X.

«Milano, 15 settembre 185...»Fratello mio,»Il babbo mi fece leggere la tua bella lettera, e mi lasciò il piacere di risponderti. Siamo tutti in festa perle buone accoglienze che ti furono fatte dal direttore dell'Istituto che mi sembra già di vedere, e che io amo da questo momento per la cura che prende di te. Dio voglia, mio caro Cosimo, che le nostre speranze non abbiano a restare deluse, e che tu possa uscire al più presto da cotesta casa più forte e più diritto della persona. Quanto al cuore e alla mente, ci basta che tu conservi la natural rettitudine che mostri fin qui!»Questa è la risposta ufficiale ch'io ti fo, come segretaria della famiglia, ed anche, vedi onore! del signor conte d'Andria, che continua a prendere il più vivo interesse per la tua guarigione. Sul conto di questo signore avrei anzi a communicarti qualche altra cosa che ti risguarda più da vicino, ma preferisco parlartene a voce più tardi.»Ora bisogna ch'io ti dica un po' delle cose nostre, del nostro giardino, delle nostre povere piante che sono ora immerse in quello stato di sonno e d'inerzia a cui le condanna l'inverno. Hai tu pensato, Cosimo, tu che cerchi sempre il perchè delle cose, hai tu ben pensato a questo periodo della vita vegetativa, e ai vari fenomeni che lo distinguono? Si suol dire che codesta è la stagione morta. Forse è morta per noi, che siamo privi del gradito spettacolo che presenta la natura nella pienezza della sua efflorescenza. Ma per le piante, a mio credere, è tutt'altro che morta. È un riposo apparente e necessario ai grandi misteri della germinazione e della trasformazione degli esseri. Come si può chiamar sonno e letargo quello del germe che dentro al suo duro guscioealle sue molte membrane supera l'abisso che divide la semplice cristallizzazione dalla vita organica, e quello del bruco che nella oscura tomba in cui si è sepolto, fabbrica lentamente le sue ali, e le screzia di sì vivi colori per passare dalla vita di rettile a quella più nobile di farfalla?Tu che sei solito applicare all'uomo tutte le fasi della vita delle piante e degli animali, quale analogia trovi tu fra il sonno degli alberi e il nostro, fra la lunga letargia del verme che si prepara alla seconda sua vita, e le vicissitudini a cui ci condanna l'età? Qual è il nostro inverno, quale la nostra primavera? Perchè la pianta si rinnova e si ringiovanisce ogni anno, e noi non siamo giovani che una volta? Ho un bel domandare al maestro la ragione di queste cose. Egli non fa che rispondermi:misteri, misteri!Il dottore, che non vede altro che materia nel mondo, non ha una risposta più chiara da darmi. Vorrei ben sapere che cosa ne pensi tu. Quante volte non abbiamo noi trovato una spiegazione che gli altri non avevano saputo indicarci! Pensaci su nelle lunghe ore d'ozio e d'immobilità a cui ti condanna la cura intrapresa, e dimmi il tuo pensiero che s'incontrerà probabilmente col mio. Intanto eccoti le notizie che chiedi.»Giacinto ha già ritirato ne' suoi stanzoni tutte le sue piante. È tutto intento ad esaminare il termometro, e a misurar loro il grado di calore che chieggono, a ventilarle, ad annaffiarle, a muoverle di sito perchè abbiano la luce e l'esposizione più conveniente a ciascuna. Povero Giacinto! Io non lo condanno. Egli cerca di render men trista la deportazione e l'esiglio a quelle povere vite avvezze ad espandersi sotto lo splendido cielo de' tropici, tra le folte foreste primitive del Messico, nelle acquidose convalli dell'Orenoco e del Gange. Mi sono proprio riconciliata con lui dacchè penso che quelle povere raminghe non viverebbero senza le sue cure, senza le sue stufe, senza l'aria tiepida che tratto tratto fa penetrare nelle serre più calde. Comprendo ora che egli pure alla sua maniera si presta ad un'opera di carità verso questi esseri innocenti e sfortunati, a questi re dell'Asia in esiglio.S'egli ammalasse, o se lo prendesse un'altra volta l'estro di andarsene, bisognerebbe pure ch'io ripigliassi l'opera sua, e sa il cielo se io saprei conoscere la natura e i bisogni di tutte queste piante così diverse. Rendiamogli dunque giustizia e facciamo pace con lui.»Quanto al nostro giardino, esso è in vero molto mutato, e non presenta il gaio aspetto di prima. Non ha più fiori d'alcuna specie e d'alcun colore. Solo la parietaria, prima di perdere le sue foglie, le colora, come la vite, delle più belle tinte di porpora e d'oro che mai si vedessero in pianta. È l'ultimo addio che dà alla natura, è l'ultima bellezza che sfoggia prima di spandere i suoi granellini e prepararsi con essi una vita novella.»Le altre piante abbandonano le loro foglie inutili che serviranno a preparare un soffice letto e il primo alimento alla giovane generazione. Ma non hanno bisogno nè di stufa, nè d'acqua, nè d'altro aiuto dell'arte. Sopportano la rigidezza del clima, la neve, la bruma, e il gelo stesso senza pericolo. Si direbbe che si stringano l'una contro l'altra, e si scaldino fraternamente a vicenda. Deggio pensarlo, poichè tutto il resto del giardino è coperto di neve come di un funebre drappo; quell'angolo solo è verde, e la neve si è dovuta squagliare per lasciare il respiro alle nostre povere pianticelle. Io credo che ciascheduna a parte non sarebbe bastata a vincere quello strato di ghiaccio: ma tutte insieme, cooperando bravamente, vinsero la neve e si procurarono la vista del cielo. Osservo che le piante indigene solamente, le così dettemale erbe, hanno il coraggio e la forza di lottare contro il rigore della stagione. Quelle piante forestiere a cui demmo un asilo, sono già ite, e non è ben certo se le vedremo ripullulare più tardi. Così è, caro Cosimo. Ogni terra ha il suo germe particolare, e, benchè si presti sovente a nutrire figli non suoi, tuttavia conserva la suapredilezione pei proprii. Ti ricorda di quel rosajo del Bengala, che Giacinto, per farci una burla, aveva innestato al piede di una rosa canina? Il rovo ha fatto la burla a lui. Il nobile straniero seccò, e dal ceppo sorsero due o tre polle selvatiche che daran presto delle belle rosacce semplici, ma gentili più delle sue.»L'altr'ieri recandomi a salutare quel luogo che verdeggiava solo come un'oasi in mezzo al deserto, ho trovato la nostra capanna abitata. Indovina da chi? Te lo do in cento.»Tu non hai certo dimenticato quella povera gatta magra, spelata, tutta piaghe, che hai salvata dalle mani di quei tristanzuoli che la tormentavano, e veniva poi a ruzzarci d'intorno come per gratitudine? Ebbene, mio caro amico, l'altr'ieri, guardando nella capanna, vidi due occhi gialli che splendevano nell'angolo più remoto, e udii un miagolìo che mi fece riconoscere la nostra vecchia cliente. Appena mi vide, mi venne incontro circondata da tre gattini vispi e scherzosi. Dapprima pareva in sospetto; ma poi, come mi ebbe ravvisata, si rabbonì, e mi permise di accarezzare i suoi figliuolini. Essa è ancora lì, e vi si è accasata comodamente. Vado tratto tratto a vederla e le porto qualche vivanda per la sua famigliuola. Lo faccio non tanto per amore di questi nuovi ospiti che cercarono un asilo presso di noi, quanto perchè non vorrei che la necessità la spingesse a dar la caccia a due poveri pettirossi che svolazzano sul tetto della casuccia, e sembrano disposti a collocarvi il loro nido.»Quanto agl'insetti che un tempo popolavano il nostro compartimento, non li veggo più. Certamente hanno cercato un ricovero sotto la terra o nei crepacci della muraglia. Negli angoli interni ci sono più di cento crisalidi che aspettano i primi tepori di primavera perrompere la loro prigione e spiegare il volo. Un istinto secreto deve avvertirle che l'aria è ancor troppo rigida, e che le piante hanno perduto i lor fiori.»Addio, caro Cosimo. Vorrei ora parlarti degli uomini, ma che potrei dirti di nuovo? Noi non abbiamo nè trasformazioni, nè mutamenti sensibili. Si ciarla, si giuoca, si danza, si cerca di prolungare il giorno, e d'ingannar la stagione in mille maniere. Ma tutto questo non ha alcuna influenza sulla natura esteriore. Tutt'al più arriviamo ad illuderci e a crearci nell'appartamento uno stato fittizio, una primavera esotica a forza di studio e di spesa. Con qual frutto? Non oso dirlo. Quanto a me, mi diverto qualche volta a sfidare il freddo e la neve per aver la mia parte d'inverno e sentire più tardi tutta la voluttà della bella stagione....»

«Milano, 15 settembre 185...

»Fratello mio,

»Il babbo mi fece leggere la tua bella lettera, e mi lasciò il piacere di risponderti. Siamo tutti in festa perle buone accoglienze che ti furono fatte dal direttore dell'Istituto che mi sembra già di vedere, e che io amo da questo momento per la cura che prende di te. Dio voglia, mio caro Cosimo, che le nostre speranze non abbiano a restare deluse, e che tu possa uscire al più presto da cotesta casa più forte e più diritto della persona. Quanto al cuore e alla mente, ci basta che tu conservi la natural rettitudine che mostri fin qui!

»Questa è la risposta ufficiale ch'io ti fo, come segretaria della famiglia, ed anche, vedi onore! del signor conte d'Andria, che continua a prendere il più vivo interesse per la tua guarigione. Sul conto di questo signore avrei anzi a communicarti qualche altra cosa che ti risguarda più da vicino, ma preferisco parlartene a voce più tardi.

»Ora bisogna ch'io ti dica un po' delle cose nostre, del nostro giardino, delle nostre povere piante che sono ora immerse in quello stato di sonno e d'inerzia a cui le condanna l'inverno. Hai tu pensato, Cosimo, tu che cerchi sempre il perchè delle cose, hai tu ben pensato a questo periodo della vita vegetativa, e ai vari fenomeni che lo distinguono? Si suol dire che codesta è la stagione morta. Forse è morta per noi, che siamo privi del gradito spettacolo che presenta la natura nella pienezza della sua efflorescenza. Ma per le piante, a mio credere, è tutt'altro che morta. È un riposo apparente e necessario ai grandi misteri della germinazione e della trasformazione degli esseri. Come si può chiamar sonno e letargo quello del germe che dentro al suo duro guscioealle sue molte membrane supera l'abisso che divide la semplice cristallizzazione dalla vita organica, e quello del bruco che nella oscura tomba in cui si è sepolto, fabbrica lentamente le sue ali, e le screzia di sì vivi colori per passare dalla vita di rettile a quella più nobile di farfalla?Tu che sei solito applicare all'uomo tutte le fasi della vita delle piante e degli animali, quale analogia trovi tu fra il sonno degli alberi e il nostro, fra la lunga letargia del verme che si prepara alla seconda sua vita, e le vicissitudini a cui ci condanna l'età? Qual è il nostro inverno, quale la nostra primavera? Perchè la pianta si rinnova e si ringiovanisce ogni anno, e noi non siamo giovani che una volta? Ho un bel domandare al maestro la ragione di queste cose. Egli non fa che rispondermi:misteri, misteri!Il dottore, che non vede altro che materia nel mondo, non ha una risposta più chiara da darmi. Vorrei ben sapere che cosa ne pensi tu. Quante volte non abbiamo noi trovato una spiegazione che gli altri non avevano saputo indicarci! Pensaci su nelle lunghe ore d'ozio e d'immobilità a cui ti condanna la cura intrapresa, e dimmi il tuo pensiero che s'incontrerà probabilmente col mio. Intanto eccoti le notizie che chiedi.

»Giacinto ha già ritirato ne' suoi stanzoni tutte le sue piante. È tutto intento ad esaminare il termometro, e a misurar loro il grado di calore che chieggono, a ventilarle, ad annaffiarle, a muoverle di sito perchè abbiano la luce e l'esposizione più conveniente a ciascuna. Povero Giacinto! Io non lo condanno. Egli cerca di render men trista la deportazione e l'esiglio a quelle povere vite avvezze ad espandersi sotto lo splendido cielo de' tropici, tra le folte foreste primitive del Messico, nelle acquidose convalli dell'Orenoco e del Gange. Mi sono proprio riconciliata con lui dacchè penso che quelle povere raminghe non viverebbero senza le sue cure, senza le sue stufe, senza l'aria tiepida che tratto tratto fa penetrare nelle serre più calde. Comprendo ora che egli pure alla sua maniera si presta ad un'opera di carità verso questi esseri innocenti e sfortunati, a questi re dell'Asia in esiglio.S'egli ammalasse, o se lo prendesse un'altra volta l'estro di andarsene, bisognerebbe pure ch'io ripigliassi l'opera sua, e sa il cielo se io saprei conoscere la natura e i bisogni di tutte queste piante così diverse. Rendiamogli dunque giustizia e facciamo pace con lui.

»Quanto al nostro giardino, esso è in vero molto mutato, e non presenta il gaio aspetto di prima. Non ha più fiori d'alcuna specie e d'alcun colore. Solo la parietaria, prima di perdere le sue foglie, le colora, come la vite, delle più belle tinte di porpora e d'oro che mai si vedessero in pianta. È l'ultimo addio che dà alla natura, è l'ultima bellezza che sfoggia prima di spandere i suoi granellini e prepararsi con essi una vita novella.

»Le altre piante abbandonano le loro foglie inutili che serviranno a preparare un soffice letto e il primo alimento alla giovane generazione. Ma non hanno bisogno nè di stufa, nè d'acqua, nè d'altro aiuto dell'arte. Sopportano la rigidezza del clima, la neve, la bruma, e il gelo stesso senza pericolo. Si direbbe che si stringano l'una contro l'altra, e si scaldino fraternamente a vicenda. Deggio pensarlo, poichè tutto il resto del giardino è coperto di neve come di un funebre drappo; quell'angolo solo è verde, e la neve si è dovuta squagliare per lasciare il respiro alle nostre povere pianticelle. Io credo che ciascheduna a parte non sarebbe bastata a vincere quello strato di ghiaccio: ma tutte insieme, cooperando bravamente, vinsero la neve e si procurarono la vista del cielo. Osservo che le piante indigene solamente, le così dettemale erbe, hanno il coraggio e la forza di lottare contro il rigore della stagione. Quelle piante forestiere a cui demmo un asilo, sono già ite, e non è ben certo se le vedremo ripullulare più tardi. Così è, caro Cosimo. Ogni terra ha il suo germe particolare, e, benchè si presti sovente a nutrire figli non suoi, tuttavia conserva la suapredilezione pei proprii. Ti ricorda di quel rosajo del Bengala, che Giacinto, per farci una burla, aveva innestato al piede di una rosa canina? Il rovo ha fatto la burla a lui. Il nobile straniero seccò, e dal ceppo sorsero due o tre polle selvatiche che daran presto delle belle rosacce semplici, ma gentili più delle sue.

»L'altr'ieri recandomi a salutare quel luogo che verdeggiava solo come un'oasi in mezzo al deserto, ho trovato la nostra capanna abitata. Indovina da chi? Te lo do in cento.

»Tu non hai certo dimenticato quella povera gatta magra, spelata, tutta piaghe, che hai salvata dalle mani di quei tristanzuoli che la tormentavano, e veniva poi a ruzzarci d'intorno come per gratitudine? Ebbene, mio caro amico, l'altr'ieri, guardando nella capanna, vidi due occhi gialli che splendevano nell'angolo più remoto, e udii un miagolìo che mi fece riconoscere la nostra vecchia cliente. Appena mi vide, mi venne incontro circondata da tre gattini vispi e scherzosi. Dapprima pareva in sospetto; ma poi, come mi ebbe ravvisata, si rabbonì, e mi permise di accarezzare i suoi figliuolini. Essa è ancora lì, e vi si è accasata comodamente. Vado tratto tratto a vederla e le porto qualche vivanda per la sua famigliuola. Lo faccio non tanto per amore di questi nuovi ospiti che cercarono un asilo presso di noi, quanto perchè non vorrei che la necessità la spingesse a dar la caccia a due poveri pettirossi che svolazzano sul tetto della casuccia, e sembrano disposti a collocarvi il loro nido.

»Quanto agl'insetti che un tempo popolavano il nostro compartimento, non li veggo più. Certamente hanno cercato un ricovero sotto la terra o nei crepacci della muraglia. Negli angoli interni ci sono più di cento crisalidi che aspettano i primi tepori di primavera perrompere la loro prigione e spiegare il volo. Un istinto secreto deve avvertirle che l'aria è ancor troppo rigida, e che le piante hanno perduto i lor fiori.

»Addio, caro Cosimo. Vorrei ora parlarti degli uomini, ma che potrei dirti di nuovo? Noi non abbiamo nè trasformazioni, nè mutamenti sensibili. Si ciarla, si giuoca, si danza, si cerca di prolungare il giorno, e d'ingannar la stagione in mille maniere. Ma tutto questo non ha alcuna influenza sulla natura esteriore. Tutt'al più arriviamo ad illuderci e a crearci nell'appartamento uno stato fittizio, una primavera esotica a forza di studio e di spesa. Con qual frutto? Non oso dirlo. Quanto a me, mi diverto qualche volta a sfidare il freddo e la neve per aver la mia parte d'inverno e sentire più tardi tutta la voluttà della bella stagione....»

Cosimo ad Angela.

«La vostra lettera, angelo della mia vita, mi ha fatto rivivere in un mondo migliore. Voi mi parlate del rigor dell'inverno, di quel riposo fecondo della natura, di quella lotta delle piante, riunite per vincere lo strato di neve che ricopre la terra, e riuscire a respirare l'aria, a rivedere la luce del cielo. Veggo dal mio letto di dolore la povera micia ricoverata colla sua famigliuola nella capannuccia del cancello. Voi avete provveduto senza saperlo ai bisogni di una madre, come io, senza saperlo, l'ho conservata alla nuova generazione che doveva nascer da lei. Tutte le volte che obbediamo a un impulso di benevolenza verso quelli che soffrono, secondiamo una legge misteriosa in virtù della quale tutti i fatti etutti gli accidenti si collegano con reciproca dipendenza.»Vorrei potervi descrivere uno spettacolo altrettanto gradevole, ma io sono in un istituto speciale dovesi raccolgono e si curanogli esseri più maltrattati dalla natura.»Non so s'io dica bene accusando la natura di quello che forse è colpa dell'uomo e della società dove nasce. La natura, abbandonata a se stessa, non suol produrre nè storpi, nè gobbi, nè mostri. Codeste anomalie sono rarissime fra gli animali selvaggi, divengono men rare fra' domestici, e sono frequenti fra gli uomini, massime nelle grandi città dove fermentano i vizii che la miseria produce e alimenta. Ho letto questa osservazione nel libro del Leopardi che mi avete dato partendo. È un libro malinconico, ma pieno di sapienza. Quell'uomo doveva avere l'anima bella, quanto il corpo imperfetto e deforme, come si legge nella sua vita.»Perdonate il disordine delle mie idee. Voi mi conoscete. Quando un pensiero mi pullula nella mente ne tira mille, ed io non riesco a raccapezzarne più il filo. Che cosa voleva io dirvi? Ora mi rammento. Faceva il confronto tra lo spettacolo che voi mi dipingete e quello ch'io devo descrivervi per obbedire al vostro comando. Se sarà tristo e malinconico, non è mia colpa. D'altronde voi non fuggite le sensazioni dolorose, anzi ne andate in traccia per bontà d'animo e per desiderio di mitigarle in altrui. Ah! quanti dolori avreste a consolar qui, quanti disinganni a raddolcire, quanti animi a raddrizzare!»Il direttore di questo Istituto, è un uomo di un carattere aperto e benevolo. Non ha più di cinquant'anni, ma la sua bella ed ampia fronte è già calva, e tutti i capelli canuti anzi tempo. Sarebbe un bel modello per un profeta o per un apostolo co' suoi occhi profondi, col suo sguardo affascinatore, colla dolcezza severa de' suoi lineamenti.Ei mi sembra intimamente convinto dell'arte sua, e pieno di fede nei miracoli che ne attende.»L'Ospizio dove alloggiamo ha due compartimenti, l'uno destinato alle donne, l'altro a noi uomini. Ciascun compartimento ha parecchie stanze distinte per quelli che, per la qualità della cura, preferiscono l'isolamento, ed una clinica comune per gli altri che sono sottoposti ad un regime analogo. Nel compartimento dove io mi trovo, siamo in quattordici. Ignoro quante sieno le fanciulle che aspirano nell'altro a riacquistare il dono della bellezza e di una forma migliore.»Nella sala comune vi sono dieci letti, ed otto soltanto sono occupati. Siamo otto infelici: una galleria di sciancati, di rachitici che espiamo probabilmente non so qual peccato d'origine, e aspiriamo a correggere le ossa deviate dalla loro natural direzione, e a rendere la simmetria perduta ai muscoli del nostro corpo. Ci riusciremo noi? Non sono ancora in grado di affermarlo nè di negarlo. Il direttore ci va consolando con esempi di guarigioni meravigliose: ma per lo più si tratta di fanciulli presi a curare fin dall'infanzia, mentre io e la maggior parte de' miei compagni abbiamo tra quattordici e sedici anni. Le ossa sono dunque alquanto più dure, e la mala conformazione già inveterata. Ci vorrebbe proprio un miracolo a rifarci un corpo valido e sano.»Quanto a me, voi sapete che venni per obbedire alla vostra volontà, e per non essere ingrato al nuovo tratto di benevolenza del padre vostro. Mi sottometto pazientemente alla cura lunga e dolorosa che mi è prescritta, non tanto perch'io speri approfittarne in me stesso, quanto perchè l'esperienza, buona o trista che sia, torni utile all'arte e profittevole agli altri.»Figuratevi come io debbo trovarmi, avvezzo com'era alla vita attiva e varia della vostra casa, disteso,per lunghi tratti di cinque o sei ore, sopra un letto, che è un vero letto di Procuste, senza poter muovermi nè a dritta nè a manca. Sono precisamente nello stato di quelle povere piante che Giacinto sforza per mezzo di pali e di vinchi a prendere una forma per cui non son nate. Oggi mi si permette l'uso libero delle braccia, onde posso consacrare una parte della giornata a scrivere e a disegnare. È dunque un giorno di vita attiva: mentre i dì scorsi non vivevo se non col pensiero, e mi nutriva di non so quali strane fantasie, che a voler dirvele tutte vi farebbero ridere e piangere. Sapete che tante volte io m'immergo così profondamente in una idea, che mi par di vedere e di toccare la cosa che immagino! Temo qualche volta di divenire un visionario ed un pazzo! Non vi mettete però in apprensione. Ho il mio talismano sicuro e infallibile contro le divagazioni del mio cervello. Basta ch'io pensi a voi, e mi richiami il vostro bel nome. Così continuate ad essere l'angelo della mia mente, anche a tanta distanza. La vostra graziosa immagine sorride a miei pensieri, come la candida stella polare al navigante smarrito nelle immense solitudini dell'oceano. A voi devo la vita dell'intelletto, a voi quelle serene fantasie che mi trasportano in un mondo migliore! Mia madre mi ha dato un corpo imperfetto e deforme; voi mi avete spirato un'anima giovane e forte, e lieta e magnifica nelle sue idee. Il mondo dove ella vive e si spazia è altrettanto bello e perfetto, quanto la società degli uomini che vivono sulla terra è ingrata ed amara. Grazie a voi che mi svegliaste alla vita del pensiero! Quind'innanzi non vi chiamerò piùsorellacome mi avete comandato di fare. Voglio chiamarvimadre. Sorella non esprime che l'affetto reciproco. Ho bisogno di un nome che indichi meglio i nostri veri rapporti. Voi siete lamadredell'anima mia.»Non mi domandate dunque quali progressi abbia fatto la cura, e di quanti pollici si sia raddrizzata la mia persona. Parliamo d'altro. Parliamo dello spirito che ha meno ostacoli a superare. In questi quattro mesi mi sono un po' esercitato nella lingua francese. A forza di sentirla parlare, m'ingegno di spiegarmi alla meglio tanto che già cominciano a intendermi. Finora ho sempre letto il Leopardi sul quale ho fatto un mondo di riflessioni, che mi riservo a comunicarvi a voce. Ora assisto alla lettura di qualche libro francese che il direttore medesimo o un assistente ci vien facendo per occupare e divertire il nostro spirito durante l'inerzia forzata e l'attitudine disagevole del nostro corpo.»Da otto giorni ci vien letto un libro nuovo scritto da un sansimonista chiamato Giovanni Reynaud. È un libro nuovo davvero, almeno per me, e credo anche per voi. Il suo titolo è:Terre et ciel; e, contro il vezzo moderno che impone alle opere i titoli più stravaganti, quest'opera parla davvero del cielo e della terra, ma sotto un punto di vista affatto straordinario. Non posso dire d'intender tutto, perchè il libro è molto scientifico, ed è scritto in uno stile molto sublime: ma quello che non intendo, a forza di pensarci, riesco a intravederlo e a indovinarlo da me medesimo nel silenzio della notte.»Questo libro mi dà la chiave di molti dubbi che hanno finora tormentato e affaticato il mio spirito; e mi pone in grado di soddisfare assai meglio ai nostriperchè. Non ardisco ancora entrare nell'argomento, perchè tante idee nuove e meravigliose mi fanno come nuotare in un'atmosfera insolita e sconosciuta. Sono come abbagliato da una luce più forte che gli occhi non valgono a sopportare. Ma appena mi sarò avvezzato a questo nuovo elemento, vi scriverò una lunga lettera che vi aprirà un nuovo mondo.»Per oggi restiamo ancora nel vecchio, che la vostra bontà mi renderà sempre più caro d'ogni altro.»

«La vostra lettera, angelo della mia vita, mi ha fatto rivivere in un mondo migliore. Voi mi parlate del rigor dell'inverno, di quel riposo fecondo della natura, di quella lotta delle piante, riunite per vincere lo strato di neve che ricopre la terra, e riuscire a respirare l'aria, a rivedere la luce del cielo. Veggo dal mio letto di dolore la povera micia ricoverata colla sua famigliuola nella capannuccia del cancello. Voi avete provveduto senza saperlo ai bisogni di una madre, come io, senza saperlo, l'ho conservata alla nuova generazione che doveva nascer da lei. Tutte le volte che obbediamo a un impulso di benevolenza verso quelli che soffrono, secondiamo una legge misteriosa in virtù della quale tutti i fatti etutti gli accidenti si collegano con reciproca dipendenza.

»Vorrei potervi descrivere uno spettacolo altrettanto gradevole, ma io sono in un istituto speciale dovesi raccolgono e si curanogli esseri più maltrattati dalla natura.

»Non so s'io dica bene accusando la natura di quello che forse è colpa dell'uomo e della società dove nasce. La natura, abbandonata a se stessa, non suol produrre nè storpi, nè gobbi, nè mostri. Codeste anomalie sono rarissime fra gli animali selvaggi, divengono men rare fra' domestici, e sono frequenti fra gli uomini, massime nelle grandi città dove fermentano i vizii che la miseria produce e alimenta. Ho letto questa osservazione nel libro del Leopardi che mi avete dato partendo. È un libro malinconico, ma pieno di sapienza. Quell'uomo doveva avere l'anima bella, quanto il corpo imperfetto e deforme, come si legge nella sua vita.

»Perdonate il disordine delle mie idee. Voi mi conoscete. Quando un pensiero mi pullula nella mente ne tira mille, ed io non riesco a raccapezzarne più il filo. Che cosa voleva io dirvi? Ora mi rammento. Faceva il confronto tra lo spettacolo che voi mi dipingete e quello ch'io devo descrivervi per obbedire al vostro comando. Se sarà tristo e malinconico, non è mia colpa. D'altronde voi non fuggite le sensazioni dolorose, anzi ne andate in traccia per bontà d'animo e per desiderio di mitigarle in altrui. Ah! quanti dolori avreste a consolar qui, quanti disinganni a raddolcire, quanti animi a raddrizzare!

»Il direttore di questo Istituto, è un uomo di un carattere aperto e benevolo. Non ha più di cinquant'anni, ma la sua bella ed ampia fronte è già calva, e tutti i capelli canuti anzi tempo. Sarebbe un bel modello per un profeta o per un apostolo co' suoi occhi profondi, col suo sguardo affascinatore, colla dolcezza severa de' suoi lineamenti.Ei mi sembra intimamente convinto dell'arte sua, e pieno di fede nei miracoli che ne attende.

»L'Ospizio dove alloggiamo ha due compartimenti, l'uno destinato alle donne, l'altro a noi uomini. Ciascun compartimento ha parecchie stanze distinte per quelli che, per la qualità della cura, preferiscono l'isolamento, ed una clinica comune per gli altri che sono sottoposti ad un regime analogo. Nel compartimento dove io mi trovo, siamo in quattordici. Ignoro quante sieno le fanciulle che aspirano nell'altro a riacquistare il dono della bellezza e di una forma migliore.

»Nella sala comune vi sono dieci letti, ed otto soltanto sono occupati. Siamo otto infelici: una galleria di sciancati, di rachitici che espiamo probabilmente non so qual peccato d'origine, e aspiriamo a correggere le ossa deviate dalla loro natural direzione, e a rendere la simmetria perduta ai muscoli del nostro corpo. Ci riusciremo noi? Non sono ancora in grado di affermarlo nè di negarlo. Il direttore ci va consolando con esempi di guarigioni meravigliose: ma per lo più si tratta di fanciulli presi a curare fin dall'infanzia, mentre io e la maggior parte de' miei compagni abbiamo tra quattordici e sedici anni. Le ossa sono dunque alquanto più dure, e la mala conformazione già inveterata. Ci vorrebbe proprio un miracolo a rifarci un corpo valido e sano.

»Quanto a me, voi sapete che venni per obbedire alla vostra volontà, e per non essere ingrato al nuovo tratto di benevolenza del padre vostro. Mi sottometto pazientemente alla cura lunga e dolorosa che mi è prescritta, non tanto perch'io speri approfittarne in me stesso, quanto perchè l'esperienza, buona o trista che sia, torni utile all'arte e profittevole agli altri.

»Figuratevi come io debbo trovarmi, avvezzo com'era alla vita attiva e varia della vostra casa, disteso,per lunghi tratti di cinque o sei ore, sopra un letto, che è un vero letto di Procuste, senza poter muovermi nè a dritta nè a manca. Sono precisamente nello stato di quelle povere piante che Giacinto sforza per mezzo di pali e di vinchi a prendere una forma per cui non son nate. Oggi mi si permette l'uso libero delle braccia, onde posso consacrare una parte della giornata a scrivere e a disegnare. È dunque un giorno di vita attiva: mentre i dì scorsi non vivevo se non col pensiero, e mi nutriva di non so quali strane fantasie, che a voler dirvele tutte vi farebbero ridere e piangere. Sapete che tante volte io m'immergo così profondamente in una idea, che mi par di vedere e di toccare la cosa che immagino! Temo qualche volta di divenire un visionario ed un pazzo! Non vi mettete però in apprensione. Ho il mio talismano sicuro e infallibile contro le divagazioni del mio cervello. Basta ch'io pensi a voi, e mi richiami il vostro bel nome. Così continuate ad essere l'angelo della mia mente, anche a tanta distanza. La vostra graziosa immagine sorride a miei pensieri, come la candida stella polare al navigante smarrito nelle immense solitudini dell'oceano. A voi devo la vita dell'intelletto, a voi quelle serene fantasie che mi trasportano in un mondo migliore! Mia madre mi ha dato un corpo imperfetto e deforme; voi mi avete spirato un'anima giovane e forte, e lieta e magnifica nelle sue idee. Il mondo dove ella vive e si spazia è altrettanto bello e perfetto, quanto la società degli uomini che vivono sulla terra è ingrata ed amara. Grazie a voi che mi svegliaste alla vita del pensiero! Quind'innanzi non vi chiamerò piùsorellacome mi avete comandato di fare. Voglio chiamarvimadre. Sorella non esprime che l'affetto reciproco. Ho bisogno di un nome che indichi meglio i nostri veri rapporti. Voi siete lamadredell'anima mia.

»Non mi domandate dunque quali progressi abbia fatto la cura, e di quanti pollici si sia raddrizzata la mia persona. Parliamo d'altro. Parliamo dello spirito che ha meno ostacoli a superare. In questi quattro mesi mi sono un po' esercitato nella lingua francese. A forza di sentirla parlare, m'ingegno di spiegarmi alla meglio tanto che già cominciano a intendermi. Finora ho sempre letto il Leopardi sul quale ho fatto un mondo di riflessioni, che mi riservo a comunicarvi a voce. Ora assisto alla lettura di qualche libro francese che il direttore medesimo o un assistente ci vien facendo per occupare e divertire il nostro spirito durante l'inerzia forzata e l'attitudine disagevole del nostro corpo.

»Da otto giorni ci vien letto un libro nuovo scritto da un sansimonista chiamato Giovanni Reynaud. È un libro nuovo davvero, almeno per me, e credo anche per voi. Il suo titolo è:Terre et ciel; e, contro il vezzo moderno che impone alle opere i titoli più stravaganti, quest'opera parla davvero del cielo e della terra, ma sotto un punto di vista affatto straordinario. Non posso dire d'intender tutto, perchè il libro è molto scientifico, ed è scritto in uno stile molto sublime: ma quello che non intendo, a forza di pensarci, riesco a intravederlo e a indovinarlo da me medesimo nel silenzio della notte.

»Questo libro mi dà la chiave di molti dubbi che hanno finora tormentato e affaticato il mio spirito; e mi pone in grado di soddisfare assai meglio ai nostriperchè. Non ardisco ancora entrare nell'argomento, perchè tante idee nuove e meravigliose mi fanno come nuotare in un'atmosfera insolita e sconosciuta. Sono come abbagliato da una luce più forte che gli occhi non valgono a sopportare. Ma appena mi sarò avvezzato a questo nuovo elemento, vi scriverò una lunga lettera che vi aprirà un nuovo mondo.

»Per oggi restiamo ancora nel vecchio, che la vostra bontà mi renderà sempre più caro d'ogni altro.»

Il giorno che questa lettera fu ricevuta in casa Lanzoni, fu giorno di festa per Angela.

Quel tenero nome di madre, che il povero nano avea trovato nel fondo del suo cuore per esprimere l'immenso affetto di gratitudine che sentiva per lei, la commosse e inorgoglì al tempo stesso. Quel nome rivelò a lei medesima la natura del sentimento che provava per esso. E benchè pochi anni corressero fra l'età sua e quella del suo pupillo, ed ei sapesse sovente trovare col suo naturale ingegno e col suo istinto meditabondo certe ragioni ch'erano sfuggite a lei stessa e al suo precettore, pure si sentì degna di questo titolo, perchè aveva realmente esercitato l'ufficio di madre verso il povero trovatello diseredato dal mondo e dalla natura.

Quella bizzarra predilezione per ciò che gli altri disprezzano a torto, quell'amore per le creature meno privilegiate, trovò la sua più nobile espressione nell'affetto che sentiva per Cosimo. Da questo momento tutte le cure che soleva prodigare ai varj vegetabili ed animali men favoriti, si concentrarono in uno. Ella divenne tutto ad un tratto più seria, passò dalla puerizia all'adolescenza del cuore, assunse una gravità che, senza nulla togliere alle sue grazie native, le dava la dolce maestà della donna sollevata al grado di sposa e di madre.

La sera, quella lettera dovette essere letta nel picciolo crocchio d'amici che frequentavano casa Lanzoni. Il conte v'era presente e non mancò di congratularsi con Angela del buon esito delle sue cure verso il povero orfano.

La conversazione s'aggirò, com'è da pensarlo, sul contrasto tra un sì bello e sì pronto ingegno e una conformazione sì difettosa, sulle cause probabili del male e sull'efficacia dei mezzi adoperati alla guarigione. Il dottore non isperava molto dalla cura ortopedica a cui Cosimo si era assoggettato sì tardi. Il conte raccontava casi mirabili e stravaganti di guarigioni ottenute anche in una età più provetta. Angela stava in fra due, ma non osava abbandonarsi a troppe speranze. Del resto, ella lo avea preso a proteggere così malconcio, e pensava che se le fosse comparso dinanzi trasfigurato, certo ne avrebbe goduto, ma non le sarebbe parso più quello. Il suo ufficio di madre avrebbe fatto luogo ad altri rapporti ch'ella non potea prevedere. Nè la sua immaginazione, nè il suo cuore poteva dunque imaginarselo differente.

Le diverse opinioni che si esprimevano sul suo conto, l'interesse che tutti mostravano avere per lui, lo sviluppo precoce della sua intelligenza, la lettera singolare di cui si era fatta lettura, tutto ciò avea concentrato l'attenzione sul povero nano assente, e il conte d'Andria non potè a meno di chiedere ad Angela il tempo e il modo onde lo sfortunato avea chiesto e ottenuto asilo e protezione presso di lei.

Angela rispose senza pensare: — Orfano, abbandonato da sua madre per morte, da suo padre per colpevole incuria, bisognava bene che alcuno s'incaricasse di lui. Il Signore, diss'ella, provvede ai pulcini della rondine: ma non sempre agli orfani della razza d'Adamo. —

Il conte sorrise all'arguta e vivace risposta della fanciulla, e le augurò la forza e la costanza di adempiere a questo magnanimo ufficio. — E come probabilmente — soggiunse — il numero degli orfani sarà sempre più grande del numero dei tutori, vi prego a volermi associare all'opera degna. —

Egli non pensava, dicendo queste parole, che a farle uno de' soliti complimenti: ma Angela le prese sul serio, e si propose di mettere alla prova a suo tempo le buone disposizioni del vicino.

Questi però apparteneva al numero di quegli uomini che, larghi a parole, sono difficili a confermarle co' fatti, e trovano sempre una ragione o un pretesto per trarsi d'impaccio. Egli aveva adottato un'ammirabile scappatoja per ischermirsi dall'incommodo d'esser coerente a se stesso: la morale. Guardate dove andava a cacciarsi l'ipocrisia! Un tempo fa, un uomo che avesse viaggiato l'Europa si piccava d'aver lasciato qua e là i pregiudizi nativi. Ora i viaggi sogliono dare un'altra piega allo spirito. L'uso del mondo, il conversare con ogni genere di persone, la necessità di non cozzare con le opinioni divergenti del prossimo sparge le parole del viaggiatore d'una tinta di pedanteria che innamora. A forza d'approvar tutto e tutti, ei perde la propria opinione individuale, e dissimula questo pratico scetticismo con una vernice di moralità che serve di condimento ad ogni genere di discorsi. Il conte d'Andria lasciò l'Italia stordito, e vi tornò moralista. Ei s'era posto nella categoria di quelli che si professano i salvatori della morale, della religione, della famiglia. Non vo' dire che fosse profondamente corrotto e pensatamente ipocrita come i creatori di questa formula; ma la ripeteva così perbon-ton, e la trovava assai comoda per darsi un'aria d'importanza e di singolarità fra' suoi concittadini. Era una specie di diplomazia sociale, divenuta alla moda fra i nobili, unargotdelle persone distinte.

Dopo aver data dunque un'approvazione la più cordiale alle generose parole di Angela, trovò il modo, parlando agli altri, di versare un po' d'acqua sul fuoco e di elevarsi di un grado, spacciando le solite topichesulla miseria crescente, sulla cancrena che divorava la società, sulla corruzione de' costumi presenti, sulla immoralità che corre le vie e si predica su' teatri, ec., ec. — Se si volesse — diss'egli — prendere sotto la propria tutela tutte le femmine di mal affare e tutti i trovatelli della città, quale posto rimarrebbe ai poveri virtuosi ed onesti? Quanto più si studia la società — conchiuse il nostro filosofo — tanto più si divien fatalista. Bisogna avere il coraggio di applicare alle miserie umane il famoso adagio degli economisti:lasciar correre, lasciar fare. Chi muore a vent'anni e chi nasce colla spina dorsale fuor d'equilibrio, certamente aveva ad espiare qualche peccato d'origine. Io dico che, in massima, gli uomini di senno hanno a pensare ai sani e agli onesti, lasciando alle anime eroiche, ai cuori angelici, come il vostro, madamigella, la virtù evangelica di correr dietro all'agnella errante, e di raddrizzare le gambe ai cani. —

Angela non era donna da lasciarsi allucinare dalle forme più o meno garbate di questo ragionamento. Ella sentì come per istinto l'egoismo che si copriva sotto questo mantello d'ipocrisia, e non mancò di replicare al signor moralista: — Ma quando la miseria e l'infermità non dipendono da vizio originale, ma da vizio effettivo di qualche padre, dimentico dei propri doveri e della propria parola? —

Il conte era ben lontano dall'immaginare che questa fosse un'allusione a lui stesso. Rispose dunque senza esitare, che in questo caso chi era l'autore del male dovea ripararvi. E qui giù un altro squarcio di morale sulla responsabilità personale e sulla santità del dovere. Questo però non distolse la giovanetta dal suo proposito, e tornato il discorso sul povero Cosimo, trovò modo di dire al conte che il nome della madre era Teresa:una povera guantaja morta probabilmente d'inedia e di crepacuore pochi anni prima.

Il conte arrossì, ma si ricompose all'istante. I viaggi sono eccellenti per dare una certa disinvoltura nei casi difficili. E la contessa d'Andria, che fino allora avea badato all'arazzo che trapungeva, venne in soccorso del figlio, chiamando Angela a sè per consultare il suo gusto sopra una tinta delle sue lane.

Così destramente fu rimessa ad altro momento una rivelazione di cui Angela sola avea il segreto, e che un oscuro presentimento la persuase a rimettere a migliore occasione.

Intanto passavano i giorni ed i mesi, senza che nulla venisse a portare la luce in questo mistero. Le lettere che Angela inviava al prigioniero dell'istituto ortopedico erano sempre affettuose, lettere di sorella e di madre ad un tempo. Ci duole non poter offerire alle nostre lettrici tutta questa corrispondenza come fu scritta. Ciò prolungherebbe di troppo il nostro racconto, e ne muterebbe il carattere. Non resistiamo però alla tentazione di riportare due lunghi frammenti del giornale di Cosimo, che servono mirabilmente a indicare lo sviluppo della sua intelligenza, e per quali gradazioni insensibili la sua fantasia lo traeva a dare al problema della sua esistenza una soluzione che ognuno apprezzerà colla indulgenza che merita un organismo imperfetto e lottante contro una dura fatalità.

Cosimo ad Angela.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .«Giorni sono una famiglia inglese venne a visitarelo stabilimento, non per semplice curiosità, come sogliono, ma per esaminare la realtà di certe cure maravigliose.»La famiglia era composta di un vecchio gentiluomo, di un giovanetto vispo e ben disposto, e di due giovanimissesalte e snelle della persona, come la gentile levriera che le seguiva legata al guinzaglio.»Una di esse, che parea la più giovane, portava il viso scoperto, uno di quei visi britannici che somigliano alle camelie. L'altra copriva la faccia di un denso velo azzurro che ne celava interamente le forme. Mi corse tosto al pensiero che quella bella damina celasse sotto il suo velo qualche deformità, e non andò guari ch'io potei sincerarmene. Passando vicino al mio letto di Procuste, quella bella e nobile giovanetta si fermò per guardarmi, e parve prendere il più vivo interesse alla mia posizione. Mi chiese di qual paese fossi, e inteso ch'io era italiano, mi domandò con puro accento toscano, e con un tuono di voce soavissimo, da quanto tempo io fossi sottoposto a quella cura, se provassi molto disagio a quella postura, e se ne sperassi un buon risultato. Risposi che la cura era men dolorosa che non paresse, poichè l'attitudine forzata in cui mi vedeva non durava molto, ed anche in questo intervallo, la lettura e il pensare temperava la noja di quella dura immobilità. Quanto all'esito, non lo sperava molto felice, nè me ne preoccupavo gran fatto. Dissi che mi trovavo lì più per altrui volere che per il mio, e che non credevo di tanta importanza la forma del corpo, da doverle sacrificare a lungo l'attività dello spirito e l'aria libera della campagna.»La mia visitatrice chinò il capo a queste parole, e mi parve che sospirasse sotto il suo velo. Dopo qualche istante di silenzio e di esitazione, prese il partito discoprirsi il volto, e compresi la ragione di quel sospiro. La povera signorina avea deturpata la guancia sinistra d'un enorme macchia bruna che avea portata nascendo. — Siamo stati — mi disse — assai maltrattati entrambi dalla natura. Non so quale de' due sia più da compiangere. Tu almeno puoi lusingarti, di risanare, ed hai libera da ogni deformità quella parte dell'uomo dove l'anima ha impresso il suo sigillo divino: io non potrò mai guardare alcuno, ed esser veduta, senza eccitare il riso o la pietà. Tutti i medici di Londra e di Parigi mi dichiararono essere affatto impossibile levare dal volto questa macchia originale che mi deforma. —»Io la guardava fisso, senza poter trovarmi una parola di consolazione che credessi efficace. Ella riprese: — Addio, mio caro compagno d'infortunio: intendo che cosa vuoi tu dirmi con quella lacrima che brilla ne' tuoi occhi. Mi ricorderò sempre di quanto m'hai detto intorno all'efficacia del pensiero e della lettura. Sarà una consolazione nella mia solitudine.»Detto questo calò rapidamente il suo velo, mi strinse forte la mano ch'io le porsi, e raggiunse la sua famiglia che intrattenevasi col direttore all'altra estremità della sala.»La vista di quella sfortunata giovane, e le sue meste parole mi lasciarono nell'anima una grande tristezza. Ho sempre dinanzi agli occhi l'espressione malinconica del suo sguardo; mi sembra d'udire la sua voce affettuosa e la grazia ineffabile delle sue parole.»Intesi dire ch'ella era venuta a Parigi per consultare i più celebri medici della Francia intorno alla possibilità di una cura; e che, nel caso probabile di una risposta negativa, si proponeva di farsi cattolica e prendere il velo in un monastero. Il padre e la sorella n'erano desolati, ma la risoluzione della sfortunata parea irrevocabile.Compresi allora che cosa aveva inteso di dirmi accennandomi la consolazione della solitudine, e ne fui più che mai rattristato. Non è la solitudine e il perpetuo riflettere sopra se stessa che potrà consolarla: ma la vita attiva e l'esercizio di qualche arte che le sollevi il pensiero, e lo storni dalla propria infermità.»Ora intendo, mia cara amica, il pregio della bellezza, massime in una donna. Povera giovane! Ella dovette provare ben duro lo scherno, e ben crudele la compassione del mondo! Troverà ella un'anima angelica, come la vostra, per offerirle quelle consolazioni che partono dal cuore, e scendono ad esso?»Dacchè vidi quella povera damina, mi torna in mente quella celebre questione agitata fra il dottore e l'abate, intorno al passo di Foscolo che, classificando i beni della terra, attribuiva alla bellezza il primato sopra la virtù e le ricchezze. La virtù infatti dipende da noi, la ricchezza non è sempre necessaria per esser felici, e ad ogni modo la fortuna può essere il frutto della perseveranza: ma la bellezza è un dono gratuito di Dio che possiamo perdere ed abusare, ma non potremmo mai procurarci con tutti i tesori di Creso e tutti gli sforzi dell'ingegno e dell'arte. La bellezza è proprio un raggio della divinità. Io me ne accorsi quando vi vidi, o madre mia; quando quel vostro divino sentimento di compassione e d'affetto era così bene espresso e significato dalla soavità delle vostre sembianze!»Ringraziate Dio, madre mia, di quella perfetta corrispondenza che passa tra le doti del vostro spirito e le forme del vostro corpo. Non veggo perchè gli uomini e le donne ne vadano tanto orgogliose. È un dono gratuito della natura, al quale non ebbero alcuna parte, come non hanno colpa i deformi dei difetti che hanno portato nascendo....»Poveramiss! qual colpa d'origine, o qual dura fatalità la condannava, prima che nascesse, a portare quella stimmata obbrobriosa! Ecco un altro di queiperchèche ci tormentano senza pro! Ho letto qualche libro per sapere la causa di queste macchie mostruose, ma le mille ragioni che ne danno non mi sembrano concludenti.»È caso, dicono i medici: ma questo non è rispondere. La mente umana insiste a voler trovare la causa di ogni effetto e il fine d'ogni cosa. E dove la ragione e l'esperienza non danno una soluzione plausibile, è lecito domandarla alla tradizione, alla fantasia, e creare un'ipotesi.»Sarebbe ella condannata quella povera inglese ad espiare una colpa de' suoi genitori? Qual colpa? E che giustizia è codesta che punisce i figli per la colpa de' padri?»Il libro che vanno leggendoci, e di cui vi ho parlato altre volte, ha una risposta soddisfacente, ammessa che sia la sua dottrina della trasmigrazione. L'autore diTerre et Cielpretende che la vita de' nostri maggiori si riproduca in noi stessi, e che le anime umane passino per differenti corpi, modificate dai meriti e dai demeriti della vita anteriore. Non so se si possa ammettere questa ipotesi in buona coscienza: ma quanto al caso presente, si dee confessare che si avrebbe una base per conciliarla colla provvidenza e colla giustizia suprema.»Il male che uno sopporta non sarebbe da considerarsi come un vero male, ma come un'occasione e uno stimolo al bene. Per esempio, la giovane di cui parlo, potrebbe espiare in questa vita la colpa della vanità e dell'orgoglio a cui l'anima sua sarà soggiaciuta nelle fasi precedenti, per cui passò. La espia imparando a sue spese, come le altrui sventure e gli altrui difetti sidevono compatire, non dileggiare. Questo sentimento di pietà che prima le mancava, perfeziona ora l'anima sua e la rende degna di riprendere, dopo questo periodo di prova e di educazione, la bellezza di prima, resa più pregevole per la nobiltà de' pensieri e la bontà degli affetti.»Compiango il Leopardi di non aver considerato le miserie umane sotto questo aspetto, certo più consolante, e forse più vero. Se vi è un Dio, non può essere certamente autore del male. Infinitamente giusto e infinitamente buono, non potrebbe permettere il male nè pur come pena dei tristi, se questa pena non tende e non giova a farli migliori. Il male dunque non è che un ostacolo al bene ed uno stimolo a conseguirlo, un appoggio a procedere innanzi nella via della perfezione. È come l'acqua che resiste più o meno alla barca che la va solcando: ma senza la resistenza che oppone, il remo non avrebbe appoggio, nè la barca medesima l'equilibrio. Io considero il male come un'inerzia. Bisogna vincerla: e per questo è necessario di agire, di muoversi, di combattere e svolgere nella lotta continua, le nostre facoltà naturali che, senza questo esercizio, languirebbero inerti.»Mi spiace che non potrò più rivedere quella bella giovane. Vorrei farle parte di queste riflessioni e persuaderla a levare il suo velo, ad affrontare arditamente lo scherno del mondo, a porgere consolazione e soccorso a tutti quelli che sono più disgraziati di lei, a farsi un'anima bella e perfetta per l'abito della carità, onde rivivere in seguito felice di doppio merito e di doppia virtù!» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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«Giorni sono una famiglia inglese venne a visitarelo stabilimento, non per semplice curiosità, come sogliono, ma per esaminare la realtà di certe cure maravigliose.

»La famiglia era composta di un vecchio gentiluomo, di un giovanetto vispo e ben disposto, e di due giovanimissesalte e snelle della persona, come la gentile levriera che le seguiva legata al guinzaglio.

»Una di esse, che parea la più giovane, portava il viso scoperto, uno di quei visi britannici che somigliano alle camelie. L'altra copriva la faccia di un denso velo azzurro che ne celava interamente le forme. Mi corse tosto al pensiero che quella bella damina celasse sotto il suo velo qualche deformità, e non andò guari ch'io potei sincerarmene. Passando vicino al mio letto di Procuste, quella bella e nobile giovanetta si fermò per guardarmi, e parve prendere il più vivo interesse alla mia posizione. Mi chiese di qual paese fossi, e inteso ch'io era italiano, mi domandò con puro accento toscano, e con un tuono di voce soavissimo, da quanto tempo io fossi sottoposto a quella cura, se provassi molto disagio a quella postura, e se ne sperassi un buon risultato. Risposi che la cura era men dolorosa che non paresse, poichè l'attitudine forzata in cui mi vedeva non durava molto, ed anche in questo intervallo, la lettura e il pensare temperava la noja di quella dura immobilità. Quanto all'esito, non lo sperava molto felice, nè me ne preoccupavo gran fatto. Dissi che mi trovavo lì più per altrui volere che per il mio, e che non credevo di tanta importanza la forma del corpo, da doverle sacrificare a lungo l'attività dello spirito e l'aria libera della campagna.

»La mia visitatrice chinò il capo a queste parole, e mi parve che sospirasse sotto il suo velo. Dopo qualche istante di silenzio e di esitazione, prese il partito discoprirsi il volto, e compresi la ragione di quel sospiro. La povera signorina avea deturpata la guancia sinistra d'un enorme macchia bruna che avea portata nascendo. — Siamo stati — mi disse — assai maltrattati entrambi dalla natura. Non so quale de' due sia più da compiangere. Tu almeno puoi lusingarti, di risanare, ed hai libera da ogni deformità quella parte dell'uomo dove l'anima ha impresso il suo sigillo divino: io non potrò mai guardare alcuno, ed esser veduta, senza eccitare il riso o la pietà. Tutti i medici di Londra e di Parigi mi dichiararono essere affatto impossibile levare dal volto questa macchia originale che mi deforma. —

»Io la guardava fisso, senza poter trovarmi una parola di consolazione che credessi efficace. Ella riprese: — Addio, mio caro compagno d'infortunio: intendo che cosa vuoi tu dirmi con quella lacrima che brilla ne' tuoi occhi. Mi ricorderò sempre di quanto m'hai detto intorno all'efficacia del pensiero e della lettura. Sarà una consolazione nella mia solitudine.

»Detto questo calò rapidamente il suo velo, mi strinse forte la mano ch'io le porsi, e raggiunse la sua famiglia che intrattenevasi col direttore all'altra estremità della sala.

»La vista di quella sfortunata giovane, e le sue meste parole mi lasciarono nell'anima una grande tristezza. Ho sempre dinanzi agli occhi l'espressione malinconica del suo sguardo; mi sembra d'udire la sua voce affettuosa e la grazia ineffabile delle sue parole.

»Intesi dire ch'ella era venuta a Parigi per consultare i più celebri medici della Francia intorno alla possibilità di una cura; e che, nel caso probabile di una risposta negativa, si proponeva di farsi cattolica e prendere il velo in un monastero. Il padre e la sorella n'erano desolati, ma la risoluzione della sfortunata parea irrevocabile.Compresi allora che cosa aveva inteso di dirmi accennandomi la consolazione della solitudine, e ne fui più che mai rattristato. Non è la solitudine e il perpetuo riflettere sopra se stessa che potrà consolarla: ma la vita attiva e l'esercizio di qualche arte che le sollevi il pensiero, e lo storni dalla propria infermità.

»Ora intendo, mia cara amica, il pregio della bellezza, massime in una donna. Povera giovane! Ella dovette provare ben duro lo scherno, e ben crudele la compassione del mondo! Troverà ella un'anima angelica, come la vostra, per offerirle quelle consolazioni che partono dal cuore, e scendono ad esso?

»Dacchè vidi quella povera damina, mi torna in mente quella celebre questione agitata fra il dottore e l'abate, intorno al passo di Foscolo che, classificando i beni della terra, attribuiva alla bellezza il primato sopra la virtù e le ricchezze. La virtù infatti dipende da noi, la ricchezza non è sempre necessaria per esser felici, e ad ogni modo la fortuna può essere il frutto della perseveranza: ma la bellezza è un dono gratuito di Dio che possiamo perdere ed abusare, ma non potremmo mai procurarci con tutti i tesori di Creso e tutti gli sforzi dell'ingegno e dell'arte. La bellezza è proprio un raggio della divinità. Io me ne accorsi quando vi vidi, o madre mia; quando quel vostro divino sentimento di compassione e d'affetto era così bene espresso e significato dalla soavità delle vostre sembianze!

»Ringraziate Dio, madre mia, di quella perfetta corrispondenza che passa tra le doti del vostro spirito e le forme del vostro corpo. Non veggo perchè gli uomini e le donne ne vadano tanto orgogliose. È un dono gratuito della natura, al quale non ebbero alcuna parte, come non hanno colpa i deformi dei difetti che hanno portato nascendo....

»Poveramiss! qual colpa d'origine, o qual dura fatalità la condannava, prima che nascesse, a portare quella stimmata obbrobriosa! Ecco un altro di queiperchèche ci tormentano senza pro! Ho letto qualche libro per sapere la causa di queste macchie mostruose, ma le mille ragioni che ne danno non mi sembrano concludenti.

»È caso, dicono i medici: ma questo non è rispondere. La mente umana insiste a voler trovare la causa di ogni effetto e il fine d'ogni cosa. E dove la ragione e l'esperienza non danno una soluzione plausibile, è lecito domandarla alla tradizione, alla fantasia, e creare un'ipotesi.

»Sarebbe ella condannata quella povera inglese ad espiare una colpa de' suoi genitori? Qual colpa? E che giustizia è codesta che punisce i figli per la colpa de' padri?

»Il libro che vanno leggendoci, e di cui vi ho parlato altre volte, ha una risposta soddisfacente, ammessa che sia la sua dottrina della trasmigrazione. L'autore diTerre et Cielpretende che la vita de' nostri maggiori si riproduca in noi stessi, e che le anime umane passino per differenti corpi, modificate dai meriti e dai demeriti della vita anteriore. Non so se si possa ammettere questa ipotesi in buona coscienza: ma quanto al caso presente, si dee confessare che si avrebbe una base per conciliarla colla provvidenza e colla giustizia suprema.

»Il male che uno sopporta non sarebbe da considerarsi come un vero male, ma come un'occasione e uno stimolo al bene. Per esempio, la giovane di cui parlo, potrebbe espiare in questa vita la colpa della vanità e dell'orgoglio a cui l'anima sua sarà soggiaciuta nelle fasi precedenti, per cui passò. La espia imparando a sue spese, come le altrui sventure e gli altrui difetti sidevono compatire, non dileggiare. Questo sentimento di pietà che prima le mancava, perfeziona ora l'anima sua e la rende degna di riprendere, dopo questo periodo di prova e di educazione, la bellezza di prima, resa più pregevole per la nobiltà de' pensieri e la bontà degli affetti.

»Compiango il Leopardi di non aver considerato le miserie umane sotto questo aspetto, certo più consolante, e forse più vero. Se vi è un Dio, non può essere certamente autore del male. Infinitamente giusto e infinitamente buono, non potrebbe permettere il male nè pur come pena dei tristi, se questa pena non tende e non giova a farli migliori. Il male dunque non è che un ostacolo al bene ed uno stimolo a conseguirlo, un appoggio a procedere innanzi nella via della perfezione. È come l'acqua che resiste più o meno alla barca che la va solcando: ma senza la resistenza che oppone, il remo non avrebbe appoggio, nè la barca medesima l'equilibrio. Io considero il male come un'inerzia. Bisogna vincerla: e per questo è necessario di agire, di muoversi, di combattere e svolgere nella lotta continua, le nostre facoltà naturali che, senza questo esercizio, languirebbero inerti.

»Mi spiace che non potrò più rivedere quella bella giovane. Vorrei farle parte di queste riflessioni e persuaderla a levare il suo velo, ad affrontare arditamente lo scherno del mondo, a porgere consolazione e soccorso a tutti quelli che sono più disgraziati di lei, a farsi un'anima bella e perfetta per l'abito della carità, onde rivivere in seguito felice di doppio merito e di doppia virtù!» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Cosimo ad Angela.

«Voi esigete ch'io vi scriva, e intanto mi raccomandate di non abbandonarmi alle mie visioni, alle mie fantasie, alle mie stravaganze. Ma come posso io fare altrimenti? Io non ho qui un giardino a mia disposizione, nè un gabinetto di storia naturale, nè un piccolo pezzetto di terra di mia proprietà per dare un asilo allemale erbeche gli altri calpestano! M'è d'uopo adunque di rivolgere la mia attenzione su questo intricato gineprajo de' miei pensieri, e coltivare e classificare le male erbe che germogliano nel mio spirito. Voi deste asilo e conforto alla parte di me materiale e deforme: siate altrettanto indulgente alle allucinazioni strane che formano la mia vita interiore. Buone o triste che siano, non sono esse alfine la parte più nobile di me stesso? Che cosa è il mio corpo se non l'organo spesse volte inetto ad esprimerle? Voi che amate il profumo, qualunque, dei fiori che dite esser l'anima loro, e vi affaticate a interpretare il canto degli uccelli e i suoni inarticolati degli animali, non disprezzate, vi prego, o madre mia, questi vaghi sogni incoerenti che possono essere il primo balbettare di un'anima infante in cerca della verità e della giustizia. Vorreste ch'io mi limitassi a darvi conto del mio stato di salute e dei progressi che va facendo la cura? Il medico è molto soddisfatto, e mi assicura che in qualche anno di letto di Procuste io mi farò dritto e bello come un Apollo! Quanto a me, malgrado la sentenza di Foscolo che considera la bellezza come il primo de' doni e la più invidiabile prerogativa dell'uomo, non possopersuadermi che tale vantaggio meriti di essere conquistato a sì caro prezzo. Io ho le mie idee su questo argomento, e se non temessi che aveste a darmi sulla voce un'altra volta, sarei tentato a comunicarvele. Ebbene! perdonatemi, e ascoltatemi. Sarà l'ultima volta ch'io vi trascino a queste indagini stravaganti e temerarie.»Io credo, madre mia, che non riacquisterò mai nè la forza nè l'avvenenza. La mia infermità non è effetto d'un accidente: è un vizio di conformazione che ho portato nascendo. L'anima mia non ha saputo o non ha voluto fabbricarsi un corpo più sano e più bello. Ciò non può essere un effetto del caso, nè il decreto d'una cieca fatalità. Una legge giusta, universale, severa deve presiedere a questi fenomeni. L'anima nostra sceglie forzatamente gli elementi del suo corpo, e li sigilla della propria impronta, li configura ad imagine e similitudine sua, non secondo il capriccio del caso, ma secondo un istinto di giustizia che la ritiene in quelle condizioni che ha meritato nella vita anteriore, e che potranno meglio servirla a progredire nel bene.»Poniamo il caso. L'uomo che mi ha generato era dominato da una smisurata vanità, da un orgoglio colpevole de' suoi vantaggi personali unito a un disprezzo ingiusto delle altrui infermità sì fisiche che morali. Egli riprodusse se stesso trasmettendo il fiore dell'anima propria ad un figlio. Questa parte di lui che si stacca dal cespo, improntata di questa viziosa abitudine, si assimila e si costruisce un corpo in armonia de' suoi proprj appetiti. Il padre è punito nel figlio in quella parte di lui che soppravvive al sepolcro.»Se la punizione fosse sterile e dettata dalla vendetta, sarebbe ingiusta. Ma quest'anima, dotata d'un istinto progressivo, ha la facoltà di migliorare le sue propensioni, espia i trascorsi paterni che sono i suoi proprjtrascorsi, e impara a sue spese la pietà delle altrui sventure, meritando così di essere assunta in una condizione migliore in un'altra fase della vita individua, legata alle misteriose evoluzioni della specie umana.»In questa ipotesi, io non sarei dunque che un abbozzo destinato a perire o a riprodursi con altri organi, e con un corpo migliore, quando lo avrò meritato colla mia rassegnazione, colla mia pietà, colla mia carità verso gli altri.»Non so se questa opinione sia ortodossa. Sottoponetela al senno teologico di don Arnaldo, il quale troverà nelle Scritture o nei Santi Padri, o almeno nei libri degli antichi filosofi qualche traccia di queste mie fantasie. Voi sapete ch'io sono docile a' suoi responsi, e mi sottometto volentieri a' suoi buoni consigli. Nel caso ch'egli trovi che la mia opinione sia conciliabile colla dottrina cristiana, o almeno con quella di Pitagora e di Platone, vi prego a comunicarmelo per mio conforto. Questa mia ipotesi mi sembra molto consolante per quegli infelici che sono costretti a portar la pena di colpe che in apparenza non hanno commesse.»Tornando a me stesso, io mi considero dunque come un abbozzo, come uno sgorbio del mio spirito che, per virtù de' contrasti, e per propria dolorosa esperienza, s'addestra e si affatica a rendersi degno di scegliere e scolpirsi in avvenire un corpo migliore. Lasciatemi dunque subir la mia sorte. Questo periodo della mia esistenza sarà forse destinato a compiersi in pochi anni, forse in pochi mesi, e si compierà forse tanto più presto, quanto più avrò perfezionato me stesso, e meritato di rinascere sotto forme migliori.»Mi torna involontariamente al pensiero la povera giovane inglese che ho veduto pochi dì sono. Vi scrissi nell'altra mia ch'io non reputava la solitudine di unchiostro il miglior partito a cui potesse appigliarsi. Altre considerazioni più mature mi fanno mutar pensiero.»Mi sono domandato: E s'ella, vivendo nel mondo e trovandosi a contatto colla società, s'innamorasse di qualche giovane, che non apprezzasse le sue qualità morali, e rifuggisse dall'idea di corrispondere all'amor suo? Se avesse una rivale più avvenente di lei, o almeno non condannata a portar sulla fronte quella specie di stigma, oggetto di compassione e di riso? Se, nel conflitto di questi eventi ella venisse a disperare di se medesima e de' suoi fratelli, e l'anima sua, invece di prendere argomento dal suo difetto ad affrettarne il riscatto, si lasciasse trascinare a passioni irose, a colpevoli invidie, ad amare e sterili recriminazioni? Forse quella buonamissavrà misurato nel suo pensiero tutta la profondità di questo abisso, e diffidando delle sue forze per lottare nel mondo contro questi pericoli, avrà preferito di passare nella solitudine questa fase effimera di una esistenza immortale, che sa per istinto dover essere riservata ad assumere forme migliori.»Mi astengo dunque dal condannare la sua risoluzione, almeno finchè non ne conosca i motivi. Deh! perchè non potete voi conoscerla, parlarle, consolarla, consigliarla? Forse a voi confiderebbe il secreto dell'anima sua, vi confiderebbe le sue illusioni, i suoi disinganni. Domanderò al direttore il suo nome e il suo domicilio. Chi sa? Il nostro incontro medesimo potrebbe non esser fortuito. Noi forse ci ritroveremo, e potremo consolarci e consigliarci a vicenda o in questa vita o nell'altra!»Iddio le perdoni la terribile prova di amare senza essere amata! Meglio chiudere sterilmente questa esistenza interinale, e liberarsi da un corpo che non serve ai bisogni e agli istinti dell'anima nostra, lasciarlo dissolvere,e passare, nell'ora stabilita dalla provvidenza, ad informare un'argilla migliore.»Non fate leggere, vi prego, questi miei sogni d'infermo al vostro circolo. Leggeteli solo al maestro, che non riderà delle mie fantasie. E se credete ch'egli ne rida, non comunicatele nemmeno a lui. Leggetele da sola e sul serio. Per ridicole che possano parere, vi assicuro che non le ho meditate ridendo. Non so perchè: ma dopo la visita di quella inglese, i miei pensieri, che si svolgevano senza pena nell'animo mio, e, non riferendosi che a voi, erano impressi di quella serenità che voi portate sulla fronte e nel cuore, ora invece pigliano una tinta più scura e più dolorosa.»Non avevo mai pensato all'amore. Ora ci penso, a proposito di quella bella e sfortunata creatura, che forse è destinata a sentirlo senza poter ispirarlo. Che dura fatalità! Ma non vo' rattristarvi di più con queste supposizioni, e fo punto per oggi.»P.S. Il direttore ignora il nome e l'abitazione di quella giovane. Onde forse non ci vedremo più, nè voi potrete conoscerla. Vivrà e morrà ignorata in qualche convento cattolico, aspettando la sua metamorfosi. Non ci pensiamo più. La sua visita e il breve colloquio avuto con lei mi avrà almeno servito a considerare più a fondo questa pagina della vita umana, e a mettermi forse sulla via di sciogliere un problema che resta ancora insoluto. Leggete, Angela, il libro che vi spedisco. Esso vi mostrerà l'origine di queste mie fantasie, ed aprirà forse un nuovo orizzonte anche al vostro pensiero.»

«Voi esigete ch'io vi scriva, e intanto mi raccomandate di non abbandonarmi alle mie visioni, alle mie fantasie, alle mie stravaganze. Ma come posso io fare altrimenti? Io non ho qui un giardino a mia disposizione, nè un gabinetto di storia naturale, nè un piccolo pezzetto di terra di mia proprietà per dare un asilo allemale erbeche gli altri calpestano! M'è d'uopo adunque di rivolgere la mia attenzione su questo intricato gineprajo de' miei pensieri, e coltivare e classificare le male erbe che germogliano nel mio spirito. Voi deste asilo e conforto alla parte di me materiale e deforme: siate altrettanto indulgente alle allucinazioni strane che formano la mia vita interiore. Buone o triste che siano, non sono esse alfine la parte più nobile di me stesso? Che cosa è il mio corpo se non l'organo spesse volte inetto ad esprimerle? Voi che amate il profumo, qualunque, dei fiori che dite esser l'anima loro, e vi affaticate a interpretare il canto degli uccelli e i suoni inarticolati degli animali, non disprezzate, vi prego, o madre mia, questi vaghi sogni incoerenti che possono essere il primo balbettare di un'anima infante in cerca della verità e della giustizia. Vorreste ch'io mi limitassi a darvi conto del mio stato di salute e dei progressi che va facendo la cura? Il medico è molto soddisfatto, e mi assicura che in qualche anno di letto di Procuste io mi farò dritto e bello come un Apollo! Quanto a me, malgrado la sentenza di Foscolo che considera la bellezza come il primo de' doni e la più invidiabile prerogativa dell'uomo, non possopersuadermi che tale vantaggio meriti di essere conquistato a sì caro prezzo. Io ho le mie idee su questo argomento, e se non temessi che aveste a darmi sulla voce un'altra volta, sarei tentato a comunicarvele. Ebbene! perdonatemi, e ascoltatemi. Sarà l'ultima volta ch'io vi trascino a queste indagini stravaganti e temerarie.

»Io credo, madre mia, che non riacquisterò mai nè la forza nè l'avvenenza. La mia infermità non è effetto d'un accidente: è un vizio di conformazione che ho portato nascendo. L'anima mia non ha saputo o non ha voluto fabbricarsi un corpo più sano e più bello. Ciò non può essere un effetto del caso, nè il decreto d'una cieca fatalità. Una legge giusta, universale, severa deve presiedere a questi fenomeni. L'anima nostra sceglie forzatamente gli elementi del suo corpo, e li sigilla della propria impronta, li configura ad imagine e similitudine sua, non secondo il capriccio del caso, ma secondo un istinto di giustizia che la ritiene in quelle condizioni che ha meritato nella vita anteriore, e che potranno meglio servirla a progredire nel bene.

»Poniamo il caso. L'uomo che mi ha generato era dominato da una smisurata vanità, da un orgoglio colpevole de' suoi vantaggi personali unito a un disprezzo ingiusto delle altrui infermità sì fisiche che morali. Egli riprodusse se stesso trasmettendo il fiore dell'anima propria ad un figlio. Questa parte di lui che si stacca dal cespo, improntata di questa viziosa abitudine, si assimila e si costruisce un corpo in armonia de' suoi proprj appetiti. Il padre è punito nel figlio in quella parte di lui che soppravvive al sepolcro.

»Se la punizione fosse sterile e dettata dalla vendetta, sarebbe ingiusta. Ma quest'anima, dotata d'un istinto progressivo, ha la facoltà di migliorare le sue propensioni, espia i trascorsi paterni che sono i suoi proprjtrascorsi, e impara a sue spese la pietà delle altrui sventure, meritando così di essere assunta in una condizione migliore in un'altra fase della vita individua, legata alle misteriose evoluzioni della specie umana.

»In questa ipotesi, io non sarei dunque che un abbozzo destinato a perire o a riprodursi con altri organi, e con un corpo migliore, quando lo avrò meritato colla mia rassegnazione, colla mia pietà, colla mia carità verso gli altri.

»Non so se questa opinione sia ortodossa. Sottoponetela al senno teologico di don Arnaldo, il quale troverà nelle Scritture o nei Santi Padri, o almeno nei libri degli antichi filosofi qualche traccia di queste mie fantasie. Voi sapete ch'io sono docile a' suoi responsi, e mi sottometto volentieri a' suoi buoni consigli. Nel caso ch'egli trovi che la mia opinione sia conciliabile colla dottrina cristiana, o almeno con quella di Pitagora e di Platone, vi prego a comunicarmelo per mio conforto. Questa mia ipotesi mi sembra molto consolante per quegli infelici che sono costretti a portar la pena di colpe che in apparenza non hanno commesse.

»Tornando a me stesso, io mi considero dunque come un abbozzo, come uno sgorbio del mio spirito che, per virtù de' contrasti, e per propria dolorosa esperienza, s'addestra e si affatica a rendersi degno di scegliere e scolpirsi in avvenire un corpo migliore. Lasciatemi dunque subir la mia sorte. Questo periodo della mia esistenza sarà forse destinato a compiersi in pochi anni, forse in pochi mesi, e si compierà forse tanto più presto, quanto più avrò perfezionato me stesso, e meritato di rinascere sotto forme migliori.

»Mi torna involontariamente al pensiero la povera giovane inglese che ho veduto pochi dì sono. Vi scrissi nell'altra mia ch'io non reputava la solitudine di unchiostro il miglior partito a cui potesse appigliarsi. Altre considerazioni più mature mi fanno mutar pensiero.

»Mi sono domandato: E s'ella, vivendo nel mondo e trovandosi a contatto colla società, s'innamorasse di qualche giovane, che non apprezzasse le sue qualità morali, e rifuggisse dall'idea di corrispondere all'amor suo? Se avesse una rivale più avvenente di lei, o almeno non condannata a portar sulla fronte quella specie di stigma, oggetto di compassione e di riso? Se, nel conflitto di questi eventi ella venisse a disperare di se medesima e de' suoi fratelli, e l'anima sua, invece di prendere argomento dal suo difetto ad affrettarne il riscatto, si lasciasse trascinare a passioni irose, a colpevoli invidie, ad amare e sterili recriminazioni? Forse quella buonamissavrà misurato nel suo pensiero tutta la profondità di questo abisso, e diffidando delle sue forze per lottare nel mondo contro questi pericoli, avrà preferito di passare nella solitudine questa fase effimera di una esistenza immortale, che sa per istinto dover essere riservata ad assumere forme migliori.

»Mi astengo dunque dal condannare la sua risoluzione, almeno finchè non ne conosca i motivi. Deh! perchè non potete voi conoscerla, parlarle, consolarla, consigliarla? Forse a voi confiderebbe il secreto dell'anima sua, vi confiderebbe le sue illusioni, i suoi disinganni. Domanderò al direttore il suo nome e il suo domicilio. Chi sa? Il nostro incontro medesimo potrebbe non esser fortuito. Noi forse ci ritroveremo, e potremo consolarci e consigliarci a vicenda o in questa vita o nell'altra!

»Iddio le perdoni la terribile prova di amare senza essere amata! Meglio chiudere sterilmente questa esistenza interinale, e liberarsi da un corpo che non serve ai bisogni e agli istinti dell'anima nostra, lasciarlo dissolvere,e passare, nell'ora stabilita dalla provvidenza, ad informare un'argilla migliore.

»Non fate leggere, vi prego, questi miei sogni d'infermo al vostro circolo. Leggeteli solo al maestro, che non riderà delle mie fantasie. E se credete ch'egli ne rida, non comunicatele nemmeno a lui. Leggetele da sola e sul serio. Per ridicole che possano parere, vi assicuro che non le ho meditate ridendo. Non so perchè: ma dopo la visita di quella inglese, i miei pensieri, che si svolgevano senza pena nell'animo mio, e, non riferendosi che a voi, erano impressi di quella serenità che voi portate sulla fronte e nel cuore, ora invece pigliano una tinta più scura e più dolorosa.

»Non avevo mai pensato all'amore. Ora ci penso, a proposito di quella bella e sfortunata creatura, che forse è destinata a sentirlo senza poter ispirarlo. Che dura fatalità! Ma non vo' rattristarvi di più con queste supposizioni, e fo punto per oggi.

»P.S. Il direttore ignora il nome e l'abitazione di quella giovane. Onde forse non ci vedremo più, nè voi potrete conoscerla. Vivrà e morrà ignorata in qualche convento cattolico, aspettando la sua metamorfosi. Non ci pensiamo più. La sua visita e il breve colloquio avuto con lei mi avrà almeno servito a considerare più a fondo questa pagina della vita umana, e a mettermi forse sulla via di sciogliere un problema che resta ancora insoluto. Leggete, Angela, il libro che vi spedisco. Esso vi mostrerà l'origine di queste mie fantasie, ed aprirà forse un nuovo orizzonte anche al vostro pensiero.»

Angela a Cosimo.

«Mio caro Cosimo,»Entra, ti prego, nel mondo reale, nel mondo presente per leggere questa lettera, e per darmi chiara e netta la tua opinione intorno ai fatti e ai disegni che ti comunico.»Non si tratta del mio giardino, nè delle mie piante, nè del piccolo mondo che nasce, cresce e si trasforma con esse. Si tratta di me stessa, si tratta di te e di un'altra persona che fu finora quasi straniera a noi due, e che può divenire o un vincolo di unione più intima, o una causa di guai per entrambi.»Tu non t'imagini ch'io parli del conte Alberto. — Che ha egli di comune con noi? chiederai tu. Egli ebbe qualche parte, e fu occasione della mia venuta a Parigi e della cura a cui mi son sottoposto; ma non veggo che altri vincoli mi leghino a lui! —»Sì, mio caro Cosimo, tu hai con esso rapporti strettissimi: rapporti che ignori, che forse sarebbe meglio per te l'ignorare, ma che le circostanze mi fanno un dovere di rivelarti. Volevo aspettare a manifestarti a voce un mistero che deve avere una grande influenza sulla tua vita: ma il maestro che ho consultato mi consiglia a scrivertene senza indugio, e, dopo matura riflessione, mi ci sono risolta.»Ricorderai di avermi consegnato da parte della tua povera madre un cerchiellino d'oro che ho sempre portato in dito, ed un foglio piegato diligentemente nel mio borsellino che mi rendesti al cancello del parco.Non so se tu sappia che foglio è codesto. Tu eri troppo giovane quando rimanesti orfano, e forse tua madre, la tua prima madre, non ha creduto doverti palesare fin d'allora il secreto della tua origine. Ora sappi che quel foglio contiene una promessa di matrimonio e il riconoscimento anticipato di un figlio. Quel figlio probabilmente sei tu: il nome segnato a tutte lettere appiè di quest'atto, è quello del conte Alberto d'Andria.»Io non vi ho fatto attenzione al momento che gittai gli occhi la prima volta su quella carta, nè potevo imaginare con qual disegno la povera moribonda mi avesse confidato quel documento. La contessa d'Andria veniva qualche rara volta a visitare mia zia, ma io sapevo appena ch'ella avesse un figlio che viaggiava da molti anni in lontani paesi. Più tardi, dopo la tua partenza, quel nome mi colpì, cercai nella mia mente dove l'avessi inteso o veduto, e mi risovvenne del foglio che mi avevi affidato. Compresi confusamente di che si trattasse, e ne feci parola a don Arnaldo, che rischiarò i miei dubbj e mi persuase allora a tacere, aspettando consiglio dal tempo e dalle circostanze.»Ora il tempo e le circostanze m'impongono di dirti ogni cosa. Il conte d'Andria mi ha domandata in isposa. Mio padre non ha ancora risposto affermativamente, dicendo di volermi lasciar libera nella scelta: ma la zia trova convenientissimo questo partito, e fra lei e la contessa mi circondano di un vero assedio perch'io mi decida pel sì.»Io non ho pensato mai fino ad ora al matrimonio. Le mie piante, i miei studj, le mie fantasie, l'amore che ho per mio padre e dirò ancora per te, riempirono finora il mio cuore, e non mi lasciarono nè tempo nè spazio per pensare a scegliere, come dicono, uno stato. Sono stata fino a quest'oggi felice: chi mi assicura se lo sarò in avvenire?»Quanto al conte Alberto, pur convenendo de' suoi pregi personali e della sua varia cultura, non ebbi da prima alcuna propensione per lui. Esso è troppo facile a burlarsi di tutto e di tutti, troppo lontano dalle mie abitudini per andarmi a genio. Imaginandomi ch'egli avesse per me quella stessa indifferenza ch'io aveva per lui, ero lontana le mille miglia dal credere che le frequenti sue visite in casa nostra, e l'interesse che mostrava per te, tendessero a preparare il mio cuore a questo disegno. Dal momento ch'io seppi ch'egli aveva conosciuto ed amato la donna a cui tu devi la vita, la mia indifferenza fece luogo ad un altro sentimento ch'io non so ben definire. Talora mi sembra odiarlo come quello che potè abbandonare nella miseria la povera donna che ti fu madre: talora cerco nel mio cuore mille ragioni e mille scuse per attenuare la responsabilità di un tal fatto: l'età inesperta, l'orgoglio materno, mille altre circostanze più o meno probabili, e mi sembra ch'io potrei perdonargli ed amarlo ad una condizione che tu facilmente comprenderai.»Sa egli che tu sei figlio della donna che amò, sa egli d'essere autore de' giorni tuoi? E in questo caso, è egli disposto a mantenere la sua parola e a riconoscerti per figliuolo? Il documento ch'io tengo in deposito non avrebbe gran forza, giacchè essendo fatto in età minore, il maestro sostiene che non sarebbe considerato come valido innanzi alla legge. Ma innanzi all'onore, innanzi alla coscienza, innanzi alla croce che cuopre il sepolcro della povera derelitta? Dinanzi a te finalmente, che con quel foglio in mano potresti chiedergli un nome, uno stato, una posizione nel mondo?»Mio caro Cosimo, eccoti informato di tutto. Tu sei ora in grado di riflettere su questo fatto, ed è perciò che mi sono determinata a mandarti il documento cheè divenuto un prezioso retaggio per te. Pensaci seriamente, e fammi sapere il partito che pensi di prendere.»Io avrò la forza di resistere al doppio assedio che mi hanno posto d'attorno e domanderò tempo a risolvere. Terrò in guardia il mio cuore contro ogni avversione ed ogni affetto, finchè non sappia che cosa tu abbia risolto di fare. Senza il consiglio del maestro, alla cui prudenza ho creduto dover conformarmi, saprei a quest'ora che cosa pensare del conte Alberto. Gli avrei mostrato quel foglio, e gli avrei letto in volto, se il suo cuore è onesto e degno d'amarmi. Una sera che la conversazione era caduta sulla misera sorte di certe persone, egli si lasciò andare ad un giudizio, che mi parve troppo duro e crudele verso le donne. Presa da un sentimento d'indignazione, io pronunciai il nome di tua madre, e gli chiesi che opinione avesse di lei. Egli impallidì e rimase un poco perplesso. Ma si rimise ben tosto e mutò discorso. Sua madre, che se n'era avveduta, colse il momento opportuno e si alzò per andarsene. Le cose restarono lì. Ma non rimarrò certo a lungo con questo dubbio sul cuore. Non aspetto che la tua risposta per domandargli una spiegazione sul tuo conto, e saprò allora qual giudizio potrò formare di quei sentimenti di probità che ha sempre sul labbro.»Quante novità, caro Cosimo! Tu puoi diventare fra pochi giorni il figlio, ed io la moglie del conte d'Andria. Quel dolce nome di madre che tu sei solito a darmi, ti sarebbe egli stato ispirato da un sentimento profetico dell'avvenire? Non ti pare che in tutto questo risplenda la mano della provvidenza? Non basterebbero questi fatti per convincer d'errore il nostro medico che attribuisce quasi tutti gli avvenimenti al caso e ad una cieca fatalità? — M'incontro fortuitamente in un povero bimbo maltrattato da' suoi compagni: mi pongo in suadifesa, gli do i mezzi per soccorrere la sua povera madre ammalata. Questa muore, e mi fa depositaria del povero orfano e del documento che ne attesta l'origine. Il babbo ti riceve in casa, tu cresci con me, ed una singolar simpatia ci rende l'uno all'altro sì cari. Più tardi tuo padre, guidato da un intento che lascio ad altri l'incarico di qualificare, ci capita in casa, ti vede, e senza chieder conto di te, senza saper chi tu sia, contribuisce forse a renderti la salute, e certo a svolgere la tua intelligenza in codesto istituto. Un progetto di matrimonio sta per legare per sempre i nostri destini: e tutto ciò dipende da te, da una tua parola, dal modo onde sarà ricevuta! Ci sarebbe da perdere la ragione, se non vedessimo in questo concorso di circostanze una mano invisibile che conduce gli umani destini, e li subordina ad un fine benefico.»Ad ogni modo, qualunque sia per essere la soluzione di questo nodo, vi è una cosa che resterà: l'affetto ch'io ho per te, e il conforto di aver obbedito all'istinto che mi parlò in tuo favore.»Tu mi hai dato il nome di madre, e tua madre io sarò, quand'anche il sentimento di padre mancasse in colui che te lo deve per obbligo di natura. Sì, Cosimo mio, tu mi sarai fratello, amico e figliuolo, come vorrai, sotto qualunque nome ti piacerà di chiamarmi.»Prendi dunque la tua risoluzione senza preoccuparti del tuo avvenire. Sia che tu risani, sia che resti nella situazione di prima, io ti ho posto nel numero degli esseri sfortunati ai quali ho consacrato le mie più tenere cure; e questo solo titolo, ancorchè altri tu non ne avessi, mi ti farà sempre caro sopra gli uomini più ricchi e più accarezzati dal mondo.»

«Mio caro Cosimo,

»Entra, ti prego, nel mondo reale, nel mondo presente per leggere questa lettera, e per darmi chiara e netta la tua opinione intorno ai fatti e ai disegni che ti comunico.

»Non si tratta del mio giardino, nè delle mie piante, nè del piccolo mondo che nasce, cresce e si trasforma con esse. Si tratta di me stessa, si tratta di te e di un'altra persona che fu finora quasi straniera a noi due, e che può divenire o un vincolo di unione più intima, o una causa di guai per entrambi.

»Tu non t'imagini ch'io parli del conte Alberto. — Che ha egli di comune con noi? chiederai tu. Egli ebbe qualche parte, e fu occasione della mia venuta a Parigi e della cura a cui mi son sottoposto; ma non veggo che altri vincoli mi leghino a lui! —

»Sì, mio caro Cosimo, tu hai con esso rapporti strettissimi: rapporti che ignori, che forse sarebbe meglio per te l'ignorare, ma che le circostanze mi fanno un dovere di rivelarti. Volevo aspettare a manifestarti a voce un mistero che deve avere una grande influenza sulla tua vita: ma il maestro che ho consultato mi consiglia a scrivertene senza indugio, e, dopo matura riflessione, mi ci sono risolta.

»Ricorderai di avermi consegnato da parte della tua povera madre un cerchiellino d'oro che ho sempre portato in dito, ed un foglio piegato diligentemente nel mio borsellino che mi rendesti al cancello del parco.Non so se tu sappia che foglio è codesto. Tu eri troppo giovane quando rimanesti orfano, e forse tua madre, la tua prima madre, non ha creduto doverti palesare fin d'allora il secreto della tua origine. Ora sappi che quel foglio contiene una promessa di matrimonio e il riconoscimento anticipato di un figlio. Quel figlio probabilmente sei tu: il nome segnato a tutte lettere appiè di quest'atto, è quello del conte Alberto d'Andria.

»Io non vi ho fatto attenzione al momento che gittai gli occhi la prima volta su quella carta, nè potevo imaginare con qual disegno la povera moribonda mi avesse confidato quel documento. La contessa d'Andria veniva qualche rara volta a visitare mia zia, ma io sapevo appena ch'ella avesse un figlio che viaggiava da molti anni in lontani paesi. Più tardi, dopo la tua partenza, quel nome mi colpì, cercai nella mia mente dove l'avessi inteso o veduto, e mi risovvenne del foglio che mi avevi affidato. Compresi confusamente di che si trattasse, e ne feci parola a don Arnaldo, che rischiarò i miei dubbj e mi persuase allora a tacere, aspettando consiglio dal tempo e dalle circostanze.

»Ora il tempo e le circostanze m'impongono di dirti ogni cosa. Il conte d'Andria mi ha domandata in isposa. Mio padre non ha ancora risposto affermativamente, dicendo di volermi lasciar libera nella scelta: ma la zia trova convenientissimo questo partito, e fra lei e la contessa mi circondano di un vero assedio perch'io mi decida pel sì.

»Io non ho pensato mai fino ad ora al matrimonio. Le mie piante, i miei studj, le mie fantasie, l'amore che ho per mio padre e dirò ancora per te, riempirono finora il mio cuore, e non mi lasciarono nè tempo nè spazio per pensare a scegliere, come dicono, uno stato. Sono stata fino a quest'oggi felice: chi mi assicura se lo sarò in avvenire?

»Quanto al conte Alberto, pur convenendo de' suoi pregi personali e della sua varia cultura, non ebbi da prima alcuna propensione per lui. Esso è troppo facile a burlarsi di tutto e di tutti, troppo lontano dalle mie abitudini per andarmi a genio. Imaginandomi ch'egli avesse per me quella stessa indifferenza ch'io aveva per lui, ero lontana le mille miglia dal credere che le frequenti sue visite in casa nostra, e l'interesse che mostrava per te, tendessero a preparare il mio cuore a questo disegno. Dal momento ch'io seppi ch'egli aveva conosciuto ed amato la donna a cui tu devi la vita, la mia indifferenza fece luogo ad un altro sentimento ch'io non so ben definire. Talora mi sembra odiarlo come quello che potè abbandonare nella miseria la povera donna che ti fu madre: talora cerco nel mio cuore mille ragioni e mille scuse per attenuare la responsabilità di un tal fatto: l'età inesperta, l'orgoglio materno, mille altre circostanze più o meno probabili, e mi sembra ch'io potrei perdonargli ed amarlo ad una condizione che tu facilmente comprenderai.

»Sa egli che tu sei figlio della donna che amò, sa egli d'essere autore de' giorni tuoi? E in questo caso, è egli disposto a mantenere la sua parola e a riconoscerti per figliuolo? Il documento ch'io tengo in deposito non avrebbe gran forza, giacchè essendo fatto in età minore, il maestro sostiene che non sarebbe considerato come valido innanzi alla legge. Ma innanzi all'onore, innanzi alla coscienza, innanzi alla croce che cuopre il sepolcro della povera derelitta? Dinanzi a te finalmente, che con quel foglio in mano potresti chiedergli un nome, uno stato, una posizione nel mondo?

»Mio caro Cosimo, eccoti informato di tutto. Tu sei ora in grado di riflettere su questo fatto, ed è perciò che mi sono determinata a mandarti il documento cheè divenuto un prezioso retaggio per te. Pensaci seriamente, e fammi sapere il partito che pensi di prendere.

»Io avrò la forza di resistere al doppio assedio che mi hanno posto d'attorno e domanderò tempo a risolvere. Terrò in guardia il mio cuore contro ogni avversione ed ogni affetto, finchè non sappia che cosa tu abbia risolto di fare. Senza il consiglio del maestro, alla cui prudenza ho creduto dover conformarmi, saprei a quest'ora che cosa pensare del conte Alberto. Gli avrei mostrato quel foglio, e gli avrei letto in volto, se il suo cuore è onesto e degno d'amarmi. Una sera che la conversazione era caduta sulla misera sorte di certe persone, egli si lasciò andare ad un giudizio, che mi parve troppo duro e crudele verso le donne. Presa da un sentimento d'indignazione, io pronunciai il nome di tua madre, e gli chiesi che opinione avesse di lei. Egli impallidì e rimase un poco perplesso. Ma si rimise ben tosto e mutò discorso. Sua madre, che se n'era avveduta, colse il momento opportuno e si alzò per andarsene. Le cose restarono lì. Ma non rimarrò certo a lungo con questo dubbio sul cuore. Non aspetto che la tua risposta per domandargli una spiegazione sul tuo conto, e saprò allora qual giudizio potrò formare di quei sentimenti di probità che ha sempre sul labbro.

»Quante novità, caro Cosimo! Tu puoi diventare fra pochi giorni il figlio, ed io la moglie del conte d'Andria. Quel dolce nome di madre che tu sei solito a darmi, ti sarebbe egli stato ispirato da un sentimento profetico dell'avvenire? Non ti pare che in tutto questo risplenda la mano della provvidenza? Non basterebbero questi fatti per convincer d'errore il nostro medico che attribuisce quasi tutti gli avvenimenti al caso e ad una cieca fatalità? — M'incontro fortuitamente in un povero bimbo maltrattato da' suoi compagni: mi pongo in suadifesa, gli do i mezzi per soccorrere la sua povera madre ammalata. Questa muore, e mi fa depositaria del povero orfano e del documento che ne attesta l'origine. Il babbo ti riceve in casa, tu cresci con me, ed una singolar simpatia ci rende l'uno all'altro sì cari. Più tardi tuo padre, guidato da un intento che lascio ad altri l'incarico di qualificare, ci capita in casa, ti vede, e senza chieder conto di te, senza saper chi tu sia, contribuisce forse a renderti la salute, e certo a svolgere la tua intelligenza in codesto istituto. Un progetto di matrimonio sta per legare per sempre i nostri destini: e tutto ciò dipende da te, da una tua parola, dal modo onde sarà ricevuta! Ci sarebbe da perdere la ragione, se non vedessimo in questo concorso di circostanze una mano invisibile che conduce gli umani destini, e li subordina ad un fine benefico.

»Ad ogni modo, qualunque sia per essere la soluzione di questo nodo, vi è una cosa che resterà: l'affetto ch'io ho per te, e il conforto di aver obbedito all'istinto che mi parlò in tuo favore.

»Tu mi hai dato il nome di madre, e tua madre io sarò, quand'anche il sentimento di padre mancasse in colui che te lo deve per obbligo di natura. Sì, Cosimo mio, tu mi sarai fratello, amico e figliuolo, come vorrai, sotto qualunque nome ti piacerà di chiamarmi.

»Prendi dunque la tua risoluzione senza preoccuparti del tuo avvenire. Sia che tu risani, sia che resti nella situazione di prima, io ti ho posto nel numero degli esseri sfortunati ai quali ho consacrato le mie più tenere cure; e questo solo titolo, ancorchè altri tu non ne avessi, mi ti farà sempre caro sopra gli uomini più ricchi e più accarezzati dal mondo.»

Non è difficile imaginare l'impressione che questa lettera ebbe a fare sull'animo mobile e sui nervi delicati di Cosimo. Le rivelazioni ch'essa conteneva erano tali da scuotere fortemente anche il carattere più tetragono. L'orfano, il trovatello ritrovava impensatamente l'autor de' suoi giorni: il povero paria si risvegliava figlio di un uomo ricco, nobile, ragguardevole. Dinanzi alla natura, se non dinanzi alla legge, egli era Cosimo d'Andria!

Una fiamma d'orgoglio e di gioia balenò ne' suoi occhi, e suffuse d'improvviso rossore le sue guance e la fronte. Steso sul suo letto di clinica, si trovò tutto bagnato di sudore, e così fuor di sè che non sentiva e non ricordava nè manco la steccatura e la posizione forzata e violenta in cui era.

Rilesse più volte la lettera del suo angelo tutelare, e il documento importante che vi era unito. Ad ogni lettura nuovi lumi sprizzavano e nuove idee germogliavano nel suo cervello. Tutto ad un tratto, chi fosse stato presente, avrebbe veduto quel vivo colore far luogo ad una subita e mortal pallidezza. Alla gioia di aver trovato un padre, succedeva il timore che quest'uomo potesse ricusare di riconoscerlo. Non aveva egli abbandonata la madre, non l'aveva lasciata morire d'inedia e di vergogna sul suo letto di dolore? Non s'era egli forse allontanato dal paese per isfuggire alle conseguenze di questo legame? Ora qual probabilità che, reduce da sì lunghi viaggi, e seccatoglisi il cuore fra tante avventure e fra lo spettacolo de' vizj umani, fosse per venire a migliori sentimenti, e volesse abbracciar come figlio in facciaalla società un povero gobbo, ludibrio della natura e della fortuna?

E tuttavia ei non poteva metter in dubbio nè pur un istante d'essergli figlio. Tutto ad un tratto gli tornavano in mente certe tronche parole udite di tempo in tempo dalla sua povera madre. Quando l'aveva mandato all'asilo perchè imparasse a leggere, gli aveva detto che a suo tempo gli avrebbe fatto conoscere una scritta da cui poteva dipendere il suo destino. Evidentemente la carta di cui la povera donna intendeva parlare era quella che gli stava allora dinanzi agli occhi. E non gliel'aveva mostrata prima, poichè all'età in cui trovavasi quando morì, non aveva notizia alcuna del conte, e non lo credeva ancora maturo per comprenderne l'importanza. La buona donna, consegnandola ad Angela, era stata ispirata da un istinto quasi divino.

Un animo portato a risalire sempre alle cause misteriose dei più piccoli fatti, non poteva non ravvisare in questa catena di eventi l'azione d'una provvidenza suprema. — Mi farò ben riconoscere, — gridò egli — mi farò ben riconoscere! Egli troverà, se non nelle mie fattezze, certo nell'anima mia la traccia di un'origine non volgare. —

Ma qui un'altra serie di pensieri si avvicendava nella sua mente. Ricordava sua madre ridotta alla miseria, alla solitudine, obbligata a sopportare l'insulto della gente onesta per aver creduto alla lealtà di un alto personaggio, per averlo amato, per essere divenuta la madre del figlio di lui! E il suo viso cominciò a rinfiammarsi, ma questa volta di collera e d'indignazione. — Io lo condurrò — diss'egli — sulla fossa dove riposa la benedetta spoglia della madre mia, ve lo farò inginocchiare, l'obbligherò a domandarle perdono e a dichiarare su quella croce d'averla sposata dinanzi a Dio. Evi scriverò sopra una pietra: «Qui giace la contessa Teresa d'Andria, morta di dolore sul fior dell'età!» —

Poi tornava alla lettera d'Angela, la rileggeva e cercava d'indovinare quello che non v'era espresso abbastanza chiaro: cioè la maniera con cui considerava quest'uomo. — L'amava ella? Poteva ella amarlo e dargli amnistia del passato, quand'anche egli avesse voluto e potuto mitigarne le conseguenze? Ma egli era sì grande e sì bello! Aveva un'aria di dignità e di bontà che comandava il rispetto e l'amore. Egli è fatto, pensava Cosimo, per non temere, per non trovare rivali nel mondo. —

Ma qui un sentimento ancora più amaro, un sentimento ch'egli provava per la prima volta, s'impadroniva di tutto lui. Era un sentimento che teneva dell'avversione, dell'odio, un sentimento d'invidia e di gelosia. Non ch'egli potesse qualificarlo per tale, non che fosse in grado di confessarlo nè pure a se stesso. No. Il povero Cosimo non aveva ancora coscienza di aver per Angela altro affetto che quello di fratello e di figlio. Or come avrebbe potuto riconoscere e odiare un rivale nell'uomo che tutto ad un tratto gli si presentava qual padre? Tuttavia, chi volesse dare un nome a quel misto di sospetto e di ripulsione che sentiva nell'animo e turbava la sua imaginazione, non potrebbe chiamarlo altrimenti che gelosia. L'unione possibile di suo padre con quella che nominava con sì soave espressione d'affetto la madre dell'anima sua, doveva parergli il sommo della sua felicità, la suprema delle sue speranze: eppure questa combinazione non gli era mai venuta alla mente. Egli odiava l'uomo che stava per usurpare nell'animo di Angela un affetto al quale s'era abituato per modo da considerarlo come un suo dritto. Quel vago sentimento di simpatia che aveva risentito per quella bella stranierache gli era apparsa, trovava ora il suo compimento. L'imagine di quella giovanetta e quella di Angela si confondevano in uno come il profumo di due fiori diversi in una sola fragranza. Gli è che tutta la sua natura si era risentita a questa subita rivelazione, e tutti gli affetti, fino allora confusi e come nuotanti in un'atmosfera ideale, aveano acquistato nome e realtà. Egli usciva dal mondo dei sogni per urtarsi contro le scabrosità della vita effettiva: era come un ente fantastico che prendesse ad un tratto consistenza e figura, moto e passione.

Questa trasformazione di Cosimo, preparata lentamente dalle sue letture, dalle sue riflessioni, dal progresso medesimo dell'età, doveva compiersi e manifestarsi alla lettura di quei fogli, come al tocco d'un magico talismano. Egli era, un'ora prima, fanciullo: ora si sentiva già uomo. Domandò che gli fossero tolte le fasciature: balzò dal letto, gli parve d'essere cresciuto d'un palmo, d'esser forte e robusto, e capace di difendere i suoi diritti e le sue ragioni. I suoi compagni di clinica furono tutti maravigliati di codesta insolita vivacità che mostrava. Lo credettero sulle prime in preda al delirio, perchè parlava ad alta voce, in italiano, come avesse presente qualche persona. Il sorvegliante della sala ne avvisò il direttore che accorse e gli chiese perchè avesse abbandonato il letto più presto del solito. Cosimo rientrò allora in se stesso e rispose con calma che certe notizie che aveva ricevute d'Italia l'avevano commosso e turbato, sì che avea sentito il bisogno di levarsi e di muoversi.

Si pose allora alla sua scrivania per rispondere alla lettera d'Angela. Ma credendo di ravviare il filo de' suoi pensieri, la febbre sopita si ravvivò. Non fu possibile che trovasse parola da mettere in carta. Si levò da sedere, si pose a misurare a gran passi la camera, e tuttoad un tratto, come avesse preso una risoluzione, esclamò: — Bisogna andare! Che scrivere? che scrivere? Bisogna andare. —

Questa irruzione di pensieri, di affetti, di sentimenti diversi ed insoliti, non venne meno un istante nell'animo di Cosimo, finchè non fu giunto a Milano.

Nel primo viaggio che fece, due anni innanzi, fanciullo ancora, inconscio, per dir così, di se stesso, passava dolcemente dalle realtà della veglia alle tranquille allucinazioni de' sogni: ora ei tentò inutilmente di prender sonno. Allora egli era come sospeso nel vago, come lanciato nell'azzurra libertà de' cieli senza alcun legame di sangue che lo tenesse avvinto alla terra: ora egli sapeva di avervi radice, ora conosceva suo padre, l'autore de' giorni suoi, dal quale però non potea prevedere come sarebbe accolto fra poco.

Come gli parvero lunghi quei due giorni e quelle due notti che spese in viaggio! Quanto maledì la catena delle Alpi e le altre circostanze che aveano ritardato all'Italia il vantaggio delle strade di ferro! L'anima sua avrebbe voluto isolarsi dagli organi materiali e volare, come l'elettrico in un istante lungo le fila metalliche, alla sua mèta! Passate le Alpi, passate le pianure subalpine, ei vide il Po, rivide il Ticino! Attraversò sull'imperiale della tardigrada diligenza i verdi ed irrigui prati lombardi. Ma invano cercava cogli occhi Milano, invano sperava discernere fra la densa atmosfera gli aerei pinnacoli del poetico Duomo!

Alla fine, dopo averlo cercato da lungi, se lo trovò dappresso. Milano non è, come alcune città d'Italia, fabbricato sopra un piano eminente. Ti sorge improvvisodinanzi agli occhi, come un'oasi dell'arte e della civiltà.Ecco Milano! Ecco Milano!fu il grido unanime di tutti i Lombardi che si trovavano nei varj scompartimenti della vettura. Chi si soffregò gli occhi, chi rassettò i suoi vestiti, chi cercò il suo cappello, chi raccolse il bagaglio per non perdere un minuto all'arrivo: tutti ravvivarono, rasserenarono il viso, come segue dopo un lungo e nojoso viaggio, quando ci avviciniamo al luogo desiderato.

Cosimo divise cogli altri per un momento l'ansietà della gioja. Ma tutto ad un tratto si rabbrunì. Dove andrebbe egli? Dove dirigerebbe i suoi passi? A qual porta picchierebbe a quell'ora così d'improvviso? Egli non aveva annunziato il suo ritorno ad alcuno, nè pure ad Angela. Non era probabile che il direttore dell'istituto ortopedico si fosse affrettato a darne conto alla famiglia Lanzoni: nè, se pure l'avesse fatto, la lettera sarebbe potuta giungere prima di lui. L'idea fissa che l'avea dominato era quella di andar difilato a suo padre, di farglisi conoscere, di abbracciarlo con infinito amore, o giudicarlo con tutta la severità di un orfano a cui si ricusa il diritto più sacro. Ora, al momento di presentarsi al conte d'Andria, al momento di squadernargli dinanzi agli occhi quel documento che stringeva nelle mani convulse, l'animo, prima così risoluto, esitò. La diligenza si arrestò nel vasto cortile della stazione: tutti erano discesi, e s'avviavano in direzioni diverse: egli restava ancora incerto e come trasecolato al suo posto. Riscosso alla voce del conduttore, discese, e domandò se la famiglia Lanzoni dimorasse molto lontano. Nessuno gliene seppe dare contezza. Lasciò il suo fardello nell'officio del corriere, ed uscì alla ventura. Raccapezzando le vecchie reminiscenze, riuscì ad orientarsi: dico vecchie reminiscenze, poichè nei due anni chestette assente, egli erasi fatto più adulto di sei: tanto i sentimenti e le idee s'erano svolte e mutate in quella sua rapida pubescenza. Alla risoluzione che avea presa d'indirizzarsi alla casa del conte, era succeduta, immediatamente la volontà istintiva di bussare a quella casa, dov'era già stato accolto qual figlio. Quasi senza saperlo, seguendo una guida interiore, si trovò dinanzi al cancello dellemale erbe. Sperava vedervi il suo angelo, ma trovò il loco deserto. Stette alcun tempo come smemorato guardando, senza vedere alcuno, senza udire alcuna voce, nè alcun rumore. Era infatti troppo tardi, perchè alcuno si ritrovasse in giardino senza un motivo. Girò allora a sinistra, e riuscì alla porta anteriore della casa. La portinaja durò fatica a ravvisarlo, ma com'egli l'ebbe chiamata per nome, conobbe la voce, e gittò un grido di meraviglia. Salite precipitosamente le scale, la porta dell'appartamento si spalancò, e il povero orfano si trovò quasi svenuto nelle braccia di Angela, che, a caso, o per un presentimento secreto, era venuta ad aprire.

Egli non arrivava inatteso. Il direttore avea scritto e la lettera era giunta fin dal mattino. Angela non si era punto maravigliata del partito che aveva preso, e fu contenta di saperlo a tempo per prevenire il padre e la zia della causa vera di quel repentino ritorno. Il padre si fece serio, e rimproverò la fanciulla di avergli celata fino allora una circostanza sì grave. La zia andò sulle furie, volle negare o porre in dubbio la realtà di quel documento. Poco dopo era uscita di casa, per interpellare il conte e la contessa sopra questo imbroglio che veniva improvvisamente ad attraversare i suoi fini, o almeno a complicare la situazione. Checchè ne fosse, dopo una mezz'ora appena, ecco giugnere la contessa in casa Lanzoni, e poco appresso il conte Alberto medesimo. Il padre e la zia di Angela volevano tener celatoil ritorno di Cosimo, tanto per tastare il terreno, e vedere qual fosse il consiglio migliore. Ma Angela insistette presso il padre, perchè si venisse in chiaro senza indugio della verità della cosa, e si sapesse a dirittura la risoluzione del conte. Codesta era, diceva ella, la pietra del paragone alla quale voleva sottometterlo prima di dichiararsi per il sì o per il no. Il signor Lanzoni non volle però accondiscendere a tanta precipitazione. Egli conosceva un po' meglio le cose del mondo, e nell'interesse stesso di Cosimo riserbò a se medesimo la cura di trattar quest'affare a quel tempo e a quel modo che avrebbe giudicato migliore. Cosimo dunque dovette rassegnarsi, ed Angela, dopo di essersi lungamente intertenuta con lui, anzichè prender parte, come soleva, alla conversazione, si ritirò nella sua stanza, meditò qualche istante, e si pose a scrivere al conte la lettera seguente:


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