X.LA FESTA DEI PASTORI.
Ballavano sui prati di Solleschiano. Avevano piantato il tavolato sulla sponda sinistra del torrente all'ombra dei pioppi che fanno argine alle acque. Quella vasta prateria, che a guisa di ventaglio si stende tra il Nadisone e la Torre, era tutta seminata di gente, che in ogni direzione solcandola convenivano al luogo della festa. Or capitava una carretta tirata da muli, da cui smontavano un paio di leggiadre mugnaie che aggiustandosi la gonna, il grembialino di seta, i tremoli delle trecce, a forza di gombiti si facevano largo tra la calca. Or vedevi venir su pel prato una compagnia di ragazzette che si davano braccio: correvano, e il bianco de' loro ampi fazzoletti da testa, e i vivi colori di quelli da collo te le facevano scorgere una buona pezza lontane. Da un'altra parte raccolti in brigatelle venivano i giovinotti coi cappelli guarniti di un fiore o di una penna di pavone, colle calze azzurre slacciate e un po' arrotolate intorno al collo del piede mostravano la gamba robusta velata di pelo, e pronta a slanciarsi dietro la facile armonia del Valzer. Taluni cantarellavano, e allungando il collo al disopra della folla guardavano se ancora fosse venuta la loro amorosa. Il sole tramontava placido, e attraverso quelle mille fogliuzze di pioppo allora allora sbucciate e continuamente tremolanti, mandava gli ultimi suoi raggi ad illuminare la festa e dare una tinta fantastica a quei giovani volti un po' abbronzati e fatti rossi e vivaci dallagioia della danza. Intanto alcuni, scelto coll'occhio un siterello in disparte, aprivano un cesto od un carnierino ed apparecchiavano sull'erba una merenduccia da godersi in compagnia. Cotesto ballare che qui si fa, si chiama la Festa dei Pastori, perchè i primi ad aprirla sono i giovanetti dei due villaggi, che nei mesi antecedenti al maggio menano in comune il bestiame al pascolo per la prateria. Essi hanno il diritto di ballaregratis, e lor si dà come per mancia qualche soldo e delle uova per la merenda. L'usanza s'è allargata in modo, che quasi tutti i padri di famiglia dividono tra i loro dipendenti alcune monete a tal uopo, cosicchè di queste merenduccie qui e colà, nell'ombra dei pioppi, dietro la riva che fiancheggia la strada di Palma, per tutto il prato se ne vedeva moltissime. Qualcuno s'era ingegnato d'avvivare un piccolo focherello, e d'intorno, mentre si riscaldavano le vivande o friggevano le uova, tenendosi per le mani, danzavano improvvisando allegre villotte. Nel mezzo del prato su d'un carro stava una botte di vino, ed era un continuo andirivieni a questa spezie di mobile osteria. Fra la calca che formava cerchio a quelli che ballavano, avresti notato un gruppo che si distingueva pel bruno signorile dei vestiti, per l'alto o trincato chiacchierare e per le boccate di fumo che tratto tratto saliva in ruote azzurrognole al di sopra dei loro fini cappelli di felpa. Erano alcuni giovinotti di fresco laureati, amici del medico condotto, venuti a passar con lui quella bella giornata di primavera, e dopo il pranzo, egli li aveva menati a vedere la festa campestre, che ogni anno usano fare su questi prati nella prima domenica di maggio, giorno in cui si vieta il vago pascolo. Se la godevano, or a notare l'aria d'importanza con cui que' ben tarchiati campagnuoli andavano a parlare co' sonatori, poi a prendere le loro belle e a lanciarlein un valzer alla contadina, dove il pestare dei piedi per la capriola finale erano un ritornello inevitabile; ora adocchiavano le danzatrici, e,
— Guarda, diceva uno di essi, bella ragazzina quella dalla pezzuola colore scarlatto, che s'è lasciata cadere dalla testa il fazzoletto, onde mostrare i tanti tremoli che ha nelle trecce.
— È la figlia d'un ricco affittuaiolo che abita in quella casuccia bianca che vedi là nella terza delle colline che ci stanno dirimpetto; rispondeva il dottore.
— Bellina in verità! notava un altro. No, non sa ballare. Vedi modo sgraziato di portare la persona! e poi come butta le gambe!
— Effetto, mio caro, dell'essere avvezza a saltare pei colli.
— E l'altra, che balla con quel mascalzone che fa pompa del moccichino ricamato che s'è cinto attraverso la vita....?
— Una mugnaia.
— Io vorrei che ballassero quelle due là che si bisbigliano alle orecchie; quelle due care pettegole dai ricciolini minuti minuti e dalla vita mingherlina, che stanno lì dappresso a quella grassoccia che ha scritto sul viso la pretesa d'esser bella, ma che non lo è niente affatto.
— Quella, vedi, diceva il dottore, ha nome di bellissima, mentre le altre due non sono contate un'acca. I contadini destinati alla fatica calcolano la bellezza in relazione ai loro bisogni. Buoni gombiti e buone spalle sono per essi la migliore attrattiva, e si prenderebbero, io credo, una donna a peso.
— Infatti, osservava un altro, quelle che qui ballano non sono per nessun conto le migliori. Io vedo là nella calca spuntare dei visetti da angelo che allunganoil collo per desiderio di far quattro salti, e cotesti villanzoni passano loro dappresso senza neanche guardarle, mentre le regine della festa sono due, tre, madame pataffie ben grasse e ben rubiconde, tutte ansanti e grondanti di sudore.
E motteggiavano notando le smorfie, le occhiatine dolci e gli sguaiati attucci di quelle giovinotte che nella pretesa d'esser belle facevano vie meglio risaltare i difetti della loro goffa figura.
— Guarda colei che si fa fresco col lembo del grembiule. Misericordia! che vezzi e che ridicole smancerie!
— Eppure, osservava un altro, cotesti villani le fanno la corte, ed è incontestabilmente una delle leonesse della festa.
— O dottore, dottore, cantarellava un mingherlino accarezzandosi le basette, anche questa sua vantata semplicità dei campi ha il suo lato ridicolo. Insomma, qui bisogna venire per conoscere quanto sia di bello reale nella poesia arcadica che or si vorrebbe tornare in moda. Se le contadine e le pastorelle fossero come ce le dipingono nei libri....
— Ma tu, interrompeva il dottore, per una che sia un po' sguaiata gridi contro tutte?
— Almeno, tornava a dir l'altro, se non si può asserire che sieno tutte brutte, concederai che questi ragazzi son di un gusto ben perverso.
— Oh! per cotesto poi nè più nè meno di voi altri ganimedi di città, che innamoratidell'amabile pallorefate tante dive di tutte le clorotiche e le tisicucce tra le vostre madamine. Almeno qui se non si sa conoscere la vera venustà ed eleganza delle forme, si apprezza la forza e la salute che pure sono doni del cielo.
— M'immagino che la tua decantataMiuttesaràanch'essa un pezzo maiuscolo sul fare di coteste passate schiattone.
— La mia Miutte, diceva il dottore, in qualunque condizione è vestita, sarebbe sempre bella, poichè i suoi lineamenti sono perfetti; capite? Bisogna vedere che profilo precisamente greco, che bellissima capigliatura, che occhi, che disinvoltura e che eleganza nel portare della persona!
— Ih! ih! tu ce la dipingi una Venere!
— Sissignori, una Venere, con questo di più, che bella com'è, ella non sa di esserlo.
— Davvero che è proprio nel paese dove non sanno di esser belle; se se lo credono fin quelle che sono orride!
— Appunto mo per cotesto, vedi, la sua bellezza ha un'attrattiva indescrivibile. La poverina è piuttosto graciletta, scarmolina, di colori delicati, e coll'idee del bello che qui regnano, ella non fu mai giustamente apprezzata; anzi crede in buona coscienza che la natura sia stata avara con lei di questi pregi esteriori, ed è per compensarne il difetto che è dolce ne' modi, aggraziata e modesta. Ella ti parla in un tuono così umile, veste semplicissima, lontana da ogni ostentazione.... Insomma pare che sia sempre in atto di chiederti scusa, se la sua vista non ti produce un senso abbastanza aggradevole; e ciò, a veder mio, aggiunge un gran pregio alla sua reale bellezza.
— Ma sai tu, dottore, che con coteste poetiche descrizioni ci hai grandemente invogliati di vederla?
— Or via additaci questa tua Miutte.
— Questa tua Venere dei campi.
— Questa bella senza pari.
— Questa ninfa rusticana.
— Questo tuo modello arativo-prativo e boschivo: — saltarono su a gridare tutti in un colpo.
— Doveva venire.... diss'egli morsicandosi le labbra.
— Ma a quel che pare, soggiunse un altro, ti ha canzonato.
Il dottore, che, se non l'aveva precisamente detto, aveva almeno lor fatto credere d'aver un mezzo appuntamento, sentiva un po' di stizza d'aver dato in falso e procurava mutar discorso. Intanto s'era fatto tardi, il tavolato si spopolava, pel prato andavano diradandosi i gruppi di gente, e udivi di lontano il canto dei già partiti. Gli amici del dottore si congedavano, e montati in un calessino gli gridavano, ridendo, buona fortuna, e qualche altra piccante e buffona parola, ch'egli accolse con un forzato sorriso. Sentivasi suo malgrado umiliato. Dopo ch'egli nel suo cuore aveva fermamente ritenuto che quella donna capitasse, e dopo averne dette tante mirabilia ai compagni e con boria giovanile dato loro ad intendere un po' di amoretto, questo non essere venuta, gli volgeva in amaro tutta l'allegria di quel giorno. Compivano all'incirca tre anni ch'egli aveva veduto per la prima volta la Miutte. Era un mercoldì di carnovale, egli veniva nel villaggio di S*** a pranzo dal cappellano suo amico, e non trovatolo in canonica, entrò nella chiesetta dov'era a celebrare ed a benedire un matrimonio. Col suo bel mazzo di fiori in mano, velata da un ampio fazzoletto ditullericamato e piegato a croce, da cui trasparivano le folte trecce tempestate di tremoli d'argento e rilucenti com'ebano lisciato, usciva prima la sposa. L'azzurro vivace della sua gonna di seta, l'allegra pezzuola del collo, colore di croco e picchiettata in iscarlatto, il grembialino cangiante tra il verde ed il rosso pallido, gli parevano addirsi a quella giovine creatura, che come un'alba d'estate gli compariva dinanzi in tutta la pompa del più bel giorno della sua vita. Ma quando giunta alla pila dell'acqua benedetta nel segnarsene la fronte, ellarivolse al suo sposo gli occhi umidi di pianto, e raccolta l'anima nella faccia dilicata ed ingenua, fe lampeggiare in un pudico sorriso l'interna sua contentezza ed affettuosa riconoscenza, quella fisonomia gli parve d'angelo, e gli s'impresse nel cuore a tratti indelebili. Dipoi la rivide assai di rado, chè ne' villaggi un po' discosti dalla città ed abitati da soli agricoltori, la vita delle contadine maritate è tutta di casa e di lavoro, ned egli aveva nessun decente pretesto per andarla a trovare. Fu solo due anni più tardi che essendosi ammalato il suocero di lei, egli ebbe occasione di vederla dappresso e di chiacchierare con essa qualche momento. Era spessissimo al letto dell'ammalato. Ella, riconoscente alle cure ch'ei prodigava a quel vecchio, che oramai veniva da lei riguardato come suo proprio padre, cercava di mostrare la sua gratitudine con mille attenzioni al giovane; ma non le passava neanche per la mente ch'ei potesse pensare a lei più del dovere. Le mogli dei nostri contadini sono di raro civette. Da ragazze fanno all'amore, cangiano amanti, scelgono; ma una volta maritate, la lor vita è tutta consecrata ad un solo uomo, nè credono possibile l'infedeltà. La Miutte ch'era lontanissima dal supporre nessuna mira nel dottore, trattando con lui, non usava poi neanche nessuno di quegli artifici di contegnosa virtù sì frequente nelle donne che in ogni uomo che loro usa un'attenzione veggono un seduttore. Semplice ed ingenua, ella apriva a lui i tesori della sua anima, e godeva con tutta innocenza dell'amicizia che gli veniva profferta. Quando fu guarito il vecchio, cessarono le visite del dottore, nè più si rividero, se non incontrandosi a caso, o qualche volta in chiesa alle sacre funzioni. Ma in quella prima domenica di maggio verso le undici del mattino il dottore andando a visitare un'ammalato e volendo accorciare la via attraversava un campo di frumento. Vide sulmargine vicino alla siepe un fascio d'erba cavata di fresco come accennavano i papaveri e i fioralisi non ancora appassiti, e guardando lungo i solchi, scoprì la Miutte che succinta le gonne e curva tra le spiche nettava il frumento.
— Brava! diss'egli, invece d'andare a messa, voi state qui lavorando!
— Ma!... rispose ella ridendo. Gli agnelli mangiano anche in giorno di festa, e questa sera si balla sui prati....
— Voi non avete tempo di far erba, ho capito. Eh! questo ballare per voialtre donne è una gran tentazione; ed anche le più sagge mandano la predica del Piovano sul granaio del Papa, purchè avanzi tempo di divertirsi, n'è vero? Divenne rossa rossa, e, perchè egli pieno di fretta camminava a gran passi, lasciò che continuasse la sua strada. Questa era stata tutta la promessa di venire alla festa, sulla cui base egli aveva fatto credere ai compagni che una bella contadinotta lo aspettava a far un valzer; ed ora che la sua vanità era stata punita, tornava a casa di mal umore un po' stizzito e in cuor suo accusando la povera Miutte. Quando fu nella villa, vide sulla porta della casa di lei una sua cognata, fanciulla di circa sedici anni, che appoggiata all'un degli stipiti stava chiacchierando con un giovinotto, e gli venne l'idea di dimandare della Miutte.
— Caterinuccia, diss'egli, fammi un piacere, portami un po' di fuoco, chè accenda il sigaro. Ella corre a prenderlo, e mentre accendeva:
— Perchè non hai voluto ballare sui prati con quel giovinotto ch'era in mia compagnia?
— Oh! perchè, diss'ella, noi altre poverette balliamo alla buona, e con loro signori non è da mettersi.
— Ha pur ballato meco tua cognata.
— La Ghita?
— No, la Miutte.
— Non è vero niente, rispose ridendo.
— Non è vero? ed io ti dico di sì. Tu eri allora già partita.
— Ma se la Miutte non è stata pei prati nè punto nè poco!
— Vuoi dirlo a me?
— Sicuro a lei! Ella è dalla Maddalena.
— Chi è questa Maddalena? chiese allora il dottore fumando, e schiacciando un tantino colle dita la punta del sigaro.
— Quella poveretta che sta laggiù accosto a' cipressi, e che or saran due anni ch'è inchiodata in letto.
— Una malata? e nessun m'ha chiamato? vado subito a vedere di lei. E mosse verso la casuccia indicata, contento di questa combinazione che gli dava agio di rivederla. Mentre con passo affrettato attraversava il villaggio, il pensiero gli correva alla donna, il cuore gli palpitava come se si fosse trattato d'un colloquio d'amore. Aveva tanto parlato di lei in quella giornata, il suo desiderio di vederla nella festa era stato così vivo, l'allegria, gli amici, la spensierataggine dei loro discorsi, le spacciate millanterie, e per ultimo l'essere stato deluso e un po' canzonato gli aveva talmente esaltata l'anima, che aveva finito col trovarsi riguardo a quella giovane, non nella sua posizione reale, ma in quella che aveva immaginato e procurato di far credere agli altri; ed ora a questo abboccamento che il solo caso gli offeriva, e' vi andava come se di comune intelligenza fosse stato prima da entrambi concertato. Aveva in animo di farle finalmente dichiarazione d'amore e d'adoprare ogni possibile artifizio per trarla a corrispondergli. Se lì non gli veniva fatto di parlare a quattr'occhi, pensava d'accompagnarlaa casa. Era notte: la villa deserta, perchè vicina l'ora della cena; questa volta l'occasione gli si presentava propizia. Giunto ai cipressi, vide a man ritta una casuccia meschina, che guardava su d'un cortiletto chiuso d'una palafitta di canne, e indovinò che fosse l'indicata, perchè dalle fessure della finestrella in alto traspariva un po' di lume. Le altre case, dove non c'erano ammalati, a quell'ora apparivano illuminate soltanto in cucina. Picchiò, nessuno veniva; s'accorse allora che i cancelli erano aperti. Attraversò in punta di piedi il cortile. Spinse leggermente la porta di casa, ch'era del pari socchiusa. Sul focolare due tizzi semispenti, che ogni qual tratto davano ancora una vampata, gli rischiararono quel miserabile tugurio dove non c'era anima viva, ma il lume scendeva dall'apertura della scala e dal soffitto in qua e in là rosicchiato dai sorci e logoro dal tempo. Le donne erano lì sopra; ei le udiva chiacchierare e di tratto in tratto i salti d'un bambino gli spolveravano il cappello e le spalle. Ascese pian piano, e fermatosi sulla soglia col dorso allo stipite che rimaneva al buio e cogli occhi nella camera, contemplò per un momento inosservato la scena che gli si presentava. Una rozza lucerna di ferro appesa alle travi illuminava parcamente la stanza e disegnava a grandi ombre sè stessa, or sulle screpolate pareti, ora sul letto, a seconda che la faceva girandolare l'aria ch'entrava dalla mal riparata finestrella. Un bel fanciulletto ch'ei tosto ravvisò pel bambino della Miutte, correva su e giù, e rotolavasi per lo spazzo facendo ogni sorte di capriole. La Miutte era seduta presso il capezzale ed aveva sulle ginocchia un altro bambino esile e più piccolo del suo; un bambinello biondo, coi capelli fini fini non pettinati, che d'intorno alla testina, stando alti, formavano come una specie d'aureola leggera e trasparente che gli dava somiglianza di quel fiore fragilissimo che dipingono nellemani del Tempo. Ella lo vezzeggiava e ogni tanto chinavasi a raccogliere or l'uno or l'altro dei due pomi con cui il piccino trastullavasi. Al colore dei capelli, alla fisonomia, all'amore con cui stava riguardandolo, ei conobbe nella malata la madre.
— Senti, Maddalena, bisogna proprio che tu ti risolva.... — diceva la Miutte a questa povera creatura, che lì distesa in letto, atteggiata il volto di grande malinconia stava ascoltando in silenzio, come chi vede la necessità di un sacrifizio e nell'istesso tempo ne sente tutta l'amarezza. All'aspetto di tanta miseria il dottore aveva sentito mancarsi l'anima e non ardiva inoltrarsi; ora le parole della Miutte gli destarono curiosità, e stette ad intendere il fine del discorso.
— Ve' Maddalena, si tratta del tuo Giannetto. Come vuoi pretendere ch'ei cresca e viva chiuso in questa camera? A noi contadini fa d'uopo del sole, dell'aria, dei campi; noi siamo come gli uccelli, rinserrati non possiamo campare alla lunga, e il tuo povero piccolo sente già il danno della vita meschina a cui è condannato. Chi direbbe che avesse più tempo del mio Pierino? È sparuto, che rassomiglia un gambo d'insalata in bianco! Ma in coscienza mia ti morirà.... Pensa che ha due anni e che ancora non cammina, e che se ti ostini a tenertelo qui, finirà pur troppo col non camminare giammai!
L'ammalata taceva, solo ogni tanto s'asciugava col lenzuolo una lagrima.
— Dunque, Maddalena, me lo porto via questa sera? Se fosse.... per riguardo ai miei.... T'ho già detto, che mio suocero egli stesso m'ha ordinato di parlartene. Io.... non avrei ardito far io la proposta, perchè.... sono buona gente, ma tu lo sai meglio di me che tirano un po' al selvatico. Ora poi da questo lato non c'è più da dubitare,e sta' certa che tutti sono contenti. In quanto all'aver cura del fanciullo, Maddalena mia, tu lo dai a me.... a me che posso dire d'esser viva in grazia tua. Oh! non mi sono mica dimenticata, diss'ella, baciandola in fronte con grande affetto, che tu ti sei acquistata questa malattia per amor mio, per allattare il mio Pierino!
— Or via, non mortificarmi, rispose finalmente l'ammalata, procurando di sollevarsi un poco sul meschino letticciuolo in modo d'aver libere le braccia. Poi prese per le mani l'amica, e posatole su d'una spalla il capo stanco, disse in tuono di dolorosa rassegnazione:
— Tu parli per il mio bene, ed io son grata così a te come a' tuoi; capisco che avete, non una, ma mille ragioni. L'amor vostro è una provvidenza per quel povero piccino.... Se sapeste per altro quale conforto ei mi sia nelle mie lunghe giornate di dolore l'avermelo qui sul letto! Oh Miutte, tu me lo porterai via.... e io resterò sola a patire! e la sera quando verrà a casa il mio povero uomo, non troverà più nessuno se non questa disgraziata che gli raddoppia gli affanni della vita, e che sarebbe pur bene che il Signore finalmente prendesse con sè...!
— Ma che cosa ti figuri di non vederlo altro? Puoi ben credere che tutte le volte che potrò, verrò qui a condurtelo, anzi questo sarà un pretesto per venire a trovarti più spesso. Intanto ogni domenica farò come oggi: coll'alba a messa, poi nei campi a far erba e così la sera con te.... E quando io ti menerò Giannetto che camminerà da se solo! quando lo rivedrai ogni volta più rubicondo e più grassoccio!
Il medico picchiò.
— Avanti, dissero le donne. Credevano che fossero i mariti, e restarono un po' confuse alla vista del dottore.
— Sapete voi, diss'egli, che cosa vengo a far qui questa sera? A sgridarvi ben bene tutte due. Quantotempo è che siete ammalata? Chiese in tuono brusco alla Maddalena.
— Circa due anni, signore.
— Ah, due anni! e in due anni non avete mai trovato l'opportunità di farmene avvertito? e invece di medicarvi e guarire in un quindici giorni, avete preferito di marcir lì in un letto, senza un'anima che vi assista?... E voi, continuò in collera rivolto a Miutte, voi che le siete amica, che in questi due anni mi avete veduto un milione di volte, v'era tanto difficile il dirmene una parola?
— Per i poveri, signore, disse Maddalena, il medico è inutile.
— Non sapete, adunque, ch'io sono pagato precisamente per i poveri?
— Ma voi se foste venuto a visitarmi, replicò la donna, avreste ordinato delle medicine.... e se anche mi fossero state date per carità, quando si prendono, bisogna pur far un po' di brodo.... e mio marito è un povero bracciante, che, dopochè mi sono gittata in letto e non posso più aiutarlo, arriva appena a buscarsi la polenta.... Ah, signore, conchiuse ella in uno scoppio di pianto, se vi avessi chiamato, l'unica provvidenza per me, sarebbe stata l'ospitale!
— Per carità, gridò allora in atto supplichevole Miutte; vi prego, no, all'ospitale!
— Ma io vorrei sapere, esclamò il medico, perchè a voialtri contadini faccia tanto orrore questa parola ospitale? Certo che in nessuna delle vostre case, neanche presso i meglio benestanti del paese, un ammalato può essere trattato e servito come lì dentro. Lì sono pronti tutti i soccorsi dell'arte, si può avere ad ogni ora il medico, non manca nè biancheria nè alimento.... Io vedete, se mi ammalassi, non avrei nessunissimo riguardo afarmi portare all'ospitale. La donna per tutta risposta aveva preso tra le braccia il suo bambino, e stringendolo al cuore con una specie d'angosciosa tenerezza lo copriva di baci e di lacrime.
— Or via, diss'egli, non si parli più d'ospitale, ma narratemi invece della vostra malattia. Miutte allora tirò innanzi un deschetto, affinchè il dottore si sedesse, gli prese il cappello, e dato d'occhio al suo piccolo che s'era cacciato tra gli arcioni della cuna e la ninnava a tutto slancio empiendo la stanza di sussurro, corse a lui, gli disse all'orecchio alcune paroline dolci, poi lo portò a sedere sul letto dell'ammalata vicino a Giannetto, e baciatili entrambi, ed accarezzatili un momento, tanto che stessero quieti, tornò a sedersi al suo posto, e aiutata dall'amica raccontò l'origine del male. Era un gennaio, freddissimo, la neve al ginocchio e un continuo soffiare di borea. Miutte, ammalata da parto, non reggeva ad allattare, e non ardiva palesare il sopravvenutogli malore, perchè in famiglia, gente di natura forte e tutti sani e robusti di corpo, l'avrebbero creduta delicata. Già al momento del suo matrimonio s'erano mostrati poco contenti di lei a motivo della sua complessione piuttosto gracile. Sua cognata, un bel pezzo di donna, massiccia e d'una tempra di ferro, durante la gravidanza lavorava senza nessun riguardo, e quando le cominciavano le doglie, era il suo solito che si metteva a lustrar le caldaie, i lebeti, i paioli, e dato alla luce il bambolo, ventiquattro ore dopo era in cucina, e in capo a tre giorni di nuovo al lavoro al pari d'ogni altro della famiglia. E queste male imprudenze, da quella gente rozza si decantavano per bravura, e i vecchi di null'altro tanto menavano vanto come di aver cresciuto prole vigorosa, amante della fatica e sprezzatrice del disagio. Miutte che temeva le loro derisioni, soffriva in silenzio; e Maddalena trevolte al giorno veniva a far da madre al bambino dell'amica, che senza lei sarebbe indubitatamente morto d'inedia. Nè per cadere di pioggia o di neve, nè per imperversare della stagione, giammai tralasciò dal pietoso uffizio; se non che ella pure era fresca di parto; il marito per non perdere giornata lavorava allora in un mulino fuori del villaggio, ed essa, a forza di aggiungere alle sue quotidiane fatiche quello strapazzo, ammalò, tirò innanzi senza curare il male fino alla buona stagione, ma poi finì col perdere le gambe e trovarsi inchiodata in letto. Impedita così di lavorare, quando più l'era necessario per supplire ai bisogni della sua cresciuta famigliuola, trovossi oppressa dalla miseria. Il marito per non lasciarla morire di fame stava via tutto il giorno a lavorare; ella sola colla sua creatura a languire fino all'avemmaria; e il piccolo privo degli aiuti della madre anneghittiva anch'egli, nè i brevi momenti che suo padre gli dedicava la sera, erano bastati in due anni neppure a insegnargli a camminare. Solo conforto della poveretta era l'amicizia e la gratitudine di Miutte. Ma innestata in una famiglia piuttosto ruvida, dove il lavoro era indefesso, poco ella poteva. Qualche scappata a trovarla, qualche tenue soccorso, e del resto non era al caso d'offrirle se non un cuore che sanguinava al suo patire! In quella domenica ella le aveva portato i pochi soldi che il suocero le aveva dati per la merenda dei pastori, e invece d'andare sui prati, era venuta lì a farle compagnia. Erano ancora in questi discorsi, quando sentirono abbasso in cucina un pispillare di pollastri.
— Sicuro, sono tornati i nostri uomini, disse Miutte, e corse alla scala. Infatti erano essi ed avevano provveduto di che fare un po' di brodo all'ammalata. Il dottore la esaminò, poi le fece alcune ordinazioni, e raccomandò alla Miutte di sorvegliare perchè nulla mancasse. Dopoquella sera ci fu spessissimo a visitarla. Vicino al letto di lei trovava spesso Miutte, e avrebbe potuto parlarle d'amore: ma aveva discoperta troppo bella la sua anima per più osar di profanarla. In grazia di lui Maddalena riacquistò la salute, e in capo all'anno alla festa dei prati, ei godeva di una di quelle compiacenze dell'anima, che valgono più di quanto possono offrirci i sensi, e che il cielo ha riservato in premio alla virtù. All'ombra dei pioppi, sul margine del torrente erano sedute sull'erba due donne in compagnia dei loro mariti e di due graziosi bamboletti, e godevano d'una merenduccia a cui prendeva parte anche il dottore. La Maddalena era allegra, sulle sue candide gote rinfrescate dalla salute, il sangue tornava a rifiorire con tutta la grazia della giovinezza, i suoi occhi rianimati si posavano con emozione, or sull'amica che tutta lieta le stava d'accanto, or sul suo bambinello che vedeva correre e far capriole sull'erba, or su quel giovane signore, alle cui cure affettuose doveva la felicità di quel momento. Quando le cime dei monti cessavano di rosseggiare, e che la dolce curva delle collinette che lor si stendono ai piedi si confuse nel bruno del loro dorso, il dottore tornava alla sua dimora affatto solitario come l'anno innanzi. La festa era sparita, spopolato il prato; il silenzio era venuto colla notte a distendersi su quella pianura un momento prima così piena d'allegria e di rumore. Egli guardava allo stellato dei cieli, e si sentiva l'anima commossa e piena d'una gioia che l'anno addietro, in quell'istesso sito, sarebbe stato ben lontano dal sapersela immaginare.