Capitolo Quinto.— Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896.

Capitolo Quinto.— Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896.L'ambiente e gli statisti in Francia. — Gli ambasciatori De Moüy e Mariani e il ministro Spuller. — Come fu ricevuto il signor Billot. — La suaazione conciliante. — Il varo dellaSardegnae la mancata visita della squadra francese alla Spezia. — Illusioni francesi su l'on. di Rudinì. — La Triplice alleanza rinnovata. — Secondo Ministero Crispi. — Strascico dei fatti di Aigues-Mortes. — Politica di conciliazione. — Una missione segreta di Maurizio Rouvier. — Corrispondenza dell'ambasciatore Ressman. — Il richiamo di Ressman e le sue vere ragioni.Sino al 1890 le relazioni franco-italiane erano state difficili. L'ostilità della Francia per la nostra alleanza con la Germania si era manifestata in tutti i modi e in tutti i campi, cagionando incidenti che avevano sempre più rafforzato la posizione dell'Italia in Europa e stretto i vincoli che la legavano ai due imperi centrali pel trattato rinnovato il 20 maggio 1887.Deve però riconoscersi che nella lotta accanita che il governo francese aveva fatto ad ogni interesse italiano, gli uomini erano stati talvolta sospinti agli eccessi dall'ambiente, esagitato da una stampa che non ignorava alcuna intemperanza. L'ambasciatore conte de Moüy, ponendo fine alla sua missione a Roma, scriveva privatamente a Crispi, da Parigi, il 6 aprile 1889:«J'avais à Rome la conviction d'avoir obtenu votre sympathie et votre estime: vous avez toujours compris, au cours des affaires que j'ai été chargé de suivre,combien souvent ma tâche m'était pénible, et combien aussi je m'efforçais d'y apporter de conciliation et cordialité.... Je [pg!152] n'oublierai jamais nos derniers entretiens qui m'ont si vivement ému; mon eloignement de Rome a été la grande douleur de ma vie diplomatique.»Il de Moüy era stato il rappresentante di una politica irritante che nel 1888 s'impersonò nel ministro Goblet, del quale lo stesso de Moüy scrisse in un suo libro26ch'era «mal preparé, par son caractère raide et irascible, au maniement des choses diplomatiques qu'il traitait pour la première fois; on lui reprochait ses opinions anguleuses et son style peu engageant».E. Spuller, che succedette al Goblet come ministro degli affari esteri (febbraio 1889) e il Mariani che venne a Roma dopo il richiamo del de Moüy, non riuscirono ad agire contro la corrente ostile che in Francia travolgeva tutti,27ma non si [pg!153] astennero da dichiarazioni ch'erano la condanna di quell'ostilità senza misura.Nel diario dei ricevimenti diplomatici di Crispi, sotto la data del 5 gennaio 1890 è scritto:«Il signor Mariani mi legge una lettera dello Spuller. Il ministro scrive all'ambasciatore di dirmi ch'egli è rimasto sensibile alle parole da me pronunziate in Parlamento in occasione della legge che aboliva le tariffe differenziali. Incaricò quindi il Mariani di volermi ringraziare.Lo Spuller desidera che le relazioni fra i due paesi divengano cordiali, ed egli farà tutto il possibile perchè le cose migliorino nel campo economico.Il Mariani mi lesse una lettera fatta da lui a Spuller contro il corrispondente dell'Havasin Roma. Egli ne rileva il contegno strano, e fa considerare al suo ministro come cotesto sia un metodo che non può riuscire a vantaggio dei due paesi.Il signor Lavallette, oltre essere qui per l'Havas, è qui pelMatin, di cui tutti riconoscono il contegno ostile all'Italia. Il Mariani vorrebbe che il detto individuo servendo un'agenzia semi-ufficiale, lasciasse di collaborare in un giornale a noi nemico.»Lo stesso Spuller, ricevendo il 10 ottobre precedente l'ambasciatore italiano a Parigi, aveva inveito «in termini violentissimi» contro il giornalismo francese,28e il 4 dicembre seguente non aveva taciuto al generale Menabrea i suoi sentimenti:«Parigi, 5-12-1889, ore 2.10 s.Il telegramma del 1.º corr. che mi riferisce la conversazione di V. E. col Mariani, venne da questi confermato allo Spuller, il quale me ne espresse ieri la di lui viva soddisfazione. Egli mi disse essere vivamente contrastato da un partito che lo vorrebbe rovesciare coll'accusarlo di mostrare troppa condiscendenza verso l'Italia a detrimento della Francia stessa. Cionondimeno egli non tralascerà di lavorare attivamente per migliorare i rapporti fra i due paesi e stabilire fra loro unmodus vivendi, proprio [pg!154] a soddisfare i rispettivi interessi. Un violento articolo delFigarodi oggi si fa interprete dei sentimenti ostili che sono tuttora attizzati contro l'Italia; tuttavia, contro il gruppo opposizionista, che ci è il più contrario, sorge un nuovo gruppo assai più mite, capitanato da Léon Say, che propugna una politica economica più liberale!Menabrea.»Il signor A. Billot, nominato dallo Spuller ambasciatore a Roma alla morte del Mariani, aveva ricevuto istruzioni di adoperarsi ad «appianare ogni screzio». Egli ha narrato in un libro29non scevro di prevenzioni, di errori e di reticenze, le vicende della vita politica italiana dal 1881 al 1899. Appena giunto fu informato che il giorno precedente erano stati espulsi dall'Italia i corrispondenti dell'Agenzia Havase delFigaro(uno, il Lavallette, era appunto quello la cui condotta era stata biasimata dal Mariani) e cotesto atto di rigore gli fece cattiva impressione, sebbene contemporaneamente fosse stato espulso anche un giornalista tedesco.30Il Billot manifesta ingenuamente con quale animo mettesse il piede in Roma raccogliendo la malignità che non fosse estraneo alla decisione di Crispi il fatto che quei giornalisti avevano annunziato il fallimento «d'une banque particulière, à la prospérité de laquelle Crispi, disait-on, avait des motifs de s'intéresser. C'en était assez pour motiver leur expulsion!»31[pg!155]Il nuovo ambasciatore chiese udienza e fu ricevuto il giorno stesso del suo arrivo. L'on. Crispi informava di cotesta visita l'ambasciata a Parigi col seguente telegramma:«Ambasciata Italiana,Parigi.Roma, 13 aprile 1890.Il signor Billot è giunto questa mattina; mi ha subito domandato udienza e l'ho ricevuto alle cinque.Mi narrò le vicende della sua nomina, spiegando il ritardo della sua venuta a Roma. Disse aver esposto a Ribot ciò che si proponeva di dire a Spuller quanto alla sua linea di condotta verso l'Italia: circa la politica coloniale italiana, non intralciare la nostra espansione; circa la questione tunisina far sì che gli Italiani dovessero trovarsi nella Reggenza ed esservi trattati come a casa loro. Su tutte le altre questioni disse proporsi di procedere amichevolmente per appianare ogni screzio, nel quale compito la via gli era stata facilitata da Mariani, alla cui memoria era grato. Gli dissi, a mia volta, che ero animato da intenzioni identiche alle sue; che la stampa francese non ci era amica, il che non mi impedisce di amar la Francia, di amarla anzi come un francese, senza cessare di essere conscio dei doveri che mi impone la mia qualità di Ministro, ossia di difensore degli interessi italiani. Gli ricordai che ho trovata la Triplice Alleanza fatta e che da uomo onesto devo esservi fedele. Gli dissi che mi si imputavano colpe che non sono mie, come gli incidenti di Firenze e di Massaua, nei quali la ragione era nostra, come tutta Europa riconobbe. Gli narrai come nel 1877, essendo non ministro, ma presidente della Camera, fossi andato a Berlino ed a Gastein per vedervi il Principe di Bismarck, con cui avevo già rapporti; come, per andarvi, fossi passato per Parigi e là avessi veduto Gambetta; come Gambetta mi avesse pregato di far aperture a Bismarck in vista di un disarmo; come, tornando dalla Germania, fossi nuovamente passato da Parigi ed avessi riferito a Gambetta, a Emilio di Girardin e ad altri quanto avevo detto ed udito, e che, circa al disarmo, Bismarck lo avrebbe desiderato, ma non lo riteneva possibile. Soggiunsi [pg!156] che, venuto al potere, il mio desiderio e la mia speranza erano stati di poter servire di tratto d'unione tra la Francia e la Germania e di curare che la Triplice Alleanza non riuscisse alla Francia di pregiudizio; che queste erano tuttora le mie intenzioni e che egli mi troverebbe sempre disposto a far tutto il possibile per riavvicinare maggiormente l'Italia alla Francia, a cui sarebbe follìa voler muovere guerra e che, come ogni italiano, considero necessaria all'Europa ed al nostro paese, per la sua posizione geografica, per le sue tradizioni, per la sua affinità con noi, ecc. Ho trovato nel signor Billot una persona ammodo e simpatica, e credo non errare dicendo che ci lasciammo egualmente soddisfatti l'uno dell'altro.Crispi.»In realtà la politica francese verso l'Italia non accennò a mutare sebbene Crispi non tralasciasse occasione di manifestare le sue intenzioni amichevoli, e l'ambasciatore Billot non fece nulla per eliminare gli screzi, non solo, ma s'impose il compito ch'egli stesso confessa nel suo libro:«Le discours de Florence32laissait l'impression générale que Crispi était plus que jamais convaincu de la nécessité de la Triple-Alliance et décidé dès lors à en renouveler les engagements à l'échéance ou même auparavant.... Tant que Crispi resterait aux affaires, notre diplomatie n'aurait qu'à s'appliquer patiemment, par uneaction conciliante, à faciliter l'évolutionque les intérêts réussiraient sans doute à déterminer avec le temps.»33L'azione conciliantefu dimostrata dalla diplomazia francese in tutte le questioni che si presentarono, a cominciare dalla conferenza anti-schiavista di Bruxelles, dove non si prese la pena di dissimulare il suo astio per la posizione che l'Italia aveva acquistato in Etiopia; e quanto afacilitare l'evoluzione, il Billot non esitò a ricorrere a mezzi poco corretti, dei quali Crispi si lagnava nel seguente telegramma del 12 novembre 1890: [pg!157]«General Menabrea Ambasciata Italiana,Parigi.Il Governo francese, continuando le tradizioni della prima Repubblica, fa propaganda repubblicana in Italia, spendendo danari per la stampa ostile a noi. Al palazzo Farnese vanno continuamente a confabulare giornalisti nemici della Monarchia e da parecchi mesi vengono da Parigi emissarii a scopo di favorire coloro che combattono le istituzioni. Ultimamente è venuto anche il signorM....dellaP....il cui contegno fu assai biasimevole.La mia condotta corretta, irreprensibile verso i Bonaparte congiunti della nostra famiglia reale, quando le discordie politiche in Francia erano ardenti, prova che io non uso di armi insidiose contro il Governo della Repubblica.»Il Billot, naturalmente, afferma che il governo italiano non secondasse il desiderio del governo francese di rannodare relazioni di benevolenza e di affari, e cita, a prova della sua asserzione, l'incidente del varo dellaSardegna.Il varo di questa corazzata — egli racconta — doveva farsi a Spezia nella seconda metà del settembre; i giornali italiani avevano annunziato che probabilmente vi avrebbe assistito il Re. Il ministero francese volendo ricambiare la visita a Tolone di una squadra italiana, fatta in occasione della presenza colà del Presidente della Repubblica, «decise prontamente» di mandare a Spezia, per ossequiare il Re Umberto, una squadra francese; e il 28 agosto l'ambasciatore di Francia fece analoga comunicazione alla Consulta, domandando quale fosse la data fissata pel varo. Ma Crispi si affrettò a rispondere «qu'il ne croyait pas que sa Majesté eût l'intention» di recarsi alla Spezia e tre giorni dopo faceva pubblicare dall'Agenzia Stefani il seguente comunicato:«Spezia, 31 agosto.Il varo dellaSardegnaavrà luogo il 21 settembre.S. M. il Re, dovendosi trovare in quel tempo a Firenze per assistervi, come fu già annunziato, all'inaugurazione [pg!158] del monumento di Re Vittorio Emanuele, ha delegato a rappresentarlo al varo dellaSardegnaS. A. R. il Duca di Genova.»Il Billot nel trascrivere questo comunicato salta le parole «come fu già annunziato». E registra tutte le ipotesi che furono fatte in Francia e in Italia per spiegare «la decisione improvvisa di Crispi», mostrandosi incerto se credere a quella che accennava al proposito di evitare un avvenimento favorevole al ravvicinamento franco-italiano per non fare dispiacere alla Germania, o all'altra che si riferiva a considerazioni di politica interna. Comunque, egli conclude, «personne n'hésitait à en rejeter sur Crispi la responsabilité exclusive».La verità non è quella narrata dal Billot. Il governo italiano sarebbe stato lieto dell'atto di cortesia della Francia, ed era assurdo credere altrimenti, dopochè l'Italia aveva spontaneamente per la prima mandato una squadra a Tolone. Quello che dispiacque al Re fu la discussione fatta dalla stampa francese circa l'opportunità di quell'atto, discussione nella quale l'idea della visita era stata aspramente criticata, e, come allora soleva, le ingiurie all'Italia e al suo Re erano state dispensate a piene mani.Quando il governo francese annunziò la sua decisione, questa era passata attraverso tali dissensi che aveva perduto il profumo della spontaneità; non era la prima volta che i giornali rendevano un cattivo servizio alla politica della Francia. E fu proprio il Re, senza alcun suggerimento di Crispi, che decise di non recarsi al varo dellaSardegna. Infatti è del 27 agosto — e non del 28, come narra il Billot — la domanda che questi fece alla Consulta, e porta la data del 27 il seguente telegramma:«S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di S. M.Montechiari.Ambasciatore di Francia mi ha fatto chiedere epoca nella quale S. M. il Re si troverebbe alla Spezia, accennando intenzione suo Governo di mandarvi parte squadra francese per ossequiare la Maestà Sua. Attendo gli ordini di S. M, per la risposta da dare al signor Billot.Crispi.»[pg!159]Questo telegramma era appena partito quando giunse a Crispi una lettera del Rattazzi, ministro della real Casa, datata da Montechiari, 26 agosto, nella quale riferiva in questa guisa la volontà del Re:«I giornali francesi continuano a discorrere della visita della squadra francese alla Spezia in occasione del varo dellaSardegna. Per norma di V. E., è intenzione di S. M. di astenersi dall'assistere al varo dellaSardegna.»Crispi approvò la decisione del Re di non recarsi alla Spezia, ne fece avvertito il Billot e telegrafò a Parigi il 28:«Ambasciata Italiana,Parigi.Ringraziando il signor Ribot della cortese intenzione, Ella può prevenirlo — quando le occorra vederlo — che S. M. il Re non è per recarsi alla Spezia per il varo dellaSardegna, nè che a tale gita potrebbero offrire occasione le manovre della nostra flotta, essendo queste terminate.Crispi.»Il ritiro dell'on. Crispi dal governo pel voto parlamentare del 21 gennaio 1891, se fu salutato unanimemente dalla stampa francese come un fausto avvenimento, non migliorò punto la condotta della Francia verso l'Italia. Non era da attendersi il ritorno immediato ai rapporti commerciali convenzionali tra i due paesi, poichè sussisteva nel protezionismo dominante in Francia l'ostacolo che aveva reso impossibile, al principio del 1888, la stipulazione di un nuovo trattato di commercio; ma una prova di migliori disposizioni e un incoraggiamento alla presunta francofilia del Ministero Rudinì poteva esser data con la rinunzia alle tariffe differenziali che Crispi aveva abolito, per parte nostra, sin dal 1.º gennaio 1890. La Francia, in fondo, attraverso Crispi, aveva combattuta l'Italia perchè alleata con la Germania, e non era disposta a contentarsi delle dichiarazioni amichevoli del nuovo gabinetto italiano, come non si era arresa alle ripetute dichiarazioni amichevoli di Crispi; essa [pg!160] esigeva che l'Italia si ritirasse dalla Triplice alleanza. E il suo ambasciatore a Roma aspettava fidente la scadenza del trattato, cioè il 20 maggio 1892:«Si M. Rudinì s'abstenait, par une réserve bien explicable, de manifester ses intentions relativement à la prolongation de laTriplice, divers motifs permettaient de supposer qu'il était, au fond, d'accord avec ceux qui désiraient, à l'échéance, rendre à l'Italie sa complète liberté d'action.»34Ma l'illusione non fu di lunga durata; l'on Rudinì, che aveva chiamato alla Consulta come suo collaboratore il conte d'Arco, anti-triplicista dichiarato, dopo qualche mese di ambiguità rinnovò (giugno 1891) il trattato che aveva ancora quasi un anno di vita.Rinnovato il trattato del 1887 senza portarvi alcuna modificazione. l'on. Rudinì iniziò quella politica «in partita doppia» il cui primo effetto fu di alienarci l'appoggio incondizionato degli alleati, senza disarmare l'inimicizia della Francia. L'unico vantaggio raggiunto da questa politica fu di mitigare il linguaggio della stampa francese; ma lo spirito pubblico in Francia non mutò a nostro riguardo, e i deplorevoli eccessi di Aigues-Mortes lo dimostrarono. Perchè i nostri vicini d'oltre Alpi ci guardassero con occhio meno arcigno, l'Italia dovette abbandonare senza compensi la difesa dei suoi diritti in Tunisia, e fu l'on. Rudinì che si assunse questa responsabilità tra il primo e il secondo suo ministero, con la rinunzia al nostro veto per le fortificazioni di Biserta e con le convenzioni italo-tunisine del 28 settembre 1896.Sembra che facesse dippiù. Il 13 ottobre 1891 il signor Giers, Cancelliere russo, trovandosi di passaggio in Italia fu invitato dal Re Umberto a recarsi a Monza. Presente al colloquio era il marchese di Rudinì. Si discorse della situazione politica europea e della necessità di adoperarsi al mantenimento della pace. Il Re avrebbe detto al barone Blanc che si sarebbe convenuto in quell'incontro l'intervento della Russia in nostro favore, ove mai avvenisse uncasus foederis. Non si comprende [pg!161] bene la possibilità di un tale intervento se non supponendo che l'Italia, offesa dalla Francia, rinunziasse alcasus foederisin vantaggio dei suoi alleati, o che questi facessero altrettanto nel caso che ilcasus foederissi verificasse nel loro interesse. Nell'un caso o nell'altro la Russia interverrebbe come mediatrice e sarebbe l'arbitra della pace in Europa. Ma è da osservarsi che si sarebbe fatta astrazione dall'importanza del litigio, e la pacificazione sarebbe sempre a danno del più debole.————Crispi compose il suo secondo ministero in dicembre 1893, all'indomani dei tristi fatti di Aigues-Mortes, dove molti operai italiani erano stati uccisi o feriti determinando in Italia un vivo risentimento, accresciutosi dipoi pel verdetto della Corte di Angoulême che assolse gli uccisori. Si presentò subito una questione delicata per l'indennità dovuta alle vittime o alle loro famiglie. Il governo francese si dichiarò pronto a presentare alle Camere un progetto di legge pel pagamento della somma di 420 000 franchi, ma esigeva che anche da parte del governo italiano si riconoscesse dovuta una indennità di 30 000 franchi ai cittadini francesi residenti in Italia, i quali erano stati danneggiati durante le dimostrazioni popolari provocate da quei fatti. Cotesta esigenza era ingiustificata, e senza precedenti; tuttavia, per troncare l'increscioso incidente, Crispi ordinò che i 30 000 franchi fossero pagati, senza indagare circa l'esistenza degli asseriti danni.L'emozione prodotta in Italia per le manifestazioni di odio che avevano determinato e accompagnato le uccisioni di Aigues-Mortes, dette occasione al governo francese ad apprestamenti militari alla frontiera italiana. E quando Crispi fu obbligato, appena ripreso il potere, a richiamare una classe sotto le armi e a rimandare in Sicilia navi della R. Marina, che aveva dapprima richiamate, per ristabilire l'ordine pubblico gravemente compromesso, la stampa francese volle vedere in quelle misure nientemeno che i prodromi di una prossima dichiarazione di guerra! L'ambasciata d'Italia a Parigi riferiva che la nuova campagna giornalistica suscitava inquietudini anche nei circoli parlamentari francesi, e Crispi dovette far dire direttamente e per mezzo delle Cancellerie delle potenze amiche che quelle inquietudini erano davvero assurde e quasi puerili. [pg!162]Il 19 marzo 1894 il duca di Cambridge, il venerando capo dell'esercito britannico, trovandosi di passaggio a Madrid, esprimeva all'ambasciatore Maffei la profonda impressione che aveva ricevuto osservando sulla frontiera franco-italiana alle Alpi marittime «uno straordinario aumento di truppe in pieno assetto di guerra» come se quel paese, da Cannes a Ventimiglia, «fosse attualmente oggetto di una occupazione militare».Il portafoglio degli affari esteri era stato affidato al barone Blanc, già ambasciatore a Costantinopoli e bene al corrente della situazione internazionale. La Francia, come si è detto, stava tuttavia in armi, mentre le relazioni con la Germania, l'Austria-Ungheria e l'Inghilterra, da ottime che erano state sino al 1891, si erano fatte tepide durante i tre anni seguenti. Pur cercando, per quanto era possibile, di rinnovare la intimità che aveva dato eccellenti risultati governando in Germania il principe di Bismarck, l'on. Blanc volle fare il tentativo di troncare la politica di dispetti della Francia, mostrandole il sincero desiderio nostro di amicizia.Occorreva per ciò un ambasciatore di grande autorità a Parigi, e l'on. Blanc ebbe l'idea che cotesto rappresentante potesse essere il conte Nigra, il quale si trovava a Vienna, ed era stato ambasciatore in Francia per lunghi anni, sotto l'Impero e anche con la Repubblica, sino al 1876. La corrispondenza che segue fa testimonianza del proposito del Blanc, cui non mancò l'appoggio di Crispi:«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 18-3-1894.(Personale). D'accordo col Presidente del Consiglio, La prego rendere un grande servizio al Re e al Paese accettando di ritornare a Parigi. Conoscendo il Suo alto patriottismo sono convinto che nessuna considerazione secondaria la farà esitare, potendo Ella meglio di chicchessia assecondarci in una opera di pacificazione che richiede speciale autorevolezza. Pensi alle gravi circostanze del Paese che più che mai domandano l'incondizionata abnegazione già da Lei tante volte dimostrata per il bene pubblico.Blanc.»[pg!163]«S. E. Blanc,Roma.Vienna, 18-3-1894.(Personale). Se fossi persuaso che la mia presenza a Parigi potesse giovare all'opera di pacificazione che è nelle intenzioni del R. Governo, non esiterei, malgrado ogni convenienza personale, ad accettare la proposta fattami in termini così lusinghieri; ma io sono convinto che i miei precedenti ben noti devono precludermi per sempre l'ambasciata a Parigi. Le ricorderò che questi stessi precedenti impegnarono il Ministero Depretis nel 1876 a richiamarmi da quel posto. In tale convinzione, debbo ricusare un incarico che io so positivamente di non potere disimpegnare. Ho poi qualche ragione di credere che il mio trasloco farebbe cattiva impressione qui dove la mia azione sembra essere apprezzata. Non insisto su quest'ultimo motivo non avendo io la presunzione di credere che altri non possa fare in questo posto quanto io fo. Insisto invece sulla mia incompatibilità a Parigi, circa la quale la mia convinzione è inconcussa.Nigra.»«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.19-3-94.(Personale). Sua accettazione avrebbe alto valore di confermare programma suo e del Conte Kálnoky che alleanze pacifiche sono conciliabili con buone relazioni con Francia come con Russia. Suo rifiuto porrebbe in gran dubbio possibilità di tale programma.Il Governo, giudice delle necessità attuali, deve insistere nel fare appello al suo patriottismo ed alla sua deferenza ai desideri di Sua Maestà.Crispi.»[pg!164]«A S. E. Crispi,Roma.Vienna, 19-3-1894.(Personale). Il programma cui Ella accenna può e dev'essere tentato, ma appunto perchè l'esito è difficile e dubbio conviene scegliere per un tale tentativo la persona adatta. Io non sono questa persona e i miei precedenti mi rendono incompatibile col posto di Parigi. Voglia farmi l'onore di credermi perchè so positivamente ciò che le affermo. Sarei lieto se potessi impiegare le forze che mi restano nel modo desiderato dal Re e da Lei, ma il mio ritorno a Parigi è da me considerato come una impossibilità storica e morale e nuocerebbe anzichè giovare all'attuazione del programma che si ha in vista. Scrivo questo all'amico più che al ministro. La prego di non insistere e di non rendermi più dolorosa la necessità in cui Ella mi mette di negarle qualche cosa. Io la servo qui con fedeltà e devozione e amo credere con soddisfazione dei due Governi.Nigra.»Il proposito del ministero Crispi di migliorare le relazioni franco-italiane era ben accetto a taluni uomini politici influenti della Francia, quali Léon Say e Maurizio Rouvier, ex-ministri.In aprile il Rouvier venne segretamente a Roma, ed ebbe due colloqui con Crispi, il 14 e il 16 di quel mese, nei quali fu convenuta un'azione simultanea a Parigi per indurre il governo francese e la stampa parigina a cooperarsi per un riavvicinamento tra le due nazioni, il quale avrebbe avuto per base la riattivazione dei rapporti commerciali mediante la concessione reciproca della condizione della nazione più favorita, e la cessione della ferrovia Tunisi-Goletta alla Francia. Naturalmente, il primo ostacolo da superarsi era l'ostilità dell'opinione pubblica francese, della quale era schiavo il governo, presieduto allora dal signor Casimir-Perier. Questi, informato dal Rouvier dei colloqui avuti con Crispi, si dichiarò favorevole in massima; disse anzi al suo interlocutore: «la politica che noi seguiamo non ha altro risultato che diéterniser et aggraver la Triplice, la quale non è causa, ma conseguenza dei malintesi. [pg!165] «E aggiunse che se a stipulare un accordo poteva rattenerlo prima la considerazione ch'esso avrebbe rafforzato la posizione di un uomo considerato in Francia come gallofobo, doveva ora convenire che tale prevenzione era vinta dal procedere leale di Crispi e riconoscere che questi poteva fare in Italia ciò che altri non avrebbe potuto, nè osato. Circa l'accordo commerciale il Casimir-Perier disse che la corrente protezionista in Francia aveva ecceduto i limiti, e che v'era qualcosa da fare per modificare un indirizzo anche politicamente nocivo; ma che temeva l'opposizione dei meridionali per i vini. Concluse che era necessario assicurarsi della Camera.Il gabinetto Casimir-Perier rimase in minoranza alla Camera il 30 maggio; lo sostituì un gabinetto Dupuy, nel quale il signor Hanotaux ebbe la direzione degli affari esteri. Il 24 giugno un anarchico italiano, Caserio, uccise a Lione il presidente della Repubblica, Sadi Carnot. Il governo e il popolo d'Italia, sinceramente commossi per quel delitto, manifestarono il loro cordoglio con tale solennità che a molti in Francia parve rivelare sentimenti non sospettati. Disgraziatamente, il buon effetto di quella manifestazione fu in gran parte perduto per i maltrattamenti usati in Francia a italiani colà residenti e per la ripercussione che essi ebbero in Italia.In luglio il Rouvier riprese l'opera sua presso il ministro Hanotaux, dal quale ebbe la promessa che durante le prossime vacanze parlamentari gli si sarebbe affidata la missione di venire in Italia per discutere con Crispi le basi di un accordo. Ma quando venne a concretare i suoidesiderata, l'Hanotaux chiese che l'Italia riconoscesse senza restrizioni il protettorato francese in Tunisia e accettasse una convenzione per la neutralizzazione dell'Harrar. Come corrispettivo offriva di non sollevare questioni per l'occupazione italiana di Kassala, che non interessava la Francia, e di non prendere partito in Etiopia nè pro, nè contro l'Italia. Nulla circa le relazioni commerciali; nulla circa la Tripolitania.Il signor Rouvier pensò bene che non si voleva un accordo con l'Italia e rinunziò alla propria iniziativa. [pg!166]Sulla politica francese verso l'Italia gettano luce le lettere private che a Crispi scriveva il Ressman, succeduto al generale Menabrea come ambasciatore a Parigi. Ne riferiamo alcuni brani, avvertendo che il Ressman, per la sua lunga permanenza in Francia e pel suo carattere conciliante, era un ottimista:«Qui la situazione è molto chiara. La Francia non vuole per ora la guerra. In tutti i casi, non avendo un Trattato formale colla Russia, avendo soltanto o la fede, o la promessa d'essere assistita dalla Russia se fosse attaccata, non vuole attaccare ed evita possibilmente ogni provocazione. Profondamente turbata da un continuo lavorio sotterraneo, essa guarda da ogni parte, è facile ai sospetti e sospetta noi più di tutti. Su Lei in ispecie ha fermi gli occhi, diffidando ma non sapendo ancora se debba sperare o temere. Epperò le più strane interpretazioni di ogni suo atto sono ammesse, discusse e influiscono talvolta sullo stesso atteggiamento degli uomini del Governo» (24 gennaio 1894).«Illustre Presidente ed amico carissimo,Non volli dopo il mio ritorno a Parigi attediarla con lettere vuote e non Le scrissi, ma agii indefessamente con anima, per secondare nel limite delle mie attribuzioni l'opera di pacificazione ch'Ella sì magistralmente va compiendo all'interno e che deve anche nei rapporti con questo paese produrre i risultati ai quali mira la Sua politica. Non v'è dubbio che l'orizzonte qui, verso il confine italiano, si rischiara a poco a poco, che v'è intransigenza molto minore e che si comincia a renderle giustizia, l'ingiustizia in fondo non essendo mai consistita che nei timori che in diverse circostanze il suo patriottismo ed il suo valore ispiravano. Fu un buon sintomo anche il modo con cui le due Camere votarono l'accordo monetario. In altri tempi sarebbe bastata l'idea che ciò potesse giovare all'Italia per suscitare proteste.Già un paio di volte, in conversazioni puramente confidenziali col signor Casimir-Perier, esprimendogli il voto che si potesse qui darci qualche prova di buon volere lo condussi a parlarmi per il primo dei rapporti commerciali. La sua personale influenza sulla Camera è [pg!167] grande, e le sue intenzioni sono buone. Ne ho la prova anche dal fatto che in un recente convegno coi Ministri delle Finanze, del Commercio e dell'Agricoltura, egli accampò la questione se fosse possibile di trovare una maggioranza in caso d'accordi con noi, almeno parziali, sulla base della tariffa minima. Senza parlarmi di questo convegno, egli ieri mi disse che non si fiderebbe di presentare alla Camera un accordo con noi, se non fosse preceduto un accordo più facilmente accettabile con altra Potenza (la Svizzera), e che rispetto a noi una insormontabile difficoltà verrebbe sempre dai vini, giacchè coll'eccesso della presente produzione nel mezzogiorno della Francia tutti i viticoltori si alzerebbero come un solo uomo contro il Ministro che proponesse di riaprire più larghe le porte della concorrenza italiana.Gli risposi che forse a questo punto, abbassando pure alquanto la tariffa massima, potrebbe esservi modo d'intendersi mediante altri compensi. A questo proposito Vostra Eccellenza stimerà senza dubbio utile, come lo chiesi costì al conte Antonelli, di far studiare in confronto della tariffa minima francese le concessioni da noi offribili nell'eventualità di una futura trattativa. A me, ora per allora, gioverebbe d'essere informato delle intenzioni del E. Governo e del limite delle possibili sue concessioni.Il signor Casimir-Perier, che ha agito in un senso conciliante verso di noi sopra una buona parte della stampa, mi disse d'avere visti personalmente otto Direttori a tal fine e m'espresse il suo compiacimento per il linguaggio che ora tien verso la Francia la stampa italiana. A ciò il Quai d'Orsay bada molto» (22 marzo).«Malgrado l'atteggiamento preso da questa miserabile stampa nella questione economica dopo il viaggio del Re a Venezia e dopo la delusa speranza di vederci ridurre l'esercito, malgrado le dichiarazioni mezze negative e mezze dilatorie fattemi da Casimir-Perier, io non rinuncio alla speranza di approdare ad un accordo commerciale quando le nostre più gravi questioni interne saranno regolate. Abbiamo nel Consiglio qualche ministro favorevolissimo, e più di tutti Burdeau. Egli già da tempo incaricò il Direttore generale della dogana di preparargli uno studio comparativo della nostra tariffa [pg!168] convenzionale colla tariffaminimumfrancese. Il Direttore signor Pallain che lo fece e me ne informò confidenzialmente, mi disse che secondo i suoi calcoli la tariffa minima francese sarebbe notevolmente più vantaggiosa per noi, che la nostra convenzionale per la Francia.E mi espresse l'avviso che in previsione della possibilità di future trattative gioverebbe che un lavoro simile fosse preparato anche da noi. Ella vedrà se non convenga seguire il consiglio per essere pronti se mai.... matureranno le nespole. Ad ogni modo, si perde il tempo anche peggio negli uffici. Intanto spinge attivamente ad un'intesa anche Rouvier, che de' suoi convegni con Lei riportò qui la migliore e la più utile impressione. Oltre ai protezionisti arrabbiati ed aglichauvins, abbiamo da lottare anche contro ogni specie d'intrighi stranieri, d'ordine politico e d'ordine economico. Gli Svizzeri e gli Spagnuoli tengono l'orecchio alle porte. Bisognerà dunque, venuta l'ora, fare presto e segretamente e fino a tanto che venga mi augurerei che la nostra stampa, la quale già abbastanza accentuò il voto del nostro paese e le buone disposizioni del nostro Governo, serbasse un prudente e dignitoso silenzio. M'illudo forse persistendo a credere alla possibilità d'una non lontanissima intesa; ma so quanto facilmente qui si passa dal bianco al nero e l'ardente mio desiderio di mettere questa vittoria al Suo attivo mi mostra gli ostacoli meno insormontabili che taluno non creda.E quantunque in questo Gabinetto vi sia un paio di giannizzeri di Méline (i ministri del commercio e dell'agricoltura, questo secondo ferocissimo), a noi conviene desiderare che si mantenga il Presidente del Consiglio, essendo uomo di pronta risoluzione e in tali disposizioni che la parte a noi più favorevole potrà trascinarlo. Pur troppo, già battuto in breccia dai socialisti e dai radicali, egli ora deludendo nei clericali le speranze che la proclamazione dello «spirito nuovo» di Spuller aveva fatte risorgere, si espone anche alle congiure pretine.I nostri nemici vollero sfruttare contro di noi anche gli atti addebitati al Generale Goggia, l'arresto e l'espulsione del quale fecero qui non poca impressione. Ma fra otto giorni nessuno ne parlerà più ed il savio e giustissimo linguaggio di Lei nella nostra Camera fu [pg!169] un'opportuna prova che non cerchiamo discussioni irritanti....L'altr'ieri ho messo in vettura il nostro Verdi che si diportò qui come un uomo di quaranta anni e fu instancabile dalla prima ora all'ultima. Ogni pomeriggio, durante cinque ore, egli dirigeva le ripetizioni del suoFalstaff, e quando lo ebbe condotto in buon porto e ottenuto un vero trionfo, volle darsi anche un po' di divertimento e salì fino alla lanterna della Torre Eiffel! È vero che nella lanterna il celebre ingegnere aveva fatto mettere fino dal 1889 un pianoforte in previsione di visite simili. Nell'aprile del prossimo 1895 il grande maestro farà dare qui il suoOtelloe spera di ritornare a metterlo in scena. Non si potè dargli, come pure si sarebbe voluto, il Gran Cordone della Legion d'Onore perchè non lo ebbe mai nessun maestro nazionale. E Rossini morì semplice «commendatore dell'ordine rosso» (26 aprile).«Ho ringraziato Iddio con tutta l'anima di averla anche questa volta preservata dal colpo d'un miserabile assassino e di non aver lasciato distruggere da una palla la rinascente speranza del nostro paese. Se potè esservi nell'istante dello scoppio un baleno di amarezza nel suo cuore, se Ella sentì, una volta di più, a quanta ingratitudine le imbecilli passioni possono far scendere la bestia umana, ho per certo che grande deve essere la Sua consolazione, immenso il Suo conforto vedendo come dall'insano attentato scaturisca un vero plebiscito europeo che proclama e consacra la sua altissima missione e trova rispetto anche nelle file degli avversari.Ho immediatamente ringraziato, nei termini stessi del Suo telegramma, il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli affari esteri della Repubblica.Il primo mi aveva espressamente detto che nel felicitarla lo faceva in nome di tutto il Governo francese. Vari altri Ministri che incontrai ieri alle corse di Longchamp, ov'era invitato da Carnot al pari degli altri membri del Corpo diplomatico, mi manifestarono anche individualmente sentimenti di simpatia per Vostra Eccellenza.Non contento di averle telegrafato, il Conte d'Aquila venne pure a pregarmi di felicitarla scrivendole. E così [pg!170] fece Lord Dufferin che serba il migliore ricordo dei rapporti avuti con Lei» (18 giugno).«Jersera il Presidente della Repubblica35invitò a pranzo tutti i Rappresentanti esteri qui accreditati e gl'inviati speciali ch'erano stati incaricati dai loro Sovrani d'intervenire in nome loro ai funerali Carnot. Sedendo alla sinistra del Presidente, che continua a trattarmi da amico, parlai a lungo con lui cercando con ogni parola ad agire sull'animo suo nel senso dei voti da Lei espressi nel telegramma direttomi in data del 29 giugno. Il signor Casimir-Perier è uomo di mente molto aperta, uomo di iniziativa e di risoluzione, e lo ha già provato. È sincero nel desiderio che i nostri due paesi si ravvicinino. È sensibile al favore col quale la sua nomina fu accolta in Italia. (E credo sarà buona politica quella d'inspirare alla nostra stampa note simpatiche per lui e gli elogi che merita il suo atteggiamento). Mi parlò con apprezzamenti giusti ed in termini eccellenti dell'opera già da Lei compita e ch'Ella andava continuando. Confessò che nello scorso dicembre non avrebbe osato credere ad una sì felice riuscita. Le rese ampia giustizia» (4 luglio).«L'occasione di discorrere delle cose nostre col Presidente della Repubblica s'è offerta naturalmente e l'ho afferrata a volo. Invitato da lui, andai ieri a Pont-sur-Seine (due ore e mezza di ferrovia da Parigi), ove passa le sue vacanze in una vasta e splendida proprietà di sua madre, per presentargli la risposta del Re alla lettera notificante la sua elezione e per riverirlo prima della mia partenza in congedo. Fu meco quant'era possibile gentile e cordiale, mi tenne a colazione e dall'ora del mio arrivo fino a quella della mia partenza, dalle 11 ½ fino alle 4 ½ non mi lasciò un momento, compiacendosi a farmi visitare da un'estremità all'altra l'esteso dominio (seicento ettari) di casa Perier.Le do in poche parole il sunto della parte politica de' nostri lunghi colloqui. Il Presidente non vede nessun punto nero pericoloso all'orizzonte e confida nel mantenimento della pace. Egli constata con soddisfazione il [pg!171] procedere corretto e cortese della Germania verso la Francia e ne attribuisce il merito, oltrechè alla saviezza dell'Imperatore, alle concilianti disposizioni del mio vecchio collega ed amico Münster, sempre disposto ad evitare attriti. Non è ancora ufficialmente informato di chi succederà all'ambasciatore d'Austria-Ungheria, conte Hoyos, che per ragioni di famiglia decise di ritirarsi nella vita privata, ma crede anch'egli probabile la nomina di Wolkestein, ora ambasciatore austriaco a Pietroburgo.Di Vostra Eccellenza mi parlò rendendo omaggio all'opera da Lei compita, riconoscendo quali fossero le difficoltà di questa e notando come anche la stampa ostile, soggiogata dai fatti, poco a poco disarmava di fronte a Lei. Caddero pure tra noi alcune parole sulla visita fattagli da Bonghi, il quale non gli lasciò una.... grande impressione. Fece un'allusione, ma senza rancore, alla frase allora attribuitagli circa la triplice alleanza, mostrandosi contento che Bonghi stesso la avesse poi smentita.I due capitoli principali su cui mi premeva di conoscere il sentimento presente del signor Casimir-Perier erano, s'intende, la questione commerciale e quella della delimitazione africana. Come in conversazioni confidenziali recenti già me l'avevano detto il Ministro degli affari esteri e il Direttore generale delle Dogane, così anche il Presidente crede che sarà possibile, prima che finisca l'anno, di rifare un accordo commerciale colla Svizzera, una buona parte degli stessi meno arrabbiati protezionisti desiderandolo. Il Direttore delle Dogane, come altre volte lo scrissi all'Eccellenza Vostra, era stato personalmente d'avviso che intavolando prima trattative coll'Italia si avrebbe più facilmente ragione delle esigenze della Svizzera; ma il Governo segue la corrente dell'opinione parlamentare e non si fida di poterla dirigere o non osa tentarlo. «Quantunque sia più facile un accordo colla Svizzera, mi disse il Presidente, le condizioni politiche esistenti fra le due repubbliche consigliandolo anch'essa, non dovete credere che per motivo politico si indugi a trattare coll'Italia: le difficoltà sono veramente e puramente d'ordine economico e dipendenti da ragioni di concorrenza». E menzionò ad esempio il vino. Gli risposi che considerando da un lato quanto sia protezionista la stessa tariffaminimafrancese e osservando [pg!172] d'altra parte che la Francia l'applica ormai a quasi tutti gli Stati, sarebbe tanto più difficile di vedere sole ragioni economiche nell'esclusione dell'Italia inquantochè il danno economico era reciproco. E gli citai, in quanto al vino, le continue rimostranze della Camera di commercio francese di Milano la quale in più articoli del suo bollettino diede la prova del vantaggio che vi sarebbe per la Francia di prendere in Italia, anzichè in Ispagna, quel vino di cui pur sempre abbisognava l'industria di Bordeaux.Quand'egli era Ministro degli affari esteri, io già tante volte aveva espresso di mia iniziativa al signor Casimir-Perier il desiderio che mediante una concordata delimitazione intorno ad Obock fosse eliminata la possibilità d'attriti fra noi in Africa, che un nuovo mio suggerimento a tal fine non poteva nè sorprenderlo, nè parergli inopportuno. Gli raccontai ciò che da ultimo era accaduto tra il signor Hanotaux e me e come la questione fosse rimasta in sospeso, non senza mostrargli i pericoli d'una situazione abbandonata al caso o alle conseguenze di fatti compiuti. Gli dissi che per il Ministro degli affari esteri di Francia le vacanze parlamentari mi sembravano specialmente favorevoli per iniziare una trattativa senza la pressione quotidiana della Commissione coloniale ed aggiunsi d'essere certo che le entrature non sarebbero respinte da Vostra Eccellenza. Il Presidente non si addentrò in una discussione, nè recriminò contro il protocollo anglo-italiano; mostrò invece buona volontà e prese l'impegno di parlarne con Hanotaux. Non dubito che lo farà e che lo farà con buona intenzione; ma Hanotaux già in precedenza m'aveva dichiarato che prima di trattare egli avrebbe voluto assicurarsi della possibilità di un'intesa. Allora egli non era preparato a formolare un programma e disse che avrebbe ripresa la questione in serio esame: ma se il risultato di quest'esame lo condusse a scoprire un diritto della Francia sullacittàdi Harrar, come recentemente affermò a Lord Dufferin, prevedo che la buona volontà del Presidente della Repubblica lascierà il tempo che trova. Non è però meno vero che la persistente migliore intuonazione della stampa francese a nostro riguardo rende poco a poco il terreno più arabile, e se con ciò le tendenze generali si modificheranno, crescerà pure l'influenza più benefica degli [pg!173] amici nostri e degli uomini savii sui politicantichauvinse intransigenti.Per ora la grande preoccupazione del Governo francese sono gli anarchici. Si avvedono un po' tardi d'aver lasciato fare al male progressi enormi. Le minacce piovono su tutti i membri del Governo e ciò che rivelano arresti, perquisizioni ed interrogatorii non diminuisce le apprensioni. La sua naturale arditezza e noncuranza del pericolo espone l'attuale Presidente molto più che non fosse esposto l'infelice suo predecessore» (24 agosto).«Profittai dell'occasione per invocare il suo intervento presso il Ministro degli affari esteri cui la dimane (come difatti ieri feci) io doveva parlare degli intrighi sempre continuati dei signori Chefneux e consorti in Etiopia. Gliene potei discorrere tanto meglio inquantochè già sovente, quand'era Ministro degli affari esteri, io mi era con lui querelato di quegli intrighi. Protestò, come sempre fece, che il Governo non c'entrava per nulla e non incoraggiava punto i maneggi di alcuni speculatori o negozianti, e mi promise di raccomandare al signor Hanotaux ogni possibile vigilanza.La gioia del vecchio amico di Verdi, del signor Ambroise Thomas, nel ricevere dalle mie mani il Gran Cordone Mauriziano che Vostra Eccellenza m'inviò per lui, non ebbe limiti. Egli mi creò perfinobaronenella lettera di ringraziamento che mi pregò e che ho l'onore di trasmetterle qui unita. Peccato che non sia più vegeto, e con ciò più capace di propaganda attiva, il caldo amico francese che Ella ha nell'illustre decano di questi compositori.Sapendo di fare cosa grata a Verdi, io suggerii a questo Ministro dell'Estero di dare la croce anche a Ricordi ed a Boito. La mia proposta fu immediatamente accolta, talchè sono in fatto compensate anche le decorazioni da Lei accordate ai Direttori ed al Capo d'orchestra dell'Opera» (1 novembre).Molti francesi vennero in quell'anno 1894 a Roma e furono ricevuti da Crispi: i deputati Deloncle, Mermeix, Pichon, Léon Bourgeois, Ferdinando Brunetière, il senatore R. Waddington, Emilio Zola e altri. Tutti promisero di adoperarsi presso i loro [pg!174] amici per una pacificazione tra la Francia e l'Italia, ma tornati in patria o non tennero parola o constatarono la loro impotenza. «Il Billot — scrisse Crispi nel suo diario — invece di aiutare l'opera mia, ha cospirato e continua a cospirare coi miei nemici. Egli fa al suo governo dei rapporti velenosi.»In gennaio 1895 sollevò grande scalpore il richiamo da Parigi dell'ambasciatore italiano. Il Ressman era da lunghi anni devoto personalmente a Crispi; maggiore fu quindi il rammarico di questi quando dovette constatare che dinanzi alla condotta malevola e insidiosa dell'Hanotaux, l'azione del Ressman era inefficace. Nel diario di Crispi, sotto la data digiovedì, 6 gennaio 1895, si legge:«Del resto, sono otto mesi da che Ressman doveva essere allontanato da Parigi. Io l'ho impedito difendendolo presso il barone Blanc. Ora ho dovuto convincermi che Ressman non poteva rendere utili servigi all'Italia.... Egli non ha influenza presso il Governo francese.»Il Billot, nel libro più volte citato36, ha scritto a proposito del richiamo del Ressman molte inesattezze. Lo ha attribuito a Crispi — «car nul ne songeait à imputer au baron Blanc la responsabilité de la décision prise» — e per motivi personali, cioè perchè il Ressman non seppe ottenere dal governo francese soddisfazione per alcuni articoli delTempsingiuriosi contro il presidente del ministero italiano. È certo che Crispi fu irritato dell'ingerenza di quel giornale ufficioso del governo francese nella campagna personale condotta allora contro di lui dal Cavallotti e compagni, ingerenza la quale gli confermava che quella campagna di denigrazione aveva ispiratori e collaboratori francesi. Egli aveva rilevato in uno degli articoli delTempstalune dichiarazioni fatte imprudentemente in Roma, con parole quasi identiche, dal Billot, il 13 dicembre precedente, a un collega del corpo diplomatico che glie le aveva riferite. A conferma di cotesto legittimo risentimento valga il seguente telegramma:[pg!175]«Ressman ambasciatore ItaliaParigi.Roma, 1.º gennaio 1895.IlTempsdel 30 dicembre conferma la mala volontà ed il contegno in questi ultimi tempi dell'ambasciatore di Francia in Roma. Il signor Billot è stato una eccezione nella diplomazia straniera presso il Quirinale, cospirando coi nostri avversarii e riferendo cose strane al suo Governo. Il suo linguaggio con alcuni suoi colleghi è stato sconveniente, e prova che nulla è possibile tra la Francia e l'Italia quando coloro che dovrebbero cooperarsi ad un accordo fra i due paesi lavorano a sempre più inimicarli.Vi scrivo ciò per vostra norma, convinto come io sono che anche voi sarete impotente nella missione conciliatrice che vi avevo affidata.Sbagliano però Billot ed il suo Governo nei loro giudizii e nelle opere loro; il Governo italiano resisterà alle congiure comunque favorite dallo straniero.Crispi.»Ma se in quella circostanza la debolezza del Ressman potè dispiacere a Crispi, le ragioni del richiamo erano più lontane e furono sostanzialmente quelle indicate nel brano di diario qui avanti riferito.È poi insussistente, anzi è contrario al vero, ciò che il Billot ha affermato circa la cattiva impressione che il provvedimento del governo italiano avrebbe prodotto presso glialleatie circa i consigli di prudenza che da essi sarebbero stati dati.NelDiariodi Crispi troviamo:«6 gennaio ore 16 ½— Visita del barone de Bülow. Felicitazioni per richiamo di Ressman. Non godeva la fiducia nè dell'ambasciatore inglese, nè del germanico.»Al posto del Ressman fu inviato a Parigi il conte Tornielli, ambasciatore a Londra, il quale il 18 febbraio 1895 presentò [pg!176] le lettere credenziali al Presidente della Repubblica, Félix Faure, succeduto a Casimir-Perier, dimissionario il 15 gennaio di quello stesso anno. Il Tornielli, ricevuto con freddezza, potè grazie al suo tatto vincere dappoi le diffidenze e tenere degnamente la rappresentanza del suo paese. Le relazioni italo-francesi non mutarono, sebbene si evitassero nuovi incidenti. L'alleanza franco-russa, proclamata per la prima volta il 10 giugno alla tribuna parlamentare dai ministri Hanotaux e Ribot, non giovò davvero a ispirare idee pacifiche alla politica della Francia, la quale divenne più che mai altezzosa e attivamente malefica in Etiopia agl'interessi italiani.Di quest'azione parleremo altrove. [pg!177]

Capitolo Quinto.— Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896.L'ambiente e gli statisti in Francia. — Gli ambasciatori De Moüy e Mariani e il ministro Spuller. — Come fu ricevuto il signor Billot. — La suaazione conciliante. — Il varo dellaSardegnae la mancata visita della squadra francese alla Spezia. — Illusioni francesi su l'on. di Rudinì. — La Triplice alleanza rinnovata. — Secondo Ministero Crispi. — Strascico dei fatti di Aigues-Mortes. — Politica di conciliazione. — Una missione segreta di Maurizio Rouvier. — Corrispondenza dell'ambasciatore Ressman. — Il richiamo di Ressman e le sue vere ragioni.Sino al 1890 le relazioni franco-italiane erano state difficili. L'ostilità della Francia per la nostra alleanza con la Germania si era manifestata in tutti i modi e in tutti i campi, cagionando incidenti che avevano sempre più rafforzato la posizione dell'Italia in Europa e stretto i vincoli che la legavano ai due imperi centrali pel trattato rinnovato il 20 maggio 1887.Deve però riconoscersi che nella lotta accanita che il governo francese aveva fatto ad ogni interesse italiano, gli uomini erano stati talvolta sospinti agli eccessi dall'ambiente, esagitato da una stampa che non ignorava alcuna intemperanza. L'ambasciatore conte de Moüy, ponendo fine alla sua missione a Roma, scriveva privatamente a Crispi, da Parigi, il 6 aprile 1889:«J'avais à Rome la conviction d'avoir obtenu votre sympathie et votre estime: vous avez toujours compris, au cours des affaires que j'ai été chargé de suivre,combien souvent ma tâche m'était pénible, et combien aussi je m'efforçais d'y apporter de conciliation et cordialité.... Je [pg!152] n'oublierai jamais nos derniers entretiens qui m'ont si vivement ému; mon eloignement de Rome a été la grande douleur de ma vie diplomatique.»Il de Moüy era stato il rappresentante di una politica irritante che nel 1888 s'impersonò nel ministro Goblet, del quale lo stesso de Moüy scrisse in un suo libro26ch'era «mal preparé, par son caractère raide et irascible, au maniement des choses diplomatiques qu'il traitait pour la première fois; on lui reprochait ses opinions anguleuses et son style peu engageant».E. Spuller, che succedette al Goblet come ministro degli affari esteri (febbraio 1889) e il Mariani che venne a Roma dopo il richiamo del de Moüy, non riuscirono ad agire contro la corrente ostile che in Francia travolgeva tutti,27ma non si [pg!153] astennero da dichiarazioni ch'erano la condanna di quell'ostilità senza misura.Nel diario dei ricevimenti diplomatici di Crispi, sotto la data del 5 gennaio 1890 è scritto:«Il signor Mariani mi legge una lettera dello Spuller. Il ministro scrive all'ambasciatore di dirmi ch'egli è rimasto sensibile alle parole da me pronunziate in Parlamento in occasione della legge che aboliva le tariffe differenziali. Incaricò quindi il Mariani di volermi ringraziare.Lo Spuller desidera che le relazioni fra i due paesi divengano cordiali, ed egli farà tutto il possibile perchè le cose migliorino nel campo economico.Il Mariani mi lesse una lettera fatta da lui a Spuller contro il corrispondente dell'Havasin Roma. Egli ne rileva il contegno strano, e fa considerare al suo ministro come cotesto sia un metodo che non può riuscire a vantaggio dei due paesi.Il signor Lavallette, oltre essere qui per l'Havas, è qui pelMatin, di cui tutti riconoscono il contegno ostile all'Italia. Il Mariani vorrebbe che il detto individuo servendo un'agenzia semi-ufficiale, lasciasse di collaborare in un giornale a noi nemico.»Lo stesso Spuller, ricevendo il 10 ottobre precedente l'ambasciatore italiano a Parigi, aveva inveito «in termini violentissimi» contro il giornalismo francese,28e il 4 dicembre seguente non aveva taciuto al generale Menabrea i suoi sentimenti:«Parigi, 5-12-1889, ore 2.10 s.Il telegramma del 1.º corr. che mi riferisce la conversazione di V. E. col Mariani, venne da questi confermato allo Spuller, il quale me ne espresse ieri la di lui viva soddisfazione. Egli mi disse essere vivamente contrastato da un partito che lo vorrebbe rovesciare coll'accusarlo di mostrare troppa condiscendenza verso l'Italia a detrimento della Francia stessa. Cionondimeno egli non tralascerà di lavorare attivamente per migliorare i rapporti fra i due paesi e stabilire fra loro unmodus vivendi, proprio [pg!154] a soddisfare i rispettivi interessi. Un violento articolo delFigarodi oggi si fa interprete dei sentimenti ostili che sono tuttora attizzati contro l'Italia; tuttavia, contro il gruppo opposizionista, che ci è il più contrario, sorge un nuovo gruppo assai più mite, capitanato da Léon Say, che propugna una politica economica più liberale!Menabrea.»Il signor A. Billot, nominato dallo Spuller ambasciatore a Roma alla morte del Mariani, aveva ricevuto istruzioni di adoperarsi ad «appianare ogni screzio». Egli ha narrato in un libro29non scevro di prevenzioni, di errori e di reticenze, le vicende della vita politica italiana dal 1881 al 1899. Appena giunto fu informato che il giorno precedente erano stati espulsi dall'Italia i corrispondenti dell'Agenzia Havase delFigaro(uno, il Lavallette, era appunto quello la cui condotta era stata biasimata dal Mariani) e cotesto atto di rigore gli fece cattiva impressione, sebbene contemporaneamente fosse stato espulso anche un giornalista tedesco.30Il Billot manifesta ingenuamente con quale animo mettesse il piede in Roma raccogliendo la malignità che non fosse estraneo alla decisione di Crispi il fatto che quei giornalisti avevano annunziato il fallimento «d'une banque particulière, à la prospérité de laquelle Crispi, disait-on, avait des motifs de s'intéresser. C'en était assez pour motiver leur expulsion!»31[pg!155]Il nuovo ambasciatore chiese udienza e fu ricevuto il giorno stesso del suo arrivo. L'on. Crispi informava di cotesta visita l'ambasciata a Parigi col seguente telegramma:«Ambasciata Italiana,Parigi.Roma, 13 aprile 1890.Il signor Billot è giunto questa mattina; mi ha subito domandato udienza e l'ho ricevuto alle cinque.Mi narrò le vicende della sua nomina, spiegando il ritardo della sua venuta a Roma. Disse aver esposto a Ribot ciò che si proponeva di dire a Spuller quanto alla sua linea di condotta verso l'Italia: circa la politica coloniale italiana, non intralciare la nostra espansione; circa la questione tunisina far sì che gli Italiani dovessero trovarsi nella Reggenza ed esservi trattati come a casa loro. Su tutte le altre questioni disse proporsi di procedere amichevolmente per appianare ogni screzio, nel quale compito la via gli era stata facilitata da Mariani, alla cui memoria era grato. Gli dissi, a mia volta, che ero animato da intenzioni identiche alle sue; che la stampa francese non ci era amica, il che non mi impedisce di amar la Francia, di amarla anzi come un francese, senza cessare di essere conscio dei doveri che mi impone la mia qualità di Ministro, ossia di difensore degli interessi italiani. Gli ricordai che ho trovata la Triplice Alleanza fatta e che da uomo onesto devo esservi fedele. Gli dissi che mi si imputavano colpe che non sono mie, come gli incidenti di Firenze e di Massaua, nei quali la ragione era nostra, come tutta Europa riconobbe. Gli narrai come nel 1877, essendo non ministro, ma presidente della Camera, fossi andato a Berlino ed a Gastein per vedervi il Principe di Bismarck, con cui avevo già rapporti; come, per andarvi, fossi passato per Parigi e là avessi veduto Gambetta; come Gambetta mi avesse pregato di far aperture a Bismarck in vista di un disarmo; come, tornando dalla Germania, fossi nuovamente passato da Parigi ed avessi riferito a Gambetta, a Emilio di Girardin e ad altri quanto avevo detto ed udito, e che, circa al disarmo, Bismarck lo avrebbe desiderato, ma non lo riteneva possibile. Soggiunsi [pg!156] che, venuto al potere, il mio desiderio e la mia speranza erano stati di poter servire di tratto d'unione tra la Francia e la Germania e di curare che la Triplice Alleanza non riuscisse alla Francia di pregiudizio; che queste erano tuttora le mie intenzioni e che egli mi troverebbe sempre disposto a far tutto il possibile per riavvicinare maggiormente l'Italia alla Francia, a cui sarebbe follìa voler muovere guerra e che, come ogni italiano, considero necessaria all'Europa ed al nostro paese, per la sua posizione geografica, per le sue tradizioni, per la sua affinità con noi, ecc. Ho trovato nel signor Billot una persona ammodo e simpatica, e credo non errare dicendo che ci lasciammo egualmente soddisfatti l'uno dell'altro.Crispi.»In realtà la politica francese verso l'Italia non accennò a mutare sebbene Crispi non tralasciasse occasione di manifestare le sue intenzioni amichevoli, e l'ambasciatore Billot non fece nulla per eliminare gli screzi, non solo, ma s'impose il compito ch'egli stesso confessa nel suo libro:«Le discours de Florence32laissait l'impression générale que Crispi était plus que jamais convaincu de la nécessité de la Triple-Alliance et décidé dès lors à en renouveler les engagements à l'échéance ou même auparavant.... Tant que Crispi resterait aux affaires, notre diplomatie n'aurait qu'à s'appliquer patiemment, par uneaction conciliante, à faciliter l'évolutionque les intérêts réussiraient sans doute à déterminer avec le temps.»33L'azione conciliantefu dimostrata dalla diplomazia francese in tutte le questioni che si presentarono, a cominciare dalla conferenza anti-schiavista di Bruxelles, dove non si prese la pena di dissimulare il suo astio per la posizione che l'Italia aveva acquistato in Etiopia; e quanto afacilitare l'evoluzione, il Billot non esitò a ricorrere a mezzi poco corretti, dei quali Crispi si lagnava nel seguente telegramma del 12 novembre 1890: [pg!157]«General Menabrea Ambasciata Italiana,Parigi.Il Governo francese, continuando le tradizioni della prima Repubblica, fa propaganda repubblicana in Italia, spendendo danari per la stampa ostile a noi. Al palazzo Farnese vanno continuamente a confabulare giornalisti nemici della Monarchia e da parecchi mesi vengono da Parigi emissarii a scopo di favorire coloro che combattono le istituzioni. Ultimamente è venuto anche il signorM....dellaP....il cui contegno fu assai biasimevole.La mia condotta corretta, irreprensibile verso i Bonaparte congiunti della nostra famiglia reale, quando le discordie politiche in Francia erano ardenti, prova che io non uso di armi insidiose contro il Governo della Repubblica.»Il Billot, naturalmente, afferma che il governo italiano non secondasse il desiderio del governo francese di rannodare relazioni di benevolenza e di affari, e cita, a prova della sua asserzione, l'incidente del varo dellaSardegna.Il varo di questa corazzata — egli racconta — doveva farsi a Spezia nella seconda metà del settembre; i giornali italiani avevano annunziato che probabilmente vi avrebbe assistito il Re. Il ministero francese volendo ricambiare la visita a Tolone di una squadra italiana, fatta in occasione della presenza colà del Presidente della Repubblica, «decise prontamente» di mandare a Spezia, per ossequiare il Re Umberto, una squadra francese; e il 28 agosto l'ambasciatore di Francia fece analoga comunicazione alla Consulta, domandando quale fosse la data fissata pel varo. Ma Crispi si affrettò a rispondere «qu'il ne croyait pas que sa Majesté eût l'intention» di recarsi alla Spezia e tre giorni dopo faceva pubblicare dall'Agenzia Stefani il seguente comunicato:«Spezia, 31 agosto.Il varo dellaSardegnaavrà luogo il 21 settembre.S. M. il Re, dovendosi trovare in quel tempo a Firenze per assistervi, come fu già annunziato, all'inaugurazione [pg!158] del monumento di Re Vittorio Emanuele, ha delegato a rappresentarlo al varo dellaSardegnaS. A. R. il Duca di Genova.»Il Billot nel trascrivere questo comunicato salta le parole «come fu già annunziato». E registra tutte le ipotesi che furono fatte in Francia e in Italia per spiegare «la decisione improvvisa di Crispi», mostrandosi incerto se credere a quella che accennava al proposito di evitare un avvenimento favorevole al ravvicinamento franco-italiano per non fare dispiacere alla Germania, o all'altra che si riferiva a considerazioni di politica interna. Comunque, egli conclude, «personne n'hésitait à en rejeter sur Crispi la responsabilité exclusive».La verità non è quella narrata dal Billot. Il governo italiano sarebbe stato lieto dell'atto di cortesia della Francia, ed era assurdo credere altrimenti, dopochè l'Italia aveva spontaneamente per la prima mandato una squadra a Tolone. Quello che dispiacque al Re fu la discussione fatta dalla stampa francese circa l'opportunità di quell'atto, discussione nella quale l'idea della visita era stata aspramente criticata, e, come allora soleva, le ingiurie all'Italia e al suo Re erano state dispensate a piene mani.Quando il governo francese annunziò la sua decisione, questa era passata attraverso tali dissensi che aveva perduto il profumo della spontaneità; non era la prima volta che i giornali rendevano un cattivo servizio alla politica della Francia. E fu proprio il Re, senza alcun suggerimento di Crispi, che decise di non recarsi al varo dellaSardegna. Infatti è del 27 agosto — e non del 28, come narra il Billot — la domanda che questi fece alla Consulta, e porta la data del 27 il seguente telegramma:«S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di S. M.Montechiari.Ambasciatore di Francia mi ha fatto chiedere epoca nella quale S. M. il Re si troverebbe alla Spezia, accennando intenzione suo Governo di mandarvi parte squadra francese per ossequiare la Maestà Sua. Attendo gli ordini di S. M, per la risposta da dare al signor Billot.Crispi.»[pg!159]Questo telegramma era appena partito quando giunse a Crispi una lettera del Rattazzi, ministro della real Casa, datata da Montechiari, 26 agosto, nella quale riferiva in questa guisa la volontà del Re:«I giornali francesi continuano a discorrere della visita della squadra francese alla Spezia in occasione del varo dellaSardegna. Per norma di V. E., è intenzione di S. M. di astenersi dall'assistere al varo dellaSardegna.»Crispi approvò la decisione del Re di non recarsi alla Spezia, ne fece avvertito il Billot e telegrafò a Parigi il 28:«Ambasciata Italiana,Parigi.Ringraziando il signor Ribot della cortese intenzione, Ella può prevenirlo — quando le occorra vederlo — che S. M. il Re non è per recarsi alla Spezia per il varo dellaSardegna, nè che a tale gita potrebbero offrire occasione le manovre della nostra flotta, essendo queste terminate.Crispi.»Il ritiro dell'on. Crispi dal governo pel voto parlamentare del 21 gennaio 1891, se fu salutato unanimemente dalla stampa francese come un fausto avvenimento, non migliorò punto la condotta della Francia verso l'Italia. Non era da attendersi il ritorno immediato ai rapporti commerciali convenzionali tra i due paesi, poichè sussisteva nel protezionismo dominante in Francia l'ostacolo che aveva reso impossibile, al principio del 1888, la stipulazione di un nuovo trattato di commercio; ma una prova di migliori disposizioni e un incoraggiamento alla presunta francofilia del Ministero Rudinì poteva esser data con la rinunzia alle tariffe differenziali che Crispi aveva abolito, per parte nostra, sin dal 1.º gennaio 1890. La Francia, in fondo, attraverso Crispi, aveva combattuta l'Italia perchè alleata con la Germania, e non era disposta a contentarsi delle dichiarazioni amichevoli del nuovo gabinetto italiano, come non si era arresa alle ripetute dichiarazioni amichevoli di Crispi; essa [pg!160] esigeva che l'Italia si ritirasse dalla Triplice alleanza. E il suo ambasciatore a Roma aspettava fidente la scadenza del trattato, cioè il 20 maggio 1892:«Si M. Rudinì s'abstenait, par une réserve bien explicable, de manifester ses intentions relativement à la prolongation de laTriplice, divers motifs permettaient de supposer qu'il était, au fond, d'accord avec ceux qui désiraient, à l'échéance, rendre à l'Italie sa complète liberté d'action.»34Ma l'illusione non fu di lunga durata; l'on Rudinì, che aveva chiamato alla Consulta come suo collaboratore il conte d'Arco, anti-triplicista dichiarato, dopo qualche mese di ambiguità rinnovò (giugno 1891) il trattato che aveva ancora quasi un anno di vita.Rinnovato il trattato del 1887 senza portarvi alcuna modificazione. l'on. Rudinì iniziò quella politica «in partita doppia» il cui primo effetto fu di alienarci l'appoggio incondizionato degli alleati, senza disarmare l'inimicizia della Francia. L'unico vantaggio raggiunto da questa politica fu di mitigare il linguaggio della stampa francese; ma lo spirito pubblico in Francia non mutò a nostro riguardo, e i deplorevoli eccessi di Aigues-Mortes lo dimostrarono. Perchè i nostri vicini d'oltre Alpi ci guardassero con occhio meno arcigno, l'Italia dovette abbandonare senza compensi la difesa dei suoi diritti in Tunisia, e fu l'on. Rudinì che si assunse questa responsabilità tra il primo e il secondo suo ministero, con la rinunzia al nostro veto per le fortificazioni di Biserta e con le convenzioni italo-tunisine del 28 settembre 1896.Sembra che facesse dippiù. Il 13 ottobre 1891 il signor Giers, Cancelliere russo, trovandosi di passaggio in Italia fu invitato dal Re Umberto a recarsi a Monza. Presente al colloquio era il marchese di Rudinì. Si discorse della situazione politica europea e della necessità di adoperarsi al mantenimento della pace. Il Re avrebbe detto al barone Blanc che si sarebbe convenuto in quell'incontro l'intervento della Russia in nostro favore, ove mai avvenisse uncasus foederis. Non si comprende [pg!161] bene la possibilità di un tale intervento se non supponendo che l'Italia, offesa dalla Francia, rinunziasse alcasus foederisin vantaggio dei suoi alleati, o che questi facessero altrettanto nel caso che ilcasus foederissi verificasse nel loro interesse. Nell'un caso o nell'altro la Russia interverrebbe come mediatrice e sarebbe l'arbitra della pace in Europa. Ma è da osservarsi che si sarebbe fatta astrazione dall'importanza del litigio, e la pacificazione sarebbe sempre a danno del più debole.————Crispi compose il suo secondo ministero in dicembre 1893, all'indomani dei tristi fatti di Aigues-Mortes, dove molti operai italiani erano stati uccisi o feriti determinando in Italia un vivo risentimento, accresciutosi dipoi pel verdetto della Corte di Angoulême che assolse gli uccisori. Si presentò subito una questione delicata per l'indennità dovuta alle vittime o alle loro famiglie. Il governo francese si dichiarò pronto a presentare alle Camere un progetto di legge pel pagamento della somma di 420 000 franchi, ma esigeva che anche da parte del governo italiano si riconoscesse dovuta una indennità di 30 000 franchi ai cittadini francesi residenti in Italia, i quali erano stati danneggiati durante le dimostrazioni popolari provocate da quei fatti. Cotesta esigenza era ingiustificata, e senza precedenti; tuttavia, per troncare l'increscioso incidente, Crispi ordinò che i 30 000 franchi fossero pagati, senza indagare circa l'esistenza degli asseriti danni.L'emozione prodotta in Italia per le manifestazioni di odio che avevano determinato e accompagnato le uccisioni di Aigues-Mortes, dette occasione al governo francese ad apprestamenti militari alla frontiera italiana. E quando Crispi fu obbligato, appena ripreso il potere, a richiamare una classe sotto le armi e a rimandare in Sicilia navi della R. Marina, che aveva dapprima richiamate, per ristabilire l'ordine pubblico gravemente compromesso, la stampa francese volle vedere in quelle misure nientemeno che i prodromi di una prossima dichiarazione di guerra! L'ambasciata d'Italia a Parigi riferiva che la nuova campagna giornalistica suscitava inquietudini anche nei circoli parlamentari francesi, e Crispi dovette far dire direttamente e per mezzo delle Cancellerie delle potenze amiche che quelle inquietudini erano davvero assurde e quasi puerili. [pg!162]Il 19 marzo 1894 il duca di Cambridge, il venerando capo dell'esercito britannico, trovandosi di passaggio a Madrid, esprimeva all'ambasciatore Maffei la profonda impressione che aveva ricevuto osservando sulla frontiera franco-italiana alle Alpi marittime «uno straordinario aumento di truppe in pieno assetto di guerra» come se quel paese, da Cannes a Ventimiglia, «fosse attualmente oggetto di una occupazione militare».Il portafoglio degli affari esteri era stato affidato al barone Blanc, già ambasciatore a Costantinopoli e bene al corrente della situazione internazionale. La Francia, come si è detto, stava tuttavia in armi, mentre le relazioni con la Germania, l'Austria-Ungheria e l'Inghilterra, da ottime che erano state sino al 1891, si erano fatte tepide durante i tre anni seguenti. Pur cercando, per quanto era possibile, di rinnovare la intimità che aveva dato eccellenti risultati governando in Germania il principe di Bismarck, l'on. Blanc volle fare il tentativo di troncare la politica di dispetti della Francia, mostrandole il sincero desiderio nostro di amicizia.Occorreva per ciò un ambasciatore di grande autorità a Parigi, e l'on. Blanc ebbe l'idea che cotesto rappresentante potesse essere il conte Nigra, il quale si trovava a Vienna, ed era stato ambasciatore in Francia per lunghi anni, sotto l'Impero e anche con la Repubblica, sino al 1876. La corrispondenza che segue fa testimonianza del proposito del Blanc, cui non mancò l'appoggio di Crispi:«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 18-3-1894.(Personale). D'accordo col Presidente del Consiglio, La prego rendere un grande servizio al Re e al Paese accettando di ritornare a Parigi. Conoscendo il Suo alto patriottismo sono convinto che nessuna considerazione secondaria la farà esitare, potendo Ella meglio di chicchessia assecondarci in una opera di pacificazione che richiede speciale autorevolezza. Pensi alle gravi circostanze del Paese che più che mai domandano l'incondizionata abnegazione già da Lei tante volte dimostrata per il bene pubblico.Blanc.»[pg!163]«S. E. Blanc,Roma.Vienna, 18-3-1894.(Personale). Se fossi persuaso che la mia presenza a Parigi potesse giovare all'opera di pacificazione che è nelle intenzioni del R. Governo, non esiterei, malgrado ogni convenienza personale, ad accettare la proposta fattami in termini così lusinghieri; ma io sono convinto che i miei precedenti ben noti devono precludermi per sempre l'ambasciata a Parigi. Le ricorderò che questi stessi precedenti impegnarono il Ministero Depretis nel 1876 a richiamarmi da quel posto. In tale convinzione, debbo ricusare un incarico che io so positivamente di non potere disimpegnare. Ho poi qualche ragione di credere che il mio trasloco farebbe cattiva impressione qui dove la mia azione sembra essere apprezzata. Non insisto su quest'ultimo motivo non avendo io la presunzione di credere che altri non possa fare in questo posto quanto io fo. Insisto invece sulla mia incompatibilità a Parigi, circa la quale la mia convinzione è inconcussa.Nigra.»«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.19-3-94.(Personale). Sua accettazione avrebbe alto valore di confermare programma suo e del Conte Kálnoky che alleanze pacifiche sono conciliabili con buone relazioni con Francia come con Russia. Suo rifiuto porrebbe in gran dubbio possibilità di tale programma.Il Governo, giudice delle necessità attuali, deve insistere nel fare appello al suo patriottismo ed alla sua deferenza ai desideri di Sua Maestà.Crispi.»[pg!164]«A S. E. Crispi,Roma.Vienna, 19-3-1894.(Personale). Il programma cui Ella accenna può e dev'essere tentato, ma appunto perchè l'esito è difficile e dubbio conviene scegliere per un tale tentativo la persona adatta. Io non sono questa persona e i miei precedenti mi rendono incompatibile col posto di Parigi. Voglia farmi l'onore di credermi perchè so positivamente ciò che le affermo. Sarei lieto se potessi impiegare le forze che mi restano nel modo desiderato dal Re e da Lei, ma il mio ritorno a Parigi è da me considerato come una impossibilità storica e morale e nuocerebbe anzichè giovare all'attuazione del programma che si ha in vista. Scrivo questo all'amico più che al ministro. La prego di non insistere e di non rendermi più dolorosa la necessità in cui Ella mi mette di negarle qualche cosa. Io la servo qui con fedeltà e devozione e amo credere con soddisfazione dei due Governi.Nigra.»Il proposito del ministero Crispi di migliorare le relazioni franco-italiane era ben accetto a taluni uomini politici influenti della Francia, quali Léon Say e Maurizio Rouvier, ex-ministri.In aprile il Rouvier venne segretamente a Roma, ed ebbe due colloqui con Crispi, il 14 e il 16 di quel mese, nei quali fu convenuta un'azione simultanea a Parigi per indurre il governo francese e la stampa parigina a cooperarsi per un riavvicinamento tra le due nazioni, il quale avrebbe avuto per base la riattivazione dei rapporti commerciali mediante la concessione reciproca della condizione della nazione più favorita, e la cessione della ferrovia Tunisi-Goletta alla Francia. Naturalmente, il primo ostacolo da superarsi era l'ostilità dell'opinione pubblica francese, della quale era schiavo il governo, presieduto allora dal signor Casimir-Perier. Questi, informato dal Rouvier dei colloqui avuti con Crispi, si dichiarò favorevole in massima; disse anzi al suo interlocutore: «la politica che noi seguiamo non ha altro risultato che diéterniser et aggraver la Triplice, la quale non è causa, ma conseguenza dei malintesi. [pg!165] «E aggiunse che se a stipulare un accordo poteva rattenerlo prima la considerazione ch'esso avrebbe rafforzato la posizione di un uomo considerato in Francia come gallofobo, doveva ora convenire che tale prevenzione era vinta dal procedere leale di Crispi e riconoscere che questi poteva fare in Italia ciò che altri non avrebbe potuto, nè osato. Circa l'accordo commerciale il Casimir-Perier disse che la corrente protezionista in Francia aveva ecceduto i limiti, e che v'era qualcosa da fare per modificare un indirizzo anche politicamente nocivo; ma che temeva l'opposizione dei meridionali per i vini. Concluse che era necessario assicurarsi della Camera.Il gabinetto Casimir-Perier rimase in minoranza alla Camera il 30 maggio; lo sostituì un gabinetto Dupuy, nel quale il signor Hanotaux ebbe la direzione degli affari esteri. Il 24 giugno un anarchico italiano, Caserio, uccise a Lione il presidente della Repubblica, Sadi Carnot. Il governo e il popolo d'Italia, sinceramente commossi per quel delitto, manifestarono il loro cordoglio con tale solennità che a molti in Francia parve rivelare sentimenti non sospettati. Disgraziatamente, il buon effetto di quella manifestazione fu in gran parte perduto per i maltrattamenti usati in Francia a italiani colà residenti e per la ripercussione che essi ebbero in Italia.In luglio il Rouvier riprese l'opera sua presso il ministro Hanotaux, dal quale ebbe la promessa che durante le prossime vacanze parlamentari gli si sarebbe affidata la missione di venire in Italia per discutere con Crispi le basi di un accordo. Ma quando venne a concretare i suoidesiderata, l'Hanotaux chiese che l'Italia riconoscesse senza restrizioni il protettorato francese in Tunisia e accettasse una convenzione per la neutralizzazione dell'Harrar. Come corrispettivo offriva di non sollevare questioni per l'occupazione italiana di Kassala, che non interessava la Francia, e di non prendere partito in Etiopia nè pro, nè contro l'Italia. Nulla circa le relazioni commerciali; nulla circa la Tripolitania.Il signor Rouvier pensò bene che non si voleva un accordo con l'Italia e rinunziò alla propria iniziativa. [pg!166]Sulla politica francese verso l'Italia gettano luce le lettere private che a Crispi scriveva il Ressman, succeduto al generale Menabrea come ambasciatore a Parigi. Ne riferiamo alcuni brani, avvertendo che il Ressman, per la sua lunga permanenza in Francia e pel suo carattere conciliante, era un ottimista:«Qui la situazione è molto chiara. La Francia non vuole per ora la guerra. In tutti i casi, non avendo un Trattato formale colla Russia, avendo soltanto o la fede, o la promessa d'essere assistita dalla Russia se fosse attaccata, non vuole attaccare ed evita possibilmente ogni provocazione. Profondamente turbata da un continuo lavorio sotterraneo, essa guarda da ogni parte, è facile ai sospetti e sospetta noi più di tutti. Su Lei in ispecie ha fermi gli occhi, diffidando ma non sapendo ancora se debba sperare o temere. Epperò le più strane interpretazioni di ogni suo atto sono ammesse, discusse e influiscono talvolta sullo stesso atteggiamento degli uomini del Governo» (24 gennaio 1894).«Illustre Presidente ed amico carissimo,Non volli dopo il mio ritorno a Parigi attediarla con lettere vuote e non Le scrissi, ma agii indefessamente con anima, per secondare nel limite delle mie attribuzioni l'opera di pacificazione ch'Ella sì magistralmente va compiendo all'interno e che deve anche nei rapporti con questo paese produrre i risultati ai quali mira la Sua politica. Non v'è dubbio che l'orizzonte qui, verso il confine italiano, si rischiara a poco a poco, che v'è intransigenza molto minore e che si comincia a renderle giustizia, l'ingiustizia in fondo non essendo mai consistita che nei timori che in diverse circostanze il suo patriottismo ed il suo valore ispiravano. Fu un buon sintomo anche il modo con cui le due Camere votarono l'accordo monetario. In altri tempi sarebbe bastata l'idea che ciò potesse giovare all'Italia per suscitare proteste.Già un paio di volte, in conversazioni puramente confidenziali col signor Casimir-Perier, esprimendogli il voto che si potesse qui darci qualche prova di buon volere lo condussi a parlarmi per il primo dei rapporti commerciali. La sua personale influenza sulla Camera è [pg!167] grande, e le sue intenzioni sono buone. Ne ho la prova anche dal fatto che in un recente convegno coi Ministri delle Finanze, del Commercio e dell'Agricoltura, egli accampò la questione se fosse possibile di trovare una maggioranza in caso d'accordi con noi, almeno parziali, sulla base della tariffa minima. Senza parlarmi di questo convegno, egli ieri mi disse che non si fiderebbe di presentare alla Camera un accordo con noi, se non fosse preceduto un accordo più facilmente accettabile con altra Potenza (la Svizzera), e che rispetto a noi una insormontabile difficoltà verrebbe sempre dai vini, giacchè coll'eccesso della presente produzione nel mezzogiorno della Francia tutti i viticoltori si alzerebbero come un solo uomo contro il Ministro che proponesse di riaprire più larghe le porte della concorrenza italiana.Gli risposi che forse a questo punto, abbassando pure alquanto la tariffa massima, potrebbe esservi modo d'intendersi mediante altri compensi. A questo proposito Vostra Eccellenza stimerà senza dubbio utile, come lo chiesi costì al conte Antonelli, di far studiare in confronto della tariffa minima francese le concessioni da noi offribili nell'eventualità di una futura trattativa. A me, ora per allora, gioverebbe d'essere informato delle intenzioni del E. Governo e del limite delle possibili sue concessioni.Il signor Casimir-Perier, che ha agito in un senso conciliante verso di noi sopra una buona parte della stampa, mi disse d'avere visti personalmente otto Direttori a tal fine e m'espresse il suo compiacimento per il linguaggio che ora tien verso la Francia la stampa italiana. A ciò il Quai d'Orsay bada molto» (22 marzo).«Malgrado l'atteggiamento preso da questa miserabile stampa nella questione economica dopo il viaggio del Re a Venezia e dopo la delusa speranza di vederci ridurre l'esercito, malgrado le dichiarazioni mezze negative e mezze dilatorie fattemi da Casimir-Perier, io non rinuncio alla speranza di approdare ad un accordo commerciale quando le nostre più gravi questioni interne saranno regolate. Abbiamo nel Consiglio qualche ministro favorevolissimo, e più di tutti Burdeau. Egli già da tempo incaricò il Direttore generale della dogana di preparargli uno studio comparativo della nostra tariffa [pg!168] convenzionale colla tariffaminimumfrancese. Il Direttore signor Pallain che lo fece e me ne informò confidenzialmente, mi disse che secondo i suoi calcoli la tariffa minima francese sarebbe notevolmente più vantaggiosa per noi, che la nostra convenzionale per la Francia.E mi espresse l'avviso che in previsione della possibilità di future trattative gioverebbe che un lavoro simile fosse preparato anche da noi. Ella vedrà se non convenga seguire il consiglio per essere pronti se mai.... matureranno le nespole. Ad ogni modo, si perde il tempo anche peggio negli uffici. Intanto spinge attivamente ad un'intesa anche Rouvier, che de' suoi convegni con Lei riportò qui la migliore e la più utile impressione. Oltre ai protezionisti arrabbiati ed aglichauvins, abbiamo da lottare anche contro ogni specie d'intrighi stranieri, d'ordine politico e d'ordine economico. Gli Svizzeri e gli Spagnuoli tengono l'orecchio alle porte. Bisognerà dunque, venuta l'ora, fare presto e segretamente e fino a tanto che venga mi augurerei che la nostra stampa, la quale già abbastanza accentuò il voto del nostro paese e le buone disposizioni del nostro Governo, serbasse un prudente e dignitoso silenzio. M'illudo forse persistendo a credere alla possibilità d'una non lontanissima intesa; ma so quanto facilmente qui si passa dal bianco al nero e l'ardente mio desiderio di mettere questa vittoria al Suo attivo mi mostra gli ostacoli meno insormontabili che taluno non creda.E quantunque in questo Gabinetto vi sia un paio di giannizzeri di Méline (i ministri del commercio e dell'agricoltura, questo secondo ferocissimo), a noi conviene desiderare che si mantenga il Presidente del Consiglio, essendo uomo di pronta risoluzione e in tali disposizioni che la parte a noi più favorevole potrà trascinarlo. Pur troppo, già battuto in breccia dai socialisti e dai radicali, egli ora deludendo nei clericali le speranze che la proclamazione dello «spirito nuovo» di Spuller aveva fatte risorgere, si espone anche alle congiure pretine.I nostri nemici vollero sfruttare contro di noi anche gli atti addebitati al Generale Goggia, l'arresto e l'espulsione del quale fecero qui non poca impressione. Ma fra otto giorni nessuno ne parlerà più ed il savio e giustissimo linguaggio di Lei nella nostra Camera fu [pg!169] un'opportuna prova che non cerchiamo discussioni irritanti....L'altr'ieri ho messo in vettura il nostro Verdi che si diportò qui come un uomo di quaranta anni e fu instancabile dalla prima ora all'ultima. Ogni pomeriggio, durante cinque ore, egli dirigeva le ripetizioni del suoFalstaff, e quando lo ebbe condotto in buon porto e ottenuto un vero trionfo, volle darsi anche un po' di divertimento e salì fino alla lanterna della Torre Eiffel! È vero che nella lanterna il celebre ingegnere aveva fatto mettere fino dal 1889 un pianoforte in previsione di visite simili. Nell'aprile del prossimo 1895 il grande maestro farà dare qui il suoOtelloe spera di ritornare a metterlo in scena. Non si potè dargli, come pure si sarebbe voluto, il Gran Cordone della Legion d'Onore perchè non lo ebbe mai nessun maestro nazionale. E Rossini morì semplice «commendatore dell'ordine rosso» (26 aprile).«Ho ringraziato Iddio con tutta l'anima di averla anche questa volta preservata dal colpo d'un miserabile assassino e di non aver lasciato distruggere da una palla la rinascente speranza del nostro paese. Se potè esservi nell'istante dello scoppio un baleno di amarezza nel suo cuore, se Ella sentì, una volta di più, a quanta ingratitudine le imbecilli passioni possono far scendere la bestia umana, ho per certo che grande deve essere la Sua consolazione, immenso il Suo conforto vedendo come dall'insano attentato scaturisca un vero plebiscito europeo che proclama e consacra la sua altissima missione e trova rispetto anche nelle file degli avversari.Ho immediatamente ringraziato, nei termini stessi del Suo telegramma, il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli affari esteri della Repubblica.Il primo mi aveva espressamente detto che nel felicitarla lo faceva in nome di tutto il Governo francese. Vari altri Ministri che incontrai ieri alle corse di Longchamp, ov'era invitato da Carnot al pari degli altri membri del Corpo diplomatico, mi manifestarono anche individualmente sentimenti di simpatia per Vostra Eccellenza.Non contento di averle telegrafato, il Conte d'Aquila venne pure a pregarmi di felicitarla scrivendole. E così [pg!170] fece Lord Dufferin che serba il migliore ricordo dei rapporti avuti con Lei» (18 giugno).«Jersera il Presidente della Repubblica35invitò a pranzo tutti i Rappresentanti esteri qui accreditati e gl'inviati speciali ch'erano stati incaricati dai loro Sovrani d'intervenire in nome loro ai funerali Carnot. Sedendo alla sinistra del Presidente, che continua a trattarmi da amico, parlai a lungo con lui cercando con ogni parola ad agire sull'animo suo nel senso dei voti da Lei espressi nel telegramma direttomi in data del 29 giugno. Il signor Casimir-Perier è uomo di mente molto aperta, uomo di iniziativa e di risoluzione, e lo ha già provato. È sincero nel desiderio che i nostri due paesi si ravvicinino. È sensibile al favore col quale la sua nomina fu accolta in Italia. (E credo sarà buona politica quella d'inspirare alla nostra stampa note simpatiche per lui e gli elogi che merita il suo atteggiamento). Mi parlò con apprezzamenti giusti ed in termini eccellenti dell'opera già da Lei compita e ch'Ella andava continuando. Confessò che nello scorso dicembre non avrebbe osato credere ad una sì felice riuscita. Le rese ampia giustizia» (4 luglio).«L'occasione di discorrere delle cose nostre col Presidente della Repubblica s'è offerta naturalmente e l'ho afferrata a volo. Invitato da lui, andai ieri a Pont-sur-Seine (due ore e mezza di ferrovia da Parigi), ove passa le sue vacanze in una vasta e splendida proprietà di sua madre, per presentargli la risposta del Re alla lettera notificante la sua elezione e per riverirlo prima della mia partenza in congedo. Fu meco quant'era possibile gentile e cordiale, mi tenne a colazione e dall'ora del mio arrivo fino a quella della mia partenza, dalle 11 ½ fino alle 4 ½ non mi lasciò un momento, compiacendosi a farmi visitare da un'estremità all'altra l'esteso dominio (seicento ettari) di casa Perier.Le do in poche parole il sunto della parte politica de' nostri lunghi colloqui. Il Presidente non vede nessun punto nero pericoloso all'orizzonte e confida nel mantenimento della pace. Egli constata con soddisfazione il [pg!171] procedere corretto e cortese della Germania verso la Francia e ne attribuisce il merito, oltrechè alla saviezza dell'Imperatore, alle concilianti disposizioni del mio vecchio collega ed amico Münster, sempre disposto ad evitare attriti. Non è ancora ufficialmente informato di chi succederà all'ambasciatore d'Austria-Ungheria, conte Hoyos, che per ragioni di famiglia decise di ritirarsi nella vita privata, ma crede anch'egli probabile la nomina di Wolkestein, ora ambasciatore austriaco a Pietroburgo.Di Vostra Eccellenza mi parlò rendendo omaggio all'opera da Lei compita, riconoscendo quali fossero le difficoltà di questa e notando come anche la stampa ostile, soggiogata dai fatti, poco a poco disarmava di fronte a Lei. Caddero pure tra noi alcune parole sulla visita fattagli da Bonghi, il quale non gli lasciò una.... grande impressione. Fece un'allusione, ma senza rancore, alla frase allora attribuitagli circa la triplice alleanza, mostrandosi contento che Bonghi stesso la avesse poi smentita.I due capitoli principali su cui mi premeva di conoscere il sentimento presente del signor Casimir-Perier erano, s'intende, la questione commerciale e quella della delimitazione africana. Come in conversazioni confidenziali recenti già me l'avevano detto il Ministro degli affari esteri e il Direttore generale delle Dogane, così anche il Presidente crede che sarà possibile, prima che finisca l'anno, di rifare un accordo commerciale colla Svizzera, una buona parte degli stessi meno arrabbiati protezionisti desiderandolo. Il Direttore delle Dogane, come altre volte lo scrissi all'Eccellenza Vostra, era stato personalmente d'avviso che intavolando prima trattative coll'Italia si avrebbe più facilmente ragione delle esigenze della Svizzera; ma il Governo segue la corrente dell'opinione parlamentare e non si fida di poterla dirigere o non osa tentarlo. «Quantunque sia più facile un accordo colla Svizzera, mi disse il Presidente, le condizioni politiche esistenti fra le due repubbliche consigliandolo anch'essa, non dovete credere che per motivo politico si indugi a trattare coll'Italia: le difficoltà sono veramente e puramente d'ordine economico e dipendenti da ragioni di concorrenza». E menzionò ad esempio il vino. Gli risposi che considerando da un lato quanto sia protezionista la stessa tariffaminimafrancese e osservando [pg!172] d'altra parte che la Francia l'applica ormai a quasi tutti gli Stati, sarebbe tanto più difficile di vedere sole ragioni economiche nell'esclusione dell'Italia inquantochè il danno economico era reciproco. E gli citai, in quanto al vino, le continue rimostranze della Camera di commercio francese di Milano la quale in più articoli del suo bollettino diede la prova del vantaggio che vi sarebbe per la Francia di prendere in Italia, anzichè in Ispagna, quel vino di cui pur sempre abbisognava l'industria di Bordeaux.Quand'egli era Ministro degli affari esteri, io già tante volte aveva espresso di mia iniziativa al signor Casimir-Perier il desiderio che mediante una concordata delimitazione intorno ad Obock fosse eliminata la possibilità d'attriti fra noi in Africa, che un nuovo mio suggerimento a tal fine non poteva nè sorprenderlo, nè parergli inopportuno. Gli raccontai ciò che da ultimo era accaduto tra il signor Hanotaux e me e come la questione fosse rimasta in sospeso, non senza mostrargli i pericoli d'una situazione abbandonata al caso o alle conseguenze di fatti compiuti. Gli dissi che per il Ministro degli affari esteri di Francia le vacanze parlamentari mi sembravano specialmente favorevoli per iniziare una trattativa senza la pressione quotidiana della Commissione coloniale ed aggiunsi d'essere certo che le entrature non sarebbero respinte da Vostra Eccellenza. Il Presidente non si addentrò in una discussione, nè recriminò contro il protocollo anglo-italiano; mostrò invece buona volontà e prese l'impegno di parlarne con Hanotaux. Non dubito che lo farà e che lo farà con buona intenzione; ma Hanotaux già in precedenza m'aveva dichiarato che prima di trattare egli avrebbe voluto assicurarsi della possibilità di un'intesa. Allora egli non era preparato a formolare un programma e disse che avrebbe ripresa la questione in serio esame: ma se il risultato di quest'esame lo condusse a scoprire un diritto della Francia sullacittàdi Harrar, come recentemente affermò a Lord Dufferin, prevedo che la buona volontà del Presidente della Repubblica lascierà il tempo che trova. Non è però meno vero che la persistente migliore intuonazione della stampa francese a nostro riguardo rende poco a poco il terreno più arabile, e se con ciò le tendenze generali si modificheranno, crescerà pure l'influenza più benefica degli [pg!173] amici nostri e degli uomini savii sui politicantichauvinse intransigenti.Per ora la grande preoccupazione del Governo francese sono gli anarchici. Si avvedono un po' tardi d'aver lasciato fare al male progressi enormi. Le minacce piovono su tutti i membri del Governo e ciò che rivelano arresti, perquisizioni ed interrogatorii non diminuisce le apprensioni. La sua naturale arditezza e noncuranza del pericolo espone l'attuale Presidente molto più che non fosse esposto l'infelice suo predecessore» (24 agosto).«Profittai dell'occasione per invocare il suo intervento presso il Ministro degli affari esteri cui la dimane (come difatti ieri feci) io doveva parlare degli intrighi sempre continuati dei signori Chefneux e consorti in Etiopia. Gliene potei discorrere tanto meglio inquantochè già sovente, quand'era Ministro degli affari esteri, io mi era con lui querelato di quegli intrighi. Protestò, come sempre fece, che il Governo non c'entrava per nulla e non incoraggiava punto i maneggi di alcuni speculatori o negozianti, e mi promise di raccomandare al signor Hanotaux ogni possibile vigilanza.La gioia del vecchio amico di Verdi, del signor Ambroise Thomas, nel ricevere dalle mie mani il Gran Cordone Mauriziano che Vostra Eccellenza m'inviò per lui, non ebbe limiti. Egli mi creò perfinobaronenella lettera di ringraziamento che mi pregò e che ho l'onore di trasmetterle qui unita. Peccato che non sia più vegeto, e con ciò più capace di propaganda attiva, il caldo amico francese che Ella ha nell'illustre decano di questi compositori.Sapendo di fare cosa grata a Verdi, io suggerii a questo Ministro dell'Estero di dare la croce anche a Ricordi ed a Boito. La mia proposta fu immediatamente accolta, talchè sono in fatto compensate anche le decorazioni da Lei accordate ai Direttori ed al Capo d'orchestra dell'Opera» (1 novembre).Molti francesi vennero in quell'anno 1894 a Roma e furono ricevuti da Crispi: i deputati Deloncle, Mermeix, Pichon, Léon Bourgeois, Ferdinando Brunetière, il senatore R. Waddington, Emilio Zola e altri. Tutti promisero di adoperarsi presso i loro [pg!174] amici per una pacificazione tra la Francia e l'Italia, ma tornati in patria o non tennero parola o constatarono la loro impotenza. «Il Billot — scrisse Crispi nel suo diario — invece di aiutare l'opera mia, ha cospirato e continua a cospirare coi miei nemici. Egli fa al suo governo dei rapporti velenosi.»In gennaio 1895 sollevò grande scalpore il richiamo da Parigi dell'ambasciatore italiano. Il Ressman era da lunghi anni devoto personalmente a Crispi; maggiore fu quindi il rammarico di questi quando dovette constatare che dinanzi alla condotta malevola e insidiosa dell'Hanotaux, l'azione del Ressman era inefficace. Nel diario di Crispi, sotto la data digiovedì, 6 gennaio 1895, si legge:«Del resto, sono otto mesi da che Ressman doveva essere allontanato da Parigi. Io l'ho impedito difendendolo presso il barone Blanc. Ora ho dovuto convincermi che Ressman non poteva rendere utili servigi all'Italia.... Egli non ha influenza presso il Governo francese.»Il Billot, nel libro più volte citato36, ha scritto a proposito del richiamo del Ressman molte inesattezze. Lo ha attribuito a Crispi — «car nul ne songeait à imputer au baron Blanc la responsabilité de la décision prise» — e per motivi personali, cioè perchè il Ressman non seppe ottenere dal governo francese soddisfazione per alcuni articoli delTempsingiuriosi contro il presidente del ministero italiano. È certo che Crispi fu irritato dell'ingerenza di quel giornale ufficioso del governo francese nella campagna personale condotta allora contro di lui dal Cavallotti e compagni, ingerenza la quale gli confermava che quella campagna di denigrazione aveva ispiratori e collaboratori francesi. Egli aveva rilevato in uno degli articoli delTempstalune dichiarazioni fatte imprudentemente in Roma, con parole quasi identiche, dal Billot, il 13 dicembre precedente, a un collega del corpo diplomatico che glie le aveva riferite. A conferma di cotesto legittimo risentimento valga il seguente telegramma:[pg!175]«Ressman ambasciatore ItaliaParigi.Roma, 1.º gennaio 1895.IlTempsdel 30 dicembre conferma la mala volontà ed il contegno in questi ultimi tempi dell'ambasciatore di Francia in Roma. Il signor Billot è stato una eccezione nella diplomazia straniera presso il Quirinale, cospirando coi nostri avversarii e riferendo cose strane al suo Governo. Il suo linguaggio con alcuni suoi colleghi è stato sconveniente, e prova che nulla è possibile tra la Francia e l'Italia quando coloro che dovrebbero cooperarsi ad un accordo fra i due paesi lavorano a sempre più inimicarli.Vi scrivo ciò per vostra norma, convinto come io sono che anche voi sarete impotente nella missione conciliatrice che vi avevo affidata.Sbagliano però Billot ed il suo Governo nei loro giudizii e nelle opere loro; il Governo italiano resisterà alle congiure comunque favorite dallo straniero.Crispi.»Ma se in quella circostanza la debolezza del Ressman potè dispiacere a Crispi, le ragioni del richiamo erano più lontane e furono sostanzialmente quelle indicate nel brano di diario qui avanti riferito.È poi insussistente, anzi è contrario al vero, ciò che il Billot ha affermato circa la cattiva impressione che il provvedimento del governo italiano avrebbe prodotto presso glialleatie circa i consigli di prudenza che da essi sarebbero stati dati.NelDiariodi Crispi troviamo:«6 gennaio ore 16 ½— Visita del barone de Bülow. Felicitazioni per richiamo di Ressman. Non godeva la fiducia nè dell'ambasciatore inglese, nè del germanico.»Al posto del Ressman fu inviato a Parigi il conte Tornielli, ambasciatore a Londra, il quale il 18 febbraio 1895 presentò [pg!176] le lettere credenziali al Presidente della Repubblica, Félix Faure, succeduto a Casimir-Perier, dimissionario il 15 gennaio di quello stesso anno. Il Tornielli, ricevuto con freddezza, potè grazie al suo tatto vincere dappoi le diffidenze e tenere degnamente la rappresentanza del suo paese. Le relazioni italo-francesi non mutarono, sebbene si evitassero nuovi incidenti. L'alleanza franco-russa, proclamata per la prima volta il 10 giugno alla tribuna parlamentare dai ministri Hanotaux e Ribot, non giovò davvero a ispirare idee pacifiche alla politica della Francia, la quale divenne più che mai altezzosa e attivamente malefica in Etiopia agl'interessi italiani.Di quest'azione parleremo altrove. [pg!177]

L'ambiente e gli statisti in Francia. — Gli ambasciatori De Moüy e Mariani e il ministro Spuller. — Come fu ricevuto il signor Billot. — La suaazione conciliante. — Il varo dellaSardegnae la mancata visita della squadra francese alla Spezia. — Illusioni francesi su l'on. di Rudinì. — La Triplice alleanza rinnovata. — Secondo Ministero Crispi. — Strascico dei fatti di Aigues-Mortes. — Politica di conciliazione. — Una missione segreta di Maurizio Rouvier. — Corrispondenza dell'ambasciatore Ressman. — Il richiamo di Ressman e le sue vere ragioni.

Sino al 1890 le relazioni franco-italiane erano state difficili. L'ostilità della Francia per la nostra alleanza con la Germania si era manifestata in tutti i modi e in tutti i campi, cagionando incidenti che avevano sempre più rafforzato la posizione dell'Italia in Europa e stretto i vincoli che la legavano ai due imperi centrali pel trattato rinnovato il 20 maggio 1887.

Deve però riconoscersi che nella lotta accanita che il governo francese aveva fatto ad ogni interesse italiano, gli uomini erano stati talvolta sospinti agli eccessi dall'ambiente, esagitato da una stampa che non ignorava alcuna intemperanza. L'ambasciatore conte de Moüy, ponendo fine alla sua missione a Roma, scriveva privatamente a Crispi, da Parigi, il 6 aprile 1889:

«J'avais à Rome la conviction d'avoir obtenu votre sympathie et votre estime: vous avez toujours compris, au cours des affaires que j'ai été chargé de suivre,combien souvent ma tâche m'était pénible, et combien aussi je m'efforçais d'y apporter de conciliation et cordialité.... Je [pg!152] n'oublierai jamais nos derniers entretiens qui m'ont si vivement ému; mon eloignement de Rome a été la grande douleur de ma vie diplomatique.»

«J'avais à Rome la conviction d'avoir obtenu votre sympathie et votre estime: vous avez toujours compris, au cours des affaires que j'ai été chargé de suivre,combien souvent ma tâche m'était pénible, et combien aussi je m'efforçais d'y apporter de conciliation et cordialité.... Je [pg!152] n'oublierai jamais nos derniers entretiens qui m'ont si vivement ému; mon eloignement de Rome a été la grande douleur de ma vie diplomatique.»

Il de Moüy era stato il rappresentante di una politica irritante che nel 1888 s'impersonò nel ministro Goblet, del quale lo stesso de Moüy scrisse in un suo libro26ch'era «mal preparé, par son caractère raide et irascible, au maniement des choses diplomatiques qu'il traitait pour la première fois; on lui reprochait ses opinions anguleuses et son style peu engageant».

E. Spuller, che succedette al Goblet come ministro degli affari esteri (febbraio 1889) e il Mariani che venne a Roma dopo il richiamo del de Moüy, non riuscirono ad agire contro la corrente ostile che in Francia travolgeva tutti,27ma non si [pg!153] astennero da dichiarazioni ch'erano la condanna di quell'ostilità senza misura.

Nel diario dei ricevimenti diplomatici di Crispi, sotto la data del 5 gennaio 1890 è scritto:

«Il signor Mariani mi legge una lettera dello Spuller. Il ministro scrive all'ambasciatore di dirmi ch'egli è rimasto sensibile alle parole da me pronunziate in Parlamento in occasione della legge che aboliva le tariffe differenziali. Incaricò quindi il Mariani di volermi ringraziare.Lo Spuller desidera che le relazioni fra i due paesi divengano cordiali, ed egli farà tutto il possibile perchè le cose migliorino nel campo economico.Il Mariani mi lesse una lettera fatta da lui a Spuller contro il corrispondente dell'Havasin Roma. Egli ne rileva il contegno strano, e fa considerare al suo ministro come cotesto sia un metodo che non può riuscire a vantaggio dei due paesi.Il signor Lavallette, oltre essere qui per l'Havas, è qui pelMatin, di cui tutti riconoscono il contegno ostile all'Italia. Il Mariani vorrebbe che il detto individuo servendo un'agenzia semi-ufficiale, lasciasse di collaborare in un giornale a noi nemico.»

«Il signor Mariani mi legge una lettera dello Spuller. Il ministro scrive all'ambasciatore di dirmi ch'egli è rimasto sensibile alle parole da me pronunziate in Parlamento in occasione della legge che aboliva le tariffe differenziali. Incaricò quindi il Mariani di volermi ringraziare.

Lo Spuller desidera che le relazioni fra i due paesi divengano cordiali, ed egli farà tutto il possibile perchè le cose migliorino nel campo economico.

Il Mariani mi lesse una lettera fatta da lui a Spuller contro il corrispondente dell'Havasin Roma. Egli ne rileva il contegno strano, e fa considerare al suo ministro come cotesto sia un metodo che non può riuscire a vantaggio dei due paesi.

Il signor Lavallette, oltre essere qui per l'Havas, è qui pelMatin, di cui tutti riconoscono il contegno ostile all'Italia. Il Mariani vorrebbe che il detto individuo servendo un'agenzia semi-ufficiale, lasciasse di collaborare in un giornale a noi nemico.»

Lo stesso Spuller, ricevendo il 10 ottobre precedente l'ambasciatore italiano a Parigi, aveva inveito «in termini violentissimi» contro il giornalismo francese,28e il 4 dicembre seguente non aveva taciuto al generale Menabrea i suoi sentimenti:

«Parigi, 5-12-1889, ore 2.10 s.Il telegramma del 1.º corr. che mi riferisce la conversazione di V. E. col Mariani, venne da questi confermato allo Spuller, il quale me ne espresse ieri la di lui viva soddisfazione. Egli mi disse essere vivamente contrastato da un partito che lo vorrebbe rovesciare coll'accusarlo di mostrare troppa condiscendenza verso l'Italia a detrimento della Francia stessa. Cionondimeno egli non tralascerà di lavorare attivamente per migliorare i rapporti fra i due paesi e stabilire fra loro unmodus vivendi, proprio [pg!154] a soddisfare i rispettivi interessi. Un violento articolo delFigarodi oggi si fa interprete dei sentimenti ostili che sono tuttora attizzati contro l'Italia; tuttavia, contro il gruppo opposizionista, che ci è il più contrario, sorge un nuovo gruppo assai più mite, capitanato da Léon Say, che propugna una politica economica più liberale!Menabrea.»

«Parigi, 5-12-1889, ore 2.10 s.

Il telegramma del 1.º corr. che mi riferisce la conversazione di V. E. col Mariani, venne da questi confermato allo Spuller, il quale me ne espresse ieri la di lui viva soddisfazione. Egli mi disse essere vivamente contrastato da un partito che lo vorrebbe rovesciare coll'accusarlo di mostrare troppa condiscendenza verso l'Italia a detrimento della Francia stessa. Cionondimeno egli non tralascerà di lavorare attivamente per migliorare i rapporti fra i due paesi e stabilire fra loro unmodus vivendi, proprio [pg!154] a soddisfare i rispettivi interessi. Un violento articolo delFigarodi oggi si fa interprete dei sentimenti ostili che sono tuttora attizzati contro l'Italia; tuttavia, contro il gruppo opposizionista, che ci è il più contrario, sorge un nuovo gruppo assai più mite, capitanato da Léon Say, che propugna una politica economica più liberale!

Menabrea.»

Il signor A. Billot, nominato dallo Spuller ambasciatore a Roma alla morte del Mariani, aveva ricevuto istruzioni di adoperarsi ad «appianare ogni screzio». Egli ha narrato in un libro29non scevro di prevenzioni, di errori e di reticenze, le vicende della vita politica italiana dal 1881 al 1899. Appena giunto fu informato che il giorno precedente erano stati espulsi dall'Italia i corrispondenti dell'Agenzia Havase delFigaro(uno, il Lavallette, era appunto quello la cui condotta era stata biasimata dal Mariani) e cotesto atto di rigore gli fece cattiva impressione, sebbene contemporaneamente fosse stato espulso anche un giornalista tedesco.30Il Billot manifesta ingenuamente con quale animo mettesse il piede in Roma raccogliendo la malignità che non fosse estraneo alla decisione di Crispi il fatto che quei giornalisti avevano annunziato il fallimento «d'une banque particulière, à la prospérité de laquelle Crispi, disait-on, avait des motifs de s'intéresser. C'en était assez pour motiver leur expulsion!»31

[pg!155]

Il nuovo ambasciatore chiese udienza e fu ricevuto il giorno stesso del suo arrivo. L'on. Crispi informava di cotesta visita l'ambasciata a Parigi col seguente telegramma:

«Ambasciata Italiana,Parigi.Roma, 13 aprile 1890.Il signor Billot è giunto questa mattina; mi ha subito domandato udienza e l'ho ricevuto alle cinque.Mi narrò le vicende della sua nomina, spiegando il ritardo della sua venuta a Roma. Disse aver esposto a Ribot ciò che si proponeva di dire a Spuller quanto alla sua linea di condotta verso l'Italia: circa la politica coloniale italiana, non intralciare la nostra espansione; circa la questione tunisina far sì che gli Italiani dovessero trovarsi nella Reggenza ed esservi trattati come a casa loro. Su tutte le altre questioni disse proporsi di procedere amichevolmente per appianare ogni screzio, nel quale compito la via gli era stata facilitata da Mariani, alla cui memoria era grato. Gli dissi, a mia volta, che ero animato da intenzioni identiche alle sue; che la stampa francese non ci era amica, il che non mi impedisce di amar la Francia, di amarla anzi come un francese, senza cessare di essere conscio dei doveri che mi impone la mia qualità di Ministro, ossia di difensore degli interessi italiani. Gli ricordai che ho trovata la Triplice Alleanza fatta e che da uomo onesto devo esservi fedele. Gli dissi che mi si imputavano colpe che non sono mie, come gli incidenti di Firenze e di Massaua, nei quali la ragione era nostra, come tutta Europa riconobbe. Gli narrai come nel 1877, essendo non ministro, ma presidente della Camera, fossi andato a Berlino ed a Gastein per vedervi il Principe di Bismarck, con cui avevo già rapporti; come, per andarvi, fossi passato per Parigi e là avessi veduto Gambetta; come Gambetta mi avesse pregato di far aperture a Bismarck in vista di un disarmo; come, tornando dalla Germania, fossi nuovamente passato da Parigi ed avessi riferito a Gambetta, a Emilio di Girardin e ad altri quanto avevo detto ed udito, e che, circa al disarmo, Bismarck lo avrebbe desiderato, ma non lo riteneva possibile. Soggiunsi [pg!156] che, venuto al potere, il mio desiderio e la mia speranza erano stati di poter servire di tratto d'unione tra la Francia e la Germania e di curare che la Triplice Alleanza non riuscisse alla Francia di pregiudizio; che queste erano tuttora le mie intenzioni e che egli mi troverebbe sempre disposto a far tutto il possibile per riavvicinare maggiormente l'Italia alla Francia, a cui sarebbe follìa voler muovere guerra e che, come ogni italiano, considero necessaria all'Europa ed al nostro paese, per la sua posizione geografica, per le sue tradizioni, per la sua affinità con noi, ecc. Ho trovato nel signor Billot una persona ammodo e simpatica, e credo non errare dicendo che ci lasciammo egualmente soddisfatti l'uno dell'altro.Crispi.»

«Ambasciata Italiana,Parigi.

«Ambasciata Italiana,Parigi.

«Ambasciata Italiana,

Parigi.

Parigi.

Roma, 13 aprile 1890.

Il signor Billot è giunto questa mattina; mi ha subito domandato udienza e l'ho ricevuto alle cinque.

Mi narrò le vicende della sua nomina, spiegando il ritardo della sua venuta a Roma. Disse aver esposto a Ribot ciò che si proponeva di dire a Spuller quanto alla sua linea di condotta verso l'Italia: circa la politica coloniale italiana, non intralciare la nostra espansione; circa la questione tunisina far sì che gli Italiani dovessero trovarsi nella Reggenza ed esservi trattati come a casa loro. Su tutte le altre questioni disse proporsi di procedere amichevolmente per appianare ogni screzio, nel quale compito la via gli era stata facilitata da Mariani, alla cui memoria era grato. Gli dissi, a mia volta, che ero animato da intenzioni identiche alle sue; che la stampa francese non ci era amica, il che non mi impedisce di amar la Francia, di amarla anzi come un francese, senza cessare di essere conscio dei doveri che mi impone la mia qualità di Ministro, ossia di difensore degli interessi italiani. Gli ricordai che ho trovata la Triplice Alleanza fatta e che da uomo onesto devo esservi fedele. Gli dissi che mi si imputavano colpe che non sono mie, come gli incidenti di Firenze e di Massaua, nei quali la ragione era nostra, come tutta Europa riconobbe. Gli narrai come nel 1877, essendo non ministro, ma presidente della Camera, fossi andato a Berlino ed a Gastein per vedervi il Principe di Bismarck, con cui avevo già rapporti; come, per andarvi, fossi passato per Parigi e là avessi veduto Gambetta; come Gambetta mi avesse pregato di far aperture a Bismarck in vista di un disarmo; come, tornando dalla Germania, fossi nuovamente passato da Parigi ed avessi riferito a Gambetta, a Emilio di Girardin e ad altri quanto avevo detto ed udito, e che, circa al disarmo, Bismarck lo avrebbe desiderato, ma non lo riteneva possibile. Soggiunsi [pg!156] che, venuto al potere, il mio desiderio e la mia speranza erano stati di poter servire di tratto d'unione tra la Francia e la Germania e di curare che la Triplice Alleanza non riuscisse alla Francia di pregiudizio; che queste erano tuttora le mie intenzioni e che egli mi troverebbe sempre disposto a far tutto il possibile per riavvicinare maggiormente l'Italia alla Francia, a cui sarebbe follìa voler muovere guerra e che, come ogni italiano, considero necessaria all'Europa ed al nostro paese, per la sua posizione geografica, per le sue tradizioni, per la sua affinità con noi, ecc. Ho trovato nel signor Billot una persona ammodo e simpatica, e credo non errare dicendo che ci lasciammo egualmente soddisfatti l'uno dell'altro.

Crispi.»

In realtà la politica francese verso l'Italia non accennò a mutare sebbene Crispi non tralasciasse occasione di manifestare le sue intenzioni amichevoli, e l'ambasciatore Billot non fece nulla per eliminare gli screzi, non solo, ma s'impose il compito ch'egli stesso confessa nel suo libro:

«Le discours de Florence32laissait l'impression générale que Crispi était plus que jamais convaincu de la nécessité de la Triple-Alliance et décidé dès lors à en renouveler les engagements à l'échéance ou même auparavant.... Tant que Crispi resterait aux affaires, notre diplomatie n'aurait qu'à s'appliquer patiemment, par uneaction conciliante, à faciliter l'évolutionque les intérêts réussiraient sans doute à déterminer avec le temps.»33

L'azione conciliantefu dimostrata dalla diplomazia francese in tutte le questioni che si presentarono, a cominciare dalla conferenza anti-schiavista di Bruxelles, dove non si prese la pena di dissimulare il suo astio per la posizione che l'Italia aveva acquistato in Etiopia; e quanto afacilitare l'evoluzione, il Billot non esitò a ricorrere a mezzi poco corretti, dei quali Crispi si lagnava nel seguente telegramma del 12 novembre 1890: [pg!157]

«General Menabrea Ambasciata Italiana,Parigi.Il Governo francese, continuando le tradizioni della prima Repubblica, fa propaganda repubblicana in Italia, spendendo danari per la stampa ostile a noi. Al palazzo Farnese vanno continuamente a confabulare giornalisti nemici della Monarchia e da parecchi mesi vengono da Parigi emissarii a scopo di favorire coloro che combattono le istituzioni. Ultimamente è venuto anche il signorM....dellaP....il cui contegno fu assai biasimevole.La mia condotta corretta, irreprensibile verso i Bonaparte congiunti della nostra famiglia reale, quando le discordie politiche in Francia erano ardenti, prova che io non uso di armi insidiose contro il Governo della Repubblica.»

«General Menabrea Ambasciata Italiana,Parigi.

«General Menabrea Ambasciata Italiana,Parigi.

«General Menabrea Ambasciata Italiana,

Parigi.

Parigi.

Il Governo francese, continuando le tradizioni della prima Repubblica, fa propaganda repubblicana in Italia, spendendo danari per la stampa ostile a noi. Al palazzo Farnese vanno continuamente a confabulare giornalisti nemici della Monarchia e da parecchi mesi vengono da Parigi emissarii a scopo di favorire coloro che combattono le istituzioni. Ultimamente è venuto anche il signorM....dellaP....il cui contegno fu assai biasimevole.

La mia condotta corretta, irreprensibile verso i Bonaparte congiunti della nostra famiglia reale, quando le discordie politiche in Francia erano ardenti, prova che io non uso di armi insidiose contro il Governo della Repubblica.»

Il Billot, naturalmente, afferma che il governo italiano non secondasse il desiderio del governo francese di rannodare relazioni di benevolenza e di affari, e cita, a prova della sua asserzione, l'incidente del varo dellaSardegna.

Il varo di questa corazzata — egli racconta — doveva farsi a Spezia nella seconda metà del settembre; i giornali italiani avevano annunziato che probabilmente vi avrebbe assistito il Re. Il ministero francese volendo ricambiare la visita a Tolone di una squadra italiana, fatta in occasione della presenza colà del Presidente della Repubblica, «decise prontamente» di mandare a Spezia, per ossequiare il Re Umberto, una squadra francese; e il 28 agosto l'ambasciatore di Francia fece analoga comunicazione alla Consulta, domandando quale fosse la data fissata pel varo. Ma Crispi si affrettò a rispondere «qu'il ne croyait pas que sa Majesté eût l'intention» di recarsi alla Spezia e tre giorni dopo faceva pubblicare dall'Agenzia Stefani il seguente comunicato:

«Spezia, 31 agosto.Il varo dellaSardegnaavrà luogo il 21 settembre.S. M. il Re, dovendosi trovare in quel tempo a Firenze per assistervi, come fu già annunziato, all'inaugurazione [pg!158] del monumento di Re Vittorio Emanuele, ha delegato a rappresentarlo al varo dellaSardegnaS. A. R. il Duca di Genova.»

«Spezia, 31 agosto.

Il varo dellaSardegnaavrà luogo il 21 settembre.

S. M. il Re, dovendosi trovare in quel tempo a Firenze per assistervi, come fu già annunziato, all'inaugurazione [pg!158] del monumento di Re Vittorio Emanuele, ha delegato a rappresentarlo al varo dellaSardegnaS. A. R. il Duca di Genova.»

Il Billot nel trascrivere questo comunicato salta le parole «come fu già annunziato». E registra tutte le ipotesi che furono fatte in Francia e in Italia per spiegare «la decisione improvvisa di Crispi», mostrandosi incerto se credere a quella che accennava al proposito di evitare un avvenimento favorevole al ravvicinamento franco-italiano per non fare dispiacere alla Germania, o all'altra che si riferiva a considerazioni di politica interna. Comunque, egli conclude, «personne n'hésitait à en rejeter sur Crispi la responsabilité exclusive».

La verità non è quella narrata dal Billot. Il governo italiano sarebbe stato lieto dell'atto di cortesia della Francia, ed era assurdo credere altrimenti, dopochè l'Italia aveva spontaneamente per la prima mandato una squadra a Tolone. Quello che dispiacque al Re fu la discussione fatta dalla stampa francese circa l'opportunità di quell'atto, discussione nella quale l'idea della visita era stata aspramente criticata, e, come allora soleva, le ingiurie all'Italia e al suo Re erano state dispensate a piene mani.

Quando il governo francese annunziò la sua decisione, questa era passata attraverso tali dissensi che aveva perduto il profumo della spontaneità; non era la prima volta che i giornali rendevano un cattivo servizio alla politica della Francia. E fu proprio il Re, senza alcun suggerimento di Crispi, che decise di non recarsi al varo dellaSardegna. Infatti è del 27 agosto — e non del 28, come narra il Billot — la domanda che questi fece alla Consulta, e porta la data del 27 il seguente telegramma:

«S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di S. M.Montechiari.Ambasciatore di Francia mi ha fatto chiedere epoca nella quale S. M. il Re si troverebbe alla Spezia, accennando intenzione suo Governo di mandarvi parte squadra francese per ossequiare la Maestà Sua. Attendo gli ordini di S. M, per la risposta da dare al signor Billot.Crispi.»

«S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di S. M.Montechiari.

«S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di S. M.Montechiari.

«S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di S. M.

Montechiari.

Montechiari.

Ambasciatore di Francia mi ha fatto chiedere epoca nella quale S. M. il Re si troverebbe alla Spezia, accennando intenzione suo Governo di mandarvi parte squadra francese per ossequiare la Maestà Sua. Attendo gli ordini di S. M, per la risposta da dare al signor Billot.

Crispi.»

[pg!159]

Questo telegramma era appena partito quando giunse a Crispi una lettera del Rattazzi, ministro della real Casa, datata da Montechiari, 26 agosto, nella quale riferiva in questa guisa la volontà del Re:

«I giornali francesi continuano a discorrere della visita della squadra francese alla Spezia in occasione del varo dellaSardegna. Per norma di V. E., è intenzione di S. M. di astenersi dall'assistere al varo dellaSardegna.»

«I giornali francesi continuano a discorrere della visita della squadra francese alla Spezia in occasione del varo dellaSardegna. Per norma di V. E., è intenzione di S. M. di astenersi dall'assistere al varo dellaSardegna.»

Crispi approvò la decisione del Re di non recarsi alla Spezia, ne fece avvertito il Billot e telegrafò a Parigi il 28:

«Ambasciata Italiana,Parigi.Ringraziando il signor Ribot della cortese intenzione, Ella può prevenirlo — quando le occorra vederlo — che S. M. il Re non è per recarsi alla Spezia per il varo dellaSardegna, nè che a tale gita potrebbero offrire occasione le manovre della nostra flotta, essendo queste terminate.Crispi.»

«Ambasciata Italiana,Parigi.

«Ambasciata Italiana,Parigi.

«Ambasciata Italiana,

Parigi.

Parigi.

Ringraziando il signor Ribot della cortese intenzione, Ella può prevenirlo — quando le occorra vederlo — che S. M. il Re non è per recarsi alla Spezia per il varo dellaSardegna, nè che a tale gita potrebbero offrire occasione le manovre della nostra flotta, essendo queste terminate.

Crispi.»

Il ritiro dell'on. Crispi dal governo pel voto parlamentare del 21 gennaio 1891, se fu salutato unanimemente dalla stampa francese come un fausto avvenimento, non migliorò punto la condotta della Francia verso l'Italia. Non era da attendersi il ritorno immediato ai rapporti commerciali convenzionali tra i due paesi, poichè sussisteva nel protezionismo dominante in Francia l'ostacolo che aveva reso impossibile, al principio del 1888, la stipulazione di un nuovo trattato di commercio; ma una prova di migliori disposizioni e un incoraggiamento alla presunta francofilia del Ministero Rudinì poteva esser data con la rinunzia alle tariffe differenziali che Crispi aveva abolito, per parte nostra, sin dal 1.º gennaio 1890. La Francia, in fondo, attraverso Crispi, aveva combattuta l'Italia perchè alleata con la Germania, e non era disposta a contentarsi delle dichiarazioni amichevoli del nuovo gabinetto italiano, come non si era arresa alle ripetute dichiarazioni amichevoli di Crispi; essa [pg!160] esigeva che l'Italia si ritirasse dalla Triplice alleanza. E il suo ambasciatore a Roma aspettava fidente la scadenza del trattato, cioè il 20 maggio 1892:

«Si M. Rudinì s'abstenait, par une réserve bien explicable, de manifester ses intentions relativement à la prolongation de laTriplice, divers motifs permettaient de supposer qu'il était, au fond, d'accord avec ceux qui désiraient, à l'échéance, rendre à l'Italie sa complète liberté d'action.»34

«Si M. Rudinì s'abstenait, par une réserve bien explicable, de manifester ses intentions relativement à la prolongation de laTriplice, divers motifs permettaient de supposer qu'il était, au fond, d'accord avec ceux qui désiraient, à l'échéance, rendre à l'Italie sa complète liberté d'action.»34

Ma l'illusione non fu di lunga durata; l'on Rudinì, che aveva chiamato alla Consulta come suo collaboratore il conte d'Arco, anti-triplicista dichiarato, dopo qualche mese di ambiguità rinnovò (giugno 1891) il trattato che aveva ancora quasi un anno di vita.

Rinnovato il trattato del 1887 senza portarvi alcuna modificazione. l'on. Rudinì iniziò quella politica «in partita doppia» il cui primo effetto fu di alienarci l'appoggio incondizionato degli alleati, senza disarmare l'inimicizia della Francia. L'unico vantaggio raggiunto da questa politica fu di mitigare il linguaggio della stampa francese; ma lo spirito pubblico in Francia non mutò a nostro riguardo, e i deplorevoli eccessi di Aigues-Mortes lo dimostrarono. Perchè i nostri vicini d'oltre Alpi ci guardassero con occhio meno arcigno, l'Italia dovette abbandonare senza compensi la difesa dei suoi diritti in Tunisia, e fu l'on. Rudinì che si assunse questa responsabilità tra il primo e il secondo suo ministero, con la rinunzia al nostro veto per le fortificazioni di Biserta e con le convenzioni italo-tunisine del 28 settembre 1896.

Sembra che facesse dippiù. Il 13 ottobre 1891 il signor Giers, Cancelliere russo, trovandosi di passaggio in Italia fu invitato dal Re Umberto a recarsi a Monza. Presente al colloquio era il marchese di Rudinì. Si discorse della situazione politica europea e della necessità di adoperarsi al mantenimento della pace. Il Re avrebbe detto al barone Blanc che si sarebbe convenuto in quell'incontro l'intervento della Russia in nostro favore, ove mai avvenisse uncasus foederis. Non si comprende [pg!161] bene la possibilità di un tale intervento se non supponendo che l'Italia, offesa dalla Francia, rinunziasse alcasus foederisin vantaggio dei suoi alleati, o che questi facessero altrettanto nel caso che ilcasus foederissi verificasse nel loro interesse. Nell'un caso o nell'altro la Russia interverrebbe come mediatrice e sarebbe l'arbitra della pace in Europa. Ma è da osservarsi che si sarebbe fatta astrazione dall'importanza del litigio, e la pacificazione sarebbe sempre a danno del più debole.

————

————

Crispi compose il suo secondo ministero in dicembre 1893, all'indomani dei tristi fatti di Aigues-Mortes, dove molti operai italiani erano stati uccisi o feriti determinando in Italia un vivo risentimento, accresciutosi dipoi pel verdetto della Corte di Angoulême che assolse gli uccisori. Si presentò subito una questione delicata per l'indennità dovuta alle vittime o alle loro famiglie. Il governo francese si dichiarò pronto a presentare alle Camere un progetto di legge pel pagamento della somma di 420 000 franchi, ma esigeva che anche da parte del governo italiano si riconoscesse dovuta una indennità di 30 000 franchi ai cittadini francesi residenti in Italia, i quali erano stati danneggiati durante le dimostrazioni popolari provocate da quei fatti. Cotesta esigenza era ingiustificata, e senza precedenti; tuttavia, per troncare l'increscioso incidente, Crispi ordinò che i 30 000 franchi fossero pagati, senza indagare circa l'esistenza degli asseriti danni.

L'emozione prodotta in Italia per le manifestazioni di odio che avevano determinato e accompagnato le uccisioni di Aigues-Mortes, dette occasione al governo francese ad apprestamenti militari alla frontiera italiana. E quando Crispi fu obbligato, appena ripreso il potere, a richiamare una classe sotto le armi e a rimandare in Sicilia navi della R. Marina, che aveva dapprima richiamate, per ristabilire l'ordine pubblico gravemente compromesso, la stampa francese volle vedere in quelle misure nientemeno che i prodromi di una prossima dichiarazione di guerra! L'ambasciata d'Italia a Parigi riferiva che la nuova campagna giornalistica suscitava inquietudini anche nei circoli parlamentari francesi, e Crispi dovette far dire direttamente e per mezzo delle Cancellerie delle potenze amiche che quelle inquietudini erano davvero assurde e quasi puerili. [pg!162]

Il 19 marzo 1894 il duca di Cambridge, il venerando capo dell'esercito britannico, trovandosi di passaggio a Madrid, esprimeva all'ambasciatore Maffei la profonda impressione che aveva ricevuto osservando sulla frontiera franco-italiana alle Alpi marittime «uno straordinario aumento di truppe in pieno assetto di guerra» come se quel paese, da Cannes a Ventimiglia, «fosse attualmente oggetto di una occupazione militare».

Il portafoglio degli affari esteri era stato affidato al barone Blanc, già ambasciatore a Costantinopoli e bene al corrente della situazione internazionale. La Francia, come si è detto, stava tuttavia in armi, mentre le relazioni con la Germania, l'Austria-Ungheria e l'Inghilterra, da ottime che erano state sino al 1891, si erano fatte tepide durante i tre anni seguenti. Pur cercando, per quanto era possibile, di rinnovare la intimità che aveva dato eccellenti risultati governando in Germania il principe di Bismarck, l'on. Blanc volle fare il tentativo di troncare la politica di dispetti della Francia, mostrandole il sincero desiderio nostro di amicizia.

Occorreva per ciò un ambasciatore di grande autorità a Parigi, e l'on. Blanc ebbe l'idea che cotesto rappresentante potesse essere il conte Nigra, il quale si trovava a Vienna, ed era stato ambasciatore in Francia per lunghi anni, sotto l'Impero e anche con la Repubblica, sino al 1876. La corrispondenza che segue fa testimonianza del proposito del Blanc, cui non mancò l'appoggio di Crispi:

«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 18-3-1894.(Personale). D'accordo col Presidente del Consiglio, La prego rendere un grande servizio al Re e al Paese accettando di ritornare a Parigi. Conoscendo il Suo alto patriottismo sono convinto che nessuna considerazione secondaria la farà esitare, potendo Ella meglio di chicchessia assecondarci in una opera di pacificazione che richiede speciale autorevolezza. Pensi alle gravi circostanze del Paese che più che mai domandano l'incondizionata abnegazione già da Lei tante volte dimostrata per il bene pubblico.Blanc.»

«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.

«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.

«Conte Nigra Ambasciata Italiana,

Vienna.

Vienna.

Roma, 18-3-1894.

(Personale). D'accordo col Presidente del Consiglio, La prego rendere un grande servizio al Re e al Paese accettando di ritornare a Parigi. Conoscendo il Suo alto patriottismo sono convinto che nessuna considerazione secondaria la farà esitare, potendo Ella meglio di chicchessia assecondarci in una opera di pacificazione che richiede speciale autorevolezza. Pensi alle gravi circostanze del Paese che più che mai domandano l'incondizionata abnegazione già da Lei tante volte dimostrata per il bene pubblico.

Blanc.»

[pg!163]

«S. E. Blanc,Roma.Vienna, 18-3-1894.(Personale). Se fossi persuaso che la mia presenza a Parigi potesse giovare all'opera di pacificazione che è nelle intenzioni del R. Governo, non esiterei, malgrado ogni convenienza personale, ad accettare la proposta fattami in termini così lusinghieri; ma io sono convinto che i miei precedenti ben noti devono precludermi per sempre l'ambasciata a Parigi. Le ricorderò che questi stessi precedenti impegnarono il Ministero Depretis nel 1876 a richiamarmi da quel posto. In tale convinzione, debbo ricusare un incarico che io so positivamente di non potere disimpegnare. Ho poi qualche ragione di credere che il mio trasloco farebbe cattiva impressione qui dove la mia azione sembra essere apprezzata. Non insisto su quest'ultimo motivo non avendo io la presunzione di credere che altri non possa fare in questo posto quanto io fo. Insisto invece sulla mia incompatibilità a Parigi, circa la quale la mia convinzione è inconcussa.Nigra.»

«S. E. Blanc,Roma.

«S. E. Blanc,Roma.

«S. E. Blanc,

Roma.

Roma.

Vienna, 18-3-1894.

(Personale). Se fossi persuaso che la mia presenza a Parigi potesse giovare all'opera di pacificazione che è nelle intenzioni del R. Governo, non esiterei, malgrado ogni convenienza personale, ad accettare la proposta fattami in termini così lusinghieri; ma io sono convinto che i miei precedenti ben noti devono precludermi per sempre l'ambasciata a Parigi. Le ricorderò che questi stessi precedenti impegnarono il Ministero Depretis nel 1876 a richiamarmi da quel posto. In tale convinzione, debbo ricusare un incarico che io so positivamente di non potere disimpegnare. Ho poi qualche ragione di credere che il mio trasloco farebbe cattiva impressione qui dove la mia azione sembra essere apprezzata. Non insisto su quest'ultimo motivo non avendo io la presunzione di credere che altri non possa fare in questo posto quanto io fo. Insisto invece sulla mia incompatibilità a Parigi, circa la quale la mia convinzione è inconcussa.

Nigra.»

«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.19-3-94.(Personale). Sua accettazione avrebbe alto valore di confermare programma suo e del Conte Kálnoky che alleanze pacifiche sono conciliabili con buone relazioni con Francia come con Russia. Suo rifiuto porrebbe in gran dubbio possibilità di tale programma.Il Governo, giudice delle necessità attuali, deve insistere nel fare appello al suo patriottismo ed alla sua deferenza ai desideri di Sua Maestà.Crispi.»

«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.

«Conte Nigra Ambasciata Italiana,Vienna.

«Conte Nigra Ambasciata Italiana,

Vienna.

Vienna.

19-3-94.

(Personale). Sua accettazione avrebbe alto valore di confermare programma suo e del Conte Kálnoky che alleanze pacifiche sono conciliabili con buone relazioni con Francia come con Russia. Suo rifiuto porrebbe in gran dubbio possibilità di tale programma.

Il Governo, giudice delle necessità attuali, deve insistere nel fare appello al suo patriottismo ed alla sua deferenza ai desideri di Sua Maestà.

Crispi.»

[pg!164]

«A S. E. Crispi,Roma.Vienna, 19-3-1894.(Personale). Il programma cui Ella accenna può e dev'essere tentato, ma appunto perchè l'esito è difficile e dubbio conviene scegliere per un tale tentativo la persona adatta. Io non sono questa persona e i miei precedenti mi rendono incompatibile col posto di Parigi. Voglia farmi l'onore di credermi perchè so positivamente ciò che le affermo. Sarei lieto se potessi impiegare le forze che mi restano nel modo desiderato dal Re e da Lei, ma il mio ritorno a Parigi è da me considerato come una impossibilità storica e morale e nuocerebbe anzichè giovare all'attuazione del programma che si ha in vista. Scrivo questo all'amico più che al ministro. La prego di non insistere e di non rendermi più dolorosa la necessità in cui Ella mi mette di negarle qualche cosa. Io la servo qui con fedeltà e devozione e amo credere con soddisfazione dei due Governi.Nigra.»

«A S. E. Crispi,Roma.

«A S. E. Crispi,Roma.

«A S. E. Crispi,

Roma.

Roma.

Vienna, 19-3-1894.

(Personale). Il programma cui Ella accenna può e dev'essere tentato, ma appunto perchè l'esito è difficile e dubbio conviene scegliere per un tale tentativo la persona adatta. Io non sono questa persona e i miei precedenti mi rendono incompatibile col posto di Parigi. Voglia farmi l'onore di credermi perchè so positivamente ciò che le affermo. Sarei lieto se potessi impiegare le forze che mi restano nel modo desiderato dal Re e da Lei, ma il mio ritorno a Parigi è da me considerato come una impossibilità storica e morale e nuocerebbe anzichè giovare all'attuazione del programma che si ha in vista. Scrivo questo all'amico più che al ministro. La prego di non insistere e di non rendermi più dolorosa la necessità in cui Ella mi mette di negarle qualche cosa. Io la servo qui con fedeltà e devozione e amo credere con soddisfazione dei due Governi.

Nigra.»

Il proposito del ministero Crispi di migliorare le relazioni franco-italiane era ben accetto a taluni uomini politici influenti della Francia, quali Léon Say e Maurizio Rouvier, ex-ministri.

In aprile il Rouvier venne segretamente a Roma, ed ebbe due colloqui con Crispi, il 14 e il 16 di quel mese, nei quali fu convenuta un'azione simultanea a Parigi per indurre il governo francese e la stampa parigina a cooperarsi per un riavvicinamento tra le due nazioni, il quale avrebbe avuto per base la riattivazione dei rapporti commerciali mediante la concessione reciproca della condizione della nazione più favorita, e la cessione della ferrovia Tunisi-Goletta alla Francia. Naturalmente, il primo ostacolo da superarsi era l'ostilità dell'opinione pubblica francese, della quale era schiavo il governo, presieduto allora dal signor Casimir-Perier. Questi, informato dal Rouvier dei colloqui avuti con Crispi, si dichiarò favorevole in massima; disse anzi al suo interlocutore: «la politica che noi seguiamo non ha altro risultato che diéterniser et aggraver la Triplice, la quale non è causa, ma conseguenza dei malintesi. [pg!165] «E aggiunse che se a stipulare un accordo poteva rattenerlo prima la considerazione ch'esso avrebbe rafforzato la posizione di un uomo considerato in Francia come gallofobo, doveva ora convenire che tale prevenzione era vinta dal procedere leale di Crispi e riconoscere che questi poteva fare in Italia ciò che altri non avrebbe potuto, nè osato. Circa l'accordo commerciale il Casimir-Perier disse che la corrente protezionista in Francia aveva ecceduto i limiti, e che v'era qualcosa da fare per modificare un indirizzo anche politicamente nocivo; ma che temeva l'opposizione dei meridionali per i vini. Concluse che era necessario assicurarsi della Camera.

Il gabinetto Casimir-Perier rimase in minoranza alla Camera il 30 maggio; lo sostituì un gabinetto Dupuy, nel quale il signor Hanotaux ebbe la direzione degli affari esteri. Il 24 giugno un anarchico italiano, Caserio, uccise a Lione il presidente della Repubblica, Sadi Carnot. Il governo e il popolo d'Italia, sinceramente commossi per quel delitto, manifestarono il loro cordoglio con tale solennità che a molti in Francia parve rivelare sentimenti non sospettati. Disgraziatamente, il buon effetto di quella manifestazione fu in gran parte perduto per i maltrattamenti usati in Francia a italiani colà residenti e per la ripercussione che essi ebbero in Italia.

In luglio il Rouvier riprese l'opera sua presso il ministro Hanotaux, dal quale ebbe la promessa che durante le prossime vacanze parlamentari gli si sarebbe affidata la missione di venire in Italia per discutere con Crispi le basi di un accordo. Ma quando venne a concretare i suoidesiderata, l'Hanotaux chiese che l'Italia riconoscesse senza restrizioni il protettorato francese in Tunisia e accettasse una convenzione per la neutralizzazione dell'Harrar. Come corrispettivo offriva di non sollevare questioni per l'occupazione italiana di Kassala, che non interessava la Francia, e di non prendere partito in Etiopia nè pro, nè contro l'Italia. Nulla circa le relazioni commerciali; nulla circa la Tripolitania.

Il signor Rouvier pensò bene che non si voleva un accordo con l'Italia e rinunziò alla propria iniziativa. [pg!166]

Sulla politica francese verso l'Italia gettano luce le lettere private che a Crispi scriveva il Ressman, succeduto al generale Menabrea come ambasciatore a Parigi. Ne riferiamo alcuni brani, avvertendo che il Ressman, per la sua lunga permanenza in Francia e pel suo carattere conciliante, era un ottimista:

«Qui la situazione è molto chiara. La Francia non vuole per ora la guerra. In tutti i casi, non avendo un Trattato formale colla Russia, avendo soltanto o la fede, o la promessa d'essere assistita dalla Russia se fosse attaccata, non vuole attaccare ed evita possibilmente ogni provocazione. Profondamente turbata da un continuo lavorio sotterraneo, essa guarda da ogni parte, è facile ai sospetti e sospetta noi più di tutti. Su Lei in ispecie ha fermi gli occhi, diffidando ma non sapendo ancora se debba sperare o temere. Epperò le più strane interpretazioni di ogni suo atto sono ammesse, discusse e influiscono talvolta sullo stesso atteggiamento degli uomini del Governo» (24 gennaio 1894).

«Qui la situazione è molto chiara. La Francia non vuole per ora la guerra. In tutti i casi, non avendo un Trattato formale colla Russia, avendo soltanto o la fede, o la promessa d'essere assistita dalla Russia se fosse attaccata, non vuole attaccare ed evita possibilmente ogni provocazione. Profondamente turbata da un continuo lavorio sotterraneo, essa guarda da ogni parte, è facile ai sospetti e sospetta noi più di tutti. Su Lei in ispecie ha fermi gli occhi, diffidando ma non sapendo ancora se debba sperare o temere. Epperò le più strane interpretazioni di ogni suo atto sono ammesse, discusse e influiscono talvolta sullo stesso atteggiamento degli uomini del Governo» (24 gennaio 1894).

«Illustre Presidente ed amico carissimo,Non volli dopo il mio ritorno a Parigi attediarla con lettere vuote e non Le scrissi, ma agii indefessamente con anima, per secondare nel limite delle mie attribuzioni l'opera di pacificazione ch'Ella sì magistralmente va compiendo all'interno e che deve anche nei rapporti con questo paese produrre i risultati ai quali mira la Sua politica. Non v'è dubbio che l'orizzonte qui, verso il confine italiano, si rischiara a poco a poco, che v'è intransigenza molto minore e che si comincia a renderle giustizia, l'ingiustizia in fondo non essendo mai consistita che nei timori che in diverse circostanze il suo patriottismo ed il suo valore ispiravano. Fu un buon sintomo anche il modo con cui le due Camere votarono l'accordo monetario. In altri tempi sarebbe bastata l'idea che ciò potesse giovare all'Italia per suscitare proteste.Già un paio di volte, in conversazioni puramente confidenziali col signor Casimir-Perier, esprimendogli il voto che si potesse qui darci qualche prova di buon volere lo condussi a parlarmi per il primo dei rapporti commerciali. La sua personale influenza sulla Camera è [pg!167] grande, e le sue intenzioni sono buone. Ne ho la prova anche dal fatto che in un recente convegno coi Ministri delle Finanze, del Commercio e dell'Agricoltura, egli accampò la questione se fosse possibile di trovare una maggioranza in caso d'accordi con noi, almeno parziali, sulla base della tariffa minima. Senza parlarmi di questo convegno, egli ieri mi disse che non si fiderebbe di presentare alla Camera un accordo con noi, se non fosse preceduto un accordo più facilmente accettabile con altra Potenza (la Svizzera), e che rispetto a noi una insormontabile difficoltà verrebbe sempre dai vini, giacchè coll'eccesso della presente produzione nel mezzogiorno della Francia tutti i viticoltori si alzerebbero come un solo uomo contro il Ministro che proponesse di riaprire più larghe le porte della concorrenza italiana.Gli risposi che forse a questo punto, abbassando pure alquanto la tariffa massima, potrebbe esservi modo d'intendersi mediante altri compensi. A questo proposito Vostra Eccellenza stimerà senza dubbio utile, come lo chiesi costì al conte Antonelli, di far studiare in confronto della tariffa minima francese le concessioni da noi offribili nell'eventualità di una futura trattativa. A me, ora per allora, gioverebbe d'essere informato delle intenzioni del E. Governo e del limite delle possibili sue concessioni.Il signor Casimir-Perier, che ha agito in un senso conciliante verso di noi sopra una buona parte della stampa, mi disse d'avere visti personalmente otto Direttori a tal fine e m'espresse il suo compiacimento per il linguaggio che ora tien verso la Francia la stampa italiana. A ciò il Quai d'Orsay bada molto» (22 marzo).

«Illustre Presidente ed amico carissimo,

«Illustre Presidente ed amico carissimo,

«Illustre Presidente ed amico carissimo,

Non volli dopo il mio ritorno a Parigi attediarla con lettere vuote e non Le scrissi, ma agii indefessamente con anima, per secondare nel limite delle mie attribuzioni l'opera di pacificazione ch'Ella sì magistralmente va compiendo all'interno e che deve anche nei rapporti con questo paese produrre i risultati ai quali mira la Sua politica. Non v'è dubbio che l'orizzonte qui, verso il confine italiano, si rischiara a poco a poco, che v'è intransigenza molto minore e che si comincia a renderle giustizia, l'ingiustizia in fondo non essendo mai consistita che nei timori che in diverse circostanze il suo patriottismo ed il suo valore ispiravano. Fu un buon sintomo anche il modo con cui le due Camere votarono l'accordo monetario. In altri tempi sarebbe bastata l'idea che ciò potesse giovare all'Italia per suscitare proteste.

Già un paio di volte, in conversazioni puramente confidenziali col signor Casimir-Perier, esprimendogli il voto che si potesse qui darci qualche prova di buon volere lo condussi a parlarmi per il primo dei rapporti commerciali. La sua personale influenza sulla Camera è [pg!167] grande, e le sue intenzioni sono buone. Ne ho la prova anche dal fatto che in un recente convegno coi Ministri delle Finanze, del Commercio e dell'Agricoltura, egli accampò la questione se fosse possibile di trovare una maggioranza in caso d'accordi con noi, almeno parziali, sulla base della tariffa minima. Senza parlarmi di questo convegno, egli ieri mi disse che non si fiderebbe di presentare alla Camera un accordo con noi, se non fosse preceduto un accordo più facilmente accettabile con altra Potenza (la Svizzera), e che rispetto a noi una insormontabile difficoltà verrebbe sempre dai vini, giacchè coll'eccesso della presente produzione nel mezzogiorno della Francia tutti i viticoltori si alzerebbero come un solo uomo contro il Ministro che proponesse di riaprire più larghe le porte della concorrenza italiana.

Gli risposi che forse a questo punto, abbassando pure alquanto la tariffa massima, potrebbe esservi modo d'intendersi mediante altri compensi. A questo proposito Vostra Eccellenza stimerà senza dubbio utile, come lo chiesi costì al conte Antonelli, di far studiare in confronto della tariffa minima francese le concessioni da noi offribili nell'eventualità di una futura trattativa. A me, ora per allora, gioverebbe d'essere informato delle intenzioni del E. Governo e del limite delle possibili sue concessioni.

Il signor Casimir-Perier, che ha agito in un senso conciliante verso di noi sopra una buona parte della stampa, mi disse d'avere visti personalmente otto Direttori a tal fine e m'espresse il suo compiacimento per il linguaggio che ora tien verso la Francia la stampa italiana. A ciò il Quai d'Orsay bada molto» (22 marzo).

«Malgrado l'atteggiamento preso da questa miserabile stampa nella questione economica dopo il viaggio del Re a Venezia e dopo la delusa speranza di vederci ridurre l'esercito, malgrado le dichiarazioni mezze negative e mezze dilatorie fattemi da Casimir-Perier, io non rinuncio alla speranza di approdare ad un accordo commerciale quando le nostre più gravi questioni interne saranno regolate. Abbiamo nel Consiglio qualche ministro favorevolissimo, e più di tutti Burdeau. Egli già da tempo incaricò il Direttore generale della dogana di preparargli uno studio comparativo della nostra tariffa [pg!168] convenzionale colla tariffaminimumfrancese. Il Direttore signor Pallain che lo fece e me ne informò confidenzialmente, mi disse che secondo i suoi calcoli la tariffa minima francese sarebbe notevolmente più vantaggiosa per noi, che la nostra convenzionale per la Francia.E mi espresse l'avviso che in previsione della possibilità di future trattative gioverebbe che un lavoro simile fosse preparato anche da noi. Ella vedrà se non convenga seguire il consiglio per essere pronti se mai.... matureranno le nespole. Ad ogni modo, si perde il tempo anche peggio negli uffici. Intanto spinge attivamente ad un'intesa anche Rouvier, che de' suoi convegni con Lei riportò qui la migliore e la più utile impressione. Oltre ai protezionisti arrabbiati ed aglichauvins, abbiamo da lottare anche contro ogni specie d'intrighi stranieri, d'ordine politico e d'ordine economico. Gli Svizzeri e gli Spagnuoli tengono l'orecchio alle porte. Bisognerà dunque, venuta l'ora, fare presto e segretamente e fino a tanto che venga mi augurerei che la nostra stampa, la quale già abbastanza accentuò il voto del nostro paese e le buone disposizioni del nostro Governo, serbasse un prudente e dignitoso silenzio. M'illudo forse persistendo a credere alla possibilità d'una non lontanissima intesa; ma so quanto facilmente qui si passa dal bianco al nero e l'ardente mio desiderio di mettere questa vittoria al Suo attivo mi mostra gli ostacoli meno insormontabili che taluno non creda.E quantunque in questo Gabinetto vi sia un paio di giannizzeri di Méline (i ministri del commercio e dell'agricoltura, questo secondo ferocissimo), a noi conviene desiderare che si mantenga il Presidente del Consiglio, essendo uomo di pronta risoluzione e in tali disposizioni che la parte a noi più favorevole potrà trascinarlo. Pur troppo, già battuto in breccia dai socialisti e dai radicali, egli ora deludendo nei clericali le speranze che la proclamazione dello «spirito nuovo» di Spuller aveva fatte risorgere, si espone anche alle congiure pretine.I nostri nemici vollero sfruttare contro di noi anche gli atti addebitati al Generale Goggia, l'arresto e l'espulsione del quale fecero qui non poca impressione. Ma fra otto giorni nessuno ne parlerà più ed il savio e giustissimo linguaggio di Lei nella nostra Camera fu [pg!169] un'opportuna prova che non cerchiamo discussioni irritanti....L'altr'ieri ho messo in vettura il nostro Verdi che si diportò qui come un uomo di quaranta anni e fu instancabile dalla prima ora all'ultima. Ogni pomeriggio, durante cinque ore, egli dirigeva le ripetizioni del suoFalstaff, e quando lo ebbe condotto in buon porto e ottenuto un vero trionfo, volle darsi anche un po' di divertimento e salì fino alla lanterna della Torre Eiffel! È vero che nella lanterna il celebre ingegnere aveva fatto mettere fino dal 1889 un pianoforte in previsione di visite simili. Nell'aprile del prossimo 1895 il grande maestro farà dare qui il suoOtelloe spera di ritornare a metterlo in scena. Non si potè dargli, come pure si sarebbe voluto, il Gran Cordone della Legion d'Onore perchè non lo ebbe mai nessun maestro nazionale. E Rossini morì semplice «commendatore dell'ordine rosso» (26 aprile).

«Malgrado l'atteggiamento preso da questa miserabile stampa nella questione economica dopo il viaggio del Re a Venezia e dopo la delusa speranza di vederci ridurre l'esercito, malgrado le dichiarazioni mezze negative e mezze dilatorie fattemi da Casimir-Perier, io non rinuncio alla speranza di approdare ad un accordo commerciale quando le nostre più gravi questioni interne saranno regolate. Abbiamo nel Consiglio qualche ministro favorevolissimo, e più di tutti Burdeau. Egli già da tempo incaricò il Direttore generale della dogana di preparargli uno studio comparativo della nostra tariffa [pg!168] convenzionale colla tariffaminimumfrancese. Il Direttore signor Pallain che lo fece e me ne informò confidenzialmente, mi disse che secondo i suoi calcoli la tariffa minima francese sarebbe notevolmente più vantaggiosa per noi, che la nostra convenzionale per la Francia.

E mi espresse l'avviso che in previsione della possibilità di future trattative gioverebbe che un lavoro simile fosse preparato anche da noi. Ella vedrà se non convenga seguire il consiglio per essere pronti se mai.... matureranno le nespole. Ad ogni modo, si perde il tempo anche peggio negli uffici. Intanto spinge attivamente ad un'intesa anche Rouvier, che de' suoi convegni con Lei riportò qui la migliore e la più utile impressione. Oltre ai protezionisti arrabbiati ed aglichauvins, abbiamo da lottare anche contro ogni specie d'intrighi stranieri, d'ordine politico e d'ordine economico. Gli Svizzeri e gli Spagnuoli tengono l'orecchio alle porte. Bisognerà dunque, venuta l'ora, fare presto e segretamente e fino a tanto che venga mi augurerei che la nostra stampa, la quale già abbastanza accentuò il voto del nostro paese e le buone disposizioni del nostro Governo, serbasse un prudente e dignitoso silenzio. M'illudo forse persistendo a credere alla possibilità d'una non lontanissima intesa; ma so quanto facilmente qui si passa dal bianco al nero e l'ardente mio desiderio di mettere questa vittoria al Suo attivo mi mostra gli ostacoli meno insormontabili che taluno non creda.

E quantunque in questo Gabinetto vi sia un paio di giannizzeri di Méline (i ministri del commercio e dell'agricoltura, questo secondo ferocissimo), a noi conviene desiderare che si mantenga il Presidente del Consiglio, essendo uomo di pronta risoluzione e in tali disposizioni che la parte a noi più favorevole potrà trascinarlo. Pur troppo, già battuto in breccia dai socialisti e dai radicali, egli ora deludendo nei clericali le speranze che la proclamazione dello «spirito nuovo» di Spuller aveva fatte risorgere, si espone anche alle congiure pretine.

I nostri nemici vollero sfruttare contro di noi anche gli atti addebitati al Generale Goggia, l'arresto e l'espulsione del quale fecero qui non poca impressione. Ma fra otto giorni nessuno ne parlerà più ed il savio e giustissimo linguaggio di Lei nella nostra Camera fu [pg!169] un'opportuna prova che non cerchiamo discussioni irritanti....

L'altr'ieri ho messo in vettura il nostro Verdi che si diportò qui come un uomo di quaranta anni e fu instancabile dalla prima ora all'ultima. Ogni pomeriggio, durante cinque ore, egli dirigeva le ripetizioni del suoFalstaff, e quando lo ebbe condotto in buon porto e ottenuto un vero trionfo, volle darsi anche un po' di divertimento e salì fino alla lanterna della Torre Eiffel! È vero che nella lanterna il celebre ingegnere aveva fatto mettere fino dal 1889 un pianoforte in previsione di visite simili. Nell'aprile del prossimo 1895 il grande maestro farà dare qui il suoOtelloe spera di ritornare a metterlo in scena. Non si potè dargli, come pure si sarebbe voluto, il Gran Cordone della Legion d'Onore perchè non lo ebbe mai nessun maestro nazionale. E Rossini morì semplice «commendatore dell'ordine rosso» (26 aprile).

«Ho ringraziato Iddio con tutta l'anima di averla anche questa volta preservata dal colpo d'un miserabile assassino e di non aver lasciato distruggere da una palla la rinascente speranza del nostro paese. Se potè esservi nell'istante dello scoppio un baleno di amarezza nel suo cuore, se Ella sentì, una volta di più, a quanta ingratitudine le imbecilli passioni possono far scendere la bestia umana, ho per certo che grande deve essere la Sua consolazione, immenso il Suo conforto vedendo come dall'insano attentato scaturisca un vero plebiscito europeo che proclama e consacra la sua altissima missione e trova rispetto anche nelle file degli avversari.Ho immediatamente ringraziato, nei termini stessi del Suo telegramma, il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli affari esteri della Repubblica.Il primo mi aveva espressamente detto che nel felicitarla lo faceva in nome di tutto il Governo francese. Vari altri Ministri che incontrai ieri alle corse di Longchamp, ov'era invitato da Carnot al pari degli altri membri del Corpo diplomatico, mi manifestarono anche individualmente sentimenti di simpatia per Vostra Eccellenza.Non contento di averle telegrafato, il Conte d'Aquila venne pure a pregarmi di felicitarla scrivendole. E così [pg!170] fece Lord Dufferin che serba il migliore ricordo dei rapporti avuti con Lei» (18 giugno).

«Ho ringraziato Iddio con tutta l'anima di averla anche questa volta preservata dal colpo d'un miserabile assassino e di non aver lasciato distruggere da una palla la rinascente speranza del nostro paese. Se potè esservi nell'istante dello scoppio un baleno di amarezza nel suo cuore, se Ella sentì, una volta di più, a quanta ingratitudine le imbecilli passioni possono far scendere la bestia umana, ho per certo che grande deve essere la Sua consolazione, immenso il Suo conforto vedendo come dall'insano attentato scaturisca un vero plebiscito europeo che proclama e consacra la sua altissima missione e trova rispetto anche nelle file degli avversari.

Ho immediatamente ringraziato, nei termini stessi del Suo telegramma, il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli affari esteri della Repubblica.

Il primo mi aveva espressamente detto che nel felicitarla lo faceva in nome di tutto il Governo francese. Vari altri Ministri che incontrai ieri alle corse di Longchamp, ov'era invitato da Carnot al pari degli altri membri del Corpo diplomatico, mi manifestarono anche individualmente sentimenti di simpatia per Vostra Eccellenza.

Non contento di averle telegrafato, il Conte d'Aquila venne pure a pregarmi di felicitarla scrivendole. E così [pg!170] fece Lord Dufferin che serba il migliore ricordo dei rapporti avuti con Lei» (18 giugno).

«Jersera il Presidente della Repubblica35invitò a pranzo tutti i Rappresentanti esteri qui accreditati e gl'inviati speciali ch'erano stati incaricati dai loro Sovrani d'intervenire in nome loro ai funerali Carnot. Sedendo alla sinistra del Presidente, che continua a trattarmi da amico, parlai a lungo con lui cercando con ogni parola ad agire sull'animo suo nel senso dei voti da Lei espressi nel telegramma direttomi in data del 29 giugno. Il signor Casimir-Perier è uomo di mente molto aperta, uomo di iniziativa e di risoluzione, e lo ha già provato. È sincero nel desiderio che i nostri due paesi si ravvicinino. È sensibile al favore col quale la sua nomina fu accolta in Italia. (E credo sarà buona politica quella d'inspirare alla nostra stampa note simpatiche per lui e gli elogi che merita il suo atteggiamento). Mi parlò con apprezzamenti giusti ed in termini eccellenti dell'opera già da Lei compita e ch'Ella andava continuando. Confessò che nello scorso dicembre non avrebbe osato credere ad una sì felice riuscita. Le rese ampia giustizia» (4 luglio).

«Jersera il Presidente della Repubblica35invitò a pranzo tutti i Rappresentanti esteri qui accreditati e gl'inviati speciali ch'erano stati incaricati dai loro Sovrani d'intervenire in nome loro ai funerali Carnot. Sedendo alla sinistra del Presidente, che continua a trattarmi da amico, parlai a lungo con lui cercando con ogni parola ad agire sull'animo suo nel senso dei voti da Lei espressi nel telegramma direttomi in data del 29 giugno. Il signor Casimir-Perier è uomo di mente molto aperta, uomo di iniziativa e di risoluzione, e lo ha già provato. È sincero nel desiderio che i nostri due paesi si ravvicinino. È sensibile al favore col quale la sua nomina fu accolta in Italia. (E credo sarà buona politica quella d'inspirare alla nostra stampa note simpatiche per lui e gli elogi che merita il suo atteggiamento). Mi parlò con apprezzamenti giusti ed in termini eccellenti dell'opera già da Lei compita e ch'Ella andava continuando. Confessò che nello scorso dicembre non avrebbe osato credere ad una sì felice riuscita. Le rese ampia giustizia» (4 luglio).

«L'occasione di discorrere delle cose nostre col Presidente della Repubblica s'è offerta naturalmente e l'ho afferrata a volo. Invitato da lui, andai ieri a Pont-sur-Seine (due ore e mezza di ferrovia da Parigi), ove passa le sue vacanze in una vasta e splendida proprietà di sua madre, per presentargli la risposta del Re alla lettera notificante la sua elezione e per riverirlo prima della mia partenza in congedo. Fu meco quant'era possibile gentile e cordiale, mi tenne a colazione e dall'ora del mio arrivo fino a quella della mia partenza, dalle 11 ½ fino alle 4 ½ non mi lasciò un momento, compiacendosi a farmi visitare da un'estremità all'altra l'esteso dominio (seicento ettari) di casa Perier.Le do in poche parole il sunto della parte politica de' nostri lunghi colloqui. Il Presidente non vede nessun punto nero pericoloso all'orizzonte e confida nel mantenimento della pace. Egli constata con soddisfazione il [pg!171] procedere corretto e cortese della Germania verso la Francia e ne attribuisce il merito, oltrechè alla saviezza dell'Imperatore, alle concilianti disposizioni del mio vecchio collega ed amico Münster, sempre disposto ad evitare attriti. Non è ancora ufficialmente informato di chi succederà all'ambasciatore d'Austria-Ungheria, conte Hoyos, che per ragioni di famiglia decise di ritirarsi nella vita privata, ma crede anch'egli probabile la nomina di Wolkestein, ora ambasciatore austriaco a Pietroburgo.Di Vostra Eccellenza mi parlò rendendo omaggio all'opera da Lei compita, riconoscendo quali fossero le difficoltà di questa e notando come anche la stampa ostile, soggiogata dai fatti, poco a poco disarmava di fronte a Lei. Caddero pure tra noi alcune parole sulla visita fattagli da Bonghi, il quale non gli lasciò una.... grande impressione. Fece un'allusione, ma senza rancore, alla frase allora attribuitagli circa la triplice alleanza, mostrandosi contento che Bonghi stesso la avesse poi smentita.I due capitoli principali su cui mi premeva di conoscere il sentimento presente del signor Casimir-Perier erano, s'intende, la questione commerciale e quella della delimitazione africana. Come in conversazioni confidenziali recenti già me l'avevano detto il Ministro degli affari esteri e il Direttore generale delle Dogane, così anche il Presidente crede che sarà possibile, prima che finisca l'anno, di rifare un accordo commerciale colla Svizzera, una buona parte degli stessi meno arrabbiati protezionisti desiderandolo. Il Direttore delle Dogane, come altre volte lo scrissi all'Eccellenza Vostra, era stato personalmente d'avviso che intavolando prima trattative coll'Italia si avrebbe più facilmente ragione delle esigenze della Svizzera; ma il Governo segue la corrente dell'opinione parlamentare e non si fida di poterla dirigere o non osa tentarlo. «Quantunque sia più facile un accordo colla Svizzera, mi disse il Presidente, le condizioni politiche esistenti fra le due repubbliche consigliandolo anch'essa, non dovete credere che per motivo politico si indugi a trattare coll'Italia: le difficoltà sono veramente e puramente d'ordine economico e dipendenti da ragioni di concorrenza». E menzionò ad esempio il vino. Gli risposi che considerando da un lato quanto sia protezionista la stessa tariffaminimafrancese e osservando [pg!172] d'altra parte che la Francia l'applica ormai a quasi tutti gli Stati, sarebbe tanto più difficile di vedere sole ragioni economiche nell'esclusione dell'Italia inquantochè il danno economico era reciproco. E gli citai, in quanto al vino, le continue rimostranze della Camera di commercio francese di Milano la quale in più articoli del suo bollettino diede la prova del vantaggio che vi sarebbe per la Francia di prendere in Italia, anzichè in Ispagna, quel vino di cui pur sempre abbisognava l'industria di Bordeaux.Quand'egli era Ministro degli affari esteri, io già tante volte aveva espresso di mia iniziativa al signor Casimir-Perier il desiderio che mediante una concordata delimitazione intorno ad Obock fosse eliminata la possibilità d'attriti fra noi in Africa, che un nuovo mio suggerimento a tal fine non poteva nè sorprenderlo, nè parergli inopportuno. Gli raccontai ciò che da ultimo era accaduto tra il signor Hanotaux e me e come la questione fosse rimasta in sospeso, non senza mostrargli i pericoli d'una situazione abbandonata al caso o alle conseguenze di fatti compiuti. Gli dissi che per il Ministro degli affari esteri di Francia le vacanze parlamentari mi sembravano specialmente favorevoli per iniziare una trattativa senza la pressione quotidiana della Commissione coloniale ed aggiunsi d'essere certo che le entrature non sarebbero respinte da Vostra Eccellenza. Il Presidente non si addentrò in una discussione, nè recriminò contro il protocollo anglo-italiano; mostrò invece buona volontà e prese l'impegno di parlarne con Hanotaux. Non dubito che lo farà e che lo farà con buona intenzione; ma Hanotaux già in precedenza m'aveva dichiarato che prima di trattare egli avrebbe voluto assicurarsi della possibilità di un'intesa. Allora egli non era preparato a formolare un programma e disse che avrebbe ripresa la questione in serio esame: ma se il risultato di quest'esame lo condusse a scoprire un diritto della Francia sullacittàdi Harrar, come recentemente affermò a Lord Dufferin, prevedo che la buona volontà del Presidente della Repubblica lascierà il tempo che trova. Non è però meno vero che la persistente migliore intuonazione della stampa francese a nostro riguardo rende poco a poco il terreno più arabile, e se con ciò le tendenze generali si modificheranno, crescerà pure l'influenza più benefica degli [pg!173] amici nostri e degli uomini savii sui politicantichauvinse intransigenti.Per ora la grande preoccupazione del Governo francese sono gli anarchici. Si avvedono un po' tardi d'aver lasciato fare al male progressi enormi. Le minacce piovono su tutti i membri del Governo e ciò che rivelano arresti, perquisizioni ed interrogatorii non diminuisce le apprensioni. La sua naturale arditezza e noncuranza del pericolo espone l'attuale Presidente molto più che non fosse esposto l'infelice suo predecessore» (24 agosto).

«L'occasione di discorrere delle cose nostre col Presidente della Repubblica s'è offerta naturalmente e l'ho afferrata a volo. Invitato da lui, andai ieri a Pont-sur-Seine (due ore e mezza di ferrovia da Parigi), ove passa le sue vacanze in una vasta e splendida proprietà di sua madre, per presentargli la risposta del Re alla lettera notificante la sua elezione e per riverirlo prima della mia partenza in congedo. Fu meco quant'era possibile gentile e cordiale, mi tenne a colazione e dall'ora del mio arrivo fino a quella della mia partenza, dalle 11 ½ fino alle 4 ½ non mi lasciò un momento, compiacendosi a farmi visitare da un'estremità all'altra l'esteso dominio (seicento ettari) di casa Perier.

Le do in poche parole il sunto della parte politica de' nostri lunghi colloqui. Il Presidente non vede nessun punto nero pericoloso all'orizzonte e confida nel mantenimento della pace. Egli constata con soddisfazione il [pg!171] procedere corretto e cortese della Germania verso la Francia e ne attribuisce il merito, oltrechè alla saviezza dell'Imperatore, alle concilianti disposizioni del mio vecchio collega ed amico Münster, sempre disposto ad evitare attriti. Non è ancora ufficialmente informato di chi succederà all'ambasciatore d'Austria-Ungheria, conte Hoyos, che per ragioni di famiglia decise di ritirarsi nella vita privata, ma crede anch'egli probabile la nomina di Wolkestein, ora ambasciatore austriaco a Pietroburgo.

Di Vostra Eccellenza mi parlò rendendo omaggio all'opera da Lei compita, riconoscendo quali fossero le difficoltà di questa e notando come anche la stampa ostile, soggiogata dai fatti, poco a poco disarmava di fronte a Lei. Caddero pure tra noi alcune parole sulla visita fattagli da Bonghi, il quale non gli lasciò una.... grande impressione. Fece un'allusione, ma senza rancore, alla frase allora attribuitagli circa la triplice alleanza, mostrandosi contento che Bonghi stesso la avesse poi smentita.

I due capitoli principali su cui mi premeva di conoscere il sentimento presente del signor Casimir-Perier erano, s'intende, la questione commerciale e quella della delimitazione africana. Come in conversazioni confidenziali recenti già me l'avevano detto il Ministro degli affari esteri e il Direttore generale delle Dogane, così anche il Presidente crede che sarà possibile, prima che finisca l'anno, di rifare un accordo commerciale colla Svizzera, una buona parte degli stessi meno arrabbiati protezionisti desiderandolo. Il Direttore delle Dogane, come altre volte lo scrissi all'Eccellenza Vostra, era stato personalmente d'avviso che intavolando prima trattative coll'Italia si avrebbe più facilmente ragione delle esigenze della Svizzera; ma il Governo segue la corrente dell'opinione parlamentare e non si fida di poterla dirigere o non osa tentarlo. «Quantunque sia più facile un accordo colla Svizzera, mi disse il Presidente, le condizioni politiche esistenti fra le due repubbliche consigliandolo anch'essa, non dovete credere che per motivo politico si indugi a trattare coll'Italia: le difficoltà sono veramente e puramente d'ordine economico e dipendenti da ragioni di concorrenza». E menzionò ad esempio il vino. Gli risposi che considerando da un lato quanto sia protezionista la stessa tariffaminimafrancese e osservando [pg!172] d'altra parte che la Francia l'applica ormai a quasi tutti gli Stati, sarebbe tanto più difficile di vedere sole ragioni economiche nell'esclusione dell'Italia inquantochè il danno economico era reciproco. E gli citai, in quanto al vino, le continue rimostranze della Camera di commercio francese di Milano la quale in più articoli del suo bollettino diede la prova del vantaggio che vi sarebbe per la Francia di prendere in Italia, anzichè in Ispagna, quel vino di cui pur sempre abbisognava l'industria di Bordeaux.

Quand'egli era Ministro degli affari esteri, io già tante volte aveva espresso di mia iniziativa al signor Casimir-Perier il desiderio che mediante una concordata delimitazione intorno ad Obock fosse eliminata la possibilità d'attriti fra noi in Africa, che un nuovo mio suggerimento a tal fine non poteva nè sorprenderlo, nè parergli inopportuno. Gli raccontai ciò che da ultimo era accaduto tra il signor Hanotaux e me e come la questione fosse rimasta in sospeso, non senza mostrargli i pericoli d'una situazione abbandonata al caso o alle conseguenze di fatti compiuti. Gli dissi che per il Ministro degli affari esteri di Francia le vacanze parlamentari mi sembravano specialmente favorevoli per iniziare una trattativa senza la pressione quotidiana della Commissione coloniale ed aggiunsi d'essere certo che le entrature non sarebbero respinte da Vostra Eccellenza. Il Presidente non si addentrò in una discussione, nè recriminò contro il protocollo anglo-italiano; mostrò invece buona volontà e prese l'impegno di parlarne con Hanotaux. Non dubito che lo farà e che lo farà con buona intenzione; ma Hanotaux già in precedenza m'aveva dichiarato che prima di trattare egli avrebbe voluto assicurarsi della possibilità di un'intesa. Allora egli non era preparato a formolare un programma e disse che avrebbe ripresa la questione in serio esame: ma se il risultato di quest'esame lo condusse a scoprire un diritto della Francia sullacittàdi Harrar, come recentemente affermò a Lord Dufferin, prevedo che la buona volontà del Presidente della Repubblica lascierà il tempo che trova. Non è però meno vero che la persistente migliore intuonazione della stampa francese a nostro riguardo rende poco a poco il terreno più arabile, e se con ciò le tendenze generali si modificheranno, crescerà pure l'influenza più benefica degli [pg!173] amici nostri e degli uomini savii sui politicantichauvinse intransigenti.

Per ora la grande preoccupazione del Governo francese sono gli anarchici. Si avvedono un po' tardi d'aver lasciato fare al male progressi enormi. Le minacce piovono su tutti i membri del Governo e ciò che rivelano arresti, perquisizioni ed interrogatorii non diminuisce le apprensioni. La sua naturale arditezza e noncuranza del pericolo espone l'attuale Presidente molto più che non fosse esposto l'infelice suo predecessore» (24 agosto).

«Profittai dell'occasione per invocare il suo intervento presso il Ministro degli affari esteri cui la dimane (come difatti ieri feci) io doveva parlare degli intrighi sempre continuati dei signori Chefneux e consorti in Etiopia. Gliene potei discorrere tanto meglio inquantochè già sovente, quand'era Ministro degli affari esteri, io mi era con lui querelato di quegli intrighi. Protestò, come sempre fece, che il Governo non c'entrava per nulla e non incoraggiava punto i maneggi di alcuni speculatori o negozianti, e mi promise di raccomandare al signor Hanotaux ogni possibile vigilanza.La gioia del vecchio amico di Verdi, del signor Ambroise Thomas, nel ricevere dalle mie mani il Gran Cordone Mauriziano che Vostra Eccellenza m'inviò per lui, non ebbe limiti. Egli mi creò perfinobaronenella lettera di ringraziamento che mi pregò e che ho l'onore di trasmetterle qui unita. Peccato che non sia più vegeto, e con ciò più capace di propaganda attiva, il caldo amico francese che Ella ha nell'illustre decano di questi compositori.Sapendo di fare cosa grata a Verdi, io suggerii a questo Ministro dell'Estero di dare la croce anche a Ricordi ed a Boito. La mia proposta fu immediatamente accolta, talchè sono in fatto compensate anche le decorazioni da Lei accordate ai Direttori ed al Capo d'orchestra dell'Opera» (1 novembre).

«Profittai dell'occasione per invocare il suo intervento presso il Ministro degli affari esteri cui la dimane (come difatti ieri feci) io doveva parlare degli intrighi sempre continuati dei signori Chefneux e consorti in Etiopia. Gliene potei discorrere tanto meglio inquantochè già sovente, quand'era Ministro degli affari esteri, io mi era con lui querelato di quegli intrighi. Protestò, come sempre fece, che il Governo non c'entrava per nulla e non incoraggiava punto i maneggi di alcuni speculatori o negozianti, e mi promise di raccomandare al signor Hanotaux ogni possibile vigilanza.

La gioia del vecchio amico di Verdi, del signor Ambroise Thomas, nel ricevere dalle mie mani il Gran Cordone Mauriziano che Vostra Eccellenza m'inviò per lui, non ebbe limiti. Egli mi creò perfinobaronenella lettera di ringraziamento che mi pregò e che ho l'onore di trasmetterle qui unita. Peccato che non sia più vegeto, e con ciò più capace di propaganda attiva, il caldo amico francese che Ella ha nell'illustre decano di questi compositori.

Sapendo di fare cosa grata a Verdi, io suggerii a questo Ministro dell'Estero di dare la croce anche a Ricordi ed a Boito. La mia proposta fu immediatamente accolta, talchè sono in fatto compensate anche le decorazioni da Lei accordate ai Direttori ed al Capo d'orchestra dell'Opera» (1 novembre).

Molti francesi vennero in quell'anno 1894 a Roma e furono ricevuti da Crispi: i deputati Deloncle, Mermeix, Pichon, Léon Bourgeois, Ferdinando Brunetière, il senatore R. Waddington, Emilio Zola e altri. Tutti promisero di adoperarsi presso i loro [pg!174] amici per una pacificazione tra la Francia e l'Italia, ma tornati in patria o non tennero parola o constatarono la loro impotenza. «Il Billot — scrisse Crispi nel suo diario — invece di aiutare l'opera mia, ha cospirato e continua a cospirare coi miei nemici. Egli fa al suo governo dei rapporti velenosi.»

In gennaio 1895 sollevò grande scalpore il richiamo da Parigi dell'ambasciatore italiano. Il Ressman era da lunghi anni devoto personalmente a Crispi; maggiore fu quindi il rammarico di questi quando dovette constatare che dinanzi alla condotta malevola e insidiosa dell'Hanotaux, l'azione del Ressman era inefficace. Nel diario di Crispi, sotto la data digiovedì, 6 gennaio 1895, si legge:

«Del resto, sono otto mesi da che Ressman doveva essere allontanato da Parigi. Io l'ho impedito difendendolo presso il barone Blanc. Ora ho dovuto convincermi che Ressman non poteva rendere utili servigi all'Italia.... Egli non ha influenza presso il Governo francese.»

«Del resto, sono otto mesi da che Ressman doveva essere allontanato da Parigi. Io l'ho impedito difendendolo presso il barone Blanc. Ora ho dovuto convincermi che Ressman non poteva rendere utili servigi all'Italia.... Egli non ha influenza presso il Governo francese.»

Il Billot, nel libro più volte citato36, ha scritto a proposito del richiamo del Ressman molte inesattezze. Lo ha attribuito a Crispi — «car nul ne songeait à imputer au baron Blanc la responsabilité de la décision prise» — e per motivi personali, cioè perchè il Ressman non seppe ottenere dal governo francese soddisfazione per alcuni articoli delTempsingiuriosi contro il presidente del ministero italiano. È certo che Crispi fu irritato dell'ingerenza di quel giornale ufficioso del governo francese nella campagna personale condotta allora contro di lui dal Cavallotti e compagni, ingerenza la quale gli confermava che quella campagna di denigrazione aveva ispiratori e collaboratori francesi. Egli aveva rilevato in uno degli articoli delTempstalune dichiarazioni fatte imprudentemente in Roma, con parole quasi identiche, dal Billot, il 13 dicembre precedente, a un collega del corpo diplomatico che glie le aveva riferite. A conferma di cotesto legittimo risentimento valga il seguente telegramma:

[pg!175]

«Ressman ambasciatore ItaliaParigi.Roma, 1.º gennaio 1895.IlTempsdel 30 dicembre conferma la mala volontà ed il contegno in questi ultimi tempi dell'ambasciatore di Francia in Roma. Il signor Billot è stato una eccezione nella diplomazia straniera presso il Quirinale, cospirando coi nostri avversarii e riferendo cose strane al suo Governo. Il suo linguaggio con alcuni suoi colleghi è stato sconveniente, e prova che nulla è possibile tra la Francia e l'Italia quando coloro che dovrebbero cooperarsi ad un accordo fra i due paesi lavorano a sempre più inimicarli.Vi scrivo ciò per vostra norma, convinto come io sono che anche voi sarete impotente nella missione conciliatrice che vi avevo affidata.Sbagliano però Billot ed il suo Governo nei loro giudizii e nelle opere loro; il Governo italiano resisterà alle congiure comunque favorite dallo straniero.Crispi.»

«Ressman ambasciatore ItaliaParigi.

«Ressman ambasciatore ItaliaParigi.

«Ressman ambasciatore Italia

Parigi.

Parigi.

Roma, 1.º gennaio 1895.

IlTempsdel 30 dicembre conferma la mala volontà ed il contegno in questi ultimi tempi dell'ambasciatore di Francia in Roma. Il signor Billot è stato una eccezione nella diplomazia straniera presso il Quirinale, cospirando coi nostri avversarii e riferendo cose strane al suo Governo. Il suo linguaggio con alcuni suoi colleghi è stato sconveniente, e prova che nulla è possibile tra la Francia e l'Italia quando coloro che dovrebbero cooperarsi ad un accordo fra i due paesi lavorano a sempre più inimicarli.

Vi scrivo ciò per vostra norma, convinto come io sono che anche voi sarete impotente nella missione conciliatrice che vi avevo affidata.

Sbagliano però Billot ed il suo Governo nei loro giudizii e nelle opere loro; il Governo italiano resisterà alle congiure comunque favorite dallo straniero.

Crispi.»

Ma se in quella circostanza la debolezza del Ressman potè dispiacere a Crispi, le ragioni del richiamo erano più lontane e furono sostanzialmente quelle indicate nel brano di diario qui avanti riferito.

È poi insussistente, anzi è contrario al vero, ciò che il Billot ha affermato circa la cattiva impressione che il provvedimento del governo italiano avrebbe prodotto presso glialleatie circa i consigli di prudenza che da essi sarebbero stati dati.

NelDiariodi Crispi troviamo:

«6 gennaio ore 16 ½— Visita del barone de Bülow. Felicitazioni per richiamo di Ressman. Non godeva la fiducia nè dell'ambasciatore inglese, nè del germanico.»

«6 gennaio ore 16 ½— Visita del barone de Bülow. Felicitazioni per richiamo di Ressman. Non godeva la fiducia nè dell'ambasciatore inglese, nè del germanico.»

Al posto del Ressman fu inviato a Parigi il conte Tornielli, ambasciatore a Londra, il quale il 18 febbraio 1895 presentò [pg!176] le lettere credenziali al Presidente della Repubblica, Félix Faure, succeduto a Casimir-Perier, dimissionario il 15 gennaio di quello stesso anno. Il Tornielli, ricevuto con freddezza, potè grazie al suo tatto vincere dappoi le diffidenze e tenere degnamente la rappresentanza del suo paese. Le relazioni italo-francesi non mutarono, sebbene si evitassero nuovi incidenti. L'alleanza franco-russa, proclamata per la prima volta il 10 giugno alla tribuna parlamentare dai ministri Hanotaux e Ribot, non giovò davvero a ispirare idee pacifiche alla politica della Francia, la quale divenne più che mai altezzosa e attivamente malefica in Etiopia agl'interessi italiani.

Di quest'azione parleremo altrove. [pg!177]


Back to IndexNext