VII.

Anzi un bello spirito della scolaresca lo chiamava Paride contrastato dalle tre Dee, mettendo nel conto anche la Nella, che vi si sarebbe acconciata assai volentieri, ma ch'era proprio fuori di combattimento. Il suo sentimentalismo non aveva fatto che destare l'ilarità di Vittorio. Gli piaceva in Matilde la franca giovialità del carattere, in Angelina l'indole riflessiva e dolcemente meditabonda; ma la Nella con que' suoi sospiri e quella sua facilità alle convulsioni gli pareva in ritardo di un secolo. Era una provinciale che aveva preso le mode della città cent'anni dopo che la città se n'era scordata, una cameriera svenevole dei tempi di Luigi XV, trapiantata non si sa come in mezzo al secolo XIX. La signora Clara che, come si è visto, aveva una predilezione speciale per la sua primonata, non sapeva darsi pace che il gusto degli uomini si fosse pervertito in guisa da non apprezzare tanta squisitezza di modi e di sentimento, e le si accresceva ognor più quel superbo disprezzo del mondo e dei tempi, col quale ella confortava da un pezzo i disinganni amorosi della sua Nella. E in verità, aver dato a una propria figliuola un nome così romantico, e vederla costretta a sfogare la sua poesia in un eterno monologo, è cosa da far venire la stizza anche a persone più tranquille e assennate che non fosse la signora Clara. Chi subiva gli effetti di queste beghe domestiche era pur sempre la Matilde; chè l'Angelina, sebbene la più docile, e buona, e rimessa fanciulla del mondo, aveva nell'aspettoe nei modi una certa quieta dignità, che faceva morire sul labbro le rampogne e i sogghigni. Ahi! la Matilde non poteva più dimenticare la freddezza materna nelle festose carezze del padre. Fin da quando ell'era piccina, allorchè la sua mamma la sgridava, ella scendeva in banco, ed era certa di veder farlesi incontro tutto sorridente e amorevole il suo buon genitore, che la teneva seco e le dava da scartocciare de' vecchi campioni, non senza visibile scandalo del signor Menico, l'antico commesso. Ella metteva ogni cosa sossopra, e più d'una volta il rispettabilissimo signor Menico, mentre stava per intestare in bella scrittura rotonda le partite del suo registro, mordendosi il labbro inferiore e facendo fare due giri in aria alla sua penna d'oca, come uccello carnivoro che svolazza intorno alla preda, ebbe a ricevere un urtone al gomito che gli scompose le idee, e nel luogo delle cifre meditate mise una larga macchia d'inchiostro. Erano dolori terribili pel signor Menico, ma la bambina dava in uno scroscio di risa, e suo padre, pur rimproverandola, non poteva a meno di parteciparne la ilarità. E adesso il banco era deserto e la polvere si ammonticchiava sui vecchi scaffali, e ii librone, testimonio delle arditezze calligrafiche del signor Menico, era chiuso forse per sempre. Il povero signor Bernardo, nè abbastanza rassegnato contro le ingiurie della fortuna, nè abbastanza energico da trovarsi nuove fonti di lucro, menava la più misera vita che idear si possa. Errava senza riposo di stanza in stanza, pallido, taciturno, con gli occhi bassi e con le guance infossate: ora prendeva sulle ginocchia l'Amalia, ora saliva nella cameretta della Matilde, oramoveva incontro all'Angelina, quando il passo svelto e spigliato di lei facevasi sentire su per le scale, ora infine mettevasi a sedere nel salotto da pranzo, ove lavoravano sua moglie e la Nella; ma dappertutto lo inseguiva una cura assidua e molesta. Così la Matilde, sola gran parte della giornata, fatta segno all'ironia di sua madre e della sorella maggiore, non vedendo da un lato che malignità, dall'altro che malinconia, sentivasi oppressa dall'atmosfera in cui viveva. L'Angelina glielo aveva susurrato più volte all'orecchio. — Conveniva ch'ella desse uno scopo alla sua esistenza, conveniva ch'ella dicesse: — Io mi sacrifico per rendere meno amari gli ultimi giorni del padre mio. — Invece di starsene immobile a subire rampogne immeritate, tentasse anch'ella di render proficua la sua educazione, cercasse lezioni di ricamo; ella, l'Angelina, gliele avrebbe procurate, e stesse pur certa che sua madre avrebbe finito col darsene pace. Forse, chi sa? l'esempio della figliuola avrebbe rianimato anche il signor Bernardo; forse la Matilde, divenuta utile, operosa, avrebbe potuto dirgli quelle parole che l'Angelina non aveva diritto di proferire, avrebbe potuto ravviarlo sul cammino dell'attività e del lavoro.... — La Matilde ascoltava con affetto, con entusiasmo quasi, le ammonizioni della cugina, e intendeva la saggezza de' suoi consigli e proponevasi di seguirli; ma poi il pensiero delle difficoltà l'arrestava, e ricadeva scorata nelle sue irresolutezze. Ella non voleva confessarlo a sè medesima, ma pure un'altra idea meno generosa andava facendosi signora del suo spirito; quella di uscire più presto che fosse possibile di casa sua, di entrarein una nuova famiglia. Ognuno di noi ha un limite, oltre al quale non giunge la sua potenza d'annegazione e di sacrifizio; finchè non si tocchi quel punto, l'esercizio della virtù riesce facile e dolce, e male acquista rilievo la diversità dei caratteri. Un'esistenza tranquilla, dalle pacate commozioni e dai placidi affetti, avrebbe reso malagevole al più acuto osservatore di giudicare se fosse maggiore la bontà dell'animo in Angelina o in Matilde: erano entrambe piene di simpatia per gli altrui dolori, entrambe create ad intendere la soavità dell'amicizia e la consolazione di ricambiate confidenze. Sarebbero state tutte e due ottime spose, ottime madri. Ma non bastava! La sorte imponeva di più, e qui si fece palese la diversa tempra dell'animo loro. L'Angelina resse alla prova; la Matilde lottò, lottò, e quindi si lasciò trascinare dalla corrente. Accade poi, che chi tenia un sacrifizio maggiore delle sue forze, se non gli vien fatto di compirlo, subisce per rimbalzo una specie di reazione, che lo fa più sollecito di sè stesso, men curante degli altri. Questa mutazione operavasi lentamente in Matilde. Poichè s'avvide di non poter seguire gli esempi e i consigli dell'Angelina, di non potere al pari di lei sfidar la resistenza della famiglia, e i pregiudizî del mondo, e la fatiche d'una vita affannosamente operosa, ella, senza saperlo, si ripiegò su sè medesima, e cedette alla cura del proprio avvenire. Un sentimento naturale alla sua età ed al suo sesso erasi impadronito di lei fin da quando venne in casa Vittorio. Non era un sentimento tranquillo come l'amicizia, nè febbrile come l'amore: era quel non so che di vago e sfumato, che a vent'anni avvicina i giovanialle fanciulle e le fanciulle ai giovani: era quella specie di crepuscolo ch'è ad un tempo tramonto ed aurora, perchè in esso volge al suo termine l'età ingenua e fidente, e sorge l'età delle gagliarde commozioni, ricca di ebbrezze e di disinganni. Ed ora, dopo alcuni mesi che Vittorio le stava dappresso, la giovinetta sentiva farsi ogni dì più tenace il vincolo di simpatia che la legava all'ospite suo; e già le balenava al pensiero di poter nel lontano avvenire associare la propria sorte alla sorte di lui e diventare sua sposa. Oh! un cervellino di donna va rapidissimo nelle sue immaginazioni.... Quanto a Vittorio, egli si era messo a un giuoco assai imprudente. Per la vanità di farsi credere ben accetto a due ragazze leggiadre ed oneste, egli aveva usato verso le due cugine quei modi che, se non toccano i limiti della passione, oltrepassano quelli della cortesia; aveva sperato che, corteggiandole entrambe, nessuna delle due avrebbe preso troppo sul serio la cosa, ed ora trovavasi al punto, che l'una lo vagheggiava già per marito, e l'altra.... oh! entro il cuore dell'altra era ben più difficile di leggere! L'Angelina non sapeva forse ella stessa veder chiaro nei suoi affetti e nei suoi pensieri.... Pure la sua pace se n'era ita.... E perchè? Era forse una passione irresistibile che l'attraeva verso Vittorio? — No. — Le aveva egli parlato d'amore? — Schiettamente mai. — Erasi egli servito con lei di espressioni diverse da quelle ch'egli usava con la Matilde? — Nemmeno. — Ad ogni modo era un fatto che certi discorsi preferiva farli a lei anzichè alla cugina. Con la Matilde rideva più spesso, è vero, e se nelle passeggiate del dopo pranzo la volubile fanciulla, abbandonandosi aun accesso d'infantile allegria, si metteva a correre per la campagna, egli la inseguiva scherzoso, e cogliendo un fiore del prato glielo intrecciava nei bruni capelli. Con lei invece aveva più di riserbo. Ma a lei amava discorrere dei suoi studî e declamare i suoi versi; a lei più volentieri parlava della sua casa e dei ricordi della sua infanzia. Con che minuta diligenza le descriveva le varie parti della sua tenuta, le vaste praterìe irrigate artificialmente, i vigneti che rivestivano il pendìo meridionale della collina, i gelsi piantati attorno al verziere; le ampie sale, ove il filugello compieva le maravigliose trasformazioni; l'uccellatolo, in cui passava lunghe ore insieme con suo padre; la cascina, nella quale era un moto, un andirivieni continuo, e le villanelle, cantando a piena gola, preparavano i solidi pani di burro, che poi recavansi a vender sul mercato della città. Un giorno Vittorio, nel chiudere il suo discorso, disse sospirando: — Sapete che cosa ci manca alla bella tenuta di mio padre? Ci manca una donna ordinata, operosa, che tenga le redini delle faccende, che si occupi un poco più de' coloni, che pensi alla loro educazione, al loro avvenire. Mio padre è un uomo angelico, ma è soprattutto un uomo d'affari, e certe cose non gli vengono in mente.... oh! se fosse viva la mia povera mamma! Io avevo sei anni quando l'è morta, e me ne ricordo come d'un caro sogno: eppure ho presente un giorno che mi condusse seco alla scuola da lei istituita pei figliuoli dei contadini.... Era in una sala terrena della fattoria, era il giorno degli esami: ella vestiva un abito di lana color cenere, a un dipresso come il vostro, e non aveva altro ornamento che unadalia rossa nei capelli.... Com'era dolce il suo aspetto, come insinuante la sua parola, come affettuoso il suo sorriso! Que' piccini la guardavano con un misto di venerazione e di tenerezza, ed io, seduto a' suoi piedi.... oh! me ne rammento come se fosse oggi.... provavo un senso d'orgoglio, che non sapevo spiegarmi. Ella morì poco dopo, e fu un lutto profondo in tutta la villa. Ogni casolare ne pianse come di affanno domestico, chè più non si vide nei giorni del dolore e della malattia una pallida e bionda persona venirne ministra di soavi conforti, e più non s'udì una voce amorevole intenta ad estirpare i mille pregiudizî delle ignoranti contadinelle. La scuola rimase aperta ancora per qualche tempo, ma nessuno più invigilava, acciocchè i bambini la frequentassero, e in pochi mesi rimase deserta e fu chiusa. La memoria della donna esemplare vive però tuttora nell'animo di que' fidi coloni, e non si può parlarne senza spremer loro le lagrime dagli occhi.... — Ed erano lagrime sincere quelle che versava Vittorio nel rammentare sua madre perduta da sedici anni. L'Angelina, orfana anch'ella, mal poteva frenare la sua commozione. Pure quelle confidenze le lasciavano un senso d'infinita dolcezza nell'animo: ella le serbava gelosamente come si serba un tesoro, come si educa un fiore, nè v'era dono al mondo che più di questo potesse esserle caro. Così almeno ella pensava. Però una sera Vittorio, tornando a casa, portò un cartoccio di chicchi all'Amalia, una polka nuova alla Nella, un mazzolino di gaggìe alla Matilde e una dalia rossa all'Angelina. Tutti sorrisero di questo singolare presente, ma l'Angelina si fece colordi porpora, e si ritirò nella sua stanza, mettendo la dalia in un bicchier d'acqua sopra il suo tavolino. E immobile, e senza parola, seduta dinanzi a quel fiore, con la mano sinistra abbandonata sulle ginocchia, e premendo con l'indice della destra il labbro inferiore ed il mento a guisa di chi sta meditando, si lasciò andare ai voli arditi della fantasia. E si ricordò dei colloquî avuti con Vittorio, e di quanto egli le avea detto circa il suo podere, e della dalia rossa che adornava, sedici anni addietro, i capelli della madre di lui, e del bene che una donna, ordinata, operosa, potrebbe fare nella vasta tenuta, e per un istante le venne l'idea di essere ella medesima l'angelo tutelare di quei luoghi, di prendere il posto della genitrice di Vittorio, tanto desiderata e compianta.... Stolta ch'ell'era!... Vittorio godeva d'ogni agiatezza, ed ella non possedeva che una tenue sostanza.... Vittorio, bello, giovane, elegante, ben d'altro curavasi che di farla sua sposa. Pure egli avrebbe fatto assai meglio a non recar con sè quella dalia!...

Due giorni dopo, una delle migliori discepole dell'Angelina la trascinava quasi a forza in un suo luogo di villeggiatura, poco discosto dalla città, affinch'ella vi passasse una settimana. L'Angelina non soleva accettare nessuno de' mille inviti che le erano fatti: ma questa volta le istanze furono sì vive, che il rifiuto le sarebbe parso troppo scortese. La famiglia della sua amica villeggiava in una tenuta con vaste adiacenze, e nel visitarne lo varie parti l'Angelina corse tosto colpensiero alla descrizione che dei suoi poderi le avea fatta Vittorio. Anche qui v'erano le ampie praterie cinte da lunghi filari d'alberi, anche qui le sale spaziose per l'allevamento del baco da seta, anche qui la cascina col continuo andirivieni delle gaie contadinelle. E quella vita sempre operosa, eppur sempre tranquilla, della campagna le piaceva fuor di misura, e senza volerlo ella andava dicendo a sè stessa, che ove si fosse dato il caso improbabilissimo che si avverasse un certo suo sogno, avrebbe avuto campo di far mostra della sua attività e delle sue abitudini massaie. Allorchè queste idee le frullavano pel capo, ella diventava riflessiva e meditabonda, e la sua scolara, vispa fanciulla di 14 anni, che le faceva da Cicerone, e ora la conduceva nel tepidario, ora sulle sponde della riviera artificiale che attraversava il giardino, ora nel boschetto d'acacie che fronteggiava la strada maestra, non sapeva intendere la distrazione di lei e delicatamente gliene moveva rimprovero. Ella risentivasi a guisa di chi si desta di balzo, e sorrideva delle proprie fantasie. Pure quei pochi giorni le trascorsero rapidissimi e deliziosi. Alla vigilia della sua partenza, il fattorino della posta le recò una lettera della Matilde, che le mise nell'animo una curiosità mista d'inquietudine. La lettera suonava così:

«Angelina mia cara,

«Vo contando le ore e i minuti che passeranno prima del tuo ritorno, giacchè puoi immaginarti che vuoto ci sia in casa nostra quando ci manchi. Ho vistoil povero babbo bussare due volte all'uscio della tua stanza, non ricordandosi più della tua assenza, e venirne via tutto sconcertato. Egli ti tiene in conto di sua figliuola.

»E di me che dovrò dirti, cara Angelina? Sai ch'io ti voglio più bene che a una sorella, e per questo serbo a te la prima confidenza d'una grandissima novità.... una confidenza che non ebbero da me nè il babbo, nè la mamma, nè nessuno al mondo. È vero che fo fondamento sul tuo aiuto!... Sei stata tante volte il mio angelo tutelare, che tal sarai certo una volta di più. Debbo dirti di che si tratta?... Ma no, ma no. Vi sono cose che vengono più facilmente sul labbro che sulla penna. Dunque a domani.

»Io non so se mi sia malinconica o allegra. È un misto curioso. Ora vedo tutto bello, ora grossi nuvoloni mi passano innanzi agli occhi, e mi viene una gran voglia di piangere. Quando tu mi sarai vicina, prenderò da te un po' di quella calma, ch'è tanto necessaria allo spirito.

»L'Amalia e il babbo ti mandano un bacio. La mamma e la Nella sono sempre un pochino bisbetiche, ma ci vuol pazienza.

»A domani: fa di essere a casa per l'ora del pranzo.

»Un abbraccio

dalla tua

Matilde.»

L'Angelina lesse e rilesse il singolare messaggio, sperando di trovarne la chiave. Quale poteva essere questa gran confidenza, di cui la Matilde serbava a leile primizie? Era certamente un segreto del cuore, era una passione amorosa. Ma per chi? Qui l'Angelina andava contando sulle dita i giovani di qualche intrinsechezza con la Matilde; ma, con sua grandissima noia, quando aveva portato l'indice della mano destra sul pollice della sinistra e contatouno, non le veniva fatto di andare più innanzi. E quell'uno era Vittorio. Dio buono! Di tanti uomini che vi sono al mondo, doveva essere proprio Vittorio il prescelto? E l'Angelina ritornava da capo, e si sforzava di richiamare alla sua fantasia i nomi di tutti gli uomini al disotto dei trent'anni, che aveva visti in casa Mauri; ma o non le venivano a mente, o li ritrovava tutti inferiori a Vittorio. Però chi rassicurava che, ne' sette giorni della sua assenza, la Matilde non avesse conosciuto qualcuno, e non si fosse accesa subitamente di questoincognito? Era una meschina scappatoia: pur l'Angelina facea di tutto per esserne soddisfatta, e si infastidiva de' dubbî che ad ogni momento tornavano a darle travaglio.

Il giorno appresso i suoi ospiti la fecero ricondurre in città in una sontuosa carrozza, e adagiata sovra i morbidi guanciali di essa ella lasciava libero il volo alla sua fantasia, e inebbriavasi ne' sogni d'una felicità senza nube. Ma di tratto in tratto le si oscurava la fronte come per cura molesta, e allora traeva dal taschino del suo vestito la lettera della Matilde, e ne pesava ogni riga ed ogni parola, cercando se di là donde le era venuta l'inquietudine, potesse venirle il conforto. Fatica gettata: quel foglio non diceva nulla di più, e le nuove letture non facevano che dar esca al fuoco.

Giunta in città, la prima persona ch'ella vide fuVittorio. Egli tornava a casa per l'ora del pranzo, e il romore delle ruote, e il calpestio de' cavalli che s'appressavano, lo fecero trattenere un istante sulla porta. Quando ravvisò l'Angelina, la sua fisonomia manifestò il piacere grandissimo ch'egli aveva di rivederla, corse sollecito ad aprir lo sportello della carrozza e con ambe le mani l'aiutò a scendere.

— Finalmente siete ritornata.

— Finalmente? Se la mia assenza dura appena da una settimana!

— Ebbene: perdonate ai vostri amici, se loro è parsa tanto lunga. —

L'Angelina si fece rossa: pur quell'accoglienza la rendea giubbilante e dissipava i suoi dubbî. Ascese frettolosamente le scale, e sul pianerottolo trovò la Matilde e l'Amalia che le saltarono al collo, baciandola e ribaciandola con vivissimo affetto. Volse alla Matilde uno sguardo scrutatore, ma quella, portando l'indice al labbro, le accennò che tacesse. Ricambiati i saluti col resto della famiglia, e in ispecie con lo zio che l'abbracciò teneramente, salì un istante nella sua stanza a mutar di vestito e a ravviarsi i capelli. Sul davanzale della finestra, e precisamente tra i vetri e le persiane, vide un bicchiere con entro la dalia che le aveva regalata Vittorio nove giorni addietro. La dalia non è de' fiori che appassiscano più presto, ma quella lì, che stava da una settimana nella medesima acqua, può immaginarsi se fosse languida ed avvizzita. Pur non le bastò il cuore di gettarla via, la prese delicatamente fra le dita, la mise in una tazza d'acqua fresca che era sul tavolino, e stette qualche minuto a contemplarla.Poi diede un'altra occhiata allo specchio, e scese nel salotto da pranzo. Dopo il desinare, che trascorse più silenzioso del solito, e durante il quale le diede argomento di novella inquietudine l'imbarazzo dei commensali, e in ispecie di Vittorio e della Matilde, ritornò nella sua stanza, seguita dalla cugina, e, non senza mostrare nella voce e nel gesto una certa commozione, sedette presso di lei alla finestra a ricevere la confidenza del suo segreto.

La Matilde, come accade sempre in tali casi, era tutta confusa e non trovava la via di principiare: eppure era dinanzi alla sua amica, alla sorella del suo cuore. Finalmente fece uno sforzo supremo, e con mille perifrasi, e chinando il capo, e arrossendo, proferì la solenne parola. Ella amava Vittorio. Da quando? Non saprebbe dirlo: forse dal primo giorno che lo vide. Come se n'era accorta? Nemmen questo sapeva: quell'amore le si era insinuato dolcemente nell'anima, l'aveva cinta d'una rete invisibile, ed ora ella lo sentiva, nessun altro partito le rimaneva che quello di subirne le leggi. E del resto perchè avrebbe dovuto sottrarvisi? era forse indecoroso questo suo affetto? No, cerio. O forse il gelido soffio del disinganno minacciava distruggere le sue speranze? No, il cuore le diceva ch'ella era riamata.

Mentre la Matilde parlava, l'Angelina erasi fatta bianca come la pezzuola che teneva alla bocca e che andava logorando coi denti: a guisa di nuvole varie di forma e di tinta, che passano rapidissime sopra un cielo tempestoso, le sensazioni più diverse s'erano dipinte sul suo pallido volto. Sennonchè la pietà naturalealle anime gentili come la sua prevaleva agli opposti affetti, e atteggiava la sua fisonomia ad una espressione malinconica, eppur rassegnata, a un cordoglio profondo, eppure scevro di acrimonia e di rancore. Però alle ultime parole della Matilde le sue guance si colorarono lievemente, gli occhi, volti a terra ed immobili, si sollevarono con trepida ansietà, e con voce tenue ed incerta ella chiese:

— Ma quali prove hai tu del suo amore? —

Allora la Matilde cominciò una minuta descrizione di tutto ciò che s'era passato fra lei e Vittorio sino dal giorno dell'arrivo di lui in casa, e gli sguardi ricambiati, e le parole del giovane ora scherzose, ora serie, ma sempre più che cortesi, e certe sue delicate attenzioni che con le persone indifferenti certo non si usano, e di cui invece egli era prodigo verso di lei. E disse come nell'ultima settimana egli le si era mostrato più gentile che mai, e come l'aveva difesa vivacemente in uno sciagurato diverbio nato una di quelle sere tra lei e sua madre e sua sorella, e come essendosi ella rivolta a lui tutta commossa e avendogli chiesto —Mi proteggerete voi sempre?— egli le avesse risposto —Sempre, — e strettale la mano con tanta effusione che un senso ineffabile di voluttà le avea ricercato tutte le fibre. Queste cose ella andava raccontando, ed altre che forse erano inezie, ma che sommate insieme non facea maraviglia se aveano turbato il suo cuor di fanciulla.

L'Angelina, che in sul principio pareva racconsolata, vedendo che non si trattava di una seria e formale dichiarazione d'amore, ma solo di comuni galanterie,era a poco a poco ricaduta nel primiero abbattimento. Vittorio, ben è vero, non aveva detto nulla d'esplicito alla Matilde: ma aleiche cosa avea detto di più? Con qual titolo, con qual diritto poteva ella opporsi alla felicità dell'amica? Forse perchè Vittorio in un momento d'espansione le aveva regalato un flore, forse perchè le aveva sorriso al ritorno, o perchè le aveva declamati i suoi versi, o perchè le avea confidato le cure e i dolori della sua fanciullezza? O doveva ella architettare un inganno per disingannare la Matilde, e sforzare le tinte, e dir ciò che non era? O con un eccesso di franchezza strappare il velo che nascondeva a lei medesima i segreti del suo cuore, e proclamarsi amante di Vittorio e dichiarar guerra alla sua rivale? Ciò rifuggiva affatto dal carattere dell'Angelina. Ella era energica sì, ma solo nell'effettuazione del bene; operava risolutamente quelle cose soltanto, della cui bontà non avea dubbio alcuno nell'animo. E poi troppo era aliena dalle violente manifestazioni de' suoi sentimenti. Per lei anche la passione più viva doveva avere la sua verecondia e non fare sfoggio di sè agli occhi del mondo. Inoltre quello ch'ella soffriva le facea presupporre ciò che avrebbe sofferto la Matilde in condizione uguale alla sua, ed ella, avvezza alla parte pietosa del Cireneo, non sapeva risolversi a far pesare sovra un'altra i proprî dolori.

Pur non si ristette dall'ammonire la Matilde. — Bada — le diceva — di non t'illudere, di non fabbricarti un mondo che svanisca ad un soffio come una bolla di sapone. Gli uomini, vedi, si trastullano molte volte con noi, ci pigliano per il passatempo di una giornata,d'un'ora, e mentre, senz'accorgersene forse, gettano nel nostro cuore il seme d'una di quelle passioni che durano tutta la vita, pensano a nuove galanterie e a nuovi trionfi.

— Oh! no, — sclamava la Matilde interrompendola; — sarebbe troppo crudele. Vittorio non può esser fatto così.... Oh! quando tu la proverai, Angelina, quando tu la proverai questa febbre d'amore (chè non devi sperar di scamparne, bella e seducente come tu sei), quando uno sguardo appassionato t'avrà fatto battere il cuore d'un battito nuovo, t'avrà aperto lo spiraglio di non più visti orizzonti, oh! allora tu intenderai che cosa sia il timore di veder dileguarsi ad un tratto tutte le proprie speranze... Oh! non dev'essere permesso. Ci dev'essere una legge del cuore che lo vieta agli onesti.... E Vittorio è onesto, sai.... —

E così dicendo si mise una mano sugli occhi rattenendo a stento i singhiozzi.

L'Angelina le si fece più presso, e, curvata innanzi sulla seggiola di lei, rimosse dolcemente quella mano che le facea velo alle pupille, e la guardò fisa, e con un accento pieno di tenerezza le chiese:

— Ma l'ami tu veramente? —

— Oh! se l'amo! — rispose la Matilde unendo le palme, e levando gli occhi al cielo. E soggiunse, a compire le rivelazioni che lo aveva fatte prima: — Senti, Angelina, io in questa casa non ci posso più stare. E dal dì che Vittorio mi lasciò intravvedere la sua simpatia per me, una speranza dolcissima mi si pose nell'anima, quella d'uscire di qui, ove mi si vuole inutile e uggiosa, per entrare in una famiglia ove potròfarmi amare, ove potrò esser buona a qualcosa. Le tue virtù io non le possiedo; io non sono al pari di te un angelo di rassegnazione e di sacrifizio.... Qui divento cattiva, ma se Vittorio mi farà sua, se mi sarà consentita la nobile attività della madre di famiglia.... oh! te lo giuro, Angelina, che mi ricorderò del tuo esempio, e sarò degna di te.... Tu m'aiuterai a correggermi de' miei difetti, Angelina, tu mi trarrai da quest'angoscia, non è vero? tu parlerai a Vittorio, gli dirai quello ch'io soffro.... Non negarmelo, Angelina mia; le tue parole possono avere un gran peso, perchè se v'ha persona ch'eglistimi grandemente, tu sei quella.... Oh! se si compissero i miei sogni, — soggiunse quindi nell'atto di chi segue un'idea vagheggiata dalla fantasia, — potremmo esser tutti felici! Sì: perchè tu verresti a stare con noi, ed io vorrei usarti un'ospitalità da regina per renderti in parte almeno il bene che tu m'hai fatto.... Ma, che cos'hai, Angelina, che piangi così?... —

E infatti l'Angelina piangeva. Aveva frenato la sua commozione nel ricevere la confidenza d'un amore che dissipava tante sue dolci speranze, aveva serbato la calma, mentre la Matilde la scongiurava di parlare a Vittorio in favore di lei; ma quando la inconscia fanciulla venne ad offrirle l'ospitalità nella futura sua casa, sentì scoppiarsi il cuore e inondarsi il viso di lagrime. Temè d'essersi tradita, ma per buona ventura la Matilde aveva pigliato la cosa in tutt'altro senso, e le disse:

— Tu sei commossa, Angelina, sei commossa per me, non è vero? — E così dicendo s'era abbandonatafra le braccia della cugina, e le due giovinette piansero insieme. L'Angelina ruppe il silenzio la prima.

— Acquetati, Matilde, prendi un po' di riposo; domani riparleremo a miglior agio, ora è tardi, io sono un po' stanca.... a domattina, sai....

— Ma dunque non mi prometti nulla? Vuoi abbandonarmi?

— Oh! Matilde, dubiteresti di me?

— Giammai, giammai, — rispose la Matilde con un accento convinto, che scosse profondamente l'Angelina.

In quella sonarono le dieci; chè il colloquio delle due giovinette aveva durato più di quattr'ore, e, senza che se ne avvedessero, le avea sopraggiunte la sera. Era una bella e limpida notte di agosto: l'aura olezzante di caprifoglio e d'acacia entrava per le finestre spalancate, la luna nel pieno suo disco tenea luogo di ogni altra face. Le due ragazze si alzarono in silenzio, e l'Angelina, ch'era un po' all'ombra, tenea fise le pupille nella Matilde, il cui volto era rischiarato dalla luce fredda e scintillante ad un tempo che inondava la stanza. Ed era egli realmente un effetto di luce che la trasfigurava così, o era il soffio creatore della passione? L'Angelina non l'aveva mai veduta sì bella, e, tali sono le contraddizioni del cuore umano, ella, già quasi deliberata all'estremo dei sacrificî, pur tremava che Vittorio entrasse in quel punto e fosse colpito dalle grazie peregrine della sua rivale. La ricondusse fino alla soglia e poi si trascinò al suo letto, come glielo concedevano le forze stremate e lo spirito agitatissimo, e si gettò boccone sulla sponda celandosi ilvolto fra le mani, e tentando raccogliere i suoi pensieri. Ma non le venne fatto, e si alzò nuovamente, e si approssimò alla finestra per prendervi una boccata d'aria: guardò il cielo limpidissimo e la campagna rischiarata dalla luna e la tremula striscia del fiume che si perdeva nella pianura, udì il sibilo acuto della strada ferrata che solcava i campi lontani, e il gracchiare della stridula cicala tra le foglie degli alberi, e il gemito amoroso della colombella sotto la gronda ospitale, aspirò il profumo dei fiori che confidano alla notte i loro segreti, sentì il concerto armonioso che governa il creato, e non sorrise, e non pianse, e non disse parola. Poi si staccò dal balcone come se vi soffocasse, e rientrando nella stanza urtò col gomito nel tavolino: qualche cosa ne cadde e si ruppe. Si chinò al suolo e la sua mano toccò frantumi di vetro ed un fiore. Era appunto la dalia, a cui ella poche ore prima aveva voluto prolungar l'esistenza, era la dalia che a lei significava amore e speranza. L'Angelina non era superstiziosa, ma le parve che quella tazza in frantumi, che quel fiore caduto, volessero dirle: — Destati: il tuo sogno è finito. — Rizzossi in piedi, e stette qualche minuto a contemplare gli avanzi della sua cara illusione, come si contemplano le rovine d'un antico edifizio; indi si lasciò cadere sopra una seggiola, e proruppe in dirottissimo pianto. In quel punto s'intese qualcuno salir con rapido passo la scala, zufolando uno de' più popolari motivi delBallo in maschera. Era Vittorio che ritornava dal teatro. L'Angelina involontariamente sollevò il capo e tese l'orecchio. Ma non sentì altro che aprirsi e richiudersi l'uscio della stanza diVittorio: in un istante tutto era tornato nel silenzio di prima.

Eppure Vittorio non era un libertino volgare che si compiace del male che fa intorno a sè: era un poco leggiero, un po' spensierato, e non altro. Egli andava lieto di destare la simpatia delle due cugine, e forse anco di suscitare un senso di rivalità fra di loro; ma non supponeva nemmeno che quella simpatia dovesse mutarsi in amore, ma credeva, ed era questo il suo inganno, che due cuori inesperti di giovinette potessero arrestarsi a tempo sullo sdrucciolevole terreno, sul quale egli medesimo le aveva poste. Era però tanto accorto da avvedersi ormai dell'errore commesso, e l'avvenuto di quegli ultimi giorni gli era stato una rivelazione. Bisognava assolutamente ch'egli, pur rimanendo cortese, si ristesse dalle soverchie assiduità verso la Matilde per non dar pascolo a funeste illusioni. O forse non sarebbe stato conveniente di venire a dirittura a una spiegazione franca e sincera, e chiarire alla giovinetta com'egli intendeva di essere buon amico e nulla di più? Gli balenò alla mente anche l'idea di incaricare del delicato messaggio l'Angelina, ch'era d'indole così buona e discreta: poi se ne ricredette, e giudicò miglior consiglio di non appigliarsi a un troppo precipitoso partito, e di stornare invece adagino adagino il pericolo. Finalmente si soffermò a indagare un poco i segreti del suo cuore. In quell'arrisicato gioco d'equilibrio, a cui s'era messo per solo istinto di giovanilegalanterìa, era egli ben certo di non avere piegato nè da una parte, nè dall'altra? Era certo di essere così scevro d'ogni occupazione seria dell'animo, com'era per lo addietro? In verità non faceva d'uopo d'un lungo esame per accertarsi che nessuna passione violenta s'era impadronita di lui. Non c'è pericolo che chi domanda a sè stesso: — Sono innamorato? — sia sul punto d'impazzir per amore. Ma che cosa volete? Quelle due immagini di donne, di così diversa bellezza, eppur entrambe sì belle, non gli volevano uscir dallo spirito. E mezzo assopito com'era, cedendo alla vanità naturale del suo carattere, gli sembrava di essere il pastore dell'Ida in mezzo alle Dee: e quando gli passava innanzi la Matilde gaia, espansiva, con le pupille nere e i neri capelli che spiccavano sulla sua carnagione bianchissima, egli stava lì per darle la palma; ma poi più contegnosa nella gioia, più composta nella malinconia e gli occhi pieni di pensiero e d'affetto gli si affacciava l'Angelina, ed era un fascino irresistibile che lo attraeva verso di lei. Qual fosse la catena che vincolava la libertà de' suoi movimenti, non avrebbe saputo dirlo egli stesso: pur libero affatto non era, pur non era uscito della mischia senza ferita. E quanto più mulinava il modo di rompere quei fili invisibili, tanto più il suo pensiero vi si smarriva e le contraddizioni del suo carattere gli suscitavano mille difficoltà imprevedute. Così nulla concludendo, finì coll'addormentarsi e col rimandare al mattino la soluzione dell'arduo problema.

Neppur la Matilde passò la più placida notte del mondo. La repentina violenza della sua passione leavea messo la febbre addosso, ed ella si rivoltolava tra le coltri senza poter chiudere occhio. A' dubbî suscitati dall'Angelina non voleva badare affatto, ma contro sua voglia essi ritornavano a molestarla come la mosca importuna che par si compiaccia nell'infastidirvi. Non era forse vero ch'ella aveva troppo rapidamente aperto il cuore alla speranza, e che supponeva in Vittorio un affetto, di cui egli non le aveva dato nessuna valida prova? E bisognava pur venirne a capo e sapere a che cosa attenersi. Ma qui il timore di una verità incresciosa la disanimava dal far più profonde indagini; ed ella preferiva lasciar parlare la voce del cuore, che le diceva: — Non è possibile ch'egli non ti ami. — Strano a pensarsi: in mezzo a' suoi dubbî non le venne mai quello che l'Angelina potesse amar ella Vittorio; è la più semplice ipotesi che ultima s'affaccia allo spirito. Ma v'era anche un altro motivo che sviava la sua fantasia da questa supposizione. L'Angelina aveva tanto avvezza la famiglia al sacrifizio di sè, da non lasciar nemmen campo all'idea ch'ella potesse opporsi come un ostacolo alla felicità altrui. Il mondo è fatto così. A chi opera il bene una volta tanto piovono le lodi e le testimonianze di riconoscenza; ma quando il praticare il benefizio diventa una consuetudine della vita, diventa del pari una consuetudine pel beneficato il riceverlo: non si tien conto all'uomo delle buone azioni che ha fatto, ma si biasima acremente di quelle ch'egli non volle o non seppe compiere: l'annegazione, che per gli altri è una virtù, per lui è un dovere. In questa maniera, se la Matilde avesse supposto che il povero cuore dell'Angelinaosava battere degli stessi battiti suoi, e che a lei, derelitta nel vasto universo, balenava il desiderio d'un nuovo affetto, d'una nuova esistenza, ella non avrebbe lasciato certo di chiamarla ingrata e cattiva. Ma non vi pensava, e del modo col quale l'Angelina avea accolto le sue rivelazioni, accagionava la maraviglia e null'altro, e non metteva in dubbio che in lei avrebbe trovato una discreta confidente, un efficace strumento dell'amor suo.

Sfortunata Angelina! Ella era rimasta lungamente nella posizione, in cui l'abbiamo lasciata, dinanzi al suo tavolino, dinanzi alla sua tazza infranta, alla sua dalia appassita; aveva intesa, e l'era parsa una crudele ironìa, la voce di Vittorio che canticchiava mentr'ella piangeva, e sentiva pesarle tremenda sull'anima l'inesorabilità del destino. Qual'era stata la sua vita da due anni in qua? Un sacrifizio continuo d'ogni giorno, d'ogni ora, d'ogni minuto. Ella aveva diviso il suo pane con gli altri; aveva con l'opera sua servito ad alimentare la vanità di due donne sciocche e bisbetiche, quali erano la signora Clara e la Nella; aveva forzato il labbro al sorriso per rasserenare la fronte annuvolata del suo povero zio; erasi acconciata con lieto animo alle privazioni, e mai non l'era sfuggita una parola di rimprovero, e mai un lamento. E che ne aveva ella avuto in ricambio? Da alcuni la indifferenza superba, dagli altri quell'amore egoista ch'è largo soltanto di carezze e di smorfie, ch'è sempre pronto a chiedere e restìo sempre ad offrire. Ed ora, a suggellare tanti suoi sacrifizî, le si domandava di rinunziare alla speranza onde la vita èbella a vent'anni, alla speranza d'essere amata! Ed era la Matilde, l'amica sua prediletta che glielo chiedeva, come a renderle più arduo il rifiuto, era essa che distruggeva il primo sogno di felicità ch'ella aveva formato in due anni! Era dunque scritto lassù ch'ella, povera sfortunata, non dovesse aspirare a cosa alcuna nel mondo, e immolarsi sempre, e morire! Sì; un vago presentimento di morte andavasi insinuando a poco a poco nell'animo dell'Angelina. Con l'ultimo olocausto ch'ella si apprestava ad offrire, sentiva che le sarebbero venute meno le forze, che la spossatezza si sarebbe resa signora di lei. Ebbene! questo pensiero della morte, questa idea di sottrarsi per sempre ai disinganni ed alle lusinghe, le metteva una calma infinita nell'anima e la persuadeva, quasi senza ch'ella se ne avvedesse, alla novella prova d'annegazione ch'era domandata al suo cuore. No; la Matilde non avrebbe avuto a dolersi di lei: ella avrebbe soffocati i suoi sentimenti, e quanto possedea d'eloquenza e d'affetto lo avrebbe speso a commovere Vittorio in favore della cugina. Una risoluzione presa, col deliberato proposito di mantenerla, ridona, almeno per qualche istante, la calma allo spirito. Così l'Angelina, poichè si fu acquetata in questo partito, riebbe un poco dell'antico vigore. Benchè fosse innanzi nella notte e la luna accennasse al tramonto, e qua e là nella campagna cominciasse a ridestarsi la vita che precede i primissimi albori; ella chiuse le imposte, e si gettò sul letto cercandovi il sonno. L'ospite invocato non venne, ma venne invece quell'assopimento, che, se anche non ristora le forze, calma, attutiscel'agitazione morale, quell'assopimento che non sospende la volontà, ma ne diminuisce gli effetti. L'Angelina vide la luce del giorno entrare nella sua stanza attraverso le imposte, intese come in un confuso ronzìo l'orologio della torre vicina battere successivamente le sette, le otto, le nove; ma la spossatezza delle membra le fece richiudere le palpebre e voltarsi da un altro lato. Una vocina squillante la scosse da quella specie d'incubo che la teneva inchiodata sulla coltrice. Era la piccola Amalia che aveva messo pian piano la testa per lo spiraglio dell'uscio, e battendo le mani con aria di infantile importanza, proruppe:

— Ah! bellissima. Stamane mi tocca far lo svegliarino della famiglia. La Matilde dorme, Vittorio non s'è ancora visto fuori di stanza, e tu, che sei sempre in piedi innanzi degli altri, nemmeno ti sogni d'alzarti.

— Sii buona, — rispose l'Angelina, che fin dalle prime parole aveva dato segno d'esser desta; — aprimi le imposte e fa un po' da donnina. —

L'Amalia eseguì prontissima l'ordine avuto; ma, quando l'aria e la luce ebbero inondata la stanza, si avvide del disordine insolito che v'era, ed esclamò ridendo:

— O che hai fatto baruffa col gatto stanotte? Guarda un po'.... un bicchiere in pezzi.... una dalia per terra che pare un pollo spennacchiato, e tuttosans dessus dessous, come direbbe la mia maestra di francese. —

L'Angelina si sforzò di far il viso ridente, e soggiunse:

— Orsù, poichè stamane sei una persona tanto assestata, metti un po' di regola in questocaos. —

La fanciulla seria seria s'accinse al suo ufficio.... Rimise al posto il tavolino e le sedie, prese fra la punta del pollice e dell'indice i pezzi del bicchiere infranto, e li raccolse sul davanzale della finestra; poi si pose a esaminare gravemente la dalia, e volgendosi all'An- gelina disse:

— E questa? —

L'Angelina fece uno sforzo, poi rispose:

— Buttala via.

— Guarda, guarda, l'è quella stessa che ti regalò Vittorio tante sere fa.... Glielo dirò io che bel fine ha fatto il suo fiore, — soggiunse poi tra lo scherzevole e il malizioso, chè la loro malizia l'hanno anche le bambine di nove anni. — In verità che mi par peccato.

— Oh, ma insomma — interruppe l'Angelina che in quel frattempo erasi alzata — non vuoi più finirla? — E senza celare un po' di dispetto, prese il fiore di mano all'Amalia e lo gettò dalla finestra.

— Ih! che furie! — sclamò la fanciulla fisando attentamente il volto della cugina, che nella pallida tinta e nelle occhiaie infossate serbava le tracce dell'agitazione di quella notte.

— Ma che cosa t'è accaduto? Se vedessi come sei scomposta in viso! Parrebbe che tu avessi pianto. —

L'Angelina s'affacciò allo specchio e non potè nascondere la sua commozione vedendosi tanto mutata: in poche ore le parve d'aver vissuto dieci anni.

— Sono stata alla finestra sino a molto innanzi nella notte, — diss'ella per giustificarsi in faccia all'Amalia; — l'aria era umida, avrò preso del freddo.... Ma nonperdiamo tempo in chiacchiere, aiutami a fare un po' ditoilette. — E sforzandosi di pigliare un tuono ilare e disinvolto, si gettò sopra una sedia, sciogliendo le lunghe e folte trecce de' suoi capelli che scesero giù fino a terra, e soggiunse:

— Vediamo se le tue manine son buone a dipanare questa matassa. —

Nell'età dell'Amalia ogni cosa serve di spasso, e l'impresa a cui ella si era posta tra il comico e il serio, le diede argomento alle più grasse risate, e lo fece lasciar da banda le sue domande sulle cagioni del turbamento dell'Angelina.

Frattanto, nel piano inferiore della casa, la signora Clara aveva chiamato a grave colloquio il marito. Le simpatie che s'erano manifestate tra la Matilde e Vittorio rendevano necessario un sollecito provvedimento. Se Vittorio fosse stato un ragazzo a modo, egli non si sarebbe certo lasciato sfuggire un partito come la Nella, i cui pregî di tanto avanzavano quelli della Matilde, e soprattutto avrebbe chiesto consiglio a lei, alla madre, alla padrona di casa, verso la quale ostentava invece così villana indifferenza. Ma Vittorio non era che un uomo volgare: ella erasene accorta da un pezzo. Nondimeno, poichè era ricco, e di ciò dovevasi pur tener conto, se vuole assolutamente sposar la Matilde, che se la sposi; ma lo dica schietto e non si prenda giuoco della famiglia che, se non per parte del signor Bernardo, almeno per parte di lei, Clara Mauri nata Morelli, doveva essere rispettata.... E sul termine di questa filastrocca la signora Clara si lasciò cadere maestosamente sopra una sedia a bracciuoli,facendosi fresco col fazzoletto. Dopo pochi secondi di pausa e come a guisa di conclusione soggiunse: — Ora tocca a voi. Dicono che siete il capo della famiglia; dunque parlate col signor Vittorio, chè già io con quello sventato non ci trovo gusto a discorrere, e poi venitemi a riferire il successo del vostro colloquio. —

Il povero signor Bernardo, che nemmeno ne' suoi bei tempi era stato un uomo di spirito, era molto meno adesso, dopo i suoi disastri commerciali. Nondimeno il cuore gli teneva luogo qualche volta dell'ingegno; aveva a tratti a tratti quella intelligenza del sentimento, che è il privilegio dei buoni, e loro dà modo di non parere ottusi del tutto. Solo nella famiglia, egli aveva un vago presentimento della simpatia dell'Angelina per Vittorio. Quando però la signora Clara ebbe da lui la timida rivelazione di questo dubbio, ella non rattenne più la sua collera. E gestendo furiosamente: — Vorrei un po' vedere — proruppe — che quella sfacciata pettegola si permettesse di far all'amore in casa mia e di rubare i partiti alle mie figliuole. Oh! sta a vedere che quel damerino del signor Vittorio avrà negletta una giovane come la Nella, ed ora metterà in un canto anche la Matilde, per far piacere a lei, alla signora maestra di musica! Non son chi sono se non li mando fuori della porta tutti e due, ove sia vera una cosa tale....

— Eh! per carità, — interruppe il signor Bernardo, che per quieto che fosse non poteva a meno di essere indispettito della burbanza della moglie, — non la prendiamo in tuono sì alto. Voi sapete meglio di me che senza l'Angelina saremmo stati bene imbrogliati acampare: toglieteci ora per soprassello anche la pensione che ci paga Vittorio, e poi vi farete i vostri cappellini con la sporta del pesce.

— Che cappellini! che sporta! — sclamò fiammante di sdegno la signora Clara, alzandosi in piedi in tutta la maestà della sua poderosa persona. — Io che ho sacrificato la mia dote, e, ciò che più monta, la mia gioventù, il mio spirito, il mio brio, le mie relazioni, tutto per causa della vostra dabbenaggine. Ah! vi sta bene di prendere il tratto innanzi e accusar me.... Avete trovato un pane per i vostri denti.... imbecille.... babbeo!... —

E senza nemmen terminare la sua perorazione uscì furibonda della stanza, chiudendo con violenza dietro a sè tutti gli usci, siccome era suo costume, e si recò a consolare la sua primogenita, alla quale toccava la sorte della biblica Lia, senza speranza alcuna di trovare un Giacobbe che la prendesse in iscambio.

L'Angelina, che per quel giorno non si sentiva disposta a uscire per le sue solite lezioni, aveva già visto la Matilde e promessole ch'ella nel dopopranzo avrebbe parlato a Vittorio. Sarebbesi colto il momento della passeggiata: la Matilde avrebbe fatto in guisa da rimanere un po' addietro con l'Amalia, lasciando agio in quel frattempo all'Angelina di costringere Vittorio a spiegarsi. L'Angelina faceva a simiglianza di que' capitani, che, vedendosi in una posizione arrischiata, stimanonon poterne uscire che con un coraggio disperatissimo e tagliano i ponti dietro a sè, per levarsi la tentazione di retrocedere. Dacchè le era d'uopo sacrificarsi, ella voleva che il suo sacrifizio fosse compiuto in maniera da non lasciarle via di sottrarvisi, nè oggi, nè domani, nè mai. Nulla poteva meglio conferire allo scopo che il farsi ella stessa interprete della Matilde, che il ragionare a Vittorio in favore di lei. Ferma in questo proposito, ella si mise al pianoforte a studiarvi un nuovo pezzo di musica, quando si bussò all'uscio della sua stanza. Era il signor Bernardo.

— Vengo a renderti una vecchia visita, — egli le disse, prendendole affettuosamente ambe le mani. E poichè ella lo guardava in atto di persona che non sa raccapezzarsi: — Sì, — soggiunse, — vengo a restituirti una visita che fu la più dolce che io mi ricevessi in mia vita. Ti ricordi di quel giorno, in cui, colpito dalla più atroce delle sventure che possano affliggere un negoziante onorato, e caduto in quell'abbattimento da cui pur troppo non potei più rialzarmi, tu venisti a sorprendermi nel mio banco, semplice, ingenua, amorevole? Tu mi offrivi di sacrificarmi tutto il tuo avere, pur di salvare il mio nome. Era un'illusione, ma un'illusione sublime, degna di te. Nè tu potesti compiere il tuo olocausto, nè io lo avrei permesso: ma un altro ne compisti, che non fu minore di questo. Tu hai immolato al bene della mia famiglia la tua libertà, hai faticato per noi, hai diviso con noi il tuo pane, senza che tu te ne lamentassi, senza che gli altri ti dessero in cambio tutta la gratitudine, tutto il rispetto che meritavi. Ma non discorriamo di ciò. Io vengo oggi a tecol cuore di un padre a farti una confidenza e una domanda. —

L'Angelina lo interruppe vivamente:

— So che cosa volete dirmi, e confido che nemmeno questa volta avrete a dolervi della vostra nipote. Matilde ama Vittorio: ella diverrà sua sposa.... son io medesima che me ne sono assunta l'impegno.

— Angelina, — soggiunse lo zio, guardandola con infinita tenerezza, e congiungendo le mani come in atto supplichevole, — al suo letto di morte mio fratello mi ti ha raccomandata con le lagrime agli occhi: di lì a poco tua madre, in estremo di vita, mandò anch'ella a chiamarmi, e con voce affannosa mi parlò di te e della solitudine in cui saresti rimasta, e ti confidò alle mie cure come un sacro deposito. Io, accettando quel legato d'affetti, m'obbligavo a provvedere alla tua felicità, come a quella d'un'altra figliuola, a farti del mio tetto un asilo che ti tenesse luogo dei lari domestici: ho io adempiuto quest'obbligo? No. Se in questa casa vi furono sacrifizî da compiere, chi più ne ha compìti? Se vi furono privazioni da soffrire, chi più ne ha sofferte? Oh! Angelina! io lo sento: se i tuoi genitori mi chiedessero conto di te, io dovrei chinare il capo per infinita vergogna.

— Oh!... che dite mai, zio mio?

— Ed ora — continuò il signor Bernardo — ho il presentimento che tu stai per compiere un nuovo sacrifizio, il maggiore forse di tutti.

— Io?... — interruppe l'Angelina, piegandosi innanzi con la persona e cercando di padroneggiare la sua commozione.

— Sì; tu così sollecita a parlare a Vittorio in favore della Matilde, sei ben certa di non amarlo tu stessa? —

Un fremito impercettibile le corse tutte le membra, un leggiero incarnato le apparve sulle pallide guance, con la mano sinistra strinse forte la spalliera della seggiola come se quel movimento convulso le desse vigore a sostenere l'interna battaglia, e, senza dir parola, chè non le sarebbe stato concesso in quel tumulto d'affetti, costrinse il labbro ad un languido sorriso d'incredulità, e crollò il capo in segno di diniego.

Il signor Bernardo proseguì: — Investiga bene il tuo cuore. Non a Matilde soltanto Vittorio fu prodigo di gentilezze e di cure. Con la spensieratezza dell'età sua, io lo vidi ora con l'una, ora con l'altra di voi ugualmente cortese, egualmente sollecito: forse non ama nessuna: forse ama te.... La Matilde, io la conosco, è più volubile, più leggiera; un primo disinganno d'amore la farebbe soltanto soffrire; ma tu, povera Angelina, tu sei di ben altra natura.... tu ne morresti. —

Ciò che il signor Bernardo diceva era vero, terribilmente vero. Ma l'Angelina aveva ormai raccolto tutte le sue forze, come il duce che concentra i suoi battaglioni nella lotta suprema, ed ancora una volta era uscita vittoriosa dal paragone.

— No, — rispos'ella ricomponendo il sembiante alla calma: — nè io amo Vittorio, nè Vittorio ama me. Forse i nostri caratteri non s'intendono. Forse egli è troppo leggiero ed io ebbi la sventura di nascer troppo riflessiva.... Che volete?... Bisogna pigliar la gente com'è. Ve ne supplico, zio mio, non insidiate la felicitàdella vostra figliuola.... Se sapeste come quel suo cuoricino s'è acceso, come la sua fantasia corre dietro al sogno avventuroso del suo primo amore.... Vedete.... pochi minuti prima che veniste voi, ella era in questa stanza e si faceva rinnovare da me la promessa di parlare a Vittorio.... Avrebbe dovuto confidarsi prima a voi, a sua madre, lo so; ma, se non lo fece, siatele indulgente.... Un'amica discreta che ha l'età nostra, che può partecipare ai nostri sentimenti, è una gran calamita pei nostri cuori di fanciulle. Insomma — concluse l'Angelina con una sforzata disinvoltura — è un affar fatto, e non se ne parli più.... prendetevi le cose in pace, Vittorio diverrà vostro genero. — E poichè le parve che nel dir quest'ultime parole la sua voce minacciasse velarsi e una lagrima le spuntasse sul ciglio, si rivolse vivamente con la persona verso il pianoforte, e come se il suo discorso non fosse stato che una lunga parentesi, tornò a correre con le dita sui tasti, ripigliando la sonata ove l'aveva interrotta.

Il signor Bernardo non persuaso, ma però impotente a smuovere un così fermo proposito, si alzò lentamente dalla seggiola, e appoggiando la mano alla spalla dell'Angelina:

— Hai nulla da soggiungermi? — le chiese.

— Oh! sì!... — proruppe ella commossa, volgendo la persona e alzando il viso verso di lui: — ho da ringraziarvi, e chiedervi un bacio. —

Il signor Bernardo si piegò sulla giovinetta seduta, e cintole amorevolmente il capo fra le mani, la baciò più volte in fronte con affetto infinito. Indi soggiunse: — Non vuoi proprio null'altro?

— Nulla, — ella disse con voce sicura, ma tenendo le pupille rivolte al suolo. Il signor Bernardo, prendendola leggiermente pel mento, la costrinse a guardarlo in viso. Ella potè ancora frenare le lagrime che le facevano groppo nelle palpebre, e fisarlo senza tradirsi. Egli non disse più molto, ma uscì crollando il capo e asciugandosi gli occhi umidi di pianto.

Il successo di questo colloquio salvò l'Angelina da un'altra visita: quella della signora Clara, che aveva già pronto il suo intervento armato presso la nipote. E fu meglio così: chè la dolcezza dell'indole non escludeva nell'Angelina un senso di nobile orgoglio, e ciò ch'ella concedeva spontanea agl'impulsi del proprio cuore e alle preghiere degli altri, mal lo avrebbe consentito a brutali comandi. Oh! ella moveva incontro a una prova così terribile, che le faceva mestieri di tutte le proprie forze per non restar soccombente. Ed ella il sentiva; e dolevasi talvolta seco medesima dell'essersi profferta a ciò, che ad altri sarebbe costato molto meno di fatica e d'angoscia. Ma un più maturo consiglio la faceva raffermarsi nella presa deliberazione, come la sola, che una volta messa ad effetto potesse chiudere il varco a ogni debolezza, a ogni pentimento. Uscì di rado della sua stanza in quel giorno, non cercò di Vittorio, che vide solo alla sfuggita e salutò freddamente; ma s'intrattenne a lungo con la Matilde, la quale nel trovarla così accalorata per lei aveva ripreso tutta l'antica fiducia, tutta l'antica espansione, e andava consultandola sul modo d'interpretare ogni parola, ogni sguardo del giovano amato. Sennonchè, quando l'Angelina non concordava seco nelle interpretazioni,ella si rannuvolava tutta, e le diceva: — Tu vuoi farlo apposta per indispettirmi. — L'Angelina sorrideva allora malinconicamente, assentendo col capo; ma l'altra, non soddisfatta nemmeno di questo modo, prorompeva in un gesto d'impazienza: — Insomma, non istartene lì come un automa; di' la tua opinione. — Capricci d'innamorati!

Vittorio non era così poco avvezzo all'odor della polvere da non sentire qualche cosa nell'aria, e non intendere che quello doveva essere un giorno di lotta. Glielo diceva un certo che di mistero in tutti della famiglia, ma glielo dicevano in ispecie le reticenze della Matilde, la quale pareva volesse aizzarlo a discorrere, o piuttosto a compire le frasi ch'ella, con quell'arte sopraffina che l'amore insegna alle fanciulle, lasciava a bello studio interrotte. Ed egli si schermiva alla meglio, desideroso com'era di sfuggire una battaglia campale, e di stancare le forze del nemico in tante piccole avvisaglie. Aveva operato con leggerezza, ne conveniva; ma era ella questa una buona ragione per lasciarsi pigliare alla rete, e diventare un candidato ufficiale al matrimonio, egli che, fino a quel punto, di matrimonio non aveva voluto sentirne discorrere? Mentre si abbandonava a queste riflessioni, non supponeva nemmeno da qual parte dovesse venirgli l'assalto più formidabile.

Nell'alzarsi da tavola l'Angelina, dopo aver fissato in volto ora lo zio e ora la Matilde, si avvicinò a Vittorio e gli disse:

— La Matilde ed io vogliamo fare una lunga passeggiata fuori della città: abbiamo confidato in voi per accompagnarci, e non ci mancherete, spero, tanto più ch'io debbo parlarvi. —

Vittorio assentì con quella galante sollecitudine che gli era propria, e l'Angelina rivoltasi allora all'Amalia:

— Verrai con noi, non è vero, se il babbo e la mamma te lo permettono? —

La bambina tutta giubilante corse a domandare l'assenso de' genitori, e, ottenutolo, salì in quattro salti la scala, s'acconciò il cappellino di paglia e la mantelletta color di rosa, e fu in un batter d'occhio nell'androne.

Di lì a pochi minuti la comitiva incamminavasi lungo il viale de' platani, che costeggiava l'argine del fiume. Il sole volgeva lento al tramonto; e i suoi raggi scendevano obliquamente sulla strada attraverso i rami frondosi di quelle piante. Di tratto in tratto una vettura passando rapidissima sollevava un nembo di polvere, e allora uno strato grigio copriva le più basse ed esposte foglie degli alberi, sinchè una lieve carezza di vento spazzava ogni cosa, ridonando al verde la sua primiera vivacità. E lo strepito fuggitivo d'una carrozza, e l'apparire a lunghi intervalli di qualche pedone affaticato, rendevano più spiccata la solitudine ed il silenzio di quell'ora.

Vittorio s'accostò all'Angelina nell'atto di chi dice: — Sto agli ordini vostri. — Ella accettò il suo braccio; e studiò il passo in guisa da lasciare indietro alquanto la Matilde e l'Amalia, a cui già questa giterella in campagna pareva inferiore all'aspettazione ch'ellane aveva. Procedettero alcuni istanti in silenzio, l'una ruminando tra sè com'ella dovesse principiare il discorso, l'altro pensando che cosa potesse uscire da siffatto mistero. L'Angelina ruppe il ghiaccio, dicendo fra lo scherzevole e il serio:

— Sarà meglio bandire gli esordî, non è vero?

— Oh! sì, — rispose Vittorio; — veniamo pure all'argomento senza preamboli.

— Ebbene: sia dunque senza preamboli. Voi avete sulla vostra coscienza una colpa.

— Una colpa?

— Sì; agli occhi di molti potrà anzi parere una virtù; agli occhi miei, agli occhi degli onesti è una colpa, e gravissima. Però, acquetatevi; sta in voi ripararla, e — soggiunse la ragazza con un sorriso a fior di labbro — l'espiazione è il contravveleno del peccato. Voi avete turbato la pace di una fanciulla, al suo cuore ingenuo e fidente avete insegnato un affetto nuovo, che se può aspirare alla dolcezza del ricambio, è fonte di commozioni ineffabili; se deve rinchiudersi in sè medesimo, è piaga logoratrice di tutta la vita. Oh! vi leggo la risposta negli occhi: — Che ho io fatto per rapire la calma a quella giovinetta? In che offesi il candore dell'animo suo? Quali sono le parole che diedero alimento alle sue speranze? — Oh! signor Vittorio! vi sono fra gli uomini consuetudini di libertinaggio, che un'anima ingenua non conosce; vi sono mutue tolleranze, che un cuore verginale non intende. Se la Matilde (ch'è inutile tacerne il nome) vi era indifferente, perchè corteggiarla? E se una più viva simpatia vi attirava verso di lei, in quale altro modocredevate di poterla amare, che come si amano le oneste fanciulle? — Si fece rossa in viso, e colta da un pensiero repentino: — Vi fa maraviglia — diss'ella — la mia esperienza precoce. Oh! Vittorio! io non ho nè padre nè madre, sono sola sulla terra, e la solitudine è maestra di molte cose, e non tutte liete nè belle. La necessità ci sforza a sfuggire, conoscendoli, que' pericoli che una mano provvida avrebbe sviati da noi lasciandoceli ignorare. Ma appunto per questo, appunto perchè siamo meglio armati contro le insidie che si possono tendere a noi, ci corre il debito di vigilare sulle persone che amiamo. Per questo, o Vittorio, io prendo le parti della Matilde, per questo io vi discorro di lei. Ella vi ama. —

Si fece silenzio. Vittorio teneva il capo rivolto a terra, e andava spingendo innanzi col piede i ciottoli della strada. L'Angelina continuò con voce sempre più dolce ed insinuante:

— Sì: ella vi ama, e voi non potete ignorarlo. Non fatevi questo torto, Vittorio; non isforzatemi a credere che voi non leggete in viso d'una fanciulla la simpatia che le avete inspirata. Ebbene: se non vi sentivate l'animo inchinevole ad un amor serio, se più dei vincoli che possono render l'uomo felice avete caro l'isolamento che lo lascia libero e signore di sè, perchè non vi siete voi allontanato di qui, non avete cercato un pretesto per togliervi da un luogo, dove non potevate che compromettere o voi o gli altri? Ed ora chi, se non voi, risanerà quella fanciulla del male che le avete fatto? Pochi mesi or sono ella era gaia, spensierata, contenta; oggi è malinconica, inquieta, combattutafra speranze e timori; oggi è forse alla vigilia d'uno di que' disinganni terribili, che spargono un'ombra sinistra su tutta la vita. Pochi mesi fa, era confidente nel bene e nella virtù; ora voi state per versare sull'anima di lei il freddo scetticismo che uccide gli affetti, che la farà un giorno sposa men tenera e madre meno sollecita. No, Vittorio, non sarebbe un'azione onesta. Voi siete nobile, generoso; voi non potete fallire al vostro dovere.

— Al mio dovere? — disse Vittorio. — Ma voi dunque credete realmente che il mio dovere sia di sposare oggi la Matilde?

— Di prometterglielo oggi, di farlo quando potrete; — rispose l'Angelina con voce ferma e tuono riciso.

— In verità — soggiunse Vittorio — voi siete la più fredda e rigida ragionatrice ch'io mi conosca. Ora vogliate porgermi ascolto. Io non vi dirò in questo momento quali siano i miei sentimenti: ma mettiamo, così per ipotesi, ch'io abbia commesso davvero qualche leggerezza, che qualche mia parola, qualche mio atto abbiano potuto accendere questo fuoco improvviso nel cuore della Matilde; stimate voi forse ch'io avrei riparato a ogni cosa, sposandola? Ma se non l'amassi?... Angelina, voi nata alle gioie domestiche, voi che della famiglia avete un'idea così alta, potete voi intendere un matrimonio senza amore e credere che la felicità sorrida a quei vincoli che la convenienza sola ha creati? Consultate il vostro cuore. L'amarezza d'un disinganno non vi sarebbe più tollerabile che il lungo avvicendarsi di giorni monotoni,che l'assidua convivenza con persone, le quali paressero rimproverarvi la pertinacia del vostro affetto? Una casa, attraverso la quale non passa mai il soffio dell'anima, ove non v'ha ricambio di confidenze, nè bisbiglio di parole soavemente amorose; una casa, ove la tavola in poco è dissimile da quella di una sala direstaurant, non vi sembra peggio che un deserto? No, Angelina, io non la offrirei questa felicità ad un amico. Meglio, mille volte meglio, soffrire atrocemente una volta, che sentirsi appiccicata alle membra questa camicia di Nesso. —

Quale pur fosse l'effetto prodotto sull'Angelina da questa mezza confessione che le faceva Vittorio di non amare la Matilde, ella non lo lasciò trasparire: anzi, con un calore onesto e sincero, riprese:

— Ma voi confessate adunque di esservi preso giuoco di lei? Era per soddisfare una vostra vanità che voi le usavate ogni sorta di cortesie; era per una vostra vanità che se gli occhi di lei cercavano i vostri, il vostro sguardo le moveva incontro con sì manifesta compiacenza; era per una vostra vanità infine che scendeste paladino in sua difesa, e quand'ella commossa vi disse: —Voi dunque mi proteggerete, — stringendole affettuosamente la mano le avete risposto: —Sempre?— Ed ora fingete ignorare le ferite che avete aperte, e poichè vi si chiama a versar sovr'esse un poco di balsamo, vi circondate di mille reticenze, e come vinto da un senso di sublime delicatezza: —Oh— dite —se non l'amassi, se non avessi la virtù di farla felice!— Ah! sta bene, signor Vittorio; dunque basterà questo scrupolo, perchè un uomo possa abbandonarla fanciulla, a cui egli primo insegnò la febbre d'amore, e menar vanto anzi di tale suo atto, come d'una splendida azione? E la poveretta, così amaramente disingannata, non potrà nemmeno dolersene, ma dovrà far manifesta la sua gratitudine a chi, non sentendosi d'amarla, non la volle incatenata a sè con vincolo eterno!

— Angelina, — rispose Vittorio, e v'era nella sua voce l'accento di chi riconosce il suo fallo, — voi siete inflessibile come la Dea della Giustizia, ed io non voglio contrastare la bontà delle vostre ragioni. Ma vediamo un po' come stanno le cose. Io sono un povero peccatore, e lo dico sul serio, che di questi torti ne ha parecchi sull'anima. È un vizio mio, o se mi siete indulgente, è un vizio dei tempi: questa galanteria superficiale che voi condannate con tanta energia e con sì rara potenza di convinzione, è accolta nel mondo non solo col compatimento, ma persino col sorriso sulle labbra. Ebbene, la coscienza anche più onesta subisce l'influsso dell'atmosfera che la circonda; ciò ch'ella sente intorno a sè maledetto e vituperato, le par sempre più grave di ciò ch'ella vede tollerato e plaudito. Io in quest'atmosfera ci vivo, e non sono di tanto superiore al comune degli uomini da potermene sottrarre a tutti gli effetti. Vedete se vi apro l'animo mio: è una confessione che vi faccio, e, quantunque non isperi d'essere assoluto, pure non la farei a niun altro così franca ed esplicita. Voi mi dite oggi: — Avete operato male verso la Matilde, e vi corre il debito di riparare. — Ma chi mi assicura che tra le fanciulle, a cui posso a fior di labbro aver discorso d'amore, non ve ne siaalcuna che più della Matilde soffra e si dolga di me? Non è vanità che mi fa parlare così: voi medesima mi avete detto che un cuore di giovinetta facilmente si accende. Ebbene: se pur questa fanciulla non ha trovato così vicino a sè un'amica, a cui confidar le sue pene, o s'ella, come si suole dei dolori profondi, le tenne chiuse gelosamente in sè stessa; chi vi dice che, s'io debbo ad alcuno un'espiazione, non la debba a lei, e non mi corra l'obbligo d'indugiare un poco prima di precludermi assolutamente la via a lenire la sua sventura?

— Oh! — proruppe l'Angelina sforzandosi di sorridere — ciò vuol dire che farete un giro pel mondo, cercando la più infelice delle vostre vittime per immolare a' piedi di lei la vostra libertà? Son baie codeste: siete a due passi da colei che vi ama e soffre per voi, e andate in traccia di un'amante ipotetica, a cui avete parlato non si sa quando, che avete visto non si sa dove, che non ha svelato a nessuno i suoi sentimenti, che forse non esiste nemmeno....

— Ma s'ella esistesse? — sclamò Vittorio con calore — se anzichè essere un sogno della fantasia fosse una creatura viva e palpitante, se anzichè abitatrice d'una terra remota fosse poco lungi di qui, se io l'avessi fatta soffrire più forse della Matilde, se io l'amassi di più; che direste allora? —

L'Angelina diè un balzo; ma, ricomponendosi tosto, chiese con voce che si sforzava d'esser ferma e sicura: — Ma s'ella esiste, siete voi certo ch'ella vi ami? —

Vittorio sollevò il capo che teneva chinato a terra, e guardando fissamente l'Angelina rispose: — Quellodi cui son certo si è ch'io non l'era increscioso, e che alle mie parole ella porgeva benevolo ascolto, e ch'io l'ho veduta trascolorarsi in viso al racconto delle mie campagne, e ch'ella è sventurata e senza amici e senza parenti nel mondo, e ch'ella non mi perdonerà mai la mia leggerezza. Perchè io, non chiesto, non incoraggiato da lei, l'ho cercata nella solitudine della sua stanza, ho turbato i silenzî della sua anima verginale, e la posi a parte de' miei affetti e de' miei ricordi domestici e de' miei sogni di poeta, e le apersi il cuor mio come ad una sorella....

— Amatela dunque come una sorella, — interruppe l'Angelina, nel cui animo s'era combattuta una di quelle lotte titaniche che durano un minuto, e che un volume non basterebbe a descrivere.

— Angelina, — proseguì Vittorio con accento appassionato, — voi che forse la conoscete questa donna, non potreste dirmi una men desolante parola, non potreste perorare presso di lei la mia causa? Oh! scendete un istante da quella specie di Olimpo, in cui oggi per la prima volta vi vedo, arbitra severa ed inesorabile de' falli altrui, lasciate parlare il vostro cuore; la virtù del sacrifizio non è virtù unica al mondo, ve n'è un'altra più dolce, più soave, più umana, la virtù della simpatia che ci fa, amati, riamare.... Angelina.... —

La povera fanciulla, mentre Vittorio parlava, sentivasi come colta da quella vertigine che assale chi si trova sull'orlo di un precipizio. È un senso indistinto di voluttà e di terrore, è un desiderio affannoso di sottrarsi al pericolo, e nel medesimo tempouna strana tentazione di gettarvisi a corpo morto. L'aria che vi saetta sul viso, e gli alberi, e i monti, e le case che vi rotano intorno vorticosamente, e l'ampio firmamento che vi si stende sul capo, tutto insomma coopera a sospendere in voi l'azione della volontà, a farvi vivere come in un sogno. Ma se per avventura il piede vi manca, se l'idea del vuoto vi si affaccia allo spirito, un gelo improvviso vi corre per l'ossa, vi si drizzano i capelli sulla fronte, e la vostra mano s'aggrappa convulsa al primo oggetto che vi si presenta. Così l'Angelina, trasportata in un mondo fantastico dalle parole di Vittorio, vedeva passarsi dinanzi agli occhi mille immagini confuse, credeva d'udire mille suoni diversi, e pur indovinando il pericolo non aveva forza di sfuggirlo. Ma, quando intese proferire appassionatamente il suo nome, quando sentì la mano di Vittorio che cercava la sua, il pensiero dell'abisso imminente le balenò repentino all'anima, si ricordò della Matilde che in lei confidava e ch'ella tradiva con la semplicità del silenzio, e una voce che partiva dal profondo del cuore le susurrò all'orecchio: — Vergognati! — Si svincolò da Vittorio come atterrita, e accennandogli con la mano che s'allontanasse, — Basta così, — disse con voce angosciata, — basta così. Se quella donna ha potere alcuno sull'anima vostra, ella v'impone di dimenticarla; e se la sua stima v'è cara, ella vi scongiura di far felice la Matilde. —

— Ma ella ha dunque un cuore di sasso? — proruppe Vittorio accendendosi in volto. — A che le servono la gioventù e l'avvenenza, s'ella è chiusa a quei sentimenti che ingentiliscono il suo sesso? Oh! è agevolcosa a chi è fatto di gelo il predicare agli altri il sacrifizio e l'abnegazione.... Ma no; non è possibile: quale io l'ho conosciuta, ell'era buona e mite, e pronta a commuoversi delle sofferenze altrui; il suo volto leggiadro, i suoi begli occhi profondi rivelavano un'anima ricca di commozioni e di affetti. No, voi non siete la fedele interprete del suo cuore.... quando — continuò Vittorio, colpito da una subita idea, e strascicando le parole come se la lingua gli si fosse disseccata sul palato — quando ella non ne ami un altro.... —

L'Angelina fece un movimento rapido, come di chi si risente d'un'accusa non meritata: ma bentosto padroneggiò la sua commozione, e in quel dubbio che l'aveva offesa, vide una tavola per isfuggire al naufragio, e l'afferrò con disperato proposito, e freddamente rispose: — E se fosse così? —

Com'ebbe proferite queste parole, le parve di sentirsi sopra un terreno più saldo, e attese con calma il nuovo infuriare della procella. Sennonchè in quel momento si vide vicine la Matilde e l'Amalia. Il volto della Matilde esprimeva una dubbiezza affannosa; i suoi occhi correvano incerti da Vittorio all'Angelina, e dall'Angelina a Vittorio, e il silenzio con cui ella era accolta non le faceva augurare nulla di buono. Certo discorso ambiguo dell'Amalia circa il fiore buttato via con dispetto dall'Angelina le tornava al pensiero, per quanto si adoperasse a scacciarlo; il sospetto insidioso la rodeva internamente e vi fu un istante, nel quale le due fanciulle si misurarono con lo sguardo. L'Angelina intese ciò che passava nel cuore della Matilde, e non tentò una spiegazione, e non mormorò una scusa; manell'atteggiarsi della persona, e nel fiammeggiare degli occhi le apparve tutta la onesta baldanza dell'animo. Fu la Matilde la prima ad abbassare la fronte, arrossendo di sè medesima. Quando la rialzò, la sua fisionomia non mostrava altro che una trepida ansietà, un bisogno intenso di confidarsi e di piangere......


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