LA GIARDINIERA DELLE MALE ERBE.
Chi di voi, cari amici, non è stato testimonio d'alcuno di quegli atti di spensierata crudeltà onde i fanciulli sogliono aggravar la disgrazia di un loro compagno maltrattato dalla sorte o dalla natura?
Non sono molti anni mi accadde di trovarmi presente ad una di queste scene. Un povero nanino contraffatto della persona, mentre passava per la via frettoloso, s'imbattè in uno stormo di scolarucci che, come uccelli fuggiti di gabbia, scorrazzavano per la via. Urtato non so se a caso o per beffa da alcuno di quegli storditi, si lasciò cadere di mano un boccettino ch'era ito a cercare alla farmacia. Il dolore e la collera che ne provò si manifestarono con modi così grotteschi, che i monelli, anzichè prenderne compassione, cominciarono a riderne e a motteggiarlo. Non era la prima volta che si divertivano alle sue spalle, poichè alcuno di que' tristarelli lo interpellò come una vecchia sua conoscenza. — Che hai, Squasimo'? — disse questi, storpiando per ischerno il nome del gobbino, che, come seppi, era Cosimo. — Gran disgrazia per guaire sì alto! O che c'era nell'orcio? — Nulla, nulla: — soggiunse un altro — t'aiuteremo a raccogliere i cocci: — e così dicendo, l'urtava e gittava a terra.
— La mia medicina! — strillava il misero — la mia medicina!
— Ci vuole altro che una medicina per raddrizzarti le reni! — E qui uno scroscio di risa generali, quasi a nessuno potesse venire in mente il vero motivo di quella disperazione.
— Consolati, Cosimodo! Tanto e tanto morresti gobbo. —
Il povero tribolatello, avvezzo senza dubbio a quegli scherni, guardava immobile, trasognato la boccia infranta senza badare alle beffe crescenti di quegli sgarbati. Ma tutt'ad un tratto perdè la pazienza, e mutando attitudine ed espressione: — Bene! — esclamò: — l'avete rotta: affè di Dio, la pagherete. Fuori tutti i quattrini che avete in tasca! Voi siete ricchi, voi. Datemi il denaro per prenderne un'altra, e presto; se no, vi mostrerò che le mie mani son sane. —
L'improvviso mutamento e la strana pretesa del nano furono accolti, come è da credere, con nuove risa.
— Piglia, Cosimo. Quanto vuoi? — disse il più mariuolo, e sporgendogli il pugno chiuso come per dargli alcun che, gli assestò un sorgozzone di sotto al mento. Fu il segno di una mischia inuguale fra cinque o sei de' più scapestrati, e il povero Cosimo che, tra per la perdita fatta, tra per l'ingiustizia di quegli oltraggi, era venuto una furia.
Un pittore ch'era con me, dilettante di quelle scene m'aveva trattenuto dall'intervenire a tempo fra que' monelli. Qui però l'istinto la vinse, e mi mossi in aiuto del povero gobbino mal capitato.
Era troppo tardi. Egli aveva già trovato una difesa più pronta e migliore in un'amabile giovanetta che passava di là in quel momento. Rapida come un lampo, si era staccata da una vecchia dama che l'accompagnava, eslanciata fra la mischia. D'un colpo d'occhio il suo cuore aveva giudicato da qual parte stava la ragione, da quale il torto. Prendendo la mano del meschinello, e coprendolo fieramente della sua persona, colla sola attitudine e colla nobile espressione del volto impose silenzio a que' mariuoli, e li volse in fuga. Il mio amico pittore se avesse il dono di percepir l'ideale della bellezza, come ha quello di cogliere la brutta realtà, avrebbe avuto costì l'argomento di un magnifico quadro. Ma egli tirava a far denari e adulava il gusto corrente.
Quella giovanetta poteva avere tutt'al più quindici anni. I capelli biondi, gli occhi azzurri, e più l'espressione morale della fisionomia la faceva somigliante ad un angelo: ad uno di quegli angeli costodi che i pittori toscani immaginarono così divini.
Il povero Cosimo, tutto stupefatto di questo ajuto, dovette prenderla anch'egli per una apparizione celeste, poichè si lasciò cadere in ginocchio, e pallido ancora per le diverse emozioni che aveva provato, la fissava cogli occhi brillanti di lagrime, con un sentimento ineffabile di adorazione e di gratitudine.
La vecchia signora richiamava a sè la fanciulla con aria severa, e volgendosi a' circostanti, pareva volesse scusare l'atto indecoroso a cui s'era lasciata indurre dal suo buon cuore. Ma la giovinetta non badava nè al crocchio che s'era fatto d'intorno a lei, nè ai rimproveri della zia. Fatto alzare il suo protetto, gli asciugava la fronte col suo fazzoletto ricamato, e gli domandava la causa della contesa. Il garzoncello le additò la boccetta infranta, e le spiegò tutto, dicendo che conteneva una medicina per sua madre ammalata, nè aveva più denaro per riparare alla perdita. C'era nella sua voce e nel gesto un dolore sì vero che nessuno, nè anche il mio amico pittore, potè pensare al pretesto. Più di uno pose la mano in tasca,ma anche in questo la giovanetta fu più pronta di noi lasciando in mano al poveretto il suo borsellino.
Intanto la vecchia dama, sempre più malcontenta del contegno della fanciulla a lei confidata, era riuscita ad afferrarla per un braccio e a strascinarsela via borbottando.
— Un'altra delle tue! — le diceva. — Quante volte te l'ho a ripetere! Codeste cose si lasciano fare agli uomini. —
La giovanetta intanto aveva ripreso il suo contegno mansueto, e si scusava arrossendo dell'atto generoso, come altri si scuserebbe di un'azione imprudente e degna di biasimo.
Il suo cuore però le diceva che aveva compiuto un dovere.
Angela, così chiamavasi la giovanetta, era una di quelle nature piene di bontà e di giustizia che farebbero credere alle incarnazioni platoniche degli spiriti puri. Figlia unica, amata fin troppo, come accade, da' suoi genitori, aveva potuto abbandonarsi a tutta la ingenuità del suo istinto. Ma questa libertà, che in altri caratteri suole aprir l'adito a tante cattive abitudini, non avea fatto che svolgere in lei la ricchezza esuberante di un'anima generosa e gentile.
A sett'anni avea perduto la madre. La vecchia dama che abbiam veduto con lei, era una sorella del padre suo, buona donna nel fondo, ma d'un'indole assai diversa dalla nipote, ch'ella avea preso ad istruire in quei doveri e in quei modi che una damigella ricca e ben nata non può impunemente trascurare nella società de' suoi pari.
La giovanetta era docile e attenta, tanto ai consiglipaterni, quanto alle ammonizioni troppo frequenti dell'amorevole zia, tutte le volte che questi consigli e queste ammonizioni non le parevano contraddire agl'invincibili istinti dell'animo suo.
Codesta inclinazione, codesto istinto che era la base del suo carattere, la chiave di tutte le sue azioni, di tutti i suoi sentimenti, la induceva a sposare la parte del debole e dell'oppresso in qualunque ordine d'esseri si trovasse. Il fatto di cui fummo testimoni non era punto nuovo nè straordinario per lei. Non poteva uscire una volta senza farsi l'avvocata e la tutrice di qualche animale maltrattato, di qualche povero respinto con troppa durezza, di qualche creatura insomma men favorita dalla nascita o dalla sorte. Angela era nata suora di carità, elemosiniera universale, raddrizzatrice dei torti di tutti i suoi simili. Era stata una fortuna per lei nascere ricca abbastanza per asciugar qualche lagrima, ed esaudire qualche preghiera. Ma guai se il padre e la zia non mettevano freno a questa tendenza, e non le misuravano il denaro di cui poteva disporre. Ella avrebbe dato fondo in un anno, nonchè alla sua dote, a tutto il patrimonio paterno.
Qui però non v'è nulla che possa fare gran meraviglia. Su dieci giovani abbandonati al loro istinto naturale, nove almeno si mostrano generosi e compassionevoli verso gli altri. Pochi sono i caratteri naturalmente avari e impassibili alle altrui sofferenze: ma bene spesso la loro bontà si direbbe frutto d'orgoglio, e le loro largizioni non hanno altro scopo che di sottrarsi all'aspetto della miseria presente.
Angela operava per un sentimento più puro e profondo. Permettetemi di scendere a qualche particolare che ho potuto osservare e studiare più da vicino.
Nata nell'agiatezza, sana ed aitante della persona,circondata fin da bambina di tutte le cure, di tutto l'affetto, il suo cuore s'era aperto alla felicità, come i suoi occhi alla luce. La vita era per lei sì dolce, sì lieta, sì facile, che ogni suo desiderio, prima quasi che nato, era pago. Ella non conobbe per lungo tempo il dolore, nè fisico, nè morale. Allontanata per cura de' suoi da tutto ciò che potesse dargliene l'impressione e l'idea, ella credeva che tutti i viventi, tutta la natura uscita dalle mani di Dio non potesse essere e non fosse che un concerto di lodi e di benedizioni al Creatore, immensamente giusto, misericordioso e benefico.
La perdita della madre, morta nel dare alla luce un bambino che non potè sopravviverle, fece uscire dal suo sogno beato la giovanetta. Come! Nel momento ch'ella si aspettava di avere un fratello, un altro oggetto dell'amor suo, la poverina s'era veduta innanzi due spoglie inanimate, due tristi trofei della morte! La morte! Ella non aveva ancora saputo che fosse morire! Quali severe lezioni ricevette la poverina ad un tratto! Aveva appreso che tutto non era nel mondo gioja, vita ed amore. Avea veduto soffrire e morire!
Questa dura esperienza non alterò punto l'indole sua, ma diede una nuova piega al suo cuore, e vi fe' nascere un sentimento di pietà che ancora non conosceva.
Più tardi le occasioni di esercitar quest'affetto si fecero più frequenti. Affidata a mani straniere, benchè amorevoli, uscita da quell'atmosfera di luce e d'amore in cui era cresciuta fino allora, venne a conoscere che il mondo è tutt'altro che una terra promessa, che gli uomini sono tutt'altro che fratelli tra loro, che il concerto che si levava d'intorno a lei non era punto un inno di lode e di benedizione all'Eterno.
Non dirò per quali fatti e per quali successive esperienze ella facesse un'altra dolorosa scoperta. Vide, ole parve vedere, che la lotta e la guerra sono da per tutto; che il mondo è diviso in due campi: umili e prepotenti, oppressori ed oppressi, felici e sventurati. Perchè questa sì gran differenza, perchè questo eterno conflitto d'interessi, di desiderij, d'idee? Ella non poteva formulare, nè risolvere quest'ardua questione; ma il suo cuore la sentiva e ne serbò l'impressione la più dolorosa.
Evvi un momento nella vita in cui il cuore s'apre ad una rivelazione interiore; in cui un pensiero si leva nella notte profonda dell'anima, come un sole che illumina il mondo, e le dà l'intelligenza di tutto ciò che prima era passato dinanzi a noi, come i colori dinanzi ad un cieco, e i mille suoni della natura ad un sordo.
Una volta che la bambina ebbe l'intuizione di questa lotta tra i deboli e i forti, tra i felici ed i miseri, guardò e la vide ripetersi ad ogni momento, dovunque volgesse lo sguardo. Chiese un giorno a sua zia perchè distruggesse i bruchi che rodevano le foglie degli alberi; domandò al giardiniere perchè strappasse con tanta ferocia le piante che sorgevano spontanee fra i suoi garofani. Non hanno essi quei bruchi tanto diritto di vivere quanto gli uccelli dell'aria? E che colpa hanno codeste povere piante per esser chiamate male erbe e sterminate dal suolo, dove la mano di Dio le avea seminate?
Questo sentimento, per difetto di una risposta soddisfacente, diveniva a poco a poco un tormento per l'animo della strana fanciulla. E nella sua bizzarria credeva compiere un atto di giustizia prendendo sotto la sua special protezione i bruchi più ispidi, i ragni più mostruosi, i cardi e le ortiche del suo giardino.
Non già ch'ella non sapesse apprezzar la bellezza. I bei fiori, le variopinte farfalle, i bei cavalli che correvano per la via, tutto ciò che vedea di leggiadro, di nobile, di luminoso, la empiva di gioja e d'entusiasmo: maquando vedeva tutti gli omaggi, tutte le ammirazioni piover su questi, e gli altri oggetti fatti segno, senza lor colpa, d'odio e disprezzo, il suo cuore si ribellava contro siffatti giudicj, e diveniva ingiusta verso le cose belle, a forza di pietà per le brutte. Quindi il padre, la zia, e le persone che frequentavano la sua casa, le avevano dato per celia il nome di giardiniera delle male erbe.
— Ogni simile ama il suo simile, — le diceva talora la zia. — Tu devi crescere come un'ortica, e innamorarti di un ragno. —
Ma la nostra amica non si adontava di questi motteggi. Rispondeva alla zia con altri proverbj, la eccitava a non disputare dei gusti, e a rispettare i bruchi per amor delle farfalle. Quanto alle male erbe, voleva persuaderla che, vedute colla lente, erano cento volte più belle delle camelie e dei rododendri che costavano tante cure e tanti quattrini.
Tutto questo vi spiegherà facilmente com'essa accorresse con tanta alacrità in difesa del povero Cosimo. La zia, come potete credere, non mancò di raccontar l'avventura, ed eccoci alle solite celie sulle sue singolari predilezioni. Angela sulle prime non vi badò, poi si mise a difendere quel poveretto con tanto fuoco, che le burle cessarono.
Ma le cose non dovevano finir lì. Un medico amico di casa, che s'era trovato presente alla mischia, recò la novella, pochi dì dopo, che la madre del povero nano era morta. Angela impallidì come si trattasse di una persona cognita e cara. Si accusò di non essere accorsa al letto dell'inferma per assisterla e consolarla. Tutta quella sera fu malinconica: la notte non potè chiudere occhio, finchè non ebbe proposto a se stessa di cercar notizie dell'orfano. — Chi sa — pensava — che la Provvidenza non me l'abbia fatto capitare sott'occhio perchè non manchidi un appoggio e di una difesa. Il dottore — soggiunse — m'ajuterà a rintracciarlo, e poi, se il Signore m'ha destinata ad essere l'istrumento della sua bontà, e' saprà bene condurmelo innanzi! —
Fatto con se stessa questo proponimento, la buona Angela potè prender sonno, e dormì tranquillamente sino a giorno.
Il sole di una bella mattina di giugno la risvegliò. Benchè si fosse addormentata più tardi del solito, e avesse dormito un sonno agitato da mille sogni fantastici, non mancò di fare una visita assai sollecita al suo giardino particolare.
Il giardino del sig. B., senz'essere un vasto parco di quelli che sogliono chiamarsi all'inglese, adunava in breve spazio tutte le delizie che una ricca natura e una fertile immaginazione possono dare. Lo Iapelli[5]vi avea fatto prova del suo buon gusto e della sua splendida fantasia. Un lungo calidario rinserrava le più belle piante de' tropici. Una collina, un laghetto, alcune macchie d'alberi rigogliosi e di varia verdura s'alternavano a vaghi compartimenti seminati di piante vivaci d'ogni maniera. Più lontano si stendeva un verziere ricco di alberi fruttiferi e di squisiti legumi. Tutto questo era sparso con vago disordine, sì che ad ogni svolta dei sentieri puliti, l'occhio si trovava dinanzi una prospettiva tanto più amena quanto meno aspettata.
L'angolo più disadorno di questo gentil paradiso rispondeva alla via vicinale, e metteva nei campi per uncancello di ferro. Una capannuccia di paglia con un tavolino e due scranne d'orno piegate a graziosi arabeschi sorgeva accanto al cancello. Era dapprima un canile dove s'accovacciava incatenato un robusto molosso che avea terminato la sua ringhiosa carriera senza lasciar successori nè eredi. Angela aveva ottenuto dal padre che quella casuccia fosse disposta per lei, e le fosse dato il pezzo di terreno inculto che giaceva d'attorno in assoluta e special proprietà. Voi v'immaginerete che la graziosa giovanetta vi coltivasse i fiori più peregrini, e vi spiegasse quel buon gusto e quella eleganza, che al solo vederla si sarebbero dette a lei famigliari. Nulla di tutto questo. Quello spazio di terreno rimase abbandonato a se stesso, anzi si sarebbe detto che fosse stato ingombro a bello studio delle piante più vulgari e più disprezzate dai botanici e dai giardinieri. Le ortiche, i tarassaci, ed altre consimili piante, che gli orticultori battezzano col nome generico di male erbe, si erano date convegno e vegetavano in quel cantuccio in piena tranquillità. Il giardiniere di casa e gli altri famigli lo chiamavano talora l'orto della signorina, e talora il vivaio delle male erbe. Di che Angela non si reputava punto offesa, anzi finì col designarlo anch'essa ora con uno di quei nomi, ora coll'altro.
Per solito era a questo che riserbava l'ultima visita, ma questa visita era più lunga e più affettuosa delle altre. Indossato un semplice accappatoio, e postosi sulla bionda testa un largo cappello di Firenze, scendeva dalle sue stanze in giardino, che appena l'ortolano cominciava le sue cotidiane faccende. Entrava nella serra, s'inebriava di quelle fragranze meridionali, dimandava il nome e la patria di questa o di quella pianta, ne ammirava le forme e i colori, ma per lo più conchiudeva: — Poverina! quanto saresti più vegeta e più contenta ne' tuoi paesi! —
Il giardiniere scuoteva il capo, quasi offeso da tale esclamazione. Sosteneva che la pianta in istato selvaggio non sarebbe sì bella, e che doveva alle sue cure intelligenti lo splendor de' colori e la ricchezza della corolla. Forse era vero: ma la signorina non pareva sempre disposta a concederlo. Ella aveva un culto particolare per la natura semplice e primitiva. Di più, come ho già accennato, quei fiori rigogliosi e superbi le parevano un'aristocrazia prepotente che usurpava l'aria, la terra, le cure e gli omaggi alle altre produzioni più umili, ma non meno perfette. Quindi, pur ammirando quei morbidi gigli, quelle superbe ipomèe, quelle fantastiche parassite dei tropici, i cui fiori bizzarri somigliano a strani insetti, a peregrine farfalle, vi passava sovente dinanzi con una specie d'indignazione, e credeva compiere un atto di giustizia accordando la sua preferenza all'erbe più modeste e ai fiori più negletti da' dilettanti. Allora si ritirava nella sua capannuccia, e s'intrecciava un mazzolino cogli occhi di bue e colle volgari pratelline, che crescevano a dovizia nel suo vivajo delle male erbe.
Quella mattina era proprio di tale umore. I pensieri e i sogni della notte ve l'avevano predisposta. Ma quale non fu la sua sorpresa quando, cogliendo certi fiorellini di parietaria che coprivano i pilastri del cancello, vide accovacciato al di fuori il povero nano. Gittò un grido di maraviglia, che il miserello reputò di paura, tanto che s'affrettò di chiederle scusa.
Come era egli costì? Era caso o pretesto? Ella non isperava di rivederlo sì tosto, benchè sì vivamente lo desiderasse. Pensò senz'altro che la provvidenza gliel'avesse mandato.
Cosimo però non v'era venuto a caso. Gli era riuscito sapere il nome e l'abitazione della sua protettrice, eavendo una commissione per lei, s'era avvisato di attenderla a quel cancello, non osando picchiare alla porta del suo palazzo.
— Povero Cosimo! — disse Angela. — Ho saputo la tua disgrazia. M'immagino, sai, quanto debba dolertene. Anch'io ho perduto mia madre! —
Il garzoncello, serio e commosso, voleva rispondere e non sapeva. Trasse di sotto alla veste il borsellino di Angela, avvolto diligentemente in un foglio, e glielo porse senza parlare attraverso il cancello.
— Che è ciò? — disse Angela. — Rifiuteresti il mio dono?
— Oh! — rispose il fanciullo — che dice mai! La povera mamma, poco prima di spirare, sapendo la sua carità, vi ha posto dentro una carta molto importante e l'anello che teneva in dito, e mi ordinò di portarglielo, appena fosse passata in vita migliore. Io non ardivo presentarmi al suo palazzo, e da due giorni l'aspetto qui. —
Angela aprì frettolosa il borsellino, lesse un foglio che era una promessa di matrimonio scritta e firmata dieci anni innanzi, e dentro al foglio trovò un cerchiellino d'oro che non esitò punto a mettersi in dito. Quanto alla carta, ignorandone l'importanza, la ripose nel borsellino, aspettando un altro momento a chiarirsene.
— Il suo dono — riprese Cosimo — mi bastò a prestarle gli estremi soccorsi, a farle dire una messa di requie e a collocare una croce sulla sua fossa. Mi resta una moneta che starà sempre sospesa intorno al mio collo in memoria della sua bontà... e della povera madre mia. Addio, madamigella! Iddio le dia tutto il bene che merita. —
E in così dire si allontanò per andarsene.
— Fermati — gridò Angela. — Dove vai ora, povero orfano? —
Il fanciullo s'arrestò perplesso, ma non rispose.
— Tu hai però il babbo, n'è vero? —
Cosimo chinò il capo e negò.
— Un fratello, un parente?
— Nessuno, signora.
— E come vivrai? Chi avrà cura di te? —
Il fanciullo girò gli occhi al cielo quasi dicesse: Dio c'è per tutti. Procurerò di guadagnarmi il pane.
— La mamma mi mandava all'asilo, e vi ho imparato a leggere e a scrivere... ma un mestiere... alfine ce n'è tanti dei mestieri. Farò il cenciajuolo.
— Il cenciajuolo?
— O quello o un altro: tanto ch'io viva... e se non potessi riuscire... laggiù dove sta ora mia madre, c'è luogo anche per me. Perdonate, signora, se vi attristo con queste idee.
— Vuoi tu venire da noi? Abbiamo tanta gente per casa. Uno più, uno meno... dirò al babbo che ti prenda.
— Io non saprò far nulla.
— Sì, sì, ajuterai il giardiniere ad annaffiare le piante. Aspettami, ch'io ritorno. —
Angela, come potete pensarlo, andò difilata dal padre che stava appunto vestendosi, gli raccontò la cosa e ottenne senza fatica la grazia. Senza aggiunger parola, cercò le chiavi del cancello, corse giuliva ad aprirlo, ed introdusse il povero Cosimo che, come trasognato, obbediva macchinalmente alla sua salvatrice.
— Mancava questo coso al vivaio di mia nipote! — disse la zia tra la beffa e la stizza.
Tutti i famigli, massime le serve, fecero eco con una risata all'osservazione della signora, riservandosia lodare la carità della padroncina quando l'occasione fosse venuta di poterlo fare senza dar torto alla dama.
Angela intanto era ita in traccia del giardiniere che armeggiava tra i vasi delle sue serre. Cominciò dal lodargli alcune delle piante più nuove e più peregrine; poi gli fece rimprovero di non averle preparato il solito mazzetto odoroso che accettava da lui. Giacinto si scusò secco secco, colle molte faccende, colla stagione che non andava a suo genio, colla pioggia che tardava a venire, ec., ec. E cominciò tuttavia a raccogliere qualche violetta di Parma, qualche eliotropia, qualche verbena per risponder col fatto al rimprovero della padroncina.
— Ebbene, per ringraziarvi del vostro mazzolino, e per mostrarvi che non sono la vostra nemica, vi ho procurato un allievo, un garzonetto che vi darà una mano nelle cose più facili, vi scriverà correttamente i titoli delle piante, e vi aiuterà ad annaffiarle. Siete contento?
— Come! Un altro giardiniere! Oibò, signorina. Un giardiniere deve esser solo. Noi abbiamo i nostri segreti, e non vogliamo cedere ad altri il frutto delle nostre esperienze.
— Via, via. Questo poveretto non vi ruberà certo il mestiere — soggiunse Angela sorridendo. — È un povero gobbino, un orfanello che ho preso sotto la mia protezione. Riguardatelo come uno di quei fusti quasi secchi per cui raddoppiate le vostre cure. Ve ne sarò grata, e visiterò più spesso le vostre orchidee. Siamo intesi! Or ora ve lo conduco. —
Il giardiniere in sostanza non era malcontento di avere una persona che lo aiutasse nelle faccende che gli andavano crescendo sotto le mani. Ma quando vide quel meschinello pensò che non avrebbe potuto fare gran conto dell'opera sua. Tuttavia la padroncina l'aveva sì rabbonito,che non trovò nulla a ridire, e gli diede subito a ripulir certi arbusti dalle foglie gialle di cui li aveva screziati l'inverno.
La natura avea voluto dare un esempio di giustizia distributiva compensando le forme disgraziate del giovanetto con una intelligenza pronta ed una rara felicità di memoria.
Il dolore avea maturato assai per tempo quel povero fanciullo, tanto che a dieci anni aveva i caratteri d'un adulto. Il suo pallore e l'espressione indefinibile delle sue labbra dicevano già la sua storia e rivelavano l'anima sua. La sua fronte ampia e prominente gli attirava l'attenzione e la benevolenza di tutti quelli che l'osservavano.
Egli menava la sua vita nel giardino e negli stanzoni delle piante. Mostravasi di un'attività e di una docilità a tutte prove col giardiniere, non tanto per cattivarsene l'animo, quanto per corrispondere all'intenzione della sua benefattrice. Chi ha un po' di pratica del giardinaggio, sa che quest'arte non lascia un momento disoccupato. Ma sia che Giacinto non si fidasse della di lui abilità, o non volesse arrischiargli qualche operazione un po' delicata, Cosimo aveva qualche ora di libertà. Prendeva allora in mano i cataloghi e i manuali di botanica e d'orticoltura che Angela gli avea confidato, e in pochi mesi, raffrontando i titoli ai soggetti, s'era impadronito di tutta quella strana e ridicola nomenclatura. Giacinto trasecolava di tanta memoria, e cominciò a guardarlo con gelosia: tanto più ch'egli era uomo di pratica più che di scienza, e spesso gli avveniva di storpiare quei nomi in modo da far ridere fino la sua padroncina.
Guardate ingiustizia della fortuna! Il povero Cosimo che si era fatto perdonare la sua forma sgraziata, trovava ora nei proprj meriti un'altra sorgente di tribolazione.S'egli non avesse saputo leggere o non avesse avuto alcun desiderio d'apprendere, il giardiniere non avrebbe pensato a perseguitarlo: ora invece non lasciava passare occasione per rendergli più amara la vita. I titoli ch'egli scriveva erano mal fatti, perchè erano scritti come voleva il catalogo, non come il giardiniere li pronunciava! E quando Cosimo gli metteva sotto gli occhi il libro per convincerlo del suo errore, il giardiniere tutto ingrognato borbottava: — Novità, novità! Non sanno creare piante nuove e si dilettano di mutare i nomi. Gran sapienti del cavolo! — E quest'ironia cadeva non tanto sugli autori dei libri, quanto sul capo innocente del nostro tribolatello.
Egli non avrebbe però pensato a richiamarsene. Era già avvezzo a rassegnarsi a strapazzi più forti. Ma un giorno Angela si trovò presente ad uno di questi litigi, e non si potè astenere da prender le parti del suo protetto. Il giardiniere si ostinò nel torto, e nel suo stolto orgoglio chiese la sua licenza, adducendo che già non c'era bisogno di lui, dacchè v'era in casa quel sapientone.
Angela non volle prender la cosa sul serio, ma dichiarò al giardiniere che da quel giorno Cosimo era addetto al suo servigio particolare.
— Egli lascerà le vostre serre, e non si occuperà che del mio compartimento.
— Tanto meglio! — replicò il giardiniere. — Così saprà arricchire il catalogo di nuovi tesori! —
Angela, che non avea tollerato l'insulto fatto a Cosimo, tollerò colla solita sua bontà le sciocche parole dirette a lei stessa. — Appunto, appunto, — soggiunse. — Hai inteso, Cosimo. Vieni meco laggiù. Noi faremo il catalogo delle male erbe, e t'insegnerò a disegnarle e a classificarle! —
Detto, fatto. Cosimo seguì la sua protettrice in quell'angolo remoto del parco ch'essa prediligeva, doveegli, s'era appostato ad attenderla. La bizzarra fanciulla non l'aveva ancora messo a parte della vera cagione che l'avea mossa a quella singolare coltura. Non andò molto però che il suo discepolo indovinò l'istinto della sua protettrice.
— Bada bene, Cosimo, — gli avea detto — non vorrei che tu avessi imparato dal giardiniere l'arte di distruggere le piante meno privilegiate. Queste, figliuolo mio, sono tutte male erbe, secondo lui: anche quell'occhio di Venere, anche quellacallistegia, anche quel graziosolupino, tutte male erbe! E ciò perchè crescono spontanee e senza coltura, perchè nascono in ogni luogo, e s'arrampicano su tutte le vecchie muraglie!Male erbe!Quanto a me, vedi, ho un gusto affatto diverso, e trovo che quel fioretto di malva, quellaparietaria, quellicopodiosono mille volte più belli de' suoi tulipani e delle sue maravigliosegloxinie! E poi ti dirò: tu m'intenderai, spero. Che diritto abbiam noi di strappar dalla terra che le vide nascere e le produsse, quelle povere pianticelle? Se si trattasse di sgombrare un terreno incolto per seminarvi il frumento e l'orzo necessari alla vita dell'uomo, non parlerei: ma cacciare in esilio queste creature indigene per cuoprir la terra di ghiaja, o per surrogarvi altre piante di lusso che non hanno spesso altro merito che la rarità, capisci bene che è una vera usurpazione, una specie di tirannia. Gli Spagnuoli e gli Inglesi che sterminarono i primi abitatori dell'America per trapiantarvi i coloni europei, o gli schiavi dell'Africa, partivano dallo stesso principio, e commettevano la medesima iniquità! Tu non puoi comprendere ancora tutto il mio pensiero: ma un giorno m'intenderai meglio. Intanto si va d'accordo nel fatto. Tu devi rispettare tutte le piante che vedi qui. Io le ho ricoverate in quest'angolo, perchè possano vegetare e fiorire tranquille.Tutti dicono ch'è una pazzia: non importa. È una pazzia innocente, n'è vero, Cosimo? Vedo che tu hai più buon senso degli altri! —
Non so quanto il fanciullo avesse compreso di questo grazioso paradosso della sua padrona: ma certo non lo trovò tanto strano nè tanto ridicolo quanto gli altri. Riflettendo, quando fu solo, alle parole della damigella, gli balenò nella mente una singolare analogia, alla quale forse Angela non avea fatto allusione. — Anch'io — pensò Cosimo, — sono unamala erba, ed è forse a questo titolo ch'ella m'ha raccolto presso di sè e mi tratta con tanta bontà! —
Questa riflessione servì a svolgere sempre più il sentimento e l'ingegno del giovanetto. In poco tempo aveva annaffiate e ripulitele ajuole del giardinuccioa lui confidato. Di giorno in giorno vedeva sbocciar qualche negletto fiorellino, che guardato d'appresso giustificava la predilezione della fanciulla. Egli cercò tanto nel suo trattato di botanica finchè pervenne a ordinare la maggior parte di quelle piante inedite pe' giardinieri; e giovandosi dei disegni ch'erano sparsi qua e là nel volume, cominciò a delinearne le foglie ed i fiori. A poco a poco rettificò quei disegni col confronto del vero che aveva sott'occhio, e un bel giorno fece vedere ad Angela il primo saggio dell'opera sua. La giovanetta arrossì di piacere e si applaudì della disposizione che mostrava il suo alunno ad imitare la grazia del vero. Gli diede allora pennelli e colori, ed un album dove potesse scarabocchiare a sua posta.
Cosimo aveva davvero l'istinto, come dicono, del colore, e la percezione rapida e giusta della bellezza. In pochi mesi fece meraviglie, e il giorno natalizio della sua benefattrice le presentò la collezione completa delle piante del suo giardino particolare. Egli l'aveva lavoratoin segreto, e fu una sorpresa non solo per la famiglia, ma per Angela stessa. Tutti fecero le meraviglie, e il padre che era uomo d'ingegno e di gusto squisito non mancò di notare quello che vi era di veramente singolare e pregevole in quegli abbozzi.
C'era infatti di che stupire vedendo come il semplice istinto e l'osservazione del vero potessero aver fatto cotanto. Gli uomini così detti dell'arte, i pittori d'accademia avrebbero certamente trovato molto a ridire, ma il padre di Angela giudicava coi propri occhi e non colle regole della scuola.
Cosimo non si era limitato alle piante ed ai fiori. Aveva imitato anche gli insetti che vedeva sovente d'intorno a quelli. Nell'ultimo foglio dell'album, sotto alcune foglie di parietaria, il giovane pittore s'era divertito a dipingere un ragno de' giardini, e gli era riuscito sì vero che la zia diede in un grido vedendolo, e retrocedè spaventata.
Fu un vero trionfo per Cosimo, che con bel garbo chiese perdono alla dama della paura che le avea fatta.
Tutti risero di cuore dell'accidente, anche la zia quando si fu un poco rimessa dello spavento, non senza insinuare che c'erano tante belle farfalle da dipingere senza sprecare il tempo e i colori a raffigurare un sì brutto e schifoso animale qual era il ragno.
Cosimo si scusò un'altra volta dicendo che quello era il luogo della soscrizione, e che nessuno avrebbe ravvisato in una farfalla il simbolo del suo nome.
Il garbo che traluceva in queste parole e la modesta allusione alla propria deformità, terminò di guadagnare al giovanetto l'animo del padre di Angela, che da quel momento pensò seriamente a coltivare un ingegno che si manifestava con sintomi sì felici.
Il ragno!
Che fatalità inesplicabile pesa su questo povero insetto! Tutti lo fuggono, tutti lo abborrono, tutti lo schiacciano. Al solo suo nome le labbra più gentili e benevole si torcono ad un atto di ribrezzo e di odio. Un ragno! Si direbbe che il Creatore l'abbia maledetto nell'ira sua in compagnia del serpente, ponendo un'eterna ed implacabile inimicizia fra esso e la donna! Eppure il ragno non ha, ch'io sappia, tentato nè la madre Eva, nè alcuna delle sue figlie. La mitologia ha ben raccontato la storia della superba ricamatrice mutata in ragno da Pallade: ma certo l'avversione che ispira generalmente quel povero tessitore, non potrebbe derivare dalla vendetta ingenerosa della gran Dea.
È egli più brutto e più malefico degli altri animali? Il ragno è tutt'altro che brutto, o almeno non tutti i ragni son brutti. Quello de' giardini, per esempio, è distinto di colori vivissimi, e ingrandito colla lente spiega una simmetria di disegni e un'eleganza di tinte che noi raccomanderemmo alle nostre lettrici. Quanto alla sua natura velenosa e malefica, non vi è un fatto, cred'io, che la provi. La stessa tarantola, sul morso della quale si scrissero libri e trattati, è ora dichiarata pressochè inoffensiva. L'opinione comune è dunque affatto gratuita: è un'ingiustizia, una calunnia sociale. Fosse anche brutto, fosse anche venefico veramente, non è certo la bruttezza nè la malignità che lo costituisce come il paria del regno animale.
Sarebbe forse perchè vive d'insidia, perchè tende le sue reti, perchè vi accalappia la preda di che nutre se stesso e la innumerabile sua famiglia?
La ragione onorerebbe il sentimento della mia pietosa interlocutrice, ma non mi sembra calzante. Ogni animale nasce Nemrod nella sua sfera particolare.
Tal quaggiù dell'altrui vita si pasce,Altre a nutrirne condannata l'egraVita mortal che il ciel parco dispensa!
Tal quaggiù dell'altrui vita si pasce,Altre a nutrirne condannata l'egraVita mortal che il ciel parco dispensa!
Nè voi, gentil damigella, sarete punto disposta a difendere la mosca che spesso incappa tra quelle reti insidiose, benchè la mosca sia molto più bella del ragno, e nella scala degli esseri forse più perfetta di lui. Non vi è dunque alcuna buona ragione che giustifichi o scusi l'odio generale che pesa sul ragno, e il bando che si vorrebbe infliggere a questo infelice insetto dal vasto regno della natura.
Angela, voi lo indovinate, non subiva nè anche in questo il giogo della comune opinione. Il ragno era per essa un animale industrioso e paziente, e l'amava anche prima che Vittor Ugo avesse scritto nelle sueContemplazioni:
J'aime l'araignée et l'ortieParce qu'on les hait.
J'aime l'araignée et l'ortieParce qu'on les hait.
Ella si guardava bene dal lacerar la sua tela, che si poteva ammirare in tutta la sua integrità e simmetria in quell'angolo del giardino dove l'ortica medesima aveva ottenuto un asilo. L'ortica poi, giacchè il poeta francese l'ha messa insieme col ragno e la onora dell'amor suo, la nostra eroina la favoriva anch'essa per due ragioni che sfuggirono al poeta de' paradossi: la prima perchè nutre colle sue foglie una delle più belle farfalle che volino per l'aria, lapiccola pavonia, che spiega nelle ali leggiere tutta la magnificenza dell'uccello caro a Giunone: la seconda, perchè aveva osservato che l'orticacessa di pungere quando mette fuori i suoi fiorellini e s'appresta a celebrar le sue nozze.
Tutto questo però parlava alla ragione più che all'istinto. L'istinto di Angela è mirabilmente riassunto in quei due versetti. Ella amava le creature di Dio in ragione dell'odio ingiusto onde le vedeva aggravate.
Queste idee sorte naturalmente l'una dall'altra aveano formato il fondo della conversazione che animò i pochi amici raccolti la sera del giorno stesso presso il padre di Angela.
Ella compiva in quel giorno diciassette anni, e la zia, legislatrice suprema negli affari di convenienza, aveva autorizzato quella sera qualche invito speciale per celebrare l'ammissione della nipote alle feste della pubertà. Oggimai Angela sarebbe condotta ai balli, ai teatri, ai passeggi dove si legano le relazioni sociali, e si ordiscono quelle tele di ragno che accalappiano non moscherini o farfalle, ma uomini e donne coi loro titoli rispettivi e colle lor doti.
Immaginate un elegante salotto non già microscopico come nei paesi settentrionali, dove si economizza lo spazio per economizzare la materia da riscaldarlo: ma un salotto ampio ed arioso alla veneziana, con un bel fuoco acceso nel camminetto frankliniano incrostato di porcellana, tutto quadri e stampe appese in bell'ordine alle pareti, e qualche pianta fiorita e odorifera sui massicci armadi degli angoli. Non mancava da un canto l'inevitabile Piano di Erhart, ma quella sera, grazie al cielo non venne ad imporre un silenzio forzato alla briosa conversazione che occupò la piacevole radunanza.
Dovrei ora descrivere ad una ad una e classificare le dieci o dodici persone che vi ebbero parte, e vi porrei con questo dinanzi agli occhi un bel quadro fiammingo. Ma io non amo i quadri fiamminghi dove si pretende dipingeretutto e tutti. Mi contenterò dunque di esporre che la brigata era composta d'uomini e donne: il signor Lanzoni, che s'intende, vo' dire, il padrone di casa: l'angelo della festa, la zia, il medico che ho accennato altre volte, l'istitutore della fanciulla, ex-abate che non avea ritenuto delle antiche abitudini se non l'abito scuro ed una indomabile inclinazione per le discussioni teologiche: uomo probo del resto e d'animo liberale, che insegnava alla giovanetta la lingua latina e la geometria, per contentare il di lei genio bizzarro.
Le signore erano parenti più o meno lontane della famiglia, tranne la contessa d'Andria che vi era venuta quella sera per presentarvi il contino suo figlio reduce a que' giorni da un lungo viaggio, che dicevasi d'istruzione, nei vari paesi d'Europa. Era un bell'uomo di circa trent'anni, degno rappresentante di quella vegeta e gioconda razza lombarda, che quandoè un po' navigataha pochi rivali nel mondo per l'accordo delle qualità fisiche e delle morali.
Il conte Alberto era statonavigatoun po' troppo. La madre, per sottrarlo al contagio delle idee politiche che reputava troppo compromettenti, e alle conseguenze di qualche scappatella di gioventù, l'avea mandato a viaggiar la Germania, l'Inghilterra e la Francia. Aveva quindi appreso tre lingue, una farragine di cose e d'idee, senza perdere nè la salute, nè il tempo, nè l'allegria. Tutt'al più avea fatti certi larghi salassi alle rendite avite, specialmente nelle stagioni de' bagni. La madre non avea mancato di fargliene le dovute rimostranze, ma alfine pensava che una buona dote avrebbe rimesso in ordine le partite. Chi sa che quella brava e provvida signora non venisse a tendere la sua rete quella sera medesima! Angela, come ho già detto, era figlia unica e possedeva una fortuna assai ragguardevole, anche per unconte d'Andria che si fosse mezzo rovinato ai giuochi di Spa.
Ho detto che la conversazione s'era lungamente aggirata sui ragni, insetti ed uomini, che tendono le loro reti nel mondo. Cosimo, col suo disegno sempre là presente sulla tavola rotonda, aveva dato, senza saperlo e senza volerlo, un tale indirizzo alle idee. Egli, come potete credere, non assisteva alla conversazione se non nell'emblema che aveva adottato quel giorno, ma non per questo era rimasto estraneo a quanto si disse dagli uni e dagli altri.
Angela avea fatto ammirare la bizzarria del suo spirito ampliando la tesi del suo protetto e istituendo i più graziosi e piccanti confronti fra vari animali e varie piante e certi caratteri e certe fisonomie sociali. Il soggetto non era nuovo, ma le applicazioni erano improntate di una finezza e di una grazia singolare. La buona giovanetta rispondeva con questo indirettamente a quelli che avevano accolto con un sorriso troppo crudele l'analogia del ragno di Cosimo.
— Tu confondi due cose molto diverse — disse la zia. — Voglio concedere che il signor maestro somigli ad un formicone, e il contino Alberto alla rondine viaggiatrice, e tu all'ortica che è più celebre per le sue punte che per la bellezza de' fiori. Il tuo protetto però non somiglia ad un ragno per le sue qualità naturali, ma per la fatalità che lo ha fatto nascere gibboso e deforme. —
L'osservazione era vera, ma poco cortese e poco caritatevole. Ella volle forse dar sulla voce alla nipotina, e mettere un freno a quello spirito un po' troppo franco e disinvolto per una giovane che fa il suo primo ingresso nel mondo. Angela capì la lezione, e un po' mortificata, si pose a squadernare il suo album, senza più prender parte al discorso.
La conversazione prese allora un'altra piega. Il conte Alberto, avendo inteso che si trattava di un povero gobbo che interessava sì vivamente la famiglia per le sue buone qualità d'intelletto e di cuore, si mise a narrar maraviglie di un istituto ortopedico che avea visitato a Parigi, e che dava risultati mirabili.
— Nulla è più impossibile alla scienza — disse il nostro viaggiatore. — Il dottore di casa, e l'abate, che soleva leggere le riviste scientifiche del tempo, appoggiarono entrambi le parole del conte, tanto che il signor Lanzoni lasciò intravedere la sua intenzione di confidare il povero trovatello ad uno di quegliStabilimenti.
Il padre di Angela aveva un cuore che teneva molto di quello della figliuola. Potendo fare il bene, non lo faceva a metà. Fu stabilito che il conte avrebbe esaminato il fanciullo, e ne avrebbe scritto al direttore dell'istituto che avea visitato, per sapere se la qualità del difetto e l'età dell'infermo lasciassero qualche speranza di guarigione.
Angela aveva inteso con visibile emozione il progetto di sottoporre il suo allievo ad una cura ortopedica: ma non avea preso parte al discorso, ignorando affatto l'esistenza e l'efficacia di questo metodo. Ella non avea mai considerata come curabile la strana conformazione di Cosimo, nè vi pensava che per deplorare la crudel bizzarria della sorte che l'avea così condannato ad essere il ludibrio delle altrui beffe o dell'altrui compassione. Ora le sue idee presero naturalmente una nuova piega, e poichè l'arte umana poteva liberare da quello stato infelice il povero infermo, si diede tutta a sollecitarne l'effetto.
La mattina susseguente sorprese Cosimo affaccendato nelle sue consuete occupazioni, e dopo averlo ringraziato con affetto de' suoi disegni, lo informò del progetto che si era intavolato sul conto suo.
Cosimo l'ascoltò come trasognato senza comprender bene di che parlasse. Anch'egli, al pari di lei, avea risguardato sempre la propria deformità come un male senza rimedio, e si era rassegnato a sopportarlo per tutta la vita. Non diremo che non sentisse con qualche amarezza le sconce risa che suonavano intorno a lui, e le celie poco decenti che gli fioccavano addosso, ma vi si era già accostumato per modo che non ne faceva più caso. Cercava di prevenirle e di evitarle quando poteva, rendendosi caro ed utile a tutti colle sue buone parole e coi mille piccoli servigi che procurava di rendere a quanti potesse. E quando pensava che, senza quel difetto, non avrebbe forse mai conosciuta la sua benefattrice, era quasi tentato di ringraziar la natura e la fortuna di averlo concio a quel modo. Ora vedendo la possibilità di riguadagnare il suo posto nel numero degli esseri regolari e ben naturati, restava perplesso, come quegli che si trova dinanzi una prospettiva che non si aspettava nè immaginava vedere. Una folla di idee e di desiderii nuovi gli si affacciavano alla mente e gli agitavano il cuore: ma l'abito del dolore e il suo naturale buon senso lo ritennero dall'abbandonarsi a troppo lusinghiere speranze.
D'altronde gli corse subito al pensiero che, a voler tentare siffatta cura, bisognava lasciar Milano, bisognava abbandonar quella casa e quelle persone così affettuose e così care, quell'angelo che aveva dinanzi agli occhi, e che non osava di riguardare. Non più vederla, non più udir la soave sua voce, ciò gli pareva gran sacrifizio, anche se avessegli a fruttare la felice metamorfosi che gli era promessa.
Queste riflessioni traversarono come lampo l'anima sua, ma non osò palesarle alla sua protettrice per una ragione più facile a immaginare che a dire. Si contentò dunque di crollare il capo in aria d'incredulità, e rispose con mesto sorriso: — Perchè il ragno si lagnerà egli della sua figura, specialmente quando voi ne prendete le difese, come avete fatto jer sera? —
Angela arrossì alla sua volta senza ben sapere il perchè: ma, ricomponendosi tosto, seppe trovare tante buone ragioni, che Cosimo non potè più insistere nella sua negativa, e si mostrò pronto a fare la volontà dei suoi benefattori e padroni.
Il signor Lanzoni non pose tempo in mezzo a procurarsi le notizie più necessarie intorno agli istituti ortopedici di Parigi. Il medico di casa e il conte Alberto d'Andria, prima origine del progetto, l'avevano coadjuvato. Tutti erano lieti di poter ridonare la sua sanità e dirittura delle membra ad un giovanetto che mostravasi così sano dello spirito e così dritto d'ingegno. I più contenti parvero il giardiniere e la zia, pei quali quell'individuo così contraffatto era uno spino negli occhi: all'uno perchè era troppo sapiente, all'altra perchè aveva un'invincibile avversione per gli uomini malfatti, e li abborriva come segnati da Dio.
Angela, dal canto suo, si pose senz'altro a mettere insieme gli abiti e la biancheria necessaria per un sì lungo viaggio, e per un'assenza che poteva durare più mesi e più anni. In quest'occasione si vede più che mai che non lo considerava come un servo, ma, quasi direi come un figlio. Non era ella successa alla madre? non ne aveva ella fatte le veci? non ne aveva adempiuti i doveri? Senza di lei il povero nano avrebbe continuato ad essere lo zimbello de' suoi compagni, forse sarebbe morto di miseria e di crepacuore, certo poi non si sarebbelevato a sì nobili sensi, e non avrebbe aperto l'intelletto e l'animo a quelle idee e a quelle attitudini che gli meritavano la benevolenza di tutti.
Prese dunque le informazioni, e fatti i necessari preparativi, si dispose a partire per Parigi, raccomandato dal padre di Angela e dal conte d'Andria al direttore del primo istituto ortopedico di quella città. La cura che intraprendeva non doveva distorlo dagli studi che avea incominciato. Angela l'aveva fornito a dovizia di disegni, di colori, di trattati di botanica e delle flore più ricche e complete che avesse trovato nella paterna biblioteca e nelle librerie di Milano. A Parigi poi avrebbe visitato ilGiardino delle piante, ove ammirerebbe per la prima volta la splendida vegetazione de' tropici, le collezioni più complete di storia naturale, tanto da farsi un'idea complessiva delle varie produzioni dei due emisferi. Il padre la vedeva fare e sorrideva compiacendosi di quell'affetto quasi materno che mostrava per quell'infelice.
Il momento della partenza raddoppiò l'emozione. Cosimo impallidì e fu sul punto di cadere in deliquio. Nessuno comprese la vera cagione di quel turbamento, nemmeno Angela ch'era presente, nemmeno egli stesso. Era un presentimento di qualche sventura, era il terrore di affrontare nuovi pericoli? Noi non sapremmo ben dirlo. Il cuore umano, anche quello di un povero paria della natura e della società, cela misteri profondi che è malagevole scrutinare. Se fosse stato solo, forse avrebbe prorotto in lagrime, e nello sfogo avrebbe sollevato il suo cuore. In presenza di Angela, del padre di lei, e di una parte della famiglia, avea voluto comprimere la sua emozione, e riuscì a farla più manifesta malgrado suo. Ma il calesse era pronto, e vi montò precipitosamente prima che le forze gli venissero meno del tutto.
Quest'affare di Cosimo avea dato occasione al conte d'Andria di venire più d'una volta in casa Lanzoni, ora per communicare una risposta ricevuta da Parigi, ora per esaminare ilsoggetto, come si dice in istile dell'arte, e riferirne al direttore dell'istituto ortopedico.
Si sarebbe detto a prima vista che il conte prendeva il più vivo interesse per quel disgraziato, ma un occhio più sagace avrebbe di leggieri scoperto, sotto questa singolare benevolenza, un altro fine secreto che non era carità del prossimo. Il conte aveva gittato gli occhi sull'avvenente fanciulla, ne aveva conosciute le simpatie, e parendogli un partito non disprezzabile, avea fatto così su due piedi il suo piano di battaglia. La sua sagace tattica avea sortito l'effetto: egli avea parlato più volte alla giovane, le avea dato prova della bontà dell'animo suo, avea contribuito al benessere del suo protetto, s'era aperto una via ad intertenersi con lei ogni qual volta l'avesse desiderato.
Angela, semplice e buona com'era, non aveva pensato a secondi fini. Fu grata alla cooperazione dell'interessato vicino per ciò che credeva poter esser utile al giovanetto, ma non andò più oltre nè pur col pensiero. Il suo cuore non s'era per anco aperto all'amore. Se il conte l'avesse amata davvero, un pari sentimento sarebbe sorto spontaneamente nell'animo suo: i cuori s'indovinano e si rispondono. Ma ciò non avvenne. Ella prese le premure del conte Alberto come semplici atti di cortesia, e rispose con altrettanti. Il conte d'Andria non aveva l'onore d'essere unamala erbaper provocare sull'istante le sue simpatie. S'era presentato incasa di lei colla franca disinvoltura che suole ispirare un'idea esagerata del proprio merito personale e la memoria dei molti trionfi ottenuti. L'aver veduto il bel mondo di quasi tutta l'Europa non contribuiva per poco a codesto. Ma senza ciò, il conte era grande della persona, d'aspetto avvenente, occhi neri, capelli neri, tinta bruno-vermiglia: un vero modello per rappresentar l'italiano in una galleria etnografico-pittoresca. Angela l'aveva ammirato come si ammira una bella statua, come ammirava i più bei fiori delle serre paterne, ma il suo cuore era restato chiuso ad ogni sentimento più tenero. Egli, dal canto suo, non aveva nessun interesse a concludere. Era avvezzo, in fatto d'amore, a lasciar correre l'acqua alla china. Forse è il partito migliore quando non si tratti di sorprendereex abruptoun assenso, e prendere, come si dice, la piazza d'assalto. D'altronde Angela era ancora sì giovane d'anni e di spirito!
Dopo la partenza di Cosimo, ella s'era trovata sola e derelitta. La casa, il giardino, le parevano vuoti e deserti. Le più belle camelie la trovavano indifferente: il suo recinto particolare si risentiva delle prime brine, e più ancora della lontananza del suo cultore. Il novembre aveva disseccato metà delle piante. Le altre si restringevano in sè stesse per tener fronte alla rigida stagione, e prepararsi al riposo invernale. Ella guardava malinconicamente quell'erbe e quei fiori, divagando col pensiero ad altre idee, ad altri mondi.
Specialmente quando era sola la sera, e agucchiava presso la zia, o squadernava distratta qualche volume, due immagini le stavano innanzi, due immagini ben diverse. Cosimo colla sua faccia pallida e malinconica, il povero Cosimo infermo, contraffatto, schernito da tutti, e il conte Alberto d'Andria in tutta la pompadella sua bellezza virile, forte e robusto della persona, amato o invidiato da tutti. Ci affrettiamo a dirlo per non indurre i nostri lettori a impronti e falsi giudizi. Angela non amava d'amore nè l'uno nè l'altro. Ho già detto che non era ancora sonata per essa quell'ora che cambia e trasforma ad un tratto l'essere d'una donna. Dinanzi all'amore nessun confronto sarebbe stato possibile fra quei due. Il povero Cosimo poteva eccitare la pietà più sincera e più viva, ma non quel sentimento che domina tutta la vita. La bizzarra fantasia della giovane si compiaceva di paragonarli sott'altro aspetto. Angela era uno di quegli spiriti che domandano il perchè d'ogni cosa. Perchè dunque Alberto sì grande e sì bello, e Cosimo così sformato e ridicolo? Se il corpo non è che l'organo dell'anima, perchè quella di Cosimo non era pervenuta a formarsi un corpo più perfetto ed armonico? Questioni insolubili che tormentavano la sua intelligenza, e la facevano divagare sovente nel mondo delle chimere. Ella non s'era già lasciata abbagliare dalle lusinghiere apparenze d'Alberto: il suo giudizio s'era già formato sopra le qualità morali dell'uomo. Giammai, posto nelle condizioni di Cosimo, ei sarebbe giunto a educare se stesso e a sollevarsi ai graziosi concetti dell'arte. Pensava dunque all'ingiustizia della fortuna, a un poter capriccioso, che agli uni prodiga tutto, grazia, ricchezza, avvenenza, vantaggi sociali; agli altri tutto ricusa, e li condanna a servire come d'ombra o di contrasto ai loro fratelli privilegiati.
Era sempre lo stesso tema, sempre la stessa curiosità che le presentava il morale sotto questo punto di vista, e la spingeva a cercare una soluzione soddisfacente: ma i termini del suo confronto, che fino allora erano stati vaghi ed incerti, ora si venivano incarnando in quei due. Il conte d'Andria era per lei l'usurpatore, il tiranno,l'enfant gâtédella natura; Cosimo, il paria, l'oppresso, il ludibrio d'un iniquo destino. Non occorre aggiungere che in questi momenti, e sotto il martello di queste riflessioni, ella sentiva una segreta avversione per il bel cavaliere, e parteggiava per il suo antagonista. Fino i due nomi partecipavano a questa lotta. Alberto d'Andria, uno dei più bei nomi di Lombardia, e Cosimo, che aveva udito la prima volta alterato per beffa crudele, quando i monelli ne facevanoQuasimodo!
— Alberto d'Andria! Eppure io ho veduto o inteso questo nome altre volte, — diceva a se stessa la giovane. — Alberto d'Andria! Certo la zia me ne deve aver detto qualche cosa per il passato, per cui m'è restato nella memoria senza ch'io me ne rammenti nè il come nè il quando! —
E così dicendo cercava pure di richiamarsi alla mente dove avesse letto quel nome, e perchè si unisse sempre nel suo pensiero con quello di Cosimo. Tutto ad un tratto, quasi rischiarata da una subita luce, corre allo stipo dove avea riposto il borsellino che Cosimo le aveva restituito: si ricordò della carta che le era stata affidata, l'aperse e la lesse. Era, come accennammo, una promessa di matrimonio, una promessa formale sottoscritta in tutte lettere:
Alberto d'Andria.
Angela restò come stupida, colla carta spiegata dinanzi agli occhi, e non credeva a se stessa, non sapeva se vedesse il vero, o se fosse qualche strana allucinazione. Alberto d'Andria! Una promessa di matrimonio alla... madre di Cosimo! Questa scoperta le parve così importante, e il mistero che intravedeva, sì tenebroso, che non osò decifrarlo, e non volle nemmeno affrettarsia farne parte agli altri della famiglia. Ripose la carta nel borsellino, e lo rinchiuse nell'angolo più riposto del suo stipetto. Prima che ad altri il cuore le diceva di doverlo comunicare a quello che aveva un maggiore interesse a saperlo. Risolse di scriverne a Cosimo, ma non si affrettò temendo che l'emozione che ne proverebbe non avesse a compromettere la cura che intraprendeva, e sulla quale aveva fondato tanta speranza.
Aspettò dunque consiglio dal tempo, e chiuse in sè medesima il suo segreto.
Il nostro Cosimo fece il suo viaggio fino a Parigi in una di quell'enormi macchine, che, prima dell'invenzione delle ferrovie, servivano al trasporto ordinario d'uomini e cose, e si chiamavano, per eufonia o ironia, diligenze, velociferi, corriere, ec. Da venti a ventiquattro esseri umani venivano insaccati in una vettura da due, da tre, da quattro piani o compartimenti, dal posto privilegiato al più economico, chiamato per la stessa metafora, il paradiso. Uomini e donne, preti e frati con tutte le loro attinenze erano posti alla rinfusa, dove fortuna li balestrava, o piuttosto il conduttore per sue buone ragioni li collocava. O per fortuna o per altra provvidenza che vi lascio immaginare, Cosimo si trovò agli avamposti, assiso comodamente accanto al conduttore del popolato veicolo. E fu bene per lui, giacchè se si fosse trovato nel corpo della carrozza in mezzo a dieci o dodici annoiati, vi so dire che la sua singolare configurazione sarebbe stata il tema delle inevitabili beffe, onde l'uno o l'altro della brigata l'avrebbe fatto segno per passatempo.
Cosa singolare! Egli non aveva mai pensato alla propria infermità se non da quindici giorni, dall'epoca appunto che aveva veduto il conte Alberto, e gli era stata svegliata nell'anima la lusinga di raddrizzarsi le reni. Una disgrazia irreparabile si sopporta senza pensarvi. Si sa che il condannato a morte suol riposare la notte che precede il supplizio: ma se tutto ad un tratto gli fosse fatta sperare la grazia, non chiuderebbe più gli occhi sotto il pungolo delle nuove speranze.
Quanto fu lungo il viaggio, e fu di tre giorni e due notti, non pensò ad altro che alla propria deformità, e per via di contrasto gli sorgeva incessantemente dinanzi la svelta e maestosa figura del conte d'Andria. Quel nome e quell'aspetto non gli parevano nuovi, ma non potè rammentarsi dove e quando ne avesse avuto contezza. Da una o da un'altra ragione che fosse mosso, il gentiluomo si era mostrato verso il povero nano di un'amorevolezza e d'una bontà singolare. A lui doveva i nuovi tratti di beneficenza che riceveva dal signor Lanzoni e da Angela; a lui la speranza di poter trasformarsi come il bruco nella farfalla, ed essere classificato in altra categoria della storia naturale che non fosse quella de' ragni. Eppure egli era ben lontano dal provar per il conte quella tenera gratitudine che avea sempre sentito per la sua protettrice e per il padre di lei. Il sentimento che nutriva per lui, se non era avversione, era almeno sospetto, era un'antipatia misteriosa che non sapeva spiegare, e della quale sentiva vergogna e quasi rimorso.
Avvezzo ad analizzare le proprie impressioni, come sogliono gli animi riflessivi e gli ingegni osservatori com'era il suo, si domandò se codesta contrarietà che provava per quel tipo di bellezza virile, non avesse per avventura il suo fondamento in una inescusabile gelosia, in quella livida invidia che ci fa risguardare soventecome nemici quelli che sono stati dalla natura o dalla sorte privilegiati su tutti gli altri.
Ma Cosimo era troppo umile e troppo nobile per avere quel brutto difetto. Tale qual era, egli amava le belle cose e i begli uomini. Era poeta. La bellezza, l'armonia delle forme, sotto qualunque aspetto si offerisse ai suoi occhi, gli pareva un lampo della divinità, un raggio dell'eterno bello. Aveva udito l'abate Arnaldo, il maestro di Angela, rimproverare al Foscolo d'aver ordinato, in non so quale delle sue opere, i beni della vita per modo che prima veniva la bellezza, poi la ricchezza, per ultimo la virtù. Pensandoci sopra, Cosimo si era pronunciato in favor del poeta. — La ricchezza e la virtù, pensava egli, si possono acquistare per forza d'ingegno e per costanza di volontà, ma la bellezza è un dono gratuito di Dio, è il sigillo onde il Creatore contrassegna i suoi prediletti. — Vero è che allora Cosimo non pensava che ad Angela, la quale alla bellezza veramente angelica, univa la bontà e la ricchezza di cui sapeva fare un uso sì degno. In tutte queste riflessioni che gli venivano sovente al pensiero, ei non aveva mai risguardato a se stesso. Si considerava come semplice spettatore della bellezza altrui, abbastanza fortunato per saperla distinguere ed apprezzare.
Ma ora per la prima volta non poteva pensare al conte Alberto senza confrontarlo con sè: e un tale ravvicinamento lo umiliava, lo mortificava, lo irritava malgrado suo....
Il moto monotono della diligenza che saliva lenta lenta le oblique svolte dell'alpe favoriva questa specie di sonnambulismo nel nostro Cosimo. Il conduttore sonnecchiava abbandonando alle guide sperimentate e ai postiglioni il governo del suo piccolo mondo. Alcuni viandanti erano scesi per superare a piedi una partedell'erta. Cosimo s'era dimenticato nel suo angolo, perduto nelle sue fantasie, passando dalla veglia a quel sonno leggiero e pieno di visioni che ci sorprende alcuna volta in viaggio.
Ebbe un sogno assai strano, che doveva lasciare una traccia profonda nella sua immaginazione. Gli pareva di assistere alla creazione del mondo. Un vecchio venerando, come sogliono rappresentare nelle Bibbie illustrate, il Dio di Mosè, plasmava colle sue dita medesime il primo uomo, il quale di mano in mano che prendeva forma e figura, assumeva un aspetto che gli parea di conoscere. Quando il Signore, compiuta l'opera sua, gli soffiò lo spirito vitale, e quella statua meravigliosa aprì gli occhi e la bocca, Cosimo ravvisò le dignitose e leggiadre sembianze del conte d'Andria. Per naturale associazione d'idee, codesto nuovo Adamo mangiava il suo pomo e peccava. E Cosimo udì una voce gridare al colpevole: «Poichè non obbedisti a' miei comandi e abusasti delle tue facoltà contro gli ordini miei, io ti punirò ne' tuoi discendenti. Quelli che nasceranno da te non porteranno più l'impronta delle mie mani, ma obbediranno al fortuito accozzamento della materia.» Il colpevole restava perplesso al suono di queste parole, ma si riaveva ben tosto; e come per isfidare l'Altissimo, raccolta la creta che era rimasta, si provò a formare colle proprie mani un altro uomo a immagine sua. Ma l'argilla molle e stemperata non rispondea all'idea. La statua non sorgeva dritta e disinvolta come quella ch'era stata plasmata da Dio. La faccia avea bene qualche vestigio della prima creazione, ma il basso era sconcio e contorto in misero modo. Nenaqueinfatti un aborto, quest'essere deforme prendeva anch'esso una faccia non nuova. Il poveretto ravvisava in quel mostro informe se stesso!
Fu preso da tale spavento che si svegliò.
La carrozza era giunta sulla sommità del Cenisio. La brezza del mattino svegliò i viaggiatori ch'erano rimasti al loro posto. Gli altri giungevano trafelati dai sentieri laterali che avevano preso. Il moto, le grida, la magnifica prospettiva che si apriva allo sguardo, tutto ciò venne opportunamente a interrompere le tristi allucinazioni del giovanetto.
Il sole vestiva d'una luce rosea le vette de' monti circostanti. Cosimo salutò quella luce consolatrice, e veduto in un seno della montagna una selvetta di rododendri, ne colse un ramoscello fiorito per offerirlo in dono al suo angelo tutelare. Era tanto preoccupato dei suoi pensieri e delle sue fantasie, che avea dimenticato di trovarsi a tanta distanza da lei, e in procinto di abbandonare l'Italia. Gli cadde di mano quel ramo e risalì tutto accorato in vettura.
Lasciamo per un momento la parola ai nostri due amici. Ci spiace solo non aver ritrovato la prima lettera che Cosimo scrisse, appena giunto a Parigi, rendendo conto delle accoglienze che ricevette all'Istituto ortopedico, e delle buone speranze che il direttore gli aveva date. Queste notizie avevano rallegrata tutta la famiglia Lanzoni, ed Angela s'era assunta l'incarico di rispondere a Cosimo. Ecco la sua lettera tale e quale: