XXI.L'ALBUM DELLA SUOCERA.

XXI.L'ALBUM DELLA SUOCERA.

La contessa Giulia era una delle più compite ed eleganti signore della città di C.... Maritata giovanissima al conte Rodolfo Marini, in grazia della ricca dote ch'ella aveva portato in famiglia, in grazia delle sue amabili qualità personali e della cospicua nobiltà del casato di cui era l'unica ereditiera, ella godeva nella società d'una delle più brillantiposizioni. Quando fu stretto questo parentado, i Marini, che ne vedevano gli avvantaggi e che lo calcolavano come un colpo di buona fortuna, procurarono con tutti i loro sforzi di rendere gradito alla sposa il nuovo suo stato. Il più bell'appartamento della casa fu tosto ridipinto e riammobigliato; le antiche gioie di famiglia vennero date in mano ad uno de' più esperti gioiellieri del paese perchè le legasse alla moderna in un magnifico diadema, in una collana e in due superbi braccialetti, che dovevano far parere ancora più graziosi i contorni del bel braccio ed il candore del collo giovanile e della fronte serena destinati ad ornarsene. La carrozza e i cavalli, di cui fino allora s'era servita la contessa Eleonora sua suocera, furono cangiati in un ricco equipaggio fatto venire appositamente da Milano e che poteva passare per uno dei migliori del paese; i servi rivestiti di livree nuove e in parte mutati; l'antica cameriera di casa ceduta alla contessa Eleonora, fu rimpiazzata da una giovane che meglio sapesse i misteri della toelette, e che esclusivamente doveva servire allasposa. Anche nella loro villeggiatura di San Leonardo furono fatti di molti abbellimenti; oltre le mobiglie rinnovellate, fu ridotta in giardino una parte dell'orto che dal lato di mezzogiorno s'apriva dinanzi alla casa, e in fondo si costruì un elegante calidario che riempirono di piante esotiche, le quali, dopo aver adornato nella buona stagione il passeggio della padroncina, dovevano lì raccolte produrre negli ultimi giorni dell'anno i fiori destinati a profumare e a rallegrare le stanze di lei. Si mise alla loro cura un giardiniere che servì ad aumentare la turba dei domestici che in tale occasione venne a popolare quel casino di campagna, fino allora contento al rustico servigio dell'ortolano e di sua moglie. Tutta la famiglia Marini insomma sentì l'avvenimento di questo matrimonio e ne riportò come una specie di lustro.

La contessa Giulia era una bella giovane, bionda, delicatamente educata, che toccava con molta grazia il clavicembalo, dipingeva dal naturale con tinte languide e molto sfumate dei fiori e delle farfallette, instrutta in ogni sorte di ricami, e che in conversazione sapeva brillare adoperando con rara perizia l'accento e le frasi di non so quante lingue straniere. Aveva una scrittura piccioletta e fina fina, che dava grazioso risalto ai gentili periodetti che la sua mano bianca e leggera gettava su d'un foglio profumato della più bella carta di Veinen. Amava la danza, il teatro, i convegni eleganti, forse perchè un intimo sentimento l'avvisava che la maggior parte degli sguardi s'affisavano in lei; ma sapeva velare questo suo trionfo di tanta modestia, che le altre donne l'amavano ad onta di esso e gli uomini trovavano maggior attrattiva nel farle la corte. Simile in ciò alla violetta, la cui fragranza riesce tanto più cara quanto più tra le foglie si nasconde. Dolce di modi, anche in casa ella si faceva amare dallo sposo e da tutti quelli che lacircondavano. Il conte Rodolfo aveva ordinato in modo la famiglia, che a lei poco pesavano le cure domestiche. Bastava che pensasse ad abbigliarsi, a divertirsi, a godere la vita. Un suo cenno era tosto obbedito, si spiavano tutti i suoi desiderj, e questa gentile creatura pareva sortita dal destino a passare per questa valle di lagrime, odorando soltanto gli effluvi della rosa, senza mai toccarne le spine. In pochi anni ell'era divenuta madre di due graziosi bamboletti; una fanciullina che appena tocco il quart'anno avevano affidato alle cure d'una Bonne, fatta venire appositamente dalla Svizzera, perchè così senza fatica le insegnasse la lingua francese e la tedesca e ne sorvegliasse l'educazione, che pensava di completare più tardi coi maestri di disegno, di ballo, di musica e di belle lettere. In quanto al maschio, per la sua tenera età viveva ancora sotto la tutela della nutrice. Le visite ch'ella continuamente riceveva e ch'era obbligata a rendere, le cure che doveva alla propria salute; avendo sortito da natura una complessione dilicata, resa ancora più fragile dalla molle educazione ricevuta, complessione che al minimo soffio si squilibrava; la lunga faccenda del lisciarsi, profumarsi, pensare sempre a nuove fogge di abbellimenti e di vestiti, onde comparire in una splendida aureola agli occhi del pubblico, che per l'onore e per il piacere del suo sposo doveva spesso affrontare; assorbivano in tal maniera il suo tempo che assai pochi minuti gliene restavano per godere l'amore dei figli e le dolcezze della famiglia. Ad ore determinate glieli conducevano elegantemente abbigliati, e ciò spesso succedeva durante qualche visita, ond'ella avesse campo di far brillare anche agli occhi altrui quei piccioli miracoletti d'uno spirito e d'una intelligenza precoce, che tanto inorgogliscono il cieco amore dei genitori. Questa giovane dama attraversava così la vita asomiglianza di chi passeggia per un giardino e spicca da ogni aiuola un fiore, intrecciando una lunga ghirlanda che appassirà forse in breve, ma che intanto lo rallegra co' suoi svariati colori e co' profumi, nè gli lascia pensare alla inesorabile stagione che agghiaccerà ben presto sulla terra i semi delle piante, stendendo su tutto il giardino il suo triste mantello di neve. Pure, con tutte le cure che si erano dati per affrancarla dai pesi che nella distribuzione della famiglia toccano alla donna, e con tutte le attenzioni che usava il marito per renderle facile e lieta la vita, c'era un dovere dal quale non poteva dispensarsi, e, benchè lieve, bastava talvolta a spargere il disgusto e la tristezza in qualcuno de' suoi giorni. Nella parte più rimota del palazzo dei conti Marini, in un terzo piano occupava due camere la vecchia contessa Eleonora. Questa donna, che in altra epoca era stata capo della famiglia e che, quantunque non uscita da ricco casato, rimasta vedova in tempi disastrosi, aveva saputo colla sua attività e colla sua saggia economia puntellarne la fortuna; al momento del matrimonio del figliuolo trovò conveniente di cedere ogni padronanza e di ritirarsi in quelle due camerette. Ella aveva compreso, che per una bella e ricca ereditiera, com'era la contessa Giulia, uno degli ostacoli più forti ad accettare la mano di suo figlio doveva essere l'idea di trovar in casa una suocera. Per appianare questa difficoltà aveva spontaneamente migrato dal suo appartamento, ceduto ogni diritto, e, contenta di un tenue assegnamento mensile, viveva in casa, come se non ci fosse. Ma le convenienze volevano che la nuora salisse ogni qual tratto a farle visita, a condurle i nipotini, ad invitarla a discendere nella sala da pranzo nei giorni solenni e qualche altra rara volta in fra l'anno. E queste visite per la giovane erano una gran noia. Quantunque la suocera si mostrasse con lei sempre affabile edolce, nè si prendesse mai l'arbitrio d'entrare in dettagli sulle faccende domestiche, pure la sola idea della dipendenza era per essa una catena. Questa vecchia vestita continuamente di bruno, alta della persona e punto incurvata dagli anni, quasi sempre silenziosa, i cui occhi meditabondi facevano contrasto col sereno sorriso delle labbra, questa vecchia che portava con disinvoltura adorne le pallide guance de' suoi lunghi capelli canuti, diligentemente pettinati, aveva nel suo portamento un non so che di così nobile e di così dignitoso che imponeva rispetto, e nella sua presenza la contessa Giulia si trovava suo malgrado umiliata. Nei pochi giorni in ch'ella discendeva nella sala da pranzo, a lei dinanzi tutti i convitati si sentivano compresi da riverenza, si dimenticavano di far la corte alla giovane, e, ad onta della poca importanza ch'ella si dava e del suo contegno, ell'era incontrastabilmente la prima e la più rispettabile figura della famiglia. Anche in villeggiatura teneva lo stesso metodo di vita; se non che la maggiore ristrettezza del locale aveva ridotto ivi il suo appartamento ad una sola cameruccia. Sulle prime, soleva la vecchia uscire a far delle lunghe passeggiate per la campagna o a qualche casale delle vicinanze, accompagnata dalla sua cameriera e talora anche sola; ma un poco alla volta era andata diradandole, poi le aveva smesse affatto, e, tranne qualche visita alla chiesa, viveva quasi sempre chiusa nella sua camera. Con questo tenore di vita mancarono in breve le visite che riceveva, e si trovò ridotta così in campagna come in città ad una compiuta solitudine. Tanto più ch'ella schivava di far nuove conoscenze, e le antiche andavano di giorno in giorno mancando, o per morte, o perchè a persone attempate riusciva troppo incomodo il salire le tante scale che conducevano alla sua dimora. Cosicchè spesso, quando in casa Marini, nell'appartamentodi gala si sentiva il suono del piano, e una lieta comitiva d'amici faceva corona alla bella contessa Giulia, nelle due camere di sopra era solitudine e silenzio, e dinanzi ad una modesta lucerna vegliava su qualche libro, o col lavoro tra le mani, o scrivendo, la sola tranquilla figura di quest'abbandonata madre di famiglia.

Tra i molti che frequentavano la famiglia Marini c'era un giovane avvocato, una delle più antiche e nello stesso tempo delle più recenti conoscenze della contessa Giulia. A spiegare un tal paradosso basterà narrare come fu stretta cotesta relazione. Ell'era ancora nella casa paterna, quando il suo maestro di disegno, venuto a darle la solita lezione, posò un giorno sul tavolo alcuni acquerelli che portava a casa per ritoccarli e dar loro l'ultima mano. La giovanetta si mise a curiosamente scartabellarli, e gettò gli occhi sur un gruppo di gelsomini dipinti su carta a fondo rosato. Erano tre fiori nati contemporaneamente dello stesso occhio, ma l'uno non alzava più che il calice deserto dalla corolla che, capovolta, era caduta a' piedi del ramo, e i due superstiti collo stelo inchinato e le dilicate foglie quasi conserte in un candido amplesso pareano guardare e piangere insieme quel loro perduto fratello. Ella stette un pezzo assorta a contemplarli. Aveva di fresco perduta una sorellina. Ciò le rendeva immagine del suo dolore; e, quando alzò la bionda testa per chiedere al maestro di chi fossero, una lagrima le cadde dall'occhio. Il maestro le narrò sorridendo ch'eran fattura d'uno studente di legge, il quale, avendo fatta da poco una grossa eredità da una zia che appena conosceva, s'era messo nei mesi di vacanza a studiare il disegno e si piaceva ad attribuire così passioni ed affetti ai fiori; le descrisse una farragine di altri disegnetti dove questo bizzarro giovinotto aveva dipintoor una rosa che si drizza inorgoglita a ricevere il primo raggio del sole, or un'altra che languida piange l'appressarsi dell'inverno le cui brine le han già incurvato lo stelo ed accartocciata la verdura, or due dalie brillanti che si stringono in un bacio confondendo insieme con bell'effetto i petali diversamente colorati. La fanciulla ottenne di trattener qualche giorno l'acquerello, ne trasse una copia in ricamo di cui adornò i cartoncini d'un suo grazioso taccuino, e così lavorando s'inchiodò nella mente il nome del pittore. Le sarebbe stato caro il conoscerlo di persona, ma, pochi giorni dopo, seppe ch'egli era partito per gli esami di laurea e che a un bel pezzo non sarebbe ritornato in paese, perchè si proponeva di cominciar a godere la sua inopinata fortuna con un lungo viaggio. Onde si contentò d'immaginarlo, e per lungo tempo la vaga forma, ch'ella gli prestava in pensiero, venne a ricreare le sue ore di solitudine, finchè, a poco a poco illanguidita, si confuse cogli altri fantastici sogni di quella poetica età.

Ell'era già sposa e madre, quando, parecchi anni dappoi, lo vide per la prima volta ad una soirée. Certo che se non avesse sentito proferirne il nome, il ritratto della sua fantasia non sarebbe stato sufficiente a farle ravvisare in lui il pittore dei gelsomini. Ella ne aveva forse indovinato la facile disinvoltura, i modi peregrini e leggiadri, ma la sua immagine era troppo indeterminata ed aerea per avvicinarsi ad alcun che di reale. Ciò che s'accorse di non avere sbagliato si fu il senso di dolce commozione che provò in sua presenza, particolarmente quando s'avvide che gli occhi del giovane spesso ritornavano su lei, e parevano averla distinta fra tutte le belle che adornavano la sala. Quando in quella stessa sera ei venne a sederle vicino e si parlarono, ella sentì suo malgrado corrersi al viso una leggera fiammolina, chele fece temere d'aver arrossito; e rispondeva impacciata e confusa alle consuete frasi di complimento, con cui in società si comincia la relazione di una nuova persona. Parlarono d'una prossima festa da ballo a cui erano entrambi invitati, della stagione stravagante che correva, dei diversi paesi ch'egli aveva visitato ne' suoi viaggi; e per quanto procurasse di tener ferma l'attenzione ai discorsi del suo interlocutore, ella invece pensava: È molto tempo ch'io m'immagino i lineamenti del suo volto, il tono della sua voce, i suoi modi, la sua persona.... Ecco, finalmente ei mi sta dinanzi. Precisamente non è questo il ritratto della mia mente. Io non aveva indovinato nè questi capelli così neri, nè questa faccia così pallida ed estenuata. La fiamma che arde in que' suoi lenti e malinconici sguardi è assai più dolce.... più affettuosa.... La sua voce ha un non so che di così buono, di così caro.... io non ne avevo sbagliato il colore, ma l'idea del suo molto sapere e dell'esperienza ch'egli deve avere acquistata ne' suoi viaggi mi facevano supporre un tono più severo e temprato a modo di chi insegna, non di chi pieghevole par che chieda un consiglio all'amicizia.... — Ed era tanto distratta, che dopo si rimproverava d'aver mostrato poco spirito e temeva d'avergli lasciato un'assai cattiva impressione di sè. Sperò peraltro d'essersi ingannata, quando, di lì a pochi giorni, ei venne a farle visita in compagnia di suo marito di cui s'era fatto in breve l'amico. Il conte Rodolfo, immerso com'era ne' suoi progetti di migliorare l'asse paterno e di mettere a frutto la ricca dote ottenuta, onde un giorno avesse ad accrescere il patrimonio della sua casa, accolse con piacere la relazione del giovane avvocato dai cui lumi traeva insegnamenti e larga materia di discorso. Più tardi, quando le visite di lui presso la contessa s'erano fatte assidue, ei le guardava di buon occhio, perchè losollevavano dall'obbligo di distrarla e gli lasciavano maggior tempo d'attendere a' suoi affari e di far più spesse gite in campagna o fuori di paese. Positivo per carattere e filosofo alla sua maniera, la sua giovanezza era scorsa abbastanza tranquilla, perch'ei credesse alla realtà di quelle passioni, che generatesi nel cuore dell'uomo a guisa di verme nel tronco di un albero possono tutta consumarne la vita. Le teneva per sogni da poeti, per esagerazioni di anime inferme, o tutt'al più per capricci di un momento dai quali si può a nostra voglia guarire. Il suo matrimonio era stato un affare di calcolo, dove il cuore certamente aveva avuto assai poca parte. Contento di sua moglie per gratitudine e per vanagloria, ne' suoi giorni di meditazione ell'era la nobile radice da cui doveva rigermogliare più splendido e più rigoglioso il suo albero gentilizio; e ne' suoi giorni di poesia l'odalisca graziosa destinata a rinfrescargli e ad abbellirgli la vita. Del resto ei s'inquietava sì poco del cuore di lei, che non si era nemmanco mai curato di sapere se per caso battesse. Egli l'aveva veduta fin dai primi momenti della loro unione brillare nel mondo attorniata da tutti i giovani galanti del paese. Era avvezzo al suono delle lodi che le venivano tributate, e le riguardava come un gergo convenzionale, di cui la società circonda sempre una bella donna, e, ben lungi dall'adombrarsene, queste lodi e questa galanteria le accrescevano pregio, e ne invaniva come il possessore di un bel quadro che gode dell'entusiasmo che suscita il suo capo d'opera. Questa turba di giovanotti che la vagheggiavano erano farfalle che facevano omaggio al suo bel fiore e che una lunga esperienza gli aveva dimostrato innocenti, nè punto curava ch'ora n'avesse una di più, tanto più che, continuando il paragone, il giovine avvocato con quella sua cera macilente ed estenuata mal poteva passare per pericoloso.

D'altra parte la contessa Giulia pareva porre tutto l'impegno d'una donna nello strignere sempre più i nodi di questa nuova relazione. Oltre la simpatia ci andava anche del suo amor proprio. Nelle visite che faceva alle amiche, nei convegni della sera, dappertutto e da tutti sentiva lodare lo spirito, la disinvoltura, i bei modi del giovane, e la sua vanità era dolcemente lusingata dalla preferenza ch'ei le mostrava. Gradito nelle prime famiglie del paese, ricercato nelle compagnie, additato quasi a modello per il suo buon gusto e per la sua eleganza, la donna, a cui egli rendeva il primo omaggio, doveva tenersene, tanto più che avendo molto viaggiato e vissuto per alcun tempo nelle più rinomate capitali, tra' suoi compatriotti il suo voto era oramai diventato inappellabile. Se ella compariva sempre agli occhi del pubblico fra le signore che meglio sapevano vestirsi ed ornarsi, in quel carnovale la sua toelette parve un tipo di leggiadria, che le altre, sperando indarno di soverchiare, si davano almeno il vanto di imitare. Non vi fu festa a cui non intervenisse, e ai balli pareva instancabile, come inesauribile la sua fantasia nell'inventar sempre nuova e più graziosa foggia di adornamenti. Allegra e spiritosa, come chi sente in cuore la vittoria, ella fu così in quell'inverno l'anima di tutti i divertimenti. Il suo piede volava alle danze, il suo cocchio per le vie. Se ai pubblici passeggi incontravi un drappello di leggiadre donne e di giovinotti a cavallo, nell'amazzone gentile che prima lanciavasi al galoppo abbandonando al vento i lembi dell'ampio vestito e le chiome e i veli del bizzarro cappellino di felpa, ravvisavi la contessa Giulia. In quella giovane personcina così delicata e gracile era entrato un bisogno di moto, una sete di vita; pareva ritornata agli anni spensierati della fanciullezza, quando il nostro corpo gettato nello spazio a forza di attività tende a crescere e a svilupparsi.Il suo cuore desto da un lungo letargo, o per dir meglio lanciato in una nuova esistenza, batteva rapido e allegro, le sue ore si succedevano sempre piene e felici, ed ella passava d'una in altra emozione con tanta velocità che non le restava tempo a riflettere. Trascorse così l'inverno e parte della primavera; e, prima che s'accorgesse, si trovò all'epoca in cui ogni anno soleva recarsi in campagna per attendere dall'aria balsamica ed aperta dei campi un refrigerio alla propria salute e a quella dei figli. Partì come di consueto; ma, invece di godere dell'aspetto della terra ringiovanita, che di qua e di là del cocchio fuggente le si apriva come in tanti ventagli di lieta verdura, ella si sentiva chiuso il cuore, e, a misura che si allontanava dalla città, le parole e lo spirito le mancavano. Non avvertì la fresca brezza della collina che le scherzava dolcemente tra i capegli e lungo le gote, non curò i profumi delle violette primaticce e del bianco spino, che ogni qual tratto le venivano alle nari; passò il torrente senza guardare nè alle sue rive rinverdite, nè ai salici che colle loro chiome rinnovellate baciavano l'onda; giunse a San Leonardo, e quell'allegro casinetto di campagna circondato di fiori le parve deserto, e a tal segno deserto, che suo primo desiderio fu di coricarsi a dormire, come se si sentisse ammalata. Non sapeva rendersi ragione di questo vuoto, di questa tristezza sempre crescente che suo malgrado l'opprimeva; ma chi l'avesse per qualche giorno indagata si sarebbe facilmente accorto ch'ell'era divenuta pensierosa, che i suoi occhi e la sua fisonomia non si rianimavano che al proferire di un nome, e che questo nome suonava in quasi tutti i suoi discorsi; anzi pareva che non prendesse parte alla conversazione che per il piacere d'introdurvelo. Ella, un tempo così vaga della lieta compagnia e delle partite di piacere, preferiva ora la solitudine,e spesso la sera stava ore ed ore seduta su d'una pietra in fondo al giardino cogli occhi fitti nell'ampio stellato. Talvolta faceva di lunghe passeggiate per luoghi non frequentati e spesso in riva al torrente. Una mattina uscì di casa con questa intenzione. Il cielo era annuvolato e pareva prometter vicina una di quelle piogge benefiche della primavera, che già da parecchi giorni i contadini sospiravano. L'aria crassa e pesante le aveva inumiditi i capegli di maniera che le ciocche inanellate che le adornavano le gote s'erano fatte lunghe e le scendevano in disordine sulle spalle e sul petto; spesso le rondini le passavano dinanzi tanto basse che parevano coll'ali rader la terra. Giù sul torrente una quantità di uccelli acquatici volavano a fior d'acqua a caccia d'insetti e di pesciolini; la pioggia era imminente, ed ella non se ne accorse, se non quando alcune rare e grosse gocce le caddero sulla testa e sulle spalle, e cominciavano a far pallottole nella polvere della via. Non era più in tempo di ritornare addietro, allargò il parasole e corse a salvamento sotto i folti rami di un tiglio che proteggeva un tabernacolino campestre ivi eretto forse da qualche viaggiatore scampato dalla furia del torrente. Non s'era appena seduta sulla pietra che serviva d'inginocchiatoio, che le gocce fatte più spesse e più rapide sollevarono una specie di dolce mormorio che s'andava sempre più dilatando e crescendo. Pareva che ogni foglia movesse una lingua, ogni radice aprisse la bocca a ringraziare il Creatore dell'umore benefico che mandava a rinfrescarle. Ell'era assorta in quella fragorosa armonia e guardava ai fiori che col loro capo tremolante parevano accogliere consolati le stille che ne facevano più vivace il colore, mentre esalavano più soave il profumo misto a quello della terra bagnata. In quell'ora di solitudine pensò un poco a sè stessa, e, richiamando il passato, le parved'accorgersi che un qualche grande cambiamento stava per succedere nella sua anima. Cercò di rendersi ragione della malinconia che l'opprimeva, esaminò il suo cuore: non osava confessarlo a sè stessa; ma c'era una persona che da qualche tempo lo faceva suo malgrado palpitare. Le sue gioie, i suoi dolori, i suoi pensieri oramai s'aggiravano intorno ad un solo oggetto. Non era di suo marito, non de' suoi figli, ch'ella più s'occupava: un altro era venuto a cacciarsi tra essi; anzi davanti ad essi, e la memoria di lui assorbiva tutta la sua vita. Trovò che amava la solitudine perchè in essa il pensiero le rifaceva i momenti che aveva passati in sua compagnia, ch'ell'era continuamente occupata a rimeditare tutte le parole ch'egli le aveva dette e a dar loro qualche senso forse più arcano di quel che valevano; perfino ne' suoi sogni era sempre la stessa immagine che le compariva dinanzi. Le parve d'essere sull'orlo d'un precipizio, e tremò di non aver forza bastante a cansarlo. Allora sentì rimorso di contraccambiare così alle affettuose premure di che la circondava lo sposo, e le parve che sarebbe stato dovere l'aprirgli candidamente il proprio cuore e confessarsi a lui. Ma s'ei l'avesse derisa? Se avesse trattato di fanciullaggini questi suoi scrupoli? Già aveva provato, che certi discorsi ei non li comprendeva, o gli parevano inezie, ed ella arrossiva innanzi tratto d'una confessione la cui delicatezza ei non avrebbe certo saputo apprezzare. Oh se almeno le fosse stato concesso confidarsi ad un'amica! Versare questi suoi pensieri in un'altr'anima capace di compatirla e di aiutarla a salvarsi! Se avesse avuto almeno una madre fra le cui braccia gettarsi a piangere ed a chieder consiglio! Ma la sua da molti anni dormiva nel sepolcro; e nella società frivola e in maschera, dalla quale era stata sempre attorniata, ella non aveva ancora saputo incontrare un cuore. Intanto pioveva a dirotta.I rami che la proteggevano, carichi d'acqua, cominciavano a lasciarla sgocciolare. Dovette montar sulla pietra e tenersi ritta sotto la scarsa tettoia che copriva l'immagine, e nondimeno l'acqua che precipitava dalla gronda e a' suoi piedi s'alzava in sonagli, le inzaccherava i lembi del vestito. Era in tale attitudine quando dall'altra parte del torrente le parve di vedere attraverso il nembo staccarsi la barca per tragittare una carrozza. Si ricordò che suo marito doveva in quel giorno venire in campagna, e pensò fosse lui. Solo le parve un gran miracolo ch'egli, che non soleva mai intraprender nulla senza prima molto riflettere, si fosse in quella mattina posto in viaggio ad onta del cielo turbato. — Ch'ei si sia messo così a risico di bagnarsi, diceva intra sè, per sola premura di venirmi a trovare? È impossibile. Ci sarà forse sotto qualche altro più forte motivo; — e colla mano facendosi visiera allo sguardo, lo aguzzava alla barca procurando di discernere il colore dei cavalli e dell'equipaggio che stava sul ponte. Più s'avvicinava e più capiva d'essersi ingannata. Giunta finalmente vide i barcaiuoli gittar i tavolini sulla ghiaia, sbarcar i cavalli e la carrozza, e con sua grande sorpresa nel giovinotto che la seguiva, quantunque mezzo coperto dall'ombrella, ravvisò l'avvocato. Un tremito l'assalse le ginocchia, impallidiva, arrossiva, non voleva credere ai propri occhi. Lo vide montar in carrozza, e dovette assicurarsi che non aveva sbagliato. Il giovane stava per passar oltre, quando, gettato a caso lo sguardo a quella volta, la riconobbe. Fece fermare, e in due salti corse a lei.

— Voi qui, madama? — le diss'egli maravigliato.

— Questa mattina sono uscita a passeggiare e, senza che me ne accorgessi, la pioggia mi ci ha cólta....

— In verità, interruppe il giovane, ch'io ringrazioquest'accidente che mi offre l'opportunità di ricondurvi a casa. Ma come mai così sola...?

I loro occhi s'incontrarono e si dissero la gioia reciproca che provavano nel rivedersi. Ella si appoggiò al suo braccio. Il giovane per ripararla teneva l'ombrello in modo di bagnarsi tutta l'altra spalla. Se ne accorse la contessa e gli si fece più dappresso. Intirizzita dal lungo star lì in quell'aria umida e fredda tremava, le sue mani erano ghiacciate. Ei sentì quel tremito, la fissava pauroso che si trovasse male, e non ponevano mente nè l'uno nè l'altra al fango e all'acqua che correva per la via. Si assisero nella carrozza. Il disordine de' suoi capegli bagnati, la confusione di quell'incontro spargevano sul suo volto dilicato una non so quale timida grazia che ne accresceva la bellezza. Tacevano entrambi, e solo tardi ei le presentò un biglietto del marito. Il conte Rodolfo, chiamato da una lite, invece di venire in campagna aveva dovuto partire per Venezia ed aveva affidato all'amico l'incarico di farne partecipe la moglie. Incarico ch'egli accettò di buon grado, mentre, dovendo andare a Gorizia, passava di necessità a poca distanza del villaggio ch'ella abitava. Per solito la contessa Giulia soffriva mal volentieri la lontananza del marito. La circondava di tante attenzioni, preveniva tutti i suoi desiderj, sapeva così bene disporre ogni cosa che la vita senza di lui le riusciva più disagiata. Ma questa volta, quand'ebbe letta la lettera, il primo moto del suo cuore fu, suo malgrado, di gioia. È ben vero che si pentì subito, e, chinata la testa, propose seco stessa di frenare ad ogni costo i battiti delle arterie commosse, di farsi di ghiaccio, di trapassare impassibile sull'orlo del pericolo ch'ella non aveva cercato. Era ancora in questi pensieri quando le parve di sentirsi leggermente accarezzare i capegli. Si fece di porpora e non ardì alzare la fronte per paura ditrovarsi troppo dappresso alla faccia del giovane, ma andava ruminando qualche parola innocente con cui rompere quel silenzio. Anch'egli cercava d'appiccare discorso. Erano impacciati, confusi ambidue; finalmente si misero in dialogo, ma nè l'uno nè l'altro badava alle frasi indifferenti che andavano dicendo; le loro anime si parlavano invece un altro linguaggio assai più eloquente e che non aveva d'uopo del suono della voce. Furono in un momento alla villetta. La pioggia continuava, e trovarono i servi ch'erano stati in traccia di lei per portarle l'ombrello, ma non avevano saputo indovinare per dove si fosse avviata. La compagnia della governante e dei fanciulli servì a rimettere nel suo stato naturale la contessa che non permise al suo ospite di continuare il viaggio con quel mal tempo. Durante il pranzo ella fu abbastanza disinvolta, poi si occuparono di disegni, di poesia, fecero insieme della musica e terminarono così deliziosamente la giornata. Via per la notte il cielo rasserenò. Le bizzarre creste dei monti, che a guisa d'anfiteatro chiudono quasi da tre lati la fertile vallata del Friuli, presso all'alba spiccavano nette ed azzurre dall'arancio dell'orizzonte; comparve il sole, e il verde della campagna rinfrescato dalla pioggia mostravasi più gaio e riempiva de' suoi mille profumi l'atmosfera fatta limpida e dolcemente commossa dalla brezza mattutina.

La contessa contro il suo solito s'era alzata per tempo ed aspettava il suo ospite a far colazione in un elegante stanzino, le cui finestre adorne di ricchi cortinaggi cilestri davano su d'un giardinetto. In una caraffa d'acqua alcune rose di maggio circondate da violette, da gelsomini e da fiori di reseda imbalsamavano l'ambiente. Ella aveva fatto chiamare la governante perchè le conducesse la figliuoletta, e intanto stava guardando dalla finestra il bel tempo ritornato e i fiori che colleloro vaghe testoline gocciolanti di rugiada parevano goderne e sorridere incontro al sole e consolarsi di quell'aere così puro: ad ogni tratto le passava dinanzi qualche uccelletto rapido come freccia, e udiva non lungi pispillare dal nido i piccini a cui egli aveva portato l'esca; o il lieto cinguettio delle passere che volavano sul tetto, e poscia aggruppate piombavano tra il verde degli alberi. Ma l'allegria diffusa per tutto il creato non penetrava sino al suo cuore. Era pensierosa, e forse a quell'aere purissimo, a quella tepente e lieta giornata di primavera avrebbe preferito la pioggia del dì precedente. Dietro a lei, ritto in piedi, cogli occhi fitti nella stessa prospettiva, un altro partecipava agli stessi sentimenti. Era il giovane dottore che con quel bel tempo vedevasi tolto ogni pretesto di più oltre indugiar la partenza. Pensava a una parola di congedo; e quand'ella si volse e si lessero negli occhi il dispiacere scambievole che provavano e si trovò nelle mani quella di lei, che aveva baciato per darle addio, venne ad entrambi l'idea di fare insieme codesta gita. In un attimo le due carrozze furono attaccate, e la contessa salì in quella del suo ospite, mentre nell'altra la seguiva la governante coi fanciulli. Durante il viaggio, l'ameno paese che percorrevano, l'aspetto delle ridenti colline, della fertile pianura, delle violette qua e là sparse tra il verde dei campi e lungo le rive dell'Isonzo aprirono loro il cuore ad un colloquio confidenziale, nel quale si rivelavano con gioia i propri pensieri e gran parte della vita trascorsa. Giunsero alla città quasi senza avvedersene; e, dopo il pranzo ei le propose di visitare insieme il sepolcro dell'ultimo dei Borboni di Francia. Salirono la collina tenendosi a braccetto, ed ogni tratto si fermavano ad ammirare il sottoposto paese. Il cielo era tornato ad annuvolarsi, e la nebbia leggera che a guisa di fantastico velo ora avviluppava la città, oraattraversando il fiume saliva come globi di fumo su pel verde delle circostanti montagne, accresceva la vaghezza di quelle magiche vedute. Trovarono la chiesa aperta e solitaria, lessero la pomposa epigrafe posta sul modesto sepolcro dell'esule. Quando uscivano piovigginava, e ripararono un momento sotto le frondi di una magnifica acacia ad ombrella. Alcune note che venivano dall'organo fermarono la loro attenzione. In chiesa non era anima viva; solo la contessa aveva notato sull'organo dietro i leggii del parapetto una ruvida cocolla che faceva cornice a una faccia pallida, i cui occhi malinconici, ma scintillanti e pieni di espressione, percorrevano un libro di musica. Doveva essere uno dei frati abitanti quel romitorio, forse l'organista. Era un'armonia placida e mesta, di cui non sapevano ravvisare l'autore. Alcune note somigliavano di Meyerbeer, ma poi si fondevano in un'aria di maestosa semplicità a cui seguivano delle libere fantasie che non si ricordavano d'aver mai più udite e che probabilmente venivano improvvisate al momento. Muti e commossi ascoltavano quel suono che ogni tanto s'interrompeva per lasciar morire nell'aria alcune vibrazioni meste come un gemito, poi ricominciava e si faceva sempre più affettuoso e più soave. Pareva l'effusione di un'anima divisa dal mondo e forse infelice, che rammemorava nella solitudine i suoi giorni d'amore. Egli non s'immaginava che altri l'ascoltasse: avvolto nel mistero, lanciato chi sa da quali sventure in seno alla vita austera del cenobio, e bisognoso come tutte le anime appassionate di espandersi, quasichè avesse goduto con un amico un'ora d'intima confidenza, apriva i più riposti secreti del suo cuore coll'unico mezzo che forse gli era concesso. Così, senza saperlo, serviva d'interprete ai due che l'udivano. Per essi quella mano ignota disuggellava una pagina recondita dei loro cuori, che non avevano per anco letta. Quandodiscesero dalla collina e si rimisero in carrozza per ritornare a casa, le loro anime s'erano talmente intese, che, cessata ogni titubanza, si lasciavano andare a una dolce famigliarità, come se da lungo tempo avessero vissuto, pensato e sentito allo stesso modo. Parevano due sorelle, a cui l'origine comune e una lunga consuetudine di affetto fa riguardare cogli stessi occhi ogni bene e ogni male della vita. Mai più s'erano trovati tanto all'unisono. I cavalli correvano e le nubi in senso inverso l'una a cavalcioni dell'altra, quasi un esercito in fuga, si ritiravano verso i monti della Carintia, lasciando serenato il cielo dalla parte di mezzogiorno. Un leggero venticello gettava a ogni tanto nella faccia del giovane il velo che svolazzava sul cappello della contessa. Colla persona abbandonata al moto del legno essi contemplavano ora il sole che fra una comitiva di nuvolette leggere e trasparenti come la madreperla, o come liste d'argento a riflessi dorati toccava già quasi il verde del monticello, alle cui falde biancheggia il palazzo dei conti d'Attems; ora i gioghi cinerei del Carso, che si disegnavano su d'un orizzonte azzurro e tanto limpido che pareva dinanzi allo sguardo dilatarsi senza confine; ed ora, vòlti all'indietro, il castello di Gorizia che colla sua faccia severa s'inalzava sulle ridenti colline che lo circondano e sulla città gentilmente sparsa nel verde; e notavano un piede dell'arco baleno, che quasi per ischerno irradiava de' suoi brillanti colori quella fabbrica sinistra destinata a punire la sventura e il delitto. Mille riflessioni diverse, mille fantastiche idee passavano loro per la mente, e nel comunicarsele le rivestivano di tutta quella poesia che in tal istante abbelliva a' lor occhi il creato. Pareva che gli oggetti esterni si presentassero ad essi attraverso di un prisma che amabilmente li colorava; e spesso veniva sulle labbra dell'uno la parola che l'altro aveva già concepitanell'anima, come se una scintilla elettrica riunisse i loro nervi e facesse di due una sola persona. In quella stessa sera, quando la contessa fu sola nella sua camera, e, dopo aver licenziato la cameriera, invece di coricarsi si sedette nel suo ampio seggiolone, tornarono a passarle dinanzi agli occhi le pittoresche vedute, le ridenti scene, che le si erano offerte nella giornata; e la sua mente rifaceva tutti i discorsi e le riflessioni a cui l'avevano sollevata la poetica fantasia e le ardenti parole del suo giovane compagno di viaggio. Come una palla che spinta su per l'erta da una mano vigorosa torna in virtù del proprio peso a rifare il cammino percorso, così ella in quell'ora di solitudine tornava a rammemorare tutte le diverse emozioni provate. Insieme coll'aria e coi profumi dei campi, coll'aspetto dell'ameno paese, coi suoni e colle voci udite, coll'alito e colle calde parole del giovane aveva aspirato una specie di sottile veleno che l'era penetrato nelle ossa e dal quale oramai affascinata si lasciava trasportare quasi fragile pianta che a lungo abbia lottato coll'impeto delle acque, e che finalmente sradicata e travolta senza più riparo corre insieme col torrente a sprofondarsi nel mare.

Ella aveva veduto l'amore; per la prima volta in sua vita l'aveva veduto negli occhi del giovane, ardente, immenso, quale non se l'era mai immaginato. Le era caduta la benda; la cortina che fino allora le aveva tenuto nascosto il creato le si era improvvisamente squarciata, ed ella si vedeva dinanzi ne' suoi più fantastici colori una felicità infinita, a conseguire la quale l'avevano resa impotente. Unir la sua sorte a quella d'un uomo amato e che ti ami, consecrarsi alla sua famiglia, divenir la madre de' suoi figli, passar tutta la vita ad adorarlo, a dividerne i dolori; questa le pareva la suprema delle gioie umane, e gliel'avevano per sempre rapita!e troppo tardi ella finalmente se ne accorgeva! Fino a quel punto le parve di non aver vissuto, ma vegetato. Educata nella ristrettezza di quattro pareti, senza conoscere nè il mondo, nè sè stessa, si erano prevalsi della sua inesperienza per venderla ad un uomo, per cui il suo cuore non aveva giammai palpitato. — Posò la testa fra le mani, le tornarono in mente i suoi anni giovanili; la spensieratezza con cui s'era lasciata condurre ad un passo, che il solo amore può santificare, e più che mai le parve d'essere stata venduta. Con un singulto impossibile a descriversi, ella ripetè per due o tre volte questa trista parola, e i suoi occhi versarono un torrente di lacrime. Quando ripensava ai motivi che l'avevano così facilmente indotta a legarsi per sempre ad un uomo, che non solamente non amava, ma il cui carattere e il cui cuore le erano affatto sconosciuti, non poteva darsi pace della propria leggerezza e appena prestava fede a sè stessa. L'idea di liberarsi da quella condizione di fanciulla, che a guisa dell'attillato corsetto dei dì d'etichetta le teneva inceppata la vita, la vanità di vedersi così giovane già fatta sposa, il desiderio di far brillare in un cerchio più vasto quei frivoli talenti di che con tanta cura nell'educarla l'avevano adornata, ecco le ragioni che la resero contenta di un contratto da' suoi parenti già quasi conchiuso prima ch'ella avesse, si può dire, neanche veduto lo sposo. E si ricordava arrossendo che la gioia più grande di questo amore di convenzione gliel'avevano recata i ricchi e veramente magnifici presenti nuziali ch'egli le fece; che i giorni più lieti erano stati quelli in cui elegantemente abbigliata e seduta in carrozza in compagnia di lui aveva percorso quasi in trionfo la città facendo le visite di partecipazione, ricevendo mille lusinghiere congratulazioni ed obbligando ad ammirarla tutte le sue amiche e conoscenti; che tutti i suoi pensieridi quell'epoca erano stati rivolti, non già ai doveri dello stato che abbracciava, ma agli splendidi avvantaggi di cui avrebbe in breve goduto. Era stata allettata non dallo sposo, ma dalla brillante posizione ch'egli le offeriva; non dal suo amore, ma dalla sua condiscendenza; la quale condiscendenza le veniva solidamente assicurata dalla ricca sua dote. Unica difficoltà che per un momento le aveva inspirato un po' di ritrosia fu la suocera che trovava in casa, e ricordossi come le fosse stato caro che avesse abbandonato ogni ingerenza in famiglia, e che, a riguardo del matrimonio, cedesse il suo appartamento, ritirandosi al terzo piano. Oh! se quella fosse stata la madre di un uomo amato, di quante affettuose cure non l'avrebb'ella circondata! Con che amore non si sarebbe compiaciuta di obbedirla, di riverirla, di confortarne gli anni cadenti, di rallegrarla col metterle in grembo i figli del suo figlio! Oh! i genitori dell'uomo amato son cosa sacra al pari e più forse dei propri! — Invece, in cinque anni vissuti sotto al medesimo tetto, esse si trattavano ancora come straniere; e, benchè la vita ritirata della povera vecchia le avesse cansato ogni disturbo, ella si sentiva per lei una freddezza e una antipatia invincibili, nè aveva mai saputo riguardarla altrimenti che come la sua croce domestica. Che differenza tra la vita frivola ed inutile ch'ella menava e quella d'una donna fortunata nel suo amore, che trova la felicità nell'adempimento dei propri doveri, e che in quell'istante ella si vedeva dinanzi dipinta nei più amabili colori! Che mai le valevano tutti gli agi del suo stato signorile, tutte le mollezze e le vanità che la circondavano, in confronto di questo amore tranquillo e virtuoso, ch'ella aveva irreparabilmente perduto e che può solo formar un Eden della terra e render dignitosa ed importante alla società la condizione della donna? Ohs'ella avesse potuto ritornare a' suoi giovani anni! rifare la via così crudelmente smarrita, non sarebbe stato tesoro di quaggiù ch'ella non avesse volentieri sacrificato per ricomprarsi una sì dolce prospettiva! E perchè mai, quando l'educavano, farle consumare tante ore all'acquisto di cognizioni che dovevano poi servire solamente di ornamento, e non piuttosto insegnarle un po' meglio i doveri dello stato, a cui era destinata? Perchè farne un miserabile trastullo, un fiore vago sì ed odoroso, ma che non deve dar frutto, invece di allevarla alle soavi e sante affezioni di famiglia, alla dignità di sposa e di madre? — Ed era alla luce sinistra della passione che per la prima volta in sua vita le balenavano dinanzi agli occhi queste terribili verità! — Gettò con impeto il ciondolo della veste da camera che teneva fra le mani, ed affacciatasi alla finestra, l'aprì, come se la calma della notte avesse potuto quietarle i polsi e l'anima agitata. La notte era mesta, la faccia della terra appariva uniforme e negra, come se fosse stata coperta da un ampio panno funereo. La luna vicina al tramonto già toccava in occidente le ultime alpi; il suo disco aggrandito dai vapori si vedeva per intero, benchè per la maggior parte cieco di luce come nei noviluni e nella sua ultima fase; e quel globo muto e di colore sanguigno pareva il teschio di un immane serpente che, sollevatosi sulle creste dei monti, l'avesse addentata e si sforzasse ad inghiottirla. Forse la videro così coloro che ne' suoi eclissi immaginarono le lotte del drago. Sola in cospetto del creato ella sentivasi come abbandonata creatura in mezzo ad un gran tempio adobbato a gramaglie, dove la divinità inesorabile più non ascoltava le sue preghiere. Un avvilimento, un rimorso senza speranza di perdono s'erano impossessati della sua anima; riguardavasi come contaminata e incapace per sempre di virtù. Prima ancora di conoscere i tesori del propriocuore ella li aveva miseramente sprecati. Indarno la Provvidenza le aveva seminato nell'anima quel sublime fior dell'amore, che, gelosamente custodito, può tutta abbellire la vita e profumarla di nobili e santi sentimenti; ella lo aveva tradito, prima ancor che germogliasse, e per motivi sì vili che al solo ricordarsene si vergognava; il suo matrimonio le pareva in quel momento un'infame profanazione, da cui l'era tolto per sempre il redimersi, e sentiva orrore di sè stessa e dei propri suoi figli.

De' suoi figli, di quei poveri bamboletti innocenti ch'ella amava come parte di sè; ma v'era un ben altro e più immenso affetto con cui ella sentiva che avrebbe amato una creaturina nutrita del suo latte e figlia d'amore! Tornò a piangere, e con un rammarico sempre crescente la sua anima lanciavasi verso tutto questo bene di cui non l'era più possibile godere senza delitto. Passò di tal modo la notte. Sul rompere dell'alba il sottile venticello che spirava dalle cime dei monti le parve che la consolasse, rinfrescandole la faccia; ma a poco a poco ei si faceva sempre più piccante, e le dilicate sue membra, affrante da quella veglia inconsueta, più non valsero a sopportarlo. Chiuse la finestra e si dispose ad abbigliarsi. Le braccia le cadevano; un languore, una malinconia invincibile s'erano impadroniti di lei. Rimaneva lungo tratto immobile, ora appoggiata al letto, ora col capo abbandonato tra i cuscini della suadormeuse, su cui lasciava cadere ogni tanto qualche grossa lagrima che involontariamente le usciva dagli occhi semichiusi; ed ora seduta dinanzi allo specchio che le rinfacciava una cera abbattuta e come di malata, le labbra scolorate, le guance impallidite. Quasi a velarsene ella sciolse i capegli che soleva portare all'inglese; ma la nessuna cura avutane la sera e l'umido dell'aria notturna non avevano loro permesso d'assumere che pochissimo riccio:indarno procurava d'incresparli dividendoli in minute anella; snervati ed appassiti le fuggivano dal pettine; e, invece d'adornarla, le parve che colla loro lunghezza le accrescessero pallore, sicchè se li annodò sopra alla nuca lasciandoli cadere per di dietro sul collo a guisa delle statue di Grecia. Quando discese per la colazione trovò il giovane che già stava aspettandola. Ei notò l'orma di malinconia che quella notte aveva lasciato sulla faccia di lei. L'aveva veduta molte volte più bella, più pomposamente abbigliata, ma giammai così attraente, e non poteva staccare lo sguardo da quegli occhi azzurri e pensierosi, a cui l'amore dava una tinta più profonda e ch'ei se li sentiva così dolcemente guardare nell'anima. Non si parlò più di partenza nè in quel giorno nè nei susseguenti, finchè venne il conte Rodolfo, e tornarono di conserva alla città. Qui le era riserbato un di quei terribili disinganni che schiantano l'anima, e a cui di rado la donna sa dignitosamente rassegnarsi. Essi si amavano, ma con assai diversa misura. Ella, fisa ed assorta in lui come satellite nel suo pianeta, gli si era consecrata con un abbandono e con una devozione che non potevano venir pienamente contraccambiati. Oramai aveva concentrato in lui solo tutte le speranze del suo avvenire, gli aveva donato la sua pace, la sua vita, l'anima sua; gli stessi passi fatti nella via della colpa erano un sacrifizio ch'ella gli aveva offerto; e questo amore, benchè infelice e macchiato dal rimorso, era il compenso ch'ella chiedeva e il solo bene di quaggiù, di cui si sentisse ancora capace. Cotesta passione, di cui ella s'aveva già miseramente creato un destino, non poteva di pari modo assorbire tutta l'anima del giovane. Altrimenti educato, altrimenti conoscitore del mondo e di sè stesso, gli si apriva dinanzi un'assai più vasta prospettiva che non gli permetteva come a lei diaffisarsi per sempre e senz'altre distrazioni in un solo oggetto, qualunque ei si fosse. A lui giovane, pieno di vita, indipendente e padrone assoluto d'una pingue fortuna, tutto il creato offriva continui tributi di profumo e di armonie, e profondeva a' suoi piedi i brillanti tesori della sua ricca cornucopia. Dotato di potente immaginazione e di quell'attitudine a comprendere ogni sorte di bello ch'è prima base all'anima dell'artista, senza l'inopinata eredità, che, prima ch'ei si avesse scelta nel mondo una posizione, venne ad abbagliarlo coi prestigi della ricchezza, ei sarebbe forse riuscito o pittore o poeta. Ma, poichè la sorte gli aveva offerto di eleggere, preferì di godere dei frutti delle arti piuttosto che di affaticarsi a produrli, e sprecò nei piaceri quella feconda scintilla del genio che la natura gli aveva seminata nel cuore. Della fallita vocazione null'altro gli era rimasto che la facoltà di supplire colla fantasia a quanto di manchevole gli presentavano gli oggetti esterni in cui s'incontrava. Sulla base di alcune aggradevoli qualità, la sua anima da poeta era pronta a crearsi un ideale che si compiaceva ad abbellire e ad adornare coi più magnifici colori, e del quale finiva sempre coll'invaghire, senza accorgersi d'essere allucinato dai propri suoi sogni. Ma, col considerarlo dappresso, l'idolo perdeva ogni giorno qualcuno de' suoi prestigi; finchè, ridotto alla nuda realtà, egli trovavasi ingratamente disingannato e bisognoso d'altrimenti occupare lo spirito. Allora, dimentico di quel primo oggetto, correva in traccia d'altri più nuovi, svolazzando leggermente pel giardino della vita a guisa di ape dorata che bacia ogni fiore, senza rivolgersi a guardare addietro, se qualcuno avvelenato dal suo tocco piega il calice e miseramente appassisce. Così fu che a forza di trattare da vicino colla contessa, egli ebbe ben presto esaurita quella pover'anima che senza sospettotutta versavasi nella sua; e, a misura ch'ella andava discoprendo in lui una superiorità d'intelligenza e una ricchezza di pensiero che le crescevano passione, egli invece si vedeva sfumar tra le mani il tesoro che aveva tanto agognato; la realtà e il possesso glielo rimpicciolivano, e l'amore illanguidì. Le sue visite si facevano sempre più rade e più brevi. S'accorse che l'anima della sua compagna era impari per potergli tener dietro a quegli infiammati discorsi, a quei fantastici voli, a cui sul principio del suo innebriamento si lasciava andare così volentieri, e cominciò ad annoiarsi d'un affetto ch'ei trovava troppo uniforme. La donna s'avvide di questo cangiamento che le metteva la morte nel cuore; ma come un infermo, che quanto più sentesi vicino al suo fine, con altrettanto più di forza s'aggrappa alla vita, cercava d'illudersi, chiudeva gli occhi, immaginava ragioni a scusarlo e pativa in segreto. Più tardi si permise qualche rimprovero, che altro effetto non ebbe che di sempre più allontanarlo, perch'egli a fuggire il turbamento di questi lamenti coglieva per le sue visite, che oramai gli erano divenute una catena pesante, i momenti in cui in sua casa v'era conversazione, ed era primo a partire, e con un pretesto o con l'altro guardavasi bene di rimaner solo con essa. Queste per altro non erano che le prime spine della crudele ghirlanda ch'ella stessa s'aveva intessuta. Chi può dire l'agonia di quell'anima, quando lo vide offrire i suoi omaggi ad altra donna più giovane e più alla moda? Quando, più non valendo a sopportare l'odioso confronto, cessò di comparire ai pubblici convegni e trovossi dimenticata nella solitudine della sua casa? A palliare l'immenso dolore che la divorava s'annunziò ammalata, e lo era assai più di quello ch'ella stessa sel credesse. Nelle lunghe ore di meditazione, a cui si era volontariamente condannato ilsuo pensiero, non faceva altro che del continuo rammemorare minutamente tutte le fasi della sciagurata passione a cui si aveva dato in preda, e le pareva impossibile che tante proteste, tanto amore, avessero dovuto aver per fine cotesto crudele ed impreveduto abbandono! Perchè strascinarla sulla via della colpa, se doveva poi, quando non l'era più concesso retrocedere, lasciarla sola? Era dunque stato per capriccio, per miserabile vanità, pel trastullo di un momento, ch'ei le aveva avvelenata l'anima, messa nelle ossa questa febbre immedicabile, suscitato nel sangue questo tumulto, questo delirio che non potevano oramai quetarsi da null'altro, se non dall'amore o dalla morte? Ah! dunque per così poco ella aveva tradito i suoi doveri, perduta la sua pace, rinunziato alla virtù, alla preghiera, rinunciato perfino al perdono di Dio? Quest'amore, che per sua disgrazia ella sentiva impresso nell'anima a caratteri indelebili, non era stato dunque per lui, che come una cifra che si segna per scherzo sulla sabbia e che al primo soffio di vento si dissipa senza lasciar traccia di sè? Pensò ch'era un assurdo pretendere ch'egli avesse il cuore più grande, o più piccolo di quello che lo aveva fatto. Ma nell'amarezza del suo terribile disinganno le pareva che le sarebbe stato una specie di conforto un ultimo abboccamento, in cui, giacchè aveva pure deciso di abbandonarla, le avesse egli stesso con tutta franchezza annunziata la sua sorte. Sì! vederlo ancora una volta, sentire dalle sue labbra la propria condanna, gettarsi a' suoi piedi a piangere, a rammemorargli l'immenso affetto che si erano portati; quest'era un desiderio, che ad onta di tutte le opposizioni della sua ragione, continuamente le rinasceva. Capiva ella bene che, poichè il cuore di lui s'era cangiato, sarebbero tornate vane tutte le sue lacrime, che l'amore è una catenala quale una volta spezzata più non si rannoda, che la sola compassione non ha vigore a risuscitare una fiamma oramai già spenta; che se fosse discesa a confessargli lo stato miserabile in cui si trovava, egli, lungi dal risentirne pietà, avrebbe trattato di delirio le sue parole, avrebbe riso de' suoi gemiti, l'avrebbe forse anche crudelmente ributtata. E nondimeno nel fondo della sua anima sentiva una forza prepotente che la spingeva suo malgrado a correre in traccia di lui. Sì! per le vie anche le più frequenti, in mezzo alla gente, nei teatri e nei crocchi, dove col sorriso sulle labbra ei dimenticava il pianto a cui l'aveva condannata, le pareva che avrebbe voluto seguitarlo e rinfacciargli i giuramenti infranti, le pene senza confine, la sciagura, l'inferno che le aveva posto nel cuore. Ah! gli uomini l'avrebbero derisa e trattata da folle.... Ebbene, dovevano a viva forza strapparla da lui, dividerla per sempre dal marito e dai figlioletti ch'ella aveva traditi, chiuderla nell'orribile casa, dove la loro pietà raccoglie le infelici che più non hanno ragione. Avvinta da ceppi, sul giaciglio dell'ospitale, nelle veglie di quella vita disperata, le sarebbe almeno concesso raccontar giorno e notte la sua sventura, lagnarsi di tanta ingratitudine, piangere e nominarlo a suo talento. In uno di questi momenti in cui la sua mente offuscata da troppa passione quasi vaneggiava, si risolse a mandargli un'imbasciata pregandolo a venire da lei nel dopo pranzo, ora in cui poteva parlargli senza testimoni. Non ricevette risposta. Appoggiata alla finestra della sua camera stava spiando se venisse. La sua casa era situata in una lunga contrada, che metteva ad una delle piazze più frequentate della città. Ogni giovane vestito a nero ch'ella vedeva da lungi imboccare quella via, la faceva palpitare, finchè s'accorgeva d'essersi ingannata. Aveva apparecchiatoun plico di lettere che intendeva restituirgli e andava ruminando le parole con cui gli avrebbe dato l'ultimo addio, procurando di disporsi ad una calma e ad una rassegnazione dignitosa che le lagrime involontarie le quali ad ogni tanto le gocciolavano per le guance, e il tremito di tutte le membra, suo malgrado smentivano. Era in questa situazione, quando lo vide passare in carrozza in compagnia della giovane signora a cui da qualche tempo faceva la corte. Era tanto intento a vagheggiare la sua nuova conquista che non s'accorse di lei nè tampoco rivolse la faccia a quella parte. Ella vide sulle sue labbra mezzo velate dalle brune basette un indefinibile sorriso di gioia, che palesava l'estasi a cui trovavasi in preda. — Si sentì uno schianto al cuore, e le ruote veloci, che lo trasportavano via, avevano già finito di rumoreggiare al suo orecchio, ch'ell'era ancora inchiodata sulla pietra della finestra, come se fosse stata percossa dal fulmine. Prese un foglio di carta, una penna e si mise a scrivere questo biglietto:

— Che tu mi neghi un'ultima parola, dopo tanto amore che ci siamo portati, mi par cosa crudele. — Doveva peraltro immaginarmelo, riflettendo alle tante amarezze che mi fai da qualche tempo inghiottire. Pazienza! ti ho perdonato la nuova amica, che ti sei compiaciuto prepormi.... ti perdono anche questa barbara indifferenza e freddezza nel lasciarmi per sempre. Oggi un anno.... io non avrei saputo leggere nel tuo cuore questa pagina. — M'illudeva a segno di riguardarti come parte di me. — Avrei dovuto invece capire che la colpa non consacra l'affetto, e che la tua maniera di trattarmi è una giusta punizione. Di qui a un anno sarà, spero, terminato il mio patire. — Ti scrivo per rimandarti le tue lettere e per chiederti perdono di tutti i dispiaceri che posso averti recato nel corso della nostra fatale relazione.Quando leggerai queste parole mie ultime a te, io sarò, come al solito, chiusa nella solitudine della mia camera a piangere e a ripensarti con un affetto che tu non conosci.... —

Prima di terminare s'era già pentita. Colla penna non le pareva possibile di dire neanche la metà di quello che avrebbe voluto, e tornò al desiderio di vederlo e parlargli ancora una volta. Aveva lacerato la carta ed aprì la finestra per gittarne nella via i minutissimi pezzi che teneva in mano. In quella s'aperse la porta di casa e vide uscirne la suocera, che, accompagnata dalla sua cameriera, andava al suo solito a pregare nella Chiesa vicina. Le balenò in mente un pensiero. S'ella salisse alle stanze di lei e, preso un cappello e una mantiglia della vecchia, andasse così incognita ad aspettare il giovane alla sua abitazione?... Il passo era arrischiato, ma oramai la sua mente esaltata dalla passione non le lasciava campo a rifletterne tutte le conseguenze, e quest'idea di pur forzarlo ad accordarle un colloquio, che a tutt'uomo ei sfuggiva, vinse in lei la naturale timidezza: uscì dalla sua camera, e tremando salì le scale come il malfattore che s'avvia al delitto. Quando fu nell'appartamento della vecchia, le gambe rifiutavano di sostenerla, e le fu duopo gettarsi a sedere sul sofà. Aveva esaurito tutte le sue forze e voleva attraversare buona parte della città, e credeva di aver abbastanza di coraggio per esporsi ad una scena che poteva farsi pubblica e precipitarla per sempre! Sul tavolo che le stava dinanzi giacevano spalancate alcune pagine scritte di fresco; gettò a caso gli occhi su queste parole:

«... Ancora qualche giorno, e poi finalmente dormiremo per sempre nella quiete del cimitero. Su questa terra, quando non si è più amati, e che ci si accorge diessere di peso, la morte è riposo desiderato, è fine di patimenti e di esilio! ed è già gran tempo, che al di là del fiume della vita io veggo i miei cari che mi stendono le braccia....»

Il carattere era di pugno della vecchia. Questa donna silenziosa, dal mite sorriso, dai modi affabili e politi, sempre eguale a sè stessa, in vista così rassegnata e tranquilla; questa donna, che non aveva mai aperto la bocca ai lamenti, pativa dunque nel suo segreto? A lei dappresso, sotto al medesimo tetto, a pochi passi di distanza della sua camera, v'erano dunque dei dolori ch'ella non aveva mai sospettati? Si versavano delle lacrime ch'ella non aveva mai pensato ad asciugare? V'era un'anima profondamente afflitta, che, stanca del mondo, invocava con sì intenso desiderio la pace dei morti?... Ma quali potevano essere i motivi che amareggiavano così gli ultimi giorni di questa povera vecchia? Prese in mano le pagine che le stavano dinanzi. Era un Album, su cui non appariva altra scrittura che quella di lei; datava da qualche mese in antecedenza al matrimonio del figlio, e lesse le seguenti memorie:

«Io Eleonora Andreuzzis, maritata Marini, di sessantadue anni, ai quindici di marzo 1842 sono venuta ad abitare queste due stanze, avendo ceduto il mio appartamento in contemplazione del prossimo patrimonio di mio figlio Rodolfo. — Comincia adesso per me un'altra vita. Lascio il governo della casa e, si può dire, mi ritiro dal mondo. All'attività, ai continui pensieri, alle brighe succede ora la calma. Pel corso di oltre quarant'anni io ho atteso all'economia di questa famiglia, prima in compagnia di mio marito sotto la direzione di un vecchio zio che mi amava come se fossi stata sua figlia, e la cuimemoria mi sarà sempre benedetta; poi vedova e sola, poi aiutata da mio figlio. In questo lungo periodo di tempo molti dolori hanno afflitto il mio cuore, ma fui anche consolata da gioie non comuni; ed ora nel ritirarmi ho la compiacenza di aver adempito ai doveri del mio stato e di veder prosperate le mie fatiche. Dei figli che il Signore mi aveva dati un solo è restato con me. Nelle guerre fatali che hanno sconvolto il nostro paese ho perduto il mio primogenito; il secondo è lungi, e non lo vedo se non di rado; ma so che gode di una brillante posizione. Ho potuto collocare agiatamente la mia figlia Lauretta; ella è felice, e ciò mi consola della grande lontananza che ci divide. Mi rimaneva la minore, quella che più di tutti rassomigliava a suo padre, e per la quale, mio malgrado, io sentivo una predilezione e una più grande tenerezza. L'avevo maritata qui nella nostra città e in apparenza con abbastanza di fortuna. Imprevedute disgrazie la colpirono, dovette espatriare, ed è morta lasciando due poveri orfanelli, che abbisognano di pane. Fortunatamente la facoltà, ch'io ora rimetto nelle mani di mio figlio Rodolfo, è tale da potergli permettere di ricordarsi di loro. Inoltre il ricco partito, che gli si offre, lo metterà sempre più in istato d'essere pietoso senza ledere i propri interessi. Tutti i nostri parenti sono giubbilanti per questo matrimonio. Una ricca e bella ereditiera, una buona ed amabile giovinetta che ha ricevuto la più elevata educazione e che esce da cospicua famiglia, è veramente più di quanto potevano ripromettersi le nostre speranze. Ieri è stato segnato il contratto nuziale; e, poichè a contemplazione della sposa, si credono necessarie nella nostra famiglia molte riforme e un altro piano di economia domestica, piano che le nostre attuali condizioni di molto migliorate ci concedono di adottare, io ho dato i miei conti ed ho ceduta l'amministrazione.Non mi rimane più nulla a fare, e posso godere del riposo che mi si concede. La mia vita quind'innanzi sarà divisa tra la preghiera, la lettura e la meditazione; ed è per occupare le tante ore di ozio, che mi avanzeranno, ch'io voglio scrivere in questo libro i miei pensieri.

«Ai 15 detto, due ore dopo mezzanotte.

»Non posso dormire, ho acceso il lume e torno a scrivere. Questo cambiamento di camera mi disturba. Forse col tempo mi ci avvezzerò, ma ora mi pare di essere esiliata. A quelle pareti mi attaccavano tutti i miei dolori e le mie gioie passate. Le mie memorie erano tutte là! Là mi accolse quel buon vecchio che per tanti anni mi fece da padre; là l'amore di mio marito e de' miei figli! Come tante giovani pianticelle, io li ho veduti crescere a me d'intorno in quelle stanze. Se almeno si avesse potuto trasportar qui i miei mobili.... ma la ristrettezza del locale non lo permise. È una fanciullaggine, di cui arrossisco; eppure, quando li hanno portati via per far luogo al nuovo mobiliare destinato alla sposa, quando ho veduto il pittore, il tappezziere pronti a rimodernare e dar tutta un'altra faccia a quei luoghi, mi pareva un sacrilegio, e mi sono sentito schiantare il cuore. Domani lavoreranno anche nella mia camera da letto. Tutto sarà spostato, mutato.... perfino l'immagine della Madonna, a cui dinanzi io pregava ogni sera. Voleva che me la collocassero qui; ma non era a proposito, rompeva la simmetria di questa piccola cameretta, e non osai replicare per paura che s'accorgessero del sacrifizio ch'io faceva ad uscire dal mio appartamento. Ah! quando mio marito moribondo mi dava l'ultimo addio e mi raccomandava i nostri figliuoletti, io promisi di assisterli inginocchiata dinanzi a quell'immagine....Essi non sanno con che tenace affetto l'anima dei vecchi s'attacchi a tutti quegli oggetti che furono testimoni della loro vita passata! Le abitudini di quaranta e più anni non si possono recidere tutto ad un tratto, senza che il cuore ne sanguini. Io era assuefatta ogni giorno alla vista di quelle pareti, di quei mobili, di quelle anticaglie, essi dicono, ma che per me nel loro muto linguaggio avevano parole di tanto amore.... —

«4 Aprile 1842.

»Mi hanno portato alcuni regali che la sposa mi destina accompagnati dal suo ritratto. Sono lavoro delle sue mani: un elegante leggío trapunto a perlette, un manicotto, unadormeuse, su cui ella in mezzo ad una ghirlanda di fiori ha gentilmente intrecciato alle mie le sue armi gentilizie. La buona giovinetta si è dunque ricordata di me! Mentre le sue dita industri s'affaticavano colla lana e colla seta a colorare questo vago disegno, ella dunque pensava alla povera vecchia? Oh se ella sapesse come io le sono riconoscente, e come commossa guardo la sua immagine in questo ritratto! Dicono che le rassomiglia perfettamente, ed ella è bella, d'una bellezza dilicata, insinuante.... Ha diciotto anni, ma gliene daresti appena quindici, tanto quelle forme sono gracili e appena pronunciate. — Più la contemplo e più mi sento forzata ad amarla. Quella candida fronte ombreggiata da biondi capegli è così serena.... così mite ed affettuoso il guardare di quegli occhi azzurri! così verecondo il sorriso delle labbra.... La sua fisonomia tra il timido e il malinconico ha un non so che di così soave!... Poverina! ella ha perduto entrambi i genitori, ella non ha madre che l'accarezzi, ed ora viene forse tremando in una famiglia che non conosce. Oh, ma io l'aspetto colle braccia aperte, io l'amerò come se mi fosse figlia, sì!come la cara che ho perduta, come la mia Matilde, e quell'anima benedetta, ch'è lassù nel cielo, sarà contenta ch'io sia la madre dell'orfanella, e che con lei prenda cura dei tapinelli ch'ella mi ha lasciato. Oh sì! la dolce espressione di questo volto angelico mi è garante della bontà del suo cuore....» e continuava con tanta espansione, che la contessa Giulia non ebbe coraggio di proseguire. Gli occhi le si erano fatti grossi, e attraverso alle lagrime le sfuggivano le parole. Chiuse per un momento il libro e pensò con rimorso a tutte queste speranze così miseramente tradite. Ahi! ch'ella aveva contraccambiato con una ben crudele freddezza a coteste braccia che con tanto amore le si erano spalancate incontro. Più sotto lesse quest'altra memoria datata

«Agli 11 aprile dello stesso anno.

»Oggi si son dati a legare per la sposa i gioielli di famiglia. Ne ho fatta io stessa la consegna e per una grossa ora sono stata presente alle ordinazioni. Spero che nessuno si sia accorto di ciò ch'io soffriva. È una debolezza, di cui mi vergogno; ma, mio malgrado, nel distaccarmi da quelle gioie io sentivo di fare un grande sagrifizio. — Non è già ch'esse solleticassero la mia femminile vanità. Ne' miei anni ciò sarebbe ridicolo, ed è gran tempo che senza rammarico ho cessato di adornarmene. Ma esse erano mie! Ad esse stavano legate tante memorie della mia vita passata! Guardandole io poteva ricordarmi senza rimorso dei più bei giorni della mia giovinezza, in cui esse brillavano tra le mie trecce, mi cingevano il collo e le braccia, pegni d'amore d'una famiglia e d'uno sposo, a cui l'anima mia è stata sempre intieramente devota. Oh le danze giulive ed incontaminate, oh i dì fiorenti per liete amicizie e pei tripudidi una pompa innocente ch'esse mi richiamavano al pensiero! Sì! la coscienza di avermi sempre serbata fedele all'affetto di chi allora mi circondava di quelle splendide inezie, anche adesso ch'io sono invecchiata e già vicina al sepolcro, mi faceva contemplarle con un senso di soavissima compiacenza. Oh! quante volte nell'aprire il mio scrignetto io mi vedeva passar dinanzi nella loro allegria i miei anni giovanili, e le rose di quell'epoca beata serenavano la fronte alla povera vecchia e le facevano ancora balzare il cuore! Ora il mio scrignetto è vuoto, e quelle dovizie, che furono già mie, passeranno ad adornare un'altra testa più giovane, e un collo e un paio di braccia non corrugate dagli anni! — Oggi, quando mio figlio le andava lentamente cavando dallo scrigno ch'io gli avevo aperto, e, mettendole a una a una nelle mani del gioielliere, calcolava nella sua fredda vanità a quanto potevano ammontare, i nostri occhi guardavano ben diversamente! Egli, ammirandone la varia grossezza, l'acqua più o men bella, non vedeva che il loro materiale valore. Io invece mi ricordava, che quel diadema era stato collocato sul mio capo nel giorno più bello della mia vita, che quei ricchi pendenti io li aveva nelle orecchie dinanzi all'altare, dove il sacerdote ha benedetto il mio primo ed ultimo amore; che la collana mi era stata messa al collo dalle proprie mani di quell'uomo che ho tanto amato quaggiù.... che i braccialetti mi furono regalati dal nostro buon zio; di lui che seppe leggere nei nostri giovani cuori ed acconsentì così lieto alla nostra unione; e mi pareva di vedere ancora il sorriso di compiacenza di quella faccia veneranda, con cui applaudiva al proprio buon gusto e alla mia contentezza.... — Lo spillone era un presente fattomi la prima volta ch'io divenni madre; gli anelli, i puntali, quel vezzo di perle, quell'altro paio di orecchini, ognuno diquesti oggetti mi rammemorava dei giorni, solenni, dei giorni di felicità domestica che hanno rallegrato la mia vita; e nel vedermene spogliare, il mio cuore gemeva come se a una a una gli avessero divelte tutte le sue radici. Il mio guardo era freddo, indifferente; ma nel fondo della mia anima io gridava: Oh! aspettate.... già io non durerò a lungo. Non vedete? il mio capo è canuto, si piega da sè solo verso la terra del sepolcro, dove in breve dormirà per sempre. Oh! abbiate compassione, e, per questi pochi giorni che ancora mi rimangono, lasciatemi vivere circondata da questi dolci ricordi, da questi sacri pegni d'affetto! — Cotesto spogliare una vecchia cadente per adornare la fronte baldanzosa dei giovani; cotesto cacciarla dalle sue stanze, dalle sue abitudini, da tutto ciò che le fu caro per far luogo alla generazione che sorge, è bene un barbaro costume! Non basta dunque la mano del tempo che ad una ad una ci spegne tutte le gioie della vita: quando la scena è cangiata, quando non viviamo più che nel nostro passato, allora viene l'uomo, ci strappa da tutti gli oggetti a cui eravamo affezionati, ci toglie tutte le nostre memorie, e c'intima che l'ora della partenza è suonata, e che oramai su questa terra noi siamo di troppo! —

«14 detto 1842.

»Ho letto una pagina sublime che ha rianimata la mia vita e sparso come una specie di balsamo sulle piaghe del mio povero cuore. Ho letto la storia di Ruth. Questa giovane che abbandona i parenti, la patria, la religione degli avi per seguire una suocera sfortunata e piangente; il dignitoso silenzio con cui ella dapprima ascolta Noemi che le comanda di riedere al padre; poi la sua energica protesta, le sue affettuose parole, la sua cieca sommissione, la delicatezza con cui si consacra adun uomo attempato, perchè riviva la famiglia del suo primo marito e siano consolati gli ultimi giorni della sua madre adottiva, sono tratti così pieni di amore che mi hanno profondamente commossa. Io mi vedeva dinanzi la candida immagine della giovinetta che verrà tra poco ad abitare questa casa, e mi pareva che ella mi stendesse le braccia e che in una dolce effusione d'affetto fosse la sua bocca, che mi ripetesse quelle soavissime parole: La sola morte mi dividerà da te! — Sì: unite dai legami del sangue, unite da quelli più forti ancora dell'amore, noi vogliamo insieme a vicenda confortarci la vita! Ella viene a rinnovare la nostra famiglia, a riempiere il vuoto che mi circonda; oggetto di tenerezza ad entrambi, ella viene a collocarsi tra mio figlio e me, a far così più vivo l'affetto che ci portiamo. Vi sono mille dilicate attenzioni, mille cure prevenienti, mille amabili minuzie che sfuggono all'uomo; la donna sola sa convenientemente apprezzarle ed infiorarne la domestica felicità. A lei spetta adempiere questa parte, che la farà angelo di consolazione ad entrambi. Io la conforterò ai doveri che il suo nuovo stato le impone, mi farò guida a' suoi giovani passi, le sarò madre, amica e sorella. Intenderemo insieme ai figliuoletti che il Signore le darà! Quest'idea mi ringiovanisce e riapre alla gioia il mio povero cuore. Un suo figliuoletto, figlio del mio figlio, che porti il nome e fors'anche nel volto infantile i lineamenti di qualcuno dei cari che mi amarono!... Vedermelo qui sui ginocchi scherzare, sorridere, rivelarmi ogni dì più un'indole conosciuta.... Un figliuoletto, che, come quello che Ruth metteva tra le braccia di Noemi, fosse per così dire l'epilogo di tutte le mie memorie, di tutte le mie affezioni.... Oh buon Dio! e di che immenso affetto non amerei io questa tua innocente creatura! L'antico tronco può dunque rigermogliare e vedersi circondatodai fiori dei suoi nuovi virgulti? Oh grazie a te, Dio di misericordia, che riserbi ancora tanta speranza e tanta consolazione alla povera vecchia! —

«Oggi, 22 maggio 1842, si sono finalmente celebrate le nozze. Dopo il tumulto di questa solenne giornata, eccomi di nuovo sola coi miei pensieri — Nella più lieta stagione dell'anno, quando tutto si riapre alla speranza e all'amore, quando la terra già rinverdita nell'orgoglio della sua giovinezza dispiega l'immensa moltitudine dei suoi fiori, m'apparve dinanzi per la prima volta questa bella giovinetta, che da sì lungo tempo io desiderava abbracciare, e da cui oramai dipendono tutte le gioie del mio avvenire. Ell'era vestita di bianco, velata fin quasi ai piedi da una magnifica sciarpa di merletto, che la faceva più vaga assai che non nel ritratto.... Ma oserò io dirlo? Nella sua faccia, ne' suoi occhi, nel suo sorriso io cercava indarno un raggio d'affetto! Alla mia cordiale accoglienza ella non rispose che con frasi squisitamente civili e rispettose; all'amore, con cui io le stesi le braccia, ella contraccambiò con un amplesso tanto freddo che mi parve forzato. Credetti allora d'accorgermi che questi capelli grigi e questa fronte corrugata dagli anni a lei così fresca e rosata inspirassero un senso d'invincibile ribrezzo. Forse io m'ingannava, ed era la soggezione di tanti occhi a lei rivolti, il frastuono di questo giorno solenne, i nuovi pensieri che la rendevano riservata e contegnosa. Quando mi conoscerà un po' meglio, e che trattandoci in piena confidenza sarà dissipata cotesta timidezza di fanciulla.... forse mi amerà.... Ah! che s'io guardo all'espressione di quei suoi occhi che così di rado e così agghiacciati mi si rivolgevano, un tristo presentimento mi dice ch'ella non vedrà mai altro in me se non la suocera!»

Dopo questa memoria l'Album appariva interrotto da quattro anni di silenzio, e quella che seguiva, in data del 30 settembre 1846, diceva così:

«È oramai molto tempo che ho smesso di scrivere. Una lunga successione di patimenti, il sentirmi ogni giorno più isolata e malinconica, le mie speranze che a una a una si son tutte dileguate, mi han chiuso il cuore e mi han tolta la forza di reagire. Dimani si anderà in campagna. Stamattina me ne hanno dato l'avviso, ed essi sono già partiti, sicchè questa sera in famiglia io sono sola. Sola come sempre, poichè è un pezzo ch'io non esco dalla mia camera, e qui è ben raro che nessuno ascenda! —

»1 ottobre 1846.

»Un impreveduto accidente ha rotto quest'oggi la trista monotonia della mia vita. Pioveva, e, poichè mi avevano mandato la carrozza ad onta del mal tempo, io mi era avviata per andare in campagna. Giunta al torrente, lo trovai fuor di misura ingrossato. Bisognava varcarlo sulla barca, ed io non aveva moneta da pagare. Quei buoni galantuomini, che da molti anni mi conoscono, volevano a tutti i patti tragittarmi, e, credendo ch'io avessi paura dell'acqua, si disponevano ad accompagnarmi in gran numero. Veramente in quel momento la mia povertà mi riesciva pesante oltremodo. Prima di partire non mi sono avvisata che avrei potuto trovare un tale ostacolo, ed era già un pezzo ch'io avevo disposto della mia mesata per quei poveri orfanelli che non hanno più nessuno che si ricordi di loro. I pochi soldi che mi rimanevano sarebbero stata una troppo meschina mancia per tutta quella gente, e feci voltare i cavalli; ma la pioggia continuava forte, e a M*** dovetti fermarmi.Mi ricordai allora che in quel villaggio doveva esserci un'amica di mia figlia Matilde, e, fattami condurre alla sua casa, le chiesi ospitalità per alcune ore. Oh la lieta e cordiale accoglienza ch'ella mi fece! Erano molti anni che non ci eravamo vedute. Io vivo così segregata dal mondo, che oramai ho perduto tutte le mie conoscenze, ed ella, maritata in una comoda famiglia, ma che abita sempre in campagna, si è interamente dedicata alle cure domestiche, e non esce quasi mai dal villaggio. Suo marito al sentire ch'io era la madre di un'amica ch'ella ha spesso in memoria mi trattò subito con una così affettuosa confidenza che mi pareva di esser tornata agli anni felici in cui anch'io avevo una famiglia. Mi condussero i loro bamboletti, mi misero a parte delle loro gioie, mi colmarono di mille gentili attenzioni, di modo che quantunque si fosse serenato e io avessi potuto ritornarmene a C***, non mi fu possibile dispensarmi dal restare a pranzo con essi. — Abbiamo lungamente parlato della mia Matilde. Quella commemorazione ci fece piangere, i sentimenti del mio cuore erano partecipati, ed io mi trovai come esilarata. Sedetti a tavola presso al parroco, vecchio venerando, loro amico, che avevano invitato perchè mi tenesse compagnia. I nostri discorsi furono lieti. Sbandita ogni etichetta, una reciproca e franca amicizia teneva luogo delle cerimonie. Il più grandicello dei fanciulletti, assiso all'un de' capi della mensa vicino al mio posto, mi chiamava col dolce nome di nonna, e ad ogni momento, disobbedendo ai cenni di sua madre, voleva ch'io gli mescessi da bere, che gli tagliassi il pane, che porgessi orecchio alle sue infantili dimande. Dio mio! è tanto tempo ch'io pranzo sempre sola, o, se discendo nei giorni d'invito, la numerosa compagnia e i riguardi delle nostre costumanze di città mi privano del vedermi dappresso i miei nipotini. Anzi, per solito,onde evitare disturbo, li fanno pranzar prima: — e oggi accolta con tanta cordialità in seno a questa onesta famiglia di campagnuoli, messa a parte delle loro consuetudini e dei loro affetti, mi pareva di essere in paradiso. Il desinare era semplice e alla buona come i loro modi, e, confesso, l'amicizia di cui era condito mi valeva a cento doppi tutta la ricercatezza e icomfortdei nostri sontuosi banchetti. — Non v'erano nè servi gallonati nè pompa di vasellame nè squisitezza da cuoco, ma schietta e piena libertà, ma cuore aperto. Dopo siamo discesi in giardino, e ci han servito il caffè in un chiosco di verdura. I convolvoli dei più vivaci colori attorcigliati intorno ai rami delle rose del Giappone ne tappezzavano vagamente le pareti e pendevano sulle nostre teste in una profusione di bizzarre ghirlande. La cara compagnia ed il lieto ed amichevole conversare mi facevano trascorrere le ore così graditamente, che solo tardi mi avvisai che bisognava partire. Mi accomiatai quasi piangendo da quella buona famiglia; al loro augurio di presto rivederci il mio cuore non poteva rispondere che con un tristo presentimento. Io sono vecchia, ho rinunziato a tutte le mie relazioni, e non potrei forse senza recar disturbo ai miei figli, rinnovare per puro divertimento cotesta gita. D'altronde, io sentiva con una profonda amarezza, che in mia casa non mi sarebbe stato possibile ricambiare in pari modo la loro cordiale ed affettuosa ospitalità. —


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