ABNEGAZIONE.NOVELLA.

ABNEGAZIONE.NOVELLA.

In un giorno piovigginoso di novembre un baroccio carico di masserizie era fermo dinanzi all'abitazione del signor Bernardo Mauri, onesto negoziante della città di***. Intento a ricevere la consegna di quelle suppellettili stava il signor Bernardo medesimo, e aveva seco una donna attempatella e piagnucolosa, che ogni occhio esperto avrebbe giudicato per una di quelle fantesche, le quali dal lungo vivere in una casa acquistano una certa aria di padronanza insieme con un affetto molto reale e molto efficace per coloro che hanno servito da tanti anni. Però la Filomena, come si vedrà, non era fantesca di casa Mauri. In quel momento ella vigilava lo scarico dei mobili con l'atteggiamento di generalissimo che vede schierarsi in battaglia un esercito, dava ammonizioni e consigli ai facchini del baroccio, senza che ciò le impedisse di parlar continuamente col signor Bernardo.

— In parola d'onore, signor Bernardo, una ragazza d'oro. Così senza idee, brava in tutto.... Mah!... Ehi, lì, buon uomo, andate piano con quell'armadio.Io lo diceva sempre alla padrona buon'anima che gli era poco in sesto, ma lei eragli affezionata come a un vecchio amico di casa e non voleva staccarsene.... Adagino, adagino, mettetelo lì.... Ma, signor Bernardo, com'è andata quella famiglia!... A Ognissanti finirono tre mesi dalla morte del povero signor Antonio, suo fratello, che Dio lo abbia in gloria, e di lì a cinque settimane la signora si mise a letto, e non si alzò più... Ih! Ih!... Ehi, non vedete quello specchio come spenzola fuori del carro? Tiratelo giù a dirittura che non vada in frantumi.... Povera Angelina!... Io che l'ho vista nascere.... adesso doverla lasciare.... Oh! è una gran fatalità... meschinella che sono.... —

E la Filomena si mise a singhiozzare con tale un accento di verità, che il signor Bernardo ne fu commosso e le disse amorevolmente:

— Andiamo, Filomena, datevi pace, verrete spesso a trovarla, la non è mica fuori del mondo.... E noi non siamo punto il diavolo da farvi paura.

— Mi guardi il cielo dal pensarlo.... Ma l'è un'altra cosa, non l'avrò più dinanzi agli occhi da mattina a sera.... non la vedrò più venir su a poco a poco come un bocciuol di rosa.... Non posso proprio darmene pace. —

Nel mentre che la Filomena si andava così querelando, una bella e vispa ragazza di 16 anni era scesa dalle scale insieme con due omaccioni grandi e grossi che parevano pendere dai suoi ordini.

— Prendete su il pianoforte, — diss'ella con la sua voce argentina, — chè quando abbiam messo quello, la stanza è in assetto....

— Dio mio, Matilde, come sei trafelata! — esclamò il signor Bernardo con ansietà.... — Va pianino, mia cara, non c'è poi ragione che tu ci buschi un riscaldamento.

— Oh! babbo, non son mica smorfiosa io; — rispose sorridendo la cara fanciulla.

Quand'ecco da un'altra parte dell'androne nascere un gran parapiglia.... Prima uno strillo acutissimo poi delle grosse risate, poi un gatto nero sguizzar fuori in istrada scomponendo e atterrando i mobili, mentre i facchini battendo le mani gli gridavano dietro — acchiappa, acchiappa — e una bambina settenne tutta sconcertata aggrapparsi al vestito della Matilde.

— Ah! briccona dell'Amaliuccia, che cosa hai fatto? E dove t'eri cacciata, chè non ti si vedeva nemmeno? —

La fanciulletta rispose ch'ella era scesa prima senza far rumore, perchè il babbo non la sgridasse, che si era messa a frugar di qua e di là, e che finalmente da un canterale era sbucato fuori soffiando e arruffando i peli quel brutto bestione che le aveva fatta tanta paura.

Il racconto mise l'ilarità in tutti gli astanti, ad eccezione della Filomena, la quale n'ebbe anzi un raddoppiamento di affanno. — Che cosa c'è da ridere? — borbottava ella tra sè — povero Micio! povero Micio! Anche per te l'è finita.... non mi verrai più intorno alle gambe dimenando la coda, non passerai più le notti tranquillamente sulla tepida cenere del focolare!... —

Ora se al lettore non ispiace salire due scale, noi seguiremo la Matilde che, precedendo i due facchini, iquali portavano il pianoforte, era entrata in una stanza ampia ed arieggiata, ove una donna di servizio andava spazzolando frettolosamente la mobilia.

— Così va bene, — disse la Matilde con tuono di soddisfazione, quando vide anche il pianoforte al suo posto.

— Credo anch'io, — soggiunse la serva, — la signora Angelina deve starci da principessa.

— Eh! lascia andare, Teresa, che nessuno può darle più la sua casa e i suoi genitori. —

La stanza aveva nella sua semplicità un aspetto seducente davvero. Una carta messa di fresco rivestiva le pareti, il soffitto era dipinto d'un ceruleo chiaro con qualche arabesco turchino, le cortine ed il letticciuolo erano bianchi di bucato. Sopra il letto pendeva un bel ritratto a fotografia della madre dell'Angelina. La Teresa andava mormorando fra i denti che a quel posto ci sarebbe stata meglio un'immagine sacra, ma la Matilde le dava subito sulla voce:

— Non ti pigliar tanti affanni: ognuno la pensa a suo modo, e so che l'Angelina avrà più piacere così. —

Il pianoforte era messo tra l'intervallo delle due finestre, e le altre suppellettili, che consistevano in un armadio, uno scrittoio, un piccolo tavolino da lavoro, uno specchio e qualche seggiola di noce, erano disposte in bell'ordine tutto intorno alla stanza. Le finestre riuscivano sull'ultimo lembo del borgo, in cui era situata la casa Mauri, e dominavano anche un vasto tratto di campagna. Il fiume che attraversava la città, entrava appunto da quella parte: dall'argine sinistro una strada fiancheggiata di platani ne seguiva le volubili giravolte,e si perdeva nella pianura; a destra le rive erano più basse e formavano nel mattino il convegno animatissimo delle lavandaie che venivano a farvi il bucato, e dei carrettieri che vi abbeveravano i loro cavalli. Tutto intorno il terreno era frastagliato di case e d'ortaglie: lontan lontano una striscia fuggente di fumo e un fischio acutissimo annunziavano parecchie volte al giorno il passaggio di un convoglio di strada ferrata.

Quando parve alla Matilde che la stanza fosse in perfetto ordine, le diede un'ultima occhiata di compiacenza, poi ne uscì insieme colla Teresa, e col passo leggiero e saltellante di chi è contento di sè, scese una scala di pochi gradini, spinse leggermente un uscio socchiuso, ed entrando con mezza la persona in un salottino, fece un cenno col capo e parve chiamar fuori qualcuno.

Di lì a pochi secondi, una nobile e svelta figura di giovinetta tutta vestita a bruno risaliva insieme colla Matilde il breve tratto di scala, e preceduta da lei entrava nella stanza, che abbiamo veduto or ora prepararsi per la nuova ospite.

L'Angelina, chè tale era il nome della fanciulla abbrunata, gettò nella camera un rapidissimo sguardo, e poichè la vide addobbata con sì amorevole cura, e ravvisò sopra il suo letto la dolce immagine materna, sentì inondarsi gli occhi di lagrime e, abbandonandosi fra le braccia della Matilde, esclamò con voce commossa:

— Qui c'è stato un angiolo.... e tu sei quello. —

Era commovente il vedere quelle due giovinette così avvinte in dolcissimo amplesso. Nell'età ch'è tutta sogni e speranze, nell'età, in cui si parla del dolore comedi un paese remoto che s'è inteso nominare appena da qualche venturoso pellegrino, nell'età che ride e folleggia, que' due cuori battevano pure di compassione e d'angoscia. L'Angelina, maggiore d'età e più alta della persona, nascondeva nel seno della cugina la sua soave fisonomia malinconica, e per le gote della Matilde scendevano non rattenute grosse lagrime, che davano un'insolita espressione al suo volto fiorente di gioventù e di salute. In quell'istante stringevasi forse un tacito patto fra loro, un patto di sovvenirsi di vicendevole aiuto nelle traversìe della vita, di ricambiarsi secondo gli eventi le parti di confortata e confortatrice. E chi avesse detto loro: il destino insidierà la vostra gentile alleanza e, senz'ombra di colpa, una di voi spargerà di fiele l'esistenza dell'altra, sarebbe stato respinto da entrambe come un demone tentatore.

Intanto si bussò all'uscio. Era la Filomena che tutta lagrimosa veniva a prender commiato dalla padroncina. L'Angelina frugò nell'armadio, e ne trasse un paio d'orecchini, che diede per memoria alla vecchia fantesca.

— Ci rivedremo, non è vero, mia buona Filomena?

— Oh! s'immagini, padroncina.... — rispose la povera donna; poi, abbassando la voce in modo che la Matilde non la sentisse, soggiunse: — Tutto sta che questi qui di casa mi vogliano. La signora Clara mi pare una certa donna....

— Zitta, Filomena, — interruppe l'Angelina, mettendole il dito indice sul labbro e guardandola con un tuono fra la preghiera e il comando.

— Basta, basta, voglia il Signore ch'ella si trovi bene; — borbottò l'altra. E, rinnovati gli amplessi, si avviò verso l'uscio singhiozzando, non senza notare in cuor suo che l'armadio non teneva perfettamente il mezzo della parete, che il letto sarebbe stato meglio dalla parte opposta, e che il pianoforte era due dita troppo distante dal muro.

Ora, per istringere conoscenza con altre due persone della famiglia Mauri, andremo nel salotto, dal quale abbiamo visto uscir poco fa l'Angelina. Lettore, non t'è mai accaduto di studiare le relazioni che esistono fra l'addobbo d'un quartiere e la gente che vi abita? Il color delle stoffe, la natura delle litografie che pendono dalle pareti, la qualità dei gingilli che ornano leétagères, non t'hanno mai parlato allo spirito, non t'hanno aiutato a proferire un giudizio sui padroni e soprattutto sulle padrone di casa? Fa ora il conto di venir meco nel salotto da pranzo di casa Mauri, e di vedervi un sofà di damasco giallo a rabeschi vicino a sedie di lana violetta; cortinaggi bianchi a festoni color del mare, che danno alla stanza l'aspetto d'un uomo con gli occhiali verdi; un camminetto con sopra due candelabri di bronzo e una statuina di terra cotta rappresentante un arciere svizzero; e tutto all'intorno in certe cornici di legno, alle quattro dita, i ritratti di re Vittorio e del Garibaldi accomunati con quelli di Sua Santità, di monsignore reverendissimo vescovo della diocesi, e della celeberrima Diana di Poitiers:e poi dimmi se ti pare che la signora Clara Mauri abbia ad essere una donna assestata. Che se poi ti cadono sott'occhio i bicchieri grandi e piccini, e le stoviglie, messe in mostra nella credenza, e le massiccie posate d'argento che fanno sfoggio dì sè sulla tavola preparata accanto a tovagliuoli, i quali sembrano fregiati dell'Ordine dellaGiarrettiera, non potrai a meno di esclamare: — Qui ci dev'esser danaro, ma non ci sono abitudini di eleganza e di buon gusto, ma la ricchezza non ha dirozzati gli spiriti. —

Vedi, lettore, come siam poco compiti! Abbiamo esaminato con una curiosità minuta tutte le suppellettili della stanza senza por mente a due donne che, sedute l'una di faccia all'altra ad un tavolino da lavoro, sono occupate caritatevolmente a dir male del prossimo.

La signora Clara Mauri, ch'è la più attempata tra le due, è una portentosa mole di femmina. A cominciare da' capelli, che, tra suoi e non suoi, le fanno una montagna sulla fronte, per finire col piede che voluttuosamente riposa sopra un piumino, tutto è in lei grandioso, sovrabbondante. Il singolare si è che con questa esuberanza di forme la signora Clara si è fitta in capo di essere romantica e sovente trae profondi sospiri dal petto, il quale in siffatti suoi eccessi di sentimentalismo si contrae e si gonfia a guisa d'un mantice, producendo una rivoluzione nelle numerose pieghe del vestito ch'ella vorrebbe liscio e aderente alle membra come una buccia di cocomero, e che invece per colpa della sarta è sempre ondeggiante come Il fogliame d'un cavol fiore. La signora Clara è incrollabilenella convinzione di aver trentacinque anni e ama far cadere il discorso su questo argomento, e dice con aria compunta: — Non son più giovane; ho trentacinque anni. — Per mantenere le proporzioni di età, la Nella, che è la primogenita della famiglia, ha dovuto arrestarsi sui diciotto, con grande stupore della Matilde, la quale non sa intendere come in un paio d'anni ella diverrà coetanea della sorella maggiore, e con non meno grande meraviglia del signor Bernardo, che s'avvede d'esser solo a invecchiare nella casa. La signora Clara a' suoi tempi poteva passare per una bella donna. E invero il signor Bernardo che, mingherlino com'era, amava le femmine massiccie, l'aveva presa proprio per inclinazione. A sentir le male lingue, quel suo matrimonio era stato fattohonestatis causa, e per dare un editore responsabile a certa bambina che s'era presa la libertà di nascere senza il consenso de' superiori; ma noi non porgeremo benevolo ascolto alla maldicenza. Comunque sia, la Nella, ch'era appunto la bambina in discorso, si è ormai posta in regola col Codice civile, e queste investigazioni sul passato son vere indiscretezze. La Nella che, ufficialmente, ha 18 anni, ne conta invece 23 sonati ed è una ragazza tutta smorfie e caricatura, sempre a due dita dallo svenimento e dalle convulsioni, alta, smilza, pallida, di fisonomia piuttosto poco simpatica che brutta. È bionda, cogli occhi un tantino cisposi, e una bocca così grande che par la linea dell'equatore. Del resto con un po' di buona volontà si potrebbe metterla fra le donne passabili, se l'affatturato di ogni sua posa e d'ogni movenza non disgustasse profondamente. Tramadre e figliuola regna un accordo perfetto, in ispecie quando si tratti di dichiarare che nessuno le uguaglia in delicatezza di sentimenti.

— È fredda, anzi freddissima, — esclamava con accento convinto la signora Clara. — Io nelle sue condizioni avrei preso una malattia di tre mesi....

— E poi — rispondeva in tuono compunto la figliuola — anche con noi non ti pare che dovrebbe essere più espansiva? Vedersi accolta con questa premura!... Invece appena risponde, appena ci guarda.

— Ma se non ha nemmeno notato ch'io mi son vestita a bruno da capo a piedi per andarle incontro.

— E quando le ho offerto di respirare un'ampolla di essenze, mi ha appena ringraziato coi denti stretti....

— Eh! Nella mia, a questo mondo si semina il bene e si raccoglie il male.... Non tutti sentono nella stessa maniera....

— Ehi! si va a pranzo si o no? — Questa domanda prosaica era mossa dal signor Bernardo che si trovava nell'andito.

— Quel benedetto uomo di tuo padre è sempre lo stesso, — sclamò la signora Clara, rivolta alla figlia; — per me il pranzo è l'ultima cosa, per lui la prima.

— Oh! padrone mie riveritissime, — esclamò con voce gioviale il signor Bernardo entrando nella stanza, in cui credeva di veder radunata l'intera famiglia. Ma quando s'accorse che non v'erano se non sua moglie e la Nella, allungò il muso e, cambiando registro, chiese: — Ove sono la Matilde, l'Angelina e l'Amalia?

— Verranno, verranno, datevi pace, — rispose la degna consorte; — o che vi fa male trovarci sole?

— Per carità, non mi fate delle vostre solite, chè non ho punto voglia di piagnistei.

— Belle maniere, ammirabili.... Auff! che uomo!... Almeno in queste giornate dovreste avere un po' più di riguardo.

— Eh? — proruppe con un accento di vera meraviglia il signor Bernardo, che non poteva intendere tanta afflizione della moglie per la perdita della cognata. Poi alzando le spalle si avviò verso l'uscio. Sennonchè in quel momento l'arrivo della minestra, e l'aspetto giocondo dell'Amaliuccia, che saltellante veniva dietro alla serva, mutarono il corso alle sue idee. Di lì a pochi secondi entrarono nella stanza anche la Matilde e l'Angelina, e tutti sedettero a tavola. L'Angelina prese posto fra la Matilde e il signor Bernardo. Aveva asciugato le lagrime e ravviati i capelli sulla fronte; era accurata del vestito e composta della persona, chè il dolore non poteva toglierle la grazia nativa. Ben se ne avvidero la signora Clara e la Nella, e si bisbigliavano all'orecchio: — Che lusso! — La Nella s'era accostumata a non credere più avvenente di lei la Matilde, e a giudicare effetto di quel suo fare poco rimesso gli sguardi che le rivolgevano a preferenza gli studenti della città nel passar sotto le finestre di casa Mauri per recarsi in campagna; ma la superiorità dell'Angelina era così visibile che ella non poteva, se non riconoscerla, non presentirla. Forse col tempo e con l'opera di sottili ed arguti ragionamenti la si sarebbe persuasa, come sempre, di esser la più bella e la più garbatatra le fanciulle del paese; ma adesso l'Angelina si atteggiava come una rivale pericolosa, ed è agevole immaginarsi se la Nella potesse farle buon viso. E madre e figliuola tacitamente consentivano di non risparmiarle, in quanto fosse da loro, umiliazione veruna.

Il pranzo procedette silenzioso: l'Angelina mangiava pochissimo, e rispondeva solo con qualche cenno del capo alle domande che le venivano mosse. Sennonchè, quando si fu alle frutta, non so quale facezia del signor Bernardo, che usava ogni amorevolezza alla nipote, valse a rischiararle per un momento la fronte e a farla sorridere a fior di labbra. Aveva diciotto anni!

Ma la benevola zia, che teneva in pronto lo strale, stimò giunto l'istante di slanciarlo e, rivolta al marito, gli disse:

— Come siete delicato, Bernardo! Vi paion giorni questi da tormentare l'Angelina co' vostri scherzi? —

La povera giovinetta intese il senso maligno di quelle parole; si fece rossa rossa in viso, allontanò con una mano il piatto di frutta che le stava dinanzi, e si pose l'altra sugli occhi per rattenervi le lagrime che ne scendevano copiosamente.

— Vedete che cosa ci avete guadagnato, l'avete fatta piangere; — disse la signora Clara al marito, alzandosi di tavola, mentre la Nella estraeva di tasca la sua solita bottiglia di essenze.

— Che colpa ci ha il babbo? — chiese ingenuamente l'Amalia, e il signor Bernardo proruppe anch'egli:

— Mi pare che potreste un po' tacere, mia cara signora moglie, e non farmi perdere la pazienza

— Che uomo! che uomo! — borbottò la signora Clara, e uscì della stanza con la Nella, chiudendo dispettosamente l'uscio dietro a sè.

La Matilde non aveva proferito parola; ma lo sguardo di rimprovero da lei lanciato alla madre palesava a sufficienza ciò che si passasse nell'animo suo.

Di quanti fastidii dovesse essere amareggiata l'esistenza dell'Angelina nella sua nuova dimora, ognuno potrà di leggieri immaginarlo. Pure alla malignità della zia, alla invidia stizzosa della cugina maggiore, ella non opponeva che una calma amorevole, e cercava di confortarsi nell'affetto del signor Bernardo e in quello vivissimo che le portavano Matilde ed Amalia. L'intimità con la Matilde cresceva ogni dì, perchè la buona ragazza si mostrava tanto più sollecita verso la cugina, quanto più s'accorgeva dei bisbetici umori di sua madre e di sua sorella. L'Angelina non era per lei soltanto un'amica, una confidente; era un tipo, sul quale ella aspirava di modellarsi e che facea tanto contrasto con l'artificiale di alcune persone di sua famiglia, ch'ella, anima candida e ingenua, non poteva non sentirvisi attratta con un misto di tenerezza e di riverenza. E poi l'Angelina non poteva ella esser maestra alla Matilde? All'educazione di questa non aveva preseduto una madre ornata di tutti que' pregi onde acquista gentilezza la donna; nè il signor Bernardo, gran galantuomo, ma tutto assorbito dalle sue faccende e corto d'intelligenza anzichè no, poteva reggere al confronto del padre dell'Angelinariputatissimo, oltre che per la onesta operosità della sua vita, anche per la coltura generale del suo spirito. La Matilde, poveretta, uscita di collegio sapendo, come accade, un pochino di tutto e nulla bene, pendeva attonita dal labbro dell'Angelina, che non era certo un'arca di scienza, ma aveva cognizioni meglio digerite, e di cui ella sapeva meglio rendersi conto, perchè ne aveva inteso discorrere nella sua famiglia e vi aveva pensato nei silenzî della sua cameretta. Le due ragazze lavoravano insieme, insieme leggevano, e si ripassavano insieme le loro lezioni di musica. Avevano il medesimo maestro; ma l'Angelina era ormai espertissima sonatrice, e una sera in casa Mauri, dinanzi ad una ventina di persone, toccò il cembalo con tanta arte e tanta passione, che tutti ne rimasero attoniti e la Nella ne andò sulle furie. Perchè, in fatto di musica, ella presumeva assaissimo, in ispecie per una certa sinfonia degliArabi nelle Gallie, ch'ella sonava a memoria e che faceva andare in visibilio sua madre. Ora gli elogi fatti alla cugina la punsero proprio sul vivo, e da quella volta non vi furono più trattenimenti musicali in casa Mauri, e la Nella si recava invece con la genitrice in qualche società amica a buscarsi applausi co' suoiArabi nelle Gallie. Tutte cose che davano molto sui nervi alla Matilde e pochissimo all'Angelina, la quale presceglieva che la lasciassero cheta nella sua stanza e non le togliessero la cara compagnia della Matilde, della suaindivisibile, come ironicamente la chiamavano in famiglia. La piccola Amalia aveva preso anch'ella a volere un gran bene all'Angelina che si prendeva tanta cura di lei, e ognimattina, prima ch'ella andasse alla scuola, le allacciava il vestito e il nastro del suo cappellino di paglia, e ogni sera le faceva leggere di così belle novellette e la sovveniva di consiglio e d'aiuto in quello scabroso affare delleaste, che le parevano il nonplus ultradella scienza umana. Onde la vispa bambina, quando era in casa e non poteva correre e saltare pel cortile, saliva volentieri nella stanza dell'Angelina e vi passava delle buone mezz'ore, comunicando parte della sua schietta ilarità alle due ragazze, che stavano confidandosi i molesti sentimenti del loro animo. Così in casa Mauri s'eran disegnati due gruppi, uno della signora Clara e della sua primogenita, l'altro della parte più giovane della famiglia; ed a questo gruppo più giovane, più ingenuo, più franco, il signor Bernardo veniva a chiedere qualche minuto di distrazione. Pover'uomo! Ingolfato in un pelago d'affari superiori alla sua intelligenza ed alle sue forze, ignaro egli stesso se fosse ricco quanto alcuni credevano, il suo umore naturalmente gioviale aveva perduto il suo brio, e non sapeva più trarre argomento di riso dalle freddure della consorte. La quale ora più che mai lo infastidiva con le sue nenie, e lo diceva ironicamente ammaliato anch'egli dall'Angelina, e lo rimproverava a bassa voce di aver introdotto in casa una serpe, che con tutte le apparenze della dolcezza e della santità metteva la disunione in famiglia. Certo che se v'era accusa infondata l'era appunto questa. L'Angelina s'era mostrata buona, amorevole, piena di cortesie e di delicati riguardi per tutti di casa, e se l'accoglienza della zia le rendeva più cari i silenzî della sua stanza e la compagnia di quelli cheveramente l'amavano, non una parola acerba l'era sfuggita dal labbro, non una rampogna, non un lamento. Forse ella non s'accorgea delle offese che perchè il cuore le diceva: — Perdona. — Ma soffermiamoci alquanto, se il lettore ce lo consente, a dipingere questa gentile fanciulla, che è pur la protagonista del nostro racconto, e della quale non ancora ci siamo occupati con un poco d'agio. Così un pittore che ha segnato nella mente i contorni d'una soave figura tiene in pronto per ritrarla la matita e il pennello, ma temendo sempre ch'ella non gli riesca quale l'ha nello spirito, si occupa intanto degli accessori del quadro e serba per ultimo la difficile prova. L'Angelina era alta della persona, ma non più che a donna si convenisse; bianchissima la carnagione, e ben tornite le membra; i folti capelli, di un biondo che traeva al castagno, le si spartivano docili sulla fronte nè ampia troppo, nè angusta; gli occhi avea bruni e profondi e leggermente velati da quella specie di nebbia vaporosa, che tanto dona di voluttà e di mistero; l'arco delle ciglia bello e corretto, quale avrebbe potuto desiderarlo uno spasimato dell'arte greca. Contuttociò l'Angelina non era una Venere. I critici più sottili avrebbero potuto notare in lei qualche linea del volto troppo rigida e risoluta, e la bocca, che pur si fregiava di candidissimi denti, un tantino più grande del necessario, e il mento non affatto perfetto. Sennonchè il migliore di lei veniva dall'anima. Un pensiero, un affetto, una passione che le colorasse le guance, o le strappasse un gesto, un sospiro, un sorriso, raddoppiava nella giovinetta i pregî della fisonomia e della persona. Lettore, tuse' troppo pratico di siffatte bisogne, e io non debbo ammonirti che, senza questi chiaroscuri della espressione, la bellezza è cosa statuaria e non più, è il marmo, in cui Pigmalione tenta invano d'infonder la scintilla vitale. E quale di noi, se fu colpito da un vago sembiante di donna, non attese con ansioso desiderio che il volto leggiadro o lampeggiasse d'un riso, o si ottenebrasse per cura importuna? V'ha però anche nell'espressione un confine, oltre il quale l'allegria diventa sguaiataggine, il dolore diventa spasimo e delirio. Soltanto in certe nature privilegiate, e l'Angelina era tra quelle, questa misura può serbarsi senza sforzo, senza violenza, per un innato istinto del bello e dell'armonia. L'Angelina era educata a tutte le squisitezze del sentimento, e le corde delicatissime dell'anima sua vibravano ad ogni tocco leggiero; pure la ingenua grazia, ch'era parte di lei, non si scompagnava mai da' suoi atti e dalle sue movenze. Ella non aveva d'uopo dello specchio per raccogliere entro la bruna rete di seta il fitto volume della sua chioma, senza che ne scappasse fuori un capello, o per allacciarsi il vestito senza tradire la fretta o la negligenza. Chi la vedeva di volo non poteva a meno di esclamare: — Com'è elegante! — Chi la osservava più riposatamente doveva dire: — Com'è semplice! — Una tinta di dolce malinconia soleva esserle diffusa pel volto, non di quella malinconia querula e dispettosa che tedia gli altri e sè stessi; ma di quella che trae origine da un'indole riflessiva, e non esclude le serene allegrezze della vita e la spontanea compartecipazione ai piaceri altrui. Saper partecipare ai dolori è nobilissima, ma non è compìta virtù;le anime elette sanno partecipare come agli affanni, alle gioie, come ai timori, alle speranze, come alle lagrime, al riso. Nel breve corso de' suoi diciott'anni l'Angelina aveva molto goduto e sofferto, e l'esperienza aveva nutrito in lei quella soave disposizione alla simpatia che stringe di cari nodi gli umani. Oh! la vita le si era pur dischiusa gioconda; nè carezze, nè agî erano mancati alla sua cuna. Ella si ricordava ancora la casa ove nacque, e il giardinetto ove correva bambina vigilata dall'attento occhio materno. Si ricordava l'allegro salottino del pian terreno, ove suo padre alzandola fra le braccia le faceva ammirare attraverso i vetri colorati delle imposte le aiuole bizzarramente tinte di giallo, di rosso, di violetto; mentre la genitrice, giovane, bella, elegante, moveva rapidissime le agili dita sui tasti del pianoforte, e la Filomena accomodava i fiori freschi nel vaso diSèvresposto sul tavolino. Indi il pensiero le tornava a una notte angosciosa, nella quale certi figuri dal volto sinistro avevano frugato ogni angolo della casa, e condotto con loro il padre di lei, l'uomo amato, riverito da tutto il paese. E si ricordava di sedici lunghi mesi trascorsi in febbrile ansietà e della domanda da lei rivolta un giorno alla madre: — Il babbo ha egli fatto qualche cosa di male che ce l'hanno condotto via con sì cattiva maniera? — A cui quella, divinamente infiammandosi in viso, aveva risposto: — Oh! no, fanciulla mia, tu non la puoi capire la ragione, per la quale il tuo babbo è tribolato; ma sappi ch'egli aveva in mente di gran belle cose, e che tu devi volergli più bene di prima. — Ma tornerà presto? — Oh se tornerà! — Il dì del ritornoè venuto: oh, quanto era bello! Avvenimenti incredibili si erano successi con la rapidità della folgore, una vita nuova pareva commuovere la città, le bandiere tricolori sventolavano da ogni finestra, le piazze, le vie erano gremite di gente, era un abbracciarsi, un baciarsi, un correre, un saltare a guisa di forsennati. Quand'ecco tra il suono di allegre fanfare, tra le acclamazioni di un popolo immenso, avanzarsi, agitando i fazzoletti, un gruppo d'uomini dall'aspetto pallido e macilento, dal vestire dimesso, ma raggianti le fisonomie di commozione e di gioia. Ed ella e sua madre in mezzo a quel gruppo avevano ravvisato un caro volto, avevano segnato un punto in mezzo a quella mobile onda di teste, e correndo a precipizio giù dalle scale, e fendendo la folla che spontanea e riverente si apriva a far largo, avevano toccato quel punto, s'erano gettate fra le braccia dell'uomo sospirato affannosamente per sedici lunghi mesi. Come il babbo suo l'aveva trovata grande, e seria, e giudiziosa! Non era più la bambina che voleva ad ogni istante esser sollevata da terra per veder le aiuole del giardino attraverso i vetri colorati del salotto: quei sedici mesi ne avevano fatta un'altra persona, tutta riflessiva e pensosa. Pure così ella era cresciuta felice, piena l'anima d'affetti e d'armonie, adorando i suoi genitori e da loro trepidamente adorata. Delle sue amiche la più cara era la Matilde, quantunque avesse due anni meno di lei, e fosse d'indole più chiassosa e più inchinevole ai giuochi dell'età sua; ma la bontà dell'animo, la quale avevano comune, creava tra loro un vincolo indissolubile di simpatia. La Nella non le piaceva, nè ella piaceva a lei, esua madre e sua zia erano di natura così diversa, che le due famiglie non potevano vivere in una certa intimità. Sennonchè, quando il padre venne a morire, e la genitrice ebbe l'interno presentimento che di corto dovrebbe seguirlo, un pensiero terribile angustiò la povera donna: quello dell'abbandono, in cui sarebbe restata la sua figliuola. E mandò pel cognato, tutore dell'Angelina fino dalla morte del fratello, e a lui raccomandò l'orfana derelitta, e che la prendesse in sua casa, e l'avesse in conto di una sua creatura. Di che, assicurata da lui, spirò più tranquilla.

L'Angelina aveva una piccola sostanza, co' frutti della quale poteva supplire alle spese del suo mantenimento e provvedersi quel poco di vestiario che le occorreva; onde, seppur ella era ospite dello zio, non era però di peso a nessuno: chè, se fosse stato altrimenti, non v'ha dubbio che quell'anima caritatevole della signora Clara glielo avrebbe ricordato dieci volle al giorno; non senza spacciare a' quattro venti la propria magnanimità. Felice lei, chè così non apprese quanto sappia di sale lo pane altrui, e parendo beneficata le fu più agevole di essere benefattrice.

In verità, per quel che ne bisbigliavano gl'indiscreti, le faccende del signor Bernardo Mauri prendevano una cattiva piega. Il credito cominciava a sfuggirgli e la matassa de' suoi affari era divenuta così arruffata, che non sarebbe riuscito forse nemmeno ad un uomo più avveduto di lui di trovarvi il bandolo.Per rimediare a un operazione cattiva se ne faceva una peggiore, e si camminava sul vuoto, come avviene pur troppo a' negozianti, che, o non vogliono persuadersi d'un primo sbilancio, o non sanno fermarsi a tempo. D'altra parte, lo spreco della famiglia non iscemavasi punto. Senz'avere nè il gusto, nè le abitudini della vera eleganza, la signora Clara possedeva il segreto di spendere, per vestirsi male e per addobbare malissimo la sua casa, più di quanto avrebbe speso una bella damina a mettere sè e il suo quartiere all'ultima moda. Il signor Bernardo era un uomo debole e nemico delle beghe domestiche: non istimava sua moglie, ma nemmeno sapeva resisterle, e piuttosto che sentir le querimonie di lei e della Nella, allentava i cordoni della borsa. Quelle due benedette donne gli davano continua molestia per la preferenza da lui mostrata per Angelina e Matilde, ed egli sperava di farle tacere appagando i loro capricci. E poi accade assai volte che sull'orlo del precipizio non si badi alle spese. Quando le cifre deldeficitsi contano per migliaia, che cosa fa qualche centinaio di lire più o meno? Ne avvenne che proprio in quei momenti critici casa Mauri s'era arricchita d'una nuova bestia, e una carrozza a due cavalli aveva preso il posto del modesto biroccino usato per tanti anni, e la signora Clara era occupatissima per far mettere un gallone d'oro alto cinque dita intorno al cappello del suo cocchiere, quando la bomba scoppiò, e il signor Bernardo dovette sospendere i suoi pagamenti. Chi avesse veduto il pover'uomo nel giorno che per la prima volta in sua vita gli toccò respingere una cambiale da lui accettata, si sarebbefatto un'idea di certi dolori che vanno a ferire quanto v'è di più sacro — l'onore. — Il signor Bernardo era lì immobile, seduto innanzi al suo scrittoio, con la testa fra le mani, pallido, sparuto, senza lagrime e senza parola. Due commessi silenziosamente sommavano cifre in due gran libroni aperti, e, dopo averne riportati i risultati finali sopra un foglio di carta, li mettevano sott'occhio al loro principale, che nè dava, nè chiedeva spiegazioni. Aveva sembianza di automa, tanto avea fissa e cristallina la pupilla, tanto macchinali i movimenti della persona. Nella mattina, appena ebbe sentore della catastrofe, la signora Clara scese in banco, ma le prime parole che le furono dette la fecero cadere in deliquio, onde fu mestieri che i due commessi abbandonassero per un istante i loro libroni, e s'accingessero a ricondurre ne' suoi appartamenti la venerabile padrona di casa. Ma nè il deliquio della consorte, nè i baci della figliuola, nè i conforti dell'Angelina valsero a scuotere il signor Bernardo dal suo abbattimento. Convenne che la Matilde gli usasse amorevole violenza per farlo salire al piano superiore nell'ora di pranzo. E che pranzo fu quello! La signora Clara, presa dalle sue solite convulsioni, era nella stanza assistita dalla Nella; l'Amalia, povera piccina, usa a correre e a saltare, piangeva senza sapere il perchè; e la Matilde e l'Angelina s'affaccendavano inutilmente per far prendere un pochino di brodo al signor Bernardo, il quale non apriva bocca se non per esclamare: — Povere creature mie! — Povere creature mie! —

Il dì seguente l'Angelina si alzò per tempissimo,e appena lo zio scese in banco vi si avviò anch'essa con passo lieve e sollecito, e prima quasi ch'egli se ne avvedesse gli era seduta vicino e avea strette nelle sue mani le mani di lui.

— Angelina! — diss'egli con accento di viva sorpresa, non senza fissare con curiosa tenerezza il volto malinconicamente espressivo della bella fanciulla.

— Sì, zio, sono io stessa; — rispose ella seria e composta. — Vorrete voi porgermi ascolto senza dirmi indiscreta?

— Parla, nipote mia.

— Zio, vorrei che m'insegnaste la maniera di farmi dichiarar maggiore. —

Nella mente conturbata del signor Bernardo balenò in quell'istante un pensiero ch'egli si peritava ad esprimere.

— Potremo pensarvi, ragazza mia;... però, sai, le tue ventimila.... insomma quello che ti hanno lasciato i tuoi genitori, nessuno può toccarlo:... è intatto. —

Una tristezza profonda, indescrivibile, quale di chi si vede mal giudicato, si dipinse sul volto dell'Angelina. Ella chinò il capo e disse con voce sommessa:

— Zio, gli uomini devono esser molto cattivi, devono avervi fatto molto male.

— Angelina, spiegati per amor di Dio.

— Scusate se sono importuna.... un'altra domanda....

— Quale?

— Potreste dirmi a quanto ascenda la somma che non siete in grado di pagare ai vostri creditori? —

Il signor Bernardo tornò a figgere gli occhi nelviso dell'Angelina, cercando inutilmente d'indovinare il senso arcano delle sue parole: poi, reprimendo un sospiro, presa una carta ch'era sullo scrittoio, la consegnò senza dir motto alla nipote, e si nascose la faccia tra le mani.

La cifra segnata in fondo di quel foglio parve maravigliare dolorosamente la giovine.

— Non basta, — diss'ella con l'accento di chi vede annientarsi un suo disegno.

— Ma che cosa non basta? — chiese ansiosamente il signor Bernardo.

— Ohi Dio mio! nulla: speravo che le cose nostre potessero accomodarsi, e mi sono ingannata.... Non basta.

— Ma dunque, — proruppe il signor Bernardo colto da una subita idea; — ma dunque tu avevi in animo qualche gran sacrifizio?

— Io.... no... O non siete voi il fratello del mio povero babbo? Non sono io della famiglia? La Matilde non è essa la mia migliore amica? Io pensavo se vi era modo di rimettere in sesto le nostre faccende, valendoci di quella piccola somma che mi appartiene. Pur troppo era un'illusione.

— Ma tu vaneggi, Angelina, — sclamò lo zio. — Tu credevi dunque che io, tuo tutore, potessi consentire a travolgere nella mia rovina anche la tua poca sostanza, il frutto di tanti anni di lavoro di tuo padre, di tanti anni di economia della tua genitrice? Angelina, lo sei un vero miracolo di bontà e d'abnegazione; ma quando pure ciò che tu mi offri bastasse a pareggiare fin l'ultimo mio debito, no, Angelina, io non l'accetterei,io non potrei accettarlo. O che è permesso a un uomo che affoga di trascinar seco anche quelli che stanno a riva?

— Ebbene, zio, se vi foste creduto umiliato da un mio dono, io vi avrei pregato di accettare quel danaro come un imprestito. Me l'avreste restituito più tardi col frutto del vostro lavoro.

— Il mio lavoro! — sclamò il signor Bernardo, soprappreso nuovamente da funesti pensieri. — E come ricomincierò io la vita a sessant'anni? dove troverò l'energia che mi basti a superare tutte le difficoltà della mia nuova esistenza? Oh! Angelina: le molle della mia attività sono infrante; io lo sento che non sono più buono a nulla....

— Zitto là, zio mio, — interruppe l'Angelina, mettendogli la mano sulla bocca. — E sarà pure necessario che ci mettiamo tutti a far qualche cosa, se si vuol campare.

— Ma tu, Angelina, non hai bisogno di nulla. Bene o male, puoi vivere del frutto di ciò che è tuo, inviolabilmente tuo, di ciò che formerà la tua dote.

— Oh, non vogliate mortificarmi! Prima delle vostre disgrazie m'avete voi detto mai: — Questo è tuo, questo è mio? — Non m'avete voi accolto come una figliuola? Quando io sono entrata nella vostra casa, io non intesi di entrarvi come ospite, nè d'essere una cosa distinta dagli altri di famiglia.... Ciò ch'è mio è di tutti.

— Anche di quelli che non ti trattano bene?

— Nessuno mi tratta male, — rispose l'Angelina, abbassando gli occhi.

— Orsù, Angelina, — concluse il signor Bernardo alzandosi in piedi, — la tua visita mi ha fatto un gran bene.... ho visto che ho una figliuola di più, e — soggiuns'egli tristamente — forse migliore di qualchedun.... — Ma qui uno sguardo dell'Angelina gl'impose di troncare a mezzo la frase. — Insomma, tu lo vedi, la tua offerta non è accettabile: prima di tutto sarebbe una goccia nel mare; e poi quel tuo danaro è un deposito sacro.

— E non son forse sacri anche gli altri vostri debiti? —

Il signor Bernardo riflettè un istante, poi disse con voce sicura: — Meno di questo. — E poichè l'Angelina accennava a voler replicare, — È proprio inutile che ne discorriamo, nipote mia; — egli concluse. — Metti in calma quella tua testolina,... e il cielo provvederà. — Ciò detto, le prese il capo con ambe le mani e la baciò in fronte.

Allorchè l'Angelina ebbe risalite le scale, pensando in quale altro modo le sarebbe dato giovare alla famiglia dello zio, trovò nella sua stanza una donna venuta a visitarla. Era la Filomena. Com'era naturale, la catastrofe di casa Mauri fu il primo argomento dei suoi discorsi.

— Giù quando in una casa non c'è ordine, nulla fa maraviglia. Figuratevi! Con le idee della signora Clara sarebbe andato in rovina anche il più ricco uomo di questa terra.... E quel grullo di suo marito, scusi sa, che pur di levarsi le seccature le avrebbe dato anche il Duomo di Milano! Oh! si doveva vedere. Già io lo diceva sempre. In quella famiglia c'è venuto il capogiro....la non può durare.... E ora, padroncina, s'ella volesse badare a me, che pur troppo, con tutto il rispetto, lei ha un cervellino che vuol fare a suo modo, s'ella volesse badare a me, non ci starebbe più un momento in questa Babele....

— Oh! Filomena...

— Mi lasci dire... ella non ci starebbe più un momento, e col frutto di quel po' di ben di Dio che ha ereditato da suo padre, ci sarebbe da campare in santa pace.... Io verrei a servirla per nulla.... sì, giuro alla Madonna santissima, che non vorrei un centesimo pur di stare vicino alla mia padroncina.

— Ma insomma, Filomena, finiamola.

— Eh! capisco.... son gusti.... lei si trova meglio con quelli che la maltrattano....

— Basta così, Filomena, tu vaneggi....

— Punto, punto, — incalzò la fantesca, concitando la voce e piantandosi le mani ai fianchi: — o in fin dei conti crede che non sappia io come stanno le cose? Me ne informo sempre dalla donna di casa, dalla Teresa, che quella è una donna a modo.... seppur nelle spese qualche volta.... ma basta.... nessuno è senza peccato,... e so per filo e per segno tutto quello che fanno, tutto quello che dicono, e tutto quello che pensano....

— Ma è una parte odiosa codesta....

— Oh! quando ci va di mezzo il bene della mia padroncina! E la Teresa mi dice che la trattano come un cane.... oh! non stupisca,... e che soprattutto fra la signora Clara e quel bel mobile della Nelluccia, per rincarare la dose, vanno dicendo male di lei.... sì signora.... e spargono ai quattro venti che lei è un'egoista,e che non pensa che a sè, e a guardar la luna, e a far venire delle ubbie in capo.... —

L'Angelina s'era ritta in piedi pallida pallida, e con tuono tranquillo, ma risoluto, si rivolse alla Filomena:

— Non una parola di più.... Checchè dicano, e checchè pensino sul conto mio, io non voglio saperlo.... so quello che faccio io, e mi basta.... E se tu hai a venire a riferirmi de' pettegolezzi, senti, Filomena, sebbene m'hai vista bambina, e mi hai tenuta fra le tue braccia, e hai assistito i miei poveri genitori, te lo giuro, che non ti vo' veder più in vita mia.... Per quello che hai detto oggi ti perdono, e va via. — Ella stese la mano alla vecchia che la baciò tutta in lagrime, e usci mortificata borbottando: — Che bel compenso! Che bel compenso! Oh la gioventù! —

Rimasta sola, l'Angelina si lasciò ricader sulla seggiola nei più profondo abbattimento. Ella aveva avvilito, aveva quasi scacciato da sè come calunniatrice e pettegola una donna, della cui fede non poteva dubitare; aveva spezzato forse per sempre l'ultimo anello che la ricongiungeva ai dolci giorni della sua fanciullezza, e quale era il guiderdone de' suoi sacrificî? No, tutto ciò che quella donna avea detto non era falso. In quella casa v'era alcuno che non l'amava, che mentr'ella spontanea voleva immolare la sua fortuna al bene della famiglia, la diceva egoista e insidiatrice della quiete domestica.... Ma a che pro dunque?... Questo dubbio s'affacciò un istante allo spirito della giovinetta, ma l'indole generosa di lei prevalse ai freddi calcoli della ragione, ed ella uscì dalla lotta più gagliardadi prima. Si alzò con subito movimento per cercare della Matilde. Sennonchè essa entrò in quel punto nella stanza, e l'Angelina con affettuoso abbandono le gettò le braccia al collo.

— Come va, Matilde?

— Così.... sono stata fino adesso presso alla mamma, che è a letto co' suoi soliti incomodi.... Ma tu che cos'hai?... mi sembri commossa.

— Nulla.... ti do un bacio. — E sorridendo fra le lagrime, soggiunse: — Non te n'hai mica a male?... —

Quando il signor Bernardo nel suo colloquio con l'Angelina disse di non sentirsi più buono a nulla, il poveretto esprimeva una cosa che era pur troppo vera. La difficoltà di comporre amichevolmente le sue faccende, il contegno ostile di alcuni creditori, la diserzione de' più fidati amici, e sopra tutto il pensiero del suo buon nome perduto, gli travagliavano l'animo siffattamente da renderlo inetto ad ogni lavoro. Non si riconosceva più. Aveva serbata la consuetudine di scendere la mattina per tempo nel banco, ma ivi giunto abbandonavasi sul suo seggiolone, rimanendovi immobile e muto, sinchè taluno non venisse a scuoterlo. Alle domande che gli erano rivolte rispondeva con monosillabi, i due commessi che attendevano ancora alla liquidazione dell'azienda dovevano regolarsi di proprio capo, tanto ardua impresa era quella di levargli una parola di bocca. Pur tratto tratto pareva risentirsi, e cercava fermare la mente su qualche disegnoper l'avvenire, e si alzava, e gli si spianavano per un istante le rughe della fronte; ma di lì a poco lo vinceva la diffidenza di sè, e ritornava nel posto e nell'atteggiamento di prima. In casa, e specialmente con le due figliuole minori e con l'Angelina, era affettuoso, tenero come al solito: ma nè i baci dell'Amalia, nè le carezze della Matilde, nè lo sguardo amorevole, nè la parola confortatrice della nipote avevano virtù che bastasse a ravvivare le sue fibre intorpidite. E quando mercè il sacrificio di tutto il suo avere e per le cure operose di un legale, amico di casa, gli venne fatto di accomodare le cose sue senza lo scandalo dell'azione dei tribunali, il suo spirito anzichè sollevarsi si accasciò maggiormente. Che se prima si cullava per qualche minuto nell'illusione di poter riguadagnare un giorno a sè il nome d'un commerciante senza macchia, alla sua famiglia gli agî di una tranquilla esistenza, ora che facea d'uopo di romper gl'indugî e mettersi all'opera, si sentiva troppo disuguale all'impresa, e dalla difficoltà di risorgere misurava la profondità della caduta. E invero n'aveva ben donde. È agevole perdere le abitudini della economia, non così quello dello scialacquo, e in casa Mauri non v'era nè tanta forza d'animo, nè tanta virtù di rassegnazione da sapersi acconciare alle vicende della fortuna. Le facoltà della famiglia si riducevano ormai a qualche migliaio di lire della dote della signora Clara e al frutto del piccolo patrimonio dell'Angelina. Poco importa al lettore se la signora Clara per una innocente dimenticanza affermava che tutto il dispendio pesava sulle sue spalle, e che non vi sarebbe stata altra donna al mondocosì pronta a sacrificarsi pel bene altrui. Forse in cuor suo ella sentiva di andar debitrice di moltissimo alla nipote, ma appunto per questo le si mostrava più fredda che mai. Non dovrebbe essere, ma pure è così: a venire in uggia ad una persona non c'è più sicuro modo che quello di renderle servigio. Il beneficato sbuffa come Encelado sotto il peso immane della riconoscenza e se ne sta all'erta per trovare i secondi fini della liberalità altrui, e se può scoprire mille difetti al benefattore, gli è come se avesse guadagnato un terno al lotto. Eppure chi rinunzierà per questo alle dolcezze di sovvenire alle miserie, di alleviare i dolori? Non certo anime soavi come l'Angelina, per le quali l'abnegazione diventa un'abitudine, per guisa da non accorgersi nemmeno ch'ella è una virtù. Il peggio si era che, alla lunga, con quelle entrate riusciva impossibile di tirare innanzi. Dal signor Bernardo non potevasi più sperar nulla: s'era provato, riprovato più volte, e non gli reggevan le forze; egli lo diceva con indescrivibile malinconia: — Sono diventato un mobile della casa e nulla più. — Intanto gl'imbarazzi crescevano; ogni giorno conveniva pensare a diminuire qualche spesa; oggi licenziare il maestro di musica, domani rinunziare a un vestito, un altro giorno a un piatto a tavola, e poi? Quando si fosse dato fondo alla dote della signora Clara, che cosa sarebbe rimasto? Non un centesimo fuori della sostanza dell'Angelina. Ora la giovinetta, che il giorno dopo la catastrofe aveva offerto allo zio tutto il suo avere, affinch'egli se ne servisse a pagare i suoi debiti e a ricominciare con maggior lena la via, non si sentiva più l'animo inchinevolea tanto sacrificio. Ella era pronta a dividere co' suoi ospiti anche l'ultimo tozzo di pane, pronta a vivere in più umile dimora e a vestire più dimessa; ma le ripugnava l'idea di veder travolta quell'ultima àncora di salvezza, di veder dileguarsi senza frutto la scarsa eredità de' suoi genitori. Aveva retto l'ingegno quanto buono il cuore, ed ella intendeva che il dare tutto il suo non servirebbe che a procacciare alla famiglia qualche anno di agiatezza, in fondo ai quale ed ella e gli altri troverebbero la miseria e forse l'indigenza. È agevole però immaginare se di questa sua saggezza non si mormorasse in famiglia. La signora Clara pareva tutta trionfante di poter dire al marito: — Vedete a che cosa si riduce la virtù della vostra protetta! Offerte d'ogni maniera, quando sapeva che non avreste nulla accettato; ma ora, al punto in cui siamo, non fiata nemmeno e la ci lascerà andare in rovina senza tenderci una mano. Diavolo! La vuol serbare intatta la sua dote. O che non l'ho sacrificata io la mia dote? Eh! l'ho sempre detto io che non si doveva fidarsi, e che ci eravamo presi a riscaldare una serpe.... Già voi non fate nulla, non tentate nemmeno di sollevare le vostre creature, e questa è la causa più grande de' nostri guai.... — Il pover'uomo, mortificato com'era e conscio de' suoi torti e della sua impotenza, mal riusciva a difendere la nipote così ingiustamente assalita, e forse mentre vedeva a pochi passi il precipizio e sentiva di non poterne recedere, maravigliavasi anch'egli che l'Angelina, la dolce Angelina, da lui stimata il buon genio della famiglia, non accorresse sollecita a tendergli le braccia, ad aiutarlonelle sue nuove strette. Nè alla fanciulla sfuggivano siffatte mormorazioni sul conto suo, ma ell'era tanto sicura della propria coscienza da non darvi peso alcuno e da non far conto delle accuse. Anzi da qualche tempo il suo volto s'era fatto più sereno, e le raggiava dagli occhi una ilarità inconsueta. Usciva talvolta di casa soletta, e al suo ritorno aveva sempre un sorriso sul labbro ed era tutta amorosa e scherzevole verso la piccola Amalia, che le balzava incontro come bambino alla sua nutrice. Figuratevi se di queste sue passeggiate la signora Clara e la Nella facevan commenti: la Matilde stessa non ne sapeva lo scopo. V'era certo qualche amorazzo, qualche scandalo, che il cielo ci scampi e liberi, e la signora Clara aveva già deliberato di venire in chiaro della tresca, allorchè tutto divenne palese. L'Angelina, profittando di alcune antiche conoscenze di casa sua, s'era procurata delle lezioni di musica, col frutto delle quali ella pensava sovvenire a' bisogni più urgenti della famiglia, e se non l'aveva detto a nessuno, era perchè nessuno ponesse ostacoli al suo divisamento. Non ambiva le lodi. Che il signor Bernardo le rivolgesse uno sguardo amorevole, che la Matilde le saltasse al collo baciandola in fronte, era sufficiente guiderdone per lei. E che le importava se la bisbetica zia trovava da ridire in quel suo atto d'indipendenza, e giudicava disdicevole a una ragazza fregiata del nome Mauri di far la maestra di musica? e se ripeteva qua e là che l'era un cervellino balzano e che voleva far le cose a modo suo, e mentre non le mancava nulla di nulla, pur d'emanciparsi s'era buttata a quel mestieraccio? Del restola signora Clara soggiungeva: — S'accomodi pure, che in fin de' conti non è se non mia nipote, e il suo tutore è quel grullo di mio marito; a me preme soltanto che la non si confonda con le mie figliuole, le quali, finchè vivo io, non andranno certo a guadagnarsi il pane in quella maniera.... Tutt'al più, se si trattasse d'essere istitutrici in una famiglia principesca!... —

Eppure dal dì che, orfana e derelitta, aveva dovuto ricoverarsi sotto un tetto che non era il suo, l'Angelina non si era mai sentita così tranquilla come allora che una vita operosa occupava le sue giornate, e la cresceva nella stima di sè stessa. Ella benediceva la memoria della sua povera mamma, che aveva educato in lei la naturale inclinazione alla musica e fin da bambina l'aveva tenuta per tante ore al suo pianoforte, e ripensava con entusiasmo al precetto sì spesso ripetuto dal padre suo: — Non esservi nulla di più onorevole che il lavoro; nulla che meglio del lavoro doni vigore al corpo, calma allo spirito, dignità all'esistenza. — Ella usciva ogni mattina alle otto, col suo vestito semplice, ma decente e quasi elegante, col suo passo svelto e sicuro, co' suoi diciannove anni sulla fronte, e percorreva senza trepidanza le vie più popolose della città, guardata da molti, non seguita mai da nessuno. I modi elettissimi e la rara abilità nell'arte sua le procacciavano le più liete accoglienze nelle famiglie ov'ella era introdotta, e le sue discepole, che la tenevano in conto d'amica, facevano a gara per usarle ogni specie di cortesia, e chi l'avrebbe voluta seco al teatro, e chi al ballo, e chi in villa. Però l'Angelina non accettava nulla; chè per tutto l'oro del mondo nonsarebbe entrata in una società che non era la sua, nè avrebbe consentito a divertirsi, mentre la sua buona Matilde se la passava malinconicamente nella solitudine della sua stanza. Infatti se l'umore dell'Angelina s'era da qualche tempo reso più giocondo che non fosse per l'addietro, un mutamento contrario erasi operato nel carattere della Matilde. La vispa fanciulla aveva perduto da un pezzo la sua ilarità clamorosa: il suo spirito s'era per così dire accasciato sotto il peso di assidui pensieri; e dagli atti, e dall'aspetto, e dalle parole le traspariva un profondo disgusto degli altri e di sè. Vedere l'apatìa della sua famiglia che lasciava ad una estrania l'incarico di riparare alle proprie follie, e imbandiva sul desco il pane guadagnato dai sudori altrui, era cosa che feriva nel vivo i suoi nobili istinti. Ed ella sentiva in cuor suo che di queste colpe era complice, e ch'ella, giovane e vigorosa, avrebbe dovuto seguire l'esempio della cugina e porsi al lavoro. Ma una volta ch'ella aveva lasciato trasparire questo suo pensiero, aveva sollevato contro di sè una tempesta di rimproveri e di contumelie. La signora Clara aveva un'idea tutta sua sul decoro del proprio casato, e perchè nella sventura altro non rimaneva che un nome senza macchia, ella diceva sempre che non si avesse a compromettere permettendo che le figliuole scendessero ad opere mercenarie. Inoltre la Matilde non era di quelle nature energiche che negli ostacoli rinvigoriscono i loro propositi, e, innanzi ad una opposizione così risoluta, sentì fiaccarsi la sua volontà e divorò in silenzio le sue lagrime. Invero ella era divenuta assai infelice. Dacchè l'Angelina erasi fatta necessariain famiglia, e con la tranquilla fermezza del suo carattere aveva inspirato rispetto ne' più renitenti, gli umori bisbetici della signora Clara e della sua primogenita si sfogavano sulla Matilde, la quale non poteva scendere nel salotto comune senza vedersi fatta bersaglio di mille accuse e mille punture. Le apponevano a colpa la sua ammirazione appassionata per la cugina, quasichè in casa non vi fosse altro di buono e di bello che quella ragazza, quasichè fosse da imitarsi in tutto e per tutto. Già ora le pesava di non potere starsene più l'intera giornata insieme colla sua indivisibile; le pesava di dover lavorare in compagnia di sua madre e di sua sorella. Figuratevi! Loro erano ignoranti, e l'Angelina era un'arca di scienza, che a passar un'ora seco ci s'imparava lo scibile umano. E poi il pianoforte dell'Angelina, che aveva trent'anni, era mille volte migliore di quello della Nella, giunto recentemente dalla più reputata fabbrica di Vienna, e per sonar bene bisognava proprio salire una scala e andare nel santuario della Dea. Del resto, era d'uopo confessarlo, l'Angelina aveva i suoi meriti; ma ella, la Matilde, di che cosa tenevasi, quali erano le sue particolari virtù?... Così martoriavano la povera giovinetta a colpi di spillo, ed ella intanto con febbrile celerità passava l'ago attraverso il suo ricamo, battendo convulsamente sullo sgabello il suo piccolo piedino e soffocandosi per non piangere. Ma quando l'Angelina ritornava a casa verso l'ora di pranzo, affaticata, eppur vispa e serena, col suo rotolo di musica sotto il braccio, con le sue cartoline di dolci in tasca per la vezzosa Amalia, la Matildesentiva il bisogno di sfogare tra le braccia di lei il dolore represso, e dirle quanto amaramente soffriva.... E l'Angelina, che appena erasi accorta delle ingiustizie commesse a riguardo suo, non poteva a meno di risentirsi delle offese fatte all'amica, e si andava persuadendo che, fuori del suo povero zio e della Matilde, non v'era altri in quella casa, cui mettesse conto di sacrificarsi.

Era circa un anno che l'Angelina trovavasi in casa Mauri, quando un nuovo ospite venne a rompere la vita uniforme della famiglia e a complicare alquanto le fila di questa troppo semplice istoria. Un lontano congiunto del signor Bernardo, ricco possidente del Bresciano, aveva un figliuolo, il quale, interrotti gli studî a cagione dell'ultima guerra nazionale, desiderava ora riprenderli nella riputata Università di ***. Il padre che teneramente lo amava, quantunque avesse preferito di averlo compagno nella cura de' suoi beni, pure non seppe opporsi alla sua volontà; e per affidare a buone mani il suo Vittorio, e per fare un bene ai Mauri, di cui conosceva le strettezze, deliberò di metterlo presso di loro, a pensione. E poichè egli era uomo liberalissimo, le condizioni pattuite furono tali da recar non piccolo sollievo agl'imbarazzi della famiglia, di che la signora Clara si rallegrò, specialmente nell'idea di torsi alla uggiosa superiorità dell'Angelina. La casa ove abitavano i Mauri, comoda e spaziosa e loro conservata anche dopo i rovesci commerciali dallabenevola indulgenza del proprietario, aveva una stanza isolata nell'appartamento medesimo ov'erano le camere dell'Angelina e della Matilde, ma da queste divisa dal pianerottolo della scala. Fu quella la stanza che si destinò a Vittorio, dopo averla rimessa a nuovo e fornita in gran parte con alcuni mobili che l'Angelina aveva portati seco e ch'ella non adoperava. Non era la prima volta che Vittorio veniva in casa Mauri. Orfano della genitrice in tenerissima età, egli aveva costume di seguire il padre nelle sue frequenti escursioni, e così aveva visitato ripetutamente la città di *** e i congiunti che vi dimoravano. Sennonchè l'ultima sua venuta risaliva a due lustri addietro. Però egli si ricordava benissimo della Matilde, di due anni più giovane di lui, e della Nella che in quel tempo gli era alquanto superiore d'età e sdegnava di mescolarsi coi piccini, e ora invece gli ripeteva con particolare compiacenza di essere stata sua compagna negl'innocenti giuochi infantili, quantunque a mala pena se ne rammentasse perchè era bimba affatto. Comunque sia, Vittorio tornava presso i suoi parenti grande di persona e tarchiato di membra, la fronte abbronzata dal sole dei campi, il mento adombrato dalla prima lanugine, l'occhio nero, espressivo, profondo. Lettori e lettrici, non turatevi le orecchie per carità, se io vi dico che la sua venuta fece passare una corrente elettrica attraverso quella nidiata di ragazze. E non perchè egli fosse bello di virile bellezza, e gli accrescesse attrattiva la memoria dei corsi pericoli; ma, lasciatemelo confessare, perchè egli era uomo, era giovane. Non ribelliamoci alle leggi della vita, non cerchiamo loscandalo nelle più semplici rivelazioni del cuore, e per soverchio di scrupolo non diamo all'arte l'incarico di ritrarci, anzichè creature umane, figure velate e vaporose, che quando riescono a modo rendono immagine di fantasmi, e, se il tocco dell'artista non è delicato, hanno sembianza di accappatoi. Bando alle metafore! Quale di noi, nella bella età tra i quindici e i venti, non popolò il suo mondo ideale di leggiadre figure femminili, e se vagheggiò la gloria, e se amò la virtù, e se si cullò nella speranza dei domestici idillî, non evocò dal suo pensiero una donna che fosse di questa gloria compagna, di questa virtù consigliera, di queste gioie casalinghe ministra? E quale di noi al fruscìo di una veste, al disegnarsi di un'elegante persona fra i crepuscoli della sera, non sentì un battito arcano che gli fece amare la vita? O colpito per via da una di quelle apparizioni vertiginose che non mancano mai all'adolescente, perchè acquistano il loro fascino dallo stato febbrile del suo spirito, non credette per un istante di aver trovato l'ideale de' suoi sogni, di aver dato forma e sostanza alle sfumature della sua fantasia? Ebbene: mettiamoci un poco nei panni dell'altra metà del genere umano, e facciamo a noi stessi l'onore di credere che quelle medesime creature dell'immaginazione, che turbano dolcemente i nostri sogni, agitano anche quelli delle nipoti d'Eva; sennonchè, mentre a noi piace vestirle di lunghi abiti bianchi e cingerne la fronte di fiori e di veli armonicamente commossi dagli zeffiri, esse invece s'appagano d'una acconciatura meno poetica e forse forse danno un posticino nelle loro visioni anche al cappello allaMetternich,anche alla cerimoniosamarsina. Noi uomini, in un accesso di galanterìa che svela il nostro orgoglio, abbiamo esclamato: —L'ideale è donna— e atteggiandoci a tiranni persino nelle regioni dell'arte, ci siamo dimenticati che le nostre gentili compagne potevano proferire una diversa sentenza, e, pur lusingando la nostra vanità, distruggere l'edificio da noi eretto con sì sicura baldanza.

Però lasciamo andare le digressioni e torniamo al nostro argomento. Può darsi benissimo che la Nella vagheggiasse in Vittorio un marito: nè la Matilde, nè l'Angelina vi avevano sul momento pensato. Era senz'avvedersene che tutte e due mettevano un po' di più cura nel loro abbigliamento; e prima del pranzo, e prima di uscire alla passeggiata, a cui talvolta Vittorio le accompagnava, correvano frettolose allo specchio a ravviarsi i capelli, ad aggiustarsi il vestito, e poi vispe vispe e saltellanti scendevano la scala a raggiungere il lorocavaliere. Era senz'avvedersene che l'Angelina era divenuta più pensosa, e la Matilde avea racquistato parte dell'antica ilarità; così diversamente operava su due cuori di giovinette l'arrivo d'un garzone ventenne.

Vittorio era in quell'età che all'anime e agl'ingegni non affatto volgari dona una esuberanza di orizzonti e di vita, in quell'età a cui sorridono i sogni della gloria e dell'amore, e non v'è mèta così sublime che il pensiero non la tocchi e non la oltrepassi. Le membra sono giovani, spigliate, vigorose come l'intelletto, e a simiglianza degli echi che si rispondono dalle varie parti d'una valle, le vario facoltà dell'individuos'intendono e armonizzano fra loro. Oggi è voluttà senza pari arrampicarsi per l'erta d'un monte, e immobili e con le braccia conserte ascoltare il muggito del torrente e i cento romori della campagna: domani è fonte di entusiasmo ineffabile l'aprire le pagine di un nuovo libro e avviarsi con un poeta amico ai dolci pellegrinaggi della fantasia. Anni d'impazienze generose e di audaci propositi, nei quali noi disegniamo, per così dire, il programma della nostra esistenza, non dubitando nemmeno se ci verrà dato di mantenerlo. Quanti sono allora che paiono grandi, e son tali davvero, perchè hanno il sentimento delle cose belle, e nobili ed alte! Guardate un albero al principiar della ridente stagione. Com'è largo di promesse, come trapunto di fiori che possono divenir frutta! Si direbbe che i rami non basteranno a reggerne il peso. Ebbene: guardate quell'albero stesso di lì a qualche mese. Esso è grave invero e superbo del suo portato; ma il numero delle frutta, che oggi lo fanno inchinare al suolo a guisa d'ombrello, non può nemmeno paragonarsi al numero dei fiori che lo adornavano a primavera. Delle frutta sperate molte non nacquero mai, molte morirono tristamente, non si sa quando, non si sa come: un'ora di tempesta, una notte di brina, sono le epidemìe della natura: molte non seppero venire a maturità; o mancò loro un raggio propizio di sole, o non ebbero forza di assorbire i succhi vitali; e si nascondono tra foglia e foglia, pallide, rachitiche, dispettose come vecchie zittelle. Saranno forse l'ultime che rimarranno sul ramo, perchè la morte poco si cura di quelli che furono suoi insino dal nascere. Così è l'alberodella vita. I fiori a centinaia vi si contano nell'aprile: le frutta belle, appetitose, mature, vi si contano appena a diecine nel luglio. Come! di tanti che si mossero a un punto, e avevano tutti una stella sulla fronte, un sorriso sul labbro, così pochi sono arrivati? La morte, inesorabile mietitrice, ne ha tanti falciati sul suo cammino? Oh! non era solamente la morte. A chi mancò l'energia dei propositi, a chi la perseveranza contro le avversità; i più, quando videro spegnersi la fiamma fulgidissima, ma passeggiera, che nell'alba degli anni spande i suoi raggi per l'universo, non ebbero la virtù di accendere la fiaccola modesta che non abbaglia, ma rischiara, che non lascia forse indovinare in sulle prime la mèta, ma vi ci guida, segnando di non dubbia luce il cammino. In tal guisa divennero le pallide e tisiche frutta dell'albero, e invano, quando l'autunno farà più rare le foglie, godranno senza contrasto il beneficio della pioggia e del sole: l'esperienza sarà come un germe gettato sopra il duro macigno: vi si posa, non vi s'insinua.

Noi non diremo a quale specie d'uomini appartenesse Vittorio, se a quelli che toccano la mèta o a coloro che s'arrestano a mezza via; chè dopo il periodo di tempo compreso in questa novella lo abbiamo perduto d'occhio: certo ch'egli era tra i più promettenti; di fantasia vivacissima, d'intelligenza pronta ed arguta. Sennonchè gli mancava forse quella che gl'Inglesi chiamerebbero solidità di carattere, e che si manifesta nella perseveranza de' propositi, nella tenacità irremovibile in alcuni principî. Buono ed onesto, era però un tantino incostante e leggiero, v'era un po' difatuo ne' suoi entusiasmi, un po' di sfumato nelle sue convinzioni. Ad ogni modo, era bello, ardito, poetico, aveva una cicatrice sul petto, ricordanza di recenti battaglie.... a venti anni che può desiderarsi di più? Il suo umore, come in tutte le nature ricche, era dotato di una grande elasticità, e passava più volte in un giorno dalla schietta giovialità a una tal quale malinconia, che cresceva dolcezza ed espressione alla sua fisonomia. Amava smisuratamente i versi, e aveva divorato i volumi di quasi tutti i migliori poeti d'Europa, chè appunto per conoscere alcuni capolavori nel loro idioma originale erasi accinto allo studio delle lingue straniere. Versi ne faceva anch'egli, però nulla più che mediocri, e anzi soleva alzarsi dal suo scrittoio con la fronte annuvolata, ben sentendo come le idee gli morissero nell'inchiostro, e la penna mal sapesse seguire la foga de' suoi pensieri. Del resto chi non fa versi, e cattivi versi, a vent'anni? Quanto ai suoi codici, chè Vittorio era studente di legge, egli non se ne dava troppo pensiero, e assai più sovente vedevasi aperto sul suo tavolino un volume del Leopardi, o del Musset, o del Byron, che non il Regolamento di procedura penale o il Trattato di diritto romano del celebre professore.... Molto spesso, dopo essersi quasi addormentato sopra uno di que' grossi e sapientissimi libri, balzava dalla seggiola e si recava nella stanza dell'Angelina, ove a certe ore convenivano la Matilde e l'Amalia. L'Angelina era per solito al suo pianoforte, tutta intenta in qualche musica nuova, e quella bricconcella dell'Amalia le sedeva a fianco sopra un trespolo, facendo di tratto in tratto scorrerele sue piccole dita sui tasti, con certi suoni scordati ch'era uno spasso a sentirla; mentre la Matilde ricamava accanto alla finestra. All'entrare di Vittorio, che, confessiamolo, amava meglio che gli altri badassero a lui che non di badare agli altri, le due ragazze smettevano le loro occupazioni, e anche l'Amalia lasciava in pace i tasti del cembalo, e il giovane non si faceva pregare a declamare qualche strofa o a narrare qualche avventura della sua campagna. Non sarà stato tutto oro di zecca, ma perchè egli aveva l'arte del porgere, e poichè de' rischi ne avea corsi davvero e ne avea toccata una buona ferita, le fanciulle pendevano dalle sue labbra e lo tempestavano di domande. Ed egli si compiaceva di tener viva la curiosità delle cugine, e l'affetto destato in due leggiadre ed ingenue giovinette gli accresceva valore ai suoi proprî occhi: era il mirto che s'intrecciava all'alloro. Poi, diciamo le cose come sono, egli era soddisfattissimo che quelle ragazze fossero due, invece di una sola. Non aveva intendimento nè di sedurle, chè l'onestà del suo animo rifuggiva pur anco dal pensiero di tale infamia; nè di sposarle, chè troppo gli era cara la sua libertà, e troppo sentivasi alieno dal matrimonio. Ed egli, mostrandosi ad un tempo cortese e galante verso di entrambe, teneva per fermo di assicurare sè dalle tentazioni e loro dalle lusinghe, acquistandosi intanto verso i suoi condiscepoli il vanto di giovane in grazia del bel sesso.


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