CONTRABBASSOIl teatroBrunettiera già pieno. Una folla incredibile lo stipava da cima a fondo. Nella platea, un ciottolato di teste slavate da un immenso riverbero, i colori vampeggiavano qua e là sui cappellini delle signore; mentre un ondeggiamento sollevava ancora qualche fila, appena un nuovo arrivato volesse allinearvisi, o una qualunque curiosità serpeggiasse. Non si discerneva più nulla, nè differenza di persone, nè diversità di posti. Solamente la riga delle poltrone guernite in felpa rossa, serrate dagli altri scanni, che l'altezza delle loro spalliere diventava quasi invisibile nell'accavallamento di tutte quelle teste, aveva ancora qualche punto sanguigno. E dalla porta, sotto l'ombra della prima galleria, che i becchi di tutto il teatro non giungevano a diradare; fra le due gradinate, gremite quanto la platea e perdute egualmente in una penombra di cantina, nuovi flotti venivano a schiacciarsi contro le ultime panche con un vocìo soffocato di violenza. Ai lati dell'orchestra, più numerosa del solito e piena di un'animazione febbrile, salivano altre due file di persone, che gl'inservienti in livrea gialliccia non riuscivano a trattenere, e le quali ostinandosi contro ogni evidenza a trovar posto, si serravano sotto le colonne fra legradinate e le panche. Un moto sordo di pigiamento dava un tremolìo quasi minaccioso alla base del teatro, che le esili colonne di ghisa inargentata parevano sostenere con uno sforzo supremo. Ad ogni istante, fra la gente già seduta, qualcuno si alzava in piedi per respirare a pochi centimetri più in alto, e si girava intorno uno sguardo meravigliato. Il caldo era soffocante, l'aria torbida. Nullameno la folla cresceva, le teste si moltiplicavano assiduamente a tutti gli ordini; la ressa alle porte dell'orchestra, per le quali si arrivava ai posti distinti diventati platea, e dalle quali i tardivi guardavano sollevandosi sulle spalle di chi stava loro innanzi, si raddoppiava. Le corsie brulicavano. E in alto, nel cielo del teatro, le scalee del loggione parevano in un'ondulazione di bosco, mentre, forse nella vanteria di una sfida alle vertigini, molti corpi si protendevano dal davanzale, e molte mani balenavano in un gesto inesprimibile; e tutta quella siepe umana restava bruna, campata in aria sopra un pericolo, che poteva essere una minaccia per chi la riguardava dal fondo agitarsi tempestosamente. Poi il susurro della platea, che lassù scoppiava in clamori; le grida, nelle quali andavano rotte le parole, e che le volte comprimevano ingrossandole, davano un fracasso di tumulto a quel frastuono di agitazione, una violenza di rivolta alla impazienza di tutto il pubblico, nel quale l'attesa aumentava col numero, e il sangue s'infiammava col calore di tutti gli aliti e l'attrito di tutti i corpi. La prima e la seconda galleria, trasformate in tanti palchetti, erano zeppe di spettatori e di spettatrici. Le signore più ricche di Bologna vi si mostravano in vistose toelette, a colori chiari, coi volti animati dal calore dell'ambiente e dalla eccitazione della serata.Le conversazioni erano vive, i binoccoli puntati da tutte le gallerie e da tutti i palchi, dal loggione e dalla platea. I forestieri, accorsi numerosamente dalla vicina Romagna e dalle altre provincie, si notavano alla curiosità più insistente delle domande, agli accenni, ai gesti, coi quali s'indicavano le signore, e si movevano sui sedili per attirare gli sguardi come nei loro piccoli teatri cittadini; ed alzavano la voce. Attraverso le file degli stalli, fra i palchi, di galleria in galleria, si scambiavano saluti e convegni per la fine dello spettacolo: molti cercavano lungamente fra la folla per sorprendervi qualcuno, che avrebbe dovuto convenirvi; gli studenti del loggione, colla volgarità chiassosa della loro natura, gettavano a quando una parola sconveniente. A fianco della bocca d'opera le barcaccie rigonfie di uomini avevano acceso tutto il lusso delle loro candele a gas. Gli eleganti si alternavano all'onore del parapetto guardando nella moltitudine colla indifferenza sicura dei privilegiati. Ma tutti alzavano involontariamente la testa, ed osservavano in alto. Ogni galleria aveva tante file di sedie quante ne poteva contenere, e non pertanto un'altra fila di uomini, in piedi, si schiacciava contro il muro, nelle tenebre, con una regolarità militare. Qua e là , disseminate fra gente sconosciuta, si vedevano molte signore distinte, alle quali la poca sollecitudine o la troppa avarizia avevano impedito di ottenere un palchetto: alcune affogavano nella marea della sala, non difese nemmeno dalla rispettabilità di una poltrona. Ma il prezzo dei palchetti era salito ad una somma provincialmente assurda: due erano vuoti, e solleticavano tutte le curiosità . Si sospettava più di una grande famiglia, si susurravano molti nomi. Gli uomini alla moda avevanoil loro contegno più disinvolto, quella finta negligenza di chi, avendo vissuto qualche mese a Parigi, non si meraviglia più di nulla; mentre le signore dei palchetti, abbassando tratto tratto uno sguardo inorridito sulla platea, cercavano d'incontrarsi negli occhi delle amiche, che già vi soffocavano, e che quella sera non guardavano a nessuno.Ma l'orchestra non si apprestava ancora. Secondo il gergo teatrale, quella sera avevano fatto porta da tre ore, e da tre ore il loggione era pieno. La platea aveva cominciato a riempirsi poco dopo, e molti installativisi al buio aspettavano, chi sa da quanto, in piedi, addossati ad una colonna o ad una panca che tutto fosse rigonfio, e finalmente il direttore salisse sulla scranna. Ma l'orologio avanzava con lentezza disperante. Intanto il teatro stipato era già uno spettacolo per se stesso. Le piccole lumiere, a tre becchi, sospese in giro agli ordini, avventavano una vampa al viso delle signore appoggiate sui davanzali, ed illuminavano ogni macchia della decorazione. Il parapetto della prima galleria, enfiata come un ventre, sembrava vicino a crepare sotto il peso enorme che la dilatava; e la sua tinta gialliccia, diluita e scrostata, accresceva il terrore di tale impressione. Il teatro con tutta quella luce e quella gente pareva più vecchio: i cuscinetti dei davanzali orlati di passamanteria, che avrebbe dovuto essere bianca, erano di una sordidezza senza nome; la tappezzeria dei palchi, divisi da un tramezzo poco più alto dei sedili, e che consisteva in una povera carta a quadretti nerognoli e rosei, aveva una povertà più vergognosa fra quegli abiti di seta, le trine e i merletti, il scintillamento dei colori, i ventagli piumati, i guanti grigio-perla, il balenìo dei binoccoli perlati, i razzidelle gemme, lo schiumare dei fazzolettini di battista, tutto quel lusso del teatro comunale, che ne richiamava la magnifica decorazione a rilievi e a dorature, a frangie e a velluti. Una volgarità di ressa usciva da ogni palco; le signore in gran toletta, gli uomini senza l'abito nero e il piastrone bianco, tutti i posti occupati, così che le pose eleganti diventavano impossibili, e le figure aristocratiche scapitavano. Alcune grandi dame, forse non mai comparse alBrunetti, avevano un'aria impacciata, una specie di malessere, che era forse un malcontento: qualche vecchia invece, dalla fisonomia signorile e mummificata, tornata fanciulla nell'ingenuità dell'oblio, osservava con beata compiacenza; mentre forse nella memoria le si ridestavano i ricordi della Malibran, quegli entusiasmi, che oggi paiono impossibili, e che allora erano così veri fra quei vecchi senza passato, e quei giovani senza presente. Infatti gl'iniziati del piccolo gran mondo bolognese si accennavano sorridendo la presenza di molte fra le antiche glorie mondane, dimenticate da venti anni nel fondo dei loro palazzi; e che riapparivano forse un'ultima volta con un ultimo rimasuglio di mode trapassate, un cravattone o una bavarina, e mettevano nella confusione di un palchetto il rilievo delle loro fisonomie di antenati, il disaccordo della loro immobilità . Poi tutto il teatro ondulava, le fiammelle del gas avevano uno sbattimento increscioso, tutte le teste si movevano, i discorsi fluttuavano in un mormorio incessante; il telone della bocca d'opera, un immenso lenzuolo giallo a toppe, cogli orli segnati da due o tre striscie cremisi, che gli davano un'apparenza di tendone da fiera, palpitava; un'agitazione sommessa scuoteva tutti gli spiriti, un incomodo scomponevatutte le pose. Sotto l'ombra della prima galleria, dalle gradinate e dalla platea, dal loggione e perfino dall'atrio gremito più che un mercato, saliva e discendeva un fremito mano mano più tempestoso, una trepidazione barcollante, nella quale si sentivano come degl'impeti di collera e delle sospensioni di minaccia. Ma nell'aria già morbida di tutti quei fiati cominciava a pesare un'oppressione sempre più grave: la freccia dell'orologio s'appressava alle otto, e molti sguardi si alzavano alla volta, osservando il timpano di cristallo e i quattro sfiatatoi agli angoli, che naturalmente non si aprirebbero per tutta la sera. Una voce dal loggione, dove si soffocava per tempo, avventò una protesta, alcune altre le si unirono, ma tutto il teatro si volse sdegnato, e le voci tacquero. Fuori l'aria era così frizzante, che, aprendo la vetriata, qualche corrente pericolosa poteva invadere il palcoscenico. Ad un tratto il direttore, in abito nero, salì sulla sedia. Un sibilo di silenzio corse per tutto il teatro, i suonatori guardavano le partiture, l'orologio era quasi sulle otto. Il pubblico ebbe un enorme sospiro di soddisfazione: lo spettacolo sarebbe puntuale. Ma nel loggione e sotto la prima galleria il murmure si allontanava come un susurro di vento per un bosco; tutti si adattavano il più comodamente sugli scanni, le fisonomie si ricomponevano, le pose da teatro ricomparivano. La bacchetta del direttore percosse la lingua di latta sul leggìo, e l'orchestra attaccò la sinfonia. Era laTraviatadi Verdi, cantava la Patti. Il pubblico stette fra contegnoso e disattento. L'orchestra diretta mediocremente eseguiva colla stessa bravura che al Comunale, poichè composta all'incirca degli stessi elementi: i violini erano numerosi, tutti allievi o quasi dell'illustre Verardi.Mano mano il pubblico si faceva più immobile, gli sguardi si aguzzavano. La sinfonia passò inosservata, forse qualche frase destò un fremito, ma l'opera era troppo vecchia per tutte le curiosità , troppo udita per tutti gli orecchi, e cantavano la Patti e Niccolini. Però verso il finale, quando il telone parve ondeggiare insensibilmente, tutto il pubblico ebbe un sussulto. La Patti doveva essere in iscena, la grande artista, la diva, come la chiamavano i giornali, l'usignolo, come molti se la ricordavano ancora, diventata adesso una cantante drammatica, e che ritornava alBrunetti, perchè il Comunale non poteva contenere tutta la folla necessaria per i suoi diecimila franchi di ogni sera. Il telone fiottava già sotto il soffio di tutte le bocche, e la frase finale della sinfonia si smorzava senza che la sua tragica mestizia impietosisse pure un cuore. Per un momento sembrò che nessuno respirasse, poi come se l'anelito di tutto il pubblico avesse uno scoppio, il telone si scisse e sparve in alto sotto le quinte. La Patti era in iscena, seduta sopra un divano, discorrendo col medico e con alcuni amici. Tutti non videro che lei. Era vestita da ballo, scollacciata, con un abito elegantissimo, volgendo le spalle al pubblico. Nella platea sorse un applauso di saluto, ma la curiosità e l'emozione erano tali, che l'applauso fu scarso, ed ella si torse appena colla testa per coglierlo. Quindi i cori degli invitati entrarono, ed ella si alzò gettando loro le prime note in una parola d'invito. Allora quella donnina, piccola, colla fisonomia rapace, gli occhi neri, secca, colle spalle aguzze, la persona senza forme, ma circonfusa di un'eleganza che impediva ogni analisi, campeggiò fra quella folla di straccioni, abbigliati di un povero uniforme in velluto da gentiluominiin un secolo equivoco, colle calze di cotone e i pizzi rammendati. Era in piedi, trascinando fra gli abiti orlati d'oro annerito delle coriste il suo magnifico strascico, sul quale scintillavano i ganci brillantati; ma così straniera a quella festa, che la sua contraddizione col teatro sprizzò vivamente. La scena era la solita di tutte le rappresentazioni. Una specie di gran salone di quell'architettura da palcoscenico, la quale fortunatamente ha trovato pochi imitatori, occupava tutta la bocca d'opera, con una sola porta nel fondo, e una tavola da locanda nel mezzo, lunga e stretta. La tavola aveva una tovaglia di carta, e una vecchia tenda orlata d'oro, che la fasciava fino ai piedi, dandole una strana fisonomia da altare e da banco di pasticciere. Sulla tavola i soliti calici di legno inargentato, quattro candelabri di bronzo, una conca in legno dorato piena di fiori naturali, quattro pasticci di cartone, cinque o sei bottiglie di legno nero col collo bianco, e due bottiglie vere di champagne dinanzi alle poltrone, che interrompevano alle estremità il giro delle sedie. Le poltrone, vecchio stile indefinibile, erano dorate, in felpa rossa; mentre le altre sedie ad angolo retto le avrebbero superate in ricchezza se la loro doratura fosse stata più visibile e lo stile meno sgraziato; ma non avevano imbottiture di sorta. Evidentemente a quella cena dovevano assistere due personaggi. Non v'erano altri mobili. Solamente due tavolini dorati, da muro, sostenevano nella parete di carta due specchi dipinti, bianchi da un lato e turchini dall'altro, per imitare possibilmente il gioco luminoso dei cristalli: e due ritratti di antenati fiancheggiavano la porta, adorna di un gran lavoro di stucchi, a volute e fiorami. Il sofà era rimasto vuoto. Alfredo doveva arrivare adogni istante; infatti entrò poco dopo col visconte suo amico. Ambedue erano abbigliati come coristi, solamente di abiti più ricchi; una casacca smollata colla bavarina, le orlature a merletti, i calzoni larghi a mezza gamba, le scarpine scollate, e un cappellone piumato nella mano. Impossibile immaginare un costume più falso, e due fisonomie meno amabili. Alfredo aveva una grossa testa a lineamenti regolari, che il volgo poteva forse trovar bella, coi lunghi capelli neri, divisi femminilmente sulla fronte e accartocciati sulle orecchie, ma che sulle sue spalle quasi esili, e con quella rotondità piuttosto boffice delle guance, gli davano un'aria di fantoccio. Il visconte era insignificante come un cameriere. Un mormorìo di ripugnanza corse fra il pubblico, che probabilmente si ricordò l'Armando di Dumas. L'apertura drammatica era presso che la stessa, però quale differenza nel secondo personaggio! La Patti poteva ben essere Margherita: forse non aveva nè la sua anima buona malgrado tutti i capricci, nè il suo corpo ancora soave di tutta la freschezza della gioventù e aromatizzato dal sentimento della morte vicina; ma la magrezza della sua persona poteva ben far credere ad una tisi, e lo sfarzo inimitabile del suo abbigliamento bastava a spiegare tutto un presente di dissipazioni parigine, di milioni fusi con uno sguardo, di amori pagati con poco più di un sorriso. Le camelie, che le guernivano il vestito e le biancheggiavano sulla testa, erano forse una vera predilezione di questa donnina, che, avendo odorato tutti i fiori della vita, preferiva adesso per orgoglio nauseato i fiori senza profumo e l'uva candita, ultimo ricordo della sua infanzia povera nei campi, che le ritornava falsificandosi attraverso la vita di cortigiana e la suacucina di malata. I lumi, il belletto, la biacca, tutte le risorse e le menzogne delle tolette teatrali aiutavano nella fantasia del pubblico l'immagine di Margherita, così poco vera e così poco grande, e che nullameno ha commosso per dieci anni l'Europa; ma Armando, questo provinciale ingenuo sino alla goffaggine, che si trova un po' dappertutto, e attraversa per un istante la gran vita mondana per finire in un impiego subalterno, dove oblia prontamente la breve primavera della gioventù, che può averlo reso poeta un mattino: l'Armando di Dumas, che Parigi ha ingentilito senza corrompere, che la passione spiritualizza, e la sincerità rende quasi simpatico, non era certo riconoscibile in quel figuro vestito di velluto, coi calzoni orlati di una passamanteria, che gli velava i magri polpacci, e quella testa, che avrebbe figurato abbastanza bene nella vetrina di un barbiere fra le guglie dei ceroni e le iridi delle boccette.La cena fu brevissima: gli ospiti si erano appena seduti, che Alfredo fu invitato a ripetere quel brindisi di una intonazione da baccanale, con cui Verdi ha creduto inutilmente di soddisfare alla doppia esigenza di una scena di baldoria e di un coro. Alfredo non fu nè gran signore, nè gran tenore; non ebbe alcuna delle finezze di entrambi, e sparve quasi nella risposta di Margherita. Ella fu splendida di brio, e quando tutti si alzarono, e aggirandosi fra di loro col bicchiere in mano cantò l'ultimo ritornello, se quella gente fosse stata davvero elegante, sarebbe parso di assistere ad un'ultima ora carnevalesca in casa di una grande mantenuta. Non fu che un lampo, il pubblico non lo colse, e rimase nella prima diffidenza. Sciaguratamente il biglietto era troppo alto per una città di provincia, e lospettacolo solamente alla prima scena, perchè gli spettatori lo avessero già dimenticato. Quindi Violetta, sorpresa da un deliquio, andò a cadere sul sofà ; Alfredo, che stava per uscire cogli altri, si trattenne, e le fece quella celebre dichiarazione dello stile verdiano il più puro, nella quale l'amore del collegiale è forse reso con tutto il caldo ed i fiori della sua rettorica. Non era certo la dichiarazione di un elegante ad una donna del genere di Margherita; ma se il suo soffio lirico, arrivando da una terra vergine ed ardente, saliva troppo in alto, dissipava con felice contrasto i fumi grassi di quella cena, per crudele fatalità dei coristi troppo apparente. Ella lo sentì, e come desta da un olezzo di aria nativa, ruppe in un grido di emozione. Quel linguaggio poetico, il solo genere di linguaggio falso che non avesse udito da molto tempo, e che in quel momento esprimeva una vera passione, le ricordò forse un altro mondo, dove si amava e si viveva altrimenti: se non che ricomponendosi d'improvviso, ed avanzando la fronte verso di lui come per bagnarla nel sentore delle sue ultime parole, con un sorriso ancora gaio, ma già diversamente gaio di poco dianzi, quando agitava nella piccola mano il bicchiere dello champagne, e con una bonomia intenerita nella voce, che era già una tristezza nel cuore, consigliò ad Alfredo il solito consiglio di fuggire e di amare un'altra. Il rimedio volgare era forse ben adatto, ma la piccola beffa, che lo accompagnava in fondo, ne impediva singolarmente la pratica. Malgrado la bontà di quella commozione, il gesto e le parole di Margherita avevano ancora la monellesca amabilità , il pungente scetticismo della mantenuta: Alfredo n'era impacciato, Violetta tornava a riderne.Il suo magnifico abito di raso aveva dei sibili di serpente, mentre il suo ventaglio piumato, che valeva forse tutto il patrimonio di Alfredo, le batteva sul petto colla impertinenza superba di chi non ha cura nemmeno di se stesso. Se Alfredo non fosse stato sincero, avrebbe provato la falsa vergogna di quella posizione, e sarebbe fuggito; invece fu goffo e fu amato. Le donne pretendono sempre un sacrificio, e preferiscono fra tutti quello di un'umiliazione. Il dramma vivo di Dumas e di Verdi cominciava a questo punto. La Patti, fino allora una prima donna impeccabile, fu improvvisamente l'artista, che sapeva recitare come la Ristori. Seduta languidamente sopra quel povero sofà rosso, sorreggendosi la testa colla mano, in un abbattimento, che tradiva già un'implacabile malattia, parve perdersi silenziosamente nel vuoto gelido del passato. La sua posa, che avrebbe entusiasmato uno scultore per la involontaria espressione di tristezza, era già un capolavoro. A che pensavano in quell'istante Violetta e la Patti? Alla dichiarazione di Alfredo, o di Niccolini? A quell'amore vergine, idolatra, del povero provinciale, che ha vissuto quattro anni nel quartiere latino ricordandosi la inevitabile Provenza fra i sogni incendiarii di Parigi, dove la vita ha ancora più seduzioni dell'immortalità , e i propositi feroci delle ambizioni soccombono quasi sempre alle tentazioni del piacere? O all'amore tardivo di questo tenore ammogliato con quattro o cinque figli, la voce già velata e la fisonomia teatrale piena di rughe, che la seguiva per tutto il mondo, attraverso le ironie del pubblico e le indiscrezioni dei giornali, e che forse l'amava con tutto l'egoismo di un uomo, il quale sente mancarsi ad un tempo la vita deisensi e la vita dell'arte? O sentiva il terrore della solitudine in quell'ignobile teatro di provincia, dove la maggioranza l'ammirava forse più per la paga che per la voce, ed entusiasmandosi per l'artista conserverebbe forse tutto il proprio disprezzo per la donna? O la sua grand'anima, sparendo davvero nel tragico destino di Margherita, si fermava come lei a mezzo il corso carnevalesco della propria esistenza, sorpresa da una di quelle ripugnanze, che sono come l'esplosione di un disgusto accumulato insensibilmente, una negazione disperata di tutto ciò che si è voluto preferire nel mondo, i diamanti veri e i sentimenti falsi, il lusso del corpo e la miseria dell'anima? E la sua voce aveva delle trepidazioni di spavento; mentre, passeggiando per il palcoscenico cogli occhi sbarrati, ella sembrava cercare una spiegazione su quelle asse, dalle quali si erano alzati tanti desiderii e sulle quali erano cadute tante speranze di donne. Forse in quell'istante il suo pensiero si era appannato, e la coscienza le si destava alla puntura di un nuovo sentimento. Poi le ultime parole della dichiarazione le tornarono involontariamente sulle labbra, quando, lontano dalle quinte o dalla strada, la voce di Alfredo risalse e la percosse. Era un'eco del cuore o un'illusione dell'orecchio? O il povero innamorato, che aveva giurato di partire per sempre e che ella aveva trattenuto scherzosamente con un fiore, era ancora sotto le finestre, a Parigi, dove la folla passa come la fiumana; e, non sapendo spiccarsene, le ripeteva di laggiù a tutta gola, come un vero ragazzo, la sua prima dichiarazione? Forse ella non lo comprese bene, ma la follia di quell'insistenza le rianimò tutte le follie della sua vita tragica ed allegra. Perchè amare? Chiamare? Comunque principii, l'amore non finisce sempre ad un modo, nella voluttà prima, nella nausea poi? La morte non era essa pure la nausea della vita? Se Alfredo l'amava davvero, tutti quelli, che si erano rovinati per lei, l'avevano amata almeno altrettanto, poichè qualcuno n'era morto. Avevano goduto con lei, poi l'avevano abbandonata. E godere dunque, sempre e dappertutto, sinchè si può essere o si può ricevere una voluttà ! La fiumana di Parigi, che passava a notte così avanzata sotto le sue finestre, era sempre così torbida; tutti i caffè erano aperti, i clubs affollati, i teatri rilucenti, tutti si apprestavano a godere, gli uomini offrivano un desiderio, le donne donavano una soddisfazione, nessuno aspettava il mattino, nessuno credeva all'indomani. Essere bella ancora, avere più diamanti che sorrisi, più sorrisi che pensieri, era tuttavia un destino; e mentre laggiù, in fondo, la massa della popolazione lavora e stenta, non avere che a bramare per ottenere, essere una piccola regina, alla quale tutti i re della ricchezza offrano un trono; bella come un capriccio e debole come una malata, giovane come il mattino e nullameno moribonda come la sera. Si era decisa nuovamente. Il suo gesto piccino aveva avuto l'espressione superbamente scettica del giuocatore, che arrischia per la centesima volta l'ultima posta. Allora la sua canzone di guerra col mondo scoppiò in un ritornello pieno di trilli e di baci, di note acute e di sentimenti leggieri come il suo sacco di giovane volontaria nelle bande del brigantaggio femminile. La sua voce aveva degli scoppi di fanfara, l'abito le garriva come una bandiera al vento, il ventaglio brillantato balenava come un'arma omicida. Una gaiezza di recluta alla prima marcia le animava tuttii moti, e le accendeva già i fuochi della vittoria negli occhi neri come l'abisso. Non era più la Violetta della cena, sofferente ed avvilita pur non volendo sembrarlo; ma la Violetta di vent'anni, l'etèra moderna, che deve al lusso tutto il proprio prestigio, e uccide col lusso tutti quelli che lo sentono. L'ingenuità di questa vanteria, uscendo dall'abbattimento di poco d'ora, aveva la soavità di una brezza e il fresco mordente di un'alba. Così trovando nell'ultima ostinazione della vanità femminile le stesse lunghe compiacenze delle sue prime conquiste, si attardava sulle frasi del soliloquio, dilettandosi ad esaurirne la sonorità nelle gamme più bizzarre del ritmo, nelle pazzie più scapestrate della modulazione. Quindi sollevando improvvisamente una parola la sparpagliava in un turbine di note, la raggruppava ancora, l'avventava sopra un'altra, la perdeva in una discesa precipitosa; e riafferrandola giù nel crepuscolo dell'ultima nota, la gittava entro un gorgheggio, riscagliandola in alto, sulla cima più acuta di un trillo, dove vibrava come uno squillo e raggiava come un baleno. E la sua mano secca sotto il guanto grigio-perla sembrava appuntarla con un gesto indefinibile, mentre il suo volto splendeva di luce febbrile, e il suo sorriso passava sulle teste della platea come un riverbero, che faceva vacillare i cuori e battere le palpebre.Poi tutte le mani si percossero, e una nuvola gialla cadde sugli sguardi del pubblico. Il primo atto era finito. Allora il teatro fu in sommossa: quasi tutti gli uomini si alzarono in piedi, quasi tutte le signore mutarono attitudine. Le conversazioni rumoreggiavano.— Dunque?! — proruppe, torcendosi come unoscoiattolo sulla sedia, il violoncellista dell'ultima fila al secondo contrabbasso della prima, appoggiato al parapetto della ribalta e sorreggendosi sul manico dell'istrumento — mi pare che questo sia canto! La tua Frezzolini non ci ha che fare.Ma s'interruppe dispettosamente per guardare nel pubblico, che lasciava finire il primo applauso di convenzione, obliandosi nel fracasso dei discorsi.— Vedi — proseguì levandosi in piedi senza parere niente più alto, cogli occhi grigi, scintillanti come quelli di un pollo, e la voce stridula come una lima: — vedi — ripetè, mostrandogli il pubblico con un gesto veemente di disprezzo; — non hanno capito. Hanno battute le mani agli ultimi trilli, e diranno che la Donadio li sa fare anche lei. Ti ricordi Salvini? — seguitò stringendosi la fronte illuminata da un pensiero — la Patti è Salvini che canta.— La Cazzola allora.Il violoncello si volse al violinista, che aveva parlato, un ragazzo dai capelli rossi e la fisonomia ebete, e insultandolo collo sguardo:— Questo dev'essere per te un ricordo di muratore.Il contrabbasso ebbe un principio di sorriso.Era un vecchio alto e grasso, la faccia del tutto rasa, con un cravattone nero, che a prima vista sembrava un collare. Due ganascie di gran mangiatore, penzoloni sotto il mento, gli scoprivano due magnifiche fila di denti ancora bianchi, capaci di stritolare tutti gli ossi di un pranzo. La calvizie inoltrandosi gli aveva dato un po' d'intelligenza alla fronte, sotto la quale una bonomia inalterabile ammolliva ancora i suoi lineamenti linfatici, congiungendogli insensibilmente il sorriso della bocca con quello degli occhi.Il resto della persona gli spariva dietro l'enorme contrabbasso, sul quale la sua mano di pizzicagnolo posava con una specie di poderosità pacifica. Un immenso soprabito, tagliato a giacca, coi bottoni neri di prunello sopra un fondo color tabacco, gli ingrossava il busto smollato dentro un immenso corpetto, sul quale una collana femminile, d'oro, attorcigliata con un resto di pretensione, faceva sospettare di qualche antico orologio a cipolla. Ma in quel momento Bartolomeo sembrava concentrato in un pensiero difficile. I suoi sopraccigli, grigi e ricurvi sugli occhi, s'andavano contraendo, mentre una contentezza ilare gli saliva dalle labbra, illuminandogli le guancie tinte ancora di un magnifico vermiglio. Rimase qualche minuto così, poi la marea del teatro, sorpassando la ringhiera dell'orchestra e scompigliandola, lo destò. Il teatro reboava. Un rumore composto di un'infinità di mormorii, di gesti, di cenni, di occhiate e di sorrisi riempiva tutto l'ambiente, agitandone l'aria, che si vedeva distintamente bruciare sulle fiammelle del gas. Il caldo era opprimente, tutte le fronti rilucevano, i ventagli susurravano sui petti delle signore, i fazzoletti biancheggiavano in tutte le mani. Nella platea era un continuo sorgere e risedersi, nei palchi già pigiati le visite sopravvenivano e si pigiavano, il frastuono cresceva per le gallerie, scoppiava in grida sul loggione. Lassù il calore dell'entusiasmo, raddoppiato da tutto l'altro del gas e della gente, doveva essere arrivato ad una temperatura di deserto africano. Nullameno panche, gradinate, muri, parapetti, tutto rimaneva letteralmente imbottito di figure umane; lo skacò placchettato di un poliziotto, arenatosi lassù come in un banco di sabbia fino al collo, gettava qualche riverbero metallico fra quel grigiotumultuoso di bruma: e dalla platea all'atrio, per la porta, l'onda di coloro, che uscivano e rientravano, quelli che non potevano più reggere all'arrembatura, e quelli non ancora entrati, i quali non speravano se non in ciò, s'accavallava in grossi fiotti, vibrando nel frastuono della sala grida di soffocazione. Le signore della platea erano già ardenti, le altre dei palchi scintillavano. La luce profusa di tutte le fiamme diventava la sola aria dell'ambiente, non si vedeva più una faccia pallida, tutti gli occhi rutilavano, tutte le bocche si movevano. Solo in un palchetto una principessa ottuagenaria, vestita di un moerro del suo tempo, con una fisonomia di mummia, ancora spiritosa quando parlava, e la nipote gracile, smorta, vestita di bianco come un angelo, diafana come una visione, fredda come una statua, sembravano non partecipare alla confusione bollente della serata. La vecchia teneva quasi sempre la testa bassa, la giovane l'appoggiava al tramezzo, e guardava in alto con due occhi affossati, che sulla sua faccia impassibile avevano una luce spettrale. La gente si voltava spesso a guardarle. Poi su quell'agitazione di marea, contenuta e raddoppiata dalle gallerie, fra tutte le conversazioni, nelle teste e nei cuori, suonava il nome della Patti. Quel primo atto, un capolavoro per qualche iniziato, non aveva soddisfatto interamente al gusto sempre grossolano, e questa volta avaro del pubblico. Ma quel turbine di note esplose all'ultima scena, e l'atmosfera del teatro dissolvevano già ogni incertezza; mentre la famigliarità di tutte le pose pigiate e delle attitudini compromesse disponeva involontariamente a maggiore compiacenza.Poi la bacchetta del direttore percosse sul leggìo, che il pubblico non si era ancora ricomposto.L'idillio campestre dellaSignora delle Camelie, narrato dal Dumas con minutezza così vera e commovente, si apriva invece con una romanza di Alfredo, eco indebolita dall'altra delRigoletto, senza luce e senza calore. Quel povero Alfredo, che per far credere di essere in campagna, compariva in stivaloni di pelle lucida, vestito di velluto granatino, i pizzi ai polsi ed al collo, il gran cappello piumato nelle mani per darsi un contegno, era ancora più ridicolo che alla presentazione del primo atto, nel quale la goffaggine stessa della situazione poteva far scomparire la sua. Egli venne dritto alla ribalta, come chi si affretti a sdebitarsi di un incarico, e cantò con sicurezza di vecchio tenore la propria felicità di giovane innamorato. La frase leziosa del finale gli valse il primo applauso della sera, e il dramma si riannodò immediatamente. Colla delicatezza sempre poco delicata delle sue pari, Violetta voleva vendere i cavalli guadagnati in altri amori per aiutare quello di Alfredo, e seguitare quella vita di campagna, che Verdi in tutto il melodramma non ha voluto svolgere con una scena sola. Forse il suo temperamento tragico e lirico ad un tempo, innamorato delle catastrofi e delle passioni esplodenti, non ha osato di affrontare un interno casalingo, la mattina, quando l'aria è fresca, il cielo azzurro, e la casetta apre tutte le proprie finestre alla primavera. Una magnifica scena, come nelTristano e Isottadel Wagner, avrebbe potuto spiegare il passaggio troppo brusco dell'ultima decisione di Violetta nel primo atto al sacrifizio nel secondo, appena si presenta il padre di Alfredo; ma Verdi non potè o non volle, e senza saper come si siano uniti, Alfredo e Violetta si separano immediatamente. Così quest'idillio, quest'amore,sul quale si è tanto discusso e che tanti hanno provato nella vita, non trova dentro l'opera destinata ad immortalarlo una sola frase, che lo renda nell'abbandono gentile della confidenza, quando il mondo lo aveva quasi obliato, e la natura lo riconfortava colla sua eterna salute. Ma Dumas nellaSignora delle Cameliedisegnava un carattere, e Verdi nellaTraviataespresse il solito amore di tutti i suoi melodrammi, senza preoccuparsi delle differenze, che potessero correre fra Violetta e le sue altre eroine. Nella gamma dell'amore egli arriva subito ed involontariamente alle note più acute, alla prepotenza più acre del desiderio o al dolore più spasimante del sacrificio. Come per Victor Hugo il personaggio è per lui una forma vuota, nella quale gittare indifferentemente una passione o un pensiero, che lo animi di quella vita eccessiva, cui l'uomo non prova davvero se non in qualche terribile coincidenza. Quindi l'architettura complicata dei loro drammi, le passioni irrefrenabili, gli eroismi fatali, le contradizioni strazianti, tutto l'apparato romantico, che, trasfigurando la realtà , squilibra incessantemente il sentimento del personaggio stesso e del pubblico. Malgrado la differenza di nazione e di razza, Manrico e Radamès sono lo stesso individuo, come Gilda e Violetta, Ernani e Don Alvaro, Riccardo e Don Carlos, Dea e Cosetta, Gilliat e Guynwplaine, il marchese di Lantenac e Don Silva; perchè Hugo e Verdi fanno delle statue e non degli uomini, e sono come due fratelli, dei quali il minore aspetta che il primogenito abbia parlato per cantare. Talora si uniscono, e ne esce una grand'opera come ilRigoletto; talora non s'intendono, e producono due mostri come nell'Ernani. Così dellaSignora delle Camelie, aneddototriste e volgare della cronaca parigina, che Dumas ha narrato con vecchia sapienza di novelliere e giovane entusiasmo di predicatore, Verdi ha fatto una tragedia, nella quale non si sente che un grido di amore, con quattro personaggi insignificanti come una decorazione, una trama molle quanto una matassa, una sceneggiatura falsa come quella di un giornale illustrato, un processo psicologico, che mutila i caratteri e deforma le situazioni. Invano l'anima, stanca da quest'alternativa di cicalio e di gemiti, o disorientata da tutti questi avvenimenti, che cadono come tante tegole dai tetti, domanda la dolce malinconia di quest'amore, nel quale il sorriso della tisi ingannava così spesso ambo gli innamorati, e la verginità dell'inesperienza nell'uno e dell'oblio nell'altra si fondevano come due soffi in un bacio, due note in un accordo. La figura di Violetta, questa donna, della quale ogni particolare dovrebbe essere supremamente elegante: sempre leggiera anche nelle violenze più inebrianti del senso, o negl'impeti più disperati del sacrifizio: sempre mantenuta anche nel breve idillio coniugale, poichè invece di morire ricacciandosi nella miseria morale della sua vita anteriore, riprende facilmente il corso delle antiche feste: sempre sfarzosa e sempre con un uomo, al quale concede le proprie notti: la figura di Violetta così vera nelle contradizioni e così falsa nell'eroismo, fragile e terribile nella sua effimera prepotenza di grande mondana, spregevole e pietosa nell'ultima lotta col destino, contro al quale non ha mai saputo lottare colle forze del lavoro e le energie della volontà ; questa figura composita come i suoi pranzi, i suoi profumi, le sue tolette, le sue preferenze e le sue antipatie, diventa una figlia nobile dalla bellezzaspirituale, colle stigmate del romanticismo sulla fronte; povera anima che aspira al cielo, assetata di amore e di ideale, che parrebbe un angelo smarrito sulla terra, se i singhiozzi laceranti del suo petto di tisica non la tradissero per una donna. La bianchezza della sua fronte di predestinata è la stessa di Gilda, la vergine soave; il sacrificio del suo amore quello medesimo di Eleonora, l'altera castellana: il suo cuore è sempre puro, la sua testa illuminata dal sole della poesia. Malgrado la differenza degli abiti e delle parole, mutando scena, ella sarebbe probabilmente l'una e l'altra; e quando si sentirà soccombere sotto il peso del dramma, o morire nell'ultima stretta della catastrofe, troverà la frase di quelle martiri, ineffabile e sublime come l'ultimo accento dell'amore e la prima parola della fede.In quel momento Violetta stava attendendo il padre di Alfredo. Era vestita semplicemente, ma le cattive abitudini della mantenuta, o la falsa vanità della cantante le avevano fatto mettere una moltitudine di brillanti sopra quel corsettino da campagna. Le signore, che non l'abbandonavano un solo istante col cannocchiale, susurrarono mostrandosi la raggiante ricchezza di quelle gemme. Evidentemente Violetta preferiva i diamanti ai cavalli. Ma il padre di Alfredo, Moriami, bell'uomo camuffatosi male appositamente, dal portamento vivace e la voce poderosa, entrò poco dopo. Con una condiscendenza inesplicabile per la decorazione della scena rimproverò acerbamente a Violetta l'estrema eleganza della casa, che pareva appena quella di un giardiniere; e perdendosi subito dopo nelle rimostranze di padre offeso dalle follie del figlio per una donna, stava pertrascendere, che Violetta lo trattenne con un gesto. Allora la vera ed unica scena dell'opera scoppiò; Moriami fu un padre ordinario, ma un baritono corretto, la Patti un miracolo di arte e di natura. La insulsaggine del pretesto inventato da Dumas e musicato da Verdi per mettere la tragedia nel racconto e l'equivoco sulla scena, uccidendo nell'anima di Violetta la vita e in quella di Alfredo l'amore; la povera storia di quella sorella perduta in un villaggio di Provenza, la quale deve sposare un possidentuccio qualunque con centomila lire di patrimonio, mentre ella ne porterà forse ventimila in dote, e che spaventati dallo scandalo di Alfredo non possono più unirsi, come se le amanti dei fratelli disonorassero le sorelle a cinquecento miglia di lontananza; questo padre, che arriva dal fondo della Provenza attirato dai debiti del figlio, una delle più forti attrazioni, e per persuadere la donna, che egli crede il suo mal genio, ad abbandonarlo, non trova nulla di meglio a dirle che lo scrupolo piuttosto ebete del proprio futuro genero; la musica triviale come le parole del racconto e la posizione del dialogo, la cantilena dei ritornelli, la nudità del motivo e la miseria dell'accompagnamento, tutto si illuminò e disparve alle prime parole di Violetta. Coll'accento della paura, che la sorpresa intenerisce ed aggrazia, la voce rotta dai singhiozzi, sublime di debolezza e di entusiasmo, ella gli confessò il proprio amore per Alfredo, amore quasi santo per la redenzione della donna, quasi sacro in quella brevità di tisi. E mano mano che il canto angosciato le si affievoliva, quasi il solo pensiero di perdere Alfredo le rompesse l'ultimo filo di voce, le sue parole frettolose risuonavano con un borbottio d'invocazione, e i suoi occhisi figgevano nella faccia del vecchio con espressione imbambolata. Forse col presentimento degli infelici aveva paura di quel volto bonario, sul quale le passioni non avevano mai balenato, e che solo la morigeratezza e l'egoismo avevano potuto conservare così fresco. Tutto in lei pregava per l'amore. Ma colla testardaggine della gente onesta, la quale, trovandosi ad avere dal proprio canto la virtù e l'interesse, diviene scettica sulla importanza delle passioni, egli seguitò a darle i consigli di circostanza. Nè la magrezza della sua personcina, nè il rossore della febbre l'impietosivano: non si accorgeva di strapparle dalle labbra l'ultima goccia di cordiale, di soffocarle nel cuore l'ultima speranza della vita. E la musica nella sua fraseologia rettorica e plebea esprimeva abbastanza bene questo carattere vero a forza di essere brutale, questa posizione tragica, nella quale la ragione parlava col vecchio e la poesia singhiozzava colla giovane. Naturalmente il pianto è uno dei primi sintomi della debolezza, e Violetta cedè. Forse ella stessa non ne capiva bene il motivo, ma per uno di quegli abbandoni disperati, propri delle nature patetiche, si lasciava cadere ai piedi della prima contraddizione colla voluttà singhiozzante del sacrificio. Allora la vita degli ultimi mesi in campagna coll'amore di Alfredo, affluendole impetuosamente al cuore, le sgorgò in lagrime dagli occhi. La sua fiacchezza di donna e di malata le fece provare anticipatamente tutto l'orrore del distacco, e di un ritorno alla vita della cortigiana, che non può credere più alle illusioni del lusso, o sperare in un ideale più alto. Per un momento si era lusingata di rientrare nella virtù di un unico amore, e la virtù la rigettava sul corso rumoroso del vizio. Il cuorele batteva, il petto le bruciava. Le pareva impossibile di cedere, ella che aveva tutti i diritti di una moribonda, il suo ultimo mese a chi vivrebbe ancora molti anni; mentre sapeva di non costar nulla ad Alfredo, e che una rottura sarebbe forse la morte per entrambi. Ma una mano di ferro le era discesa sul cuore, e l'aveva prostrata. Il feroce destino della sua vita la ripigliava stracciandole tutti i sogni, pestandole tutte le speranze. La cortigiana doveva morire cortigiana, nella miseria di uno spedale, o nella vergogna di un sequestro. Quindi una luce improvvisa illuminò il destino, che la uccideva, e riapparve la provvidenza della sua infanzia, quando la mamma l'ammaestrava accanto al focolare, inculcandole l'umiltà dei principii e la purezza dei sentimenti. Le sembrò di ritrovarsi nell'antica casetta montanara, intatta ancora dal giorno della sua fuga, poichè la mamma ne era morta poco dopo. Ma un'altra casa sopra una più bella costiera piena di aranci e di olivi, fra una corona di colline, sotto un cielo di smalto, in faccia ad un mare di zaffiro, in un'aria imbalsamata, in mezzo ad un sorriso eterno di giocondità e di salute, le passò come una visione nel pensiero. La conosceva, era la casa di Alfredo, che egli le aveva tante volte descritto. Il vecchio cane pastore era sdraiato sulla porta, la capra favorita della mamma brucava ad una siepe. La porta era spalancata, il prato deserto. Ma ad una finestra del primo piano una fanciulla pettinata modestamente ricamava un paio di pantofole da uomo, col volto illuminato da un impercettibile sorriso. Era la sorella d'Alfredo, la vergine, alla quale ella non poteva essere presentata, l'angelo della famiglia, che stava per aprire le ali bianche al volo. Le sembrava di vederlain alto, dal prato della casa, alla guisa dei mendicanti, che venivano spesso ad implorarla. Allora tutta la ribellione del suo dolore ammutolì, e comprese di essere inevitabilmente perduta. Il destino, che la buttava ai piedi di quella vergine, come gli antichi guerrieri venivano a gettare ai piedi delle loro spose i prigionieri di guerra, era la provvidenza della sua infanzia, che sparisce talvolta, ma non dilegua, perdona forse, ma non oblia. L'ora della espiazione era suonata prima dell'ora del pentimento. Le ginocchia le si piegarono quasi involontariamente; ma come se l'aria di quella visione l'avesse già purificata, col gesto del pellegrino, che sta per riprendere coraggiosamente la via dolorosa del pellegrinaggio, stese la mano al vecchio, e cantò la preghiera dell'addio. Come la figlia di Jefte ella moriva per la parola di un padre, ma senza la poesia dell'innocenza e l'onore del corteggio. La sua lamentazione, lenta come i rintocchi di un'agonia, calava laggiù, in una valle della Provenza, sotto la finestra, alla quale la sorella di Alfredo lavorava senza alzare gli occhi dal ricamo; mentre Violetta, stringendo convulsamente la mano del padre, gli mormorava un saluto per la vergine, che doveva ignorare per sempre l'infamia del suo nome, e l'eroismo del suo sacrificio. La sua voce, sempre soave, aveva un accento ineffabile di malinconia in questa romanza, la più bella e la più vera di tutta l'opera; ma alla ripresa, quando il presentimento della morte le ebbe tolto ogni forza, anche la voce le si affiocò senza appannarsi, ed abbandonando la mano del vecchio, gli ripetè con tale sfinitezza — Dite alla giovane sì bella e pura — che il pubblico strozzato dall'emozione scoppiò in un urlo. Istantaneamentel'incanto si ruppe, Violetta scomparve e rimase la Patti, un'artista inimitabile, alla quale il teatro chiese due volte ilbis, due volte soffocandolo sotto un grido fanatico di applauso. A poco a poco il calore dell'ambiente aveva guadagnato tutte le anime, quella romanza le incendiò. La sua tristezza era così vera, che l'amore ed il suicidio di Violetta diventavano reali, atroci, inevitabili. Non si vide altro, non si comprese di più. Per qualche minuto lo spettacolo rimase sospeso. L'applauso diventava ovazione, crescendo d'intensità e di frastuono; si sentivano i fremiti, scoppiavano già le strida della demenza. L'emozione del pubblico era talmente viva, che per sopportarla dovette ricorrere albis. L'arte è un punto, l'artificio una linea: questo si raggiunge una volta, questa si può prolungarla sempre. Il pubblico, che aveva sobbalzato alla voce di Violetta, giudicò allora quella della Patti, e il giudizio fu così lusinghiero, che la grande cantante ebbe un sorriso di regina, curvandosi sotto il vento degli evviva. L'artista ed il popolo si erano intesi prima; la donna ed il pubblico s'intendevano adesso.Quando il padre fu uscito, Violetta rimase sola per scrivere ad Alfredo il terribile biglietto. I violini di Verardi interpetrarono mirabilmente le poche e stupende note, colle quali Verdi ha reso l'ansia di quel momento, ma nè la musica, nè la voce, nè la perfezione inimitabile dell'attrice poterono risollevare il pubblico. La reazione dell'entusiasmo lo prostrava. Alfredo rientrò, e l'accordo fra il pubblico e la Patti si ruppe di nuovo.Quella figura di barbiere, camuffato da postiglione, smagava tutta la passione di Violetta. Ella avrebbe avuto talmente torto di amarlo, che era impossibilecredere al dolore delle sue menzogne e alla verità del suo olocausto. La farsa spuntava sotto la tragedia. Forse Violetta fingeva quel convulso per non parere troppo cortigiana; poichè l'insulsaggine in mostra sulla fisonomia del suo innamorato doveva averle reso ben uggioso il lungo faccia a faccia in campagna. Flora l'invitava ad una festa. Parigi rumoreggiava da lontano, attirandola come l'oceano attira il marinaio. Involontariamente tutti gli orecchi riudivano i gorgheggi leggermente avvinazzati del primo atto: ma d'improvviso, mentre l'ironia del pubblico, malcontento del tenore e forse geloso dell'uomo, agghiacciava quella scena di addio a parole mozze, Violetta riapparve con un grido talmente lacerante, che tutti impallidirono. Molti si voltarono, sporgendosi per vedere se fosse caduta ai piedi di Alfredo con una bava di sangue alle labbra; ma Violetta era già scomparsa, e Alfredo si fregava le mani in faccia al pubblico colla vanità di un uomo idolatrato.Il resto dell'atto sembrò interminabile, il dolore di Niccolini fu ridicolo essendo falso, e lo sarebbe stato più essendo vero; i conforti di Moriami, di una scioccheria appena perdonabile ad un padre, che non può aver torto vantando i prodigi del proprio cielo provenzale. Niccolini seduto sull'unica poltrona di casa, la mano alla fronte, conservava abbastanza sangue freddo per non scomporsi la sapiente pettinatura; mentre Moriami imbarazzato sotto quella parrucca ed entro quegli abiti da vecchio, egli che la sera dopo doveva essere il più bel Barbiere di Siviglia, seguitava la predica. La quale produsse finalmente il solito effetto, e quando sperava di aver persuaso il figlio a prendere il primo treno per la Provenza, questi indovinando dall'ultima lettera diFlora, trovata sul tavolo, che Violetta sarebbe a quella festa per trovargli il successore, scappava impetuosamente per Parigi.Si credeva che il telone sarebbe calato secondo il solito, per dare alla prima donna il tempo della grande toletta da ballo; ma forse la Patti volle provare di riuscirvi in pochi minuti, e l'atto seguitò. Solamente la scena passava dalla campagna a Parigi, in casa di Flora, che quella sera dava un ballo in costume. Gl'invitati alla cena di Violetta dovevano convenire nella festa di Flora. Infatti un'orda di zingarelle e di ballerine sboccò da una porta laterale del gran salone, illuminato da palle di carta oliata, che imitavano i globi di cristallo: ma Verdi o l'impresario non avendo osato affrontare la realtà di un ballo, la scena rimase fredda. Poco dopo un fiotto di mattadori spagnuoli irruppe dalla medesima porta, e volle cantare un secondo coro alla padrona di casa, che non ne capì nulla come il pubblico. Se gl'invitati seguitavano a venire a torme, la festa doveva finire per essere ben numerosa. Però la crisi del dramma appressava. Alfredo, pallido ancora dalla lunga corsa dal casino a Parigi, entrava vestito da ballo come alla prima cena di Violetta: gli stessi amici lo aspettavano al giuoco. Accettò, ed aveva appena puntato il primo luigi, che Violetta giungeva a braccio del barone, parata di un abito di raso bianco, meno bianco tuttavia del suo volto. Uno strascico lungo come la coda di una cometa, ornato di camelie bianche e costellato di brillanti, la seguiva ondulando sulla scena. L'abito era un capolavoro di ricchezza e di semplicità . Ella pareva uno spettro. I capelli neri, divisi sulla fronte come quelli di una madonna, le cadevano sulle orecchie con una trascuratezza,che stringeva il cuore. All'estremo pallore della faccia e al largo cerchio turchino sotto gli occhi, si capiva subito che quella donna doveva aver pianto troppo o dormito troppo poco; e, venuta per forza alla festa, si era lasciata abbigliare dalla cameriera senza accorgersene. Violetta non si sarebbe mai disposto quelle camelie in fila sul fianco, come un rosario di fiori, nè piantato quel fermaglio sull'ultimo bottone del corsetto scollato. Fiori e gemme erano troppi: una collana di perle le cingeva il collo, i monili le salivano per tutto il guanto quasi all'altezza del gomito, una minutaglia di brillanti le balenava da ogni piega dell'abito, persino dalle fibbie delle scarpe. La pompa insultante della toletta guastava l'aristocratica delicatezza della sua figura, alla quale la piccola camelia bianca sulla fronte avrebbe dato un ben altro significato di poesia.Come tutti gl'innamorati, che cercano uno scandalo, Alfredo aveva subito alzato la voce provocando il barone al giuoco. Il barone aveva acconsentito ed aveva perduto. Fortunatamente quando l'alterco stava per scoppiare, e Violetta lo seguiva con occhio smarrito, un servo venne ad annunziare la cena. In due ore era la seconda per i coristi, che nullameno urlarono ad unanimità : andiamo! I due rivali dovettero seguirli per ultimi, non senza scambiare prima qualche frase equivoca di minaccia; e la scena rimase vuota. Ma Violetta rientrò barcollando quasi immediatamente; aveva indovinato il disegno di Alfredo, e voleva impedirlo affrontando magari tutte le contumelie ed i graffi della sua gelosia. Da vero collegiale Alfredo non capì nulla della sua costernazione. Violetta avrebbe voluto inginocchiarglisi ai piedi, se il pericolo di essere sorpresi non l'avessetrattenuta, e cogli occhi dilatati dallo spavento, che le battevano come nell'abbarbaglio di un miraggio, vacillava ad ogni sua cattiva parola. Egli era superbo, affettato. Quella preghiera sbigottita gli saliva alla testa come l'ultimo incenso di un amore non ancora ben spento; epperò, malgrado ogni feroce proposito, gli trasse di bocca qualche motto di fuga. Allora Violetta ebbe un gesto così sublime di disperazione, che tutto il teatro fremè: Niccolini invece saltò alla porta con due grandi passi tragici, e, prima che ella avesse il tempo di vietarlo, chiamò tutti i coristi. Era destinato che quegl'infelici non dovessero cenare. Infatti accorrendo di malumore gli fecero cerchio intorno come in piazza: gli altri invitati arrivavano, Flora si mise a fianco di Violetta, il barone pretesto imbecille di tutta la scena, si cacciò coraggiosamente fra loro ed Alfredo, che aveva avuto il tempo di atteggiarsi con tutta la maestria di un provetto cantante. Ma questa volta fu tenore e buono. La sua invettiva, da principio a voce sorda, crebbe tremendamente di parola in parola, come se nella veemenza dell'ira gli si rischiarasse la voce. I capelli neri arricciati con tanta civetteria sulla fronte, questa volta gli squassavano come una criniera, mentre colla faccia vampeggiante di rossore, e i garretti tesi come un leone che sta per spiccare lo slancio, gualciva nella mano contratta la terribile borsa. Sciaguratamente per lui Verdi aveva perduto tutto l'impeto della maledizione, ripigliandone la cadenza con una modulazione da stornello nel momento, che lo scoppio di quella collera, quasi degna di un eroe e così vera per un geloso, doveva avere la detonazione di una bomba. Niccolini dovette scomporsi. Il pubblico lo perdette di vista per Violetta. Aggrappata alle sottanedi Flora col viso stravolto dall'orrore dello sfregio imminente, il seno anelante, la bocca aperta per un urlo impossibile, che sospendeva il battito di tutti i cuori, tremava ed oscillava come un giunco. La sua veste bianca pareva una falda di neve, la sua faccia una faccia fantastica. Era troppo! Quella scena di Alfredo doveva essere un sogno peggiore di ogni realtà , una immaginazione spaventevole di un fatto non mai accaduto! E in quel raccapriccio Violetta rassomigliava all'olandese del vascello incantato, colla indescrivibile fisonomia, che solo una tempesta di mille anni ha potuto comporre. Non le restavano più che gli occhi e la bocca, il resto era tutto bianco come una nebbia, che sarebbe svanita con un soffio. Ma i suoi occhi ardevano, e nelle contrazioni della bocca muta le ruggivano tutte le strida della procella. Tratto tratto una frase infame di Alfredo l'attirava e la respingeva, mentre un terrore tragico le saliva dall'anima sul volto come un'ombra sopra una larva. Le sue mani sole parlavano, e una parola inarticolata, unica e tremenda, una negazione irresistibile ed inutile le crepitava nell'ultima convulsione dei lineamenti. Ognuno tremava, ma la tensione delle anime era tale, che la più piccola percossa avrebbe determinato un'esplosione. E fra il rombo di quell'anatema ed il silenzio di quell'esecuzione, nella quale la vittima era innocente, Violetta cresceva. Ritta sulla punta dei piedi, le mani raggrinzite sulle spalle di Flora come per sollevarsi al disopra di quel gesto che le cadeva sul capo, la sua bianca figura sembrava allungarsi in un prodigio di luce bianca: e quando Alfredo, sfinito di rabbia, le scaraventò in faccia la borsa, trattenendo lo scatto più brutale di uno schiaffo, ella pure gli si avventò dall'alto delsuo bagliore di angelo, e respinta dalla ferita mortale si abbattè vacillando sulle spalle di Flora.Il teatro ruppe in un urlo di liberazione; l'incubo si era risolto nella morte.Ma invece di attendere ai rimproveri del padre, che arrivava in buon punto per compiacersi dell'opera propria, o al borbottio di Alfredo prolungato dalla musica in una imitazione di gargarismo, mentre il barone approfittava del frastuono per minacciare impunemente, tutti gli sguardi si accalcarono intorno al sofà di Violetta. Era svenuta in atteggiamento scultorio. Poi sembrò ridestarsi, e girando intorno gli occhi, sentì nella cantilena del coro il dolore della propria ferita. Alfredo si era quasi rincantucciato come un pauroso dietro la gente. Allora senza vederlo, con un gesto di martire, ella esalò l'ultimo sospiro d'amore. Il sacrifizio era compiuto e la vittima era viva. Il suo abito bianco pareva una tunica di angelo, la camelia della sua fronte un astro. La sua voce pura, come il suo cuore dopo l'olocausto, cantava fra quella turba ad una visione trionfante, quando Alfredo sapendo finalmente la verità verrebbe a morire d'amore sulla sua fossa recente. Un'ultima generosa malinconia velava la gioia del suo perdono, mentre i suoi occhi illuminati dalla fede si appannavano di una lacrima tardiva. Ella si obliava nel canto. La sua invocazione, forte sul principio come il grido di un risorto, s'indeboliva lentamente nel murmure concitato della folla, sulla quale la sua anima bianca si librava come una nuvola di sacrificio sull'altare. L'accordo tumultuoso di quel pieno, che sembrava sostenerla, dava un'acutezza quasi più limpida agli squilli, una lentezza più mesta alle cadenze della sua voce. Tutta l'orchestra ondeggiava,la bacchetta del direttore non percuoteva più la lingua di latta, e la Patti cantava sempre in quell'attitudine di statua, animata da un sentimento che eccedeva la vita, e al quale solamente il suo canto poteva infondere la verità . Quindi il telone avviluppò nuovamente tutta la scena, e il finale s'interruppe senza che paresse esaurito.Il pubblico, che non se l'aspettava, ne rimase intontito. Poi le conversazioni risorsero in mezzo ad un applauso pieno di urla rotte e di gesti maniaci. La platea era in piedi, uomini e signore, tutta la gente si sporgeva dai palchi, si protendeva dalle gallerie, precipitava quasi dal loggione. Era come un'enorme scommessa a chi troverebbe la percossa più sonora, l'evviva più clamoroso, il grido più entusiasta. E tutto ciò in uno strepito di sommossa, che eccitava perfino le adesioni compassate dei pochi aristocratici, alzando il pigolìo delle signore a schiamazzo di fanciulli. Per tre o quattro volte il telone si squarciò, e la Patti vi apparve nel mezzo come dentro una nuvola; la sua testa non aveva più il tragico pallore, e si chinava sotto la carezza della tempesta con una grazia di airone. Quindi un bisogno più intenso arrestò l'ondata dell'applauso, e ognuno si volse con una specie di precipitazione al vicino: vi furono ancora degli scoppi parziali, degli impeti, che dal loggione attraversavano la platea, e l'ovazione si sommerse nel rumorio delle conversazioni. L'aria era salita a una temperatura tropicale senza che alcuno vi badasse: i visi erano caldi come le parole, gli occhi scintillavano come le osservazioni.— Bartolomeo, meo, marameo — guaì il violoncellista slanciandosi verso il contrabbasso caduto pesantementea sedere; e ripetendo con perfetta intonazione le ultime note della Patti nel finale dell'atto: — finalmente se ne sono accorti; hanno applaudito al miracolo! Te lo avevo predetto — insistè con una esplosione di orgoglio dispettoso.La sua testina di monello ingegnoso e depravato gettava lampi, mentre tutti i suoi moti scattavano con un'energia, che non si sarebbe mai sospettata in quel corpicciattolo. Tutta l'orchestra era in piedi, una ressa di artisti stringeva il direttore disceso dal pulpito.— Li vedi, Bartolomeo — proruppe accennandoglieli imprudentemente del dito — che ricevono l'imbeccata? Ah! se io fossi quella donnina, piccola come tutti i tesori, che hanno un valore inestimabile; ancora abbastanza bella, perchè la sua voce che è la prima bellezza del mondo sia bene incorniciata dal suo volto, credi tu che vorrei venire alBrunetti? Perchè canta questa donna? Diecimila franchi per sera... e poi? A che cosa le servono diecimila franchi? per comprare un abito, e tornando nuovamente sulla scena guadagnarne altri diecimila. Ciò è assurdo: è la nostra vita miserabile trasportata nelle ricchezze, il nostro mestiere nel genio. Noi possiamo vivere così: abbiamo preferito di tirare un arco piuttosto che una sega, ci pagano quattro franchi per sera la nostra segatura di note, che il pubblico piglia per musica e se la goda: ciò è abbastanza degno di noi e di lui. Io non canterei.— Perchè? — domandò ingenuamente Bartolomeo, che aveva ascoltato mezzo distratto quel discorso proferito con una precisione piena di sussulti.— Tu non lo capisci, aspetta — fe' attirando una sedia col piede, e sedendoglisi presso con famigliarità protettrice ed ironica.— Ti sentiresti capace d'innamorarti della Patti?Bartolomeo provò una tale percossa a quest'esordio, che il violoncellista gli posò una mano sopra i ginocchi per trattenerlo.Quindi riprese:— Ti sono piaciuti i diamanti della Patti? Te lo leggo sulla faccia, li hai ammirati. Ella ha voluto farne pompa anche in campagna, ed era una scempiaggine; nel ballo, ed è stata una provincialata. Eppure il più piccolo di quei diamanti costa forse più di quello, che nè tu nè io guadagneremo mai nella nostra carriera di suonatori. I diamanti bisogna averli, ma nel cassetto, per godere ogni tanto della loro purezza, che supera quella dei fiori, della loro luce, che vince quella del sole. Li porti? Ed allora fossi pure un imperatore, non sei più che un povero borghese, il quale ha bisogno di fare invidia per sentirsi superiore, e fra tutte le invidie sceglie quella dei miserabili, che è la più bassa. Perchè la Patti se li è messi stasera? Per provare al pubblico che i diecimila franchi di ogni sera sono una verità , e alle signore dei palchi, che essa, una cantante, ha più gioie di loro, principesse di nascita o milionarie di posizione. La Patti è una donna: ecco perchè canta. Perchè vendere per diecimila franchi la sua voce e la sua anima? Se io le fossi amico, le direi che un cavallo da corsa, a Londra, in tre minuti vince centomila lire di premio, e due milioni di scommessa, in faccia allo stesso pubblico, al quale essa getta così se medesima, e che non l'ha mai applaudita come Gladiateur o Iroquois. Bada; ilBrunetticontiene tremila persone, ilCovent Gardenpoco più: al gran Derby, io ci sono stato, nelle corse meno frequentate vi sono trecentomila persone. Ecco il pubbliconella verità della sua natura grossolana, che non può andare al di là della sensazione, e preferisce quindi la più acuta, quella di una scommessa sopra un cavallo, all'altra di una sorpresa in una scena. Credi tu che questa gente, la quale applaude con tanto fracasso, possa aver compreso l'arte divina, con cui la Patti ha cantato tutto quell'atto? Allora perchè non ha applaudito il primo, diversamente, ma non meno perfetto? Ma il sentimentalismo di questo è più facile del brio di quell'altro. Si distingue una donna, che pianga da una che rida, ma cogliere la differenza fra due lagrime o due sorrisi, ecco l'incomodo per coloro, ai quali manca l'intelligenza penetrante della realtà , o il senso squisito dell'arte. Vedrai che a quest'altro atto la platea scoppierà in grida, e i palchi in singhiozzi; la Patti sarà sublime a buon mercato, poichè il patetico profuso nella scena basta per sè solo a commovere una massa. Ed ella colla Malibran, la prima artista del nostro secolo, al disopra della Sontag e della Galletti; ella, che crea colla voce, come Verdi può creare colla penna, e spesso molto meglio; già abbastanza ricca per vivere come una regina, ed abbastanza gloriosa per rientrare nell'isolamento di tutti i grandi spiriti, viene in quest'ignobile cantina delBrunettidavanti a un pubblico, nove decimi del quale non conoscono la musica, per ottenere diecimila franchi di paga, e diecimila applausi di buona mano. Ciò è ancora più vigliacco che assurdo.Bartolomeo travolto da quest'eloquenza fece un gesto per resistere.— Aspetta — gridò l'altro. — Se la sua fosse la beneficenza del genio, che si prodiga in capolavori per decorare la vita sciagurata dell'umanità , e sigetta egli stesso in elemosina come un gran signore, il quale non avendo più denaro si offre per un servizio: se ella fosse Dante o Beethôwen, Michelangelo o Shakespeare, bisognerebbe cadere colla fronte per terra, e adorare quest'artista incomparabile, che passa attraverso l'Europa per improvvisare un'ora di gioventù nei cuori più invecchiati, un profumo di primavera nelle anime più inaridite. Ah! sarebbe più bello di Dante, e più grande di Shakespeare: l'arte non ha altra missione, far dimenticare la vita rappresentandola, illuminare la realtà trasfigurandola nel sogno. Ma no, mio caro — proseguì incalorandosi e contraendo la faccia a una fisonomia ringhiosa di scimmia: — diecimila applausi, che valgono ancora molto meno, di gente, che ella non conosce e non vorrebbe conoscere personalmente, che la farebbero forse ridere se non piangere coi loro giudizi.E si arrestò ansante: il teatro tumultuava sempre. Si girò intorno uno sguardo, quindi rivoltandosi verso Bartolomeo quasi inebetito da quel lungo discorso:— Non è vero che ho ragione?— Ma allora come faremmo noi a sentirla?— Faremmo a meno. Bevi forse del tokai tu? Ho forse una madonna di Raffaello sopra il mio letto, io che non ci credo, e la terrei tanto volentieri? Guarda: se io avessi dei milioni, non come i nostri milionari di Bologna: essi sono miserabili, nessuno ne ha nemmeno un paio di dozzine, e vedi che è un'inezia. Se io fossi milionario anderei subito domattina dalla Patti, e le direi: il vostro impresario vi dà diecimila franchi per sera perchè cantiate, io ve ne do quindicimila, e compro il vostro silenzio. Se me lo permettete, verrò a tenervi compagnia; canterete, se ve ne salta il ticchio, ma se m'accorgo che lo fate persdebitarvi, ve ne manderò altrettanti ogni mattina per il mio cameriere, e non metterò mai il piede nel vostro appartamento. Ecco che cosa direi a questo genio che si degrada, a questa donna che si prostituisce. Le direi: andate a Roma, a Parigi, vi darò un palazzo grande come una reggia: voi già sareste ricca da comprarlo volendolo; siate una gran signora, gettate alla porta quel Niccolini, che non è mai stato un gran tenore e non può essere più un grande amante; aprite i vostri saloni a tutta l'aristocrazia del pensiero, e componetevi una corte di sovrani come Napoleone I. Voi avete la sua potenza ed il suo genio, giacchè vi trascinate dietro la stessa Europa incatenata al vostro carro: aspettate che il vostro spirito avvampi nella febbre dell'arte, e allora cantate per essi, che potranno comprendervi. Aspettate che Victor Hugo, il vecchio sublime, venga qualche sera a riposarsi nel vostro salotto, e ravvivatelo col canto: egli sarà l'idea e voi sarete la parola, egli il ritmo e voi la modulazione: aspettate che qualche grande ambizioso vinto vi domandi un'ora di calma, e allora cantate come voi sola potete cantare. Sarete la prima donna, e la prima dama del nostro secolo. Ma non mischiate mai danaro nella vostra arte, siate come Dante e come Shakespeare, come Beethôwen e Michelangelo: lasciate agl'istrioni la plebe dei teatri, che vuole divertirsi perchè fatica, e giudicare perchè paga. Il suo denaro eccellente per pagare delle scarpe o saldare dei pranzi non può valutare la vostra anima, essere il prezzo della vostra voce. I capolavori sono fatalmente gratuiti, anche quando non sono pubblici. Forse ella è donna, e non mi comprenderebbe, e allora le getterei un milione in faccia, proprio come nel finale di quest'atto, e le direicolla mia voce più insolente: giacchè la sordidezza della vostra anima è pari alla purezza della vostra voce, tenetevi il pubblico e Niccolini, fatevi pagare tutte le sere come le coriste; ma, per quanto gl'impresari vi paghino bene, non raggiungerete mai il prezzo di un cavallo da corsa, e sarete sempre meno stimabile; il cavallo corre per guadagnare la bandiera, mentre voi cantate per intascare il premio.In quel momento il direttore risalse sulla scranna.— Aspetta — gridò il violoncellista vedendo Bartolomeo, che si alzava senza rispondere: — sai che cosa è la Patti?— Sei matto, tu!— Infelice! — egli rispose compiangendolo con un gesto comico di disperazione — tu non mi comprenderai, e la mia definizione della Patti sarà la più bella di quante ne daranno i giornali.— La Patti è...Fortunatamente la bacchetta del direttore percosse la lastra tagliandogli netta la parola; ma Bartolomeo, che l'aveva intesa, alzò vivamente l'arco per darglielo sulla testa. Il violoncellista fu presto a balzare indietro, e sempre ridendo tornò alla propria sedia. Bartolomeo guardava già al sipario; la preoccupazione del suo spirito si era fatta grave come una malinconia. Appoggiato al grosso manico del contrabbasso arricciato e borchiato come un pastorale, la mano sulle chiavi e la testa sulla mano, aspettava che il telone si squarciasse nell'atteggiamento vanitoso di un concertista, che attende il proprio pezzo. La sua alta statura, che lo faceva quasi dominare tutta l'orchestra, rendeva anche più sensibile il contrasto della posa romantica colla sua fisonomia bonaria di grande mangiatore. Il violoncellista, chenon lo perdeva d'occhio, se ne accorse, e quando il sipario si scisse, e la Patti apparve in fondo all'alcova, sdraiata sul lettino, vestita di bianco, alle ultime note del celebre preludio celando rapidamente la testa dietro il violoncello:— Meo! — gridò.Egli si volse, e l'altro gli rise in faccia con tale escandescenza, che raccapricciando di essere penetrato, Bartolomeo impallidì.A rovescio di Dumas, che descrive la miseria di Margherita in mezzo al magnifico appartamento sequestrato dai creditori, Verdi ha immaginato una modesta cameretta, come se uscendo da quel ballo fatale, Violetta avesse abbandonato il barone e fosse ricaduta nella miseria. Ma la musica non avrebbe potuto raccontare tutti i dolorosi particolari della Signora delle Camelie, analizzare le ultime lacerazioni della realtà nella trama già troppo logora dei suoi ultimi giorni. In questo la musica, linguaggio eccezionale, rimane troppo al disotto dal linguaggio ordinario, pel quale un'esistenza può passare intera. La piccola camera aveva le pareti giallognole, una toeletta dozzinale in un canto, una specie di alcova in fondo, con uno straccio di cortina bianca, sotto la quale riposava una forma ancor più bianca. Era la Patti. La scena indicava il mattino, e pareva notte. Una miseria mal dissimulata dalla decenza faceva sentire un'aria fredda nella camera, che il respiro troppo tenue dell'inferma, e il sonno troppo lieve dell'infermiera non bastavano ad animare. La camera vuota pareva troppo grande. Il caminetto di carta non aveva nè fuoco nè legna: era in sulla fine di carnevale, l'aria di Parigi all'alba pungeva senza dubbio. Sul tavolo da notte una bottiglia d'acqua, e due otre boccette luccicavano alla fiamma del lumino riparato da un cappello verde. Violetta si destò per chiedere un sorso d'acqua, ma nell'accostare le labbra al bicchiere nascose la faccia contro il grembo dell'Annina. Per un'ultima civetteria di grande artista la Patti riservava l'effetto del proprio volto per quando scenderebbe dal letto. Adesso non si discerneva che una cuffietta bianca, dalla quale sfuggivano sull'origliere alcune ciocche brune: il resto era confuso sulla coperta. Poi il medico arrivò mattiniero secondo il solito, e Violetta volle alzarsi.Allora un raccapriccio gelato corse per tutto il pubblico. La tisi lenta, che la divorava da qualche anno, non le aveva lasciato più che la pelle cenerognola e poche ossa, fortunatamente nascoste dal vestito. Ma i suoi movimenti erano così rotti, che sembrava di intenderle scricchiolare ad ogni istante. Il suo bel viso da uccello di rapina, a forza di assottigliarsi, era rientrato nel profilo tagliente del naso, mentre gli occhi le si erano sprofondati nell'orbita, e il loro cerchio turchino era disceso giù nello scavo delle guancie. Ma la bocca livida aveva ancora i denti bianchi come nei giorni del suo bel sorriso. Una piccola cuffia da notte, di una semplicità molto povera, tratteneva il disordine dei suoi magnifici capelli neri, e le si annodava sotto il collo con due lunghe cordelle cadenti sul seno. Ella si appressava, sorreggendosi sulla spalla del medico e sul braccio di Annina con uno sforzo così faticoso, che le traeva ad ogni passo dal petto uno scoppio di tosse. Nulla restava più della Violetta, che Parigi aveva ricevuto un mattino dalle mani della provincia, fresca come un pomo, per gettarla nella terribile operosità delle proprie cucine, e trarla frutto candito dall'aspettomalsano e il sapore composito. Tutta quella decorazione, abbagliante a forza di essere ricca, che aveva fatto di Violetta una delle tante fantasime del lusso, una figura volgare e straordinaria appunto come una decorazione improvvisata, nella quale non si erano risparmiati nè danari nè uomini; la Violetta, che passava fra le duchesse del bosco di Boulogne come una duchessa di un'altra aristocrazia, che era una curiosità per tutti gli uomini ed una novità per tutti i luoghi; la Violetta, che una sera, d'improvviso, era saltata a piè pari dal proprio trono vendereccio per infilare il braccio di Alfredo, e fuggire con lui in campagna a respirare l'aroma della terra; la Violetta dell'ultimo ballo, spettro regale, che ricompariva nella sala del trono per ricevere un insulto plebeo da un suddito pazzo di amore: tutto era sparito senza traccia e senza speranza. Solo i capelli, ricciuti e neri come una volta, gettavano ancora sotto il trapunto della cuffietta qualche ilare riflesso.Tutto le era stato egualmente fatale, il vizio come la virtù.Poi, sedendosi, trovò ancora un gesto della passata eleganza, e lasciando la mano, bella tuttavia, sulla spalla del medico, lo ringraziò con uno straziante sorriso. E cantò.La musica delle sue parole sembrava battuta sul ritmo affaticato del suo cuore, mentre la sua voce, fattasi più pura nello sfacelo di tutto il corpo, aveva l'inesprimibile limpidezza del pensiero nei moribondi. Si sentiva morire. Invano il medico colla pietà dozzinale del mestiere le diceva di confidare nella convalescenza vicina, mischiando le proprie frasi fredde tra le parole intenerite di Violetta. Poi l'ultima speranza, la sublime illusione di ogni martire, che aspettadi veder squarciarsi il cielo, ammalata anch'essa di tisi, le si svegliò in cuore. Da molti giorni Violetta aspettava una lettera di Alfredo. In quella rassegnazione d'agonia ella non domandava più che di vederla per inebriarsi l'estrema volta d'orgoglio, e concedergli il perdono del martirio. Sempre donna, voleva Alfredo ai piedi per sentirlo rabbrividire al suo aspetto di agonizzante, egli che le aveva affrettato la morte, e, mentre singhiozzerebbe, adagiargli il capo sulla spalla e spirargli l'anima nel petto. Era l'ultima decorazione della sua vita, il gran finale del suo ultimo atto. Quindi uscita l'Annina, si trasse di seno la lettera del padre, conciso rescritto di grazia, e la rilesse forse per la centesima volta. Dopo essersi battuto col barone ed averlo ferito, Alfredo era scappato all'estero per stordirsi; ma il padre impaurito del suo cordoglio ostinato, gli aveva scritto rivelandogli finalmente il secreto: Alfredo era già forse in viaggio, ed affrettava col cuore febbricitante d'impazienza l'impeto del treno, che lo portava. Ella lo vedeva laggiù, in fondo alla Francia, cacciare la testa dagli sportelli, guardando verso Parigi, e ritirarla con atto di scoraggiamento. Allora una eguale paura la sopraffaceva, e, piegando il volto sul seno, ripeteva a bassa voce colla parola di tutti gl'infelici, che la vita uccide e la morte non disillude: è tardi! Ma l'orgasmo di quell'attesa le si fece improvvisamente così vivo, che dovette levarsi. Un raccapriccio gelato le passò sulla faccia, travedendosi nello specchio: vi si appressò. Una boccetta azzurra, dal collo lungo, vi esalava ancora il profumo favorito dei suoi fazzoletti, sui quali aveva forse tante volte lasciata la bava sanguigna dei primi scoppi di tosse. Ella sorrise, poi chinandosi sulla lastra sino quasi a toccarlacolla fronte, parve voler esaminare attentamente la povera sembianza, che la guardava dal cristallo con due grandi occhi di spettro. Una mano le corse involontariamente al riccio, che le usciva dalla cuffia, immutata bellezza della sua gioventù, sul quale avevano scintillato tanti brillanti, e nel quale forse si erano tuffati tanti baci di tante persone. Quindi ridivenne seria obliandosi per qualche minuto nella propria apparizione. A che pensava? Quali ricordi le tornavano alla memoria dai giorni lontani della vita, dal mattino campestre o dal meriggio parigino, e, migrando lontano come uccelli passeggeri, quale strido le gettavano dall'ultima curva dell'orizzonte? Forse il loro volo era così denso, che la loro ombra le imbruniva il volto: lo abbassò, e sempre barcollando tornò ad aggrapparsi alla poltrona. Vi sedette.
Il teatroBrunettiera già pieno. Una folla incredibile lo stipava da cima a fondo. Nella platea, un ciottolato di teste slavate da un immenso riverbero, i colori vampeggiavano qua e là sui cappellini delle signore; mentre un ondeggiamento sollevava ancora qualche fila, appena un nuovo arrivato volesse allinearvisi, o una qualunque curiosità serpeggiasse. Non si discerneva più nulla, nè differenza di persone, nè diversità di posti. Solamente la riga delle poltrone guernite in felpa rossa, serrate dagli altri scanni, che l'altezza delle loro spalliere diventava quasi invisibile nell'accavallamento di tutte quelle teste, aveva ancora qualche punto sanguigno. E dalla porta, sotto l'ombra della prima galleria, che i becchi di tutto il teatro non giungevano a diradare; fra le due gradinate, gremite quanto la platea e perdute egualmente in una penombra di cantina, nuovi flotti venivano a schiacciarsi contro le ultime panche con un vocìo soffocato di violenza. Ai lati dell'orchestra, più numerosa del solito e piena di un'animazione febbrile, salivano altre due file di persone, che gl'inservienti in livrea gialliccia non riuscivano a trattenere, e le quali ostinandosi contro ogni evidenza a trovar posto, si serravano sotto le colonne fra legradinate e le panche. Un moto sordo di pigiamento dava un tremolìo quasi minaccioso alla base del teatro, che le esili colonne di ghisa inargentata parevano sostenere con uno sforzo supremo. Ad ogni istante, fra la gente già seduta, qualcuno si alzava in piedi per respirare a pochi centimetri più in alto, e si girava intorno uno sguardo meravigliato. Il caldo era soffocante, l'aria torbida. Nullameno la folla cresceva, le teste si moltiplicavano assiduamente a tutti gli ordini; la ressa alle porte dell'orchestra, per le quali si arrivava ai posti distinti diventati platea, e dalle quali i tardivi guardavano sollevandosi sulle spalle di chi stava loro innanzi, si raddoppiava. Le corsie brulicavano. E in alto, nel cielo del teatro, le scalee del loggione parevano in un'ondulazione di bosco, mentre, forse nella vanteria di una sfida alle vertigini, molti corpi si protendevano dal davanzale, e molte mani balenavano in un gesto inesprimibile; e tutta quella siepe umana restava bruna, campata in aria sopra un pericolo, che poteva essere una minaccia per chi la riguardava dal fondo agitarsi tempestosamente. Poi il susurro della platea, che lassù scoppiava in clamori; le grida, nelle quali andavano rotte le parole, e che le volte comprimevano ingrossandole, davano un fracasso di tumulto a quel frastuono di agitazione, una violenza di rivolta alla impazienza di tutto il pubblico, nel quale l'attesa aumentava col numero, e il sangue s'infiammava col calore di tutti gli aliti e l'attrito di tutti i corpi. La prima e la seconda galleria, trasformate in tanti palchetti, erano zeppe di spettatori e di spettatrici. Le signore più ricche di Bologna vi si mostravano in vistose toelette, a colori chiari, coi volti animati dal calore dell'ambiente e dalla eccitazione della serata.Le conversazioni erano vive, i binoccoli puntati da tutte le gallerie e da tutti i palchi, dal loggione e dalla platea. I forestieri, accorsi numerosamente dalla vicina Romagna e dalle altre provincie, si notavano alla curiosità più insistente delle domande, agli accenni, ai gesti, coi quali s'indicavano le signore, e si movevano sui sedili per attirare gli sguardi come nei loro piccoli teatri cittadini; ed alzavano la voce. Attraverso le file degli stalli, fra i palchi, di galleria in galleria, si scambiavano saluti e convegni per la fine dello spettacolo: molti cercavano lungamente fra la folla per sorprendervi qualcuno, che avrebbe dovuto convenirvi; gli studenti del loggione, colla volgarità chiassosa della loro natura, gettavano a quando una parola sconveniente. A fianco della bocca d'opera le barcaccie rigonfie di uomini avevano acceso tutto il lusso delle loro candele a gas. Gli eleganti si alternavano all'onore del parapetto guardando nella moltitudine colla indifferenza sicura dei privilegiati. Ma tutti alzavano involontariamente la testa, ed osservavano in alto. Ogni galleria aveva tante file di sedie quante ne poteva contenere, e non pertanto un'altra fila di uomini, in piedi, si schiacciava contro il muro, nelle tenebre, con una regolarità militare. Qua e là , disseminate fra gente sconosciuta, si vedevano molte signore distinte, alle quali la poca sollecitudine o la troppa avarizia avevano impedito di ottenere un palchetto: alcune affogavano nella marea della sala, non difese nemmeno dalla rispettabilità di una poltrona. Ma il prezzo dei palchetti era salito ad una somma provincialmente assurda: due erano vuoti, e solleticavano tutte le curiosità . Si sospettava più di una grande famiglia, si susurravano molti nomi. Gli uomini alla moda avevanoil loro contegno più disinvolto, quella finta negligenza di chi, avendo vissuto qualche mese a Parigi, non si meraviglia più di nulla; mentre le signore dei palchetti, abbassando tratto tratto uno sguardo inorridito sulla platea, cercavano d'incontrarsi negli occhi delle amiche, che già vi soffocavano, e che quella sera non guardavano a nessuno.
Ma l'orchestra non si apprestava ancora. Secondo il gergo teatrale, quella sera avevano fatto porta da tre ore, e da tre ore il loggione era pieno. La platea aveva cominciato a riempirsi poco dopo, e molti installativisi al buio aspettavano, chi sa da quanto, in piedi, addossati ad una colonna o ad una panca che tutto fosse rigonfio, e finalmente il direttore salisse sulla scranna. Ma l'orologio avanzava con lentezza disperante. Intanto il teatro stipato era già uno spettacolo per se stesso. Le piccole lumiere, a tre becchi, sospese in giro agli ordini, avventavano una vampa al viso delle signore appoggiate sui davanzali, ed illuminavano ogni macchia della decorazione. Il parapetto della prima galleria, enfiata come un ventre, sembrava vicino a crepare sotto il peso enorme che la dilatava; e la sua tinta gialliccia, diluita e scrostata, accresceva il terrore di tale impressione. Il teatro con tutta quella luce e quella gente pareva più vecchio: i cuscinetti dei davanzali orlati di passamanteria, che avrebbe dovuto essere bianca, erano di una sordidezza senza nome; la tappezzeria dei palchi, divisi da un tramezzo poco più alto dei sedili, e che consisteva in una povera carta a quadretti nerognoli e rosei, aveva una povertà più vergognosa fra quegli abiti di seta, le trine e i merletti, il scintillamento dei colori, i ventagli piumati, i guanti grigio-perla, il balenìo dei binoccoli perlati, i razzidelle gemme, lo schiumare dei fazzolettini di battista, tutto quel lusso del teatro comunale, che ne richiamava la magnifica decorazione a rilievi e a dorature, a frangie e a velluti. Una volgarità di ressa usciva da ogni palco; le signore in gran toletta, gli uomini senza l'abito nero e il piastrone bianco, tutti i posti occupati, così che le pose eleganti diventavano impossibili, e le figure aristocratiche scapitavano. Alcune grandi dame, forse non mai comparse alBrunetti, avevano un'aria impacciata, una specie di malessere, che era forse un malcontento: qualche vecchia invece, dalla fisonomia signorile e mummificata, tornata fanciulla nell'ingenuità dell'oblio, osservava con beata compiacenza; mentre forse nella memoria le si ridestavano i ricordi della Malibran, quegli entusiasmi, che oggi paiono impossibili, e che allora erano così veri fra quei vecchi senza passato, e quei giovani senza presente. Infatti gl'iniziati del piccolo gran mondo bolognese si accennavano sorridendo la presenza di molte fra le antiche glorie mondane, dimenticate da venti anni nel fondo dei loro palazzi; e che riapparivano forse un'ultima volta con un ultimo rimasuglio di mode trapassate, un cravattone o una bavarina, e mettevano nella confusione di un palchetto il rilievo delle loro fisonomie di antenati, il disaccordo della loro immobilità . Poi tutto il teatro ondulava, le fiammelle del gas avevano uno sbattimento increscioso, tutte le teste si movevano, i discorsi fluttuavano in un mormorio incessante; il telone della bocca d'opera, un immenso lenzuolo giallo a toppe, cogli orli segnati da due o tre striscie cremisi, che gli davano un'apparenza di tendone da fiera, palpitava; un'agitazione sommessa scuoteva tutti gli spiriti, un incomodo scomponevatutte le pose. Sotto l'ombra della prima galleria, dalle gradinate e dalla platea, dal loggione e perfino dall'atrio gremito più che un mercato, saliva e discendeva un fremito mano mano più tempestoso, una trepidazione barcollante, nella quale si sentivano come degl'impeti di collera e delle sospensioni di minaccia. Ma nell'aria già morbida di tutti quei fiati cominciava a pesare un'oppressione sempre più grave: la freccia dell'orologio s'appressava alle otto, e molti sguardi si alzavano alla volta, osservando il timpano di cristallo e i quattro sfiatatoi agli angoli, che naturalmente non si aprirebbero per tutta la sera. Una voce dal loggione, dove si soffocava per tempo, avventò una protesta, alcune altre le si unirono, ma tutto il teatro si volse sdegnato, e le voci tacquero. Fuori l'aria era così frizzante, che, aprendo la vetriata, qualche corrente pericolosa poteva invadere il palcoscenico. Ad un tratto il direttore, in abito nero, salì sulla sedia. Un sibilo di silenzio corse per tutto il teatro, i suonatori guardavano le partiture, l'orologio era quasi sulle otto. Il pubblico ebbe un enorme sospiro di soddisfazione: lo spettacolo sarebbe puntuale. Ma nel loggione e sotto la prima galleria il murmure si allontanava come un susurro di vento per un bosco; tutti si adattavano il più comodamente sugli scanni, le fisonomie si ricomponevano, le pose da teatro ricomparivano. La bacchetta del direttore percosse la lingua di latta sul leggìo, e l'orchestra attaccò la sinfonia. Era laTraviatadi Verdi, cantava la Patti. Il pubblico stette fra contegnoso e disattento. L'orchestra diretta mediocremente eseguiva colla stessa bravura che al Comunale, poichè composta all'incirca degli stessi elementi: i violini erano numerosi, tutti allievi o quasi dell'illustre Verardi.Mano mano il pubblico si faceva più immobile, gli sguardi si aguzzavano. La sinfonia passò inosservata, forse qualche frase destò un fremito, ma l'opera era troppo vecchia per tutte le curiosità , troppo udita per tutti gli orecchi, e cantavano la Patti e Niccolini. Però verso il finale, quando il telone parve ondeggiare insensibilmente, tutto il pubblico ebbe un sussulto. La Patti doveva essere in iscena, la grande artista, la diva, come la chiamavano i giornali, l'usignolo, come molti se la ricordavano ancora, diventata adesso una cantante drammatica, e che ritornava alBrunetti, perchè il Comunale non poteva contenere tutta la folla necessaria per i suoi diecimila franchi di ogni sera. Il telone fiottava già sotto il soffio di tutte le bocche, e la frase finale della sinfonia si smorzava senza che la sua tragica mestizia impietosisse pure un cuore. Per un momento sembrò che nessuno respirasse, poi come se l'anelito di tutto il pubblico avesse uno scoppio, il telone si scisse e sparve in alto sotto le quinte. La Patti era in iscena, seduta sopra un divano, discorrendo col medico e con alcuni amici. Tutti non videro che lei. Era vestita da ballo, scollacciata, con un abito elegantissimo, volgendo le spalle al pubblico. Nella platea sorse un applauso di saluto, ma la curiosità e l'emozione erano tali, che l'applauso fu scarso, ed ella si torse appena colla testa per coglierlo. Quindi i cori degli invitati entrarono, ed ella si alzò gettando loro le prime note in una parola d'invito. Allora quella donnina, piccola, colla fisonomia rapace, gli occhi neri, secca, colle spalle aguzze, la persona senza forme, ma circonfusa di un'eleganza che impediva ogni analisi, campeggiò fra quella folla di straccioni, abbigliati di un povero uniforme in velluto da gentiluominiin un secolo equivoco, colle calze di cotone e i pizzi rammendati. Era in piedi, trascinando fra gli abiti orlati d'oro annerito delle coriste il suo magnifico strascico, sul quale scintillavano i ganci brillantati; ma così straniera a quella festa, che la sua contraddizione col teatro sprizzò vivamente. La scena era la solita di tutte le rappresentazioni. Una specie di gran salone di quell'architettura da palcoscenico, la quale fortunatamente ha trovato pochi imitatori, occupava tutta la bocca d'opera, con una sola porta nel fondo, e una tavola da locanda nel mezzo, lunga e stretta. La tavola aveva una tovaglia di carta, e una vecchia tenda orlata d'oro, che la fasciava fino ai piedi, dandole una strana fisonomia da altare e da banco di pasticciere. Sulla tavola i soliti calici di legno inargentato, quattro candelabri di bronzo, una conca in legno dorato piena di fiori naturali, quattro pasticci di cartone, cinque o sei bottiglie di legno nero col collo bianco, e due bottiglie vere di champagne dinanzi alle poltrone, che interrompevano alle estremità il giro delle sedie. Le poltrone, vecchio stile indefinibile, erano dorate, in felpa rossa; mentre le altre sedie ad angolo retto le avrebbero superate in ricchezza se la loro doratura fosse stata più visibile e lo stile meno sgraziato; ma non avevano imbottiture di sorta. Evidentemente a quella cena dovevano assistere due personaggi. Non v'erano altri mobili. Solamente due tavolini dorati, da muro, sostenevano nella parete di carta due specchi dipinti, bianchi da un lato e turchini dall'altro, per imitare possibilmente il gioco luminoso dei cristalli: e due ritratti di antenati fiancheggiavano la porta, adorna di un gran lavoro di stucchi, a volute e fiorami. Il sofà era rimasto vuoto. Alfredo doveva arrivare adogni istante; infatti entrò poco dopo col visconte suo amico. Ambedue erano abbigliati come coristi, solamente di abiti più ricchi; una casacca smollata colla bavarina, le orlature a merletti, i calzoni larghi a mezza gamba, le scarpine scollate, e un cappellone piumato nella mano. Impossibile immaginare un costume più falso, e due fisonomie meno amabili. Alfredo aveva una grossa testa a lineamenti regolari, che il volgo poteva forse trovar bella, coi lunghi capelli neri, divisi femminilmente sulla fronte e accartocciati sulle orecchie, ma che sulle sue spalle quasi esili, e con quella rotondità piuttosto boffice delle guance, gli davano un'aria di fantoccio. Il visconte era insignificante come un cameriere. Un mormorìo di ripugnanza corse fra il pubblico, che probabilmente si ricordò l'Armando di Dumas. L'apertura drammatica era presso che la stessa, però quale differenza nel secondo personaggio! La Patti poteva ben essere Margherita: forse non aveva nè la sua anima buona malgrado tutti i capricci, nè il suo corpo ancora soave di tutta la freschezza della gioventù e aromatizzato dal sentimento della morte vicina; ma la magrezza della sua persona poteva ben far credere ad una tisi, e lo sfarzo inimitabile del suo abbigliamento bastava a spiegare tutto un presente di dissipazioni parigine, di milioni fusi con uno sguardo, di amori pagati con poco più di un sorriso. Le camelie, che le guernivano il vestito e le biancheggiavano sulla testa, erano forse una vera predilezione di questa donnina, che, avendo odorato tutti i fiori della vita, preferiva adesso per orgoglio nauseato i fiori senza profumo e l'uva candita, ultimo ricordo della sua infanzia povera nei campi, che le ritornava falsificandosi attraverso la vita di cortigiana e la suacucina di malata. I lumi, il belletto, la biacca, tutte le risorse e le menzogne delle tolette teatrali aiutavano nella fantasia del pubblico l'immagine di Margherita, così poco vera e così poco grande, e che nullameno ha commosso per dieci anni l'Europa; ma Armando, questo provinciale ingenuo sino alla goffaggine, che si trova un po' dappertutto, e attraversa per un istante la gran vita mondana per finire in un impiego subalterno, dove oblia prontamente la breve primavera della gioventù, che può averlo reso poeta un mattino: l'Armando di Dumas, che Parigi ha ingentilito senza corrompere, che la passione spiritualizza, e la sincerità rende quasi simpatico, non era certo riconoscibile in quel figuro vestito di velluto, coi calzoni orlati di una passamanteria, che gli velava i magri polpacci, e quella testa, che avrebbe figurato abbastanza bene nella vetrina di un barbiere fra le guglie dei ceroni e le iridi delle boccette.
La cena fu brevissima: gli ospiti si erano appena seduti, che Alfredo fu invitato a ripetere quel brindisi di una intonazione da baccanale, con cui Verdi ha creduto inutilmente di soddisfare alla doppia esigenza di una scena di baldoria e di un coro. Alfredo non fu nè gran signore, nè gran tenore; non ebbe alcuna delle finezze di entrambi, e sparve quasi nella risposta di Margherita. Ella fu splendida di brio, e quando tutti si alzarono, e aggirandosi fra di loro col bicchiere in mano cantò l'ultimo ritornello, se quella gente fosse stata davvero elegante, sarebbe parso di assistere ad un'ultima ora carnevalesca in casa di una grande mantenuta. Non fu che un lampo, il pubblico non lo colse, e rimase nella prima diffidenza. Sciaguratamente il biglietto era troppo alto per una città di provincia, e lospettacolo solamente alla prima scena, perchè gli spettatori lo avessero già dimenticato. Quindi Violetta, sorpresa da un deliquio, andò a cadere sul sofà ; Alfredo, che stava per uscire cogli altri, si trattenne, e le fece quella celebre dichiarazione dello stile verdiano il più puro, nella quale l'amore del collegiale è forse reso con tutto il caldo ed i fiori della sua rettorica. Non era certo la dichiarazione di un elegante ad una donna del genere di Margherita; ma se il suo soffio lirico, arrivando da una terra vergine ed ardente, saliva troppo in alto, dissipava con felice contrasto i fumi grassi di quella cena, per crudele fatalità dei coristi troppo apparente. Ella lo sentì, e come desta da un olezzo di aria nativa, ruppe in un grido di emozione. Quel linguaggio poetico, il solo genere di linguaggio falso che non avesse udito da molto tempo, e che in quel momento esprimeva una vera passione, le ricordò forse un altro mondo, dove si amava e si viveva altrimenti: se non che ricomponendosi d'improvviso, ed avanzando la fronte verso di lui come per bagnarla nel sentore delle sue ultime parole, con un sorriso ancora gaio, ma già diversamente gaio di poco dianzi, quando agitava nella piccola mano il bicchiere dello champagne, e con una bonomia intenerita nella voce, che era già una tristezza nel cuore, consigliò ad Alfredo il solito consiglio di fuggire e di amare un'altra. Il rimedio volgare era forse ben adatto, ma la piccola beffa, che lo accompagnava in fondo, ne impediva singolarmente la pratica. Malgrado la bontà di quella commozione, il gesto e le parole di Margherita avevano ancora la monellesca amabilità , il pungente scetticismo della mantenuta: Alfredo n'era impacciato, Violetta tornava a riderne.
Il suo magnifico abito di raso aveva dei sibili di serpente, mentre il suo ventaglio piumato, che valeva forse tutto il patrimonio di Alfredo, le batteva sul petto colla impertinenza superba di chi non ha cura nemmeno di se stesso. Se Alfredo non fosse stato sincero, avrebbe provato la falsa vergogna di quella posizione, e sarebbe fuggito; invece fu goffo e fu amato. Le donne pretendono sempre un sacrificio, e preferiscono fra tutti quello di un'umiliazione. Il dramma vivo di Dumas e di Verdi cominciava a questo punto. La Patti, fino allora una prima donna impeccabile, fu improvvisamente l'artista, che sapeva recitare come la Ristori. Seduta languidamente sopra quel povero sofà rosso, sorreggendosi la testa colla mano, in un abbattimento, che tradiva già un'implacabile malattia, parve perdersi silenziosamente nel vuoto gelido del passato. La sua posa, che avrebbe entusiasmato uno scultore per la involontaria espressione di tristezza, era già un capolavoro. A che pensavano in quell'istante Violetta e la Patti? Alla dichiarazione di Alfredo, o di Niccolini? A quell'amore vergine, idolatra, del povero provinciale, che ha vissuto quattro anni nel quartiere latino ricordandosi la inevitabile Provenza fra i sogni incendiarii di Parigi, dove la vita ha ancora più seduzioni dell'immortalità , e i propositi feroci delle ambizioni soccombono quasi sempre alle tentazioni del piacere? O all'amore tardivo di questo tenore ammogliato con quattro o cinque figli, la voce già velata e la fisonomia teatrale piena di rughe, che la seguiva per tutto il mondo, attraverso le ironie del pubblico e le indiscrezioni dei giornali, e che forse l'amava con tutto l'egoismo di un uomo, il quale sente mancarsi ad un tempo la vita deisensi e la vita dell'arte? O sentiva il terrore della solitudine in quell'ignobile teatro di provincia, dove la maggioranza l'ammirava forse più per la paga che per la voce, ed entusiasmandosi per l'artista conserverebbe forse tutto il proprio disprezzo per la donna? O la sua grand'anima, sparendo davvero nel tragico destino di Margherita, si fermava come lei a mezzo il corso carnevalesco della propria esistenza, sorpresa da una di quelle ripugnanze, che sono come l'esplosione di un disgusto accumulato insensibilmente, una negazione disperata di tutto ciò che si è voluto preferire nel mondo, i diamanti veri e i sentimenti falsi, il lusso del corpo e la miseria dell'anima? E la sua voce aveva delle trepidazioni di spavento; mentre, passeggiando per il palcoscenico cogli occhi sbarrati, ella sembrava cercare una spiegazione su quelle asse, dalle quali si erano alzati tanti desiderii e sulle quali erano cadute tante speranze di donne. Forse in quell'istante il suo pensiero si era appannato, e la coscienza le si destava alla puntura di un nuovo sentimento. Poi le ultime parole della dichiarazione le tornarono involontariamente sulle labbra, quando, lontano dalle quinte o dalla strada, la voce di Alfredo risalse e la percosse. Era un'eco del cuore o un'illusione dell'orecchio? O il povero innamorato, che aveva giurato di partire per sempre e che ella aveva trattenuto scherzosamente con un fiore, era ancora sotto le finestre, a Parigi, dove la folla passa come la fiumana; e, non sapendo spiccarsene, le ripeteva di laggiù a tutta gola, come un vero ragazzo, la sua prima dichiarazione? Forse ella non lo comprese bene, ma la follia di quell'insistenza le rianimò tutte le follie della sua vita tragica ed allegra. Perchè amare? Chiamare? Comunque principii, l'amore non finisce sempre ad un modo, nella voluttà prima, nella nausea poi? La morte non era essa pure la nausea della vita? Se Alfredo l'amava davvero, tutti quelli, che si erano rovinati per lei, l'avevano amata almeno altrettanto, poichè qualcuno n'era morto. Avevano goduto con lei, poi l'avevano abbandonata. E godere dunque, sempre e dappertutto, sinchè si può essere o si può ricevere una voluttà ! La fiumana di Parigi, che passava a notte così avanzata sotto le sue finestre, era sempre così torbida; tutti i caffè erano aperti, i clubs affollati, i teatri rilucenti, tutti si apprestavano a godere, gli uomini offrivano un desiderio, le donne donavano una soddisfazione, nessuno aspettava il mattino, nessuno credeva all'indomani. Essere bella ancora, avere più diamanti che sorrisi, più sorrisi che pensieri, era tuttavia un destino; e mentre laggiù, in fondo, la massa della popolazione lavora e stenta, non avere che a bramare per ottenere, essere una piccola regina, alla quale tutti i re della ricchezza offrano un trono; bella come un capriccio e debole come una malata, giovane come il mattino e nullameno moribonda come la sera. Si era decisa nuovamente. Il suo gesto piccino aveva avuto l'espressione superbamente scettica del giuocatore, che arrischia per la centesima volta l'ultima posta. Allora la sua canzone di guerra col mondo scoppiò in un ritornello pieno di trilli e di baci, di note acute e di sentimenti leggieri come il suo sacco di giovane volontaria nelle bande del brigantaggio femminile. La sua voce aveva degli scoppi di fanfara, l'abito le garriva come una bandiera al vento, il ventaglio brillantato balenava come un'arma omicida. Una gaiezza di recluta alla prima marcia le animava tuttii moti, e le accendeva già i fuochi della vittoria negli occhi neri come l'abisso. Non era più la Violetta della cena, sofferente ed avvilita pur non volendo sembrarlo; ma la Violetta di vent'anni, l'etèra moderna, che deve al lusso tutto il proprio prestigio, e uccide col lusso tutti quelli che lo sentono. L'ingenuità di questa vanteria, uscendo dall'abbattimento di poco d'ora, aveva la soavità di una brezza e il fresco mordente di un'alba. Così trovando nell'ultima ostinazione della vanità femminile le stesse lunghe compiacenze delle sue prime conquiste, si attardava sulle frasi del soliloquio, dilettandosi ad esaurirne la sonorità nelle gamme più bizzarre del ritmo, nelle pazzie più scapestrate della modulazione. Quindi sollevando improvvisamente una parola la sparpagliava in un turbine di note, la raggruppava ancora, l'avventava sopra un'altra, la perdeva in una discesa precipitosa; e riafferrandola giù nel crepuscolo dell'ultima nota, la gittava entro un gorgheggio, riscagliandola in alto, sulla cima più acuta di un trillo, dove vibrava come uno squillo e raggiava come un baleno. E la sua mano secca sotto il guanto grigio-perla sembrava appuntarla con un gesto indefinibile, mentre il suo volto splendeva di luce febbrile, e il suo sorriso passava sulle teste della platea come un riverbero, che faceva vacillare i cuori e battere le palpebre.
Poi tutte le mani si percossero, e una nuvola gialla cadde sugli sguardi del pubblico. Il primo atto era finito. Allora il teatro fu in sommossa: quasi tutti gli uomini si alzarono in piedi, quasi tutte le signore mutarono attitudine. Le conversazioni rumoreggiavano.
— Dunque?! — proruppe, torcendosi come unoscoiattolo sulla sedia, il violoncellista dell'ultima fila al secondo contrabbasso della prima, appoggiato al parapetto della ribalta e sorreggendosi sul manico dell'istrumento — mi pare che questo sia canto! La tua Frezzolini non ci ha che fare.
Ma s'interruppe dispettosamente per guardare nel pubblico, che lasciava finire il primo applauso di convenzione, obliandosi nel fracasso dei discorsi.
— Vedi — proseguì levandosi in piedi senza parere niente più alto, cogli occhi grigi, scintillanti come quelli di un pollo, e la voce stridula come una lima: — vedi — ripetè, mostrandogli il pubblico con un gesto veemente di disprezzo; — non hanno capito. Hanno battute le mani agli ultimi trilli, e diranno che la Donadio li sa fare anche lei. Ti ricordi Salvini? — seguitò stringendosi la fronte illuminata da un pensiero — la Patti è Salvini che canta.
— La Cazzola allora.
Il violoncello si volse al violinista, che aveva parlato, un ragazzo dai capelli rossi e la fisonomia ebete, e insultandolo collo sguardo:
— Questo dev'essere per te un ricordo di muratore.
Il contrabbasso ebbe un principio di sorriso.
Era un vecchio alto e grasso, la faccia del tutto rasa, con un cravattone nero, che a prima vista sembrava un collare. Due ganascie di gran mangiatore, penzoloni sotto il mento, gli scoprivano due magnifiche fila di denti ancora bianchi, capaci di stritolare tutti gli ossi di un pranzo. La calvizie inoltrandosi gli aveva dato un po' d'intelligenza alla fronte, sotto la quale una bonomia inalterabile ammolliva ancora i suoi lineamenti linfatici, congiungendogli insensibilmente il sorriso della bocca con quello degli occhi.Il resto della persona gli spariva dietro l'enorme contrabbasso, sul quale la sua mano di pizzicagnolo posava con una specie di poderosità pacifica. Un immenso soprabito, tagliato a giacca, coi bottoni neri di prunello sopra un fondo color tabacco, gli ingrossava il busto smollato dentro un immenso corpetto, sul quale una collana femminile, d'oro, attorcigliata con un resto di pretensione, faceva sospettare di qualche antico orologio a cipolla. Ma in quel momento Bartolomeo sembrava concentrato in un pensiero difficile. I suoi sopraccigli, grigi e ricurvi sugli occhi, s'andavano contraendo, mentre una contentezza ilare gli saliva dalle labbra, illuminandogli le guancie tinte ancora di un magnifico vermiglio. Rimase qualche minuto così, poi la marea del teatro, sorpassando la ringhiera dell'orchestra e scompigliandola, lo destò. Il teatro reboava. Un rumore composto di un'infinità di mormorii, di gesti, di cenni, di occhiate e di sorrisi riempiva tutto l'ambiente, agitandone l'aria, che si vedeva distintamente bruciare sulle fiammelle del gas. Il caldo era opprimente, tutte le fronti rilucevano, i ventagli susurravano sui petti delle signore, i fazzoletti biancheggiavano in tutte le mani. Nella platea era un continuo sorgere e risedersi, nei palchi già pigiati le visite sopravvenivano e si pigiavano, il frastuono cresceva per le gallerie, scoppiava in grida sul loggione. Lassù il calore dell'entusiasmo, raddoppiato da tutto l'altro del gas e della gente, doveva essere arrivato ad una temperatura di deserto africano. Nullameno panche, gradinate, muri, parapetti, tutto rimaneva letteralmente imbottito di figure umane; lo skacò placchettato di un poliziotto, arenatosi lassù come in un banco di sabbia fino al collo, gettava qualche riverbero metallico fra quel grigiotumultuoso di bruma: e dalla platea all'atrio, per la porta, l'onda di coloro, che uscivano e rientravano, quelli che non potevano più reggere all'arrembatura, e quelli non ancora entrati, i quali non speravano se non in ciò, s'accavallava in grossi fiotti, vibrando nel frastuono della sala grida di soffocazione. Le signore della platea erano già ardenti, le altre dei palchi scintillavano. La luce profusa di tutte le fiamme diventava la sola aria dell'ambiente, non si vedeva più una faccia pallida, tutti gli occhi rutilavano, tutte le bocche si movevano. Solo in un palchetto una principessa ottuagenaria, vestita di un moerro del suo tempo, con una fisonomia di mummia, ancora spiritosa quando parlava, e la nipote gracile, smorta, vestita di bianco come un angelo, diafana come una visione, fredda come una statua, sembravano non partecipare alla confusione bollente della serata. La vecchia teneva quasi sempre la testa bassa, la giovane l'appoggiava al tramezzo, e guardava in alto con due occhi affossati, che sulla sua faccia impassibile avevano una luce spettrale. La gente si voltava spesso a guardarle. Poi su quell'agitazione di marea, contenuta e raddoppiata dalle gallerie, fra tutte le conversazioni, nelle teste e nei cuori, suonava il nome della Patti. Quel primo atto, un capolavoro per qualche iniziato, non aveva soddisfatto interamente al gusto sempre grossolano, e questa volta avaro del pubblico. Ma quel turbine di note esplose all'ultima scena, e l'atmosfera del teatro dissolvevano già ogni incertezza; mentre la famigliarità di tutte le pose pigiate e delle attitudini compromesse disponeva involontariamente a maggiore compiacenza.
Poi la bacchetta del direttore percosse sul leggìo, che il pubblico non si era ancora ricomposto.
L'idillio campestre dellaSignora delle Camelie, narrato dal Dumas con minutezza così vera e commovente, si apriva invece con una romanza di Alfredo, eco indebolita dall'altra delRigoletto, senza luce e senza calore. Quel povero Alfredo, che per far credere di essere in campagna, compariva in stivaloni di pelle lucida, vestito di velluto granatino, i pizzi ai polsi ed al collo, il gran cappello piumato nelle mani per darsi un contegno, era ancora più ridicolo che alla presentazione del primo atto, nel quale la goffaggine stessa della situazione poteva far scomparire la sua. Egli venne dritto alla ribalta, come chi si affretti a sdebitarsi di un incarico, e cantò con sicurezza di vecchio tenore la propria felicità di giovane innamorato. La frase leziosa del finale gli valse il primo applauso della sera, e il dramma si riannodò immediatamente. Colla delicatezza sempre poco delicata delle sue pari, Violetta voleva vendere i cavalli guadagnati in altri amori per aiutare quello di Alfredo, e seguitare quella vita di campagna, che Verdi in tutto il melodramma non ha voluto svolgere con una scena sola. Forse il suo temperamento tragico e lirico ad un tempo, innamorato delle catastrofi e delle passioni esplodenti, non ha osato di affrontare un interno casalingo, la mattina, quando l'aria è fresca, il cielo azzurro, e la casetta apre tutte le proprie finestre alla primavera. Una magnifica scena, come nelTristano e Isottadel Wagner, avrebbe potuto spiegare il passaggio troppo brusco dell'ultima decisione di Violetta nel primo atto al sacrifizio nel secondo, appena si presenta il padre di Alfredo; ma Verdi non potè o non volle, e senza saper come si siano uniti, Alfredo e Violetta si separano immediatamente. Così quest'idillio, quest'amore,sul quale si è tanto discusso e che tanti hanno provato nella vita, non trova dentro l'opera destinata ad immortalarlo una sola frase, che lo renda nell'abbandono gentile della confidenza, quando il mondo lo aveva quasi obliato, e la natura lo riconfortava colla sua eterna salute. Ma Dumas nellaSignora delle Cameliedisegnava un carattere, e Verdi nellaTraviataespresse il solito amore di tutti i suoi melodrammi, senza preoccuparsi delle differenze, che potessero correre fra Violetta e le sue altre eroine. Nella gamma dell'amore egli arriva subito ed involontariamente alle note più acute, alla prepotenza più acre del desiderio o al dolore più spasimante del sacrificio. Come per Victor Hugo il personaggio è per lui una forma vuota, nella quale gittare indifferentemente una passione o un pensiero, che lo animi di quella vita eccessiva, cui l'uomo non prova davvero se non in qualche terribile coincidenza. Quindi l'architettura complicata dei loro drammi, le passioni irrefrenabili, gli eroismi fatali, le contradizioni strazianti, tutto l'apparato romantico, che, trasfigurando la realtà , squilibra incessantemente il sentimento del personaggio stesso e del pubblico. Malgrado la differenza di nazione e di razza, Manrico e Radamès sono lo stesso individuo, come Gilda e Violetta, Ernani e Don Alvaro, Riccardo e Don Carlos, Dea e Cosetta, Gilliat e Guynwplaine, il marchese di Lantenac e Don Silva; perchè Hugo e Verdi fanno delle statue e non degli uomini, e sono come due fratelli, dei quali il minore aspetta che il primogenito abbia parlato per cantare. Talora si uniscono, e ne esce una grand'opera come ilRigoletto; talora non s'intendono, e producono due mostri come nell'Ernani. Così dellaSignora delle Camelie, aneddototriste e volgare della cronaca parigina, che Dumas ha narrato con vecchia sapienza di novelliere e giovane entusiasmo di predicatore, Verdi ha fatto una tragedia, nella quale non si sente che un grido di amore, con quattro personaggi insignificanti come una decorazione, una trama molle quanto una matassa, una sceneggiatura falsa come quella di un giornale illustrato, un processo psicologico, che mutila i caratteri e deforma le situazioni. Invano l'anima, stanca da quest'alternativa di cicalio e di gemiti, o disorientata da tutti questi avvenimenti, che cadono come tante tegole dai tetti, domanda la dolce malinconia di quest'amore, nel quale il sorriso della tisi ingannava così spesso ambo gli innamorati, e la verginità dell'inesperienza nell'uno e dell'oblio nell'altra si fondevano come due soffi in un bacio, due note in un accordo. La figura di Violetta, questa donna, della quale ogni particolare dovrebbe essere supremamente elegante: sempre leggiera anche nelle violenze più inebrianti del senso, o negl'impeti più disperati del sacrifizio: sempre mantenuta anche nel breve idillio coniugale, poichè invece di morire ricacciandosi nella miseria morale della sua vita anteriore, riprende facilmente il corso delle antiche feste: sempre sfarzosa e sempre con un uomo, al quale concede le proprie notti: la figura di Violetta così vera nelle contradizioni e così falsa nell'eroismo, fragile e terribile nella sua effimera prepotenza di grande mondana, spregevole e pietosa nell'ultima lotta col destino, contro al quale non ha mai saputo lottare colle forze del lavoro e le energie della volontà ; questa figura composita come i suoi pranzi, i suoi profumi, le sue tolette, le sue preferenze e le sue antipatie, diventa una figlia nobile dalla bellezzaspirituale, colle stigmate del romanticismo sulla fronte; povera anima che aspira al cielo, assetata di amore e di ideale, che parrebbe un angelo smarrito sulla terra, se i singhiozzi laceranti del suo petto di tisica non la tradissero per una donna. La bianchezza della sua fronte di predestinata è la stessa di Gilda, la vergine soave; il sacrificio del suo amore quello medesimo di Eleonora, l'altera castellana: il suo cuore è sempre puro, la sua testa illuminata dal sole della poesia. Malgrado la differenza degli abiti e delle parole, mutando scena, ella sarebbe probabilmente l'una e l'altra; e quando si sentirà soccombere sotto il peso del dramma, o morire nell'ultima stretta della catastrofe, troverà la frase di quelle martiri, ineffabile e sublime come l'ultimo accento dell'amore e la prima parola della fede.
In quel momento Violetta stava attendendo il padre di Alfredo. Era vestita semplicemente, ma le cattive abitudini della mantenuta, o la falsa vanità della cantante le avevano fatto mettere una moltitudine di brillanti sopra quel corsettino da campagna. Le signore, che non l'abbandonavano un solo istante col cannocchiale, susurrarono mostrandosi la raggiante ricchezza di quelle gemme. Evidentemente Violetta preferiva i diamanti ai cavalli. Ma il padre di Alfredo, Moriami, bell'uomo camuffatosi male appositamente, dal portamento vivace e la voce poderosa, entrò poco dopo. Con una condiscendenza inesplicabile per la decorazione della scena rimproverò acerbamente a Violetta l'estrema eleganza della casa, che pareva appena quella di un giardiniere; e perdendosi subito dopo nelle rimostranze di padre offeso dalle follie del figlio per una donna, stava pertrascendere, che Violetta lo trattenne con un gesto. Allora la vera ed unica scena dell'opera scoppiò; Moriami fu un padre ordinario, ma un baritono corretto, la Patti un miracolo di arte e di natura. La insulsaggine del pretesto inventato da Dumas e musicato da Verdi per mettere la tragedia nel racconto e l'equivoco sulla scena, uccidendo nell'anima di Violetta la vita e in quella di Alfredo l'amore; la povera storia di quella sorella perduta in un villaggio di Provenza, la quale deve sposare un possidentuccio qualunque con centomila lire di patrimonio, mentre ella ne porterà forse ventimila in dote, e che spaventati dallo scandalo di Alfredo non possono più unirsi, come se le amanti dei fratelli disonorassero le sorelle a cinquecento miglia di lontananza; questo padre, che arriva dal fondo della Provenza attirato dai debiti del figlio, una delle più forti attrazioni, e per persuadere la donna, che egli crede il suo mal genio, ad abbandonarlo, non trova nulla di meglio a dirle che lo scrupolo piuttosto ebete del proprio futuro genero; la musica triviale come le parole del racconto e la posizione del dialogo, la cantilena dei ritornelli, la nudità del motivo e la miseria dell'accompagnamento, tutto si illuminò e disparve alle prime parole di Violetta. Coll'accento della paura, che la sorpresa intenerisce ed aggrazia, la voce rotta dai singhiozzi, sublime di debolezza e di entusiasmo, ella gli confessò il proprio amore per Alfredo, amore quasi santo per la redenzione della donna, quasi sacro in quella brevità di tisi. E mano mano che il canto angosciato le si affievoliva, quasi il solo pensiero di perdere Alfredo le rompesse l'ultimo filo di voce, le sue parole frettolose risuonavano con un borbottio d'invocazione, e i suoi occhisi figgevano nella faccia del vecchio con espressione imbambolata. Forse col presentimento degli infelici aveva paura di quel volto bonario, sul quale le passioni non avevano mai balenato, e che solo la morigeratezza e l'egoismo avevano potuto conservare così fresco. Tutto in lei pregava per l'amore. Ma colla testardaggine della gente onesta, la quale, trovandosi ad avere dal proprio canto la virtù e l'interesse, diviene scettica sulla importanza delle passioni, egli seguitò a darle i consigli di circostanza. Nè la magrezza della sua personcina, nè il rossore della febbre l'impietosivano: non si accorgeva di strapparle dalle labbra l'ultima goccia di cordiale, di soffocarle nel cuore l'ultima speranza della vita. E la musica nella sua fraseologia rettorica e plebea esprimeva abbastanza bene questo carattere vero a forza di essere brutale, questa posizione tragica, nella quale la ragione parlava col vecchio e la poesia singhiozzava colla giovane. Naturalmente il pianto è uno dei primi sintomi della debolezza, e Violetta cedè. Forse ella stessa non ne capiva bene il motivo, ma per uno di quegli abbandoni disperati, propri delle nature patetiche, si lasciava cadere ai piedi della prima contraddizione colla voluttà singhiozzante del sacrificio. Allora la vita degli ultimi mesi in campagna coll'amore di Alfredo, affluendole impetuosamente al cuore, le sgorgò in lagrime dagli occhi. La sua fiacchezza di donna e di malata le fece provare anticipatamente tutto l'orrore del distacco, e di un ritorno alla vita della cortigiana, che non può credere più alle illusioni del lusso, o sperare in un ideale più alto. Per un momento si era lusingata di rientrare nella virtù di un unico amore, e la virtù la rigettava sul corso rumoroso del vizio. Il cuorele batteva, il petto le bruciava. Le pareva impossibile di cedere, ella che aveva tutti i diritti di una moribonda, il suo ultimo mese a chi vivrebbe ancora molti anni; mentre sapeva di non costar nulla ad Alfredo, e che una rottura sarebbe forse la morte per entrambi. Ma una mano di ferro le era discesa sul cuore, e l'aveva prostrata. Il feroce destino della sua vita la ripigliava stracciandole tutti i sogni, pestandole tutte le speranze. La cortigiana doveva morire cortigiana, nella miseria di uno spedale, o nella vergogna di un sequestro. Quindi una luce improvvisa illuminò il destino, che la uccideva, e riapparve la provvidenza della sua infanzia, quando la mamma l'ammaestrava accanto al focolare, inculcandole l'umiltà dei principii e la purezza dei sentimenti. Le sembrò di ritrovarsi nell'antica casetta montanara, intatta ancora dal giorno della sua fuga, poichè la mamma ne era morta poco dopo. Ma un'altra casa sopra una più bella costiera piena di aranci e di olivi, fra una corona di colline, sotto un cielo di smalto, in faccia ad un mare di zaffiro, in un'aria imbalsamata, in mezzo ad un sorriso eterno di giocondità e di salute, le passò come una visione nel pensiero. La conosceva, era la casa di Alfredo, che egli le aveva tante volte descritto. Il vecchio cane pastore era sdraiato sulla porta, la capra favorita della mamma brucava ad una siepe. La porta era spalancata, il prato deserto. Ma ad una finestra del primo piano una fanciulla pettinata modestamente ricamava un paio di pantofole da uomo, col volto illuminato da un impercettibile sorriso. Era la sorella d'Alfredo, la vergine, alla quale ella non poteva essere presentata, l'angelo della famiglia, che stava per aprire le ali bianche al volo. Le sembrava di vederlain alto, dal prato della casa, alla guisa dei mendicanti, che venivano spesso ad implorarla. Allora tutta la ribellione del suo dolore ammutolì, e comprese di essere inevitabilmente perduta. Il destino, che la buttava ai piedi di quella vergine, come gli antichi guerrieri venivano a gettare ai piedi delle loro spose i prigionieri di guerra, era la provvidenza della sua infanzia, che sparisce talvolta, ma non dilegua, perdona forse, ma non oblia. L'ora della espiazione era suonata prima dell'ora del pentimento. Le ginocchia le si piegarono quasi involontariamente; ma come se l'aria di quella visione l'avesse già purificata, col gesto del pellegrino, che sta per riprendere coraggiosamente la via dolorosa del pellegrinaggio, stese la mano al vecchio, e cantò la preghiera dell'addio. Come la figlia di Jefte ella moriva per la parola di un padre, ma senza la poesia dell'innocenza e l'onore del corteggio. La sua lamentazione, lenta come i rintocchi di un'agonia, calava laggiù, in una valle della Provenza, sotto la finestra, alla quale la sorella di Alfredo lavorava senza alzare gli occhi dal ricamo; mentre Violetta, stringendo convulsamente la mano del padre, gli mormorava un saluto per la vergine, che doveva ignorare per sempre l'infamia del suo nome, e l'eroismo del suo sacrificio. La sua voce, sempre soave, aveva un accento ineffabile di malinconia in questa romanza, la più bella e la più vera di tutta l'opera; ma alla ripresa, quando il presentimento della morte le ebbe tolto ogni forza, anche la voce le si affiocò senza appannarsi, ed abbandonando la mano del vecchio, gli ripetè con tale sfinitezza — Dite alla giovane sì bella e pura — che il pubblico strozzato dall'emozione scoppiò in un urlo. Istantaneamentel'incanto si ruppe, Violetta scomparve e rimase la Patti, un'artista inimitabile, alla quale il teatro chiese due volte ilbis, due volte soffocandolo sotto un grido fanatico di applauso. A poco a poco il calore dell'ambiente aveva guadagnato tutte le anime, quella romanza le incendiò. La sua tristezza era così vera, che l'amore ed il suicidio di Violetta diventavano reali, atroci, inevitabili. Non si vide altro, non si comprese di più. Per qualche minuto lo spettacolo rimase sospeso. L'applauso diventava ovazione, crescendo d'intensità e di frastuono; si sentivano i fremiti, scoppiavano già le strida della demenza. L'emozione del pubblico era talmente viva, che per sopportarla dovette ricorrere albis. L'arte è un punto, l'artificio una linea: questo si raggiunge una volta, questa si può prolungarla sempre. Il pubblico, che aveva sobbalzato alla voce di Violetta, giudicò allora quella della Patti, e il giudizio fu così lusinghiero, che la grande cantante ebbe un sorriso di regina, curvandosi sotto il vento degli evviva. L'artista ed il popolo si erano intesi prima; la donna ed il pubblico s'intendevano adesso.
Quando il padre fu uscito, Violetta rimase sola per scrivere ad Alfredo il terribile biglietto. I violini di Verardi interpetrarono mirabilmente le poche e stupende note, colle quali Verdi ha reso l'ansia di quel momento, ma nè la musica, nè la voce, nè la perfezione inimitabile dell'attrice poterono risollevare il pubblico. La reazione dell'entusiasmo lo prostrava. Alfredo rientrò, e l'accordo fra il pubblico e la Patti si ruppe di nuovo.
Quella figura di barbiere, camuffato da postiglione, smagava tutta la passione di Violetta. Ella avrebbe avuto talmente torto di amarlo, che era impossibilecredere al dolore delle sue menzogne e alla verità del suo olocausto. La farsa spuntava sotto la tragedia. Forse Violetta fingeva quel convulso per non parere troppo cortigiana; poichè l'insulsaggine in mostra sulla fisonomia del suo innamorato doveva averle reso ben uggioso il lungo faccia a faccia in campagna. Flora l'invitava ad una festa. Parigi rumoreggiava da lontano, attirandola come l'oceano attira il marinaio. Involontariamente tutti gli orecchi riudivano i gorgheggi leggermente avvinazzati del primo atto: ma d'improvviso, mentre l'ironia del pubblico, malcontento del tenore e forse geloso dell'uomo, agghiacciava quella scena di addio a parole mozze, Violetta riapparve con un grido talmente lacerante, che tutti impallidirono. Molti si voltarono, sporgendosi per vedere se fosse caduta ai piedi di Alfredo con una bava di sangue alle labbra; ma Violetta era già scomparsa, e Alfredo si fregava le mani in faccia al pubblico colla vanità di un uomo idolatrato.
Il resto dell'atto sembrò interminabile, il dolore di Niccolini fu ridicolo essendo falso, e lo sarebbe stato più essendo vero; i conforti di Moriami, di una scioccheria appena perdonabile ad un padre, che non può aver torto vantando i prodigi del proprio cielo provenzale. Niccolini seduto sull'unica poltrona di casa, la mano alla fronte, conservava abbastanza sangue freddo per non scomporsi la sapiente pettinatura; mentre Moriami imbarazzato sotto quella parrucca ed entro quegli abiti da vecchio, egli che la sera dopo doveva essere il più bel Barbiere di Siviglia, seguitava la predica. La quale produsse finalmente il solito effetto, e quando sperava di aver persuaso il figlio a prendere il primo treno per la Provenza, questi indovinando dall'ultima lettera diFlora, trovata sul tavolo, che Violetta sarebbe a quella festa per trovargli il successore, scappava impetuosamente per Parigi.
Si credeva che il telone sarebbe calato secondo il solito, per dare alla prima donna il tempo della grande toletta da ballo; ma forse la Patti volle provare di riuscirvi in pochi minuti, e l'atto seguitò. Solamente la scena passava dalla campagna a Parigi, in casa di Flora, che quella sera dava un ballo in costume. Gl'invitati alla cena di Violetta dovevano convenire nella festa di Flora. Infatti un'orda di zingarelle e di ballerine sboccò da una porta laterale del gran salone, illuminato da palle di carta oliata, che imitavano i globi di cristallo: ma Verdi o l'impresario non avendo osato affrontare la realtà di un ballo, la scena rimase fredda. Poco dopo un fiotto di mattadori spagnuoli irruppe dalla medesima porta, e volle cantare un secondo coro alla padrona di casa, che non ne capì nulla come il pubblico. Se gl'invitati seguitavano a venire a torme, la festa doveva finire per essere ben numerosa. Però la crisi del dramma appressava. Alfredo, pallido ancora dalla lunga corsa dal casino a Parigi, entrava vestito da ballo come alla prima cena di Violetta: gli stessi amici lo aspettavano al giuoco. Accettò, ed aveva appena puntato il primo luigi, che Violetta giungeva a braccio del barone, parata di un abito di raso bianco, meno bianco tuttavia del suo volto. Uno strascico lungo come la coda di una cometa, ornato di camelie bianche e costellato di brillanti, la seguiva ondulando sulla scena. L'abito era un capolavoro di ricchezza e di semplicità . Ella pareva uno spettro. I capelli neri, divisi sulla fronte come quelli di una madonna, le cadevano sulle orecchie con una trascuratezza,che stringeva il cuore. All'estremo pallore della faccia e al largo cerchio turchino sotto gli occhi, si capiva subito che quella donna doveva aver pianto troppo o dormito troppo poco; e, venuta per forza alla festa, si era lasciata abbigliare dalla cameriera senza accorgersene. Violetta non si sarebbe mai disposto quelle camelie in fila sul fianco, come un rosario di fiori, nè piantato quel fermaglio sull'ultimo bottone del corsetto scollato. Fiori e gemme erano troppi: una collana di perle le cingeva il collo, i monili le salivano per tutto il guanto quasi all'altezza del gomito, una minutaglia di brillanti le balenava da ogni piega dell'abito, persino dalle fibbie delle scarpe. La pompa insultante della toletta guastava l'aristocratica delicatezza della sua figura, alla quale la piccola camelia bianca sulla fronte avrebbe dato un ben altro significato di poesia.
Come tutti gl'innamorati, che cercano uno scandalo, Alfredo aveva subito alzato la voce provocando il barone al giuoco. Il barone aveva acconsentito ed aveva perduto. Fortunatamente quando l'alterco stava per scoppiare, e Violetta lo seguiva con occhio smarrito, un servo venne ad annunziare la cena. In due ore era la seconda per i coristi, che nullameno urlarono ad unanimità : andiamo! I due rivali dovettero seguirli per ultimi, non senza scambiare prima qualche frase equivoca di minaccia; e la scena rimase vuota. Ma Violetta rientrò barcollando quasi immediatamente; aveva indovinato il disegno di Alfredo, e voleva impedirlo affrontando magari tutte le contumelie ed i graffi della sua gelosia. Da vero collegiale Alfredo non capì nulla della sua costernazione. Violetta avrebbe voluto inginocchiarglisi ai piedi, se il pericolo di essere sorpresi non l'avessetrattenuta, e cogli occhi dilatati dallo spavento, che le battevano come nell'abbarbaglio di un miraggio, vacillava ad ogni sua cattiva parola. Egli era superbo, affettato. Quella preghiera sbigottita gli saliva alla testa come l'ultimo incenso di un amore non ancora ben spento; epperò, malgrado ogni feroce proposito, gli trasse di bocca qualche motto di fuga. Allora Violetta ebbe un gesto così sublime di disperazione, che tutto il teatro fremè: Niccolini invece saltò alla porta con due grandi passi tragici, e, prima che ella avesse il tempo di vietarlo, chiamò tutti i coristi. Era destinato che quegl'infelici non dovessero cenare. Infatti accorrendo di malumore gli fecero cerchio intorno come in piazza: gli altri invitati arrivavano, Flora si mise a fianco di Violetta, il barone pretesto imbecille di tutta la scena, si cacciò coraggiosamente fra loro ed Alfredo, che aveva avuto il tempo di atteggiarsi con tutta la maestria di un provetto cantante. Ma questa volta fu tenore e buono. La sua invettiva, da principio a voce sorda, crebbe tremendamente di parola in parola, come se nella veemenza dell'ira gli si rischiarasse la voce. I capelli neri arricciati con tanta civetteria sulla fronte, questa volta gli squassavano come una criniera, mentre colla faccia vampeggiante di rossore, e i garretti tesi come un leone che sta per spiccare lo slancio, gualciva nella mano contratta la terribile borsa. Sciaguratamente per lui Verdi aveva perduto tutto l'impeto della maledizione, ripigliandone la cadenza con una modulazione da stornello nel momento, che lo scoppio di quella collera, quasi degna di un eroe e così vera per un geloso, doveva avere la detonazione di una bomba. Niccolini dovette scomporsi. Il pubblico lo perdette di vista per Violetta. Aggrappata alle sottanedi Flora col viso stravolto dall'orrore dello sfregio imminente, il seno anelante, la bocca aperta per un urlo impossibile, che sospendeva il battito di tutti i cuori, tremava ed oscillava come un giunco. La sua veste bianca pareva una falda di neve, la sua faccia una faccia fantastica. Era troppo! Quella scena di Alfredo doveva essere un sogno peggiore di ogni realtà , una immaginazione spaventevole di un fatto non mai accaduto! E in quel raccapriccio Violetta rassomigliava all'olandese del vascello incantato, colla indescrivibile fisonomia, che solo una tempesta di mille anni ha potuto comporre. Non le restavano più che gli occhi e la bocca, il resto era tutto bianco come una nebbia, che sarebbe svanita con un soffio. Ma i suoi occhi ardevano, e nelle contrazioni della bocca muta le ruggivano tutte le strida della procella. Tratto tratto una frase infame di Alfredo l'attirava e la respingeva, mentre un terrore tragico le saliva dall'anima sul volto come un'ombra sopra una larva. Le sue mani sole parlavano, e una parola inarticolata, unica e tremenda, una negazione irresistibile ed inutile le crepitava nell'ultima convulsione dei lineamenti. Ognuno tremava, ma la tensione delle anime era tale, che la più piccola percossa avrebbe determinato un'esplosione. E fra il rombo di quell'anatema ed il silenzio di quell'esecuzione, nella quale la vittima era innocente, Violetta cresceva. Ritta sulla punta dei piedi, le mani raggrinzite sulle spalle di Flora come per sollevarsi al disopra di quel gesto che le cadeva sul capo, la sua bianca figura sembrava allungarsi in un prodigio di luce bianca: e quando Alfredo, sfinito di rabbia, le scaraventò in faccia la borsa, trattenendo lo scatto più brutale di uno schiaffo, ella pure gli si avventò dall'alto delsuo bagliore di angelo, e respinta dalla ferita mortale si abbattè vacillando sulle spalle di Flora.
Il teatro ruppe in un urlo di liberazione; l'incubo si era risolto nella morte.
Ma invece di attendere ai rimproveri del padre, che arrivava in buon punto per compiacersi dell'opera propria, o al borbottio di Alfredo prolungato dalla musica in una imitazione di gargarismo, mentre il barone approfittava del frastuono per minacciare impunemente, tutti gli sguardi si accalcarono intorno al sofà di Violetta. Era svenuta in atteggiamento scultorio. Poi sembrò ridestarsi, e girando intorno gli occhi, sentì nella cantilena del coro il dolore della propria ferita. Alfredo si era quasi rincantucciato come un pauroso dietro la gente. Allora senza vederlo, con un gesto di martire, ella esalò l'ultimo sospiro d'amore. Il sacrifizio era compiuto e la vittima era viva. Il suo abito bianco pareva una tunica di angelo, la camelia della sua fronte un astro. La sua voce pura, come il suo cuore dopo l'olocausto, cantava fra quella turba ad una visione trionfante, quando Alfredo sapendo finalmente la verità verrebbe a morire d'amore sulla sua fossa recente. Un'ultima generosa malinconia velava la gioia del suo perdono, mentre i suoi occhi illuminati dalla fede si appannavano di una lacrima tardiva. Ella si obliava nel canto. La sua invocazione, forte sul principio come il grido di un risorto, s'indeboliva lentamente nel murmure concitato della folla, sulla quale la sua anima bianca si librava come una nuvola di sacrificio sull'altare. L'accordo tumultuoso di quel pieno, che sembrava sostenerla, dava un'acutezza quasi più limpida agli squilli, una lentezza più mesta alle cadenze della sua voce. Tutta l'orchestra ondeggiava,la bacchetta del direttore non percuoteva più la lingua di latta, e la Patti cantava sempre in quell'attitudine di statua, animata da un sentimento che eccedeva la vita, e al quale solamente il suo canto poteva infondere la verità . Quindi il telone avviluppò nuovamente tutta la scena, e il finale s'interruppe senza che paresse esaurito.
Il pubblico, che non se l'aspettava, ne rimase intontito. Poi le conversazioni risorsero in mezzo ad un applauso pieno di urla rotte e di gesti maniaci. La platea era in piedi, uomini e signore, tutta la gente si sporgeva dai palchi, si protendeva dalle gallerie, precipitava quasi dal loggione. Era come un'enorme scommessa a chi troverebbe la percossa più sonora, l'evviva più clamoroso, il grido più entusiasta. E tutto ciò in uno strepito di sommossa, che eccitava perfino le adesioni compassate dei pochi aristocratici, alzando il pigolìo delle signore a schiamazzo di fanciulli. Per tre o quattro volte il telone si squarciò, e la Patti vi apparve nel mezzo come dentro una nuvola; la sua testa non aveva più il tragico pallore, e si chinava sotto la carezza della tempesta con una grazia di airone. Quindi un bisogno più intenso arrestò l'ondata dell'applauso, e ognuno si volse con una specie di precipitazione al vicino: vi furono ancora degli scoppi parziali, degli impeti, che dal loggione attraversavano la platea, e l'ovazione si sommerse nel rumorio delle conversazioni. L'aria era salita a una temperatura tropicale senza che alcuno vi badasse: i visi erano caldi come le parole, gli occhi scintillavano come le osservazioni.
— Bartolomeo, meo, marameo — guaì il violoncellista slanciandosi verso il contrabbasso caduto pesantementea sedere; e ripetendo con perfetta intonazione le ultime note della Patti nel finale dell'atto: — finalmente se ne sono accorti; hanno applaudito al miracolo! Te lo avevo predetto — insistè con una esplosione di orgoglio dispettoso.
La sua testina di monello ingegnoso e depravato gettava lampi, mentre tutti i suoi moti scattavano con un'energia, che non si sarebbe mai sospettata in quel corpicciattolo. Tutta l'orchestra era in piedi, una ressa di artisti stringeva il direttore disceso dal pulpito.
— Li vedi, Bartolomeo — proruppe accennandoglieli imprudentemente del dito — che ricevono l'imbeccata? Ah! se io fossi quella donnina, piccola come tutti i tesori, che hanno un valore inestimabile; ancora abbastanza bella, perchè la sua voce che è la prima bellezza del mondo sia bene incorniciata dal suo volto, credi tu che vorrei venire alBrunetti? Perchè canta questa donna? Diecimila franchi per sera... e poi? A che cosa le servono diecimila franchi? per comprare un abito, e tornando nuovamente sulla scena guadagnarne altri diecimila. Ciò è assurdo: è la nostra vita miserabile trasportata nelle ricchezze, il nostro mestiere nel genio. Noi possiamo vivere così: abbiamo preferito di tirare un arco piuttosto che una sega, ci pagano quattro franchi per sera la nostra segatura di note, che il pubblico piglia per musica e se la goda: ciò è abbastanza degno di noi e di lui. Io non canterei.
— Perchè? — domandò ingenuamente Bartolomeo, che aveva ascoltato mezzo distratto quel discorso proferito con una precisione piena di sussulti.
— Tu non lo capisci, aspetta — fe' attirando una sedia col piede, e sedendoglisi presso con famigliarità protettrice ed ironica.
— Ti sentiresti capace d'innamorarti della Patti?
Bartolomeo provò una tale percossa a quest'esordio, che il violoncellista gli posò una mano sopra i ginocchi per trattenerlo.
Quindi riprese:
— Ti sono piaciuti i diamanti della Patti? Te lo leggo sulla faccia, li hai ammirati. Ella ha voluto farne pompa anche in campagna, ed era una scempiaggine; nel ballo, ed è stata una provincialata. Eppure il più piccolo di quei diamanti costa forse più di quello, che nè tu nè io guadagneremo mai nella nostra carriera di suonatori. I diamanti bisogna averli, ma nel cassetto, per godere ogni tanto della loro purezza, che supera quella dei fiori, della loro luce, che vince quella del sole. Li porti? Ed allora fossi pure un imperatore, non sei più che un povero borghese, il quale ha bisogno di fare invidia per sentirsi superiore, e fra tutte le invidie sceglie quella dei miserabili, che è la più bassa. Perchè la Patti se li è messi stasera? Per provare al pubblico che i diecimila franchi di ogni sera sono una verità , e alle signore dei palchi, che essa, una cantante, ha più gioie di loro, principesse di nascita o milionarie di posizione. La Patti è una donna: ecco perchè canta. Perchè vendere per diecimila franchi la sua voce e la sua anima? Se io le fossi amico, le direi che un cavallo da corsa, a Londra, in tre minuti vince centomila lire di premio, e due milioni di scommessa, in faccia allo stesso pubblico, al quale essa getta così se medesima, e che non l'ha mai applaudita come Gladiateur o Iroquois. Bada; ilBrunetticontiene tremila persone, ilCovent Gardenpoco più: al gran Derby, io ci sono stato, nelle corse meno frequentate vi sono trecentomila persone. Ecco il pubbliconella verità della sua natura grossolana, che non può andare al di là della sensazione, e preferisce quindi la più acuta, quella di una scommessa sopra un cavallo, all'altra di una sorpresa in una scena. Credi tu che questa gente, la quale applaude con tanto fracasso, possa aver compreso l'arte divina, con cui la Patti ha cantato tutto quell'atto? Allora perchè non ha applaudito il primo, diversamente, ma non meno perfetto? Ma il sentimentalismo di questo è più facile del brio di quell'altro. Si distingue una donna, che pianga da una che rida, ma cogliere la differenza fra due lagrime o due sorrisi, ecco l'incomodo per coloro, ai quali manca l'intelligenza penetrante della realtà , o il senso squisito dell'arte. Vedrai che a quest'altro atto la platea scoppierà in grida, e i palchi in singhiozzi; la Patti sarà sublime a buon mercato, poichè il patetico profuso nella scena basta per sè solo a commovere una massa. Ed ella colla Malibran, la prima artista del nostro secolo, al disopra della Sontag e della Galletti; ella, che crea colla voce, come Verdi può creare colla penna, e spesso molto meglio; già abbastanza ricca per vivere come una regina, ed abbastanza gloriosa per rientrare nell'isolamento di tutti i grandi spiriti, viene in quest'ignobile cantina delBrunettidavanti a un pubblico, nove decimi del quale non conoscono la musica, per ottenere diecimila franchi di paga, e diecimila applausi di buona mano. Ciò è ancora più vigliacco che assurdo.
Bartolomeo travolto da quest'eloquenza fece un gesto per resistere.
— Aspetta — gridò l'altro. — Se la sua fosse la beneficenza del genio, che si prodiga in capolavori per decorare la vita sciagurata dell'umanità , e sigetta egli stesso in elemosina come un gran signore, il quale non avendo più denaro si offre per un servizio: se ella fosse Dante o Beethôwen, Michelangelo o Shakespeare, bisognerebbe cadere colla fronte per terra, e adorare quest'artista incomparabile, che passa attraverso l'Europa per improvvisare un'ora di gioventù nei cuori più invecchiati, un profumo di primavera nelle anime più inaridite. Ah! sarebbe più bello di Dante, e più grande di Shakespeare: l'arte non ha altra missione, far dimenticare la vita rappresentandola, illuminare la realtà trasfigurandola nel sogno. Ma no, mio caro — proseguì incalorandosi e contraendo la faccia a una fisonomia ringhiosa di scimmia: — diecimila applausi, che valgono ancora molto meno, di gente, che ella non conosce e non vorrebbe conoscere personalmente, che la farebbero forse ridere se non piangere coi loro giudizi.
E si arrestò ansante: il teatro tumultuava sempre. Si girò intorno uno sguardo, quindi rivoltandosi verso Bartolomeo quasi inebetito da quel lungo discorso:
— Non è vero che ho ragione?
— Ma allora come faremmo noi a sentirla?
— Faremmo a meno. Bevi forse del tokai tu? Ho forse una madonna di Raffaello sopra il mio letto, io che non ci credo, e la terrei tanto volentieri? Guarda: se io avessi dei milioni, non come i nostri milionari di Bologna: essi sono miserabili, nessuno ne ha nemmeno un paio di dozzine, e vedi che è un'inezia. Se io fossi milionario anderei subito domattina dalla Patti, e le direi: il vostro impresario vi dà diecimila franchi per sera perchè cantiate, io ve ne do quindicimila, e compro il vostro silenzio. Se me lo permettete, verrò a tenervi compagnia; canterete, se ve ne salta il ticchio, ma se m'accorgo che lo fate persdebitarvi, ve ne manderò altrettanti ogni mattina per il mio cameriere, e non metterò mai il piede nel vostro appartamento. Ecco che cosa direi a questo genio che si degrada, a questa donna che si prostituisce. Le direi: andate a Roma, a Parigi, vi darò un palazzo grande come una reggia: voi già sareste ricca da comprarlo volendolo; siate una gran signora, gettate alla porta quel Niccolini, che non è mai stato un gran tenore e non può essere più un grande amante; aprite i vostri saloni a tutta l'aristocrazia del pensiero, e componetevi una corte di sovrani come Napoleone I. Voi avete la sua potenza ed il suo genio, giacchè vi trascinate dietro la stessa Europa incatenata al vostro carro: aspettate che il vostro spirito avvampi nella febbre dell'arte, e allora cantate per essi, che potranno comprendervi. Aspettate che Victor Hugo, il vecchio sublime, venga qualche sera a riposarsi nel vostro salotto, e ravvivatelo col canto: egli sarà l'idea e voi sarete la parola, egli il ritmo e voi la modulazione: aspettate che qualche grande ambizioso vinto vi domandi un'ora di calma, e allora cantate come voi sola potete cantare. Sarete la prima donna, e la prima dama del nostro secolo. Ma non mischiate mai danaro nella vostra arte, siate come Dante e come Shakespeare, come Beethôwen e Michelangelo: lasciate agl'istrioni la plebe dei teatri, che vuole divertirsi perchè fatica, e giudicare perchè paga. Il suo denaro eccellente per pagare delle scarpe o saldare dei pranzi non può valutare la vostra anima, essere il prezzo della vostra voce. I capolavori sono fatalmente gratuiti, anche quando non sono pubblici. Forse ella è donna, e non mi comprenderebbe, e allora le getterei un milione in faccia, proprio come nel finale di quest'atto, e le direicolla mia voce più insolente: giacchè la sordidezza della vostra anima è pari alla purezza della vostra voce, tenetevi il pubblico e Niccolini, fatevi pagare tutte le sere come le coriste; ma, per quanto gl'impresari vi paghino bene, non raggiungerete mai il prezzo di un cavallo da corsa, e sarete sempre meno stimabile; il cavallo corre per guadagnare la bandiera, mentre voi cantate per intascare il premio.
In quel momento il direttore risalse sulla scranna.
— Aspetta — gridò il violoncellista vedendo Bartolomeo, che si alzava senza rispondere: — sai che cosa è la Patti?
— Sei matto, tu!
— Infelice! — egli rispose compiangendolo con un gesto comico di disperazione — tu non mi comprenderai, e la mia definizione della Patti sarà la più bella di quante ne daranno i giornali.
— La Patti è...
Fortunatamente la bacchetta del direttore percosse la lastra tagliandogli netta la parola; ma Bartolomeo, che l'aveva intesa, alzò vivamente l'arco per darglielo sulla testa. Il violoncellista fu presto a balzare indietro, e sempre ridendo tornò alla propria sedia. Bartolomeo guardava già al sipario; la preoccupazione del suo spirito si era fatta grave come una malinconia. Appoggiato al grosso manico del contrabbasso arricciato e borchiato come un pastorale, la mano sulle chiavi e la testa sulla mano, aspettava che il telone si squarciasse nell'atteggiamento vanitoso di un concertista, che attende il proprio pezzo. La sua alta statura, che lo faceva quasi dominare tutta l'orchestra, rendeva anche più sensibile il contrasto della posa romantica colla sua fisonomia bonaria di grande mangiatore. Il violoncellista, chenon lo perdeva d'occhio, se ne accorse, e quando il sipario si scisse, e la Patti apparve in fondo all'alcova, sdraiata sul lettino, vestita di bianco, alle ultime note del celebre preludio celando rapidamente la testa dietro il violoncello:
— Meo! — gridò.
Egli si volse, e l'altro gli rise in faccia con tale escandescenza, che raccapricciando di essere penetrato, Bartolomeo impallidì.
A rovescio di Dumas, che descrive la miseria di Margherita in mezzo al magnifico appartamento sequestrato dai creditori, Verdi ha immaginato una modesta cameretta, come se uscendo da quel ballo fatale, Violetta avesse abbandonato il barone e fosse ricaduta nella miseria. Ma la musica non avrebbe potuto raccontare tutti i dolorosi particolari della Signora delle Camelie, analizzare le ultime lacerazioni della realtà nella trama già troppo logora dei suoi ultimi giorni. In questo la musica, linguaggio eccezionale, rimane troppo al disotto dal linguaggio ordinario, pel quale un'esistenza può passare intera. La piccola camera aveva le pareti giallognole, una toeletta dozzinale in un canto, una specie di alcova in fondo, con uno straccio di cortina bianca, sotto la quale riposava una forma ancor più bianca. Era la Patti. La scena indicava il mattino, e pareva notte. Una miseria mal dissimulata dalla decenza faceva sentire un'aria fredda nella camera, che il respiro troppo tenue dell'inferma, e il sonno troppo lieve dell'infermiera non bastavano ad animare. La camera vuota pareva troppo grande. Il caminetto di carta non aveva nè fuoco nè legna: era in sulla fine di carnevale, l'aria di Parigi all'alba pungeva senza dubbio. Sul tavolo da notte una bottiglia d'acqua, e due otre boccette luccicavano alla fiamma del lumino riparato da un cappello verde. Violetta si destò per chiedere un sorso d'acqua, ma nell'accostare le labbra al bicchiere nascose la faccia contro il grembo dell'Annina. Per un'ultima civetteria di grande artista la Patti riservava l'effetto del proprio volto per quando scenderebbe dal letto. Adesso non si discerneva che una cuffietta bianca, dalla quale sfuggivano sull'origliere alcune ciocche brune: il resto era confuso sulla coperta. Poi il medico arrivò mattiniero secondo il solito, e Violetta volle alzarsi.
Allora un raccapriccio gelato corse per tutto il pubblico. La tisi lenta, che la divorava da qualche anno, non le aveva lasciato più che la pelle cenerognola e poche ossa, fortunatamente nascoste dal vestito. Ma i suoi movimenti erano così rotti, che sembrava di intenderle scricchiolare ad ogni istante. Il suo bel viso da uccello di rapina, a forza di assottigliarsi, era rientrato nel profilo tagliente del naso, mentre gli occhi le si erano sprofondati nell'orbita, e il loro cerchio turchino era disceso giù nello scavo delle guancie. Ma la bocca livida aveva ancora i denti bianchi come nei giorni del suo bel sorriso. Una piccola cuffia da notte, di una semplicità molto povera, tratteneva il disordine dei suoi magnifici capelli neri, e le si annodava sotto il collo con due lunghe cordelle cadenti sul seno. Ella si appressava, sorreggendosi sulla spalla del medico e sul braccio di Annina con uno sforzo così faticoso, che le traeva ad ogni passo dal petto uno scoppio di tosse. Nulla restava più della Violetta, che Parigi aveva ricevuto un mattino dalle mani della provincia, fresca come un pomo, per gettarla nella terribile operosità delle proprie cucine, e trarla frutto candito dall'aspettomalsano e il sapore composito. Tutta quella decorazione, abbagliante a forza di essere ricca, che aveva fatto di Violetta una delle tante fantasime del lusso, una figura volgare e straordinaria appunto come una decorazione improvvisata, nella quale non si erano risparmiati nè danari nè uomini; la Violetta, che passava fra le duchesse del bosco di Boulogne come una duchessa di un'altra aristocrazia, che era una curiosità per tutti gli uomini ed una novità per tutti i luoghi; la Violetta, che una sera, d'improvviso, era saltata a piè pari dal proprio trono vendereccio per infilare il braccio di Alfredo, e fuggire con lui in campagna a respirare l'aroma della terra; la Violetta dell'ultimo ballo, spettro regale, che ricompariva nella sala del trono per ricevere un insulto plebeo da un suddito pazzo di amore: tutto era sparito senza traccia e senza speranza. Solo i capelli, ricciuti e neri come una volta, gettavano ancora sotto il trapunto della cuffietta qualche ilare riflesso.
Tutto le era stato egualmente fatale, il vizio come la virtù.
Poi, sedendosi, trovò ancora un gesto della passata eleganza, e lasciando la mano, bella tuttavia, sulla spalla del medico, lo ringraziò con uno straziante sorriso. E cantò.
La musica delle sue parole sembrava battuta sul ritmo affaticato del suo cuore, mentre la sua voce, fattasi più pura nello sfacelo di tutto il corpo, aveva l'inesprimibile limpidezza del pensiero nei moribondi. Si sentiva morire. Invano il medico colla pietà dozzinale del mestiere le diceva di confidare nella convalescenza vicina, mischiando le proprie frasi fredde tra le parole intenerite di Violetta. Poi l'ultima speranza, la sublime illusione di ogni martire, che aspettadi veder squarciarsi il cielo, ammalata anch'essa di tisi, le si svegliò in cuore. Da molti giorni Violetta aspettava una lettera di Alfredo. In quella rassegnazione d'agonia ella non domandava più che di vederla per inebriarsi l'estrema volta d'orgoglio, e concedergli il perdono del martirio. Sempre donna, voleva Alfredo ai piedi per sentirlo rabbrividire al suo aspetto di agonizzante, egli che le aveva affrettato la morte, e, mentre singhiozzerebbe, adagiargli il capo sulla spalla e spirargli l'anima nel petto. Era l'ultima decorazione della sua vita, il gran finale del suo ultimo atto. Quindi uscita l'Annina, si trasse di seno la lettera del padre, conciso rescritto di grazia, e la rilesse forse per la centesima volta. Dopo essersi battuto col barone ed averlo ferito, Alfredo era scappato all'estero per stordirsi; ma il padre impaurito del suo cordoglio ostinato, gli aveva scritto rivelandogli finalmente il secreto: Alfredo era già forse in viaggio, ed affrettava col cuore febbricitante d'impazienza l'impeto del treno, che lo portava. Ella lo vedeva laggiù, in fondo alla Francia, cacciare la testa dagli sportelli, guardando verso Parigi, e ritirarla con atto di scoraggiamento. Allora una eguale paura la sopraffaceva, e, piegando il volto sul seno, ripeteva a bassa voce colla parola di tutti gl'infelici, che la vita uccide e la morte non disillude: è tardi! Ma l'orgasmo di quell'attesa le si fece improvvisamente così vivo, che dovette levarsi. Un raccapriccio gelato le passò sulla faccia, travedendosi nello specchio: vi si appressò. Una boccetta azzurra, dal collo lungo, vi esalava ancora il profumo favorito dei suoi fazzoletti, sui quali aveva forse tante volte lasciata la bava sanguigna dei primi scoppi di tosse. Ella sorrise, poi chinandosi sulla lastra sino quasi a toccarlacolla fronte, parve voler esaminare attentamente la povera sembianza, che la guardava dal cristallo con due grandi occhi di spettro. Una mano le corse involontariamente al riccio, che le usciva dalla cuffia, immutata bellezza della sua gioventù, sul quale avevano scintillato tanti brillanti, e nel quale forse si erano tuffati tanti baci di tante persone. Quindi ridivenne seria obliandosi per qualche minuto nella propria apparizione. A che pensava? Quali ricordi le tornavano alla memoria dai giorni lontani della vita, dal mattino campestre o dal meriggio parigino, e, migrando lontano come uccelli passeggeri, quale strido le gettavano dall'ultima curva dell'orizzonte? Forse il loro volo era così denso, che la loro ombra le imbruniva il volto: lo abbassò, e sempre barcollando tornò ad aggrapparsi alla poltrona. Vi sedette.