XVII.IL CONTRABBANDO.
Passate le ultime case di Predemano, la fanciulla rimasta sola affrettava il passo verso l'alveo del torrente. Il sole era già tramontato, e un ultimo soffio di luce purpurea pareva baciare in oriente le lontane creste dei monti, mentre il suo riverbero faceva più gaio il verde delle sottoposte colline. Era la prima volta ch'ell'era stata a Udine senza la compagnia della madre. Portava sul capo un grosso fardello di lana, ch'ella s'aveva comprato coi guadagni de' suoi filati; e la notte imminente, e quella vasta spianata a quell'ora affatto deserta, tranne un carrettino che a lei dinanzi lentamente attraversava le ghiaie, le mettevano in cuore un senso di recondita paura, per cui benchè stanca camminava più lesta, e quando fu alla cappella della Madonna ella aveva già raggiunto il cavallo che montata la riva andava a passo riposandosi della fatica dell'alveo. — Giannetta quasi involontaria posò il suo fardello sulla tavolina dietro il biroccio, e poi dato un salto anch'ella vi si assise dappresso.
— Ehi! che fai tu lì ragazza? le chiese il padrone del biroccio; vuoi col tuo peso rompermi la tavolina? — E fermato il cavallo che zoppicava smontò a liberargli la zampa, chè nel passare il torrente s'aveva inchiodato unsasso nel ferro. — Sono così stanca, signore, rispose la Giannetta, che fareste proprio una carità a condurmi sin a Butrio. — Quell'uomo era una specie di fattore di campagna che amava i contadini. Ei la fece montar dentro, e continuava la strada guardando in silenzio quella bella ragazzetta che non mostrava più di quindici anni, e che tutta rubiconda gli sedeva dappresso tenendo sui ginocchi il suo grosso fardello di lana. Aveva il capo in un bruno fazzoletto a croce colle frange colore scarlatto; i cui lembi passati sotto il mento le riuscivano ad annodarsi al sommo della testa, formando così intorno a quel grazioso visino una specie di bizzarra aureola che ne accresceva la vaghezza. Non erano andati appena un tiro di fucile che s'accorsero come un'altra giovinetta teneva lor dietro correndo, e sforzandosi di raggiugnerli: — Ehi, signor Biagio! gridava trafelata, fermate signor Biagio! — E che cosa ti occorre? — Oh bella! fermate il biroccio — E così? — diss'egli trattenendo le briglie. — Siete in buona compagnia, signor Biagio! ma mi pare che c'è sito, e che potreste prendere anche me. — Dove se' stata fino a quest'ora? — A Udine come voialtri, se non mi inganno, e sono stanca. Vi ho lampato che montavate la riva della Madonnetta, e vi ho corso dietro sino a qui. Io non peso cinquanta libbre, signor Biagio, e dico io, quando avete fatto grazia ad una forestiera, potete meglio farla a me che sono del vostro paese. — Ed era già montata vicino alla Giannetta, mentre il buon uomo si tirava alla banda per farle spazio. — Tuo padre è dunque rimasto a Udine? — Mio padre ha buone gambe, messere, e spero che sarà a casa — rispose l'ardita mingherlina, mentre sogghignava in aria di mistero. Il fattore brontolò fra' denti alcune parole brusche, poi fattosi serio toccò il cavallo, e pareva assorto in qualche grave pensiero. Allora quella vispa chiacchierina, vedutoche il signor Biagio non le badava, si mise a discorrere colla Giannetta, e: — Hai comperato a Udine quella lana?... Ci vogliono delle lunghe ore a filarla, capisci?... Oh, val meglio provvedere alla bella prima in bottega i vestiti; guarda questo mio com'è bellino!... Sei di Butrio neh? — E poi: — se' stata quest'oggi sulla piazza dei polli? — Oh no! rispose la Giannetta, non ci ebbi tempo, o per meglio dire ho perduto il mio tempo nel passare per la piazza di San Giacomo nel momento di quel gran sussurro.... — Eri dunque anche tu lì, quando quei brutti cani davano la caccia al contrabbandiere? — Sperava di trovar una donna del mio paese venuta a vender frutta, e ho veduto tutta la scena. Se non era quel giovanotto a liberarlo, voleva passar male al poveretto.... — Ma com'è stata? Io ero a veder la commedia sulla piazza dei polli, e solo tardi la gente mi ha raccontato.... — Credo che avesse del tabacco. Aveva venduto e numerava i soldi, quando le guardie lo hanno adocchiato e gli sono andati addosso in quattro. Egli si difendeva colle mani e coi piedi, con un coraggio!... e tutta la gente affollata intorno, che mai più tanta calca. A forza di dargli, te l'han gittato in terra, gli han tolto il cesto; e stavano per legarlo, quando un giovinotto, un bel giovinotto che non dimenticherò se vivessi mille anni, salta in mezzo, un calcio all'uno, un pugno all'altro, li sbalordisce, gli dà tempo di rialzarsi; egli riprende il suo cesto; e via come la folgore tra mezzo ibravo!della folla meravigliata. Lo inseguono, egli entra in una casa, trova la chiave su d'un cancello, si precipita e chiude il cancello; ma un di que' dannati che gli era dietro al pelo passa la mano tra i ferri e lo piglia pe' capelli. Egli allora si volge e colle unghie e co' denti tenta di sbrigarsi, indarno; era tutto insanguinato il braccio, e nondimeno colui resisteva. Il contrabbandiere allora cava la ronca, e affè ho creduto che gli tagliassela mano, se non era pronto l'altro a ritirarla. Quando hanno aperto, egli se l'aveva, grazie al cielo, di già svignata scalando il muro di un orto; e se tu avessi veduto come sono rimasti con tanto di naso! — Bruttipilucchi! — mormorò l'altra. — Ma che commedia se' tu stata a vedere sulla piazza dei polli? — chiese la Giannetta che infervorata nel racconto di quell'avventura aveva preso un po' di confidenza con la compagna. — Non hai tu mai veduto la commedia? — Io no, diss'ella. In città io ci bazzico poco: ci vo talvolta con mia madre, ma spedite le nostre faccenduole torniamo presto a casa; soltanto quest'oggi ch'ero sola ho fatto un tantino più tardi. — La commedia! Oh io ci ho un gusto matto. Se m'accorgo che ci sia la commedia, io ve' ci vado se credessi di tornarmene a casa dopo la mezza notte. Immaginati un palchetto alto così come il pulpito dove predica nei dì di sagra il nostro piovano.... — L'ho veduto io un giorno passando per la piazza, e c'era tanta gente! Ma mia madre non ha voluto fermarsi; diceva che le sono fattucchierie, e che quelle meraviglie le fanno in virtù del demonio. — Sarà stato in dì di mercato, quando Pagliaccio mangia le stoppe e le digerisce in cordella, si caccia in corpo uno spiedo, inghiottisce fuoco ed altre simili gherminelle; ma la commedia è un'altra istoria. Ci sono degli omiciattoli niente più alti del tuo cubito, e là su quel palchetto parlano fra loro, camminano, ballano ch'ell'è una gloria a vederli. Oggi ce n'era uno cattivo e brutto come un satanasso, e aveva nome.... aspetta; aveva nome Brighella. Questo signor Brighella con una vocina tutta nel collo bestemmiava.... Oh mio Dio, se tu avessi sentito che razza di bestemmie! I nostri uomini, neanche quando vengono a casa ubbriachi non ne sanno di così fiorite. Aveva sposato una certa signora Colombina, e gliene faceva di tutti i colori. La disgraziata aveva un belpiangere; per tutto conforto ei le regalava delle buone busse, e non mica coi pugni ve', con tanto di mazzafrusto! e a forza di dargliene ei te l'ha finalmente accoppata; allora il birbante la getta a cavalcioni del suo mazzafrusto e la porta via così a seppellire senza neanche metterla nella bara. Un altro omiciattolo con tanto di barbetta grigia cápita a dimandargliene conto. Vestiva una zimarra negra e lunga fin quasi alle calcagna, sott'abito di scarlatto, un coltellaccio nella cintura, e in testa una berretta a borsa ripiegata sulle spalle così come quella che si mette talvolta qui il signor Biagio l'inverno, quando viene a farci visita nelle nostre file; e dietro aveva un servitore col viso nero come il carbone, e l'abito a cento mila colori. Costui, un capo nuovo, ne diceva delle pazzie da farci crepar dalle risa. Io contenta sperava di veder fatta giustizia. Ma invece, indovina mo! vien fuori Brighella col suo mazzafrusto, si attaccano, si picchiano, si pigliano pel collo. Parevano due galli d'India ben bene arrovellati; e il perfido l'ha vinta, e invece di veder giustizia, ho veduto accoppati e stesi per terra tanto il buon vecchietto dalla zimarra come quella cara gioia di quel matto moretto del suo servitore. — Intanto erano arrivati a Butrio; Giannetta smontò ringraziando, e gli altri due continuarono la strada fino a Manzano.
Acceso un buon fuoco nel camminetto del suo scrittoio a pian terreno, il signor Biagio, cogli occhiali sul naso, stava scartabellando un grosso libro di conti, e ad ogni voltar di pagina andava centellando qualche sorso di rebòla che in panciuto fiascone, collocato a lui dappresso nella cavità del muro, rifletteva in lampi doratiil sereno guizzare della fiamma. Il signor Biagio era un buon galantuomo che nella sua gioventù aveva fatto una grossa bestialità: così almeno il paese aveva giudicato il suo matrimonio colla Betta, una povera contadina che non aveva che le braccia. Possedeva quaranta campi di suo, aveva ottenuto a Padova il diploma di dottore, avrebbe potuto trovar buona dote, piantarsi in qualche città e vivere decorosamente come avvocato, o percorrere la carriera degl'impieghi. Invece incocciatosi in quel suo amore alla pastorale aveva rinunciato a tutti questi vantaggi per farsi campagnolo, anzi quasi contadino, poichè lungi dal far cangiar stato alla moglie e vestirla signorilmente, s'era adattato alla condizione di lei, e trovatasi una casuccia lì nel villaggio aveva salariati due giovani famigli; e provvisti gli attrezzi e gli animali necessari, faceva lavorare in casa i suoi campi, ed educava all'agricoltura i propri figli. Aveva fatto il suo calcolo. Co' scarsi suoi modi difficilmente avrebbe potuto procacciar loro un'educazione cittadina; e se anche a forza di stenti fosse riuscito a farli addottorare, egli, che conosceva per pratica i costumi e la vita della università, temeva che a carriera compita per tutta paga dell'amore ch'ei loro portava, avessero potuto disprezzare la madre, e condannarli forse entrambi ad una vecchiaia solitaria e desolata. Meglio, pensava egli, agiati contadini, padroni del loro campo e della loro vita, che miseri impiegati, avvinti a una troppo pesante catena e, quel ch'era peggio, a risico di perdere quella freschezza di cuore e quella fede dell'anima, ch'egli aveva veduto più che altrove crescere e mantenersi rigogliosa nell'aria libera dei campi e sotto la sferza del sole. Ad onta del biasimo de' suoi benevoli vicini, egli aveva in buona parte raggiunto il suo scopo; e il sacrifizio della sua condizione per abbassarsi a quella della moglie gli erastato largamente compensato dalla felicità che godeva. La nascita di un figlio, lungi dall'essere un pensiero che lo crucciasse pel futuro provvedimento, era invece una festa di famiglia, perchè ad ogni nuovo individuo egli vedeva aumentarsi coi mezzi di lavoro la prosperità de' suoi campi. Infatti egli aveva avuto dal suo matrimonio quattro figli maschi e una femmina, ed istruiti dal padre a leggere a scrivere e in quel tanto che addicevasi alla loro condizione, erano l'esempio degli altri giovani; e tutti lavoravano, e il suo poderetto veniva indicato in paese per modello, e più d'uno dei possidenti dei dintorni ricorreva al signor Biagio perchè dirigesse qualche loro nuovo lavoro, o désse lumi per una saggia amministrazione; ed ultimamente aveva anche ottenuto l'agenzia di un ricco signore, che a causa delle recenti vicende aveva dovuto emigrare, sicchè egli s'andava ogni giorno facendo più forte. I conti ch'esaminava appartenevano appunto ad un colono di questo signore, ch'egli aveva fatto chiamare, perchè non era bene contento della sua condotta. Quando fu venuto: — O compare Martino, gli disse, sedetevi qui e discorriamola un poco assieme! — e lo fece accomodare dall'altro lato del camminetto offerendogli un bicchiere di rebòla. Martino gettò in un angolo il suo cappellaccio e si mise ad assaggiarla guardandola ogni tanto con occhio amoroso di contro alla vampa i cui raggi pareva godessero accarezzarne la schiuma. Martino era un uomo di circa quarant'anni, robusto e snello della persona, folta la chioma, due occhi bigi vivacissimi ed arditi come quelli del falco, il volto abbronzato di forma piuttosto quadra. Aveva nel suo portamento e in tutti i suoi atti un non so che di risoluto, pareva un vecchio militare o un marinaro che sfida e ama l'infuriar dei venti e le tremende procelle del suo mare, non mai un contadino. — Ho qui la vostra partita, glidisse il signor Biagio, che continuava ad esaminare il suo grosso libraccio, e trovo che da tre anni a questa parte voi mi siete rimasto indietro, compare. — Cotesto è rimproverarmi perchè non ho pagato puntualmente il mio frumento d'affitto — rispose Martino in tuono brusco. — Ma sì! e vi ho fatto chiamare, perchè proprio bisogna che ce la intendiamo. Mettetevi un po' ne' miei panni. Gli è che i beni del povero Conte, ora ch'è esule, mi sono diventati un deposito ancora più sacro, e voi sapete ch'io non sono ricco, e che non posso senza ingiustizia supplire col mio. — L'anno non è ancora terminato, signor Biagio. Quando saremo a Natale, ella avrà l'un sull'altro tutti i suoi denari. — Non basta, compare! La vendemmia sui vostri campi diventa ogni anno più scarsa. Guardate qui. Nel quarantasette voi avete fatto di vostra porzione venticinque congi di più che quest'anno, e per la galletta sono due annate che vi manca la foglia. Ecco il conto delle centinaia che io ho dovuto somministrarvi, e voi sapete che non ne abbiamo accresciuto il peso. Cotesto è male per il padrone, ma è male anche per voi, compare. — Ma se i miei tralci non vogliono intendere di caricarsi di grappoli, se i miei mori non dánno una bella cacciata, dovrò io avermene la colpa? — Potreste anche aver ragione, se non ci fosse il confronto degli altri affittaiuoli. Or via, compare, io voglio parlarvi come a un amico, come a un fratello. La causa per cui i vostri campi da qualche tempo rendono meno di quelli degli altri io la so, compare! — La sa?... Allora la dica. — Gli è che i vostri campi voi non li amate più. Non occorre andar per le lunghe, io ci sono stato a passeggiare per entro, e, compare, mi è toccato di rado d'incontrarmi nè in voi, nè nei vostri figli. Bensì ho veduto che si aspetta sempre gli ultimi momenti per farvi i lavori necessari, che si fanno in fretta e per conseguenzaalla peggio; che trascurate i mori, che le viti rimangono spesso lì senza vangare, di modo che i rovi hanno un bel crescere per fino sotto alle trecce, che non le rimettete, che gli alberi li lasciate deperire, che voi fate economia di concime.... Oh, insomma, compare, le vostre terre sono in disordine e vanno ogni anno peggiorando, sicchè, se voi non mutate, in coscienza io non posso più oltre lasciarvele. — Martino s'era fatto serio e non sapeva trovare una risposta. Il signor Biagio gli pose una mano sulla spalla e continuava in atto amichevole: — Voi compare, vestite bene, i vostri figli sono spesso all'osteria, la ragazza non c'è festa che non isfoggi o qualche fazzoletto di seta, o qualche abituccio comprato in bottega assai poco conveniente per una contadina. Con quello che adesso rendono i vostri campi cotesto non è possibile. Voi attignete a qualche altra sorgente, caro compare. — E che male c'è mo, dico io, se un povero galantuomo pieno di prole procura d'ingegnarsi e di vivere alla meno maladetta? — Volete che vi parli franco, compare? Il contrabbando che voi credete una risorsa diverrà la vostra rovina e quella della vostra famiglia. Voi avete messo per una cattiva strada i vostri figli! Io non voglio parlare dei ragazzi che, se volete esser sincero, confesserete che già a quest'ora v'hanno più d'una volta amareggiato il cuore; riflettiamo solamente un poco alla sorte che preparate alla vostra povera Tonina. Ella è lesta come un uccello, avveduta, chiacchierina, e la vi vale un milione per le vostre misteriose faccende. Ma nel giovarvi di lei voi non pensate che gli è un tirarne guadagno a tutte sue spese, e che miseramente la sacrificate. Ogni giorno fuori, a Udine, a Trieste; su tutte le piazze, in compagnia d'ogni sorta di gente, talvolta tornarsene a casa sola e a straore.... Credete che la v'impari la dottrina là sui mercati oziosa, mentre sta aspettando il momentodi aiutare al vostro brutto mestiere? Intanto ella cresce e nessuno le insegna a lavorare, e s'innamora sempre più d'una vita dissipata, e chi sa chi sa di quali cattive massime s'imbeve per quando verrà il momento di trovar un marito e diventar anch'ella madre di famiglia! Mettetevi la mano al petto, compare: se voi foste un giovanotto vorreste una moglie educata così? Sentite, il contrabbando vi darà dei guadagni, io non nego, vi darà forse anche più di quello che potrebbe darvi il lavoro delle vostre terre; ma se fate bene i vostri conti, e mettete nella bilancia tutti i sacrifizi che egli vi costa, la vita inquieta ed arrischiata che menate, il sangue e l'anima dei vostri figli che tradite, oh! e' sono guadagni che in coscienza vi devono far ben male al cuore. — E c'era nelle sue parole un tal fondo di verità, che Martino non potè a meno di non restare commosso. Disse al signor Biagio che ci avrebbe pensato sopra; e come il peccatore minacciato da qualche disgrazia, o che ha veduto morire l'amico o il congiunto, partì nell'intenzione di cangiar vita ed abbandonare ad ogni costo il suo brutto mestiere. Ma quando fu a casa trovò che erano stati ad invitarlo, perchè in quella sera istessa si portasse al villaggio di Medeuzza dove i suoi compagni intendevano di festeggiare con una cena la sua avventura della piazza San Giacomo. Stette un pezzo da capo al fuoco colla testa nel pugno, quistionando seco stesso se doveva andarvi. L'impressione che gli avevano fatto le parole del signor Biagio s'andava intanto a poco a poco dileguando, come il rimbombo d'una campana che si perde nello spazio, o come la luce quando la sera si ritira dal creato e ci lascia ciechi in grembo alla notte. In poco d'ora tutti i suoi buoni proponimenti erano svaniti, ed egli preso il cappello s'avviò per una solitaria stradella di campagna che mette al torrente. Aveva oltrepassato lalinea dei mulini, ed internatosi nei boschetti di acacie e di pioppi, e tra gl'intricati saliceti che su quella sponda fanno argine alla furia delle acque, riusciva alle ghiaie che già il sole tramontava. Ei camminava concitato, e la vista de' bei paesetti, che a piedi delle colline si presentano come una ghirlanda sull'altra sponda del Nadisone, non valeva in quella sera a rasserenargli la fronte. Quella magnifica scena della natura, che al mancar della luce s'andava a grado a grado scolorando, gli rendeva immagine del buon pensiero che per un momento gli era passato per la mente. Come le rose dell'occiduo sole, che dopo aver brillato un'istante, illanguidivano, come la neve delle alpi, che di rubiconda e dorata già tornava al muto pallore, così quel pensiero gli aveva solo momentaneamente illuminata l'anima, e suo malgrado ei sentiva rimorso d'averselo lasciato svanire. Aveva intanto guadagnato l'altra sponda, e attraversava i prati che chiamano Modoletti; una vasta spianata, il cui orizzonte ha per confine da tre lati le montagne, da mezzogiorno il mare. L'occhio vi spazia quasi all'infinito, e il cuore in quella lontananza, allor tuttavia risplendente dell'ultima luce, indovina l'estensione della nostra povera patria. In altri tempi i Modoletti erano popolati d'una quantità di cacciatori, che nelle serene giornate autunnali ivi convenivano dai diversi paesi circostanti ad insidiare alle allodole che vi abbondano. Le ridde fantastiche di quei matti augellini che scendono in frotte a schernire la civetta, il giubbilo de' capricciosi loro canti diffuso per l'aere, il rimbombo degli archibugi, i cani pronti ad afferrare la preda e recarla ai padroni nei diversi posti, che quasi eredità di famiglia son per molto tempo passati da padre in figlio, qualche brigatella di amici che venivano sul mezzogiorno a portar la colazione, formavano su quei prati una specie di festa campestre, il cui tripudio ti ferival'udito molte miglia da lungi. Ora silenzio, abbandonate le buche, solitaria la prateria, e i cacciatori chi sotterra, chi nell'esilio, le loro armi infrante dalla legge militare che ci posa sul capo. Il contrabbandiere oltrepassava taciturno, e il suo sguardo acuto procurava di discernere da lungi il villaggio. Un'antica torre quadrata, un palazzo dalle cui finestre senza impòsta vedevi ogni tanto correre qualche lume, un campanile mezzo in fabbrica da cui pendeva sulla chiesa un lungo travicello inclinato con una fune in capo, come l'amo del pescatore, erano gli oggetti che al suo avvicinarsi gli si facevano sempre più distinti. Quando giunse era notte. Gli abitanti di quel luogo vivono quasi tutti di traffico. Vanno a Trieste, vanno in Germania: le piccole case quadrate a due piani con una o due camerette rassomigliano tanti dadi gittati disordinatamente in mezzo al verde dei campi. Una sola sorge a quattro piani in forma di palazzo, ma sdrucita dal tempo, senza impòste, la porta spalancata, le travi in più siti minaccianti rovina. Appartenne a una famiglia signorile; ora è affittata a numerosi inquilini, e vedi da più parti uscire il fumo che t'indica le varie famiglie in quel recinto annidate. Di rado ti sarà occorso passarvi dappresso senza vedere dalle sue finestre sporgere varie stanghe con fasce e cenci d'ogni fatta esposti ad asciugare. Percossi dal sole ed agitati dal vento, essi rassomigliano i fronzoli di cui talvolta s'adorna una vecchia. Martino vi entrò. Alcuni giovanotti staccavano da una brisca un paio di mule trafelate ed ansanti. Allorchè lo videro, un d'essi gridò: — Gli è un bel capitare a quest'ora, birbante, quando tutto è già allestito! e perchè così a mani vuote? — Taci, Giacomaccio! chè questa sera egli è l'eroe della festa e non vogliamo rimbrotti; compenserà un'altra volta — interrompeva un piccolo tarchiato che teneva due pistole nella cintura. — Già dellagrazia di Dio se ne cuoce qua entro per tutti! — Dove sono? — chiese Martino. — Su in sala a complimentare il babbo ch'è arrivato in questo punto. — Ed egli si mise a salire la scala. Tutti gli abitanti del palazzo erano in moto, un andirivieni, un baccano da non dirsi, le porte delle stanze spalancate, e dense nubi di fumo untuoso in mancanza di camini riempivano lo spazio e si precipitavano per le finestre. In sala avevano formato una specie di mensa a diversi piani con armadi, con casse, e perfino colle tavole di letti. Una quantità di gente vi stava assisa all'intorno, altri mangiavano in piedi, alcune donne coi loro fanciulli stavano accoccolate sul limitare dei lor appartamenti. Al comparire di Martino una salva d'applausi fece echeggiare tutto il palazzo. Gettavano all'aria i cappelli, gli sporgevano il boccale, alcuni battevano le palme, altri fischiavano in segno di benevolenza e di approvazione, come spesso costuma il volgo friulano. Nel posto più eminente, con una salvietta dinanzi come per distinzione, mentre gli altri senza tante cerimonie mangiavano nella nuda tavola, sedeva un uomo di forme imponenti, alquanto attempato. Portava in capo un berretto di pelo, teneva negligentemente gittata sulle spalle unablousedi velluto nero, dalla quale gli riuscivano le braccia in semplice manica di camicia, ma candida e fina, in modo che faceva contrasto coi cenci sudici della maggior parte degli altri convitati. Una fisonomia di un tipo singolare, che potentemente ricordava quegli antichi ritratti dei nostri feudatari che ancora si veggono appesi alle pareti dei castelli del Friuli: occhi grandi sotto sopracciglia arcuate; un non so che di feroce e di bello insieme. Portava due folti mustacchi grigi, sotto cui appariva come lampo il sorridere scarso delle labbra improntate di amarezza: terreo il colorito ed abbronzato, come di chi condusse vita aspra ed indurata ai patimenti.Ne' suoi atti una certa sprezzatura signorile, e un impero che veniva sentito da tutti gli astanti, e bene te ne saresti accorto al silenzio che fecero, quand'egli accennò colla mano a Martino di farsegli appresso. — Dicono, figliuolo, che l'altro giorno a Udine in piazza San Giacomo tu ti se' comportato egregiamente, e poichè sono venuto a passare una notte cogli amici di questi contorni ho voluto vederti; — diss'egli battendogli colla mano sulla spalla, e facendoselo sedere al fianco. — È stata una bravura, babbo, che corpo di satanasso merita ricompensa! — gridò uno dei commensali; — s'è battuto contro quattro.... in mezzo a un popolo infinito, e i maladetti pareva che si fossero proprio incocciati a volerlo acciuffare ad ogni costo; ma egli a traverso la folla via come un'aquila! — Pareva la vostra mula bianca quando ha sentito l'odore della finanza, e voi gli gridate: guarda ai corvi! — Viva Martino! e morte ai pilucchi! — urlavano parecchi tracannando alla sua salute più d'una tazza di vino spumante. Intanto sulla mensa era stato deposto un capretto contornato di lepri arrostite, e fattasi l'allegria generale, s'era sollevato un immenso cicaleccio e una confusione di voci e di grida, i cui acuti, i soli che l'orecchio valesse a raccogliere, erano qualche bestemmia. Quelle facce sinistre, quegli uomini la maggior parte armati a dispetto della legge, quei loro atteggiamenti arditi, veduti lì al chiarore fantastico di alcuni fanali affumicati, appesi senz'ordine qui e colà per la sala, e che il vento ch'entrava da fenestroni mal riparati faceva continuamente girandolare, formavano una specie di quadro tremendo, a cui le vetuste pareti e le mobiglie disusate e gli arazzi squarciati, tra' cui brandelli vedevi inchiodate numerose pelli di animali scorticati, alcuna delle quali ancora gocciolante di sangue, facevano adeguata cornice. Dov'erano adesso i nobili abitatori di cotesto diroccatopalagio? Oh! se fosse lor dato sollevare dal sepolcro la testa dormigliosa, e rimirare per un istante così trasformata questa sala, dove un tempo avranno goduto i loro signorili banchetti e le danze del cavalleresco loro avo! Come ombre fugaci, come fiori d'un giorno passano le generazioni umane, e spesso l'ultima venuta calpesta spensierata le memorie e le tombe degli avi. Invece dell'araldo che in quell'epoca sarà entrato ad annunziare la visita della vicina castellana, o del pellegrino reduce da Terra Santa, ora nella sala comparivano due giovinotti con la notizia che sedici carrette ben cariche di contrabbando stavano già in pronto per varcare il confine. Il babbo guardò nell'orologio: erano le dieci e un quarto, poi scostata la salvietta faceva rapidamente lì sulla tavola colla matita una specie di conto. Tutti tacevano. — Mastro Pietro Cabala! — e un piccolo sbilenco si alzò subito da sedere e stava attento ad aspettare i suoi ordini. — Bevete un boccale e andate sul momento a far la spia ai piluchi dei posti vicini. Dite che sul passo di Romans a mezzanotte in punto devono traghettare tre carrette di zucchero, date i contrassegni, fate credere almeno quattordici gli uomini che le accompagneranno, affinchè ci lascino netta la stradella della Madonna, e mettetevi nelle loro mani come ostaggio. — Cabala fece un brindisi, prese il cappello e s'avviò sull'istante. — Tinorio, Meneghino il guercio, e la buona lana del Giacomaccio sono i fortunati ch'io mando questa notte a fare alla finanza il mio regalo di zuccheri. — S'ha da partir subito? — domandò il Tinorio con una faccia lunga e malcontenta. — Subito certo, perchè voi avete per lo meno cinque miglia di più degli altri da fare. — O diacine, babbo! gli è un brutto mandarci così alla spiccia in prigione, e senza neanche lasciarmi terminare di cenare.... — Aggrottò le sopracciglia, e — Ringrazia, canaglia, continuò con voce severa, ch'iomi contenti di farti solamente adesso smaltire il vermigliano, per cui poco ha mancato tu mi mandassi a picco la nostra ultima impresa. — Questo rimbrotto fu causa che alcuni si mettessero a ridere; ma egli lanciò loro un'occhiata che li fece subito tornare quieti. Quando furono usciti i tre ch'egli aveva indicato, si rivolse ad un uomo che gli stava di costa, e che dai vestiti e dai capelli impolverati pareva un mugnaio, e colla voce sommessa gli chiese in fra i denti: — Detratti gl'invalidi, quanta gente abbiamo di cui si possa propriamente fidarsi? — Colui diede un'occhiata all'intorno, e contando sulle dita: — Fa d'uopo questa sera contentarsi d'una ventina, perchè taluni sono già avvinazzati.... E andava accennando. — Il Moro no, Tinuccio nemmeno, il Frate mi ha certi occhi.... — Or bene, disse egli ad alta voce, allegri, figliuoli, e terminiamo di cenare; poi Vento, Centesimo, il Commissario e gli altri là da quella parte usciranno ad esplorare la via, e i quindici che io sceglierò, capitanati dal vecchio Napoleone e da Martino qui, marceranno all'impresa. — Martino al sentirsi nominare gongolava tutto quanto dalla gioia. Pareva che gli occhi gli volessero uscire dal capo, tanto gli scintillavano, e non potendo parlare prese la mano del babbo, se la posò sul cuore, e se in quel momento gli avesse comandato di saltare a piè pari nella bocca d'una voragine, ei vi si sarebbe lanciato, senza neanche pensarci sopra. Oh se fosse stato presente il signor Biagio, e avesse potuto vederlo in tutto quell'entusiasmo! Ma il buon uomo era invece nel suo letto, e fra un sonnellino e l'altro ripensava con compiacenza alla bella predica fatta, e si prometteva un frutto ben differente.
A piedi delle colline di Butrio, a man ritta della via che conduce a Cividale si estendono alcuni gentili praticelli frastagliati da siepaglie di alni, sparsi qui e colà di qualche pioppo. La Giannetta soleva in que' luoghi condurre al pascolo il bestiame. Di rado saresti passato in quelle vicinanze senza sentir la sua voce argentina echeggiare per l'aere, come quella dell'allegra allodoletta quando balla incontro al sole cantando le sue infinite variazioni. Fin dagli anni più teneri ella aveva preso pratica di quei siti. Prima coi paperi, poi cogli agnelli, in séguito, quando non c'erano lavori nei campi, nelle ore mattutine e sulla sera col gregge bovino. Ivi i giuochi della sua infanzia, ivi le corse e le danze colle compagne, ivi s'era aperta la sua anima alle prime impressioni, e come se la bella natura che la circondava avesse contribuito a formarla, ella aveva in sè qualche cosa di quell'aere purissimo e di quell'allegra e serena verdura. Più tardi, quando fatta grandicella aveva incominciato a piegar le dita al lavoro, passava molte ore seduta all'ombra d'una macchia d'arboscelli, e filava cantando or le orazioni che imparava alla chiesa, ora le mille villotte che l'innamorata gioventù spande a rallegrare di poesia la solitudine dei campi. Anche quest'anno al primo fiorire del biancospino ell'era tornata e cantava, ma la sua voce divenuta più gentile aveva assunto come una tinta di affettuosa malinconia, e anch'ella, quietata la vivacità di quegli anni spensierati in cui l'umana creatura gittata nello spazio par che altro scopo non abbia che di crescere e svilupparsi, s'era fatta più mansueta, più composta.Talvolta, dopo aver cantato una rima d'amore, abbassava la testa graziosa e rimaneva lungo tempo in silenzio come meditando il suono di qualche frase che l'era ancora incompresa. Tal'altra tutto ad un tratto mettevasi a cercar fiori, e se ne adornava i capelli, o riempiuto il grembiale fermavasi con gran cura ad iscegliere fra essi i più belli, ad assortirli ed a tesserne ghirlande e mazzolini; poi due farfallette che le passavano dinanzi carolando le facevano dimenticare il lavoro, e collo sguardo intento le seguiva per l'aere, finchè dileguate nell'azzurro della volta celeste ella chinava gli occhi inumiditi di pianto — e il pianto l'era voluttà, e spesso senza saperlo dolcemente vi si abbandonava. Pareva che in quell'anno le si fosse generato nell'anima un sentimento nuovo, un recondito affetto che la luce, l'aria e la terra la invitavano senza sua coscienza ad effondere. Era come il fiore, che finito di spiegare la forma leggiadra ch'ei ritrae dal suolo, e bevuto dall'atmosfera tutto il colore che deve adornarlo, in un bel giorno il sole lo guarda e gl'infonde il profumo. Ma quando immobile, colla testa fra le mani stava ore e ore assorta in silenzio, a che pensava ella? Dinanzi alle chiuse pupille era un'immagine che continuamente le passava; una immagine che il tempo non aveva potuto illanguidire, anzi ogni giorno ei gliela rendeva più vivace, come se i sogni dell'oggi avessero avuto forza per accrescere que' del domani. Il giovine che ella aveva veduto sulla piazza di San Giacomo difendere il contrabbandiere le si era impresso nell'anima in maniera indelebile. Le stava sempre negli occhi, e ogni volta che fermavasi a ripensarlo, lo rivedeva più bello. Quell'impeto generoso con cui s'era lanciato solo e senz'armi contro ai quattro che avevano già trionfato, la snella persona, l'indomito ardire che gli lampeggiava nello sguardo, quei folti capellineri che con un altero scuoter di testa ei s'aveva gittati all'indietro, quella giovane faccia ancora imberbe, impallidita per l'ira, le labbra bianche atteggiate ad un impavido sorriso di sfida, l'affrontarsi, il sollevare il caduto, e la nobile noncuranza con cui dopo la vittoria si calcò in fronte il cappello e si tolse agli applausi della folla entusiastata, erano memorie ch'ella si sentiva nel cuore sempre più vivaci e più profonde, come la cifra scolpita nella giovine corteccia che cresce e si dilata insieme colla pianta. Oh s'ella avesse potuto rivederlo! ma tranne i sogni della sua fantasia, nulla ella sapeva di lui, e intanto il mistero istesso aggiugneva prestigio all'idolo ch'ella s'aveva creato. Talvolta con puerile serietà si metteva ad interrogare un fiore, e strappandogli ad uno ad uno i petali gli chiedeva, se la lo doveva rivedere, se sarebbe diventato il suo damo; e se la risposta veniva contraria, trovava subito la scusa per non crederci, o il fiore non era il primo ch'ella aveva guardato, o invece di uno l'erano venuti due petali ad un tratto, e tornava a ricominciare. Tal'altra stando lì all'aperto accoglieva con affetto l'aria che le vellicava la faccia immaginandosi che potesse esser quella ch'egli aveva respirato. Avrebbe voluto cangiarsi nell'uccelletto che le passava sul capo volando, per viaggiare a suo talento il mondo e scoprir dove fosse. La sera non poteva mai staccar gli occhi dalle prime stelle che comparivano sul firmamento, sperava che anch'egli le avesse guardate, e sentivasi dolcemente consolata nel pensare che v'era pure un punto nel creato dove le loro anime potevano forse per un istante ritrovarsi unite. Intanto le sue mani erano diventate pigre, spesso tornava a casa co' fusi vuoti, e quel tanto consumarsi sempre fitta in un vano pensiero le aveva a poco a poco offuscata la fronte ed appassita la freschezza del suo cuoredi vergine. Parve che la madre avesse notato questo suo mutarsi, ma la buona donna lungi dall'apporsi al vero interpretava secondo i propri desiderj. Fra gli amici che spesso venivano in casa, c'era un giovine per cui la vecchia Maddalena aveva tutte le sue predilegioni. Di modi mansueti, di un carattere quieto ed affettuoso, Meni invece di giocare alla romorosa partita delle bocce, o di cantare strambotti coi compagni lì nel cortile, o nella via dinanzi alla porta della casa, come talvolta solevano nelle sere dei dì festivi, faceva più volentieri compagnia alle donne, e le aiutava nelle loro faccenduole; ed ora mettevasi colla vecchia a ragunare i pulcini, o pure colla Giannetta annaffiava il basilico, o le insegnava a potare i rosai e a tesserli in eleganti festoni lungo il muricciuolo dell'orto, dov'ella si teneva il suo quadrettino di fiori. Più maturo di età, egli aveva cominciato ad affezionarsi a lei fin da quando era bambina, e la domestichezza e la dolce consuetudine di vederla quasi ogni giorno gli avevano, senza ch'ei se ne accorgesse, generato nel cuore una simpatia che oramai formava parte della sua vita. La Giannetta anch'ella lo amava, ma come un fratello. Gli anni troppo acerbi e la loro gioia spensierata non le avevano lasciato capire la fiamma malinconica che s'era accesa negli occhi del giovane; e un affetto, quando nasce soltanto nell'anima, gli è come un vincolo di sangue, che può di rado cangiare natura. Venne anche per essa un'altra epoca, ed accolse altri pensieri, ma non furono per lui. La vecchia Maddalena guardava ad entrambi, e se aveva indovinato il cuore dell'uno, era però ben lungi dall'immaginarsi ciò che si passasse in quello dell'altra. Meni era così amorevole, così un giovane per bene, e di più apparteneva a una famiglia di contadini agiata e di buona gente, che fin dal primo conoscerlo, nel suo affetto di madre, le passò subito per la mente un pensiero, matanto lontano che non ardiva confessarlo neanche a sè stessa. Più tardi le si cangiò in isperanza, e quando vide la Giannetta impensierita, non dubitò che la cosa non camminasse secondo i suoi desiderj, e che la fanciulla guardasse anch'ella co' suoi occhi, e cercava tutte le occasioni che si trovassero insieme, e che si potessero liberamente parlare. Fu in questa intenzione che nel dì dell'ottava di Pasqua la vecchia studiò il modo che i due giovani insieme con una cugina di lui e un'altra ragazza lì del villaggio andassero alla sagra di Percotto. Negli anni trascorsi quella sagra era una delle più fiorite dei contorni. Una quantità di gente vi traeva da tutte le parti per godere gli spettacoli che in quel giorno solevano rallegrare la moltitudine. Oltre la festa da ballo c'erano sempre alcuni saltimbanchi e giocatori di bagattelle, c'era la presa dell'agnello, cioè un agnello incoronato di ciambelle e di bottiglie con al collo appesa una borsa di danari: si collocava alla sommità di un lungo palo unto e bisunto di olio e di altre materie glutinose, ed era premio a chi avesse saputo avviticchiarvisi a quell'altezza e pigliarselo; e quella prova riusciva di grande sollazzo, ed era un favorito tripudio della moltitudine campagnuola, che rompeva in infiniti sghignazzamenti alle cadute dei poco destri e all'untume di che s'infardavano. Quantunque vi fosse anche in quell'anno gran concorso di gente, mancavano i divertimenti. Dopo il quarantotto, l'agnello era stato messo da banda, e la moltitudine, fattasi meno spensierata, non si sentiva più tanta voglia da ridere. C'era peraltro la festa da ballo, che le autorità avevano permesso a dispetto dei preti; ma la maggior parte della popolazione la vedeva a malincuore, perchè dopo tante lagrime e tanto sangue, pareva che non si potesse più in coscienza dimenticarsi e danzare senza rimorso. Benchè la Giannetta sul primo trovarsi in mezzo alla folla cipatisse, non amando quei tanti sguardi che la sua non comune bellezza non mancava d'attirarle, pure in quel giorno appena giunta nel villaggio le parve come di esilararsi, tanto poco ella capiva le intenzioni e l'affetto del povero Meni. Dopo aver alquanto girato per il paese, entrarono all'osteria. Era piena zeppa di gente, e in fondo a una lunga tavola mangiavano le ova sode col radicchio alcune donne col fazzoletto gittato attraverso la persona, scollacciate e tutte rosse e scalmanate in viso, sicchè t'era facile l'accorgerti che venivano dalla festa. La Giannetta non le ebbe appena guardate che ravvisò subito la più giovane, e corse a salutarla con tutta l'espansione dell'animo, come se si avesse trattato di una carissima amica. Era una conoscenza fatta in un giorno per lei memorabile. In quel giorno le si era svegliato il cuore ad un palpito fino allora sconosciuto. Dopo, quanti pensieri, quante soavi emozioni, quanta vita!... Ed ella amava tuttociò che in qualche maniera gli poteva essere collegato; e il ritrovare adesso quel volto, il riudire quella voce le era speranza recondita, e quasi presagio di gioia imminente. Nel vederla stretta a così confidente colloquio con quelle donne tanto a lei dissimili, Meni pativa, e avrebbe voluto poterla levare di là, e gliene faceva preghiera colla faccia mesta e collo sguardo affettuoso; ma ella non intese. Parlavano della festa. — Ha' tu badato, Mora, a quel biondino che ballava colla birraia, quando noi siamo partite? — Colui ch'è venuto con tuo fratello?... Gli è un mugnaio del mio paese. — Té! la Tonina che ha sul fegato il biondino! — osservava la più vecchia, un viso da volpe coi capelli grigi e tuttavia a cincinnoli. — Và, che ti darebbe l'animo di tornar sul tavolato per procurar di rubarlo alla birraia! — Poh, che miracoli! Voi che siete nonna avete ballato quasi un'ora.... — Gli è che ho buone gambe, e poi oggi per noialtre c'eracuccagna, non è vero, Mora? — E la Mora un poco punta: — Che cuccagna d'Egitto! Io so che finora non ho mai stentato di ballerini, e l'altro giorno a Dabardò voi che stavate a guardare, potete farne fede; e sì delle ragazze non ne mancavano!... — Ma oggi dove diacine si saranno cacciate, che sulla festa di quelle del paese non ne vedevi neppure una?... — Dicono che le ha compunte il Parroco questa mattina con una predica tutta piagnistei. — Oh le santerelle! ma tanto meglio per noialtre. — Sì: peraltro se non si fuggiva, a forza di farci ballare ci ammazzavano. — Vuoi che torniamo? — disse la Tonina; e come se avesse respirato l'armonia dei violini, balzava in piedi elastica. — Torniamo! — E strascinarono con loro la Giannetta che stretta al braccio dell'amica non aveva avuto tempo d'accorgersi come Meni con le sue due compagne seguisse accorato. Quando arrivò sulla festa, il primo oggetto che la colpì fu il giovane della piazza di San Giacomo, il giovane ch'ella aveva tanto pensato! Questa volta non era sogno. Le stava dinanzi in tutta la sua bellezza, con una mano gentilmente posata sul fianco, cogli occhi raccolti, e danzava leggero con una certa sprezzata disinvoltura, che pareva che neanche movesse la snella persona. Ella più non vide gli astanti, non vide la ballerina, non vedeva che lui.... e se non era il battere del cuore sempre crescente, e il fremito delle ginocchia che glielo impedivano, la musica l'avrebbe rapita lì in mezzo tra i vortici della danza. Quando fermarono i violini, egli venne a riposarsi vicino alla sorella, e salutò per la prima volta la bella giovanetta a cui ella dava il nome di amica. La Tonina volle che danzassero insieme, e al primo ripigliarsi del valzer, come aliga in balía del torrente, come foglia travolta dal turbine ella volava col giovane amato. Pallida il volto, fuori di sè stessa, il suo orecchio non beveva che armonia, il suo cuore non respiravache amore. Già tramontava e ballavano ancora. Cominciò a diradarsi la festa, il villaggio si dispogliava e continue brigatelle di gente partivano per tutti i lati. La Giannetta con la sua compagnia tornava a casa dalla parte del torrente. La Tonina e la Mora tenevano la stessa strada. Non erano appena alle ghiaie che alcuni giovani a mulo le raggiunsero. Erano mugnai, e tra essi il contrabbandiere. Quando fu vicino alla Giannetta lasciò che la sua bestia andasse a passo, e si mise a discorrere colla fanciulla. A poco a poco si sbrancarono dagli altri. Egli, abbandonate le briglie, colla persona inchinata sul dinanzi; ella appoggiata alla bestia: e lo scalpitare dei ferri tra i sassi copriva il lieve bisbiglio delle loro sommesse parole. Era bella la sera, netto l'orizzonte, e le colline di Butrio e la costiera di Cormons sormontate dai picchi ancora innevati delle alpi, presentavano dinanzi a' loro sguardi una zona di paese, che la luce di quell'ora fantastica accarezzava con una specie di malinconico affetto, e faceva più vago il primo verde di che appariva screziata. Quel poco e pallido verde che annunziava l'imminente primavera era pur gentile! Era come il tenue sorriso che dopo lungo dolore torna ad infiorare le labbra d'un'amata persona. A Manzinello si divisero, e l'una compagnia prese la strada di Marzano, l'altra quella di Butrio. La Giannetta camminava concitata, e come se la melodia dei valzer uditi le durasse tuttora nell'orecchio; talvolta colla voce si metteva ad imitarne la cadenza, tal altra prendeva il braccio delle compagne, e le sforzava a correre seco per qualche tratto. Era allegrissima e non badava al mesto silenzio del povero Meni. Troppa commozione l'aveva in quel giorno agitata perch'ella potesse riflettere a lui. Quando arrivarono a casa, la Maddalena, che con trepida gioia stava aspettando l'esito della gita, venne loro incontro. La buona vecchia, mentre s'andavaimmaginando le dolci parole che s'avrebbero detto i suoi cari figliuoli, aveva loro apparecchiato una cenetta di famiglia, e voleva che tutti si fermassero; ed era così contenta ed accarezzava Meni con tanto affetto, ch'egli non si sentiva la forza di disingannarla; e benchè avesse il cuore gonfio di lagrime procurava di mostrarsi lieto. Si dispensò peraltro dal restare a cena, e salutati tutti come di consueto, uscì all'aperto. Era una bella notte serena, la luna splendeva tranquilla, e illuminata da lei gli stava dinanzi, netta e distinta in ogni sua parte, quella modesta casetta di contadini dov'egli aveva passato tante ore felici. Vedeva la linea del muricciuolo su cui facevano capolino i rosai della Giannetta, vedeva in fondo all'orto il mandorlo fiorito, alla cui ombra tante volte era stato seduto insieme con essa: tra' suoi rami sentì che volitava un uccelletto, stette un istante in orecchi, e l'udì zufolare in mesto ed amoroso tenore, mentre da una siepe vicina s'andava sollevando ad intervalli un sommesso gorgheggio. Era l'usignuolo che colla sua fida compagna tornava al nido consueto. Si ricordò che l'anno innanzi la prima ad accorgersi della sua venuta, era stata lei. E poi insieme avevano notato il sito che aveva scelto, e lo visitavano in secreto, e videro dischiudersi le uova, crescere e vestirsi di piuma gli uccellini, finchè venne il giorno in che cominciarono a volare. E quel giorno era stato per loro due una festa. Seduti sull'erba, sotto la pergola si godevano taciti a contemplare l'amore con cui il padre e la madre li addestravano. Usciti dal nido pigolavano trascinandosi a salti per le aiuole, e i vecchi fatti anch'essi piccini, li chiamavano facendo lor dinanzi certi piccoli voli, or alla siepe del ribes, or a' cespugli del biancospino: e quando finalmente fidati alle giovani penne si abbandonavano all'aria, tornavano loro incontro volando come frecce, e colle ali li sostenevano finchè litrassero dall'orticello, e tutta la famigliuola insieme volò via contenta per l'aperto dei campi. O quante volte la sera, quando la vecchia Maddalena, o qualche altro della famiglia veniva a sedersi troppo dappresso a quel nido e faceva tacere sul mandorlo l'usignuolo, essi avevano trepidato per paura che si scoprisse il segreto, e i loro occhi s'erano incontrati, e nel loro muto linguaggio s'avevano detto la comune inquietudine! Quanta gioia in quell'epoca.... quanti soavi pensieri, quanti sogni d'amore!... E adesso tutto finito! Non doveva dunque più mai ripassare la soglia di quella casa ospitale, dove i suoi anni giovanili erano stati consolati da tanto affetto? Mai più le carezze della buona Maddalena?... L'usuale saluto con cui in quella sera egli s'era congedato, era dunque l'ultimo? Oh s'essi avessero potuto vedere come sanguinava il suo cuore, mentre con mentita ilarità dava loro la buona notte! Ma chi aveva badato al povero Meni? Erano allegri, parlavano della sagra, del ballo; la fanciulla non gli aveva neanche rivolto uno sguardo, ed egli partiva per sempre!... Egli saturato di amarezza, egli che aveva veduto dileguare in una maniera così crudele la speranza del suo avvenire, il sogno accarezzato de' suoi giovani anni, egli si ritirava in silenzio per non disturbare la loro gioia. Aveva capito d'essere di peso, e in quel momento si sarebbe volentieri seppellito sotto terra, perchè altri liberati dalla sua importuna presenza avessero potuto godere senza rimorso. Guardò per l'ultima volta quella casa dove restava tanta parte della sua vita, vide col pensiero la serena immagine della fanciulla a cui egli aveva donato tutto sè stesso, e coll'anima inginocchiata dinanzi a Dio, nel suo immenso dolore pregò che fosse felice, e che il giovane ch'ella gli aveva preposto l'amasse com'egli l'avrebbe amata!
Alle tre del mattino una piccola barca salpava dal molo San Carlo a Trieste. Le nubi cubavano meste sul golfo, e a guisa di un immenso panno bigio da cui trapelava sol poca ed incerta la luce, cadevano affaldate sul dorso dei monti, mentre una nebbia leggera, come se fosse l'alito del mare, involgeva l'operosa città che già incominciava a destarsi. A levante l'orizzonte s'apriva in una pallida lista che annunziava i crepuscoli e faceva più bruno l'alternarsi delle onde concitate. Nella barca stavano sedute alcune donne friulane. Quasi ognuna portava un cesto coperchiato, od un fardello. Con esse due soli uomini, un ciabattino che dicevano il paron Giacomo, e che s'era messo al governo del timone, e colui che remigava sbracciato coi calzoni rattoppati, una vera faccia proibita. Avevano sciorinata la vela, ma non furono appena scostati dal lido, che dovettero ammainare, perchè l'insolente libeccio che da qualche ora aveva incominciato a soffiare, si faceva sempre più forte, e co' suoi colpi rabbiosi minacciava squarciarla; le onde ingrossavano. — Il mare mi ha un gran brutto muso quest'oggi — disse una di quelle donne guardando al pelo dell'acqua che s'andava facendo sempre più bruno. Intanto gonfiati dal vento lor stridevano in capo i fazzoletti, e le vesti fischiavano. — Da brave, comari! giù dalle panche, sedetevi sul tavolato nel mezzo della barca — gridava da prua un dei manigoldi. Obbedirono. Una fra esse era compresa da visibile sgomento. Tenevasi fortemente stretta alla gonna delle compagne, mormorava continue preghiere, e ad ogni ondata o colpo di vento rompeva in un grido e chiamava inaiuto la Vergine benedetta e tutti i santi del paradiso. Le altre la deridevano. — È inutile, Giannetta, se non vedi di gridare un po' più forte, come vuoi che ti senta il buono Iddio in mezzo a questo strepito indiavolato? — Ahimè! soggiugneva la Mora, ci vuol altro che i tuoi flebili piagnistei! Le bestemmie che tira paron Giacomo risicano di essere assai più efficaci, perchè egli, perdinci, ha trovato un timbro di voce che penetra i cieli! — Via, finiscila con codeste scene! — Io per me dico, osservava un'altra, che i nostri uomini avrebbero fatto pur bene a risparmiarci l'imbroglio di questa povera bimba che non sa far altro che piagnucolare. Finchè c'era la Tonina vada! chè almeno quel folletto colla sua bravura compensava; ma adesso.... — A proposito della Tonina, interrompeva la Mora, sai ch'io ieri l'ho veduta.... — L'hai veduta? Eh burli! È tanto tempo che non si sa nulla di lei. — L'ho veduta con questi occhi, vi dico! E non avevo mica le traveggole; era proprio in anima in corpo la Tonina.... — E che cosa ti fu detto? E dove si trova? — Oh bella, a Trieste si trova! in quanto al parlare con essa è un altro paio di maniche. Io ero alla finestra di un terzo piano con una mia conoscente, ed ella attraversava piazza Lipsia a braccetto d'un giovinotto, vestita come una dama col suo bravo cappellino in testa e in guanti.... Non poteva credere a me stessa, e sono corsa a basso per incontrarla. Veramente ha fatto le viste di non conoscermi, ma l'era finzione, la m'ha conosciuto benissimo ed è diventata rossa come una cresta di gallo.... — In quella alcune voci in mare gridavano a piena gola alla barca che si tenesse alla larga. — Alla larga un diavolo! rispose il ciabattino, non vedete che mare indemoniato? Noi vogliamo guadagnare la riva Conti e non mica per risparmiar le vostre reti andar con questo guscio di noce a far visita in Istria al capo di Salvorre. — Erano pescatori che a causadel mal tempo s'affrettavano a togliere dall'acqua le chiusure tese per la pésca, e con immensa fatica lottavano contro il vento e contro le onde. La barca veniva proprio pel mezzo dei loro ordigni, e non era possibile che passasse senza lacerarli. S'impegnò d'ambe le parti una zuffa di bestemmie che finirono di spaventare la povera Giannetta. Anche le sue compagne, allora accorte del pericolo, stavano rannicchiate sullo spazzo e tremavano. Ma paron Giacomo tenne fermo, e in mezzo a una salva d'improperi passò vittorioso attraverso le reti senza badare agli squarci che operava, mentre allontanarsi dalla costa con quella sua fragile navicella sarebbe stato lo stesso che farsi portar via come paglia travolta dalla bufera. A forza di stenti finalmente afferrarono. Le donne messe a terra badavano a' loro fardelli. La vecchia Caterina le divise in due schiere. L'una doveva salire la montagna e a Prosecco subir la visita dei doganieri, l'altra per greti e viottoli di malagevole riuscita trascinar il contrabbando studiando a forza di buoni occhi e di buone gambe di evitare qualche tristo incontro. Qui nuova baruffa, perchè la Giannetta destinata colle prime, erasi ostinata a voler piuttosto affrontar il pericolo, e ad onta della sua poca attitudine assoggettarsi agli strapazzi della fatica di quella mala via. Povera Giannetta! Benchè da due anni ell'avesse sposato il contrabbandiere, pure non poteva ancora assuefarsi al brutto mestieraccio. Quel dover fingere, quel dir continue bugie, vivere di frodi e d'inganni, essere sempre in compagnia di gente sfrontata, a lei cresciuta nella semplicità dei campi e nell'ingenuo affetto d'una famiglia d'onesti agricoltori, era patimento superiore alle sue forze, e vi si adattava a malincuore; ma fra tutte queste amarezze ce n'era una ch'ella non aveva mai potuto trangugiarsi: la visita dei doganieri. Le pareva offesa così villana, alla quale la sua dignità e il suo cuoredi donna si ribellavano potentemente. Povera Giannetta! Inebbriata da troppo amore, ella non aveva veduto che la beatitudine di finalmente possedere l'idolo che s'aveva creato nella sua giovine fantasia; e non ebbe tempo da riflettere alla vita che abbracciava, nè ai disinganni che avrebbe tra poco dovuto subire. Era come chi guarda a un magnifico palazzo e non pensa ai dolori e alle lagrime di sangue che forse lì entro si versano. Anche i suoi parenti, quando il contrabbandiere chiese la sua mano, s'erano facilmente consolati, ed avevano acconsentito con gioia, perchè la casa di Martino non mancava di agi; anzi i suoi secreti guadagni lo mettevano in istato di scialare e veniva considerato come il più facoltoso tra i contadini dei contorni. Vestivano da signori, si trattavano senza risparmio, avventori a tutte le osterie avevano credito in paese; e perfino la vecchia Maddalena, quantunque il suo prediletto Meni colla sua improvvisa risoluzione di andar in Germania a lavorar sulla strada ferrata le avesse portato via il cuore, un poco alla volta si rasserenò e credette una fortuna il nuovo partito ch'erasi presentato alla figlia. Quest'era la pagina dorata su cui leggevano gli occhi del mondo, ma ve n'era un'altra recondita scritta a caratteri ben tetri, e questa col tempo doveva leggerla la sola Giannetta.
Crearsi coll'anima innamorata un sogno, e dopo averlo lungamente vagheggiato indarno, vederselo tutto ad un tratto realizzare, e giugnere il fatto laddove non ardivano neanche i più segreti desiderj del cuore, dovrebb'essere la suprema fra le gioie umane, e la Giannetta l'aveva conseguita. La fortuna s'era compiaciuta di regalarle il suo bel castello in aria: per una specie di miracolo, ella aveva non solo trovato, ma possedeva l'idolo della sua fantasia. Contuttociò la Giannetta non era felice.
Affascinata dalla bellezza del giovane, poi da' suoimodi attraenti, ella non aveva avuto tempo da riflettere al più essenziale, all'anima ed al cuore di lui, e gli si era donata prima di conoscerlo; o per meglio dire, sulla base di alcune esteriori qualità che l'avevano invaghita, ella aveva immaginato a suo modo un'anima ed un cuore che il tempo doveva ben altrimenti rivelarle. Ella si aveva lasciato entrar l'amore per gli occhi, e gli occhi l'avevano tradita. — Il brutto mestiere che Dino esercitava fin dall'infanzia, lo metteva troppo spesso al contatto di gente rotta ad ogni sorte di vizi, perchè egli avesse potuto conservare i semplici costumi dei campi tra cui era nato. La vita arrischiata e sempre in lotta ch'ei conduceva gli aveva insegnato assai giovane a disprezzare ogni legge, e la sua mente s'aveva formato a suo modo l'idea dei propri doveri e diritti. Circondarsi di menzogne e di frodi, disobbedire all'autorità e anche talvolta resisterle colle armi; far vita scioperata e girovaga, frequentare le città e immergersi nelle gozzoviglie di equivoche taverne, dove spesso divideva le sue gioie col libertino, col ladro, col micidiario, gli avevano da gran tempo avvelenata la coscienza.
Oh! se la semplice giovanetta, che nella sua serena solitudine lo sognava con tanto affetto, avesse potuto vederlo tra i bicchieri e gli amici e le profanazioni di quelle orgie abbiette dove così spesso ei protraeva le notti! Se avesse potuto udire un solo dei loro discorsi.... udire da quelle labbra così soavemente amorose, che cosa egli intendesse per amore!... La schifosa lumaca che talvolta si nasconde nel bocciuolo della rosa, il rettile che comparisce improvviso fra l'erba a contaminarla del suo alito pestilenziale, le avrebbero inspirato assai meno orrore. Erano anime degradate che nel calice della gioia oramai più non bevevano che la impura feccia. Come la farfalla che col lungo volare perde la dilicata peluria e la freschezzae i brillanti colori delle ali screziate, come la sensitiva che una mano indiscreta finisce coll'appassire e privarla del nerbo della vita, così a forza di sprecare l'amore, essi l'avevano per sempre perduto. Anime invalide a mai più sentire i divini entusiasmi del bello, a cui dinanzi la magnifica tela del creato passava scolorata e senza poesia. O che mai valevano le loro gioie sguaiate e il cinismo dei loro sorrisi in confronto di una lagrima di soave emozione! Ed era a una di queste anime inaridite ch'ella, l'inesperta, aveva profuso i ricchi tesori del suo cuore! Povera Giannetta quando s'accorse dell'inganno, quando ad uno ad uno dileguati tutti i suoi sogni, finalmente s'avvide che di quanto amava quaggiù sulla terra non altro l'era rimasto che la forma esteriore! Avesse almeno trovato un conforto nella famiglia ch'ella aveva adottato per sua!... Ma ella, altrimenti educata, altrimenti avvezza a guadagnarsi il suo pane, non trovava simpatia tra quella gente ardita, i cui costumi erano tanto disformi dai suoi.
Ridevano della sua timidezza, si burlavano della dignità dell'anima sua, e i suoi modi miti ed affettuosi le erano quasi una specie di colpa. Aggiugni che affatto inetta a' loro traffici, invece di giovarli spesso serviva d'imbarazzo. Da principio rifugiavasi nell'amicizia della Tonina. L'età quasi pari, l'esser ella la prima della famiglia che aveva conosciuto, e il suo fare, che in mezzo a molti difetti pure aveva del franco e del leale, le conciliavano confidenza. Poi la Tonina anch'ella le voleva bene, e nel suo modo s'ingegnava di proteggerla, e pareva quasi si avesse assunto di educarla ai pericoli e alle difficoltà di quella nuova vita. Ma anche questo conforto durò poco. In paese la Tonina era una ragazza discreditata. La vedevano troppo spesso alle sagre bazzicare con ogni sorta di gente. Non amava il lavoro; invece sempre fuori, e all'osteria entrava disinvolta, e le piaceva scialarevestiti più a modo cittadino che da campagna. Era stata in promissione prima ad un mugnaio, poi con altri, ed alla sua porta venivano a farle all'amore i meglio trincati giovinotti del paese, ed ella se ne teneva; ma oramai nessuno le si proferiva a marito. Cominciò ad accorgersi ch'ell'era lasciata in disparte, e vedeva intanto farsi spose le compagne più giovani. Offesa nel suo amor proprio si mise in malinconia, e un bel giorno alla Giannetta disse che andava a Trieste e che non sarebbe ritornata. — A Trieste, soggiunse ella, ho trovato un damo che vale per tutta cotesta genía che mangia il pan d'oro e poi marcia in zoccoli. Vo' far la mia fortuna. — Giannetta lo credette uno scherzo; ma purtroppo ella rimase a Trieste. Qualche tempo dappoi morì la vecchia Maddalena. Allora la povera creatura si trovò affatto sola in questo mondo. Nessuno divideva le sue lacrime, nessuno sapeva intendere il suo cuore. Avesse almeno potuto, come una volta, passare le ore nel verde dei campi, occupata nel lavoro della terra o nella custodia del bestiame, e abbandonarsi senza testimoni al suo dolore, e disfogare l'amarezza dell'anima tradita! Ma la catena ch'ella stessa s'aveva imposto la strascinava suo malgrado dietro quella gente, come fragile schifo attaccato alla nave da guerra, fra i pericoli e le tempeste di una vita ch'ella oramai abborriva. Questo stato di continua violenza agiva intanto anche sul suo fisico. Visibilmente dimagrita, ogni giorno si alzava più pallida e più stanca. I suoi grandi occhi neri, perduto il brio della giovinezza, guardavano sempre più mesti e malati: nessuna speranza, nessuna gioia li rianimava, ed e' si posavano lenti sugli oggetti, quasi non avessero avuto la forza di raccorne l'immagine. Nessuno ci badava, ed ella deperiva; deperiva come la pianticella che una mano incauta ha posto a morire trapiantandola in un terreno che non le si affà. Nella sua misera condizioneunico sollievo le era il ripensare al passato. Quando la vita amareggiata da immenso dolore ha perduto tutte le sue attrattive, l'anima oppressa dall'ingrato presente si getta nei campi dell'immaginazione o si ripiega sopra sè stessa e rivive di memorie; ed ella del continuo richiamava i suoi giovani anni, la vita innocente, le gioie e l'affetto della casa paterna. Curva le spalle sotto il fardello che le veniva assegnato, confusa nella turba dei contrabbandieri, in quei tristi viaggi ch'ella cotanto abborriva, spesso col pensiero si segregava dalla loro compagnia, e taciturna e sorda a tutti i loro sarcasmi ritornava con accorato desiderio ai dì sereni della sua infanzia. Tra le continue visioni dell'ameno paese nativo, tra le carezze della sua povera madre, e le amate persone con cui allora divideva la vita, e i giuochi puerili e le consuetudini e gli affetti di quegli anni beati, come una specie di eterno ritornello le si mesceva una immagine ch'ella aveva per gran tempo dimenticata, e che allora, suo malgrado, si sentiva risorgere dal profondo del cuore e a guisa di rimorso la riempiva di pianto. Vedeva la faccia affettuosa di Meni e la malinconia ed il tacito rimprovero di que' suoi lunghi sguardi appassionati con cui l'aveva lasciata nell'ultima sera; ed ella che allora non aveva saputo intenderlo, adesso lo rammemorava con un desiderio sempre crescente. Oh! se avesse potuto rivederlo e posare la sua povera fronte afflitta su quel cuore che per tanto tempo l'aveva amata colla tenerezza di un fratello, e narrargli i suoi falli e le tante lacrime che l'abbeveravano; se avesse potuto parlare con lui della sua povera madre perduta, e piangerla e pregar per essa fra le sue braccia!... Come al solito, erano questi i pensieri ch'ella ravvolgeva nella mente, quando lasciata la barca e salita la faticosa erta di Conti avviavasi colle compagne tra gli sterpi e le cretaglie dei reconditi sentieridel Carso. Al declinare del giorno riuscivano sulla strada postale presso al villaggio di Dobardò, ove lasciarono il loro fardello tra le viti e il muricciuolo di scheggie d'un di quei campucci che il povero slavo con infinita pazienza s'ingegna di creare sul dorso della brulla montagna, ed entrarono a refocillarsi nell'osteria. La Giannetta stanca del viaggio si gettò sulla panca in un angolo della stanza, e posata la faccia ardente di contro al fresco della parete s'aveva lasciato cadere sugli omeri il fazzoletto: apparivano le trecce molli di sudore, ed ella cogli occhi semichiusi pareva che dormisse. Le altre s'erano fatte portar da bere, e intanto che l'oste ammanniva la frittata, esilarate dallo spirito gentile di quell'asciutto e purissimo cividino, ricominciavano i loro cicalecci. — Ehi signor Michele, l'è un deserto quest'oggi la vostra osteria.... — Signor Michele, non ci darete che frittata? Al meno tagliate per entro un po' di salsiccia. — Piglia la scodella, Mora, e fà di diguazzare, ch'e' non ci regalasse qualche uovo boglio.
— E dove diamine si sono ficcati quest'oggi i vostri avventori? — I miei avventori, rispondeva con tutta pace l'oste, sono avvezzi a capitare più tardi, e poi non è mica giorno di sagra quest'oggi! — Domenica neh, avete avuto la sagra? — Domenica; e ballavasi su due tavolati. C'era della signoria; c'era mezzo il territorio e una quantità di Triestini....
— Che fortuna per le vostretamblade! Non vi sarete già lasciato trovare sì alla sprovvista e avrete loro ammannito qualche cosa di meglio che un po' di frittata in zoccoli. — Ma!... siamo in montagna. — C'è un pentolino di brodo, volete farne una zuppa per la malata? — Ve' anche costui che s'ingegna di far l'occhiolino pietoso alla nostra madonna addolorata! Bravo signor Michele! E tu Giannetta, coraggio, che colle tue smorfie haitrovato chi vuol farti la pappa. — Vi ringrazio, diss'ella, ma non prendo niente. — Ben pensato davvero! Così per soprassello, oltre a' tuoi fardelli, avremo il gusto di strascinare a casa anche te.... — Una carretta intanto entrava nel cortile. — Se non isbaglio abbiamo compagnia, disse la vecchia Caterina che guardava dalla finestra. A quell'annunzio lasciarono in pace la poveretta e tirate dalla curiosità si misero ad osservare i nuovi venuti. Era una specie di sdrucito carro a banchi tutto coperto dalla polvere, con un cavallaccio maghero e trafelato, e ne smontavano cinque o sei giovinotti, che dal vestito e dagli arnesi mostravano di essere operai che andassero a Trieste. Un d'essi d'aspetto severo e piuttosto melanconico, quando fu nella stanza si mise a fisare la Giannetta. Visibilmente commosso si calcò in fronte il cappello, e pallido come un cadavere uscì di nuovo all'aperto. Ella sulle prime non lo conobbe. La barba lasciata crescere, il vestito che indossava e due anni di lontananza e di patimenti ne avevano di troppo mutata la fisonomia; ma a quello sguardo, a quell'atto si risovvenne, e lasciate le compagne corse subito sulle sue tracce. Sedeva sotto una pergola colle braccia conserte al petto, come se avesse voluto comprimere il cuore, e parve non s'accorgesse di lei. — Meni! diss'ella, Meni tanto desiderato!... Se sapeste come ringrazio il Signore di pur vedervi una volta! — Egli non rispose, ma immoto come una pietra continuava a guardare il non lontano laghetto che tra le gole della montagna rifletteva la porpora degli ultimi raggi.
— Due anni, Meni, da che voi siete partito! Quante lacrime versate in questi due anni! Io, disgraziata, non ho saputo intendere il vostro affetto; invece vi ho preferito un uomo.... che non mi ama.... Oh perdonatemi! Voi siete buono, Meni. Mi ricordo sempre di una voltach'eravamo seduti come adesso sotto una vite in faccia al sole che tramontava; e una formica correva sul vostro vestito e voi non voleste ch'io la scacciassi; ma la lasciaste progredire finchè si arrampicò sopra una foglia.... Non vogliate scacciare adesso la povera Giannetta che inginocchiata a' vostri piedi si rifugia al vostro cuore e vi scongiura a tornarle a voler bene come quando eravamo sempre insieme e la nostra mamma con noi!... Ora ella è in paradiso.... e io son sola a questo mondo, e grandemente infelice.... Oh guardate come mi sono consumata! — Il giovane a queste parole si nascose la faccia colle mani, poi dopo un momento di pausa la sollevò bagnata di pianto e colla voce ancora commossa così dolcemente rispose: — Sono andato via, perchè tu potessi abbandonarti al tuo amore senza rimorso. Una preghiera feci allora, e poi replicai incessantemente che Dio ti désse tutto quel bene che a me veniva negato! Non fui esaudito.... In quei brutti paesi là io pativa troppo. Seppi di una strada ferrata che si costruisce in Italia, e pensai d'imbarcarmi a Trieste per andar a lavorare dove almeno si parla la mia lingua. Nel passare così vicino ai luoghi dove son nato, sentivo un desiderio infinito di rivederli e di riabbracciare la buona vecchia che avrebbe voluto farmi felice. Or ella non è più.... ed io non ho più nessuno che mi ami! A finir di riempiere la misura del mio dolore doveva venire la certezza che tutti i miei sacrifizi sono stati inutili. Noi ci siamo traditi, Giannetta!... e a noi non resta che una sola speranza, quella di rivederci in un'altra vita. Dì a' miei compagni che mi sono incamminato e che mi troveranno per via. — E si divisero e in quella notte viaggiarono entrambi, ella per Gorizia a casa, egli per Trieste al mare; e le loro anime desolate si univano in un solo intenso desiderio, quello di dormire presto nella terra del cimitero.
Nella camera mortuaria dell'ospitale civile di Trieste, sulla panca parata dal funebre lenzuolo, le mani istecchite incrociate sul petto, con una candela accesa a' piedi, vestito del camiciotto di carità, giaceva un cadavere. Se la nera lavagna appesa al muro sovra il suo capo non l'avesse detto, sarebbe stato difficile riconoscere in que' diformati avanzi la vispa giovinetta che noi abbiamo veduto tante volte sulla via di Udine vicino a Butrio, o nelle sagre dei nostri villaggi prima alla danza, mentre i biondi capelli le scappavano in riccioli lungo le guance rosate e sul collo gentile. Quei capelli adesso irti e bagnati ancora dal sudore della morte avevano perduto la lucentezza e si diffondevano sinistramente a contornare una faccia contraffatta, lineamenti diventati orribili. A ventisei anni ell'aveva consumato la vita, lungi dal paese nativo, senza una lagrima di compianto, senza la stretta di mano di nessuno de' suoi cari! Sul letto dello spedale, abbandonata da tutti, in quelle lunghe ore crudeli di rimorso e d'impotente desiderio a ricominciare la già sprecata giovinezza, oh quante volte ella sarà tornata col pensiero alla casa paterna, agli anni innocenti della sua infanzia, alla povera chiesetta del disprezzato villaggio! Fin da quando la sua malattia aveva cominciato a seriamente aggravarsi, ella aveva trovato modo, col mezzo d'una donna che usciva dallo stabilimento, di far sapere alla Giannetta del miserabile suo stato, e per segnale e preghiera chè venisse, le aveva mandato la crocetta d'oro che soleva portare al collo prima della sua partenza.
La Giannetta era venuta, ma pur troppo tardi. Subito che fu a Trieste, ella lasciò a' loro traffici il marito e gli altri contrabbandieri, e corse difilata all'ospizio. Dinanzi a quel vasto caseggiato di architettura senza fisonomia, ma pur moderna e signorile, rimase un istante in forse, parendole impossibile che sotto l'apparenza di tanta agiatezza dovesse nascondersi la miseria di cui ella andava in traccia.
Nell'entrare s'incontrò in una lettica vuota: guardava a chi indirizzarsi; quando vide nel cortile alcuni inservienti che sciorinavano un panno mortuario. Percossa da un funesto presentimento si appressò col cuore atterrito, e proferì il nome della povera Tonina. Le risposero un numero e la indirizzarono alla sala delle donne. Coll'ansia di chi spera imminente l'abbraccio di cara persona, ella percorreva le due lunghe corsie che formavano croce, e di letto in letto ne andava ricercando coll'occhio le amate sembianze. Tanti volti squallidi atteggiati al dolore, e tutti stranieri! Ricorse ad una infermiera e chiese del numero che le avevano indicato. In quella, da una delle porticelle impannate d'ingresso, entrava il dottore e si dirigeva precisamente al letto che portava quel numero onde visitarvi l'ultima venuta, una vecchia coi capelli grigi. Le dissero allora che la giovane ch'ella cercava era morta e il suo posto già occupato. Non sapevano o non avevan tempo di badare alle interrogazioni che a tale annunzio andava loro facendo tutta in lagrime la contadina. Nascose il volto fra le mani, e dopo un momento di concentrato dolore si dispose ad uscire. Dietro a lei giù per le scale in un lenzuolo trasportavano un cadavere. Non vedeva l'ora d'esser fuori dall'infausto edifizio. All'aperto le pareva di potersi abbandonare più liberamente al pianto di che aveva piena l'anima. Si risovveniva della prima voltache si erano incontrate, della gioia grande che provò, quando dopo tanto tempo la rivide in quella osteria e seppe ch'era sorella di Dino, del bene che si avevano voluto.... Quell'anima amorosa era stata la sola che nella famiglia del contrabbandiere l'era venuta incontro colle braccia aperte, e si ricordava mille tratti del suo buon cuore; ed ella che tante volte aveva diviso le lacrime degli altri, ella era morta abbandonata da tutti! Oh! l'avevano ben crudelmente dimenticata; e benchè per parte sua fosse innocente, nondimeno sentiva rimorso di averla lasciata morire, senza neanche darle l'ultimo addio. Le pareva che la crocetta che le aveva mandato fosse come un rimprovero, e si vedeva dinanzi l'immagine della povera Tonina agonizzante che la chiamava al suo letto, che le stendeva indarno la mano. Angosciata da questi pensieri entrò nel cimitero, e inginocchiata in quella parte dove non distinte da croci posano confuse le ossa dei poveri, nell'effusione della sua anima pregava: — Dove sei, Tonina? Dove sei, sorella mia? Oh non credere ch'io ti abbia dimenticata! Han detto di te tante brutte cose, ma io ti amavo sempre allo stesso, e pregherò per te ogni giorno della mia vita; farò dire una messa in suffragio dell'anima tua, e Dio ch'è buono ti darà la sua pace. La tua crocetta me la metto qui sul petto, e mi ricorderò sempre di te e del bene che tu poveretta mi hai voluto. Dicono che c'è un'altra vita, e io spero che ci rivedremo in quella, e che tu allora mi avrai perdonato se non ho potuto correre a consolare i tuoi ultimi momenti. Oh! dinanzi al trono di Dio che noi possiamo essere abbracciate e volerci ancora bene come una volta! Allora saranno finite le lagrime, e il Signore avrà misericordia anche di noi povere disgraziate. — E recitava con divota effusione di cuore tutte le preghiere che sapeva. L'anima invisibileche certamente le volava dintorno avrà accolto con dolore consolato quelle pietose parole, e nel sentirsi ancora amata, avrà perdonato al mondo i suoi crudeli disprezzi e l'abbandono e la trista dimenticanza dei suoi cari.
Il sole intanto placidamente scendeva in grembo all'ampia marina, e i suoi ultimi raggi diffondevano come un velo di luce rosata; alcune barche pescherecce a guisa di uccelli acquatici solcavano il golfo che in quell'ora pareva dilatarsi e confondersi coll'azzurro dei cieli. Tra i molti legni schierati in porto avresti veduto una specie di trabaccolo intorno al quale si affaccendavano alcune persone. Si caricavano delle botti di olio, e a misura che imbruniva, andava aumentandosi l'andirivieni di certe figure dubbie che passeggiavano sul molo, e si vedevano aggruppate in quelle vicinanze. Al di là del Ponte Rosso, in una bettola fuor di mano, stava trincando con alcuni compagni l'uomo a cui apparteneva il trabaccolo. Vicino al fiasco teneva sciorinato il passo della Dogana e i nomi di diecisette individui, ch'egli s'era impegnato di condurre in quella notte al porto di Monfalcone. Ad ogni momento entravano a bere di quella gente che a Trieste dai paesi circonvicini vengono a vendere uova, erbaggi, polli; e datisi alcune occhiate d'intelligenza, per dieci o dodici carantani pattuivano il ritorno colla barca di paron Gregorio. Erano donne vestite alla contadina, erano uomini di sinistra apparenza, la maggior parte in farsetto e berretta alla marinaresca. Al modo spiccio con cui venivano conchiusi quei contratti ben t'accorgevi che la Dogana non ci aveva che fare. Entra un giovinotto, appoggia un gombito sulla tavola, e inchinata la persona bisbiglia sommesso alquante parole nell'orecchio di paron Gregorio. Questi l'ascolta lentamente centellando, e quando ha finito di parlargli depone la tazza, e: — Intesi!Poi col dorso della mano forbendosi i grigi mustacchi:
— Il posto per cinque, mi pare?...
— No davvero, solamente per tre. Mogliema s'è ostinata a voler andarsene a piedi....
— Come? interrompeva una ragazza, non viene la Giannetta? Eh via, persuadetela, Dino, ch'ell'è una grossa stramberia il pigliarsi tutta quella gambata, quando invece si può trovarsi domattina fresche e riposate a Monfalcone!
— Andate mo a dirgliene! ch'io per me non ne voglio saper altro, e ho perduta la pazienza.