta». E gli scrittori interpetrano, secondo il Berner[159], che, essendo il fondamento della legittima difesa la protezione del diritto, ella si estende non solo alla difesa del corpo, della vita, della proprietà e dell’onore, ma anche dei diritti famigliari (adulterio), della libertà, del pegno, di una servitù, ecc.
6.—Questa teorica, com’è detto, non è accettata dal nostro legislatore.
Il Zanardelli, commentando l’art. 357 del suo progetto ultimo[160], così ne significava le ragioni: «Si è dubitato se la giustificazione per l’omicidio e per la lesione personale, universalmente ammessa quando si tratta di difendere a persona, debba ammettersi anche nel caso in cui si tratti di difendere la proprietà. I nostri progetti di codice hanno costantemente respinta, come esorbitante, la teoria accolta da alcuni scrittori ed in qualche codice, secondo la quale si ammetterebbe che, anche al solo fine di salvare la roba, sia sempre legittima l’uccisione del ladro. «La proprietà (scriveva il Nicolini) è cosa sì lieve a fronte dell’onore e della vita, che sarebbe avvilir troppo questi beni sovrani dando a quella i privilegi medesimi; per essa vi è sempre tempo di implorare i giudizî. Che se è violenza, sempre inescusabile,quoties quis id quod sibi debetur non per judicem reposcit(L. 7, D. XLVIII, 7, ad leg. Iul.de vi privata), molto più dev’esserlo quando in vendetta della proprietà violata sitrascorre a’ corrucci ed al sangue»[161]. Ma, se l’attentato alla proprietà abbia tali caratteri, o avvenga in tali circostanze da presentarsi quasi inseparabile dall’attentato alla vita o alla sicurezza personale del proprietario, allora ogni ritegno deve cessare verso i ladri e gli aggressori; e chi è posto in pericolo ha diritto di respingere l’aggressione con tutti i mezzi che a questo effetto siano necessarî. Per tali considerazioni, e limitatamente ai delitti di omicidio e di lesione personale, la giustificazione della legittima difesa, di cui è proposito nell’art. 50, num. 2 (del Progetto), viene estesa alla necessità di difendersi contro gli autori di violenti attentati alla proprietà, come sarebbe nel caso di furto violento o di saccheggio, o quando si respingano i ladri, che scalano o scassano la casa in tempo di notte, o quando, avvenendo ciò in tempo di giorno, la casa sia posta in luogo isolato».
7.—La legittima difesa non è soltanto ammessa per respingere da sè una violenza attuale ed ingiusta, ma ancora per respingerla da altri. Chi desiderasse apprendere la ragione vera ed ascosa di questo precetto, che è sanzionato ben anco dalla morale, dovrebbe risalire a due nozioni essenzialissime del progresso dell’umanità; la prima, che le medesime leggi, le quali regolano la natura individuale dell’uomo, ne regolano la collettiva; la seconda, che il diritto, mediante lo stato sociale o l’integrazione graduale della nostra personalità, si è venuto universalizzando nel suo contenuto di relazione e di imperio. L’individuo, unendosi ai suoi simili, non pure rendesi partecipe dei diritti da lui estimati essenziali e costanti della vita, ma di tutti gli altri onde accidentalmente egli potrebb’essere in facoltà di servirsi: quindi è che la famiglia sociale, mentre è un tutto composto di svariate parti, ciascuna delle quali ha diritti e fini proprî, è parimente unità organica stretta da vincoli di necessità di esistenza, e da bisogni sviluppatisi tra i suoi membri per legge di reciproca convivenza. L’amore, la simpatia tra gli uomini, tutti i sentimenti altruisti, quantunque abbiano lalontana fonte nell’egoismo, sono, allo stato di civiltà, così spontanei ed imprescindibili che, per essere messi in atto, non esigono sforzo, ma sono rivelazione del carattere di espansività della nostra vita affettiva e del fine del progresso di avvicinare i due poli estremi della sociale esistenza, quello dell’individuo e quello della umanità.
Qualunque idea o legge, teoricamente riconosciuta e fermata, ha dovuto, in precedenza, essere da noi scorta quale condizione permanente di un singolo essere o fenomeno; il carattere di universalità è dato dall’astrazione, la quale col considerare i fenomeni individuali si solleva alla serie di verità generali, la cui assolutezza è causa del convincimento e della certezza, che è in noi, quando ci facciamo a giudicare od operare guidati dal lume di nozioni già acquistate. La religione, divinizzando questo principio, fa che tutti dobbiamo considerarci figli d’un solo padre: ognuno sente di non essere nato per vivere isolato o per sè solo, ma di compartecipare al benessere dei simili; poichè l’eccitamento delle tendenze altruiste e la voce della coscienza morale e giuridica ci richiamano al dovere di considerare negli altri noi stessi, e di fare per i medesimi quello che per noi avremmo voluto che fosse fatto. «Il quale, a dir vero, come osserva il Nicolini, non è che il principio ben inteso della conservazione di noi stessi. Imperocchè non vi ha mezzo di esistere, non che di essere educati e giungere all’estrema vecchiezza; non vi ha sicurtà di poter soddisfare alle necessità, alle utilità, ai comodi ed anche ai piaceri della vita, senza concorso di altri. Che se natural cosa è il volgerci altrui per aiuto in qualunque nostro bisogno, natura ci comanda di non esser lenti ad accorrere quando altri ci invoca. Qual’è quell’uomo che in un incendio, in una ruina, in un naufragio o in un assalto repentino, che da qualche fiera, o da uomo peggior di fiera ei sostiene; chi è che pronta non desideri una mano soccorrevole? Ed egli poscia, invocato nel bisogno altrui, si mostrerà restìo, benchè col suo pericolo, ad accorrere? Disse già quel grande interpetre di ogni sentimento umano e della ragione:chi ne ricusa il peso, rinunzia al benefizio[162]. Ma chi può fartal rinunzia senza perire? È dunque un tal peso inerente alla natura dell’uomo, e condizione necessaria della sua esistenza»[163].
8.—Ci resta ora a dire alcun che dellostato di necessità[164]. Il suo contenuto giuridico è in un conflitto tra il proprio e l’altrui diritto a motivo di evento fortuito o di accidenti naturali; il fondamento logico è nell’imperio assoluto ed ineluttabile della legge di necessità. La lotta che si impegna tra la forza uomo e le altre forze della natura; tra il diritto personale e quello dei consociati, è cagione, talfiata, di collisione di interessi, la quale giunge fino al punto di persuaderci ad agire a detrimento altrui, senzachè fossimo animati da sentimento di odio o da vendetta verso la vittima.
9.—Il diritto romano derivava la irresponsabilità dal riguardo di preferenza di un bene maggiore rispetto ad uno minore; epperò Labeone scrive: Se l’impeto dei venti spinse una nave nelle gomene dell’ancora di un’altra, ed i nocchieri hanno tagliate le gomene, non competerebbe verun’azione, qualora non si avesse potuto liberarsi in altro modo che col tagliare le funi. Lo stesso Labeone e Procolo pensarono, che ciò si dovesse applicare anche al caso delle reti de’ pescatori, nelle quali avesse urtata la nave. Certamente, se ciò avvenne per colpa dei nocchieri, avrà luogo l’azione della legge Aquilia[165]. Ed Ulpiano aggiunge, che quegli che, per salvare le proprie merci, ha gittato in mare le altrui, non è tenuto per veruna azione. Ma, se ciò avesse fatto senza giusto motivo, sarebbe tenuto per l’azione del fatto (in factum); se con dolo, per quella del dolo[166].
La ragione discriminatrice di responsabilità era da Gelso, secondochè Ulpiano riferisce[167], ammessa in considerazione dijustus metus; ciò che è qualche cosa di più della semplice considerazione di entità materiale di un bene in paragone di un altro. Ad uguali risultati arrivarono il diritto canonico e gli antichi giureconsulti.
10.—Secondo il legislatore italiano, dobbiamo, in primo luogo, distinguere lo stato di necessità dalla legittima difesa; in quanto che la difesa legittima è diretta a respingere la violenza altrui, cioè a dire un’aggressione, laddove nello stato di necessità il conflitto tra il proprio e l’altrui diritto è creato da un evento fortuito o da accidenti naturali. Nella quale distinzione è solo indicato il lato oggettivo della giustificazione, di cui ci occupiamo; il che riscontrasi appo tutti coloro i quali si sforzarono di non dipartirsi, nell’assegnare il fondamento giuridico dello stato di necessità, da formole contenenti, con maggiore o minore esattezza, il conflitto tra due beni in lotta, ed il dovere di sacrificare il minore per conservare quello di entità maggiore.
Se fosse così, come da molti è ritenuto, si confonderebbe il caso di giustificazione di inimputabilità penale, con quello di irresponsabilità civile; potendo avvenire, che lanecessità, anche in caso di infrangimento di diritto risarcibile civilmente, escluda l’azione di responsabilità, salvo che non si ravvisi nel fatto qualche traccia di colpa da parte dell’agente, relativa all’avvenimento fortuito di cui si deplorano le conseguenze dannose. La essenza propria della discriminante dello stato di necessità parmi che debba cogliersi nell’estremo delpericolo grave ed imminente; ch’è a dire, in uno stato tale di animo da rendere dubbio quel concorso di coscienza e di libertà di atti, che pel nostro legislatore è il primo requisito di qualunque fatto imputabile penalmente. Ed è troppo noto, che vi sono degli stati di coscienza nei quali l’intelligenza e l’attività dell’uomo si arrestano, o per manco di sviluppo o per causa accidentale, e l’azione, che ne deriva, deve rapportarsi piuttosto all’azione meramentemeccanica del motivo iniziale, esterno o interno che sia, che all’azione riflessa della nostra mente.
11.—Gli estremi dello stato di necessità sono:a) unpericolo grave ed imminente alla persona;b) l’accidentalità e l’inevitabilitàdi tale pericolo;c)la necessità di salvare sè od altri.
Il contenuto reale è sempre unpericolo, il quale esternamente si converte in unbenecontro cui è rivolto l’evento fortuito, e soggettivamente in uno stato digiusto timore. La necessità è termine medio tra il bene minacciato ed il timore suscitatosi nell’animo dell’agente; termine medio che sorge quando innanzi alla mente dell’individuo sia preclusa qualunque via di salvezza, meno quella di sacrificare l’altrui diritto; e quando, perciò, la coscienza di scelta di mezzi all’operare è obliterata, o distrutta, dall’esquilibrio psichico causato per l’imminenza del pericolo cui si è di fronte. Ed il legislatore, col fine di rendere meno equivoci gli esposti concetti, ha limitato l’evento del pericolo allapersona, con significato restrittivo che noi facciamo voto sia serbato dalla giureprudenza, acciò non si esageri in arbitrarie ipotesi.
12.—Il pericolo dev’esseregrave ed imminente: donde trarremo le regole per giustamente estimarlo? Il Codice tace, ed è logico; perchè anche qui, come per la legittima difesa, versiamo in apprezzamenti del tutto soggettivi. La gravezza e la imminenza non sono caratteri permanenti, ma transitorî; la loro influenza sulla nostra attività è regolata da una serie indefinita di circostanze che torna impossibile esaminare singolarmente.
13.—Il pericolo dev’essereaccidentale(«al quale non avea dato volontariamente causa») einevitabile(«che non si poteva altrimenti evitare»). È accidentale il pericolo che non potè essere previsto, ed al quale non si è concorso in guisa veruna. Che se il pericolo fosse l’effetto di qualche nostro fatto volontario, non saremmo più nel diritto di invocare la giustificazione della necessità, dovendo sopportare le conseguenze del proprio inconsulto operato. Dev’essere anche inevitabile, ch’è a dire, non poteasi altrimenti sfuggire che col produrre un nocumento altrui. L’obbligo, a siffatto riguardo, imposto dalla legge è molto più stretto che non per la legittimadifesa. Chi è aggredito ingiustamente, oltre ad avere il diritto di respingere la violenza pel fine di garentirsi dalla offesa minacciata, ha il dovere di opporsi a che altri infranga quell’ordine giuridico che è cardine del consorzio civile, e che limita l’azione di ciascuno al punto di non permettere che si violi la sicurezza altrui. Ma chi, necessitato, sacrifica il bene di un altro al bene proprio, non si propone che un solo scopo, quello della sua conservazione; ogni motivo diverso, invece di accrescere in lui il diritto di respingere il pericolo, ne attenua il carattere di giustizia e rende eccessivo e punibile l’atto eseguito. Quindi si comprende come lanecessità della salvezza, ultimo requisito che accompagnar deve il pericolo, non sia giustificabile le quante volte l’agente abbia fatto prevalere qualche altro motivo che non sia l’esclusivo ed ineluttabile di sottrarsi dalla imminente minaccia di grave danno: dico qualche altro motivo, intendendo di parlare di qualunque coefficiente che, senza essere l’unica determinante dell’azione, vi ha però influito in grado apprezzabile, rendendo, per avventura, necessario ciò che poteva non esser tale. Non è difficile riscontrare dei casi in cui il nostro concetto apparisca chiaro. Ammettasi, ad esempio, che l’incendio si appicchi ad un teatro; e che gli spettatori si accalchino alle porte per mettersi in salvo. Un infelice casca per terra e, calpestato, è in evidente pericolo di morte. Se altri, senza badargli, gli è sopra e gli è cagione di grave lesione, sarà responsabile dell’operato?—ovvero dovrà rispondere in parte del danno, di cui fu l’autore? La risposta equa sarà data dal considerare se tutto quello, che è avvenuto, eranecessariamenteoccorrente per la salvezza di chi ha cagionata la lesione all’infelice caduto; che, se chi si è all’impazzata precipitato alla porta di uscita, senza badare che altri ne soffrisse danno, poteva ancora indugiare ma non lo ha voluto pelmotivo, poniamo, o di uscir subito di teatro o di recarsi a chiamar gente che accorresse a spegnere il fuoco, o per ogni altra ragione, la quale non sia propriamente quella di mettersi in salvo, egli risponderà, della lesione cagionata, in proporzione della importanza del motivo secondario in comparazione al principale ed impellente di procurarsi, a qualunque costo, la salvezza.
«E più particolarmente—scrive il Conti—non vi ha necessità quando non sia legittimo il motivo che indusse l’agente alla violazione del diritto altrui, quando, cioè, il minacciato non agisca pel principio della conservazione giuridica. Non vi è necessità, se la rinuncia al bene proprio sarebbe stata giusta e naturale, secondo le idee ed i sentimenti della comune dei cittadini onesti in dato Stato e in data civiltà. Non vi è necessità, se non vi è lotta fra due diritti preesistenti, senza che per questo si fondi l’eccezione dello stato di necessità sulla teorica della collisione e sulla prevalenza, in ogni caso, del diritto maggiore al minore. Ma, certo, il concetto di necessità va basato specialmente sul criterio, inapprezzabilea priori, dellaproporzionefra i beni tolti ed i beni salvati. Ed esclusa così assolutamente la necessità, resta il fatto delittuoso passibile di pena ordinaria; esclusa solo in parte, resta un fatto solo parzialmente illegittimo, e quindi passibile di pena diminuita. Se non vi ha necessità, non vi ha nè scusa, nè giustificazione; se vi ha tuttora necessità, ma per imprudenza od imprevidenza si diè causa al pericolo, lo si affrontò potendolo evitare, gli si contrappose un’azione sproporzionata, vi ha l’eccesso nello stato di necessità»[168].
14.—Il legislatore estende alla salvezzadi altrila giustificante dello stato di necessità; strana, invero, ipotesi di scriminazione; sembrando esorbitante, al dire del Villa, fuori di ragione, che sia lecito sacrificare il diritto di taluno per beneficare un terzo qualsiasi. Checchè si opponga in contrario, noi ci avvisiamo che, estesa fino a questo punto la necessità, molto facilmente può dar luogo all’arbitrio; mancando, in atto, l’estremo vero della giustificazione, vale a dire iltimore, e riscontrandosi invece lacompassione, la quale, se pure è ragione di attenuare la responsabilità, non può esimere, senza che non si commetta ingiustizia, da pena chi, seguendone il consiglio, infranse la legge.
Il magistrato, ricordando i principî sui quali noi abbiamo creduto di riporre la discriminante in parola, sarà oculatonell’apprezzare molto scrupolosamente i fatti, e nel ritenere, in casi molto eccezionali, la ipotesi di giustificazione per delitti commessi da chi invoca lo stato di necessità di un pericolo che altri correva. La carità, l’amore del prossimo non distinguono individuo da individuo se non pel riguardo di maggiore bisogno di ciascuno; il quale dettame suona ingiustizia allorchè il bisogno, non che essere giustificato da ragionevole opinione di torto o di ragione, è motivato da eventi fortuiti ed accidentali, a cui nessuno degli individui versanti in pericolo ha dato causa.