XVI.LA RESURREZIONE DI MARCO CRAGLIEVICH.
È caduta la spada dal fodero, ha nitrito il cavallo di Marco. — Il cavallo di Marco Craglievich l'han sentito nitrire sul monte d'Urbina, in Prilipa dalle bianche case, nelle foreste e nelle valli della Serbia, lungo le sponde del nero fiume, l'han sentito a Samodresa, e nella pianura di Còssovo; fin tra le nude rocce della Gernagora l'eco ha ripetuto il suo nitrito. Craglievich Marco si sveglia. Sul fianco del monte d'Urbina sono ancora due vecchi abeti, e in mezzo a loro un pozzo. Essi vincono ancora in altezza la cima del monte, ma le loro braccia percosse dal vento e squarciate dal fulmine han perduto la verdura; negro, solcato dal tempo, si specchia nel fonte l'immane loro tronco. — Han veduto nell'acqua bruna come lume di luna lucente, ma non era lume di luna lucente, era l'ultima lettera di Marco caduta nel pozzo dai rami degli abeti a cui egli l'aveva appesa prima di morire, era il calamaio d'oro ch'egli aveva gettato nel pozzo, che or torna a risplendere e manda raggi sulla faccia dell'acqua. Craglievich Marco si sveglia. La terra ha tremato, dalla bocca del pozzo fin giù nell'acqua profonda si è udito un sordo fragore come di vento sotterraneo, che ha rivelato i misteri della fontana. Dalle radici del monte d'Urbina ei s'è propagato fino a quelle dell'Atos, là dove il fiume sbocca improvviso dal masso, e poi torna ad inabissarsi in un'umida argillosa caverna. Il santo abate di Vasa col suo discepolo Isaia in quellecaverne portarono d'Urbina il cadavere di Marco e lo seppellirono nel mistero vicino all'acqua bruna. Gli alberi pendenti dall'alto gli gocciarono per anni ed anni sul capo le loro lacrime. Or s'alza dalla voragine un groppo di nubi: vanno le nubi lentamente volteggiando per tutto il paese. Or alte, or basse, or percosse dal sole, ed ora dal vento, cangiano di forme, cangiano di colore. Talvolta si distendono come un ampio velo di nebbia e salgono i greppi della montagna, poi nella valle si condensano e mandano lampi. Tra i lampi si vede il dosso d'un cavallo pezzato, si vedono le punte dorate d'un immenso busdorano. Talvolta fanno groppo e sopra ad esse giganteggia il capo d'un guerriero. Il berrettone di zibellino calcato sulla fronte si confonde colle nere sopracciglia; i neri mustacchi, fini mustacchi gli cadon sugli omeri. Poi la nube lo copre, e n'esce invece la pelliccia di lupo arrovesciata, e il pomo della spada damaschina, e l'auree nappe che dánno in terra; poi la testa del cavallo pezzato sanguigna fino agli orecchi; dall'unghia gli scintillano vive faville, dalle narici gli balena azzurra fiamma. Il freno è una serpe, una serpe lo sprone. Stridono le serpi, nitrisce il cavallo, e la maestosa visione percorre la terra.
Donne vestite a lutto, madri piangenti, vedove e fanciulle desolate escono dalle loro case per tutto dove passa e guardano; guardano e sentono che è venuto il giorno fatale. — Ma dove sono i prodi destinati ad affrancare la patria? forse accampati sulle rive del nero fiume pronti a varcarlo per la libertà? forse nelle foreste della Serbia a giurare un patto colla stirpe del generoso Milosio? forse inginocchiati d'intorno alla tomba di Dositeo pregano l'aiuto di Dio, e ricevono dalle mani del serbico patriarca e de' suoi dodici prelati la santa comunione? o ai piedi della Kraina disposti in ordine di battaglia aspettanoil segnale per gettarsi come tanti leoni sulle falangi dei Turchi a rivendicare i loro sacrosanti diritti?
Il nero fiume scorre in silenzio fra le rive abbandonate; nelle foreste della Serbia non si giura nessun patto, solo pascono in pace le numerose mandrie degli animali della libertà; è deserta la tomba di Dositeo, e al passaggio di Marco si commovono solo le ossa del padre della patria, e dánno un gemito sotto la pietra sepolcrale. Il vento freme fra le nude rocce della Kraina, ma non vi sono nè cavalli, nè guerrieri. — Essi saranno accampati nella pianura di Còssovo — grida Marco, e arrabbiato cavalca alla pianura di Còssovo. — Come stoppie disseccate dal sole e dal tempo, stridono sotto le unghie del cavallo le ossa dei morti per la libertà; le ossa di Lazzaro Conte, dei nove Giugovich e del loro esercito; ma in tutta la pianura non vede Marco anima viva. Con voce tremenda grida Marco ai quattro venti: — È venuto il giorno della Redenzione! or dove sono i nostri prodi? — Volarono due negri corvi; uno veniva dal settentrione, l'altro dall'occidente, i rostri avevano insanguinati fino agli occhi, gli artigli fino al ginocchio, e calati nella pianura amara, si posarono entrambi in faccia a Marco sulle ossa dei morti, e gridavano. — O corbi fratelli in Dio! disse allora Marco, venite voi dal settentrione, venite dall'occidente? vedeste i nostri armati? vedeste i figli della nostra terra? sanno essi che il giorno è venuto? saranno essi qui in breve per la battaglia della libertà? — E i due vecchi corvi rispondono: — O Marco figlio di Vacassino e di Santa Gevrosima, o Marco gloria ed onore di Slavia! noi vorremmo darti buona novella, ma non possiamo se non qual è. — E l'uno dei corvi gracchia, e l'altro dice: — Vengo dall'Italia: freme l'Italia e non vuol più servire a Cesare; manda Cesare a domarla i figli del tuo paese. Cento migliaia passano i monti, cento migliaia varcano ilmare. Lì fui, lì vidi. Saccheggiarono, distrussero, incendiarono. Hanno cavato gli occhi ai santi, hanno insozzato gli altari, hanno insultato le donne, hanno uccisi i fanciulli, hanno bevuto del loro sangue. Lì fui e lì vidi quando cozzarono le schiere: degl'Italiani non so che rimane, e de' tuoi quel po' che rimase feriti e in sangue. Hanno per altro vinto i tuoi, ma l'Italia quietarsi non può. — Quando ciò sente Marco, egli strilla come stizzita serpe: — Ahi! ahi! mala novella è codesta, o corvi, ahi! ahi! Non era contro l'Italia ch'essi dovevano pugnare. Che importa a noi dell'Italia? forse che le sue catene ci pagano il nostro sangue? forse ci giova l'aver lasciato in Italia le nostre ossa or ch'è venuto il giorno della Redenzione? or chi dunque combatterà per noi? — E il corvo gracchia, e l'altro dice: — Restavano ancora al Bano mille e mille prodi pronti a pugnare per i loro diritti. Aveva il Bano occhi di falco, cuor di poeta; ma gli hanno chiusi gli occhi con una benda d'oro, coll'oro avvelenato il cuore. Passarono il Savo; acqua impetuosa e fredda. Credevano di pugnare per la libertà, ma non erano che martello in mano all'oppressore. Lì fui, e lì vidi quando i due eserciti si affrontarono. Quindici mila cadaveri hanno coperta la terra; ho mangiato della loro carne, ho bevuto del loro sangue. Quindici mila sono morti, ma non per la patria! sono morti, e si maledice al loro nome! Il Bano ha varcato allora il nero fiume e minacciava la bianca città dello imperatore. Lì fui, e lì vidi; han combattuto, han vinto. Saccheggiarono, distrussero, abbruciarono. Ma Vienna quietarsi non può, e il loro nome sarà maledetto. — Quando ciò intese Marco, versa lacrime Marco pel guerriero viso, e tra le lacrime così crucciato impreca: — Cada il sangue de' traditi sul capo de' traditori! o Bano che potevi far libera e grande questa terra, e invece l'hai macchiata d'eterna infamia; possa la fredda Savaingoiarti insieme coi nostri nemici! Molte madri hai trafitte, e mogli alla famiglia rimandate, e dolci sorelle fatte vestire a lutto. Oh! tanto sangue versato e versato indarno! Era venuto il giorno della Redenzione, e voi vi siete ricordati del mio male e non del mio bene! Vi siete ricordati del padre Vucassino e non della santa mia madre Gevrosima. Io combattevo pel giusto e per l'oppresso. Contro Vucassino padre e re io aggiudicava l'impero al giovanetto Urosio, e voi avete pugnato contro la giustizia. Dalla mano del Turco io rivendicavo la spada damaschina su cui erano incise le tre lettere cristiane, e voi avete data la vostra agli oppressori. Io liberava dal carcere i fratelli, dalla schiavitù le fanciulle, percorreva la terra soccorrendo agl'infelici, e spezzando ogni sorta di catene, sicchè un giorno in questa istessa pianura di Còssovo e grandi e piccoli gridavano: Viva Marco che la terra dal malanno francò, che stritolò della terra il tiranno! E voi invece siete corsi nelle file del tiranno a ribadire le catene delle nazioni sorelle. Oh vi siete ricordati della maledizione di mio padre e non del motivo che me la fece incontrare! Vi siete ricordati di quando io raccoglieva l'oro nella tenda dei vinti, della mano tagliata a Roscanda, degli occhi cavati, avvolti nella sua pezzuola e a lei buttati nel seno; del vino che io beveva in Istambùli, del peccato ch'io confessava a mia madre, e per cui tanti edificai monumenti; vi siete ricordati della mia lunga servitù nelle case del Turco, ed ecco che avete perciò tradita la patria e rinunziato al giorno della sua Redenzione! — E cadde di cavallo, nè più si sveglierà finchè non sia pentita la terra.