Chapter 8

Allora l'ultima speranza, che le agonizzava in cuore, si rizzò per dare uno sguardo d'addio al mondo. Era un canto sommesso come una preghiera mormorata ai piedi di un altare, sotto la volta scura di una chiesa, che le colava insensibilmente dalle labbra, mentre l'occhio le strisciava sullo smorto paesaggio della vita. Le ultime foglie gialle erano già cadute sul terreno, tutte le mandre avevano riparato alle stalle, il vento passava in silenzio per la campagna brulla, il sole si spegneva a poco a poco come una lampada funerea. Ma ella non rabbrividiva. La sua canzone solitaria si perdeva nell'aria come l'ultimo fumo di una ruina. La testa abbandonata sul cuscino, che le rammorbidiva la spalliera della poltrona, le mani incrociate sul grembo nell'attitudine dei morti, l'occhio immobile come vetro, cantava lentamente. Quella cuffia da nonna dava un'altra malinconia alla sua nenia, una inconsapevolezza divecchiaia, nella quale il linguaggio non è più che un'eco. Finì, poi riprese, cullata dalla sua monotonia, trasportata dal suo murmure verso il silenzio del sepolcro. Che cosa diceva quel canto? Nessuno lo distingueva bene, ma tutti capivano ed impallidivano al barcollamento di quella testa vicina ad addormentarsi nell'ultimo sonno, e che affondata nel cuscino sembrava dentro una culla. Tutto il genio infermo di Verdi mormorava in questa ultima romanza del dramma più accarezzato dal suo cuore di artista. Poi un singhiozzo, che era un insulto di tosse, la interruppe. Il pubblico rattenuto sino allora dal rispetto della morte, si scatenò in un applauso furente mentre il baccanale del bue grasso passava sotto le finestre dell'inferma con strepito avvinazzato. Quindi Violetta, ridivenendo nuovamente la Patti, dovette ripetere la romanza.Naturalmente la ripetizione fu ancora più acclamata, ma la Patti si scompose talmente alla fine, che se la cameriera avesse tardato a rientrare colla grande notizia di Alfredo, forse non avrebbe saputo ricoricarsi moribondamente sulla poltrona. Allora la Violetta d'altra volta riapparve entro un baleno acciecante di vita. Aveva già compreso; ansava, cogli occhi in fiamme, le mani brancicanti, sentendolo salire per le scale, mentre Annina non si era ancora spiegata. Vedeva, udiva, poi l'anelito la soffocava, e le forze stavano per abbandonarla, quando Alfredo comparì sulla porta, ed ella gli si precipitò nelle braccia con un urlo straziante di demenza. Perchè mai Alfredo era sempre Niccolini, cogli stessi stivaloni e il medesimo cappello piumato? Perchè Verdi, obliando tutto il proprio ingegno, ha scritto il dialogo dei due amanti con quella volgare stampigliadi frasi, sciupando una scena, che sarebbe stata sublime in mano a qualunque altro: e stretto della necessità di una bella romanza è andata a cercarla nell'ultimo atto delTrovatore? Perchè Verdi è così spesso un altro, che scrive della musica da capobanda, senza testa e senza cuore? Perchè quando si sa mettere nella bocca di Violetta quell'ultima frase, mandando l'Annina per il medico, nella quale si sente dissolversi tutto il suo cuore, e che la Patti cantava come non è possibile immaginarlo senza averla sentita; perchè dunque mungerla in una cadenza, che dovrebbe far trasecolare la stessa Annina, e cader le braccia ad Alfredo per quanto sinceramente innamorato? Perchè nel duetto seguente la disperazione ribelle di Margherita, e la speranza rassegnata di Alfredo si esprimono col medesimo canto, mentre sentimento e parole sono così terribilmente opposti? Perchè questo fatale convenzionalismo, che deforma la bellezza e mutila l'arte: perchè, essendo grandi, non si osa essere liberi, e Verdi viene anch'egli colla turba dei minori e degli uguali a curvare la fronte incoronata sotto certe forche caudine? Perchè mai, quando Wagner le ha rovesciate con un cozzo superbo, i critici le rialzano, e artisti come Verdi vi ripassano?La Patti era in piedi: un riflesso d'incendio le bruciava il viso illividito, la cuffia gettata indietro con gesto quasi feroce le svelava l'altezza della fronte, solcata da una ruga profonda e battuta da un vento di tempesta. Un momento parve dimenticarsi di Alfredo per ridiscendere come un giudice nella propria vita, e risalirne come un condannato, che montando il patibolo si ferma in faccia al cielo per disonorarlo con una suprema bestemmia d'innocente. L'accompagnamentosu tutte le corde basse imitava l'anelito faticoso d'un'ultima collera. Poi fece un passo, e sollevandosi sulle punte dei piedi, le braccia levate, le mani raggrinzite nello sforzo impotente di un graffio, squassando la testa nel delirio di una imprecazione, avventò la prima nota. Era orribile, era vero. Tutta l'orchestra batteva, tutte le dita pizzicavano le corde con inconscia veemenza; Niccolini stava intontito, il pubblico era perduto di terrore. Ma le forze l'abbandonarono, e l'imprecazione le morì in lamento soffocato. Il destino aveva vinto. Perchè dunque le gettava Alfredo fra le braccia, pronto a condurla sposa in Provenza, adesso che ella non aveva più la forza di un bacio? Ah! era vile, era degno di Dio! Invano con faccia di marito bonario, Alfredo ripigliava uno ad uno i suoi accenti, e la pregava di calmarsi per non fare troppo soffrire lui medesimo; chè ella non lo sentiva nemmeno, e seguitava a gemere nel singhiozzo convulso dell'orchestra.Allora la corda di un contrabbasso vibrò con tale violenza, che la Patti stessa, curva sui lumi della ribalta, fra le braccia di Alfredo, si volse involontariamente. Era Bartolomeo con due grandi lagrimoni per la faccia, che pizzicava rabbiosamente la propria corda: ma l'arco gli cadde di mano a quell'occhiata, rumoreggiando: ella si rivoltò, alcuni suonatori si torsero. Bartolomeo era scoperto, piangeva; però nessuno sorrise, tutti erano commossi. Il maligno violoncellista, estatico, non si avvide fortunatamente di nulla; poi, quando la Patti si abbattè nuovamente sulla poltrona, l'orrore fu tale, che egli stesso balzò in piedi. Il pubblico non potè nemmeno applaudire. Quindi l'ultima scena precipitò. Annina, il padre di Alfredo e il dottore rientrarono insieme. Naturalmentela musica sofferse del loro ingresso, e ricomparvero le frasi di riempitivo, questa volta quasi naturali, per la qualità dei personaggi e la loro posizione drammatica. La stessa volgarità delle parole li rendeva veri. Violetta moriva: l'anelito delle spalle e il cerchio turchino sotto gli occhi le diventavano più visibili, il naso le si profilava sotto la mano della morte. La vittima era adagiata sull'altare attendendo la fiamma del cielo. Una emozione religiosa s'impadronì di tutti i cuori, assiderandoli nella paura dell'invisibile. La fisonomia della morente si illuminò. Il martirio, nobilmente accettato e intrepidamente sofferto, le dava l'ineffabile sembianza dei santi. Cortigiana immolatasi per la felicità d'una vergine sconosciuta, moriva sulla soglia del santuario, come gli antichi romei in vista del Golgota, sul quale era spirato il loro Dio: e allora, pregando per un più santo Romeo, cui il cielo concederebbe di baciare la terra bagnata del sangue divino, gli affidava nell'ultima preghiera l'adempimento del proprio voto mortale. La peccatrice perdonata, non era degna di morire nel tempio di Dio. Un'altra vergine sconosciuta, forse romita di qualche povera casetta, doveva ricevere dalle mani di un sacerdote il cuore di Alfredo. Ella solamente doveva essere madre, e piangendo sul capo dei figli insegnar loro la virtù del dolore. Violetta no; il suo labbro non avrebbe potuto baciare, senza profanarle, quelle teste innocenti, il suo nome sarebbe sempre stato per loro una condanna d'infamia. Ma in quel momento, purificata dalla morte, coi piedi sulla terra e la fronte nel cielo, non pregava più, ammoniva. China sul suo diletto, porgendogli come reliquia il proprio medaglione, gli ordinava di amare un'altra donna e di procedere come un forte sul camminodella vita. La sua voce non era più umana, la sua musica era più che divina. Era un alito più leggiero di quello d'un morente, e profumato come d'un fiore; una voce, che salendo in alto si attardava in un'eco, aveva la dolcezza diffusa di un murmure e la soavità penetrante di un bacio. Non era più nè voce, nè musica, ma l'anima che si dilatava in una oscillazione di luce; la fiamma, che discesa sull'altare del sacrificio aveva consumato la vittima, e risaliva lentamente verso il cielo. Allora un grido supremo di Alfredo percosse il teatro, grido di spavento e di negazione umana dinanzi a quella visione di paradiso; poi il coro degli altri mormorò bassamente, e tutto tacque. Violetta era morta; ma il suo cadavere respirava ancora. Si alzò, battè gli occhi, brancicò la luce, mandò qualche suono che parve di parole, indi un grido, e si spezzò. Violetta era morta prima.Allora tutti cacciarono il solito urlo, e il telone si abbassò per sempre sullaTraviata.Lo spettacolo essendo finito, incominciava il trionfo. L'aria era di fornace, densa ed insoffribile: un'afa torbida s'aggravava su tutti i respiri e tutti gli occhi. Palchi e platea si alzarono: nel loggione il soffio dell'uragano piegò tutte le teste della plebe sul parapetto, e squassò sonoramente tutte le braccia. Fu uno scoppio irresistibile, che salì come un unisono procelloso, mentre la percossa delle mani imitava lo scroscio della grandine, e l'accento dell'applauso femminile vi aggiungeva come un sibilo di rami secchi. Uomini e signore, aristocratici e borghesi, tutti applaudivano col medesimo orgasmo, con una impossibile vanità di far spiccare il proprio applauso. Nelle barcacce gli eleganti erano montati sui sofà esugli sgabelli, i fiori piovevano; i cartellini a mille colori, coi due versi della lapide collocata a perpetua memoria nell'atrio, svolazzavano con un volo di farfalle intorno alle lumiere: la gente li ghermiva e si sentiva ripetere lo splendido distico dell'impresario poeta:Adele Patti dell'Italia vanto,Qui Felsina beò col divo canto.Un vecchiodandycon un piede sul parapetto della barcaccia immaginò di agitare il fazzoletto bianco, e tutti lo imitarono con unurrà, di cui gran parte andava a lui stesso: altri gestivano coi cappelli, gli aggettivi più entusiastici e più audaci esplodevano. La folla fraternizzava, tutti vociavano col vicino incoraggiandosi a battere più violentemente, nessuno accennava ad uscire, i volti s'infiammavano come le teste ad ogni squarciarsi e racchiudersi del telone. La Patti correva sola alla ribalta con passo saltellato di fanciulla, sorridendo, ringraziando con un sorriso di vanità intenerita, ponendosi le mani sul cuore, portandosi una volta le dita sulle labbra. Intorno a lei i mazzetti fioccavano percotendola sulle vesti: ella li raccoglieva, ne inseguiva qualcuno, lo raccattava, lo perdeva sempre sorridendo, con una famigliarità di scherzo, con un sollazzo di ricreazione. E il pubblico andava in visibilio di questo sfarfallare della grande artista, di questo giuoco, nel quale egli era il leone ed ella la cagnuola. Poi l'entusiasmo vero lo riprendeva, e allora in mezzo a quella compiacenza metà paterna e metà infantile, ritornava popolo, e le si serrava intorno per alzarla sulle proprie voci se non sulle proprie braccia. Il palcoscenico stesso era invaso: molti, i più fortunati, avevano rotto laconsegna, e si erano affollati nelle quinte per stringerle la mano fra una chiamata e l'altra: non si pensava più alla presentazione, al decoro dell'etichetta, alla distanza del genio. Quindi nella dimestichezza della ressa erano spuntati addirittura sul palco, in soprabito e cilindro, in giacca, disinvolti come tanti inservienti, dividendo l'ovazione colla diva, applaudendola dietro la testa, urlandole sul volto i loro complimenti forsennati. Ed ella rideva, facendosi sempre più piccola, discendendo al livello di tutti, curvandosi per cogliere l'applauso di tutti. Un momento, sulla soglia d'una quinta, mentre affranta dall'incessante ringraziare riparava nell'interno, si vide un signore, un vecchio notissimo, trattenerla porgendole da bere in un calice d'argento: era una reliquia, il bicchiere consacrato dalle labbra della Malibran. Ella lo prese con nobile gesto d'orgoglio, e bevve. Il pubblico non comprese, ed applaudì anche più strepitosamente. Intanto nessuno si moveva. Il telone si abbassava e si alzava come al vento, ed ella con quell'abito semplice, il volto ripulito dalla fisonomia biaccosa di tisica, arrivava insino alle barcacce, ai lumi della ribalta, si piegava sull'orchestra più rumoreggiante di tutto il resto del teatro, si gettava nella platea e nei palchi a gesti commossi e graziosi. Ma il loggione, troppo alto e troppo lontano per essere veduto, ingelosiva e lanciava urla, che parevano minaccie: ella alzò una volta il capo, e lo chinò con tale espressione di meraviglia sbigottita, che fu per lui il miglior complimento possibile. Il loggione indovinò e ruggì. Allora dalle sue tenebre, fra gli urli degli evviva e deibis, una voce più forte di tutto lo schiamazzo ridomandò l'ultima romanza: tutti si volsero ed acconsentirono, le domande s'intrecciavano,si rivolevano tutti i pezzi più belli, ostinandosi in quell'impossibilità di averli con una compiacenza demente ed adulatrice. Giammai tempesta di teatro fu più ruinosa, nè folla più fitta e scompigliata. La maggior parte era in piedi sugli scanni, battendo i piedi, percotendo i bastoni, sbatacchiando i coperchi dei sedili per disperazione di non poter fare di più. Ma se il pubblico non si stancava, la Patti era esausta. Il suo passo diventava lento, il suo gesto spossato: la fatica dell'opera e l'emozione di quel turbine, per quanto vi fosse avvezza, la sopraffacevano. Il pubblico lo sentì, e si acquetò quasi d'improvviso. Ella riapparve ancora una volta, unurràfece tremare la volta del teatro, e un paio di guanti, lanciato da un palchetto, venne a caderle ai piedi. Era l'ultima follia della sera. Ella lo raccolse con un sorriso, lo strepito ondeggiò, il sipario calò per l'ultima volta. Allora le piccole vanità vollero tentare di mettersi in mostra applaudendo ancora, mentre la folla si voltava per uscire: vi furono sforzi feroci, grida isolate e rauche, parve quasi che l'applauso si ragglomerasse, salì, oscillò, e si disciolse inutilmente. Tutti erano stanchi. Quindi la moltitudine cominciò ad occuparsi di se stessa, e un'altra curiosità la distrasse. Così denso ed illuminato, in quell'ondeggiamento di colori e di persone, il teatro era un altro spettacolo.Mezz'ora dopo in una piccola bottiglieria presso ilBrunetti, affollata di gente, un gruppo di suonatori d'orchestra discuteva la Patti. Erano tutti giovani, che avevano preso nel mezzo Bartolomeo come un giocattolo, ma che nel calore della disputa se lo andavano dimenticando. Il buon uomo ascoltava intontito quella diatriba appassionata, nella quale sfolgoreggiavanole nuove teoriche dell'arte. I nomi celebri abbondavano fra una agglomerazione violenta di giudizi e di osservazioni bislacche, di argomenti acuti e di appunti sensati. Naturalmente Bodoni, il violoncellista, col suo entusiasmo a fondo pessimista, dominava la discussione, animandola. In quel momento lottava col primo violino di spalla, un giovane alto e magro dalla fisonomia malaticcia e l'accento freddo. Era il miglior allievo dell'illustre Verardi, una speranza dell'arte, di già celebre per tutta la città. Bartolomeo, contrabbasso dozzinale d'orchestra, guardava con rispetto misto di ammirazione quel ragazzo di vent'anni, che dava dei concerti, e ch'egli credeva destinato ad un immenso avvenire.— Ah, lo stile! — interrompeva il violoncellista — hai ragione. La Patti lo ha castigato, la sua misura è ineffabile, il suo accento sicuro. D'accordo; bisogna saper disegnare per essere pittore, ma il colore è più che il disegno, e il colore stesso non è che un elemento dell'arte. La vita sola, mio caro, chiamala anima, realismo o idealismo, tutte parole inutili, che spiegano male il secreto; la vita sola è tutta l'arte.Ma si fermò come sorpreso da una interna contraddizione. Rimase un istante concentrato, indi proruppe quasi stizzosamente:— Credi tu che la Patti sia un genio? No, perchè allora sarebbe troppo grande. Essere stasera Violetta per diventare domani sera Rosina nelBarbiere, poi Ofelia nell'Amleto, poi Dinorah, poi Margherita nelFaust, poi Amina nellaSonnambula: mio caro, ma allora è un fondere Verdi con Rossini, Rossini con Thomas, Thomas con Meyerbeer, Meyerbeer con Gounod, Gounod con Bellini: e nota che dietro Verdi c'è Dumas, dietro Rossini Beaumarchais, dietro ThomasShakespeare, dietro Gounod Goethe, dietro Bellini c'è Romani, e quindi non c'è nessuno. Sarebbe troppo, ed è impossibile. La sua piccola testa dovrebbe contenere tutta la sostanza di quei cervelli creatori, se la magìa del canto le venisse da coscienza di ingegno drammatico. Ella non ne sa niente.— Che! — esclamarono tutti in coro.— Silenzio! Non m'interrompete — gridò con gesto vivacissimo, levandosi in piedi e cacciandosi più innanzi coi gomiti fra i bicchieri —. Credi tu che Salvini sia arrivato al fondo dell'Amleto, egli che lo fa come nessuno al mondo lo ha mai fatto? O Modena, il suo sublime maestro, che declamando Dante spingeva l'impudenza del proprio genio fino a fingersi Dante medesimo nell'atto d'improvvisare quei versi, come se Dante li improvvisasse, e si arrestava correggendoli: credi tu che Modena abbia sorpreso il processo del genio dantesco? Parla con Salvini di Shakespeare, e sentirai che genere di analisi: leggi ciò che Modena ha scritto su Dante, se vuoi comprendermi, e comprenderai che nessuno dei due artisti ha capito i due poeti. Eppure li rendono, e forse nè Dante, nè Shakespeare, assistendo alle loro recite, li avrebbero rinnegati. Perchè? Mistero. Cantanti, comici, suonatori, non comprendono mai quello che fanno; qualche volta lo sentono e nullameno lo rendono male; più spesso non lo sentono, e lo rendono benissimo. Quando la Patti fugge singhiozzando fra le quinte, la prima cosa, che le presentano, è un bicchiere di acqua o di vino per risciacquarsi la bocca; ecco per la sincerità della sua emozione drammatica. È la voce, il gesto, la fisonomia, è un arcano inesplicabile, che crea questi artisti, i quali muoiono senzaprovare quasi mai nessuna delle emozioni o delle idee, che destano negli uomini d'ingegno. La Patti possiede questo segreto: la sua voce ha le flessioni di tutti i sentimenti, le gradazioni di tutte le espressioni, lì, pronte al minimo cenno, sopra qualunque parola. Rossini si vantava di poter mettere in musica anche la lista del bucato, e ci sarebbe riuscito; la Patti, se vuole, ti farà piangere con uno stornello da osteria e col più sciocco. Rossini è un genio intellettuale, la Patti è un genio fisico. Qui sta la differenza.— Come si accordano allora?— Ecco ancora il mistero! Come stanno assieme anima e corpo? eppure ci stanno. Tu sei un grande suonatore: lasciamelo dire — ripetè ad un gesto del violinista: — tu suoni Beethôwen. Ebbene, giacchè dovresti secondo il tuo sistema averlo compreso, ti sentiresti di tradurre nel linguaggio comune le idee, che egli ha espresso col linguaggio musicale? Boito, e vedi che ha dell'ingegno, si è provato di scrivere la poesia di alcune fra le romanze senza parole di Mendelsonn, e ha dovuto smettere, poichè si accorgeva di diventare ridicolo. E tu vuoi che la Patti, afferrando il significato morale delle due Margherite, quella di Dumas e quella di Goethe, senta egualmente la diversità di questi due amori, ella che nell'amore è arrivata fino a Niccolini, e si è fermata? Eccolo lì il tuo genio femminile colla sua gamma di mondi e la sua scala semitonata di personaggi, che vanno dalla servetta alla dama, dalla civettuola alla martire, passando attraverso l'imperatrice e l'eroina: il tuo genio, che, identico a se stesso in ogni secolo e in ogni clima, rivivrebbe in tutti i temperamenti: eccolo lì, in adorazione, davanti alla testa grossa di Niccolini, il quale, credo, si tinga i capelli, e dovrebbe tingersi la voceper farla parere più giovane; eccolo lì, che viaggia l'Europa per fare quattrini, e si mette i diamanti regalati come i galloni della propria livrea di cantante. Questo genio — seguitava con una specie di rabbia — il quale in fondo non è che l'eco delle idee altrui, e non ha più coscienza di un'eco; questo miracolo, che appassiona tutto un mondo e me per il primo; quest'artista, che adoro e che disprezzo, che ha aspettato, dicono, quarant'anni per innamorarsi di Niccolini, un Alfredo, che ne ha cinquanta, e ch'ella ha nullameno anteposto al marchese proprio marito. Eccolo lì; questo genio femminile, al quale Rossini, il genio intellettuale, disse un giorno colla sua solita profondità: quando si è la Patti, si sposa un principe del sangue o un tenore: cioè, o si ha una grand'anima, e si diventa una gran dama, che non canta più che per amore; o si ha una piccola anima, e si resta una grande artista, che canta per i quattrini e s'innamora sul palcoscenico come le coriste. Naturalmente il tuo genio non capì: ed ecco la tua Patti, marchese di Caux, alBrunetticon Niccolini. Assurdo, demenza, vigliaccheria!Questa violenta diatriba pronunciata con voce stridula e accompagnata da una bufera di gesti sbaragliò per un momento tutto il coro degli elogi. Bodoni era rimasto in piedi, assaporando sulle faccie ammirate e confuse degli amici il trionfo dei propri paradossi. I suoi occhietti grigi di pollo scintillavano, mentre le dita per un vizio di suonatore gli picchiavano inconsciamente sul marmo del tavolino una suonata inintelligibile. Ma il violinista replicò. Egli era freddo e non gestiva. La sua fisonomia, smorta di ammalato, sarebbe stata quasi inanime senza la vivacità degli occhi, nei quali a quando aquando passava un baleno. Bodoni stava per ribattere, quando un altro lo prevenne.— Tu già sei sempre dell'avviso contrario — gli disse un clarinetto con accento piccato. Ma Bodoni non gli si volse nemmeno, e seguitò a guardare il violinista.Questa attenzione lo lusingò.— Tu parli benissimo, ma sei andato fuori di questione. Appunto perchè la voce della Patti non è perfetta come quella della Frezzolini, e Bartolomeo aveva ragione...— Niente, niente, non lo dirò mai più — interruppe Bartolomeo con impeto così comico di convinzione, che tutti sorrisero; e l'altro seguitò:— Appunto per questo avevo voluto insistere sulla purezza del suo stile e sulla perfezione del suo metodo. Se non hai ragione in tutto, ne hai moltissima qui: il segreto dei cantanti sta nella impostatura della voce, nel conoscerne bene il registro, e nel saper formare la nota. Il resto è natura; il timbro, l'accento, la pasta, l'estensione non si acquistano. Per esempio, io preferisco i bassi della Stolz a quelli della Patti: la Galletti ha molte note migliori, ma è un altro temperamento di artista; forse egualmente forte, ma più limitato. Non so se la Patti nell'ultimo atto dellaFavoritala vincerebbe. La Patti invece è insuperabile, e mi pare che oltrepassi persino le esigenze dell'immaginazione nell'agilità: le sue note si sgranano come perle e balzano come tanti martelli di pianoforte. Quanti anni di studio le costeranno!...— Peggio per lei — irruì Bodoni. — Guerra all'agilità, abbasso le variazioni. Se Thalberg non fosse morto, io voterei serenamente la sua decapitazione;egli rappresenta la putrefazione nella musica. Le sue variazioni sopra un motivo mi hanno sempre avuto l'aria di vermi sopra una carogna.— Bene! — fu urlato in coro.— Non è questo che intendevo — proseguì senza scomporsi il violinista. — Prima di tutto vi è variazione e variazione.— Cioè gargarismo e gorgheggio, d'accordo — intercettò ancora Bodoni.— Sia come vuoi; ma quelle del finale del primo atto...— Ah, non me lo dire! Sì, ecco le variazioni: ciò è giusto, è sublime. Io firmo, io, e non vario per questo. Ma che accento in quegli scatti, che legature di orefice fra quegli sbalzi di tono e in quel rimescolamento di note! Ma questo è vero, questo è ancora canto, e non vocalizzo! Ti ricordi la Donadio nellaSonnambula? E c'è chi la paragona alla Patti! Morte alla Donadio, a questa bella donna, che pare una fattora e deve avere, sono io che te lo assicuro, un'anima più grossa del corpo della Patti. Il suo rondò finale nellaSonnambula, che faceva delirare al Corso, è un affare di cariglione, o, se ti piace meglio, non è più un pezzo dellaSonnambula, ma uno squarcio d'esercizio.— È troppo! — esclamò il violinista rattenendolo con un gesto di pacificazione.— Sì, ciò che dissi anch'io quella sera; è troppo! — replicò l'implacabile Bodoni con accento di scherno — ma il pubblico allora applaudiva in delirio, e stasera è quasi rimasto freddo ai gorgheggi della Patti. Giustissimo: Berlioz, Beethôwen, Donizetti, che muoiono quasi nella miseria, mentre Marchetti, che ha musicato ilRuy-Blasdi Hugo peggio che Garibaldinon abbia scritto il proprio sbarco dei Mille, morirà nelle ricchezze guadagnate.Lascia stare Garibaldi — disse severamente il clarinetto entrato nella disputa: — tu non sei neanche degno di nominarlo.— Come tu di averlo avuto generale a Mentana quando sei scappato. Niente: io sono aristocratico. Se i repubblicani arrivassero al potere, forse la loro prima legge sarebbe di abolire la dote dei teatri per distribuire ai poveri i diecimila franchi della Patti. Io che invece sono aristocratico, preferisco la musica ai poveri. Probabilmente per l'onore dell'umanità, la tua repubblica del dovere non sarà mai che una prosa fredda come quella di un processo verbale, la forma più bassa della letteratura, mentre la musica è la cima più alta dell'arte. Se ti dicessero stasera: sta in te, puoi fare la repubblica o avere la Patti? Ebbene, tu sceglieresti la repubblica, infelice clarinetto, e anderesti in piazza con un'altra guardia nazionale a stonare l'inno di Garibaldi, che è brutto. Ricordati, patriota repubblicano, che l'inno austriaco di Haydn è sublime. Se tu fai la repubblica, io ti abbandono Niccolini, che è degno di cantare i vostri inni democratici, e mi tengo la Patti. Bartolomeo, tu sei un uomo onesto: giurami che sei del mio gusto, e che accetterai la Patti piuttostochè la repubblica.Una risata clamorosa accolse questa diversione su Bartolomeo, che sbattè gli occhi in segno di assenso.— Pensaci, mio caro Bartolomeo, se vuoi diventare il suo amante, perchè sei vecchio e il tempo stringe. La Patti non è bella come femmina, ma è talmente elegante come donna, che Cremona, il pittore milanese, le ha proposto di farle un ritratto,sedotto dalla intonazione della sua toeletta. T'immagini tu di essere il suo amante, nel suo magnifico appartamento di Parigi, perchè sono sicuro che ne ha uno magnifico, dopo averla veduta in teatro fra il delirio del pubblico, sopra una bufera di desiderii: sapendo che fra un'ora ella ti aspetterebbe in un gabinetto di raso, e che quattromila persone si farebbero tagliare a pezzi per entrarci in vece tua. Ciò è superbo. Ecco la vita, mio povero clarinetto repubblicano: posare i piedi dove gli altri arrivano appena colla fronte, possedere ciò che tutti desiderano, e magari gettarlo. La tua repubblica è una livellazione, una pianura: io pittore preferisco il paesaggio accidentato della montagna, io uomo adoro le cime e vi pianto sempre i miei castelli fantastici. Se fossi come te, mio grande Bartolomeo, l'amante della Patti, vorrei un gabinetto di raso cilestro, mi coricherei sopra un divano colla pancia in aria, e vorrei che ella mi si accovacciasse daccanto sul tappeto come una cagnina. Allora chissà a che cosa si pensa. Ma in mezzo alle tue distrazioni non avere che a dirle: Adelina, accendimi il sigaro, e cantami il finale delTrovatore, la frase più bella di Verdi, la frase più sublime di Eleonora: ed ella, che la canterebbe per me solo, come in teatro e meglio. Tu sai la mia stranezza: io adoro la voce senza accompagnamento di sorta, perchè mi pare che il linguaggio vero sia così. L'Adelina mi canterebbe sul capo come a Manrico, e all'ultima nota, colla sua leggerezza di prima donna, che ha migliorato sul palcoscenico la naturale facilità di cadere, mi si rovescerebbe addosso, gettandomi un bacio dentro la bocca. Così.E accompagnando il fatto alle parole, si avventòalla faccia di Bartolomeo, che lo aveva ascoltato a bocca aperta, e vi soffiò dentro come sopra una candela.Bartolomeo, che si era abbandonato alla poesia buffona e voluttuosa di quel sogno, ebbe un tale sussulto e strizzò gli occhi così comicamente che la discussione degenerò in baia, ed egli ne fu la vittima. Allora gli rinfacciarono la commozione all'ultimo atto in quel violento pizzicato, quando piangeva a lacrimoni, guardando morire la Patti. Egli non negava.— Che! sissignore, ho pianto, ed ella mi ha visto.— Lo hai dunque fatto apposta — esclamò Bodoni.— Io! no; mi vergognavo anzi: ma non ho potuto mandarla giù; mi si è serrato il gozzo a quella vocina, con quella cuffia, che la faceva quasi parere più bella.— La voce?— No.— E tu ti sei innamorato!— No.— Sì, sì — gridavano in coro.— Domattina — disse il violinista — io debbo esserle presentato da Verardi, che ella desidera gentilmente di conoscere: glielo dirò.A queste parole, pronunciate coll'accento più freddo, Bartolomeo ebbe davvero spavento. Il carattere serio del violinista fra tutti quei cervelli scapestrati gl'ispirava una tale stima, che non dubitò nemmeno dello scherzo. Ma Bodoni non gli diede il tempo di rimettersi.— Io ti osservavo, sai. Tu le hai fatto la corte tutta la sera: negli intervalli, quando ti parlavo, eri distratto, pensavi a lei. Senti, mio povero Bartolomeo.Tu lo sai se ho amato nessun contrabbasso come te: questa passione ti ucciderà. Nel — Gran Dio, morir sì giovane — la Patti si è voltata per vedere quale era il contrabbasso, che accompagnava con gemiti così sdegnosi e profondi le sue ultime grida di disperazione. In quell'occhiata le vostre anime si sono intese, ma una barriera insormontabile dividerà sempre i vostri corpi. Ella è un soprano e tu un basso. La natura e l'arte ti hanno votato all'accompagnamento, per te non vi sono duetti. Tu non dormirai questa notte: domani sera soffrirai come un dannato vedendo il tuo tragico ideale trasformato in una Rosina briosa sino alla sfrontatezza; perchè capirai, che se la Patti dovesse trattarti, avrebbe per te le maniere canzonatorie di Rosina e non la dolcezza mesta di Violetta. Poi la Patti partirà, e tu cosa farai a Bologna? Penserai a lei.— Senza dubbio — esclamò Bartolomeo.— Questo pensiero ti ammazzerà, perchè l'impotenza è più micidiale dello stravizio, e il desiderio logora più dell'uso.— Ma io non sono innamorato.— Generosa menzogna! Tu vuoi salvare la tua donna dal ridicolo: ma giacchè sei generoso, sarai naturalmente sciagurato. Ella non ti imita, e affronta la caricatura: in questo momento la Patti e Niccolini sono in una camera da letto dell'Hôtel Brun. Tu impallidisci — gridò — mentre tutti invece lo facevano arrossire, guardandolo: infelice, tu vali più di Niccolini, e morirai della sua morte! Avete quasi la stessa età: solamente tu morrai di fame, ed egli precisamente dell'opposto: te l'ho già detto, ma se il desiderio logora più dell'uso, l'uso ha questo di orribile, che logora anche il desiderio.Queste ultime parole portarono l'ilarità al colmo. Ma il padrone disse di voler chiudere, e il gruppo degli amici dovette alzarsi. I conti della birra e del vino sviarono per un momento l'attenzione, Bartolomeo potè alzarsi, ricevette ancora qualche risata, e, infilandosi il sopratutto, si avvicinò alla porta. Una contestazione minacciava d'insorgere, l'oste piuttosto villano alzava la voce, quando Bartolomeo si ricordò improvvisamente di essere aspettato a casa, si volse, diede un'occhiata e, vedendosi inosservato, se la svignò.Quando arrivò a casa, Adelaide, che lo attendeva, da due ore, lo accolse malamente. Per un motivo inesplicabile, invece di coricarsi, lo aveva aspettato in cucina, a tavola, con un vecchio mazzo di carte in mano.— Finalmente! — esclamò con quella collera fredda, che in certuni è il colmo della esasperazione.Bartolomeo divenne mogio mogio, perchè aveva paura: Adelaide era la sua amante da sei mesi. Si erano conosciuti da lunghi anni in teatro senza parlarsi, poi il caso li aveva messi ad uscio e uscio, e allora avevano stretta relazione, passando alle intimità per finire nell'amore. Ma veramente non si amavano. Adelaide, vedova, aveva maritata l'unica figlia fuori di Bologna, e, rimasta sola, s'ingegnava a levar le macchie dagli abiti, a stirare, per buscarsi la vita; poi la sera, capitando, faceva la corista alBrunettio la cameriera alle prime donne di prosa e di canto, che vi transitavano. Naturalmente a tutti questi mestieri la sua coscienza si era fatta più larga che pulita. Ella non se ne nascondeva, anzi sui primi del loro incontro aveva affettato una tale insubordinazione beffarda a tutti gli scrupoli, che Bartolomeo,timido anche in quell'età, trovandovi del piccante, si era lasciato accalappiare. Solo, di costumi morigerati, suonando tutte le sere, aveva messo da parte qualche cosa; l'Adelaide l'aveva indovinato. Quindi cercò di attirarselo, e Bartolomeo gliene fornì il pretesto; poichè, costretto a mangiare in trattoria come tutti gli scapoli, aveva finito per rimpiangere la vita di famiglia, il pranzetto quotidiano discusso ogni sera ed allestito ogni mattina, le piccole provviste, le festicciuole, tutte le gioie casalinghe, pigre e squisite malgrado la loro volgarità. Alla trattoria non poteva fare nessuno dei propri comodi, non sbottonarsi il corpetto e il primo bottone, il più alto, dei calzoni, come la natura gl'imponeva sempre a mezzo del pranzo: l'inverno aveva freddo alla testa mezzo calva, ma tenere il cappello mangiando era troppo, la berretta sarebbe stata abbastanza, ma non l'osava per soggezione dei camerieri e degli avventori. Sopra tutto la pipa l'angustiava. Bartolomeo possedeva una enorme testa di moro, in spuma, diventata nera come un moro originale, e nella quale fumava da molti anni in casa per non correre il rischio e l'incomodo di portarla fuori. Il solo astuccio era già un bauletto, la lunghissima cannuccia, a nocciolo d'ambra, e di ciliegio boemo, diceva lui, odorava ancora. Per Bartolomeo questa pipa era quasi tutta la famiglia, perchè il vecchio merlo dal becco giallo, che teneva in cucina, rappresentava l'amicizia. Pranzare modestamente in cucina, massime l'inverno, col merlo che verrebbe a beccare sulla tavola, la pipa, carica come una bomba inoffensiva a fianco, con un immenso paltò spelato, che gli faceva da veste da camera, annusando il profumo dei piatti sopra i fornelli, dando un'occhiata alle casseruole, servendosi e servendoqualcuno, era da lungo tempo il suo ultimo sogno. Secondo lui le serve erano tutte ladre; giovani aprivano la casa agli amanti, vecchie ai figli e ai parenti. Così, ammassando qualche mobile e le stoviglie necessarie a piantar casa, aveva oltrepassato la cinquantina senza sapere neppur egli come: una volta faceva da scrivano in uno studio di notaro, poi aveva smesso, e non faceva più nulla. L'inverno andava al sole nei giardini pubblici, e si fermava coi giardinieri in lunghi cicalecci: al tempo cattivo in qualche caffè a leggere i giornali o giocare la partita a domino, o da qualche amico. Del resto suonava spessissimo, anche di giorno, avendo la clientela di quasi tutti i curati: non vi era festa senza il suo contrabbasso.Poscia aveva conosciuto l'Adelaide. Una volta doveva essere stata piuttosto bella, adesso era ancora benissimo conservata: aveva le carni vermiglie, i capelli neri, i denti bianchi. Naturalmente le borsine degli occhi si cominciavano a gonfiare, e gli angoli della bocca le si raggrinzivano; ma il suo seno aveva ancora un magnifico turgore, massime per la vita troppo corta e le spalle un po' tozze, che lo facevano stare più alto. Il resto era quasi insignificante, statura comune, naso regolare, fronte egualmente, come nei connotati dei passaporti. Solo, come segno particolare, aveva una lanuggine, oramai barba, lungo le guancie, e due occhietti neri, rotondi, affossati, di una mobilità eccessiva, a volta a volta di una gelida durezza. Adelaide conquistò Bartolomeo in pochi giorni. La prima domenica pranzarono assieme in cucina, la stessa sera Adelaide rimase nella sua camera. Bartolomeo era felice: l'Adelaide, da donna accorta, aveva conservato la propria stanza, che comunicavacolla cucina e rispondeva libera sul pianerottolo, per ricevervi qualcuna delle proprie pratiche: vi aveva messo un fornello, e talora vi stirava. Ma siccome qualche soldo lo guadagnava essa pure, sul principio contribuì alle spese domestiche. Fu un incanto, giammai due coniugi avevano vissuto più armonicamente. Bartolomeo ringiovaniva, sebbene si accorgesse di non essere innamorato. Sedotto da quel benessere sensuale, cui l'ordine e l'economia davano quasi un'apparenza di virtù, e soddisfatto nell'egoismo di vecchio celibe, che vorrebbe la famiglia senza i suoi impicci, si abbandonava morbidamente in quella nuova vita del focolare. Avevano comprato un fusto di vino e un mezzino di castagne da cuocere sotto la cenere alla sera. Adelaide, che s'intendeva veramente di cucina, preparava certi pranzetti, ai quali Bartolomeo paragonava con voluttà orgogliosa i pranzi della locanda, cogli umidi riscaldati mille volte e gli arrosti lessati prima nella pentola. Ma, per l'istinto di tutte le felicità e la prudenza naturale ai suoi anni, Bartolomeo non aveva aperto bocca con alcuno; solamente aveva finto di sdegnarsi coll'ultimo oste e di averne trovato un altro, che gli mandava il pranzo a casa. Infatti la colazione colle ova e laGazzetta dell'Emiliala faceva sempre al solito caffè.Ma Adelaide lo dominava. A poco a poco gli invadeva tutta la vita a forza di rendergliela comoda e di risparmiargliene le brighe. Gli aveva compiuto il fornimento della casa, aumentata la biancheria, rimesso quasi a nuovo il vecchio letto di noce a due posti, ricoprendolo di un grande baldacchino bianco e decorandolo di una bella madonna a stampa colorata. Ella stessa faceva la spesa, e stabiliva ilpranzo: gli fissava l'ora per tornare a casa o per alzarsi, lo mandava sino in giro per qualche commissione, che egli sulle prime accettava con una specie di contentezza galante. Se non che una volta avendo voluto rifiutarsi, ella fu così ragionevole nelle osservazioni e severa nelle parole, che dovette arrendersi con un sentimento di soggezione. Quello fu il primo sintomo del servaggio. Poco tardarono gli altri, insignificanti all'apparenza, ma così frequenti, che si trovò arretato prima di sentirsi nella rete. Un altro giorno gli fece una scena di gelosia. Bartolomeo, che non vi aveva mai pensato, ne ringalluzzì, ma poco dopo si sorprese a pensare sul passato poco scabro di lei, e a domandarsi se alla propria volta dovesse essere geloso. Il problema era difficile, la china molto sdrucciolevole. La loro vita di camerati, alla quale la differenza di sesso aggiungeva un'attrattiva di più, leggiera fino allora, diventerebbe una vita di matrimonio, tanto peggiore quanto era fuori della legge, il giorno che, facendosi geloso, affermasse la propria solidarietà con quella donna. Si accorgeva di non amarla, ma che d'ora innanzi non avrebbe più potuto fare senza di lei. E lì erano rimasti, quando capitò la Patti. Adelaide, che avrebbe voluto servirle da cameriera per buscarsi qualche grossa mancia, non voleva saperne di corista, ma quando si vide rifiutata per la prima volta, diceva lei e non era vero, la sua collera e la sua lingua non conobbero più freno. Bartolomeo, cui i lirismi dei giornali avevano desto il prurito delle negazioni, l'aveva secondata, promettendosi a teatro una cattiva impressione; ma a rovescio di ogni calcolo, sollevato dal più grande entusiasmo, si era nella sincerità della propria grossolana natura dimenticato persino della Adelaide.Quando entrò nella cucina, e la vide alla tavola colle carte in mano, allibì: la fisonomia dell'Adelaide stanca dal sonno e gonfia dall'ira, non prometteva niente di buono; e, sintomo spaventevole, ella non si era tratta nemmeno il sopratutto. Bartolomeo indovinò, che lo aspettava così da quasi tre ore. Poi le sue frasi a pranzo contro la Patti gli tornarono nella mente, urtandosi coi discorsi entusiastici della bottiglieria. L'Adelaide fu tremenda. Invano per calmarla egli affettava la più grande docilità; la voce di lei si alzava ad ogni parola, stridula e sibilante, come uno scudiscio, sferzandolo, non lasciandogli nemmeno il tempo di offendersi, destandogli una inesprimibile ripugnanza per quella donna, che gli si rivelava in un momento, mentre la sua anima era tutta piena della rivelazione della Patti. Ma colla prudenza di un uomo, che sa compatire una stranezza, e rattenuto da un sentimento delicato, poichè l'Adelaide non era in fondo che sua ospite, e si sarebbe vergognato di cacciarla così su due piedi, si lasciò generosamente opprimere: solamente, essendogli sfuggito un moto di diniego ad una sua laida stupidaggine contro la Patti, ella esclamò furiosamente:— Ah! anche tu sei innamorato di quel baccalà?! Tutti urlavano stasera: sì! perchè non la vedevano da vicino come noi. Va là, è secca come un uscio, ha tutta la pelle grinza. Se ci aveste guardato al collo, invece di guardarla cantare, ve ne sareste accorti. Ci voleva ben altro che quel vezzo di perle, che ella si sarà guadagnato senza cantare. Oh! — insistette ad un altro suo moto — credi che cantasse anche allora! Sarebbe carino per l'uomo in quel momento di sentirla stonare, perchè la tua Patti stona.L'ho sentita io, non importa che mi dicano di no, perchè le orecchie io le ho buone, più degli altri, e me ne sono accorta. Sì, stona come Niccolini, che è vecchio come te ed è il suo amante: degni uno dell'altro: vivono assieme e guadagnano assieme — aggiunse con un sibilo, che esprimeva più di tutte le frasi di Bodoni.— Cosa importa se ama Niccolini — disse nobilmente Bartolomeo.— A me?! e a te?— Io...— Mo! innamòrati: è la donna dei vecchi; già alla sua età bisogna essere ragionevoli. Non ho fatto così anch'io? — strillò, guardandolo con una sfacciataggine, che era il colmo dell'ingiuria.A questo insulto, che lo toccava nella sua sola debolezza, Bartolomeo provò una stretta al cuore.— Solamente — seguitò, gonfiando il petto e arrovesciando il collo con moto d'orgoglio — la tua Patti pare la carcassa di un ombrello. Pelle e voce, come i rosignuoli; non è vero, tu che la credi tanto brava, la prima donna del mondo?— Ma non ne parliamo più; a te non è piaciuta, ecco tutto.— Ti do fastidio?— Ma no: hai ragione, se la vuoi.— Se la voglio? tientela la tua ragione; per chi mi pigli? Credi che sia perchè non mi ha voluto nel camerino? Non ci penso nemmeno. La sua cameriera l'ho vista: dicono che è una sarta di Parigi, ma l'ultimo abito dell'ultimo atto non era nemmeno stirato. Fin lì ci arriviamo anche noi, a Bologna, non ci è bisogno d'andare a Parigi per questo. Cosa credono questi forestieri? Poi lei è italiana, edovrebbe avere più riguardi: invece li ha tutti per Niccolini. È lei, che gli tinge i capelli per ingannare il pubblico; lo vorrà forse vendere. Già quello che si compra si può anche vendere.Bartolomeo non ne poteva più.— Ci mettiamo a letto? — borbottò dopo un momento, andando verso il lume sulla tavola.Ma ella lo fermò con una occhiata. Bartolomeo non l'aveva mai vista così.— Hai sonno! — quindi si gonfiò ancora, ghermì il lume e con un gesto, che la Patti stessa le avrebbe invidiato, gli si avanzò fin sotto al naso, e gli soffiò in faccia:— Buona notte! — quindi voltandogli le spalle, invece di andare nella camera, aprì l'uscio della propria stanza, e lo rinchiuse a chiavistello.Bartolomeo rimase al buio. Non capiva bene. Il furore dell'Adelaide doveva dipendere da altro che l'avere egli fatto troppo tardi quella sera: forse ella non aveva potuto perdonare alla Patti lo sfregio di averla ricusata, e la ovazione del teatro l'aveva esasperata. Egli no invece, amava il merito ed applaudiva volentieri. Ma quella congiura in tutti di dirgli che era innamorato della Patti, cominciava ad impensierirlo seriamente. Se n'erano dunque accorti? Aveva commesso qualche imprudenza, o tra le sue parole, che pure gli sembravano castigate, glien'era sfuggita qualcuna, la quale potesse comprometterlo?E intanto che questi pensieri gli battevano sul cervello, aveva acceso un altro lume. Attese, origliò. Adelaide non si andava a letto. Allora si arrestò discutendo seco medesimo se dovesse dirle qualche buona parola: ma a mezzo la riflessione si accorse di essere egli dal lato della ragione e di avere ricevutoin compenso un sacco di contumelie. Infine il torto era di Adelaide. Però una voce segreta gli diceva con insistenza sempre maggiore di picchiare al suo uscio. Naturalmente Adelaide doveva aver sofferto dello sfregio, in teatro, dove i pettegolezzi sono così facili e pungenti; bisognava compatirla, le donne sono sempre donne. Tornò ad aspettare: la sua bontà avrebbe voluto, ma il suo coraggio non osava; tentennò, si ammonì, si spinse due o tre volte verso quell'uscio chiuso, che in quel momento rappresentava il più grande ostacolo di tutta la sua vita. Era molto tardi, aveva quasi freddo. L'aspetto del focolare e degli arnesi tenuti con estrema pulizia lo commossero; l'Adelaide era pure una brava donna. Forse le avrebbe dovuto maggiori riguardi in tale critica circostanza, giacchè colle donne non è mai questione che di tatto. In quel momento la sua grossa faccia di contrabbasso esprimeva un imbarazzo pieno di benevolenza, che avrebbe commosso un nemico. Finalmente la bontà del suo cuore trionfò della timidezza del suo carattere, e camminando sulle punte dei piedi, colla circospezione d'uno scolaro, che vuole origliare alla porta del maestro, venne ad incollare l'orecchio alla fessura dell'uscio. Però malgrado tutti gli sforzi di leggerezza lo scricchiolio delle scarpe lo aveva tradito. Un fruscio di abiti usciva dalla stanza. Si sveste! pensò Bartolomeo, e credendo il momento buono, picchiò discretamente alla porta: ma quasi contemporaneamente, come risposta collerica, che non lascia nemmeno esaurirsi la domanda, uno stivaletto lanciato a tutto braccio venne a percuotere proprio dove egli si appoggiava colla fronte.La sua anima era così disposta alla benignità d'unaccomodamento, che fu miracolo se non gli cadde la candela di mano. Si drizzò pallido, e sempre indietreggiando sulle punte dei piedi, tornò alla tavola. Pareva prostrato. Una malinconia improvvisa venne da tutti gli angoli della cucina, nella quale aveva sorriso a tanti pranzetti, e che in quel momento era tornata fredda come prima quando, vivendo solo, non vi accendeva mai il fuoco. Abbassò la testa. L'altro stivaletto gettato collo stesso impeto, invece di battere nella porta, urtò nel canterano e produsse un suono secco: intese il letto scricchiolare sotto il peso di Adelaide, che vi si rannicchiava ferocemente, sentì il suo soffio smorzare la candela, e rimase colla propria in mano guardando. Aveva tuttavia il paltò nelle braccia, il largo cappellone in testa. Sospirò, poi, scuotendo malinconicamente il capo colla rassegnazione della buona gente che crede di disarmare il destino accettandolo, andò verso l'uscio della propria camera, e vi sparì. La cucina restò abbandonata come un campo di battaglia, dal quale ambe le parti si erano ritirate negli accampamenti.Ma a letto il pensiero gli tornò sulla Patti. Sentiva ancora la sua voce, vedeva ancora la sua gracile e pallida figura muoversi stancamente sul palcoscenico in una penombra mortuaria, con un'aureola di martirio sulla fronte; e, mentre il cuore gli si tornava giovanilmente ad intenerire, la Patti rientrava nella scena sorridendo sotto la grandine degli applausi, disinvolta come una regina, amabile come una fanciulla. Allora tutto il pubblico subiva il prestigio della donna dopo aver provato il fascino dell'artista, e l'onda del desiderio di tutti arrivando al cuore di Bartolomeo lo bagnava entro una spumamordace. Invano Niccolini, preso per mano la Violetta, veniva ad opporsi all'impeto della marea; la tempesta raddoppiava di violenza, e investendo quel bianco fantasma di donna, lo portava sempre più in alto, come quelle larve di nebbia, che dondolano mollemente in fondo all'orizzonte marino. Bartolomeo pensava alla Patti. Tutti i sarcasmi sguaiati di Bodoni e le infamie dell'Adelaide gli suonavano alle orecchie. Le aveva intese susurrate tutto il giorno, le aveva lette nei giornali velate dalla forma più trasparente dell'indiscrezione, abbigliate colla frase più ipocrita d'un complimento: poi le aveva ascoltate la sera nell'orchestra, le aveva colte nel pubblico, finalmente Bodoni le aveva disciplinate in una teoria paradossale e l'Adelaide denudate nel più cinico impudore. Ma la Patti usciva radiosa da quella bruma d'improperi. Egli non ci credeva. Forse l'amore di Niccolini non era vero, forse era la pietà d'una grand'anima d'artista per questo infelice tenore, vicino a perdere la voce senza essersi acquistato un patrimonio. Fors'anco la Patti lo amava, ma se la ragione intima di questo amore gli sfuggiva, doveva esserci, e degna di una donna, che arrivava col proprio genio all'altezza dei genii più eccelsi. Giammai donna aveva potuto cantare così. La Malibran, egli non l'aveva sentita, e nullameno era sicuro che a quei tempi dovevano contentarsi di poco. E quell'ultimo sogno tratteggiato con causticità così voluttuosa da Bodoni gli fluttuava sul letto, riempiendogli la camera di luce. Essere la Patti o essere il suo amante era troppo anche per un sogno. Essere giovane, perchè la Patti per lui, malgrado ogni verità, non aveva che venticinque anni; essere bella e cantare a quel modo! Nessuna regina avevaun regno più vasto o un popolo più innamorato. Tutti i giornali bruciavano per lei gli incensi più odorosi, la gente si pigiava alle porte del suo albergo, si schiacciava nei suoi teatri; molti avrebbero rubato per comprare un biglietto di loggione, i milionari le gettavano i diamanti come fiori, i sovrani andavano in camerino a baciarle la mano. In nessun paese del mondo vi era una donna come lei. Ma essere il suo amante era ancora più bello. Qui la sua immaginazione si perdeva. Solo, in quel letto a due posti, non pensava più all'Adelaide e non sentiva più la realtà della camera. I suoi desiderii non si formulavano ancora, ma le immagini più bislacche si accendevano e svanivano nel suo cervello come fosforescenze di legno imputridito, che, imitando il bagliore delle gemme, vibravano nella notte incomprensibili sorrisi. In quell'aurora boreale della passione tutti gli oggetti e tutti i colori gli si confondevano; Niccolini e la Patti non erano più che una luce ed un'ombra, un canto ed un accompagnamento, che passandogli per l'anima, se la trascinavano dietro. Egli non sapeva bene se vegliava o sognava.La mattina si era già scordato di tutto, ma attese invano che l'Adelaide gli portasse il caffè a letto, una delle ultime e più voluttuose abitudini della sua nuova vita. Si alzò avvilito, poi sentendo rumore nella cucina, così come si trovava, in manica di camicia e in ciabatte, finse di aprire sbadatamente la propria porta: nello stesso momento, quasi il suo pensiero fosse stato penetrato, l'uscio dell'altra stanza si rinserrava, e la cucina restava deserta. Il focolare era spento, un fornello acceso. La cocoma del caffè vi gorgogliava spumeggiando. Egli non osò trattenersi, ritornò nella propria stanza, e uscì di casa senzaaver visto l'Adelaide. Appena fuori la regolarità delle abitudini lo calmò al punto, che entrando nel caffè aveva già il solito sorriso per i camerieri. A colazione lesse tra gli amici abituali un brillante articolo del Panzacchi sulla Patti, poi rimase solo, rilesse l'articolo, lo confrontò coll'altro dellaGazzetta dell'Emilia, andò verso i giardini. A quell'epoca non c'erano ancora i tramways. Vi rimase fin tardi, poi ritornando s'incontrò fortunatamente in Bodoni. Quel giorno era vestito di un paltò incredibile, giallognolo di crema, sul quale la sua piccola testa smorta, senza quella barbetta tosata rabbiosamente alla Enrico IV e macchiata di rossiccio e di castano, sarebbe parsa una cimasa di latte e miele. Ma era serio.— Vieni a pranzo con me — gli disse a bruciapelo.A Bartolomeo si allargò il cuore.Il discorso cadde naturalmente sulla Patti e sugli articoli dei giornali, che Bodoni trovava nauseanti d'imbecillità. In nessuno, nemmeno il tentativo di un'analisi, tutti s'erano tratti d'impaccio rovesciando sul capo dell'artista i superlativi più strani; così chi aveva capito aveva capito.— Invece — seguitava con accento severo — hanno gratificato Niccolini di complimenti velenosi. Anzi tutto questo amore potrebbe essere una invenzione sciagurata, ma quando pure fosse una realtà, il pubblico non avrebbe a ridirvi. Che importa se una grande artista ama un genio o un idiota, un sovrano o un paltoniere? La Patti non è la Patti, che sulla scena, e allora Niccolini scompare nel proprio personaggio tenorile: fuori essa è libera d'avere, e non può a meno di averli, tutti i gusti della femmina e le incongruenze della donna. Chi deciderà del gusto?L'eccessiva raffinatezza coincide colla brutalità, o se non vi coincide sempre, vi si allea sovente. Il selvaggio e il gastronomo preferiscono le bistecche crude: il facchino non cerca che la carne nelle donne; in Oriente, dove la voluttà fu più profondamente studiata, la carne è rimasta l'unico pregio delle donne. Se la Patti ama Niccolini, forse è nella regola del genio. Le nature volgari trovano facilmente qua e là il proprio ideale; le nature superiori se lo formano nella disperazione d'incontrarlo, e lo incarnano nel primo venuto. Che io getti dunque un mantello di porpora sopra un manichino di pioppo o di amaranto, il mantello solo dà al manichino quel paludamento da re o da regina, sul quale vengo a deporre i miei baci o le mie corone. In questa creazione dell'amore fra creatore e creatura non vi può essere giudice, poichè il giudice vede cogli occhi del corpo, e il creatore con quelli dell'anima. Sai tu perchè i giornali stamane celiavano educatamente su Niccolini? Perchè la folla non tollera superiorità, colle quali non possa avere contatto, e accusando la Patti di amare Niccolini, ha creduto di bollare il suo genio col marchio della natura femminile. Se nella Patti la donna fosse pari all'artista non sarebbe più donna. Ma la folla affermando la gran legge, che non vi siano individui slegati nella serie della vita e il genio non debba essere immune dalle nostre infermità, non sente che l'istinto invidioso del rettile contro il volatile, dell'anitra contro l'aquila.Bartolomeo, cui la conclusione troppo filosofica del discorso aveva imbarazzato, non ne gustò meno per questo l'assennatezza del principio, e avrebbe quasi voluto rinfacciargli i paradossi della sera innanzi, se il timore di qualche altra scarica non l'avesserattenuto. Bodoni sembrava malinconico: Bartolomeo glielo disse.— La Patti mi fa male. È triste, mio caro, avere ventiquattro anni, capir tutto e capire per giunta che non faremo mai nulla. Fra vent'anni io sarò come te. Che cosa ti è accaduto nella vita? nulla. Che cosa mi accadrà? nulla. Tu almeno non capisci; perdonami, mio buon Bartolomeo, questa insolenza che t'invidio: io debbo invece morire di freddo al sole.Con questi discorsi erano arrivati dinanzi alla locanda, una delle solite, metà osteria e metà albergo; molta gente l'ingombrava. Un cameriere di vecchia conoscenza venne incontro a Bartolomeo e gli fece mille complimenti, domandandogli dove era stato per sei mesi, se ritornava davvero, e scherzando gettava tratto tratto un'allusione galante, arrischiava un gesto confidenziale. Bartolomeo s'impacciava, Bodoni si era già seduto alla tavola col capo fra le mani. La sala rumoreggiava, era un va e vieni di camerieri, un vociare stonato, un cozzar di bicchieri e di piatti: dalla cucina, che si vedeva in fondo alla sala, veniva un odore grasso, uno stridio di frittura, che nauseava il palato; le berrette bianche dei cuochi passavano e ripassavano davanti all'uscio con un volo di colombi, gli ordini dei camerieri in cucina salivano e discendevano sulla gamma più assurda, nella varietà più strampalata di accenti. Bartolomeo si faceva grave, era senza appetito: Bodoni sembrava mangiare per compiacenza. Intorno a loro fioccavano i giudizi e le osservazioni sulla Patti, la esorbitanza del suo prezzo di cantante, nel quale nessuno osava acconsentire.— Eppure — osservò Bartolomeo — tutta questagente non avrà mai speso meglio quindici lire. Quante volte le avranno bevute in tanto vino cattivo. In fin dei conti la Patti è unica al mondo.— Quale voluttà, ma quale sciagura! — mormorò Bodoni. Ad un tratto s'imbrunì.— Ecco — disse — accennando ai discorsi di quella gente, perchè io avevo ragione d'insultare la Patti per essere venuta alBrunetti; il pubblico sarà sempre al disotto dell'arte, che per una fatalità della creazione gli è destinata. Vedi, mio caro, la gloria, che attira tutti gl'ingegni, è composta di questi discorsi; tutto finisce nel popolo, scienze, arti, industria, commercio, tutto per questo bruto che è senza riconoscenza, perchè è senza intelletto. I grandi uomini vissero sempre miserabili: e che importa al monello, il quale mangia le pesche, se l'albero muoia? Egli non ci pensa o, se pure, non se ne preoccupa, perchè sa che i peschi non finiranno mai. Quattro secoli fa non c'era musica a proprio dire, musica come intendiamo noi, quindi malgrado la ferocia dei costumi la poesia e la pittura erano nella massima voga. Oggi la poesia è rimasta nel sentimento di pochi, la pittura di pochissimi. Invano si fanno le esposizioni e si vende un quadro di Meissonier cinquecentomila lire: ciò prova che il lusso dei ricchi ha ancora bisogno di questa decorazione, ma l'anima del popolo non è più nella pittura. Sai tu che cosa si diceva quattro secoli fa in ogni palazzo e in ogni taverna? Michelangelo sta sbozzando una statua, Raffaello dipinge un quadro, Brunelleschi alza un palazzo, Ghiberti fonde un bronzo; e ognuno s'interessava all'opera, e l'artista povero si sentiva intorno una simpatia, che lo sorreggeva e dalla quale assorbiva la vita necessaria all'opera propria. Equando l'opera era finita, la moltitudine si pigiava alla porta del santuario, bestemmiando, osannando, perchè quella era l'opera di tutti eseguita da un solo. Oggi non è più così. Lo sviluppo dell'industria e delle macchine ha quasi ucciso l'uomo nell'operaio; i miracoli della meccanica più grossolani e di una utilità più immediata bastano alla sua fantasia, l'arte si è isolata nella classe dei ricchi. Qui la musica ha battuto la pittura. Siccome l'arte non giova che a interrompere la serie delle sensazioni reali con un'altra serie di sensazioni ideali, la musica è più facile ed efficace della pittura. La musica dell'orecchio vinse quella dell'occhio, giacchè in fondo, si tratta di due specie e di un genere solo. Anzitutto un quadro non si traduce, e sebbene al mondo si facciano molte copie, esse rispondono meno a un vero bisogno di pittura che a una moda decorativa: la musica invece la traduci, la trascrivi e, quello che è infinitamente meglio, la suoni da te solo, forse malissimo, ma ancora abbastanza bene per appagare il tuo sentimento di mezz'ora. La musica della pittura ci arriva attraverso un'immagine immutabile e che non possiamo quindi consultare in tutti i nostri bisogni: l'altra musica invece non ha immagini, parla e noi inventiamo il personaggio, magari noi stessi o un altro, poco monta; ride e noi inventiamo la bocca, piange e noi inventiamo gli occhi, esulta e la sua gioia serve ugualmente alla gioia di tutti, sospira e il suo sospiro solleva egualmente tutti i dolori. Alteri il tempo d'un motivo e ne fai così il linguaggio di qualunque situazione; e mentre il quadro non è appeso che alla parete del milionario e devi andare a cercarvelo, la romanza ti segue dappertutto entro il cervello, la riprendi e l'abbandonidove vuoi. Ricco e povero ne hanno quasi un numero uguale, una medesima ricchezza, e perfino l'infelice, cui la natura discordò l'organo vocale, può ripeterle e gustarle nel pensiero. Sai tu perchè gli appartamenti sono oggi meno decorati e meno artisticamente? Perchè in ogni appartamento vi è un pianoforte: il pianoforte ha cacciato il quadro. Metti una statua in una soffitta e ne avrai una cattiva impressione, mettivi un violino e potrai dimenticarti presto di essere in una soffitta. Vedi: l'architettura è morta, la scultura sta morendo, la pittura per salvarsi è diventata letteratura. Al secolo d'oro il soggetto del quadro era un pretesto per disegnare un bel corpo o stendere un magnifico accordo di colori; adesso che il sentimento della bellezza e il senso del colore si è perduto anche nella classe dei ricchi, che comprano i quadri, la pittura è diventata romanzo. I compratori le domandano dei fatti e non dei colori, delle idee e non delle forme: quindi l'epopea e la tragedia vi signoreggiano, sotto di esse imperversa il dramma, più basso sghignazza la commedia, in fondo smorfeggia l'idillio, dal cui incesto colla realtà è nata la pittura di genere, il genere più odioso fra tutti i generi esistenti e possibili. Ma nella musica stessa comincia il decadimento, e la sua diffusione n'è causa; la diffusione, che degrada anche le religioni, perchè così si arriva nel popolo. Il concime fa nascere il fiore, ma se il fiore lo tocca colle foglie avvizzisce. Ti vuoi persuadere della nullità del popolo in arte, una verità che la scempiaggine del giornalismo liberale è quasi riuscita a far passare per una menzogna? Ricordati tutte le canzoni popolari delle nostre due rivoluzioni '48 e '59 e giudica se il maggior avvenimento accadutocida millecinquecento anni, la resurrezione della terza Italia ottenuta con tanti miracoli di ingegno e di sangue, non ha inspirato che l'inno di Garibaldi e «l'Armata se ne va». Il popolo, mio caro, non è che plebe, e la plebe è un bruto. I Romani, che l'avevano conosciuta, invece di buttarle come noi la sovranità nazionale o la infallibilità politica, le davano «panem et circenses», cioè pane e sangue. Ma in questo caso il pane era sprecato.E Bodoni stanco egli stesso dalla lunga dissertazione non disse altro. Bartolomeo, che non ne aveva capito quasi nulla, invece di domandarne spiegazioni, sedotto dai discorsi dell'altra gente ritornò sulla Patti, e l'altro, che per caso si trovava ad essere veramente serio quel giorno, cominciò su lei un'analisi fine e profonda. I più vicini si misero ad ascoltare, ed allora alzò involontariamente la voce, crebbe di vena, trovò una vivacità d'appendicista, per uno di quei successi di trattoria, ai quali si resiste così difficilmente e che ottenuti umiliano tanto. Fortunatamente l'ora del teatro si avvicinava, pagarono il conto, Bartolomeo trovò che era troppo caro avendo mangiato così male, poi fu tutto contento di accompagnare Bodoni a casa per non passare dalla propria.Il teatro fu egualmente affollato, la Patti una Rosina inimitabile, una cantante anche più perfetta.Siccome la maggior parte del pubblico l'aveva già veduta nelle parti di Violetta, la sua trasformazione parve ed era veramente un miracolo; l'ovazione salì di scena in scena, piovvero i fiori, tutti i complimenti che una folla in delirio può tributare a un idolo. Bartolomeo piangeva, ma erano lagrime d'allegria. A rovescio delle predizioni di Bodoni, la malizia di Rosina gli riusciva più grata del sentimentalismodi Margherita. Niccolini fu un Lindoro come era stato un Alfredo, Moriami invece il più bel barbiere di Siviglia. Alle emozioni terribili della sera innanzi successero le emozioni gaie, il solletico sensuale della commedia più bella, forse l'unica che si conosca nell'arte. La Patti sfoggiò tutte le risorse del mestiere, fu un organetto come sua sorella Carlotta, un usignolo, una capinera, un'equilibrista, che si dondolava sopra il filo d'una nota, e l'attenuava all'infinito senza romperla. La sera innanzi aveva trionfato lo stile, quella sera signoreggiava il metodo, prima il sublime dell'arte nel canto, poi il sublime della natura nella voce.Durante lo spettacolo Bartolomeo, che si era dimenticato di essere sotto gli occhi dell'Adelaide, fu di una ilarità clamorosa, cercando inutilmente di ottenere una seconda occhiata dalla Patti, mentre svolazzava col suo gramurrino di farfalla sui lumi della ribalta. Poi, quando il telone si abbassò all'ultimo atto, egli fu dei primi ad applaudire cacciando addirittura le mani sul palcoscenico. Il suo faccione imporporato dallo sforzo e la sua statura gli avrebbero in tutt'altra occasione attirato gli occhi del pubblico, ma l'emozione dell'ultimo addio alla grande artista e la confusione di tutta l'orchestra non lo permise. La Patti tornò chi sa quante volte a salutare, duecento mani parevano volerle brancicare la veste; ed ella tornò ancora, ricevette sulla fronte tutto l'anelito di quel saluto, aprì i raggi di tutte quelle occhiate, strisciò come un sogno su tutte quelle fantasie, battè come un palpito in tutti quei cuori, si chinò, si rizzò nel suo sottanino di libellula, coi suoi occhi d'Andalusa, col suo corpo d'uccellino, sopra i suoi stinchi di mosca, col suo prestigio diartista, colla sua magìa di cantante, balenò, oscillò, disparve.Il telone la celava forse per sempre agli occhi dei bolognesi.Quella sera i suonatori si dispersero col pubblico, e Bartolomeo rimase solo. Attese mezz'ora nella bottiglieria, poi dovette andarsi a casa. La casa gli parve deserta, sulla tavola non trovò la candela coi zolfini, nella camera dell'Adelaide non si udiva rumore. Nullameno era rientrata. Tutto il suo buon umore sparì: la cucina abbandonata aveva un aspetto desolante, non vi erano legne nell'angolo, mancava l'acqua nei secchi. Perse qualche minuto in questa analisi, poi vergognandosi di potere essere sospettato dall'altra stanza, prese l'ordinaria risoluzione contro la tristezza, e si mise a letto.Il pensiero della Patti lo riassalì nuovamente. Una a una si ricordò le moine del suo gesto, le carezze della sua voce, le sue malizie procaci di Rosina nelle scene col vecchio o negli incontri con Lindoro, e un fremito sottile gli passava fra la pelle e le lenzuola, dove aveva dormito l'Adelaide. Bartolomeo avendo trovato il letto disfatto, come al mattino nell'uscire di casa, si era coricato dall'altro lato. Quindi le memorie di tutta la sua vita povera e modesta s'illuminarono come ai bagliori di un gran sogno, nel quale era solo colla Patti. Finalmente poteva alla propria volta essere come tutti i principi e farle la corte. Per loro tutte le porte erano sempre aperte, avevano dei brillanti da offrire, dei grossi titoli, e quella disinvoltura da gran signori, la sola, che anche vincendo l'indomani una cinquina al lotto, egli non potrebbe mai sperare. Per lui non c'era nulla. Povero suonatore di fila, accettato raramente al Comunale,vivendo delle proprie economie, non aveva che il diritto di sognare; miserabile diritto, che aumentava la forza del desiderio e il rammarico della impotenza. Nullameno si cacciava voluttuosamente in quel sogno. La Patti gli pareva la donnina più adorabile, per lui che aveva il gusto delle donnine da tenere sulle ginocchia. Steso sul letto, la pancia in aria, la testa ravvoltolata in un vecchio folardo, guardava con due grandi occhi spalancati nella tenebra la magìa della propria visione. Aveva caldo, la faccia gli scottava. Colle mani brancicanti sotto le coperte, e un prurito per tutte le vene, si veniva accarezzando il ventre come nell'intima e indefinibile voluttà di premerlo sopra una donna e di sentirla schiacciarvisi sotto. Se la Patti fosse stata seco in quel punto l'avrebbe forse soffocata per farle sentire tutta la propria forza. Poi chiudeva gli occhi, il sogno cresceva. La scena arrivava al punto, nel quale le commedie fanno calare il telone e i romanzi di una volta mettevano i puntini, ma sul quale si ostinava come al punto migliore agitando la testa sul cuscino. E un riso di contentezza gli restava sulle labbra di essere così felice, senza che il pubblico potesse nemmeno sospettarlo, con quella donna, difesa dalla etichetta di tutte le aristocrazie, e che era allora nel suo letto, di Bartolomeo, il quale la chiamava semplicemente Adelina, un nomignolo più breve di Adelaide ed infinitamente più vezzoso.D'un tratto si sorprese a ripeterlo con voce alta; allora si scosse e si volse sopra un fianco.Il sogno si alterò, si confuse, finchè svanì in un altro e si sciolse.Ma la mattina sentì più acutamente la necessità di una spiegazione con Adelaide.Sebbene l'avesse già osservato la sera nel coricarsi, il disordine della camera gli fece male; il portacatino era ancora presso la finestra pieno di acqua sudicia, la tovaglia gettata sul comò, il letto disfatto anche dall'altra parte. Una tale confusione nella propria vita e nelle proprie cose non se la ricordava. Fece la grande risoluzione. Così come si trovava, udendo l'Adelaide in cucina, uscì di camera. Non aveva che i calzoni con le tracolle e i piedi dentro due ciabatte tagliate da lui stesso colle forbici in due stivaletti vecchi. L'Adelaide accennò di ritirarsi, ma egli la trattenne:— Adelaide!— Che cosa volete?— Sei stizzita?— Che cosa ve n'importa? — E aveva già la maniglia della propria porta in mano.La cocoma del caffè fumava sul fornello.— Ma aspetta almeno di fare il caffè.— Quando sarà fatto tornerò — e disparve.Egli rimase come un palo. Cominciava a perdere la testa. Se aveva compreso lo sdegno dell'Adelaide la prima sera, mezzo giustificato dalla mancia perduta e dalla sua vanità offesa di grande cameriera, non capiva l'ostinazione contro di lui, che alla fin fine non c'entrava nè punto nè poco. L'Adelaide lo sospettava dunque di qualche cos'altro? Era gelosa del suo entusiasmo per la Patti, entusiasmo sincero, che egli non aveva avuto mai per nessuna donna?Finì di vestirsi ed entrò in cucina. Ella non tornava, allora convenne a lui di ritirare la cocoma, che schiumava sul fornello, ed attese inutilmente. Quindi con malizia di ragazzo pensò di tornare nellapropria camera e di spiare l'Adelaide, quando verrebbe a prendere il caffè. Vi riuscì. Ella era seria.— Ma che cos'hai contro di me? — conchiuse finalmente, non riuscendo a finire l'esordio.— Io! nulla.— Allora?— Allora?— Io non capisco più.— Già gl'innamorati...Bartolomeo tremò, nullameno si affrettò a negare.— La Patti vi ha stregato, me ne sono accorta, non importa che facciate degli sforzi per negarlo, perchè anche l'altra sera me ne avvidi alle prime parole. Cosa volete farvene di una povera corista come me dopo una prima donna come lei? Avete ragione: tutto il pubblico dalla vostra parte. Io non sono mai stata una prima donna. Zitto! — esclamò vedendo che voleva interromperla... — Che cosa vuol dire? che ritorniamo come prima: voi non avete mai sentito nulla per me, e se io non posso dire altrettanto per voi — aggiunse con un tremito nella voce — la colpa sarà tutta mia. Delle sciocchezze al mondo ne facciamo tutti: benedetto chi non le paga. Lasciate stare; qui le parole sono di più, ci siamo capiti. Voi avete delle pretese, che io non posso soddisfare: se lo sapessi, non sarei costretta a menare la vita che meno. Dunque voi farete a modo vostro come avete sempre fatto, e se non mi volete più vedere in cucina, ditemelo.— Ma io...— Non siete voi il padrone?— Andate là, andate là...Ella afferrò la cocoma, e gli volse le spalle con quel gesto di bonomia rassegnata, che fa tanta impressione in certi momenti.Bartolomeo rimase prostrato. Al caffè trovò i soliti avventori che parlavano della Patti leggendo gli addii dei giornali: uno propose di andare alla stazione per vederla, che ci sarebbe chi sa quanta gente, ma il cameriere bene informato assicurò che era partita per Roma colla corsa delle otto. I discorsi seguitarono su quel tema, poi gli avventori si dispersero ognuno dal proprio canto. Bartolomeo rimase solo. Era una giornata umida di primavera. Egli si avviò a testa bassa sotto i portici meditando sul proprio caso, ma non aveva fatto cento passi che se lo era scordato entro la tristezza del tempo. Quindi tornò alla Patti e, soffrendo per causa sua, entrò poco a poco nel carattere dell'innamorato. Mentre ella seguitava la strada dei trionfi, egli più povero ed abbandonato di prima cominciava a morire in quella giornata senza sole, umida e solitaria. Non sapeva nè dove stare, nè dove andare. Le gambe lo portavano ai giardini, ma non sarebbe possibile rimanervi: i nuvoloni crescevano in cielo. Si rimise a riflettere sul celibato impostogli per una metà dalla sua posizione sempre troppo incerta e per l'altra dall'avarizia dell'egoismo, che lo lusingava di vivere sempre colla medesima forza. Adesso egli non apparteneva a nessuno, non poteva attaccarsi a nessuno. I suoi amici di una volta erano già tutti vecchi ed accasati; i giovani li vedeva qualche sera dopo il teatro, e ridevano; ma se domani si fosse ammalato non avrebbe ricevuto una visita, non avrebbe avuto una mano per curarlo. Ebbe paura. I giardini erano bruni e deserti, qualche monello sfuggito di bottega o di scuola, o qualche altro abbandonato come Bartolomeo vi vagolavano: i giardinieri erano scarsi e non zufolavano come al solito. Sedendosi sopra uno dei sedili artificialidi gesso, gli sembrò che fosse bagnato. IlBrunettiresterebbe chiuso forse per una settimana; dove passare la sera? Allora sentendosi cadere addosso i brividi delle fronde intirizzite, pensò per la centesima volta alla Patti. L'eco solo del suo nome pronunciato a bassa voce lo riscuoteva. Si scaldò un istante alla sua visione, poi rincantucciandosi in un angolo di quella vita, che riempiva tutto un mondo, si compiacque a seguirne il pellegrinaggio imperiale. Almeno ella era felice. Gli pareva di essere diventato come del suo seguito, un fagotto di quei moltissimi, che si portava sempre dietro, e sui quali chi sa quante volte chinava la testa per dormire. Rimase molte ore nel giardino, cercando d'incontrarsi in qualcuno; quindi tornò in città, annasò ancora in qualche caffè e, non imbattendosi in anima viva, pensò di andare a pranzo. In tanta ruina il suo stomaco era ancora intatto. Sciaguratamente tornò alla trattoria del giorno innanzi, dove il cameriere lo accolse colle solite chiacchiere; il pranzo gli parve detestabile: la sera per disperazione egli, che abbominava il teatro come suonatore d'orchestra, andò al Corso. I discorsi della Patti lo seguivano dappertutto, l'aria pareva vibrare ancora delle sue note. Lo spettacolo, una commedia, gli sembrò incomprensibile; quando la gente se ne andò, uscì macchinalmente egli pure. Per istrada incontrò Bodoni col paletot di crema, che salutandolo senza fermarsi gli ravvivò tutti i pensieri del mattino sulla miseria dell'isolamento. Dovette andarsi a casa; qui lo aspettava un secondo stringimento di cuore. La cucina era assettata, la sua camera era tornata al solito aspetto di ordine e di decenza, rifatto il letto, chiusi i cassetti del comò, le scarpe lustrate sul baule, il portacatino colla brocca pieno d'acquaal suo posto; ma l'Adelaide non c'era. Se ci fosse stata e avesse solamente aperto bocca sarebbe scoppiato a piangere come un bambino. Invece si coricò e per colmo di stranezza, egli, che non l'aveva mai fatto per riguardo alle lenzuola, caricò ed accese la magnifica pipa. E allora col caldo del letto e col fumo del tabacco, le due voluttà, che maggiormente li attirano, i sogni della Patti tornarono a riempirgli la camera. Nell'altra Adelaide dormiva pacificamente.

Allora l'ultima speranza, che le agonizzava in cuore, si rizzò per dare uno sguardo d'addio al mondo. Era un canto sommesso come una preghiera mormorata ai piedi di un altare, sotto la volta scura di una chiesa, che le colava insensibilmente dalle labbra, mentre l'occhio le strisciava sullo smorto paesaggio della vita. Le ultime foglie gialle erano già cadute sul terreno, tutte le mandre avevano riparato alle stalle, il vento passava in silenzio per la campagna brulla, il sole si spegneva a poco a poco come una lampada funerea. Ma ella non rabbrividiva. La sua canzone solitaria si perdeva nell'aria come l'ultimo fumo di una ruina. La testa abbandonata sul cuscino, che le rammorbidiva la spalliera della poltrona, le mani incrociate sul grembo nell'attitudine dei morti, l'occhio immobile come vetro, cantava lentamente. Quella cuffia da nonna dava un'altra malinconia alla sua nenia, una inconsapevolezza divecchiaia, nella quale il linguaggio non è più che un'eco. Finì, poi riprese, cullata dalla sua monotonia, trasportata dal suo murmure verso il silenzio del sepolcro. Che cosa diceva quel canto? Nessuno lo distingueva bene, ma tutti capivano ed impallidivano al barcollamento di quella testa vicina ad addormentarsi nell'ultimo sonno, e che affondata nel cuscino sembrava dentro una culla. Tutto il genio infermo di Verdi mormorava in questa ultima romanza del dramma più accarezzato dal suo cuore di artista. Poi un singhiozzo, che era un insulto di tosse, la interruppe. Il pubblico rattenuto sino allora dal rispetto della morte, si scatenò in un applauso furente mentre il baccanale del bue grasso passava sotto le finestre dell'inferma con strepito avvinazzato. Quindi Violetta, ridivenendo nuovamente la Patti, dovette ripetere la romanza.

Naturalmente la ripetizione fu ancora più acclamata, ma la Patti si scompose talmente alla fine, che se la cameriera avesse tardato a rientrare colla grande notizia di Alfredo, forse non avrebbe saputo ricoricarsi moribondamente sulla poltrona. Allora la Violetta d'altra volta riapparve entro un baleno acciecante di vita. Aveva già compreso; ansava, cogli occhi in fiamme, le mani brancicanti, sentendolo salire per le scale, mentre Annina non si era ancora spiegata. Vedeva, udiva, poi l'anelito la soffocava, e le forze stavano per abbandonarla, quando Alfredo comparì sulla porta, ed ella gli si precipitò nelle braccia con un urlo straziante di demenza. Perchè mai Alfredo era sempre Niccolini, cogli stessi stivaloni e il medesimo cappello piumato? Perchè Verdi, obliando tutto il proprio ingegno, ha scritto il dialogo dei due amanti con quella volgare stampigliadi frasi, sciupando una scena, che sarebbe stata sublime in mano a qualunque altro: e stretto della necessità di una bella romanza è andata a cercarla nell'ultimo atto delTrovatore? Perchè Verdi è così spesso un altro, che scrive della musica da capobanda, senza testa e senza cuore? Perchè quando si sa mettere nella bocca di Violetta quell'ultima frase, mandando l'Annina per il medico, nella quale si sente dissolversi tutto il suo cuore, e che la Patti cantava come non è possibile immaginarlo senza averla sentita; perchè dunque mungerla in una cadenza, che dovrebbe far trasecolare la stessa Annina, e cader le braccia ad Alfredo per quanto sinceramente innamorato? Perchè nel duetto seguente la disperazione ribelle di Margherita, e la speranza rassegnata di Alfredo si esprimono col medesimo canto, mentre sentimento e parole sono così terribilmente opposti? Perchè questo fatale convenzionalismo, che deforma la bellezza e mutila l'arte: perchè, essendo grandi, non si osa essere liberi, e Verdi viene anch'egli colla turba dei minori e degli uguali a curvare la fronte incoronata sotto certe forche caudine? Perchè mai, quando Wagner le ha rovesciate con un cozzo superbo, i critici le rialzano, e artisti come Verdi vi ripassano?

La Patti era in piedi: un riflesso d'incendio le bruciava il viso illividito, la cuffia gettata indietro con gesto quasi feroce le svelava l'altezza della fronte, solcata da una ruga profonda e battuta da un vento di tempesta. Un momento parve dimenticarsi di Alfredo per ridiscendere come un giudice nella propria vita, e risalirne come un condannato, che montando il patibolo si ferma in faccia al cielo per disonorarlo con una suprema bestemmia d'innocente. L'accompagnamentosu tutte le corde basse imitava l'anelito faticoso d'un'ultima collera. Poi fece un passo, e sollevandosi sulle punte dei piedi, le braccia levate, le mani raggrinzite nello sforzo impotente di un graffio, squassando la testa nel delirio di una imprecazione, avventò la prima nota. Era orribile, era vero. Tutta l'orchestra batteva, tutte le dita pizzicavano le corde con inconscia veemenza; Niccolini stava intontito, il pubblico era perduto di terrore. Ma le forze l'abbandonarono, e l'imprecazione le morì in lamento soffocato. Il destino aveva vinto. Perchè dunque le gettava Alfredo fra le braccia, pronto a condurla sposa in Provenza, adesso che ella non aveva più la forza di un bacio? Ah! era vile, era degno di Dio! Invano con faccia di marito bonario, Alfredo ripigliava uno ad uno i suoi accenti, e la pregava di calmarsi per non fare troppo soffrire lui medesimo; chè ella non lo sentiva nemmeno, e seguitava a gemere nel singhiozzo convulso dell'orchestra.

Allora la corda di un contrabbasso vibrò con tale violenza, che la Patti stessa, curva sui lumi della ribalta, fra le braccia di Alfredo, si volse involontariamente. Era Bartolomeo con due grandi lagrimoni per la faccia, che pizzicava rabbiosamente la propria corda: ma l'arco gli cadde di mano a quell'occhiata, rumoreggiando: ella si rivoltò, alcuni suonatori si torsero. Bartolomeo era scoperto, piangeva; però nessuno sorrise, tutti erano commossi. Il maligno violoncellista, estatico, non si avvide fortunatamente di nulla; poi, quando la Patti si abbattè nuovamente sulla poltrona, l'orrore fu tale, che egli stesso balzò in piedi. Il pubblico non potè nemmeno applaudire. Quindi l'ultima scena precipitò. Annina, il padre di Alfredo e il dottore rientrarono insieme. Naturalmentela musica sofferse del loro ingresso, e ricomparvero le frasi di riempitivo, questa volta quasi naturali, per la qualità dei personaggi e la loro posizione drammatica. La stessa volgarità delle parole li rendeva veri. Violetta moriva: l'anelito delle spalle e il cerchio turchino sotto gli occhi le diventavano più visibili, il naso le si profilava sotto la mano della morte. La vittima era adagiata sull'altare attendendo la fiamma del cielo. Una emozione religiosa s'impadronì di tutti i cuori, assiderandoli nella paura dell'invisibile. La fisonomia della morente si illuminò. Il martirio, nobilmente accettato e intrepidamente sofferto, le dava l'ineffabile sembianza dei santi. Cortigiana immolatasi per la felicità d'una vergine sconosciuta, moriva sulla soglia del santuario, come gli antichi romei in vista del Golgota, sul quale era spirato il loro Dio: e allora, pregando per un più santo Romeo, cui il cielo concederebbe di baciare la terra bagnata del sangue divino, gli affidava nell'ultima preghiera l'adempimento del proprio voto mortale. La peccatrice perdonata, non era degna di morire nel tempio di Dio. Un'altra vergine sconosciuta, forse romita di qualche povera casetta, doveva ricevere dalle mani di un sacerdote il cuore di Alfredo. Ella solamente doveva essere madre, e piangendo sul capo dei figli insegnar loro la virtù del dolore. Violetta no; il suo labbro non avrebbe potuto baciare, senza profanarle, quelle teste innocenti, il suo nome sarebbe sempre stato per loro una condanna d'infamia. Ma in quel momento, purificata dalla morte, coi piedi sulla terra e la fronte nel cielo, non pregava più, ammoniva. China sul suo diletto, porgendogli come reliquia il proprio medaglione, gli ordinava di amare un'altra donna e di procedere come un forte sul camminodella vita. La sua voce non era più umana, la sua musica era più che divina. Era un alito più leggiero di quello d'un morente, e profumato come d'un fiore; una voce, che salendo in alto si attardava in un'eco, aveva la dolcezza diffusa di un murmure e la soavità penetrante di un bacio. Non era più nè voce, nè musica, ma l'anima che si dilatava in una oscillazione di luce; la fiamma, che discesa sull'altare del sacrificio aveva consumato la vittima, e risaliva lentamente verso il cielo. Allora un grido supremo di Alfredo percosse il teatro, grido di spavento e di negazione umana dinanzi a quella visione di paradiso; poi il coro degli altri mormorò bassamente, e tutto tacque. Violetta era morta; ma il suo cadavere respirava ancora. Si alzò, battè gli occhi, brancicò la luce, mandò qualche suono che parve di parole, indi un grido, e si spezzò. Violetta era morta prima.

Allora tutti cacciarono il solito urlo, e il telone si abbassò per sempre sullaTraviata.

Lo spettacolo essendo finito, incominciava il trionfo. L'aria era di fornace, densa ed insoffribile: un'afa torbida s'aggravava su tutti i respiri e tutti gli occhi. Palchi e platea si alzarono: nel loggione il soffio dell'uragano piegò tutte le teste della plebe sul parapetto, e squassò sonoramente tutte le braccia. Fu uno scoppio irresistibile, che salì come un unisono procelloso, mentre la percossa delle mani imitava lo scroscio della grandine, e l'accento dell'applauso femminile vi aggiungeva come un sibilo di rami secchi. Uomini e signore, aristocratici e borghesi, tutti applaudivano col medesimo orgasmo, con una impossibile vanità di far spiccare il proprio applauso. Nelle barcacce gli eleganti erano montati sui sofà esugli sgabelli, i fiori piovevano; i cartellini a mille colori, coi due versi della lapide collocata a perpetua memoria nell'atrio, svolazzavano con un volo di farfalle intorno alle lumiere: la gente li ghermiva e si sentiva ripetere lo splendido distico dell'impresario poeta:

Adele Patti dell'Italia vanto,Qui Felsina beò col divo canto.

Adele Patti dell'Italia vanto,

Qui Felsina beò col divo canto.

Un vecchiodandycon un piede sul parapetto della barcaccia immaginò di agitare il fazzoletto bianco, e tutti lo imitarono con unurrà, di cui gran parte andava a lui stesso: altri gestivano coi cappelli, gli aggettivi più entusiastici e più audaci esplodevano. La folla fraternizzava, tutti vociavano col vicino incoraggiandosi a battere più violentemente, nessuno accennava ad uscire, i volti s'infiammavano come le teste ad ogni squarciarsi e racchiudersi del telone. La Patti correva sola alla ribalta con passo saltellato di fanciulla, sorridendo, ringraziando con un sorriso di vanità intenerita, ponendosi le mani sul cuore, portandosi una volta le dita sulle labbra. Intorno a lei i mazzetti fioccavano percotendola sulle vesti: ella li raccoglieva, ne inseguiva qualcuno, lo raccattava, lo perdeva sempre sorridendo, con una famigliarità di scherzo, con un sollazzo di ricreazione. E il pubblico andava in visibilio di questo sfarfallare della grande artista, di questo giuoco, nel quale egli era il leone ed ella la cagnuola. Poi l'entusiasmo vero lo riprendeva, e allora in mezzo a quella compiacenza metà paterna e metà infantile, ritornava popolo, e le si serrava intorno per alzarla sulle proprie voci se non sulle proprie braccia. Il palcoscenico stesso era invaso: molti, i più fortunati, avevano rotto laconsegna, e si erano affollati nelle quinte per stringerle la mano fra una chiamata e l'altra: non si pensava più alla presentazione, al decoro dell'etichetta, alla distanza del genio. Quindi nella dimestichezza della ressa erano spuntati addirittura sul palco, in soprabito e cilindro, in giacca, disinvolti come tanti inservienti, dividendo l'ovazione colla diva, applaudendola dietro la testa, urlandole sul volto i loro complimenti forsennati. Ed ella rideva, facendosi sempre più piccola, discendendo al livello di tutti, curvandosi per cogliere l'applauso di tutti. Un momento, sulla soglia d'una quinta, mentre affranta dall'incessante ringraziare riparava nell'interno, si vide un signore, un vecchio notissimo, trattenerla porgendole da bere in un calice d'argento: era una reliquia, il bicchiere consacrato dalle labbra della Malibran. Ella lo prese con nobile gesto d'orgoglio, e bevve. Il pubblico non comprese, ed applaudì anche più strepitosamente. Intanto nessuno si moveva. Il telone si abbassava e si alzava come al vento, ed ella con quell'abito semplice, il volto ripulito dalla fisonomia biaccosa di tisica, arrivava insino alle barcacce, ai lumi della ribalta, si piegava sull'orchestra più rumoreggiante di tutto il resto del teatro, si gettava nella platea e nei palchi a gesti commossi e graziosi. Ma il loggione, troppo alto e troppo lontano per essere veduto, ingelosiva e lanciava urla, che parevano minaccie: ella alzò una volta il capo, e lo chinò con tale espressione di meraviglia sbigottita, che fu per lui il miglior complimento possibile. Il loggione indovinò e ruggì. Allora dalle sue tenebre, fra gli urli degli evviva e deibis, una voce più forte di tutto lo schiamazzo ridomandò l'ultima romanza: tutti si volsero ed acconsentirono, le domande s'intrecciavano,si rivolevano tutti i pezzi più belli, ostinandosi in quell'impossibilità di averli con una compiacenza demente ed adulatrice. Giammai tempesta di teatro fu più ruinosa, nè folla più fitta e scompigliata. La maggior parte era in piedi sugli scanni, battendo i piedi, percotendo i bastoni, sbatacchiando i coperchi dei sedili per disperazione di non poter fare di più. Ma se il pubblico non si stancava, la Patti era esausta. Il suo passo diventava lento, il suo gesto spossato: la fatica dell'opera e l'emozione di quel turbine, per quanto vi fosse avvezza, la sopraffacevano. Il pubblico lo sentì, e si acquetò quasi d'improvviso. Ella riapparve ancora una volta, unurràfece tremare la volta del teatro, e un paio di guanti, lanciato da un palchetto, venne a caderle ai piedi. Era l'ultima follia della sera. Ella lo raccolse con un sorriso, lo strepito ondeggiò, il sipario calò per l'ultima volta. Allora le piccole vanità vollero tentare di mettersi in mostra applaudendo ancora, mentre la folla si voltava per uscire: vi furono sforzi feroci, grida isolate e rauche, parve quasi che l'applauso si ragglomerasse, salì, oscillò, e si disciolse inutilmente. Tutti erano stanchi. Quindi la moltitudine cominciò ad occuparsi di se stessa, e un'altra curiosità la distrasse. Così denso ed illuminato, in quell'ondeggiamento di colori e di persone, il teatro era un altro spettacolo.

Mezz'ora dopo in una piccola bottiglieria presso ilBrunetti, affollata di gente, un gruppo di suonatori d'orchestra discuteva la Patti. Erano tutti giovani, che avevano preso nel mezzo Bartolomeo come un giocattolo, ma che nel calore della disputa se lo andavano dimenticando. Il buon uomo ascoltava intontito quella diatriba appassionata, nella quale sfolgoreggiavanole nuove teoriche dell'arte. I nomi celebri abbondavano fra una agglomerazione violenta di giudizi e di osservazioni bislacche, di argomenti acuti e di appunti sensati. Naturalmente Bodoni, il violoncellista, col suo entusiasmo a fondo pessimista, dominava la discussione, animandola. In quel momento lottava col primo violino di spalla, un giovane alto e magro dalla fisonomia malaticcia e l'accento freddo. Era il miglior allievo dell'illustre Verardi, una speranza dell'arte, di già celebre per tutta la città. Bartolomeo, contrabbasso dozzinale d'orchestra, guardava con rispetto misto di ammirazione quel ragazzo di vent'anni, che dava dei concerti, e ch'egli credeva destinato ad un immenso avvenire.

— Ah, lo stile! — interrompeva il violoncellista — hai ragione. La Patti lo ha castigato, la sua misura è ineffabile, il suo accento sicuro. D'accordo; bisogna saper disegnare per essere pittore, ma il colore è più che il disegno, e il colore stesso non è che un elemento dell'arte. La vita sola, mio caro, chiamala anima, realismo o idealismo, tutte parole inutili, che spiegano male il secreto; la vita sola è tutta l'arte.

Ma si fermò come sorpreso da una interna contraddizione. Rimase un istante concentrato, indi proruppe quasi stizzosamente:

— Credi tu che la Patti sia un genio? No, perchè allora sarebbe troppo grande. Essere stasera Violetta per diventare domani sera Rosina nelBarbiere, poi Ofelia nell'Amleto, poi Dinorah, poi Margherita nelFaust, poi Amina nellaSonnambula: mio caro, ma allora è un fondere Verdi con Rossini, Rossini con Thomas, Thomas con Meyerbeer, Meyerbeer con Gounod, Gounod con Bellini: e nota che dietro Verdi c'è Dumas, dietro Rossini Beaumarchais, dietro ThomasShakespeare, dietro Gounod Goethe, dietro Bellini c'è Romani, e quindi non c'è nessuno. Sarebbe troppo, ed è impossibile. La sua piccola testa dovrebbe contenere tutta la sostanza di quei cervelli creatori, se la magìa del canto le venisse da coscienza di ingegno drammatico. Ella non ne sa niente.

— Che! — esclamarono tutti in coro.

— Silenzio! Non m'interrompete — gridò con gesto vivacissimo, levandosi in piedi e cacciandosi più innanzi coi gomiti fra i bicchieri —. Credi tu che Salvini sia arrivato al fondo dell'Amleto, egli che lo fa come nessuno al mondo lo ha mai fatto? O Modena, il suo sublime maestro, che declamando Dante spingeva l'impudenza del proprio genio fino a fingersi Dante medesimo nell'atto d'improvvisare quei versi, come se Dante li improvvisasse, e si arrestava correggendoli: credi tu che Modena abbia sorpreso il processo del genio dantesco? Parla con Salvini di Shakespeare, e sentirai che genere di analisi: leggi ciò che Modena ha scritto su Dante, se vuoi comprendermi, e comprenderai che nessuno dei due artisti ha capito i due poeti. Eppure li rendono, e forse nè Dante, nè Shakespeare, assistendo alle loro recite, li avrebbero rinnegati. Perchè? Mistero. Cantanti, comici, suonatori, non comprendono mai quello che fanno; qualche volta lo sentono e nullameno lo rendono male; più spesso non lo sentono, e lo rendono benissimo. Quando la Patti fugge singhiozzando fra le quinte, la prima cosa, che le presentano, è un bicchiere di acqua o di vino per risciacquarsi la bocca; ecco per la sincerità della sua emozione drammatica. È la voce, il gesto, la fisonomia, è un arcano inesplicabile, che crea questi artisti, i quali muoiono senzaprovare quasi mai nessuna delle emozioni o delle idee, che destano negli uomini d'ingegno. La Patti possiede questo segreto: la sua voce ha le flessioni di tutti i sentimenti, le gradazioni di tutte le espressioni, lì, pronte al minimo cenno, sopra qualunque parola. Rossini si vantava di poter mettere in musica anche la lista del bucato, e ci sarebbe riuscito; la Patti, se vuole, ti farà piangere con uno stornello da osteria e col più sciocco. Rossini è un genio intellettuale, la Patti è un genio fisico. Qui sta la differenza.

— Come si accordano allora?

— Ecco ancora il mistero! Come stanno assieme anima e corpo? eppure ci stanno. Tu sei un grande suonatore: lasciamelo dire — ripetè ad un gesto del violinista: — tu suoni Beethôwen. Ebbene, giacchè dovresti secondo il tuo sistema averlo compreso, ti sentiresti di tradurre nel linguaggio comune le idee, che egli ha espresso col linguaggio musicale? Boito, e vedi che ha dell'ingegno, si è provato di scrivere la poesia di alcune fra le romanze senza parole di Mendelsonn, e ha dovuto smettere, poichè si accorgeva di diventare ridicolo. E tu vuoi che la Patti, afferrando il significato morale delle due Margherite, quella di Dumas e quella di Goethe, senta egualmente la diversità di questi due amori, ella che nell'amore è arrivata fino a Niccolini, e si è fermata? Eccolo lì il tuo genio femminile colla sua gamma di mondi e la sua scala semitonata di personaggi, che vanno dalla servetta alla dama, dalla civettuola alla martire, passando attraverso l'imperatrice e l'eroina: il tuo genio, che, identico a se stesso in ogni secolo e in ogni clima, rivivrebbe in tutti i temperamenti: eccolo lì, in adorazione, davanti alla testa grossa di Niccolini, il quale, credo, si tinga i capelli, e dovrebbe tingersi la voceper farla parere più giovane; eccolo lì, che viaggia l'Europa per fare quattrini, e si mette i diamanti regalati come i galloni della propria livrea di cantante. Questo genio — seguitava con una specie di rabbia — il quale in fondo non è che l'eco delle idee altrui, e non ha più coscienza di un'eco; questo miracolo, che appassiona tutto un mondo e me per il primo; quest'artista, che adoro e che disprezzo, che ha aspettato, dicono, quarant'anni per innamorarsi di Niccolini, un Alfredo, che ne ha cinquanta, e ch'ella ha nullameno anteposto al marchese proprio marito. Eccolo lì; questo genio femminile, al quale Rossini, il genio intellettuale, disse un giorno colla sua solita profondità: quando si è la Patti, si sposa un principe del sangue o un tenore: cioè, o si ha una grand'anima, e si diventa una gran dama, che non canta più che per amore; o si ha una piccola anima, e si resta una grande artista, che canta per i quattrini e s'innamora sul palcoscenico come le coriste. Naturalmente il tuo genio non capì: ed ecco la tua Patti, marchese di Caux, alBrunetticon Niccolini. Assurdo, demenza, vigliaccheria!

Questa violenta diatriba pronunciata con voce stridula e accompagnata da una bufera di gesti sbaragliò per un momento tutto il coro degli elogi. Bodoni era rimasto in piedi, assaporando sulle faccie ammirate e confuse degli amici il trionfo dei propri paradossi. I suoi occhietti grigi di pollo scintillavano, mentre le dita per un vizio di suonatore gli picchiavano inconsciamente sul marmo del tavolino una suonata inintelligibile. Ma il violinista replicò. Egli era freddo e non gestiva. La sua fisonomia, smorta di ammalato, sarebbe stata quasi inanime senza la vivacità degli occhi, nei quali a quando aquando passava un baleno. Bodoni stava per ribattere, quando un altro lo prevenne.

— Tu già sei sempre dell'avviso contrario — gli disse un clarinetto con accento piccato. Ma Bodoni non gli si volse nemmeno, e seguitò a guardare il violinista.

Questa attenzione lo lusingò.

— Tu parli benissimo, ma sei andato fuori di questione. Appunto perchè la voce della Patti non è perfetta come quella della Frezzolini, e Bartolomeo aveva ragione...

— Niente, niente, non lo dirò mai più — interruppe Bartolomeo con impeto così comico di convinzione, che tutti sorrisero; e l'altro seguitò:

— Appunto per questo avevo voluto insistere sulla purezza del suo stile e sulla perfezione del suo metodo. Se non hai ragione in tutto, ne hai moltissima qui: il segreto dei cantanti sta nella impostatura della voce, nel conoscerne bene il registro, e nel saper formare la nota. Il resto è natura; il timbro, l'accento, la pasta, l'estensione non si acquistano. Per esempio, io preferisco i bassi della Stolz a quelli della Patti: la Galletti ha molte note migliori, ma è un altro temperamento di artista; forse egualmente forte, ma più limitato. Non so se la Patti nell'ultimo atto dellaFavoritala vincerebbe. La Patti invece è insuperabile, e mi pare che oltrepassi persino le esigenze dell'immaginazione nell'agilità: le sue note si sgranano come perle e balzano come tanti martelli di pianoforte. Quanti anni di studio le costeranno!...

— Peggio per lei — irruì Bodoni. — Guerra all'agilità, abbasso le variazioni. Se Thalberg non fosse morto, io voterei serenamente la sua decapitazione;egli rappresenta la putrefazione nella musica. Le sue variazioni sopra un motivo mi hanno sempre avuto l'aria di vermi sopra una carogna.

— Bene! — fu urlato in coro.

— Non è questo che intendevo — proseguì senza scomporsi il violinista. — Prima di tutto vi è variazione e variazione.

— Cioè gargarismo e gorgheggio, d'accordo — intercettò ancora Bodoni.

— Sia come vuoi; ma quelle del finale del primo atto...

— Ah, non me lo dire! Sì, ecco le variazioni: ciò è giusto, è sublime. Io firmo, io, e non vario per questo. Ma che accento in quegli scatti, che legature di orefice fra quegli sbalzi di tono e in quel rimescolamento di note! Ma questo è vero, questo è ancora canto, e non vocalizzo! Ti ricordi la Donadio nellaSonnambula? E c'è chi la paragona alla Patti! Morte alla Donadio, a questa bella donna, che pare una fattora e deve avere, sono io che te lo assicuro, un'anima più grossa del corpo della Patti. Il suo rondò finale nellaSonnambula, che faceva delirare al Corso, è un affare di cariglione, o, se ti piace meglio, non è più un pezzo dellaSonnambula, ma uno squarcio d'esercizio.

— È troppo! — esclamò il violinista rattenendolo con un gesto di pacificazione.

— Sì, ciò che dissi anch'io quella sera; è troppo! — replicò l'implacabile Bodoni con accento di scherno — ma il pubblico allora applaudiva in delirio, e stasera è quasi rimasto freddo ai gorgheggi della Patti. Giustissimo: Berlioz, Beethôwen, Donizetti, che muoiono quasi nella miseria, mentre Marchetti, che ha musicato ilRuy-Blasdi Hugo peggio che Garibaldinon abbia scritto il proprio sbarco dei Mille, morirà nelle ricchezze guadagnate.

Lascia stare Garibaldi — disse severamente il clarinetto entrato nella disputa: — tu non sei neanche degno di nominarlo.

— Come tu di averlo avuto generale a Mentana quando sei scappato. Niente: io sono aristocratico. Se i repubblicani arrivassero al potere, forse la loro prima legge sarebbe di abolire la dote dei teatri per distribuire ai poveri i diecimila franchi della Patti. Io che invece sono aristocratico, preferisco la musica ai poveri. Probabilmente per l'onore dell'umanità, la tua repubblica del dovere non sarà mai che una prosa fredda come quella di un processo verbale, la forma più bassa della letteratura, mentre la musica è la cima più alta dell'arte. Se ti dicessero stasera: sta in te, puoi fare la repubblica o avere la Patti? Ebbene, tu sceglieresti la repubblica, infelice clarinetto, e anderesti in piazza con un'altra guardia nazionale a stonare l'inno di Garibaldi, che è brutto. Ricordati, patriota repubblicano, che l'inno austriaco di Haydn è sublime. Se tu fai la repubblica, io ti abbandono Niccolini, che è degno di cantare i vostri inni democratici, e mi tengo la Patti. Bartolomeo, tu sei un uomo onesto: giurami che sei del mio gusto, e che accetterai la Patti piuttostochè la repubblica.

Una risata clamorosa accolse questa diversione su Bartolomeo, che sbattè gli occhi in segno di assenso.

— Pensaci, mio caro Bartolomeo, se vuoi diventare il suo amante, perchè sei vecchio e il tempo stringe. La Patti non è bella come femmina, ma è talmente elegante come donna, che Cremona, il pittore milanese, le ha proposto di farle un ritratto,sedotto dalla intonazione della sua toeletta. T'immagini tu di essere il suo amante, nel suo magnifico appartamento di Parigi, perchè sono sicuro che ne ha uno magnifico, dopo averla veduta in teatro fra il delirio del pubblico, sopra una bufera di desiderii: sapendo che fra un'ora ella ti aspetterebbe in un gabinetto di raso, e che quattromila persone si farebbero tagliare a pezzi per entrarci in vece tua. Ciò è superbo. Ecco la vita, mio povero clarinetto repubblicano: posare i piedi dove gli altri arrivano appena colla fronte, possedere ciò che tutti desiderano, e magari gettarlo. La tua repubblica è una livellazione, una pianura: io pittore preferisco il paesaggio accidentato della montagna, io uomo adoro le cime e vi pianto sempre i miei castelli fantastici. Se fossi come te, mio grande Bartolomeo, l'amante della Patti, vorrei un gabinetto di raso cilestro, mi coricherei sopra un divano colla pancia in aria, e vorrei che ella mi si accovacciasse daccanto sul tappeto come una cagnina. Allora chissà a che cosa si pensa. Ma in mezzo alle tue distrazioni non avere che a dirle: Adelina, accendimi il sigaro, e cantami il finale delTrovatore, la frase più bella di Verdi, la frase più sublime di Eleonora: ed ella, che la canterebbe per me solo, come in teatro e meglio. Tu sai la mia stranezza: io adoro la voce senza accompagnamento di sorta, perchè mi pare che il linguaggio vero sia così. L'Adelina mi canterebbe sul capo come a Manrico, e all'ultima nota, colla sua leggerezza di prima donna, che ha migliorato sul palcoscenico la naturale facilità di cadere, mi si rovescerebbe addosso, gettandomi un bacio dentro la bocca. Così.

E accompagnando il fatto alle parole, si avventòalla faccia di Bartolomeo, che lo aveva ascoltato a bocca aperta, e vi soffiò dentro come sopra una candela.

Bartolomeo, che si era abbandonato alla poesia buffona e voluttuosa di quel sogno, ebbe un tale sussulto e strizzò gli occhi così comicamente che la discussione degenerò in baia, ed egli ne fu la vittima. Allora gli rinfacciarono la commozione all'ultimo atto in quel violento pizzicato, quando piangeva a lacrimoni, guardando morire la Patti. Egli non negava.

— Che! sissignore, ho pianto, ed ella mi ha visto.

— Lo hai dunque fatto apposta — esclamò Bodoni.

— Io! no; mi vergognavo anzi: ma non ho potuto mandarla giù; mi si è serrato il gozzo a quella vocina, con quella cuffia, che la faceva quasi parere più bella.

— La voce?

— No.

— E tu ti sei innamorato!

— No.

— Sì, sì — gridavano in coro.

— Domattina — disse il violinista — io debbo esserle presentato da Verardi, che ella desidera gentilmente di conoscere: glielo dirò.

A queste parole, pronunciate coll'accento più freddo, Bartolomeo ebbe davvero spavento. Il carattere serio del violinista fra tutti quei cervelli scapestrati gl'ispirava una tale stima, che non dubitò nemmeno dello scherzo. Ma Bodoni non gli diede il tempo di rimettersi.

— Io ti osservavo, sai. Tu le hai fatto la corte tutta la sera: negli intervalli, quando ti parlavo, eri distratto, pensavi a lei. Senti, mio povero Bartolomeo.Tu lo sai se ho amato nessun contrabbasso come te: questa passione ti ucciderà. Nel — Gran Dio, morir sì giovane — la Patti si è voltata per vedere quale era il contrabbasso, che accompagnava con gemiti così sdegnosi e profondi le sue ultime grida di disperazione. In quell'occhiata le vostre anime si sono intese, ma una barriera insormontabile dividerà sempre i vostri corpi. Ella è un soprano e tu un basso. La natura e l'arte ti hanno votato all'accompagnamento, per te non vi sono duetti. Tu non dormirai questa notte: domani sera soffrirai come un dannato vedendo il tuo tragico ideale trasformato in una Rosina briosa sino alla sfrontatezza; perchè capirai, che se la Patti dovesse trattarti, avrebbe per te le maniere canzonatorie di Rosina e non la dolcezza mesta di Violetta. Poi la Patti partirà, e tu cosa farai a Bologna? Penserai a lei.

— Senza dubbio — esclamò Bartolomeo.

— Questo pensiero ti ammazzerà, perchè l'impotenza è più micidiale dello stravizio, e il desiderio logora più dell'uso.

— Ma io non sono innamorato.

— Generosa menzogna! Tu vuoi salvare la tua donna dal ridicolo: ma giacchè sei generoso, sarai naturalmente sciagurato. Ella non ti imita, e affronta la caricatura: in questo momento la Patti e Niccolini sono in una camera da letto dell'Hôtel Brun. Tu impallidisci — gridò — mentre tutti invece lo facevano arrossire, guardandolo: infelice, tu vali più di Niccolini, e morirai della sua morte! Avete quasi la stessa età: solamente tu morrai di fame, ed egli precisamente dell'opposto: te l'ho già detto, ma se il desiderio logora più dell'uso, l'uso ha questo di orribile, che logora anche il desiderio.

Queste ultime parole portarono l'ilarità al colmo. Ma il padrone disse di voler chiudere, e il gruppo degli amici dovette alzarsi. I conti della birra e del vino sviarono per un momento l'attenzione, Bartolomeo potè alzarsi, ricevette ancora qualche risata, e, infilandosi il sopratutto, si avvicinò alla porta. Una contestazione minacciava d'insorgere, l'oste piuttosto villano alzava la voce, quando Bartolomeo si ricordò improvvisamente di essere aspettato a casa, si volse, diede un'occhiata e, vedendosi inosservato, se la svignò.

Quando arrivò a casa, Adelaide, che lo attendeva, da due ore, lo accolse malamente. Per un motivo inesplicabile, invece di coricarsi, lo aveva aspettato in cucina, a tavola, con un vecchio mazzo di carte in mano.

— Finalmente! — esclamò con quella collera fredda, che in certuni è il colmo della esasperazione.

Bartolomeo divenne mogio mogio, perchè aveva paura: Adelaide era la sua amante da sei mesi. Si erano conosciuti da lunghi anni in teatro senza parlarsi, poi il caso li aveva messi ad uscio e uscio, e allora avevano stretta relazione, passando alle intimità per finire nell'amore. Ma veramente non si amavano. Adelaide, vedova, aveva maritata l'unica figlia fuori di Bologna, e, rimasta sola, s'ingegnava a levar le macchie dagli abiti, a stirare, per buscarsi la vita; poi la sera, capitando, faceva la corista alBrunettio la cameriera alle prime donne di prosa e di canto, che vi transitavano. Naturalmente a tutti questi mestieri la sua coscienza si era fatta più larga che pulita. Ella non se ne nascondeva, anzi sui primi del loro incontro aveva affettato una tale insubordinazione beffarda a tutti gli scrupoli, che Bartolomeo,timido anche in quell'età, trovandovi del piccante, si era lasciato accalappiare. Solo, di costumi morigerati, suonando tutte le sere, aveva messo da parte qualche cosa; l'Adelaide l'aveva indovinato. Quindi cercò di attirarselo, e Bartolomeo gliene fornì il pretesto; poichè, costretto a mangiare in trattoria come tutti gli scapoli, aveva finito per rimpiangere la vita di famiglia, il pranzetto quotidiano discusso ogni sera ed allestito ogni mattina, le piccole provviste, le festicciuole, tutte le gioie casalinghe, pigre e squisite malgrado la loro volgarità. Alla trattoria non poteva fare nessuno dei propri comodi, non sbottonarsi il corpetto e il primo bottone, il più alto, dei calzoni, come la natura gl'imponeva sempre a mezzo del pranzo: l'inverno aveva freddo alla testa mezzo calva, ma tenere il cappello mangiando era troppo, la berretta sarebbe stata abbastanza, ma non l'osava per soggezione dei camerieri e degli avventori. Sopra tutto la pipa l'angustiava. Bartolomeo possedeva una enorme testa di moro, in spuma, diventata nera come un moro originale, e nella quale fumava da molti anni in casa per non correre il rischio e l'incomodo di portarla fuori. Il solo astuccio era già un bauletto, la lunghissima cannuccia, a nocciolo d'ambra, e di ciliegio boemo, diceva lui, odorava ancora. Per Bartolomeo questa pipa era quasi tutta la famiglia, perchè il vecchio merlo dal becco giallo, che teneva in cucina, rappresentava l'amicizia. Pranzare modestamente in cucina, massime l'inverno, col merlo che verrebbe a beccare sulla tavola, la pipa, carica come una bomba inoffensiva a fianco, con un immenso paltò spelato, che gli faceva da veste da camera, annusando il profumo dei piatti sopra i fornelli, dando un'occhiata alle casseruole, servendosi e servendoqualcuno, era da lungo tempo il suo ultimo sogno. Secondo lui le serve erano tutte ladre; giovani aprivano la casa agli amanti, vecchie ai figli e ai parenti. Così, ammassando qualche mobile e le stoviglie necessarie a piantar casa, aveva oltrepassato la cinquantina senza sapere neppur egli come: una volta faceva da scrivano in uno studio di notaro, poi aveva smesso, e non faceva più nulla. L'inverno andava al sole nei giardini pubblici, e si fermava coi giardinieri in lunghi cicalecci: al tempo cattivo in qualche caffè a leggere i giornali o giocare la partita a domino, o da qualche amico. Del resto suonava spessissimo, anche di giorno, avendo la clientela di quasi tutti i curati: non vi era festa senza il suo contrabbasso.

Poscia aveva conosciuto l'Adelaide. Una volta doveva essere stata piuttosto bella, adesso era ancora benissimo conservata: aveva le carni vermiglie, i capelli neri, i denti bianchi. Naturalmente le borsine degli occhi si cominciavano a gonfiare, e gli angoli della bocca le si raggrinzivano; ma il suo seno aveva ancora un magnifico turgore, massime per la vita troppo corta e le spalle un po' tozze, che lo facevano stare più alto. Il resto era quasi insignificante, statura comune, naso regolare, fronte egualmente, come nei connotati dei passaporti. Solo, come segno particolare, aveva una lanuggine, oramai barba, lungo le guancie, e due occhietti neri, rotondi, affossati, di una mobilità eccessiva, a volta a volta di una gelida durezza. Adelaide conquistò Bartolomeo in pochi giorni. La prima domenica pranzarono assieme in cucina, la stessa sera Adelaide rimase nella sua camera. Bartolomeo era felice: l'Adelaide, da donna accorta, aveva conservato la propria stanza, che comunicavacolla cucina e rispondeva libera sul pianerottolo, per ricevervi qualcuna delle proprie pratiche: vi aveva messo un fornello, e talora vi stirava. Ma siccome qualche soldo lo guadagnava essa pure, sul principio contribuì alle spese domestiche. Fu un incanto, giammai due coniugi avevano vissuto più armonicamente. Bartolomeo ringiovaniva, sebbene si accorgesse di non essere innamorato. Sedotto da quel benessere sensuale, cui l'ordine e l'economia davano quasi un'apparenza di virtù, e soddisfatto nell'egoismo di vecchio celibe, che vorrebbe la famiglia senza i suoi impicci, si abbandonava morbidamente in quella nuova vita del focolare. Avevano comprato un fusto di vino e un mezzino di castagne da cuocere sotto la cenere alla sera. Adelaide, che s'intendeva veramente di cucina, preparava certi pranzetti, ai quali Bartolomeo paragonava con voluttà orgogliosa i pranzi della locanda, cogli umidi riscaldati mille volte e gli arrosti lessati prima nella pentola. Ma, per l'istinto di tutte le felicità e la prudenza naturale ai suoi anni, Bartolomeo non aveva aperto bocca con alcuno; solamente aveva finto di sdegnarsi coll'ultimo oste e di averne trovato un altro, che gli mandava il pranzo a casa. Infatti la colazione colle ova e laGazzetta dell'Emiliala faceva sempre al solito caffè.

Ma Adelaide lo dominava. A poco a poco gli invadeva tutta la vita a forza di rendergliela comoda e di risparmiargliene le brighe. Gli aveva compiuto il fornimento della casa, aumentata la biancheria, rimesso quasi a nuovo il vecchio letto di noce a due posti, ricoprendolo di un grande baldacchino bianco e decorandolo di una bella madonna a stampa colorata. Ella stessa faceva la spesa, e stabiliva ilpranzo: gli fissava l'ora per tornare a casa o per alzarsi, lo mandava sino in giro per qualche commissione, che egli sulle prime accettava con una specie di contentezza galante. Se non che una volta avendo voluto rifiutarsi, ella fu così ragionevole nelle osservazioni e severa nelle parole, che dovette arrendersi con un sentimento di soggezione. Quello fu il primo sintomo del servaggio. Poco tardarono gli altri, insignificanti all'apparenza, ma così frequenti, che si trovò arretato prima di sentirsi nella rete. Un altro giorno gli fece una scena di gelosia. Bartolomeo, che non vi aveva mai pensato, ne ringalluzzì, ma poco dopo si sorprese a pensare sul passato poco scabro di lei, e a domandarsi se alla propria volta dovesse essere geloso. Il problema era difficile, la china molto sdrucciolevole. La loro vita di camerati, alla quale la differenza di sesso aggiungeva un'attrattiva di più, leggiera fino allora, diventerebbe una vita di matrimonio, tanto peggiore quanto era fuori della legge, il giorno che, facendosi geloso, affermasse la propria solidarietà con quella donna. Si accorgeva di non amarla, ma che d'ora innanzi non avrebbe più potuto fare senza di lei. E lì erano rimasti, quando capitò la Patti. Adelaide, che avrebbe voluto servirle da cameriera per buscarsi qualche grossa mancia, non voleva saperne di corista, ma quando si vide rifiutata per la prima volta, diceva lei e non era vero, la sua collera e la sua lingua non conobbero più freno. Bartolomeo, cui i lirismi dei giornali avevano desto il prurito delle negazioni, l'aveva secondata, promettendosi a teatro una cattiva impressione; ma a rovescio di ogni calcolo, sollevato dal più grande entusiasmo, si era nella sincerità della propria grossolana natura dimenticato persino della Adelaide.

Quando entrò nella cucina, e la vide alla tavola colle carte in mano, allibì: la fisonomia dell'Adelaide stanca dal sonno e gonfia dall'ira, non prometteva niente di buono; e, sintomo spaventevole, ella non si era tratta nemmeno il sopratutto. Bartolomeo indovinò, che lo aspettava così da quasi tre ore. Poi le sue frasi a pranzo contro la Patti gli tornarono nella mente, urtandosi coi discorsi entusiastici della bottiglieria. L'Adelaide fu tremenda. Invano per calmarla egli affettava la più grande docilità; la voce di lei si alzava ad ogni parola, stridula e sibilante, come uno scudiscio, sferzandolo, non lasciandogli nemmeno il tempo di offendersi, destandogli una inesprimibile ripugnanza per quella donna, che gli si rivelava in un momento, mentre la sua anima era tutta piena della rivelazione della Patti. Ma colla prudenza di un uomo, che sa compatire una stranezza, e rattenuto da un sentimento delicato, poichè l'Adelaide non era in fondo che sua ospite, e si sarebbe vergognato di cacciarla così su due piedi, si lasciò generosamente opprimere: solamente, essendogli sfuggito un moto di diniego ad una sua laida stupidaggine contro la Patti, ella esclamò furiosamente:

— Ah! anche tu sei innamorato di quel baccalà?! Tutti urlavano stasera: sì! perchè non la vedevano da vicino come noi. Va là, è secca come un uscio, ha tutta la pelle grinza. Se ci aveste guardato al collo, invece di guardarla cantare, ve ne sareste accorti. Ci voleva ben altro che quel vezzo di perle, che ella si sarà guadagnato senza cantare. Oh! — insistette ad un altro suo moto — credi che cantasse anche allora! Sarebbe carino per l'uomo in quel momento di sentirla stonare, perchè la tua Patti stona.L'ho sentita io, non importa che mi dicano di no, perchè le orecchie io le ho buone, più degli altri, e me ne sono accorta. Sì, stona come Niccolini, che è vecchio come te ed è il suo amante: degni uno dell'altro: vivono assieme e guadagnano assieme — aggiunse con un sibilo, che esprimeva più di tutte le frasi di Bodoni.

— Cosa importa se ama Niccolini — disse nobilmente Bartolomeo.

— A me?! e a te?

— Io...

— Mo! innamòrati: è la donna dei vecchi; già alla sua età bisogna essere ragionevoli. Non ho fatto così anch'io? — strillò, guardandolo con una sfacciataggine, che era il colmo dell'ingiuria.

A questo insulto, che lo toccava nella sua sola debolezza, Bartolomeo provò una stretta al cuore.

— Solamente — seguitò, gonfiando il petto e arrovesciando il collo con moto d'orgoglio — la tua Patti pare la carcassa di un ombrello. Pelle e voce, come i rosignuoli; non è vero, tu che la credi tanto brava, la prima donna del mondo?

— Ma non ne parliamo più; a te non è piaciuta, ecco tutto.

— Ti do fastidio?

— Ma no: hai ragione, se la vuoi.

— Se la voglio? tientela la tua ragione; per chi mi pigli? Credi che sia perchè non mi ha voluto nel camerino? Non ci penso nemmeno. La sua cameriera l'ho vista: dicono che è una sarta di Parigi, ma l'ultimo abito dell'ultimo atto non era nemmeno stirato. Fin lì ci arriviamo anche noi, a Bologna, non ci è bisogno d'andare a Parigi per questo. Cosa credono questi forestieri? Poi lei è italiana, edovrebbe avere più riguardi: invece li ha tutti per Niccolini. È lei, che gli tinge i capelli per ingannare il pubblico; lo vorrà forse vendere. Già quello che si compra si può anche vendere.

Bartolomeo non ne poteva più.

— Ci mettiamo a letto? — borbottò dopo un momento, andando verso il lume sulla tavola.

Ma ella lo fermò con una occhiata. Bartolomeo non l'aveva mai vista così.

— Hai sonno! — quindi si gonfiò ancora, ghermì il lume e con un gesto, che la Patti stessa le avrebbe invidiato, gli si avanzò fin sotto al naso, e gli soffiò in faccia:

— Buona notte! — quindi voltandogli le spalle, invece di andare nella camera, aprì l'uscio della propria stanza, e lo rinchiuse a chiavistello.

Bartolomeo rimase al buio. Non capiva bene. Il furore dell'Adelaide doveva dipendere da altro che l'avere egli fatto troppo tardi quella sera: forse ella non aveva potuto perdonare alla Patti lo sfregio di averla ricusata, e la ovazione del teatro l'aveva esasperata. Egli no invece, amava il merito ed applaudiva volentieri. Ma quella congiura in tutti di dirgli che era innamorato della Patti, cominciava ad impensierirlo seriamente. Se n'erano dunque accorti? Aveva commesso qualche imprudenza, o tra le sue parole, che pure gli sembravano castigate, glien'era sfuggita qualcuna, la quale potesse comprometterlo?

E intanto che questi pensieri gli battevano sul cervello, aveva acceso un altro lume. Attese, origliò. Adelaide non si andava a letto. Allora si arrestò discutendo seco medesimo se dovesse dirle qualche buona parola: ma a mezzo la riflessione si accorse di essere egli dal lato della ragione e di avere ricevutoin compenso un sacco di contumelie. Infine il torto era di Adelaide. Però una voce segreta gli diceva con insistenza sempre maggiore di picchiare al suo uscio. Naturalmente Adelaide doveva aver sofferto dello sfregio, in teatro, dove i pettegolezzi sono così facili e pungenti; bisognava compatirla, le donne sono sempre donne. Tornò ad aspettare: la sua bontà avrebbe voluto, ma il suo coraggio non osava; tentennò, si ammonì, si spinse due o tre volte verso quell'uscio chiuso, che in quel momento rappresentava il più grande ostacolo di tutta la sua vita. Era molto tardi, aveva quasi freddo. L'aspetto del focolare e degli arnesi tenuti con estrema pulizia lo commossero; l'Adelaide era pure una brava donna. Forse le avrebbe dovuto maggiori riguardi in tale critica circostanza, giacchè colle donne non è mai questione che di tatto. In quel momento la sua grossa faccia di contrabbasso esprimeva un imbarazzo pieno di benevolenza, che avrebbe commosso un nemico. Finalmente la bontà del suo cuore trionfò della timidezza del suo carattere, e camminando sulle punte dei piedi, colla circospezione d'uno scolaro, che vuole origliare alla porta del maestro, venne ad incollare l'orecchio alla fessura dell'uscio. Però malgrado tutti gli sforzi di leggerezza lo scricchiolio delle scarpe lo aveva tradito. Un fruscio di abiti usciva dalla stanza. Si sveste! pensò Bartolomeo, e credendo il momento buono, picchiò discretamente alla porta: ma quasi contemporaneamente, come risposta collerica, che non lascia nemmeno esaurirsi la domanda, uno stivaletto lanciato a tutto braccio venne a percuotere proprio dove egli si appoggiava colla fronte.

La sua anima era così disposta alla benignità d'unaccomodamento, che fu miracolo se non gli cadde la candela di mano. Si drizzò pallido, e sempre indietreggiando sulle punte dei piedi, tornò alla tavola. Pareva prostrato. Una malinconia improvvisa venne da tutti gli angoli della cucina, nella quale aveva sorriso a tanti pranzetti, e che in quel momento era tornata fredda come prima quando, vivendo solo, non vi accendeva mai il fuoco. Abbassò la testa. L'altro stivaletto gettato collo stesso impeto, invece di battere nella porta, urtò nel canterano e produsse un suono secco: intese il letto scricchiolare sotto il peso di Adelaide, che vi si rannicchiava ferocemente, sentì il suo soffio smorzare la candela, e rimase colla propria in mano guardando. Aveva tuttavia il paltò nelle braccia, il largo cappellone in testa. Sospirò, poi, scuotendo malinconicamente il capo colla rassegnazione della buona gente che crede di disarmare il destino accettandolo, andò verso l'uscio della propria camera, e vi sparì. La cucina restò abbandonata come un campo di battaglia, dal quale ambe le parti si erano ritirate negli accampamenti.

Ma a letto il pensiero gli tornò sulla Patti. Sentiva ancora la sua voce, vedeva ancora la sua gracile e pallida figura muoversi stancamente sul palcoscenico in una penombra mortuaria, con un'aureola di martirio sulla fronte; e, mentre il cuore gli si tornava giovanilmente ad intenerire, la Patti rientrava nella scena sorridendo sotto la grandine degli applausi, disinvolta come una regina, amabile come una fanciulla. Allora tutto il pubblico subiva il prestigio della donna dopo aver provato il fascino dell'artista, e l'onda del desiderio di tutti arrivando al cuore di Bartolomeo lo bagnava entro una spumamordace. Invano Niccolini, preso per mano la Violetta, veniva ad opporsi all'impeto della marea; la tempesta raddoppiava di violenza, e investendo quel bianco fantasma di donna, lo portava sempre più in alto, come quelle larve di nebbia, che dondolano mollemente in fondo all'orizzonte marino. Bartolomeo pensava alla Patti. Tutti i sarcasmi sguaiati di Bodoni e le infamie dell'Adelaide gli suonavano alle orecchie. Le aveva intese susurrate tutto il giorno, le aveva lette nei giornali velate dalla forma più trasparente dell'indiscrezione, abbigliate colla frase più ipocrita d'un complimento: poi le aveva ascoltate la sera nell'orchestra, le aveva colte nel pubblico, finalmente Bodoni le aveva disciplinate in una teoria paradossale e l'Adelaide denudate nel più cinico impudore. Ma la Patti usciva radiosa da quella bruma d'improperi. Egli non ci credeva. Forse l'amore di Niccolini non era vero, forse era la pietà d'una grand'anima d'artista per questo infelice tenore, vicino a perdere la voce senza essersi acquistato un patrimonio. Fors'anco la Patti lo amava, ma se la ragione intima di questo amore gli sfuggiva, doveva esserci, e degna di una donna, che arrivava col proprio genio all'altezza dei genii più eccelsi. Giammai donna aveva potuto cantare così. La Malibran, egli non l'aveva sentita, e nullameno era sicuro che a quei tempi dovevano contentarsi di poco. E quell'ultimo sogno tratteggiato con causticità così voluttuosa da Bodoni gli fluttuava sul letto, riempiendogli la camera di luce. Essere la Patti o essere il suo amante era troppo anche per un sogno. Essere giovane, perchè la Patti per lui, malgrado ogni verità, non aveva che venticinque anni; essere bella e cantare a quel modo! Nessuna regina avevaun regno più vasto o un popolo più innamorato. Tutti i giornali bruciavano per lei gli incensi più odorosi, la gente si pigiava alle porte del suo albergo, si schiacciava nei suoi teatri; molti avrebbero rubato per comprare un biglietto di loggione, i milionari le gettavano i diamanti come fiori, i sovrani andavano in camerino a baciarle la mano. In nessun paese del mondo vi era una donna come lei. Ma essere il suo amante era ancora più bello. Qui la sua immaginazione si perdeva. Solo, in quel letto a due posti, non pensava più all'Adelaide e non sentiva più la realtà della camera. I suoi desiderii non si formulavano ancora, ma le immagini più bislacche si accendevano e svanivano nel suo cervello come fosforescenze di legno imputridito, che, imitando il bagliore delle gemme, vibravano nella notte incomprensibili sorrisi. In quell'aurora boreale della passione tutti gli oggetti e tutti i colori gli si confondevano; Niccolini e la Patti non erano più che una luce ed un'ombra, un canto ed un accompagnamento, che passandogli per l'anima, se la trascinavano dietro. Egli non sapeva bene se vegliava o sognava.

La mattina si era già scordato di tutto, ma attese invano che l'Adelaide gli portasse il caffè a letto, una delle ultime e più voluttuose abitudini della sua nuova vita. Si alzò avvilito, poi sentendo rumore nella cucina, così come si trovava, in manica di camicia e in ciabatte, finse di aprire sbadatamente la propria porta: nello stesso momento, quasi il suo pensiero fosse stato penetrato, l'uscio dell'altra stanza si rinserrava, e la cucina restava deserta. Il focolare era spento, un fornello acceso. La cocoma del caffè vi gorgogliava spumeggiando. Egli non osò trattenersi, ritornò nella propria stanza, e uscì di casa senzaaver visto l'Adelaide. Appena fuori la regolarità delle abitudini lo calmò al punto, che entrando nel caffè aveva già il solito sorriso per i camerieri. A colazione lesse tra gli amici abituali un brillante articolo del Panzacchi sulla Patti, poi rimase solo, rilesse l'articolo, lo confrontò coll'altro dellaGazzetta dell'Emilia, andò verso i giardini. A quell'epoca non c'erano ancora i tramways. Vi rimase fin tardi, poi ritornando s'incontrò fortunatamente in Bodoni. Quel giorno era vestito di un paltò incredibile, giallognolo di crema, sul quale la sua piccola testa smorta, senza quella barbetta tosata rabbiosamente alla Enrico IV e macchiata di rossiccio e di castano, sarebbe parsa una cimasa di latte e miele. Ma era serio.

— Vieni a pranzo con me — gli disse a bruciapelo.

A Bartolomeo si allargò il cuore.

Il discorso cadde naturalmente sulla Patti e sugli articoli dei giornali, che Bodoni trovava nauseanti d'imbecillità. In nessuno, nemmeno il tentativo di un'analisi, tutti s'erano tratti d'impaccio rovesciando sul capo dell'artista i superlativi più strani; così chi aveva capito aveva capito.

— Invece — seguitava con accento severo — hanno gratificato Niccolini di complimenti velenosi. Anzi tutto questo amore potrebbe essere una invenzione sciagurata, ma quando pure fosse una realtà, il pubblico non avrebbe a ridirvi. Che importa se una grande artista ama un genio o un idiota, un sovrano o un paltoniere? La Patti non è la Patti, che sulla scena, e allora Niccolini scompare nel proprio personaggio tenorile: fuori essa è libera d'avere, e non può a meno di averli, tutti i gusti della femmina e le incongruenze della donna. Chi deciderà del gusto?L'eccessiva raffinatezza coincide colla brutalità, o se non vi coincide sempre, vi si allea sovente. Il selvaggio e il gastronomo preferiscono le bistecche crude: il facchino non cerca che la carne nelle donne; in Oriente, dove la voluttà fu più profondamente studiata, la carne è rimasta l'unico pregio delle donne. Se la Patti ama Niccolini, forse è nella regola del genio. Le nature volgari trovano facilmente qua e là il proprio ideale; le nature superiori se lo formano nella disperazione d'incontrarlo, e lo incarnano nel primo venuto. Che io getti dunque un mantello di porpora sopra un manichino di pioppo o di amaranto, il mantello solo dà al manichino quel paludamento da re o da regina, sul quale vengo a deporre i miei baci o le mie corone. In questa creazione dell'amore fra creatore e creatura non vi può essere giudice, poichè il giudice vede cogli occhi del corpo, e il creatore con quelli dell'anima. Sai tu perchè i giornali stamane celiavano educatamente su Niccolini? Perchè la folla non tollera superiorità, colle quali non possa avere contatto, e accusando la Patti di amare Niccolini, ha creduto di bollare il suo genio col marchio della natura femminile. Se nella Patti la donna fosse pari all'artista non sarebbe più donna. Ma la folla affermando la gran legge, che non vi siano individui slegati nella serie della vita e il genio non debba essere immune dalle nostre infermità, non sente che l'istinto invidioso del rettile contro il volatile, dell'anitra contro l'aquila.

Bartolomeo, cui la conclusione troppo filosofica del discorso aveva imbarazzato, non ne gustò meno per questo l'assennatezza del principio, e avrebbe quasi voluto rinfacciargli i paradossi della sera innanzi, se il timore di qualche altra scarica non l'avesserattenuto. Bodoni sembrava malinconico: Bartolomeo glielo disse.

— La Patti mi fa male. È triste, mio caro, avere ventiquattro anni, capir tutto e capire per giunta che non faremo mai nulla. Fra vent'anni io sarò come te. Che cosa ti è accaduto nella vita? nulla. Che cosa mi accadrà? nulla. Tu almeno non capisci; perdonami, mio buon Bartolomeo, questa insolenza che t'invidio: io debbo invece morire di freddo al sole.

Con questi discorsi erano arrivati dinanzi alla locanda, una delle solite, metà osteria e metà albergo; molta gente l'ingombrava. Un cameriere di vecchia conoscenza venne incontro a Bartolomeo e gli fece mille complimenti, domandandogli dove era stato per sei mesi, se ritornava davvero, e scherzando gettava tratto tratto un'allusione galante, arrischiava un gesto confidenziale. Bartolomeo s'impacciava, Bodoni si era già seduto alla tavola col capo fra le mani. La sala rumoreggiava, era un va e vieni di camerieri, un vociare stonato, un cozzar di bicchieri e di piatti: dalla cucina, che si vedeva in fondo alla sala, veniva un odore grasso, uno stridio di frittura, che nauseava il palato; le berrette bianche dei cuochi passavano e ripassavano davanti all'uscio con un volo di colombi, gli ordini dei camerieri in cucina salivano e discendevano sulla gamma più assurda, nella varietà più strampalata di accenti. Bartolomeo si faceva grave, era senza appetito: Bodoni sembrava mangiare per compiacenza. Intorno a loro fioccavano i giudizi e le osservazioni sulla Patti, la esorbitanza del suo prezzo di cantante, nel quale nessuno osava acconsentire.

— Eppure — osservò Bartolomeo — tutta questagente non avrà mai speso meglio quindici lire. Quante volte le avranno bevute in tanto vino cattivo. In fin dei conti la Patti è unica al mondo.

— Quale voluttà, ma quale sciagura! — mormorò Bodoni. Ad un tratto s'imbrunì.

— Ecco — disse — accennando ai discorsi di quella gente, perchè io avevo ragione d'insultare la Patti per essere venuta alBrunetti; il pubblico sarà sempre al disotto dell'arte, che per una fatalità della creazione gli è destinata. Vedi, mio caro, la gloria, che attira tutti gl'ingegni, è composta di questi discorsi; tutto finisce nel popolo, scienze, arti, industria, commercio, tutto per questo bruto che è senza riconoscenza, perchè è senza intelletto. I grandi uomini vissero sempre miserabili: e che importa al monello, il quale mangia le pesche, se l'albero muoia? Egli non ci pensa o, se pure, non se ne preoccupa, perchè sa che i peschi non finiranno mai. Quattro secoli fa non c'era musica a proprio dire, musica come intendiamo noi, quindi malgrado la ferocia dei costumi la poesia e la pittura erano nella massima voga. Oggi la poesia è rimasta nel sentimento di pochi, la pittura di pochissimi. Invano si fanno le esposizioni e si vende un quadro di Meissonier cinquecentomila lire: ciò prova che il lusso dei ricchi ha ancora bisogno di questa decorazione, ma l'anima del popolo non è più nella pittura. Sai tu che cosa si diceva quattro secoli fa in ogni palazzo e in ogni taverna? Michelangelo sta sbozzando una statua, Raffaello dipinge un quadro, Brunelleschi alza un palazzo, Ghiberti fonde un bronzo; e ognuno s'interessava all'opera, e l'artista povero si sentiva intorno una simpatia, che lo sorreggeva e dalla quale assorbiva la vita necessaria all'opera propria. Equando l'opera era finita, la moltitudine si pigiava alla porta del santuario, bestemmiando, osannando, perchè quella era l'opera di tutti eseguita da un solo. Oggi non è più così. Lo sviluppo dell'industria e delle macchine ha quasi ucciso l'uomo nell'operaio; i miracoli della meccanica più grossolani e di una utilità più immediata bastano alla sua fantasia, l'arte si è isolata nella classe dei ricchi. Qui la musica ha battuto la pittura. Siccome l'arte non giova che a interrompere la serie delle sensazioni reali con un'altra serie di sensazioni ideali, la musica è più facile ed efficace della pittura. La musica dell'orecchio vinse quella dell'occhio, giacchè in fondo, si tratta di due specie e di un genere solo. Anzitutto un quadro non si traduce, e sebbene al mondo si facciano molte copie, esse rispondono meno a un vero bisogno di pittura che a una moda decorativa: la musica invece la traduci, la trascrivi e, quello che è infinitamente meglio, la suoni da te solo, forse malissimo, ma ancora abbastanza bene per appagare il tuo sentimento di mezz'ora. La musica della pittura ci arriva attraverso un'immagine immutabile e che non possiamo quindi consultare in tutti i nostri bisogni: l'altra musica invece non ha immagini, parla e noi inventiamo il personaggio, magari noi stessi o un altro, poco monta; ride e noi inventiamo la bocca, piange e noi inventiamo gli occhi, esulta e la sua gioia serve ugualmente alla gioia di tutti, sospira e il suo sospiro solleva egualmente tutti i dolori. Alteri il tempo d'un motivo e ne fai così il linguaggio di qualunque situazione; e mentre il quadro non è appeso che alla parete del milionario e devi andare a cercarvelo, la romanza ti segue dappertutto entro il cervello, la riprendi e l'abbandonidove vuoi. Ricco e povero ne hanno quasi un numero uguale, una medesima ricchezza, e perfino l'infelice, cui la natura discordò l'organo vocale, può ripeterle e gustarle nel pensiero. Sai tu perchè gli appartamenti sono oggi meno decorati e meno artisticamente? Perchè in ogni appartamento vi è un pianoforte: il pianoforte ha cacciato il quadro. Metti una statua in una soffitta e ne avrai una cattiva impressione, mettivi un violino e potrai dimenticarti presto di essere in una soffitta. Vedi: l'architettura è morta, la scultura sta morendo, la pittura per salvarsi è diventata letteratura. Al secolo d'oro il soggetto del quadro era un pretesto per disegnare un bel corpo o stendere un magnifico accordo di colori; adesso che il sentimento della bellezza e il senso del colore si è perduto anche nella classe dei ricchi, che comprano i quadri, la pittura è diventata romanzo. I compratori le domandano dei fatti e non dei colori, delle idee e non delle forme: quindi l'epopea e la tragedia vi signoreggiano, sotto di esse imperversa il dramma, più basso sghignazza la commedia, in fondo smorfeggia l'idillio, dal cui incesto colla realtà è nata la pittura di genere, il genere più odioso fra tutti i generi esistenti e possibili. Ma nella musica stessa comincia il decadimento, e la sua diffusione n'è causa; la diffusione, che degrada anche le religioni, perchè così si arriva nel popolo. Il concime fa nascere il fiore, ma se il fiore lo tocca colle foglie avvizzisce. Ti vuoi persuadere della nullità del popolo in arte, una verità che la scempiaggine del giornalismo liberale è quasi riuscita a far passare per una menzogna? Ricordati tutte le canzoni popolari delle nostre due rivoluzioni '48 e '59 e giudica se il maggior avvenimento accadutocida millecinquecento anni, la resurrezione della terza Italia ottenuta con tanti miracoli di ingegno e di sangue, non ha inspirato che l'inno di Garibaldi e «l'Armata se ne va». Il popolo, mio caro, non è che plebe, e la plebe è un bruto. I Romani, che l'avevano conosciuta, invece di buttarle come noi la sovranità nazionale o la infallibilità politica, le davano «panem et circenses», cioè pane e sangue. Ma in questo caso il pane era sprecato.

E Bodoni stanco egli stesso dalla lunga dissertazione non disse altro. Bartolomeo, che non ne aveva capito quasi nulla, invece di domandarne spiegazioni, sedotto dai discorsi dell'altra gente ritornò sulla Patti, e l'altro, che per caso si trovava ad essere veramente serio quel giorno, cominciò su lei un'analisi fine e profonda. I più vicini si misero ad ascoltare, ed allora alzò involontariamente la voce, crebbe di vena, trovò una vivacità d'appendicista, per uno di quei successi di trattoria, ai quali si resiste così difficilmente e che ottenuti umiliano tanto. Fortunatamente l'ora del teatro si avvicinava, pagarono il conto, Bartolomeo trovò che era troppo caro avendo mangiato così male, poi fu tutto contento di accompagnare Bodoni a casa per non passare dalla propria.

Il teatro fu egualmente affollato, la Patti una Rosina inimitabile, una cantante anche più perfetta.

Siccome la maggior parte del pubblico l'aveva già veduta nelle parti di Violetta, la sua trasformazione parve ed era veramente un miracolo; l'ovazione salì di scena in scena, piovvero i fiori, tutti i complimenti che una folla in delirio può tributare a un idolo. Bartolomeo piangeva, ma erano lagrime d'allegria. A rovescio delle predizioni di Bodoni, la malizia di Rosina gli riusciva più grata del sentimentalismodi Margherita. Niccolini fu un Lindoro come era stato un Alfredo, Moriami invece il più bel barbiere di Siviglia. Alle emozioni terribili della sera innanzi successero le emozioni gaie, il solletico sensuale della commedia più bella, forse l'unica che si conosca nell'arte. La Patti sfoggiò tutte le risorse del mestiere, fu un organetto come sua sorella Carlotta, un usignolo, una capinera, un'equilibrista, che si dondolava sopra il filo d'una nota, e l'attenuava all'infinito senza romperla. La sera innanzi aveva trionfato lo stile, quella sera signoreggiava il metodo, prima il sublime dell'arte nel canto, poi il sublime della natura nella voce.

Durante lo spettacolo Bartolomeo, che si era dimenticato di essere sotto gli occhi dell'Adelaide, fu di una ilarità clamorosa, cercando inutilmente di ottenere una seconda occhiata dalla Patti, mentre svolazzava col suo gramurrino di farfalla sui lumi della ribalta. Poi, quando il telone si abbassò all'ultimo atto, egli fu dei primi ad applaudire cacciando addirittura le mani sul palcoscenico. Il suo faccione imporporato dallo sforzo e la sua statura gli avrebbero in tutt'altra occasione attirato gli occhi del pubblico, ma l'emozione dell'ultimo addio alla grande artista e la confusione di tutta l'orchestra non lo permise. La Patti tornò chi sa quante volte a salutare, duecento mani parevano volerle brancicare la veste; ed ella tornò ancora, ricevette sulla fronte tutto l'anelito di quel saluto, aprì i raggi di tutte quelle occhiate, strisciò come un sogno su tutte quelle fantasie, battè come un palpito in tutti quei cuori, si chinò, si rizzò nel suo sottanino di libellula, coi suoi occhi d'Andalusa, col suo corpo d'uccellino, sopra i suoi stinchi di mosca, col suo prestigio diartista, colla sua magìa di cantante, balenò, oscillò, disparve.

Il telone la celava forse per sempre agli occhi dei bolognesi.

Quella sera i suonatori si dispersero col pubblico, e Bartolomeo rimase solo. Attese mezz'ora nella bottiglieria, poi dovette andarsi a casa. La casa gli parve deserta, sulla tavola non trovò la candela coi zolfini, nella camera dell'Adelaide non si udiva rumore. Nullameno era rientrata. Tutto il suo buon umore sparì: la cucina abbandonata aveva un aspetto desolante, non vi erano legne nell'angolo, mancava l'acqua nei secchi. Perse qualche minuto in questa analisi, poi vergognandosi di potere essere sospettato dall'altra stanza, prese l'ordinaria risoluzione contro la tristezza, e si mise a letto.

Il pensiero della Patti lo riassalì nuovamente. Una a una si ricordò le moine del suo gesto, le carezze della sua voce, le sue malizie procaci di Rosina nelle scene col vecchio o negli incontri con Lindoro, e un fremito sottile gli passava fra la pelle e le lenzuola, dove aveva dormito l'Adelaide. Bartolomeo avendo trovato il letto disfatto, come al mattino nell'uscire di casa, si era coricato dall'altro lato. Quindi le memorie di tutta la sua vita povera e modesta s'illuminarono come ai bagliori di un gran sogno, nel quale era solo colla Patti. Finalmente poteva alla propria volta essere come tutti i principi e farle la corte. Per loro tutte le porte erano sempre aperte, avevano dei brillanti da offrire, dei grossi titoli, e quella disinvoltura da gran signori, la sola, che anche vincendo l'indomani una cinquina al lotto, egli non potrebbe mai sperare. Per lui non c'era nulla. Povero suonatore di fila, accettato raramente al Comunale,vivendo delle proprie economie, non aveva che il diritto di sognare; miserabile diritto, che aumentava la forza del desiderio e il rammarico della impotenza. Nullameno si cacciava voluttuosamente in quel sogno. La Patti gli pareva la donnina più adorabile, per lui che aveva il gusto delle donnine da tenere sulle ginocchia. Steso sul letto, la pancia in aria, la testa ravvoltolata in un vecchio folardo, guardava con due grandi occhi spalancati nella tenebra la magìa della propria visione. Aveva caldo, la faccia gli scottava. Colle mani brancicanti sotto le coperte, e un prurito per tutte le vene, si veniva accarezzando il ventre come nell'intima e indefinibile voluttà di premerlo sopra una donna e di sentirla schiacciarvisi sotto. Se la Patti fosse stata seco in quel punto l'avrebbe forse soffocata per farle sentire tutta la propria forza. Poi chiudeva gli occhi, il sogno cresceva. La scena arrivava al punto, nel quale le commedie fanno calare il telone e i romanzi di una volta mettevano i puntini, ma sul quale si ostinava come al punto migliore agitando la testa sul cuscino. E un riso di contentezza gli restava sulle labbra di essere così felice, senza che il pubblico potesse nemmeno sospettarlo, con quella donna, difesa dalla etichetta di tutte le aristocrazie, e che era allora nel suo letto, di Bartolomeo, il quale la chiamava semplicemente Adelina, un nomignolo più breve di Adelaide ed infinitamente più vezzoso.

D'un tratto si sorprese a ripeterlo con voce alta; allora si scosse e si volse sopra un fianco.

Il sogno si alterò, si confuse, finchè svanì in un altro e si sciolse.

Ma la mattina sentì più acutamente la necessità di una spiegazione con Adelaide.

Sebbene l'avesse già osservato la sera nel coricarsi, il disordine della camera gli fece male; il portacatino era ancora presso la finestra pieno di acqua sudicia, la tovaglia gettata sul comò, il letto disfatto anche dall'altra parte. Una tale confusione nella propria vita e nelle proprie cose non se la ricordava. Fece la grande risoluzione. Così come si trovava, udendo l'Adelaide in cucina, uscì di camera. Non aveva che i calzoni con le tracolle e i piedi dentro due ciabatte tagliate da lui stesso colle forbici in due stivaletti vecchi. L'Adelaide accennò di ritirarsi, ma egli la trattenne:

— Adelaide!

— Che cosa volete?

— Sei stizzita?

— Che cosa ve n'importa? — E aveva già la maniglia della propria porta in mano.

La cocoma del caffè fumava sul fornello.

— Ma aspetta almeno di fare il caffè.

— Quando sarà fatto tornerò — e disparve.

Egli rimase come un palo. Cominciava a perdere la testa. Se aveva compreso lo sdegno dell'Adelaide la prima sera, mezzo giustificato dalla mancia perduta e dalla sua vanità offesa di grande cameriera, non capiva l'ostinazione contro di lui, che alla fin fine non c'entrava nè punto nè poco. L'Adelaide lo sospettava dunque di qualche cos'altro? Era gelosa del suo entusiasmo per la Patti, entusiasmo sincero, che egli non aveva avuto mai per nessuna donna?

Finì di vestirsi ed entrò in cucina. Ella non tornava, allora convenne a lui di ritirare la cocoma, che schiumava sul fornello, ed attese inutilmente. Quindi con malizia di ragazzo pensò di tornare nellapropria camera e di spiare l'Adelaide, quando verrebbe a prendere il caffè. Vi riuscì. Ella era seria.

— Ma che cos'hai contro di me? — conchiuse finalmente, non riuscendo a finire l'esordio.

— Io! nulla.

— Allora?

— Allora?

— Io non capisco più.

— Già gl'innamorati...

Bartolomeo tremò, nullameno si affrettò a negare.

— La Patti vi ha stregato, me ne sono accorta, non importa che facciate degli sforzi per negarlo, perchè anche l'altra sera me ne avvidi alle prime parole. Cosa volete farvene di una povera corista come me dopo una prima donna come lei? Avete ragione: tutto il pubblico dalla vostra parte. Io non sono mai stata una prima donna. Zitto! — esclamò vedendo che voleva interromperla... — Che cosa vuol dire? che ritorniamo come prima: voi non avete mai sentito nulla per me, e se io non posso dire altrettanto per voi — aggiunse con un tremito nella voce — la colpa sarà tutta mia. Delle sciocchezze al mondo ne facciamo tutti: benedetto chi non le paga. Lasciate stare; qui le parole sono di più, ci siamo capiti. Voi avete delle pretese, che io non posso soddisfare: se lo sapessi, non sarei costretta a menare la vita che meno. Dunque voi farete a modo vostro come avete sempre fatto, e se non mi volete più vedere in cucina, ditemelo.

— Ma io...

— Non siete voi il padrone?

— Andate là, andate là...

Ella afferrò la cocoma, e gli volse le spalle con quel gesto di bonomia rassegnata, che fa tanta impressione in certi momenti.

Bartolomeo rimase prostrato. Al caffè trovò i soliti avventori che parlavano della Patti leggendo gli addii dei giornali: uno propose di andare alla stazione per vederla, che ci sarebbe chi sa quanta gente, ma il cameriere bene informato assicurò che era partita per Roma colla corsa delle otto. I discorsi seguitarono su quel tema, poi gli avventori si dispersero ognuno dal proprio canto. Bartolomeo rimase solo. Era una giornata umida di primavera. Egli si avviò a testa bassa sotto i portici meditando sul proprio caso, ma non aveva fatto cento passi che se lo era scordato entro la tristezza del tempo. Quindi tornò alla Patti e, soffrendo per causa sua, entrò poco a poco nel carattere dell'innamorato. Mentre ella seguitava la strada dei trionfi, egli più povero ed abbandonato di prima cominciava a morire in quella giornata senza sole, umida e solitaria. Non sapeva nè dove stare, nè dove andare. Le gambe lo portavano ai giardini, ma non sarebbe possibile rimanervi: i nuvoloni crescevano in cielo. Si rimise a riflettere sul celibato impostogli per una metà dalla sua posizione sempre troppo incerta e per l'altra dall'avarizia dell'egoismo, che lo lusingava di vivere sempre colla medesima forza. Adesso egli non apparteneva a nessuno, non poteva attaccarsi a nessuno. I suoi amici di una volta erano già tutti vecchi ed accasati; i giovani li vedeva qualche sera dopo il teatro, e ridevano; ma se domani si fosse ammalato non avrebbe ricevuto una visita, non avrebbe avuto una mano per curarlo. Ebbe paura. I giardini erano bruni e deserti, qualche monello sfuggito di bottega o di scuola, o qualche altro abbandonato come Bartolomeo vi vagolavano: i giardinieri erano scarsi e non zufolavano come al solito. Sedendosi sopra uno dei sedili artificialidi gesso, gli sembrò che fosse bagnato. IlBrunettiresterebbe chiuso forse per una settimana; dove passare la sera? Allora sentendosi cadere addosso i brividi delle fronde intirizzite, pensò per la centesima volta alla Patti. L'eco solo del suo nome pronunciato a bassa voce lo riscuoteva. Si scaldò un istante alla sua visione, poi rincantucciandosi in un angolo di quella vita, che riempiva tutto un mondo, si compiacque a seguirne il pellegrinaggio imperiale. Almeno ella era felice. Gli pareva di essere diventato come del suo seguito, un fagotto di quei moltissimi, che si portava sempre dietro, e sui quali chi sa quante volte chinava la testa per dormire. Rimase molte ore nel giardino, cercando d'incontrarsi in qualcuno; quindi tornò in città, annasò ancora in qualche caffè e, non imbattendosi in anima viva, pensò di andare a pranzo. In tanta ruina il suo stomaco era ancora intatto. Sciaguratamente tornò alla trattoria del giorno innanzi, dove il cameriere lo accolse colle solite chiacchiere; il pranzo gli parve detestabile: la sera per disperazione egli, che abbominava il teatro come suonatore d'orchestra, andò al Corso. I discorsi della Patti lo seguivano dappertutto, l'aria pareva vibrare ancora delle sue note. Lo spettacolo, una commedia, gli sembrò incomprensibile; quando la gente se ne andò, uscì macchinalmente egli pure. Per istrada incontrò Bodoni col paletot di crema, che salutandolo senza fermarsi gli ravvivò tutti i pensieri del mattino sulla miseria dell'isolamento. Dovette andarsi a casa; qui lo aspettava un secondo stringimento di cuore. La cucina era assettata, la sua camera era tornata al solito aspetto di ordine e di decenza, rifatto il letto, chiusi i cassetti del comò, le scarpe lustrate sul baule, il portacatino colla brocca pieno d'acquaal suo posto; ma l'Adelaide non c'era. Se ci fosse stata e avesse solamente aperto bocca sarebbe scoppiato a piangere come un bambino. Invece si coricò e per colmo di stranezza, egli, che non l'aveva mai fatto per riguardo alle lenzuola, caricò ed accese la magnifica pipa. E allora col caldo del letto e col fumo del tabacco, le due voluttà, che maggiormente li attirano, i sogni della Patti tornarono a riempirgli la camera. Nell'altra Adelaide dormiva pacificamente.


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