LA FIDANZATA DEL MONTENEGRO.

LA FIDANZATA DEL MONTENEGRO.

Ho conosciuto, non sono molti anni, a Trieste questo singolar personaggio. Principe e vescovo dellamontagna nera, riuniva in sè i due poteri, spirituale e civile della repubblica; e com'era il miglior tiratore del paese, e viaggiava armato come un aiduco, si potrebbe dire senza esagerazione che cumulava cogli altri il poter militare. Giammai capo d'uno Stato fu più assoluto e più compiuto di lui.

Aggiungasi che la natura pareva l'avesse fatto a bella posta per ciò. Ei superava di tutto il capo i begli uomini che l'attorniavano: qualità ragguardevolissima in dritto principesco, poichè la Storia Santa ci dice di Saule ch'ei dovette a cotale procerità della persona d'esser eletto re d'Israele. Egli era un asinajo della tribù di Beniamino in quell'epoca che il popolo di Dio, volendo, come le rane d'Esopo, esser retto da un re, scelse, d'accordo con Samuele, il più grande e più robusto uomo della tribù.

Ignoro se la cosa si passasse a quel modo, quando la repubblica del Montenegro si mutò in principato, e cominciò la dinastia dei Petrovich. Dirò solo che il Vladicach'io conobbi, era ad un tempo il Saule e il Samuele di quei paesi, e univa a' due caratteri sopraddetti alcun'altra qualità che forse mancava al primo re d'Israele, poichè egli era oratore e poeta egregio, e parlava il più puro illirico della costa. Inoltre, siccome nelle sue frequenti escursioni in Europa aveva esperimentato i vantaggi della civiltà moderna, gli era nata in mente la singolare idea di farne partecipi coloro di cui governava l'anima e il corpo.

L'impresa non era delle più facili: ma pure, se dobbiam credere a lui, ci riuscì mettendo in opera certi argomenti ch'io non vo' giudicare. Prima di tutto ei pensò a circondarsi di un senato che lo aiutasse nell'opera. Poi, vedendo i paesi nostri riboccar di giornali e di libri, che governavano l'opinion pubblica, ei comperò una stamperia e la installò nel suo palazzo medesimo. Quivi si fe' giornalista e editor responsabile d'un giornale politico e letterario destinato a spandere pel paese i fiumi dell'eloquenza e i lumi della civilizzazione. Credo che fosse il primo libro stampato in quei paraggi. Il Vladica credeva aver raggiunto il suo scopo, ma non tardò ad avvedersi che mancava una cosa: mancava cioè nei montenegrini il potere e la volontà di approfittarne. Pochissimi di essi sapevano leggere.

Che poteva egli fare il povero Vladica? Trovar maestri che volessero recarsi costà per fondarvi un collegio, costava troppo per le sue finanze. Onde cambiò d'idea. Pregò i principi suoi mecenati, l'imperator delle Russie, l'imperatore d'Austria e il re di Baviera a voler ammettere qualche dozzina di giovani montenegrini ne' lor collegi di Vienna, di Monaco, di Pietroburgo. Credo infatti che ne ottenesse alcun che, e forse questi giovani missionarj indigeni avranno portato nellamontagna neragli elementi della letteratura e della filosofiacosacca e tedesca. Per disgrazia il Vladica non campò tanto da raccogliere il frutto dell'opera sua.

Ma non fu questo il solo espediente a cui ricorresse mentre fu in vita. Egli avea riconosciuto la grande utilità dei viaggi: e come non poteva far viaggiare tutto il suo popolo in persona, si limitò a farlo viaggiare in figura. Voglio dire che viaggiò egli stesso per sè e per altri. Ogni anno a Trieste, ogni due anni a Vienna, ogni tre a Pietroburgo. Riuscì per tal modo a far conoscere in quelle tre capitali i pregi e i difetti del suo principato, sul quale correvano e corrono ancora idee così storte. Quanto a lui, convien dire che ne traesse profitto. Egli ritornava sempre più gentile e aggraziato; mercè alle dame di quei paesi che s'erano incaricate di educare il suo cuore a' più nobili affetti.

Io lo conobbi al teatro una sera che madamigella Fitz-James ballò la Gisella. Il principe vescovo andò in visibilio e compose in onor della silfide parigina un grazioso ditirambo ch'io tradussi subito in versi italiani, e pubblicai ne' giornali, ciò che mi valse l'amicizia e la stima dell'illustre poeta. Credo che m'avrebbe decorato d'un ordine, ma non ce n'era alcuno nel principato. Poco male per esso e per me. Io mi ricorderò sempre della sua affabilità, del suo brio, della sua nobile alterezza, e del piacer che provava a parlarmi del suo paese e de' suoi disegni filantropici. — Voglio — ei diceva — che lamontagna neradivenga uno Stato modello.

— Come farete voi, monsignore — diss'io. — Voi siete solo, e non avete a' vostri ordini tutti i mezzi di cui dispongono gli altri sovrani.

— Farò ciò che posso — rispose. — Tirerò al segno colla mia gente, beverò con essi, mi farò un poco simile a loro, per piegarli alla mia volontà, e impadronirmi del loro spirito. Così ho fatto finora, e così son pervenutoad ammansare i più fieri. Se insorgeranno difficoltà troppo gravi, farò un viaggio, e piglierò nuova forza per continuar nell'impresa. —

Devo a questi colloqui col Vladica quel poco ch'io so sulla natura e sui costumi del Montenegro. Noi siamo così uniformi e fatti a stampo in Europa, che c'è molto da guadagnare a conoscere certe razze primitive e selvagge; se non altro per variare i nostri racconti, e uscire dalla consueta monotonia. Noi siamo come le medaglie e le monete, che a forza di passare di mano in mano e di tasca in tasca, hanno perduta l'impronta. Di qui nasce che ci annojamo, e diventiam nojosi ognor più. Un giorno ch'io deplorava questa disgrazia e declamava con maggior fuoco contro la monotonia della vita prosaica, il buon prelato ghignò sotto i baffi piacevolmente e promise di darmi un saggio di quella poesia primitiva e un po' selvaggia di che gli parevo sì vago.

Ed ecco l'origine del racconto arcivero ed arcimontenegrino che ho l'onore di sottomettere alla cortese attenzione dei lettori.

Il Vladica non era punto socialista.

C'era però un'eredità che avrebbe volentieri abolita fra la sua gente. Vo' dire l'eredità del sangue. Mi spiego. Presso alcune tribù slave, ed anche in qualche isola italiana, come la Corsica e la Sardegna, l'antica legge del taglione si considera tuttavia come giusta. Mano per mano, piede per piede, testa per testa. È la giustizia del popolo ebreo. Se non che Mosè sottopose la costumanza a certe regole, e in ogni modo c'era un tribunale,un'assemblea, un sinedrio più o men numeroso che l'applicava.

Presso i Morlacchi, gli Albanesi e altre tribù semibarbare si fa poco conto di questa formalità. Supposto che vi sia tagliata la testa, tocca al vostro fratello, a vostro figlio, a un vostro parente qualunque, l'obbligo di vendicarvi applicando la legge del taglione, e pigliandosi, quando glie ne venga il destro, il capo del vostro avversario. Così si risparmia la spesa del processo e la custodia del prigioniero.

Capirete che il Vladica dopo aver percorsa l'Europa civilizzata non poteva più tollerare questo stato di cose. Egli si adoperò dunque a tutt'uomo per sopprimere una giustizia sì spicciativa, e porre un po' di norma ne' giudizj e nelle pene. Non so quanto vi sia riuscito; poichè certi pregiudizj e certe tradizioni secolari sono difficili a sradicare, non solamente sullamontagna nera, ma nelle pianure più fertili e più fiorenti del mondo.

Che ne sappiamo noi, popoli civili e morali, dell'effetto che può produrre sugli animi la vista di unacamicia insanguinata, sospesa come una reliquia nella nostra sala, nella nostra camera, nel luogo più intimo della casa? Quella camicia tinta del sangue di nostro padre, di un nostro fratello, di un figlio, esposta dì e notte dinanzi a' nostri occhi, come avviene fra quelle tribù primitive, avrebbe la virtù di scuotere e d'irritare le indoli più miti e i caratteri più temperati del nostro secolo e del nostro paese medesimo.

Il Vladica volse dunque il pensiero a raccogliere quei sanguinosi trofei, e ne fece unauto-da-fé, più cristiano e più meritorio degli altri. Fu uncolpo di Stato, al quale si può accordare una pienissima approvazione.

Non vo' dire con questo che l'atto del Vladica fosse approvato da tutti. Si gridò, come sempre, alla novità,al sacrilegio, alla violazione deidiritti acquisitie dei costumi degli avi. Tolta la camicia, non fu tolta la cosa. Il giuramento fu osservato e posto ad esecuzione come per lo innanzi: ma il primo passo era fatto, e la superstizione avea perduto il suo idolo.

In una capanna posta sull'estrema frontiera del Montenegro, non lungi da Cattaro, le guardie incaricate di raccogliere le camicie insanguinate, ebbero molto da fare prima di strapparne una dalle mani di due povere donne. Esse la riguardavano come una santa reliquia, come un talismano prezioso.

— È di mio marito — diceva la vecchia.

— È di mio padre — soggiungeva la più giovane singhiozzando.

— Me l'hanno ucciso al di là della frontiera, e gli hanno tagliata la testa.

— È la nostra sola eredità, e guai a quello che la toccherà, prima che l'omicidio sia vendicato, e il colpevole abbia pagato colla sua testa quella del padre mio. —

Era una scena tragica. I due militi esitavano dinanzi al dolore di quelle due sventurate, prive d'ogni sostegno, e inasprite dalla miseria.

— Voi non potreste vendicare il vostr'uomo, — dicevano. — Lasciate questa cura alla giustizia. Ci sono giudici e tribunali al di là del confine. Il Vladica si farà sentire, e il reo pagherà le pene del suo delitto.

— No: — gridava la vedova. — Non è già al di là dal confine ch'ei deve pagarmi la testa di mio marito. Qui, qui, ci faremo giustizia noi stesse.

— Come? Voi non avete parenti, voi siete due povere donne!

— Non mancheremo per questo d'un vendicatore — soggiunse la vecchia implacabile. — Io non daròla mano della mia Yella se non a quello che mi porterà il capo di Stenovich.

— Io non ho fratelli di sangue, — disse la giovane — ma ho un fratel d'amore che compirà tal dovere. Ei me l'ha promesso. Portate pur via la camicia, non per questo mio padre resterà senza vendetta. —

La madre fece un nuovo sforzo per impedir la confisca del suo retaggio: si appellò alla religione dei due esecutori. — Voi siete Montenegrini, — diss'ella — voi sapete che cosa voglia dire una testa recisa a tradimento, e data in pascolo ai corvi. Che fareste voi, se vi trovaste nel mio caso? —

I due militi non sapevano che rispondere a siffatta interpellanza. Essi avevano comune la patria con quelle infelici. Ma gli ordini erano precisi e assoluti, e li eseguirono ad ogni costo.

Solamente il più giovane dei due s'avvicinò alla ragazza, e le disse. — Se il tuo fratel d'amore mancasse alla sua promessa, ricorri a me. Io mi chiamo Gregorio. Domanda di me a Cettigne, ed io vendicherò tuo padre. Ciò basta. Ora lasciaci eseguire gli ordini del nostro capo. Qua la camicia: voi avete la mia parola! —

Ho dimenticato d'informarmi chi fosse l'infelice montenegrino che si volea vendicare, e qual fosse stata la causa della sua morte: ma Yella era una bella e degna figlia della montagna, dai lunghi capelli d'ebano, dai grandi occhi neri, dalle forme svelte e robuste. Ella portava altieramente il suo berretto rosso, ornamento particolaredella vergine slava, fino al dì delle nozze. L'abbigliamento della montenegrina è ricco e sfarzoso; tutto ricamato a musaico, fin la camicia e le calze. La sua dalmatica, aperta ai due lati, è tessuta a mille colori, e coi più bizzarri arabeschi. Leopancheintrecciate di sottili liste di cuojo, somigliano ai sandali antichi; e cinti e collane, e un arsenale intero di ninnoli di stagno e d'argento la cuoprono quasi tutta. Il suo berretto rosso è guernito di zecchini d'oro, infilzati e applicati all'intorno. Il patrimonio della ragazza si trova così esposto agli occhi di tutti, e ognuno sa la donna e la dote che sposa.

Yella aveva le vesti assai belle ed ornate, ma gli zecchini del suo berretto non erano molti. Suo padre non aveva avuto il tempo necessario per compiere la sua corona; quindi gli sposi non si facevano innanzi, e la giovanetta correva risico di conservare il suo berretto rosso più a lungo che non avrebbe desiderato.

Non crediate però che non ispirasse qualche simpatia nel paese. Ella aveva un fratello d'anima, unpobratimo, come lo chiamano in lingua slava. Noi civilizzati non sappiamo punto che specie di parentela sia questa. Non abbiamo nèpobratimi, nèposestrime, cioè a dire sorelle d'anima, sorelle adottive.

Questo che accenno è un costume ancora vigente fra' dalmati, fra i morlacchi, fra i serbi. Due giovanotti, due fanciulle, e spesso ancora un giovane ed una giovane contraggono questa specie d'unione fraterna che il prete benedice all'altare, e consacra dinanzi a Dio, come un vero matrimonio dell'anima. È un patto d'affetto e di difesa reciproca in caso di pericolo e di bisogno. L'amore non ha che fare in codesti legami. È raro che unpobratimorichiegga d'amore la suaposestrima: sarebbe una fellonia, un sacrilegio, un abuso di confidenza indegno di perdono e di scusa. Il fratello siconsacra alla sorella per la vita e per la morte, la protegge, la difende contro le male lingue, contro i pericoli che potrebbero minacciarla. Le porterà, se fia d'uopo, la testa di quello che le ha fatto oltraggio, e dividerà con essa l'ultimo pane. La sorella alcuna volta rinuncia ad ogni altro affetto, e si consacra per tutta la vita al suo fratello d'amore.

C'è in codesto matrimonio delle anime un profumo di poesia primitiva che si crederebbe perduto, se le tribù dell'Illirio non ce ne conservassero qualche esempio.

Yella, dopo la morte del padre, avea scelto il suopobratimo. Fra parecchi giovani della parrocchia che aspiravano a quest'onore, Vlado l'era sembrato il più degno e il più valoroso. Era troppo giovane ancora, e troppo povero per pensare ad accasarsi; e poi correva fra Yella e lui un grado di parentela, non molto prossimo, ma che sarebbe stato un impedimento canonico in quei paesi ortodossi. Furono dunque fratello e sorella, e la povera orfana potè asciugare le lagrime e affrontar più sicura i pericoli del suo stato.

Ahimè! I bei giorni passarono presto. Vlado non fu degno a lungo della sua confidenza. Il Vladica era molto mortificato di dovermelo confessare. Egli avrebbe voluto citarmi un miglior esempio dei costumi montenegrini, e provarmi col fatto che l'antica fraterna amicizia di Niso e d'Eurialo, d'Oreste e di Pilade, non era spenta nel mondo, e che sussisteva ancora nel Montenegro, anche tra fratello e sorella adottiva.

Io partecipo al dolore del buon prelato e vorrei poter sopprimere questa pagina della mia storia: ma la verità ha i suoi diritti, ed io intendo di rispettarli, per quanto mi costi. Del rimanente: non tutti ipobratimisomigliano a Vlado, e l'eccezione non distrugge la regola.

Vlado dimenticò dunque assai presto che la suaposestrimadoveva essere tanto sacra ed inviolabile per lui, quanto una sorella carnale. Ella era giovane, bella, confidente fin troppo. Il vincolo contratto permetteva loro di vedersi, di parlarsi sovente, e in casa, e fuori in mezzo ai boschi ed ai campi impregnati delle vive fragranze di quelle valli. Questa dolce consuetudine prese a poco a poco un altro carattere. Si amarono non come fratelli, ma come fidanzati, e come sposi prima d'aver consultato e i parenti, e il sacerdote. — Non fu già la bianca colomba — disse il Vladica, — che palesò i loro amori; fu il nero corvo dalle male nuove che ne die' l'annunzio al villaggio. —

Sulle prime non si prestò piena fede alla dicerìa. Yella era sì buona e sì modesta che avrebbero sospettato di tutt'altri che di lei. Ma l'invidia e la gelosia hanno gli occhi aguzzi, e, non che scoprire l'altrui difetto, se lo figurano dove non è. Una ragazza del paese men bella delle altre, e forse anche meno pudica, fu lieta di poter confermare la voce corsa, e denunciò la povera Yella alla indignazione e alla vendetta delle altre. — Udrete un uso crudele che vige ancora fra noi — disse il Vladica. — Io vorrei poterlo abolire, come quello dellacamicia di sangue; ma la cosa è d'un'indole più dilicata, e temo far peggio! —

Parlo di quello che le vergini slave sogliono portare fino al dì delle nozze.

Questo berretto, guernito di monete d'oro, non è per esse un semplice ornamento. È un distintivo d'onore, ad un tempo, e una dote. Chi vuol trovare gli ultimizecchini di San Marco, non ha che a recarsi nel Montenegro, e li vedrà ancora infilzati intorno al collo, o intorno al berretto rosso delle giovani da marito.

La Montenegrina è altera del suo berretto, e lo considera come sacro. Guai a quella che continuasse a portarlo, quando ne ha perduto il diritto! Sarebbe un'usurpazione, un sacrilegio.

Yella era pur troppo in questo caso. Quel berretto le pesava sulla fronte, e avrebbe voluto deporlo, quando i maligni sorrisi delle compagne l'avvertirono, come avvenne alla Margherita del Faust, che il corvo avea fatto sentire il suo grido sinistro, e che il suo fallo non era più un secreto per il paese.

Povera Yella! Ella non osava gittare uno sguardo nel suo avvenire. Amava Vlado: ma una voce secreta le aveva già detto che non era riamata con pari affetto. Dopo quel giorno in cui gli avea dato l'ultima prova dell'amor suo, ella non lo vedeva già più come innanzi. Sulle prime ei cercava una ragione, un pretesto per giustificare l'indugio. Ora non si dava più pensiero di questo: e le settimane e i mesi passavano, e la sventurata sentiva avvicinarsi la fatale epoca in cui le sorde voci che circolavano non si potrebbero più smentire, in cui la sua povera madre avrebbe conosciuto il suo fallo e la sua vergogna.

La vecchia Montenegrina non ne sapeva ancor nulla. Era una donna dei vecchi tempi: carattere duro ed austero, inasprito viepiù dalla solitudine e dai disastri. Amava l'unica sua figlia, come l'orso della montagna il suo parto: ma l'avrebbe piuttosto veduta morire, che macchiarsi di un fallo.

Yella, dal canto suo, avrebbe anch'essa anteposta la morte ad una rivelazione che pure diveniva ogni dì più irreparabile e più vicina. Intanto ella conservava ilsuo berretto virginale, preferendo mentire a se stessa ed al mondo, anzichè portare l'ultimo colpo alla sua povera madre. Così passavano i giorni senza prendere un partito, senza cercare un rimedio, senza rendersi conto dell'indomani. Vlado poteva e doveva riparare il suo fallo: ma debole e irresoluto temporeggiava egli ancora, e aspettava l'acqua alla gola, senza fare un passo per prevenire il pericolo.

Povera Yella! Ella aveva scelto assai male il suo fratello d'anima e il compagno de' giorni suoi. Aveva sperato un protettore, e non avea trovato che un uomo da nulla, incapace di sacrificio.

Il Vladica lo designò nella sua lingua con una parola più energica che non sapremmo tradurre.

Intanto, una nuova umiliazione pendeva sul capo di Yella. Le sue compagne, più di lei vereconde e guardinghe, soffrivano a malincuore ch'ella osasse comparire alla chiesa col distintivo delle fanciulle. Vige ancora nel Montenegro, e presso le tribù slave circonvicine una tradizione antichissima, secondo la quale le vergini di una parrocchia s'arrogano il diritto di strappare il berretto rosso dalla fronte di quella che avesse notoriamente mancato alle leggi della verecondia. Una specie di tribunale si aduna in secreto, e proferisce la sua sentenza. Fatto ciò, le giovani più virtuose del paese aspettano sulla porta della chiesa la povera vittima, e quivi la spogliano a forza dell'ornamento virginale che più non merita. Questa terribile cerimonia era già quasi dimenticata in quei luoghi. Yella non vi aveva posto pensiero, e forse non ne aveva contezza. Ma le disgrazie non vengono mai sole, e la poverina, già abbastanza punita del fallo, era destinata a vederselo rinfacciare pubblicamente in un modo sì atroce.

Era la domenica delle Palme. La chiesa era gremitadi gente. Yella non avea potuto trovare un pretesto per non venirci. Ella ci venne infatti col suo berretto rosso in compagnia della madre, e si pose in un angolo della chiesa, quasi avesse un presentimento della prova che l'attendeva. Ella pregava e piangeva in silenzio, colla faccia nascosta fra le palme, umiliata dinanzi a Dio e dinanzi al mondo più implacabile ancora per certe colpe pur degne più di pietà che di pena.

— Il Salvatore non era lì — disse il Vladica — per dire a quelle disgraziate:Chi di voi non è senza colpa, non getti la pietra alla sorella caduta!— Esse uscirono dalla chiesa, e si adunarono sulla porta in aspettazione della povera Yella. Questa uscì l'ultima cogli occhi bassi e col rosario tra le mani. Fu arrestata, fu presa per le braccia, mentre la più brutta e robusta del crocchio le tolse il berretto dal capo, e gittatolo a terra, lo calpestò con feroce dispetto.

Yella si sentì mancare, e per la prima volta della sua vita cadde priva di sensi. La povera madre impallidì per la collera, volle gittarsi sulla esecutrice della fiera sentenza: ma la trista verità brillò come un lampo sinistro dinanzi alla sua mente, e le tolse il coraggio e le forze. Le spietate fanciulle non perdonarono all'infelice madre i rimbrotti e gli oltraggi. — Voi avreste dovuto averne più cura — le dissero. — Riconducetela a casa: ella ha avuto il trattamento che meritava. —

Yella aprì gli occhi e li volse lentamente d'intorno. Ella cercava alcuno nella folla, ma invano. Vlado non era presente. Forse, se fosse stato testimonio dell'orribile punizione, o l'avrebbe impedita, o si sarebbe presentato come sposo della tradita. — Sarebbe stato il suo dovere — soggiunse il Vladica — e mal per lui so non l'avesse compiuto. Vi hanno vigliaccherie che non si commettono impunemente nelle nostre montagne. Yellaavrebbe trovato un vendicatore nel tempo stesso che avea subìta la sua condanna. Ma Vlado non era lì, e la poverina non osò nominarlo! —

— Noi pure abbiamo una frontiera ad ogni piè sospinto — diceva il Vladica. — Qui la Turchia, là la Servia, costì l'Austria. Una volta c'era San Marco, antico nostro alleato. Abbiamo avuto molti secoli di gloria al tempo de' Veneziani. Il Turco non osava imbizzarrire, perchè sapeva che toccare il Montenegro, era tirarsi addosso le galere della repubblica. I Dalmati erano allora nostri fratelli, correvano gli stessi rischi ed avevano gli stessi privilegi con noi.

Ora le cose sono alquanto mutate. I Dalmati sono ancora fratelli nostri, ma non obbediscono alle stesse leggi e alla stessa politica. Noi siamo ancora fratelli, ma c'è un cordone di doganieri che ci divide e ci rende stranieri gli uni agli altri. —

Ricordino i lettori che queste cose si dicevano un tempo fa, che non prendessero il mio racconto per una pagina di storia contemporanea. Del resto, se le cose restano ancora qua e là nello stato medesimo, non è mia colpa.

La famiglia che doveva ragione a Yella del sangue versato, viveva al di là del confine: al di là di quel cordone doganale che dava tanta noja al buon Vladica. Era una famiglia ricca e potente per quei paesi. Il capo di casa, autore dell'omicidio, se ne viveva tranquillo, e si faceva beffe dellacamicia insanguinatache era stata strappata dal corpo della sua vittima, come pegnoed arra di una prossima rappresaglia. Egli era riuscito ad assopire l'affare, e non aveva avuto molestie col proprio governo. Quanto a' parenti dell'ucciso, non se ne dava pensiero. Egli non pensava a superare il confine, e nel caso che alcuno di essi l'avesse a passare, aveva preso le opportune intelligenze co' doganieri, amici suoi, per averne a tempo l'avviso. D'altronde, le due donne erano sole, e senza parenti assai prossimi che avessero interesse a sposare i loro rancori, almeno finchè la fanciulla non andasse a marito.

Noi sappiamo ora a che ne fosse il matrimonio di Yella. Vlado l'avea promesso, l'avea giurato; ma come aveva tradito il suo giuramento dipobratimo, poteva tradire anche l'altro da cui dipendeva oggimai l'onore e la vita della sua fidanzata.

Quando egli venne a vederla, dopo lo scandalo delberretto rosso, ebbe luogo una scena straziante più facile a immaginare che a descrivere. Yella era ancora ammalata, onde il giovinastro fu accolto dalla madre che l'attendeva in un'attitudine piena di rimprovero e di minaccia. Ella gli narrò ciò ch'era seguìto, e prima ancora di rinfacciargli la sua mala fede, gli domandò dov'egli era quel giorno, e perchè, dopo aver esposta la sua sorella d'anima a tanta vergogna, non si fosse trovato sul luogo per prenderne le difese. Egli solo poteva prenderla fra le braccia, rialzarla da terra, e dichiarare innanzi al popolo ch'essa era la sua fidanzata e la sua sposa.

Vlado ascoltò queste parole in cupo silenzio. Egli ignorava l'accaduto, e l'aspetto di quella povera madre di cui aveva tradita la confidenza, non poteva non destare nell'animo suo, per freddo che fosse, un senso di pietà e di rimorso.

Egli tacque, perchè non poteva rispondere alla domanda che gli era fatta, se non rivelando un'altra viltà.Egli era stato al di là della frontiera, presso alla famiglia dell'uccisore, non per compiere un atto di giustizia, ma per ordirvi una nuova infamia.

Eravi in quella casa un'altra fanciulla, una bionda avvenente ed accorta, che avea saputo attirare nella sua rete il fidanzato di Yella, e farselo amante. Mariska ignorava il delitto di suo padre e i disegni di vendetta che Vlado poteva aver concepito. Ma il padre di lei ne aveva sospetto, e prima di respingere la forza colla forza, s'era provato a scongiurare il pericolo per altra via. Egli accolse il giovane montenegrino con affettata benevolenza, e lo fece sedere alla propria mensa. Era il modo più ovvio di conciliarsi l'animo suo, e di fargli cadere l'armi di mano. — Noi non ammazziamo mai — diceva il Vladica — un uomo che ha diviso il pane ed il sale con noi. —

Vlado si lasciò accalappiare assai facilmente, siccome quegli che non aveva una grande disposizione per le imprese arrischiate, e preferiva amoreggiare colla figliuola, anzichè attentare alla vita del padre.

Incalzato dunque dalla vecchia implacabile, e atterrito dal grido della coscienza, Vlado non seppe rispondere che una menzogna. — Era lontano — rispose — fuor di paese, al di là del confine... Voi sapete bene... se cerco sempre una buona occasione per soddisfare al mio impegno, e meritarmi la mano di vostra figlia. —

Lo sguardo acuto e terribile della vecchia si fissò sopra Vlado per sapere quanto vi era di vero in quest'asserzione. — Or bene — diss'ella — hai tu soddisfatto al tuo impegno? Hai tu meritato di dare il tuo nome alla figlia di Dragonich? Dov'è la testa del suo assassino?

— Non l'ho ancora colto — balbettò Vlado — ma la coglierò, ve lo giuro.

— Tu hai giurato troppe volte, e promesso troppecose, perch'io possa fidarmi alla tua parola. Tu sei un traditore, tu hai abusato della mia fiducia, hai tradito la tuaposestrima, e l'hai abbandonata all'obbrobrio e alla disperazione. Tu non la vedrai, finchè non abbi vendicato davvero il sangue di mio marito, e datomi un pegno della tua fede! —

Vlado si disponeva a partire per evitare nuove domande: quando tutt'ad un tratto Yella, che dalla stanza vicina aveva inteso questo colloquio, si strascinò pallida e quasi morente dinanzi a lui, e gl'impedì di partire. — Madre mia — gridò essa con voce soffocata — voi domandate la morte di un altro, e non vedete che sto per morire io medesima! — La povera fanciulla diceva pur troppo il vero: poichè, proferite appena queste parole, si lasciò cadere ai piedi di Vlado, che non osò raccoglierla tra le sue braccia.

— Ecco l'opera tua — gridò la madre. — Ecco ciò che hai fatto della tua sorella d'anima. Perchè non finisci una volta di ucciderla? Compisci l'opera tua; avrai forse il coraggio di toglierle il resto di vita che le rimane, giacchè non ne avesti abbastanza per vendicarla!

— Voi non mi conoscete — esclamò Vlado irritato da queste parole, e dal tuono sprezzante con cui la vecchia le avea proferite... — Lasciatemi andare. Voi avrete fra poco nuove di me. — E svincolandosi dalle mani di Yella che si era aggrappata alle sue ginocchia, prese la porta, e abbandonò quella casa che non doveva più rivedere.

La madre di Yella riportò sul suo letto la figlia, e si assise dappresso a lei: tutte e due si guardavano in silenzio, senza trovare nè una parola, nè una lagrima, tanto il dolore e la disperazione le avea sopraffatte.

Vlado abitava non lungi dalla frontiera, e bazzicando co' trafficanti che andavano da un paese all'altro pei loro affari, avea perduto la primitiva impronta montenegrina, senza migliorare nè i suoi costumi, nè i suoi sentimenti. Era una natura perplessa, arrendevole alle prime impressioni che riceveva, senza darsi pensiero delle conseguenze che ne verrebbero. Ilcasoera la sua ragione e la sua provvidenza.

Uscendo dalla casa di Yella, irritato dalle parole della suocera, e commosso dallo stato in cui sapeva di aver posto la sua fidanzata, prese il cammino del suo villaggio, entrò nella sua casuccia, si armò delle pistole e delcangiaro, e valicò a gran passi quella specie di landa, irta di cespugli e di roveti che separa il Montenegro dal territorio soggetto all'Austria.

Dove andava costui?

Era chiaro che si dirigeva verso lacasa maladetta: ma difficile a prevedere con quali intenzioni vi andasse. La sua mente era più confusa e più incerta che mai. Abitava quella casa un uomo ch'egli avea giurato di uccidere; e una bella fanciulla che ve loattiravacolle sue pericolose lusinghe. Non era già questa la lotta consueta fra il bene e il male: era una lotta fra due impulsi, fra due ordini d'idee che mettevano da un lato e dall'altro a un'azione colpevole. Poichè se l'omicidio era un delitto, l'abbandono di Yella e i suoi amori coll'altra non erano una virtù.

Ei s'assise sopra un tronco d'albero rovesciato dall'uragano,alla vista di quella casa, a cui lo spingevano due cause così diverse.

Egli era stanco non tanto del lungo cammino, quanto della lotta interna che scuoteva la sua coscienza. Dopo un lungo ruminare ed almanaccare così fra sè, trasse di tasca una picciola moneta di rame già fuor di corso, e ch'egli serbava evidentemente ad altr'uso che a quello di spenderla. Era un quattrinello dei tempi della repubblica, che allora denominavasi unmarcolino, per il leone di San Marco che portava rozzamente impresso da una faccia, mentre dall'altra mostrava l'immagine di Nostra Donna:Marco e Madonna, come sta scritto in fronte a questo capitolo. I monelli, e spesse volte anche gli adulti, se ne servivano per un giuoco che prese il nome da quelle due impronte. Era una variante de' dadi antichi e moderni: uno dei mille modi d'interrogare e tentar la fortuna.

Ma Vlado era solo. Ei guardava con occhio torvo quella moneta; la scuoteva fra le due palme sovrapposte l'una all'altra prima di lanciarla in aria e spiare l'impronta che avrebbe mostrato ricadendo sulla sua palma aperta a riceverla.

Il disgraziato stava per giuocare aMarco e Madonnala vita d'un uomo e l'onor d'una povera giovane che l'amava. Egli non aveva trovato un mezzo migliore per illuminare la sua coscienza. — Se verràMarco— diceva — egli sarà la morte: il leone non perdona. Se sarà la Santa Vergine, allora sarà tutt'altro. Ella non vuol la morte del peccatore: io sposerò Mariska, e tutto sarà finito. Yella non potrà pigliarsela che colla Provvidenza, che avrà deciso della sua sorte. —

Ma parve che la Provvidenza non volesse prestarsi a simile prova. La moneta lanciata in aria cadde a terra e si smarrì in una profonda fenditura del suolo.Vlado avrebbe potuto ricercarla, o rinnovare il giuoco con altra moneta: ma egli era superstizioso, e prese l'accidente per un avviso del Cielo che non volea farsi complice di una simile alternativa.

— Tanto peggio! — sclamò Vlado alzandosi. — Me ne andrò difilato alla casa: la prima persona che incontrerò farà piegar la bilancia. Se sarà il vecchio, l'ucciderò; se sarà la ragazza, l'abbraccerò, e quello che farò sarà fatto. —

Presa questa risoluzione, si mosse, e senza guardare nè a dritta nè a sinistra giunse alla porta. Bussò: Mariska venne ad aprire, e accolse il giovanotto colle solite moine.

— Il Cielo ha parlato — pensò quel tristo. — Questa bella ragazza sarà mia moglie. —

Parecchi giorni eran già passati dacchè Vlado avea lasciato la capanna di Yella. Ognuno può immaginarsi lo stato della povera derelitta. Che era avvenuto di lui? Dove indugiavasi? Perchè non tornava a mantenere la sua parola?

Il modo ond'era partito poteva lasciar luogo ad ogni sorte di congetture. Aveva egli tentato il colpo? Era riuscito nell'attentato, o era caduto egli stesso vittima del suo forte avversario? Era questa l'idea che tormentava la povera giovane, inchiodata pur sempre sul suo lettuccio. Si può ben pensare che la scena che abbiam raccontato non avea contribuito a renderle la salute.

Sua madre non l'abbandonava giammai: ma chepoteva ella dirle per mettere in calma l'anima sua? Essa medesima avea posto quello sciagurato nella terribile alternativa colle sue dure parole e co' suoi rimproveri. Ella tacevasi dunque, ed aspettava in cupo silenzio la volontà del destino.

Ma Yella non durò lungamente in quello stato di perplessità e d'incertezza. Colse il momento che sua madre era assente, e così debole com'era, e non ancor libera dalla febbre, prese la via de' campi. La febbre più che altro la sostenne, e le die' l'energia necessaria a compiere il suo disegno.

Volle domandare alla gente che incontrava per via se sapessero nulla di Vlado: ma non osò proferire quel nome, e tirò diritto senza aprir bocca. Evitando le strade battute, andò, andò, dove il suo destino la sospingeva, senza arrestarsi, senza guardarsi intorno, fino al momento in cui la capanna di Vlado si scoprì innanzi a lei. Ella non v'era stata se non un'altra volta — quel giorno fatale che, presa da una strana vertigine, s'era abbandonata fra le braccia del suofratello d'anima, e avea consentito ad esser la sua sposa dinanzi a Dio.

Ella bussò a quella porta, ma nessuno rispose. I vicini le dissero che Vlado era assente da molti giorni, e che probabilmente non vi sarebbe tornato che dopo celebrate le nozze. — Le nozze? — La povera Yella impallidì a quella risposta. Quali nozze eran queste di cui si parlava? Ella non poteva indovinarlo. — Sarà un pretesto — pensò la disgraziata. — Sarà per certo un rumore ch'egli stesso avrà fatto correre per celare il vero scopo del suo viaggio. Dovrò attenderlo qui, o ritornerò senza costrutto al paese? No: è necessario ch'io lo vegga: è necessario ch'io sappia che accade di lui. Andrò io stessa di là dal confine, dove forse si trattiene aspettando il momento opportuno per soddisfare all'obbligo suo, e mettersi ingrazia di mia madre. Per certo l'accuso a torto: a torto sospetto di lui. Egli non osa tornare senza aver eseguita la condizione che gli fu imposta. Egli non pensa che a me, e corre i più gravi pericoli per cagion mia. —

Ella s'ingannava, la poverina, e si nutriva di nuove illusioni. Se non che quellenozzevenivano pur sempre a turbarla, come una parola di sinistro augurio, come un oscuro presagio di nuovi guai. Ella si rimise in cammino inconscia del dove dirigersi: e non so come, si ritrovò per l'appunto sulla linea di frontiera tra le provincie illiriche e il Montenegro. Ella non aveva mai passato quei limiti, ed esitò lungamente prima d'avventurarsi su quella terra infausta che le parea rosseggiare del sangue paterno.

Al momento di oltrepassar la dogana ella s'imbattè in uno de' suoi compaesani che avea veduto altre volte. Era quel milite venuto tempo fa da parte del principe a confiscare la camicia insanguinata e che, sul punto di congedarsi, le si era profferto in così strana maniera. — Conta su di me — le avea detto — se avrai bisogno d'un amico o d'un fratello. — Il milite ebbe qualche difficoltà a ravvisarla, tanto era mutata per la malattia sofferta, e per le angustie terribili ond'era oppressa. Ma appena riconosciutala, si rammentò la promessa fatta, e s'accostò per sapere ove andasse.

— Questo paese non è sicuro per te — le disse.

— Non importa — rispose Yella. — Io devo passare. Ho un affare pressante di là dal confine.

— Lo so bene — replicò l'altro — lo so bene. Ma tanto e tanto faresti meglio a ritornartene a casa. Segui il consiglio d'un amico.

— Grazie, — diss'ella — grazie de' vostri buoni consigli. Ma io devo sapere ad ogni costo dov'è il mio promesso.

— Il tuo promesso, ragazza mia? —

Ella chinò la testa, ed arrossì fino agli occhi.

— Il tuo promesso è un traditore — riprese il milite. — Cattivo fratello, e pessimo compagno per te. Indietro, indietro, non cercar di vederlo: e caccialo dal tuo pensiero, se puoi.

— Egli è morto! — mormorò Yella. — Egli è morto nella intrapresa che s'è addossato. L'assassino di mio padre ha trionfato un'altra volta di noi. Ditelo chiaro. La sua morte sarà la mia morte, ma pure mi sarà meno amara di un tradimento da parte sua. —

— Povera donna — disse il rozzo e buon montanaro. — Mi è duro dovertelo dire: ma il male non ha rimedio, e nulla gioverebbe nasconderlo. Già presto o tardi dovresti saperlo. Su via! ragazza: coraggio, sorella mia. È d'uopo prendere il tuo partito. Vlado si è seduto alla mensa dell'assassino, ha diviso il pane e il sale con lui, e invece di vendicare il sangue di tuo padre e riscattare l'onore della tua famiglia, egli ti sacrificò da vigliacco, accettando la mano d'una sua figlia.

— Voi mentite...: È impossibile! — gridò Yella.

— Io non mento punto, ragazza. Io ti dico la verità per quanto mi sia grave doverti affliggere colla trista novella. Tu hai collocato assai male il tuo amore e la tua fiducia. —

Yella, bianca come uncadavarecadde al suolo priva di sensi. Il rozzo cacciatore che le avea dato, senza apparecchiarvela, un annuncio così crudele, la prese nelle sue braccia e cercò di richiamarla alla vita. — No, non è vero, non può essere — diceva la misera rinvenendo. — È un sogno, è un sogno orribile, ma finirà presto. Non è vero che è un sogno? —

Il cacciatore, spaventato dall'impressione che le sue parole avevano prodotto sulla povera donna, nonsapea che rispondere. Egli si tacque, guardandola con un'espressione di pietà affatto nuova per lui.

— Perchè, ingannarmi? — gli diss'ella. — Voi sapete bene che Vlado non può sposare un'altra donna. Sono io la sua sposa dinanzi a Dio. Ogni altro matrimonio è impossibile.

— Va dunque — replicò il cacciatore. — Forse è tempo ancora, perchè tu faccia valere i tuoi diritti. Va a presentarti al curato del paese, e metti impedimento a questo matrimonio. Tutte le pubblicazioni non sono ancor fatte. —

Questa volta, Yella prese la cosa sul serio. — Mostratemi il cammino — diss'ella.

— Segui questo sentiero — rispose il cacciatore. — Tu vedrai presto comparire il villaggio. Domanda di vedere il curato. Domani è domenica. Egli sarà per certo alla parrocchia. Checchè ti avvenga, vieni a raggiungermi. Io non mi muovo di qua, e se posso ajutarti, sai che ti ho dato la mia parola, ed io non mancherò. —

Yella partì come una freccia dall'arco senza pur ringraziarlo della sua offerta. Passò il confine, seguì il sentiero che le era stato indicato, e in capo ad un'ora vide sorgere all'orizzonte il campanile del paesuccio a cui s'avviava.

Il sole era già tramontato; onde, malgrado il vivo suo desiderio, la povera giovane non osò picchiare ad ora sì tarda alla porta del parroco. Chiese ospitalità alla prima casa che vide aperta, e fu accolta amorevolmente senza subire alcuna domanda indiscreta. L'ospitalità è una delle virtù tradizionali dei popoli slavi.

Ella avrebbe voluto informarsi del fatto ed uscire addirittura d'ogni dubbio, ma non osò dire una sola parola. All'indomani, giorno di festa, si recò cogli altri alla chiesa per ascoltare la messa.

Dopo l'evangelio, il curato, rivolto ai fedeli, proclamò per la terza volta il matrimonio di Vlado e di Mariska.

Un grido acuto coprì queste parole.

Tutti si rivolsero al canto della chiesa da cui s'era levato quel grido.

Non è necessario ch'io dica chi l'aveva gittato.

La certezza della sua sventura avea colpito come folgore la povera Yella. Ella non morì sul colpo — ma perdè la luce della ragione!

Il cacciatore che aveva annunciato a Yella la dolorosa notizia, non vedendola ritornare, avea preso la via del villaggio e la stava aspettando fuor della chiesa.

L'onesto Gregorio era ben lungi dall'immaginarsi una sì trista conseguenza. Era un uomo di cuore, come vedremo, ma d'una tempra troppo rozza per poter prevedere gli effetti di una tale rivelazione sull'animo di una donna. Vi lascio dunque pensare come restasse quando la vide uscir dalla chiesa, accompagnata e quasi portata dalla ospitale famiglia che l'aveva ricoverata. Attonito e fremente s'unì senza dir nulla al tristo corteo, e datosi a conoscere al capo di casa, s'incaricò diricondurre pressoalla madre la disgraziata fanciulla. Era il partito migliore, l'unico partito che rimanesse.

Yella si lasciò condur via senza opporre la minima resistenza, e senza pronunciare una sola parola. Gregorio si teneva anch'egli in silenzio, credendo inutili i suoi conforti. Egli vedeva bene che nello stato in cui si trovava,la povera Yella non poteva più mettere ad esecuzione il disegno che le avea suggerito. Ricondusse intanto alla vecchia madre la sua figliuola, raccontò nella miglior maniera che seppe ciò che era avvenuto, e se ne andò pe' fatti suoi.

Ma il rozzo montanaro non era uomo da dimenticare la sua promessa. Ei non aveva parole ma fatti. L'aspetto di quella misera, lo stato deplorabile in che l'aveva lasciata, l'ingiustizia e il tradimento di che era vittima, tutto ciò l'aveva profondamente indignato e commosso. Da quel momento egli considerò la povera abbandonata come fosse sua sorella o sua figlia, e giurò seco stesso, che se non poteva rimediare a tanta disgrazia, almeno avrebbe vendicato l'oltraggio da lei indegnamente sofferto.

Presa ch'egli ebbe una tale risoluzione, la chiuse in se stesso, aspettando il tempo e il luogo di metterla ad effetto. Tuttavia non volle lasciar intentato ogni mezzo legale, e senza ben rendersi conto del suo progetto, s'avviò un'altra volta al villaggio ch'era stato teatro del tristo avvenimento.

Ei si recò difilato dal parroco, e dopo avergli esposto in poche parole la dolorosa storia, dichiarò che il nuovo matrimonio era impossibile e nullo, e ch'egli veniva appunto per mettere l'impedimento.

Il parroco lo ascoltò senza punto sconciarsi. Disgraziatamente non era uomo di molto ingegno. Pusillanime e mal compreso della santità e dei doveri del suo ministero, si contentò di domandare a Gregorio con qual diritto, e in virtù di qual titolo si presentasse per impedire un tal matrimonio. Era egli il fratello, il cugino, un congiunto qualunque della ragazza? — Le cose non si fanno punto a questo modo nella mia parrocchia, — soggiunse il curato. — Vlado è libero: non esiste alcunmatrimonio anteriore contratto dinanzi alla Chiesa: le tre pubblicazioni sono state fatte regolarmente come prescrive la legge civile e canonica. Voi vedete dunque che la vostra opposizione è affatto intempestiva, illegale. I due sposi sono gente per bene e timorata di Dio: sembrano fatti proprio l'uno per l'altro. La ragazza è non solo mia parrocchiana, ma mia figlioccia. Ha una dote assai ragguardevole, e voi v'ingannereste a partito se pretendeste mandare a monte una unione sì bene assortita.

— Ma l'altra, — rispose Gregorio — l'altra disgraziata che è già sua sposa dinanzi a Dio, e che sarà perduta senza rimedio, s'egli manca alla sua promessa, e dà la mano a questa donna?

— Deploro la sua disgrazia — soggiunse il parroco, — deploro la sua disgrazia, ma non so che fare per lei. Alfine è una forastiera che non è nemmeno cattolica, e che non posso considerare come una mia pecorella. Del resto se si tratterà di una qualche indennità, la famiglia è assai ricca, e non vorrà negarle qualche soccorso, se ne ha bisogno. M'incarico io stesso di presentare la sua domanda, e sarò lieto di terminar quest'affare alla buona, senza scandali inutili e senza ricorrere ai tribunali. —

Queste parole fecero sorgere un'altra idea nel cervello del nostro Gregorio. Egli pensò al Commissario, e vedendo che non poteva ottener nulla di buono da questa parte, si dispose a fare una visita a un avvocato di sua conoscenza per consultarlo su questa faccenda.

L'avvocato, com'era facile a prevedersi, s'informò immediatamente se vi fosse nulla di scritto dalla parte di Vlado. Gregorio non ne sapeva nulla, ma non si usa molto scrivere in quei paesi, e Vlado poteva ben essere illetterato del tutto.

— In tal caso — disse l'avvocato — non c'è molto da fare nè da sperare. Il Commissario non suol ammettere facilmente la prova verbale: non giudica che sui documenti scritti e firmati. Vi consiglio a risparmiarvi il disturbo e la spesa.

— Dunque non c'è più giustizia al mondo? — sclamò Gregorio. — Si può dunque tradire e abbandonare impunemente una poverina che s'è fidata sulla parola?Pazziavira!Le cose non passano a questo modo fra noi! —

Egli proferì questa interiezione tradizionale con tale accento, che l'avvocato n'ebbe paura. — Dio vi salvi, avvocato mio — disse Gregorio, ricomponendosi a stento. — Dio vi salvi! Avrete nuove di me! — Così dicendo rimise in testa il suo colpacco e partì maledicendo al tempo e alle parole perdute senza costrutto.

Senza mettere tempo in mezzo se ne andò difilato alla casa della sposa. Chiese del padre di lei, dicendo d'aver a parlargli di cosa importante.

Ei non poteva scegliere un momento migliore. Il futuro suocero stava ancora seduto a mensa col nuovo sposo. Avevano desinato insieme, e fumavano tranquillamente la loro pipa della digestione. La vecchia madre, e la vispa Mariska erano occupate a sparecchiare. Le donne non si mettono a tavola fra gli Slavi di que' paesi, soprattutto quando ci sono ospiti in casa.

Gregorio non era conosciuto, ma secondo il costume del luogo, gli fu recato un bicchiere e una lunga pipa di gelsomino. Egli non volle toccare nè l'uno nè l'altra. Permettetemi — disse — che prima di accettare il bicchiere dell'ospitalità, io vi esponga l'oggetto della mia visita.

— Parla — disse seccamente il capo di casa.

— Io sono Gregorio Marcovich di Cettigne, cacciatoredi professione, e proprietario di parecchi campi e di una casa. Vengo a domandarvi la vostra figliuola in matrimonio.

— Non ho altre figliuole che quella — rispose il padre di Mariska. — Mi spiace che tu venga troppo tardi. Ella è già maritata, ed ecco il suo sposo.

— Maritata? — chiese con tuono di sorpresa Gregorio.

— Le gride sono fatte, e non manca più che la cerimonia.

— Manca dunque qualche cosa — osservò Gregorio. — La cerimonia non si può fare, perchè il vostro genero ha un'altra moglie.

— Un'altra moglie? — domandarono nel medesimo tempo quattro voci meravigliate.

— Sì, un'altra moglie — replicò con voce ferma Gregorio. — Mio cugino Vlado, che vedete qui, ha un'altra moglie al Montenegro. Non so se il matrimonio sia stato celebrato dinanzi al prete, ma so di certo che è sacro ed inviolabile dinanzi a Dio.

— Come si chiama questa moglie? — domandò Mariska con una cert'aria d'incredulità e di malizia.

— Si chiama Yella — disse Gregorio. — Domandalo al tuo promesso, che la conosce meglio di me.

— Con qual diritto t'impicci tu de' fatti miei — saltò su Vlado. — Tu faresti meglio, cugino Gregorio, a levarti di là.

— Non parlo con te — replicò Gregorio. — Vengo a domandare la mano di questa ragazza che mi piace; e siccome son libero d'ogni impegno anteriore, ho qualche speranza d'essere preferito. Ad ogni modo non tocca a te di rispondere. Tocca alla giovane qui presente, e a' suoi genitori.

— Codesto è uno scherzo indecente — disse il padre di Mariska. — Se c'è impedimento legale, dirigetevi alsignor curato. Il sant'uomo vedrà nella sua saggezza che sia da fare. Quanto a me, io mantengo la mia promessa, e non muto parere. Io non so chi sia questa donna di cui mi parli, e se non hai altra cosa a soggiungere, quella è la porta.

— Possibile! — disse Gregorio — levandosi dalla scranna. — Possibile, che tu non conosca codesta donna: ma certamente devi avere conosciuto il padre di lei! Mio cugino Vlado potrà informartene meglio.

— Tu vieni in casa mia per provocarmi — disse il vecchio, alzandosi anch'egli, e gittando fiamme dagli occhi.

Tutti si alzarono, e qualche cosa di serio stava per iscoppiare: ma le due donne s'interposero, e Mariska ch'era la vera padrona di casa, riuscì colle sue moine a calmare la collera del padre e a rimetterlo sulla scranna. — Non veggo la ragione di tanto strepito — disse la civettuola senza cuore e senza carattere. — Ecco un nuovo partito che si presenta. Sia il benvenuto come gli altri. Noi non siamo Montenegrini, ma non per questo abbiamo dimenticato il costume de' nostri antichi. È permesso di disputarsi la mano di una donzella fino al dì delle nozze. Chi non la sa conquistare sui suoi rivali, non è degno di lei. Io accetto dunque questo giovane nel numero di quelli che aspirano alla mia mano, e si vedrà al paragone s'egli n'è degno. In ogni caso egli siederà al convito nuziale, e fino a quel giorno, vada con Dio.

— Grazie, ragazza — disse Gregorio con voce ferma. — A rivederci, cugino. Il destino deciderà. —

Dicendo queste parole, salutò gravemente, ed uscì.

— Bisogna ch'io vi spieghi, mio caro, — mi disse il Vladica — che cosa intendesse la bionda Mariska, quando ammise Gregorio alla prova delparagone.

Fra i popoli slavi che non hanno adottato i vostri costumi, i due avvenimenti più notabili della vita sono le nozze e i funerali. Le une e gli altri si festeggiano con banchetti omerici che durano parecchi giorni, e ai quali prende parte quasi tutto il comune: perchè tutti qual più qual meno, sono congiunti di sangue o d'affinità, quando si tratta di far baldoria.

Passo sotto silenzio le cerimonie funebri che qui non cadono, ma vi dirò in due parole come sono celebrate le nozze. È una usanza assai pittoresca. Voi che dovete conoscere la vostra letteratura classica, vi riscontrerete con piacere qualche traccia della storia di Piritoo fra' Centuari. Il giorno del matrimonio, lo sposo ne' suoi abiti da festa, armato di tutto punto, si presenta alla casa della sua fidanzata. Egli è montato sopra un cavallo bizzarro, e accompagnato da tutto il parentado, e da quanti amici e compagni possa trovare. Questi prendono dalla circostanza il nome diSvati, che significacompare,testimonio,padrino. Gli antichi dicevanoparaninfo.

La sposa dal canto suo è circondata anch'essa dai suoiDiveri; parola slava che ha lo stesso significato. IDiverisono i suoi parenti, fratelli, cugini, ec., corteggio assai numeroso, e non meno solenne. La domanda è fatta, o rinnovata in gran ceremonia dinanzi alla porta della casa. Il padre o il capo della famiglia faqualche opposizione, o in un senso o nell'altro. Ora la giovane è troppo selvaggia, ora è poco laboriosa, or non ancora matura pel matrimonio. Tutti questi ostacoli non ritengono lo sposo, che dichiara volerla sposare malgrado ciò. Allora il capo di casa finge di rassegnarsi, e si ritira: ma il corteggio deiDiverisi avanza e fa mostra di volersi opporre alla sua volta, non già colle parole, ma colla forza aperta. Lo sposo si ritira fra' suoiSvati; si consulta con essi, e ritorna all'assalto. Ne sorge una specie di lotta, un torneo per lo più inoffensivo, a colpi di pistola o di moschetto carichi a polvere. La lotta ha la fine che è facile a prevedere. Lo sposo riman padrone del campo, si piglia la fanciulla, rimonta a cavallo con essa, e si slancia a tutta corsa per la campagna.SvatieDiverifanno la pace e batton le mani, e seggono insieme allo stesso convito. Mi son trovato parecchie volte a simili feste nell'Erzegovina.

— Voi comprendete ora — riprese il Vladica — le parole di Mariska, e indovinate il progetto di Gregorio. Vedrete fra poco se la storditella ebbe a lodarsi del fatto suo.

Il matrimonio era stato rimesso alla seguente domenica. Era una bellissima giornata di giugno. Il cielo era chiaro e sereno: la campagna ubertosa e olezzante di tutte le fragranze estive. Le spiagge e le isole di que' paraggi sono stipate di maggiorana e di mirti, come le isole dell'Arcipelago. Non occorre dirvi che le giovinette greche tessevano di codeste piante la lor corona nuziale alle feste di Afrodite.

Le spose del nostro tempo, benchè cristiane, conservano tuttavia qualche traccia del vecchio culto. Solamente l'abbigliamento è meno semplice e meno elegante. Mariska aveva aggiunto alla tunica tradizionale del suo paese, un mondo di ninnoli e di cianfrusagliecomperate a Trieste nei viaggi che vi aveva fatto. Il suo berretto rosso era lucente di molte filze di monete d'oro. Un gran velo bianco la copriva da capo a piedi. L'avresti detta una Madonna di Loreto, ornata per la sua festa. I suoi lunghi capelli biondi e la sua carnagione delicata, qualità straordinarie fra i Dalmati, le davano un'aria peregrina e cittadinesca che attirava tutti gli sguardi.

Vlado n'era sì affascinato che non fece caso della visita e delle parole sinistre del cugino Gregorio. Egli credevasi aver toccato il cielo col dito. — Avrà voluto farmi paura, — pensava — ma ora vedrà che non gli tornerebbe di trescare con noi. — Quanto a Yella, egli non ci pensava nemmeno. Era divenuta pazza: tanto peggio per lei!

Vlado era un giovanotto aitante e forte della persona. Era codesto il solo pregio che avesse, e a questo non ad altro doveva la mano di Mariska. Procurò quindi di comparirle dinanzi il dì delle nozze nel miglior arnese possibile. Aveva armi lucenti e bellissime alla cintura, e cavalcava un brioso cavallo che caracollava e sbuffava a meraviglia. Vestiva il costume dalmatico che par fatto a posta per mettere in evidenza la forza e la leggiadria delle membra: calzoni di panno bianco stretti alla gamba, una specie di giubbetto ocaftan, ornato di mille ghirigori di stagno argentato, uncangiarocol manico cesellato, una carabina ad armacollo, che sapeva maneggiare con molta destrezza. I suoi lunghi capelli neri intrecciati dietro la nuca gli pendevano fino alla sella, e una picciola calotta azzurra, ornata di parecchie penne di pavone, gli copriva appena la sommità della testa. Tale era fino agli ultimi anni la moda dei Montenegrini e dei Dalmati.

Il suo parentado non era molto numeroso, perchèil matrimonio seguiva al di là del confine, dove molti de' suoi parenti non avevano osato seguirlo per loro ragioni particolari. Dieci o dodiciSvatiformavano tutto il corteggio. Mariska aveva una comitiva più numerosa del doppio. Suo padre era il più ricco dei contorni, e aveva parenti ed amici quanti volesse: di che la ragazza menava più vanto che non convenisse.

Lo scoppio delle pistole e de' moschetti si fece udir da lontano. Il corteggio della sposa fece una risposta ancor più clamorosa. Il suo cuore balzava di gioja e d'orgoglio all'avvicinarsi del suo fidanzato: poichè essa lo amava alla sua maniera, in ragione degli ostacoli che avea sormontati per rapirlo alla sua rivale.

Vlado entrò nel cortile col suo magro accompagnamento, dove stavano già disposte le tavole del banchetto. Le accoglienze usuali si scambiavano da una parte e dall'altra quando tutt'ad un tratto si udirono altri colpi echeggiare per l'aria. — Saranno altriSvatiche sopraggiungono — dissero fra loro i pochi compagni di Vlado. — Ma questi sapeva di non poter attendere alcuno fuorchè il cugino Gregorio. — Eh! bene — diss'egli fra sè, colla sua spensieratezza ordinaria. — Se viene da amico, troverà un posto preparato per lui: se viene da rivale, troverà pane per i suoi denti. — Era proprio Gregorio. Aveva indossato anch'egli il suo vestito delle feste: ma di un colore più cupo; e appena entrato nel cortile, si diresse alla volta di Vlado, e gli domandò se volesse servirgli diparaninfo.

— Ciò tocca a te — disse Vlado. — Tu giugni opportuno per accrescere il numero de' mieiSvati: quanto a me, non sono ilparaninfod'alcuno: io sono lo sposo, e guai a quello che si mettesse in capo di intorbidare la festa.

— Che hai tu fatto di Yella? — chiese Gregorio.

— Tu non hai dunque finito di gettarmi in faccia il nome di quella donna? Se ti sta tanto a cuore perchè non la sposi? Io non ti metterò impedimento: puoi star sicuro!

— Tu sei un vigliacco, un falso fratello, un traditore che non merita d'aver alcun rapporto colla nostra famiglia!

— Ah! tu cerchi briga con me? — disse Vlado, — e traendo senz'altro una pistola dalla cintura, l'appuntò al petto di Gregorio. Ma questi, rapido come un lampo, si slanciò sull'assalitore, lo afferrò per la treccia, e rovesciandolo sulla groppa del suo cavallo, gli segò netto il collo col filo del suo cangiaro. Ciò fu eseguito in meno tempo ch'io non lo dico. Tutti gli astanti rimasero immobili e istupiditi. Mariska cadde svenuta nelle braccia della madre. I compagni di Vlado, e una parte del corteggio della sposa si slanciarono sull'uccisore: ma questi era già rimontato a cavallo, ed era scomparso dietro le siepi e i cespugli che facevano ingombro al cammino.

Il Vladica interruppe qui il suo racconto e mi sogguardò con un'aria di tranquilla ironia. — Voi non vi aspettavate un simile scioglimento — diss'egli.

— Confesso, Monsignore, che mi sembra un po' brusco — risposi.

— Eppure è il più ragionevole che si potesse sperare in codesta atmosfera morale, sopraccarica di pregiudizi secolari, e di passioni tremende. Vlado era senza dubbio alcuno il più colpevole di tutti, e pure sarebbe sfuggito al poter della legge. Gregorio si fecegiudice ed esecutore ad un tempo. Non dico che facesse bene e che ne avesse il diritto. La vita dell'uomo non appartiene che a Dio che può dargliela: ma finchè vi saranno popoli, presso i quali la giustizia è lasciata all'arbitrio dell'individuo, bisognerà subirne tutte le conseguenze.

— E che avvenne di Gregorio, Monsignore?

— Il disgraziato Gregorio non potè raggiugnere la frontiera. Il suo cavallo non era nè il più robusto nè il più agile di quelli che lo seguivano. Il padre di Mariska guadagnò presto terreno sopra il fuggiasco, e giunse a tagliargli il passaggio al momento medesimo in cui toccava il confine. I doganieri austriaci erano all'erta, e Gregorio dovette soccombere al numero, malgrado il suo coraggio e il suo ammirabile sangue freddo. Ei non potè negare il suo delitto. Dovette quindi costituirsi prigioniero, e subire l'applicazione delle leggi locali che sono assai severe, e dirò pure, assai giuste.

— Condannato a morte?

— Non precisamente a morte: ma a vent'anni di lavori forzati. Io ho perduto un eccellente soggetto per colpa sua, e per un eccesso di buona volontà mal compresa. Vi ho già detto che s'era prestato, comecchè a malincuore, all'esecuzione degli ordini miei per il sequestro delle camicie insanguinate. Ed eccolo caduto egli stesso nel delitto che aveva contribuito a sopprimere nel principato. È una vera disgrazia! Ma alfine non si possono sradicare in un giorno nè in un mese gli antichi e inveterati pregiudicj di un popolo.Ciò ch'è possibile si fa; ciò che è impossibile si farà!

— Voi avete letto Macchiavello, Monsignore. Non si deve mai disperare dell'avvenire. E perchè non interporreste la vostra grande influenza per abbreviare la pena del vostro suddito?

— L'ho fatto, ed ho qualche speranza di riuscirvi. Vorreste vederlo? Mi propongo appunto di fargli domani una visita a Gradisca, per sincerarmi delle sue intenzioni. Venite con me: voi mi aiuterete nelle mie indagini. —

L'offerta era troppo cortese per non accettarla con gioia. Ci siamo dunque recati nel dì susseguente all'antico castello dei Conti di Gradisca, che fu trasformato in ergastolo. Il direttore aveva senza dubbio ricevuto le sue istruzioni in proposito, poichè ci aprì senza veruna opposizione le porte della prigione. Voi mi dispenserete volentieri dal farvi una descrizione che non avrebbe alcun carattere originale. Tutte le prigioni si rassomigliano. Sono tutte, qual più qual meno, una riproduzione dell'Infernodi Dante, sulla porta del quale, stanno scritte le nere parole:Lasciate ogni speranza!Fosse almeno un purgatorio! Sarebbe più cristiano e più umano!

Ci fecero venire Gregorio. Egli aveva già subìto due anni di reclusione, e l'illustre prelato ebbe qualche difficoltà a riconoscerlo nell'orribile costume di galeotto che portava. Il Montenegrino arrossì alla vista del suo principe e vescovo, e s'inchinò profondamente senza aprir bocca.

— Gregorio, figlio mio — disse il Vladica: — ho voluto farti una visita per mostrarti che non dimentico i miei confratelli nella loro disgrazia, e per vedere se potessi far qualche cosa in tuo favore. Tu sei fuori della mia giurisdizione, e non posso nulla per me medesimo. Ma Sua Maestà l'imperatore ha qualche bontà per me, e sarà forse disposto ad ascoltare le mie preghiere.

— Vorrei che poteste ottenermi una grazia, mio principe!

— Qual grazia — chiese Monsignore.

— La grazia di essere fucilato al mio paese, piuttosto che vivere nella condizione in cui mi vedete. — Egli disse queste parole senz'enfasi e con l'aria più tranquillae più sincera del mondo. Ciò s'intende assai facilmente. Il Montenegrino non è gran fatto dissimile dal Beduino: vive essenzialmente d'aria, di luce, di libertà. Egli non ama il lavoro nè anche a casa sua, e per proprio profitto. Si può pensare come gli sia insopportabile il lavoro forzato, improduttivo, eseguito a ore determinate, co' ceppi ai piedi, in luogo angusto e in compagnia della peggior feccia che esista. La morte doveva parergli men dura, sopra tutto dopo aver salutato la sua patria, e aver respirato, a pien polmone, l'aria viva e frizzante della sua cara montagna.

— Vorrei ben ottenerti la grazia che chiedi — rispose il Vladica — non già per farti fucilare a casa tua, ma per offerirti una miglior occasione di espiar la tua colpa. Si domanda perciò che tu mostri di pentirti del fatto, e prometta di non più cadere nel peccato d'omicidio volontario....

— Sempre la stessa canzone — disse Gregorio con un movimento di amaro dispetto che la presenza del Vladica non potè raffrenare. — Io ho fatto male forse, secondo il codice austriaco: ma dinanzi a Dio, Monsignore, non credo aver commesso un delitto sì grave. Vlado avea bene meritato la morte. Or come posso io pentirmi di avergli fatto buona e pronta giustizia?

— Voi lo vedete — mi disse il Vladica in lingua francese, per non esser capito dal suo interlocutore. — L'abitudine è una seconda natura. Bisogna dare il tempo alla coscienza di rifare se stessa! — Poi rivolgendosi a Gregorio: — Tu hai torto, fratello — gli disse. — Tocca a Dio a giudicare. Tu hai voluto punire il tuo simile, ed eccoti punito per averlo fatto senz'ordine della legge. Non giudicate se non volete esser giudicato, dice il Signore. — Tu dunque hai fatto il male, e quindi è giusto che te ne penta. —

Gregorio chinò la testa e tacque.

Il Vladica gli dette la sua benedizione e promise d'interessarsi per lui. — Io vado a Vienna; — gli disse — ne parlerò all'Imperatore, e gli domanderò che ti rimetta nelle mie mani. Intanto armati di pazienza, e domanda perdono a Dio del sangue versato. —

Il Vladica era divenuto un vero vescovo pronunciando queste parole. Egli lasciò il prigioniero sotto l'impressione favorevole che aveva prodotto, e uscì con noi da quel tristo albergo del delitto e della disperazione.


Back to IndexNext