VI.

— Ebbene, Tina! continuò suor Maria Eletta, un uomo che io non avevo cercato, che certamente non potevo avere offeso, venne su' miei passi, turbò la calma che con tanta fatica avevo riacquistata, distrusse i miei sogni e mi precipitò di nuovo nelle lagrime. Oh, cadere colaggiù tra i vortici di quell'onda perigliosa e, dopo avere lungamente lottato colla morte, a forza di lena affannata riuscire alla riva, e invece d'una mano amica trovare chi ti risospinga nel gorgo!... Lungi, lungi l'uomo! Ci sono dei cuori freddi ed impermeabili che come se fossero di marmo stanno immobilmente attaccati al loro dovere. Per essi non ci sono gioie dell'affetto, ma neanche i pericoli: passano incolumi fra le lusinghe della vita e nulla può infrangerli. Ma i nostri, Tina?... Io ho messa la mano sul tuo e so come batte.... Oh! poichè non han potuto battere a bene la prima volta, credi, per noi deboli creature non resta altro asilo che la solitudine assoluta e il santuario del Signore. — L'uomo, che ti dicevo, era un dottore di legge, antica conoscenza del cugino, che teneva allora fra le sue mani molti affari della famiglia. Nel tornarmene a casa dalla consueta passeggiata del mattino, lo trovai con la mia buona zia che discorreva di non so che pio istituto. Era venuto a passare alcuni giorni in campagna con noi, e mostravasi così rapito della pittoresca bellezza di quelle nostre colline, che si conciliò subito la mia simpatia. Aggiugni che, benchè avesse di molto viaggiato e conosciuto il mondo, a differenza in cotesto di tanti altri suoi colleghi, dalle sue labbra non usciva giammai una parola men che riverente per tutto ciò che accennasse a credenza od a culto religioso; anzi nelle pratiche nostre più minute pareva semplicee devoto come la più umile femminetta. Colla zia s'intratteneva sovente delle cose della fede, e l'accompagnava alla chiesa e assisteva con essa alla Messa con una pietà così singolare che al solo vederlo ti sentivi commossa. Cólto d'altronde e nei modi estremamente politi di una scioltezza così elegante e così nello stesso tempo riservata e modesta, la sua conversazione era come un'armonia che dolcemente attraeva. In casa tutti l'amavano, non eccettuato lo zio che discorreva assai volentieri con lui, perchè ei sapeva finamente rilevare ciò che v'era di vero in quelle sue opinioni in apparenza strane e quasi sempre eccentriche. In quanto a me, un po' alla volta era diventato il compagno ordinario delle mie escursioni, e come se le nostre anime sentissero all'unisono, i miei gusti erano sempre anche i suoi. Appassionato per i fiori, quasi inavvertitamente portava all'occhiello del vestito quelli che io prediligeva. Che se talvolta mi fermavo a contemplare estatica qualche bel punto di vista o qualche magnifica scena della natura, nel ripigliare il passo trovavo che anch'egli l'aveva notata, tanto apparivano nella sua faccia i segni di una viva commozione. Di certe leggere attenzioni ch'egli mi andava usando così alla lontana, e con una delicatezza quasi impercettibile, io mi ero accorta, ma siccome tutti sapevano che da gran tempo avevo rinunziato a qualunque idea di matrimonio, le accettavo sempre nel loro più semplice significato, persuasa che conscio della mia risoluzione ei non potesse nutrire secondi fini. Non valsi peraltro a scansare ch'egli non mi parlasse finalmente all'aperta. Invece di rivolgersi a me, avrebbe potuto chiedere la mia mano ai parenti e suscitarmi, particolarmente per parte della zia, una di quelle affettuose persecuzioni, dalle quali altre volte non avevo potuto cavarmi che a forza d'infinite amarezze. Gli fui quindi riconoscente, e nell'impetodi quella subitanea commozione stavo già per rivelargli l'anima mia, ma un'invincibile ripugnanza mi trattenne. Mi avrebbe egli rettamente intesa, o non più tosto sospettata e calunniato l'angelo ch'io tuttora adoravo con tutta la devozione di un primo amore? Risposi che non potevo accettare, che la mia sorte era già irrevocabilmente fissata, che s'ingannava nel creder puro il mio cuore; e tornata alle antiche memorie piansi per alcun'istanti inconsolabile. Il mio rifiuto non valse ad allontanarlo; solo pareva che il suo affetto per me si fosse cangiato in una candida e quasi fraterna amicizia.

Egli s'andava intanto destramente insinuando nella mia anima, ch'io infelice gli abbandonavo quasi a compenso del negato amore. Ed a cotesto contribuì non poco il conoscere entrambi un pio sacerdote, che a quell'epoca la voce pubblica venerava come un santo. Egli era stato al mio letto, quand'io mi trovavo in fin di morte, e la sua parola di pace in quei terribili momenti di disperata angoscia aveva lenito le mie lagrime e messomi nel cuore il desiderio di rassegnarmi. Ora quell'uomo del Signore amava il giovane con viscere di padre e sapeva della nostra amicizia, e col mezzo di lui, che andava spesso a visitarlo nel suo romito oratorio, si può dire che teneva entrambe le nostre anime nelle sue mani. Era col suo assentimento che aveva stretto il patto fra noi di avvertirci scambievolmente dei nostri difetti e di renderci l'un l'altro migliori, e il modo franco e nello stesso tempo pieno di dolcezza con cui egli l'adempiva, mi era gioia sincera ed accresceva la mia fiducia nella sua amicizia. Una sola cosa mi rammaricava, ed era ch'egli sempre credeva maggiore del vero quel po' di bene ch'io andava facendo. Una volta còlti dalla pioggia entrammo a riparo in un casale dove da più anni giaceva malata una povera figliuola ch'io conoscevo. Mentr'egli trattenevasiin cucina colla famiglia, salii alla sua camera. Io la visitavo talora; ma i miei conforti a quel letto di dolore consistevano più che altro in parole, essendo assai tenui i soccorsi ch'io era venuta di tratto in tratto arrecandole. Nel tornarcene a casa egli mostravasi così commosso, e mi parlava con tanto entusiasmo delle molte beneficenze che mi permettevano di spargere tra i poverelli le mie non comuni ricchezze, ch'io mi sentii veramente umiliata. La sera, quando fui sola nella mia camera, pensavo a cotesto con una amarezza indicibile.

Qualunque somma io avessi chiesta al nostro agente, credo certo che non mi sarebbe stata negata; ma in realtà era assai poco quello che per solito io dimandava. Sotto l'incubo di tali riflessioni provai per la prima volta come un secreto dolore che la mia posizione non mi lasciasse affatto libera e senza sorveglianza di sorte nell'amministrare e disporre de' miei beni. Mi entrò nell'anima un rimorso cocente del bene che non avevo fatto. Dio mi aveva dato un ricco patrimonio e non mi era mai caduto in mente di rifletterci; tanti infelici languivano, e per una timidezza che allora mi parve colpa io trascuravo di alleggerire la loro miseria. Mi piovevano sul cuore le lagrime dei poveretti che avevo vedute, e risolsi di riparare a cotesta mia crudele negligenza. Infatti, alla prima notizia che mi pervenne di non so che tremenda sciagura, vinta ogni ripugnanza chiesi ed ottenni una grossa somma di danaro, e poichè quella catastrofe era esagerata e io mi trovavo fra le mani un vistoso residuo, a scansare nel caso di qualche altra occasione l'impiccio e il rossore di una nuova domanda, lo depositai col mezzo del mio amico su d'un monte di pietà, e si convenne che il frutto del capitale fosse infrattanto impiegato a soccorrere i poveri. Correva già quasiun anno di questa nostra relazione, quando m'accorsi che il mondo cominciava a far male interpretazioni; e anche in famiglia alla cordiale amicizia di prima subentrava adesso una tal quale freddezza che mi fece sospettare della loro disapprovazione. Colla mia spensieratezza io mi era dunque attirata sul capo dei ben severi giudizj? Non per me, ma per le care persone che mi amavano, ma per lui stesso me ne dolse. Compresi che bisognava smettere e aspettavo che la cosa venisse dalla sua delicatezza; invece, come se fosse stato affatto cieco, le sue visite diventavano sempre più frequenti: feci forza a me stessa, e un dì ch'eravamo soli gli entrai di cotesto.

Egli tornò allora al suo antico progetto come quello che poteva riparare ogni cosa, e mi persuase a rimettermi alla decisione del santo uomo che già conosceva il mio cuore. Era il punto dove si voleva tirarmi, ed io misera ci venni strascinata dalla lunga insistenza e dalla prepotente volontà di quest'uomo, così come il povero fiore ch'io getto adesso nel torrente, voglia o non voglia, fra poch'istanti passerà sotto l'arco del ponte. Perchè sapevo bene qual sarebbe stata la parola del ministro di Dio che avevo promesso di consultare! Da molto tempo egli soleva considerare come un gran bene per me l'amore del giovane, e dolcemente mi consigliava a non resistere più oltre alla Provvidenza che mi offeriva nella santità del Sacramento una guida sicura agli affetti inesperti ed un amico che mi avrebbe protetta e salvata dalle memorie del mio passato che talvolta venivano così crudelmente a turbarmi. Avevo dunque risolto. Fidata nelle speranze di un incerto avvenire, donavo con quella parola il mio cuore, le dolci abitudini della famiglia e dei luoghi in cui vivevo, la libertà illimitata della mia vita e le mie più intime convinzioni.Come un albero che ha di già attecchito e che si vuole trapiantare troppo tardi, mi avevo lasciato a poco a poco scalzare tutte le radici e aspettavo peritante di andarmene nell'ignoto terreno. Ma ahimè! l'albero infelice che con tanto studio s'erano ingegnati di cavare dal suolo nativo non era stato che per lasciarlo da parte.

— Da parecchie settimane nulla io sapevo di lui. In famiglia sempre più freddi, e io bisognava di effondere l'anima travagliata da troppo gravi pensieri. Ardisco e gli scrivo. Viene una lettera studiata che schiva tutti i punti toccati dalla mia. Era malato, da più giorni guardava il letto, doveva nel dimani farsi salassare. Peraltro era cosa passeggera, e chiudeva col promettere fra giorni una visita. Dormii poche ore inquiete e sognavo di vederlo, ma era pallido e la sua mano agghiacciata come quella di un cadavere; strinse un momento la mia, poi l'abbandonava in un subito e mi volgeva le spalle, senza che valessero a richiamarlo nè le mie preghiere nè le mie lagrime. Appena giorno volli portarmi alla città, addussi non so che pretesto, ma era per sapere di lui. — Seppi più di quanto voleva. Invece del letto e del salasso era uscito per una gita ad un villaggio vicino, dove trovavasi una giovinetta, la cui mano da gran tempo egli sollecitava, appunto così come faceva con me. Gran parte della sua giovinezza egli l'aveva spesa in quelle che il mondo chiama fortune d'amore, e conosceva molto bene l'arte d'impadronirsi d'un povero cuore di donna. Quando le lagrime di taluna delle vittime gli suscitavano qualche impiccio, egli cambiava paese. Ora pareva che volesse trar profitto di questa sua scienza per iscegliersi a suo modo una sposa. Avevamo avuto la disgrazia di fissare in due la sua attuale attenzione, e a guisa di perito mercatante, dopo aver ben pesati i vantaggi di entrambe, era per lei ch'egli s'aveva finalmente deciso. Se tu sapessiil male che mi fece questa scoperta! Misera cosa il cuore umano, e ogni passo della giovinezza seminato di mille idoli fallaci che fanno insidia alla nostra frale virtù. Avrei potuto perdonargli l'incostanza; i traviamenti stessi della passione: sì! anche tradita avrei avuto lagrime per compiangerlo; ma venire a turbare la pace altrui per mero progetto, ma assumere cotesta maschera d'ipocrito affetto per niente altro che per un miserabile interesse personale!... Quando guardo alla gente che passa colaggiù su quella via lontana, o alle tante teste che vanno e vengono per la riga del ponte, e penso che fra esse può trovarsi un uomo simile, benedico quest'asilo inviolabile, dove non giugne il loro alito avvelenato. Tornai a casa coll'anima infranta. Appena smontata dalla carrozza mi dicono che lo zio mi chiamava nel suo gabinetto. Salgo le scale in fretta e lo trovo seduto dinanzi alla scrivania sulla quale stavano aperti diversi libri di conti. Il buon uomo aveva l'aspetto commosso. Si tolse gli occhiali, stette un pezzo guardandomi senza proferire sillaba, mi fece sedere a sè dappresso, mi prese la mano e dopo averla lungamente accarezzata fra le sue, scosse la testa, e,

— Non è possibile, disse, si sono ingannati, questa poverina ci vuol bene! Non è vero, figliuola mia, che tu mi ami? e ami anche la zia, anche i cugini? — A sì impensate parole un impeto di pianto mi strinse le fauci, e per tutta risposta mi portai alle labbra la benedetta sua mano paterna.

— Oh lo sapevo bene! perchè il povero vecchio non ti ha mai contristata. Ma è un affare dilicato; tocca l'onore, figliuola, ed essi pensano colla loro testa, nè io voglio farli pensare a mio modo, no! liberi tutti e liberi anch'essi. Fortuna che cotesto è un fatto che già doveva avvenire in breve allo stesso! Ecco qui il resoconto della facoltàche ti hanno lasciato i tuoi genitori. Queste cedole e questo danaro sono roba tua. La tua casa l'ho fatta ammobiliare di nuovo: troverai un appartamento che spero sarà di tuo gusto, così pure l'equipaggio e la servitù che ti aspetta. Ci ho messo la stessa premura che per i cugini, perchè già anche voi altri due io vi considero come figliuoli; ed è un buon giovane e ti farà felice, e saremo sempre amici, forse meglio così divisi che se si avesse trattato di far tutta una famiglia.

Dio! Dio mio! queste parole mi laceravano fuor di misura. Che avevo io fatto per meritarmele? Dunque adesso ch'io era abbandonata e sola a questo mondo, anch'essi mi scacciavano dalla loro casa? Che m'importava delle mie ricchezze, se non avevo più un'anima che mi amasse? Caddi a' suoi piedi e stendeva le mani tremanti ad implorare pietà. Oh! egli che aveva raccolto l'orfana, non doveva ributtarla così nel momento della sventura.... Ma il buon vecchio non m'intendeva. Partiva sempre dalla persuasione che il mio matrimonio fosse già cosa stabilita.

— No, figliuola, tu non mi hai offeso, tu non devi chiedermi perdono di nulla. Nè su te nè su persona al mondo io non mi sono mai arrogato una simile autorità: a' miei occhi essa è affatto odiosa, perchè tu eri libera e potevi liberamente scegliere, nè c'era bisogno di partecipazioni. In quanto ai cugini, essi si sono offesi pel denaro che facesti depositare sul Monte; ma passerà, e celebrate le nozze, quando sarai stabilita nella tua casa, vedrai che torneremo tutti in buona armonia.... — Allora compresi ch'era inutile ogni spiegazione, e che se anche fossi giunta a vincerlo dal lato del cuore, non sarebbe stato che a spese della sua pace domestica. Rimanermi in famiglia non era più dunque possibile: vi si opponeva la mia stessa dignità. Presi una penna e segnai la rinunziaai cugini di tutti i miei stabili; poi inginocchiata a lui dinanzi, lo pregai della sua benedizione, perchè nel dimani io mi sarei chiusa per sempre in questo monistero. Fu inconsolabile; ma io nella notte ebbi agio di ben meditare la mia posizione, e il mio partito fu irrevocabilmente preso, nè più valsero a smuovermi nè le sue lagrime nè quelle della povera zia. Debole, malata e sola, come vivere in un villaggio per me affatto nuovo, in una casa dove non ero cresciuta e dove non avrei trovato nessuna creatura che potesse compiangere la mia sorte, e circondarmi di quelle cure affettuose di cui allora più che mai sentivo il bisogno? Qui conoscevo la buona Abbadessa, qui erano anime pure che nella loro santa carità avrebbero curato i mali di una misera sorella che si rifugiava fra le loro braccia: per non turbare il sereno della vergine loro vita non avrei potuto narrare la trista mia istoria, ma potevo io piangere dinanzi al Signore e pregare insieme con esse.

Quelle due misere nel raccontarsi reciprocamente i loro casi s'erano sentite più che mai sorelle ed amiche. La Tina teneva come un favore che l'avessero destinata a prestarsi nelle incumbenze dell'ufficio spettante a suor Maria Eletta; ed attenta ad ogni suo minimo cenno la obbediva e l'assisteva premurosa; e quando giaceva malata, vegliava al suo capezzale e ingegnavasi di usarle tutte quelle piccole attenzioni che sa pensare soltanto il cuore d'una figlia. D'altra parte la monaca s'era così affezionata alla giovane, che se la voleva sempre vicina, e non sapeva dissimulare la gioia grande che avrebbe provato, se il Signore le avesse dato l'inspirazione di assumere il velo e legarsi anch'ella indissolubilmentealla stessa vita. Persuasa che nella sua posizione questo fosse il meglio, glielo veniva dolcemente insinuando. Passarono così quattro anni all'incirca, e l'infelice affievolita dalle tante lagrime inutilmente versate oramai cominciava ad accogliere il desiderio di finalmente quietarsi in quel luogo di pace. — Era sulla fine d'aprile. Dopo alcune settimane di precoce primavera cadeva una pioggia dirotta che unita alle molte nevi disciolte nei monti ingrossava fuor di misura il torrente. L'acqua toccava i segni delle piene straordinarie. Un momento di sosta era successo, e suor Maria Eletta ne approfittò per venire al suo solito nell'orticello a contemplare quell'imponente spettacolo della natura. Aveva portato seco un suo libriccino di memorie, e posata sul parapetto vi segnava per entro alcuni suoi pensieri. Le nubi s'accavallavano minacciose, e i flutti in senso inverso gonfi e spumanti correvano rapidi a infrangersi nei massi empiendo il creato della fragorosa lor voce. Alberi sradicati, tavole e legnami passavano convoluti sotto i suoi occhi. A forza di fisare quel precipitoso fuggire della torbida fiumana le pareva che tentennassero gli edifizi della riva opposta e che si movesse perfino il ponte. In faccia alla tremenda maestà delle acque stette gran tempo assorta e come fuori di sè stessa. La sera, quando si fu ritirata nella solitudine della sua cella, dinanzi alle chiuse pupille era tuttavia il torrente che trapassava, e aveva tuttavia piene le orecchie de' suoi soniti procellosi. Alcune gocce di piova percossero nelle invetriate. Le sovvenne che aveva dimenticato lo stipo delle sue carte e che non s'era neppure avvisata di chiudere la porta del giardinetto. Prese il lumicino e discese. La notte era buia e ad intervalli piovigginava. Nell'accostarsi al parapetto le parve in mezzo al romoreggiare del torrente di discernere un grido. Stette in orecchi, ed era una voce umana che veniva dal basso edimplorava aiuto con un accento così lacerante da cavarti il cuore. Corse dalla Badessa a narrare spaventata il caso. Pochi minuti dopo per i dormitòri del convento suonava la sveglia, e le monache coi loro lumicini in mano uscivano dalle celle a dimandare che fosse, ed ansiose s'avviavano giù per le scale alla volta dell'orticello. In un istante tutta la popolazione del recinto s'era adunata in quel sito. Le tenebre cubavano impenetrabili sull'alveo, ma le grida laggiù in quel profondo continuavano. Attaccarono uno dei loro fanali ad una cordicella e la lasciarono discendere dal parapetto. Quando fu a basso, le sue quattro zone di luce, gettate sul torrente come tanti ventagli, lasciavano scorgere per lungo tratto i flutti illuminati che passavano attraverso, ma il vento che lo faceva girandolare rendeva continuamente mobile la scena, senza che l'occhio valesse in nessun punto a poterla fisare. Come rapida visione ei rischiarò una volta il molino sottoposto, e alcune monache scoprirono ch'era in parte rovesciato e che due travi del tetto apparivano sollevate in forma di croce spaventosa. Era da quel punto che veniva la voce, e il fragore delle onde pareva ivi fremere in modo più iracondo. Dopo un istante di tenebre, il fanale tornò di nuovo a rischiarare quella rovina, e allora si vide distintamente un uomo, che salito sul tetto della fabbrica già più che mezza diroccata, si teneva miseramente abbracciato a una di quelle travi, mentre a lui d'intorno mordevano i flutti, e il muro scrollato precipitava a tonfi nella corrente. Le monacelle spaurite si misero a gridare; alcune inginocchiate pregavano, altre piangevano. Ma la Badessa, assunta tutta l'autorità del suo grado,

— Presto, disse, a cercar delle funi. Voi, Teresa Felice, andate subito a prender quella del bucato; Rosa Luigia, portate del refe. Le cordicelle della chiesa, Tina!...Sgombrate il parapetto: oltre a Maria Geltrude che tiene il fanale una sola si resti, tu, Maria Eletta; e guarda attenta tutti i movimenti di quell'infelice. Qua le più giovani e pronte all'opera e con coraggio! — Intanto che si eseguivano questi diversi ordini, talune bisbigliavano tra loro, e una delle anziane si appressò alla Badessa, chiedendole qual fosse la sua intenzione. — Salvarlo, se Dio ci aiuta!... — Avverto, disse suor Maria Angela, che noi abbiamo voto di clausura, e che senza il preciso permesso del Decano della Collegiata....

— Mia cara, sono le undici, il Decano e tutti i canonici a quest'ora saranno a letto, e a meno che non voleste uscire di convento voi, non vedo come si potrebbe ottenere il suo permesso.... — E dato d'occhio ad altre due che sotto i loro veli rabbassati col viso arcigno stavano attente alla conclusione del dialogo,

— In nome di santa obbedienza, disse, voi suor Maria Cherubina e voi Crocefissa, seguite subito Maria Angela e andate in coro a pregare il Signore che metta la sua mano e mandi a bene questa nostra difficile impresa! — Si misero allora in fretta ad acconciare a più doppi le corde, poi le gettarono dal parapetto allo sciagurato che si vi aggrappò con tutta l'energia della sua disperata situazione. Le serve, le converse e le monache più giovani messe in fila l'una dopo l'altra tiravano come se si avesse trattato di attignere; Maria Eletta, pallida, tremante guardava nell'abisso; la Badessa dirigeva; una vecchia veneranda, inginocchiata sul nudo terreno, colle mani giunte pregava ad alta voce invocando la Vergine santissima e tutti i santi del cielo.

— Oh Dio! ecco, ha abbandonato la trave. Signore, salvatelo! Angeli santi, ch'ei non s'infranga nei creti! — La fune per alcuni momenti oscillava.

— È sospeso sull'abisso. Gesù misericordia!...

— Coraggio, figliuole! si tratta della vita d'un uomo.... Oh se ci fosse dato riuscire! — E le giovani robuste raddoppiavano i loro sforzi.

— Viene! È a mezzo, trapassa i virgulti.... torna isolato nello spazio. Guai adesso se le sue mani perdessero vigore!... Tenetevi forte, galantuomo! Anche un momento e poi sarete in sicuro. Raccomandatevi al Signore!... Eccolo! è in salvo! è fuori d'ogni pericolo!... — E un giovane sfigurato dall'angoscia, coi capelli irti e gocciolanti di sudore compariva al parapetto, e varcatolo con un ultimo sforzo cadeva a guisa di cadavere in mezzo alla turba femminile che gli si stipava intorno tra curiosa e lieta dell'averlo ricuperato.[10]Tina, che, visto quel deliquio, s'era subito affrettata di correre in cerca di qualche essenza spiritosa che valesse a farlo rinvenire, tornava adesso con un fiaschetto di stravecchio, e nell'intenzione d'insinuargliene alcune gocce fra le labbra, mettevasi in ginocchio presso di lui che giaceva sull'erba colla testa posata al vaso d'un arancio, e tanto bianco che pareva di cera. La fanciulla nell'atto di guardarlo, si risovvenne in un subito, e gridava stupefatta:

— L'Armellino, buon Dio!! Sogno mio desiderato da tanti anni!... Signore pietoso che me lo rendete per miracolo.... oh! ch'ei non muoia, o Signore!... E fuori di sè stessa accoglieva sul suo seno quella povera testa abbandonata. Il giovane sentì sulla fronte il dolce tepore delle lacrime ch'ella versava, aperse gli occhi attoniti, e come se gli fosse passata dinanzi una visione celeste sorrise innamorato. Ma al ritornare della vita, lacoscienza dell'antico dolore gli si risvegliò più cocente che mai, e assunta un'espressione d'infinita amarezza, respinse quell'affetto come se fosse stato una crudele ironia. Fra tante Vergini che severe in quel momento s'andavano tacitamente ritirando turbate dal contegno della fanciulla, una pietosa gli si fece dappresso, una immagine serena e gentile, l'angelo che veniva a dire la parola di Dio.

— Armellino! — e la sua voce soave aveva come dell'inspirato. — Questa poveretta ha raccolto gli ultimi sospiri della madre tua. Sul suo letto di morte tua madre ha perdonato e pregava per tutti due e ha dato la sua benedizione a tutti due. Interprete di lei che ora dal cielo vi guarda commossa, io stringo insieme le vostre mani. Figliuoli, dopo tante lagrime il Signore vi concede un'ora di gioia. Siate buoni ed operosi, e laggiù nel mondo dove dovete tornare ricordatevi della povera monacella che ancora qualche anno starà qui pregando, e poi anderà ad aspettarvi nel seno di Dio! — La Tina avvezza a venerare suor Maria Eletta come una santa accolse con piena fiducia una sì dolce speranza; ma il giovane stette silenzioso, la sua mano si ritirò mestamente e guardava contristato la terra. Per farsi un'idea di quel che passava nel suo cuore bisogna che torniamo un istante addietro e che diamo una rapida occhiata alla vita ch'egli aveva menato in questo frattempo. Era partito dal suo paese nella certezza di aver perduto per sempre l'amata fanciulla. Egli infelice, per non essere spettatore delle altrui gioie, s'era volontariamente inchiodato a una tremenda catena che lo aveva strascinato lontano in mezzo ai vortici di straordinari e crudeli avvenimenti che lo fecero troppo tardi riflettere alle conseguenze della sua disperata risoluzione. Nella Svizzera, dov'era fuggito, non potè giammai saper nulla de' suoi cari. Fu allorach'ei sentì tutta l'amarezza di quell'ineffabile dei dolori ch'è la patria lontana. Desiderava l'aere e la terra dei luoghi dov'era nato; desiderava i cari suoni della sua lingua, i cogniti volti delle persone tra cui aveva vissuto, la povertà e perfino i patimenti dei tempi passati. Ma a fargli più cocente il cruccio dell'esilio, due immagini gli stavano del continuo fitte nella memoria: il dolce sorriso della fanciulla perduta; e adesso avrebbe tolto di tollerare anche l'aspetto della felicità del rivale pur di rivederla! e le lagrime della sua povera madre. Ahi! ella che lo aveva allattato e cresciuto con tanto amore; ella che sempre compativa a tutti i suoi dolori, ella era sola, invecchiava ogni giorno, ed ei non poteva volare a consolarla!... Vedeva quella cara testa canuta, ne sentiva i pietosi lamenti, e nel rimorso infinito di averla abbandonata gliene chiedeva ogni momento perdono coll'anima. Per uno dei tanti capricci di quell'epoca di trambusti, quando meno se lo aspettava, egli si trovò sciolto dal malagurato impegno e libero di potersene tornare a sua voglia in paese. Non è a dirsi come s'affrettasse a varcare le alpi e come consolato rivide l'ampia pianura italiana. Tornava col cuore esultante, avido di tutti gli antichi affetti, ansioso dei luoghi e delle note persone, e non vedeva l'ora di sentir finalmente nominare il suo amato villaggio. Dopo rientrato in Friuli, a Tricesimo dovette fermarsi a riprender lena. Sperava che fosse l'ultimo riposo necessario, e seduto sulla panca dell'osteria aspettava impaziente che le forze rintegrate gli permettessero di ripigliare il cammino. C'erano lì alla stessa tavola altri viandanti, tra cui un mugnaio di Cividale ch'era stato a Magnano a provvedere una macina, con un merciaiuolo e due rivenduglioli; questi ultimi di Medeuzza venuti a comperare asparagi per poscia portare a Trieste, avevano intavolato un discorso che lo faceva stare con tantod'orecchi. Era quistione di non so che affare e avevano più volte nominato Giorgio.

— Mi bastava la garanzia della moglie, disse il mugnaio, ma così per le dita....

— Son gente però di polso e un giorno o l'altro sarà già tutta roba del nipote, osservò il merciaiuolo che pareva aver molta pratica delle persone di cui parlavano.

— Sapete cosa sarà veramente di lui? la dote della poveraccia che s'è lasciata corbellare dalle sue millanterie, chè i suoi be' ducati dicono che la glieli abbia dati in mano senza briciolo di carta: in quanto ai campi dello zio è un altro paio di maniche. — A queste parole il giovane capì che Giorgio non doveva avere sposato la Tina; e curioso di sapere come fosse, entrò anch'egli in dialogo con questa interrogazione proferita quasi a mezza voce, tanto lo faceva palpitare la speranza di chiarirsi di un fatto che intravedeva a seconda de' suoi desiderj:

— Giorgio, il nipote dell'oste di Oleis s'è dunque ammogliato?

— Pare, galantuomo, che voi manchiate da molto tempo; gli ha già due bambocci!

— Ed è tuttavia uno sventato come quando era scapolo, — soggiunse l'uno dei rivenduglioli.

— Figuratevi, continuò il mugnaio, la bella società che avrei stipulata con colui! A me torna meglio, capite, un povero diavolo che abbia soltanto le braccia....

— Ma, e sua moglie? replicò l'Armellino, non doveva egli sposare una certa Valentina?...

— Valentina di dove? chiese il merciaiuolo.

— Di Soleschiano. Abitava la casuccia che ha dinanzi quel bel moro....

— Volete scommettere ch'egli intende quella siffatta? Eh! figliuolo caro, delle amorose, Giorgio ne avrà avuteDio sa il numero. Ma voi tirate fuori delle istorie rancide....

— Gli è, insisteva il giovane, che m'interesserebbe assai di sapere che sia avvenuto di quella ragazza, e poichè avete conoscenza del paese....

— Adesso mi risovvengo! interruppe il più attempato, si tratta della Monaca di Soleschiano!! e si mise a ridere. All'osteria, dove in passando si si ferma talora a bere una mezzina, ce ne hanno raccontato. Faceva all'amore con un contadino del villaggio che si è dato cambio per disperazione di trovarsi tradito.

— E la madre, aggiunse l'altro rivendugliolo, quando avvennero i trambusti del quarantotto, non sapendo più nulla del suo povero figliuolo, è morta di crepacuore: ma quella fraschetta fu punita, perchè Giorgio, venuta fuori una buona dote, se n'è lavato le mani, e l'ha piantata. Dicono poi che un bel giorno è sparita e che sia ita a farsi monaca. In che razza di monistero ve lo lascio pensare! Il certo si è che mai più se n'è sentito novella....

Que' sguaiati discorsi al cuore dell'infelice furono coltellate. A che tornare in un paese dove non avrebbe più trovato la sua povera madre? Tutto il desiderio che lo aveva fino allora infiammato gli si cangiò in ritrosia insuperabile. Meglio, pensava, non sentir più mai nominare nè la sua casa nè la sciagurata creatura che ne lo aveva cacciato, nè lei perduta per sempre, e che un amaro rimorso gli rappresentava come vittima ch'egli stesso aveva immolata. Nel dimani peraltro, benchè desolato e coll'anima piena di pianti, quasi per istinto e' si trovò avviato verso la patria. Per la stessa strada, accompagnando il carro con la macina comperata, venivaanche il mugnaio di Cividale. Fu di tal maniera che gli si offrì l'occasione di accettare servigio in quel molino. Così senza ch'ei lo sapesse, anzi quasi suo malgrado, il caso lo avvicinò alla fanciulla, come se l'amore dei loro cuori fosse stato una potente calamita la cui forza attraente non avevano potuto distruggere nè il tempo nè le tante sventure. Senza metterci tempo in mezzo, in luogo di tornare a casa, in compagnia del mugnaio egli era venuto in quella stessa sera a Cividale, ed aveva cominciato subito a disimpegnare le diverse faccende del suo nuovo mestiere. Lavorava indefesso procurando così di attutire le dolorose memorie del passato. A giorni peraltro esse tornavano, e allora il pensiero gli vagava lontano a figurargli la perduta fanciulla in mezzo allo strepito e alla folla di qualcuna delle tante città che aveva veduto. Non immaginava ch'ella potesse pregar nella solitudine in cima al dirupo che gli stava sospeso sul capo! Passarono così alcuni anni, nei quali, mercè la sua molta attività ed alcuni fortunati eventi ch'ei seppe volgere a proprio vantaggio, gli riuscì di stabilmente associarsi al proprietario dell'edifizio, di modo che la sua sorte poteva dirsi dal lato materiale onestamente fissata; quando avvenne la sciagura che abbiamo descritta. Avvezzo nelle piene del torrente a trovarsi nel molino, subito che l'acqua minacciava il pian terreno, era suo costume trasportare sui granai le farine e quanto credevano potesse andar soggetto a guasti; poi a misura che la fiumana s'alzava salivano a' piani superiori, e passata la burrasca tornavano tutti come prima al lavoro. Ma questa volta un macigno staccatosi dall'alto e venuto a percuotere nella cantonata dell'edifizio aveva aperto una breccia che produsse il disastro. I compagni s'erano tutti salvati a tempo; egli solo rimasto ultimo trovossi prigioniero delle acque; e se l'inopinato soccorso venutogli dalconvento valse a scamparlo da una morte che oramai pareva indubitata, colla distruzione del molino perdeva ogni sua fortuna e tornava nella misera condizione di prima, cioè colle sole braccia, tanto più che gli scarsi mezzi del mugnaio con cui era entrato in società non avrebbero permesso la rifabbrica. Erano questi pensieri che gli facevano guerra, quando il meraviglioso ritrovo della fanciulla e quella per lui insperata manifestazione d'amore unita alle dolci parole di suor Maria Eletta tornarono a suscitargli nell'anima in tutta la sua forza il sogno di felicità de' suoi giovani anni.

La Tina nella beatitudine del rivederlo si lasciava andare a tanta ingenua espansione che il giovane alla perfine le aprì con confidenza tutte queste sue angustie; la monaca in mezzo ai due faceva carezze alla fanciulla e la guardava commossa come se si avesse trattato di affetto tutto suo, poi col fare mansueto e coi miti propositi si studiava di richiamare la speranza nell'animo travagliato di lui e di appianargli le tante difficoltà ch'egli andava mettendo innanzi; ma più spesso, sollevati gli occhi al cielo, ascoltava meditabonda i loro discorsi e pareva che aspettasse di lassù una inspirazione che valesse al vero bene di quelle due povere creature ch'ella già amava con viscere di madre. Ma nel mentre queste tre anime amorose s'andavano così tra loro confortando, nell'interno del convento succedeva una tutt'altra scena ed inspirata da ben diversi sentimenti. Le monache, che la Badessa aveva mandate in coro, dopo un'assai breve orazione fatta per obbedienza, posato uno dei loro lumicini sul sarcofago della principessa longobarda, si riunirono tutte tre sullo stesso banco e davano sfogo all'esuberanza del loro zelo con una miriade d'osservazioni intorno al caso accaduto. Ed avevano un non so che di sinistro quelle teste velate che confabulavano sotto vocelì in quell'angolo nell'ombra fantastica progettata dagli emblemi della morte, mentre al di fuori fremeva iracondo il Nadisone. Appena poi s'accorsero che cominciavano ad uscire dall'orticello, corsero curiose incontro per sapere della fine. Se avevano già prima ardito censurare la condotta della Badessa, ora che udirono narrare dello scandolo della Tina non ebbero più ritegno. Vi fu chi propose di convocare sull'istante il capitolo e obbligar la Badessa a render conto dell'infranta clausura. Suonarono infatti la campana, e le più autorevoli andate ad assidersi sui loro scanni aspettavano accigliate. Quella campana suonata così nel cuor della notte, finì di mettere in iscompiglio il convento. Dalle celle, dove alcune si erano ritirate, dall'orticello, dove altre erano rimaste, lungo i porticati, giù pei dormitòri, tutte accorsero obbedienti al segno convenuto, e nell'incontrarsi s'interrogavano a guisa di formiche quando s'ammusano. Così indettate, al comparire della Badessa una delle anziane a nome delle consorelle fece la mozione. La buona vecchia rispose poche precise parole: doversi ringraziare il Signore che loro aveva concesso di salvare la vita a quell'infelice: se rotta la clausura, ella sola come Badessa trovarsi responsabile: in quanto alla Tina, non aveva voti di sorte; peraltro avrebb'ella pensato a custodirla: andava intanto ad aprir la porta al giovane. — E senz'altri rispetti sciolse il capitolo, lieta in suo cuore che l'imbroglio fosse avvenuto a guerra finita. Ma nel mentre con passo concitato attraversava la corte per recarsi dal giovane e vedere se fosse in istato di finalmente andarsene, in fra sè stessa non poteva astenersi dal riflettere: Che faccenda vuol essere cotesta? Pare che la Eletta sia affatto cieca! E quest'altre poi vogliono vedere più di me che sono la Badessa. Eh! saprò metterci riparo senza dei loro capitoli. Pettegole! a mezzanotteconvocare il capitolo... Pur troppo ci vedo anch'io; non l'hanno tutto il torto, perchè il contegno di quella ragazza è stato uno sproposito... Saranno conoscenti, saranno amici.... ma se anche fosse un fratello c'era proprio da scandolezzarsi. Modi riprovevoli, sentimenti profani; mondana fin nelle midolla.... e volevano farmi credere che desiderasse il velo? Bella vocazione! Basta, dimani parlerò col confessore, e se sarà correggibile.... Intanto sbrighiamoci del giovane e mandiamolo pe' fatti suoi. Questo giovane è proprio stato una tentazione del demonio.... Peraltro sono così contenta d'averlo salvato che tornerei sempre a fare lo stesso, oh sì! dovessero dimettermi di Badessa issofatto! Caspita, si trattava della vita d'un uomo! — Ma quando fu sulla porta della cucina, dove suor Maria Eletta aveva fatto entrare l'Armellino, e la Tina ad asciugargli le vesti fradice gli aveva acceso un buon fuoco, e li vide ch'erano tutti tre in dolci confabulazioni, e la monaca gestiva animata come se avesse esposto qualche progetto a cui i giovani prestavano la massima attenzione, e ora commossi fino alle lagrime ringraziavano, ora raggianti di gioia assumevano un'espressione di felicità ch'ella non aveva immaginato, se non sulla faccia dei beati che stanno in paradiso, sentì che tutti i suoi severi propositi le si sfumavano e veniva col cuore e colle braccia aperte — a mettersi anch'ella in compagnia. Suor Maria Eletta le corse incontro.

— Abbiamo combinato tutto, le disse; il molino si rifabbricherà, egli sposerà la Tina, lavoreranno insieme, in pochi anni potranno restituire ai poveri il capitale.... Oh Madre mia, come è buono il Signore! Un tale orribile disastro! e' c'era il dito della sua provvidenza che voleva ravvicinare queste creature! Poverini! e pensare ch'essi si amavano con tutta l'anima e nol sapevano....ma ora ogni cosa è chiarita, nè ci sono più malintesi. — La Badessa fece una carezza alla Tina quasi per rappattumarsi dell'averla in cor suo così facilmente condannata, e guardando sottecchi il mugnaio mormorò a mezza voce:

— Ma colle monache come faremo? Si sono formalizzate, capite?

— Le non sapevano ch'era il suo fidanzato, rispose Maria Eletta. Ora, voi potete far aprire la porta e il giovane va via subito.

— Oh sì, galantuomo! Cotesto è il meglio. Perchè, alla fin dei conti siamo in convento, e certi contatti... Dio lo sa, se sono lieta d'aver potuto salvarvi! ma se questa fraschetta non vi rivedeva si sarebbe fatta monaca, e invece, ecco, in un attimo volta bandiera e addio che ci siamo visti! A rubarla al Signore ha bastato il vostro alito, giovinotto! —

— Ma ella sarà una buona cristiana allo stesso, e crescerà la sua prole nel santo timore di Dio. Oh, il mondo ha bisogno di brave donne, e nei giorni che rimarrà ancora qui con noi, vogliamo istruirci, pregare e prepararci a cotesto, non è vero, Tina?

— Ahi! sospirò la Badessa, preveggo persecuzioni, e come difenderla?

— La darete a me, la custodirò nella mia camera. È convenuto, Madre mia, la non può uscire, finchè il giovane non abbia fatto fare le gride e allestito ogni cosa per le nozze. Allora viene a levarla....

— Meglio, figliuolo, che mandiate una qualche buona comare del vostro villaggio, e noi intanto le prepareremo un po' di mobile.

— Io ti darò le carte, continuò Maria Eletta, e anderete insieme a Pordenone dalla persona che ti dicevo e che troverai indicata.

— Siamo dunque intesi, conchiuse la Badessa. E guardò con compiacenza l'affettuoso addio che i due giovani si davano; indi rimessa nella gravità del suo grado, stese loro la mano ch'essi baciarono colla più viva riconoscenza. Partito il mugnaio si ritirarono nelle loro celle, e la buona vecchia prima di coricarsi s'inginocchiò a' piedi del Crocifisso, e lo ringraziò della misericordia che le aveva usata, e pregò per la felicità di quelle due creature, e, così come aveva detto Maria Eletta, che fossero cristiani e che vivessero insieme nel santo timore di Dio.

L'Armellino nel dimani tornava al suo villaggio nativo, tornava dopo parecchi anni d'assenza e col cuore agitato da mille diversi sentimenti. Era una bella mattina affatto limpida, e nell'aria una certa fragranza, una specie di alito ravvivante che annunziava la presenza della già dispiegata primavera. I contadini ne avevano approfittato, e i campi si vedevano per ogni dove popolati di gente che lavorava. Oltrepassate le colline, attraversava la prateria che dicono Manzana, e i suoi occhi da un pezzo si fissavano sui buoi d'un aratro che andava e veniva aprendo i solchi della terra che sta per confine al di là dell'acquicella. Quando fu tanto vicino da distinguere le persone, il giovane che guidava gli animali si fermò a guardarlo con grande attenzione. Si ravvisarono entrambi nel punto istesso e si corsero incontro con la gioia di due fratelli che si rivedono dopo lunga lontananza.

— Viva Armellino per Dio! Gli è l'Armellino che ritorna! gridava l'uno gettando all'aria il cappello e precipitandosi fra le braccia dell'altro, che tutto commosso so lo strinse al cuore coll'identica amicizia di quellanotte che si erano salutati per l'ultima volta sotto le finestre della Tina. Gli altri si fecero anch'essi avanti e gli si strinsero intorno avidi delle sue novelle, e poichè era l'ora della colazione, lasciarono che i buoi riposassero, e si misero a chiaccherare delle tante cose passate. Seppe allora come la sua famiglia aveva in quel frattempo cambiato domicilio e trovavasi sur una colonia al di là del Nadisone. Questa inaspettata notizia lo turbò; non aveva mezzi di sorte, nè vedeva sul momento come avrebbe potuto ripiegare. Se ne accorse Giacomino, e a tòrlo d'impaccio, con quella franca e cordiale amicizia ch'è propria dei poveretti, gli propose subito, perfin che avesse ultimate le sue faccende, di far casa insieme.

— Lassù dai tuoi, disse, saresti troppo lontano; correre su e giù non ti torna, sarebbe un continuo perditempo; ti offro la mia cameretta invece, e tu così puoi aiutarci nei lavori della stagione. Guarda mio padre come ne gongola al solo pensiero! — Diceva la verità perchè il buon vecchio gli si era appressato, e a convalidare la proposta del figliuolo, aveva cavato la scatola e tutto allegro gliene offriva una presa. In quella capitò sul campo a portar la colazione madonna Lucia. Non aveva appena deposto dalle spalle l'arconcello, che lo riconobbe, e subito nuovi evviva e mille benvenuto, che pareva proprio che il rivederlo fosse per tutti una festa domestica. Dovette assidersi con essi sul margine erboso dell'acquicella; e si disponevano a far colazione, quando madonna Lucia scoperchiando il cesto per cavarne la polenta e la frittata che aveva loro apparecchiato, cambiò fisonomia e colle mani nei capelli — Ah poveretta me! — disse, e rimase lì stecchita che pareva una statua.

— Che c'è? chiese il padre di Giacomino, che non capiva questo subitaneo costernarsi della moglie.

— Non vedete? Non si può far colazione!

— Sarebbe bella, perdinci! Dopo quattro buone ore che si lavora e dopo quel tantino di gambata che ha fatto questo poveretto. Non si può far colazione?... Perchè mo di grazia?

— Ah mio Dio! Perchè è venerdì, e io me l'ho dimenticato, e la frittata l'è di grasso; l'ho fatta proprio coi ciccioli! — Ammutolirono tutti, che la sentenza di madonna Lucia coll'appetito di quell'ora non garbava gran fatto. Ma il buon cappellone, dopo averci alquanto pensato sopra, in atto brusco pigliò il piatto della vivanda contrastata e si accinse con eroica pazienza ad estrarne uno per uno i ciccioli, e consegnandoli alla moglie,

— To', disse, porta a casa. — Indi sicuro del suo operato come un dottore di teologia che abbia deciso un caso di coscienza, imbandì la colazione che si misero tutti a mangiare, tornati al buon umore e ai discorsi di prima. — Per l'Armellino quell'incontro e quell'accoglienza furono una vera fortuna. Accettata la proferta e collocatosi nella casa di Giacomino lì a Soleschiano nel villaggio istesso della fanciulla, non solo trovavasi più a portata per le sue faccende, ma essi si prestavano per lui come se fosse stato un fratello, e la loro compagnia e la loro amicizia tolsero ch'ei si lasciasse sopraffare dalle tristi reminiscenze che certamente gli si sarebbero risvegliate in tutta la loro forza nel seno della propria famiglia, dove più non doveva rivedere la sua povera madre. Fu Giacomino che gli procurò una picciola somma ad imprestito necessaria pe' suoi presenti bisogni, e senza della quale sarebbe stato impicciatissimo; perchè quando andò a trovare i suoi, e s'accorse delle loro strettezze, capì che non avrebbe avuto coraggio neppur di accennare a quel po' di miseria che gli veniva come sua parte. Donna Lucia poi, ch'era parente della matrigna della Tina e ben accetta al fratello e allacognata di lei, si accinse a parlar loro del ritorno della fanciulla, e colla sua valida mediazione seppe far dimenticare l'offesa della brusca partenza e disporli a riceverla di nuovo in casa perfin che fossero conchiuse le nozze. Stabilita così ogni cosa, in capo ad alcune settimane, il giovane potè recarsi di nuovo a Cividale, onde intendersi col mugnaio suo antico socio per la rifabbrica del molino, e levare dal monistero l'amata fanciulla. Suor Maria Eletta le aveva dato una lettera, la cui soprascritta indicava una persona che doveva trovarsi a Pordenone. Bisognava dunque recarsi colà. Dopo molto progettare partirono in quattro, i due fidanzati, Giacomino e una sorella di lui. Oltrechè donna Lucia aveva consigliato di cogliere quest'occasione per la compera degli anelli, dell'abito nuziale e di altri indispensabili oggetti, c'era che questo viaggetto in sì cara compagnia e alla vigilia della sua felicità, per la fanciulla che aveva vissuto tanto tempo nel dolore e nella reclusione, diveniva adesso un piacere dei più squisiti. Nel suo secreto la pungeva anche un vivo desiderio di vedere co' propri occhi il misterioso personaggio che aveva avuto tanta influenza sulla sorte della sua benefattrice. E quando seduta colla giovane amica sul di dietro della carretta che Giacomino si godeva a far volare tra il polverio degl'interminabili rettilinei della strada postale, ella assaporava in silenzio la voluttà d'esser finalmente in un vasto spazio e di attraversarlo a guisa di freccia, nell'estasi delle soavi emozioni che le faceva provare la presenza del giovine amato, le si mesceva del continuo con tutti i suoi particolari la trista istoria che le aveva raccontato la povera monacella. Le lagrime di lei, ch'ella rammemorava con pia amicizia, le erano come un freno per non abbandonarsi a tutta la foga della propria felicità; come una religiosa malinconia dell'anima che le facevapiù quieto e più pensato l'amore. A Pordenone seppero che la persona che cercavano era un avvocato di molto grido, ma che da parecchi anni ridottosi infermo più non usciva di casa, nè riceveva visite di sorte; il suo studio però era frequentato quasi come per lo innanzi, e gli affari procedevano appoggiati alla straordinaria reputazione della sua firma e alla solerzia di uno dei giovani che ivi facevano la pratica. Compresa la difficoltà di consegnare direttamente la lettera di suor Maria Eletta, pensarono di rivolgersi a cotesto giovane. A tal uopo, lasciati all'osteria Giacomino e la sorella, i due fidanzati s'avviarono alla dimora dell'avvocato. Era una casa d'aspetto signorile; e mentre ascendevano le scale, all'aprirsi d'una porta situata dirimpetto allo studio furono colpiti dall'allegro frastuono di molte voci che ne uscivano e dalla rapida vista d'una stanza magnificamente addobbata, entro alla quale così in passando poterono raffigurare l'agitarsi di un numeroso crocchio di gente elegante. Entrati nello studio, il giovane a cui si erano indirizzati uscì un momento e tornò colla risposta: che, trattandosi di un affare di assai vecchia data, bisognava che ritornassero, non essendo possibile così su due piedi rinvenire il documento necessario; tanto più che il dottore era in quel giorno assai sofferente, e la signora occupata nel ricevimento di alcune visite non avrebbe potuto per allora parlargliene. Nel venir via più non trovarono la guida del cameriere che li aveva introdotti. Povera gente di campagna, nuovi del sito e confusi dalle cose vedute ed udite così al rovescio di quanto immaginavano, sbagliarono l'uscita, ed imboccata un'altra porta scesero per una scala secreta che metteva in cucina. Apparecchiavano un rinfresco, e a sbrigarsi di loro alla più breve, un servo accennò che attraversassero l'appartamento a piè piano e se ne andassero per quellaparte. Nella seconda stanza videro un uomo sdraiato sur un vecchio sofà. Non s'accorse che passavano, e cogli occhi fitti nella parete sembrava come assorto in una lunga e dolorosa meditazione. Aveva affatto calva la testa, una lunga barba bianca ed incólta gli scendeva sul petto lasciato nudo dallo sparato della camicia senza abbottonare, unico velame di quel misero corpo ischeletrito, se ne togli una veste da camera per lungo uso smontata di colore che teneva gittata sulle gambe. Un'indefinibile espressione di amarezza traspariva dalla faccia macilente. Tutto ad un tratto si pestò la fronte con ambe le mani, e piangeva con istrida prolungate come bambino che hanno picchiato. Mentre turbati da quel triste spettacolo s'affrettavano in punta di piedi a guadagnare l'uscita, udirono dietro a loro l'altercare dei servi che bestemmiavano l'accidente che aveva così rivelato a due estranei la miseria del loro sciagurato padrone. Tornati all'osteria, non osarono dir verbo su quanto avevano veduto. La Tina era pallida, contraffatta, e il cuore le batteva in un modo così sinistro, come se le si fosse guastato il sangue. Ricusò di più rimetter piede in quella casa; ed ella, che nella sua femminile curiosità aveva tanto desiderato di conoscere davvicino quella persona, ora avrebbe voluto poterla dimenticare in eterno; ma invece non v'era cosa che valesse a cavargliela dal pensiero e vi faceva intorno incessanti congetture. Qual mai poteva essere la strana malattia che tormentava quell'uomo? Egli, che nella sua gioventù s'era fatto gioco delle lagrime degli altri, perchè piangeva adesso con un accento così toccante, così desolato? Sentiva forse gli affetti che aveva derisi? Quali immagini gli si dispiegavano su quella parete dove guardava così intento? Forse i volti pallidi, lagrimosi delle misere che aveva tradite? Una ce n'era che ad onta di tutti i dolorich'egli le aveva versato nell'anima, pregava in pace e rassegnata. Ora, ch'ei si trovava nelle mani di gente senza cuore, desiderava forse la commiserazione di quella pia? — L'Armellino intanto a forza d'insistere per una risposta, era venuto a capo di farsi consegnare le carte appartenenti a suor Maria Eletta, e riscossa la somma anticamente depositata sul Monte di pietà, senza più oltre curarsi di un mistero che non lo riguardava, si dispose coi compagni a tornarsene a casa. Era il primo sabato di maggio, e quando, dopo aver corso tutta la notte, al rompere dell'alba entravano nel villaggio di Soleschiano, s'accorsero delle vie sparse di fiori. Smontati da Giacomino, i due giovani alquanto trepidanti accompagnarono a casa la Tina. Dall'oriente che incominciava a rischiarare spirava una leggera brezzolina che faceva gentilmente tremolare le foglie del moro, e colla sua pura freschezza ravvivava gli spiriti intorpiditi dal protratto vegliare e dalla stanchezza del viaggio. Veniva loro alle nari come un sentore di rose, a misura che si avvicinavano sempre più acuto. Dai rami dell'arbore ne pendevano diverse ghirlande, e una ve n'era intrecciata di erica e di ulivo mentre la terra lì dinanzi appariva seminata di foglioline d'isopo. Si ricordarono che nei pellegrinaggi che si fanno alla Madonna del Monte, i divoti quando discendono sogliono mettersi sul cappello o nella cintura mazzolini di erica fiorita che cresce ivi in grande abbondanza e che chiamano i fiori del perdono.

— Pace e perdono! — sclamò Giacomino. La Tina commossa staccò dalla corona che le aveva offerto un ramicello d'olivo e una ciocca di quei fiori, e li porse al suo fidanzato. L'Armellino li portò alle labbra, e per un impeto subitaneo gli si rinnovarono tutte le gioie dell'antico amore. Si contemplarono un istante desiosi. Laluce incerta dell'albeggiare li faceva pallidi. La fanciulla sollecita entrò in casa; egli stringendo la mano all'amico si staccò da quella porta senza poter proferire una parola.

Pochi giorni dopo inginocchiati dinanzi all'altare, coll'anima purificata dalla preghiera e dalla penitenza, ricevevano insieme il mistico pane; e il bene che si avevano sempre voluto diventava Sacramento.

FINE.


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