Capitolo Decimo.— La crisi delle alleanze e degli accordi.La politica estera dei successori di Crispi dal 1891 al 1893. — Conseguenze immediate dell'inerzia italiana negli affari d'Oriente avvertite dal Blanc. — Germania e Austria desiderano il ritorno di Crispi al governo. — Colloqui di Crispi con gli ambasciatori di Germania e d'Austria-Ungheria. — I torbidi interni del 1893-94 deprimono il credito dell'Italia all'estero. — Guglielmo II e Crispi. — Motivi del ritiro di Caprivi dalla Cancelleria germanica. — Nomina di Hohenlohe. — Favorevoli disposizioni di Guglielmo II verso l'Italia. — Crispi e il dissidio anglo-germanico pel Transvaal. — L'Italia nella politica internazionale al principio del 1896. — La crisi delle alleanze e degli accordi. — I tentativi per ristabilire le antiche intelligenze con l'Inghilterra falliscono. — Dal Diario di Crispi. — Necessità di estendere i patti della Triplice alla protezione degl'interessi italiani nel Mediterraneo e in Oriente. — Energiche rimostranze di Crispi. — L'imperatore di Germania annunzia un suo viaggio in Italia per conferire con Crispi, ma questi prima della venuta dell'imperatore deve abbandonare il governo.Abbiamo notato in questo stesso volume che quando riprese le redini del Governo, Crispi trovò tutta mutata la posizione dell'Italia in Europa. La Triplice era stata rinnovata, ma era tornata ad essere come nel primo periodo, dal 1882 al 1887, un legame oneroso; e gli accordi speciali con l'Inghilterra e con l'Austria-Ungheria, che formavano il complemento della Triplice, erano caduti nel nulla.Sia perchè mancasse ai successori di Francesco Crispi l'elemento prezioso dell'autorità personale, sia perchè la loro azione fosse pregiudicata da dichiarazioni pubbliche accennanti a preferenze per un diverso orientamento della politica italiana, l'edificio innalzato con tante fatiche crollò. Germania e Austria cominciarono [pg!258] a guardarci con diffidenza; — la Francia, tra le proteste di amicizia a lei e il mantenimento dell'alleanza con le Potenze centrali, non vide chiaro e continuò le sue ostilità; — l'Inghilterra, convintasi della nostra incostanza e debolezza, accentuò la sua tendenza a intendersi a tutti i costi con la sua antica nemica, la Francia. Cosicchè si andò formando questa situazione: le nostre alleanze ci garentivano l'integrità territoriale, ma ci attiravano nello stesso tempo tutti i danni della guerra tenace che i francesi, sapendoci indifesi, ci facevano dovunque; e inoltre eravamo tenuti in disparte dalle combinazioni della grande politica europea.Uno dei nostri migliori diplomatici, il barone A. Blanc, che fu ministro degli affari esteri nel secondo ministero Crispi, aveva veduto subito nel 1891, dall'osservatorio importantissimo che era allora Costantinopoli, i danni del nuovo indirizzo e li aveva segnalati:«Terapia, 30 giugno 1891..... Non si può più dissimulare al pubblico, il quale qui incomincia a scandalizzarsi dell'impotenza della diplomazia anche per la protezione dei nazionali esteri, che, distruttosi il concerto europeo, del che le ambasciate di Russia e di Francia accusano le potenze alleate, non vi fu sostituita la preponderanza effettiva di queste ultime, onde anarchia in un governo che senza ingerenza europea non può compiere i suoi obblighi interni ed internazionali. Il Sultano non crede il gruppo anglo-austro-italiano capace d'una vera e seria azione solidale; è convinto non potersi più riunire gli ambasciatori in conferenze; li oppone, più che non potè far mai pel passato, l'uno all'altro, sfidandoli, finchè osa, tutti.I ministri ed il Palazzo in piena balìa di finanzieri, il Sultano che investe personalmente in Inghilterra ed in America quanti più capitali può, aspettano la preveduta fine; ed il Sovrano diceva testè ad un suo famigliare: «Che direste se accettassi la protezione russa?» Per ciò militarmente il Bosforo è aperto alla Russia e i Dardanelli sono chiusi a noi. Non vi sarebbe resistenza armata nè reazione di popolo contro la Russia, se questa sbarcasse una divisione a tre ore dalla capitale. Sarebbero allora in tempo le squadre inglesi o le squadre [pg!259] alleate a rinnovare la dimostrazione fatta nel 1878 a Santo Stefano? Non è probabile. O può dirsi che una volta a Costantinopoli la Russia sarebbe in una trappola, in condizioni insostenibili? Al punto di vista militare e navale, può darsi: al punto di vista politico, da nessuno, neppure dagli uomini di Stato bulgari si nega che intorno a Bisanzio, restituita alla ortodossia, tutti gli Slavi dei Balcani saranno trascinati da irresistibile impulso, come nel 1861 tutti gli Italiani si unirono al grido di Roma capitale. Che avverrà allora dell'ideale nostro delle autonomie, la cui unica guarentigia sarebbe stata la preponderanza politica e navale dell'Inghilterra e dell'Italia sui porti della Turchia europea? Che avverrà allora della teoria germanica dell'inorientazione dell'Austria-Ungheria? e della possibilità di soddisfazioni, a meno d'un'altra gran guerra, nell'interesse anglo-italiano d'equilibrio nel Mediterraneo? Non è forse abbastanza valutato dalla Germania e dall'Austria-Ungheria il fatto che in certi momenti la presenza d'un principe di loro fiducia a capo di tale o tal altro Stato balcanico non è punto sufficiente ad impedire rivolgimenti di volontà popolare? Basti ricordare come trionfò la causa della riunione della Rumelia orientale, tanto avversata e temuta a Vienna e a Berlino, per dimostrare che, anche in Oriente, si deve pur tener conto delle tendenze dei popoli.Questa regia ambasciata s'inspirò fin dal 1887 al convincimento che a tale situazione è pericoloso applicare la massimainertia sapientia; che la pace e lostatu-quolegale non sospendono il corso della evoluzione delle nazioni; che in piena pace, in pieno regime d'alleanze, se l'Egitto diventò inglese e se il versante sud dei Balcani diventò bulgaro, più facilmente ancora possono stabilirsi nel Mediterraneo nuove condizioni propizie o contrarie agli essenziali interessi italiani; che il programma di pace essendo per sè negativo, non si doveva esporre l'Italia a non vedere più altri scopi positivi per l'alleanza se non quelli odiosi che le attribuiscono i nostri avversari, cioè un appoggio cercato all'estero per le istituzioni monarchiche, o un pegno preso sulla eredità d'una Francia minacciata di smembramento; e che in conclusione, perchè l'alleanza diventasse popolare e proficua, e fosse nella coscienza italiana non un espediente necessario [pg!260] alla sicurezza, ma una base di fruttuosa operosità, dovessimo, dopo aver rifiutato disgraziatamente quel primo premio dell'alleanza che era l'Egitto, rifarci almeno con una legittima influenza in Oriente, fondata sopra un liberale sviluppo di autonomie nella penisola balcanica e sopra la preponderanza navale e politica delle quattro potenze sugli scali del Levante.Perciò quest'ambasciata proponeva nel 1887 quelle intelligenze che furono adottate senz'altro a Vienna e a Londra. Queste, che i miei colleghi amici chiamarono il patto fondamentale della nuova politica europea in Oriente, e che sir W. White diceva segnare una data storica, colla quale si poneva termine al secolo di guerra caratterizzato dagli spartimenti della Polonia e della Turchia; questo punto di partenza d'una nuova êra d'influenza, consentitaci in Oriente, ove col fatto si decide la questione se una potenza sia grande o piccola, dall'Inghilterra o dall'Austria-Ungheria, ambedue allora per ragioni diverse disposte ad appoggiarci per ingerenze per noi più naturali e più facili, a favore delle autonomie e della libertà degli stretti; questo programma, infine, la cui pratica attuazione, studiata in ogni particolare, ci avrebbe costato assai meno oro e meno forza della nostra politica militare nel mar Rosso, è desso rimasto finalmente lettera morta! Fin dal 1888 i miei colleghi dichiaravano non spettar più all'iniziativa di essi e mia qui, bensì a diretti concerti tra i gabinetti, la pacifica ma efficace attuazione di quelle intelligenze. Havvi luogo ancora di sperare che intervengano simili concetti, estesi, cioè, ad altri interessi pacifici nel Mediterraneo, oltre a quelli della sicurezza delle nostre coste!Succede ora un fatto capitale, che fu appena avvertito in Italia, il riparto virtuale dell'Africa tra l'Inghilterra, Germania e Francia, le quali sole si inoltrano verso i decisivi punti centrali, ove fra le sorgenti dei grandi fiumi verrà decisa un giorno la preponderanza sul continente nero, — mentre la Tripolitania senza l'hinterlandnon è più, per le relazioni che a noi premono tra il Mediterraneo e l'Africa, che quasi unnon valore, secondo l'espressione del signor di Radovitz. Mentre durano la pace e l'apparentestatu quo, sipario calato davanti agli spettatori, velo protettore dietro il quale altri opera mutamenti di scena d'importanza mondiale, vedremo [pg!261] noi troppo tardi verificarsi qui altre trasformazioni per noi non meno gravi, di cui forse oggidì i preludi passano dalla nostra diplomazia inosservati?»....«Costantinopoli, 2 settembre 1891.Il 26 luglio informavo Vostra Eccellenza che questo incaricato d'affari d'Inghilterra aveva, d'ordine delForeign Office, avvisato la Porta che le condizioni dell'isola di Candia vanno peggiorando pei numerosi misfatti; al punto da far temere che ne approfitti a scopi politici chi è interessato a fomentare una nuova insurrezione nell'Isola.Il 20 agosto sir W. White, tornato da una breve escursione in Germania, aveva con me un colloquio particolare nel quale egli mi faceva prevedere che mi avrebbe diretto prossimamente una comunicazione sugli affari cretesi in seguito ad «uno scambio d'idee avvenuto tra i gabinetti di Londra e di Parigi». Egli era in possesso della relativa corrispondenza, piuttosto voluminosa, tra lord Salisbury ed il signor Ribot, non conosciuta dai nostri rappresentanti a Parigi e a Londra. Il 23 agosto sir W. White parlò pure al signor di Radovitz di una comunicazione che gli avrebbe fra breve fatta circa le cose di Candia, ma senza spiegarsi, che io sappia, altrimenti.Per altro Vostra Eccellenza mi segnalava il 22 agosto la coincidenza, che non le sembrava fortuita, tra l'annunzio a noi fatto dal signor de Giers con dimostrazioni di fiducia, che la Russia intende insistere presso la Porta per provvedimenti acconci alle condizioni aggravate di Candia, e una domanda fatta al regio Ministero da codesto Incaricato d'affari di Grecia, se cioè l'Italia sarebbe disposta ad associarsi alle rimostranze di alcune grandi potenze al Governo ottomano circa i casi di Candia, anche quando Austria e Germania non vi prendessero parte. Il rappresentante ellenico a Roma rinnovava l'invito il 26 agosto, chiedendo più precisamente a Vostra Eccellenza se l'Italia avrebbe voluto associarsi non solo alla Russia, che ce n'aveva avvisati, ma alla Francia e all'Inghilterra, che verso di noi mantenevano il silenzio, per ottenere un migliore Governo per Candia.Vostra Eccellenza avendomi pregato il 28 agosto, in [pg!262] base a tali comunicazioni della Russia e della Grecia, di assumere informazioni circa la notizia pervenutale «da altra parte» che l'Inghilterra, d'accordo colla Francia ecoll'Austria-Ungheria, aveva fatto passi presso la Porta a favore di Candia, Le risposi ricordando che già il 26 luglio precedente io aveva riferito a Vostra Eccellenza come l'Inghilterra avesse fatto presso la Porta il passo che ho accennato di nuovo più sopra, e non altro passo qualsiasi. Prima e dopo di quelle date, il mio collega d'Austria-Ungheria non ha comunicato alla Porta, mi dice egli, se non, come al solito, le informazioni dei consoli locali austro-ungarici sulle cose cretesi; anch'egli per altro aveva ricevuto l'annunzio da sir W. White d'una prossima comunicazione sulle cose di Candia, e dopo ciò sir W. White si era limitato, aggiungevami il barone di Calice, a colloqui confidenziali coi soli ambasciatori di Francia e di Germania. Così l'Austria-Ungheria dimostrava a noi essere rimasta estranea a tutto il negoziato, cosa degna di nota dopo le circostanze segnalate nel mio rapporto del 30 giugno scorso, indicanti una diminuzione di fiducia dei gabinetti di Londra e di Vienna verso la politica italiana.Trovandomi il 28 a sera all'ambasciata d'Inghilterra, sir W. White mi disse avere aspettato l'occasione d'incontrarmi per notificarmi il risultato delle sue conferenze col collega di Francia. Egli aveva avuto, in conformità d'istruzioni del suo Governo, un ultimo colloquio col conte di Montebello sulle presenti condizioni di Candia, la quale da recenti rapporti dei consoli inglesi e francesi risultava un poco più tranquilla. Nè egli, nè il conte di Montebello si erano trovati in grado di proporre alcun passo che non si riducesse ad ufficiose osservazioni alla Porta nel senso di conservare la pace e l'ordine dell'isola. Il conte di Montebello avevagli dichiarato non essere propenso ad alcuna ufficiale osservazione alla Porta, disposizione questa nella quale sir W. White conveniva pienamente. Quanto precede era stato portato a cognizione di lord Salisbury. Sir W. White mi disse inoltre che per conto suo non avrebbe fatto, salvo ordine del suo Governo, alcun passo formale dopo quello già fatto, come le avevo riferito il 26 luglio, e aggiunse non poter prevedere se questi rappresentanti di Francia e Austria-Ungheria avranno istruzioni per analoghi [pg!263] passi più o meno confidenziali, ma ritenere che ad ogni modo risulteranno passi isolati; non esservi luogo a concerti tra i rappresentanti in Costantinopoli, ogni concerto al riguardo, non potendo e non dovendo stabilirsi se non direttamente tra i gabinetti stessi. Tutto ciò mi parve nuovo sintomo dell'isolamento, conseguenza di anteriori divergenze di indirizzo dell'Italia rispetto all'Inghilterra e all'Austria-Ungheria, isolamento del quale volta per volta, ed ultimamente col mio rapporto del 30 giugno, era stato mio dovere segnalare le origini.Il 29 agosto, ulteriori mie informazioni mi davano certezza che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, anzichè rimanere inoperosa quando l'incaricato d'affari d'Inghilterra faceva il suaccennato passo, aveva, nelle sue comunicazioni al Gran Visir, dimostrato preoccupazioni perchè si fosse sguarnito Candia di truppe, e desiderii perchè venissero rimosse le cagioni di complicazioni provenienti da disordini nell'Isola; ed il signor di Radovitz mi confermò poi avere il barone di Calice tenuto un tale linguaggio «in espresso appoggio» al passo formale dato dall'incaricato d'affari d'Inghilterra. Ne emergono due conclusioni per noi: in primo luogo, la conferma delle notizie giunte all'Eccellenza Vostra di intelligenze dell'Inghilterra non solo colla Francia, ma coll'Austria-Ungheria per Candia, senza partecipazione al regio Governo; in secondo luogo, la conformità del linguaggio del barone di Calice con quello del signor de Giers, il quale, secondochè fu telegrafato a Vostra Eccellenza da Pietroburgo, si dimostrava preoccupato perchè il Governo ottomano continuava a sguarnire Candia di truppe per portarle allo Yemen ove la situazione si fa più critica, il Governo russo cercando di rimuovere ogni cagione di complicazione internazionale circa Candia.Così risultava ad evidenza che le due potenze alle quali ci eravamo legati con speciali intelligenze di massima per interessi comuni nel Mediterraneo, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria, si occupavano, insieme ai gabinetti di Russia e di Francia, e senza che Vostra Eccellenza ne avesse notizia se non da Pietroburgo e da Atene, delle cose di Candia.In questo corpo diplomatico si spiegava ciò col fatto che in seguito a conferenze avute dal signor Tricoupis a Sofia, il Re di Grecia avesse ottenuto dai gabinetti [pg!264] di Londra e di Parigi, notoriamente ravvicinatisi nei negoziati che precedettero la visita della squadra francese a Portsmouth, un qualche compenso in Candia ai progressi dei Bulgari in Macedonia; l'Inghilterra era supposta non aliena dal favorire la concessione ai Candioti d'un governatore cristiano personalmente grato alla Francia, la quale così avrebbe desistito dal premere per lo sgombro dell'Egitto; l'Austria-Ungheria poi era evidentemente desiderosa ad un tempo di evitare ogni passo collettivo che ponesse, come desideravano i Greci, la questione di Candia davanti all'Europa, e di apparire ciò nullameno per conto proprio facilitare ai Greci il vantaggio di un'influenza francese in Creta, vantaggio anche per gli interessi austro-ungarici, poichè diventava così meno esclusiva la preponderanza russa in Atene, aggiungendovisi la francese.Intanto mi giungeva inaspettatamente una lettera del signor di Radovitz dalla quale emerge che, secondo il mio collega di Germania, l'Italia potesse disinteressarsi insieme alla Germania dai negoziati iniziati dalle altre grandi potenze circa Candia. Vi era una tale coincidenza tra l'invito di lui a non unire l'Italia ai passi dell'Inghilterra e dell'Austria-Ungheria in una questione pur mediterranea, e le ripetute dichiarazioni di sir W. White a me e al barone di Calice non avere più pratico valore le intelligenze stabilite fra i tre gabinetti nel 1887, che non esitai ad alludere a tal punto delicato nella mia risposta al signor di Radovitz a proposito di lui evidente tentativo d'isolare l'Italia nella questione di Candia, della quale sole Russia e Grecia avevano fatto parola a Roma.Sir W. White passò nell'ambasciata di Germania la serata del 29, quando già il signor di Radovitz aveva in mano detta mia lettera; e venne da me l'indomani mattina, a dirmi che credeva non esservi nulla da fare per ora circa Candia. Io gli esternai il desiderio di tenermi in ogni caso in intima relazione come per il passato con lui e con il collega d'Austria-Ungheria, a scopi comuni. Egli mi rispose non esservi base a concerti in tre in tali questioni. Io m'ispirai allora al rapporto del conte Nigra del 4 agosto, e dissi a sir W. White che il conte Kálnoky, secondo le mie informazioni, continuava a credere che le intelligenze prese nel 1887 coll'Inghilterra [pg!265] non solo debbono essere considerate in pieno vigore, ma costituiscono una base preziosa ed importante dell'azione eventuale delle tre potenze alleate in Oriente. Sir W. White mi domandò se il conte Kálnoky avesse fatto qualche speciale allusione all'una o all'altra delle tante questioni che in Oriente sono criterio di una voluta e sincera comunanza d'interessi ed intenti, la quale, se manifestatasi nelle opere della pace, può tanto meglio poi esternarsi negli eventuali periodi d'azione. Replicai io non avere mai cessato dal segnalare non solo al mio governo, ma ai colleghi d'Austria-Ungheria e di Germania, le occasioni ed i mezzi di pacifica ed effettiva attuazione, per parte delle tre potenze mediterranee amiche, del convenuto scopo di benefica ed operosa preponderanza nostra comune; ma che delle tante questioni presentatesi, economiche, religiose, o puramente politiche, nelle quali antiche divergenze tra l'Italia e Austria-Ungheria erano da togliersi di mezzo, ignoravo se alcuna fosse stata trattata col conte Kálnoky, il quale menzionava soltanto l'interesse della consolidazione del principe Ferdinando, argomento sul quale in verità le tre potenze, come le tre ambasciate, non hanno per un momento mancato di dimostrare la più completa e favorevole comunanza d'apprezzamento. Ma ad ogni modo, osservai io a sir W. White, le anteriori asserzioni di lui stesso al barone di Calice e a me circa la caducità delle intelligenze tra l'Italia, Inghilterra ed Austria-Ungheria per le cose d'Oriente erano ritenute dal conte Kálnoky non conformi alla realtà delle cose. Sir W. White mi replicò dubitare che il conte Kálnoky avesse attualmente confermato le intelligenze del 1887 quali vigenti ed esecutorie; mi narrò aver egli, in una recente sua conversazione col conte Kálnoky, chiamatane l'attenzione sui pericoli per la conservazione dellostatu quoin Oriente del sistema di doppio governo vigente qui, ove la Porta impotente è incaricata d'intrattenere le volontarie illusioni delle potenze alleate, mentre il solo vero potere è nel Palazzo, ostile alle potenze stesse; nè avergli taciuto il suo pensiero, essere funesto il sistema della diplomazia austro-ungherese di assicurare l'impunità al Sultano e lusingarne l'arbitrario a scopi di apparente influenza, ed a detrimento dei più essenziali interessi comuni delle potenze amiche in Oriente. [pg!266]Tali gravi affermazioni dell'ambasciata d'Inghilterra, alle quali egli aggiungeva, all'indirizzo della politica italiana, altri rimproveri, sui quali la mia precedente corrispondenza mi dispensa dal ritornare, traevano per me chiaro significato da amichevoli sue confidenze relative a quella questione di Macedonia che, inseparabile per la Grecia dalla questione di Candia, è tuttora il nodo delle difficoltà balcaniche. Sir W. White deplorava che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, approfittando degli intrighi turco-russi del Palazzo contro lo sviluppo degli interessi anche commerciali e ferroviari inglesi ed italiani nella penisola balcanica, continuasse in Turchia la politica di esclusivismo economico che le era mal riuscita in Rumenia ed in Serbia; che a Vienna si fosse osteggiata la riforma del Consiglio del debito ottomano e della banca ottomana, istrumenti di monopolio politico-finanziario avverso all'Inghilterra e all'Italia; favorito in Macedonia i Serbi quando Re Milano era sul trono, i Bulgari solo dopo che il principe Ferdinando venne a Sofia; sostenuto il principio francese e russo delle protezioni religiose a pro di protezioni austro-ungheresi sui cattolici dei Balcani, contrariamente al principio anglo-italo-tedesco delle protezioni di ciascuno sui propri nazionali; rifiutato di ammettere passi collettivi presso la Porta contro il brigantaggio sulle ferrovie ottomane sottoposte alla protezione austro-ungherese fino a Costantinopoli ed a Salonicco; dimostrato inquietudini ad ogni comparsa di squadre inglesi od italiane a Salonicco o a Smirne; ammesso la teoria russa per il passaggio di truppe russe nel Bosforo; evitato ogni adesione ai reclami inglesi e italiani contro la complicità del Palazzo col brigantaggio e contro la spoliazione sistematica dei rispettivi nazionali a beneficio della lista civile, abusi coperti dalla incondizionata protezione accordata dall'Austria-Ungheria al Sultano.Pure malgrado tanti gravami, osservai io, l'Inghilterra aveva negoziato coll'Austria-Ungheria per l'attuale situazione di Candia, e coll'Italia no. Eravamo dunque in presenza di qualche nuova combinazione a nostro danno, come nel Congresso di Berlino? Sir W. White non rispose.Anche il mio collega di Germania, come per dimostrarmi al pari di sir W. White non essere diminuita la [pg!267] nostra reciproca fiducia personale, si recò da me il 31 agosto ed intavolò francamente la conversazione sul grave argomento delle scosse intelligenze fra gli alleati in quanto all'Oriente. Sorvolando sulle divergenze verificatesi fra i gabinetti di Roma e di Berlino circa gli affari di Candia ed alludendo a disposizioni che negli ultimi tempi si erano, secondo il signor di Radovitz, dimostrate a Roma a favore della Russia, disse non potersi sperar nulla dal collega di Austria-Ungheria ormai per gli interessi politici ed i diritti privati compromessi dallacurée finaleche si fa in Palazzo degli ultimi elementi di vitalità dell'impero ottomano; il barone di Calice considerare successo bastante alla propria situazione l'aver fatto prevalere nel recente incidente di Uskub il principio di protezione religiosa non ammesso nè dalla Germania, nè dall'Italia, nè dall'Inghilterra; non potersi sperare il concorso del delegato austro-ungarico al disegno di eliminare dal debito ottomano il noto sindacato speculatore; perfino riguardo al brigantaggio, che assume nella Turchia la stessa indole politica che in Creta, avere egli, Radovitz, quale decano, in assenza del barone di Calice, chiesto al suo Governo l'autorizzazione di riunire i rappresentanti delle grandi potenze per deliberare circa i passi da farsi presso la Porta a beneficio anche dei sudditi di potenze minori, ma essersi il gabinetto di Vienna opposto a qualsiasi collettività anche ristretta in proposito. Passando alla quistione di Candia il signor di Radovitz mi confidò che le istruzioni di lord Salisbury a sir W. White ordinavano a quest'ultimo non solo di conferire col conte di Montebello ma «di trovar modo di porsi d'accordo con lui», lo che produsse in essi, Radovitz e White, profonda sorpresa e preoccupazione. Le mire delle rispettive potenze essere così apparse tanto oscure che il signor di Nelidow, sospettoso contro le tendenze francesi ad accordarsi coll'Inghilterra, aveva consigliato al suo collega di Francia a non spingere più oltre il negoziato. In conclusione il mio collega di Germania aggiunse che la questione di Candia sarebbe risorta fra breve, ma che per ora era meglio lasciarla cadere. E questa conclusione è concorde col telegramma di Berlino che Vostra Eccellenza mi comunicava iersera.In sostanza, un principio d'accordo franco-inglese [pg!268] avendo avuto luogo per gli affari di Candia quale compenso per l'occupazione dell'Egitto, il regio Ministero venne escluso per volontà dei nostri alleati da tutto il negoziato relativo. Tale fatto è sintomo assai chiaro del ritorno alla situazione del 1884, nella quale l'Italia, per aver sistematicamente agito negli affari d'Egitto in senso contrario allo spirito delle alleanze da essa concertate, vide sciogliersi di fatto il fascio delle alleanze stesse e rimase nell'isolamento. Vengono anche confermate da tale fatto le previsioni espresse nel mio rapporto del 30 giugno, circa la situazione disastrosa per i nostri interessi mediterranei, che risulta per l'Italia dal tornare ad essere lettera morta le intelligenze di massima coll'Inghilterra, programma che io ho pur ordine, finora non revocato, di seguire in Costantinopoli e sul quale non ho cessato di essere in pieno accordo coi miei colleghi d'Inghilterra e di Germania....»Alla fine del 1893 l'inerzia politica dell'Italia aveva già dato tutti i suoi frutti, e non era facile cosa riprendere la posizione perduta e rimuovere le altre potenze dalle nuove combinazioni nelle quali si erano impegnate. Caprivi e Kálnoky, Cancellieri dei due imperi centrali quando Crispi nel 1891 lasciò il governo d'Italia, erano tuttavia in carica e si deve credere che desiderassero il ritorno di lui al potere, poichè mentre Crispi ne sembrava ancora lontano, gli ambasciatori conte Solms e barone De Brück gli recavano messaggi e voti.Il Solms fece visita a Crispi il 13 ottobre 1893. DalDiariopiù volte ricordato riferiamo qualche nota:«L'ambasciatore germanico, dopo qualche accenno sulla politica generale, mi racconta con visibile soddisfazione che l'Imperatore lo aveva invitato a pranzo a Potsdam, e che con lui ragionando delle sue relazioni col Papa, lo aveva incaricato di riferirmi, appena tornato in Roma, che non aveva dimenticato le osservazioni da me fattegli sulla politica pontificia e che non si lascerebbe prendere dal Vaticano.— Il Papa — dissi — è nemico della Triplice perchè questa è un ostacolo al ristabilimento del potere temporale ed assicura a noi il possesso di Roma. [pg!269]— L'Imperatore non lo ignora e sa quello che fa. Avete visto come l'Imperatore si è condotto col principe di Bismarck? In Germania ha fatto magnifica impressione l'offerta che il nostro Sovrano ha fatto al Principe di un Castello imperiale per ristabilirsi in salute. È una riconciliazione tra l'Imperatore e il suo antico Cancelliere che ha davvero consolato il popolo tedesco. E voi che cosa fate? Continuerete con l'attuale ministero? Quale sarà il vostro contegno?— Io? Sono fuori dalla politica militante....— Ma l'Italia non può continuare con un ministero come l'attuale.— Non ho alcun giudizio da emettere. Sto a guardare!»Il De Brück si recò da Crispi il 25 ottobre. Leggiamo nelDiario:«Visita del barone De Brück alle 3.45 pom.Il barone è preoccupato delle condizioni d'Italia. Soggiunge che ne sono preoccupati anche a Vienna....— Bisogna che vi occupiate delle cose del vostro paese. Che volete? Questo linguaggio parrà singolare in bocca di un austriaco, ma tanto più dovete ascoltarlo. Noi abbiamo bisogno che l'Italia sia ben governata e tranquilla; e lo stato attuale c'inquieta.— Me ne duole; ma io non ho che farci. È la disgrazia d'Italia. È il nostro un paese cui manca la continuità nella politica; ed è la ragione per la quale all'estero non abbiamo la dovuta considerazione. Ai tempi di Mancini, non ostante il trattato della Triplice, il Principe di Bismarck non aveva fede in lui. A Berlino ed a Vienna si cominciò ad aver fede nel governo d'Italia con Robilant....— Dite piuttosto con voi. Con Robilant ci fu una fiducia relativa. Con voi a Berlino ed a Vienna non si dubitò mai. E bisogna che ritorniate al potere.— .... Io vengo dalla rivoluzione. Io ero repubblicano, ed accettai la monarchia perchè con essa potevamo acquistare l'unità. Sono stato fedele alla forma di governo che ho adottato, e deputato e ministro non ho mancato ai miei doveri. Il Re avrebbe dovuto comprendere tutto ciò, ed avrebbe dovuto sentire l'importanza della mia [pg!270] devozione.... Se non amassi il mio paese, mi sentirei legittimato a ritirarmi completamente dalla politica....— E fareste male. Voi bisogna che continuiate a servire il Re ed il vostro paese. Io non vedo un uomo che possa giovare all'Italia e servirla come voi; ed il Re lo sa, e più d'una volta me lo ha dichiarato....»Affidando al barone Blanc il ministero degli Affari esteri, Crispi non rinunziò ad avere una diretta ingerenza nella politica estera. Portare nella trattazione delle maggiori questioni internazionali il suo criterio e l'autorità del suo nome era un dovere ch'egli sentiva come presidente del Consiglio, e non avrebbe saputo mancarvi anche perchè la politica estera era stata sempre prediletto oggetto dei suoi studî.Nei primi mesi del 1894 le condizioni interne d'Italia erano così gravi che richiesero tutta la sua attenzione. In Parlamento non vi furono per qualche tempo dissensi; le ambizioni tacevano; tutti i partiti, dominati dal timore, seguivano ansiosamente l'azione di Crispi rapida, energica contro un movimento anarchico che minacciava un caos sociale e politico. Ristabilito l'ordine pubblico, risollevato il morale del paese e restaurata la finanza, Crispi potè, nonostante che cominciassero ad addentarlo le ire di parte, dedicarsi maggiormente alla situazione internazionale.La politica estera dell'Italia non poteva non risentirsi delle difficoltà interne. Dovunque eravamo meno considerati. L'Ambasciatore a Londra, conte Tornielli, scriveva l'8 gennaio 1894:«Le notizie tendenziose della stampa francese, ripercosse nella inglese, l'opera dei pochi corrispondenti speciali di quest'ultima residenti in Italia, cospiravano negli ultimi mesi ad accrescere le prevenzioni e le diffidenze alle quali il mio linguaggio ufficiale e privato non bastava certamente a porre argine. Poche volte Lord Rosebery mi parlò delle nostre difficoltà interne e sempre con quella misura che gli è propria, piuttosto, se ben io ne intesi l'intenzione, per dare a me l'occasione di spiegare o di smentire le altrui esagerazioni. Egli accolse sempre con benevolo interesse le spiegazioni e le smentite mie.»[pg!271]In Germania la fiduciosa amicizia degli anni del primo ministero Crispi, che aveva avuto una manifestazione solenne nel 1889 in occasione del viaggio a Berlino del Re Umberto, era un ricordo del passato. Il ritorno di Crispi ridestò la speranza che potessero tornare i giorni della intimità italo-germanica. «L'imperatore Guglielmo — riferiva l'Ambasciatore Lanza — non dubita che passeggere sieno le nubi che passano sulla nostra povera Italia, e che il senno del Re e l'energia del suo governo sapranno presto dissiparle». In data 5 marzo lo stesso generale Lanza riferiva:«Ieri sera ad una rappresentazione di beneficenza ebbi l'onore di conferire con S. M. l'Imperatore, che sedeva in palco a me vicino.S. M. si degnò esprimermi le sue felicitazioni per la vittoria riportata dal Regio Governo nelle ultime discussioni parlamentari, per la splendida votazione avuta in suo favore, ed ebbe parole improntate, come sempre, a grande amicizia per la famiglia Reale, a stima e benevolenza grandissima per l'Italia, augurando che l'energia e l'autorità da lui molto apprezzate del Capo attuale del Gabinetto, l'alto senno del Re, riescano a superare tutte le difficoltà della crisi che attraversiamo.S. M. ebbe anche parole di grande lode per la condotta dell'esercito nelle luttuose circostanze in cui ebbe a trovarsi in Sicilia, e nella Provincia di Massa e Carrara; mi parlò con vivo compiacimento del valore dimostrato dai nostri nel combattimento di Agordat, del quale, mi disse, si era fatto spiegare tutti i particolari dal Capo del Grande Stato Maggiore, particolari che egli infatti conosceva meglio di me.»Ai primi di aprile Guglielmo e Umberto s'incontrarono a Venezia. Il Re si compiacque di telegrafare a Crispi:«A S. E. Cav. CrispiPresidente del Cons. dei Ministri.S. M. l'Imperatore lascerà Venezia domattina portando seco la migliore impressione di questa Città che ha così degnamente rappresentato l'Italia nell'onorare l'augusto [pg!272] nostro alleato e amico. L'Imperatore nei varî colloquî avuti con me mi ha parlato di Lei e sempre con sentimenti di viva simpatia e di alta considerazione.Mi compiaccio di esprimerle la particolare e meritata benevolenza di S. M. l'Imperatore e di confermarle la mia cordiale amicizia.AffezionatissimoUmberto.»In ottobre la Cancelleria germanica era in crisi. Il generale Caprivi, il successore di Bismarck, col quale Crispi stava per riannodare i rapporti che un'altra crisi, quella del 1891, aveva interrotti, si dimise dall'altissimo ufficio. Le cause immediate che determinarono quell'avvenimento furono narrate a Crispi nei seguenti termini:«L'accordo fra il Cancelliere e il Ministero prussiano nella questione delle misure da adottarsi per combattere i partiti sovversivi era fatto; le misure stesse erano state concretate (non se ne conoscono ancora i particolari), ed avevano ottenuto l'approvazione dei Governi confederati, il decreto d'apertura del Parlamento per il 15 novembre era già pubblicato; Sua Maestà l'Imperatore doveva ripartire ieri sera per le caccie di Blankenburg; quando nel pomeriggio egli riceveva successivamente a Potsdam il Conte Eulenburg, Presidente del Ministero Prussiano, e il Cancelliere Conte Caprivi, e dopo tali visite contromandava la sua partenza. Nella sera si spargeva la notizia che quei due alti funzionari avevano rassegnato le loro dimissioni e queste erano accettate!! Che cosa era avvenuto?Una breve conversazione avuta iersera col Conte Eulenburg che, come se nulla fosse avvenuto, incontrai in unasoirée, mi pone in grado di desumere come siansi passate le cose.Quando il Conte Caprivi, a proposito della legge scolastica, lasciò la carica di Presidente del Ministero Prussiano, che fu assunta dal Conte Eulenburg per deferenza ai voleri sovrani, questi era già convinto che la separazione delle due cariche di Cancelliere e di Ministro Presidente Prussiano non poteva durare a lungo, come non durò ai tempi di Bismarck senza dar luogo ad inconvenienti, [pg!273] ad attriti gravi. Questi attriti giunsero al colmo, fra il Conte Caprivi e il Conte Eulenburg, a proposito delle misure sovraccennate e solo per intromissione dell'Imperatore un accordo fu possibile. Fu però un accordo, per così dire, forzato, concluso il quale e terminata la preparazione dei provvedimenti legislativi che ne erano la conseguenza, ambedue posero subito ieri i loro portafogli a disposizione di Sua Maestà. La quale dovette convincersi che realmente si doveva venire ad una soluzione radicale prima della convocazione del Parlamento. Non potendo naturalmente lasciar partire il Conte Eulenburg senza profondamente ferire il partito conservatore, già tanto ostile al Conte Caprivi, e d'altra parte non sentendosi questi, che sì frequenti volte dimostrò desiderio di ritirarsi, di assumere il peso delle due cariche, nè di difendere davanti il Reichstag delle misure cui in massima si era sempre mostrato ostile, Sua Maestà decise di dar corso alle dimissioni di ambedue e mandò ad effetto, colla sua solita rapidità di decisione, il provvedimento.Il posto di Cancelliere dell'Impero e Ministro Presidente Prussiano è stato offerto al principe Hohenlohe, attualmente Governatore dell'Alsazia-Lorena. Se accetterà sarà il regno deiSegretari di Stato, giacchè egli non ha più, a mio parere, l'energia, la vigoria necessaria per sì alta e grave carica. Il suo nome però, il suo passato, raccoglierà su di lui i voti dei partiti conservativi e specialmente della nobiltà prussiana che in Parlamento e fuori si mostrarono sì ostili al Conte Caprivi.»Il 29 ottobre il principe di Hohenlohe fu nominato Cancelliere dell'Impero e Presidente del ministero prussiano. Crispi inviò al Lanza il seguente telegramma:«Il nome di Hohenlohe, già amato in Italia, viene oggi salutato con la più viva simpatia. Voglia far sentire al Gran Cancelliere che il nostro paese si felicita insieme al Governo di una nomina che siamo sicuri gioverà ai comuni interessi delle due nazioni.Crispi.»[pg!274]Hohenlohe mandò dapprima il barone Marschall, poi si recò lui stesso dall'ambasciatore d'Italia a ricambiare il saluto:«Hohenlohe — telegrafava l'ambasciatore al ministro Blanc il 30 ottobre — venuto in persona casa mia, vuole rinnovi a V. E. e al Presidente del Consiglio vivi ringraziamenti e ricambi loro i sentimenti espressigli, lieto poter cooperare interessi comuni due paesi. Più che sue parole, la sua visita fattami oggi fra tante altre cure e prima di aver potuto ricevere la mia e quella di altri ambasciatori, dimostra il conto nel quale egli tiene il capo del R. Governo che egli disse esser lieto già conoscere, nonchè V. E. e ciò mi è di buon augurio per l'avvenire.»Le buone disposizioni dell'Imperatore Guglielmo verso l'Italia erano confermate dal Lanza in un suo rapporto del 5 marzo 1895, del quale riferiamo questo interessante brano:«Al suo ritorno da Vienna S. M. l'Imperatore mi onorò di una sua visita personale per esprimermi, come disse, la sua soddisfazione di aver potuto stringer la mano a S. A. R. il Duca d'Aosta in occasione dei funerali dell'Arciduca Alberto. La visita durò a lungo e S. M. parlò un po' di tutto.... Fermandosi a discorrere specialmente dell'Austria, della sua impolitica condotta nell'Istria, ecc., S. M. mi disse aver trovato il conte Kálnoky meno inquieto per le nostre relazioni con la Francia, ma pur sempre alquanto preoccupato, che noi possiamo considerare la Triplice Alleanza non sufficientemente vantaggiosa per noi sol perchè non ci dà subito in piena pace il mezzo di giungere alla realizzazione dei nostri desiderii, delle nostre aspirazioni sui territori del Nord africano e altri. Sua Maestà avendo soggiunto: «Aspettate, lasciate che venga l'occasione e avrete tutto quel che volete», mi affrettai, non volendo per avventura che le parole del conte Kálnoky lasciassero cattiva impressione sull'animo del mio Augusto interlocutore, ad osservare che S. M. e il suo Governo conoscevano troppo bene la nostra politica, l'attitudine presa dall'attuale Gabinetto verso l'Inghilterra nelle cose d'Africa, il nostro [pg!275] desiderio di farci veramente il tratto d'unione fra l'Inghilterra e le Potenze della Triplice Alleanza, per dubitare che noi vogliamo con intempestivi conati suscitare complicazioni, che anzi facciamo sacrifizî per evitarle. Soggiunsi che siamo sempre stati e siamo consci dei nostri doveri e dei nostri diritti, che ci premeva anzitutto lostatu quonel Mediterraneo minacciato dalla Francia, e non sapevo spiegarmi la preoccupazione del conte Kálnoky. Se ci allarmiamo dei continui tentativi della Francia per estendersi in Africa, questi allarmi non sono infondati, chè quei tentativi, non mai ostacolati, potrebbero un giorno condurre ad uno stato di fatti compiuti — e citai il porto di Biserta — cui la guerra sola, che vogliamo tutti scongiurare, potrebbe riparare. S. M., che mi sembra persuasa di queste cose, apprezza la nostra politica verso l'Inghilterra, è sempre disposta ad appoggiarla, e fa voti perchè sotto i successori di Rosebery e di Kimberley, i quali non possono tardare molto a venire al potere, essa trovi quella favorevole accoglienza e quella cooperazione che finora abbiamo indarno cercato....»Le buone relazioni tra l'Inghilterra e la Germania erano state per molti anni un elemento importantissimo della nostra situazione internazionale. È noto che gli accordi nostri con l'Inghilterra pel mantenimento dellostatu quoe la difesa dei comuni interessi nel Mediterraneo e in Oriente, completavano le stipulazioni del trattato della Triplice alleanza. La tendenza della politica inglese a comporre i dissidi anglo-francesi mediante compensi nel Mediterraneo e a modificare in Oriente il suo atteggiamento intransigente verso la Russia, allontanando ogni giorno dippiù l'Inghilterra dalla Triplice, giustamente allarmava il governo italiano. Il 1.º marzo 1894 Gladstone si ritirava definitivamente dal governo in seguito al voto contrario della Camera dei lords al progetto sull'Home Rule. Il suo ministero però rimaneva sotto la presidenza di lord Rosebery, che cedeva il ministero degli affari esteri a lord Kimberley. Il ritiro di Gladstone fu accolto con soddisfazione nelle sfere governative di Berlino, presso le quali fece poi anche buona impressione la caduta di Rosebery, avvenuta il 22 giugno 1895. Col ritorno al potere dei conservatori la Cancelleria germanica concepì qualche [pg!276] speranza nella ripresa, da parte dell'Inghilterra, dell'antica politica. Il barone Marschall, segretario di Stato al ministero germanico degli Affari esteri, divideva tale speranza:«Potremo — diceva egli — aver divergenze coll'Inghilterra, e ne prevedo ancor molte nelle questioni coloniali, ma queste sono cose secondarie che non impediranno mai l'accordo sui grandi problemi che possono sorgere nel Mediterraneo e che toccano gli interessi dei nostri alleati; quelle divergenze daranno ragione all'Imperatore che, di recente, parlando con me su questi argomenti diceva:Bah! wer sich lieb hat, neckt sich(qui s'aime, se querelle).»Ma sorse poco dopo a creare malumori la questione del Transvaal, venne il telegramma dell'imperatore Guglielmo al presidente Krüger nel quale felicitava questi «che senza ricorrere all'aiuto delle Potenze amiche fosse riuscito a ristabilire la pace contro le bande armate che avevano invaso il suo paese e a difenderne l'indipendenza», venne l'acre polemica tra la stampa inglese e la germanica. Crispi, a dimostrazione di sentimenti amichevoli verso i due Stati, appena dichiaratosi il dissidio che fortunatamente fu subito composto, aveva accennato a una mediazione dell'Italia con questo telegramma all'ambasciatore a Berlino:«Il dissidio anglo-tedesco è una sventura internazionale, e bisogna trovar modo di comporlo. Esso giova ai nemici della Triplice e nuoce a noi. Il nostro Augusto Sovrano se ne preoccupa, e mi ha espresso il desiderio d'intervenire con una parola amica fra le due parti, ove questa possa esser efficace. Ne parli al barone Holstein in mio nome, e qualora egli le dia speranza di successo, ne parli al Gran Cancelliere.Qualunque sia il risultato delle nostre pratiche, avremmo per lo meno dato prova della nostra buona volontà e della nostra amicizia.»Nei primi due mesi del 1896 apparve chiara la crisi delle alleanze e degli accordi ai quali l'Italia aveva affidato la sua sicurezza e la garanzia dei suoi interessi. [pg!277]In breve, la situazione era la seguente: col peggioramento delle relazioni anglo-germaniche la Germania nostra alleata, facendo una politica a sè, riguardosa verso la Turchia, aveva agevolato alla Russia la preponderanza a Costantinopoli, e verso la Francia aveva iniziato una politica di concessioni, della quale uno dei frutti era stato l'accordo franco-germanico, risultante dal protocollo firmato il 4 febbraio 1894, che aveva riconosciuto l'hinterlanddella Tripolitania nella sfera d'influenza francese.La Francia, che nel 1891 aveva iniziato trattative per la delimitazione dei possedimenti franco-italiani nell'Africa Orientale e per una convenzione che avrebbe assicurato nella Tunisia un regime economico soddisfacente ai cittadini e ai commerci italiani, ritirò le sue proposte quando e perchè fu rinnovato il trattato della Triplice Alleanza; e continuava ad osteggiarci anche in Africa, inviando all'Harrar e allo Scioa denari e armi che dovevano essere rivolte contro di noi.L'Inghilterra, lasciata libera di trascurare gli accordi che aveva con l'Italia per l'Oriente e pel Mediterraneo, si preoccupava soltanto della contestata sua posizione in Egitto e tendeva a cedere in Africa alla Francia, in tutte le questioni nelle quali era interessata l'Italia, così per l'Harrar e Zeila, come per Tunisi.La Russia, come si era fatta guardiana degli Stretti, per difendere, insieme al suo dominio incontrastato nel Mar Nero, la propria influenza sulla Turchia, e aveva, rompendo il concerto europeo, impedito che anche l'Italia riprendesse, a fianco dell'Inghilterra, posizione in Oriente, intrigava, insieme alla Francia, in Abissinia, avanzando altresì la pretesa di un protettorato ortodosso con lo scopo di ostacolare l'influenza italiana.L'Austria-Ungheria, infine, nonostante l'alleanza con l'Italia, si era sentita così libera da iniziare trattative commerciali col governo francese per la Tunisia, senza prevenirne nè informarne il governo italiano.Da questa situazione risultava che l'Italia legata all'Inghilterra, alla Germania e all'Austria-Ungheria da convenzioni di reciproca garenzia, era, a causa di quelle convenzioni, combattuta dalla Francia in questioni vitali e, nella lotta, lasciata sola dalle alleate. Cosicchè la Francia, pur non conoscendo i patti della Triplice alleanza, era giunta con un processo intuitivo di [pg!278] eliminazione, a conoscerne la portata, e procedeva quindi brutalmente nella sua guerra coperta a tutti gl'interessi italiani, avendo la sicurezza di non incontrare ostacoli da parte della Germania e dell'Austria-Ungheria. Si può anche aggiungere che a nostre spese essa si era indennizzata della perdita dell'Alsazia-Lorena, acquistando preponderanza in tutto il Mediterraneo occidentale e neglihinterlandsdelle regioni del Nord-Africa, dall'Atlantico sino all'Alto Nilo.Esposta per tal modo l'Italia nello stato di pace a tutti i danni della guerra, al governo italiano, per la salvaguardia degl'interessi nazionali, si presentavano due vie: sciogliersi dalla Triplice alleanza cedendo alle pressioni francesi, o denunziare il trattato per sostituirlo con un altro che non prevedesse soltanto la guerra, ma fosse una garanzia per l'Italia anche nello stato di pace.La prima via era irta di pericoli: seguendola, l'Italia sarebbe ritornata nelle condizioni d'isolamento nelle quali si era trovata sino al 1882, cioè prima della sua accessione all'alleanza austro-germanica, in balìa delle sopraffazioni francesi e della irritazione delle ex-alleate. La seconda via era più conveniente, e Crispi la preferì.D'altronde, egli che non aveva mai ammesso che l'alleanza dell'Italia con le potenze centrali fosse una dedizione degl'interessi italiani, doveva nei precedenti della sua azione diplomatica attingere la fede di potere rompere il ghiaccio del particolarismo austro-germanico formatosi nei tre anni della sua lontananza dal Governo.I documenti che seguono hanno un altissimo interesse storico: essi contengono i termini del problema che s'imponeva, l'ansietà patriottica del governo di Crispi e i suoi propositi.Diario — 20 gennaio 1896.Il barone Pasetti, ambasciatore d'Austria-Ungheria, giusta la fatta domanda, giunse alle ore 15.Egli cominciò a discorrere degli accordi del 1887, della insufficienza dei medesimi per lo scopo cui si riferiscono. Il barone si espresse con diffidenza del Ministero britannico, e si lagnò del medesimo per aver agito a Pietroburgo senza averne avvertito i due alleati. Soggiunse, [pg!279] che bisognerebbe render più precisi gli accordi, modificandoli od ampliandoli, per renderli più sicuri.Risposi, rifacendo la storia dei fatti che ci condussero ai suddetti accordi. Dissi che per me non hanno cessato di aver vigore le obbligazioni allora assunte. Ricordai che essendo stati trascurati tali accordi sotto Rosebery, all'avvento di Salisbury abbiamo interpellato questi, e ci fu risposto ch'egli riteneva ancora esistenti quegli accordi. Soggiunsi, che avevo fede nel ministro inglese, quantunque incerto talora ed esitante.Il barone Pasetti fu lieto della opinione mia favorevole a lord Salisbury. Ripetè che, nondimeno, era necessario dare alle note del 1887 maggiore precisione. Espose dei dubbi sul contegno del Governo tedesco.A questa osservazione dovetti rispondere, che gli accordi del 1887 erano stati fatti coll'intesa di Berlino e conseguentemente con l'approvazione del Principe di Bismarck, il quale dichiarò che stava al di fuori degli accordi. Egli voleva che gli obblighi fossero limitati tra l'Austria, l'Inghilterra e l'Italia. La Germania, pel momento in disparte, entrerebbe quando la Francia avesse preso parte diretta nelle cose d'Oriente e del Mediterraneo.Certamente oggi in Berlino non potrebbe prevalere una politica diversa; e non bisogna diffidarne.Conclusi, che noi stiamo fermi agli accordi del 1887; se giova renderli più precisi, noi vi ci presteremo. In questo caso ne avverta Vienna affinchè l'ambasciatore italiano e quello dell'Austria-Ungheria a Londra facciano le pratiche necessarie presso lord Salisbury.Se lord Salisbury ha proceduto solo, ciò ha fatto per precauzione, e nel dubbio che i due alleati non lo seguissero. Non dobbiamo dimenticare la condotta nostra al 1878 ed al 1882. Tanto nella guerra contro la Russia, quanto per la insurrezione egiziana, l'Inghilterra fu lasciata sola. Aggiungete che in questi ultimi anni, dopo il mio ritiro al 1891, dei tre Governi ciascuno ha fatto a modo suo, e noi nelle quistioni del Mediterraneo, a Tunisi per esempio e nell'Eritrea, ci siamo trovati soli; la Francia ha fatto quello che ha voluto.E che si è fatto in Oriente? Le flotte presenziarono le carneficine turche, e nissuno se n'è impensierito. Anche l'Austria fece da sè. [pg!280]— Dica al suo Governo, che l'Italia procederà lealmente coi suoi alleati. Mettiamoci d'accordo, e il mio Governo non mancherà al dover suo.Diario — 21 gennaio.Il conte Nigra ed il barone Blanc giungono a casa mia alle ore 15 e 10 minuti.Il discorso si è aggirato su gli accordi del 1887. Dissi al nostro ambasciatore come in fatto quegli accordi siano rimasti inefficaci. Anche nella quistione orientale, tanto l'Inghilterra quanto l'Austria, ciascuna ha agito isolatamente senza averne prevenuto i due Governi alleati.Riferii al conte Nigra il mio colloquio di ieri col Pasetti.Il barone Pasetti manifestò che a Vienna diffidano di lord Salisbury, e chiedono che agli accordi del 1887 si dia precisione negli obblighi e negli scopi.Osservai che, se vi è potenza che debba lagnarsi del modo come si son condotte l'Inghilterra e l'Austria, è l'Italia. Il nostro Governo, da parecchi anni in quà non ebbe l'ausilio dei due alleati. Tanto dalla triplice continentale, quanto dalla orientale, siamo stati lasciati soli. Ciò non avvenne mai prima del 1891 e specialmente quando Bismarck era al potere. Accetto quindi che gli accordi del 1887 si rivedano e si rendano più precisi; ma chiedo innanzi tutto che i firmatarii eseguano quanto avran pattuito.Il conte Nigra affermò che non bisogna dubitare che l'Austria possa avvicinarsi alla Russia, e n'è garentia il fatto che a Vienna il ministro degli affari esteri è un polacco. Ciò posto, dobbiamo ritenere che l'Austria è interessata a rispettare la nostra alleanza.Il ministro Blanc espose alcune sue osservazioni sulla condotta dell'Austria verso di noi. Conchiuse anche lui che gioverebbe al mantenimento della alleanza il rivedere gli accordi del 1887.Partito Blanc verso le ore 15 e 45, siamo rimasti, Nigra ed io, un'altra buona mezz'ora insieme.Il conte perorò la buona fede dell'Austria verso di noi.Ci rivedremo. [pg!281]Diario — 22 gennaio.Il barone de Bülow giunge alle ore 18.Il barone cominciò col chiedere notizie dell'Africa, felicitandosi della condotta dei nostri soldati. Venendo poi alle cose di Europa, affermò che la Germania sarebbe stata sempre con noi. Su questo feci qualche osservazione.Dissi che dei beneficii dell'alleanza, io mi accorsi ai tempi di Bismarck, non dopo coi successori. Prima del 1890 appena una questione sorgeva, ne avvertivo Bismarck, ed egli, tanto in Londra, quanto a Parigi faceva sentire la sua parola e tutto andava pel meglio.44Della Triplice [pg!282] Alleanza noi soli abbiamo sentito il peso. Alle frontiere della Francia, nostra accanita nemica, noi abbiamo quotidianamente a provare fastidi d'ogni genere.Il barone non potè negarmi che ai tempi di Bismarck le cose procedevano in miglior modo per noi. Soggiungeva però che il suo Governo si interessa delle cose d'Italia, e che noi l'avremmo al nostro fianco tutte le volte che ne sorgesse il bisogno.Parlammo delle cose di Oriente, e non volli lasciar passare l'occasione per dichiarargli che l'Europa, con le sue navi tenute inerti nelle acque della Turchia, ha dato prova della sua impotenza.Ritornati alle cose di Francia, ripetei che gran danno noi proviamo per gli odii di quella nazione e per le insidie di quel Governo.Diario — 9 febbraio, ore 17.Sono andato dal barone de Bülow alle 5 pomeridiane. Lo scopo era di parlargli delle relazioni tra l'Italia e la Francia.Dissi all'ambasciatore tedesco:— Più di una volta ci son venuti consigli da Berlino perchè trovassimo modo di accordarci con la Francia in tutte le speciali quistioni che interessano i due paesi.Non ci siamo riusciti! Sono pochi giorni ancora, avendo mandato a Parigi un nostro funzionario, ci servimmo di questa occasione per esplorare l'animo del signor Bourgeois, il quale, come sapete, è il presidente dell'attuale Ministero francese. Questo funzionario parlò delle varie quistioni pendenti tra noi e la Francia, e disse che giammai come oggi potrebbe trovarsi un accordo fra i due Governi, essendo Crispi al potere.Il Bourgeois rispose a un dipresso nei seguenti termini:«Un accordo tra i due paesi non è possibile, finchè l'Italia fa parte della Triplice. Il popolo francese vi si ribellerebbe. Tutti qui tengono gli occhi rivolti alle provincie perdute, e sanno che l'Italia alleata della Germania è di ostacolo al ritorno delle medesime alla madre patria. Assicuratevi che finchè voi farete parte della Triplice non è possibile intenderci». [pg!283]Siccome vedete, caro barone, il signor Bourgeois fu molto esplicito e noi vediamo in tutto il contegno di lui verso di noi una asprezza tale che non lascia speranza di venire ad un accordo.La Francia ci fa la guerra dappertutto. In Europa ed in Africa noi ci troviamo il Governo francese di fronte in ogni occasione e sempre malevolo. Dicesi che la Triplice fu stipulata per mantenere la pace. Per noi è il contrario. La Triplice per noi è la guerra. In Italia siamo insidiati per mezzo del Vaticano, e fuori con tutti i mezzi che può adoperare una diplomazia astiosa e sottile. I nostri commerci sono interrotti, e nessun trattato è possibile, nè in Tunisia, nè tra Francia ed Italia. Sventuratamente la Francia è alle nostre frontiere, e non possiamo fare a meno di avere rapporti con essa.Ai tempi di Bismarck le cose erano meno difficili, perchè la parola del principe spesso si faceva sentire a Parigi.E tutto ciò avviene perchè ci s'imputa a colpa di far parte della Triplice. Vi prego scriverne al principe di Hohenlohe, e far giungere queste mie dichiarazioni all'Imperatore. È una posizione intollerabile la nostra. Ve lo ripeto, per noi questo stato di cose è peggiore della guerra.Il barone de Bülow parve impressionato delle mie parole e mi promise che ne avrebbe scritto a Berlino.Crispi all'ambasciatore d'Italia a Berlino:«Roma, 9 febbraio 1896.Signor Ambasciatore,Parmi utile che Vostra Eccellenza abbia notizia di una conversazione da me avuta oggi stesso con questo ambasciatore di Germania.Ho creduto conveniente che il rappresentante di S. M. l'Imperatore Guglielmo in Roma fosse, al pari del rappresentante di S. M. il Re in Berlino, a perfetta conoscenza del pensiero del Governo italiano sulla situazione che ci è creata dalla ostilità della Francia e insieme dalla triplice alleanza. A conforto quindi di quanto già il barone Blanc aveva avuto occasione di esporre al signor de Bülow, ho richiamato sopra tale situazione l'attenzione del signor de Bülow stesso. [pg!284]Gli dissi che, desiderosi anche noi, come sempre, di evitare complicazioni e di consolidare la pace, avevamo completamente diviso il modo di vedere, espressoci replicatamente dal Governo germanico, circa alla convenienza di venire tra Francia ed Italia ad accordi sopra le speciali questioni riguardanti i due paesi. Il regio ambasciatore a Parigi aveva quindi ricevuto istruzione di cogliere — ed aveva colto infatti — tutte le occasioni per rendere noti al Governo francese i nostri intendimenti più concilianti. Così è che, approfittando delle espressioni di simpatia e quasi di solidarietà civile contro la barbarie, dirette al regio ambasciatore dal presidente del Consiglio, dal ministro degli affari esteri e dal Presidente della Repubblica Francese a proposito della nostra guerra d'Africa, il Conte Tornielli era stato autorizzato a lasciar comprendere, ancora una volta, il nostro desiderio di venire ad accordi concreti per tutte le questioni ancora insolute tra Francia ed Italia, come la delimitazione nell'Africa orientale, il regime commerciale e personale in Tunisia, ecc.Ancora una volta il Governo francese aveva mostrato a tutta prima di comprendere e di apprezzare il valore delle importantissime concessioni che noi ci chiarivamo disposti a fare; ma, ancora una volta, al momento di venire a qualche conclusione positiva, il Governo francese ne declinava ogni possibilità.Aggiunsi al signor de Bülow che, mentre il Governo italiano aveva fatto così quanto gli era ufficialmente possibile, per venire agli accordi che la stessa Germania aveva mostrato di desiderare, io non aveva voluto darmi per vinto; e, approfittando della circostanza che un mio alto ed egregio funzionario, godente insieme di tutta la mia fiducia e dell'amicizia personale del signor Bourgeois, da lui stesso altra volta presentatomi, si recava a Parigi incaricato di una missione tecnica, gli avevo detto che, vedendo il Presidente del Consiglio francese, ne approfittasse per fargli presente che il momento non avrebbe potuto essere più favorevole per risolvere, d'accordo col Governo italiano, ogni questione irritante; che egli sapeva essere il Governo italiano in ottime disposizioni per ciò, mentre, d'altro lato, il paese avrebbe accettato, a questo proposito, da un Ministero da me presieduto, anche ciò che con altri [pg!285] Ministeri gli sarebbe sembrato costituire un atto di debolezza.Ora, la risposta del signor Bourgeois era stata questa:«Sentite, gli animi di tutti i Francesi sono sempre volti alle Provincie perdute, e nulla, checchè avvenga, varrà mai a distornerli; nessuno accetterà mai la separazione dell'Alsazia e Lorena dalla Francia come un fatto definitivo ed irrimediabile; a quella separazione tutti i Francesi riferiranno sempre le altre questioni; non vi potrà dunque essere mai accordo alcuno tra noi e l'Italia, finchè questa, essendo alleata della Germania, contribuirà a quella separazione».Il signor de Bülow parve molto impressionato da ciò che io gli esponeva. Gli feci allora considerare come tutti gli sforzi nostri per la consolidazione della pace s'infrangessero contro una volontà che è stata ed è in Francia comune a tutti i ministri e a tutti i gabinetti; che fatti e dichiarazioni l'hanno patentemente chiarito; e come quella volontà annullasse per noi quei benefici della pace che ci dovevano essere garantiti dalla triplice alleanza, poichè, per la triplice appunto, la Francia si credeva in diritto di considerarsi di fatto in guerra con noi e ce lo dimostrava in ogni questione, col maggiore nostro danno; quanto è avvenuto e quanto avviene ora in Abissinia non ne era che un esempio.Ricordai a questo proposito al signor de Bülow che, mentre era cancelliere dell'Impero il principe di Bismarck, quando i rapporti franco-italiani minacciavano di peggiorare vieppiù per le intolleranze, la indebita ingerenza e l'ostilità della Francia, il Governo germanico non esitava a far comprendere a Parigi che non si doveva passare il segno; e a Parigi lo si comprendeva. Così avevano potuto risolversi pacificamente, secondo il diritto e la convenienza internazionale, incidenti come quelli dei Greci di Massaua, del consolato francese di Firenze, della spedizione Atchinoff, delle istituzioni italiane in Tunisia, ecc. Il Governo francese aveva allora dovuto persuadersi che l'alleanza italo-germanica era un patto efficace non solo pel caso di guerra, ma per prevenire la guerra, garantendo anche in tempo di pace alle potenze alleate la difesa reciproca dei rispettivi interessi.Ora, aggiunsi, sembra che la Francia siasi formata [pg!286] della triplice e specialmente dell'alleanza italo-germanica un concetto tutto diverso: un concetto, cioè, per cui la Francia potrebbe offendere impunemente l'Italia, perchè alleata della Germania, sicura, d'altro lato, che la Germania non le opporrebbe ostacolo di sorta.Quindi, io conclusi, desideravo che il signor de Bülow facesse presente tutto questo a S. M. l'Imperatore e a S. A. il cancelliere, avendo io la fiducia che tutto ciò sarebbe tenuto da essi in amichevole considerazione.Queste mie dichiarazioni mi parvero tanto più opportune, visto che ci avviciniamo al mese di maggio, all'epoca, cioè, in cui si dovrà da una parte e dall'altra decidere sulla opportunità di confermare o meno, puramente e semplicemente, il trattato di alleanza.Del linguaggio da me tenuto al signor de Bülow Vostra Eccellenza potrà mostrarsi edotta presso codesto Governo.Crispi.»I negoziati intavolati a Londra per stabilire un'intesa concreta negli affari di Oriente e nel Mediterraneo tra l'Italia, l'Austria-Ungheria o l'Inghilterra, erano paralleli alle rimostranze che Crispi faceva alla Germania. Se i primi fossero riusciti, le seconde sarebbero divenute meno urgenti e perentorie, poichè l'Italia avrebbe trovato nella solidarietà inglese una garenzia degli interessi ai quali era estranea la triplice alleanza. In verità, la Cancelleria germanica esercitò tutta la sua abilità per indurre lord Salisbury a ritornare alla politica anteriore al 1891; l'ambasciatore Hatzfeldt in quei giorni era continuamente alForeign-Office, ma v'incontrava sempre il signor de Courcel, ambasciatore francese. L'esito del duello tra la triplice e la duplice franco-russa fu favorevole a quest'ultima: lord Salisbury confermò il mutamento della politica estera britannica. Il 10 febbraio, infatti, il conte Nigra telegrafava:«Goluchowski mi ha detto essere stato informato da Deym che Salisbury gli ha dichiarato lealmente che non poteva assumere coll'Austria-Ungheria e coll'Italia nessun impegno più preciso di quello del 1887».[pg!287]Il che voleva dire che non s'intendeva dare pratico seguito a quell'impegno, dimostratosi inefficace quando sopraggiunse la cattiva volontà, e solo per cortesia si esprimeva una platonica intenzione di procedere d'accordo, la quale non escludeva ogni dissenso.Non rimaneva al governo italiano che rivolgersi agli alleati. Ma in Germania si era poco ben disposti a considerare la difficile posizione dell'Italia; anzi il vecchio e stanco principe di Hohenlohe45si mostrava allarmato delle esigenze di Crispi. Da Berlino si scriveva:«Il timore che si ha qui che noi cerchiamo di forzar la mano alla Germania, contribuisce certo a rendere il Governo Imperiale più restìo a parlar alto a Parigi a tutela dei nostri interessi. Io mi sono astenuto dal parlar didirittinostri e di doveri della Germania nello stretto senso della parola, ma non ho tralasciato d'insistere sul fatto che tutte le difficoltà che incontriamo a Parigi, tutte quelle che ci vengono create in Abissinia, dipendono dall'essere noi membri della Triplice Alleanza e il solo fra quei membri sul quale i nemici di essa possano sfogare le loro ire. Il barone Marschall, che di ciò conviene meco pienamente, si dimostra anche disposto ad assisterci; ma come farlo efficacemente senza andar incontro a pericoli, a danni maggiori e d'ordine generale? A Pietroburgo gli ordini dati al Principe Radolin, le recenti dichiarazioni stesse del Principe Lobanoff circa il Leontieff, non lasciano dubbio che quel rappresentante germanico agisce, con prudenza ed energia, in nostro favore, d'accordo col conte Maffei. Ma più che a Pietroburgo noi vorremmo, noi avremmo bisogno che la parola autorevole della Germania si facesse sentire sulla [pg!288] Senna e qui cominciano ledolenti note. Ho avuto lunghe e ripetute conversazioni col barone Marschall e col barone Holstein in tutti questi ultimi giorni; essi hanno studiato, con amichevole premura devo dirlo, la questione sotto tutti i rapporti, ma la risposta che mi si fa è sempre la stessa: «A Parigi non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccar l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa; ma intervenire ora,fare pressionisulla Francia in questioni come quelle delle trattative per le delimitazioni in Africa, per le relazioni commerciali in Tunisi, senza la certezza che quell'intervento sorta immediato effetto favorevole, la Germania non può. In altri tempi, come quelli cui allude S. E. Crispi, in cui esisteva in Germania una forte corrente per la guerra, e la Francia non era forte come oggi, nè resa più baldanzosa dallo appoggio della Russia, poteva la Germania permettersi ditenir le verbe haut. Esporsi ora ad un rifiuto o ad una semplicefin de non recevoirper parte della Francia, la Germania non può; e non deve, senza essere esposta a subirne le conseguenze e rompereen visièrecol Governo della Repubblica. Il Presidente del Consiglio italiano e il barone Blanc, concludeva il barone Marschall, da veri uomini di Stato, devono comprendere quanto sia delicata la posizione della Germania verso la Francia e come un nulla possa turbare le nostre relazioni con essa e provocare complicazioni che è anche interesse dell'Italia di evitare.Alle obiezioni, delle quali si faceva organo l'ambasciatore Lanza, rispondeva Crispi:«Il barone Blanc mi comunica la di Lei lettera del 23 corr. nella quale è fatto cenno della mia del giorno 9....Noi possiamo comprendere la delicatezza della posizione che la Germania deve considerare di fronte alla Francia, nella attuale condizione di cose internazionali; il fatto che non esiste più in Germania una forte corrente per la guerra, che la Francia è oggi più forte di un tempo e resa più baldanzosa dall'appoggio della Russia, non ci pare dispensi la Germania dal dover considerare il danno che alla forza ed alla autorità della triplice alleanza deriva da tutto ciò che viene a colpire [pg!289] l'Italia, ad onta della triplice stessa, e può ben dirsi pel fatto della sua esistenza.Non ho d'uopo di ripeterle che, in realtà, le difficoltà contro cui dobbiamo ora combattere ci derivano in gran parte dai vincoli che ci uniscono alla Germania; e se non è pensier nostro pretendere dalla lettera e dallo spirito del trattato di alleanza conseguenze che a Berlino possano sembrare eccessive, non è men vero che noi dobbiamo chiederci ora più che mai se ed in qual grado e modo tuteli i nostri interessi un trattato che ha bensì lo scopo principale di prevenire ed impedire la guerra in Europa, ma che non si dovrebbe veramente poter considerare come estraneo a ciò che, in forma più o meno larvata, equivalga ad una guerra mossa fuori di Europa all'una o all'altra delle potenze alleate.A Parigi — le si è detto dal barone Marschall e dal barone Holstein — non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccare l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa. Ma il fatto certo è che questi attacchi della Francia non sono più una ipotesi da considerarsi per un incerto futuro, sono un fatto ormai esistente, che mira, non solo a combattere l'Italia in Africa, ma ad indebolirla in Europa.Non comprendo come possa ritenersi a Berlino che ciò sia in realtà destinato a rimanere senza influenza su quella situazione internazionale che ha la sua base principale per la Germania stessa nella potenza della triplice, poichè indirettamente i due imperi non possono non risentirsi di ciò che tocca la forza dell'Italia; come l'Italia si risentirebbe di ciò che in Europa o fuori d'Europa toccasse alla forza della Germania e dell'Austria-Ungheria. Comunque, se a Berlino si è risoluti a non escire assolutamente da quella riserva che induce la Francia a ritenere di poter considerare l'Italia come isolata, è ben naturale che da noi si consideri il trattato di alleanza nei suoi rapporti, non più soltanto di una conflagrazione generale, ma benanche della situazione speciale che esso produce fra Italia e Francia isolatamente.E poichè s'avvicina il momento in cui una decisione sul patto che le unisce può esser presa dalle tre potenze alleate, ho voluto richiamare sul grave argomento tutta [pg!290] l'attenzione di V. E. perchè Ella ne prendesse norma nel suo linguaggio presso codesto Governo e anche presso S. M. l'Imperatore.Ella mi si dichiara profondamente convinto dell'importanza e dell'utilità del trattato, anzi, della sua necessità, malgrado gl'inconvenienti che possa avere. Su ciò le ho espresso già in parte il mio pensiero, e mi riservo di scrivere ancora all'E. V.Un trattato di alleanza, sia pure concluso allo scopo d'impedire la guerra, perde gran parte del suo valore quando si dimostra nella pace inetto a tutelare gl'interessi dei contrattanti. Senza dire che nella mente dell'Italia e degli Italiani, oltre e più che di un patto scritto e limitato a certe date evenienze, si tratta di una solidarietà morale e politica, che, trovando la sua ragione nella storia, nella geografia, nella logica internazionale, ha fatto sì che quel patto non avesse quasi oppositori, mentre se tale solidarietà venisse a mancare per parte della Germania, il giudizio sulla convenienza di quel patto verrebbe certo a modificarsi in molta parte del popolo nostro.Ora, non può ignorarsi a Berlino la forza che oggi deriva ai patti diplomatici dal suffragio delle masse; tanto più quando quei patti implicano la reciproca fratellanza delle armi e del sangue. Le alleanze hanno infatti oggi tanto maggiore efficacia, quanto più sono popolari, e non possono essere popolari se non si dimostrano utili.Il popolo italiano non è ancora disilluso dell'alleanza con la Germania; ma chi può assicurare che non lo sarà domani, così seguitando le cose? E se il Governo italiano venisse dalle circostanze chiamato all'adempimento dei suoi impegni verso la Germania, quando l'alleanza fosse divenuta impopolare, certo esso non mancherebbe ai suoi doveri internazionali, qualunque fossero gli uomini al potere; ma esso si sentirebbe ben debole di fronte al suo stesso paese, e lo sarebbe per conseguenza anche di fronte al suo alleato.Non posso quindi a meno d'insistere sopra la gravità di uno stato di cose che si fa per noi sempre meno tollerabile, poichè facendoci subire in una pace formale i danni di una guerra a cui l'alleanza non provvede, senza gli eventuali vantaggi che in una guerra dichiarata l'alleanza [pg!291] dovrebbe assicurarci, rende incerta e mal sicura la base stessa della nostra posizione internazionale».Il problema era posto in tali termini che l'Imperatore stesso sentì l'opportunità di studiarlo per cercare una soluzione. E poichè aveva grande stima di Crispi, decise di venire in Italia per conferire con lui:«Berlino, 29 febbraio 1896.«S. M. l'Imperatore venne oggi casa mia per pregarmi far conoscere al Re suo vivo desiderio incontrarsi con lui profittando occasione per far prima un viaggio in mare coste italiane che i medici giudicano necessario per salute Imperatrice. S. M. l'Imperatore avrebbe quindi progettato giungere con S. M. l'Imperatrice a Genova nel più stretto incognito ed imbarcarsi subito colà nel suoyacht. Da Genova andrebbe a Napoli a visitare fratello, quindi coste Sicilia e di là a Venezia. A Venezia potrebbe essere non più incognito e aver luogo, se S. M. il Re consente, ricevimento e incontro ufficiale.Lanza.»Disgraziatamente, tre giorni dopo Francesco Crispi era obbligato ad abbandonare il Governo.Scomparso il ministero Crispi per una battaglia perduta in Africa, cadde nel nulla anche il suo programma di politica estera. I patti della Triplice alleanza non furono modificati secondo la nuova situazione internazionale, e i ministeri italiani che seguirono si abbandonarono a quella politica di concessioni e di compensazioni che fruttò soltanto sospetti, danni e nessun vantaggio. Vennero le convenzioni franco-italiane per la Tunisia del 28 settembre 1896, le quali non garentirono i nostri interessi economici e morali, e la convenzione marittima del 1.º ottobre, che giovò soltanto alla marina mercantile della Francia; venne «la pace commerciale», del 21 novembre 1898, che fu difesa con la «ragione politica» e che in realtà fece riprendere al commercio francese parte del terreno perduto, e ben poco giovò al commercio italiano. Poi, il primo viaggio all'estero del nuovo Re d'Italia, dopo la tragedia di [pg!292] Monza, ebbe per méta Pietroburgo e non Berlino. Poi, ancora, l'Italia accettò l'egemonia francese al Marocco, in cambio di una ipotetica libertà d'azione in Libia, col conseguenziale contegno ad Algesiras, favorevole alla Francia, nel conflitto sollevato dalla Germania.Il principe di Bülow parlò a proposito della condotta della nostra diplomazia alla Conferenza di Algesiras, deitours de walzerdell'Italia. Ma la sua ironia non fu equa. Itours de walzererano stati consigliati dalla Germania, siccome abbiamo documentato, per sottrarsi al ballo essa medesima. E dettero quella garenzia che potevano dare agl'interessi dell'Italia nel Mediterraneo.FINE.[pg!293]
Capitolo Decimo.— La crisi delle alleanze e degli accordi.La politica estera dei successori di Crispi dal 1891 al 1893. — Conseguenze immediate dell'inerzia italiana negli affari d'Oriente avvertite dal Blanc. — Germania e Austria desiderano il ritorno di Crispi al governo. — Colloqui di Crispi con gli ambasciatori di Germania e d'Austria-Ungheria. — I torbidi interni del 1893-94 deprimono il credito dell'Italia all'estero. — Guglielmo II e Crispi. — Motivi del ritiro di Caprivi dalla Cancelleria germanica. — Nomina di Hohenlohe. — Favorevoli disposizioni di Guglielmo II verso l'Italia. — Crispi e il dissidio anglo-germanico pel Transvaal. — L'Italia nella politica internazionale al principio del 1896. — La crisi delle alleanze e degli accordi. — I tentativi per ristabilire le antiche intelligenze con l'Inghilterra falliscono. — Dal Diario di Crispi. — Necessità di estendere i patti della Triplice alla protezione degl'interessi italiani nel Mediterraneo e in Oriente. — Energiche rimostranze di Crispi. — L'imperatore di Germania annunzia un suo viaggio in Italia per conferire con Crispi, ma questi prima della venuta dell'imperatore deve abbandonare il governo.Abbiamo notato in questo stesso volume che quando riprese le redini del Governo, Crispi trovò tutta mutata la posizione dell'Italia in Europa. La Triplice era stata rinnovata, ma era tornata ad essere come nel primo periodo, dal 1882 al 1887, un legame oneroso; e gli accordi speciali con l'Inghilterra e con l'Austria-Ungheria, che formavano il complemento della Triplice, erano caduti nel nulla.Sia perchè mancasse ai successori di Francesco Crispi l'elemento prezioso dell'autorità personale, sia perchè la loro azione fosse pregiudicata da dichiarazioni pubbliche accennanti a preferenze per un diverso orientamento della politica italiana, l'edificio innalzato con tante fatiche crollò. Germania e Austria cominciarono [pg!258] a guardarci con diffidenza; — la Francia, tra le proteste di amicizia a lei e il mantenimento dell'alleanza con le Potenze centrali, non vide chiaro e continuò le sue ostilità; — l'Inghilterra, convintasi della nostra incostanza e debolezza, accentuò la sua tendenza a intendersi a tutti i costi con la sua antica nemica, la Francia. Cosicchè si andò formando questa situazione: le nostre alleanze ci garentivano l'integrità territoriale, ma ci attiravano nello stesso tempo tutti i danni della guerra tenace che i francesi, sapendoci indifesi, ci facevano dovunque; e inoltre eravamo tenuti in disparte dalle combinazioni della grande politica europea.Uno dei nostri migliori diplomatici, il barone A. Blanc, che fu ministro degli affari esteri nel secondo ministero Crispi, aveva veduto subito nel 1891, dall'osservatorio importantissimo che era allora Costantinopoli, i danni del nuovo indirizzo e li aveva segnalati:«Terapia, 30 giugno 1891..... Non si può più dissimulare al pubblico, il quale qui incomincia a scandalizzarsi dell'impotenza della diplomazia anche per la protezione dei nazionali esteri, che, distruttosi il concerto europeo, del che le ambasciate di Russia e di Francia accusano le potenze alleate, non vi fu sostituita la preponderanza effettiva di queste ultime, onde anarchia in un governo che senza ingerenza europea non può compiere i suoi obblighi interni ed internazionali. Il Sultano non crede il gruppo anglo-austro-italiano capace d'una vera e seria azione solidale; è convinto non potersi più riunire gli ambasciatori in conferenze; li oppone, più che non potè far mai pel passato, l'uno all'altro, sfidandoli, finchè osa, tutti.I ministri ed il Palazzo in piena balìa di finanzieri, il Sultano che investe personalmente in Inghilterra ed in America quanti più capitali può, aspettano la preveduta fine; ed il Sovrano diceva testè ad un suo famigliare: «Che direste se accettassi la protezione russa?» Per ciò militarmente il Bosforo è aperto alla Russia e i Dardanelli sono chiusi a noi. Non vi sarebbe resistenza armata nè reazione di popolo contro la Russia, se questa sbarcasse una divisione a tre ore dalla capitale. Sarebbero allora in tempo le squadre inglesi o le squadre [pg!259] alleate a rinnovare la dimostrazione fatta nel 1878 a Santo Stefano? Non è probabile. O può dirsi che una volta a Costantinopoli la Russia sarebbe in una trappola, in condizioni insostenibili? Al punto di vista militare e navale, può darsi: al punto di vista politico, da nessuno, neppure dagli uomini di Stato bulgari si nega che intorno a Bisanzio, restituita alla ortodossia, tutti gli Slavi dei Balcani saranno trascinati da irresistibile impulso, come nel 1861 tutti gli Italiani si unirono al grido di Roma capitale. Che avverrà allora dell'ideale nostro delle autonomie, la cui unica guarentigia sarebbe stata la preponderanza politica e navale dell'Inghilterra e dell'Italia sui porti della Turchia europea? Che avverrà allora della teoria germanica dell'inorientazione dell'Austria-Ungheria? e della possibilità di soddisfazioni, a meno d'un'altra gran guerra, nell'interesse anglo-italiano d'equilibrio nel Mediterraneo? Non è forse abbastanza valutato dalla Germania e dall'Austria-Ungheria il fatto che in certi momenti la presenza d'un principe di loro fiducia a capo di tale o tal altro Stato balcanico non è punto sufficiente ad impedire rivolgimenti di volontà popolare? Basti ricordare come trionfò la causa della riunione della Rumelia orientale, tanto avversata e temuta a Vienna e a Berlino, per dimostrare che, anche in Oriente, si deve pur tener conto delle tendenze dei popoli.Questa regia ambasciata s'inspirò fin dal 1887 al convincimento che a tale situazione è pericoloso applicare la massimainertia sapientia; che la pace e lostatu-quolegale non sospendono il corso della evoluzione delle nazioni; che in piena pace, in pieno regime d'alleanze, se l'Egitto diventò inglese e se il versante sud dei Balcani diventò bulgaro, più facilmente ancora possono stabilirsi nel Mediterraneo nuove condizioni propizie o contrarie agli essenziali interessi italiani; che il programma di pace essendo per sè negativo, non si doveva esporre l'Italia a non vedere più altri scopi positivi per l'alleanza se non quelli odiosi che le attribuiscono i nostri avversari, cioè un appoggio cercato all'estero per le istituzioni monarchiche, o un pegno preso sulla eredità d'una Francia minacciata di smembramento; e che in conclusione, perchè l'alleanza diventasse popolare e proficua, e fosse nella coscienza italiana non un espediente necessario [pg!260] alla sicurezza, ma una base di fruttuosa operosità, dovessimo, dopo aver rifiutato disgraziatamente quel primo premio dell'alleanza che era l'Egitto, rifarci almeno con una legittima influenza in Oriente, fondata sopra un liberale sviluppo di autonomie nella penisola balcanica e sopra la preponderanza navale e politica delle quattro potenze sugli scali del Levante.Perciò quest'ambasciata proponeva nel 1887 quelle intelligenze che furono adottate senz'altro a Vienna e a Londra. Queste, che i miei colleghi amici chiamarono il patto fondamentale della nuova politica europea in Oriente, e che sir W. White diceva segnare una data storica, colla quale si poneva termine al secolo di guerra caratterizzato dagli spartimenti della Polonia e della Turchia; questo punto di partenza d'una nuova êra d'influenza, consentitaci in Oriente, ove col fatto si decide la questione se una potenza sia grande o piccola, dall'Inghilterra o dall'Austria-Ungheria, ambedue allora per ragioni diverse disposte ad appoggiarci per ingerenze per noi più naturali e più facili, a favore delle autonomie e della libertà degli stretti; questo programma, infine, la cui pratica attuazione, studiata in ogni particolare, ci avrebbe costato assai meno oro e meno forza della nostra politica militare nel mar Rosso, è desso rimasto finalmente lettera morta! Fin dal 1888 i miei colleghi dichiaravano non spettar più all'iniziativa di essi e mia qui, bensì a diretti concerti tra i gabinetti, la pacifica ma efficace attuazione di quelle intelligenze. Havvi luogo ancora di sperare che intervengano simili concetti, estesi, cioè, ad altri interessi pacifici nel Mediterraneo, oltre a quelli della sicurezza delle nostre coste!Succede ora un fatto capitale, che fu appena avvertito in Italia, il riparto virtuale dell'Africa tra l'Inghilterra, Germania e Francia, le quali sole si inoltrano verso i decisivi punti centrali, ove fra le sorgenti dei grandi fiumi verrà decisa un giorno la preponderanza sul continente nero, — mentre la Tripolitania senza l'hinterlandnon è più, per le relazioni che a noi premono tra il Mediterraneo e l'Africa, che quasi unnon valore, secondo l'espressione del signor di Radovitz. Mentre durano la pace e l'apparentestatu quo, sipario calato davanti agli spettatori, velo protettore dietro il quale altri opera mutamenti di scena d'importanza mondiale, vedremo [pg!261] noi troppo tardi verificarsi qui altre trasformazioni per noi non meno gravi, di cui forse oggidì i preludi passano dalla nostra diplomazia inosservati?»....«Costantinopoli, 2 settembre 1891.Il 26 luglio informavo Vostra Eccellenza che questo incaricato d'affari d'Inghilterra aveva, d'ordine delForeign Office, avvisato la Porta che le condizioni dell'isola di Candia vanno peggiorando pei numerosi misfatti; al punto da far temere che ne approfitti a scopi politici chi è interessato a fomentare una nuova insurrezione nell'Isola.Il 20 agosto sir W. White, tornato da una breve escursione in Germania, aveva con me un colloquio particolare nel quale egli mi faceva prevedere che mi avrebbe diretto prossimamente una comunicazione sugli affari cretesi in seguito ad «uno scambio d'idee avvenuto tra i gabinetti di Londra e di Parigi». Egli era in possesso della relativa corrispondenza, piuttosto voluminosa, tra lord Salisbury ed il signor Ribot, non conosciuta dai nostri rappresentanti a Parigi e a Londra. Il 23 agosto sir W. White parlò pure al signor di Radovitz di una comunicazione che gli avrebbe fra breve fatta circa le cose di Candia, ma senza spiegarsi, che io sappia, altrimenti.Per altro Vostra Eccellenza mi segnalava il 22 agosto la coincidenza, che non le sembrava fortuita, tra l'annunzio a noi fatto dal signor de Giers con dimostrazioni di fiducia, che la Russia intende insistere presso la Porta per provvedimenti acconci alle condizioni aggravate di Candia, e una domanda fatta al regio Ministero da codesto Incaricato d'affari di Grecia, se cioè l'Italia sarebbe disposta ad associarsi alle rimostranze di alcune grandi potenze al Governo ottomano circa i casi di Candia, anche quando Austria e Germania non vi prendessero parte. Il rappresentante ellenico a Roma rinnovava l'invito il 26 agosto, chiedendo più precisamente a Vostra Eccellenza se l'Italia avrebbe voluto associarsi non solo alla Russia, che ce n'aveva avvisati, ma alla Francia e all'Inghilterra, che verso di noi mantenevano il silenzio, per ottenere un migliore Governo per Candia.Vostra Eccellenza avendomi pregato il 28 agosto, in [pg!262] base a tali comunicazioni della Russia e della Grecia, di assumere informazioni circa la notizia pervenutale «da altra parte» che l'Inghilterra, d'accordo colla Francia ecoll'Austria-Ungheria, aveva fatto passi presso la Porta a favore di Candia, Le risposi ricordando che già il 26 luglio precedente io aveva riferito a Vostra Eccellenza come l'Inghilterra avesse fatto presso la Porta il passo che ho accennato di nuovo più sopra, e non altro passo qualsiasi. Prima e dopo di quelle date, il mio collega d'Austria-Ungheria non ha comunicato alla Porta, mi dice egli, se non, come al solito, le informazioni dei consoli locali austro-ungarici sulle cose cretesi; anch'egli per altro aveva ricevuto l'annunzio da sir W. White d'una prossima comunicazione sulle cose di Candia, e dopo ciò sir W. White si era limitato, aggiungevami il barone di Calice, a colloqui confidenziali coi soli ambasciatori di Francia e di Germania. Così l'Austria-Ungheria dimostrava a noi essere rimasta estranea a tutto il negoziato, cosa degna di nota dopo le circostanze segnalate nel mio rapporto del 30 giugno scorso, indicanti una diminuzione di fiducia dei gabinetti di Londra e di Vienna verso la politica italiana.Trovandomi il 28 a sera all'ambasciata d'Inghilterra, sir W. White mi disse avere aspettato l'occasione d'incontrarmi per notificarmi il risultato delle sue conferenze col collega di Francia. Egli aveva avuto, in conformità d'istruzioni del suo Governo, un ultimo colloquio col conte di Montebello sulle presenti condizioni di Candia, la quale da recenti rapporti dei consoli inglesi e francesi risultava un poco più tranquilla. Nè egli, nè il conte di Montebello si erano trovati in grado di proporre alcun passo che non si riducesse ad ufficiose osservazioni alla Porta nel senso di conservare la pace e l'ordine dell'isola. Il conte di Montebello avevagli dichiarato non essere propenso ad alcuna ufficiale osservazione alla Porta, disposizione questa nella quale sir W. White conveniva pienamente. Quanto precede era stato portato a cognizione di lord Salisbury. Sir W. White mi disse inoltre che per conto suo non avrebbe fatto, salvo ordine del suo Governo, alcun passo formale dopo quello già fatto, come le avevo riferito il 26 luglio, e aggiunse non poter prevedere se questi rappresentanti di Francia e Austria-Ungheria avranno istruzioni per analoghi [pg!263] passi più o meno confidenziali, ma ritenere che ad ogni modo risulteranno passi isolati; non esservi luogo a concerti tra i rappresentanti in Costantinopoli, ogni concerto al riguardo, non potendo e non dovendo stabilirsi se non direttamente tra i gabinetti stessi. Tutto ciò mi parve nuovo sintomo dell'isolamento, conseguenza di anteriori divergenze di indirizzo dell'Italia rispetto all'Inghilterra e all'Austria-Ungheria, isolamento del quale volta per volta, ed ultimamente col mio rapporto del 30 giugno, era stato mio dovere segnalare le origini.Il 29 agosto, ulteriori mie informazioni mi davano certezza che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, anzichè rimanere inoperosa quando l'incaricato d'affari d'Inghilterra faceva il suaccennato passo, aveva, nelle sue comunicazioni al Gran Visir, dimostrato preoccupazioni perchè si fosse sguarnito Candia di truppe, e desiderii perchè venissero rimosse le cagioni di complicazioni provenienti da disordini nell'Isola; ed il signor di Radovitz mi confermò poi avere il barone di Calice tenuto un tale linguaggio «in espresso appoggio» al passo formale dato dall'incaricato d'affari d'Inghilterra. Ne emergono due conclusioni per noi: in primo luogo, la conferma delle notizie giunte all'Eccellenza Vostra di intelligenze dell'Inghilterra non solo colla Francia, ma coll'Austria-Ungheria per Candia, senza partecipazione al regio Governo; in secondo luogo, la conformità del linguaggio del barone di Calice con quello del signor de Giers, il quale, secondochè fu telegrafato a Vostra Eccellenza da Pietroburgo, si dimostrava preoccupato perchè il Governo ottomano continuava a sguarnire Candia di truppe per portarle allo Yemen ove la situazione si fa più critica, il Governo russo cercando di rimuovere ogni cagione di complicazione internazionale circa Candia.Così risultava ad evidenza che le due potenze alle quali ci eravamo legati con speciali intelligenze di massima per interessi comuni nel Mediterraneo, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria, si occupavano, insieme ai gabinetti di Russia e di Francia, e senza che Vostra Eccellenza ne avesse notizia se non da Pietroburgo e da Atene, delle cose di Candia.In questo corpo diplomatico si spiegava ciò col fatto che in seguito a conferenze avute dal signor Tricoupis a Sofia, il Re di Grecia avesse ottenuto dai gabinetti [pg!264] di Londra e di Parigi, notoriamente ravvicinatisi nei negoziati che precedettero la visita della squadra francese a Portsmouth, un qualche compenso in Candia ai progressi dei Bulgari in Macedonia; l'Inghilterra era supposta non aliena dal favorire la concessione ai Candioti d'un governatore cristiano personalmente grato alla Francia, la quale così avrebbe desistito dal premere per lo sgombro dell'Egitto; l'Austria-Ungheria poi era evidentemente desiderosa ad un tempo di evitare ogni passo collettivo che ponesse, come desideravano i Greci, la questione di Candia davanti all'Europa, e di apparire ciò nullameno per conto proprio facilitare ai Greci il vantaggio di un'influenza francese in Creta, vantaggio anche per gli interessi austro-ungarici, poichè diventava così meno esclusiva la preponderanza russa in Atene, aggiungendovisi la francese.Intanto mi giungeva inaspettatamente una lettera del signor di Radovitz dalla quale emerge che, secondo il mio collega di Germania, l'Italia potesse disinteressarsi insieme alla Germania dai negoziati iniziati dalle altre grandi potenze circa Candia. Vi era una tale coincidenza tra l'invito di lui a non unire l'Italia ai passi dell'Inghilterra e dell'Austria-Ungheria in una questione pur mediterranea, e le ripetute dichiarazioni di sir W. White a me e al barone di Calice non avere più pratico valore le intelligenze stabilite fra i tre gabinetti nel 1887, che non esitai ad alludere a tal punto delicato nella mia risposta al signor di Radovitz a proposito di lui evidente tentativo d'isolare l'Italia nella questione di Candia, della quale sole Russia e Grecia avevano fatto parola a Roma.Sir W. White passò nell'ambasciata di Germania la serata del 29, quando già il signor di Radovitz aveva in mano detta mia lettera; e venne da me l'indomani mattina, a dirmi che credeva non esservi nulla da fare per ora circa Candia. Io gli esternai il desiderio di tenermi in ogni caso in intima relazione come per il passato con lui e con il collega d'Austria-Ungheria, a scopi comuni. Egli mi rispose non esservi base a concerti in tre in tali questioni. Io m'ispirai allora al rapporto del conte Nigra del 4 agosto, e dissi a sir W. White che il conte Kálnoky, secondo le mie informazioni, continuava a credere che le intelligenze prese nel 1887 coll'Inghilterra [pg!265] non solo debbono essere considerate in pieno vigore, ma costituiscono una base preziosa ed importante dell'azione eventuale delle tre potenze alleate in Oriente. Sir W. White mi domandò se il conte Kálnoky avesse fatto qualche speciale allusione all'una o all'altra delle tante questioni che in Oriente sono criterio di una voluta e sincera comunanza d'interessi ed intenti, la quale, se manifestatasi nelle opere della pace, può tanto meglio poi esternarsi negli eventuali periodi d'azione. Replicai io non avere mai cessato dal segnalare non solo al mio governo, ma ai colleghi d'Austria-Ungheria e di Germania, le occasioni ed i mezzi di pacifica ed effettiva attuazione, per parte delle tre potenze mediterranee amiche, del convenuto scopo di benefica ed operosa preponderanza nostra comune; ma che delle tante questioni presentatesi, economiche, religiose, o puramente politiche, nelle quali antiche divergenze tra l'Italia e Austria-Ungheria erano da togliersi di mezzo, ignoravo se alcuna fosse stata trattata col conte Kálnoky, il quale menzionava soltanto l'interesse della consolidazione del principe Ferdinando, argomento sul quale in verità le tre potenze, come le tre ambasciate, non hanno per un momento mancato di dimostrare la più completa e favorevole comunanza d'apprezzamento. Ma ad ogni modo, osservai io a sir W. White, le anteriori asserzioni di lui stesso al barone di Calice e a me circa la caducità delle intelligenze tra l'Italia, Inghilterra ed Austria-Ungheria per le cose d'Oriente erano ritenute dal conte Kálnoky non conformi alla realtà delle cose. Sir W. White mi replicò dubitare che il conte Kálnoky avesse attualmente confermato le intelligenze del 1887 quali vigenti ed esecutorie; mi narrò aver egli, in una recente sua conversazione col conte Kálnoky, chiamatane l'attenzione sui pericoli per la conservazione dellostatu quoin Oriente del sistema di doppio governo vigente qui, ove la Porta impotente è incaricata d'intrattenere le volontarie illusioni delle potenze alleate, mentre il solo vero potere è nel Palazzo, ostile alle potenze stesse; nè avergli taciuto il suo pensiero, essere funesto il sistema della diplomazia austro-ungherese di assicurare l'impunità al Sultano e lusingarne l'arbitrario a scopi di apparente influenza, ed a detrimento dei più essenziali interessi comuni delle potenze amiche in Oriente. [pg!266]Tali gravi affermazioni dell'ambasciata d'Inghilterra, alle quali egli aggiungeva, all'indirizzo della politica italiana, altri rimproveri, sui quali la mia precedente corrispondenza mi dispensa dal ritornare, traevano per me chiaro significato da amichevoli sue confidenze relative a quella questione di Macedonia che, inseparabile per la Grecia dalla questione di Candia, è tuttora il nodo delle difficoltà balcaniche. Sir W. White deplorava che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, approfittando degli intrighi turco-russi del Palazzo contro lo sviluppo degli interessi anche commerciali e ferroviari inglesi ed italiani nella penisola balcanica, continuasse in Turchia la politica di esclusivismo economico che le era mal riuscita in Rumenia ed in Serbia; che a Vienna si fosse osteggiata la riforma del Consiglio del debito ottomano e della banca ottomana, istrumenti di monopolio politico-finanziario avverso all'Inghilterra e all'Italia; favorito in Macedonia i Serbi quando Re Milano era sul trono, i Bulgari solo dopo che il principe Ferdinando venne a Sofia; sostenuto il principio francese e russo delle protezioni religiose a pro di protezioni austro-ungheresi sui cattolici dei Balcani, contrariamente al principio anglo-italo-tedesco delle protezioni di ciascuno sui propri nazionali; rifiutato di ammettere passi collettivi presso la Porta contro il brigantaggio sulle ferrovie ottomane sottoposte alla protezione austro-ungherese fino a Costantinopoli ed a Salonicco; dimostrato inquietudini ad ogni comparsa di squadre inglesi od italiane a Salonicco o a Smirne; ammesso la teoria russa per il passaggio di truppe russe nel Bosforo; evitato ogni adesione ai reclami inglesi e italiani contro la complicità del Palazzo col brigantaggio e contro la spoliazione sistematica dei rispettivi nazionali a beneficio della lista civile, abusi coperti dalla incondizionata protezione accordata dall'Austria-Ungheria al Sultano.Pure malgrado tanti gravami, osservai io, l'Inghilterra aveva negoziato coll'Austria-Ungheria per l'attuale situazione di Candia, e coll'Italia no. Eravamo dunque in presenza di qualche nuova combinazione a nostro danno, come nel Congresso di Berlino? Sir W. White non rispose.Anche il mio collega di Germania, come per dimostrarmi al pari di sir W. White non essere diminuita la [pg!267] nostra reciproca fiducia personale, si recò da me il 31 agosto ed intavolò francamente la conversazione sul grave argomento delle scosse intelligenze fra gli alleati in quanto all'Oriente. Sorvolando sulle divergenze verificatesi fra i gabinetti di Roma e di Berlino circa gli affari di Candia ed alludendo a disposizioni che negli ultimi tempi si erano, secondo il signor di Radovitz, dimostrate a Roma a favore della Russia, disse non potersi sperar nulla dal collega di Austria-Ungheria ormai per gli interessi politici ed i diritti privati compromessi dallacurée finaleche si fa in Palazzo degli ultimi elementi di vitalità dell'impero ottomano; il barone di Calice considerare successo bastante alla propria situazione l'aver fatto prevalere nel recente incidente di Uskub il principio di protezione religiosa non ammesso nè dalla Germania, nè dall'Italia, nè dall'Inghilterra; non potersi sperare il concorso del delegato austro-ungarico al disegno di eliminare dal debito ottomano il noto sindacato speculatore; perfino riguardo al brigantaggio, che assume nella Turchia la stessa indole politica che in Creta, avere egli, Radovitz, quale decano, in assenza del barone di Calice, chiesto al suo Governo l'autorizzazione di riunire i rappresentanti delle grandi potenze per deliberare circa i passi da farsi presso la Porta a beneficio anche dei sudditi di potenze minori, ma essersi il gabinetto di Vienna opposto a qualsiasi collettività anche ristretta in proposito. Passando alla quistione di Candia il signor di Radovitz mi confidò che le istruzioni di lord Salisbury a sir W. White ordinavano a quest'ultimo non solo di conferire col conte di Montebello ma «di trovar modo di porsi d'accordo con lui», lo che produsse in essi, Radovitz e White, profonda sorpresa e preoccupazione. Le mire delle rispettive potenze essere così apparse tanto oscure che il signor di Nelidow, sospettoso contro le tendenze francesi ad accordarsi coll'Inghilterra, aveva consigliato al suo collega di Francia a non spingere più oltre il negoziato. In conclusione il mio collega di Germania aggiunse che la questione di Candia sarebbe risorta fra breve, ma che per ora era meglio lasciarla cadere. E questa conclusione è concorde col telegramma di Berlino che Vostra Eccellenza mi comunicava iersera.In sostanza, un principio d'accordo franco-inglese [pg!268] avendo avuto luogo per gli affari di Candia quale compenso per l'occupazione dell'Egitto, il regio Ministero venne escluso per volontà dei nostri alleati da tutto il negoziato relativo. Tale fatto è sintomo assai chiaro del ritorno alla situazione del 1884, nella quale l'Italia, per aver sistematicamente agito negli affari d'Egitto in senso contrario allo spirito delle alleanze da essa concertate, vide sciogliersi di fatto il fascio delle alleanze stesse e rimase nell'isolamento. Vengono anche confermate da tale fatto le previsioni espresse nel mio rapporto del 30 giugno, circa la situazione disastrosa per i nostri interessi mediterranei, che risulta per l'Italia dal tornare ad essere lettera morta le intelligenze di massima coll'Inghilterra, programma che io ho pur ordine, finora non revocato, di seguire in Costantinopoli e sul quale non ho cessato di essere in pieno accordo coi miei colleghi d'Inghilterra e di Germania....»Alla fine del 1893 l'inerzia politica dell'Italia aveva già dato tutti i suoi frutti, e non era facile cosa riprendere la posizione perduta e rimuovere le altre potenze dalle nuove combinazioni nelle quali si erano impegnate. Caprivi e Kálnoky, Cancellieri dei due imperi centrali quando Crispi nel 1891 lasciò il governo d'Italia, erano tuttavia in carica e si deve credere che desiderassero il ritorno di lui al potere, poichè mentre Crispi ne sembrava ancora lontano, gli ambasciatori conte Solms e barone De Brück gli recavano messaggi e voti.Il Solms fece visita a Crispi il 13 ottobre 1893. DalDiariopiù volte ricordato riferiamo qualche nota:«L'ambasciatore germanico, dopo qualche accenno sulla politica generale, mi racconta con visibile soddisfazione che l'Imperatore lo aveva invitato a pranzo a Potsdam, e che con lui ragionando delle sue relazioni col Papa, lo aveva incaricato di riferirmi, appena tornato in Roma, che non aveva dimenticato le osservazioni da me fattegli sulla politica pontificia e che non si lascerebbe prendere dal Vaticano.— Il Papa — dissi — è nemico della Triplice perchè questa è un ostacolo al ristabilimento del potere temporale ed assicura a noi il possesso di Roma. [pg!269]— L'Imperatore non lo ignora e sa quello che fa. Avete visto come l'Imperatore si è condotto col principe di Bismarck? In Germania ha fatto magnifica impressione l'offerta che il nostro Sovrano ha fatto al Principe di un Castello imperiale per ristabilirsi in salute. È una riconciliazione tra l'Imperatore e il suo antico Cancelliere che ha davvero consolato il popolo tedesco. E voi che cosa fate? Continuerete con l'attuale ministero? Quale sarà il vostro contegno?— Io? Sono fuori dalla politica militante....— Ma l'Italia non può continuare con un ministero come l'attuale.— Non ho alcun giudizio da emettere. Sto a guardare!»Il De Brück si recò da Crispi il 25 ottobre. Leggiamo nelDiario:«Visita del barone De Brück alle 3.45 pom.Il barone è preoccupato delle condizioni d'Italia. Soggiunge che ne sono preoccupati anche a Vienna....— Bisogna che vi occupiate delle cose del vostro paese. Che volete? Questo linguaggio parrà singolare in bocca di un austriaco, ma tanto più dovete ascoltarlo. Noi abbiamo bisogno che l'Italia sia ben governata e tranquilla; e lo stato attuale c'inquieta.— Me ne duole; ma io non ho che farci. È la disgrazia d'Italia. È il nostro un paese cui manca la continuità nella politica; ed è la ragione per la quale all'estero non abbiamo la dovuta considerazione. Ai tempi di Mancini, non ostante il trattato della Triplice, il Principe di Bismarck non aveva fede in lui. A Berlino ed a Vienna si cominciò ad aver fede nel governo d'Italia con Robilant....— Dite piuttosto con voi. Con Robilant ci fu una fiducia relativa. Con voi a Berlino ed a Vienna non si dubitò mai. E bisogna che ritorniate al potere.— .... Io vengo dalla rivoluzione. Io ero repubblicano, ed accettai la monarchia perchè con essa potevamo acquistare l'unità. Sono stato fedele alla forma di governo che ho adottato, e deputato e ministro non ho mancato ai miei doveri. Il Re avrebbe dovuto comprendere tutto ciò, ed avrebbe dovuto sentire l'importanza della mia [pg!270] devozione.... Se non amassi il mio paese, mi sentirei legittimato a ritirarmi completamente dalla politica....— E fareste male. Voi bisogna che continuiate a servire il Re ed il vostro paese. Io non vedo un uomo che possa giovare all'Italia e servirla come voi; ed il Re lo sa, e più d'una volta me lo ha dichiarato....»Affidando al barone Blanc il ministero degli Affari esteri, Crispi non rinunziò ad avere una diretta ingerenza nella politica estera. Portare nella trattazione delle maggiori questioni internazionali il suo criterio e l'autorità del suo nome era un dovere ch'egli sentiva come presidente del Consiglio, e non avrebbe saputo mancarvi anche perchè la politica estera era stata sempre prediletto oggetto dei suoi studî.Nei primi mesi del 1894 le condizioni interne d'Italia erano così gravi che richiesero tutta la sua attenzione. In Parlamento non vi furono per qualche tempo dissensi; le ambizioni tacevano; tutti i partiti, dominati dal timore, seguivano ansiosamente l'azione di Crispi rapida, energica contro un movimento anarchico che minacciava un caos sociale e politico. Ristabilito l'ordine pubblico, risollevato il morale del paese e restaurata la finanza, Crispi potè, nonostante che cominciassero ad addentarlo le ire di parte, dedicarsi maggiormente alla situazione internazionale.La politica estera dell'Italia non poteva non risentirsi delle difficoltà interne. Dovunque eravamo meno considerati. L'Ambasciatore a Londra, conte Tornielli, scriveva l'8 gennaio 1894:«Le notizie tendenziose della stampa francese, ripercosse nella inglese, l'opera dei pochi corrispondenti speciali di quest'ultima residenti in Italia, cospiravano negli ultimi mesi ad accrescere le prevenzioni e le diffidenze alle quali il mio linguaggio ufficiale e privato non bastava certamente a porre argine. Poche volte Lord Rosebery mi parlò delle nostre difficoltà interne e sempre con quella misura che gli è propria, piuttosto, se ben io ne intesi l'intenzione, per dare a me l'occasione di spiegare o di smentire le altrui esagerazioni. Egli accolse sempre con benevolo interesse le spiegazioni e le smentite mie.»[pg!271]In Germania la fiduciosa amicizia degli anni del primo ministero Crispi, che aveva avuto una manifestazione solenne nel 1889 in occasione del viaggio a Berlino del Re Umberto, era un ricordo del passato. Il ritorno di Crispi ridestò la speranza che potessero tornare i giorni della intimità italo-germanica. «L'imperatore Guglielmo — riferiva l'Ambasciatore Lanza — non dubita che passeggere sieno le nubi che passano sulla nostra povera Italia, e che il senno del Re e l'energia del suo governo sapranno presto dissiparle». In data 5 marzo lo stesso generale Lanza riferiva:«Ieri sera ad una rappresentazione di beneficenza ebbi l'onore di conferire con S. M. l'Imperatore, che sedeva in palco a me vicino.S. M. si degnò esprimermi le sue felicitazioni per la vittoria riportata dal Regio Governo nelle ultime discussioni parlamentari, per la splendida votazione avuta in suo favore, ed ebbe parole improntate, come sempre, a grande amicizia per la famiglia Reale, a stima e benevolenza grandissima per l'Italia, augurando che l'energia e l'autorità da lui molto apprezzate del Capo attuale del Gabinetto, l'alto senno del Re, riescano a superare tutte le difficoltà della crisi che attraversiamo.S. M. ebbe anche parole di grande lode per la condotta dell'esercito nelle luttuose circostanze in cui ebbe a trovarsi in Sicilia, e nella Provincia di Massa e Carrara; mi parlò con vivo compiacimento del valore dimostrato dai nostri nel combattimento di Agordat, del quale, mi disse, si era fatto spiegare tutti i particolari dal Capo del Grande Stato Maggiore, particolari che egli infatti conosceva meglio di me.»Ai primi di aprile Guglielmo e Umberto s'incontrarono a Venezia. Il Re si compiacque di telegrafare a Crispi:«A S. E. Cav. CrispiPresidente del Cons. dei Ministri.S. M. l'Imperatore lascerà Venezia domattina portando seco la migliore impressione di questa Città che ha così degnamente rappresentato l'Italia nell'onorare l'augusto [pg!272] nostro alleato e amico. L'Imperatore nei varî colloquî avuti con me mi ha parlato di Lei e sempre con sentimenti di viva simpatia e di alta considerazione.Mi compiaccio di esprimerle la particolare e meritata benevolenza di S. M. l'Imperatore e di confermarle la mia cordiale amicizia.AffezionatissimoUmberto.»In ottobre la Cancelleria germanica era in crisi. Il generale Caprivi, il successore di Bismarck, col quale Crispi stava per riannodare i rapporti che un'altra crisi, quella del 1891, aveva interrotti, si dimise dall'altissimo ufficio. Le cause immediate che determinarono quell'avvenimento furono narrate a Crispi nei seguenti termini:«L'accordo fra il Cancelliere e il Ministero prussiano nella questione delle misure da adottarsi per combattere i partiti sovversivi era fatto; le misure stesse erano state concretate (non se ne conoscono ancora i particolari), ed avevano ottenuto l'approvazione dei Governi confederati, il decreto d'apertura del Parlamento per il 15 novembre era già pubblicato; Sua Maestà l'Imperatore doveva ripartire ieri sera per le caccie di Blankenburg; quando nel pomeriggio egli riceveva successivamente a Potsdam il Conte Eulenburg, Presidente del Ministero Prussiano, e il Cancelliere Conte Caprivi, e dopo tali visite contromandava la sua partenza. Nella sera si spargeva la notizia che quei due alti funzionari avevano rassegnato le loro dimissioni e queste erano accettate!! Che cosa era avvenuto?Una breve conversazione avuta iersera col Conte Eulenburg che, come se nulla fosse avvenuto, incontrai in unasoirée, mi pone in grado di desumere come siansi passate le cose.Quando il Conte Caprivi, a proposito della legge scolastica, lasciò la carica di Presidente del Ministero Prussiano, che fu assunta dal Conte Eulenburg per deferenza ai voleri sovrani, questi era già convinto che la separazione delle due cariche di Cancelliere e di Ministro Presidente Prussiano non poteva durare a lungo, come non durò ai tempi di Bismarck senza dar luogo ad inconvenienti, [pg!273] ad attriti gravi. Questi attriti giunsero al colmo, fra il Conte Caprivi e il Conte Eulenburg, a proposito delle misure sovraccennate e solo per intromissione dell'Imperatore un accordo fu possibile. Fu però un accordo, per così dire, forzato, concluso il quale e terminata la preparazione dei provvedimenti legislativi che ne erano la conseguenza, ambedue posero subito ieri i loro portafogli a disposizione di Sua Maestà. La quale dovette convincersi che realmente si doveva venire ad una soluzione radicale prima della convocazione del Parlamento. Non potendo naturalmente lasciar partire il Conte Eulenburg senza profondamente ferire il partito conservatore, già tanto ostile al Conte Caprivi, e d'altra parte non sentendosi questi, che sì frequenti volte dimostrò desiderio di ritirarsi, di assumere il peso delle due cariche, nè di difendere davanti il Reichstag delle misure cui in massima si era sempre mostrato ostile, Sua Maestà decise di dar corso alle dimissioni di ambedue e mandò ad effetto, colla sua solita rapidità di decisione, il provvedimento.Il posto di Cancelliere dell'Impero e Ministro Presidente Prussiano è stato offerto al principe Hohenlohe, attualmente Governatore dell'Alsazia-Lorena. Se accetterà sarà il regno deiSegretari di Stato, giacchè egli non ha più, a mio parere, l'energia, la vigoria necessaria per sì alta e grave carica. Il suo nome però, il suo passato, raccoglierà su di lui i voti dei partiti conservativi e specialmente della nobiltà prussiana che in Parlamento e fuori si mostrarono sì ostili al Conte Caprivi.»Il 29 ottobre il principe di Hohenlohe fu nominato Cancelliere dell'Impero e Presidente del ministero prussiano. Crispi inviò al Lanza il seguente telegramma:«Il nome di Hohenlohe, già amato in Italia, viene oggi salutato con la più viva simpatia. Voglia far sentire al Gran Cancelliere che il nostro paese si felicita insieme al Governo di una nomina che siamo sicuri gioverà ai comuni interessi delle due nazioni.Crispi.»[pg!274]Hohenlohe mandò dapprima il barone Marschall, poi si recò lui stesso dall'ambasciatore d'Italia a ricambiare il saluto:«Hohenlohe — telegrafava l'ambasciatore al ministro Blanc il 30 ottobre — venuto in persona casa mia, vuole rinnovi a V. E. e al Presidente del Consiglio vivi ringraziamenti e ricambi loro i sentimenti espressigli, lieto poter cooperare interessi comuni due paesi. Più che sue parole, la sua visita fattami oggi fra tante altre cure e prima di aver potuto ricevere la mia e quella di altri ambasciatori, dimostra il conto nel quale egli tiene il capo del R. Governo che egli disse esser lieto già conoscere, nonchè V. E. e ciò mi è di buon augurio per l'avvenire.»Le buone disposizioni dell'Imperatore Guglielmo verso l'Italia erano confermate dal Lanza in un suo rapporto del 5 marzo 1895, del quale riferiamo questo interessante brano:«Al suo ritorno da Vienna S. M. l'Imperatore mi onorò di una sua visita personale per esprimermi, come disse, la sua soddisfazione di aver potuto stringer la mano a S. A. R. il Duca d'Aosta in occasione dei funerali dell'Arciduca Alberto. La visita durò a lungo e S. M. parlò un po' di tutto.... Fermandosi a discorrere specialmente dell'Austria, della sua impolitica condotta nell'Istria, ecc., S. M. mi disse aver trovato il conte Kálnoky meno inquieto per le nostre relazioni con la Francia, ma pur sempre alquanto preoccupato, che noi possiamo considerare la Triplice Alleanza non sufficientemente vantaggiosa per noi sol perchè non ci dà subito in piena pace il mezzo di giungere alla realizzazione dei nostri desiderii, delle nostre aspirazioni sui territori del Nord africano e altri. Sua Maestà avendo soggiunto: «Aspettate, lasciate che venga l'occasione e avrete tutto quel che volete», mi affrettai, non volendo per avventura che le parole del conte Kálnoky lasciassero cattiva impressione sull'animo del mio Augusto interlocutore, ad osservare che S. M. e il suo Governo conoscevano troppo bene la nostra politica, l'attitudine presa dall'attuale Gabinetto verso l'Inghilterra nelle cose d'Africa, il nostro [pg!275] desiderio di farci veramente il tratto d'unione fra l'Inghilterra e le Potenze della Triplice Alleanza, per dubitare che noi vogliamo con intempestivi conati suscitare complicazioni, che anzi facciamo sacrifizî per evitarle. Soggiunsi che siamo sempre stati e siamo consci dei nostri doveri e dei nostri diritti, che ci premeva anzitutto lostatu quonel Mediterraneo minacciato dalla Francia, e non sapevo spiegarmi la preoccupazione del conte Kálnoky. Se ci allarmiamo dei continui tentativi della Francia per estendersi in Africa, questi allarmi non sono infondati, chè quei tentativi, non mai ostacolati, potrebbero un giorno condurre ad uno stato di fatti compiuti — e citai il porto di Biserta — cui la guerra sola, che vogliamo tutti scongiurare, potrebbe riparare. S. M., che mi sembra persuasa di queste cose, apprezza la nostra politica verso l'Inghilterra, è sempre disposta ad appoggiarla, e fa voti perchè sotto i successori di Rosebery e di Kimberley, i quali non possono tardare molto a venire al potere, essa trovi quella favorevole accoglienza e quella cooperazione che finora abbiamo indarno cercato....»Le buone relazioni tra l'Inghilterra e la Germania erano state per molti anni un elemento importantissimo della nostra situazione internazionale. È noto che gli accordi nostri con l'Inghilterra pel mantenimento dellostatu quoe la difesa dei comuni interessi nel Mediterraneo e in Oriente, completavano le stipulazioni del trattato della Triplice alleanza. La tendenza della politica inglese a comporre i dissidi anglo-francesi mediante compensi nel Mediterraneo e a modificare in Oriente il suo atteggiamento intransigente verso la Russia, allontanando ogni giorno dippiù l'Inghilterra dalla Triplice, giustamente allarmava il governo italiano. Il 1.º marzo 1894 Gladstone si ritirava definitivamente dal governo in seguito al voto contrario della Camera dei lords al progetto sull'Home Rule. Il suo ministero però rimaneva sotto la presidenza di lord Rosebery, che cedeva il ministero degli affari esteri a lord Kimberley. Il ritiro di Gladstone fu accolto con soddisfazione nelle sfere governative di Berlino, presso le quali fece poi anche buona impressione la caduta di Rosebery, avvenuta il 22 giugno 1895. Col ritorno al potere dei conservatori la Cancelleria germanica concepì qualche [pg!276] speranza nella ripresa, da parte dell'Inghilterra, dell'antica politica. Il barone Marschall, segretario di Stato al ministero germanico degli Affari esteri, divideva tale speranza:«Potremo — diceva egli — aver divergenze coll'Inghilterra, e ne prevedo ancor molte nelle questioni coloniali, ma queste sono cose secondarie che non impediranno mai l'accordo sui grandi problemi che possono sorgere nel Mediterraneo e che toccano gli interessi dei nostri alleati; quelle divergenze daranno ragione all'Imperatore che, di recente, parlando con me su questi argomenti diceva:Bah! wer sich lieb hat, neckt sich(qui s'aime, se querelle).»Ma sorse poco dopo a creare malumori la questione del Transvaal, venne il telegramma dell'imperatore Guglielmo al presidente Krüger nel quale felicitava questi «che senza ricorrere all'aiuto delle Potenze amiche fosse riuscito a ristabilire la pace contro le bande armate che avevano invaso il suo paese e a difenderne l'indipendenza», venne l'acre polemica tra la stampa inglese e la germanica. Crispi, a dimostrazione di sentimenti amichevoli verso i due Stati, appena dichiaratosi il dissidio che fortunatamente fu subito composto, aveva accennato a una mediazione dell'Italia con questo telegramma all'ambasciatore a Berlino:«Il dissidio anglo-tedesco è una sventura internazionale, e bisogna trovar modo di comporlo. Esso giova ai nemici della Triplice e nuoce a noi. Il nostro Augusto Sovrano se ne preoccupa, e mi ha espresso il desiderio d'intervenire con una parola amica fra le due parti, ove questa possa esser efficace. Ne parli al barone Holstein in mio nome, e qualora egli le dia speranza di successo, ne parli al Gran Cancelliere.Qualunque sia il risultato delle nostre pratiche, avremmo per lo meno dato prova della nostra buona volontà e della nostra amicizia.»Nei primi due mesi del 1896 apparve chiara la crisi delle alleanze e degli accordi ai quali l'Italia aveva affidato la sua sicurezza e la garanzia dei suoi interessi. [pg!277]In breve, la situazione era la seguente: col peggioramento delle relazioni anglo-germaniche la Germania nostra alleata, facendo una politica a sè, riguardosa verso la Turchia, aveva agevolato alla Russia la preponderanza a Costantinopoli, e verso la Francia aveva iniziato una politica di concessioni, della quale uno dei frutti era stato l'accordo franco-germanico, risultante dal protocollo firmato il 4 febbraio 1894, che aveva riconosciuto l'hinterlanddella Tripolitania nella sfera d'influenza francese.La Francia, che nel 1891 aveva iniziato trattative per la delimitazione dei possedimenti franco-italiani nell'Africa Orientale e per una convenzione che avrebbe assicurato nella Tunisia un regime economico soddisfacente ai cittadini e ai commerci italiani, ritirò le sue proposte quando e perchè fu rinnovato il trattato della Triplice Alleanza; e continuava ad osteggiarci anche in Africa, inviando all'Harrar e allo Scioa denari e armi che dovevano essere rivolte contro di noi.L'Inghilterra, lasciata libera di trascurare gli accordi che aveva con l'Italia per l'Oriente e pel Mediterraneo, si preoccupava soltanto della contestata sua posizione in Egitto e tendeva a cedere in Africa alla Francia, in tutte le questioni nelle quali era interessata l'Italia, così per l'Harrar e Zeila, come per Tunisi.La Russia, come si era fatta guardiana degli Stretti, per difendere, insieme al suo dominio incontrastato nel Mar Nero, la propria influenza sulla Turchia, e aveva, rompendo il concerto europeo, impedito che anche l'Italia riprendesse, a fianco dell'Inghilterra, posizione in Oriente, intrigava, insieme alla Francia, in Abissinia, avanzando altresì la pretesa di un protettorato ortodosso con lo scopo di ostacolare l'influenza italiana.L'Austria-Ungheria, infine, nonostante l'alleanza con l'Italia, si era sentita così libera da iniziare trattative commerciali col governo francese per la Tunisia, senza prevenirne nè informarne il governo italiano.Da questa situazione risultava che l'Italia legata all'Inghilterra, alla Germania e all'Austria-Ungheria da convenzioni di reciproca garenzia, era, a causa di quelle convenzioni, combattuta dalla Francia in questioni vitali e, nella lotta, lasciata sola dalle alleate. Cosicchè la Francia, pur non conoscendo i patti della Triplice alleanza, era giunta con un processo intuitivo di [pg!278] eliminazione, a conoscerne la portata, e procedeva quindi brutalmente nella sua guerra coperta a tutti gl'interessi italiani, avendo la sicurezza di non incontrare ostacoli da parte della Germania e dell'Austria-Ungheria. Si può anche aggiungere che a nostre spese essa si era indennizzata della perdita dell'Alsazia-Lorena, acquistando preponderanza in tutto il Mediterraneo occidentale e neglihinterlandsdelle regioni del Nord-Africa, dall'Atlantico sino all'Alto Nilo.Esposta per tal modo l'Italia nello stato di pace a tutti i danni della guerra, al governo italiano, per la salvaguardia degl'interessi nazionali, si presentavano due vie: sciogliersi dalla Triplice alleanza cedendo alle pressioni francesi, o denunziare il trattato per sostituirlo con un altro che non prevedesse soltanto la guerra, ma fosse una garanzia per l'Italia anche nello stato di pace.La prima via era irta di pericoli: seguendola, l'Italia sarebbe ritornata nelle condizioni d'isolamento nelle quali si era trovata sino al 1882, cioè prima della sua accessione all'alleanza austro-germanica, in balìa delle sopraffazioni francesi e della irritazione delle ex-alleate. La seconda via era più conveniente, e Crispi la preferì.D'altronde, egli che non aveva mai ammesso che l'alleanza dell'Italia con le potenze centrali fosse una dedizione degl'interessi italiani, doveva nei precedenti della sua azione diplomatica attingere la fede di potere rompere il ghiaccio del particolarismo austro-germanico formatosi nei tre anni della sua lontananza dal Governo.I documenti che seguono hanno un altissimo interesse storico: essi contengono i termini del problema che s'imponeva, l'ansietà patriottica del governo di Crispi e i suoi propositi.Diario — 20 gennaio 1896.Il barone Pasetti, ambasciatore d'Austria-Ungheria, giusta la fatta domanda, giunse alle ore 15.Egli cominciò a discorrere degli accordi del 1887, della insufficienza dei medesimi per lo scopo cui si riferiscono. Il barone si espresse con diffidenza del Ministero britannico, e si lagnò del medesimo per aver agito a Pietroburgo senza averne avvertito i due alleati. Soggiunse, [pg!279] che bisognerebbe render più precisi gli accordi, modificandoli od ampliandoli, per renderli più sicuri.Risposi, rifacendo la storia dei fatti che ci condussero ai suddetti accordi. Dissi che per me non hanno cessato di aver vigore le obbligazioni allora assunte. Ricordai che essendo stati trascurati tali accordi sotto Rosebery, all'avvento di Salisbury abbiamo interpellato questi, e ci fu risposto ch'egli riteneva ancora esistenti quegli accordi. Soggiunsi, che avevo fede nel ministro inglese, quantunque incerto talora ed esitante.Il barone Pasetti fu lieto della opinione mia favorevole a lord Salisbury. Ripetè che, nondimeno, era necessario dare alle note del 1887 maggiore precisione. Espose dei dubbi sul contegno del Governo tedesco.A questa osservazione dovetti rispondere, che gli accordi del 1887 erano stati fatti coll'intesa di Berlino e conseguentemente con l'approvazione del Principe di Bismarck, il quale dichiarò che stava al di fuori degli accordi. Egli voleva che gli obblighi fossero limitati tra l'Austria, l'Inghilterra e l'Italia. La Germania, pel momento in disparte, entrerebbe quando la Francia avesse preso parte diretta nelle cose d'Oriente e del Mediterraneo.Certamente oggi in Berlino non potrebbe prevalere una politica diversa; e non bisogna diffidarne.Conclusi, che noi stiamo fermi agli accordi del 1887; se giova renderli più precisi, noi vi ci presteremo. In questo caso ne avverta Vienna affinchè l'ambasciatore italiano e quello dell'Austria-Ungheria a Londra facciano le pratiche necessarie presso lord Salisbury.Se lord Salisbury ha proceduto solo, ciò ha fatto per precauzione, e nel dubbio che i due alleati non lo seguissero. Non dobbiamo dimenticare la condotta nostra al 1878 ed al 1882. Tanto nella guerra contro la Russia, quanto per la insurrezione egiziana, l'Inghilterra fu lasciata sola. Aggiungete che in questi ultimi anni, dopo il mio ritiro al 1891, dei tre Governi ciascuno ha fatto a modo suo, e noi nelle quistioni del Mediterraneo, a Tunisi per esempio e nell'Eritrea, ci siamo trovati soli; la Francia ha fatto quello che ha voluto.E che si è fatto in Oriente? Le flotte presenziarono le carneficine turche, e nissuno se n'è impensierito. Anche l'Austria fece da sè. [pg!280]— Dica al suo Governo, che l'Italia procederà lealmente coi suoi alleati. Mettiamoci d'accordo, e il mio Governo non mancherà al dover suo.Diario — 21 gennaio.Il conte Nigra ed il barone Blanc giungono a casa mia alle ore 15 e 10 minuti.Il discorso si è aggirato su gli accordi del 1887. Dissi al nostro ambasciatore come in fatto quegli accordi siano rimasti inefficaci. Anche nella quistione orientale, tanto l'Inghilterra quanto l'Austria, ciascuna ha agito isolatamente senza averne prevenuto i due Governi alleati.Riferii al conte Nigra il mio colloquio di ieri col Pasetti.Il barone Pasetti manifestò che a Vienna diffidano di lord Salisbury, e chiedono che agli accordi del 1887 si dia precisione negli obblighi e negli scopi.Osservai che, se vi è potenza che debba lagnarsi del modo come si son condotte l'Inghilterra e l'Austria, è l'Italia. Il nostro Governo, da parecchi anni in quà non ebbe l'ausilio dei due alleati. Tanto dalla triplice continentale, quanto dalla orientale, siamo stati lasciati soli. Ciò non avvenne mai prima del 1891 e specialmente quando Bismarck era al potere. Accetto quindi che gli accordi del 1887 si rivedano e si rendano più precisi; ma chiedo innanzi tutto che i firmatarii eseguano quanto avran pattuito.Il conte Nigra affermò che non bisogna dubitare che l'Austria possa avvicinarsi alla Russia, e n'è garentia il fatto che a Vienna il ministro degli affari esteri è un polacco. Ciò posto, dobbiamo ritenere che l'Austria è interessata a rispettare la nostra alleanza.Il ministro Blanc espose alcune sue osservazioni sulla condotta dell'Austria verso di noi. Conchiuse anche lui che gioverebbe al mantenimento della alleanza il rivedere gli accordi del 1887.Partito Blanc verso le ore 15 e 45, siamo rimasti, Nigra ed io, un'altra buona mezz'ora insieme.Il conte perorò la buona fede dell'Austria verso di noi.Ci rivedremo. [pg!281]Diario — 22 gennaio.Il barone de Bülow giunge alle ore 18.Il barone cominciò col chiedere notizie dell'Africa, felicitandosi della condotta dei nostri soldati. Venendo poi alle cose di Europa, affermò che la Germania sarebbe stata sempre con noi. Su questo feci qualche osservazione.Dissi che dei beneficii dell'alleanza, io mi accorsi ai tempi di Bismarck, non dopo coi successori. Prima del 1890 appena una questione sorgeva, ne avvertivo Bismarck, ed egli, tanto in Londra, quanto a Parigi faceva sentire la sua parola e tutto andava pel meglio.44Della Triplice [pg!282] Alleanza noi soli abbiamo sentito il peso. Alle frontiere della Francia, nostra accanita nemica, noi abbiamo quotidianamente a provare fastidi d'ogni genere.Il barone non potè negarmi che ai tempi di Bismarck le cose procedevano in miglior modo per noi. Soggiungeva però che il suo Governo si interessa delle cose d'Italia, e che noi l'avremmo al nostro fianco tutte le volte che ne sorgesse il bisogno.Parlammo delle cose di Oriente, e non volli lasciar passare l'occasione per dichiarargli che l'Europa, con le sue navi tenute inerti nelle acque della Turchia, ha dato prova della sua impotenza.Ritornati alle cose di Francia, ripetei che gran danno noi proviamo per gli odii di quella nazione e per le insidie di quel Governo.Diario — 9 febbraio, ore 17.Sono andato dal barone de Bülow alle 5 pomeridiane. Lo scopo era di parlargli delle relazioni tra l'Italia e la Francia.Dissi all'ambasciatore tedesco:— Più di una volta ci son venuti consigli da Berlino perchè trovassimo modo di accordarci con la Francia in tutte le speciali quistioni che interessano i due paesi.Non ci siamo riusciti! Sono pochi giorni ancora, avendo mandato a Parigi un nostro funzionario, ci servimmo di questa occasione per esplorare l'animo del signor Bourgeois, il quale, come sapete, è il presidente dell'attuale Ministero francese. Questo funzionario parlò delle varie quistioni pendenti tra noi e la Francia, e disse che giammai come oggi potrebbe trovarsi un accordo fra i due Governi, essendo Crispi al potere.Il Bourgeois rispose a un dipresso nei seguenti termini:«Un accordo tra i due paesi non è possibile, finchè l'Italia fa parte della Triplice. Il popolo francese vi si ribellerebbe. Tutti qui tengono gli occhi rivolti alle provincie perdute, e sanno che l'Italia alleata della Germania è di ostacolo al ritorno delle medesime alla madre patria. Assicuratevi che finchè voi farete parte della Triplice non è possibile intenderci». [pg!283]Siccome vedete, caro barone, il signor Bourgeois fu molto esplicito e noi vediamo in tutto il contegno di lui verso di noi una asprezza tale che non lascia speranza di venire ad un accordo.La Francia ci fa la guerra dappertutto. In Europa ed in Africa noi ci troviamo il Governo francese di fronte in ogni occasione e sempre malevolo. Dicesi che la Triplice fu stipulata per mantenere la pace. Per noi è il contrario. La Triplice per noi è la guerra. In Italia siamo insidiati per mezzo del Vaticano, e fuori con tutti i mezzi che può adoperare una diplomazia astiosa e sottile. I nostri commerci sono interrotti, e nessun trattato è possibile, nè in Tunisia, nè tra Francia ed Italia. Sventuratamente la Francia è alle nostre frontiere, e non possiamo fare a meno di avere rapporti con essa.Ai tempi di Bismarck le cose erano meno difficili, perchè la parola del principe spesso si faceva sentire a Parigi.E tutto ciò avviene perchè ci s'imputa a colpa di far parte della Triplice. Vi prego scriverne al principe di Hohenlohe, e far giungere queste mie dichiarazioni all'Imperatore. È una posizione intollerabile la nostra. Ve lo ripeto, per noi questo stato di cose è peggiore della guerra.Il barone de Bülow parve impressionato delle mie parole e mi promise che ne avrebbe scritto a Berlino.Crispi all'ambasciatore d'Italia a Berlino:«Roma, 9 febbraio 1896.Signor Ambasciatore,Parmi utile che Vostra Eccellenza abbia notizia di una conversazione da me avuta oggi stesso con questo ambasciatore di Germania.Ho creduto conveniente che il rappresentante di S. M. l'Imperatore Guglielmo in Roma fosse, al pari del rappresentante di S. M. il Re in Berlino, a perfetta conoscenza del pensiero del Governo italiano sulla situazione che ci è creata dalla ostilità della Francia e insieme dalla triplice alleanza. A conforto quindi di quanto già il barone Blanc aveva avuto occasione di esporre al signor de Bülow, ho richiamato sopra tale situazione l'attenzione del signor de Bülow stesso. [pg!284]Gli dissi che, desiderosi anche noi, come sempre, di evitare complicazioni e di consolidare la pace, avevamo completamente diviso il modo di vedere, espressoci replicatamente dal Governo germanico, circa alla convenienza di venire tra Francia ed Italia ad accordi sopra le speciali questioni riguardanti i due paesi. Il regio ambasciatore a Parigi aveva quindi ricevuto istruzione di cogliere — ed aveva colto infatti — tutte le occasioni per rendere noti al Governo francese i nostri intendimenti più concilianti. Così è che, approfittando delle espressioni di simpatia e quasi di solidarietà civile contro la barbarie, dirette al regio ambasciatore dal presidente del Consiglio, dal ministro degli affari esteri e dal Presidente della Repubblica Francese a proposito della nostra guerra d'Africa, il Conte Tornielli era stato autorizzato a lasciar comprendere, ancora una volta, il nostro desiderio di venire ad accordi concreti per tutte le questioni ancora insolute tra Francia ed Italia, come la delimitazione nell'Africa orientale, il regime commerciale e personale in Tunisia, ecc.Ancora una volta il Governo francese aveva mostrato a tutta prima di comprendere e di apprezzare il valore delle importantissime concessioni che noi ci chiarivamo disposti a fare; ma, ancora una volta, al momento di venire a qualche conclusione positiva, il Governo francese ne declinava ogni possibilità.Aggiunsi al signor de Bülow che, mentre il Governo italiano aveva fatto così quanto gli era ufficialmente possibile, per venire agli accordi che la stessa Germania aveva mostrato di desiderare, io non aveva voluto darmi per vinto; e, approfittando della circostanza che un mio alto ed egregio funzionario, godente insieme di tutta la mia fiducia e dell'amicizia personale del signor Bourgeois, da lui stesso altra volta presentatomi, si recava a Parigi incaricato di una missione tecnica, gli avevo detto che, vedendo il Presidente del Consiglio francese, ne approfittasse per fargli presente che il momento non avrebbe potuto essere più favorevole per risolvere, d'accordo col Governo italiano, ogni questione irritante; che egli sapeva essere il Governo italiano in ottime disposizioni per ciò, mentre, d'altro lato, il paese avrebbe accettato, a questo proposito, da un Ministero da me presieduto, anche ciò che con altri [pg!285] Ministeri gli sarebbe sembrato costituire un atto di debolezza.Ora, la risposta del signor Bourgeois era stata questa:«Sentite, gli animi di tutti i Francesi sono sempre volti alle Provincie perdute, e nulla, checchè avvenga, varrà mai a distornerli; nessuno accetterà mai la separazione dell'Alsazia e Lorena dalla Francia come un fatto definitivo ed irrimediabile; a quella separazione tutti i Francesi riferiranno sempre le altre questioni; non vi potrà dunque essere mai accordo alcuno tra noi e l'Italia, finchè questa, essendo alleata della Germania, contribuirà a quella separazione».Il signor de Bülow parve molto impressionato da ciò che io gli esponeva. Gli feci allora considerare come tutti gli sforzi nostri per la consolidazione della pace s'infrangessero contro una volontà che è stata ed è in Francia comune a tutti i ministri e a tutti i gabinetti; che fatti e dichiarazioni l'hanno patentemente chiarito; e come quella volontà annullasse per noi quei benefici della pace che ci dovevano essere garantiti dalla triplice alleanza, poichè, per la triplice appunto, la Francia si credeva in diritto di considerarsi di fatto in guerra con noi e ce lo dimostrava in ogni questione, col maggiore nostro danno; quanto è avvenuto e quanto avviene ora in Abissinia non ne era che un esempio.Ricordai a questo proposito al signor de Bülow che, mentre era cancelliere dell'Impero il principe di Bismarck, quando i rapporti franco-italiani minacciavano di peggiorare vieppiù per le intolleranze, la indebita ingerenza e l'ostilità della Francia, il Governo germanico non esitava a far comprendere a Parigi che non si doveva passare il segno; e a Parigi lo si comprendeva. Così avevano potuto risolversi pacificamente, secondo il diritto e la convenienza internazionale, incidenti come quelli dei Greci di Massaua, del consolato francese di Firenze, della spedizione Atchinoff, delle istituzioni italiane in Tunisia, ecc. Il Governo francese aveva allora dovuto persuadersi che l'alleanza italo-germanica era un patto efficace non solo pel caso di guerra, ma per prevenire la guerra, garantendo anche in tempo di pace alle potenze alleate la difesa reciproca dei rispettivi interessi.Ora, aggiunsi, sembra che la Francia siasi formata [pg!286] della triplice e specialmente dell'alleanza italo-germanica un concetto tutto diverso: un concetto, cioè, per cui la Francia potrebbe offendere impunemente l'Italia, perchè alleata della Germania, sicura, d'altro lato, che la Germania non le opporrebbe ostacolo di sorta.Quindi, io conclusi, desideravo che il signor de Bülow facesse presente tutto questo a S. M. l'Imperatore e a S. A. il cancelliere, avendo io la fiducia che tutto ciò sarebbe tenuto da essi in amichevole considerazione.Queste mie dichiarazioni mi parvero tanto più opportune, visto che ci avviciniamo al mese di maggio, all'epoca, cioè, in cui si dovrà da una parte e dall'altra decidere sulla opportunità di confermare o meno, puramente e semplicemente, il trattato di alleanza.Del linguaggio da me tenuto al signor de Bülow Vostra Eccellenza potrà mostrarsi edotta presso codesto Governo.Crispi.»I negoziati intavolati a Londra per stabilire un'intesa concreta negli affari di Oriente e nel Mediterraneo tra l'Italia, l'Austria-Ungheria o l'Inghilterra, erano paralleli alle rimostranze che Crispi faceva alla Germania. Se i primi fossero riusciti, le seconde sarebbero divenute meno urgenti e perentorie, poichè l'Italia avrebbe trovato nella solidarietà inglese una garenzia degli interessi ai quali era estranea la triplice alleanza. In verità, la Cancelleria germanica esercitò tutta la sua abilità per indurre lord Salisbury a ritornare alla politica anteriore al 1891; l'ambasciatore Hatzfeldt in quei giorni era continuamente alForeign-Office, ma v'incontrava sempre il signor de Courcel, ambasciatore francese. L'esito del duello tra la triplice e la duplice franco-russa fu favorevole a quest'ultima: lord Salisbury confermò il mutamento della politica estera britannica. Il 10 febbraio, infatti, il conte Nigra telegrafava:«Goluchowski mi ha detto essere stato informato da Deym che Salisbury gli ha dichiarato lealmente che non poteva assumere coll'Austria-Ungheria e coll'Italia nessun impegno più preciso di quello del 1887».[pg!287]Il che voleva dire che non s'intendeva dare pratico seguito a quell'impegno, dimostratosi inefficace quando sopraggiunse la cattiva volontà, e solo per cortesia si esprimeva una platonica intenzione di procedere d'accordo, la quale non escludeva ogni dissenso.Non rimaneva al governo italiano che rivolgersi agli alleati. Ma in Germania si era poco ben disposti a considerare la difficile posizione dell'Italia; anzi il vecchio e stanco principe di Hohenlohe45si mostrava allarmato delle esigenze di Crispi. Da Berlino si scriveva:«Il timore che si ha qui che noi cerchiamo di forzar la mano alla Germania, contribuisce certo a rendere il Governo Imperiale più restìo a parlar alto a Parigi a tutela dei nostri interessi. Io mi sono astenuto dal parlar didirittinostri e di doveri della Germania nello stretto senso della parola, ma non ho tralasciato d'insistere sul fatto che tutte le difficoltà che incontriamo a Parigi, tutte quelle che ci vengono create in Abissinia, dipendono dall'essere noi membri della Triplice Alleanza e il solo fra quei membri sul quale i nemici di essa possano sfogare le loro ire. Il barone Marschall, che di ciò conviene meco pienamente, si dimostra anche disposto ad assisterci; ma come farlo efficacemente senza andar incontro a pericoli, a danni maggiori e d'ordine generale? A Pietroburgo gli ordini dati al Principe Radolin, le recenti dichiarazioni stesse del Principe Lobanoff circa il Leontieff, non lasciano dubbio che quel rappresentante germanico agisce, con prudenza ed energia, in nostro favore, d'accordo col conte Maffei. Ma più che a Pietroburgo noi vorremmo, noi avremmo bisogno che la parola autorevole della Germania si facesse sentire sulla [pg!288] Senna e qui cominciano ledolenti note. Ho avuto lunghe e ripetute conversazioni col barone Marschall e col barone Holstein in tutti questi ultimi giorni; essi hanno studiato, con amichevole premura devo dirlo, la questione sotto tutti i rapporti, ma la risposta che mi si fa è sempre la stessa: «A Parigi non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccar l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa; ma intervenire ora,fare pressionisulla Francia in questioni come quelle delle trattative per le delimitazioni in Africa, per le relazioni commerciali in Tunisi, senza la certezza che quell'intervento sorta immediato effetto favorevole, la Germania non può. In altri tempi, come quelli cui allude S. E. Crispi, in cui esisteva in Germania una forte corrente per la guerra, e la Francia non era forte come oggi, nè resa più baldanzosa dallo appoggio della Russia, poteva la Germania permettersi ditenir le verbe haut. Esporsi ora ad un rifiuto o ad una semplicefin de non recevoirper parte della Francia, la Germania non può; e non deve, senza essere esposta a subirne le conseguenze e rompereen visièrecol Governo della Repubblica. Il Presidente del Consiglio italiano e il barone Blanc, concludeva il barone Marschall, da veri uomini di Stato, devono comprendere quanto sia delicata la posizione della Germania verso la Francia e come un nulla possa turbare le nostre relazioni con essa e provocare complicazioni che è anche interesse dell'Italia di evitare.Alle obiezioni, delle quali si faceva organo l'ambasciatore Lanza, rispondeva Crispi:«Il barone Blanc mi comunica la di Lei lettera del 23 corr. nella quale è fatto cenno della mia del giorno 9....Noi possiamo comprendere la delicatezza della posizione che la Germania deve considerare di fronte alla Francia, nella attuale condizione di cose internazionali; il fatto che non esiste più in Germania una forte corrente per la guerra, che la Francia è oggi più forte di un tempo e resa più baldanzosa dall'appoggio della Russia, non ci pare dispensi la Germania dal dover considerare il danno che alla forza ed alla autorità della triplice alleanza deriva da tutto ciò che viene a colpire [pg!289] l'Italia, ad onta della triplice stessa, e può ben dirsi pel fatto della sua esistenza.Non ho d'uopo di ripeterle che, in realtà, le difficoltà contro cui dobbiamo ora combattere ci derivano in gran parte dai vincoli che ci uniscono alla Germania; e se non è pensier nostro pretendere dalla lettera e dallo spirito del trattato di alleanza conseguenze che a Berlino possano sembrare eccessive, non è men vero che noi dobbiamo chiederci ora più che mai se ed in qual grado e modo tuteli i nostri interessi un trattato che ha bensì lo scopo principale di prevenire ed impedire la guerra in Europa, ma che non si dovrebbe veramente poter considerare come estraneo a ciò che, in forma più o meno larvata, equivalga ad una guerra mossa fuori di Europa all'una o all'altra delle potenze alleate.A Parigi — le si è detto dal barone Marschall e dal barone Holstein — non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccare l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa. Ma il fatto certo è che questi attacchi della Francia non sono più una ipotesi da considerarsi per un incerto futuro, sono un fatto ormai esistente, che mira, non solo a combattere l'Italia in Africa, ma ad indebolirla in Europa.Non comprendo come possa ritenersi a Berlino che ciò sia in realtà destinato a rimanere senza influenza su quella situazione internazionale che ha la sua base principale per la Germania stessa nella potenza della triplice, poichè indirettamente i due imperi non possono non risentirsi di ciò che tocca la forza dell'Italia; come l'Italia si risentirebbe di ciò che in Europa o fuori d'Europa toccasse alla forza della Germania e dell'Austria-Ungheria. Comunque, se a Berlino si è risoluti a non escire assolutamente da quella riserva che induce la Francia a ritenere di poter considerare l'Italia come isolata, è ben naturale che da noi si consideri il trattato di alleanza nei suoi rapporti, non più soltanto di una conflagrazione generale, ma benanche della situazione speciale che esso produce fra Italia e Francia isolatamente.E poichè s'avvicina il momento in cui una decisione sul patto che le unisce può esser presa dalle tre potenze alleate, ho voluto richiamare sul grave argomento tutta [pg!290] l'attenzione di V. E. perchè Ella ne prendesse norma nel suo linguaggio presso codesto Governo e anche presso S. M. l'Imperatore.Ella mi si dichiara profondamente convinto dell'importanza e dell'utilità del trattato, anzi, della sua necessità, malgrado gl'inconvenienti che possa avere. Su ciò le ho espresso già in parte il mio pensiero, e mi riservo di scrivere ancora all'E. V.Un trattato di alleanza, sia pure concluso allo scopo d'impedire la guerra, perde gran parte del suo valore quando si dimostra nella pace inetto a tutelare gl'interessi dei contrattanti. Senza dire che nella mente dell'Italia e degli Italiani, oltre e più che di un patto scritto e limitato a certe date evenienze, si tratta di una solidarietà morale e politica, che, trovando la sua ragione nella storia, nella geografia, nella logica internazionale, ha fatto sì che quel patto non avesse quasi oppositori, mentre se tale solidarietà venisse a mancare per parte della Germania, il giudizio sulla convenienza di quel patto verrebbe certo a modificarsi in molta parte del popolo nostro.Ora, non può ignorarsi a Berlino la forza che oggi deriva ai patti diplomatici dal suffragio delle masse; tanto più quando quei patti implicano la reciproca fratellanza delle armi e del sangue. Le alleanze hanno infatti oggi tanto maggiore efficacia, quanto più sono popolari, e non possono essere popolari se non si dimostrano utili.Il popolo italiano non è ancora disilluso dell'alleanza con la Germania; ma chi può assicurare che non lo sarà domani, così seguitando le cose? E se il Governo italiano venisse dalle circostanze chiamato all'adempimento dei suoi impegni verso la Germania, quando l'alleanza fosse divenuta impopolare, certo esso non mancherebbe ai suoi doveri internazionali, qualunque fossero gli uomini al potere; ma esso si sentirebbe ben debole di fronte al suo stesso paese, e lo sarebbe per conseguenza anche di fronte al suo alleato.Non posso quindi a meno d'insistere sopra la gravità di uno stato di cose che si fa per noi sempre meno tollerabile, poichè facendoci subire in una pace formale i danni di una guerra a cui l'alleanza non provvede, senza gli eventuali vantaggi che in una guerra dichiarata l'alleanza [pg!291] dovrebbe assicurarci, rende incerta e mal sicura la base stessa della nostra posizione internazionale».Il problema era posto in tali termini che l'Imperatore stesso sentì l'opportunità di studiarlo per cercare una soluzione. E poichè aveva grande stima di Crispi, decise di venire in Italia per conferire con lui:«Berlino, 29 febbraio 1896.«S. M. l'Imperatore venne oggi casa mia per pregarmi far conoscere al Re suo vivo desiderio incontrarsi con lui profittando occasione per far prima un viaggio in mare coste italiane che i medici giudicano necessario per salute Imperatrice. S. M. l'Imperatore avrebbe quindi progettato giungere con S. M. l'Imperatrice a Genova nel più stretto incognito ed imbarcarsi subito colà nel suoyacht. Da Genova andrebbe a Napoli a visitare fratello, quindi coste Sicilia e di là a Venezia. A Venezia potrebbe essere non più incognito e aver luogo, se S. M. il Re consente, ricevimento e incontro ufficiale.Lanza.»Disgraziatamente, tre giorni dopo Francesco Crispi era obbligato ad abbandonare il Governo.Scomparso il ministero Crispi per una battaglia perduta in Africa, cadde nel nulla anche il suo programma di politica estera. I patti della Triplice alleanza non furono modificati secondo la nuova situazione internazionale, e i ministeri italiani che seguirono si abbandonarono a quella politica di concessioni e di compensazioni che fruttò soltanto sospetti, danni e nessun vantaggio. Vennero le convenzioni franco-italiane per la Tunisia del 28 settembre 1896, le quali non garentirono i nostri interessi economici e morali, e la convenzione marittima del 1.º ottobre, che giovò soltanto alla marina mercantile della Francia; venne «la pace commerciale», del 21 novembre 1898, che fu difesa con la «ragione politica» e che in realtà fece riprendere al commercio francese parte del terreno perduto, e ben poco giovò al commercio italiano. Poi, il primo viaggio all'estero del nuovo Re d'Italia, dopo la tragedia di [pg!292] Monza, ebbe per méta Pietroburgo e non Berlino. Poi, ancora, l'Italia accettò l'egemonia francese al Marocco, in cambio di una ipotetica libertà d'azione in Libia, col conseguenziale contegno ad Algesiras, favorevole alla Francia, nel conflitto sollevato dalla Germania.Il principe di Bülow parlò a proposito della condotta della nostra diplomazia alla Conferenza di Algesiras, deitours de walzerdell'Italia. Ma la sua ironia non fu equa. Itours de walzererano stati consigliati dalla Germania, siccome abbiamo documentato, per sottrarsi al ballo essa medesima. E dettero quella garenzia che potevano dare agl'interessi dell'Italia nel Mediterraneo.FINE.[pg!293]
La politica estera dei successori di Crispi dal 1891 al 1893. — Conseguenze immediate dell'inerzia italiana negli affari d'Oriente avvertite dal Blanc. — Germania e Austria desiderano il ritorno di Crispi al governo. — Colloqui di Crispi con gli ambasciatori di Germania e d'Austria-Ungheria. — I torbidi interni del 1893-94 deprimono il credito dell'Italia all'estero. — Guglielmo II e Crispi. — Motivi del ritiro di Caprivi dalla Cancelleria germanica. — Nomina di Hohenlohe. — Favorevoli disposizioni di Guglielmo II verso l'Italia. — Crispi e il dissidio anglo-germanico pel Transvaal. — L'Italia nella politica internazionale al principio del 1896. — La crisi delle alleanze e degli accordi. — I tentativi per ristabilire le antiche intelligenze con l'Inghilterra falliscono. — Dal Diario di Crispi. — Necessità di estendere i patti della Triplice alla protezione degl'interessi italiani nel Mediterraneo e in Oriente. — Energiche rimostranze di Crispi. — L'imperatore di Germania annunzia un suo viaggio in Italia per conferire con Crispi, ma questi prima della venuta dell'imperatore deve abbandonare il governo.
Abbiamo notato in questo stesso volume che quando riprese le redini del Governo, Crispi trovò tutta mutata la posizione dell'Italia in Europa. La Triplice era stata rinnovata, ma era tornata ad essere come nel primo periodo, dal 1882 al 1887, un legame oneroso; e gli accordi speciali con l'Inghilterra e con l'Austria-Ungheria, che formavano il complemento della Triplice, erano caduti nel nulla.
Sia perchè mancasse ai successori di Francesco Crispi l'elemento prezioso dell'autorità personale, sia perchè la loro azione fosse pregiudicata da dichiarazioni pubbliche accennanti a preferenze per un diverso orientamento della politica italiana, l'edificio innalzato con tante fatiche crollò. Germania e Austria cominciarono [pg!258] a guardarci con diffidenza; — la Francia, tra le proteste di amicizia a lei e il mantenimento dell'alleanza con le Potenze centrali, non vide chiaro e continuò le sue ostilità; — l'Inghilterra, convintasi della nostra incostanza e debolezza, accentuò la sua tendenza a intendersi a tutti i costi con la sua antica nemica, la Francia. Cosicchè si andò formando questa situazione: le nostre alleanze ci garentivano l'integrità territoriale, ma ci attiravano nello stesso tempo tutti i danni della guerra tenace che i francesi, sapendoci indifesi, ci facevano dovunque; e inoltre eravamo tenuti in disparte dalle combinazioni della grande politica europea.
Uno dei nostri migliori diplomatici, il barone A. Blanc, che fu ministro degli affari esteri nel secondo ministero Crispi, aveva veduto subito nel 1891, dall'osservatorio importantissimo che era allora Costantinopoli, i danni del nuovo indirizzo e li aveva segnalati:
«Terapia, 30 giugno 1891..... Non si può più dissimulare al pubblico, il quale qui incomincia a scandalizzarsi dell'impotenza della diplomazia anche per la protezione dei nazionali esteri, che, distruttosi il concerto europeo, del che le ambasciate di Russia e di Francia accusano le potenze alleate, non vi fu sostituita la preponderanza effettiva di queste ultime, onde anarchia in un governo che senza ingerenza europea non può compiere i suoi obblighi interni ed internazionali. Il Sultano non crede il gruppo anglo-austro-italiano capace d'una vera e seria azione solidale; è convinto non potersi più riunire gli ambasciatori in conferenze; li oppone, più che non potè far mai pel passato, l'uno all'altro, sfidandoli, finchè osa, tutti.I ministri ed il Palazzo in piena balìa di finanzieri, il Sultano che investe personalmente in Inghilterra ed in America quanti più capitali può, aspettano la preveduta fine; ed il Sovrano diceva testè ad un suo famigliare: «Che direste se accettassi la protezione russa?» Per ciò militarmente il Bosforo è aperto alla Russia e i Dardanelli sono chiusi a noi. Non vi sarebbe resistenza armata nè reazione di popolo contro la Russia, se questa sbarcasse una divisione a tre ore dalla capitale. Sarebbero allora in tempo le squadre inglesi o le squadre [pg!259] alleate a rinnovare la dimostrazione fatta nel 1878 a Santo Stefano? Non è probabile. O può dirsi che una volta a Costantinopoli la Russia sarebbe in una trappola, in condizioni insostenibili? Al punto di vista militare e navale, può darsi: al punto di vista politico, da nessuno, neppure dagli uomini di Stato bulgari si nega che intorno a Bisanzio, restituita alla ortodossia, tutti gli Slavi dei Balcani saranno trascinati da irresistibile impulso, come nel 1861 tutti gli Italiani si unirono al grido di Roma capitale. Che avverrà allora dell'ideale nostro delle autonomie, la cui unica guarentigia sarebbe stata la preponderanza politica e navale dell'Inghilterra e dell'Italia sui porti della Turchia europea? Che avverrà allora della teoria germanica dell'inorientazione dell'Austria-Ungheria? e della possibilità di soddisfazioni, a meno d'un'altra gran guerra, nell'interesse anglo-italiano d'equilibrio nel Mediterraneo? Non è forse abbastanza valutato dalla Germania e dall'Austria-Ungheria il fatto che in certi momenti la presenza d'un principe di loro fiducia a capo di tale o tal altro Stato balcanico non è punto sufficiente ad impedire rivolgimenti di volontà popolare? Basti ricordare come trionfò la causa della riunione della Rumelia orientale, tanto avversata e temuta a Vienna e a Berlino, per dimostrare che, anche in Oriente, si deve pur tener conto delle tendenze dei popoli.Questa regia ambasciata s'inspirò fin dal 1887 al convincimento che a tale situazione è pericoloso applicare la massimainertia sapientia; che la pace e lostatu-quolegale non sospendono il corso della evoluzione delle nazioni; che in piena pace, in pieno regime d'alleanze, se l'Egitto diventò inglese e se il versante sud dei Balcani diventò bulgaro, più facilmente ancora possono stabilirsi nel Mediterraneo nuove condizioni propizie o contrarie agli essenziali interessi italiani; che il programma di pace essendo per sè negativo, non si doveva esporre l'Italia a non vedere più altri scopi positivi per l'alleanza se non quelli odiosi che le attribuiscono i nostri avversari, cioè un appoggio cercato all'estero per le istituzioni monarchiche, o un pegno preso sulla eredità d'una Francia minacciata di smembramento; e che in conclusione, perchè l'alleanza diventasse popolare e proficua, e fosse nella coscienza italiana non un espediente necessario [pg!260] alla sicurezza, ma una base di fruttuosa operosità, dovessimo, dopo aver rifiutato disgraziatamente quel primo premio dell'alleanza che era l'Egitto, rifarci almeno con una legittima influenza in Oriente, fondata sopra un liberale sviluppo di autonomie nella penisola balcanica e sopra la preponderanza navale e politica delle quattro potenze sugli scali del Levante.Perciò quest'ambasciata proponeva nel 1887 quelle intelligenze che furono adottate senz'altro a Vienna e a Londra. Queste, che i miei colleghi amici chiamarono il patto fondamentale della nuova politica europea in Oriente, e che sir W. White diceva segnare una data storica, colla quale si poneva termine al secolo di guerra caratterizzato dagli spartimenti della Polonia e della Turchia; questo punto di partenza d'una nuova êra d'influenza, consentitaci in Oriente, ove col fatto si decide la questione se una potenza sia grande o piccola, dall'Inghilterra o dall'Austria-Ungheria, ambedue allora per ragioni diverse disposte ad appoggiarci per ingerenze per noi più naturali e più facili, a favore delle autonomie e della libertà degli stretti; questo programma, infine, la cui pratica attuazione, studiata in ogni particolare, ci avrebbe costato assai meno oro e meno forza della nostra politica militare nel mar Rosso, è desso rimasto finalmente lettera morta! Fin dal 1888 i miei colleghi dichiaravano non spettar più all'iniziativa di essi e mia qui, bensì a diretti concerti tra i gabinetti, la pacifica ma efficace attuazione di quelle intelligenze. Havvi luogo ancora di sperare che intervengano simili concetti, estesi, cioè, ad altri interessi pacifici nel Mediterraneo, oltre a quelli della sicurezza delle nostre coste!Succede ora un fatto capitale, che fu appena avvertito in Italia, il riparto virtuale dell'Africa tra l'Inghilterra, Germania e Francia, le quali sole si inoltrano verso i decisivi punti centrali, ove fra le sorgenti dei grandi fiumi verrà decisa un giorno la preponderanza sul continente nero, — mentre la Tripolitania senza l'hinterlandnon è più, per le relazioni che a noi premono tra il Mediterraneo e l'Africa, che quasi unnon valore, secondo l'espressione del signor di Radovitz. Mentre durano la pace e l'apparentestatu quo, sipario calato davanti agli spettatori, velo protettore dietro il quale altri opera mutamenti di scena d'importanza mondiale, vedremo [pg!261] noi troppo tardi verificarsi qui altre trasformazioni per noi non meno gravi, di cui forse oggidì i preludi passano dalla nostra diplomazia inosservati?»....
«Terapia, 30 giugno 1891.
.... Non si può più dissimulare al pubblico, il quale qui incomincia a scandalizzarsi dell'impotenza della diplomazia anche per la protezione dei nazionali esteri, che, distruttosi il concerto europeo, del che le ambasciate di Russia e di Francia accusano le potenze alleate, non vi fu sostituita la preponderanza effettiva di queste ultime, onde anarchia in un governo che senza ingerenza europea non può compiere i suoi obblighi interni ed internazionali. Il Sultano non crede il gruppo anglo-austro-italiano capace d'una vera e seria azione solidale; è convinto non potersi più riunire gli ambasciatori in conferenze; li oppone, più che non potè far mai pel passato, l'uno all'altro, sfidandoli, finchè osa, tutti.
I ministri ed il Palazzo in piena balìa di finanzieri, il Sultano che investe personalmente in Inghilterra ed in America quanti più capitali può, aspettano la preveduta fine; ed il Sovrano diceva testè ad un suo famigliare: «Che direste se accettassi la protezione russa?» Per ciò militarmente il Bosforo è aperto alla Russia e i Dardanelli sono chiusi a noi. Non vi sarebbe resistenza armata nè reazione di popolo contro la Russia, se questa sbarcasse una divisione a tre ore dalla capitale. Sarebbero allora in tempo le squadre inglesi o le squadre [pg!259] alleate a rinnovare la dimostrazione fatta nel 1878 a Santo Stefano? Non è probabile. O può dirsi che una volta a Costantinopoli la Russia sarebbe in una trappola, in condizioni insostenibili? Al punto di vista militare e navale, può darsi: al punto di vista politico, da nessuno, neppure dagli uomini di Stato bulgari si nega che intorno a Bisanzio, restituita alla ortodossia, tutti gli Slavi dei Balcani saranno trascinati da irresistibile impulso, come nel 1861 tutti gli Italiani si unirono al grido di Roma capitale. Che avverrà allora dell'ideale nostro delle autonomie, la cui unica guarentigia sarebbe stata la preponderanza politica e navale dell'Inghilterra e dell'Italia sui porti della Turchia europea? Che avverrà allora della teoria germanica dell'inorientazione dell'Austria-Ungheria? e della possibilità di soddisfazioni, a meno d'un'altra gran guerra, nell'interesse anglo-italiano d'equilibrio nel Mediterraneo? Non è forse abbastanza valutato dalla Germania e dall'Austria-Ungheria il fatto che in certi momenti la presenza d'un principe di loro fiducia a capo di tale o tal altro Stato balcanico non è punto sufficiente ad impedire rivolgimenti di volontà popolare? Basti ricordare come trionfò la causa della riunione della Rumelia orientale, tanto avversata e temuta a Vienna e a Berlino, per dimostrare che, anche in Oriente, si deve pur tener conto delle tendenze dei popoli.
Questa regia ambasciata s'inspirò fin dal 1887 al convincimento che a tale situazione è pericoloso applicare la massimainertia sapientia; che la pace e lostatu-quolegale non sospendono il corso della evoluzione delle nazioni; che in piena pace, in pieno regime d'alleanze, se l'Egitto diventò inglese e se il versante sud dei Balcani diventò bulgaro, più facilmente ancora possono stabilirsi nel Mediterraneo nuove condizioni propizie o contrarie agli essenziali interessi italiani; che il programma di pace essendo per sè negativo, non si doveva esporre l'Italia a non vedere più altri scopi positivi per l'alleanza se non quelli odiosi che le attribuiscono i nostri avversari, cioè un appoggio cercato all'estero per le istituzioni monarchiche, o un pegno preso sulla eredità d'una Francia minacciata di smembramento; e che in conclusione, perchè l'alleanza diventasse popolare e proficua, e fosse nella coscienza italiana non un espediente necessario [pg!260] alla sicurezza, ma una base di fruttuosa operosità, dovessimo, dopo aver rifiutato disgraziatamente quel primo premio dell'alleanza che era l'Egitto, rifarci almeno con una legittima influenza in Oriente, fondata sopra un liberale sviluppo di autonomie nella penisola balcanica e sopra la preponderanza navale e politica delle quattro potenze sugli scali del Levante.
Perciò quest'ambasciata proponeva nel 1887 quelle intelligenze che furono adottate senz'altro a Vienna e a Londra. Queste, che i miei colleghi amici chiamarono il patto fondamentale della nuova politica europea in Oriente, e che sir W. White diceva segnare una data storica, colla quale si poneva termine al secolo di guerra caratterizzato dagli spartimenti della Polonia e della Turchia; questo punto di partenza d'una nuova êra d'influenza, consentitaci in Oriente, ove col fatto si decide la questione se una potenza sia grande o piccola, dall'Inghilterra o dall'Austria-Ungheria, ambedue allora per ragioni diverse disposte ad appoggiarci per ingerenze per noi più naturali e più facili, a favore delle autonomie e della libertà degli stretti; questo programma, infine, la cui pratica attuazione, studiata in ogni particolare, ci avrebbe costato assai meno oro e meno forza della nostra politica militare nel mar Rosso, è desso rimasto finalmente lettera morta! Fin dal 1888 i miei colleghi dichiaravano non spettar più all'iniziativa di essi e mia qui, bensì a diretti concerti tra i gabinetti, la pacifica ma efficace attuazione di quelle intelligenze. Havvi luogo ancora di sperare che intervengano simili concetti, estesi, cioè, ad altri interessi pacifici nel Mediterraneo, oltre a quelli della sicurezza delle nostre coste!
Succede ora un fatto capitale, che fu appena avvertito in Italia, il riparto virtuale dell'Africa tra l'Inghilterra, Germania e Francia, le quali sole si inoltrano verso i decisivi punti centrali, ove fra le sorgenti dei grandi fiumi verrà decisa un giorno la preponderanza sul continente nero, — mentre la Tripolitania senza l'hinterlandnon è più, per le relazioni che a noi premono tra il Mediterraneo e l'Africa, che quasi unnon valore, secondo l'espressione del signor di Radovitz. Mentre durano la pace e l'apparentestatu quo, sipario calato davanti agli spettatori, velo protettore dietro il quale altri opera mutamenti di scena d'importanza mondiale, vedremo [pg!261] noi troppo tardi verificarsi qui altre trasformazioni per noi non meno gravi, di cui forse oggidì i preludi passano dalla nostra diplomazia inosservati?»....
«Costantinopoli, 2 settembre 1891.Il 26 luglio informavo Vostra Eccellenza che questo incaricato d'affari d'Inghilterra aveva, d'ordine delForeign Office, avvisato la Porta che le condizioni dell'isola di Candia vanno peggiorando pei numerosi misfatti; al punto da far temere che ne approfitti a scopi politici chi è interessato a fomentare una nuova insurrezione nell'Isola.Il 20 agosto sir W. White, tornato da una breve escursione in Germania, aveva con me un colloquio particolare nel quale egli mi faceva prevedere che mi avrebbe diretto prossimamente una comunicazione sugli affari cretesi in seguito ad «uno scambio d'idee avvenuto tra i gabinetti di Londra e di Parigi». Egli era in possesso della relativa corrispondenza, piuttosto voluminosa, tra lord Salisbury ed il signor Ribot, non conosciuta dai nostri rappresentanti a Parigi e a Londra. Il 23 agosto sir W. White parlò pure al signor di Radovitz di una comunicazione che gli avrebbe fra breve fatta circa le cose di Candia, ma senza spiegarsi, che io sappia, altrimenti.Per altro Vostra Eccellenza mi segnalava il 22 agosto la coincidenza, che non le sembrava fortuita, tra l'annunzio a noi fatto dal signor de Giers con dimostrazioni di fiducia, che la Russia intende insistere presso la Porta per provvedimenti acconci alle condizioni aggravate di Candia, e una domanda fatta al regio Ministero da codesto Incaricato d'affari di Grecia, se cioè l'Italia sarebbe disposta ad associarsi alle rimostranze di alcune grandi potenze al Governo ottomano circa i casi di Candia, anche quando Austria e Germania non vi prendessero parte. Il rappresentante ellenico a Roma rinnovava l'invito il 26 agosto, chiedendo più precisamente a Vostra Eccellenza se l'Italia avrebbe voluto associarsi non solo alla Russia, che ce n'aveva avvisati, ma alla Francia e all'Inghilterra, che verso di noi mantenevano il silenzio, per ottenere un migliore Governo per Candia.Vostra Eccellenza avendomi pregato il 28 agosto, in [pg!262] base a tali comunicazioni della Russia e della Grecia, di assumere informazioni circa la notizia pervenutale «da altra parte» che l'Inghilterra, d'accordo colla Francia ecoll'Austria-Ungheria, aveva fatto passi presso la Porta a favore di Candia, Le risposi ricordando che già il 26 luglio precedente io aveva riferito a Vostra Eccellenza come l'Inghilterra avesse fatto presso la Porta il passo che ho accennato di nuovo più sopra, e non altro passo qualsiasi. Prima e dopo di quelle date, il mio collega d'Austria-Ungheria non ha comunicato alla Porta, mi dice egli, se non, come al solito, le informazioni dei consoli locali austro-ungarici sulle cose cretesi; anch'egli per altro aveva ricevuto l'annunzio da sir W. White d'una prossima comunicazione sulle cose di Candia, e dopo ciò sir W. White si era limitato, aggiungevami il barone di Calice, a colloqui confidenziali coi soli ambasciatori di Francia e di Germania. Così l'Austria-Ungheria dimostrava a noi essere rimasta estranea a tutto il negoziato, cosa degna di nota dopo le circostanze segnalate nel mio rapporto del 30 giugno scorso, indicanti una diminuzione di fiducia dei gabinetti di Londra e di Vienna verso la politica italiana.Trovandomi il 28 a sera all'ambasciata d'Inghilterra, sir W. White mi disse avere aspettato l'occasione d'incontrarmi per notificarmi il risultato delle sue conferenze col collega di Francia. Egli aveva avuto, in conformità d'istruzioni del suo Governo, un ultimo colloquio col conte di Montebello sulle presenti condizioni di Candia, la quale da recenti rapporti dei consoli inglesi e francesi risultava un poco più tranquilla. Nè egli, nè il conte di Montebello si erano trovati in grado di proporre alcun passo che non si riducesse ad ufficiose osservazioni alla Porta nel senso di conservare la pace e l'ordine dell'isola. Il conte di Montebello avevagli dichiarato non essere propenso ad alcuna ufficiale osservazione alla Porta, disposizione questa nella quale sir W. White conveniva pienamente. Quanto precede era stato portato a cognizione di lord Salisbury. Sir W. White mi disse inoltre che per conto suo non avrebbe fatto, salvo ordine del suo Governo, alcun passo formale dopo quello già fatto, come le avevo riferito il 26 luglio, e aggiunse non poter prevedere se questi rappresentanti di Francia e Austria-Ungheria avranno istruzioni per analoghi [pg!263] passi più o meno confidenziali, ma ritenere che ad ogni modo risulteranno passi isolati; non esservi luogo a concerti tra i rappresentanti in Costantinopoli, ogni concerto al riguardo, non potendo e non dovendo stabilirsi se non direttamente tra i gabinetti stessi. Tutto ciò mi parve nuovo sintomo dell'isolamento, conseguenza di anteriori divergenze di indirizzo dell'Italia rispetto all'Inghilterra e all'Austria-Ungheria, isolamento del quale volta per volta, ed ultimamente col mio rapporto del 30 giugno, era stato mio dovere segnalare le origini.Il 29 agosto, ulteriori mie informazioni mi davano certezza che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, anzichè rimanere inoperosa quando l'incaricato d'affari d'Inghilterra faceva il suaccennato passo, aveva, nelle sue comunicazioni al Gran Visir, dimostrato preoccupazioni perchè si fosse sguarnito Candia di truppe, e desiderii perchè venissero rimosse le cagioni di complicazioni provenienti da disordini nell'Isola; ed il signor di Radovitz mi confermò poi avere il barone di Calice tenuto un tale linguaggio «in espresso appoggio» al passo formale dato dall'incaricato d'affari d'Inghilterra. Ne emergono due conclusioni per noi: in primo luogo, la conferma delle notizie giunte all'Eccellenza Vostra di intelligenze dell'Inghilterra non solo colla Francia, ma coll'Austria-Ungheria per Candia, senza partecipazione al regio Governo; in secondo luogo, la conformità del linguaggio del barone di Calice con quello del signor de Giers, il quale, secondochè fu telegrafato a Vostra Eccellenza da Pietroburgo, si dimostrava preoccupato perchè il Governo ottomano continuava a sguarnire Candia di truppe per portarle allo Yemen ove la situazione si fa più critica, il Governo russo cercando di rimuovere ogni cagione di complicazione internazionale circa Candia.Così risultava ad evidenza che le due potenze alle quali ci eravamo legati con speciali intelligenze di massima per interessi comuni nel Mediterraneo, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria, si occupavano, insieme ai gabinetti di Russia e di Francia, e senza che Vostra Eccellenza ne avesse notizia se non da Pietroburgo e da Atene, delle cose di Candia.In questo corpo diplomatico si spiegava ciò col fatto che in seguito a conferenze avute dal signor Tricoupis a Sofia, il Re di Grecia avesse ottenuto dai gabinetti [pg!264] di Londra e di Parigi, notoriamente ravvicinatisi nei negoziati che precedettero la visita della squadra francese a Portsmouth, un qualche compenso in Candia ai progressi dei Bulgari in Macedonia; l'Inghilterra era supposta non aliena dal favorire la concessione ai Candioti d'un governatore cristiano personalmente grato alla Francia, la quale così avrebbe desistito dal premere per lo sgombro dell'Egitto; l'Austria-Ungheria poi era evidentemente desiderosa ad un tempo di evitare ogni passo collettivo che ponesse, come desideravano i Greci, la questione di Candia davanti all'Europa, e di apparire ciò nullameno per conto proprio facilitare ai Greci il vantaggio di un'influenza francese in Creta, vantaggio anche per gli interessi austro-ungarici, poichè diventava così meno esclusiva la preponderanza russa in Atene, aggiungendovisi la francese.Intanto mi giungeva inaspettatamente una lettera del signor di Radovitz dalla quale emerge che, secondo il mio collega di Germania, l'Italia potesse disinteressarsi insieme alla Germania dai negoziati iniziati dalle altre grandi potenze circa Candia. Vi era una tale coincidenza tra l'invito di lui a non unire l'Italia ai passi dell'Inghilterra e dell'Austria-Ungheria in una questione pur mediterranea, e le ripetute dichiarazioni di sir W. White a me e al barone di Calice non avere più pratico valore le intelligenze stabilite fra i tre gabinetti nel 1887, che non esitai ad alludere a tal punto delicato nella mia risposta al signor di Radovitz a proposito di lui evidente tentativo d'isolare l'Italia nella questione di Candia, della quale sole Russia e Grecia avevano fatto parola a Roma.Sir W. White passò nell'ambasciata di Germania la serata del 29, quando già il signor di Radovitz aveva in mano detta mia lettera; e venne da me l'indomani mattina, a dirmi che credeva non esservi nulla da fare per ora circa Candia. Io gli esternai il desiderio di tenermi in ogni caso in intima relazione come per il passato con lui e con il collega d'Austria-Ungheria, a scopi comuni. Egli mi rispose non esservi base a concerti in tre in tali questioni. Io m'ispirai allora al rapporto del conte Nigra del 4 agosto, e dissi a sir W. White che il conte Kálnoky, secondo le mie informazioni, continuava a credere che le intelligenze prese nel 1887 coll'Inghilterra [pg!265] non solo debbono essere considerate in pieno vigore, ma costituiscono una base preziosa ed importante dell'azione eventuale delle tre potenze alleate in Oriente. Sir W. White mi domandò se il conte Kálnoky avesse fatto qualche speciale allusione all'una o all'altra delle tante questioni che in Oriente sono criterio di una voluta e sincera comunanza d'interessi ed intenti, la quale, se manifestatasi nelle opere della pace, può tanto meglio poi esternarsi negli eventuali periodi d'azione. Replicai io non avere mai cessato dal segnalare non solo al mio governo, ma ai colleghi d'Austria-Ungheria e di Germania, le occasioni ed i mezzi di pacifica ed effettiva attuazione, per parte delle tre potenze mediterranee amiche, del convenuto scopo di benefica ed operosa preponderanza nostra comune; ma che delle tante questioni presentatesi, economiche, religiose, o puramente politiche, nelle quali antiche divergenze tra l'Italia e Austria-Ungheria erano da togliersi di mezzo, ignoravo se alcuna fosse stata trattata col conte Kálnoky, il quale menzionava soltanto l'interesse della consolidazione del principe Ferdinando, argomento sul quale in verità le tre potenze, come le tre ambasciate, non hanno per un momento mancato di dimostrare la più completa e favorevole comunanza d'apprezzamento. Ma ad ogni modo, osservai io a sir W. White, le anteriori asserzioni di lui stesso al barone di Calice e a me circa la caducità delle intelligenze tra l'Italia, Inghilterra ed Austria-Ungheria per le cose d'Oriente erano ritenute dal conte Kálnoky non conformi alla realtà delle cose. Sir W. White mi replicò dubitare che il conte Kálnoky avesse attualmente confermato le intelligenze del 1887 quali vigenti ed esecutorie; mi narrò aver egli, in una recente sua conversazione col conte Kálnoky, chiamatane l'attenzione sui pericoli per la conservazione dellostatu quoin Oriente del sistema di doppio governo vigente qui, ove la Porta impotente è incaricata d'intrattenere le volontarie illusioni delle potenze alleate, mentre il solo vero potere è nel Palazzo, ostile alle potenze stesse; nè avergli taciuto il suo pensiero, essere funesto il sistema della diplomazia austro-ungherese di assicurare l'impunità al Sultano e lusingarne l'arbitrario a scopi di apparente influenza, ed a detrimento dei più essenziali interessi comuni delle potenze amiche in Oriente. [pg!266]Tali gravi affermazioni dell'ambasciata d'Inghilterra, alle quali egli aggiungeva, all'indirizzo della politica italiana, altri rimproveri, sui quali la mia precedente corrispondenza mi dispensa dal ritornare, traevano per me chiaro significato da amichevoli sue confidenze relative a quella questione di Macedonia che, inseparabile per la Grecia dalla questione di Candia, è tuttora il nodo delle difficoltà balcaniche. Sir W. White deplorava che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, approfittando degli intrighi turco-russi del Palazzo contro lo sviluppo degli interessi anche commerciali e ferroviari inglesi ed italiani nella penisola balcanica, continuasse in Turchia la politica di esclusivismo economico che le era mal riuscita in Rumenia ed in Serbia; che a Vienna si fosse osteggiata la riforma del Consiglio del debito ottomano e della banca ottomana, istrumenti di monopolio politico-finanziario avverso all'Inghilterra e all'Italia; favorito in Macedonia i Serbi quando Re Milano era sul trono, i Bulgari solo dopo che il principe Ferdinando venne a Sofia; sostenuto il principio francese e russo delle protezioni religiose a pro di protezioni austro-ungheresi sui cattolici dei Balcani, contrariamente al principio anglo-italo-tedesco delle protezioni di ciascuno sui propri nazionali; rifiutato di ammettere passi collettivi presso la Porta contro il brigantaggio sulle ferrovie ottomane sottoposte alla protezione austro-ungherese fino a Costantinopoli ed a Salonicco; dimostrato inquietudini ad ogni comparsa di squadre inglesi od italiane a Salonicco o a Smirne; ammesso la teoria russa per il passaggio di truppe russe nel Bosforo; evitato ogni adesione ai reclami inglesi e italiani contro la complicità del Palazzo col brigantaggio e contro la spoliazione sistematica dei rispettivi nazionali a beneficio della lista civile, abusi coperti dalla incondizionata protezione accordata dall'Austria-Ungheria al Sultano.Pure malgrado tanti gravami, osservai io, l'Inghilterra aveva negoziato coll'Austria-Ungheria per l'attuale situazione di Candia, e coll'Italia no. Eravamo dunque in presenza di qualche nuova combinazione a nostro danno, come nel Congresso di Berlino? Sir W. White non rispose.Anche il mio collega di Germania, come per dimostrarmi al pari di sir W. White non essere diminuita la [pg!267] nostra reciproca fiducia personale, si recò da me il 31 agosto ed intavolò francamente la conversazione sul grave argomento delle scosse intelligenze fra gli alleati in quanto all'Oriente. Sorvolando sulle divergenze verificatesi fra i gabinetti di Roma e di Berlino circa gli affari di Candia ed alludendo a disposizioni che negli ultimi tempi si erano, secondo il signor di Radovitz, dimostrate a Roma a favore della Russia, disse non potersi sperar nulla dal collega di Austria-Ungheria ormai per gli interessi politici ed i diritti privati compromessi dallacurée finaleche si fa in Palazzo degli ultimi elementi di vitalità dell'impero ottomano; il barone di Calice considerare successo bastante alla propria situazione l'aver fatto prevalere nel recente incidente di Uskub il principio di protezione religiosa non ammesso nè dalla Germania, nè dall'Italia, nè dall'Inghilterra; non potersi sperare il concorso del delegato austro-ungarico al disegno di eliminare dal debito ottomano il noto sindacato speculatore; perfino riguardo al brigantaggio, che assume nella Turchia la stessa indole politica che in Creta, avere egli, Radovitz, quale decano, in assenza del barone di Calice, chiesto al suo Governo l'autorizzazione di riunire i rappresentanti delle grandi potenze per deliberare circa i passi da farsi presso la Porta a beneficio anche dei sudditi di potenze minori, ma essersi il gabinetto di Vienna opposto a qualsiasi collettività anche ristretta in proposito. Passando alla quistione di Candia il signor di Radovitz mi confidò che le istruzioni di lord Salisbury a sir W. White ordinavano a quest'ultimo non solo di conferire col conte di Montebello ma «di trovar modo di porsi d'accordo con lui», lo che produsse in essi, Radovitz e White, profonda sorpresa e preoccupazione. Le mire delle rispettive potenze essere così apparse tanto oscure che il signor di Nelidow, sospettoso contro le tendenze francesi ad accordarsi coll'Inghilterra, aveva consigliato al suo collega di Francia a non spingere più oltre il negoziato. In conclusione il mio collega di Germania aggiunse che la questione di Candia sarebbe risorta fra breve, ma che per ora era meglio lasciarla cadere. E questa conclusione è concorde col telegramma di Berlino che Vostra Eccellenza mi comunicava iersera.In sostanza, un principio d'accordo franco-inglese [pg!268] avendo avuto luogo per gli affari di Candia quale compenso per l'occupazione dell'Egitto, il regio Ministero venne escluso per volontà dei nostri alleati da tutto il negoziato relativo. Tale fatto è sintomo assai chiaro del ritorno alla situazione del 1884, nella quale l'Italia, per aver sistematicamente agito negli affari d'Egitto in senso contrario allo spirito delle alleanze da essa concertate, vide sciogliersi di fatto il fascio delle alleanze stesse e rimase nell'isolamento. Vengono anche confermate da tale fatto le previsioni espresse nel mio rapporto del 30 giugno, circa la situazione disastrosa per i nostri interessi mediterranei, che risulta per l'Italia dal tornare ad essere lettera morta le intelligenze di massima coll'Inghilterra, programma che io ho pur ordine, finora non revocato, di seguire in Costantinopoli e sul quale non ho cessato di essere in pieno accordo coi miei colleghi d'Inghilterra e di Germania....»
«Costantinopoli, 2 settembre 1891.
Il 26 luglio informavo Vostra Eccellenza che questo incaricato d'affari d'Inghilterra aveva, d'ordine delForeign Office, avvisato la Porta che le condizioni dell'isola di Candia vanno peggiorando pei numerosi misfatti; al punto da far temere che ne approfitti a scopi politici chi è interessato a fomentare una nuova insurrezione nell'Isola.
Il 20 agosto sir W. White, tornato da una breve escursione in Germania, aveva con me un colloquio particolare nel quale egli mi faceva prevedere che mi avrebbe diretto prossimamente una comunicazione sugli affari cretesi in seguito ad «uno scambio d'idee avvenuto tra i gabinetti di Londra e di Parigi». Egli era in possesso della relativa corrispondenza, piuttosto voluminosa, tra lord Salisbury ed il signor Ribot, non conosciuta dai nostri rappresentanti a Parigi e a Londra. Il 23 agosto sir W. White parlò pure al signor di Radovitz di una comunicazione che gli avrebbe fra breve fatta circa le cose di Candia, ma senza spiegarsi, che io sappia, altrimenti.
Per altro Vostra Eccellenza mi segnalava il 22 agosto la coincidenza, che non le sembrava fortuita, tra l'annunzio a noi fatto dal signor de Giers con dimostrazioni di fiducia, che la Russia intende insistere presso la Porta per provvedimenti acconci alle condizioni aggravate di Candia, e una domanda fatta al regio Ministero da codesto Incaricato d'affari di Grecia, se cioè l'Italia sarebbe disposta ad associarsi alle rimostranze di alcune grandi potenze al Governo ottomano circa i casi di Candia, anche quando Austria e Germania non vi prendessero parte. Il rappresentante ellenico a Roma rinnovava l'invito il 26 agosto, chiedendo più precisamente a Vostra Eccellenza se l'Italia avrebbe voluto associarsi non solo alla Russia, che ce n'aveva avvisati, ma alla Francia e all'Inghilterra, che verso di noi mantenevano il silenzio, per ottenere un migliore Governo per Candia.
Vostra Eccellenza avendomi pregato il 28 agosto, in [pg!262] base a tali comunicazioni della Russia e della Grecia, di assumere informazioni circa la notizia pervenutale «da altra parte» che l'Inghilterra, d'accordo colla Francia ecoll'Austria-Ungheria, aveva fatto passi presso la Porta a favore di Candia, Le risposi ricordando che già il 26 luglio precedente io aveva riferito a Vostra Eccellenza come l'Inghilterra avesse fatto presso la Porta il passo che ho accennato di nuovo più sopra, e non altro passo qualsiasi. Prima e dopo di quelle date, il mio collega d'Austria-Ungheria non ha comunicato alla Porta, mi dice egli, se non, come al solito, le informazioni dei consoli locali austro-ungarici sulle cose cretesi; anch'egli per altro aveva ricevuto l'annunzio da sir W. White d'una prossima comunicazione sulle cose di Candia, e dopo ciò sir W. White si era limitato, aggiungevami il barone di Calice, a colloqui confidenziali coi soli ambasciatori di Francia e di Germania. Così l'Austria-Ungheria dimostrava a noi essere rimasta estranea a tutto il negoziato, cosa degna di nota dopo le circostanze segnalate nel mio rapporto del 30 giugno scorso, indicanti una diminuzione di fiducia dei gabinetti di Londra e di Vienna verso la politica italiana.
Trovandomi il 28 a sera all'ambasciata d'Inghilterra, sir W. White mi disse avere aspettato l'occasione d'incontrarmi per notificarmi il risultato delle sue conferenze col collega di Francia. Egli aveva avuto, in conformità d'istruzioni del suo Governo, un ultimo colloquio col conte di Montebello sulle presenti condizioni di Candia, la quale da recenti rapporti dei consoli inglesi e francesi risultava un poco più tranquilla. Nè egli, nè il conte di Montebello si erano trovati in grado di proporre alcun passo che non si riducesse ad ufficiose osservazioni alla Porta nel senso di conservare la pace e l'ordine dell'isola. Il conte di Montebello avevagli dichiarato non essere propenso ad alcuna ufficiale osservazione alla Porta, disposizione questa nella quale sir W. White conveniva pienamente. Quanto precede era stato portato a cognizione di lord Salisbury. Sir W. White mi disse inoltre che per conto suo non avrebbe fatto, salvo ordine del suo Governo, alcun passo formale dopo quello già fatto, come le avevo riferito il 26 luglio, e aggiunse non poter prevedere se questi rappresentanti di Francia e Austria-Ungheria avranno istruzioni per analoghi [pg!263] passi più o meno confidenziali, ma ritenere che ad ogni modo risulteranno passi isolati; non esservi luogo a concerti tra i rappresentanti in Costantinopoli, ogni concerto al riguardo, non potendo e non dovendo stabilirsi se non direttamente tra i gabinetti stessi. Tutto ciò mi parve nuovo sintomo dell'isolamento, conseguenza di anteriori divergenze di indirizzo dell'Italia rispetto all'Inghilterra e all'Austria-Ungheria, isolamento del quale volta per volta, ed ultimamente col mio rapporto del 30 giugno, era stato mio dovere segnalare le origini.
Il 29 agosto, ulteriori mie informazioni mi davano certezza che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, anzichè rimanere inoperosa quando l'incaricato d'affari d'Inghilterra faceva il suaccennato passo, aveva, nelle sue comunicazioni al Gran Visir, dimostrato preoccupazioni perchè si fosse sguarnito Candia di truppe, e desiderii perchè venissero rimosse le cagioni di complicazioni provenienti da disordini nell'Isola; ed il signor di Radovitz mi confermò poi avere il barone di Calice tenuto un tale linguaggio «in espresso appoggio» al passo formale dato dall'incaricato d'affari d'Inghilterra. Ne emergono due conclusioni per noi: in primo luogo, la conferma delle notizie giunte all'Eccellenza Vostra di intelligenze dell'Inghilterra non solo colla Francia, ma coll'Austria-Ungheria per Candia, senza partecipazione al regio Governo; in secondo luogo, la conformità del linguaggio del barone di Calice con quello del signor de Giers, il quale, secondochè fu telegrafato a Vostra Eccellenza da Pietroburgo, si dimostrava preoccupato perchè il Governo ottomano continuava a sguarnire Candia di truppe per portarle allo Yemen ove la situazione si fa più critica, il Governo russo cercando di rimuovere ogni cagione di complicazione internazionale circa Candia.
Così risultava ad evidenza che le due potenze alle quali ci eravamo legati con speciali intelligenze di massima per interessi comuni nel Mediterraneo, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria, si occupavano, insieme ai gabinetti di Russia e di Francia, e senza che Vostra Eccellenza ne avesse notizia se non da Pietroburgo e da Atene, delle cose di Candia.
In questo corpo diplomatico si spiegava ciò col fatto che in seguito a conferenze avute dal signor Tricoupis a Sofia, il Re di Grecia avesse ottenuto dai gabinetti [pg!264] di Londra e di Parigi, notoriamente ravvicinatisi nei negoziati che precedettero la visita della squadra francese a Portsmouth, un qualche compenso in Candia ai progressi dei Bulgari in Macedonia; l'Inghilterra era supposta non aliena dal favorire la concessione ai Candioti d'un governatore cristiano personalmente grato alla Francia, la quale così avrebbe desistito dal premere per lo sgombro dell'Egitto; l'Austria-Ungheria poi era evidentemente desiderosa ad un tempo di evitare ogni passo collettivo che ponesse, come desideravano i Greci, la questione di Candia davanti all'Europa, e di apparire ciò nullameno per conto proprio facilitare ai Greci il vantaggio di un'influenza francese in Creta, vantaggio anche per gli interessi austro-ungarici, poichè diventava così meno esclusiva la preponderanza russa in Atene, aggiungendovisi la francese.
Intanto mi giungeva inaspettatamente una lettera del signor di Radovitz dalla quale emerge che, secondo il mio collega di Germania, l'Italia potesse disinteressarsi insieme alla Germania dai negoziati iniziati dalle altre grandi potenze circa Candia. Vi era una tale coincidenza tra l'invito di lui a non unire l'Italia ai passi dell'Inghilterra e dell'Austria-Ungheria in una questione pur mediterranea, e le ripetute dichiarazioni di sir W. White a me e al barone di Calice non avere più pratico valore le intelligenze stabilite fra i tre gabinetti nel 1887, che non esitai ad alludere a tal punto delicato nella mia risposta al signor di Radovitz a proposito di lui evidente tentativo d'isolare l'Italia nella questione di Candia, della quale sole Russia e Grecia avevano fatto parola a Roma.
Sir W. White passò nell'ambasciata di Germania la serata del 29, quando già il signor di Radovitz aveva in mano detta mia lettera; e venne da me l'indomani mattina, a dirmi che credeva non esservi nulla da fare per ora circa Candia. Io gli esternai il desiderio di tenermi in ogni caso in intima relazione come per il passato con lui e con il collega d'Austria-Ungheria, a scopi comuni. Egli mi rispose non esservi base a concerti in tre in tali questioni. Io m'ispirai allora al rapporto del conte Nigra del 4 agosto, e dissi a sir W. White che il conte Kálnoky, secondo le mie informazioni, continuava a credere che le intelligenze prese nel 1887 coll'Inghilterra [pg!265] non solo debbono essere considerate in pieno vigore, ma costituiscono una base preziosa ed importante dell'azione eventuale delle tre potenze alleate in Oriente. Sir W. White mi domandò se il conte Kálnoky avesse fatto qualche speciale allusione all'una o all'altra delle tante questioni che in Oriente sono criterio di una voluta e sincera comunanza d'interessi ed intenti, la quale, se manifestatasi nelle opere della pace, può tanto meglio poi esternarsi negli eventuali periodi d'azione. Replicai io non avere mai cessato dal segnalare non solo al mio governo, ma ai colleghi d'Austria-Ungheria e di Germania, le occasioni ed i mezzi di pacifica ed effettiva attuazione, per parte delle tre potenze mediterranee amiche, del convenuto scopo di benefica ed operosa preponderanza nostra comune; ma che delle tante questioni presentatesi, economiche, religiose, o puramente politiche, nelle quali antiche divergenze tra l'Italia e Austria-Ungheria erano da togliersi di mezzo, ignoravo se alcuna fosse stata trattata col conte Kálnoky, il quale menzionava soltanto l'interesse della consolidazione del principe Ferdinando, argomento sul quale in verità le tre potenze, come le tre ambasciate, non hanno per un momento mancato di dimostrare la più completa e favorevole comunanza d'apprezzamento. Ma ad ogni modo, osservai io a sir W. White, le anteriori asserzioni di lui stesso al barone di Calice e a me circa la caducità delle intelligenze tra l'Italia, Inghilterra ed Austria-Ungheria per le cose d'Oriente erano ritenute dal conte Kálnoky non conformi alla realtà delle cose. Sir W. White mi replicò dubitare che il conte Kálnoky avesse attualmente confermato le intelligenze del 1887 quali vigenti ed esecutorie; mi narrò aver egli, in una recente sua conversazione col conte Kálnoky, chiamatane l'attenzione sui pericoli per la conservazione dellostatu quoin Oriente del sistema di doppio governo vigente qui, ove la Porta impotente è incaricata d'intrattenere le volontarie illusioni delle potenze alleate, mentre il solo vero potere è nel Palazzo, ostile alle potenze stesse; nè avergli taciuto il suo pensiero, essere funesto il sistema della diplomazia austro-ungherese di assicurare l'impunità al Sultano e lusingarne l'arbitrario a scopi di apparente influenza, ed a detrimento dei più essenziali interessi comuni delle potenze amiche in Oriente. [pg!266]
Tali gravi affermazioni dell'ambasciata d'Inghilterra, alle quali egli aggiungeva, all'indirizzo della politica italiana, altri rimproveri, sui quali la mia precedente corrispondenza mi dispensa dal ritornare, traevano per me chiaro significato da amichevoli sue confidenze relative a quella questione di Macedonia che, inseparabile per la Grecia dalla questione di Candia, è tuttora il nodo delle difficoltà balcaniche. Sir W. White deplorava che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, approfittando degli intrighi turco-russi del Palazzo contro lo sviluppo degli interessi anche commerciali e ferroviari inglesi ed italiani nella penisola balcanica, continuasse in Turchia la politica di esclusivismo economico che le era mal riuscita in Rumenia ed in Serbia; che a Vienna si fosse osteggiata la riforma del Consiglio del debito ottomano e della banca ottomana, istrumenti di monopolio politico-finanziario avverso all'Inghilterra e all'Italia; favorito in Macedonia i Serbi quando Re Milano era sul trono, i Bulgari solo dopo che il principe Ferdinando venne a Sofia; sostenuto il principio francese e russo delle protezioni religiose a pro di protezioni austro-ungheresi sui cattolici dei Balcani, contrariamente al principio anglo-italo-tedesco delle protezioni di ciascuno sui propri nazionali; rifiutato di ammettere passi collettivi presso la Porta contro il brigantaggio sulle ferrovie ottomane sottoposte alla protezione austro-ungherese fino a Costantinopoli ed a Salonicco; dimostrato inquietudini ad ogni comparsa di squadre inglesi od italiane a Salonicco o a Smirne; ammesso la teoria russa per il passaggio di truppe russe nel Bosforo; evitato ogni adesione ai reclami inglesi e italiani contro la complicità del Palazzo col brigantaggio e contro la spoliazione sistematica dei rispettivi nazionali a beneficio della lista civile, abusi coperti dalla incondizionata protezione accordata dall'Austria-Ungheria al Sultano.
Pure malgrado tanti gravami, osservai io, l'Inghilterra aveva negoziato coll'Austria-Ungheria per l'attuale situazione di Candia, e coll'Italia no. Eravamo dunque in presenza di qualche nuova combinazione a nostro danno, come nel Congresso di Berlino? Sir W. White non rispose.
Anche il mio collega di Germania, come per dimostrarmi al pari di sir W. White non essere diminuita la [pg!267] nostra reciproca fiducia personale, si recò da me il 31 agosto ed intavolò francamente la conversazione sul grave argomento delle scosse intelligenze fra gli alleati in quanto all'Oriente. Sorvolando sulle divergenze verificatesi fra i gabinetti di Roma e di Berlino circa gli affari di Candia ed alludendo a disposizioni che negli ultimi tempi si erano, secondo il signor di Radovitz, dimostrate a Roma a favore della Russia, disse non potersi sperar nulla dal collega di Austria-Ungheria ormai per gli interessi politici ed i diritti privati compromessi dallacurée finaleche si fa in Palazzo degli ultimi elementi di vitalità dell'impero ottomano; il barone di Calice considerare successo bastante alla propria situazione l'aver fatto prevalere nel recente incidente di Uskub il principio di protezione religiosa non ammesso nè dalla Germania, nè dall'Italia, nè dall'Inghilterra; non potersi sperare il concorso del delegato austro-ungarico al disegno di eliminare dal debito ottomano il noto sindacato speculatore; perfino riguardo al brigantaggio, che assume nella Turchia la stessa indole politica che in Creta, avere egli, Radovitz, quale decano, in assenza del barone di Calice, chiesto al suo Governo l'autorizzazione di riunire i rappresentanti delle grandi potenze per deliberare circa i passi da farsi presso la Porta a beneficio anche dei sudditi di potenze minori, ma essersi il gabinetto di Vienna opposto a qualsiasi collettività anche ristretta in proposito. Passando alla quistione di Candia il signor di Radovitz mi confidò che le istruzioni di lord Salisbury a sir W. White ordinavano a quest'ultimo non solo di conferire col conte di Montebello ma «di trovar modo di porsi d'accordo con lui», lo che produsse in essi, Radovitz e White, profonda sorpresa e preoccupazione. Le mire delle rispettive potenze essere così apparse tanto oscure che il signor di Nelidow, sospettoso contro le tendenze francesi ad accordarsi coll'Inghilterra, aveva consigliato al suo collega di Francia a non spingere più oltre il negoziato. In conclusione il mio collega di Germania aggiunse che la questione di Candia sarebbe risorta fra breve, ma che per ora era meglio lasciarla cadere. E questa conclusione è concorde col telegramma di Berlino che Vostra Eccellenza mi comunicava iersera.
In sostanza, un principio d'accordo franco-inglese [pg!268] avendo avuto luogo per gli affari di Candia quale compenso per l'occupazione dell'Egitto, il regio Ministero venne escluso per volontà dei nostri alleati da tutto il negoziato relativo. Tale fatto è sintomo assai chiaro del ritorno alla situazione del 1884, nella quale l'Italia, per aver sistematicamente agito negli affari d'Egitto in senso contrario allo spirito delle alleanze da essa concertate, vide sciogliersi di fatto il fascio delle alleanze stesse e rimase nell'isolamento. Vengono anche confermate da tale fatto le previsioni espresse nel mio rapporto del 30 giugno, circa la situazione disastrosa per i nostri interessi mediterranei, che risulta per l'Italia dal tornare ad essere lettera morta le intelligenze di massima coll'Inghilterra, programma che io ho pur ordine, finora non revocato, di seguire in Costantinopoli e sul quale non ho cessato di essere in pieno accordo coi miei colleghi d'Inghilterra e di Germania....»
Alla fine del 1893 l'inerzia politica dell'Italia aveva già dato tutti i suoi frutti, e non era facile cosa riprendere la posizione perduta e rimuovere le altre potenze dalle nuove combinazioni nelle quali si erano impegnate. Caprivi e Kálnoky, Cancellieri dei due imperi centrali quando Crispi nel 1891 lasciò il governo d'Italia, erano tuttavia in carica e si deve credere che desiderassero il ritorno di lui al potere, poichè mentre Crispi ne sembrava ancora lontano, gli ambasciatori conte Solms e barone De Brück gli recavano messaggi e voti.
Il Solms fece visita a Crispi il 13 ottobre 1893. DalDiariopiù volte ricordato riferiamo qualche nota:
«L'ambasciatore germanico, dopo qualche accenno sulla politica generale, mi racconta con visibile soddisfazione che l'Imperatore lo aveva invitato a pranzo a Potsdam, e che con lui ragionando delle sue relazioni col Papa, lo aveva incaricato di riferirmi, appena tornato in Roma, che non aveva dimenticato le osservazioni da me fattegli sulla politica pontificia e che non si lascerebbe prendere dal Vaticano.— Il Papa — dissi — è nemico della Triplice perchè questa è un ostacolo al ristabilimento del potere temporale ed assicura a noi il possesso di Roma. [pg!269]— L'Imperatore non lo ignora e sa quello che fa. Avete visto come l'Imperatore si è condotto col principe di Bismarck? In Germania ha fatto magnifica impressione l'offerta che il nostro Sovrano ha fatto al Principe di un Castello imperiale per ristabilirsi in salute. È una riconciliazione tra l'Imperatore e il suo antico Cancelliere che ha davvero consolato il popolo tedesco. E voi che cosa fate? Continuerete con l'attuale ministero? Quale sarà il vostro contegno?— Io? Sono fuori dalla politica militante....— Ma l'Italia non può continuare con un ministero come l'attuale.— Non ho alcun giudizio da emettere. Sto a guardare!»
«L'ambasciatore germanico, dopo qualche accenno sulla politica generale, mi racconta con visibile soddisfazione che l'Imperatore lo aveva invitato a pranzo a Potsdam, e che con lui ragionando delle sue relazioni col Papa, lo aveva incaricato di riferirmi, appena tornato in Roma, che non aveva dimenticato le osservazioni da me fattegli sulla politica pontificia e che non si lascerebbe prendere dal Vaticano.
— Il Papa — dissi — è nemico della Triplice perchè questa è un ostacolo al ristabilimento del potere temporale ed assicura a noi il possesso di Roma. [pg!269]
— L'Imperatore non lo ignora e sa quello che fa. Avete visto come l'Imperatore si è condotto col principe di Bismarck? In Germania ha fatto magnifica impressione l'offerta che il nostro Sovrano ha fatto al Principe di un Castello imperiale per ristabilirsi in salute. È una riconciliazione tra l'Imperatore e il suo antico Cancelliere che ha davvero consolato il popolo tedesco. E voi che cosa fate? Continuerete con l'attuale ministero? Quale sarà il vostro contegno?
— Io? Sono fuori dalla politica militante....
— Ma l'Italia non può continuare con un ministero come l'attuale.
— Non ho alcun giudizio da emettere. Sto a guardare!»
Il De Brück si recò da Crispi il 25 ottobre. Leggiamo nelDiario:
«Visita del barone De Brück alle 3.45 pom.Il barone è preoccupato delle condizioni d'Italia. Soggiunge che ne sono preoccupati anche a Vienna....— Bisogna che vi occupiate delle cose del vostro paese. Che volete? Questo linguaggio parrà singolare in bocca di un austriaco, ma tanto più dovete ascoltarlo. Noi abbiamo bisogno che l'Italia sia ben governata e tranquilla; e lo stato attuale c'inquieta.— Me ne duole; ma io non ho che farci. È la disgrazia d'Italia. È il nostro un paese cui manca la continuità nella politica; ed è la ragione per la quale all'estero non abbiamo la dovuta considerazione. Ai tempi di Mancini, non ostante il trattato della Triplice, il Principe di Bismarck non aveva fede in lui. A Berlino ed a Vienna si cominciò ad aver fede nel governo d'Italia con Robilant....— Dite piuttosto con voi. Con Robilant ci fu una fiducia relativa. Con voi a Berlino ed a Vienna non si dubitò mai. E bisogna che ritorniate al potere.— .... Io vengo dalla rivoluzione. Io ero repubblicano, ed accettai la monarchia perchè con essa potevamo acquistare l'unità. Sono stato fedele alla forma di governo che ho adottato, e deputato e ministro non ho mancato ai miei doveri. Il Re avrebbe dovuto comprendere tutto ciò, ed avrebbe dovuto sentire l'importanza della mia [pg!270] devozione.... Se non amassi il mio paese, mi sentirei legittimato a ritirarmi completamente dalla politica....— E fareste male. Voi bisogna che continuiate a servire il Re ed il vostro paese. Io non vedo un uomo che possa giovare all'Italia e servirla come voi; ed il Re lo sa, e più d'una volta me lo ha dichiarato....»
«Visita del barone De Brück alle 3.45 pom.
Il barone è preoccupato delle condizioni d'Italia. Soggiunge che ne sono preoccupati anche a Vienna....
— Bisogna che vi occupiate delle cose del vostro paese. Che volete? Questo linguaggio parrà singolare in bocca di un austriaco, ma tanto più dovete ascoltarlo. Noi abbiamo bisogno che l'Italia sia ben governata e tranquilla; e lo stato attuale c'inquieta.
— Me ne duole; ma io non ho che farci. È la disgrazia d'Italia. È il nostro un paese cui manca la continuità nella politica; ed è la ragione per la quale all'estero non abbiamo la dovuta considerazione. Ai tempi di Mancini, non ostante il trattato della Triplice, il Principe di Bismarck non aveva fede in lui. A Berlino ed a Vienna si cominciò ad aver fede nel governo d'Italia con Robilant....
— Dite piuttosto con voi. Con Robilant ci fu una fiducia relativa. Con voi a Berlino ed a Vienna non si dubitò mai. E bisogna che ritorniate al potere.
— .... Io vengo dalla rivoluzione. Io ero repubblicano, ed accettai la monarchia perchè con essa potevamo acquistare l'unità. Sono stato fedele alla forma di governo che ho adottato, e deputato e ministro non ho mancato ai miei doveri. Il Re avrebbe dovuto comprendere tutto ciò, ed avrebbe dovuto sentire l'importanza della mia [pg!270] devozione.... Se non amassi il mio paese, mi sentirei legittimato a ritirarmi completamente dalla politica....
— E fareste male. Voi bisogna che continuiate a servire il Re ed il vostro paese. Io non vedo un uomo che possa giovare all'Italia e servirla come voi; ed il Re lo sa, e più d'una volta me lo ha dichiarato....»
Affidando al barone Blanc il ministero degli Affari esteri, Crispi non rinunziò ad avere una diretta ingerenza nella politica estera. Portare nella trattazione delle maggiori questioni internazionali il suo criterio e l'autorità del suo nome era un dovere ch'egli sentiva come presidente del Consiglio, e non avrebbe saputo mancarvi anche perchè la politica estera era stata sempre prediletto oggetto dei suoi studî.
Nei primi mesi del 1894 le condizioni interne d'Italia erano così gravi che richiesero tutta la sua attenzione. In Parlamento non vi furono per qualche tempo dissensi; le ambizioni tacevano; tutti i partiti, dominati dal timore, seguivano ansiosamente l'azione di Crispi rapida, energica contro un movimento anarchico che minacciava un caos sociale e politico. Ristabilito l'ordine pubblico, risollevato il morale del paese e restaurata la finanza, Crispi potè, nonostante che cominciassero ad addentarlo le ire di parte, dedicarsi maggiormente alla situazione internazionale.
La politica estera dell'Italia non poteva non risentirsi delle difficoltà interne. Dovunque eravamo meno considerati. L'Ambasciatore a Londra, conte Tornielli, scriveva l'8 gennaio 1894:
«Le notizie tendenziose della stampa francese, ripercosse nella inglese, l'opera dei pochi corrispondenti speciali di quest'ultima residenti in Italia, cospiravano negli ultimi mesi ad accrescere le prevenzioni e le diffidenze alle quali il mio linguaggio ufficiale e privato non bastava certamente a porre argine. Poche volte Lord Rosebery mi parlò delle nostre difficoltà interne e sempre con quella misura che gli è propria, piuttosto, se ben io ne intesi l'intenzione, per dare a me l'occasione di spiegare o di smentire le altrui esagerazioni. Egli accolse sempre con benevolo interesse le spiegazioni e le smentite mie.»
«Le notizie tendenziose della stampa francese, ripercosse nella inglese, l'opera dei pochi corrispondenti speciali di quest'ultima residenti in Italia, cospiravano negli ultimi mesi ad accrescere le prevenzioni e le diffidenze alle quali il mio linguaggio ufficiale e privato non bastava certamente a porre argine. Poche volte Lord Rosebery mi parlò delle nostre difficoltà interne e sempre con quella misura che gli è propria, piuttosto, se ben io ne intesi l'intenzione, per dare a me l'occasione di spiegare o di smentire le altrui esagerazioni. Egli accolse sempre con benevolo interesse le spiegazioni e le smentite mie.»
[pg!271]
In Germania la fiduciosa amicizia degli anni del primo ministero Crispi, che aveva avuto una manifestazione solenne nel 1889 in occasione del viaggio a Berlino del Re Umberto, era un ricordo del passato. Il ritorno di Crispi ridestò la speranza che potessero tornare i giorni della intimità italo-germanica. «L'imperatore Guglielmo — riferiva l'Ambasciatore Lanza — non dubita che passeggere sieno le nubi che passano sulla nostra povera Italia, e che il senno del Re e l'energia del suo governo sapranno presto dissiparle». In data 5 marzo lo stesso generale Lanza riferiva:
«Ieri sera ad una rappresentazione di beneficenza ebbi l'onore di conferire con S. M. l'Imperatore, che sedeva in palco a me vicino.S. M. si degnò esprimermi le sue felicitazioni per la vittoria riportata dal Regio Governo nelle ultime discussioni parlamentari, per la splendida votazione avuta in suo favore, ed ebbe parole improntate, come sempre, a grande amicizia per la famiglia Reale, a stima e benevolenza grandissima per l'Italia, augurando che l'energia e l'autorità da lui molto apprezzate del Capo attuale del Gabinetto, l'alto senno del Re, riescano a superare tutte le difficoltà della crisi che attraversiamo.S. M. ebbe anche parole di grande lode per la condotta dell'esercito nelle luttuose circostanze in cui ebbe a trovarsi in Sicilia, e nella Provincia di Massa e Carrara; mi parlò con vivo compiacimento del valore dimostrato dai nostri nel combattimento di Agordat, del quale, mi disse, si era fatto spiegare tutti i particolari dal Capo del Grande Stato Maggiore, particolari che egli infatti conosceva meglio di me.»
«Ieri sera ad una rappresentazione di beneficenza ebbi l'onore di conferire con S. M. l'Imperatore, che sedeva in palco a me vicino.
S. M. si degnò esprimermi le sue felicitazioni per la vittoria riportata dal Regio Governo nelle ultime discussioni parlamentari, per la splendida votazione avuta in suo favore, ed ebbe parole improntate, come sempre, a grande amicizia per la famiglia Reale, a stima e benevolenza grandissima per l'Italia, augurando che l'energia e l'autorità da lui molto apprezzate del Capo attuale del Gabinetto, l'alto senno del Re, riescano a superare tutte le difficoltà della crisi che attraversiamo.
S. M. ebbe anche parole di grande lode per la condotta dell'esercito nelle luttuose circostanze in cui ebbe a trovarsi in Sicilia, e nella Provincia di Massa e Carrara; mi parlò con vivo compiacimento del valore dimostrato dai nostri nel combattimento di Agordat, del quale, mi disse, si era fatto spiegare tutti i particolari dal Capo del Grande Stato Maggiore, particolari che egli infatti conosceva meglio di me.»
Ai primi di aprile Guglielmo e Umberto s'incontrarono a Venezia. Il Re si compiacque di telegrafare a Crispi:
«A S. E. Cav. CrispiPresidente del Cons. dei Ministri.S. M. l'Imperatore lascerà Venezia domattina portando seco la migliore impressione di questa Città che ha così degnamente rappresentato l'Italia nell'onorare l'augusto [pg!272] nostro alleato e amico. L'Imperatore nei varî colloquî avuti con me mi ha parlato di Lei e sempre con sentimenti di viva simpatia e di alta considerazione.Mi compiaccio di esprimerle la particolare e meritata benevolenza di S. M. l'Imperatore e di confermarle la mia cordiale amicizia.AffezionatissimoUmberto.»
«A S. E. Cav. CrispiPresidente del Cons. dei Ministri.
«A S. E. Cav. CrispiPresidente del Cons. dei Ministri.
«A S. E. Cav. Crispi
«A S. E. Cav. Crispi
Presidente del Cons. dei Ministri.
S. M. l'Imperatore lascerà Venezia domattina portando seco la migliore impressione di questa Città che ha così degnamente rappresentato l'Italia nell'onorare l'augusto [pg!272] nostro alleato e amico. L'Imperatore nei varî colloquî avuti con me mi ha parlato di Lei e sempre con sentimenti di viva simpatia e di alta considerazione.
Mi compiaccio di esprimerle la particolare e meritata benevolenza di S. M. l'Imperatore e di confermarle la mia cordiale amicizia.
AffezionatissimoUmberto.»
In ottobre la Cancelleria germanica era in crisi. Il generale Caprivi, il successore di Bismarck, col quale Crispi stava per riannodare i rapporti che un'altra crisi, quella del 1891, aveva interrotti, si dimise dall'altissimo ufficio. Le cause immediate che determinarono quell'avvenimento furono narrate a Crispi nei seguenti termini:
«L'accordo fra il Cancelliere e il Ministero prussiano nella questione delle misure da adottarsi per combattere i partiti sovversivi era fatto; le misure stesse erano state concretate (non se ne conoscono ancora i particolari), ed avevano ottenuto l'approvazione dei Governi confederati, il decreto d'apertura del Parlamento per il 15 novembre era già pubblicato; Sua Maestà l'Imperatore doveva ripartire ieri sera per le caccie di Blankenburg; quando nel pomeriggio egli riceveva successivamente a Potsdam il Conte Eulenburg, Presidente del Ministero Prussiano, e il Cancelliere Conte Caprivi, e dopo tali visite contromandava la sua partenza. Nella sera si spargeva la notizia che quei due alti funzionari avevano rassegnato le loro dimissioni e queste erano accettate!! Che cosa era avvenuto?Una breve conversazione avuta iersera col Conte Eulenburg che, come se nulla fosse avvenuto, incontrai in unasoirée, mi pone in grado di desumere come siansi passate le cose.Quando il Conte Caprivi, a proposito della legge scolastica, lasciò la carica di Presidente del Ministero Prussiano, che fu assunta dal Conte Eulenburg per deferenza ai voleri sovrani, questi era già convinto che la separazione delle due cariche di Cancelliere e di Ministro Presidente Prussiano non poteva durare a lungo, come non durò ai tempi di Bismarck senza dar luogo ad inconvenienti, [pg!273] ad attriti gravi. Questi attriti giunsero al colmo, fra il Conte Caprivi e il Conte Eulenburg, a proposito delle misure sovraccennate e solo per intromissione dell'Imperatore un accordo fu possibile. Fu però un accordo, per così dire, forzato, concluso il quale e terminata la preparazione dei provvedimenti legislativi che ne erano la conseguenza, ambedue posero subito ieri i loro portafogli a disposizione di Sua Maestà. La quale dovette convincersi che realmente si doveva venire ad una soluzione radicale prima della convocazione del Parlamento. Non potendo naturalmente lasciar partire il Conte Eulenburg senza profondamente ferire il partito conservatore, già tanto ostile al Conte Caprivi, e d'altra parte non sentendosi questi, che sì frequenti volte dimostrò desiderio di ritirarsi, di assumere il peso delle due cariche, nè di difendere davanti il Reichstag delle misure cui in massima si era sempre mostrato ostile, Sua Maestà decise di dar corso alle dimissioni di ambedue e mandò ad effetto, colla sua solita rapidità di decisione, il provvedimento.Il posto di Cancelliere dell'Impero e Ministro Presidente Prussiano è stato offerto al principe Hohenlohe, attualmente Governatore dell'Alsazia-Lorena. Se accetterà sarà il regno deiSegretari di Stato, giacchè egli non ha più, a mio parere, l'energia, la vigoria necessaria per sì alta e grave carica. Il suo nome però, il suo passato, raccoglierà su di lui i voti dei partiti conservativi e specialmente della nobiltà prussiana che in Parlamento e fuori si mostrarono sì ostili al Conte Caprivi.»
«L'accordo fra il Cancelliere e il Ministero prussiano nella questione delle misure da adottarsi per combattere i partiti sovversivi era fatto; le misure stesse erano state concretate (non se ne conoscono ancora i particolari), ed avevano ottenuto l'approvazione dei Governi confederati, il decreto d'apertura del Parlamento per il 15 novembre era già pubblicato; Sua Maestà l'Imperatore doveva ripartire ieri sera per le caccie di Blankenburg; quando nel pomeriggio egli riceveva successivamente a Potsdam il Conte Eulenburg, Presidente del Ministero Prussiano, e il Cancelliere Conte Caprivi, e dopo tali visite contromandava la sua partenza. Nella sera si spargeva la notizia che quei due alti funzionari avevano rassegnato le loro dimissioni e queste erano accettate!! Che cosa era avvenuto?
Una breve conversazione avuta iersera col Conte Eulenburg che, come se nulla fosse avvenuto, incontrai in unasoirée, mi pone in grado di desumere come siansi passate le cose.
Quando il Conte Caprivi, a proposito della legge scolastica, lasciò la carica di Presidente del Ministero Prussiano, che fu assunta dal Conte Eulenburg per deferenza ai voleri sovrani, questi era già convinto che la separazione delle due cariche di Cancelliere e di Ministro Presidente Prussiano non poteva durare a lungo, come non durò ai tempi di Bismarck senza dar luogo ad inconvenienti, [pg!273] ad attriti gravi. Questi attriti giunsero al colmo, fra il Conte Caprivi e il Conte Eulenburg, a proposito delle misure sovraccennate e solo per intromissione dell'Imperatore un accordo fu possibile. Fu però un accordo, per così dire, forzato, concluso il quale e terminata la preparazione dei provvedimenti legislativi che ne erano la conseguenza, ambedue posero subito ieri i loro portafogli a disposizione di Sua Maestà. La quale dovette convincersi che realmente si doveva venire ad una soluzione radicale prima della convocazione del Parlamento. Non potendo naturalmente lasciar partire il Conte Eulenburg senza profondamente ferire il partito conservatore, già tanto ostile al Conte Caprivi, e d'altra parte non sentendosi questi, che sì frequenti volte dimostrò desiderio di ritirarsi, di assumere il peso delle due cariche, nè di difendere davanti il Reichstag delle misure cui in massima si era sempre mostrato ostile, Sua Maestà decise di dar corso alle dimissioni di ambedue e mandò ad effetto, colla sua solita rapidità di decisione, il provvedimento.
Il posto di Cancelliere dell'Impero e Ministro Presidente Prussiano è stato offerto al principe Hohenlohe, attualmente Governatore dell'Alsazia-Lorena. Se accetterà sarà il regno deiSegretari di Stato, giacchè egli non ha più, a mio parere, l'energia, la vigoria necessaria per sì alta e grave carica. Il suo nome però, il suo passato, raccoglierà su di lui i voti dei partiti conservativi e specialmente della nobiltà prussiana che in Parlamento e fuori si mostrarono sì ostili al Conte Caprivi.»
Il 29 ottobre il principe di Hohenlohe fu nominato Cancelliere dell'Impero e Presidente del ministero prussiano. Crispi inviò al Lanza il seguente telegramma:
«Il nome di Hohenlohe, già amato in Italia, viene oggi salutato con la più viva simpatia. Voglia far sentire al Gran Cancelliere che il nostro paese si felicita insieme al Governo di una nomina che siamo sicuri gioverà ai comuni interessi delle due nazioni.Crispi.»
«Il nome di Hohenlohe, già amato in Italia, viene oggi salutato con la più viva simpatia. Voglia far sentire al Gran Cancelliere che il nostro paese si felicita insieme al Governo di una nomina che siamo sicuri gioverà ai comuni interessi delle due nazioni.
Crispi.»
[pg!274]
Hohenlohe mandò dapprima il barone Marschall, poi si recò lui stesso dall'ambasciatore d'Italia a ricambiare il saluto:
«Hohenlohe — telegrafava l'ambasciatore al ministro Blanc il 30 ottobre — venuto in persona casa mia, vuole rinnovi a V. E. e al Presidente del Consiglio vivi ringraziamenti e ricambi loro i sentimenti espressigli, lieto poter cooperare interessi comuni due paesi. Più che sue parole, la sua visita fattami oggi fra tante altre cure e prima di aver potuto ricevere la mia e quella di altri ambasciatori, dimostra il conto nel quale egli tiene il capo del R. Governo che egli disse esser lieto già conoscere, nonchè V. E. e ciò mi è di buon augurio per l'avvenire.»
«Hohenlohe — telegrafava l'ambasciatore al ministro Blanc il 30 ottobre — venuto in persona casa mia, vuole rinnovi a V. E. e al Presidente del Consiglio vivi ringraziamenti e ricambi loro i sentimenti espressigli, lieto poter cooperare interessi comuni due paesi. Più che sue parole, la sua visita fattami oggi fra tante altre cure e prima di aver potuto ricevere la mia e quella di altri ambasciatori, dimostra il conto nel quale egli tiene il capo del R. Governo che egli disse esser lieto già conoscere, nonchè V. E. e ciò mi è di buon augurio per l'avvenire.»
Le buone disposizioni dell'Imperatore Guglielmo verso l'Italia erano confermate dal Lanza in un suo rapporto del 5 marzo 1895, del quale riferiamo questo interessante brano:
«Al suo ritorno da Vienna S. M. l'Imperatore mi onorò di una sua visita personale per esprimermi, come disse, la sua soddisfazione di aver potuto stringer la mano a S. A. R. il Duca d'Aosta in occasione dei funerali dell'Arciduca Alberto. La visita durò a lungo e S. M. parlò un po' di tutto.... Fermandosi a discorrere specialmente dell'Austria, della sua impolitica condotta nell'Istria, ecc., S. M. mi disse aver trovato il conte Kálnoky meno inquieto per le nostre relazioni con la Francia, ma pur sempre alquanto preoccupato, che noi possiamo considerare la Triplice Alleanza non sufficientemente vantaggiosa per noi sol perchè non ci dà subito in piena pace il mezzo di giungere alla realizzazione dei nostri desiderii, delle nostre aspirazioni sui territori del Nord africano e altri. Sua Maestà avendo soggiunto: «Aspettate, lasciate che venga l'occasione e avrete tutto quel che volete», mi affrettai, non volendo per avventura che le parole del conte Kálnoky lasciassero cattiva impressione sull'animo del mio Augusto interlocutore, ad osservare che S. M. e il suo Governo conoscevano troppo bene la nostra politica, l'attitudine presa dall'attuale Gabinetto verso l'Inghilterra nelle cose d'Africa, il nostro [pg!275] desiderio di farci veramente il tratto d'unione fra l'Inghilterra e le Potenze della Triplice Alleanza, per dubitare che noi vogliamo con intempestivi conati suscitare complicazioni, che anzi facciamo sacrifizî per evitarle. Soggiunsi che siamo sempre stati e siamo consci dei nostri doveri e dei nostri diritti, che ci premeva anzitutto lostatu quonel Mediterraneo minacciato dalla Francia, e non sapevo spiegarmi la preoccupazione del conte Kálnoky. Se ci allarmiamo dei continui tentativi della Francia per estendersi in Africa, questi allarmi non sono infondati, chè quei tentativi, non mai ostacolati, potrebbero un giorno condurre ad uno stato di fatti compiuti — e citai il porto di Biserta — cui la guerra sola, che vogliamo tutti scongiurare, potrebbe riparare. S. M., che mi sembra persuasa di queste cose, apprezza la nostra politica verso l'Inghilterra, è sempre disposta ad appoggiarla, e fa voti perchè sotto i successori di Rosebery e di Kimberley, i quali non possono tardare molto a venire al potere, essa trovi quella favorevole accoglienza e quella cooperazione che finora abbiamo indarno cercato....»
«Al suo ritorno da Vienna S. M. l'Imperatore mi onorò di una sua visita personale per esprimermi, come disse, la sua soddisfazione di aver potuto stringer la mano a S. A. R. il Duca d'Aosta in occasione dei funerali dell'Arciduca Alberto. La visita durò a lungo e S. M. parlò un po' di tutto.... Fermandosi a discorrere specialmente dell'Austria, della sua impolitica condotta nell'Istria, ecc., S. M. mi disse aver trovato il conte Kálnoky meno inquieto per le nostre relazioni con la Francia, ma pur sempre alquanto preoccupato, che noi possiamo considerare la Triplice Alleanza non sufficientemente vantaggiosa per noi sol perchè non ci dà subito in piena pace il mezzo di giungere alla realizzazione dei nostri desiderii, delle nostre aspirazioni sui territori del Nord africano e altri. Sua Maestà avendo soggiunto: «Aspettate, lasciate che venga l'occasione e avrete tutto quel che volete», mi affrettai, non volendo per avventura che le parole del conte Kálnoky lasciassero cattiva impressione sull'animo del mio Augusto interlocutore, ad osservare che S. M. e il suo Governo conoscevano troppo bene la nostra politica, l'attitudine presa dall'attuale Gabinetto verso l'Inghilterra nelle cose d'Africa, il nostro [pg!275] desiderio di farci veramente il tratto d'unione fra l'Inghilterra e le Potenze della Triplice Alleanza, per dubitare che noi vogliamo con intempestivi conati suscitare complicazioni, che anzi facciamo sacrifizî per evitarle. Soggiunsi che siamo sempre stati e siamo consci dei nostri doveri e dei nostri diritti, che ci premeva anzitutto lostatu quonel Mediterraneo minacciato dalla Francia, e non sapevo spiegarmi la preoccupazione del conte Kálnoky. Se ci allarmiamo dei continui tentativi della Francia per estendersi in Africa, questi allarmi non sono infondati, chè quei tentativi, non mai ostacolati, potrebbero un giorno condurre ad uno stato di fatti compiuti — e citai il porto di Biserta — cui la guerra sola, che vogliamo tutti scongiurare, potrebbe riparare. S. M., che mi sembra persuasa di queste cose, apprezza la nostra politica verso l'Inghilterra, è sempre disposta ad appoggiarla, e fa voti perchè sotto i successori di Rosebery e di Kimberley, i quali non possono tardare molto a venire al potere, essa trovi quella favorevole accoglienza e quella cooperazione che finora abbiamo indarno cercato....»
Le buone relazioni tra l'Inghilterra e la Germania erano state per molti anni un elemento importantissimo della nostra situazione internazionale. È noto che gli accordi nostri con l'Inghilterra pel mantenimento dellostatu quoe la difesa dei comuni interessi nel Mediterraneo e in Oriente, completavano le stipulazioni del trattato della Triplice alleanza. La tendenza della politica inglese a comporre i dissidi anglo-francesi mediante compensi nel Mediterraneo e a modificare in Oriente il suo atteggiamento intransigente verso la Russia, allontanando ogni giorno dippiù l'Inghilterra dalla Triplice, giustamente allarmava il governo italiano. Il 1.º marzo 1894 Gladstone si ritirava definitivamente dal governo in seguito al voto contrario della Camera dei lords al progetto sull'Home Rule. Il suo ministero però rimaneva sotto la presidenza di lord Rosebery, che cedeva il ministero degli affari esteri a lord Kimberley. Il ritiro di Gladstone fu accolto con soddisfazione nelle sfere governative di Berlino, presso le quali fece poi anche buona impressione la caduta di Rosebery, avvenuta il 22 giugno 1895. Col ritorno al potere dei conservatori la Cancelleria germanica concepì qualche [pg!276] speranza nella ripresa, da parte dell'Inghilterra, dell'antica politica. Il barone Marschall, segretario di Stato al ministero germanico degli Affari esteri, divideva tale speranza:
«Potremo — diceva egli — aver divergenze coll'Inghilterra, e ne prevedo ancor molte nelle questioni coloniali, ma queste sono cose secondarie che non impediranno mai l'accordo sui grandi problemi che possono sorgere nel Mediterraneo e che toccano gli interessi dei nostri alleati; quelle divergenze daranno ragione all'Imperatore che, di recente, parlando con me su questi argomenti diceva:Bah! wer sich lieb hat, neckt sich(qui s'aime, se querelle).»
«Potremo — diceva egli — aver divergenze coll'Inghilterra, e ne prevedo ancor molte nelle questioni coloniali, ma queste sono cose secondarie che non impediranno mai l'accordo sui grandi problemi che possono sorgere nel Mediterraneo e che toccano gli interessi dei nostri alleati; quelle divergenze daranno ragione all'Imperatore che, di recente, parlando con me su questi argomenti diceva:Bah! wer sich lieb hat, neckt sich(qui s'aime, se querelle).»
Ma sorse poco dopo a creare malumori la questione del Transvaal, venne il telegramma dell'imperatore Guglielmo al presidente Krüger nel quale felicitava questi «che senza ricorrere all'aiuto delle Potenze amiche fosse riuscito a ristabilire la pace contro le bande armate che avevano invaso il suo paese e a difenderne l'indipendenza», venne l'acre polemica tra la stampa inglese e la germanica. Crispi, a dimostrazione di sentimenti amichevoli verso i due Stati, appena dichiaratosi il dissidio che fortunatamente fu subito composto, aveva accennato a una mediazione dell'Italia con questo telegramma all'ambasciatore a Berlino:
«Il dissidio anglo-tedesco è una sventura internazionale, e bisogna trovar modo di comporlo. Esso giova ai nemici della Triplice e nuoce a noi. Il nostro Augusto Sovrano se ne preoccupa, e mi ha espresso il desiderio d'intervenire con una parola amica fra le due parti, ove questa possa esser efficace. Ne parli al barone Holstein in mio nome, e qualora egli le dia speranza di successo, ne parli al Gran Cancelliere.Qualunque sia il risultato delle nostre pratiche, avremmo per lo meno dato prova della nostra buona volontà e della nostra amicizia.»
«Il dissidio anglo-tedesco è una sventura internazionale, e bisogna trovar modo di comporlo. Esso giova ai nemici della Triplice e nuoce a noi. Il nostro Augusto Sovrano se ne preoccupa, e mi ha espresso il desiderio d'intervenire con una parola amica fra le due parti, ove questa possa esser efficace. Ne parli al barone Holstein in mio nome, e qualora egli le dia speranza di successo, ne parli al Gran Cancelliere.
Qualunque sia il risultato delle nostre pratiche, avremmo per lo meno dato prova della nostra buona volontà e della nostra amicizia.»
Nei primi due mesi del 1896 apparve chiara la crisi delle alleanze e degli accordi ai quali l'Italia aveva affidato la sua sicurezza e la garanzia dei suoi interessi. [pg!277]
In breve, la situazione era la seguente: col peggioramento delle relazioni anglo-germaniche la Germania nostra alleata, facendo una politica a sè, riguardosa verso la Turchia, aveva agevolato alla Russia la preponderanza a Costantinopoli, e verso la Francia aveva iniziato una politica di concessioni, della quale uno dei frutti era stato l'accordo franco-germanico, risultante dal protocollo firmato il 4 febbraio 1894, che aveva riconosciuto l'hinterlanddella Tripolitania nella sfera d'influenza francese.
La Francia, che nel 1891 aveva iniziato trattative per la delimitazione dei possedimenti franco-italiani nell'Africa Orientale e per una convenzione che avrebbe assicurato nella Tunisia un regime economico soddisfacente ai cittadini e ai commerci italiani, ritirò le sue proposte quando e perchè fu rinnovato il trattato della Triplice Alleanza; e continuava ad osteggiarci anche in Africa, inviando all'Harrar e allo Scioa denari e armi che dovevano essere rivolte contro di noi.
L'Inghilterra, lasciata libera di trascurare gli accordi che aveva con l'Italia per l'Oriente e pel Mediterraneo, si preoccupava soltanto della contestata sua posizione in Egitto e tendeva a cedere in Africa alla Francia, in tutte le questioni nelle quali era interessata l'Italia, così per l'Harrar e Zeila, come per Tunisi.
La Russia, come si era fatta guardiana degli Stretti, per difendere, insieme al suo dominio incontrastato nel Mar Nero, la propria influenza sulla Turchia, e aveva, rompendo il concerto europeo, impedito che anche l'Italia riprendesse, a fianco dell'Inghilterra, posizione in Oriente, intrigava, insieme alla Francia, in Abissinia, avanzando altresì la pretesa di un protettorato ortodosso con lo scopo di ostacolare l'influenza italiana.
L'Austria-Ungheria, infine, nonostante l'alleanza con l'Italia, si era sentita così libera da iniziare trattative commerciali col governo francese per la Tunisia, senza prevenirne nè informarne il governo italiano.
Da questa situazione risultava che l'Italia legata all'Inghilterra, alla Germania e all'Austria-Ungheria da convenzioni di reciproca garenzia, era, a causa di quelle convenzioni, combattuta dalla Francia in questioni vitali e, nella lotta, lasciata sola dalle alleate. Cosicchè la Francia, pur non conoscendo i patti della Triplice alleanza, era giunta con un processo intuitivo di [pg!278] eliminazione, a conoscerne la portata, e procedeva quindi brutalmente nella sua guerra coperta a tutti gl'interessi italiani, avendo la sicurezza di non incontrare ostacoli da parte della Germania e dell'Austria-Ungheria. Si può anche aggiungere che a nostre spese essa si era indennizzata della perdita dell'Alsazia-Lorena, acquistando preponderanza in tutto il Mediterraneo occidentale e neglihinterlandsdelle regioni del Nord-Africa, dall'Atlantico sino all'Alto Nilo.
Esposta per tal modo l'Italia nello stato di pace a tutti i danni della guerra, al governo italiano, per la salvaguardia degl'interessi nazionali, si presentavano due vie: sciogliersi dalla Triplice alleanza cedendo alle pressioni francesi, o denunziare il trattato per sostituirlo con un altro che non prevedesse soltanto la guerra, ma fosse una garanzia per l'Italia anche nello stato di pace.
La prima via era irta di pericoli: seguendola, l'Italia sarebbe ritornata nelle condizioni d'isolamento nelle quali si era trovata sino al 1882, cioè prima della sua accessione all'alleanza austro-germanica, in balìa delle sopraffazioni francesi e della irritazione delle ex-alleate. La seconda via era più conveniente, e Crispi la preferì.
D'altronde, egli che non aveva mai ammesso che l'alleanza dell'Italia con le potenze centrali fosse una dedizione degl'interessi italiani, doveva nei precedenti della sua azione diplomatica attingere la fede di potere rompere il ghiaccio del particolarismo austro-germanico formatosi nei tre anni della sua lontananza dal Governo.
I documenti che seguono hanno un altissimo interesse storico: essi contengono i termini del problema che s'imponeva, l'ansietà patriottica del governo di Crispi e i suoi propositi.
Diario — 20 gennaio 1896.Il barone Pasetti, ambasciatore d'Austria-Ungheria, giusta la fatta domanda, giunse alle ore 15.Egli cominciò a discorrere degli accordi del 1887, della insufficienza dei medesimi per lo scopo cui si riferiscono. Il barone si espresse con diffidenza del Ministero britannico, e si lagnò del medesimo per aver agito a Pietroburgo senza averne avvertito i due alleati. Soggiunse, [pg!279] che bisognerebbe render più precisi gli accordi, modificandoli od ampliandoli, per renderli più sicuri.Risposi, rifacendo la storia dei fatti che ci condussero ai suddetti accordi. Dissi che per me non hanno cessato di aver vigore le obbligazioni allora assunte. Ricordai che essendo stati trascurati tali accordi sotto Rosebery, all'avvento di Salisbury abbiamo interpellato questi, e ci fu risposto ch'egli riteneva ancora esistenti quegli accordi. Soggiunsi, che avevo fede nel ministro inglese, quantunque incerto talora ed esitante.Il barone Pasetti fu lieto della opinione mia favorevole a lord Salisbury. Ripetè che, nondimeno, era necessario dare alle note del 1887 maggiore precisione. Espose dei dubbi sul contegno del Governo tedesco.A questa osservazione dovetti rispondere, che gli accordi del 1887 erano stati fatti coll'intesa di Berlino e conseguentemente con l'approvazione del Principe di Bismarck, il quale dichiarò che stava al di fuori degli accordi. Egli voleva che gli obblighi fossero limitati tra l'Austria, l'Inghilterra e l'Italia. La Germania, pel momento in disparte, entrerebbe quando la Francia avesse preso parte diretta nelle cose d'Oriente e del Mediterraneo.Certamente oggi in Berlino non potrebbe prevalere una politica diversa; e non bisogna diffidarne.Conclusi, che noi stiamo fermi agli accordi del 1887; se giova renderli più precisi, noi vi ci presteremo. In questo caso ne avverta Vienna affinchè l'ambasciatore italiano e quello dell'Austria-Ungheria a Londra facciano le pratiche necessarie presso lord Salisbury.Se lord Salisbury ha proceduto solo, ciò ha fatto per precauzione, e nel dubbio che i due alleati non lo seguissero. Non dobbiamo dimenticare la condotta nostra al 1878 ed al 1882. Tanto nella guerra contro la Russia, quanto per la insurrezione egiziana, l'Inghilterra fu lasciata sola. Aggiungete che in questi ultimi anni, dopo il mio ritiro al 1891, dei tre Governi ciascuno ha fatto a modo suo, e noi nelle quistioni del Mediterraneo, a Tunisi per esempio e nell'Eritrea, ci siamo trovati soli; la Francia ha fatto quello che ha voluto.E che si è fatto in Oriente? Le flotte presenziarono le carneficine turche, e nissuno se n'è impensierito. Anche l'Austria fece da sè. [pg!280]— Dica al suo Governo, che l'Italia procederà lealmente coi suoi alleati. Mettiamoci d'accordo, e il mio Governo non mancherà al dover suo.Diario — 21 gennaio.Il conte Nigra ed il barone Blanc giungono a casa mia alle ore 15 e 10 minuti.Il discorso si è aggirato su gli accordi del 1887. Dissi al nostro ambasciatore come in fatto quegli accordi siano rimasti inefficaci. Anche nella quistione orientale, tanto l'Inghilterra quanto l'Austria, ciascuna ha agito isolatamente senza averne prevenuto i due Governi alleati.Riferii al conte Nigra il mio colloquio di ieri col Pasetti.Il barone Pasetti manifestò che a Vienna diffidano di lord Salisbury, e chiedono che agli accordi del 1887 si dia precisione negli obblighi e negli scopi.Osservai che, se vi è potenza che debba lagnarsi del modo come si son condotte l'Inghilterra e l'Austria, è l'Italia. Il nostro Governo, da parecchi anni in quà non ebbe l'ausilio dei due alleati. Tanto dalla triplice continentale, quanto dalla orientale, siamo stati lasciati soli. Ciò non avvenne mai prima del 1891 e specialmente quando Bismarck era al potere. Accetto quindi che gli accordi del 1887 si rivedano e si rendano più precisi; ma chiedo innanzi tutto che i firmatarii eseguano quanto avran pattuito.Il conte Nigra affermò che non bisogna dubitare che l'Austria possa avvicinarsi alla Russia, e n'è garentia il fatto che a Vienna il ministro degli affari esteri è un polacco. Ciò posto, dobbiamo ritenere che l'Austria è interessata a rispettare la nostra alleanza.Il ministro Blanc espose alcune sue osservazioni sulla condotta dell'Austria verso di noi. Conchiuse anche lui che gioverebbe al mantenimento della alleanza il rivedere gli accordi del 1887.Partito Blanc verso le ore 15 e 45, siamo rimasti, Nigra ed io, un'altra buona mezz'ora insieme.Il conte perorò la buona fede dell'Austria verso di noi.Ci rivedremo. [pg!281]Diario — 22 gennaio.Il barone de Bülow giunge alle ore 18.Il barone cominciò col chiedere notizie dell'Africa, felicitandosi della condotta dei nostri soldati. Venendo poi alle cose di Europa, affermò che la Germania sarebbe stata sempre con noi. Su questo feci qualche osservazione.Dissi che dei beneficii dell'alleanza, io mi accorsi ai tempi di Bismarck, non dopo coi successori. Prima del 1890 appena una questione sorgeva, ne avvertivo Bismarck, ed egli, tanto in Londra, quanto a Parigi faceva sentire la sua parola e tutto andava pel meglio.44Della Triplice [pg!282] Alleanza noi soli abbiamo sentito il peso. Alle frontiere della Francia, nostra accanita nemica, noi abbiamo quotidianamente a provare fastidi d'ogni genere.
Diario — 20 gennaio 1896.
Il barone Pasetti, ambasciatore d'Austria-Ungheria, giusta la fatta domanda, giunse alle ore 15.
Egli cominciò a discorrere degli accordi del 1887, della insufficienza dei medesimi per lo scopo cui si riferiscono. Il barone si espresse con diffidenza del Ministero britannico, e si lagnò del medesimo per aver agito a Pietroburgo senza averne avvertito i due alleati. Soggiunse, [pg!279] che bisognerebbe render più precisi gli accordi, modificandoli od ampliandoli, per renderli più sicuri.
Risposi, rifacendo la storia dei fatti che ci condussero ai suddetti accordi. Dissi che per me non hanno cessato di aver vigore le obbligazioni allora assunte. Ricordai che essendo stati trascurati tali accordi sotto Rosebery, all'avvento di Salisbury abbiamo interpellato questi, e ci fu risposto ch'egli riteneva ancora esistenti quegli accordi. Soggiunsi, che avevo fede nel ministro inglese, quantunque incerto talora ed esitante.
Il barone Pasetti fu lieto della opinione mia favorevole a lord Salisbury. Ripetè che, nondimeno, era necessario dare alle note del 1887 maggiore precisione. Espose dei dubbi sul contegno del Governo tedesco.
A questa osservazione dovetti rispondere, che gli accordi del 1887 erano stati fatti coll'intesa di Berlino e conseguentemente con l'approvazione del Principe di Bismarck, il quale dichiarò che stava al di fuori degli accordi. Egli voleva che gli obblighi fossero limitati tra l'Austria, l'Inghilterra e l'Italia. La Germania, pel momento in disparte, entrerebbe quando la Francia avesse preso parte diretta nelle cose d'Oriente e del Mediterraneo.
Certamente oggi in Berlino non potrebbe prevalere una politica diversa; e non bisogna diffidarne.
Conclusi, che noi stiamo fermi agli accordi del 1887; se giova renderli più precisi, noi vi ci presteremo. In questo caso ne avverta Vienna affinchè l'ambasciatore italiano e quello dell'Austria-Ungheria a Londra facciano le pratiche necessarie presso lord Salisbury.
Se lord Salisbury ha proceduto solo, ciò ha fatto per precauzione, e nel dubbio che i due alleati non lo seguissero. Non dobbiamo dimenticare la condotta nostra al 1878 ed al 1882. Tanto nella guerra contro la Russia, quanto per la insurrezione egiziana, l'Inghilterra fu lasciata sola. Aggiungete che in questi ultimi anni, dopo il mio ritiro al 1891, dei tre Governi ciascuno ha fatto a modo suo, e noi nelle quistioni del Mediterraneo, a Tunisi per esempio e nell'Eritrea, ci siamo trovati soli; la Francia ha fatto quello che ha voluto.
E che si è fatto in Oriente? Le flotte presenziarono le carneficine turche, e nissuno se n'è impensierito. Anche l'Austria fece da sè. [pg!280]
— Dica al suo Governo, che l'Italia procederà lealmente coi suoi alleati. Mettiamoci d'accordo, e il mio Governo non mancherà al dover suo.
Diario — 21 gennaio.
Il conte Nigra ed il barone Blanc giungono a casa mia alle ore 15 e 10 minuti.
Il discorso si è aggirato su gli accordi del 1887. Dissi al nostro ambasciatore come in fatto quegli accordi siano rimasti inefficaci. Anche nella quistione orientale, tanto l'Inghilterra quanto l'Austria, ciascuna ha agito isolatamente senza averne prevenuto i due Governi alleati.
Riferii al conte Nigra il mio colloquio di ieri col Pasetti.
Il barone Pasetti manifestò che a Vienna diffidano di lord Salisbury, e chiedono che agli accordi del 1887 si dia precisione negli obblighi e negli scopi.
Osservai che, se vi è potenza che debba lagnarsi del modo come si son condotte l'Inghilterra e l'Austria, è l'Italia. Il nostro Governo, da parecchi anni in quà non ebbe l'ausilio dei due alleati. Tanto dalla triplice continentale, quanto dalla orientale, siamo stati lasciati soli. Ciò non avvenne mai prima del 1891 e specialmente quando Bismarck era al potere. Accetto quindi che gli accordi del 1887 si rivedano e si rendano più precisi; ma chiedo innanzi tutto che i firmatarii eseguano quanto avran pattuito.
Il conte Nigra affermò che non bisogna dubitare che l'Austria possa avvicinarsi alla Russia, e n'è garentia il fatto che a Vienna il ministro degli affari esteri è un polacco. Ciò posto, dobbiamo ritenere che l'Austria è interessata a rispettare la nostra alleanza.
Il ministro Blanc espose alcune sue osservazioni sulla condotta dell'Austria verso di noi. Conchiuse anche lui che gioverebbe al mantenimento della alleanza il rivedere gli accordi del 1887.
Partito Blanc verso le ore 15 e 45, siamo rimasti, Nigra ed io, un'altra buona mezz'ora insieme.
Il conte perorò la buona fede dell'Austria verso di noi.
Ci rivedremo. [pg!281]
Diario — 22 gennaio.
Il barone de Bülow giunge alle ore 18.
Il barone cominciò col chiedere notizie dell'Africa, felicitandosi della condotta dei nostri soldati. Venendo poi alle cose di Europa, affermò che la Germania sarebbe stata sempre con noi. Su questo feci qualche osservazione.
Dissi che dei beneficii dell'alleanza, io mi accorsi ai tempi di Bismarck, non dopo coi successori. Prima del 1890 appena una questione sorgeva, ne avvertivo Bismarck, ed egli, tanto in Londra, quanto a Parigi faceva sentire la sua parola e tutto andava pel meglio.44Della Triplice [pg!282] Alleanza noi soli abbiamo sentito il peso. Alle frontiere della Francia, nostra accanita nemica, noi abbiamo quotidianamente a provare fastidi d'ogni genere.
Il barone non potè negarmi che ai tempi di Bismarck le cose procedevano in miglior modo per noi. Soggiungeva però che il suo Governo si interessa delle cose d'Italia, e che noi l'avremmo al nostro fianco tutte le volte che ne sorgesse il bisogno.Parlammo delle cose di Oriente, e non volli lasciar passare l'occasione per dichiarargli che l'Europa, con le sue navi tenute inerti nelle acque della Turchia, ha dato prova della sua impotenza.Ritornati alle cose di Francia, ripetei che gran danno noi proviamo per gli odii di quella nazione e per le insidie di quel Governo.Diario — 9 febbraio, ore 17.Sono andato dal barone de Bülow alle 5 pomeridiane. Lo scopo era di parlargli delle relazioni tra l'Italia e la Francia.Dissi all'ambasciatore tedesco:— Più di una volta ci son venuti consigli da Berlino perchè trovassimo modo di accordarci con la Francia in tutte le speciali quistioni che interessano i due paesi.Non ci siamo riusciti! Sono pochi giorni ancora, avendo mandato a Parigi un nostro funzionario, ci servimmo di questa occasione per esplorare l'animo del signor Bourgeois, il quale, come sapete, è il presidente dell'attuale Ministero francese. Questo funzionario parlò delle varie quistioni pendenti tra noi e la Francia, e disse che giammai come oggi potrebbe trovarsi un accordo fra i due Governi, essendo Crispi al potere.Il Bourgeois rispose a un dipresso nei seguenti termini:«Un accordo tra i due paesi non è possibile, finchè l'Italia fa parte della Triplice. Il popolo francese vi si ribellerebbe. Tutti qui tengono gli occhi rivolti alle provincie perdute, e sanno che l'Italia alleata della Germania è di ostacolo al ritorno delle medesime alla madre patria. Assicuratevi che finchè voi farete parte della Triplice non è possibile intenderci». [pg!283]Siccome vedete, caro barone, il signor Bourgeois fu molto esplicito e noi vediamo in tutto il contegno di lui verso di noi una asprezza tale che non lascia speranza di venire ad un accordo.La Francia ci fa la guerra dappertutto. In Europa ed in Africa noi ci troviamo il Governo francese di fronte in ogni occasione e sempre malevolo. Dicesi che la Triplice fu stipulata per mantenere la pace. Per noi è il contrario. La Triplice per noi è la guerra. In Italia siamo insidiati per mezzo del Vaticano, e fuori con tutti i mezzi che può adoperare una diplomazia astiosa e sottile. I nostri commerci sono interrotti, e nessun trattato è possibile, nè in Tunisia, nè tra Francia ed Italia. Sventuratamente la Francia è alle nostre frontiere, e non possiamo fare a meno di avere rapporti con essa.Ai tempi di Bismarck le cose erano meno difficili, perchè la parola del principe spesso si faceva sentire a Parigi.E tutto ciò avviene perchè ci s'imputa a colpa di far parte della Triplice. Vi prego scriverne al principe di Hohenlohe, e far giungere queste mie dichiarazioni all'Imperatore. È una posizione intollerabile la nostra. Ve lo ripeto, per noi questo stato di cose è peggiore della guerra.Il barone de Bülow parve impressionato delle mie parole e mi promise che ne avrebbe scritto a Berlino.
Il barone non potè negarmi che ai tempi di Bismarck le cose procedevano in miglior modo per noi. Soggiungeva però che il suo Governo si interessa delle cose d'Italia, e che noi l'avremmo al nostro fianco tutte le volte che ne sorgesse il bisogno.
Parlammo delle cose di Oriente, e non volli lasciar passare l'occasione per dichiarargli che l'Europa, con le sue navi tenute inerti nelle acque della Turchia, ha dato prova della sua impotenza.
Ritornati alle cose di Francia, ripetei che gran danno noi proviamo per gli odii di quella nazione e per le insidie di quel Governo.
Diario — 9 febbraio, ore 17.
Sono andato dal barone de Bülow alle 5 pomeridiane. Lo scopo era di parlargli delle relazioni tra l'Italia e la Francia.
Dissi all'ambasciatore tedesco:
— Più di una volta ci son venuti consigli da Berlino perchè trovassimo modo di accordarci con la Francia in tutte le speciali quistioni che interessano i due paesi.
Non ci siamo riusciti! Sono pochi giorni ancora, avendo mandato a Parigi un nostro funzionario, ci servimmo di questa occasione per esplorare l'animo del signor Bourgeois, il quale, come sapete, è il presidente dell'attuale Ministero francese. Questo funzionario parlò delle varie quistioni pendenti tra noi e la Francia, e disse che giammai come oggi potrebbe trovarsi un accordo fra i due Governi, essendo Crispi al potere.
Il Bourgeois rispose a un dipresso nei seguenti termini:
«Un accordo tra i due paesi non è possibile, finchè l'Italia fa parte della Triplice. Il popolo francese vi si ribellerebbe. Tutti qui tengono gli occhi rivolti alle provincie perdute, e sanno che l'Italia alleata della Germania è di ostacolo al ritorno delle medesime alla madre patria. Assicuratevi che finchè voi farete parte della Triplice non è possibile intenderci». [pg!283]
Siccome vedete, caro barone, il signor Bourgeois fu molto esplicito e noi vediamo in tutto il contegno di lui verso di noi una asprezza tale che non lascia speranza di venire ad un accordo.
La Francia ci fa la guerra dappertutto. In Europa ed in Africa noi ci troviamo il Governo francese di fronte in ogni occasione e sempre malevolo. Dicesi che la Triplice fu stipulata per mantenere la pace. Per noi è il contrario. La Triplice per noi è la guerra. In Italia siamo insidiati per mezzo del Vaticano, e fuori con tutti i mezzi che può adoperare una diplomazia astiosa e sottile. I nostri commerci sono interrotti, e nessun trattato è possibile, nè in Tunisia, nè tra Francia ed Italia. Sventuratamente la Francia è alle nostre frontiere, e non possiamo fare a meno di avere rapporti con essa.
Ai tempi di Bismarck le cose erano meno difficili, perchè la parola del principe spesso si faceva sentire a Parigi.
E tutto ciò avviene perchè ci s'imputa a colpa di far parte della Triplice. Vi prego scriverne al principe di Hohenlohe, e far giungere queste mie dichiarazioni all'Imperatore. È una posizione intollerabile la nostra. Ve lo ripeto, per noi questo stato di cose è peggiore della guerra.
Il barone de Bülow parve impressionato delle mie parole e mi promise che ne avrebbe scritto a Berlino.
Crispi all'ambasciatore d'Italia a Berlino:
«Roma, 9 febbraio 1896.Signor Ambasciatore,Parmi utile che Vostra Eccellenza abbia notizia di una conversazione da me avuta oggi stesso con questo ambasciatore di Germania.Ho creduto conveniente che il rappresentante di S. M. l'Imperatore Guglielmo in Roma fosse, al pari del rappresentante di S. M. il Re in Berlino, a perfetta conoscenza del pensiero del Governo italiano sulla situazione che ci è creata dalla ostilità della Francia e insieme dalla triplice alleanza. A conforto quindi di quanto già il barone Blanc aveva avuto occasione di esporre al signor de Bülow, ho richiamato sopra tale situazione l'attenzione del signor de Bülow stesso. [pg!284]Gli dissi che, desiderosi anche noi, come sempre, di evitare complicazioni e di consolidare la pace, avevamo completamente diviso il modo di vedere, espressoci replicatamente dal Governo germanico, circa alla convenienza di venire tra Francia ed Italia ad accordi sopra le speciali questioni riguardanti i due paesi. Il regio ambasciatore a Parigi aveva quindi ricevuto istruzione di cogliere — ed aveva colto infatti — tutte le occasioni per rendere noti al Governo francese i nostri intendimenti più concilianti. Così è che, approfittando delle espressioni di simpatia e quasi di solidarietà civile contro la barbarie, dirette al regio ambasciatore dal presidente del Consiglio, dal ministro degli affari esteri e dal Presidente della Repubblica Francese a proposito della nostra guerra d'Africa, il Conte Tornielli era stato autorizzato a lasciar comprendere, ancora una volta, il nostro desiderio di venire ad accordi concreti per tutte le questioni ancora insolute tra Francia ed Italia, come la delimitazione nell'Africa orientale, il regime commerciale e personale in Tunisia, ecc.Ancora una volta il Governo francese aveva mostrato a tutta prima di comprendere e di apprezzare il valore delle importantissime concessioni che noi ci chiarivamo disposti a fare; ma, ancora una volta, al momento di venire a qualche conclusione positiva, il Governo francese ne declinava ogni possibilità.Aggiunsi al signor de Bülow che, mentre il Governo italiano aveva fatto così quanto gli era ufficialmente possibile, per venire agli accordi che la stessa Germania aveva mostrato di desiderare, io non aveva voluto darmi per vinto; e, approfittando della circostanza che un mio alto ed egregio funzionario, godente insieme di tutta la mia fiducia e dell'amicizia personale del signor Bourgeois, da lui stesso altra volta presentatomi, si recava a Parigi incaricato di una missione tecnica, gli avevo detto che, vedendo il Presidente del Consiglio francese, ne approfittasse per fargli presente che il momento non avrebbe potuto essere più favorevole per risolvere, d'accordo col Governo italiano, ogni questione irritante; che egli sapeva essere il Governo italiano in ottime disposizioni per ciò, mentre, d'altro lato, il paese avrebbe accettato, a questo proposito, da un Ministero da me presieduto, anche ciò che con altri [pg!285] Ministeri gli sarebbe sembrato costituire un atto di debolezza.Ora, la risposta del signor Bourgeois era stata questa:«Sentite, gli animi di tutti i Francesi sono sempre volti alle Provincie perdute, e nulla, checchè avvenga, varrà mai a distornerli; nessuno accetterà mai la separazione dell'Alsazia e Lorena dalla Francia come un fatto definitivo ed irrimediabile; a quella separazione tutti i Francesi riferiranno sempre le altre questioni; non vi potrà dunque essere mai accordo alcuno tra noi e l'Italia, finchè questa, essendo alleata della Germania, contribuirà a quella separazione».Il signor de Bülow parve molto impressionato da ciò che io gli esponeva. Gli feci allora considerare come tutti gli sforzi nostri per la consolidazione della pace s'infrangessero contro una volontà che è stata ed è in Francia comune a tutti i ministri e a tutti i gabinetti; che fatti e dichiarazioni l'hanno patentemente chiarito; e come quella volontà annullasse per noi quei benefici della pace che ci dovevano essere garantiti dalla triplice alleanza, poichè, per la triplice appunto, la Francia si credeva in diritto di considerarsi di fatto in guerra con noi e ce lo dimostrava in ogni questione, col maggiore nostro danno; quanto è avvenuto e quanto avviene ora in Abissinia non ne era che un esempio.Ricordai a questo proposito al signor de Bülow che, mentre era cancelliere dell'Impero il principe di Bismarck, quando i rapporti franco-italiani minacciavano di peggiorare vieppiù per le intolleranze, la indebita ingerenza e l'ostilità della Francia, il Governo germanico non esitava a far comprendere a Parigi che non si doveva passare il segno; e a Parigi lo si comprendeva. Così avevano potuto risolversi pacificamente, secondo il diritto e la convenienza internazionale, incidenti come quelli dei Greci di Massaua, del consolato francese di Firenze, della spedizione Atchinoff, delle istituzioni italiane in Tunisia, ecc. Il Governo francese aveva allora dovuto persuadersi che l'alleanza italo-germanica era un patto efficace non solo pel caso di guerra, ma per prevenire la guerra, garantendo anche in tempo di pace alle potenze alleate la difesa reciproca dei rispettivi interessi.Ora, aggiunsi, sembra che la Francia siasi formata [pg!286] della triplice e specialmente dell'alleanza italo-germanica un concetto tutto diverso: un concetto, cioè, per cui la Francia potrebbe offendere impunemente l'Italia, perchè alleata della Germania, sicura, d'altro lato, che la Germania non le opporrebbe ostacolo di sorta.Quindi, io conclusi, desideravo che il signor de Bülow facesse presente tutto questo a S. M. l'Imperatore e a S. A. il cancelliere, avendo io la fiducia che tutto ciò sarebbe tenuto da essi in amichevole considerazione.Queste mie dichiarazioni mi parvero tanto più opportune, visto che ci avviciniamo al mese di maggio, all'epoca, cioè, in cui si dovrà da una parte e dall'altra decidere sulla opportunità di confermare o meno, puramente e semplicemente, il trattato di alleanza.Del linguaggio da me tenuto al signor de Bülow Vostra Eccellenza potrà mostrarsi edotta presso codesto Governo.Crispi.»
«Roma, 9 febbraio 1896.
Signor Ambasciatore,
Signor Ambasciatore,
Signor Ambasciatore,
Parmi utile che Vostra Eccellenza abbia notizia di una conversazione da me avuta oggi stesso con questo ambasciatore di Germania.
Ho creduto conveniente che il rappresentante di S. M. l'Imperatore Guglielmo in Roma fosse, al pari del rappresentante di S. M. il Re in Berlino, a perfetta conoscenza del pensiero del Governo italiano sulla situazione che ci è creata dalla ostilità della Francia e insieme dalla triplice alleanza. A conforto quindi di quanto già il barone Blanc aveva avuto occasione di esporre al signor de Bülow, ho richiamato sopra tale situazione l'attenzione del signor de Bülow stesso. [pg!284]
Gli dissi che, desiderosi anche noi, come sempre, di evitare complicazioni e di consolidare la pace, avevamo completamente diviso il modo di vedere, espressoci replicatamente dal Governo germanico, circa alla convenienza di venire tra Francia ed Italia ad accordi sopra le speciali questioni riguardanti i due paesi. Il regio ambasciatore a Parigi aveva quindi ricevuto istruzione di cogliere — ed aveva colto infatti — tutte le occasioni per rendere noti al Governo francese i nostri intendimenti più concilianti. Così è che, approfittando delle espressioni di simpatia e quasi di solidarietà civile contro la barbarie, dirette al regio ambasciatore dal presidente del Consiglio, dal ministro degli affari esteri e dal Presidente della Repubblica Francese a proposito della nostra guerra d'Africa, il Conte Tornielli era stato autorizzato a lasciar comprendere, ancora una volta, il nostro desiderio di venire ad accordi concreti per tutte le questioni ancora insolute tra Francia ed Italia, come la delimitazione nell'Africa orientale, il regime commerciale e personale in Tunisia, ecc.
Ancora una volta il Governo francese aveva mostrato a tutta prima di comprendere e di apprezzare il valore delle importantissime concessioni che noi ci chiarivamo disposti a fare; ma, ancora una volta, al momento di venire a qualche conclusione positiva, il Governo francese ne declinava ogni possibilità.
Aggiunsi al signor de Bülow che, mentre il Governo italiano aveva fatto così quanto gli era ufficialmente possibile, per venire agli accordi che la stessa Germania aveva mostrato di desiderare, io non aveva voluto darmi per vinto; e, approfittando della circostanza che un mio alto ed egregio funzionario, godente insieme di tutta la mia fiducia e dell'amicizia personale del signor Bourgeois, da lui stesso altra volta presentatomi, si recava a Parigi incaricato di una missione tecnica, gli avevo detto che, vedendo il Presidente del Consiglio francese, ne approfittasse per fargli presente che il momento non avrebbe potuto essere più favorevole per risolvere, d'accordo col Governo italiano, ogni questione irritante; che egli sapeva essere il Governo italiano in ottime disposizioni per ciò, mentre, d'altro lato, il paese avrebbe accettato, a questo proposito, da un Ministero da me presieduto, anche ciò che con altri [pg!285] Ministeri gli sarebbe sembrato costituire un atto di debolezza.
Ora, la risposta del signor Bourgeois era stata questa:
«Sentite, gli animi di tutti i Francesi sono sempre volti alle Provincie perdute, e nulla, checchè avvenga, varrà mai a distornerli; nessuno accetterà mai la separazione dell'Alsazia e Lorena dalla Francia come un fatto definitivo ed irrimediabile; a quella separazione tutti i Francesi riferiranno sempre le altre questioni; non vi potrà dunque essere mai accordo alcuno tra noi e l'Italia, finchè questa, essendo alleata della Germania, contribuirà a quella separazione».
Il signor de Bülow parve molto impressionato da ciò che io gli esponeva. Gli feci allora considerare come tutti gli sforzi nostri per la consolidazione della pace s'infrangessero contro una volontà che è stata ed è in Francia comune a tutti i ministri e a tutti i gabinetti; che fatti e dichiarazioni l'hanno patentemente chiarito; e come quella volontà annullasse per noi quei benefici della pace che ci dovevano essere garantiti dalla triplice alleanza, poichè, per la triplice appunto, la Francia si credeva in diritto di considerarsi di fatto in guerra con noi e ce lo dimostrava in ogni questione, col maggiore nostro danno; quanto è avvenuto e quanto avviene ora in Abissinia non ne era che un esempio.
Ricordai a questo proposito al signor de Bülow che, mentre era cancelliere dell'Impero il principe di Bismarck, quando i rapporti franco-italiani minacciavano di peggiorare vieppiù per le intolleranze, la indebita ingerenza e l'ostilità della Francia, il Governo germanico non esitava a far comprendere a Parigi che non si doveva passare il segno; e a Parigi lo si comprendeva. Così avevano potuto risolversi pacificamente, secondo il diritto e la convenienza internazionale, incidenti come quelli dei Greci di Massaua, del consolato francese di Firenze, della spedizione Atchinoff, delle istituzioni italiane in Tunisia, ecc. Il Governo francese aveva allora dovuto persuadersi che l'alleanza italo-germanica era un patto efficace non solo pel caso di guerra, ma per prevenire la guerra, garantendo anche in tempo di pace alle potenze alleate la difesa reciproca dei rispettivi interessi.
Ora, aggiunsi, sembra che la Francia siasi formata [pg!286] della triplice e specialmente dell'alleanza italo-germanica un concetto tutto diverso: un concetto, cioè, per cui la Francia potrebbe offendere impunemente l'Italia, perchè alleata della Germania, sicura, d'altro lato, che la Germania non le opporrebbe ostacolo di sorta.
Quindi, io conclusi, desideravo che il signor de Bülow facesse presente tutto questo a S. M. l'Imperatore e a S. A. il cancelliere, avendo io la fiducia che tutto ciò sarebbe tenuto da essi in amichevole considerazione.
Queste mie dichiarazioni mi parvero tanto più opportune, visto che ci avviciniamo al mese di maggio, all'epoca, cioè, in cui si dovrà da una parte e dall'altra decidere sulla opportunità di confermare o meno, puramente e semplicemente, il trattato di alleanza.
Del linguaggio da me tenuto al signor de Bülow Vostra Eccellenza potrà mostrarsi edotta presso codesto Governo.
Crispi.»
I negoziati intavolati a Londra per stabilire un'intesa concreta negli affari di Oriente e nel Mediterraneo tra l'Italia, l'Austria-Ungheria o l'Inghilterra, erano paralleli alle rimostranze che Crispi faceva alla Germania. Se i primi fossero riusciti, le seconde sarebbero divenute meno urgenti e perentorie, poichè l'Italia avrebbe trovato nella solidarietà inglese una garenzia degli interessi ai quali era estranea la triplice alleanza. In verità, la Cancelleria germanica esercitò tutta la sua abilità per indurre lord Salisbury a ritornare alla politica anteriore al 1891; l'ambasciatore Hatzfeldt in quei giorni era continuamente alForeign-Office, ma v'incontrava sempre il signor de Courcel, ambasciatore francese. L'esito del duello tra la triplice e la duplice franco-russa fu favorevole a quest'ultima: lord Salisbury confermò il mutamento della politica estera britannica. Il 10 febbraio, infatti, il conte Nigra telegrafava:
«Goluchowski mi ha detto essere stato informato da Deym che Salisbury gli ha dichiarato lealmente che non poteva assumere coll'Austria-Ungheria e coll'Italia nessun impegno più preciso di quello del 1887».
«Goluchowski mi ha detto essere stato informato da Deym che Salisbury gli ha dichiarato lealmente che non poteva assumere coll'Austria-Ungheria e coll'Italia nessun impegno più preciso di quello del 1887».
[pg!287]
Il che voleva dire che non s'intendeva dare pratico seguito a quell'impegno, dimostratosi inefficace quando sopraggiunse la cattiva volontà, e solo per cortesia si esprimeva una platonica intenzione di procedere d'accordo, la quale non escludeva ogni dissenso.
Non rimaneva al governo italiano che rivolgersi agli alleati. Ma in Germania si era poco ben disposti a considerare la difficile posizione dell'Italia; anzi il vecchio e stanco principe di Hohenlohe45si mostrava allarmato delle esigenze di Crispi. Da Berlino si scriveva:
«Il timore che si ha qui che noi cerchiamo di forzar la mano alla Germania, contribuisce certo a rendere il Governo Imperiale più restìo a parlar alto a Parigi a tutela dei nostri interessi. Io mi sono astenuto dal parlar didirittinostri e di doveri della Germania nello stretto senso della parola, ma non ho tralasciato d'insistere sul fatto che tutte le difficoltà che incontriamo a Parigi, tutte quelle che ci vengono create in Abissinia, dipendono dall'essere noi membri della Triplice Alleanza e il solo fra quei membri sul quale i nemici di essa possano sfogare le loro ire. Il barone Marschall, che di ciò conviene meco pienamente, si dimostra anche disposto ad assisterci; ma come farlo efficacemente senza andar incontro a pericoli, a danni maggiori e d'ordine generale? A Pietroburgo gli ordini dati al Principe Radolin, le recenti dichiarazioni stesse del Principe Lobanoff circa il Leontieff, non lasciano dubbio che quel rappresentante germanico agisce, con prudenza ed energia, in nostro favore, d'accordo col conte Maffei. Ma più che a Pietroburgo noi vorremmo, noi avremmo bisogno che la parola autorevole della Germania si facesse sentire sulla [pg!288] Senna e qui cominciano ledolenti note. Ho avuto lunghe e ripetute conversazioni col barone Marschall e col barone Holstein in tutti questi ultimi giorni; essi hanno studiato, con amichevole premura devo dirlo, la questione sotto tutti i rapporti, ma la risposta che mi si fa è sempre la stessa: «A Parigi non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccar l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa; ma intervenire ora,fare pressionisulla Francia in questioni come quelle delle trattative per le delimitazioni in Africa, per le relazioni commerciali in Tunisi, senza la certezza che quell'intervento sorta immediato effetto favorevole, la Germania non può. In altri tempi, come quelli cui allude S. E. Crispi, in cui esisteva in Germania una forte corrente per la guerra, e la Francia non era forte come oggi, nè resa più baldanzosa dallo appoggio della Russia, poteva la Germania permettersi ditenir le verbe haut. Esporsi ora ad un rifiuto o ad una semplicefin de non recevoirper parte della Francia, la Germania non può; e non deve, senza essere esposta a subirne le conseguenze e rompereen visièrecol Governo della Repubblica. Il Presidente del Consiglio italiano e il barone Blanc, concludeva il barone Marschall, da veri uomini di Stato, devono comprendere quanto sia delicata la posizione della Germania verso la Francia e come un nulla possa turbare le nostre relazioni con essa e provocare complicazioni che è anche interesse dell'Italia di evitare.
«Il timore che si ha qui che noi cerchiamo di forzar la mano alla Germania, contribuisce certo a rendere il Governo Imperiale più restìo a parlar alto a Parigi a tutela dei nostri interessi. Io mi sono astenuto dal parlar didirittinostri e di doveri della Germania nello stretto senso della parola, ma non ho tralasciato d'insistere sul fatto che tutte le difficoltà che incontriamo a Parigi, tutte quelle che ci vengono create in Abissinia, dipendono dall'essere noi membri della Triplice Alleanza e il solo fra quei membri sul quale i nemici di essa possano sfogare le loro ire. Il barone Marschall, che di ciò conviene meco pienamente, si dimostra anche disposto ad assisterci; ma come farlo efficacemente senza andar incontro a pericoli, a danni maggiori e d'ordine generale? A Pietroburgo gli ordini dati al Principe Radolin, le recenti dichiarazioni stesse del Principe Lobanoff circa il Leontieff, non lasciano dubbio che quel rappresentante germanico agisce, con prudenza ed energia, in nostro favore, d'accordo col conte Maffei. Ma più che a Pietroburgo noi vorremmo, noi avremmo bisogno che la parola autorevole della Germania si facesse sentire sulla [pg!288] Senna e qui cominciano ledolenti note. Ho avuto lunghe e ripetute conversazioni col barone Marschall e col barone Holstein in tutti questi ultimi giorni; essi hanno studiato, con amichevole premura devo dirlo, la questione sotto tutti i rapporti, ma la risposta che mi si fa è sempre la stessa: «A Parigi non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccar l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa; ma intervenire ora,fare pressionisulla Francia in questioni come quelle delle trattative per le delimitazioni in Africa, per le relazioni commerciali in Tunisi, senza la certezza che quell'intervento sorta immediato effetto favorevole, la Germania non può. In altri tempi, come quelli cui allude S. E. Crispi, in cui esisteva in Germania una forte corrente per la guerra, e la Francia non era forte come oggi, nè resa più baldanzosa dallo appoggio della Russia, poteva la Germania permettersi ditenir le verbe haut. Esporsi ora ad un rifiuto o ad una semplicefin de non recevoirper parte della Francia, la Germania non può; e non deve, senza essere esposta a subirne le conseguenze e rompereen visièrecol Governo della Repubblica. Il Presidente del Consiglio italiano e il barone Blanc, concludeva il barone Marschall, da veri uomini di Stato, devono comprendere quanto sia delicata la posizione della Germania verso la Francia e come un nulla possa turbare le nostre relazioni con essa e provocare complicazioni che è anche interesse dell'Italia di evitare.
Alle obiezioni, delle quali si faceva organo l'ambasciatore Lanza, rispondeva Crispi:
«Il barone Blanc mi comunica la di Lei lettera del 23 corr. nella quale è fatto cenno della mia del giorno 9....Noi possiamo comprendere la delicatezza della posizione che la Germania deve considerare di fronte alla Francia, nella attuale condizione di cose internazionali; il fatto che non esiste più in Germania una forte corrente per la guerra, che la Francia è oggi più forte di un tempo e resa più baldanzosa dall'appoggio della Russia, non ci pare dispensi la Germania dal dover considerare il danno che alla forza ed alla autorità della triplice alleanza deriva da tutto ciò che viene a colpire [pg!289] l'Italia, ad onta della triplice stessa, e può ben dirsi pel fatto della sua esistenza.Non ho d'uopo di ripeterle che, in realtà, le difficoltà contro cui dobbiamo ora combattere ci derivano in gran parte dai vincoli che ci uniscono alla Germania; e se non è pensier nostro pretendere dalla lettera e dallo spirito del trattato di alleanza conseguenze che a Berlino possano sembrare eccessive, non è men vero che noi dobbiamo chiederci ora più che mai se ed in qual grado e modo tuteli i nostri interessi un trattato che ha bensì lo scopo principale di prevenire ed impedire la guerra in Europa, ma che non si dovrebbe veramente poter considerare come estraneo a ciò che, in forma più o meno larvata, equivalga ad una guerra mossa fuori di Europa all'una o all'altra delle potenze alleate.A Parigi — le si è detto dal barone Marschall e dal barone Holstein — non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccare l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa. Ma il fatto certo è che questi attacchi della Francia non sono più una ipotesi da considerarsi per un incerto futuro, sono un fatto ormai esistente, che mira, non solo a combattere l'Italia in Africa, ma ad indebolirla in Europa.Non comprendo come possa ritenersi a Berlino che ciò sia in realtà destinato a rimanere senza influenza su quella situazione internazionale che ha la sua base principale per la Germania stessa nella potenza della triplice, poichè indirettamente i due imperi non possono non risentirsi di ciò che tocca la forza dell'Italia; come l'Italia si risentirebbe di ciò che in Europa o fuori d'Europa toccasse alla forza della Germania e dell'Austria-Ungheria. Comunque, se a Berlino si è risoluti a non escire assolutamente da quella riserva che induce la Francia a ritenere di poter considerare l'Italia come isolata, è ben naturale che da noi si consideri il trattato di alleanza nei suoi rapporti, non più soltanto di una conflagrazione generale, ma benanche della situazione speciale che esso produce fra Italia e Francia isolatamente.E poichè s'avvicina il momento in cui una decisione sul patto che le unisce può esser presa dalle tre potenze alleate, ho voluto richiamare sul grave argomento tutta [pg!290] l'attenzione di V. E. perchè Ella ne prendesse norma nel suo linguaggio presso codesto Governo e anche presso S. M. l'Imperatore.Ella mi si dichiara profondamente convinto dell'importanza e dell'utilità del trattato, anzi, della sua necessità, malgrado gl'inconvenienti che possa avere. Su ciò le ho espresso già in parte il mio pensiero, e mi riservo di scrivere ancora all'E. V.Un trattato di alleanza, sia pure concluso allo scopo d'impedire la guerra, perde gran parte del suo valore quando si dimostra nella pace inetto a tutelare gl'interessi dei contrattanti. Senza dire che nella mente dell'Italia e degli Italiani, oltre e più che di un patto scritto e limitato a certe date evenienze, si tratta di una solidarietà morale e politica, che, trovando la sua ragione nella storia, nella geografia, nella logica internazionale, ha fatto sì che quel patto non avesse quasi oppositori, mentre se tale solidarietà venisse a mancare per parte della Germania, il giudizio sulla convenienza di quel patto verrebbe certo a modificarsi in molta parte del popolo nostro.Ora, non può ignorarsi a Berlino la forza che oggi deriva ai patti diplomatici dal suffragio delle masse; tanto più quando quei patti implicano la reciproca fratellanza delle armi e del sangue. Le alleanze hanno infatti oggi tanto maggiore efficacia, quanto più sono popolari, e non possono essere popolari se non si dimostrano utili.Il popolo italiano non è ancora disilluso dell'alleanza con la Germania; ma chi può assicurare che non lo sarà domani, così seguitando le cose? E se il Governo italiano venisse dalle circostanze chiamato all'adempimento dei suoi impegni verso la Germania, quando l'alleanza fosse divenuta impopolare, certo esso non mancherebbe ai suoi doveri internazionali, qualunque fossero gli uomini al potere; ma esso si sentirebbe ben debole di fronte al suo stesso paese, e lo sarebbe per conseguenza anche di fronte al suo alleato.Non posso quindi a meno d'insistere sopra la gravità di uno stato di cose che si fa per noi sempre meno tollerabile, poichè facendoci subire in una pace formale i danni di una guerra a cui l'alleanza non provvede, senza gli eventuali vantaggi che in una guerra dichiarata l'alleanza [pg!291] dovrebbe assicurarci, rende incerta e mal sicura la base stessa della nostra posizione internazionale».
«Il barone Blanc mi comunica la di Lei lettera del 23 corr. nella quale è fatto cenno della mia del giorno 9....
Noi possiamo comprendere la delicatezza della posizione che la Germania deve considerare di fronte alla Francia, nella attuale condizione di cose internazionali; il fatto che non esiste più in Germania una forte corrente per la guerra, che la Francia è oggi più forte di un tempo e resa più baldanzosa dall'appoggio della Russia, non ci pare dispensi la Germania dal dover considerare il danno che alla forza ed alla autorità della triplice alleanza deriva da tutto ciò che viene a colpire [pg!289] l'Italia, ad onta della triplice stessa, e può ben dirsi pel fatto della sua esistenza.
Non ho d'uopo di ripeterle che, in realtà, le difficoltà contro cui dobbiamo ora combattere ci derivano in gran parte dai vincoli che ci uniscono alla Germania; e se non è pensier nostro pretendere dalla lettera e dallo spirito del trattato di alleanza conseguenze che a Berlino possano sembrare eccessive, non è men vero che noi dobbiamo chiederci ora più che mai se ed in qual grado e modo tuteli i nostri interessi un trattato che ha bensì lo scopo principale di prevenire ed impedire la guerra in Europa, ma che non si dovrebbe veramente poter considerare come estraneo a ciò che, in forma più o meno larvata, equivalga ad una guerra mossa fuori di Europa all'una o all'altra delle potenze alleate.
A Parigi — le si è detto dal barone Marschall e dal barone Holstein — non si ignorano le simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia non potrebbe attaccare l'Italia senza che la Germania accorra in sua difesa. Ma il fatto certo è che questi attacchi della Francia non sono più una ipotesi da considerarsi per un incerto futuro, sono un fatto ormai esistente, che mira, non solo a combattere l'Italia in Africa, ma ad indebolirla in Europa.
Non comprendo come possa ritenersi a Berlino che ciò sia in realtà destinato a rimanere senza influenza su quella situazione internazionale che ha la sua base principale per la Germania stessa nella potenza della triplice, poichè indirettamente i due imperi non possono non risentirsi di ciò che tocca la forza dell'Italia; come l'Italia si risentirebbe di ciò che in Europa o fuori d'Europa toccasse alla forza della Germania e dell'Austria-Ungheria. Comunque, se a Berlino si è risoluti a non escire assolutamente da quella riserva che induce la Francia a ritenere di poter considerare l'Italia come isolata, è ben naturale che da noi si consideri il trattato di alleanza nei suoi rapporti, non più soltanto di una conflagrazione generale, ma benanche della situazione speciale che esso produce fra Italia e Francia isolatamente.
E poichè s'avvicina il momento in cui una decisione sul patto che le unisce può esser presa dalle tre potenze alleate, ho voluto richiamare sul grave argomento tutta [pg!290] l'attenzione di V. E. perchè Ella ne prendesse norma nel suo linguaggio presso codesto Governo e anche presso S. M. l'Imperatore.
Ella mi si dichiara profondamente convinto dell'importanza e dell'utilità del trattato, anzi, della sua necessità, malgrado gl'inconvenienti che possa avere. Su ciò le ho espresso già in parte il mio pensiero, e mi riservo di scrivere ancora all'E. V.
Un trattato di alleanza, sia pure concluso allo scopo d'impedire la guerra, perde gran parte del suo valore quando si dimostra nella pace inetto a tutelare gl'interessi dei contrattanti. Senza dire che nella mente dell'Italia e degli Italiani, oltre e più che di un patto scritto e limitato a certe date evenienze, si tratta di una solidarietà morale e politica, che, trovando la sua ragione nella storia, nella geografia, nella logica internazionale, ha fatto sì che quel patto non avesse quasi oppositori, mentre se tale solidarietà venisse a mancare per parte della Germania, il giudizio sulla convenienza di quel patto verrebbe certo a modificarsi in molta parte del popolo nostro.
Ora, non può ignorarsi a Berlino la forza che oggi deriva ai patti diplomatici dal suffragio delle masse; tanto più quando quei patti implicano la reciproca fratellanza delle armi e del sangue. Le alleanze hanno infatti oggi tanto maggiore efficacia, quanto più sono popolari, e non possono essere popolari se non si dimostrano utili.
Il popolo italiano non è ancora disilluso dell'alleanza con la Germania; ma chi può assicurare che non lo sarà domani, così seguitando le cose? E se il Governo italiano venisse dalle circostanze chiamato all'adempimento dei suoi impegni verso la Germania, quando l'alleanza fosse divenuta impopolare, certo esso non mancherebbe ai suoi doveri internazionali, qualunque fossero gli uomini al potere; ma esso si sentirebbe ben debole di fronte al suo stesso paese, e lo sarebbe per conseguenza anche di fronte al suo alleato.
Non posso quindi a meno d'insistere sopra la gravità di uno stato di cose che si fa per noi sempre meno tollerabile, poichè facendoci subire in una pace formale i danni di una guerra a cui l'alleanza non provvede, senza gli eventuali vantaggi che in una guerra dichiarata l'alleanza [pg!291] dovrebbe assicurarci, rende incerta e mal sicura la base stessa della nostra posizione internazionale».
Il problema era posto in tali termini che l'Imperatore stesso sentì l'opportunità di studiarlo per cercare una soluzione. E poichè aveva grande stima di Crispi, decise di venire in Italia per conferire con lui:
«Berlino, 29 febbraio 1896.«S. M. l'Imperatore venne oggi casa mia per pregarmi far conoscere al Re suo vivo desiderio incontrarsi con lui profittando occasione per far prima un viaggio in mare coste italiane che i medici giudicano necessario per salute Imperatrice. S. M. l'Imperatore avrebbe quindi progettato giungere con S. M. l'Imperatrice a Genova nel più stretto incognito ed imbarcarsi subito colà nel suoyacht. Da Genova andrebbe a Napoli a visitare fratello, quindi coste Sicilia e di là a Venezia. A Venezia potrebbe essere non più incognito e aver luogo, se S. M. il Re consente, ricevimento e incontro ufficiale.Lanza.»
«Berlino, 29 febbraio 1896.
«S. M. l'Imperatore venne oggi casa mia per pregarmi far conoscere al Re suo vivo desiderio incontrarsi con lui profittando occasione per far prima un viaggio in mare coste italiane che i medici giudicano necessario per salute Imperatrice. S. M. l'Imperatore avrebbe quindi progettato giungere con S. M. l'Imperatrice a Genova nel più stretto incognito ed imbarcarsi subito colà nel suoyacht. Da Genova andrebbe a Napoli a visitare fratello, quindi coste Sicilia e di là a Venezia. A Venezia potrebbe essere non più incognito e aver luogo, se S. M. il Re consente, ricevimento e incontro ufficiale.
Lanza.»
Disgraziatamente, tre giorni dopo Francesco Crispi era obbligato ad abbandonare il Governo.
Scomparso il ministero Crispi per una battaglia perduta in Africa, cadde nel nulla anche il suo programma di politica estera. I patti della Triplice alleanza non furono modificati secondo la nuova situazione internazionale, e i ministeri italiani che seguirono si abbandonarono a quella politica di concessioni e di compensazioni che fruttò soltanto sospetti, danni e nessun vantaggio. Vennero le convenzioni franco-italiane per la Tunisia del 28 settembre 1896, le quali non garentirono i nostri interessi economici e morali, e la convenzione marittima del 1.º ottobre, che giovò soltanto alla marina mercantile della Francia; venne «la pace commerciale», del 21 novembre 1898, che fu difesa con la «ragione politica» e che in realtà fece riprendere al commercio francese parte del terreno perduto, e ben poco giovò al commercio italiano. Poi, il primo viaggio all'estero del nuovo Re d'Italia, dopo la tragedia di [pg!292] Monza, ebbe per méta Pietroburgo e non Berlino. Poi, ancora, l'Italia accettò l'egemonia francese al Marocco, in cambio di una ipotetica libertà d'azione in Libia, col conseguenziale contegno ad Algesiras, favorevole alla Francia, nel conflitto sollevato dalla Germania.
Il principe di Bülow parlò a proposito della condotta della nostra diplomazia alla Conferenza di Algesiras, deitours de walzerdell'Italia. Ma la sua ironia non fu equa. Itours de walzererano stati consigliati dalla Germania, siccome abbiamo documentato, per sottrarsi al ballo essa medesima. E dettero quella garenzia che potevano dare agl'interessi dell'Italia nel Mediterraneo.
FINE.
[pg!293]