XX.LA MALATA.
Avevo una giornata cattiva. Mi ero alzata col sole; ma il sole era malinconico; pioveva i suoi raggi sul verde dei campi, così offuscati, così languidi come se fosse stata l'ultima carezza di un malato o il sorriso di una speranza che fugge. Il baluardo delle Alpi che accerchia da tre lati la pianura del mio paese, mostravasi vicino, e tutte le fonti dei torrenti che la corrono, fumavano sollevando gruppi di nubi in forma di piramide dalla Piave fino all'illirico Isonzo. Anche dalla parte della marina cominciava ad ottenebrarsi, e quei vapori in breve congiunti davano segno evidente di pioggia.
Io sento l'influenza d'una giornata serena, così come d'una tempestosa, e spesso i miei pensieri prendono colore dall'aspetto esterno della natura che mi sta d'intorno. Forse era questo il motivo della mia malinconia; e, come le nubi nell'atmosfera, mi venivano sopra le tristi memorie del passato e coi loro fantasmi mi turbavano il cuore. Io pensavo a molti crudeli disinganni, al sorriso bugiardo di tanti idoli che avevano allegrato la mia povera vita, e adesso disfiorati di ogni poesia mi stavano dinanzi nella loro nuda realtà: pensava ad un ultimo sogno le cui amabili visioni, simili ad innamorati serafini che vengono dai padiglioni dell'Eterno, mi avevano aliato d'intorno riempiendomi l'anima di gioie celesti, e al tocco della sciagura disparivano comeil sole di quel giorno già ottenebrato dalle nubi. Sì: la sciagura era stata la pietra di paragone che aveva infranto il castello dorato di una santa speranza.... ed io provavo tutto l'amaro della delusione, come l'infelice ch'ha in serbo un tesoro pel dì del bisogno, e gli è stato involato, e non gli resta tra le mani che il meschino ed inutile involucro in cui lo aveva riposto.
Piovigginava; e la mia anima si faceva sempre più tetra e scoraggiata e dolente delle contradizioni e delle umane fralezze; e' mi pareva quasi di aver perduto la fede nel bene.
Una donna mi parlò a lungo della povera Miutte, e seppi con certezza, ch'ella mi avrebbe veduta volentieri, che anzi da molto tempo mi desiderava, e che la mia visita non sarebbe nè male interpretata, nè avrebbe recato confusione o disturbo di sorta. Sono nove anni ch'ella patisce inchiodata in un letto dal quale pur troppo non uscirà che per entrare nel sepolcro. Vi parrà strano, che in tutti questi nove anni io non le abbia mai fatto una visita. Ci sono dei dolori che incrudeliscono alla vista di chi ci conobbe felici, e per disgrazia l'ultima volta ch'io vidi la Miutte fu in un giorno di nozze. Ell'era in allora una assai bella giovanetta, bella al pari della sposa e lieta forse più di lei. Sedeva al banchetto, al fianco del suo giovane fidanzato, e tra pochi giorni anche a lei era riserbata la gioia di veder consacrato il suo amore dinanzi all'altare, ma senza che perciò fosse obbligata all'abbandono de' suoi; ch'ell'era unica figlia, e avevano stabilito di maritarla in casa, e le lagrime della sua cugina nel congedarsi dai parenti ella non le avrebbe versate. Aggiugni, che a non voler entrare la casa del povero sotto quell'aspetto di autorità, o di prepotente beneficenza che romperebbe con esso per sempre ogni legame del cuore, ci vogliono praticheassai più delicate e più fini riguardi che non a varcare le soglie dei ricchi: e poi la sventura ha anch'essa il suo pudore, non è più concesso tergerne le lacrime alla mano incauta che una volta l'offese.
Già da alcuni anni era mancato il padre della povera Miutte; la sua bambina aveva imparato a conoscermi, e tutte le volte che la incontravo correva spontanea a darmi un bacio: ciò un poco alla volta mi aveva fatto amici il marito e la madre di lei; ed ora ella stessa, la malata, mi chiamava al suo letto.
Ci andai subito benchè piovesse. Una misera casuccia da sottani, la scala oscura e in cattivo stato, la cameretta sotto a' coppi, colle travi e colle pareti annerite dal fumo della sottoposta cucina; non altri arredi che un trespolo, una vecchia cassa, due bigonce che servivano da sgombratoi e una Madonna di carta, attaccata coll'ostia al muro, sulla quale pendevano incrociati il ramo dell'ulivo pasquale e la candela benedetta; ella nel suo letto nuziale, coperta da un nitido lenzuolo, la cui bianchezza faceva contrasto colla tinta oscura e affumicata di tutto ciò che le stava d'intorno. Dalle finestrelle spalancate vedevasi il verde dei campi, come un ampio tappeto a cui metteva confine la ridente catena di colli che vanno da Butrio a Manzano, e sul davanzale d'una di queste finestrelle una cassetta con tre balsamine in fiore, la cui bellezza inodorosa rallegrava gli occhi della malata senza offenderne i nervi dilicati e convulsi.
M'assisi vicino al suo capezzale, e guardava commossa a quella povera creatura, ch'io mi ricordavo d'aver veduto in tutto lo splendore della giovinezza. Anch'ella si ricordò di quel giorno di nozze, e ne riandava i più minuti particolari, e faceva il confronto d'allora col suo stato presente, ma con pace rassegnata; ma conun sorriso sulle labbra che pareva quello d'una santa. Mi raccontò l'origine della sua malattia. Ell'era divenuta madre quasi contemporaneamente alla giovane sposa al cui banchetto nuziale avevamo insieme assistito. Correva un inverno perverso: spiravano continuamente venti burrascosi, e per le strade la neve montava sino al ginocchio. La sua cugina, esile della persona e di tempra assai delicata, non aveva latte che bastasse a nutrire il bambinello.
In casa di contadini che per la loro condizione son usi a considerare la forza e la salute siccome merito, questa era una disgrazia che copriva di rossore la poveretta, che non aveva loro apportato in dote qualità così necessarie e cotanto apprezzate. Ogni notte in secreto veniva la Miutte ad allattare l'affamata creaturina ed a supplire per l'amica ai doveri di madre. Fidata nella sua gioventù e nella sua fiorente robustezza, benchè fresca di parto, attraversava la neve e con ispensierata generosità si esponeva ad ogni intemperie.
Il ripetuto strapazzo portò i suoi frutti. Troppo poveri per ricorrere di proposito alla medicina, usarono da principio dei suggerimenti di ignoranti femminette, e solo quando aveva ella già affatto perduto l'uso degli arti inferiori chiamarono il dottore. Fu tarda e inutile ogni sua prova.
— Il buon dottore, diceva la Miutte con quel suo angelico sorriso, il buon dottore ha fatto di tutto per guarirmi, e benchè oramai non ci sia più speranza di sorta, viene lo stesso a visitarmi, ed anche l'altro giorno è stato. Oh quanto bene mi fa a vederlo! Vorrei essere una ricca signora per potergli dimostrare la mia gratitudine. Ma tutti i giorni io prego per lui e fo pregare questa mia innocente bambina. Non è vero, Annetta? — soggiungeva volgendo l'affettuosa parola alla fanciulla,che, inginocchiata sul trespolo vicino al suo capezzale, con grazia infantile le stava lisciando i capelli. — Adesso son io diventata la bambina della mia Annetta. Ella mi pettina, mi acconcia le lenzuola, mi porge da bere, mi dà la pappa.... perchè io non posso più muovere le mani. —
Era troppo vero. Quel misero corpo rattratto, e tutto in un gruppo come un gomitolo, era impotente a qualunque movimento. Appariva come un'erma dolorosa a cui siano state tronche tutte le membra. Il lenzuolo rialzato da due bastoni per impedire che la toccasse, lasciava scorgere le costole storpie e sollevate fin sotto al mento, e su quell'informe tessuto di ossa e di muscoli le braccia contorte si posavano immobili, e le sole dita della mano destra potevano ancora afferrare una sottile verghetta rimonda dalle foglie eccetto che nella punta, dove facevano mazzo, colla quale ella s'andava leggermente cacciando le mosche. Non aveva che la testa. Pur quella testa era bella ancora. Anzi, a' miei occhi, più bella di quando la vidi l'ultima volta. Pulitamente pettinata, aveva conservato tutto il ricco tesoro de' suoi bruni e rilucenti capelli; e sulla sua fronte serena pareva che si fosse risvegliato un raggio di fina e nobile intelligenza che prima non era. Illanguidite le rose delle guance, temprato lo splendore delle nere pupille, fatta più affettuosa, più gentile l'espressione delle labbra non per anco appassite, benchè più pallide, tutta la sua fisonomia aveva come acquistato un non so che di etereo, di spirituale.
Con una certa ingenuità quasi infantile ella mi narrava de' suoi piaceri. In quello stato, in mezzo a tutte quelle sofferenze, con tutte quelle privazioni mi parlava di piaceri!... Teneva le finestrelle continuamente aperte, perchè diceva che l'odore dei campi veniva a rallegrarlaed a ridestarle nella memoria le ore felici de' suoi dì trascorsi; e benchè da nove anni chiusa in quella tomba, distingueva ancora la voce dei passanti per la via a lei noti, e mi narrava con riconoscenza di un giovane suo coetaneo, il quale, ogni volta che passava per andare nel campo vicino, la salutava, ed ella ne conosceva da lungi la pedata, ed era lieta di quel saluto come di regalo, e pregava per lui e per tutti i suoi cari....
Aveva nella stanza un pulcino addomesticato in modo che ad una sua chiamata le veniva a beccare sul letto.
— Gli è il mio compagno di sventura, diceva. Mia madre quest'anno ne ha fatto nascere una numerosa covata e vanno a pascolare nel verde; ma questo me l'ho scelto io, ed è qui prigioniero con me, e mi consola nelle mie lunghe ore di solitudine. —
Poi subito rasserenata: — Ho anch'io i mieilussi, soggiugneva. Intanto ogni giorno voglio una verghetta nuova per cacciarmi le mosche, e senza nessun riguardo mando a prenderle nella siepe vicina, ed i proprietari non fanno opposizione perchè si tratta della Miutte. Bisogna vedere quando viene il parroco a trovarmi, o quando mi portano la comunione: allora voglio sul letto i miei be' lenzuoli bianchi, e mi fo mettere al collo una pezzuola che mi ha comperato a Palma il mio povero uomo; una pezzuola che potrebbe dire a qualunque signora, tanto è di buon gusto.... ed io amo le cose belle, e i bei colori!... Se vedeste come l'Annetta m'infiora la camera in quei giorni! ma di fiori di prato, di fiori innocenti che non hanno fragranza, perchè gli odori non li posso patire. Oh!... a proposito della comunione, fatemi una grazia: venite anche voi domenica ad accompagnarla, ed inginocchiatevi qui, presso al mio letto, colla vostra candela in mano, e pregheremo insieme! —
Glielo promisi. Sua madre intanto mi raccontava della sua angelica bontà, e come soffriva sempre senza lagnarsi, e come era di tutto contenta, e che nella stagione dei lavori eglino talvolta andavano nei campi e la lasciavano sola di molte ore, ed anche succedeva che nel fervor delle faccende si dimenticassero di lei, ed ella patisse di sete, nè mai per questo un rimprovero; ma sempre al loro ritorno la trovavano lieta.
Ella s'accorse di queste lodi, e impensierata: — Mia madre è indulgente, disse, e non si ricorda più, come in principio sono stata anzi ben cattiva! Oh! io piangevo, piangevo le intere giornate e non potevo rassegnarmi.... ma il loro affetto mi ha consolata. Il mio povero uomo lavorava tutto il giorno per mantenerci, e mai che abbia voluto andar a dormire via di qui, ma talvolta stava su le intere notti per assistermi.... e poi essi non mi lasciano mancar di niente. Fino il caffè! Ma sapete che dopo che la Salvina ha fatto l'ultimo vitellino, io m'ho bevuto del caffè nel latte almen cinque volte! E come mi piace! Gli è ch'io mi vo facendo ogni giorno più alla signora e prendo gusto a tutte le vostre dilicature. Una cosa sola mi amareggia: quel non poter più muover le mani a nessun lavoro. E intanto l'Annetta cresce, e non v'è chi le insegni nè ad agucchiare, nè a darsi un punto, perchè mia madre, oltre che non ha tempo, oramai è fatta vecchia e gli occhi non le servono.
— Senti, Miutte, le dissi, viene l'inverno, e dal tramonto al coricarsi ci sono parecchie ore di ozio; vorresti che l'Annetta venisse da me, e io le insegnerei a far le calze a suo padre, a cucire una camicia, e, se sei contenta, anche un pochino a leggere? —
— A leggere! — gridò la fanciullina, e mi corse in braccio, e nella ingenuità del suo affetto volevach'io la baciassi. La madre non rispose; ma le tremavano le labbra e lagrimava consolata.
Quando tornai a trovarla, la picciola Annetta mi venne incontro tutta giuliva con un libro ch'ella stessa aveva cucito, e nella sua semplicità credeva ch'io m'avessi la magia di animare per lei ad un tratto quei poveri stracci bianchi e far che le dicessero Dio sa che bella cosa!
Ne' miei giorni di dolore spesso io visito quella povera casuccia, e sempre torno col cuore rasserenato. Siamo diventate amiche, ma non di quella amicizia che i beati del mondo si credono talvolta comperarsi dal cuore del povero col gettargli qualche moneta del loro superfluo. Io non sono ricca, ma se anche lo fossi, tengo che l'oro per quell'anima dilicata sarebbe un peso villano che, invece di strignere, romperebbe l'affetto.
Sì: di tratto in tratto io le vo portando qualcuna di quelle ch'ella chiama nostre dilicature. Ridereste a vedere in che consiste questa curiosa carità. Gli è talvolta una pezzuola di poco costo, ma di vivi colori, e di vario e più che si può grazioso disegno per la piccola Annetta. Gli è un frutto, o una ciambella per la malata, o tenue porzione di qualche vivanda ch'ella non conosce. Un giorno, colla scusa d'insegnare alla bambina a farle il caffè, le ho portato due vasellini di vetro colorati, uno collo zucchero, l'altro coll'aroma di già macinato e la chicchera e gli utensili necessari. Adesso disegno per lei. Prima una Madonnina a cui ho fatto fare la sua cornice e l'appenderemo dirimpetto al letto. Poi, a seconda che mi viene, fiori, farfalle, uccelletti e fogliami che attacchiamo coll'ostia a coprire le affumicate pareti e ch'ella tanto aggradisce perchè sono lavori delle mie mani.
Quando mi educavano, era di moda imparare allegiovanette un po' di disegno. Dicevano per adornare lo spirito; e la bella frase, allora incompresa, mi dava animo a riempiere i cartoni di linee più o meno scorrette ed a distemprarvi sopra in forma bizzarra le tinte che più mi aggradivano; e quantunque il merito principale di quei sgorbi fosse tutto della mia buona cassetta di colori fini, pure mi lodavano, e io me ne teneva quasi d'artista. Più tardi, uscita di convento, imparai la vanità di quegli studi incompleti, e com'erano misera apparenza al pari di tanti altri di cui s'infarcisce la femminile educazione, e piuttosto artifizi ditoeletteche non vere cognizioni od ornamenti dello spirito, come osavano dire.
Gittai l'inutile pennello, nè più lo ripresi, se non per la Miutte. Avranno immaginato ch'io dovessi un giorno colorire chi sa quante pagine eleganti neglialbumdelle nostre più belle signore di moda. Invece tutte le mie prove stanno in quest'angolo remoto, su questa annerita e screpolata parete. Pure mi piacciono qui! Poveri disegni, senza pregio d'arte, fatti sol per affetto, ed accettati dall'affetto, gli è come se fossero al loro posto.
Ma l'alimento maggiore della nostra amicizia sta nell'effusione reciproca delle anime nostre. Quand'io le apro i mali della mia povera vita, ella m'intende, e la sua parola di pace è per me come quella di un angelo che mi fa buona e rassegnata.
Nove anni di solitudine e di meditazione hanno depurato il suo spirito, ed a misura che il corpo deperiva, s'è fatta più viva e più nobile la fiammella della sua intelligenza. Scintilla dell'alito divino, nel crogiuolo di tanti patimenti, ella splende sempre più serena sulla cenere di sè stessa, e ogni dì meno impigliata dal peso di questa misera creta, s'innalza a celesti visioni traendoforza dalla propria distruzione, come fiore che cresce nella terra dei sepolcri.
Una mattina la trovai sola, e tanto assorta ne' suoi pensieri, che pareva non si accorgesse del mio venire. Il sole aveva di già superato il culmine della sua casuccia e dall'angolo superiore della finestrella le gettava sul letto un ultimo raggio. Ella, colla consueta sua verghetta di avornio, andava leggermente agitando gli atomi luminosi vaganti lungo quella zona di luce. Era pallida, e le stava negli occhi meditabondi così una profusione di malinconico affetto che a guisa di profumo le si diffondeva per tutta la faccia.
Me le assisi dappresso in silenzio, e quando mi vide, — Oh! se sapeste, disse, che curiosi pensieri mi passano per la mente! Questa notte ho sognato che il Signore mi aveva concesso una grazia, e andava fantasticando tutto il bene che me ne verrebbe, se fosse possibile....
— Ti sei forse sognata, le chiesi, d'esser guarita? —
— No, no, mi rispose con un mesto sorriso. Sono tanto avvezza alla mia sorte, che questa speranza non mi viene più neanche in sogno. Ma mi pareva che avevano permesso al mio Luigi di sposare un'altra. —
— Un'altra, Miutte! e n'eri contenta? —
— Sì! contenta!... — Poi ripigliava: — Lo so, non è permesso, nè io intendo mormorare di una legge santa, che se toglie un bene alla povera Miutte, impedisce chi sa quanti mali.... Ma non sarà colpa se parlo con voi di questo sogno soave che a guisa di celeste benedizione, mi riconciliava colla mia tremenda disgrazia. Io amo Luigi! L'amo adesso più di quel giorno che voi ci vedeste insieme per la prima volta, alle nozze di mia cugina. Ma allora, nel fervore de' giovani anni, inesperta al dolore e piena il cuore di terrene speranze,io non avrei neanche saputo immaginarmi quel bene che oggi gli voglio. Senza accorgermi, più che per lui, io l'amavo per me, e non guardavo che a me.... Adesso comprendo tutto il peso della indissolubile catena ch'egli strascina. Consumare la vita in incessanti fatiche per nutrire tre creature impotenti ad aiutarlo!... Mia madre sempre più vecchia; per la fanciullina verrà un giorno in cui dovrà abbandonarci, perchè chi mai vorrebbe dividere tanta nostra miseria? E così dinanzi agli occhi del poveretto non altra prospettiva che una vecchiaia senza famiglia propria e senza sostegno di sorta. Oh! per lui sarebbe pure stato meglio ch'io fossi a dormire colaggiù nel cimitero!... un'altra donna avrebbe fatto da madre alla mia Annetta, avrebbe diviso i travagli del derelitto, consolata la sua vita: sarebbero venuti insieme a pregare sulla mia fossa, ed io dal Cielo, oh! come li avrei benedetti! Qualche volta questo pensiero mi fa meno rassegnata, e nelle mie ore di malinconia mi viene la tentazione di desiderare e pregare di andarmene.... Al Signore non piace, e sia fatta la sua volontà! Invece dell'angusta sepoltura, egli mi ha lasciata nella mia camera; invece delle tenebre, della solitudine, e della schifosa umidità della terra, io mi ho qui un buon letto, la vista della mia bambina, le cure e l'amore dei miei. Oh, se io potessi godere di questi beni senza che fosse continuo sacrifizio e danno per essi! Bisognerebbe che tutto camminasse come se da lungo tempo io avessi finito.... Già, in questo mondo, io più non sono che come una memoria.... un'apparenza e null'altro! Se io fossi morta e voi avreste potuto dipingere la mia immagine, così come quella della Madonna che ci sta dirimpetto, e l'avreste regalata a Luigi, io son certa ch'egli avrebbe pianto di contentezza e l'avrebbe voluta qui, in questa camera, come un tesoro, a testimonio della sua vita, e alei dinanzi gli sarebbe stato dolce pregare e parlare di me colla mia Annetta e con tutti i suoi cari! Qui, in questa camera, e invece la mia anima.... Oh! se mi fosse dato essere spettatrice di un poco di bene, vedere intorno al mio letto una famigliuola felice, godere del loro affetto, partecipare a tutte le loro gioie, a tutti i loro dolori!...
E una lagrima le corse rapida lungo la guancia; ma i suoi occhi, animati da sorriso ineffabile, si fissavano nei miei con una tale potenza che io me li sentii nel cuore e per un momento la compresi. In quell'istante di reciproca emozione i pensieri ch'ella mi trasfondeva, a guisa di rugiada di pace, mi quietavano un'antica ferita che fino allora io avevo creduto insanabile.
La mia anima volava incontro ad un'altra anima, ed un capo amato che non sarà più mio posava sovra il mio cuore, e io ne tergevo le lagrime e ne curavo i mali coll'affetto e coll'amicizia di una madre, senza ricordarmi di me....
Povera Miutte! nel gran libro dell'amore tu, in quel giorno, m'insegnavi una nuova pagina, e forse la più bella!